«Massacrato dai carabinieri»: la verità al processo Cucchi

 

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Le dichiarazioni al processo d’appello dellappuntato dei carabinieri Riccardo Casamassima

«È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato. Il maresciallo Roberto Mandolini me lo disse portandosi la mano sulla fronte e precipitandosi a parlare con il comandante Enrico Mastronardi della stazione di Tor Vergata.Seppi da quella che è poi diventata la mia compagna, Maria Rosati, e che assistette al colloquio perché faceva da autista di Mastronardi, che stavano cercando di scaricare le responsabilità dei carabinieri sulla polizia penitenziaria. Lei capì il nome Cucchi ma all’epoca non era ancora una vicenda nota perché non era morto».

È iniziata così la testimonianza oggi in prima corte d’Assise dell’appuntato dei carabinieri Riccardo Casamassima, l’uomo che denunciando i suoi colleghi militari ha fatto riaprire il caso Cucchi, il geometra di 31 anni deceduto all’ospedale Pertini il 22 ottobre del 2009, sei giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti.

Nel processo bis sono imputati cinque carabinieri accusati a vario titolo di omicidio preterintenzionale, falso e calunnia. «Qualche giorno dopo incontrai il figlio di Mastronardi, Sabatino con il quale ebbi uno scambio confidenziale – ha continuato, rispondendo alle domande del pm Giovanni Musarò, Casamassima, che all’epoca dei fatti prestava servizio alla stazione di Tor Vergata e ora è in servizio all’VIII Reggimento –  anche lui si portò la mano sulla testa e parlando della morte di Cucchi disse che non aveva mai visto una persona così messa male. Lo aveva visto la notte dell’arresto quando il ragazzo venne portato a Tor Sapienza».

Un’udienza cruciale che fa seguito a quella in cui altri due carabinieri hanno ammesso l’esistenza di verbali manomessi per minimizzare le condizioni di salute di Cucchi, gravemente compromesse proprio dal pestaggio che sta venendo fuori da questa udienza.

Casamassima ha detto di aver deciso di parlare dopo quattro anni e mezzo, «perché all’inizio la vicenda Cucchi non mi aveva visto coinvolto in prima persona, ma troppe cose fatte dai miei superiori non mi erano piaciute, come l’abitudine di falsificare i verbali, e, provando vergogna per ciò che sentivo e vedevo, ho deciso di rendere testimonianza, temendo ritorsioni che poi si sono verificate. Quando è uscito il mio nome sui giornali, i superiori hanno cominciato ad avviare contro di me procedimenti disciplinari, tutti pretestuosi. Con Mandolini (accusato di falso e calunnia, ndr.) mi sono incrociato una mattina nell’ottobre del 2016: gli dissi solo di andare a parlare col pm e a dire quello che sapeva – ha concluso Casamassima – gli dissi che la Procura stava andando avanti e che aveva in mano una serie di elementi importanti. Lui mi rispose dicendomi che il pm ce l’aveva a morte con lui».

Ilaria Cucchi, dopo l’udienza, punta il dito senza più timore verso il maresciallo Mandolini. «è lui il principale responsabile – dice – e ricordo bene quando venne in aula nel primo processo, quello sbagliato, a raccontarci la storiella che quella era stata una serata piacevole e che Stefano era stato anche simpatico. Adesso è il processo giusto e si parla di pestaggio. Ogni volta in quest’aula ho la pelle d’oca».

Checchino Antonini da left

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9 maggio 1976: morte di Ulrike Meinhof

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9 maggio 1976, il corpo di Ulrike Meinhof viene trovato senza vita, appeso alla finestra della sua cella nel braccio speciale del carcere di Stoccarda Stammheimer. Le perizie legali, sempre molto lacunose ed incomplete, si orientano tutte verso l’ipotesi del suicidio della militante rivoluzionaria. Ma ci sono elementi che non convincono; gli altri detenuti non credono alla versione ufficiale in cui poliziotti e medici legali si contraddicono senza pudore. E non sono solo i suoi compagni di prigionia ad avere dei dubbi: anche nell’opinione pubblica comincia a farsi spazio quest’idea che la Meinhof sia “stata suicidata” da terzi. Così nasce la Commissione internazionale di inchiesta sulla morte di Ulrike Meinhof, che comincia a portare alla luce tutte quelle discordanze prodotte dalle autopsie legali. Non ultimo il problema di un cappio troppo largo per sostenere il corpo. Citiamo dalla traduzione italiana: “Si può appendere un cadavere in un cappio troppo largo, solo se si approfitta della rigidità cadaverica per mettere la testa in una posizione fissa, che non permetta più al cappio di scivolare.”. 

Ulrike Meinhof è in prigione in attesa del processo che probabilmente la condannerà al carcere a vita. È membro fondatore della Rote Armee Fraktion (Fazione dell’Armata Rossa), un’organizzazione rivoluzionaria della Germania ovest, attiva dal 1970 al 1998. Incarcerati insieme a lei ci sono altri membri della prima generazione del gruppo: Andreas Baader, Gudrun Ensslin, Jan-Carl Raspe e Irmgard Möller. Anche loro, il 13 ottobre dell’anno successivo “decideranno” di suicidarsi. Baader e Esslin moriranno nelle loro celle, Raspe in ospedale, mentre la Möller non “riuscirà” a togliersi la vita con una serie di coltellate in petto, e avrà quindi la possibilità di raccontare in un libro, di come i suoi tre compagni abbiano subito la stessa sorte di Ulrike.

Il movimento nella Germania ovest è alquanto eterogeno. Molto forti sono le correnti libertarie e situazioniste; rara la militanza in forma organizzata. Tutte le proteste hanno come epicentro la sensazione che la denazificazione nella repubblica federale non sia stata neanche abbozzata. Le strutture e i volti del potere sono gli stessi che operavano sotto il regime hitleriano. È in questo clima che nel gruppo di Baader e Meinhof sorge spontanea la necessità di organizzarsi in una risposta armata al regime di cose presente. Si sceglie come nome Rote Armee Fraktion, per chiarire quel sentimento di appartenenza ad un movimento rivoluzionario più ampio e mondiale. Fin dall’inizio la RAF prende contatti con organizzazioni rivoluzionarie straniere: dalle BR, ai Tupamaros, all’FPLP, cui i militanti tedeschi devono l’addestramento militare in Cisgiordania. L’influenza che queste esperienze internazionali hanno sulla RAF è impressionante. L’organizzazione tedesca comincia a sperimentare sul suo campo di battaglia metodi e strutture saggiati dai movimenti uruguayano e palestinese. Un’organizzazione articolata in cellule di combattimento, simile anche se meno radicale della struttura di Settembre Nero; una teoria della guerriglia urbana mutuata dai teorici del Sud America fanno delle RAF una delle organizzazioni rivoluzionarie europee più longeve del secondo dopo guerra.

Infoaut

Una denuncia a orologeria

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L’8 marzo scorso a Parma si sono presentati in casa di una compagna i carabinieri per “invitarla” in caserma.

