20 agosto 2011 Massimo Casalnuovo

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Massimo Casalnuovo un giovane di soli 21 anni, vede la sua vita stroncata a causa di una banale caduta con lo scooter. C’era un posto di blocco dei carabinieri: sembra che un militare abbia intimato lo stop e sembra che Massimo non si sia fermato. Sembra, inoltre che un carabiniere, il maresciallo della locale caserma, lo abbia inseguito e sferrato un calcio alla ruota posteriore dello scooter, facendolo sbandare e quindi sbattere contro lo spigolo di un muretto.

Arriva all’ospedale di Polla agonizzante dopo la caduta dal motorino.

Quella sera la pattuglia dei carabinieri con a bordo il maresciallo Giovanni Cunsolo e l’appuntato Luca Chirichella decide di controllare i ragazzi senza casco, ne fermano due: Elia Marchesano e Emilio Risi. I carabinieri mettono la macchina di traverso sulla strada e formano una specie di posto di blocco. Peccato che lo facciano dietro una curva. La “scena” si svolge sulla strada principale della città, via Grancia, che porta a una piccola piazza dove di sera si ritrova la gente del paese. Cunsolo è seduto dentro la gazzella e sta redigendo la contravvenzione.

Massimo sta arrivando con il suo scooter Beta 50. Sin dal primo momento la versione dei due ragazzi fermati e quella del carabiniere sono opposte. Cunsolo dirà che Massimo, arrivato davanti al “posto di blocco”, accelera, quasi lo investe. Poi perde il controllo del ciclomotore e cade battendo la testa su un muretto a secco. I due ragazzi, interrogati la notte dell’”incidente” dal pm Sessa della Procura di Sala Consilina, hanno invece fornito un’altra versione: Cunsolo era dentro alla macchina, quando vede arrivare Massimo esce dall’auto e per fermarlo sferra un calcio sulla carena del motorino.

E’ quel calcio che fa perdere l’equilibrio a Massimo che cade, e muore.

2 AGOSTO 1980 – 2 AGOSTO 2017: UNA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA …DA NON DIMENTICARE

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Ore 10.27 del 2 agosto 1980, una strage, l’ennesima strage “di stato”, senza identificazione dei mandanti reali, nell’ambito della lunga scia di sangue e di morti della “strategia della tensione”, con 85 morti e oltre 200 feriti.

PIAZZA FONTANA, PIAZZA DELLA LOGGIA…STAZIONE DI BOLOGNA (e anche altre…), l’ENNESIMA VERGOGNA in un Paese, l’Italia troppo incline a dimenticare i fatti, le date, i luoghi, la storia e a riscriverne i connotati e le caratteristiche reali, frutto di una tendenza costante al “depistaggio” e alla perdita della memoria.

LE STRAGI COME QUELLA DELLA STAZIONE DI BOLOGNA del 2 agosto 2017, anche a 37 anni da quel maledetto giorno, non anno in prescrizione e non dovrebbero mai, essere oggetto di archiviazione, se ci si vuole definire un Paese civile e non dovrebbe mai mancare la solidarietà alle vittime, ai familiari, a tutte-i coloro che si sono impegnati-e, per ottenere verità e giustizia.

CHI NON HA MEMORIA, NON AVRA’ NEMMENO UN FUTURO, se non la legittimazione della barbarie e delle strategie che, per interessi criminali, hanno messo le bombe nelle piazze, sui treni, nelle stazioni…con mandanti “oscuri”, ma determinati ad ottenere, con ogni mezzo, la soddisfazione dei propri interessi e la difesa dei propri profitti, in contrasto con gli interessi generali e collettivi della collettività, delle stesse classi lavoratrici e dei settori sfruttati.

Per quel che ci riguarda, non dimentichiamo e proseguiremo come nell’attività quotidiana politica e sindacale, culturale e sociale, solidale, autorganizzata, autogestita, autofinanziata e indipendente, la continua ricerca della verità per la giustizia sociale.

USI Unione Sindacale Italiana fondata nel 1912
Segreteria nazionale collegiale confederale
Udine/Milano/Roma/Caserta

Fonte

In memoria di Filippo Filippetti Anarchico livornese, Antifascista, ucciso dai fascisti

Mercoledì 2 agosto 2017

ore 19 Commemorazione presso la lapide

Via Provinciale Pisana 354, Livorno (andando verso Via Firenze, alla ex-scuola di fronte al circolo ARCI “Tamberi”)

Filippo Filipetti, giovane anarchico, viene ucciso il 2 agosto 1922 dai fascisti mentre si oppone, assieme ad altri antifascisti, ad una spedizione punitiva contro Livorno.

