Ferimento di Luca Fanesi. Quel poliziotto che si alza. E poi si allontana con gli altri (Foto e Video)

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Fotogramma per fotogramma. Emergono alcuni particolari su cui fare chiarezza. Mentre alcuni tifosi si sono accorti di quanto avvenuto e corrono per l’immediato soccorso, alcuni celerini pur prossimi a Luca Fanesi – secondo la loro versione feritosi da solo sbattendo su un cancello – se ne disinteressano nei secondi successivi al fatto e anzi confabulano e se ne distanziano. Foto e video da Riviera Oggi

Luca Fanesi è lì da un mese esatto. Ricoverato all’ospedale San Bortolo di Vicenza dopo gli incidenti seguiti alla partita Vicenza-Samb del 5 novembre. Lì in viale Trissino la sagoma scura di Luca Fanesi, con le braccia alzate, scompare dietro ad una camionetta della Celere di Padova, accorsa per dividere le due tifoserie.

Di seguito presentiamo una galleria di fotogrammi ricavati dal video più dettagliato su quanto accaduto. Video che non è risolutivo perché appunto Luca Fanesi scompare dietro la camionetta e non vi è certezza dei fatti. Di questo si occuperà l’indagine. Ma la nostra attenta osservazione fotogramma per fotogramma ci porta ad approfondire alcuni particolari.

FOTOGRAMMA 1 

Il campo largo ci aiuta a descrivere la scena dove avviene il fatto. Luca Fanesi sta per alzare le braccia ed è indicato dalla freccia rossa. Sulla destra, davanti alla camionetta, si riconoscono cinque caschi di celerini. Altri tifosi stanno indietreggiando e altri ancora sono in fondo al marciapiede (forse quattro). La luce rossa che si vede dietro gli alberi è quella di un fumogeno, forse lanciato dai tifosi vicentini in precedenza. Sulla sinistra, si vede uno dei pulmini dove erano i tifosi della Samb prima di fermarsi.

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FOTOGRAMMA 2 

Luca Fanesi è con le braccia alzate e sta per essere coperto dalla camionetta. Dietro di lui compaiono le sagome scure di due tifosi, più un altro dietro, che stanno per affrontare cinque celerini che li attendono. Da notare che se Fanesi alza le braccia significa che davanti a sé ha sicuramente qualcuno.

 

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FOTOGRAMMA 3 
Luca Fanesi è ora dietro la camionetta. Sulla sinistra il tifoso con un giubbotto chiaro sta per fermare la sua corsa perché presto si accorgerà che qualcosa è accaduto a Luca. Sulla destra ci sono tre tifosi della Samb che stanno correndo e cinque celerini (uno parzialmente oscurato dalla luce) che li stanno per affrontare.

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FOTOGRAMMA 4  

Molto importante perché potrebbe segnalare l’istante preciso in cui Luca Fanesi è caduto a terra (ricordiamo le versioni: colpito da un manganello per i tifosi, scivolato per la Questura). Sia il tifoso con un giubbetto chiaro, sulla sinistra, sia l’altro indicato sempre con una freccia rossa, a destra, alle prese con un celerino, sembrano in questo istante accorgersi che qualcosa sia accaduto e dirigono sguardo ma anche la gestualità (qui solo accennata perché il fatto sarebbe avvenuto davvero in quel momento) verso la zona dove è Luca Fanesi, dietro alla camionetta.

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FOTOGRAMMA 5

Qui appare chiaro che il tifoso che forse ha un cappuccio scuro in testa ha notato che qualcosa sia accaduto e si diriga di corsa verso Luca Fanesi, indicandolo quasi con un braccio proteso. I due celerini che prima si confrontavano con lui si sono girati, quasi colti di sorpresa dallo scatto, e anche loro, senza dubbio, sono riusciti a vedere cosa accaduto. C’è un altro celerino, a ridosso del cancello, che senza dubbio ha visto quanto accaduto.

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FOTOGRAMMA 6

Il tifoso di cui in precedenza è accorso da Luca Fanesi e anche lui è scomparso dalla visuale ripresa dal video perché coperto dalla camionetta. Appare chiaro come i due celerini che si sono girati guardino precisamente verso Luca Fanesi. Uno, segnalato con la freccia rossa, sembra quasi bloccare una rincorsa avviata perché si accorge di quanto accaduto. Un altro è segnalato con la freccia gialla, dietro la camionetta.

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FOTOGRAMMA 7 

Di seguito una serie di quattro fotogrammi ravvicinati molto importanti. Sopra, appunto, la posa quasi stupita di un celerino che si ferma appena guarda verso il punto dove Fanesi rimane ferito. Cosa sta avvenendo? Chi c’è? Otre il celerino a ridosso del cancello sopra segnalato col giallo, emergono altri due poliziotti. Esattamente dal punto dove Fanesi è ferito.

Ma non è tutto. La cosa più interessante è che uno dei due poliziotti è inizialmente più bassodegli altri. Nel seguente fotogramma vedrete apparire appena il casco, all’altezza del petto del compagno. Fanesi in quel momento è sicuramente caduto. A un metro, massimo due metri da lui, non di più. E quel poliziotto è visibilmente abbassato. Perché?

Nei fotogrammi seguenti vedrete la sagoma nel cerchio, indicata con la freccia rossa, alzarsi e arrivare ad un’altezza simile a quella degli altri.

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FOTOGRAMMA 8

I poliziotti si allontanano dal luogo dove è accaduto qualcosa a Fanesi, dando le spalle. Ora, la domanda è questa: se Fanesi è comunque a terra, ferito, come sembra emergere dall’attenzione mostrata dai tifosi, perché i tutori dell’ordine si allontanano dal punto in cui dove si trova Fanesi? Seppur fosse caduto e presentasse le quattro fratture a causa della collisione con il cancello, perché si allontanano da lì? Non bisognava soccorrerlo, e primi fra tutti proprio i tutori dell’ordine?

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FOTOGRAMMA 9

La situazione precedente diventa ancora più esplicita. I poliziotti si allontanano visivamente dalla camionetta. Sembrano confabulare tra loro. Intanto a pochi metri un uomo è ferito con quattro fratture alla testa.

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FOTOGRAMMA 10

Qui succede una cosa strana. La camionetta con Luca Fanesi è fuori quadro. I poliziotti continuano a parlare tra di loro (indicati con una freccia rossa). Ma a destra tre celerini hanno bloccato – con le buone o con le cattive – un tifoso. Perché, è la nostra osservazione, non risultano tifosi sambenedettesi fermati? Quando si arriva ad una situazione del genere, il tifoso bloccato a terra – con le buone e con le cattive, come si vede nel video – perché viene rilasciato?

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Uno dei poliziotti del gruppo vicini alla camionetta si distanzia (indicato con una freccia) e gesticola facendo segno (forse ad altri colleghi?) di correre in avanti. In effetti altri colleghi stanno arrivando, appena scesi da un’altra camionetta. Altri ancora, che si trovavano in coda al serpentone di pulmini e pullman, arriveranno e proseguiranno oltre l’aiuola spartitraffico.

 

da RivieraOggi

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Omicidio Casalnuovo, colpo di spugna in Cassazione

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L’omicidio di Massimo Casalnuovo, la Cassazione annulla la condanna al maresciallo dei carabinieri. Tutto da rifare

L’omicidio di Massimo Casalnuovo: tutto da rifare in sede giudiziaria. Per Osvaldo e Giovanna, per i loro figli, per tutti coloro che cercano di sostenerli riparte la mobilitazione per verità e giustizia. La Suprema Corte ha annullato la sentenza di secondo grado che aveva condannato il maresciallo Cunsolo a 4 anni e 6 mesi per il reato di omicidio preterintenzionale con interdizione di 5 anni dai pubblici uffici rimandando il giudizio alla Corte d’Assise d’Appello di Salerno per una nuova disamina.

Tra quindici giorni la motivazione per capire le ragioni formali (la difesa ha parlato di un errore di notifica all’imputato) o di merito (i legali del maresciallo hanno insistito sulla tesi dell’adempimento del dovere: pare che si dovesse fermarlo ad ogni costo) che hanno convinto gli ermellini a cancellare la sentenza del 21 dicembre 2015 con cui la Corte d’Appello di Potenza condannò il Maresciallo a 4 anni e 6 mesi di reclusione e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici per omicidio preterintenzionale, accogliendo la tesi della famiglia Casalnuovo, assistita dall’avvocato Cristiano Sandri.

