19 settembre 1943: l’eccidio di Boves

Negli anni Quaranta Boves è una cittadina pre montana, in provincia di Cuneo, di circa diecimila abitanti, dediti per lo più ad un allevamento e all’agricoltura di sostentamento, che spesso sono costretti ad emigrare, anche solo stagionalmente. Le guerre, lunghe e faticose, che si sono susseguite, hanno mietuto numerose vittime: trecento sono i morti tra coloro che hanno combattuto la prima guerra mondiale, ma altre centinaia di persone sono morte di fame e di stenti.

Per questo motivo, già il 16 settembre, un proclama delle nazista firmato dal maggiore delle Waffen SS Joachim Peiper, comunica alla popolazione che i fuoriusciti dall’esercito italiano che sono saliti in montagna verranno liquidati come banditi, e che chiunque dia loro aiuto o asilo sarà ugualmente perseguito. Lo stesso giorno Peiper si reca a Boves, fa riunire in piazza tutti gli uomini e minaccia di bruciare il paese se tutti i soldati datisi alla macchia non si presenteranno.

La mattina di domenica 19 settembre una Fiat 1100 arriva in Piazza Italia: i due occupanti sono militari tedeschi. Un gruppo di fuoriusciti dall’esercito italiano, rifugiatisi per combattere in località San Giacomo, in Val Colla, è appena arrivato in paese per fare rifornimento di cibo: scorta la vettura dei tedeschi, li raggiungono, li disarmano e li catturano senza che questi oppongano resistenza, e li trasportano in Val Colla, dove i due vengono interrogati in merito alla propria presenza nel paese.
Alle 11.45, nemmeno un’ora dopo la cattura, due grandi automezzi tedeschi, carichi di militari, arrivano in Piazza Italia: due SS con bombe a mano distruggono il centralino del telefono sito nei pressi del municipio, quindi i due automezzi ripartono a tutta velocità verso il torrente Colla. Giunti nei pressi del borgo di Tetti Sergent i tedeschi abbandonano i mezzi e proseguono a piedi: sono circa le 12 quando inizia la battaglia con le formazioni partigiane lì stanziate. Il contrattacco della formazione di Ignazio Vian ha successo, e in meno di un quarto d’ora le truppe tedesche sono costrette a indietreggiare. Durante lo scontro restano a terra due persone, il partigiano genovese Domenico Burlando, e un militare tedesco, il cui corpo viene abbandonato nel bosco dai suoi.
Alle 13 le SS coinvolte nello scontro a fuoco tornano a Boves, e circa alla stessa ora giunge in Piazza il grosso del plotone tedesco di Cuneo, comandato dal generale Peiper, che incarica il parroco di Boves, Don Bernandi, e l’industriale Antonio Vassallo di andare a trattare con i partigiani per la riconsegna dei due prigionieri, della Fiat 1100 e della salma del caduto; Peiper assicura che in caso di successo della trattativa Boves sarà risparmiata, ma si rifiuta di mettere per iscritto il proprio impegno, asserendo che “la parola d’onore di un ufficiale tedesco vale gli scritti di tutti gli italiani”.
Gli ambasciatori giungono tra i partigiani tra le 14 e le 15 e parlano con il comandante Vian e un’altra decina di persone, che dopo alcune discussione decidono di riconsegnare i prigionieri, con tutto il loro equipaggiamento, l’auto, e la salma del caduto tedesco. I prigionieri, bendati, vengono fatti salire in auto con gli ambasciatori e riportati in centro a Boves.

Nonostante la riconsegna il maggiore Peiper dà ordine di iniziare la rappresaglia: piccoli gruppi di SS sfondano le porte delle case, sparano e uccidono i cittadini che sono rimasti a Bovese, per la maggior parte anziani, malati e infermi, e appiccano il fuoco a tutto ciò che trovano sulla loro strada.

Il bilancio dell’eccidio di Boves, il primo in Italia, è pesantissimo: 350 le abitazioni incendiate, 24 le persone uccise, tra i quali anche i due ambasciatori don Bernardi e Antonio Vassallo.

I famigliari delle vittime e l’intera cittadina di Boves non avranno mai giustizia: nonostante i numerosi tentativi di denuncia, la magistratura tedesca non prenderà mai in considerazione le richieste della città cuneese. Il generale Peiper, arrestato alla fine della guerra, verrà inizialmente condannato all’impiccagione per il massacro di Malmedy, in Francia, in cui morirono 129 persone, ma la pena verrà commutata in carcere a vita e sarà scarcerato sulla parola nel 1956; trasferitosi con uno psuedonimo a Traves, in Francia, verrà infine raggiunto dalla giustizia partigiana il 13 luglio 1971, durante l’incendio della sua casa, colpita da bombe moltov.

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Fabrizio Ceruso vive: 8-9 Settembre Corteo e Giornata in piazza

1974-2017: L’8 e il 9 Settembre a San Basilio si terranno due giornate per l’anniversario della morte di Fabrizio Ceruso. Riportiamo il testo introduttivo e il programma delle giornate.

Fabrizio Ceruso vive: 8-9 Settembre Corteo e Giornata in piazza

L’8 Settembre di quest’anno ricorrerà il 43° anniversario della morte di Fabrizio Ceruso, 19enne di Tivoli ucciso nel 1974 a San Basilio durante lo sgombero di alcune palazzine occupate nel quartiere.

Lo sfruttamento dei territori e dei quartieri segue un filo che da allora arriva ad oggi, dove in nome dei profitti di pochi si continuano a sfruttare coloro che combattono quotidianamente per la sopravvivenza.
Il quadrante della Tiburtina, in particolare, negli ultimi tempi è stato notevolmente attenzionato sia dalle amministrazioni che dalle compagini di estrema destra. Attacco ai quartieri ed alle case popolari, migranti, chiusura degli spazi di socialità e cultura slegati dal consumo, decine di casinò e sale slot, magazzini della logistica, numerosi stabili industriali abbandonati costituiscono un’ amalgama esplosiva che ha determinato il costante incremento di attenzioni da parte di tutte le forze politiche e delle istituzioni. Problemi che continuano ad essere affrontati unicamente come questioni di ordine pubblico, perpetrando uno
stato d’emergenza funzionale unicamente alla speculazione economica e politica. Soffiare sul fuoco della guerra tra poveri è ormai il meccanismo abituale per sviare l’attenzione dai veri responsabili del disagio quotidiano nelle periferie e offrire sponda alle organizzazioni neofasciste nei quartieri popolari. La nuova giunta pentastellata, lungi dal porsi in discontinuità con le amministrazioni precedenti, si sta dimostrando sorda verso le istanze che provengono dal basso, in linea con le politiche securitarie del governo nazionale, e propensa a strizzare l’occhio alle compagini neofasciste, come più volte dimostrato nel quadrante tiburtino come in tutta la città.

Un contesto in cui diventa fondamentale un intervento quotidiano nei quartieri che abbia l’umiltà di saper ascoltare e la capacità di poter agire. In questo senso, senza dubbio il lavoro di memoria storica che abbiamo sviluppato nel corso di questi anni, culminato con la produzione del documentario sulla storia di San Basilio e la battaglia del 1974, ci ha fornito delle utili chiavi di lettura del presente e delle sue contraddizioni. Riattualizzare dunque la memoria di Ceruso, ed in generale di tutti i compagni e le compagne scomparsi, non come liturgia, bensì come interpretazione del presente e megafono delle istanze sociali del territorio.

