Milano – Storia di un’aggresione omofoba

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Riprendiamo un comunicato del Kollettivo Indipendente Agnesi e del Collettivo Autonomo Steiner. Ogni commento ci sembra superfluo.

Leo è un ragazzo di 17 anni.
Il pomeriggio del 13 Novembre si trovava, insieme ad altre due persone, in un parco di Baggio, a Milano per passare in compagnia la giornata.
Ad interrompere questo tranquillo pomeriggio interviene un gruppetto di ragazzi di circa 15 anni che si avvicina per chiedere una sigaretta ai tre.
Dopo aver ricevuto la sigaretta il gruppo nota qualcosa e comincia far loro domande sul loro orientamento sessuale.
Senza aver ricevuto risposta cominciano a insultarlo e ad intimidirlo.
Essendo state ignorate le loro provocazioni il gruppo si allontana ma dopo poco comincia a bersagliare i tre ragazzi lanciando sassi, bottiglie e perfino una bicicletta.
I tre decidono quindi di andarsene per evitare ulteriori violenze, ma vengono raggiunti.
Un amico di Leo viene buttato a terra e, mentre cerca di aiutarlo a rialzarsi, Leo viene colpito violentemente ad un orecchio.
Cade a terra, stordito dal colpo, ma questo non ferma il gruppo che continua a inveire su di lui con calci al volto e pugni.
Leo e i suoi amici, ragazzi come tanti altri, hanno rischiato grosso quella sera, solo perché “colpevoli” di essere omosessuali.
È possibile nella Milano del 2017 essere perseguitati e picchiati per il proprio orientamento sessuale? Questo non è che uno dei tanti accadimenti che fanno capire quanto sia importante ancora oggi combattere l’OMOFOBIA in tutte le sue forme.
NO ALL’OMOFOBIA! NO ALLA TRANSFOBIA!
NO XENOFOBIA! NO ALLA MISOGINIA!
NO A TUTTE LE FORME DI DISCRIMINAZIONE E FASCISMO!
Portiamo avanti la lotta informando ed informandoci, perché crediamo nella cultura come strumento per superare queste barbarie. Proprio per questo, ricordiamo il tema della prossima assemblea d’istituto: “Autoaccettazione e omofobia”.
Kollettivo Indipendente Agnesi e Collettivo Autonomo Itsos Steiner

Pubblicato da Radaz2017, il 29 novembre 2017 alle 09:15

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NoG20 Hamburg: Ancora un rinvio dell’alta corte per la scarcerazione di Fabio. I familiari verso un ricorso alla Cedu

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Da oltre 4 mesi  Fabio Vettorel si trova in carcere in Germania. Il 18enne di Feltre è l’unico compagno italiano ancora detenuto ad Amburgo per la partecipazione alle giornate di protesta del luglio scorso contro il vertice del  G20

Imputato di reati di modesta entità, quali «disturbo alla quiete pubblica», lancio di oggetti e«resistenza a pubblico ufficiale», la sua detenzione preventiva assume il carattere di una vera e propria vendetta nei confronti del conflitto praticato durante quelle giornate di mobilitazione.

Non ci  sono infatti accuse specifiche, ma si dice solo che “non si è allontanato dal gruppo in cui si verificavano azioni violente” e che “non ha agito per fermare i manifestanti violenti”. Di fatto non ci sono testimonianze contro di lui.

Intanto è slittata ancora – forse oggi, forse domani – la decisione dell’alta Corte sulla scarcerazione o meno. Fabio rischia così di restare in carcere non solo per le prossime udienze – 27 novembre e 4 dicembre – ma pure per il suo 19esimo compleanno sabato 2 dicembre.

Contro la natura vendicativa della sua carcerazione preventiva, i legali e la famiglia di Fabio stanno pensando di fare ricorso alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, qualunque sia la decisione sulla scarcerazione e l’eventuale sentenza del processo, denunciando un’aperta violazione dei diritti di difesa.

La ricostruzione di quanto accaduto a Fabio e le considerazioni di Luigi Manconi, presidente della commissione diritti umani del Senato e presidente dell’associazione “A buon diritto”. Ascolta o scarica

da Radio Onda d’Urto

Ascoli Piceno: Studente aggredito e picchiato dal Blocco Studentesco

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Aggressione fascista fuori da un istituto tecnico, il Mazzocchi. Un 20enne, esponente locale del Blocco Studentesco, costola giovanile dei “fascisti del Terzo millennio” di CasaPound, ha preso a calci e pugni un 17enne, studente dell’istituto e neoeletto rappresentante studentesco nel Consiglio d’Istituto.