Solo le attenuanti generiche consentirono un leggero sconto, sui cinque anni chiesti dal pm di Potenza, per il maresciallo che comandava la stazione dell’Arma di Buonabitacolo, nel salernitano. Il 20 agosto del 2011, durante un maldestro e violento controllo da parte di una pattuglia dei carabinieri, fu proprio il maresciallo a dare un calcio al motorino guidato dal giovane meccanico che cadde e morì. Senza una ragione se non l’abuso di potere commesso da un uomo in divisa. L’ennesima storia di malapolizia. La sentenza venne letta davanti al pubblico dopo un processo d’appello tutto a porte chiuse.

Osvaldo Casalnuovo, il padre di Massimo disse a Popoff che sperava potesse servire da monito per tutti gli altri casi. Attorno ai familiari, una cinquantina di persone: gente di Buonabitacolo, attivisti No Triv, di Libera e di Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa. Alcuni di loro c’erano anche oggi nelle lunghe ore di una sentenza pronunciata solo in tarda serata. «Finisce così – commenta Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa – la lunga giornata di oggi, con parecchio amaro in bocca e con l’annullamento della sentenza. Tra 15 giorni verranno rese pubbliche le motivazioni e su quelle, si capirà come procedere per il nuovo processo d’appello. Continua così questa lunga, infinita ed estenuante strada verso la giustizia…».

Chi ha visto ha rifertito con precisione di quel calcio sferrato dal maresciallo al motorino. Sotto la scarpa del maresciallo sono state riscontrate, dalla polizia scientifica di Roma, delle microparticelle della vernice blu del motorino. Un agente della stradale di Sala Consilina ha riferito dell’orma sul sellino del plantare della scarpa e dello sfondamento della scocca dello scooter. «Da parte nostra abbiamo fornito delle consulenze tecniche adeguate che spiegano la dinamica della caduta, la compatibilità con la scarsa velocità del mezzo e con la qualità del fondo stradale. Senza quel calcio mio figlio sarebbe stato ancora vivo».

“Il ragazzo viaggiava su uno scooter, era senza casco ma attenzione – si può leggere sulla scheda preparata da Acad – non è morto per aver sbattuto la testa (come si tende a far credere) ma per la violenta botta al torace. Massimo era appena uscito dall’officina in cui lavorava con il padre, non prendeva il motorino da un po’ di tempo. Lo aveva appena aggiustato. Era stato a fare un giro e stava tornando a casa. Non aveva indossato il casco. Lo fanno un po’ tutti a Buonabitacolo. Quella sera la pattuglia dei carabinieri con a bordo il maresciallo Giovanni Cunsolo e l’appuntato Luca Chirichella decide di controllare i ragazzi senza casco, ne fermano due: Elia Marchesano e Emilio Risi. I carabinieri mettono la macchina di traverso sulla strada e formano una specie di posto di blocco. Peccato che lo facciano dietro una curva. La “scena” si svolge sulla strada principale della città, via Grancia, che porta a una piccola piazza dove di sera si ritrova la gente del paese. Cunsolo è seduto dentro la gazzella e sta redigendo la contravvenzione. Massimo sta arrivando con il suo scooter Beta 50. Sin dal primo momento la versione dei due ragazzi fermati e quella del carabiniere sono opposte. Cunsolo dirà che Massimo, arrivato davanti al “posto di blocco”, accelera, quasi lo investe. Poi perde il controllo del ciclomotore e cade battendo la testa su un muretto a secco. I due ragazzi, interrogati la notte dell’“incidente” dal pm Sessa della Procura di Sala Consilina, hanno invece fornito un’altra versione: Cunsolo era dentro alla macchina, quando vede arrivare Massimo esce dall’auto e per fermarlo sferra un calcio sulla carena del motorino. E’ quel calcio che fa perdere l’equilibrio a Massimo che cade, e muore”.

La Corte di Potenza è dovuta ripartire da zero «ed è stato un bene –  aveva detto a Popoff,  Osvaldo Casalnuovo, alla vigilia dell’ultima udienza – anche il primo pm, nonostante avesse chiesto per iscritto di continuare a seguire il caso, è stato rimpiazzato dal procuratore capo di Potenza che però ha fatto sentire la sua voce solo in una requisitoria di dieci minuti per ridurre il capo di imputazione, “declassato” a omicidio colposo, e senza voler mai interrogare i testimoni».

In primo grado c’era stata un’assoluzione – il fatto non sussiste – ma con formula dubitativa. «Però le motivazioni erano così blande che la stessa procura di Salerno, oltre noi e il pm, ha impugnato quella sentenza. Il primo processo è stato un lampo», ricordava Osvaldo, cominciato e finito il 5 luglio 2013, non ha visto i testimoni e i consulenti tecnici deporre perché il giudice monocratico, senza mai motivare, ha rigettato tutte le richieste della parte civile. Quel giorno – poi non si sarebbe mai più visto in aula – il maresciallo imputato pronunciò le uniche due parole: «Sono innocente». In appello si sarebbe sempre avvalso della facoltà di non presentarsi.

«Il processo s’è svolto sulla base di niente, come se nel fascicolo non ci fossero atti. Invece ci sono e noi ci vogliamo attenere proprio a quei riscontri oggettivi: testimonianze, referti scientifici e consulenze tecniche – spiega Osvaldo che, quasi dal principio di questa vicenda è seguito dall’avvocato Cristiano Sandri, fratello di Gabriele, anche lui vittima in un caso di malapolizia – anche la procura di Salerno ha messo in risalto la presenza degli stessi dati oggettivi».

Subito dopo i fatti Cunsolo venne trasferito a Polla, a 40 km, con l’altro componente della pattuglia. Buonabitacolo non ha mai creduto alla versione ufficiale. Massimo lo conoscevano tutti.  «Mai chiesto scusa – ha detto il padre del ragazzo ucciso – mai cercato un contatto con noi. Forse nemmeno l’avrei accettate perché non m’è sembrato mai di vedere in loro un segno di umiltà, nemmeno l’ammissione di aver svolto un posto di blocco secondo i protocolli».

“Tutto da rifare, quindi – commenta Ilaria Cucchi rivolgendosi a Osvaldo – provo ad immmaginare il tuo stato d’animo in questo momento e la sola cosa che posso dirti è che ti sono vicina e come me tanti altri. Per chi come noi ha deciso che valeva la pena non chiudersi nella rabbia e nell’odio ma ha provato a tramutare quell’odio e quella rabbia nel tentativo di rendere giustizia ai nostri cari, non solo per loro, ma per provare a rendere questa società migliore e meno ingiusta la strada è tutt’altro che semplice. Lo sapevamo. Sappi però che non siete soli». «Osvaldo so che non vi fermerete e noi con voi a chiedere giustizia per Massimo!», scrive anche Grazia Serra che, da anni, si batte per verità a giustizia sulla morte di suo zio, Franco Mastrogiovanni,ucciso in un letto di contenzione durante un Tso.
Checchino Antonini da Popoff

Quegli “aiutini” degli apparati di Stato ai fascisti

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L’ultima notizia è quella che nella Banca Popolare di Vicenza (che aveva acquisito la siciliana Banca Nuova ed ora è stata acquisita da Banca Intesa) ci sono i conti correnti dei servizi segreti (L’Aisi in particolare) adibiti a pagare i bonifici per “giornalisti, conduttori di programmi di informazione e intrattenimento su televisione pubbliche e private”.

La domanda che sorge spontanea è: c’è una relazione tra questa attività di “influenza” dei servizi segreti sui media e il fatto che i fascisti negli ultimi mesi siano stati così amplificati e sdoganati sulle televisioni pubbliche e private?

La risposta a questa domanda richiederebbe di conoscere i nomi e i cognomi dei giornalisti e dei conduttori televisivi che hanno ricevuto i soldi dai servizi segreti. In secondo luogo diventa decisivo sapere il “perchè” e per “fare cosa” i servizi segreti hanno pagato gli operatori dei mass media.

Ma per cercare di definire un contesto di questa operazione di “influenza” sulla società, occorre riconnettere tra loro diversi pezzi che, letti separatamente, non rendono l’idea di una operazione in corso negli ultimi tre anni.

Qual’è l’obiettivo di questa operazione che, a nostro avviso, ha tra i suoi ideologi e sponsor gli apparati dello Stato? L’obiettivo sta diventando piuttosto evidente. Per esempio veicolare l’idea che il crescente disagio sociale possa e debba esprimersi politicamente solo attraverso i gruppi neofascisti, negando, omettendo e ostacolando (anche con la repressione preventiva del modello Minniti) ogni altra possibilità di espressione politica riconosciuta e riconoscibile nelle forze della sinistra antagonista.