Come 43 anni fa, ancora oggi molte persone decidono di alzare la testa e di riprendersi ciò che viene sottratto in nome della rendita, della speculazione e dei profitti. Il territorio tiburtino, negli ultimi anni, di fronte a una costante crescita di attacchi da parte di amministrazioni e neofascisti, ha più volte dimostrato la volontà di non abbassare la testa. Quest’anno vorremmo continuare nella stessa direzione tracciata nella scorsa mobilitazione, allargando la partecipazione e fissando le date di settembre come un appuntamento in cui coinvolgere tutta la città. Le giornate in memoria di Fabrizio saranno la prima occasione in cui scendere in piazza dopo un’estate rovente, in cui il Governo, la giunta comunale e la questura hanno dimostrato, con gli sgomberi di via Vannina, Cinecittà e Piazza Indipendenza, quale sia l’unico piano politico per il futuro delle istanze sociali: l’uso della forza. La sfida della due giorni sarà costituire un primo momento in cui uscire dall’angolo dove i gruppi di potere della città stanno tentando di mettere coloro che lottano per un mondo diverso. Un’opportunità per dare un segnale forte e unitario tenendo insieme le criticità della Tiburtina e di tutta la città, dalla sanatoria regionale per le case popolari alla delibera regionale per l’emergenza abitativa, dagli sgomberi forzati dei migranti ai tentativi di infiltrazione delle organizzazioni neofasciste, dalla riconversione degli edifici abbandonati alla lotta alla cementificazione, dall’attacco agli spazi sociali alle lotte nel mondo del lavoro.

San Basilio, storie de Roma

Nodo Territoriale Tiburtina

Programma delle giornate:

FABRIZIO CERUSO VIVE, SAN BASILIO E ROMA NON DIMENTICANO

– Venerdì 8/9:

h.9:00 Un fiore per Fabrizio alla lapide di via Fiuminata

h.11:30 Un fiore per Fabrizio a Piazza Santa Croce (Tivoli)

h.17:00 Corteo cittadino sulla Tiburtina – Partenza da Metro Rebibbia

– Sabato 9/9 – Largo Arquata del Tronto (San Basilio):

h.17:00 Sport popolare

h.19:00 Assemblea pubblica sul diritto all’abitare a Roma

h.20:00 cena popolare

h.21:30 concerto con: Skasso (Fusion Ska) – Ardecore (Folk – Alternative Rock)

Durante le giornate saranno disponibili le copie fisiche del docu-film autoprodotto “San Basilio, storie de Roma” – (Qui link del Trailer)

Per contatti e informazioni:

– www.progettosanbasilio.orgwww.progettosanbasilio.org

– progettosanbasilio@inventati.org

– Facebook: San Basilio, storie de Roma

Piazza Indipendenza – Comune e questura ancora in cerca di profitti sulla pelle dei rifugiati

Da questa mattina celere, polizia municipale e operatori della Sala Operativa Sociale del Comune si sono presentati a Piazza Santa Madonna di Loreto per costringere i rifugiati sgomberati da Piazza Indipendenza ad andare nei centri di accoglienza Sprar. Il 26 agosto, dopo la manifestazione cittadina, si era formato un presidio contro lo sgombero della piazza alle porte di Termini dove si erano radunati in protesta tutti i rifugiati senza casa.

Già dallo sgombero di via Curtatone, i rifugiati in lotta avevano ribadito, dopo averlo provato in tanti,  il loro rifiuto nel meccanismo dell’accoglienza in barba alla retorica vomitevole secondo cui i migranti sarebbero “felici” di dipendere dall’accoglienza dello stato per garantirsi un alloggio e un pasto. In questa vicenda, emblematico è il ruolo del fondo Fimit a cui è affidata la gestione dei centri d’accoglienza nella città di Roma. Il Fondo è proprietario del palazzo occupato dai rifugiati ed è lo stesso che ha chiesto e ottenuto lo sgombero. La proprietà lucra sull’accoglienza fra l’altro acquistando stabili di proprietà dello stesso ministero dell’Interno che ha restituito manu militari ai suoi proprietari lo stabile sgomberato il 24 agosto.

Stamattina, prima dell’arrivo di giornalisti e solidali sono state identificate 57 persone delle quali soltanto 27, dietro la minaccia di sequestro dei documenti, hanno accettato la sistemazione nel centro d’accoglienza. Ma le stesse soluzioni proposte, in realtà, non sono disponibili. Uno dei due centri Sprar invece dei 20 posti promessi dalla questura ne ha a disposizione soltanto 3, e i ragazzi hanno deciso quindi di tornare in piazza.

In questo momento si sta svolgendo un’assemblea in piazza, mentre si attende il ritorno dei ragazzi che erano stati portati da mezzi Atac nei centri di accoglienza. La situazione ora è di nuovo in stallo, grazie anche all’arrivo dei solidali e di molti giornalisti, dato che la questioni migranti e sgomberi continua ad essere al centro del dibattito pubblico. Questura e istituzioni preposte continuano a peggiorare una situazione già drammatica, continuano a difendere gli interessi di chi lucra su accoglienza ed emergenza abitativa; ma centinaia di persone vivono accampate dal 10 Agosto nel centro di Roma, fra gli sgomberati di Cinecittà e di Piazza Indipendenza, con il bisogno di una soluzione chiara e semplice, una casa per chi non ha un tetto sopra la testa, una casa per tutti!

http://www.infoaut.org/migranti/piazza-indipendenza-comune-e-questura-ancora-in-cerca-di-profitti-sulla-pelle-dei-rifugiati

Roma: Sgomberato il gazebo dei rifugiati eritrei in Piazza Venezia

Svegliati all’alba e caricati su un pullman i rifugiati che, dopo lo sgombero di via Curtatone, s’erano accampati in Piazza Venezia dopo il corteo del 26 agosto

Sgombero è una parola imbarazzante: per questo le veline di Via Genova, la questura di Roma, non la adoperano per spiegare quello che sta succedendo ai margini di Piazza Venezia nel gazebo dove, da otto giorni, gli sgomberati di Via Curtatone, restati senza casa dopo le violenze di polizia, si mostravano alla città notte e giorno, in uno spicchio di giardino di ghiaia delimitato da due striscioni sul diritto alla casa.

“Intervento” delle forze dell’ordine, lo chiama l’Ansa in ossequio al dispaccio ufficiale, al presidio nei giardini vicino ai Fori Imperiali, al centro di Roma, dove da giorni si trovano migranti sgomberati dal palazzo di via Curtatone. Secondo quanto si è appreso, sono in corso controlli e probabilmente i migranti verranno allontanati.

Da testimonianze dirette, si apprende che l’”intervento” è iniziato stamattina alle 6 quando la polizia ha svegliato le persone sotto il gazebo chiedendo i documenti poi le ha caricate su un pullman per portarle ai centri di accoglienza, uno sulla Casilina e uno a Casalotti ma le persone hanno rifiutato e non sono volute scendere dal pullman. Nessuno di loro sarebbe stato portato in questura.