In caserma le hanno notificato l’avvio di un’indagine per minacce e diffamazione nei confronti di Francesco Concari, uno degli stupratori di Claudia, e alla fine le hanno fatto gli auguri per la “festa della donna”.

La ragione di questa denuncia sta nella presa di posizione della compagna contro lo stupro di Claudia, compiuto da Francesco Cavalca, Francesco Concari e Valerio Pucci il 12 settembre 2010 nella sede della RAF in via Testi.

La ragione di questa denuncia sta nella solidarietà femminista.
La ragione di questa denuncia sta nella pratica antissessista e antifascista militante, perché l’una è imprescindibile dall’altra.
E l’intento di questa denuncia è colpirle entrambe, perché chi stupra è un fascista a prescindere e quindi è un infame. E lo è ancor più se a stuprare è un sedicente “compagno” – questa denuncia, se ancora ce ne fosse bisogno, lo dimostra ancora una volta!
La complicità e l’omertà che ha coperto l’intera vicenda dello stupro di branco di Parma (vedi “Circa i fatti di Parma nella sede della RAF: come riparare 4 crepe prima che qualcosa si rompa per sempre“), l’isolamento e l’accusa di infamia nei confronti di Claudia e della solidarietà femminista, la strumentalizzazione politica che se ne è fatta – come sempre avviene da parte dei fascisti sul corpo delle donne – e ora quest’ennesima denuncia alla solidarietà femminista, dimostrano ancora una volta che occorre una rivoluzione nella rivoluzione, che solo la lotta rivoluzionaria organizzata delle donne a 360° può sconfiggere l’ideologia fascista e maschilista degli uomini che odiano le donne. Un’ideologia che affonda le sue radici in questo sistema sociale irriformabile.
Solidarietà a Claudia e alla compagna denunciata, senza sé e senza ma
MFPR – AQ

Pisa 5 Maggio 1972 – Franco Serantini picchiato a morte dalla Polizia

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Il 5 maggio del 1972 a Pisa è previsto il comizio elettorale di Giuseppe Niccolai(Movimento Sociale Italiano); Lotta Continua indice una manifestazione antifascista che viene duramente caricata dai reparti della celere.

Tra i manifestanti ci sono anche alcuni anarchici, tra cui Franco Serantini ventenne e membro di un circolo intitolato a Giuseppe Pinelli: alcuni elementi del Secondo e Terzo plotone della Terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma giunti sul Lungarno Gambacorti picchiano violentemente Franco – utilizzando anche il calcio dei fucili – e poi lo arrestano portandolo in una caserma di polizia e, successivamente nel carcere Don Bosco.

Il giorno seguente, nel corso di un interrogatorio, Franco comunica di avvertire un forte malessere – specialmente alla testa – ma i rappresentanti delle istituzioni lì presenti (giudice, polizia penitenziaria, medico) non prendono in considerazione le sue parole.

Alle 9.45 del 7 maggio Franco muore in ospedale, dove viene portato dopo essere stato ritrovato in coma all’interno della sua cella: il pestaggio del lungarno ha fatto il suo corso.

Il numero 17 (dicembre 1972 – gennaio 1973) della Rivista Anarchica – rintracciabile qui: https://www.google.it/amp/s/stragedistato.wordpress.com/2011/10/19/a-rivista-anarchica-n-17-dicembre-1972-gennaio-1973-ammazzato-due-volte-dalla-perizia-medico-legale-appare-evidente-che-lanarchico-serantini-fu-assassinato-non-solo-dalla-bestialita-dei-baschi-neri/amp/ – fornisce una ricostruzione approfondita degli eventi, con particolare attenzione alle condizioni di salute di Franco Serantini: l’esame autoptico rileva “ovunque ecchimosi, contusioni, lesioni interne, emorragie. Alla testa, la più grave, alle gambe, al dorso, alle braccia. Focolai emorragici o ecchimotici localizzati dappertutto, infiltrati di sangue nello spessore dei seni durali, dell’encefalo, del cuore, dei polmoni, della milza”.

A distanza di quarantasei anni la triste vicenda di Franco Serantini ci sembra ancora, purtroppo, rappresentativa tanto della pessima gestione dell’ordine pubblico quanto delle altrettanto pessime condizioni del sistema carcerario. L’indifferenza con cui è stato ignorato e sminuito il suo stato di malessere ci ricorda molto da vicino l’atteggiamento di chi ha lasciato morire Francesco Mastrogiovanni nel 2009, così come quello di chi ha ignorato le richieste di aiuto espresse da Aldo Bianzino nel 2007.

Pietro Nissim ha composto per Franco la canzone Ballata per Franco Serantini (https://youtu.be/bb3eZ2BlYe4): una delle ultime strofe recita “poi tutt’a un tratto han fretta: da morto fai paura; scatta l’operazione ‘rapida-sepoltura’: «É solo un orfano, fallo sparir, nessuno a chiederlo potrà venir»”.

Nel corso di questi anni abbiamo visto molti tentativi di dipingere come figli di nessuno le vittime di apparati istituzionali che non sembrano capaci di praticare quella democrazia che dicono di difendere: proprio per questo ribadiamo l’importanza della solidarietà, delle reti, affinché nessuno sia figlio di nessuno, affinché tutti possano essere figli del mondo intero.

MARIO SCROCCA (1 maggio 1987)

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Il 1 maggio 1987 alle 21.30 viene dichiarata, dai medici del S. Spirito di Roma, la morte di Mario Scrocca. Era stato prelevato il giorno prima da casa, accusato di un pluriomicidio avvenuto quasi dieci anni prima; su sua espressa richiesta durante l’interrogatorio era stato sottoposto a vigilanza a vista. Il ragazzo (27 anni) costretto in isolamento era sorvegliato con la cella aperta. Per un “errore” nel cambio di consegna degli agenti penitenziari, la sorveglianza a vista si trasforma in controllo ogni dieci minuti dallo spioncino. Alle 20 del primo maggio, orario del cambio di guardia, gli agenti trovano il giovane impiccato, non in una cella antisuicidio, ma in una cella anti impiccagione. Riuscì ad impiccarsi per uno scarto di 2 millimetri usufruendo dello spazio del water, incastrando la cima del cappio nella finestra a vasistas, cappio confezionato con la federa del cuscino scucita e legata alle estremità con i lacci delle sue scarpe (che erano stato confiscati insieme alla cintura al momento della carcerazione); lacci che torneranno magicamente sulle scarpe del ragazzo (uno regolarmente allacciato) quando arriverà al S.Spirito.
I primi soccorsi vengono effettuati direttamente a Regina Coeli, sembra, nella stessa cella, poi il detenuto viene portato all’ospedale che dista circa 500 metri dalla casa circondariale, che purtroppo sono contromano, 1.6 km per un tempo stimabile al massimo in 10 minuti. Il trasporto avverrà nel portabagagli di una 128 Fiat familiare, anziché sull’autoambulanza di servizio del carcere. Due agenti di custodia e un maresciallo, senza alcuna presenza del medico che avrebbe dovuto prestare teoricamente il primo soccorso; appare evidente ai sanitari dell’Ospedale che nulla è stato tentato per salvare Mario. Arriverà al S. Spirito alle 21.00 già cadavere. Non sarà permesso ai familiari (avvisati per altro al telefono e senza qualificarsi) di vedere il corpo fino alle 6 del mattino successivo, che non presenta tracce di lesioni se non per l’enorme ematoma sulla spalla destra e sul collo, solcato da larghi e profondi segni, dichiarati dagli stessi sanitari, non prodotti da stoffa.
Tre giorni dopo la morte di Mario, il Tribunale del Riesame revocherà il mandato di cattura.
Dopo la costituzione come parte civile, nel procedimento aperto contro ignoti, della moglie, spariranno tutti i fogli di consegna, di ricovero e requisizione degli oggetti al momento dell’arresto.
A distanza di un anno il procedimento si chiuderà in primo grado senza responsabili se non lo stesso giovane.
L’accaduto è sempre stato volutamente nebuloso fin dall’arresto su dichiarazioni di una pentita che all’epoca dei fatti aveva 14 anni, dichiarazioni non di scienza diretta, ma di natura di relato proveniente da persona non rintracciabile e soprattutto al disconoscimento fotografico di Mario da parte della stessa pentita. Passando per le irregolarità nella carcerazione, nella morte del giovane e nei referti autoptici.
Nessuno ha mai dato risposte se il giovane sia “stato suicidato” o se sia stato istigato al suicidio, reato che all’epoca non esisteva.
La responsabilità “reale” di quel giovane è stata avere un nome troppo comune, una famiglia, un bimbo di due anni, un lavoro stabile, essere uno dei fondatori delle RdB del settore sanitario, amare il suo lavoro, la sua vita e le sue convinzioni politiche.