Chi ha il mandato istituzionale di garantire “la sicurezza”, ha ben chiaro quale sia e quanto sia esplosiva la situazione sociale nel paese. Il recente rapporto della Commissione parlamentare sulle periferie, ad esempio, ci restituisce il dato di almeno quindici milioni di persone che vivono nelle periferie delle aree metropolitane e dei centri urbani in condizioni di crescente impoverimento, degrado ed esclusione sociale.

Le scelte dei governi che si sono succeduti e si succederanno, sono consapevolmente mirate ad acutizzare e cristallizzare questo enorme disagio sociale (con qualche palliativo come la truffa della Rei che rende permanente lo stato di povertà invece di combatterlo), ma ne temono le conseguenze e le possibilità di ricomposizione politica sul piano dei conflitto di classe.

Negli anni scorsi abbiamo segnalato con forza come in una delle relazioni annuali dei servizi segreti al Parlamento, venisse sottolineata la loro preoccupazione per il successo “politico” manifestatosi con le due giornate di lotta del 18 e 19 ottobre 2013 (sciopero generale dei sindacati di base e manifestazione di massa insieme ai movimenti sociali e alle organizzazioni politiche) e la successiva soddisfazione per il fallimento del risultato politico che si era palesato.

Nelle relazioni dei servizi segreti, quando il disagio sociale viene organizzato da forze della sinistra antagonista si parla di “strumentalizzazione dei problemi sociali”. Ma la visione cambia radicalmente quando il medesimo disagio sociale viene invece espresso dai gruppi neofascisti.

Assistiamo così dal 2011 in poi ad una costruzione politica e mediatica del ruolo e dei gruppi neofascisti priva di ogni allarme (riservato e amplificato invece nei confronti dei movimenti di sinistra).

Nella relazione presentata dai servizi segreti nel febbraio del 2017, riferendosi ai gruppi fascisti si scrive che: “Le formazioni più rappresentative, che ambiscono a un accreditamento elettorale, hanno incentrato l’attività propagandistica, rivolta soprattutto ai contesti giovanili e alle fasce sociali più disagiate, su argomenti di richiamo come la sicurezza nelle periferie degradate dei centri urbani, le problematiche economico-abitative “degli italiani” e l’occupazione”.

Ed ancora si sottolinea che: “In particolare l’emergenza migratoria, ritenuta tra i temi più remunerativi in termini di visibilità e consensi, ha ricoperto un ruolo centrale nelle strategie politiche delle principali organizzazioni che, nel tentativo di cavalcare in modo strumentale il fenomeno, facendo leva sul malessere della popolazione maggiormente colpita dalla congiuntura economica e dalla contrazione del welfare, hanno sviluppato un’articolata campagna propagandistica e contestativa (manifestazioni, presidi, attacchinaggi, flash mob) contro migranti e strutture pubbliche e private destinate all’accoglienza, influenzando indirettamente anche la costituzione di “comitati cittadini” di protesta.

Insomma i fascisti vengono dipinti più o meno come degli attivisti sociali attenti ai problemi degli “italiani” impoveriti dalla crisi. Certo qui e là ci sono delle “scappatelle” come la caccia ai bengalesi nei banglatour dei giovani di Forza Nuova a Roma, lo squadrismo sistematico nelle città del Nordest, i gruppi paramilitari beccati in Liguria e Abruzzo. Viene accuratamente evitato di segnalare le ripetute ed evidenti connessioni tra gli ambienti neofascisti e la malavita (a Roma sicuramente, ma non solo).

Di tutto questo però non vi è mai traccia nella striminzita paginetta dedicata ai fascisti (rispetto alle 12 dedicate alla sinistra) nelle relazioni sulla sicurezza del paese che i servizi segreti presentano al Parlamento.

Ma la ciliegina sulla torta l’ha segnalata a gennaio 2016 fa il sito Insorgenze.net,rivelando un documento riservato del ministero degli Interni, in cui lo sdoganamento dei fascisti come “bravi raagazzi” viene scritto nero su bianco in una informativa. La prosa del documento, sottolinea giustamente Insorgenze. Net, appare del tutto inusuale per una nota informativa degli organismi di polizia, e lascia trasparire una chiara empatia, quasi una sorta di compiacimento che rasenta l’agiografia quando si valorizzano le capacità politiche del gruppo (Casa Pound, ndr) “facilitato nella concomitante crisi delle compagini della destra radicale e dalla creazione di ampi spazi politici che Casa Pound è pronta ad occupare”.

La stessa nota informativa del Ministero degli Interni si sbrodola quando descrive “l’impegno primario di Casa Pound volto alla tutela delle fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazioni di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado delle strutture pubbliche per la riqualificazione e la promozione del progetto Mutuo Sociale”. C’è da rimanere allibiti di fronte al fatto che la stessa attività di rivendicazione, occupazione di immobili in disuso, segnalazione del degrado di strutture pubbliche, quando viene condotta da movimenti di sinistra venga criminalizzata e repressa senza alcuna remora.

Per dare una idea e fare i dovuti confronti, oggi La Stampa ci racconta che, secondo il Viminale, dal 2011 al 2016 contro i fascisti ci sono stati “10 arresti e 240 deferimenti all’autorità giudiziaria”.

Nello stesso periodo contro i militanti e attivisti della sinistra ci sono stati 852 arresti; 15.602 denunce; 385 fogli di via; 221 decreti di sorveglianza speciale; 139 obblighi di firma; 71 obblighi di dimora, in larghissima parte per reati legati a lotte sociali, sindacali, ambientali, antimilitariste cioè picchetti antisfratto, occupazioni di case, blocchi stradali, picchetti, sostegno a immigrati e rifugiati, manifestazioni No Tav, No Muos e contro la militarizzazione in Sardegna. Una bella differenza no?

In compenso i rarissimi casi di azioni di polizia o giudiziaria contro i fascisti, consentono a questi ultimi di poter ricorrere a quel “vittimismo aggressivo” che manifestano sistematicamente quando “le prendono” dagli antifascisti militanti..

Un dettaglio quest’ultimo emerso con la dovuta rilevanza, quando in alcuni quartieri popolari della periferia est di Roma, i fascisti sono stati affrontati e respinti con estrema e incoraggiante determinazione.

Del resto, la relazione annuale dei servizi segreti al Parlamento, non sottovaluta affatto questa acutizzazione dello scontro tra fascisti e antifascisti nel territorio, cioè sul versante “sociale” più che ideologico, soprattutto nelle periferie. Da almeno tre anni i servizi di intelligence segnalano che Sul piano previsionale, si ritiene, infine, che continueranno a verificarsi episodi di contrapposizione (provocazioni, aggressio­ni e danneggiamenti di sedi) con frange dell’estrema sinistra, per effetto sia della mobilitazione concorrenziale su tematiche sociali, da parte di entrambi gli schieramen­ti, sia delle visioni contrapposte in tema di immigrazione”

Torniamo così all’obiettivo mirato di questa operazione degli apparati dello Stato di sdoganamento politico e mediatico dei fascisti: consegnare la rappresentanza politica della rabbia, del degrado e del disagio sociale alla destra e in particolare a gruppi neofascisti come Casa Pound.

Si spiegano allora le ormai sempre più frequenti comparsate televisive dei fascisti, le “curiosità giornalistiche”, la partecipazione ai dibattiti nelle sedi neofascisti in nome del “confronto democratico” (vedi Mentana e Formigli), in sostanza la legittimazione e la costruzione politico/mediatica di una presenza dei fascisti nello scenario come espressione del “disagio sociale”, ritagliandogli esattamente – come dice l’informativa del Ministero degli Interni – “l’ampio spazio politico che Casa Pound è pronta ad occupare”. Una operazione studiata a tavolino, fin nei minimi dettagli e con le disponibilità finanziarie per realizzarla.

Una ragione di più per confermare l’antifascismo militante e permanente come una componente indissolubile dell’intervento politico, sociale e sindacale nei territori e nei luoghi di lavoro.

Federico Rucco

da Contropiano

Federico è ovunque !! Appello di Acad a tutte le tifoserie

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Riprendiamo e condividiamo da ACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa – Onlus– in seguito al divieto di far entrare la bandiera con il volto di Federico Aldrovandi – l’ appello a esporre in tutti gli stadi e in tutte le città l’immagine del ragazzo ucciso dalla polizia. Per rispondere insieme al divieto imposto ai tifosi della Spal.

Federico Aldrovandi, non cancellerete la nostra memoria. Federico è ovunque.

Il divieto di far entrare la bandiera con il volto di Federico Aldrovandi, imposto ai tifosi della Spal nella trasferta romana, è un fatto troppo grave; troppo grave per relegare la nostra rabbia solo ai post sui social, troppo grave da necessitare una risposta di tutti.