La sua “colpa”? Essere stato eletto in una lista di sinistra ed esplicitamente antifascista, all’interno di un istituto, il Mazzocchi, dove da tempo i fascisti hanno messo piede ottenendo alle ultime elezioni studentesche ben il 26%.

Proprio il Blocco Studentesco ascolano, tramite la propria pagina Facebook, ha di fatto rivendicato l’aggressione definendola un… “colorito diverbio tra studenti”.

La violenza fascista non è purtroppo una novità ad Ascoli e in provincia, dove episodi simili si sono verificati altre volte negli anni scorsi. Il caso più eclatante fu quello di R.R., pugile professionista ed ex responsabile provinciale di Casa Pound, che nel 2014 si rese protagonista, nelle vie del centro storico di San Benedetto del Tronto, di due aggressioni nei confronti di varie persone, sei delle quali finirono al pronto soccorso con ferite rilevanti. Il picchiatore è finito a processo con l’accusa di lesioni con­ti­nuate gravi aggra­vate da futili motivi e mino­rata difesa delle vit­time e la sentenza è attesa per le prossime settimane

La corrispondenza di Davide Falcioni,giornalista di Fanpage.it che sta seguendo la vicenda ascolana. Ascolta o scarica.

da Radio Onda d’Urto

Delitto di Arce: Serena Mollicone potrebbe essere stata uccisa nella caserma dei carabinieri

Sedici anni dopo sta emergendo una verità negata su quello che sembrava un “delitto di paese”. In base alla perizia del medico legale firmata da Cristina Cattaneo e consegnata nei giorni scorsi alla procura di Cassino, le lesioni al capo di Serena Mollicone, una ragazza di 19 anni di Arce (Forsinone) uccisa nel settembre del 2001, sarebbero “compatibili” con l’urto su una porta sequestrata in un alloggio della locale caserma dei carabinieri, ma la morte della ragazza sarebbe stata provocata successivamente da una asfissia causata dalla “chiusura delle vie aeree con del nastro adesivo (possibilmente anche insieme al sacchetto di plastica intorno al capo)”.

Per la morte di Serena Mollicone gli unici indagati, con le ipotesi di omicidio volontario e occultamento di cadavere, sono l’ex maresciallo dei carabinieri di Arce, Franco Mottola, la moglie e il figlio.

Serena Mollicone, potrebbe dunque essere stata uccisa ad Arce nella caserma .dei Carabinieri per aver denunciato lo spaccio di droga che vedeva coinvolto il figlio del Maresciallo Franco Mottola. Proprio sul comportamento dei Carabinieri locali si sono concentrati i dubbi di una puntata di “Chi l’ha visto” di alcuni mesi fa che aveva messo in evidenza le incongruenze tra quanto raccontato nel corso di questi anni, anche tramite depistaggi e false accuse che avevano coinvolto anche il papà di Serena, e la realtà che ha visto un muro di omertà alzarsi attorno alla morte della ragazza.

I rilevamenti sul corpo di Serena, pur a molti anni di distanza, sembrano combaciare con la possibilità che la ragazza sia stata uccisa nella caserma, così come appare evidente dalla ricostruzione che adesso viene ritenuta la più plausibile per trovare finalmente la verità sul delitto di Serena Mollicone.

da Contropiano

 

Il cammino tortuoso dei migranti in bilico tra dignità e disperazione

Ieri la giornata sembrava non iniziare mai, a Piove di Sacco, 18 km da Padova e altrettanti dal CAS di Cona, abbandonato dai cinquantaquattro migranti nella mattina di lunedì. Alloggiati per la notte in una struttura della parrocchia aperta ob torto collo forse solo obbedendo a ordini dei superiori ecclesiastici, la presenza del carabiniere accanto al cancello chiuso a chiave lasciava intendere senza dubbi che non era possibile parlare con loro.

A metà mattina esce un portavoce, la voce bassa e il berretto calato su uno sguardo forte e determinato. Sono stanchi, vogliono riposare ancora un poco ma soprattutto chiedono al gruppetto dei solidali notizie di ciò che sta accadendo a Cona, cosa stanno facendo i loro fratelli rimasti al campo. Mezzogiorno, ancora nulla. Il portavoce esce più volte, domanda, ma non dice le intenzioni del gruppo.