Il 2 Agosto 1922 un gruppo di giovani antifascisti, tra i quali alcuni anarchici, ingaggia uno scontro armato nei pressi di Pontarcione con i camion dei fascisti. Muore nella sparatoria Filippo Filippetti, membro degli Arditi del Popolo, sindacalista dell’USI per il settore edile.

Nell’estate del 1922 si giocano le ultime carte per fermare la reazione antiproletaria: il paese è attraversato da un crescendo di aggressioni compiute dai fascisti nei confronti delle organizzazioni del movimento operaio e dei singoli militanti; si contano decine di morti fra gli antifascisti.

Da mesi l’Unione Anarchica Italiana e il giornale “Umanità Nova” si battono a sostegno del movimento degli Arditi del Popolo, per costituire un fronte unico proletario che organizzi la difesa.

Su iniziativa del Sindacato Ferrovieri Italiano è costituita l’Alleanza del Lavoro, a cui partecipano tutti i sindacati, con l’appoggio dell’Unione Anarchica, del Partito Repubblicano, del Partito Comunista e del Partito Socialista.

L’Alleanza del Lavoro indice uno sciopero generale ad oltranza per fermare le violenze fasciste a partire dalla mezzanotte del 31 luglio.

I fascisti finanziati da agrari e industriali, armati da Carabinieri ed Esercito, protetti dalla monarchia e dalla chiesa, aggrediscono le roccaforti operaie.

In molte città, fra cui Piombino, Ancona, Parma, Civitavecchia, Bari i fascisti vengono respinti anche grazie all’azione degli Arditi del Popolo. Nel momento in cui la resistenza operaia cresce, CGL e PSI, sperando in un ennesimo compromesso, si ritireranno dalla lotta, aprendo la strada alla rappresaglia armata del Governo.

Livorno è uno dei centri dello scontro. Tra il 1° e il 2 Agosto 1922 squadre fasciste provenienti da tutta la Toscana lanciano la caccia agli antifascisti livornesi, facendo irruzione nei quartieri popolari che resistono all’invasione.

Molti furono gli assassinati in quei giorni. Popolani, militanti comunisti, anarchici, repubblicani e socialisti, tra i quali Luigi Gemignani, Gilberto Catarsi, Pietro Gigli, Pilade Gigli, Oreste Romanacci, Bruno Giacomini e Genoveffa Pierozzi.

Negli scontri in periferia viene ucciso il giovane anarchico Filippo Filippetti.

Gli anarchici invitano tutti gli antifascisti a partecipare alla commemorazione.

 

Federazione Anarchica Livornese
cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

Collettivo Anarchico Libertario
collettivoanarchico@hotmail.it
http://collettivoanarchico.noblogs.org/

27 luglio 1972 – Torino

Oltre 300 militanti e simpatizzanti di Lotta Continua vengono denunciati per “attività sovversive” ai danni dello Stato dai carabinieri del Nucleo informativo di Torino.

Il dossier di oltre 100 pagine consegnato alla Procura conteneva i nomi di alcuni appartenenti di spicco della sinistra extraparlamentare

Verso Renoize017

Il 27 Agosto sono 11 anni dalla morte di Renato Biagetti, ucciso a Focene da due fascisti. Come ogni anno, fra il 27 Agosto e il 2 settembre si terrà Renoize017, un’iniziativa che cerca di far vivere le memoria di Renato attraverso la musica, la cultura e l’aggregazione contro ogni fascismo.
I “banditi” hanno voluto ricordare Renato così, sui muri della nostra città.
UCCIDONO UN COMPAGNO…NE NASCONO ALTRI CENTO! ACHTUNG BANDITEN!

http://www.militant-blog.org/?p=14634

26 luglio 1953: assalto alla caserma Moncada

La caserma Moncada è una delle roccaforti dell’esercito cubano, e viene scelta seguendo una logica politica che dovrebbe portare ad un’intensificazione della mobilitazione anti-regime e insurrezionale.