Federico fu ucciso nel settembre del 2005 a soli 18 anni. Fu ucciso da 4 poliziotti che gli spezzarono il cuore fino a soffocarlo, rompendogli addosso due manganelli fino a procurargli 54 lesioni. “Schegge impazzite” fu la definizione che diede un procuratore generale a quelle persone, prima della loro condanna definitiva in Cassazione.

Quello che ha subito Aldro è una verità storica, oltre che giudiziaria, incancellabile come lo furono i fatti vergognosi successivi alla sua morte: negli applausi dei sindacati di polizia agli agenti condannati, nelle offese alla madre, nelle querele alla madre, nelle dichiarazioni folli e disgustose di certi esponenti istituzionali che hanno negato per anni l’evidenza.

Il divieto imposto ai tifosi della Spal non ha alcuna giustificazione.

È un atto di prepotenza e arroganza. È un atto da Stato di Polizia.

Abbiamo deciso di non rassegnarci alla denuncia e al racconto: se non volevano Federico in una curva, Federico glielo faremo trovare ovunque.

A pochi giorni dai fatti di Vicenza, dove Luca, un ultrà della Sanbenedettese è finito in coma e tuttora è in ospedale, è necessario mandare un segnale forte contro la violenza e gli abusi di polizia di questi ultimi decenni, affinchè non vi siano mai più altri Federico.

ACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa – Onlus invita tutta la collettività a partire dalle tifoserie e dalle curve, oltre la propria fede e oltre i colori, ad esporre ove sia possibile l’immagine di Federico Aldrovandi con striscioni, magliette, foto, bandiere e qualsiasi mezzo ognuno ritenga più opportuno e ad accompagnare, dove realizzabile, il tutto con l’hashtag #FedericoOvunque.

Chiediamo a chiunque di far apparire Federico in ogni luogo possibile delle nostre città, con la dignità e il rispetto che la famiglia Aldrovandi ci ha sempre insegnato.

Sabato 9 dicembre e domenica 10 dicembre facciamogli vedere che non abbiamo dimenticato quello che hanno fatto a Federico, mostrando Federico ovunque, com’era da vivo.

#FedericoOvunque

#giustiziaeveritàperAldrovandi

#bastaabusi

Per informazioni, comunicazioni, adesioni:

Mail: infoacad@inventati.org

Facebook: ACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa – Onlus

Telefono: 3348016641

Per piazza Alimonda nessun processo. Respinto il ricorso civile

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Un’altra violenza della malagiustizia: respinto il ricorso civile presentato dai familiari di Carlo Giuliani. Le dichiarazioni dell’avvocato e della famiglia.

In data 19/10/2017 è stata pubblicata la sentenza della Corte d’Appello di Genova, che ha confermato la sentenza del 15/1/2015 del Tribunale di Genova che respingeva le domande della famiglia Giuliani tendenti ad acclarare le responsabilità per l’uccisione di Carlo.

La causa avanti al Tribunale era stata promossa nei confronti di quattro soggetti: il Vice Questore Lauro per le sue responsabilità nell’aver ordinato l’azione del contingente di carabinieri contro i manifestanti fermi in via Caffa all’altezza di via Tolemaide e in seguito alla quale il Defender con Mario Placanica a bordo si era trovato bloccato; Mario Placanica per aver sparato il colpo di pistola che colpì Carlo; il Ministero dell’Interno e il Ministero della Difesa (da cui dipendono Polizia di Stato e Carabinieri) perchè Carlo morente era stato colpito da un sasso sulla fronte quando già era agonizzante; gli stessi Ministeri, quali “datori di lavoro” di Lauro e Placanica per le responsabilità nei fatti accaduti.

Nel processo di primo grado si è svolta una articolata istruttoria, con la visione del video che riepilogava in ordine cronologico gli avvenimenti e l’audizione di alcuni testimoni, tra cui gli alti ufficiali dei Carabinieri presenti in piazza Alimonda.

Con una decisione non contraria alla legge ma certamente contraria allo logica e al buon senso, la sentenza è stata redatta non dal giudice che aveva istruito la causa sin dall’inizio, ma da un altro giudice che lo ha sostituito all’ultima udienza.

La sentenza di primo grado è stata particolarmente approssimativa, in quanto si è basata essenzialmente sull’ordinanza del Giudice per l’Udienza Preliminare che nel 2003 aveva archiviato il procedimento nei confronti di Placanica con una ricostruzione largamente contraria a tutte le evidenze.

Per questo la famiglia Giuliani ha deciso di presentare appello.

La sentenza della Corte d’Appello ha almeno il pregio di aver ricostruito gli avvenimenti con maggiore ampiezza e di aver sfatato alcuni miti che aleggiavano intorno alla vicenda. La Corte ha dato risposte a molti interrogativi, che però non possono essere considerate soddisfacenti.

Sui tre elementi su cui si basava l’azione della famiglia Giuliani queste, in estrema sintesi, le risposte della Corte:

  1. a) Responsabilità del Vice Questore Lauro:la Corte, pur non negando (in relazione all’azione ordinata da Lauro contro i manifestanti fermi in via Tolemaide) che “l’azione sia stata effettivamente improvvida e imprudente” non vede tra tale azione e il colpo sparato da Placanica un nesso di causalità;
  2. b) Responsabilità di Placanica: la Corte, pur avendo esaminato foto e filmati ed in presenza di una dichiarazione del medico legale che aveva definito il colpo di pistola “assolutamente” derivante da uno sparo diretto, ha ritenuto di dare maggior affidamento alla consulenza eseguita nel 2003 su incarico della Procura della Repubblica, secondo cui il colpo fu sparato dal basso verso l’alto ma venne deviato contro Carlo da un calcinaccio lanciato dai manifestanti;
  3. c) La sassata sulla fronte di Carlo: secondo la Corte, pur essendo accertato che il colpo venne inferto dopo lo sparo, e che il passamontagna indossato da Carlo non presentasse alcun foro, non vi è prova certa su chi alzò il passamontagna, colpì Carlo alla fronte e poi riabbassò il passamontagna.

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Questa sentenza, ovviamente, non ci soddisfa.

Dopo due gradi di giudizio l’ultima possibilità sarebbe il ricorso per Cassazione.

Ma, in presenza di una cosiddetta “doppia conforme”, cioè una sentenza di appello che conferma quella di primo grado, è possibile ricorrere in Cassazione solo per violazione di legge.

Non è possibile, cioè, sindacare la motivazione data dai giudici di appello e neppure lamentare l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio.

In queste condizioni il ricorso per Cassazione è improponibile; esso sarebbe un azzardo non solo per il prevedibile risultato finale, ma anche per i costi elevatissimi che comporta perdere una causa in Cassazione in termini di spese di soccombenza.

Dopo 16 anni si chiude così la vicenda giudiziaria, che non ha portato a Carlo nè verità nè giustizia.

Solo un processo penale, tenuto pubblicamente nel contraddittorio delle parti, avrebbe potuto portare alla luce le verità nascoste e le corresponsabilità nell’omicidio.

Avvocato Gilberto Pagani

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“Nessun responsabile anche in sede civile per la morte di Carlo Giuliani”.

Questo ci comunica il nostro avvocato. Nessun responsabile: non sarà mai possibile avere un pubblico dibattimento in un’aula di tribunale. Non potremo mai dimostrare le ragioni di Carlo, condannato a restare su quel pezzo di asfalto, colpevole di illegittima difesa.

Colpevole di avere sostenuto un diritto sancito dalla Costituzione. Colpevole di essersi protetto dai gas con un passamontagna. Colpevole di aver tentato di fermare una pistola con il primo oggetto che aveva visto rotolare in terra.

Il colpevole è lui. Chi avrebbe dovuto garantire i suoi diritti, e al contrario lo ha ucciso e oltraggiato, è stato assolto senza un processo.

Lo Stato italiano è stato condannato dall’Europa per la gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 a Genova, per quanto è stato fatto alla scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto, in piazza Manin, in via Tolemaide… soltanto in piazza Alimonda non è da giudicare.

La Giustizia non vede responsabili e non vuole che si faccia piena luce in quell’angolo di città. Così ha perso un’altra occasione per fare giustizia. Un’altra, dopo tante, troppe occasioni perdute. Perché, questo è certo, Carlo Giuliani è in ottima compagnia.

Da quando ero una ragazza porto nel cuore Giovanni Ardizzone, Giannino Zibecchi, Franco Serantini, Francesco Lorusso, Fausto e Iaio, Giorgiana Masi, Luca Rossi, Giuseppe Pinelli…

Licia, la moglie di Pinelli, dice che giustizia è che tutti sappiano la verità. Sì, ma chi la racconta, la verità? La verità ha bisogno di gambe forti e indipendenti per camminare ma oggi se ne trovano poche. Che cosa conoscono di Carlo Giuliani e dei ragazzi come lui quelli che oggi hanno la loro età?

