«Massacrato dai carabinieri»: la verità al processo Cucchi

 

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Le dichiarazioni al processo d’appello dellappuntato dei carabinieri Riccardo Casamassima

«È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato. Il maresciallo Roberto Mandolini me lo disse portandosi la mano sulla fronte e precipitandosi a parlare con il comandante Enrico Mastronardi della stazione di Tor Vergata.Seppi da quella che è poi diventata la mia compagna, Maria Rosati, e che assistette al colloquio perché faceva da autista di Mastronardi, che stavano cercando di scaricare le responsabilità dei carabinieri sulla polizia penitenziaria. Lei capì il nome Cucchi ma all’epoca non era ancora una vicenda nota perché non era morto».

È iniziata così la testimonianza oggi in prima corte d’Assise dell’appuntato dei carabinieri Riccardo Casamassima, l’uomo che denunciando i suoi colleghi militari ha fatto riaprire il caso Cucchi, il geometra di 31 anni deceduto all’ospedale Pertini il 22 ottobre del 2009, sei giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti.

Nel processo bis sono imputati cinque carabinieri accusati a vario titolo di omicidio preterintenzionale, falso e calunnia. «Qualche giorno dopo incontrai il figlio di Mastronardi, Sabatino con il quale ebbi uno scambio confidenziale – ha continuato, rispondendo alle domande del pm Giovanni Musarò, Casamassima, che all’epoca dei fatti prestava servizio alla stazione di Tor Vergata e ora è in servizio all’VIII Reggimento –  anche lui si portò la mano sulla testa e parlando della morte di Cucchi disse che non aveva mai visto una persona così messa male. Lo aveva visto la notte dell’arresto quando il ragazzo venne portato a Tor Sapienza».

Un’udienza cruciale che fa seguito a quella in cui altri due carabinieri hanno ammesso l’esistenza di verbali manomessi per minimizzare le condizioni di salute di Cucchi, gravemente compromesse proprio dal pestaggio che sta venendo fuori da questa udienza.

Casamassima ha detto di aver deciso di parlare dopo quattro anni e mezzo, «perché all’inizio la vicenda Cucchi non mi aveva visto coinvolto in prima persona, ma troppe cose fatte dai miei superiori non mi erano piaciute, come l’abitudine di falsificare i verbali, e, provando vergogna per ciò che sentivo e vedevo, ho deciso di rendere testimonianza, temendo ritorsioni che poi si sono verificate. Quando è uscito il mio nome sui giornali, i superiori hanno cominciato ad avviare contro di me procedimenti disciplinari, tutti pretestuosi. Con Mandolini (accusato di falso e calunnia, ndr.) mi sono incrociato una mattina nell’ottobre del 2016: gli dissi solo di andare a parlare col pm e a dire quello che sapeva – ha concluso Casamassima – gli dissi che la Procura stava andando avanti e che aveva in mano una serie di elementi importanti. Lui mi rispose dicendomi che il pm ce l’aveva a morte con lui».

Ilaria Cucchi, dopo l’udienza, punta il dito senza più timore verso il maresciallo Mandolini. «è lui il principale responsabile – dice – e ricordo bene quando venne in aula nel primo processo, quello sbagliato, a raccontarci la storiella che quella era stata una serata piacevole e che Stefano era stato anche simpatico. Adesso è il processo giusto e si parla di pestaggio. Ogni volta in quest’aula ho la pelle d’oca».

Checchino Antonini da left

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Una denuncia a orologeria

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L’8 marzo scorso a Parma si sono presentati in casa di una compagna i carabinieri per “invitarla” in caserma.

In caserma le hanno notificato l’avvio di un’indagine per minacce e diffamazione nei confronti di Francesco Concari, uno degli stupratori di Claudia, e alla fine le hanno fatto gli auguri per la “festa della donna”.

La ragione di questa denuncia sta nella presa di posizione della compagna contro lo stupro di Claudia, compiuto da Francesco Cavalca, Francesco Concari e Valerio Pucci il 12 settembre 2010 nella sede della RAF in via Testi.