La situazione è estremamente confusa, molti sembrano sul punto di andarsene, i bagagli in equilibrio precario sulla testa o sulle biciclette. Alla fine non partirà nessuno, almeno per oggi: non c’è organizzazione, alcuni fremono, ma nelle telefonate febbrili tra Piove e Cona i leader del gruppo d’avanscoperta convincono gli altri a non muoversi alla spicciolata.

Non resta che rimettersi in marcia verso Padova, meta prescelta il giorno prima ma ancora lontana quattro o cinque ore di cammino. Si sta facendo tardi, mezzogiorno e mezzo, i migranti escono da un passaggio secondario, l’auto dei carabinieri pronta a scortarli in direzione della città, ma bisognerà andare a passo svelto, si farà buio prima di arrivare. Dal gruppo dei solidali qualcuno propone di prendere l’autobus di linea, «public transport, not prefettura bus», non si fidano di trasporti organizzati da istituzioni o cooperative, hanno paura di ritrovarsi a Cona.

Entrano in Padova al tramonto, e solo ora inizia la vera giornata di lotta. Si ripropone in fotocopia lo schema già visto: tutti fermi alla stazione degli autobus, una delegazione di due o tre a colloquio col prefetto. Si ottiene di arrivare tutti in prefettura, mentre un cartello di organizzazioni cittadine pubblica un appello all’amministrazione comunale affinché si faccia carico della situazione dei cinquantaquattro e compia un passo concreto verso la chiusura definitiva di Cona.

Inizia così una lunghissima trattativa, quattro ore o più coi due portavoce che escono a più riprese a riferire l’andamento dell’incontro e ricevere nuovo mandato per andare avanti.

Nel pomeriggio si era riunito il tavolo per l’ordine e la sicurezza, sindaco questore e prefetto a discutere ed ora ad incontrare i migranti. L’incontro si avvia sotto i peggiori auspici: La proposta iniziale, sempre quella, «tornate a Cona>>, respinta dal solito coro «no going back», la chiusura da parte della diocesi ribadita nel pomeriggio in conferenza stampa, la percezione di essere in un cul de sac.

«Avete sbagliato interlocutore», il prefetto competente sulle vostre vite è a Venezia, che può fare Padova? La seconda linea di difesa ha il sapore della foglia di fico imposta dall’alto.

Loro continuano, non mollano e ribadiscono l’insostenibilità delle condizioni materiali di vita nel campo, un anno di vita buttato via.

Coup de theatre, arriva il vicesindaco, si mescola al gruppo in presidio, ripartono due ore di trattativa. La diocesi torna sui suoi passi, una palestra è a disposizione ma fino alle 8.30, poi un pulmann porterà tutti alla stazione, biglietto pagato per Mestre, per parlare ancora una volta col prefetto di Venezia.

Si ricomincia …

Roma, contro la violenza delle istituzioni le occupanti assediano le politiche sociali

A Roma mobilitazione delle occupanti verso la manifestazione nazionale di Non Una di Meno del 25 Novembre.

Roma, contro la violenza delle istituzioni le occupanti assediano le politiche sociali

Stamattina, all’interno del processo di costruzione del corteo nazionale di Non una di meno, che si terrà questo sabato nella città di Roma, un gruppo di donne occupanti, sgomberate e sfrattate è andato a chiedere conto all’assessora Laura Baldassarre, a capo del Dipartimento delle politiche sociali di Viale Manzoni della determina firmata insieme alla sindaca Virginia Raggi, con cui si offrirebbe a chi viene sfrattato o sgomberato un trasferimento all’interno di strutture prefabbricate in Via Ramazzini (zona Portuense).

Ricevute dalla direzione del dipartimento, a cui spetterebbe l’onere dell’accoglienza e dell’inclusione, è stata loro contestata la decisione adottata dalla giunta di farsi promotrice di un netto aggravamento dell’emergenza abitativa sofferta da migliaia di persone in questa città.
Questo Villaggio degli sgomberati, infatti, non è che un provvedimento punitivo verso chi ha un’unica colpa, quella di non avere una casa.
Il presidio di donne ha rispedito al mittente l’etichetta “fragile “utilizzata dall’amministrazione comunale e dalle sue istituzioni per governare i corpi delle donne che si trovano a vivere ad oggi in situazioni di difficoltà economica e abitativa, indicate come soggetto debole, annunciando che si riconvocheranno sotto al dipartimento martedì 28 Novembre quando verranno ricevute dall’assessora Baldassarre per discutere la revoca immediata della determina.