Sono moltissime le vittime di Stato senza responsabili, senza mandanti, senza giustizia. Non posso ricordarle qui tutte. E poi ci sono le vittime delle stragi, che corpi dello Stato hanno contribuito a confondere, nascondere, depistare: Milano, Brescia, Bologna, Firenze, Ustica… senza dimenticare Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Enzo Baldoni, Pasolini… neppure per un grande poeta la Giustizia ha fatto il suo dovere fino in fondo!

Sì, Carlo Giuliani è in ottima compagnia.

E poi ci sono le vittime di Stato arrivate dopo di lui: due o tre hanno ottenuto l’attenzione dei grandi media, la maggior parte è rimasta nel silenzio e nel buio di strade, questure e caserme dove hanno trovato la morte.

La Giustizia è umana, quindi non è infallibile, lo sappiamo. Può non riuscire a fare luce.

Dovrebbe almeno provarci.

Haidi Gaggio Giuliani

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20 luglio 2001.

Alle ore 15 di venerdì 20 luglio, dopo le azioni indisturbate di piccoli gruppi di individui del tutto estranei alla manifestazione e dediti alla rottura di bancomat e vetrine, un reparto di carabinieri attacca in via Tolemaide il corteo autorizzato delle “tute bianche”. Nel processo contro 25 manifestanti la Cassazione giudica l’azione come un “attacco violento e ingiustificato”, che infatti ha costretto i manifestanti ad azioni di difesa che si protrarranno per oltre tre ore.

Intorno alle ore 16 un altro reparto di carabinieri, al comando del tenente colonnello Giovanni Truglio, del capitano Claudio Cappello e del tenente Nicola Mirante, percorre corso Torino e procede ad alcune cariche contro gruppi di manifestanti. In una di queste un carabiniere, a un metro di distanza dal tenente colonnello Truglio, si esercita nel lancio di una bottiglia, comportamento che non appare confacente con operazioni di ordine pubblico. Poco dopo il reparto svolta in via Tommaso Invrea e procede lentamente lungo la via, con continuo e nutrito lancio di lacrimogeni, praticamente fino all’esaurimento delle scorte, come segnalerà il capitano Cappello. Il reparto arriva in piazza Alimonda verso le 16 e 45 e procede a una azione che il capitano Cappello considera “la messa in sicurezza del reparto”: si tratta di una scarica di manganellate operate da una decina di carabinieri su un manifestante, già a terra alle spalle della chiesa perché picchiato da un paio di poliziotti. Trascinato per i piedi fino alla piazza, il manifestante verrà poi ricoverato su un’ambulanza chiamata per la bisogna. La “messa in sicurezza” richiede un lungo periodo di sosta e di riposo, durante il quale il reparto si rifocilla.

Alle ore 17.22 il reparto è in tenuta antisommossa all’angolo della piazza con via Illice, mentre all’incrocio di via Caffa con via Tolemaide, quindi a oltre centoventi metri, vi è un gruppetto di manifestanti, non più di quindici, che non compie nessuna azione verso i carabinieri (il capitano Cappello dichiarerà infatti che per l’eventuale lancio di un sasso “ci sarebbe voluto il campione mondiale del lancio del peso”). Il reparto si mette in marcia verso via Invrea, poi aggira l’aiola centrale della piazza e, sorprendendo i manifestanti, si infila in via Caffa. Non vi è nessuna carica, nessun contatto con i manifestanti, che cercano riparo dietro una campana per il vetro e un paio di cassonetti: vi è solo il reciproco lancio di qualche sasso, al quale partecipa più volte il vice questore Adriano Lauro, come ha dovuto riconoscere in tribunale. Del tutto infondate e fuori luogo le dichiarazioni in tribunale del tenente colonnello Truglio, che ha parlato di scontri durissimi e del “clangore” che si levava dall’urto dei cassonetti contro gli scudi dei carabinieri. No, nessuna tromba presente, il rumore maggiore è quello delle pale dell’elicottero che sovrasta la penosa scena.

Di certo c’è, invece, che il reparto resta lì poco più di un minuto, denotando la stranezza dell’operazione. Dopo di che inizia una fuga precipitosa verso la piazza, superando le due camionette che avevano accompagnato il reparto nell’aggiramento dell’aiola e che ora procedono in retromarcia. La fuga, quanto meno ingloriosa dato il rapporto di forze comprovato (“imboscata” la definì la sera stessa don Andrea Gallo), illude i manifestanti che si lanciano all’inseguimento verso una impossibile vittoria, seguiti da altri che provengono dalla vicina traversa. Il reparto in fuga supera le jeep e va a dimorare nel tratto di via Caffa tra piazza Alimonda e piazza Tommaseo. Gli autisti delle jeep riescono a complicare la manovra. Quella guidata da tale Cavataio riesce ad accostarsi a un cassonetto dell’immondizia rovesciato (e lì da oltre un’ora). Si accosta con delicatezza, non va a sbattere, come dimostra la totale assenza di ammaccature nella parte anteriore, e come invece sostengono per aumentare la drammaticità del momento.

Alcuni manifestanti arrivano nei pressi della jeep, tre o quattro sul lato sinistro, tre sul retro e tre (tra i quali il cosiddetto “uomo della trave” che in realtà è un’asse) sul lato destro; altri più indietro, oltre i cinque sei metri.. Uno dei manifestanti sul lato sinistro, con casco giallo e k-way blu (quindi del tutto individuabile), raccoglie da terra un estintore (a portarlo in piazza è un carabiniere) e lo lancia verso il lunotto posteriore della jeep, da una distanza valutabile in almeno un paio di metri. E’ sufficiente una pedata del robusto scarpone di un occupante per far ricadere l’estintore sulla gomma di scorta e farlo poi rotolare a terra, a una distanza di più di quattro metri dalla jeep.

Sul lato destro della jeep è giunto in quel momento Carlo, a mani nude, in tempo per vedere che sulla jeep un carabiniere ha nella mano destra una pistola mentre la mano sinistra mette il colpo in canna. Carlo vede rotolare l’estintore per terra e lo raccoglie con l’intenzione di disarmare chi minaccia di sparare per uccidere. Riesce soltanto, a quattro metri dalla jeep, a sollevare l’estintore poco sopra la testa quando il proiettile, sparato ad altezza d’uomo e parallelamente al suolo, lo raggiunge sopra lo zigomo sinistro. Sono le 17.25 e pochi secondi. Subito Cavataio fa retromarcia e, passando due volte su Carlo steso per terra, se ne va.

Il reparto di polizia di stanza in piazza Tommaseo, quindi a una ottantina di metri, e i carabinieri prima scappati entrano in piazza e dopo aver sparato un po’ di lacrimogeni per allontanare qualche ragazzo che cerca di portare soccorso a Carlo dispongono un robusto cordone. C’è il tempo per un gesto infame: una pietra, a circa un metro e mezzo da Carlo, si ritrova accanto alla sua testa mentre un carabiniere è accucciato vicino e il capitano Cappello è in piedi a un metro. Sulla fronte di Carlo, quando gli toglieranno il passamontagna, che non porta segni di lacerazione, c’è una ferita lacero contusa, effetto della sassata. Sta arrivando una troupe televisiva che riprende la scena. Un fotografo che sicuramente ha scattato quella azione infame viene picchiato duramente, schiacciato sul corpo di Carlo (quasi a dirgli “se parli fai la fine di quello lì”). Ppoi, forse dopo che lo hanno riconosciuto, il fotografo (Eligio Paoni) viene ricoverato su un’ambulanza. La telecamera, ben piazzata, riprende pezzi della macchina fotografica di Paoni distrutta dalle botte e in sequenza Adriano Lauro che insegue l’unico manifestante rimasto in piazza gridando “bastardo, pezzo di m…, tu l’hai ucciso, col tuo sasso!” Il gesto infame della sassata sulla fronte di Carlo è stato un tentativo di depistaggio, perché avere ucciso un manifestante è comunque un fatto grave. Lo conferma mezz’ora dopo il generale Angelo Desideri, che al telefono con Truglio chiede spiegazioni e usa una colorita espressione: “… spiegami bene, perché qui c’è tutta una sovrapposizione di notizie, di informazioni, che potrebbero lasciar prevedere un giro di banane in culo che metà basta”:

Anche l’analisi della tempistica di ciò che accade realmente offre ulteriori riflessioni sulla costruzione del falso, alla quale partecipano periti, consulenti, ufficiali dei carabinieri, magistrati. Un filmato della polizia dimostra che il tempo trascorso tra il momento in cui le ultime file del reparto abbandonano via Caffa ed entrano in piazza e il momento dello sparo è di 35 (trentacinque!) secondi. Si tenga presente che, non essendoci nel reparto alcun campione mondiale dei 100 metri, per percorrere il tratto della piazza fino al nuovo incrocio con via Caffa occorrono almeno 20 secondi. Il tempo del terrificante assalto alla jeep, per altro mai circondata come sostengono invece per accrescere il terrore, si riduce quindi a una quindicina di secondi. Ancora più allarmante il tempo che intercorre tra il lancio dell’estintore da parte del manifestante col caschetto giallo e lo sparo: otto secondi! In quegli otto secondi Carlo si porta sul retro della jeep, si china per terra, raccoglie l’estintore e si alza sollevandolo sopra la testa!