Caso Bianzino, dieci anni dopo il figlio Rudra chiede di riaprire le indagini. E annuncia:«importantissime analisi e rivelazioni medico legali»

di Ercole Olmi

A dieci anni dai fatti si riapre la battaglia per la verità sulla morte di Aldo Bianzino, «Ok, è arrivato il momento – scrive Rudra Bianzino sul suo profilo social – in queste ore i miei legali stanno lavorando alla RICHIESTA DI RIAPERTURA DEL PROCEDIMENTO PER OMICIDIO volontario A CARICO DI IGNOTI per quanto riguarda la vicenda di Aldo Bianzino, mio padre, morto dopo nemmeno 48 ore di carcere il 14-10-2007».

Rudra annuncia così «importantissime analisi e rivelazioni medico legali, che mettono a dir poco in discussione la verità processuale emersa sino ad oggi riguardo alle cause della morte di mio padre».

Stasera, in un centro sociale romano, il Forte Prenestino, Bianzino spiegherà meglio quali siano le relazioni che, esaminati tutti i fatti, i reperti, e le vicende processuali susseguitesi sino ad ora, hanno persuaso alcuni esperti «ad accettare l’incarico da me proposto volto alla richiesta di riapertura del fascicolo per omicidio ad oggi archiviato in virtù delle evenienze all’epoca acquisite, ma ad oggi superate».

E’ un appello per sostenere una battaglia lunga oltre dieci anni. «Chiedo a tutte le persone che leggeranno queste parole di unirsi alla mia voce, in maniera tale che non sia più solo un urlo perso nel vuoto di un ragazzo rimasto solo, ma un coro composto da tutta la società civile, dove l’interlocutore non potrà che prendere atto della voglia di verità e giustizia di una moltitudine di persone». Rudra, infine, ringrazia i legali Massimo Zaganelli e Cinzia Corbelli, i consulenti medico legali, Luigi Gaetti e Antonio Scalzo, per «la possibilità di proseguire in una battaglia importantissima per me e per tutte quelle persone che pretendono di vivere in uno Stato dove di carcere non si debba più morire».

«Altro ringraziamento al CSOA FORTE PRENESTINO ed a tutti gli organizzatori, gli artisti e le associazioni che parteciperanno oggi, Venerdi 27 Aprile 2018 alla serata benefit per far conoscere il caso di Aldo Bianzino».

«E se ad ucciderti fosse proprio chi dovrebbe difenderti, a chi ti rivolgeresti?», è la domanda che il dibattito nel centro sociale formulerà di nuovo. Rudra, figlio di Aldo, non ha intenzione di fermarsi e va avanti nella legittima richiesta di verità per lui e per chi subisce una qualsiasi forma di abuso da parte dei rappresentanti dello Stato e perché episodi come questo non possano piu ripetersi.
«La seratà – spiegano gli organizzatori – verrà aperta dai racconti, dalle parole e dalle esperienze di chi in Italia per sua scelta o SUO MALGRADO si è trovato faccia a faccia con casi di “ordinaria” barbarie. Chi si fa carnefice attraverso una divisa puo contare su un sistema di garanzia di impunità. Noi ci interrgohiamo sul perchè tutto questo venga permesso! Abbiamo voglia di capire insieme agli altri come questo meccanismo possa essere non solo monitorato, ma definitivamente scardinato; siamo stanchi di questa macabra conta».
Alla discussione con Rudra e gli occupanti del Forte interverranno: Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa; il “nostro” (nel senso di Popoff), Checchino Antonini che fu il primo a scrivere del caso dalle colonne di Liberazione, Gennaro Santoro (Antigone), Rosso Fiorentino (Regista indipendente), Giancarlo Castelli autore di un video su Mario Scrocca, ucciso in un carcere il primo maggio di 31 anni fa.

