Not My Europe

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Il 25 marzo i leader europei celebreranno a Roma il 60° anniversario dei Trattati di Roma con cui nel 1957 fu istituita la Comunità Economica Europea.

L’Europa che sarà festeggiata il 25 marzo è cosparsa di muri e fili spinati, condanna le organizzazioni umanitarie che osano salvare le vite dei migranti in mare, si appresta a rafforzare i controlli alle frontiere esterne anche grazie ad accordi disumani con i paesi terzi, condanna donne. uomini e bambini in fuga da guerre, persecuzioni e povertà a fare viaggi sempre più spesso mortali o le respingono verso la sofferenza che si sono lasciati alle spalle, lascia che sul suo territorio il vento della xenofobia e del razzismo spiri sempre più forte. Non è la nostra Europa.

Per questo il 25 marzo numerose associazioni lanceranno un messaggio forte ai capi di Stato e di Governo riuniti a Roma: il destino di migranti e rifugiati ci riguarda. La strage continua nel Mediterraneo deve finire, attraverso l’apertura immediata di canali di ingresso regolare e protetto. L’Europa che vogliamo è accogliente e solidale. Un’azione di protesta porterà il Mediterraneo nel cuore di Roma, sulle acque del Tevere.

“Not My Europe” dà appuntamento, quindi, a Roma, sabato 25 marzo, alle ore 15.30 sulle rive del Tevere, sotto il Ponte di Castel Sant’Angelo.

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ORGANIZZAZIONI PROMOTRICI:

A Buon Diritto, Amnesty International – Italia, AMM – Archivio delle memorie migranti, Associazione Antigone, Arci nazionale, Baobab Experience, Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza – CNCA, Comitato 3 Ottobre, Giustizia per i nuovi “desaparecidos” del Mediterraneo, CRS – Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato, ENGIM internazionale, Figli delle chiancarelle, Gioventù federalista europea Gfe/Jef Italy, Intersos, Jugend Rettet e.V., K_Alma, Legambiente Onlus, Lunaria, MEDU – Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, R@inbow for Africa – R4A, Sea-Watch

Manifestazione contro Discriminazioni e Razzismo #21marzo

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Il comitato Torino Mano nella Mano contro il Razzismo promuove una manifestazione che si terrà martedì 21 marzo, a partire dalle ore 17:00, in Piazza Castello, angolo via Garibaldi , a Torino.

Nella giornata di sabato 18 marzo, sono previste delle mobilitazioni cittadine a carattere culturale (con l’utilizzo del teatro, musica, flash mob), nei quartieri, nei mercati, nei luoghi di grande affluenza, per sensibilizzare la cittadinanza e invitarla a partecipare alla mobilitazione del 21 marzo 2017. Qui di seguito l’appello per una mobilitazione sociale, politica e culturale contro tutte le forme di violenza, di discriminazione, razzismo, xenofobia, omofobia, islamofobia, afrofobia e antisemitismo.

 

Negli ultimi anni donne e uomini appartenenti e non a minoranze etniche, religiose, culturali hanno saputo combattere per l’uguaglianza e per i diritti di tutte e tutti. Hanno costruito forza e mobilitazione nei luoghi di lavoro e nelle città, superando la paura e prendendo la parola insieme a tutti coloro che si battono contro razzismo, xenofobia, omofobia, islamofobia, antisemitismo e ogni forma d’intolleranza. Oggi questa consapevolezza è di nuovo attaccata. Di nuovo forze politiche, sociali e culturali provano a ricacciare le persone che sono bersaglio di razzismo e discriminazione nel silenzio e nella paura, ancora una volta strumentalizzando le tragedie del mondo e le difficoltà delle persone per trasformare in colpevoli le vittime delle guerre, della fame, dello sfruttamento e minaccia chiunque sia o appaia diverso, non omologato al pensiero e alla cultura della maggioranza.

Politici e intellettuali senza scrupoli cercano di identificare nel terrorismo fanatico che insanguina Africa e Medio Oriente e che ha colpito anche l’Europa la religione di un miliardo e mezzo di donne e uomini che nel mondo professano la fede musulmana, fingendo di ignorare che proprio i musulmani sono le prime e più numerose vittime.

Si cerca di nuovo di sfruttare paura e ignoranza additando come minaccia terroristica le migliaia di profughi che cercano di raggiungere l’Europa, rischiando e troppo spesso perdendo le loro vite proprio per sfuggire agli uccisori e alle persecuzioni perpetrate.