Scriverà l’Ansa: sono 57 le persone controllate questa mattina nel corso dell’intervento «programmato», effettuato in piazza Madonna di Loreto da una task force composta da polizia, carabinieri, polizia locale, Sala operativa sociale del Comune e dall’Ama. Lo rende noto la Questura di Roma spiegando che l’intervento era «finalizzato al controllo ed all’adozione di misure di assistenza delle persone aventi diritto». Ai promotori del presidio non più autorizzato da lunedì scorso sono state contestate – aggiunge la Questura – «le violazioni previste dalla normativa di settore». Sequestrati il gazebo e lo striscione. Il presidio – conclude la Questura – «inizialmente autorizzato, era poi divenuto abusivo, alimentato dalla presenza di persone estranee allo sgombero di via Curtatone». Gli estranei, secondo la neolingua orwelliana della questura sono i solidali, cittadini indignati, antirazzisti, attivi nei movimenti, sia italiani che stranieri.

Tutto ciò mentre governo e Campidoglio tentano di assecondare un senso comune razzista trasversale alle forze politiche e ai quartieri di Roma. L’annuncio sull’utilizzo di caserme dismesse o alloggi sfitti per l’emergenza casa altro non è che il tentativo di rappresentare il quadro dell’emergenza dividendo cattivi e buoni e alimentando la guerra dei penultimi contro gli ultimi. Il giorno dell’annuncio congiunto Minniti-Raggi è stato anche il giorno in cui è venuta chiaramente fuori la natura dell’episodio di Via del Frantoio, nel quartiere di Tiburtino III. Qui, una donna ha raccontato di essere andata fuori dal centro di accoglienza a cercare l’uomo che poco prima aveva tirato i sassi ai suoi figli, di essere stata trascinata per i capelli e sequestrata, per circa un’ora assieme al nipote di 12 anni da un gruppo di migranti che avevano chiuso il cancello che dà sulla strada per evitare di farla uscire. Ora la donna è stata iscritta nel registro degli indagati della procura di Roma, per lesioni aggravate dall’uso di arma. Per gli inquirenti avrebbe responsabilità nel ferimento del cittadino eritreo avvenuto martedì sera, ricoverato in ospedale con una ferita d’arma da taglio alla schiena, con una prognosi iniziale di 30 giorni. E le ferite che mostrava la donna le erano state inferte dal marito almeno un giorno prima dei fatti. Comincia così a chiarirsi il quadro di quanto sarebbe accaduto quella notte, quando, accorsi per dare aiuto alla donna, un gruppo di residenti ha assediato il centro accoglienza per migranti.

Ma tutto ciò non ha fermato la gazzarra fascistoide di gruppi come “Roma ai romani”. Un gruppo di eritrei, tra cui donne e bambini, che stava partecipando a una messa organizzata dalla comunità di Sant’Egidio in una parrocchia del quartiere è rimasto bloccato, sabato, l’altroieri, perché fuori si sono radunati gruppi di destra. Poco prima davanti al centro c’era stato un sit-in di protesta di una trentina di abitanti contro la struttura. «Donne e bambini bloccati in chiesa – spiega la presidente della Cri di Roma, Debora Diodati, organizzazione che gestisce il presidio umanitario di via del Frantoio – Erano andati a pregare per la pace con i cittadini del quartiere e la comunità di Sant’Egidio. Non ho parole. Se non vergogna per chi usa metodi nei fatti violenti. Mi aspetto una reazione di tutti in primis del Comune di Roma».

Così riporta anche Eleonora Camilli per Redattore sociale, una delle testate più attente alla vicenda

 “La polizia arriva, si mette i guanti e sgombera. Ancora e ancora. Ma dove dobbiamo andare, dove dobbiamo dormire? Dobbiamo andare sei mesi ancora in un centro? E poi? Come si fa a vivere così?”. Lo grida tra le lacrime una ragazza eritrea dopo che questa mattina all’alba le forze dell’ordine(una task force composta da personale della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri, da Polizia Roma Capitale, della sala operativa sociale del Comune e dall’Ama) hanno smantellato il presidio di piazza Madonna di Loreto, a due passi da piazza Venezia nel cuore di Roma. Qui sotto due gazebo dormivano da giorni 57 persone, donne, uomini, bambini. Il più piccolo, David, ha solo tre mesi. La mamma, 30 anni, lo sistema nella carrozzina: “Per fortuna lui può stare qui dentro – dice -. Noi dormiamo per terra. Ci dicono che dobbiamo andare nei centri, ma come faccio a separarmi da mio marito con un bambino così piccolo?”. Hagerie, 27 anni, invece sta finendo il nono mese di gravidanza, e dovrebbe partorire il 19 settembre: “Sono molto stanca, non ce la faccio più – dice – Io da sola al centro non ci voglio stare, voglio stare con mio marito, non è giusto che un padre non possa stare vicino a suo figlio”.

Il problema dei posti: “Non possono separare i nuclei familiari”. Dopo lo sgombero alcuni rifugiati (29 persone) hanno accettato inizialmente di trasferirsi temporaneamente nelle strutture di Casilina e Boccea. Ma quasi tutti starebbero già tornando indietro. Il problema, spiegano, è che i posti sono separati: da una parte le donne, dall’altra gli uomini, dall’altra ancora le mamme con bambini. I nuclei familiari, dunque, devono dividersi. “Queste persone vorrebbero provare a fidarsi, io li sto convincendo, ma il Comune deve assicurare un posto per tutti, e soprattutto permettere alle famiglie di stare insieme – sottolinea Gemma Vecchio, presidente di Casa Africa, che si sta facendo portavoce dei rifugiati eritrei sgomberati prima dal palazzo di via Curtatone, poi da piazza Indipendenza e oggi dal presidio di Madonna di Loreto. “Vogliamo avere la garanzia che sistemano tutti:120 uomini e 70 famiglie – aggiunge – non possono offrire solo venti posti ogni volta e in condizioni inaccettabili. Io sto facendo di tutto per trovare un punto di incontro con il Comune ma queste persone devono essere rassicurate, gli vanno proposte soluzioni reali”. La linea di Gemma si scontra con quella più dura dei movimenti per la casa. “La proposta fatta dal Comune per i migranti sgomberati questa mattina a piazza di Madonna di Loreto, è ancora una volta inadeguata. Li hanno portati in due centri: uno a Casalotti, l’altro sulla Casilina, che avevano già rifiutato il 20 agosto. Sono soluzioni provvisorie, inaccettabili – afferma la portavoce del Movimento per il diritto all’abitare di Roma, Margherita Grazioli-. La considerazione che hanno di queste persone lo dimostra che stamattina i loro beni personali sono stati caricati su un furgoncino dell’Ama”.