Aldo Bianzino, l’ebanista pacifico

Aldo Bianzino era un falegname di 44 anni residente a Pietralunga, a una ventina di chilometri da Città di Castello in provincia di Perugia. Il caso è ricostruito in una sezione del sito di Acad. Aveva scelto una vita appartata insieme alla compagna Roberta Radici e a suo figlio Rudra: un appezzamento di terra nel cuore delle colline umbre, una cascina, uno stile di vita alternativo all’insegna del pacifismo e delle filosofie orientali. Questo fa di Aldo il perfetto “attenzionato”, un elemento che non può passare inosservato in una piccola comunità collinare, ma che era e rimane una persona ben vista da tutti. Un hippie con la barba lunga, una decina di piante di marijuana coltivate nell’orto di casa e con un modesto lavoro di falegname, facilmente può essere etichettato come diverso. Per quelle piantine di canapa, la notte del 12 ottobre Aldo e Roberta vengono arrestati con l’accusa di possesso e spaccio di sostanze stupefacenti. Suo figlio Rudra, di appena quattordici anni e la nonna di novanta vengono lasciati completamente soli e lontani da tutto per due giorni. Vengono condotti al carcere di Capanne e separati in diversi reparti. Dall’ingresso in carcere Roberta non vedrà più Aldo se non dopo la sua morte. La mattina seguente alle ore 8.15 Aldo viene trovato morto nella sua cella. Ad annunciarlo alla moglie ancora detenuta nella sezione femminile , è un dipendente del carcere che ambiguamente esordisce con questa domanda: «Signora che lei sappia suo marito soffriva di svenimenti?». Sarà Roberta a descrivere il tono incalzante di quel surreale dialogo, che avveniva mentre Aldo era già steso sul tavolo dell’obitorio. «Signora suo marito soffre di cuore? Ha mai avuto problemi al cuore? E’ mai svenuto?», queste le domande che il dipendente dell’amministrazione penitenziaria rivolge alla compagna di Aldo. Roberta viene scarcerata verso mezzogiorno. Nei corridoi incontra quel funzionario accompagnato da un’altra persona e si precipita a chiedere quando avrebbe potuto vedere Aldo. L’uomo testualmente le risponde: «Signora, martedì dopo l’autopsia». Roberta muore un anno dopo di tumore, dopo aver dedicato gli ultimi mesi della sua vita alla ricerca della verità, convinta fin da subito che Aldo abbia subito violenze. Sarà il medico legale nominato da Gioia Toniolo, ex moglie di Aldo, il primo a parlare chiaramente di pestaggio “particolare”, effettuato con tecniche militari atte a non lasciare segni esterni ma a distruggere gli organi interni. Il fegato di Aldo presentava una profonda lacerazione. A curare le indagini è lo stesso Pm che ha ordinato l’arresto di Aldo che al primo incontro con la signora Toniolo esordì dicendo: «Signora lei non si deve preoccupare, svolgeremo indagini a 360 gradi, ma non è detto che troveremo il colpevole», dettaglio inquietante visto che il carcere è una struttura circoscritta sotto il pieno controllo delle istituzioni. Per ben tre volte il Pm Giuseppe Pietrazzini chiederà di archiviare il procedimento a carico di ignoti e ci riuscirà concludendo che Bianzino è morto per cause naturali in seguito alla rottura di un aneurisma cerebrale. Una prima fase delle indagini tecniche, basata sulle consulenze del Pm, evidenziava una causa di morte violenta. Ulteriori approfondimenti sulle videoriprese del carcere e su altri dati ricondurranno nuovamente il decesso a cause naturali determinando la definitiva archiviazione.

Mario Scrocca, l’uomo che lottava per i marciapiedi

Il 1 maggio 1987 alle 21.30 viene dichiarata, dai medici del S. Spirito di Roma, la morte di Mario Scrocca. Era stato prelevato il giorno prima da casa, accusato di un pluriomicidio avvenuto quasi dieci anni prima; su sua espressa richiesta durante l’interrogatorio era stato sottoposto a vigilanza a vista. Il ragazzo (27 anni) costretto in isolamento era sorvegliato con la cella aperta. Per un “errore” nel cambio di consegna degli agenti penitenziari, la sorveglianza a vista si trasforma in controllo ogni dieci minuti dallo spioncino. Alle 20 del primo maggio, orario del cambio di guardia, gli agenti trovano il giovane impiccato, non in una cella antisuicidio, ma in una cella anti impiccagione. Riuscì ad impiccarsi per uno scarto di 2 millimetri usufruendo dello spazio del water, incastrando la cima del cappio nella finestra a vasistas, cappio confezionato con la federa del cuscino scucita e legata alle estremità con i lacci delle sue scarpe (che erano stato confiscati insieme alla cintura al momento della carcerazione); lacci che torneranno magicamente sulle scarpe del ragazzo (uno regolarmente allacciato) quando arriverà al S.Spirito.
I primi soccorsi vengono effettuati direttamente a Regina Coeli, sembra, nella stessa cella, poi il detenuto viene portato all’ospedale che dista circa 500 metri dalla casa circondariale, che purtroppo sono contromano, 1.6 km per un tempo stimabile al massimo in 10 minuti. Il trasporto avverrà nel portabagagli di una 128 Fiat familiare, anziché sull’autoambulanza di servizio del carcere. Due agenti di custodia e un maresciallo, senza alcuna presenza del medico che avrebbe dovuto prestare teoricamente il primo soccorso; appare evidente ai sanitari dell’Ospedale che nulla è stato tentato per salvare Mario. Arriverà al S. Spirito alle 21.00 già cadavere. Non sarà permesso ai familiari (avvisati per altro al telefono e senza qualificarsi) di vedere il corpo fino alle 6 del mattino successivo, che non presenta tracce di lesioni se non per l’enorme ematoma sulla spalla destra e sul collo, solcato da larghi e profondi segni, dichiarati dagli stessi sanitari, non prodotti da stoffa.
Tre giorni dopo la morte di Mario, il Tribunale del Riesame revocherà il mandato di cattura.
Dopo la costituzione come parte civile, nel procedimento aperto contro ignoti, della moglie, spariranno tutti i fogli di consegna, di ricovero e requisizione degli oggetti al momento dell’arresto.
A distanza di un anno il procedimento si chiuderà in primo grado senza responsabili se non lo stesso giovane.
L’accaduto è sempre stato volutamente nebuloso fin dall’arresto su dichiarazioni di una pentita che all’epoca dei fatti aveva 14 anni, dichiarazioni non di scienza diretta, ma di natura di relato proveniente da persona non rintracciabile e soprattutto al disconoscimento fotografico di Mario da parte della stessa pentita. Passando per le irregolarità nella carcerazione, nella morte del giovane e nei referti autoptici.
Nessuno ha mai dato risposte se il giovane sia “stato suicidato” o se sia stato istigato al suicidio, reato che all’epoca non esisteva.
La responsabilità “reale” di quel giovane è stata avere un nome troppo comune, una famiglia, un bimbo di due anni, un lavoro stabile, essere uno dei fondatori delle RdB del settore sanitario, amare il suo lavoro, la sua vita e le sue convinzioni politiche.

26 aprile 1966: Lo studente socialista Paolo Rossi viene ucciso durante un attacco fascista all’università di Roma.

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Come testimoniano le persone presenti e molte foto, sono numerosi gli studenti che vengono picchiati selvaggiamente dai fascisti con il tacita accondiscendenza della Polizia di Stato. Fra gli aggressori che uccidono Paolo si ricordano, oltre a Delle Chiaie anche Serafino Di Luia, Flavio Campo, Saverio Ghiacci, Adriano Mulas-Palomba, Alberto Questa, Loris Facchinetti e Mario Merlino.

La Questura e la stampa di quei giorni parlano di “rissa fra studenti” e che Paolo si sia sentito male in seguito ad un “attacco epilettico”, che lo avrebbe poi fatto cadere dalle scale.

Il rettore Ugo Papi, un ex-fascista, giustifica e difende i fascisti negando l’aggressione, e quando poi sarà obbligato a dimettersi dal Ministro dell’Educazione si giustificherà dicendo: “la mia unica colpa è stata quella di combattere sempre i professori di sinistra”.

In seguito alla morte di Paolo, le organizzazioni studentesche organizzano numerosi cortei e il 28 aprile vengono occupate numerose facoltà per denuciare la colpevolezza dei fascisti nella morte del loro compagno e per far capire che non sono più disposti a tollerare gli attacchi squadristi.