Gli Stati dell’Unione europea preferiscono proteggere le frontiere piuttosto che le persone, accettando di assistere senza intervenire alla trasformazione del Mediterraneo, luogo di vita e civiltà e crocevia di culture e religioni, in un cimitero senza croci e senza nomi.

In Italia donne e uomini migranti sono costretti da leggi restrittive e discriminatorie ad accettare condizioni di vita e di lavoro incivili e insopportabili, fino alla schiavitù e al peggiore sfruttamento; bambine e bambini, ragazze e ragazzi nascono e crescono in questo Paese senza poter accedere alla pienezza dei loro diritti di cittadinanza; la falsa sicurezza dei cittadini viene costruita distruggendo la sicurezza dei migranti e delle loro famiglie, negando i loro diritti sociali e civili. Persone che per colore della pelle, aspetto, religione, cittadinanza e lingua sono diverse dalla maggioranza subiscono quotidianamente lo stesso razzismo, le stesse discriminazioni sul lavoro, nell’accesso alla casa e ai servizi, nei rapporti con certe pubbliche amministrazioni e con le forze dell’ordine, nella vita quotidiana in ogni suo aspetto.

Per queste ragioni è urgente dare vita a una seria e continua mobilitazione antirazzista e non violenta, capace di contrastare manipolazioni produttrici di identità discriminanti e strategie di “sicurezza” sostanzialmente espulsive, che da troppi anni stanno ostacolando, a livello locale, nazionale ed europeo, l’attuazione di vere politiche dei diritti, di accoglienza e di integrazione: le uniche che possono costruire una società in cui i semi di tutti i terrorismi e di tutti i razzismi siano preventivamente sconfitti.

Hanno aderito:
Convergenza delle Culture, LVIA, Centro Studi Sereno Regis, Anolf, Coordinamento immigrati CGIL, AFD Interntional – Italia, Asai, Associazione Islamica delle Alpi, Rete Senza Asilo, Associazione Radicale Adelaide Aglietta, Acmos, Associazione donne Africa subsahariana e II generazione, Associazione Mamre, Associazione Zona Franca, Associazione Panafricando, Comunità Somala in Piemonte, Associazione Almateatro

Per aderire alla Rete 21 marzo è necessario iscriversi al seguente indirizzo e-mail: torinomanonellamano@gmail.com

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Roma 1 marzo 1968 – La battaglia di Valle Giulia

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Guardando al 1968, il 1 Marzo rappresenta una tappa fondamentale, una data destinata a lasciare una traccia forte nell’immaginario collettivo ma anche ad avere conseguenze sugli sviluppi successivi degli eventi.
Con la battaglia di Valle Giulia il movimento studentesco, che nei mesi precedenti era stato un mormorio relegato al piano locale, si trasforma in un boato ed irrompe con forza sulla scena nazionale.Le voci delle precedenti occupazioni di facoltà, iniziate già nel ’67 a Pisa, Torino e Milano, erano infatti circolate perlopiù in ambito universitario, senza riuscire a portare all’attenzione dell’opinione pubblica le prime avvisaglie di agitazione.A Valle Giulia, zona di Roma alle pendici dei Parioli, si trova la facoltà di Architettura, che nei giorni precedenti al 1 Marzo è stata sede di svariate iniziative politiche, culminate nell’occupazione della facoltà.Il 29 Febbraio il rettore D’Avack richiede l’intervento della polizia per mettere fine all’occupazione: l’edificio viene brutalmente sgomberato e rimane presidiato dalle forze dell’ordine.La mattina successiva più di 4000 studenti si radunano in Piazza di Spagna e si dirigono verso la facoltà di Architettura, determinati a liberare l’edificio dall’assedio poliziesco.Il corteo giunge sul posto e comincia a fronteggiare i cordoni delle forze dell’ordine in un clima incandescente; l’evento scatenante non tarda ad arrivare: quando un gruppo di agenti prende in disparte uno studente e comincia a picchiarlo la rabbia del corteo esplode in una fitta sassaiola in direzione della polizia.
In breve lo scontro si estende a tutta l’area circostante, un gruppo di studenti riesce anche a sfondare i cordoni della polizia e a rientrare nella facoltà ma è costretto ad uscirne poco dopo sotto i colpi dei manganelli.
Gli studenti reggono a lungo l’urto delle cariche degli agenti: a fine giornata si contano 500 feriti tra i manifestanti e 150 tra le forze dell’ordine, i fermati sono più di 200, l’area circostante la facoltà ha un aspetto tale da far parlare di una vera e propria battaglia: diverse camionette ed auto incendiate, il suolo disseminato di sassi e lacrimogeni.
L’evento farà scorrere fiumi d’inchiostro: il giorno successivo la notizia rimbalza da un quotidiano all’altro, l’opinione pubblica si divide, tante interpretazioni e visioni ne vengono date.
Quel che è certo è che la battaglia di Valle Giulia rappresenta una svolta per il movimento studentesco e per un’intera generazione che abbandona con decisione la fase dell'”innocenza” e mette in campo il primo episodio di uno scontro inevitabile.
Nelle ore successive la battaglia lo slogan che circola orgogliosamente fra gli studenti, non più disposti a subire a capo chino la violenza della polizia, è: “Non siam scappati più!”.