Questo il testo diffuso durante l’iniziativa dalle donne occupanti:

La vera violenza è quella delle istituzioni sulle donne! Fragili ci sarete voi!
Negli ultimi dieci anni la violenza maschile sulle donne è aumentata in maniera spropositata, tanto quanto la capacità delle donne di denunciare con forza questa realtà. Il movimento “Non una di meno” ha raccolto l’appello di migliaia di donne argentine, e insieme a decine di altri paesi ha redatto il piano anti violenza, un documento con cui si definisce la violenza e la sua esplicitazione in diversi ambiti, proponendo anche punti e
misure d’intervento.

Come donne siamo consapevoli che la violenza non è esclusivamente quella fisica, gravissima: la crisi economica e le politiche di austerity degli ultimi dieci anni hanno colpito soprattutto proprio le donne, ledendo in maniera preoccupante la libertà di decidere per sé, quindi per noi, e di acquisire quell’autonomia e indipendenza indispensabili per sfuggire alle violenze quotidiane. Le donne – noi donne- nella nostra società sono condannate a essere sfruttate due volte: nell’ambito lavorativo, accettando salari più bassi e il sottodimensionamento, e nell’ambito riproduttivo, in cui ci occupiamo della cura della famiglia a 360°.
Sorreggiamo la riproduzione sociale dell’intera società, senza poter non solo avere la giusta redistribuzione della ricchezza che produciamo, ma subendo di continuo la violenza istituzionale.
Una violenza che a Roma viene esercitata da Governo, Comune di Roma e Prefetto, che vorrebbero forzatamente imporre le proprie decisioni a migliaia di donne che, opponendosi a questa violenza, vivono nelle case occupate, decidendo di garantirsi un futuro lottando per sé, per le proprie famiglie, e perché il diritto all’abitare venga rispettato per tutti e tutte. Ci chiamano fragili e illegali, ma sono proprio le istituzioni ad esserlo, e a far ricadere la propria fragilità su di noi. 

La retorica della legalità targata 5 Stelle e Pd è solo un modo per nascondere questa verità ed ergersi a stato-padre-padrone che decide al posto delle donne.
Nessuno può decidere sui nostri corpi. Nessuno può imporre, come ha fatto il ministro dell’interno Minniti, gli sgomberi di decine di stabili nella Capitale – ad esempio Piazza Indipendenza e via Quintavalle-, senza nemmeno fornire alcuna alternativa concreta alle e agli sgomberati. Nessuno può stabilire, come l’art.5 del piano casa Renzi/Lupi, che vivere negli stabili occupati comporta la perdita del diritto alla residenza.
Nessuno può dichiarare che vivere nei container, come vorrebbe fare la giunta Raggi insieme alla cordata di donne in carriera, Castiglione-Baldassarre,-Micheli, e la “prefetta” Basilone, sia meglio che vivere nelle case
occupate. 

La Determina firmata dalla dirigente dell’unità per la gestione dell’emergenza e inclusione sociale, Michela Micheli, istituisce infatti un bando pubblico per la gestione di un villaggio di container per persone sgomberate: un bando peraltro rivolto a molte cooperative già coinvolte nell’inchiesta Mafia Capitale. 
La verità è che in questi mesi stiamo subendo la violenza di alcune donne -che ricoprono cariche istituzionali- su altre donne, che invece pretendono legittimamente di decidere sulla propria vita, e che insieme ad altre migliaia di persone si rifiutano di dichiararsi delle vittime. Il Movimento 5 stelle tutto e la giunta Raggi hanno parlato e parlano ancora di rappresentare il nuovo che avanza, ma le proposte pratiche che mettono in campo sono quelle di ritornare a una 

Roma fatta di baracche e abitata da baraccati.
Noi non ci stiamo.
Noi siamo le donne migranti, a cui non viene dato il sacrosanto diritto di vivere una vita migliore in paesi che si dichiarano esportatori di democrazia.
Noi siamo le donne che non possono e non vogliono più accettare la violenza delle istituzioni.
Noi siamo le donne che vogliono decidere per se e per i propri corpi.
Noi siamo le donne che per sconfiggere la violenza maschile vogliono quello che ci spetta.
Noi siamo le donne che vogliono essere libere di scegliere.
NON UNA DI MENO
CONTRO LA VIOLENZA NOI ABBIAMO UN PIANO!
#25N MANIFESTAZIONE NAZIONALE PIAZZA DELLA REPUBBLICA
ORE 14 ROMA

Ma chi sarà STATO?