La ragione di questa denuncia sta nella solidarietà femminista.
La ragione di questa denuncia sta nella pratica antissessista e antifascista militante, perché l’una è imprescindibile dall’altra.
E l’intento di questa denuncia è colpirle entrambe, perché chi stupra è un fascista a prescindere e quindi è un infame. E lo è ancor più se a stuprare è un sedicente “compagno” – questa denuncia, se ancora ce ne fosse bisogno, lo dimostra ancora una volta!
La complicità e l’omertà che ha coperto l’intera vicenda dello stupro di branco di Parma (vedi “Circa i fatti di Parma nella sede della RAF: come riparare 4 crepe prima che qualcosa si rompa per sempre“), l’isolamento e l’accusa di infamia nei confronti di Claudia e della solidarietà femminista, la strumentalizzazione politica che se ne è fatta – come sempre avviene da parte dei fascisti sul corpo delle donne – e ora quest’ennesima denuncia alla solidarietà femminista, dimostrano ancora una volta che occorre una rivoluzione nella rivoluzione, che solo la lotta rivoluzionaria organizzata delle donne a 360° può sconfiggere l’ideologia fascista e maschilista degli uomini che odiano le donne. Un’ideologia che affonda le sue radici in questo sistema sociale irriformabile.
Solidarietà a Claudia e alla compagna denunciata, senza sé e senza ma
MFPR – AQ

Free Open Arms e Iuventa. Nessuno sia più respinto nell’inferno libico

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Free Open Arms e Iuventa Rompiamo il silenzio e l’indifferenza di fronte al naufragio dei diritti umani Nessuno/a sia più respinto/a nell’inferno libico!

Invitiamo ad aderire al seguente APPELLO:

Rompiamo il silenzio e l’indifferenza di fronte al naufragio dei diritti umani. Invitiamo a convocare presidi in tutta Italia per chiedere il dissequestro delle navi umanitarie Open Arms e Iuventa e consegnare alle prefetture il seguente APPELLO:

La nave della ONG Proactiva Open Arms è ancora sequestrata al porto di Pozzallo, così come la nave Iuventa della ONG Jugend Rettet al porto di Trapani. Ogni giorno in cui queste navi restano ferme è una condanna a morte per centinaia di persone che annegano o che vengono riportate indietro nell’inferno della Libia.

L’accusa di fondo è sempre la stessa: avere salvato vite umane nel Mediterraneo e, nel caso della Open Arms, avere rifiutato di consegnare le persone sottratte alla morte alla Guardia costiera libica, la cui condotta è stata definita dalle Nazioni Unite come “spericolata e violenta”. Accusa mossa da procure siciliane che sembrano avere ingaggiato una guerra aperta contro la solidarietà, come se fosse questo il problema criminale dell’Italia.

In mezzo al mare restano solo loro, i libici, a riportare indietro, donne, bambini, uomini migranti, poi rinchiusi in centri che nel memorandum di intesa firmato dall’ex premier Paolo Gentiloni con uno dei capi libici Al Serraj vengono definiti “di accoglienza” e che l’Alto commissariato Onu per i diritti umani ha definito invece “inaccettabili”, perché “La sofferenza delle persone detenute in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”.

Viviamo in un mondo alla rovescia, dove il governo italiano, con l’approvazione dell’Unione Europea, stringe accordi con un paese dominato da milizie e mafie cui demanda la gestione di migliaia di persone inermi, e dove chi lavora ogni giorno per salvare vite viene incriminato e messo nelle condizioni di non poterlo più fare.

Dalle Alpi al Mediterraneo, l’attacco alla solidarietà si sta intensificando in tutta Italia.

Come si chiedeva Piero Calamandrei quando, nel 1956, difendeva Danilo Dolci colpevole di lottare in modo pacifico per la giustizia sociale, noi chiediamo qui oggi: Dov’è il delitto, in che consiste il delitto, chi lo ha commesso? Che cosa avevano fatto di male questi imputati? In che senso avevano offeso la solidarietà sociale e mancato al dovere civico di altruismo?

E chiedendoci qual è il crimine e chi sono i veri criminali, ricordiamo che la Corte penale internazionale dell’Aja sta in questo momento indagando sull’ipotesi di crimini contro l’umanità per quanto avviene in Libia. E che l’Italia ha, in questo crimine, delle responsabilità dirette e inequivocabili: non sono sue le navi con cui le persone vengono respinte nell’orrore, ma le ha pagate e ha addestrato i militari che le guidano; non sono italiani i torturatori nei centri libici, ma sono persone che agiscono di concerto con chi con l’Italia ha stretto gli accordi e a cui è stato sostanzialmente detto: tenetevi i migranti, a qualunque costo, fate di loro ciò che volete.