28 febbraio 1978: i Nar uccidono Roberto Scialabba

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Il 28 febbraio 1978 è per i neofascisti romani una data significativa: tre anni prima era morto durante gli scontri alla sezione missina del rione Prati Mikis Mantakas, giovane militante del Fuan. L’episodio aveva segnato un vero e proprio punto di svolta per alcuni giovani neofascisti, tra i quali i fratelli Fioravanti, Francesca Mambro a Alessandro Alibrandi, che avevano quindi deciso di impugnare le armi: così erano nati i Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), che si renderanno negli anni responsabili di almeno 33 omicidi e che a tutt’oggi sono ritenuti responsabili della strage di Bologna.

Nei giorni precedenti all’anniversario della morte di Mantakas, Fioravanti e i suoi accoliti discutono molto su quale azione mettere in atto per ricordare il camerata ucciso, fino a quando un neofascista appena uscito dal carcere riporta la notizia che a sparare ad Acca Larentia, il 7 gennaio, sono stati quelli del centro sociale di Via Calpurnio Fiamma.

Detto, fatto: quella sera in otto salgono su tre macchine e si dirigono verso il quartiere Tuscolano. Arrivano davanti all’edificio occupato, ma lo trovano chiuso, perché la mattina stessa è stato sgomberato da un’operazione di polizia.

Il gruppetto comincia a perlustrare la zona, entra in un parchetto e vede un gruppo di ragazzi, che dal vestiario sembrano appartenere alla sinistra ezìxtraparlamentare. I neofascisti scendono da una delle macchine, e cominciano subito a sparare.

Le pistole però si inceppano, ma per terra rimane, ferito, Roberto Scialabba, colpito al torace, mentre gli altri ragazzi, alcuni feriti, riescono ad allontanarsi.
L’agguato potrebbe concludersi senza vittime, ma Valerio Fioravanti salta addosso a Roberto e gli spara: uno, due colpi alla testa. È il primo omicidio di Valerio Fioravanti, ma lui stesso si rende conto che i ragazzi di Piazza San Giovanni Bosco non avevano nulla a che fare con Acca Larentia.

Alcune ore dopo, una telefonata all’Ansa rivendica l’omicidio: “La gioventù nazional rivoluzionaria colpisce dove la giustizia borghese non vuole. Abbiamo scoperto noi chi ha ucciso Ciavatta e Bigonzetti. Onore ai camerati caduti.”

Ci vorranno però quattro anni, dopo le dichiarazioni del pentito Cristiano Fioravanti, perché la magistratura riconosca la matrice politica del delitto, che fino allora era stato considerato un “regolamento di conti tra piccoli spacciatori”.

In una scritta, quando il 30 settembre di un anno prima era stato ucciso Walter Rossi, Roberto, pur non conoscendolo direttamente, lo aveva così ricordato: «Una lacrima scivola sul viso, una lacrima che non doveva uscire, il cuore si stringe, si ribella, i suoi tonfi accompagnano slogan che si alzano verso il cielo “non basta il lutto pagherete caro pagherete tutto”».