ACAB finito

Prima «ha sbattuto la testa per terra», poi «addosso a un cancello». Le versioni della Questura di Vicenza lasciano veramente molti dubbi, ma purtroppo l’unica certezza in questo momento è che Luca Fanesi, tifoso quarantaquattrenne della Sambenedettese, è da due settimane in coma nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Vicenza. Il referto medico parla di quattro fratture craniche troppo vaste e non compatibili con la versione fornita dalla Digos.

Ci sono dei testimoni che raccontano un’altra verità: il 5 novembre al termine della partita Vicenza-Sambenedettese scoppiano dei tafferugli all’esterno del settore ospiti mentre la carovana di mezzi dei tifosi marchigiani si stava per allontanare dallo stadio. Come ha raccontato Piergiorgio Tronfi, ultras sambenedettese alla trasmissione Dodicesimo in Campo, «Dopo il contatto fra i tifosi è arrivata la Celere e invece di placare la situazione ha iniziato a manganellare. Luca è stato colpito in testa e qualcuno dei ragazzi mi ha riferito che hanno continuato a colpirlo anche quando era a terra».

Questa vicenda fa venire subito alla mente altre storie di abusi di potere e di (troppe volte) impunità avvenute nel nostro paese negli stadi e nelle piazze. Vengono in mente gli spari ad altezza uomo fuori dal settore ospiti di Empoli il 29 novembre 1992, quando due tifosi vicentini vennero colpiti e feriti dai proiettili sparati dalla polizia. Viene in mente poi il pestaggio di Paolo Scaroni, ultras bresciano, mandato in coma dalle botte dei celerini alla stazione di Verona al termine di un Verona-Brescia disputato il 24 settembre 2005, un giorno prima della morte di Federico Aldrovandi, a causa dei colpi ricevuti da 4 poliziotti, uno dei quali, Luca Pollastri, presta ancora servizio proprio alla Questura di Vicenza.

Stadio

In questi giorni è stata manifestata la solidarietà da parte di tantissime tifoserie ed è stata molto forte la vicinanza alla famiglia di Luca, padre di due bambini. Allo stesso tempo è forte il grido che chiede la verità su quanto è accaduto. Sicuramente se le forze dell’ordine avessero, come in molti altri paesi europei, un numero identificativo sul casco o sulle divise, si avrebbe uno strumento in più per individuare i responsabili di eventuali abusi.

Tuttavia, nonostante una raccomandazione dell’Unione Europea del 2001 sull’adozione di un “Codice etico per le forze di Polizia”, una proposta di legge del 2014, che chiede l’inserimento su casco e divise di un numero identificativo riconoscibile anche fino a 15 metri di distanza e in condizioni di scarsa luminosità, non è mai stata discussa ed approvata in Parlamento. Nel decreto Minniti “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza per le città”, un emendamento del Governo sull’inserimento di un codice identificativo è stato ritirato per “ragioni tecniche” a causa delle pressioni dei sindacati di Polizia.

Chiedere la verità per Luca significa anche pretendere l’introduzione di un numero identificativo e stabilire che i membri delle forze dell’ordine responsabili di eventuali abusi non possano più prestare servizio. Queste sì, sarebbero veramente “disposizioni urgenti in materia di sicurezza per le città”…

Polisportiva Independiente Vicenza

da GlobalProject

La detenzione di Fabio Vettorel, un orrore giudiziario che deve far vergognare l’Italia, la Germania e l’Europa

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È stato incarcerato a luglio, durante il vertice del G20 di Amburgo ed è ancora in galera, unico rimasto di 73 arrestati. Un pericoloso criminale? No, un diciannovenne con capi d’imputazione ridicoli e testimoni imbarazzanti. Perché il governo italiano non fa niente?

È riduttivo definire paradossale e kafkiana la storia di Fabio Vettorel, diciannovenne di Feltre in carcere in via preventiva ad Amburgo da quattro mesi abbondanti, la cui scarcerazione è stata prima accolta e poi respinta dopo il ricorso del Pubblico Ministero.Se ne riparla venerdì prossimo, a quanto pare. Forse.

Facciamo un breve riassunto per chi non la conoscesse: succede che la polizia tedesca – così come la nostra a Genova nel 2001: tutto il mondo è Paese – si fa trovare impreparata in occasione del G20 di Amburgo dello scorso 7-8 luglio. Succede che arresta 73 persone e che tra loro ci siano undici italiani. Succede che i tedeschi siano immediatamente rilasciati, a differenza degli italiani. Succede che anche gli italiani, ma mano che il tempo passa, vengano rimessi in libertà, il penultimo dei quali, il catanese Alberto Rapisarda, o scorso 25 ottobre. Succede che a un certo punto della storia in galera ci rimane solo lui,Fabio Vettorel.