L’attacco viene preparato per mesi e clandestinamente, dal movimento rivoluzionario che ha ormai addestrato molte centinaia di militanti all’uso delle armi. L’addestramento viene svolto all’interno di fattorie, abitazioni e università. A Cuba, dal golpe del 10 marzo del ’52, fioriscono sempre di più organizzazioni rivoluzionarie armate per il rovesciamento del regime.L’attacco alla Moncada viene guidato da: Fidel Castro,Abel Santamaría, José Luis Tasende, Renato Guitart Rosell, Antonio López Fernández (Ñico),Pedro Miret e Jesús Montané Oropesa, i quali sono anche ai vertici dell’organizzazione rivoluzionaria. L’attacco viene sferrato il giorno seguente alla festa patronale di Santiago per poter contare sulla stanchezza dei soldati. Simultaneamente vengono attaccati il Palazzo di giustizia da una decina di uomini guidati da Raul Castro, e  l’ospedale militare da una ventina sotto le direttive di Abel Santamaria.

È Fidel Castro a guidare l’attacco alla caserma. Mentre le altre due azioni riescono pienamente, la prima, la principale e con più uomini impegnati, circa un centinaio: è un fallimento totale sul piano tattico e militare. Molti rivoluzionari vengono uccisi,  altri fatti prigionieri, e in quasi una sessantina riescono a fuggire. Fidel Castro viene incarcerato e durante il suo processo farà il suo storico discorso: “la storia mi assolverà”.

L’azione del 26 luglio e il processo giudiziario, politico e di mobilitazione in solidarietà agli arrestati, è un detonatore della rivoluzione cubana che da quel giorno non fa che aumentare ed intensificarsi fino al 59 quando travolge il regime militare. Il programma scritto per l’occasione dell’attacco è un modello politico programmatico per la rivoluzione, e le sue rivendicazioni portano moltissime persone ad arruolarsi nel movimento 26 julio e a partecipare attivamente al processo rivoluzionario.

25 Luglio 1943: la caduta di mussolini

Dice di aver convocato il Gran Consiglio non per discutere la situazione interna, ma bensì per informarlo della situazione bellica del momento e poter prendere una decisione a livello di strategia militare, da applicare in seguito allo sbarco degli alleati anglo-americani in Sicilia e alle difficoltà riscontrate.

Mussolini, che appare fiducioso e sicuro di sé, da tempo però cova il malcontento di alcuni gerarchi, che trovano in Dino Grandi il loro portavoce.

La situazione è grave e richiede decisioni chiare e capaci di creare una reale svolta nella guida del governo.

Terminata la relazione introduttiva, seguita da non poche critiche, prende la parola Grandi che si appresta a leggere il documento preparato e firmato dai dissidenti.

Si tratta di un attacco diretto alla persona di Mussolini e di sfiducia nel suo operato, che si trova così con le spalle al muro, costretto ad ammettere tutta la sua colpevolezza.

Si apre la frattura: si parla di abolizione del regime totalitario, ritorno allo Statuto, ripristino del Parlamento e restituzione alla corona di tutte le sue prerogative.

L’errore più grave che gli viene imputato è quello d’aver accettato la germanizzazione del partito e del paese, avviando l’Italia a intraprendere l’ascesa in guerra.

Nel dibattito interviene anche Galeazzo Ciano.

Mussoline viene quindi disarmato dagli stessi appartenti al PNF, tenta un ultimo misero tentativo di riabilitazione della sua immagine, ma ormai la sorte è certa, non può evitare la messa in votazione del documento.

L’esito dello scrutinio avviene all’alba del 25 luglio ed è senza appello: diciannove sì contro sette no.

I favorevoli sono: Grandi, Bottai, Federzoni, Ciano, De Vecchi, De Marsico, Albini, Acerbo, Alfieri, Marinelli, Pareschi, De Bono, Rossoni, Bastianini, Bignardi, De Stefani, Gottardi, Balella, Cianetti.

Nonostante l’esito della votazione, Mussolini crede ancora di poter ottenere la fiducia del re; ma questi lo fa arrestare, mentre sale al potere come nuovo capo del governo Pietro Badoglio.

La radio trasmette il seguente comunicato: “Sua Maestà il re e imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro e segretario di Stato, presentate da S.E. il Cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato capo del governo, primo ministro e segretario di Stato S.E. il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio”.

Alle ore 22.45 il maresciallo legge alla radio un proclama alla nazione nella quale dichiara che “la guerra continua”.