Così, all’indomani della morte, i compagni di Cinecittà lo ricordavano: «Roberto era un compagno che lottava, come tutti noi, contro un’emarginazione che Stato e polizia gli imponevano. E’ caduto da partigiano sotto il fuoco fascista».
MA GLI ANTIFASCISTI NON DIMENTICANO!      Né oblio, né perdono!
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Michele Cavallaro, ennesima vittima delle “stragi dell’indifferenza”

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Quando muore un lavoratore è sempre una tragedia, ma quando questo accade ad un ragazzo di soli 19 anni, il dramma è ancora più enorme.
Si chiamava Michele Cavallaro di Stanghella (Padova). Come spesso accade, queste notizie non arrivano sui mezzi d’informazione nazionali, infatti, nessun media nazionale (ripeto nessuno) ne ha parlato (almeno fino ad ora). La notizia è uscita solo su qualche giornale online locale.
Le chiamano “stragi nell’indifferenza”, ed il motivo è evidente, non se ne parla, infatti non fanno più notizia e sono in pochi ad indignarsi ancora di fronte al dramma delle troppe morti sul lavoro, che accadono ogni giorno in Italia.
Queste stragi non fanno solo morti, rovinano le famiglie.
Il lavoro non può essere un fabbrica di vedove e morti, deve essere un luogo di vita.
La sicurezza sul lavoro è importante, e dovrebbe essere al PRIMO posta nell’agenda politica di qualsiasi partito politico e di qualsiasi governo.
Purtroppo in Italia non è così!

Cittadinanza: non aspettiamo più! #28F manifestazione a Roma

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“Siamo 1 milione e 200mila italiani. Italiani senza cittadinanza. Di cui 800mila hanno meno di 18 anni. Persone italiane di fatto, ma non abbastanza per il governo”. Ecco la voce delle italiane e degli italiani che lo stato non riconosce come tali. Persone che per legge non possono avere gli stessi diritti dei cittadini italiani: votare, ad esempio, ma anche, banalmente, ottenere la patente di guida, fare un viaggio fuori dall’Italia senza chiedere il visto, partecipare ai concorsi pubblici. Eppure sono nate in Italia, o sono qui fin da bambini. Hanno frequentato le scuole italiane, imparato a parlare in italiano e spesso anche in dialetto, hanno appreso le norme. Hanno pagato le tasse in Italia, contrariamente a quanto si pensa: “C’è chi le paga già da undici anni, le tasse”, spiega una ragazza, intonando poi, insieme ad altri e altre, Bella Ciao.

E’ questa la realtà in cui vivono più di 1 milione di nostri concittadini: e tutto questo a causa dell’immobilismo politico delle classi dirigenti che si sono succedute sino ad oggi. Le tappe compiute sono diverse: sono passati sei anni da quando, tra il settembre 2011 e il marzo 2012, le organizzazioni della campagna L’Italia sono anch’io hanno raccolto più di 200mila firme su due proposte di legge di iniziativa popolare sulla riforma della cittadinanza e il riconoscimento del diritto di voto amministrativo dei cittadini stranieri. A firmare sono stati i cittadini italiani, che hanno così espresso la propria volontà di cambiamento. Sono passati diversi anni, e finalmente il 13 ottobre 2015 la Camera ha approvato la proposta di riforma della legge sulla cittadinanza n.91/92. Da allora la proposta giace al Senato in attesa dell’avvio del dibattito nella Commissione Affari Costituzionali.
Sono passati ormai cinque anni da quando Lamia, dodici anni, spiegava alla Camera dei Deputati il suo sentirsi italiana, seguita da un lungo applauso. Agli italiani senza cittadinanza però non servono gli applausi, le strette di mano, le pacche sulle spalle: serve, ed è urgente, che lo stato li riconosca come cittadini. Serve che sulle loro vite non si decida più per mero calcolo politico.

Per questo il 28 febbraio dobbiamo scendere tutti e tutte in piazza, per una grande manifestazione nazionale a fianco dei nostri concittadini e concittadine. E’ un loro diritto essere riconosciuti come italiani e italiane, ed è un diritto di chi è già cittadino quello di vivere in un paese al passo coi tempi.

L’obiettivo è dietro l’angolo: chiediamo alla politica di fare il proprio dovere. Il 28 febbraio, alle ore 15.30, tutti e tutte in piazza del Pantheon a Roma: non possiamo più aspettare!

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Appello della campagna #Overthefortress contro il piano Gentiloni-Minniti

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A seguito delle ultime vicende politiche in materia di immigrazione, il cosiddetto piano Minniti e l’accordo stipulato tra l’Italia e la Libia, la campagna #Overthefortress invita alla mobilitazione: l’appuntamento è per il 4 marzo.