Biriam: “Ci dicono che tutti stanno lavorando per noi, non ci fidiamo più”. Per ora, dunque, soltanto alcuni avranno un tetto sotto cui dormire questa notte. Mentre gli altri continueranno a vagare per la città, dormendo ancora in strada. “Non lo so dove dormiremo – dice Biriam, 40 anni, eritreo -. Questa mattina quando sono arrivati ci hanno chiesto i documenti. Hanno visto che eravamo tutti in regola, ma ci hanno detto che da qui ce ne dobbiamo andare. Che il comune, il ministero, tutti stanno lavorando per noi, per trovare una soluzione. Ma noi non ci fidiamo – aggiunge – Chi ci garantisce che non questa non sia l’ennessima promesso che nessuno manterrà? Siamo rifugiati, se l’Italia non riesce a gestirci ci mandi via, superi la legge Dublino, ci permetta di andare in un altro paese”. Biriam, 40 anni, è arrivato nel 2003 in Italia. Dopo un periodo in Sicilia è stato portato in un centro di accoglienza a Roma e qui, mentre aspettava l’esito della domanda d’asilo, ha iniziato a frequentare un corso di lingua italiana alla Caritas. Poi si è iscritto a una scuola serale e ha preso un diploma in sistema energetici: “Mi alzavo la mattina alle 5 e andavo a lavoro al mercato, smettevo alle 16, alle 17 ero a scuola, alle 23 andavo a dormire e la mattina dopo andavo di nuovo a lavorare alle 5. Ci tenevo moltissimo a frequentare – racconta -. Poi dopo la maturità mi sono iscritto a Ingegneria meccanica alla Sapienza grazie a una borsa di studio. Poi l’ho persa. Ma ho continuato a frequentare, con più difficoltà. Mi manca solo un esame alla laurea. Nel frattempo ho perso il lavoro e sto facendo lavoretti saltuari, per questo ero andato a vivere a via Curtatone. Ma non avrei mai pensato di ritrovarmi per strada”.

Nel pomeriggio i rifugiati si sono raccolti in assemblea nei giardini di piazza Madonna di Loreto per valutare cosa fare nei prossimi giorni. Intanto, alcuni cittadini hanno iniziato a portare generi alimentari. Una signora ha riempito un bottiglione d’acqua, altri hanno portato qualcosa da mangiare. Un pacco pieno di biscotti per i bambini è arrivato da Santi Apostoli. Lo hanno preparato le famiglie accampate sotto i portici della basilica: “Se non ci aiutiamo tra di noi, non ci aiuta nessuno”.

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(seguiranno aggiornamenti)

Ercole Olmi

da popoff

FABRIZIO CERUSO VIVE, SAN BASILIO E ROMA NON DIMENTICANO!

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Venerdì 8/9:

h.9 Un fiore per Fabrizio alla lapide di via Fiuminata

h.11:30 Un fiore per Fabrizio alla lapide di piazza Santa Croce (Tivoli)

h. 17 Corteo cittadino sulla Tiburtina – Partenza da stazione metro Rebibbia

Sabato 9/9

Largo Arquata del Tronto (San Basilio)

dalle 17 Sport popolare

dalle 19 Assemblea pubblica sul diritto all’abitare a Roma

dalle 20 cena popolare

dalle 21:30 concerto con:

Skasso (Fusion Ska)

Ardecore (Folk – Alternative Rock)

www.progettosanbasilio.org

progettosanbasilio@inventati.org

Fb: San Basilio, storie de Roma

Durante le giornate saranno disponibili le copie fisiche del docu-film autoprodotto “San Basilio, storie de Roma”

Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=vikXxZQD94Y

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L’8 Settembre di quest’anno ricorrerà il 43° anniversario della morte di Fabrizio Ceruso, 19enne di Tivoli ucciso nel 1974 a San Basilio durante lo sgombero di alcune palazzine occupate nel quartiere.

Lo sfruttamento dei territori e dei quartieri segue un filo che da allora arriva ad oggi, dove in nome dei profitti di pochi si continuano a sfruttare coloro che combattono quotidianamente per la sopravvivenza. Il quadrante della Tiburtina, in particolare, negli ultimi tempi è stato notevolmente attenzionato sia dalle amministrazioni che dalle compagini di estrema destra. Attacco ai quartieri ed alle case popolari, migranti, chiusura degli spazi di socialità e cultura slegati dal consumo, decine di casinò e sale slot, magazzini della logistica, numerosi stabili industriali abbandonati costituiscono un’ amalgama esplosiva che ha determinato il costante incremento di attenzioni da parte di tutte le forze politiche e delle istituzioni. Problemi che continuano ad essere affrontati unicamente come questioni di ordine pubblico, perpetrando uno stato d’emergenza funzionale unicamente alla speculazione economica e politica. Soffiare sul fuoco della guerra tra poveri è ormai il meccanismo abituale per sviare l’attenzione dai veri responsabili del disagio quotidiano nelle periferie e offrire sponda alle organizzazioni neofasciste nei quartieri popolari. La nuova giunta pentastellata, lungi dal porsi in discontinuità con le amministrazioni precedenti, si sta dimostrando sorda verso le istanze che provengono dal basso, in linea con le politiche securitarie del governo nazionale, e propensa a strizzare l’occhio alle compagini neofasciste, come più volte dimostrato nel quadrante tiburtino come in tutta la città.

Un contesto in cui diventa fondamentale un intervento quotidiano nei quartieri che abbia l’umiltà di saper ascoltare e la capacità di poter agire. In questo senso, senza dubbio il lavoro di memoria storica che abbiamo sviluppato nel corso di questi anni, culminato con la produzione del documentario sulla storia di San Basilio e la battaglia del 1974, ci ha fornito delle utili chiavi di lettura del presente e delle sue contraddizioni. Riattualizzare dunque la memoria di Ceruso, ed in generale di tutti i compagni e le compagne scomparsi, non come liturgia, bensì come interpretazione del presente e megafono delle istanze sociali del territorio.

Come 43 anni fa, ancora oggi molte persone decidono di alzare la testa e di riprendersi ciò che viene sottratto in nome della rendita, della speculazione e dei profitti. Il territorio tiburtino, negli ultimi anni, di fronte a una costante crescita di attacchi da parte di amministrazioni e neofascisti, ha più volte dimostrato la volontà di non abbassare la testa. Quest’anno vorremmo continuare nella stessa direzione tracciata nella scorsa mobilitazione, continuando ad allargare la partecipazione e a fissare le date di settembre come un appuntamento in cui coinvolgere tutta la città. Le giornate in memoria di Fabrizio saranno la prima occasione in cui scendere in piazza dopo un’estate rovente, in cui il Governo, la giunta comunale e la questura hanno dimostrato, con gli sgomberi di Cinecittà e Piazza Indipendenza, quale sia l’unico piano politico per il futuro delle istanze sociali: l’uso della forza . La sfida della due giorni sarà costituire un primo momento in cui uscire dall’angolo dove i gruppi di potere della città stanno tentando di mettere coloro che lottano per un mondo diverso.

Un’importante opportunità per dare un segnale forte e unitario tenendo insieme le criticità della Tiburtina e di tutta la città, dalla sanatoria regionale per le case popolari alla delibera regionale per l’emergenza abitativa, dagli sgomberi forzati dei migranti ai tentativi di infiltrazione delle organizzazioni neofasciste, dalla riconversione degli edifici abbandonati alla lotta alla cementificazione, dall’attacco agli spazi sociali alle lotte nel mondo del lavoro.

San Basilio, storie de Roma
Nodo Territoriale Tiburtina

NoG20: “Sono profondamente orgogliosa della forza di mio figlio” La lettera della mamma di Emiliano da due mesi recluso a Amburgo

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Dopo quasi due mesi di detenzione scrive la mamma di Emiliano: “Sono profondamente orgogliosa di lui per la forza che sta dimostrando e perchè ne condivido gli ideali”.

Emiliano è un ragazzo di trent’anni, sta ancora in famiglia perché per lui la famiglia è importante, è il cardine della sua vita. Sta in famiglia per scelta, non per obbligo. Fin da piccolo ha sempre sentito la passione politica e ha deciso sin da subito di schierarsi in difesa dei più deboli.