Con questo APPELLO chiediamo alla politica italiana, ai giudici dei tribunali, alle persone comuni, di rispondere a una domanda semplice: siete d’accordo e volete essere complici di politiche che nel Mediterraneo hanno conseguenze dirette di torture, stupri, riduzione in schiavitù, uccisioni? E in nome di cosa paghereste questo prezzo? Complici che credono a un’invasione che non esiste? Complici di chi usa i migranti per costruire carriere sulla paura e la diffusione del razzismo, e per spostare l’attenzione dai veri problemi della gente che sono il lavoro e il reddito, la sanità e la scuola privatizzate e sotto attacco, la povertà e le diseguaglianze sempre crescenti? Cosa hanno a che vedere le migrazioni con tutto questo? In che modo distruggere il diritto dei diritti umani e legittimare una società incattivita e piena di odio potrà aiutarci a vivere meglio?

Rompiamo il silenzio e l’indifferenza di fronte al naufragio dei diritti umani.

· CHIEDIAMO conto di quanto sta accadendo in spregio alle convenzioni internazionali ed europee, ai nostri principi costituzionali, al diritto del mare, ma anche alla stessa cosiddetta civiltà giuridica europea

· CHIEDIAMO con forza l’immediato dissequestro delle navi Open Arms e Iuventa

· CHIEDIAMO la sospensione immediata dell’accordo Italia-Libia

· CHIEDIAMO accessi legali e sicuri ai paesi europei.

Dalla Sicilia parte questo appello a convocare presidi di fronte alle prefetture di tutta Italia, Sabato 14 aprile, per consegnare questa lettera e le nostre richieste ai rappresentanti del governo italiano su tutti i territori.

Le realtà antirazziste siciliane

Arci Palermo, Artemigrante Palermo, Associazione Onlus LAB.ZEN 2, Borderline Sicilia, Borderline-Europe Caffè Internazionale, Centro Salesiano S. Chiara, Ciai Palermo, CISS/Cooperazione Internazionale Sud Sud, CLEDU- Clinica Legale per i diritti umani Università di Palermo, Comitato Antirazzista Cobas Palermo, Cooperativa Libera…mente, Emmaus Palermo, Forum Antirazzista di Palermo, Giocherenda, Gris Sicilia, H.R.Y.O./Human Rights Youth Organization, Idee in movimento, Laici comboniani Palermo, Le Onde Onlus, Missionari comboniani Palermo, Rifondazione Comunista – Palermo, Sinistra Comune, Stato Brado

9 marzo 1985. Pedro, omicido di stato. Pedro vive nelle lotte

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Il 9 marzo 1985 in via Giulia a Trieste lo stato italiano esegue la condanna a morte del militante comunista Pietro Maria Walter Greco, conosciuto da tutti come “Pedro”.

I boia Maurizio Nunzio Romano – del Sisde – e gli agenti della Digos Giuseppe Guidi, Maurizio Bensa e Mario Passanisi spararono più di dodici colpi di arma da fuoco, crivellandolo prima nel portone di casa e poi finendolo sul marciapiede.
Per non dimenticare. Pedro vive nelle lotte!

http://www.radiazione.info/2016/03/9-marzo-1985-pedro-vive-nelle-lotte/

 

 

 

 

 

Milano – Storia di un’aggresione omofoba

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Riprendiamo un comunicato del Kollettivo Indipendente Agnesi e del Collettivo Autonomo Steiner. Ogni commento ci sembra superfluo.