Riportiamo di seguito il testo dell’appello, a cui ci associamo.

Apriamo una stagione dei diritti contro il piano Gentiloni-Minniti

L’impossibilità di entrare regolarmente e muoversi liberamente in Europa costringe migliaia di uomini e donne che scappano da guerre, ingiustizie e povertà a rischiare la vita in mare o lungo i confini europei. Il 2016 è stato un anno contraddistinto da un peggioramento delle politiche europee in materia di diritti fondamentali, un anno nel quale si è sostanziata una vera e propria guerra ai migranti con oltre 5mila persone che hanno perso la vita cercando di raggiungere i paesi del vecchio continente e con una serie di dispositivi, come l’accordo Ue-Turchia, messi in atto per arginare o bloccare le migrazioni.
Anche se non sono cambiate le ragioni e le motivazioni che spingono i migranti a lasciare le loro case, ciò che risulta oggi concretamente trasformato è l’apparato legislativo di riferimento, inquinato da accordi bilaterali come quello con la Libia e composto di norme vessatorie e di chiara connotazione securitaria.

Per “salvare” Schengen, ovvero la libera circolazione delle merci e dei cittadini europei, e per raccogliere il consenso dei populismi, tutti i Paesi membri dell’Unione hanno deciso di costruire muri materiali o immateriali per limitare l’accesso dei migranti nei propri territori e di orientare in modo repressivo le proprie politiche nazionali. L’Italia e la Grecia sono diventati due paesi a stanzialità forzata, in attesa che si compia il processo di esternalizzazione delle frontiere verso sud.
L’unica “apertura” dei confini attraverso il meccanismo della relocation, legata a due sole nazionalità, quella siriana ed eritrea, è miseramente fallito. Perfino il cosiddetto approccio hotspot – il quale prevede l’identificazione forzata nel primo paese europeo di approdo – e la strumentale selezione tra “migrante economico” e “profugo di guerra” non sono stati sufficienti a limitare le migrazioni e il movimento autodeterminato verso nord dei migranti, e ora tutta l’attenzione dell’agenda europea è rappresentata dal binomio blocco/espulsione.

Il risultato di ciò sia a livello europeo che italiano è un sistema di gestione delle migrazioni complesso e difficile da approcciare nella sua totalità, che si caratterizza come un laboratorio in costante mutamento, dove l’attuale fase è essenzialmente di criminalizzazione dei e delle migranti e di una generale contrazione del diritto d’asilo.
L’Italia assunto questo paradigma sta svolgendo a pieno regime il ruolo riservatole dalla governance europea: da una parte la volontà di bloccare le partenze dai paesi nordafricani fa sottoscrivere infami accordi come quello con la Libia, mentre dall’altra il piano Minniti vuole dare l’avvio alla costruzione di nuovi CIE – i Cpr (Centri permanenti per il rimpatrio) – funzionali ad intraprendere una stagione di deportazioni. Allo stesso tempo, in tutto il Paese, si assiste ad un aumento spietato dei dinieghi delle Commissioni territoriali alle richieste di protezione internazionale ed a crescenti difficoltà nella tutela giudiziaria; l’inadeguatezza degli standard minimi delle strutture di accoglienza – dove sono del tutto assenti progetti di inclusione sociale ma ben presenti lauti profitti e scandali giudiziari – è talmente evidente da non suscitare più scalpore e la revoca dell’accoglienza viene usata come una ritorsione nei confronti dei richiedenti asilo che osano protestare per l’assenza di servizi o contro la privazione delle loro libertà.

Tutti questi sono, a intensità differenti, ingranaggi di un meccanismo terribilmente efficiente nella produzione di uomini e donne senza diritti costretti a vivere sotto ricatto in una condizione di irregolarità ed emarginazione sociale.
Ora più che mai, dopo il nuovo decreto di Gentiloni & Minniti, sentiamo l’urgenza di sincronizzare azioni che possano boicottare sia il nuovo atto di guerra ai migranti, sia la fabbrica europea che produce “clandestinità” e povertà.

L’unica via legittima e ragionevole per dare una risposta ai tanti migranti costretti all’irregolarità da questo sistema, è l’immediata attivazione di una forma di protezione che disinneschi questo meccanismo di emergenza permanente, che restituisca una reale possibilità di essere liberi e libere di scegliere il proprio futuro e di muoversi ovunque in base alle proprie necessità.