Il potere parla subito di legittima difesa. La sera stessa lo fa in tv Gianfranco Fini, allora vicepresidente del consiglio, che per aggravare la posizione di Carlo arriva a dire che poteva trattarsi non di un estintore ma di una bombola di gas! Per avvalorare la tesi della legittima difesa servono periti dotati di inventiva. Ed ecco Carlo Torre e un cosiddetto esperto di immagini, che inventano lo sparo per aria, il calcinaccio colpito mentre vola verso la jeep e la deviazione del proiettile verso il basso. Puro imbroglio cialtronesco. Ma il pm Silvio Franz accoglie con giubilo l’imbroglio: lo sparo per aria avvalora la legittima difesa (non voleva uccidere, al più spaventare), quindi procedimento da archiviare. La gip Elena Daloiso non si limita ad accogliere la richiesta del pm: aggiunge una vergogna e scrive che l’estintore Carlo può averlo tirato anche la prima volta!

Basta, mi mancano le parole. Non le immagini, i filmati e le testimonianze che dimostrano quale è la verità che hanno voluto cancellare, senza permettere neppure un processo.

Giuliano Giuliani

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Il 20 luglio 2001 Carlo viene ucciso con un colpo di arma da fuoco alla testa.

Il procedimento penale è stato archiviato. La nostra richiesta di procedimento civile è stata definitivamente respinta, condannandoci a pagare la metà delle spese processuali ai Ministeri della Difesa e dell’Interno e ad Adriano Lauro.

Nessuno in questi 16 anni ha voluto sapere il contesto, nessuno ha voluto analizzare foto e filmati dalle diverse angolazioni.

Non importa se un regolare corteo autorizzato fu attaccato dai Carabinieri e poi anche dalla PS. Non importa se furono usate armi da fuoco, manganelli tonfa, gas CS. O meglio, questo è stato rilevante in altri processi, quelli condotti a carico dei manifestanti. Carlo era lì a manifestare ma nel suo caso quei fatti non sono stati considerati.

Di Carlo si vede il passamontagna. Non importa se non era suo, non importa se se lo era messo pochi minuti prima per difendersi dai gas.

Di Carlo si vede che ha lanciato una pietra. Non importa se il vice questore Adriano Lauro ha ammesso di aver lanciato anche lui pietre contro i manifestanti proprio nella stessa circostanza.

Di Carlo si vede che ha raccolto un estintore. Non importa se l’estintore non era suo. Non importa se Carlo si è chinato a raccoglierlo quando la pistola era già puntata e caricata contro i manifestanti, e da dentro la camionetta qualcuno gridava “Vi ammazzo tutti”.

A Carlo sparano in faccia, poco sotto lo zigomo sinistro, mentre è a quattro metri dal defender con un estintore sollevato sopra la testa. Questo è stato definito legittima difesa.

Di Carlo schiacciano il corpo investendolo con il defender due volte mentre era ancora vivo. Ma questo nessuno ha voluto vederlo.

Di Carlo spaccano la fronte con una pietra. Anche questo nessuno ha voluto vederlo.

Di Carlo hanno insultato e inventato la vita. Ma questo è audience.

Nel 2002 in seguito agli esiti delle perizie richieste dal PM Franz (in base alle quali pochi mesi dopo lo stesso PM chiederà l’archiviazione del procedimento), Lello Voce scrisse su L’Unità: “Alla fine vedrete che verrà fuori che Carlo Giuliani si è suicidato”.

Ci sono andati molto vicino.

Elena Giuliani

La marea inonda ancora Roma

La marea inonda ancora Roma

È passato un anno dalla marea del movimento transfemminista del 26 novembre scorso. Nel frattempo la rete di Non una di Meno è cresciuta passando per altre assemblee nazionali, intensi tavoli di lavoro, lo sciopero globale dell’8 marzo e la stesura di un piano di lotta contro la violenza patriarcale sui generi. Oggi è di nuovo mobilitazione di piazza globale: Argentina, Cile, Ecuador, Messico, Bolivia, Spagna, Perù, Grecia, Italia…

Il corteo partito da piazza della Repubblica attraversa il centro di Roma. Al corteo seguirà domani l’assemblea nazionale della rete. Questa mattina invece un’iniziativa di solidarietà ha espresso vicinanza dall’esterno delle mura del cpr con tutte le donne recluse nel centro. Dal Cpr è partita una battitura in risposta all’iniziativa.

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Sono almeno centomila le persone presenti al corteo che dopo due ore di marcia iniziava a far partire la sua coda da piazza della Repubblica. Pullman e delegazioni da decine e decine di città hanno raggiunto Roma per questa manifestazione. Al concentramento, mentre migliaia di donne si apprestavano a partire, diverse decine di agenti polizia in borghese hanno accerchiato un gruppo di lavoratrici delle cooperative di cura e assistenza ai disabili del sud che esponevano cartelli contro le politiche di Minniti e le violenze della polizia sulle donne. Durante il corteo è stata letta una lettera di una compagna italiana unitasi alle YPJ in Rojava, le Unità di Protezione delle Donne che guidano la rivoluzione confederale in Siria del Nord. Mentre il corteo sfila nei pressi del ministero degli Interni una serie di sanzionamenti hanno raggiunto le zone nei pressi per contestare le politiche securitarie di Marco Minniti: “Casa e reddito per tutt* è la sicurezza che serve”.

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La marea non si ferma. Non una di Meno si conferma spazio di incontro, riconoscimento e organizzazione per decine di migliaia di donne e uomini in lotta contro il nodo della violenza patriarcale a tutti i livelli, dall’uomo alle istituzioni, nelle nostre società.

 

NoG20 Hamburg: Ancora un rinvio dell’alta corte per la scarcerazione di Fabio. I familiari verso un ricorso alla Cedu

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Da oltre 4 mesi  Fabio Vettorel si trova in carcere in Germania. Il 18enne di Feltre è l’unico compagno italiano ancora detenuto ad Amburgo per la partecipazione alle giornate di protesta del luglio scorso contro il vertice del  G20

Imputato di reati di modesta entità, quali «disturbo alla quiete pubblica», lancio di oggetti e«resistenza a pubblico ufficiale», la sua detenzione preventiva assume il carattere di una vera e propria vendetta nei confronti del conflitto praticato durante quelle giornate di mobilitazione.

Non ci  sono infatti accuse specifiche, ma si dice solo che “non si è allontanato dal gruppo in cui si verificavano azioni violente” e che “non ha agito per fermare i manifestanti violenti”. Di fatto non ci sono testimonianze contro di lui.

Intanto è slittata ancora – forse oggi, forse domani – la decisione dell’alta Corte sulla scarcerazione o meno. Fabio rischia così di restare in carcere non solo per le prossime udienze – 27 novembre e 4 dicembre – ma pure per il suo 19esimo compleanno sabato 2 dicembre.

Contro la natura vendicativa della sua carcerazione preventiva, i legali e la famiglia di Fabio stanno pensando di fare ricorso alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, qualunque sia la decisione sulla scarcerazione e l’eventuale sentenza del processo, denunciando un’aperta violazione dei diritti di difesa.

La ricostruzione di quanto accaduto a Fabio e le considerazioni di Luigi Manconi, presidente della commissione diritti umani del Senato e presidente dell’associazione “A buon diritto”. Ascolta o scarica

da Radio Onda d’Urto

Ascoli Piceno: Studente aggredito e picchiato dal Blocco Studentesco

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Aggressione fascista fuori da un istituto tecnico, il Mazzocchi. Un 20enne, esponente locale del Blocco Studentesco, costola giovanile dei “fascisti del Terzo millennio” di CasaPound, ha preso a calci e pugni un 17enne, studente dell’istituto e neoeletto rappresentante studentesco nel Consiglio d’Istituto.