Vi è una confusione generale ma  il popolo non può fare a meno di esultare e riversarsi nelle piazze per festeggiare.

Non possono immaginare quello che di lì a poco accadrà.

Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un commando nazista tedesco e trasportato in Germania dove darà vita alla Repubblica sociale italiana.

Coloro che avevano firmato l’ordine del giorno Grandi saranno processati e condannati a morte nel processo di Verona dell’8-10 gennaio 1944.

I 5 arrestati (Ciano, De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi), giudicati colpevoli d’alto tradimento, saranno giustiziati mediante fucilazione.

Mussolini fece la storia degli avvenimenti militari gettando la colpa dei suoi crimini e delle sue sconfitte su tutti, salvo che su se stesso.

La liberazione da lui si sancì solamente con la sua uccisione il 28 Aprile del 1945.

Ma quel 25 Luglio rimane nella memoria per la caduta definitiva del suo govern

LA LEGALITA’ REPUBBLICANA E LA CLASSE OPERAIA

(20 Luglio 2017)

A 16 anni dal G8 di Genova: un ricordo del 9 gennaio 1950.
Il previsto reintegro in servizio di una buona quota dei poliziotti responsabili delle tragiche vicende legate al G8 di Genova 2001 (oltre alle posizioni assunte da altri attraverso le nomine negli Enti di Stato come nel caso di Gianni De Gennaro) rappresenta l’ennesima, profonda, irreversibile incrinatura tra gli apparati dello Stato – in particolar modo della Polizia – e la vita sociale, civile, culturale, economica del Paese.
Una situazione storica non certo risolvibile con le scuse postume e inutili del prefetto Gabrielli, mentre nessuno di lorsignori, Ministri e Prefetti di Polizia, ha mai pensato di rivolgere una parola di ricordo agli operai uccisi nei tanti conflitti a fuoco durante gli scioperi degli anni ’50 e ’60.
Un’incrinatura che ha una storia lunga e passaggi molto aspri il cui elenco risulterebbe molto lungo da compilare: basterà ricordare Piazza della Fontana e il volo di Pinelli, Ustica e quant’altro.
Il G8, la Diaz, la “macelleria messicana” un altro di questi passaggi, una ferita aperta che oggi rincrudisce con questa aberrante storia del reintegro.
La legalità repubblicana nel rapporto tra la Polizia e il Paese però fu messa in discussione da subito, nell’immediato del post – Liberazione.
Prima di tutto con il reintegro (altro che quello che dovrebbe avvenire adesso) dei funzionari fascisti, compresi alcuni incriminati per crimini di guerra avvenuti specialmente nel territorio della ex – Jugoslavia: testimonia di questo inaccettabile stato di cose il volume di Davide Conti “ Gli uomini di Mussolini: prefetti, questori, e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica Italiana” uscito poco tempo fa per Einaudi. Volume cui si rimanda per gli opportuni approfondimenti.
Successivamente con l’allontanamento dei Prefetti nominati dal CLN.
Soprattutto la rottura immediata tra gli apparati dello Stato e buona parte della società italiana avvenne con la classe operaia e i contadini attraverso la repressione che negli anni’40 – ’50 si verificò al momento dell’occupazione delle terre e degli scioperi in difesa delle fabbriche colpite dal processo di riconversione dell’industria bellica.
Per il movimento operaio la prima metà degli anni ’50 costituì quello che in seguito sarà conosciuto come gli anni duri.
Gli imprenditori mossero un prolungato attacco al potere sindacale che si era sviluppato negli anni immediatamente successivi alla Resistenza e alla Liberazione.
I licenziamenti di massa furono all’ordine del giorno in ogni grande fabbrica e contemporaneamente furono silurati gli attivisti più conosciuti.
Quando il miglioramento economico creò una nuova richiesta di forza – lavoro, gli imprenditori assunsero lavoratori anagraficamente giovani, spesso provenienti dalla campagna, sicuramente troppo distanti cronologicamente per avere partecipato alle lotte del 1943 – 1947.
Le piccole fabbriche erano in aumento e furono libere di imporre le proprie condizioni sui livelli salariali, sulla sicurezza e sul pagamento dei contributi.