Sentiamo improrogabile la costruzione di un appuntamento assembleare di confronto per costruire una campagna politica che cammini al fianco dei migranti e provi ad aprire una stagione dei diritti da contrapporre al plotone d’esecuzione della coppia Gentiloni-Minniti.

E’ nostra intenzione allargare l’invito a tutte le realtà sociali e a tutte le esperienze solidali incontrate in tutti questi mesi, fin da quando overthefortress ha mosso i suoi primi passi sulla Balkan route, ancora oggi ora uno spazio nel quale si contrappone una forte solidarietà alle politiche violente di controllo, fino all’ultima carovana che ha attraversato il sud Italia, lungo la rotta del Mediterraneo centrale.
Di fronte, inoltre, abbiamo degli appuntamenti come il 25 marzo, con le celebrazioni per il 60° anniversario dei Trattati di Roma costitutivi della Comunità Europea, e il G7 di Taormina dove il tema delle migrazioni sarà al centro del dibattito e dove, crediamo, si possano aprire delle possibilità di mobilitazione.

Proponiamo di affrontare insieme la costruzione e l’organizzazione di una campagna contro il piano Minniti e la partecipazione a queste giornate incontrandoci sabato 4 marzo alle 11.30 allo Spazio Comune Autogestito TNT di Jesi (AN).

Campagna overthefortress
Info: overthefortress@meltingpot.org

Per info e ospitalità: 3347997546 (Stefania) – 3398102187 (Valentina)

“Pulizia di massa per i migranti. Anche con le maniere forti”. Non possiamo tacere

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A Recco per la campagna di tesseramento del Carroccio, Matteo Salvini torna a usare toni forti sui migranti. Secondo il leader della Lega Nord, occorre effettuare una pulizia “via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve, perché ci sono interi pezzi d’Italia fuori controllo”. “Non vedo l’ora – aggiunge – una volta al Governo, di controllare i confini come si faceva una volta e usare le navi della Marina Militare per soccorrere e riportare indietro i finti profughi”, sottolineando la propria ammirazione per la politica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il sito dell’Associazione Carta di Roma mette in evidenza un bell’articolo curato da Articolo 21 Veneto sulla presa di distanza da parte di movimenti e partiti politici rispetto alle affermazioni fatte da Matteo Salvini. Anche l’informazione non resta in silenzio. Qui di seguito l’articolo.

 

“Pulizia di massa per i migranti, via per via, quartiere per quartiere, anche con le maniere forti”: a parlare è Matteo Salvini, leader della Lega Nord, sul Tgr Liguria. In un quadro sociale molto teso dove l’incitamento all’odio (hate speech) contro i soggetti deboli è denunciato costantemente dalla Carta di Roma in tutte le sedi, questa frase suona come un colpo di pistola.

L’accento esplicitamente razzista non è sfuggito ai giornalisti liguri, che peraltro hanno stigmatizzato l’assenza di un contraddittorio di fronte a tale enormità, da parte del giornalista delle rete nazionale del servizio pubblico, appunto, la Rai della Liguria. “Salvini ormai ci ha abituato ad un’escalation di violenza verbale che in Italia non ha pari – afferma Alessandra Costante, giornalista del Secolo XIX, componente, della Segreteria generale della Fnsi e Segretario dell’Associazione ligure dei Giornalisti – Ritengo che a questo punto ogni commento sia del tutto inutile, le parole di Salvini rasentano e superano l’apologia del razzismo, incitano alla violenza. La risposta migliore dovrebbe arrivare da una magistratura attenta e democratica”.

A questo proposto Annamaria Alborghetti, penalista di Padova, interpellata da Articolo 21, sezione veneta, dice: “Le frasi, anche per il ruolo politico di chi le ha pronunciate e il contesto pubblico di diffusione, potrebbero configurare la violazione della legge Mancino che sanziona penalmente chi incita a commettere violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali”.

Sul profilo Facebook “Liguri tutti” di Marco Preve, giornalista di Repubblica, ci si chiede perché il cronista della Rai ligure non abbia azzardato un minimo di contradditorio con il leader della Lega ponendogli almeno la più banale delle domande: “Ma scusi onorevole, non le sembra di usare toni che richiamano la pulizia etnica?”.