Un pericoloso criminale, penserete. Il capo dei facinorosi. A quanto pare no. Le accuse sono – eufemismo – evanescenti. Racconta Tonia Mastrobuoni su La Repubblica che i testimoni dell’accusa, sfilati in tribunale a giustificare l’arresto di Vettorel, sono «cinque poliziotti che non hanno mai visto Fabio (…) uno più imbarazzante dell’altro». Uno di loro, ad esempio, sostiene di aver visto partire 15 grandi pietre dallo spezzone di corteo in cui si trovava Vettorel. Il suo collega testimonia il contrario. E per le telecamere della polizia che filmano quel luogo in quell’ora, di pietre non ne hanno inquadrata mezza.

Niente da fare. Fabio Vettorel rimane in galera, da cinque mesi, con capi d’imputazione come il disturbo alla quiete pubblica, il tentativo di causare danni mediante mezzi pericolosi e resistenza a pubblico ufficiale. Non esattamente un assassino: seccondo i giornali rischia meno di un anno di galera, dovesse essre condannato. Uno di quelli che sono stati arrestati con lui, il siciliano Orazio Sciuto, è stato condannato a un anno di reclusione con la condizionale. Eppure dal 3 agosto è sottoposto a un sistema di carcere restrittivo che gli impedisce di avere contatti frequenti e di scambiare posta. Ennesimo mistero.

Finita? No, nemmeno per sogno: il 2 ottobre, sua madre Jamila – che si è trasferita da tre mesi ad Amburgo per stare vicina al figlio – va a trovarlo nel carcere di Hanoverstad, ma scopre che suo figlio non sta più lì. È stato trasferito in un altro carcere, ma nessuno ha avvisato né lei, né il padre, né l’avvocato. Perché nessuno ha detto loro niente? Perché nessuno continua a non dire loro niente per giorni? Ennesima violazione dei diritti, ennesimo mistero.

Abbastanza per attivare Amnesty International e alcuni politici sensibili al tema degli abusi carcerari come Laura Puppato del Partito Democratico, che ha presentato un’interrogazione in Senato, e come Luigi Manconi: “Secondo la Raccomandazione 2006/13 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, il fatto che una persona sospettata di aver commesso un reato non sia cittadino o non abbia la residenza dello Stato in cui è avvenuto il presunto reato non è un motivo sufficiente per stabilire che vi sia quel rischio di fuga che giustificherebbe la detenzione preventiva”, si legge. «Su una questione delicatissima e cruciale per il livello di democrazia dell’Ue, come la libertà personale, i diritti e le garanzie non sono uguali per tutti i cittadini europei», ribatte Manconi.

Per Renzi, Gentiloni, Alfano niente da dichiarare. Lo stesso per Salvini, Meloni e destre assortite, che invece per i Marò incarcerati in India avevano fatto fuoco e fiamme. Silenzio anche dall’Unione Europea, che come suo solito fatica a essere consequenziale ai suoi principi, anche quando si tratta di diritti umani. E silenzio pure dal governo tedesco, che evidentemente se nessuno lo sollecita continuerà a fare orecchie da mercante. E intanto un adolescente italiano, poco più che maggiorenne, è ancora in galera. Vivissimi complimenti.

Francesco Cancellato

da Linkiesta

“Liberate Fabio Vettorel”. L’appello dei Giuristi Democratici

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I Giuristi Democratici ritengono che la carcerazione preventiva di Fabio Vettorel, giovanissimo manifestante italiano in attesa di giudizio per fatti contestati nel corso della dimostrazione di dissenso del 7 luglio 2017 a Rondenbarg, Amburgo, contro il vertice dei G20, sia ingiustificata.

La partecipazione alle udienze del 14 e 15 novembre scorsi dell’Avv. Margherita D’Andrea, in qualità di osservatrice internazionale (con anche l’associazione europea ELDH), consente di assumere con cognizione una posizione netta in ordine alla insussistenza di qualsivoglia indizio di colpevolezza a carico dell’imputato ed in ordine alla sproporzione della misura detentiva, anche alla luce dell’assenza del pericolo di fuga.