Leo è un ragazzo di 17 anni.
Il pomeriggio del 13 Novembre si trovava, insieme ad altre due persone, in un parco di Baggio, a Milano per passare in compagnia la giornata.
Ad interrompere questo tranquillo pomeriggio interviene un gruppetto di ragazzi di circa 15 anni che si avvicina per chiedere una sigaretta ai tre.
Dopo aver ricevuto la sigaretta il gruppo nota qualcosa e comincia far loro domande sul loro orientamento sessuale.
Senza aver ricevuto risposta cominciano a insultarlo e ad intimidirlo.
Essendo state ignorate le loro provocazioni il gruppo si allontana ma dopo poco comincia a bersagliare i tre ragazzi lanciando sassi, bottiglie e perfino una bicicletta.
I tre decidono quindi di andarsene per evitare ulteriori violenze, ma vengono raggiunti.
Un amico di Leo viene buttato a terra e, mentre cerca di aiutarlo a rialzarsi, Leo viene colpito violentemente ad un orecchio.
Cade a terra, stordito dal colpo, ma questo non ferma il gruppo che continua a inveire su di lui con calci al volto e pugni.
Leo e i suoi amici, ragazzi come tanti altri, hanno rischiato grosso quella sera, solo perché “colpevoli” di essere omosessuali.
È possibile nella Milano del 2017 essere perseguitati e picchiati per il proprio orientamento sessuale? Questo non è che uno dei tanti accadimenti che fanno capire quanto sia importante ancora oggi combattere l’OMOFOBIA in tutte le sue forme.
NO ALL’OMOFOBIA! NO ALLA TRANSFOBIA!
NO XENOFOBIA! NO ALLA MISOGINIA!
NO A TUTTE LE FORME DI DISCRIMINAZIONE E FASCISMO!
Portiamo avanti la lotta informando ed informandoci, perché crediamo nella cultura come strumento per superare queste barbarie. Proprio per questo, ricordiamo il tema della prossima assemblea d’istituto: “Autoaccettazione e omofobia”.
Kollettivo Indipendente Agnesi e Collettivo Autonomo Itsos Steiner

Pubblicato da Radaz2017, il 29 novembre 2017 alle 09:15

NoG20 Hamburg: Ancora un rinvio dell’alta corte per la scarcerazione di Fabio. I familiari verso un ricorso alla Cedu

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Da oltre 4 mesi  Fabio Vettorel si trova in carcere in Germania. Il 18enne di Feltre è l’unico compagno italiano ancora detenuto ad Amburgo per la partecipazione alle giornate di protesta del luglio scorso contro il vertice del  G20

Imputato di reati di modesta entità, quali «disturbo alla quiete pubblica», lancio di oggetti e«resistenza a pubblico ufficiale», la sua detenzione preventiva assume il carattere di una vera e propria vendetta nei confronti del conflitto praticato durante quelle giornate di mobilitazione.

Non ci  sono infatti accuse specifiche, ma si dice solo che “non si è allontanato dal gruppo in cui si verificavano azioni violente” e che “non ha agito per fermare i manifestanti violenti”. Di fatto non ci sono testimonianze contro di lui.

Intanto è slittata ancora – forse oggi, forse domani – la decisione dell’alta Corte sulla scarcerazione o meno. Fabio rischia così di restare in carcere non solo per le prossime udienze – 27 novembre e 4 dicembre – ma pure per il suo 19esimo compleanno sabato 2 dicembre.

Contro la natura vendicativa della sua carcerazione preventiva, i legali e la famiglia di Fabio stanno pensando di fare ricorso alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, qualunque sia la decisione sulla scarcerazione e l’eventuale sentenza del processo, denunciando un’aperta violazione dei diritti di difesa.

La ricostruzione di quanto accaduto a Fabio e le considerazioni di Luigi Manconi, presidente della commissione diritti umani del Senato e presidente dell’associazione “A buon diritto”. Ascolta o scarica

da Radio Onda d’Urto

Ascoli Piceno: Studente aggredito e picchiato dal Blocco Studentesco

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Aggressione fascista fuori da un istituto tecnico, il Mazzocchi. Un 20enne, esponente locale del Blocco Studentesco, costola giovanile dei “fascisti del Terzo millennio” di CasaPound, ha preso a calci e pugni un 17enne, studente dell’istituto e neoeletto rappresentante studentesco nel Consiglio d’Istituto.

La sua “colpa”? Essere stato eletto in una lista di sinistra ed esplicitamente antifascista, all’interno di un istituto, il Mazzocchi, dove da tempo i fascisti hanno messo piede ottenendo alle ultime elezioni studentesche ben il 26%.

Proprio il Blocco Studentesco ascolano, tramite la propria pagina Facebook, ha di fatto rivendicato l’aggressione definendola un… “colorito diverbio tra studenti”.