Da piccolissimo ha iniziato a seguire il padre, consigliere comunale del Partito della Rifondazione comunista a Partinico (PA). Ho dei ricordi di lui a quell’età ben vivi. Aveva cinque anni quando è voluto venire con noi a Capaci per la commemorazione ad un anno dalla morte di Falcone. Ricordo lui, piccolino, mentre posava i fiori vicino all’albero di Falcone. Ogni anno non mancava a Portella delle Ginestre per le commemorazioni delle stragi. Aveva otto anni quando si portò per la prima volta una canna lunga almeno due metri, utilizzata a mo’ di asta per tenere la sua bandiera di Che Guevara.

Tutte le volte lo si riconosceva nelle immagini della RAI per quella altissima bandiera. La sua passione politica cresceva insieme a lui. In paese è sempre stato presente nei momenti politici importanti come la grandissima manifestazione contro le molestie delle distilleria Bertolino, industria insalubre di prima classe in pieno centro abitato che da decenni ammorba il nostro territorio.

Emiliano ha sempre fatto sentire il suo dissenso per le ingiustizie. Ha preso la sua prima tessera del PRC a quattordici anni, quando è stato possibile farlo, anche se la sua militanza politica è iniziata molto prima.

Andare ad Amburgo per partecipare alle manifestazioni contro il G-20 è stato per lui la normalità. Le politiche liberiste che, di fatto, stanno affamando e stravolgendo intere popolazioni con continue guerre di “importazione di democrazia”, costringendole dal bisogno ad emigrare, sono state la motivazione che lo ha portato a partecipare a questo grande movimento di piazza contro le politiche scellerate dei “grandi” della terra. Io mi sento triste ed indignata per quello che mio figlio sta subendo, ma sono profondamente orgogliosa di lui, per la forza che sta dimostrando e perché ne condivido gli ideali. In attesa che, finalmente, venga stabilita la data del processo ci troviamo a fare i conti, giorno dopo giorno, con la terribile burocrazia tedesca e l’ostruzionismo che subiscono i manifestanti arrestati, trattati come i peggiori criminali. Si pensi soltanto al fatto che è stato impedito ai ragazzi di aver accesso alla biblioteca del carcere perché, a dire delle guardie, “i manifestanti non hanno bisogno di leggere”.

Si pensi inoltre alle motivazioni date in merito ai rigetti dei tre ricorsi presentati per ridiscutere la misura cautelare in attesa del processo. Emiliano, insieme agli altri ragazzi, rimane trattenuto in carcere perché sussiste, secondo quanto sostenuto dalla corte, un pericolo di fuga. Emiliano è un cittadino dell’Unione europea, ha sempre vissuto, studiato e lavorato in Italia, qui ha il suo lavoro che risente pesantemente della sua assenza, qui ha la sua vita e il suo futuro.

Eppure questo non basta, tutto questo non viene preso in considerazione perché contrasta con l’immagine che hanno voluto dare di mio figlio, pericoloso “black block” che va in giro a lanciare bottiglie contro la polizia, per giustificare, con il più facile capro espiatorio trovato negli stranieri, il palese fallimento nella gestione dell’ordine pubblico.

Questo è dimostrato dalle numerose testimonianze, rilevate con foto e video, durante quei giorni ad Amburgo e dalle indagini contro i poliziotti tedeschi (più di 100), accusati di violenze durante le manifestazioni.

Le pressioni fatte presso il Consolato italiano ad Hannover hanno ottenuto qualche risultato in termini di soddisfacimento di bisogni essenziali per rendere meno dura la situazione carceraria. Ma per quanto riguarda le nostre istituzioni mi duole constatare che un italiano che si trova in difficoltà in Europa è costretto ad arrangiarsi da solo.

La politica italiana si mantiene, dopo quasi due mesi dall’arresto dei sei ragazzi italiani, in un silenzio complice. Il governo, attraverso il suo ministero degli esteri, non ha proferito parola in merito, non ha voluto nemmeno interessarsi della questione. In Italia, evidentemente, esistono cittadini di cui la politica non si vuole occupare, forse per non rischiare di infastidire la potente Germania.

Di fronte a tutto ciò rimanere amareggiati e delusi è inevitabile, ma io non posso arrendermi e insieme ai tanti che hanno espresso da tutta Italia e da tutta Europa solidarietà e vicinanza a mio figlio e agli altri ragazzi arrestati ad Amburgo, continuerò a lottare fino a quanto Emiliano, Orazio, Alessandro, Riccardo e Fabio non saranno liberi. Fino a quando non saranno tutti liberi.

Fina Fontana

In memoria di Filippo Filippetti Anarchico livornese, Antifascista, ucciso dai fascisti

Mercoledì 2 agosto 2017

ore 19 Commemorazione presso la lapide

Via Provinciale Pisana 354, Livorno (andando verso Via Firenze, alla ex-scuola di fronte al circolo ARCI “Tamberi”)

Filippo Filipetti, giovane anarchico, viene ucciso il 2 agosto 1922 dai fascisti mentre si oppone, assieme ad altri antifascisti, ad una spedizione punitiva contro Livorno.

Il 2 Agosto 1922 un gruppo di giovani antifascisti, tra i quali alcuni anarchici, ingaggia uno scontro armato nei pressi di Pontarcione con i camion dei fascisti. Muore nella sparatoria Filippo Filippetti, membro degli Arditi del Popolo, sindacalista dell’USI per il settore edile.

Nell’estate del 1922 si giocano le ultime carte per fermare la reazione antiproletaria: il paese è attraversato da un crescendo di aggressioni compiute dai fascisti nei confronti delle organizzazioni del movimento operaio e dei singoli militanti; si contano decine di morti fra gli antifascisti.

Da mesi l’Unione Anarchica Italiana e il giornale “Umanità Nova” si battono a sostegno del movimento degli Arditi del Popolo, per costituire un fronte unico proletario che organizzi la difesa.

Su iniziativa del Sindacato Ferrovieri Italiano è costituita l’Alleanza del Lavoro, a cui partecipano tutti i sindacati, con l’appoggio dell’Unione Anarchica, del Partito Repubblicano, del Partito Comunista e del Partito Socialista.

L’Alleanza del Lavoro indice uno sciopero generale ad oltranza per fermare le violenze fasciste a partire dalla mezzanotte del 31 luglio.

I fascisti finanziati da agrari e industriali, armati da Carabinieri ed Esercito, protetti dalla monarchia e dalla chiesa, aggrediscono le roccaforti operaie.

In molte città, fra cui Piombino, Ancona, Parma, Civitavecchia, Bari i fascisti vengono respinti anche grazie all’azione degli Arditi del Popolo. Nel momento in cui la resistenza operaia cresce, CGL e PSI, sperando in un ennesimo compromesso, si ritireranno dalla lotta, aprendo la strada alla rappresaglia armata del Governo.

Livorno è uno dei centri dello scontro. Tra il 1° e il 2 Agosto 1922 squadre fasciste provenienti da tutta la Toscana lanciano la caccia agli antifascisti livornesi, facendo irruzione nei quartieri popolari che resistono all’invasione.