La sua “colpa”? Essere stato eletto in una lista di sinistra ed esplicitamente antifascista, all’interno di un istituto, il Mazzocchi, dove da tempo i fascisti hanno messo piede ottenendo alle ultime elezioni studentesche ben il 26%.

Proprio il Blocco Studentesco ascolano, tramite la propria pagina Facebook, ha di fatto rivendicato l’aggressione definendola un… “colorito diverbio tra studenti”.

La violenza fascista non è purtroppo una novità ad Ascoli e in provincia, dove episodi simili si sono verificati altre volte negli anni scorsi. Il caso più eclatante fu quello di R.R., pugile professionista ed ex responsabile provinciale di Casa Pound, che nel 2014 si rese protagonista, nelle vie del centro storico di San Benedetto del Tronto, di due aggressioni nei confronti di varie persone, sei delle quali finirono al pronto soccorso con ferite rilevanti. Il picchiatore è finito a processo con l’accusa di lesioni con­ti­nuate gravi aggra­vate da futili motivi e mino­rata difesa delle vit­time e la sentenza è attesa per le prossime settimane

La corrispondenza di Davide Falcioni,giornalista di Fanpage.it che sta seguendo la vicenda ascolana. Ascolta o scarica.

da Radio Onda d’Urto

Le ong di nuovo sotto accusa

SOS MEDITERRANEE che noleggia la nave di ricerca e salvataggio Aquarius denuncia un nuovo attacco mediatico in Italia contro le ONG e gli attori coinvolti nel salvataggio in mare nel Mediterraneo centrale che rispondono così all’obbligo del diritto marittimo internazionale di fornire assistenza a persone in pericolo di morte.

L’organizzazione europea SOS MEDITERRANEE agisce nel quadro rigoroso delle normative nazionali e internazionali in totale trasparenza e non può dunque che dissociarsi categoricamente dall’interpretazione degli avvenimenti del 18 maggio 2017 avanzata dai giornalisti della trasmissione “Report” in un reportage andato in onda lunedì 20 novembre 2017 sulla emittente pubblica italiana RAI 3.
E’ deplorevole che in tale reportage i fatti non siano riportati con il rigore necessario prima di formulare accuse così gravi.

Fact checking

Il 18 maggio 2017 le squadre di SOS Mediterranee e Medici Senza frontiere, partner a bordo della nave Aquarius, hanno ricevuto dal MRCC di Roma l’istruzione di procedere verso una posizione e ricercare 4 imbarcazioni in difficoltà alle 4:40 ora universale. Tutte le operazioni si sono svolte sotto il coordinamento del MRCC di Roma con il quale il coordinatore dei soccorsi di SOS MEDITERRANEE e il capitano della Aquarius erano in costante contatto.

La Guardia Costiera italiana ha dichiarato in un comunicato pubblicato alla fine del pomeriggio del 18 maggio 2017 che quel giorno sono state salvate 2.300 persone in 22 operazioni di soccorso effettuate da unità della Guardia Costiera italiana, del dispositivo EUNAVFOR MED e dalle ONG.
SOS MEDITERRANEE si rammarica che nel reportage di “Report” non sia stata diffusa nessuna intervista esplicativa del coordinatore dei soccorsi di SOS MEDITERRANEE al fine di chiarire lo svolgimento di queste operazioni di salvataggio. Il reportage omette di precisare le preoccupazioni relative alla sicurezza che hanno condotto alla scelta di non esporre le squadre dei soccorritori a un rischio potenziale di fronte alla presenza di imbarcazioni non identificate.

Tutti i giornalisti e i fotografi imbarcati sulla nave Aquarius ricevono la stessa istruzione quando si trovano a bordo delle lance di salvataggio, di evitare qualsiasi azione, come quella di scattare foto, che potrebbe essere interpretata come una aggressione da parte dei membri dell’equipaggio di imbarcazioni non identificate che si presentano come “Guardia Costiera Libica” e che potrebbe provocare una reazione imprevedibile da parte loro. Questa istruzione era ancora più importante nel corso di una giornata di salvataggi di massa, per evitare di mettere in pericolo la vita dei soccorritori e delle persone in difficoltà.

SOS MEDITERRANEE ricorda che cinque giorni più tardi, il 23 maggio, uomini armati presentatisi come “Guardia Costiera Libica” sono intervenuti nel corso di un’operazione di salvataggio coordinata dalla nave Aquarius sparando colpi d’arma da fuoco in aria e minacciando i passeggeri di un gommone, costringendoli a saltare in acqua e mettendo a rischio le loro vite e quelle dei soccorritori.

SOS MEDITERRANEE sottolinea inoltre che nelle condizioni di intervento attuali, estremamente complesse nelle acque internazionali al largo della costa libica, la priorità assoluta rimane quella di garantire la sicurezza delle sue squadre. I rischi insiti nella presenza di persone che si presentano come “guardia costiera libica” sono stati costantemente denunciati dalla nostra organizzazione.

Dopo ogni salvataggio, quando le condizioni di sicurezza lo permettono, le squadre dei soccorritori della nave Aquarius distruggono sistematicamente i gommoni e affondano i motori. Dei video diffusi dall’agenzia di stampa internazionale Reuters mostrano che nel corso delle operazioni del 18 maggio questo è accaduto.
I marinai soccorritori della Aquarius sono quotidianamente testimoni della situazione di estremo pericolo nella quale si trovano i passeggeri dei gommoni, la stragrande maggioranza dei quali è sprovvista di giubbotti salvagente. Quando tuttavia alcuni ne sono equipaggiati, questi giubbotti salvagente non rispondono ad alcuna norma in vigore e non permetterebbero a una persona caduta in acqua di restare a galla più di qualche minuto. Alcuni giubbotti salvagente di cattiva qualità sono quindi talvolta abbandonati tra i relitti alla fine delle operazioni di salvataggio.

Trasparenza

Dall’inizio della sua missione SOS MEDITERRANEE esercita la sua missione in totale trasparenza e si è impegnata a testimoniare sulla situazione nel Mediterraneo.
Ad ogni partenza in mare sono accolti a bordo contemporaneamente fino a quattro giornalisti , per permettere alla Stampa libera, indipendente e professionale di essere a sua volta testimone diretta della complessa e drammatica situazione alle porte dell’Europa. Più di 100 giornalisti da tutto il mondo hanno partecipato a una missione di salvataggio della Aquarius.

Gli autori delle immagini invitati a bordo della Aquarius da SOS MEDITERRANEE come giornalisti della trasmissione Porta a Porta di Rai 1 non erano i soli giornalisti presenti a bordo della nave Aquarius il 18 maggio 2017 e tutti hanno potuto osservare e filmare in totale trasparenza lo svolgimento delle operazioni di salvataggio.

SOS MEDITERRANEE esprime pertanto la sua preoccupazione di fronte alla distorsione della realtà dei fatti ed è a disposizione dei giornalisti per ogni richiesta di chiarimento e rivolge un nuovo appello per la fine di questa vergognosa campagna di diffamazione contro le ONG che non fa che distogliere l’attenzione da una persistente catastrofe umanitaria per le migliaia di persone che fuggono dall’inferno libico.

vedi sito Link all’articolo originale

Il C.A.S. pensato “per far riflettere i richiedenti asilo”: report della visita al centro Casotto di Pedemonte (VI)

Il giorno 2 novembre una delegazione di LasciateCIEntrare ha visitato il CAS di Pedemonte, un comune di 774 abitanti nell’Alto vicentino. La zona è isolata, poco prima degli altopiani trentini di Lavarone e di Luserna e ai piedi di una grande cava, pertanto l’ubicazione rende i collegamenti difficili e radi con i paesi limitrofi. Il centro d’accoglienza straordinaria è gestito dal Raggruppamento Temporaneo d’Impresa tra la srl Dimensione Impresa e la srl Casa Servizi, un unico ente gestore che nell’ultimo bando della prefettura [1] si è aggiudicato l’appalto di 170 posti per l’accoglienza suddivisi in diverse strutture. “Sulla carta è possibile ma servono delle competenze specifiche”, il pensiero di Enzo Miotti, socio fondatore di Dimensione Impresa in una intervista al giornale di Vicenza dell’agosto scorso [2].