Proteste e prese di distanze anche dai partiti politici, riprese dai quotidiani locali: Raffaella Paita, capogruppo Pd in Regione Liguria: “Le parole di Salvini sugli immigrati sono allucinanti. Il segretario della Lega, parlando di pulizia di massa quartiere per quartiere, evoca periodi molto bui della nostra storia. Frasi irresponsabili, che non possiamo tollerare”. Nichi Vendola: “Salvini è un fascista, è la vergogna d’Italia”. Irritato anche il Centrodestra sia a livello locale, sia a livello nazionale con Schifani: “I metodi evocati da Salvini non fanno parte della cultura del buon governo di Forza Italia”.

Al di là dell’epilogo di questa ennesima brutta vicenda che coinvolge l’informazione, va comunque rilevata l’urgenza di una puntuale applicazione, in ambito giornalistico, della Carta di Roma. A lei è intitolata l’associazione, fondata dalla Fnsi e dall’Ordine dei Giornalisti, nel dicembre del 2008 per dare attuazione al protocollo deontologico per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione.

Clandestino, extracomunitario, vucumprà, nomade, e altri, purtroppo molti altri luoghi comuni utilizzati per descrivere il fenomeno migratorio dovrebbero essere banditi dal linguaggio giornalistico e sostituiti dalle indicazioni del glossario che Carta di Roma, attraverso i propri rappresentanti, sta divulgando nel corso di numerosi pubblici dibattiti, seminari e corsi di formazione. Da segnalare, a questo proposito, l’iniziativa di un gruppo di intellettuali, tra cui il presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti e il presidente di Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu, che si sono rivolti alle istituzioni, nella persona del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, affinché dal protocollo d’intesa tra Italia e Libia in tema – tra le altre cose – di contrasto all’immigrazione illegale e al traffico di esseri umani, venga rimossa la parola “clandestino”, termine in primo luogo giuridicamente infondato quando viene utilizzato per indicare – anche prima che abbiano potuto presentare domanda d’asilo e che la domanda sia stata valutata dalle apposite commissioni territoriali – i migranti che tentano di raggiungere o raggiungono, il territorio dell’Unione europea.

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CONTRO LA BUONA SCUOLA: FLC CGIL PROCLAMA LO SCIOPERO PER L’8 MARZO

La Flc- Cgil (scuola università e ricerca) ha proclamato sciopero di 8 ore l’8 marzo: sciopero che intreccia le ragioni della giornata di mobilitazione della Rete in occasione della giornata internazionale della donna con quelle piu’ strettamente sindacali di opposizione alla cosiddetta ” buona scuola ” . Una scelta importante quella della sigla sindacale dei lavoratori della scuola, in quanto la CGIL, a livello nazionale, aveva scelto di defilarsi lasciando alle Camere territoriali la possibilità di dare copertura allo sciopero.

Il servizio con Francesco Locantore, del direttivo nazionale FLC  Ascolta

“La Flc Cgil ha proclamato sciopero di 8 ore l’8 marzo! Bene! Brave e bravi! Dovrebbero farlo anche le altre categorie. Altro che la Fiom, che invece dello sciopero ha avuto la pessima idea di convocare una assemblea nazionale unitaria con Fim e Uilm..” commenta ai nostri microfoni Eliana Como del Direttivo Centrale della Fiom e dell’area Il Sindacato è un’altra cosa  Ascolta

IL COMUNICATO DI ADESIONE DI FLC-CGIL

“Ni una menos” è la sfida lanciata dalle donne argentine in tutto il mondo, per chiamare alla lotta e allo sciopero globale contro la violenza maschile sulle donne.

Riteniamo importante che nel nostro Paese alla generale mobilitazione contro la violenza si affianchi la rivendicazione di un’effettiva parità di genere, in un momento in cui l’attacco ai diritti del lavoro e di cittadinanza vede soccombere soprattutto le donne sul piano del salario e del ruolo sociale.

Mentre vengono tagliati i servizi, continuano a mancare gli asili nido e il pagamento delle mense, non più sostenibile per un numero sempre crescente di famiglie, mette in discussione la frequenza della scuola dell’infanzia e del tempo pieno nella scuola primaria, il lavoro di cura rimane prepotentemente sulle spalle delle donne, ostacolandone la piena realizzazione professionale e sociale.

Nei nostri comparti della conoscenza la mancanza del rinnovo del Contratto nazionale di Lavoro ha poi contribuito ad indebolire la potestà di tutela, mettendo in difficoltà soprattutto le donne che non sempre possono contare sulla contrattazione per il riconoscimento dei diritti che discendono dalla Costituzione.