La violenza fascista non è purtroppo una novità ad Ascoli e in provincia, dove episodi simili si sono verificati altre volte negli anni scorsi. Il caso più eclatante fu quello di R.R., pugile professionista ed ex responsabile provinciale di Casa Pound, che nel 2014 si rese protagonista, nelle vie del centro storico di San Benedetto del Tronto, di due aggressioni nei confronti di varie persone, sei delle quali finirono al pronto soccorso con ferite rilevanti. Il picchiatore è finito a processo con l’accusa di lesioni con­ti­nuate gravi aggra­vate da futili motivi e mino­rata difesa delle vit­time e la sentenza è attesa per le prossime settimane

La corrispondenza di Davide Falcioni,giornalista di Fanpage.it che sta seguendo la vicenda ascolana. Ascolta o scarica.

da Radio Onda d’Urto

Delitto di Arce: Serena Mollicone potrebbe essere stata uccisa nella caserma dei carabinieri

Sedici anni dopo sta emergendo una verità negata su quello che sembrava un “delitto di paese”. In base alla perizia del medico legale firmata da Cristina Cattaneo e consegnata nei giorni scorsi alla procura di Cassino, le lesioni al capo di Serena Mollicone, una ragazza di 19 anni di Arce (Forsinone) uccisa nel settembre del 2001, sarebbero “compatibili” con l’urto su una porta sequestrata in un alloggio della locale caserma dei carabinieri, ma la morte della ragazza sarebbe stata provocata successivamente da una asfissia causata dalla “chiusura delle vie aeree con del nastro adesivo (possibilmente anche insieme al sacchetto di plastica intorno al capo)”.

Per la morte di Serena Mollicone gli unici indagati, con le ipotesi di omicidio volontario e occultamento di cadavere, sono l’ex maresciallo dei carabinieri di Arce, Franco Mottola, la moglie e il figlio.

Serena Mollicone, potrebbe dunque essere stata uccisa ad Arce nella caserma .dei Carabinieri per aver denunciato lo spaccio di droga che vedeva coinvolto il figlio del Maresciallo Franco Mottola. Proprio sul comportamento dei Carabinieri locali si sono concentrati i dubbi di una puntata di “Chi l’ha visto” di alcuni mesi fa che aveva messo in evidenza le incongruenze tra quanto raccontato nel corso di questi anni, anche tramite depistaggi e false accuse che avevano coinvolto anche il papà di Serena, e la realtà che ha visto un muro di omertà alzarsi attorno alla morte della ragazza.

I rilevamenti sul corpo di Serena, pur a molti anni di distanza, sembrano combaciare con la possibilità che la ragazza sia stata uccisa nella caserma, così come appare evidente dalla ricostruzione che adesso viene ritenuta la più plausibile per trovare finalmente la verità sul delitto di Serena Mollicone.

da Contropiano

 

Il cammino tortuoso dei migranti in bilico tra dignità e disperazione

Ieri la giornata sembrava non iniziare mai, a Piove di Sacco, 18 km da Padova e altrettanti dal CAS di Cona, abbandonato dai cinquantaquattro migranti nella mattina di lunedì. Alloggiati per la notte in una struttura della parrocchia aperta ob torto collo forse solo obbedendo a ordini dei superiori ecclesiastici, la presenza del carabiniere accanto al cancello chiuso a chiave lasciava intendere senza dubbi che non era possibile parlare con loro.

A metà mattina esce un portavoce, la voce bassa e il berretto calato su uno sguardo forte e determinato. Sono stanchi, vogliono riposare ancora un poco ma soprattutto chiedono al gruppetto dei solidali notizie di ciò che sta accadendo a Cona, cosa stanno facendo i loro fratelli rimasti al campo. Mezzogiorno, ancora nulla. Il portavoce esce più volte, domanda, ma non dice le intenzioni del gruppo.

La situazione è estremamente confusa, molti sembrano sul punto di andarsene, i bagagli in equilibrio precario sulla testa o sulle biciclette. Alla fine non partirà nessuno, almeno per oggi: non c’è organizzazione, alcuni fremono, ma nelle telefonate febbrili tra Piove e Cona i leader del gruppo d’avanscoperta convincono gli altri a non muoversi alla spicciolata.