Questa offensiva padronale fu intimamente legata a un clima di esplicita repressione politica fomentata dalla guerra di Corea, che aveva drammaticamente acuito la divisione politica interna e mostrava comunisti e socialisti come nemici e traditori della causa della democrazia e della libertà.
Gli USA erano ancora visti come integrali difensori di questi sacri valori e le contestazioni del conflitto vietnamita dovevano ancora venire.
Tra il 1949 e il 1951 il PCI, il PSI e la CGIL rischiarono seriamente di essere messi al bando e la repressione poliziesca in tutta Italia fu devastante.
Eppure i più gravi tormenti per le classi popolari non venivano dalla repressione politica o dall’offensiva padronale ma dalla disoccupazione di massa e dalla miseria:
Nel 1951 si contavano più due milioni di disoccupati.
I caratteri e l’estensione di questa privazione vennero dettagliatamente descritti nell’inchiesta parlamentare sulla povertà: quindici volumi, pubblicati nel 1953, che tinsero di nero un quadro già parecchio scuro. Il 12 ottobre 1951 la Camera dei Deputati deliberava un’inchiesta parlamentare «sulla miseria e sui mezzi per combatterla»; parallelamente veniva avviata anche un’inchiesta sulla disoccupazione. Per vent’anni, il regime fascista aveva abolito lo studio e il dibattito sui problemi sociali: le due inchieste – come scrive Paolo Braghin – segnavano il ritorno del Parlamento a una tradizione prefascista di indagini svolte dal potere legislativo sulle realtà economiche e sociali del nostro paese: tradizione che aveva prodotto i risultati più brillanti con l’inchiesta di Stefano Jacini sull’agricoltura.
Avvennero gravissimi episodi in occasione di scioperi e di iniziative contadine: Melissa, Montescaglioso.
Nel solo 1948 l’anno del 18 Aprile sono 17 i lavoratori uccisi, centinaia i feriti, 14.573 arrestati: tra essi 77 segretari di Camera del Lavoro.
L’impiego della polizia nelle vertenze sindacali è una prassi costante.

L’episodio – simbolo di quel periodo rimane però l’eccidio di Modena del 9 Gennaio 1950
Si dedica a un ricordo di quelle vittime una ricostruzione dei fatti a monito quanto mai attuale di quella frattura della legalità repubblicana da parte della Polizia cui più volte ci siamo richiamati.
Una frattura con la parte più nobile, avanzata, politicamente impegnata dell’Italia di allora : la classe operaia verso la quale va ancor oggi il nostro commosso riconoscimento per aver difeso, in quelle circostanze e pagando prezzi di sangue, la democrazia appena conquistata con la lotta di Liberazione.
Questa la cronaca di quella giornata, veramente fatidica nella storia d’Italia.
Poco dopo le dieci di mattina una decina di lavoratori si trovavano all’esterno della fabbrica vicino al muro di cinta, cercando di parlare con i carabinieri schierati. Un carabiniere sparò con la pistola, a freddo, uccidendo Angelo Appiani [30 anni, partigiano, metallurgico] colpito in pieno petto. Immediatamente dal terrazzo della fabbrica altri carabinieri spararono con la mitragliatrice sulla folla di lavoratori che si trovava sulla Via Ciro Menotti oltre il passaggio a livello chiuso per il transito di un treno.
Arturo Chiappelli [43 anni, partigiano, spazzino] e Arturo Malagoli [21 anni bracciante, la cui sorella Marisa fu poi adottata da Nilde Iotti e Palmiro Togliatti] vennero colpiti a morte, molti furono feriti, alcuni gravemente. La gente scappava, cercava riparo dai colpi della mitraglia che continuava a sparare, altri cercavano di assistere i feriti con medicazioni improvvise e li trasportavano al riparo.

Roberto Rovatti [36 anni, partigiano, metallurgico] si trovava in fondo a Via Santa Caterina, vicino alla chiesa, dal lato opposto e distante 500 metri dai primi caduti, aveva una sciarpa rossa al collo. Mezz’ora era passata dalla prima sparatoria veniva circondato da un gruppo di carabinieri scaraventato dentro un fosso e massacrato con i calci del fucile, un linciaggio mortale.

Ennio Garagnani [21 anni, carrettiere] veniva assassinato in Via Ciro Menotti dal fuoco di un’autoblinda che sparava sulla folla.

Lo sciopero generale partì spontaneamente appena si diffuse la notizia del massacro. Un’automobile della Cgil con l’altoparlante avvertiva i lavoratori di concentrarsi in Piazza Roma.