Molti furono gli assassinati in quei giorni. Popolani, militanti comunisti, anarchici, repubblicani e socialisti, tra i quali Luigi Gemignani, Gilberto Catarsi, Pietro Gigli, Pilade Gigli, Oreste Romanacci, Bruno Giacomini e Genoveffa Pierozzi.

Negli scontri in periferia viene ucciso il giovane anarchico Filippo Filippetti.

Gli anarchici invitano tutti gli antifascisti a partecipare alla commemorazione.

 

Federazione Anarchica Livornese
cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

Collettivo Anarchico Libertario
collettivoanarchico@hotmail.it
http://collettivoanarchico.noblogs.org/

Milano – LUMe sgomberato, ma non per questo piegato!

Pubblichiamo un contributo di Milano In Movimento relativo allo sgombero di LUMe, avvenuto nella mattinata del 25 luglio, e sulle iniziative di rilancio messe in campo dagli occupanti. Durante lo sgombero l’intera area universitaria è stata blindata, le forze dell’ordine hanno invaso il vicolo di Santa Caterina e forzato le porte dello stabile che ha ospitato per più di due anni un’esperienza politica, artistica e culturale unica nel suo genere. Nello stesso giorno, alle 16,30 in piazza San Nazaro, si è tenuta una partecipatissima assemblea pubblica, seguita da un presidio e da un concerto.

«Oh…svegliati e alza il culo dal letto…che stanno sgomberando LUMe!». Questi i toni perentori e sbrigativi di una delle tante telefonate della primissima mattinata di un caldo fine Luglio con cui si potrebbe iniziare il riassunto della giornata di ieri.

25 Luglio 2017: lo sgombero di LUMe.
Uno sgombero inatteso e proditorio: simile ad un pugno che ti arriva in faccia senza preavviso e che rischia di mandarti subito a tappeto.
E invece, se c’è una cosa chiara dopo la lunga giornata di ieri, è che a tappeto non ci è finito proprio nessuno!
Gli attivisti di LUMe, dopo al botta iniziale, circondati dalla solidarietà di tanti (Lambretta e ZAM in primis) si sono rimessi subito in piedi e rilanciato.
Partecipata l’assemblea aperta del pomeriggio.
Partecipatissima la serata musicale con la piazza che, col passare delle ore, si riempie quasi completamente.

Dicevamo del rilancio.
Si prevede un inizio di Settembre molto denso.
Si inizierà il primo del mese con un assedio culturale sotto Palazzo Marino.
Dal 6 Settembre invece riprenderà la socialità in Piazza San Nazaro, a pochi metri dallo stabile sgomberato.

Gli sgomberi estivi, triste tradizione di qualche decennio fa, sono tornati consuetudine.
Giusto per citarne alcuni basterebbe ricordare l’uno-due dell’Estate 2014: ZAM in Via Santa Croce sgomberato a fine Luglio e Lambretta sgomberato a fine Agosto.
Ma come non pensare anche allo sgombero di ZIP (uno dei pochi spazi, se non l’unico spazio interamente gestito da studenti medi in Europa) dell’anno scorso? Uno sgombero arrivato addirittura il 9 Agosto…a città semideserta.

LUMe nasce l’8 Aprile 2015 quando, un gruppo di studenti occupa uno spazio abbandonato da diversi anni in Vicolo Santa Caterina, a due passi dall’Università Statale di Via Festa del Perdono.
Viene occupata la mitica Osteria della Pergola, ma agli occupanti di svela lo spettacolo mozzafiato di uno spazio dall’altissimo valore artistico lasciato al totale degrado ed abbandono.
Lo scenario è molto simile a quello dell’occupazione di ZAM di Via Santa Croce. Lì, aprendo le finestre si vedeva la Chiesa di Sant’Eustorgio, qui si è di fianco alla Basilica di San Nazaro in Brolo.

Lo stabile di Vicolo Santa Caterina è un vero e proprio pezzo di storia della città di Milano tanto da comparire addirittura nel quattordicesimo capitolo dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, quando Renzo, reduce dai tumulti per il pane finisce a bere all’Osteria della Luna Piena:

«-Al pane, – disse Renzo, ad alta voce
e ridendo, – ci ha pensato la provvidenza. –
E tirato fuori il terzo e ultimo di que’ pani
raccolti sotto la croce di san Dionigi,
l’alzò per aria, gridando:
– ecco il pane della provvidenza!
All’esclamazione, molti si voltarono;
e vedendo quel trofeo in aria, uno gridò:
– viva il pane a buon mercato! …»

Una citazione letteraria che gli occupanti hanno deciso di onorare con uno bellissimo murales fuori dallo spazio occupato:

Nel 2015 iniziano subito i lavori di ristrutturazione e in pochissimo tempo nasce una vera e propria alchimia di quelle che ogni tanto (ma non sempre) si creano all’interno degli spazi sociali occupati e autogestiti. Un’alchimia che si emergeva chiaramente ieri nei tanti occhi lucidi di fronte alla celere schierata e agli operai che muravano lo stabile ponendo addirittura del filo spinato sul tetto per scoraggiare qualsiasi tentativo di occupazione.
L’incontro tra giovani attivisti con alle spalle un’esperienza militante da centro sociale, studenti universitari della Statale e non solo, artisti e musicisti crea un clima fecondo allo sviluppo di quello che si potrebbe definire un vero e proprio “popolo di LUMe” che anche ieri sera, nella dura giornata dello sgombero, e per di più a fine Luglio, si è schierato con calore a difesa del “suo” spazio.

Nel corso del 2015 LUMe cresce e si sviluppa e con l’attivazione di uno spazio sotterraneo per i concerti (che prende presto il nome di “cripta”) esplode l’esperienza delle serate jazz che ben presto si fanno un nome in tutta Milano e non solo.
Con esse il teatro e mille altre attività che adesso è difficile elencare per quante sono…

Dicevamo che ieri è arrivato lo sgombero.
Inatteso e giustificato in mille modi, l’uno meno convincente dell’altro…
Milano, per l’ennesima volta, non si dimostra capace di mettere a valore quelle esperienze che nascono e si sviluppano dal basso rifiutando con fierezza di farsi omologare dalle logiche di mercato che la fanno padrona nella nostra metropoli.

L’ordine e il decoro sono dunque ristabiliti!

Vicolo Santa Caterina tornerà all’abbandono come tanti altri stabili sgomberati in questi anni, primo tra tutti ZAM di Via Olgiati.

La piazza di ieri ha però dimostrato che LUMe non è vinto né piegato.

Ci si rivede presto!

Liberi Tutti Liberi Subito

Giovedì 27 luglio si svolgeranno dei presidi a Roma, Milano e Venezia, sotto l’ambasciata e i consolati tedeschi, per chiedere la liberazione delle compagne dei compagni arrestati ad Amburgo nel corso delle manifestazioni contro il G20. Le iniziative seguono quelle di Catania e Palermo, effettuate nelle scorse settimane davanti le Prefetture.