In questo contesto, per educare alla parità di genere e sradicare la cultura della violenza sulle donne, la formazione riveste un ruolo centrale e strategico: dall’asilo nido all’università, l’educazione alle differenze deve essere una pratica diffusa che superi la cultura formale delle pari opportunità.

Affrontare in modo critico il tema delle violenze di genere e far emergere le relazioni di potere che si instaurano attraverso gli stereotipi maschili e femminili deve essere obiettivo della scuola pubblica.

Nell’ambito di queste considerazioni si rafforzano le motivazioni che continuano a vederci determinati contro la legge 107, una riforma che impedisce alla scuola di essere un laboratorio di civiltà, all’interno del quale sperimentare punti di vista condivisi nel rispetto di tutte le differenze.

Aderire allo sciopero mondiale dell’8 marzo per i lavoratori della Conoscenza significa parlare di tutti i temi che abbiamo messo in campo in questi anni, restituire all’Istruzione e alla Ricerca obiettivi di qualità e a tutto il personale dei nostri comparti la dignità sociale e professionale che deve connotare le lavoratrici e i lavoratori dei settori pubblici, avamposto dello stato sociale.

http://www.radiondadurto.org/2017/02/21/cattive-maestre-contro-la-buona-scuola-flc-cgil-proclama-lo-sciopero-per-l8-marzo/

1980 – 2017 Valerio Vive, un’idea non muore!

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Il 22 febbraio del 1980 un commando di neofascisti assassinava a colpi di pistola Valerio Verbano in casa sua. Giovane militante autonomo di soli 18 anni, studente del liceo Archimede, è stato assassinato davanti agli occhi dei genitori per la sua militanza antifascista e rivoluzionaria. In particolare, Valerio indagava sui rapporti tra apparati dello Stato e destra eversiva.

A distanza di 37 anni da quell’omicidio rimasto senza colpevoli, daremo corpo ancora una volta, attraversando le strade di quelli che furono anche i sui quartieri, Tufello e Montesacro, ad una memoria e un ricordo che non sono liturgia o reducismo, ma storia viva dei movimenti della città di Roma. Una storia che si è fatta arma da scagliare contro chi ci dice che il fascismo è archiviato, contro chi ci invita alla riconciliazione o ci parla di opposti estremismi.

Oggi, quegli stessi quartieri vogliono raccontare ancora la figura di Valerio Verbano, la sua vita e le sue lotte, una storia orgogliosamente partigiana, che vive ogni giorno negli spazi liberati, nelle battaglie degli studenti e delle studentesse, nelle vertenze per la casa e contro gli sfratti. Così come nelle piazze delle donne che in Italia e in tutto il mondo si ribellano contro il patriarcato e la violenza maschile, urlando da un capo all’altro del globo “non una di meno”. Una storia che pulsa in ogni battaglia contro lo sfruttamento per la dignità umana.

Mentre continuiamo a vivere nella più lunga crisi economica e sociale dal dopoguerra, mentre le guerre bussano alla porta di un’Europa sempre più blindata, alimentando a dismisura vecchie e nuove povertà, leader politici e imprenditori della paura e dell’orrore in giacca e cravatta (o felpa, poco importa) nei salotti mediatici soffiano sul fuoco della “guerra tra poveri” e dello “scontro di civiltà”, utilizzando politiche criminali e di austerità e come braccio armato nei nostri quartieri le organizzazioni neofasciste.
Contro tutto questo mettiamo in campo ogni giorno pratiche culturali, di mutualismo e di solidarietà, ed anche la legittimità di un’azione resistente che, a partire dai nostri quartieri, dai lotti delle case popolari e dalle periferie, non lasci un solo centimetro di terreno a chi ci vuole indifferenti, nemici, gli uni contro gli altri.

Anche quest’anno sfileremo nelle nostre strade per ricordare Valerio e sua mamma Carla, con cui abbiamo condiviso tanta strada insieme, e dare vita ancora una volta a una giornata di lotta.

Mercoledì 22 febbraio
ore 16.00 via Monte Bianco ‘Un fiore per Valerio’
ore 17.00 CORTEO

Contro ogni sessismo, razzismo e fascismo: solidarietà, resistenza e liberazione!

I compagni e le compagne di Valerio

https://www.facebook.com/events/1357605544309950/