Nei giorni seguenti si susseguono ancora aggressioni fasciste ai danni di altri studenti che vengono feriti in modo grave, e viene infine condotto dai fascisti un altro massiccio assalto all’Università di Roma. A questo attacco gli studenti antifascisti rispondono con fermezza, cacciando i missini e provocando duri scontri con le forze dell’ordine.

L’omicidio di Paolo Rossi è uno spartiacque dell’antifascismo italiano della seconda metà del ‘900. Segna infatti la svolta per il movimento che sta irrompendo nella società borghese e perbenista di quegl’anni, dandogli la forza e il coraggio di rispondere in modo militante, di massa e organizzato al neo-fascismo e ai suoi continui agguati.

I responsabili dell’aggressione non saranno mai puniti dalla magistratura, che oltre ad insabbiare le indagini con l’aiuto prezioso della Polizia, non farà alcuno sforzo per punire i colpevoli dell’omicidio.

Questo atteggiamento istituzionale sarà d’aiuto al movimento per capire che la risposta alle aggressioni fasciste non sarebbe più dovuta essere la delega allo Stato, ma appannagio esclusivo del proletariato.

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Questo paese ha un problema con gli antifascisti nel giorno della Liberazione : cosa abbiamo visto a Firenze

A Firenze il sole picchia come se già fosse estate. Tanti ne approfittano e fanno la prima scappata fuori città, tanti altri sudano, lavorano dietro le friggitrici o servendo ai tavoli dei bar aperti per i turisti, nonostante la festività, nonostante sia oggi 25 aprile: festa della Liberazione dal nazifascismo. Altri ancora, non troppi, ma neanche pochi ci credono all’importanza della ricorrenza.

Affrontano la calura, rinunciano alla vacanza, prendono – quelli che possono – il giorno libero a lavoro. Sono giovani e giovanissimi. Quelli che le grandi narrazioni vorrebbero prede del nichilismo, dell’antipolitica, del disinteresse. Scelgono di sudare e vogliono partecipare al loro 25 aprile: sentono di resistere.
Piazza Santa Croce ospita la commemorazione istituionale. L’antifascismo è anche uno di quei miti fondativi della Repubblica che le istituzioni hanno l’obbligo di celebrare. Un rito stanco, che si ripete a Firenze come in tante altre città del paese, celebrato da dei profanatori avvinghiati alle istituzioni ma ben lontani dallo spirito della resistenza che le ha fatte nascere, forse tradendosi, forse no. “Non lo so, questo appartiene alla Storia ma è certo che Nardella è un’ipocrita” dice un giovane con un fazzoletto rosso al collo che si avvia di primo mattino verso piazza Santa Croce. “Le istituzioni che si apprestano a celebrare anche quest’anno la giornata della liberazione dal fascismo sono le stesse dei campi di concentramento in Libia e del razzismo istituzionale. Il Sindaco che parlerà ha equiparato il valore della vita di Idy Diene, ucciso qui in questa città perché senegalese neanche due mesi fa, a quello di una fioriera di via Calzaiuoli. È un insulto. È da questa classe politica che oggi dobbiamo liberarci. Non lasciamo che siano loro a parlarci di liberazione”.

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C’è insomma una sinistra consonanza tra il fascismo che fu e questa classe politica che per proteggere se stessa attacca le libertà collettive e individuali, ignora il rispetto per la vita umana e per chi suda, aggredisce ogni forma di dissenso. I parallelismi storici non calzano mai e risultano retorici, ma proviamo lo stesso a chiedere:
“Settant’anni fa Nardella cosa avrebbe fatto? Da che parte l’avremmo trovato?”
“E’ un pavido, probabilmente si sarebbe nascosto per sottrarsi alle proprie responsabilità, avrebbe guardato per aria per non dispiacere le autorità del regime al tracollo ma ancora in sella e sarebbe poi salito senza macchie particolari sul carro dei vincitori che scendevano dalle montagne armi alla mano. Il problema è che ora un Nardella governa Firenze e quelli come lui sono al parlamento. No, i partigiani non si meritano Nardella, non si meritano il partito democratico e queste istituzioni”.

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Assieme a questo giovane col fazzoletto rosso al collo ne troviamo altre decine e decine. Alcuni vanno ancora alle scuole superiori. Una settimana fa partecipavano a un corteo di contestazione alla truffa dell’alternanza scuola lavoro. In un centinaio avevano raggiunto la sede di confcommercio per chiedere che i soldi che le aziende percepiscono dai progetti di alternanza senza offrire alcuna formazione venissero redistribuiti alle scuole e agli studenti che faticano a mantenersi… a proposito di reddito di cittadinanza. Davanti al portone di Confcommercio “è stato uno dei miei primi cortei. Immaginate di camminare per strada e vedete degli uomini corpulenti, spesso avanti con l’età, vestiti come chiunque altro – insomma, quasi come chiunque altro, quelle scarpe in effetti le mettono solo loro – venirvi addosso e prendervi a cazzotti. Ma cazzotti, veri, sodi. Realizzi che si tratta di un poliziotto perché dopo senti pure le sirene della carica, ma quelli in divisa vengono dopo. E perché? Perché eravamo lì a dire che a scuola non si studia e che i soldi che dovrebbero andare a noi finiscono nelle tasche delle aziende. Il letame? Sì è vero abbiamo lasciato un po’ di merda davanti al mc Donald che è il principale beneficiario del contratto con il ministero per il progetto di alternanza. Ma mi sembra il minimo restituirgliene un po’ dopo tutta quella che ci fanno ingoiare”.

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La polizia è ovviamente parte del problema. Lavora perché nulla cambi se dall’alto si decide che nulla cambi, e questo non succede perché fondamentalmente queste istituzioni conservano se stesse: “straparlano di democrazia ma la usano non con le persone ma contro le persone. È dalle istituzioni “democratiche” che viene garantito spazio e legittimità ai fascisti, anche solo per il calcolo del proprio tornaconto politico: è stato questo il tentativo vigliacco di un’intera classe politica di scaricare sui migranti le responsabilità dei propri disastri, di anni di governo spesi per rafforzare i privilegi dei ricchi programmando l’impoverimento della maggioranza di questo paese. Quando parlano gli esponenti delle istituzioni democratiche lo fanno sempre dietro gli scudi della polizia ma sono pur sempre dei “democratici” e quindi degli intoccabili”. È la tutela di questo privilegio confuso con la legittimità istituzionale che scatena le questure contro qualsiasi forma di dissenso dietro la copertura della politica e a copertura della politica. Interi uffici di funzionari di polizia lavorano incessantemente per schedare gli “antifascisti” di questo paese, altrimenti detti, “antagonisti”, oppure “violenti”. Parole da giornalisti che si fanno spazio nel vocabolario per distinguere ciò che è ufficialmente accettato e quello che non lo è. Parole, ma la sostanza dei fatti è che in questo paese c’è una sistematica persecuzione del dissenso politico.