Appuntamenti

Roma ore 16, Ambasciata tedesca, via San Martino della Battaglia, 4

Milano ore 17, Consolato tedesco, via Solferino 40

Venezia ore 16, Consolato onorario di Germania, Fondamenta Condulmer 251

G20, Forenza: «Liberare gli italiani ancora detenuti ad Amburgo»

G20, ancora detenuti ad Amburgo, sei militanti italiani arrestati dopo il corteo dell’8 luglio dalla polizia tedesca. Giovedi, iniziative in molte città sotto le sedi diplomatiche

«La stampa non se ne occupa – scrive Eleonora Forenza, eurodeputata del Gue – ma Alessandro, Emiliano, Orazio, Maria, Fabio, Riccardo sono ancora detenuti ad Amburgo. Sono in carcere per aver manifestato contro il #G20, vittime di una UE sempre più securitaria e repressiva, e della folle gestione della Polizia di #Amburgo.

Giovedì 27 luglio alle 16 a Roma vi chiediamo di essere presenti al presidio – conferenza stampa che terremo davanti all’ambasciata #tedesca (via San Martino della Battaglia/piazza Indipendenza) per chiedere la loro liberazione. Non ci fermeremo finché non saranno liber@ tutt@. Se toccano un@ compagn@, toccano tutt@. #liberitutti #liberetutte». Anche in altre città d’Italia ci saranno sit-in, presidi, flash mob, iniziative sotto le sedi diplomatiche della Germania. Specie in quelle più vicine ai luoghi da cui provengono i sei manifestanti arrestati nelle retate seguite alle operazioni di repressione amburghesi. Un’idea annunciata anche durante le giornate genovesi di commemorazione del luglio 2001 e di rilancio delle ragioni del movimento antiliberista e delle battaglie contro la repressione. A Palermo c’è stata già una iniziativa sabato 22 luglio davanti alla Prefettura di Palermo per sollecitare l’intervento immediato delle istituzioni italiane e richiamare l’attenzione degli organi di stampa su questa vicenda gravissima. Due giorni prima, il 20 luglio, si è tenuta l’udienza di convalida che ha confermato la custodia cautelare in carcere per Emiliano Puleo, in linea con le decisioni che, nei giorni precedenti, hanno riguardato gli altri manifestanti italiani arrestati durante le contestazioni del G-20 ad Amburgo. Il giudice non ha accettato la proposta di liberazione su cauzione formulata dalla difesa; perciò, anche per Emiliano proseguiranno inesorabili i giorni di detenzione nelle carceri di Amburgo, nel silenzio assordante dei media nazionali. La vicenda sta acquisendo, giorno dopo giorno, contorni sempre meno giudiziari e sempre più politici e punitivi – spiega Valentina Speciale, segretaria del circolo di Rifondazione Comunista di Partinico -. Ciò trova conferma – aggiunge – nelle parole del parlamentare tedesco Martin Dolzer del partito Die Linke, il quale, dopo un colloquio avuto con Emiliano in carcere, ha affermato che attualmente in Germania contro gli italiani che hanno contestato il G-20 è in atto un vero e proprio accanimento».

Restano in carcere nella prigione di Billwerder, Orazio, di 31 anni, e Alessandro di 25, i due catanesi fermati dalle autorità tedesche, dicono i loro legali, Pierpaolo Montalto e Goffredo D’Antona. Intanto il Centro Sociale Liotru, del quale i due catanesi fanno parte, ha già organizzato un aperitivo benefit per le spese legali.

Scrive Riccardo, dalla Prigione di Billwerder (20 Luglio): «In questo momento mi trovo detenuto nel carcere Billwerder di Amburgo. Sono stato arrestato venerdì 7 Luglio alle ore 19.30 nei pressi del Rote Flora. Sono accusato di oltraggio allo Stato, di aver messo in pericolo la pubblica sicurezza, di aver svolto un ruolo attivo all’interno di un gruppo di quindici persone che ha fronteggiato la polizia, in particolare di aver tentato di ferire un poliziotto della Sezione Speciale di Bloomberg adibita ad effettuare arresti e recuperare reperti. Non riconosco il dualismo “colpevole – innocente” proposto dagli apparati giuridici dello Stato. Ciò che voglio dire a riguardo è di essere orgoglioso e felice di essere stato presente durante la sommossa di Amburgo contro il G20.

La gioia di vivere in prima persona la determinazione di persone di ogni età e da tutto il mondo che ancora non hanno ceduto alla tentazione di sottomettersi alla logica del denaro e del mondo capitalista non potrà mai essere sopita da nessuna misura cautelare. In un epoca storica in cui il capitalismo cerca di affondare il colpo definitivo e necessario al suo assestamento, in una continua oscillazione fra guerra interna (leggi speciali, chiusura delle frontiere, deportazioni) e guerra esterna (massacri indiscriminati, distruzione e avvelenamento del Pianeta Terra); la rivolta di Amburgo contro il G20 ha dimostrato ciò che è più importante per chi ha ancora a cuore la libertà: la possibilità della sua realizzazione.

L’ efficienza tecnologica, fisica e tattica della polizia tedesca è stata tanto impressionante e spaventosa, quanto, di fatto, inutile a disinnescare prima e reprimere successivamente l’esigenza di svolgere contro la società mondiale, assurda e catastrofica, che i venti patetici Capi di Stato stavano lì a sfoggiare con meschinità, blindati nel cuore della città. I rassegnati e i riformisti potranno dire che, visto i rapporti di forza sviluppatisi negli ultimi decenni tra il potere e i suoi sudditi, quello di Amburgo sia stato un ennesimo esperimento di massa per verificare la tenuta degli apparati di sicurezza internazionale. Del resto è quello che veniva detto anche dopo il G8 di Genova nel 2001.

I ribelli e i rivoluzionari, però, non fanno i conti con le dietrologie della politica, ma con i propri sentimenti e i propri progetti. In ogni caso, mi pare di poter ribadire che, se anche così fosse, questo esperimento sia fallito del tutto. Nelle strade di Amburgo ho respirato la libertà incontrollata, la solidarietà attiva, la fermezza di rifiutare un’ ordine mortifero imposto da pochi ricchi e altrettanti potenti sul resto dell’umanità. Non più infinite file di automobili e composte processioni che ogni giorno santificano la liturgia oppressiva ed assassina del sistema capitalista.

Non più masse indistinte costrette a piegarsi e sudare per un’anonima sopravvivenza in favore dell’arricchimento di qualche ingordo padrone. Non più migliaia di sguardi assenti diretti verso qualche asettico display che aliena e deforma le nostre esperienze di vita.

Ho visto individui alzare gli occhi al cielo per cercare di agguantarlo.
Ho visto donne e uomini dare corpo alla loro creatività e alle loro fantasie più represse.
Ho visto le energie di ciascuno impegnate a tendere una mano ad altre che non si ergono al di sopra di nessuno.
Ho visto il sudore gocciolare dalle fronti per soddisfare i propri desideri invece di quelli di qualche aguzzino. Nell’ora della rivolta nessuno resta mai veramente solo.

Un forte abbraccio a tutti i compagni e le compagne, a tutti/e i/le ribelli prigionieri/e dello Stato tedesco. Un saluto appassionato ad Anna, Marco, Valentina, Sandrone, Danilo, Nicola, Alfredo, i compagni e le compagne sotto processo per l’ Operazione “Scripta Manent” in Italia. Ai/alle rivoluzionari/e e ai/alle ribelli prigionieri/e nelle galere di tutto il mondo. Un bacio a Juan. Dove sei … dove sei … sei sempre con noi! Finché esisto: sempre contro l’autorità! Sempre a testa alta! Viva l’internazionale anticapitalista! Per Carlo! per Alexis! Per Remi! Per la libertà!».