Non resta che rimettersi in marcia verso Padova, meta prescelta il giorno prima ma ancora lontana quattro o cinque ore di cammino. Si sta facendo tardi, mezzogiorno e mezzo, i migranti escono da un passaggio secondario, l’auto dei carabinieri pronta a scortarli in direzione della città, ma bisognerà andare a passo svelto, si farà buio prima di arrivare. Dal gruppo dei solidali qualcuno propone di prendere l’autobus di linea, «public transport, not prefettura bus», non si fidano di trasporti organizzati da istituzioni o cooperative, hanno paura di ritrovarsi a Cona.

Entrano in Padova al tramonto, e solo ora inizia la vera giornata di lotta. Si ripropone in fotocopia lo schema già visto: tutti fermi alla stazione degli autobus, una delegazione di due o tre a colloquio col prefetto. Si ottiene di arrivare tutti in prefettura, mentre un cartello di organizzazioni cittadine pubblica un appello all’amministrazione comunale affinché si faccia carico della situazione dei cinquantaquattro e compia un passo concreto verso la chiusura definitiva di Cona.

Inizia così una lunghissima trattativa, quattro ore o più coi due portavoce che escono a più riprese a riferire l’andamento dell’incontro e ricevere nuovo mandato per andare avanti.

Nel pomeriggio si era riunito il tavolo per l’ordine e la sicurezza, sindaco questore e prefetto a discutere ed ora ad incontrare i migranti. L’incontro si avvia sotto i peggiori auspici: La proposta iniziale, sempre quella, «tornate a Cona>>, respinta dal solito coro «no going back», la chiusura da parte della diocesi ribadita nel pomeriggio in conferenza stampa, la percezione di essere in un cul de sac.

«Avete sbagliato interlocutore», il prefetto competente sulle vostre vite è a Venezia, che può fare Padova? La seconda linea di difesa ha il sapore della foglia di fico imposta dall’alto.

Loro continuano, non mollano e ribadiscono l’insostenibilità delle condizioni materiali di vita nel campo, un anno di vita buttato via.

Coup de theatre, arriva il vicesindaco, si mescola al gruppo in presidio, ripartono due ore di trattativa. La diocesi torna sui suoi passi, una palestra è a disposizione ma fino alle 8.30, poi un pulmann porterà tutti alla stazione, biglietto pagato per Mestre, per parlare ancora una volta col prefetto di Venezia.

Si ricomincia …

Roma, contro la violenza delle istituzioni le occupanti assediano le politiche sociali

A Roma mobilitazione delle occupanti verso la manifestazione nazionale di Non Una di Meno del 25 Novembre.

Roma, contro la violenza delle istituzioni le occupanti assediano le politiche sociali

Stamattina, all’interno del processo di costruzione del corteo nazionale di Non una di meno, che si terrà questo sabato nella città di Roma, un gruppo di donne occupanti, sgomberate e sfrattate è andato a chiedere conto all’assessora Laura Baldassarre, a capo del Dipartimento delle politiche sociali di Viale Manzoni della determina firmata insieme alla sindaca Virginia Raggi, con cui si offrirebbe a chi viene sfrattato o sgomberato un trasferimento all’interno di strutture prefabbricate in Via Ramazzini (zona Portuense).

Ricevute dalla direzione del dipartimento, a cui spetterebbe l’onere dell’accoglienza e dell’inclusione, è stata loro contestata la decisione adottata dalla giunta di farsi promotrice di un netto aggravamento dell’emergenza abitativa sofferta da migliaia di persone in questa città.
Questo Villaggio degli sgomberati, infatti, non è che un provvedimento punitivo verso chi ha un’unica colpa, quella di non avere una casa.
Il presidio di donne ha rispedito al mittente l’etichetta “fragile “utilizzata dall’amministrazione comunale e dalle sue istituzioni per governare i corpi delle donne che si trovano a vivere ad oggi in situazioni di difficoltà economica e abitativa, indicate come soggetto debole, annunciando che si riconvocheranno sotto al dipartimento martedì 28 Novembre quando verranno ricevute dall’assessora Baldassarre per discutere la revoca immediata della determina.