Tale ultima contestazione dall’accusa non è plausibile. Infatti, tutti i poliziotti condotti come testimoni hanno dichiarato di non aver visto Fabio Vettorel compiere atti violenti nel corso della manifestazione di Rondenbarg. Né i numerosi video girati e portati dall’accusa in giudizio indicano il contrario. Pertanto, Fabio ha tutto l’interesse a che i fatti siano chiariti nella loro interezza, al fine di dimostrare ciò che ha sostenuto e continua a ribadire al prezzo del rischio per la propria libertà personale, ovvero la più completa estraneità a quanto contestato.

La detenzione preventiva, inoltre, dovrebbe porsi sempre quale extrema ratio nell’ambito di uno stato di diritto che abbia tra i principi cardine la presunzione di innocenza. Nel caso Vettorel, invece, la volontà di tutelare l’operato delle forze dell’ordine sembra adombrare i diritti dell’imputato, con il rischio concreto di una violazione degli stessi, di gravissima portata.

Infine, ritengono vada fortemente stigmatizzata, dal punto di vista giuridico, la modifica ai paragrafi 113 e 114 del codice penale tedesco, operata a ridosso del vertice del luglio scorso. Tali disposizioni, infatti, consentono di incriminare non già coloro che abbiano comunque avuto una condotta violenta nei confronti di un pubblico ufficiale (reati di presunto attacco ad agenti di Polizia in situazione di particolare gravità e disturbo della quiete pubblica), ma anche coloro che abbiano solo partecipato a una manifestazione sfociata in scontri, come forma di “complicità” e indipendentemente dal fatto di aver recato una qualche offesa.

Come giuriste e giuristi ci auspichiamo un pronto intervento della Corte Costituzionale, in modo che tali norme non possano rischiare di violare il diritto fondamentale alla libera manifestazione del dissenso e lo stesso principio di legalità, in ragione dell’eccessiva vaghezza e indeterminatezza, che le rende idonee a colpire in modo arbitrario tipologie di comportamenti del tutto leciti.

Chiedono quindi l’immediata scarcerazione di Fabio Vettorel e lo svolgimento del giudizio nel più breve tempo possibile, affinché siano accertati definitivamente i fatti e rispettato lo stato di diritto.

Cona, la marcia dei migranti che delegittima l’intero sistema di accoglienza

L’esodo di centinaia di persone autorganizzate disvela il fallimento delle grandi strutture, mettendo sotto scacco sia chi ha gestito dall’alto lo smistamento dei migranti, sia le trame di interessi ad esso connesse. Il coro «Stop business», urlato a gran voce dai richiedenti asilo mentre la polizia bloccava la marcia sul ponte di Bojon a Campolongo, sintetizza una radicale volontà di emancipazione da chiunque stia facendo affari e profitti sulla loro pelle.

Nel primo pomeriggio di ieri i 230 migranti che martedì scorso hanno abbandonato il CAS di Cona, nella bassa pianura tra Venezia e Padova, sono stati ricollocati in altre strutture disseminate in tutta la regione del Veneto. Tre giorni di marcia come atto estremo di una lunga lotta per la dignità, per «essere considerati», come recitava l’unico cartello portato in corteo. Tre giorni che hanno riprodotto la Balkan Route nella bassa pianura veneta: persone che camminano, le poche cose raccolte in bagagli di fortuna, dormendo all’addiaccio ed incontrando popolazioni ostili, la polizia che costringe a muoversi lungo strade di campagna, fino al blocco al “confine” tra le province di Padova e Venezia. Il pomeriggio di giovedì, trascorso davanti ad uno schieramento di polizia degno dei cortei più conflittuali, sembrava stringere i migranti nella morsa di una scelta inaccettabile: trascorrere la terza notte all’aperto, sull’argine del fiume Brenta come la notte precedente, oppure fare ritorno nei capannoni di PVC a Cona. La situazione si sblocca solo grazie alla disponibilità delle strutture di alcune parrocchie di Mira offerte dal Patriarca di Venezia. Nella mattinata di oggi la conferma: i 230 non torneranno «mai più a Cona!», gli autobus organizzati dalla Prefettura di Venezia sono in arrivo.