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I ministri approntano pacchetti sicurezza, Minniti rispolvera i fogli di via contro chi si organizza per lottare. Misure medievali? No inventate durante il ventennio, mai cancellate a tutt’ora a disposizione dei nuovi uomini forti al comando. Alla vigilia del 25 aprile tre fogli di via sono stati comminati dalla questura di Modena a tre antifascisti che pochi mesi fa avevano contestato una parata nazista subendo dure cariche da parte della polizia. Una provocazione, verrebbe da dire, ma è quasi la regola. Dopo l’attentato di Macerata a febbraio un’ondata di manifestazioni antifasciste ha investito in tutto il paese ogni momento pubblico di propaganda da parte delle formazioni neofasciste. Una necessaria opposizione in una campagna elettorale che si ha quasi sempre dovuto sfidare la passività delle forze democratiche e del loro gioco finto volteriano che con la nenia del “non sono d’accordo con quello che dici ma darei la mia vita per farti esprimere la tua opinione” hanno di fatto accordato piena agibilità a ogni razzista e a vecchi e nuovi nostalgici del ventennio. Un giovane antifascista, Giorgio, un cuoco, è da più di due mesi recluso nel carcere di Piacenza per essersi opposto assieme a migliaia di persone all’apertura di una sede di Casa Pound. Un suo compagno, Lorenzo, porta pizze a Bologna, è stato scarcerato solo ieri e messo agli arresti domiciliari mentre Moustafa, operaio della logistica, si trova nella stessa condizione. A Torino, sempre per un corteo di opposizione a Casa Pound, un altro ragazzo, Nicolò, si trova al carcere delle Vallette. L’arresto è arrivato dopo un’ondata di perquisizioni all’alba nelle case di giovani militanti. A Valeria, una studentessa torinese, sono stati sequestrati migliaia di adesivi “qui abita un antifascista”, uno sticker in risposta alla provocazione squadrista che a Pavia ha visto segnalate dai fascisti locali le abitazioni di diversi militanti antifascisti. Giovani colpevoli di rivendicare di essere antifascisti… con degli adesivi…

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Gli oltre cinquanta ragazzi e ragazze che si muovono verso piazza Santa Croce pensano che tutto questo non sia normale e non esprima alcuna forma di giustizia. Sono gli antifascisti oggi: giovani, lavoratori, , decisi a contare di più. All’imbocco della piazza trovano uno schieramento di polizia. Neanche la vedono la piazza. “Via da qui, vi spezziamo le ossa” urla il dirigente di polizia fiorentina Lucio Pifferi, un habitué delle piazze, in servizio durante il G8 di Genova, presente alla Diaz come dirigente della digos di Padova. Un gruppo di agenti in borghese attacca gli antifascisti che si avvicinano alla piazza strappandoli ai propri compagni. Uno viene gettato in terra con una presa al collo. Subito quattro fermi. Un operaio, un edicolante, una receptionist, un artigiano dottorando universitario. Parte la carica. Gli altri cinquanta vengono respinti indietro. Agli antifascisti viene impedito di parlare nel giorno che commemora la Liberazione.

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In piazza nel frattempo arriva anche Renzi. Ospite a sorpresa. Pubblica sui social network una foto dalla piazza, per metà vuota. Formula il suo pensierino: “niente polemiche, festa della libertà, della liberazione…” una confusione disarmante. “Non ce ne siamo ancora liberati, anche per questo siamo qui”, dice qualcuno tra gli antifascisti che dopo qualche minuto ripartono in corteo. Diventano più di cento. Altri arrivano, erano rimasti chiusi dall’altro lato della via, erano andati direttamente in piazza Santa Croce e non si erano potuti unire ai propri compagni. In Borgo Albizi, mentre le cerimonie ufficiali si spostavano in piazza Signoria, il corteino viene imbottigliato dalla polizia e fermato per almeno un’ora e mezzo: cordoni dietro e davanti. La polizia tiene in ostaggio i manifestanti: “Volete che non ci muoviamo, state tranquilli, siamo ben fermi nelle nostre idee e sono quelle che ci confermano che oggi c’è ancora bisogno di resistenza, per liberarci di quelli come voi”. Il corteo riparte e sfila per il centro. Tanti pugni chiusi accompagnano i cori degli antifascisti. Uno spunta da una finestra aperta di una cucina. Un cuoco di una trentina d’anni festeggia il suo 25 aprile dietro ai fornelli. A lavoro.

Più tardi sotto la questura di Firenze una nuova carica sugli antifascisti che avevano raggiunto gli uffici per chiedere il rilascio dei fermi, poi tramutati in arresto con processo fissato domattina per direttissima con l’accusa di resistenza, lesioni e oltraggio. “Volevamo prendere parola perché siamo quelli che più hanno bisogno di una nuova liberazione da questi nuovi fascisti: autoritari, protetti dalla polizia, usurpatori di una memoria partigiana. Il nostro 25 aprile non finisce oggi”. Domani alle 9.30 un appuntamento di sostegno agli arrestati si ritroverà sotto il tribunale di Firenze.

 

Vogliamo la libertà per Luca, Aida, Simone, Franco e tutti e tutte gli antifascisti e le antifasciste in arresto.

25 Aprile. Non c’è memoria senza pratica partigiana.

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Quale paese arriva alla ricorrenza del 25 Aprile? L’attentato di Macerata e l’omicidio di razzista di Firenze hanno segnato i tempi più recenti. Altrettanto hanno fatto le decine di piazze di scontro che nel febbraio hanno riportato l’antifascismo al proprio posto: nelle piazze conflittuali e meticce che non hanno avuto paura di indicare e attaccare i responsabili delle barbarie prodotte da una guerra tra poveri fomentata – con linguaggi e forme differenti – dall’intero sistema dei partiti. Da Salvini fino a Renzi.

25 Aprile. Non c’è memoria senza pratica partigiana.

Il tentativo pre-elettorale del Partito Democratico di intestarsi l’antifascismo non ha potuto fare altro che disintegrarsi di fronte all’emersione di questa realtà: esiste una composizione di classe di generazioni e colori della pelle differenti che nei fascisti e nei loro discorsi vede l’espressione più nitida di un presente già profondamente ostile, e non certo la sua messa in discussione. E allora il contrario di fascismo non è difesa delle istituzioni, ma contrapposizione, rifiuto, conflitto. Anche contro queste stesse istituzioni.

Lo sanno bene Dibi, Brescia, Moustafa e Nicolò, ancora in carcere o ai domiciliari da questo febbraio di scontro antifascista. Lo sanno bene i migranti, come quelli protagonisti della rivolta di Firenze, a cui è evidente la similitudine e la complementarietà dei fascisti che in questi giorni sono andati ad alzare recinzioni sui passi delle Alpi con le istituzioni dei decreti Minniti e dei campi in Libia. Soprattutto dal momento in cui tutto ciò si svolge sullo sfondo di un ordinamento sociale in cui la linea del colore va a definire una doppia condizione proletaria di sfruttamento e discriminazione.