Questo il testo diffuso durante l’iniziativa dalle donne occupanti:

La vera violenza è quella delle istituzioni sulle donne! Fragili ci sarete voi!
Negli ultimi dieci anni la violenza maschile sulle donne è aumentata in maniera spropositata, tanto quanto la capacità delle donne di denunciare con forza questa realtà. Il movimento “Non una di meno” ha raccolto l’appello di migliaia di donne argentine, e insieme a decine di altri paesi ha redatto il piano anti violenza, un documento con cui si definisce la violenza e la sua esplicitazione in diversi ambiti, proponendo anche punti e
misure d’intervento.

Come donne siamo consapevoli che la violenza non è esclusivamente quella fisica, gravissima: la crisi economica e le politiche di austerity degli ultimi dieci anni hanno colpito soprattutto proprio le donne, ledendo in maniera preoccupante la libertà di decidere per sé, quindi per noi, e di acquisire quell’autonomia e indipendenza indispensabili per sfuggire alle violenze quotidiane. Le donne – noi donne- nella nostra società sono condannate a essere sfruttate due volte: nell’ambito lavorativo, accettando salari più bassi e il sottodimensionamento, e nell’ambito riproduttivo, in cui ci occupiamo della cura della famiglia a 360°.
Sorreggiamo la riproduzione sociale dell’intera società, senza poter non solo avere la giusta redistribuzione della ricchezza che produciamo, ma subendo di continuo la violenza istituzionale.
Una violenza che a Roma viene esercitata da Governo, Comune di Roma e Prefetto, che vorrebbero forzatamente imporre le proprie decisioni a migliaia di donne che, opponendosi a questa violenza, vivono nelle case occupate, decidendo di garantirsi un futuro lottando per sé, per le proprie famiglie, e perché il diritto all’abitare venga rispettato per tutti e tutte. Ci chiamano fragili e illegali, ma sono proprio le istituzioni ad esserlo, e a far ricadere la propria fragilità su di noi. 

La retorica della legalità targata 5 Stelle e Pd è solo un modo per nascondere questa verità ed ergersi a stato-padre-padrone che decide al posto delle donne.
Nessuno può decidere sui nostri corpi. Nessuno può imporre, come ha fatto il ministro dell’interno Minniti, gli sgomberi di decine di stabili nella Capitale – ad esempio Piazza Indipendenza e via Quintavalle-, senza nemmeno fornire alcuna alternativa concreta alle e agli sgomberati. Nessuno può stabilire, come l’art.5 del piano casa Renzi/Lupi, che vivere negli stabili occupati comporta la perdita del diritto alla residenza.
Nessuno può dichiarare che vivere nei container, come vorrebbe fare la giunta Raggi insieme alla cordata di donne in carriera, Castiglione-Baldassarre,-Micheli, e la “prefetta” Basilone, sia meglio che vivere nelle case
occupate. 

La Determina firmata dalla dirigente dell’unità per la gestione dell’emergenza e inclusione sociale, Michela Micheli, istituisce infatti un bando pubblico per la gestione di un villaggio di container per persone sgomberate: un bando peraltro rivolto a molte cooperative già coinvolte nell’inchiesta Mafia Capitale. 
La verità è che in questi mesi stiamo subendo la violenza di alcune donne -che ricoprono cariche istituzionali- su altre donne, che invece pretendono legittimamente di decidere sulla propria vita, e che insieme ad altre migliaia di persone si rifiutano di dichiararsi delle vittime. Il Movimento 5 stelle tutto e la giunta Raggi hanno parlato e parlano ancora di rappresentare il nuovo che avanza, ma le proposte pratiche che mettono in campo sono quelle di ritornare a una 

Roma fatta di baracche e abitata da baraccati.
Noi non ci stiamo.
Noi siamo le donne migranti, a cui non viene dato il sacrosanto diritto di vivere una vita migliore in paesi che si dichiarano esportatori di democrazia.
Noi siamo le donne che non possono e non vogliono più accettare la violenza delle istituzioni.
Noi siamo le donne che vogliono decidere per se e per i propri corpi.
Noi siamo le donne che per sconfiggere la violenza maschile vogliono quello che ci spetta.
Noi siamo le donne che vogliono essere libere di scegliere.
NON UNA DI MENO
CONTRO LA VIOLENZA NOI ABBIAMO UN PIANO!
#25N MANIFESTAZIONE NAZIONALE PIAZZA DELLA REPUBBLICA
ORE 14 ROMA