«Cimitero»: così il Centro di Accoglienza Straordinaria viene definito da coloro che lo abitano. Un luogo dove si muore, a poco a poco, le lunghe giornate divorate dalla nebbia o dalla calura, nessuna attività possibile per i 1200 richiedenti asilo ammassati lontano da ogni centro abitato (la frazione di Conetta, immediatamente adiacente, conta appena 190 abitanti) e senza collegamenti diretti con Padova o Venezia. Forse scelta appositamente per questo, l’ex base missilistica è priva di strutture in muratura. Le carenze strutturali sono solo la cornice alla pessima gestione attuata dalla cooperativa Ecofficina-Edeco di Padova, a carico della quale sono aperte svariate inchieste per truffa, falso e maltrattamenti, tutte inerenti l’operato in questa struttura. «Solo tre di noi parlano italiano», spiegavano i migranti ieri al Prefetto. Nessuna delle azioni di sostegno e promozione della persona che i capitolati tecnici prevedono è stata mai attuata, dalle scuole di italiano alla preparazione del colloquio con la commissione territoriale di valutazione delle domande di asilo politico, né tantomeno alle azioni di scoperta e valorizzazione di conoscenze e capacità della persona.

L’esodo da Cona rappresenta un salto di qualità ed una innovazione nelle forme di lotta dei migranti. Ormai non si contano più le proteste interne ai centri, volte di fatto ad ottenere miglioramenti delle condizioni materiali di vita quotidiana. Questa volta è diverso, il messaggio va decisamente al di là delle condizioni legate ad una specifica struttura. I tre giorni di marcia mettono all’angolo le istituzioni, prefetti e questori si contraddicono quando indicando sempre il ritorno a Cona come unica soluzione immediatamente praticabile, mentre i fatti dimostrano come per identificare ed attuare una strategia concreta 24 ore sono state ampiamente sufficienti.

C’è un ultimo elemento da evidenziare, la disponibilità al conflitto, specialmente nelle forme più radicali, la capacità di resistenza e la coesione nel gruppo in marcia, che mostrano i tratti di una forma di soggettività politica a tutti gli effetti. Sono sicuramente i soggetti più vulnerabili, privi tanto di mezzi di sussistenza autonomi quanto di una personalità giuridica definita: la maggior parte di loro ha già ricevuto il cosiddetto diniego alla domanda di protezione internazionale, e sta tentando di ribaltare il verdetto ricorrendo alla giustizia ordinaria. La spada di Damocle della permanenza sul territorio d tutti gli Stati UE come irregolari pende sulla testa di ciascuno di loro, lo sanno bene e per questo reclamavano, marciando nelle strade di campagna e di fronte alla polizia, «papiers non policiers», «5 ans pour tous» pensando all’agognato permesso per protezione umanitaria.

I richiedenti asilo di Cona si sono giocati tutto, hanno portato a casa una partita molto più grande della loro stessa lotta. La marcia vittoriosa raggiunge un duplice risultato: da una parte rompe il dispositivo di disumanizzazione, emarginazione ed oblio dentro a cui i migranti sono imprigionati, e che si sta estendendo alla popolazione impoverita da dieci anni di crisi; dall’altra affossa irreversibilmente il modello dell’accoglienza basato sui grandi centri disumanizzanti.

Dare una sistemazione a chi ha abbandonato Cona significa recepire le critiche ed ammettere fino in fondo le responsabilità, e se a farlo è il prefetto allora è lo Stato centrale stesso a riconoscere il proprio fallimento. L’accoglienza va sviluppata a partire dai territori, implementando i programmi SPRAR a livello comunale. Le maxi-strutture imposte dal Ministero degli Interni vanno svuotate e chiuse, il sistema dei bandi prefettizi per l’assegnazione della gestione dei centri smantellato, la gestione tecnica ed economica dei progetti deve essere pubblica e trasparente. Certo questo è un programma ambizioso, che può trovare attuazione solo a partire dal protagonismo dei territori e dalla cooperazione tra enti locali e gangli della società civile organizzata. Uno degli elementi che è emerso in questi giorni, e che andrà valorizzato in termini politici, è stata l’attivazione spontanea di una rete solidale che ha immediatamente sostenuto in varie forme i migranti in marcia. Una composizione che spesso viene oscurata dall’immagine di un Veneto razzista e livoroso, ma che si è manifestata in tutta la sua capacità di empatizzare con chi sta lottando per i propri diritti.

La marcia partita da Cona fa esplodere in maniera dirompente una questione di giustizia sociale e libertà di movimento, che sarà al centro della manifestazione di Roma prevista per il 16 dicembre, frutto di un percorso assembleare scaturito dalle assemblee convocate dopo gli sgomberi dei rifugiati da Piazza Indipendenza  e di famiglie da Cinecittà. Lo spazio politico di costruzione di questa piazza non potrà non tenere conto della nuova disponibilità alla lotta che i migranti hanno dimostrato.

(Immagine di copertina di Carmen Sabello, tratta da Meltingpot.org)