Condizioni di vita proletarie e il loro rifiuto. E’ a questo terreno che dobbiamo ancorare un nuovo discorso e una nuova proposta antifascista. E’ questo l’unico modo per ancorarla alla nostra attualità. Non ci deve interessare un antifascismo come terreno separato dai conflitti, un’identità imbalsamata ed immobile sganciata dalle lotte e dalla classe. Da queste storture negli anni abbiamo visto nascere al massimo autorappresentazioni super-radicali sempre pronte a dimostrarsi per quello che sono: alla prova dei fatti neutralizzate ed inoffensive, sempre fuori ritmo nell’emergere quando serve e nel modo in cui serve, a volte perfino ambigue nell’indicare una traiettoria antagonista. Ci serve altro.

La memoria per noi non è il terreno della conciliazione, ma un altro terreno di contesa e di scontro. Questo 25 Aprile le istituzioni di oggi celebrando la propria nascita celebreranno se stesse. Ma cosa può voler dire per noi, invece, la ricorrenza dell’insurrezione popolare di settantatrè anni fa? Da questa angolatura possiamo guardare alla ricostruzione di una nostra memoria e di una nostra storia, di parte. Che sappia parlare di oggi, che azzardi l’irruzione nella scena di chi oggi sente tutti i giorni sulla propria pelle la necessità di una nuova liberazione dal razzismo e dallo sfruttamento. La sfida che abbiamo davanti è quella di sintonizzare l’intolleranza verso chi fomenta la guerra tra poveri con la volontà diffusa di far pagare un prezzo a chi, dai piano alti, occupa posizioni di potere e di privilegio. I palchi delle celebrazioni istituzionali chiamano alla contestazione.

Un lavoro pluridecennale di neutralizzazione della memoria ha trasformato i partigiani di quegli anni di resistenza antifascista in icone sacre ma distanti, irripetibili, di fatto neutralizzate. E invece oggi come ieri, dietro le biografie dei partigiani c’è la semplicità di storie comuni di giovani proletari – quelli che oggi troveremmo a lavorare nei ristoranti, nei magazzini e nei mille luoghi della precarietà lavorativa e di vita– che si mischia alla straordinarietà della scelta di prendere la propria parte per far cambiare rotta alla storia. Oggi come ieri, si tratta di sfidare chi comanda e mettersi in gioco per un progetto radicale di trasformazione.

“Ho perso un occhio durante uno sgombero della polizia”. La storia di Mustafà

Il 21 marzo 2018 è stato sgomberato uno stabile in via di Vannina, a Roma, occupato da migranti e rifugiati che vivevano in condizioni precarie: la storia di Mustafà

“In Libia è stato terribile, ma è in Italia che ho perso un occhio. E non me lo sarei mai aspettato”. Mustafà è un giovane rifugiato del Gambia. Il 12 giugno 2017 si trova a via di Vannina 78, dietro la stazione Tiburtina, a Roma, in un edificio occupato da migranti provenienti da Congo, Gambia, Ghana, Guinea Conakry, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo.

Qualche giorno prima, l’8 giugno, una violenta operazione di sgombero ha riguardato a via di Vannina sia il civico 74 sia il 78, a quei tempi occupati da circa 500 persone che vivono in condizioni estremamente precarie.

Dopo questo primo sgombero, il capannone al civico 74 rientra in possesso dei proprietari, e le circa duecento persone che vivono al suo interno si spostano al civico 78.

Quattro giorni dopo, il 12 giugno, la polizia interviene per procedere a un nuovo sgombero dell’edificio.

Secondo l’associazione Alterego – Fabbrica dei diritti, che forniva assistenza legale ai migranti a via di Vannina, entrambi gli sgomberi sono effettuati senza alcun preavviso e senza la presenza della Sala Operativa Sociale (S.O.S.) del comune di Roma, nonostante l’ente abbia sostenuto il contrario.

“Nessuna presa in carico è stata fatta delle persone sgomberate”, conferma a TPI Federica Borlizzi di Alterego, “nonostante tra queste vi fossero anche nuclei familiari con minori di uno o due anni, giovani donne, anziani e malati”.

Lo sgombero di via di Vannina 78, pur non avendo la risonanza di quello avvenuto a via Curtatone ad agosto 2017, è caratterizzato da momenti di violenza.

La storia di Mustafà

Prima di arrivare a Roma, Mustafà ha vissuto in Libia e ha attraversato il Mediterraneo.

Una volta uscito dal circuito dell’accoglienza in Sicilia, ha sperimentato lo sfruttamento nei campi di Rosarno, in Calabria. Su quel periodo non spende molte parole “è stata una parte troppo difficile”, dice. “I miei amici che sono ancora a Rosarno vivono molto male”.

“In Libia non stavo bene, non ero tranquillo”, racconta Mustafà. “Ogni giorno potevano venire a prenderti: quella non era polizia, erano criminali. Lì pensavamo che l’Italia fosse un paese libero, dove c’era umanità. Ma se c’è umanità a via Vannina non esiste”.

Dopo essere arrivato dalla Calabria a Roma, Mustafà dorme per due notti alla stazione Tiburtina, prima che un connazionale gli parli di via Vannina. Se non vuole continuare a dormire per strada, non ha scelta: così si stabilisce anche lui in quel capannone occupato e inizia a lavorare distribuendo volantini.

Nel frattempo, si rende conto che la vita in Italia non è come pensava.

“Davanti alle altre persone noi non siamo esseri umani. Siamo vivi, stiamo in piedi, ma non siamo altre persone”, dice Mustafà, “Eppure noi siamo innocenti”.

Quel 12 giugno, quando arriva la polizia, Mustafà capisce che non è uno sgombero normale. “I poliziotti erano armati, perché pensavano che noi avessimo le armi, invece noi non avevamo niente”.

All’arrivo della polizia, i migranti, alcuni dei quali sono anche piccoli spacciatori, si danno alla fuga. Un amico di Mustafà, che salta da un piano, si fa male a una mano.

I poliziotti, secondo il racconto di Mustafà, intervengono picchiando alcuni di loro. “Perché lo fate?”, chiede lui, che riesce a farsi capire in italiano. “Stiamo controllando”, si sente rispondere. “Ma non si controlla così”, dice lui.

Poiché Mustafà parla diverse lingue, comincia a dire agli altri migranti di non scappare, di tornare, perché i poliziotti stanno solo controllando.

Proprio in quel momento, mentre sta facendo questa traduzione, un poliziotto lo colpisce con il manganello sul volto e Mustafà cade a terra.

“In quel momento, davvero, ho avuto troppo male”, racconta. “Mentre ero a terra mi hanno colpito di nuovo, io mi sono alzato e in quel momento avrei potuto fare un casino, e farmi ammazzare. Avrei voluto morire”.

Nonostante Mustafà dica ai poliziotti che si sente male, che gli gira la testa e che ha bisogno di andare in ospedale, viene prima condotto in questura e trattenuto per un’ora.

Una volta arrivato in ospedale, gli dicono che per il suo occhio destro non c’è nulla da fare, ha perso la vista.

L’organizzazione internazionale Medici senza Frontiere, intervenuta a via di Vannina a luglio 2017, riscontra sette casi con esiti da trauma, tutti collegati allo sgombero. Quattro persone hanno fatto ricorso alle cure nei presidi ospedalieri con vari tipi di ferite, quello di Mustafà è il caso più grave.