La stessa Eleonora Forenza era stata bruscamente arrestata assieme ad altri 15 italiani l’8 luglio ad Amburgo. E le furono sequestrati documenti dagli agenti tedeschi compreso il tesserino parlamentare. In alcune foto e un video ha mostrato le immagini dell’intervento della polizia. Era andata anche lei a manifestare contro il vertice, per vigilare da parlamentare europea contro il dispositivo globale di repressione del dissenso

Insieme ad altri attivisti ha trascorso la notte fuori dalla caserma di Amburgo: «Ci hanno comunicato – raccontò a Marina Zenobio di Popoff – che eravamo in stato di arresto senza comunicarci la ragione, dicendo solo che avevano notizie di italiani pericolosi in arrivo ad Amburgo. Ci hanno sequestrato i documenti, tra cui il mio tesserino parlamentare, per oltre quattro ore. Ci hanno messo nelle celle di due furgoni e ci hanno sequestrato tutto: negli zaini non hanno trovato nulla ma alcuni di noi, tra cui me, avevano una felpa nera (!!!). Ci hanno tenuto oltre tre ore nella cella del cellulare, prendendoci in giro quando chiedevamo informazioni. Mi hanno fatto fare pipì con la porta aperta e sorvegliata da due poliziotte nonostante fossi già stata perquisita. Dopo quasi cinque ore hanno portato tutti nelle celle. A me, alle 21, hanno detto che ero rilasciata perché parlamentare (eppure avevano il mio tesserino dalle 16!!!). Mi sono rifiutata di andare via finché non rilasciano tutt@ i miei compagni e le mie compagne».

L’europarlamentare ha ricordato la due giorni di Bruxelles, pochissimi giorni prima del G20, contro la repressione e per il diritto al dissenso organizzata con Osservatorio Repressione.

Intanto, è attiva la campagna “Perché nessun* resti solo”: indicazioni e indirizzi per scrivere agli attivisti reclusi nelle carceri tedesche.

Quel sabato il grande corteo conclusivo delle mobilitazioni contro il G20 è stato bello, potente e variegato. Una manifestazione tranquilla, a parte gli attacchi della polizia in coda, respinti grazie alla solidarietà degli altri spezzoni. Fino alle provocazioni che gli agenti in tenuta anti-sommossa hanno realizzato nella piazza finale contro chi doveva intervenire dal palco o chi stazionava là intorno. Poi la caccia all’uomo mentre i gruppi defluivano, circondati dalle camionette. Solo in seguito abbiamo saputo, grazie al legal team, che quasi tutti i fermati erano stranieri. I legali riferiscono che si è trattato di un vero e proprio “racial profiling”, una caccia allo straniero, soprattutto, con un atteggiamento della polizei molto aggressivo, specie con chi dimostrava di non essere intimorito o provava a usare il cellulare per avvisare il legal team. «Dopo la prima identificazione e perquisizione – ha raccontato Shendi è un’attivista dei Berlin Migrant Strikers, collettivo di italiani a Berlino – ci hanno fatto salire su due blindati, al cui interno c’erano delle celle. Insieme a noi, era presente anche l’europarlamentare Eleonora Forenza, che ha provato in tutti i modi a ostacolare l’operazione della polizia. Senza riuscirci. Anzi, anche lei è stata portata via con noi. Finché eravamo in stato di fermo nei furgoni il morale era molto alto. Perché stavamo tutti insieme, sebbene divisi tra uomini e donne. Facevamo cori, continuavamo a chiedere di andare in bagno, anche per infastidire la polizia. A un certo punto ci hanno portato nella struttura detentiva di Gesa (Gefangenensammelstelle), costruita apposta per il vertice del G20. Lì ci siamo resi conto di essere effettivamente in stato di arresto e abbiamo iniziato a sperimentare le diverse tattiche di controllo proprie dell’ambiente carcerario. Per prima cosa, siamo stati pian piano separati e isolati. Uno alla volta scendevamo dal furgone ed entravamo nell’edificio, attraverso una scala circondata dal filo spinato. Più che un vero e proprio carcere, sembrava un magazzino di Amazon. E noi la merce inscatolata nei piccoli scaffali. La logistica della repressione poteva avere inizio. Il flusso di soggetti era continuo, sia in uscita che in entrata, e gli addetti allo smistamento tendevano a comprimere il più possibile le soggettività per garantire il massimo dell’efficenza. Quasi subito, è diventato chiaro che un’arma nelle loro mani era il pieno possesso delle informazioni, mentre noi, al contrario, non sapevamo dove stavamo andando, dov’erano gli altri, se e quando saremmo usciti. Non sapevamo nemmeno di cosa eravamo accusati, perché si rifiutavano di dircelo».

Gli agenti hanno provato a far firmare un foglio in cui gli arrestati ammettevano che la polizia di Amburgo li avrebbe trattenuti perché considerati soggetti pericolosi fino alla fine del vertice, alle sei di mattina del lunedì.  Una mappa della città o un capo di vestiario sospetto, perfino la consapevolezza di come comportarsi in caso di arresto poteva significare la conferma delle accuse mosse dai tedeschi proprio mentre la politica, a cominciare dalla Merkel, ammetteva l’errore di aver fatto piovere il circo del G20 al centro della scena antagonista tedesca.

Su Dinamo Press una interessante riflessione di bilancio, intanto è attiva la campagna “Perché nessun* resti solo”: ecco le indicazioni e gli indirizzi per scrivere agli attivisti reclusi nelle carceri tedesche dopo le giornate di Amburgo.

«Ci sono tante cose di cui si ha bisogno quando si è rinchiusi in una cella. Si ha bisogno di vino, di tramonti, si ha bisogno di vento e di abbracci. Ma soprattutto si ha bisogno di parole. Parole per riempire un lunghissimo silenzio e rompere il proprio isolamento.

Giovanissime compagne e giovanissimi compagni sono ancora rinchiusi senza processo nella prigione di Hamburg dopo il G20. Sono sole e soli, non hanno cellulare, computer, possono fare solo una telefonata giornaliera. Il nostro compito è essere al loro fianco, condividere con loro lo spazio asettico di una cella di una nazione lontana.

Quando diciamo nostro, parliamo di tutte e tutti noi, chi c’era e chi no ad Hamburg. Con un piccolo sforzo ognuno di noi può essere la boccata d’aria di chi è recluso. Scriviamo e spediamo una lettera a chi è ancora in prigione per il G20 di Amburgo.

La solidarietà sui social network purtroppo non arriva nell’inferno del carcere, nelle ore che scorrono tutte uguali, interminabili. Spendere qualche centesimo in francobolli per inviare uno scritto, un saluto, una poesia, una canzone, una lettera, qualunque cosa è un atto prezioso di cura, un atto rivoluzionario. La solidarietà è un’arma, ma a volte anche una penna». Qui di seguito gli indirizzi:

RICCARDO LUPANO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

EMILIANO PULEO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

ORAZIO SCIUTO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

ALESSANDRO RAPISARDA

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

MARIA ROCCO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

FABIO VETTOREL

Justizvollzugsanstalt

Hahnöfersand

Hinterbrack 25 21635 Jork,

Germania

http://popoffquotidiano.it/2017/07/24/g20-forenza-liberare-gli-italiani-ancora-detenuti-ad-amburgo/