L’accesso per verificare le condizioni della struttura non risulta agevole: l’ingresso è vietato anche se è presente un deputato, ordini dall’alto. Dopo un’attesa di due ore, intervallate dall’arrivo della responsabile del personale (dopo un’ora e mezza), e poi dalla direttrice, Antonella Ranzolin, e una funzionaria della Prefettura di Vicenza, la dott.ssa Daria Leonardi, viene spiegato alla delegazione che l’accesso è consentito solo al deputato e ad un suo collaboratore. La motivazione risiede nel fatto che “è vietato dalla legge” e che tempo fa, in un’altra struttura vicentina, Salvini “ci aveva fatto una piazzata”. Inoltre, temono l’incursione di gruppi fascio-leghisti che vivono in zona. Sicuramente la segretezza con cui sono gestite queste strutture e la difficoltà ad accedervi non facilita certo la trasparenza e l’inclusione.

La casa Casotto

La struttura appartiene ad un ordine di suore che ne aveva fatto una casa vacanze. Dall’agosto 2016, la srl Dimensione Impresa / Casa Servizi l’ha riconvertita in un CAS e si fa carico dei lavori di ristrutturazione che si rendono necessari. Gli ospiti sono 35 per 40 posti circa disponibili. Sono tutti uomini e provengono dall’Africa subsahariana ma anche dal Bangladesh e dal Pakistan.

Le camere sono piccole con un posto letto o, più grandi, con due. I muri sono abbastanza fatiscenti e umidi. I bagni/doccia sono 9, tre sono in ristrutturazione avanzata (piastrellatura), gli altri sono puliti, ma rabberciati. C’è comunque acqua calda e riscaldamento.

Diversi aspetti nell’accoglienza e nella gestione del CAS avevano scatenato le protesta di alcuni ospiti: la sala del refettorio era stata indicata come soggetta ad infiltrazioni di acqua in caso di pioggia, ma il soffitto di legno a trave e la bella giornata non hanno permesso di verificare la notizia.

E’ stato poi constatato l’assenza di personale qualificato. La direzione ha ribadito che ci sono sempre due operatori diurni (ne è stato visto solo uno, l’altro, che era anche il cuoco, è arrivato dopo, anche se non può essere considerato un operatore sociale qualificato) e uno notturno che dorme nella struttura. La mediazione linguistica risulta carente nonostante gli operatori siano tutti cittadini stranieri. Il problema principale ravvisato dagli ospiti è che non parlano l’italiano e comunque le provenienze sono tante ed, in particolare, i bengalesi non hanno referenti se non un operatore che conosce la lingua a livello molto basico.

Formazione ed assistenza legale

Gli ospiti lamentano l’assenza di corsi di italiano con personale sufficientemente preparato nella mediazione linguistica. La direzione ha sottolineato che vengono svolte 6 ore di lezione in tre giorni settimanali. Si svolge inoltre un corso di giardinaggio e paesaggistica (!), benché scarsamente seguito.

L’assistenza legale, sostengono i gestori, è fornita, seppure molti preferiscono affidarsi ad un loro avvocato (quando abbiamo rivolto questa domanda, evidentemente, ci riferivamo alla preparazione del colloquio in commissione territoriale); così come è offerta assistenza psicologica una volta alla settimana, anche se non arriva certamente alle 12 ore settimanali previste. Quest’ultima sarebbe importante, in quanto è piuttosto evidente il malessere dettato dalla sensazione di abbandono, di non accettazione del luogo ospitante, della difficoltà di intessere relazioni e di non poter parlare con nessuno.

Vestiti

La direttrice spiega che la settimana scorsa è stato consegnato a tutti un giaccone invernale ed ha mostrato anche alcuni maglioni ed un armadio pieno di scarpe usate, tuttavia molti ospiti indossano pantaloni corti ed infradito, forse per scelta personale. Le volontarie di Vicenza che accompagnano la delegazione nella visita sostengono di aver portato anche loro vestiti agli ospiti. Questi ultimi sostengono che è difficile reperire capi di abbigliamento e che sono stati costretti a cercare anche nella spazzatura. Molti hanno ricevuto dei capi invernali dopo oltre un anno di permanenza nel CAS.

Pocket money e autobus

Ai richiedenti asilo viene consegnato un pocket money mensile pari a 75 euro (2,50 per 30 giorni), mentre non viene fornito l’abbonamento ai mezzi pubblici, il cui utilizzo è necessario per raggiungere i paesi limitrofi. I gestori assicurano che viene dato un biglietto dell’autobus a chi va a portare il curriculum o a sbrigare pratiche. Invece, per quanto riguarda spostamenti più lunghi, come ad esempio fino a Vicenza, questi sono a carico degli ospiti utilizzando il pocket money mensile. Il costo del viaggio di andata e ritorno tra Pedemonte e Vicenza è di circa 11 euro.

Assistenza medica

Questo è un punto controverso: è presente un medico di base che ha lo studio a 20 metri dal CAS. Un infermiere, assicura la gestione, passa una volta alla settimana ed è sempre reperibile, ma non garantisce le 12 ore settimanali, ed in più c’è una convenzione con un medico privato. Non è chiaro chi sia la figura medica sempre disponibile. C’è anche un armadietto con medicinali da banco (antidolorifici, tachipirina…) ma vengono somministrati solo dopo il parere del personale medico. In caso di malessere, gli ospiti vengono accompagnati in ospedale ed in alcuni casi è stata chiamata l’ambulanza. I volontari però spiegano che hanno dovuto accompagnare personalmente un paio di persone all’ospedale, perché non avevano ottenuto altre risposte. Di sicuro, l’assistenza non è velocissima, dovendo informare prima l’operatore (che magari non c’è), questi la responsabile del personale, e questa l’infermiere, e questo prendere una decisione dopo essersi consultato con la direttrice.

La prassi da seguire appare molto macchinosa.

Cucina e cibo (e anche i vicini)

La cucina è abbastanza pulita ed ordinata, ma le lamentele riguardano invece il cibo. La sera si cena con piatti tipici delle varie culture a rotazione. Il pranzo invece è italiano “per una questione di integrazione“, dice la direttrice, tuttavia, non essendo un piatto gradito agli stranieri, viene purtroppo gettato in gran parte nella spazzatura, sollevando lo stupore del vicinato. I richiedenti asilo hanno più volte fatto presente questo disagio, ma c’è una certa ostinazione nel non capire esigenze culturali, accorgimenti semplici che tralaltro sono inseriti nel capitolato speciale d’appalto (“nella scelta degli alimenti il Gestore dovrà porre la massima cura nel proporre menù non in contrasto con i principi e le abitudini alimentari degli ospiti […] [3]

I vicini confermano che la struttura non ha mai dato problemi al paese, seppure la presenza di stranieri ha agitato le acque della paura e “molte ragazze non passano più per di qua la sera“. “All’inizio non facevano la raccolta differenziata, sembravano lasciati a loro stessi, ma poi abbiamo parlato e ora l’ambiente esterno è migliorato. Sono gentili e ci salutano, i più timorosi sono i cittadini che non ci abitano vicino, noi abbiamo imparato a vederli tutti i giorni, a conoscerli”, replicano gli abitanti delle case vicine. Ci è parsa totalmente assente una proposta di incontro interculturale con la comunità di Pedemonte dell’ente gestore. Probabilmente basterebbe davvero poco…

Residenza e carta d’identità

L’attesa purtroppo è molto lunga: i gestori accusano velatamente il sindaco di allungare i tempi per non avere persone da “caricare” sui servizi sociali, la realtà comunque vede richiedenti asilo che attendono da 8 mesi/1 anno per il diritto all’iscrizione anagrafica.

Lavoro

Questo è uno dei punti più critici: la Dimensione Impresa srl lavora da vent’anni nel settore dell’occupazione. I gestori hanno spiegato che queste loro “conoscenze” sono un vantaggio per gli ospiti nel trovare lavoro. La direttrice spiega che i ragazzi lavorano volentieri per mandare qualcosa a casa e per avere qualche possibilità in più in fase di colloquio dimostrando il loro inserimento sociale (per questo fanno anche delle attività di “volontariato” spazzando strade e curando i boschi). Secondo la prefettura non è possibile pagarli più di 300 euro al mese perché se superano, con il pocket money, i 500 euro perdono il diritto all’accoglienza in struttura. Anche sui tempi di lavoro ci sono discordanze. La gestione cerca di assicurarsi che nei contratti di tirocinio non si superino le otto ore. I ragazzi dicono di lavorare, specie in una lavanderia di Canè, “dalle 8 di mattina alle 20 di sera, ma con la pausa pranzo“.

Alcuni giorni dopo la nostra visita, durante un incontro in prefettura, la dott.sa Daria Leonardi, spiegando l’isolamento del CAS di Pedemonte, utilizza un termine emblematico. Ci dice senza mezzi termini che è una struttura pensata “per far riflettere i richiedenti asilo”. Quale sia la “colpa” che devono espiare per finire in un centro così isolato e carente di servizi non ci è dato a saperlo.