Lo sgombero del 21 marzo

Dopo questi fatti, via di Vannina torna ad essere occupata fino al 21 marzo 2018, quando, a nove mesi di distanza, c’è un nuovo sgombero.

Anche stavolta, come riferiscono le associazioni Alterego e A Buon Diritto, i cui operatori giungono sul posto circa un’ora dopo l’inizio dello sgombero, l’operazione avviene senza la presenza della Sala Operativa Sociale (S.O.S.) e senza alcuna possibile alternativa di dimora per le persone sgomberate.

“Lo sgombero del 21 marzo è stato compiuto in violazione della normativa vigente”, sostiene Federica Borlizzi. “Dopo lo sgombero di via Curtatone di agosto 2017, il ministero dell’Interno ha emanato una circolare datata primo settembre in cui si forniscono indicazioni ai prefetti sulle modalità in cui gli sgomberi di occupazioni abitative devono avvenire”.

“In questa circolare si stabilisce che nel pianificare gli interventi di sgombero e nel bilanciamento degli interessi contrapposti, l’autorità deve privilegiare l’interesse dei soggetti portatori di fragilità”, prosegue. “Inoltre questa circolare definisce imprescindibile il coinvolgimento da parte del Prefetto degli enti locali e delle regioni, ma anche delle associazioni attive nel sociale, in una fase preventiva, per prendere informazioni sulle condizioni delle strutture da sgomberare. A nostro avviso tutte queste norme sono state disattese”.

Sabato 21 aprile 2018, esattamente un mese dopo l’ultimo sgombero, le associazioni di assistenza ai migranti che operavano a via di Vannina si sono ritrovate a Casetta Rossa, Garbatella, per fare il punto della situazione e per presentare il rapporto Uscire dal ghetto, sulle attività legali, sanitarie e di orientamento lavorativo svolte a via di Vannina 78.

Oltre alle associazioni Alterego e A Buon Diritto, che si sono occupate dell’assistenza legale, al rapporto hanno lavorato anche Medu (Medici per i diritti umani) per l’assistenza sanitaria, la cooperativa sociale BeFree contro la tratta, e Women’s international league for peace and freedom (WILPF), la lega internazionale delle donne per la pace e per la libertà, che si è occupata di offrire assistenza al lavoro.

“Ci troviamo di fronte a una politica deliberata di creazione di ghetti in cui vivono queste persone”, sostiene Valentina Calderone di A Buon Diritto. “In riferimento allo sgombero del 21 marzo, la Prefettura ci ha fatto sapere in modo informale che per loro non si è trattato di uno sgombero, ma di una operazione di identificazione, e che le persone si sono allontanate volontariamente. Abbiamo chiesto l’accesso agli atti per capirne di più”.

L’ex fabbrica di penicillina

L’assenza di alternative abitative dopo l’ultimo sgombero ha comportato che la maggior parte delle circa cento persone rimaste a via di Vannina si siano spostate in un altro ghetto della zona: l’enorme ex fabbrica di penicillinaa via Tiburtina 1040, dove già vivono circa cinquecento persone secondo il rapporto “Fuori Campo” di Medici Senza Frontiere.

L’ex fabbrica presenta delle condizioni igienico-sanitarie molto difficili, a causa della presenza di amianto, residui chimici e rifiuti speciali abbandonati. A questo si aggiungono i frequenti roghi all’interno dello stabile.

Data la difficile e pericolosa situazione che si è venuta a creare nell’ex fabbrica, le associazioni chiedono di essere sentite prima possibile dal Comitato dell’Area Metropolitana di Roma Capitale, per presentare la propria relazione, e di essere informate dei lavori svolti dalla Cabina di regia presso il ministero degli Interni per capire se è possibile trovare una soluzione alloggiativa per le persone attualmente presenti nell’ex fabbrica.

“Siamo davanti a delle favelas, dove le persone non hanno scelto di vivere, ma si sono trovate costrette a vivere per una serie di fattori”, dice Federica Borlizzi. “Come associazioni noi abbiamo provato a denunciare da tempo e a interfacciarci con le istituzioni, ma non è stato predisposto di fatto alcun intervento sociale. Abbiamo visto solo una risposta repressiva, con l’ultimo e definitivo sgombero del 21 marzo”.

La situazione dell’ex fabbrica, sebbene particolarmente grave per le condizioni igienico sanitarie, non è l’unico insediamento informale a Roma da parte di migranti.

L’organizzazione Medici Senza Frontiere ha una clinica mobile che agisce in cinque di questi insediamenti, ma ha mappato 19 insediamenti per un totale di circa 3mila persone.

Il problema della residenza

Uno dei problemi principali per le centinaia di migranti regolari, cioè dotati di permesso di soggiorno, che vivono nei ghetti come quello di via di Vannina e quello dell’ex fabbrica, è la questione della residenza.

Avere un indirizzo di residenza è infatti fondamentale per accedere a servizi come l’iscrizione al Sistema sanitario nazionale o presso i Centri per l’impiego.

Un cittadino extracomunitario può chiedere l’iscrizione anagrafica in un comune, e quindi avere la residenza in quel comune, se ha un permesso di soggiorno in corso di validità.

Nel caso in cui si tratti di una persona senza fissa dimora, viene assegnato un indirizzo virtuale, che a Roma è quello di “via Modesta Valenti”. Il nome utilizzato appartiene a una donna senza fissa dimora che morì nella Capitale nel 1983, dopo che si era sentita male e che gli operatori di un’ambulanza accorsa sul posto avevano deciso di non prestarle soccorso.

Fino a marzo 2017 la procedura di iscrizione a via Modesta Valenti era svolta da cinque associazioni che operavano nel sociale, ma con la delibera 31 del 2017, la giunta Capitolina ha deciso di affidare questo compito ai singoli municipi.

La procedura introdotta dalla delibera, tuttavia, si dimostra complessa e richiede un periodo di tempo tra i tre e i cinque mesi.

Questo è particolarmente grave nel caso dei migranti, perché la Questura di Roma – Ufficio Immigrazione, per rinnovare il permesso di soggiorno richiede un indirizzo di residenza.

In questo modo si viene a creare un circolo vizioso per cui prima che si ottenga l’indirizzo di residenza scade il permesso di soggiorno, che non può essere rinnovato, appunto, se non si fornisce la residenza.

Questo problema ha rappresentato il principale ostacolo per le associazioni impegnate a via di Vannina, come conferma anche Marie Aude Tavoso, responsabile di Medu, che si occupa di prestare assistenza sanitaria ai migranti.

“La residenza ha iniziato ad essere richiesta spesso anche per servizi che dovrebbero essere aperti a tutti”, sottolinea Giuseppe De Mola, ricercatore e operatore umanitario di MSF Italia. “Tra questi ci sono i consultori e i SERT (Servizi per le Tossicodipendenze). Non bisogna dimenticare infatti che la dipendenza da alcol e sostanze rappresenta una problematica a cui vanno spesso incontro persone senza fissa dimora, a prescinedere dalla loro provenienza”.

 

da tpi.it