Poco dopo mezzogiorno Renzo Bersani [21 anni metallurgico] attraversava la strada a piedi, in fondo a Via Menotti, all’incrocio con Via Paolo Ferrari e Monte grappa, un graduato dei CC distante oltre un centinaio di metri si inginocchiò a terra, prese la mira col fucile e sparò per uccidere.

Sei lavoratori assassinati, 34 arrestati, i numerosi feriti trasportati in ospedale vennero messi in stato di arresto, piantonati giorno e notte e denunciata alla magistratura per «resistenza a pubblico ufficiale, partecipazione a manifestazione sediziosa non autorizzata, attentato alle libere istituzioni per sovvertire l’ordine pubblico e abbattere lo Stato democratico».

Era questa l’Italia “democratica” ricostruita dopo il fascismo da padroni e democristiani.
Ricostruita sulla pelle dei proletari e dei lavoratori che venivano sfruttati ferocemente nelle fabbriche e nei campi e, quando si ribellavano, venivano massacrati nelle piazze.
Ma cosa stava succedendo a Modena e nel resto del paese in quegli anni? Era in corso dal 1948 una reazione padronale per azzerare la forza dei lavoratori nelle fabbriche e la tenuta dei sindacati e partiti di sinistra, una forza costruita nella resistenza e nell’immediato dopoguerra.

I padroni volevano abbassare il costo del lavoro e aumentare la produttività per orientare la produzione verso l’esportazione.

Gli strumenti che usarono: la serrata e i licenziamenti collettivi e selettivi per ridurre il potere contrattuale dei sindacati e delle commissioni interne, l’aumento del ventaglio retributivo, salario sempre più legato alla produzione (cottimo e premio di produzione differenziato), intervento della polizia per sciogliere i picchetti e le manifestazioni; scioglimento dei “Consigli di Gestione”.

Nella città di Modena nei due anni 1947-49, ben 485 partigiani furono arrestati e processati per fatti accaduti durante la lotta di liberazione. 3.500 braccianti arrestati e denunciati per occupazione delle terre; 181 volte la polizia intervenne nei conflitti di lavoro.

Le maestranze delle Fonderie Riunite, con 480 lavoratori – la metà erano donne- nel 1943 parteciparono agli scioperi contro la guerra e per il pane. Dopo la “liberazione” i padroni “tornano proprietari”, è questa la scelta democristiana.

Anche il padrone delle Riunite, il fascista Adolfo Orsi amico di Italo Balbo.

Orsi è padrone non solo delle Riunite, ma anche della “Maserati Alfieri”, delle “Candele accumulatori Maserati” e delle Acciaierie.

Come altri padroni fascisti ringalluzziti dalle vittoria democristiana del ’48, padron Orsi inizia con tre giorni di serrata, chiamando la polizia a sgombrare i picchetti. È la prima volta, dopo la liberazione, che a Modena la polizia interviene nel conflitti di lavoro. Sarà la prima di una serie di interventi sempre più aggressivi.

L’anno prima del “massacro” è il 9 gennaio 1949, è domenica e si tiene a Modena un comizio sindacale in piazza Roma, Fernando Santi, segretario generale della Cgil denuncia i licenziamenti e la serrata alla fonderia Vandevit e alla carrozzeria Padana.

Al termine della manifestazione, mentre la gente rientra a casa mescolandosi con chi esce dalla chiesa, si scatena una selvaggia e inspiegabile aggressione poliziesca con camionette e manganellate e perfino colpi d’arma da fuoco.

Il cambio di rotta era stato deciso dall’alto: colpire senza sosta il movimento operaio e sindacale per interromperne l’avanzata e ridurne la capacità contrattuale.

Alla fine di quel ’49, padron Orsi regalò ai “suoi” dipendenti la seconda serrata e il licenziamento di tutti i 560 lavoratori.

L’idea di Orsi era di assumere nuovi lavoratori non sindacalizzati né politicizzati. Le “rivendicazioni” di padron Orsi erano di revisionare in peggio il premio di produzione, abolire il Consiglio di gestione, far pagare la mensa ai lavoratori, togliere le bacheche sindacali e politiche, eliminare la stanza di allattamento che le operaie si erano conquistate per poter andare in fabbrica con i figli.

Dopo un mese di serrata venne la risposta operaia: sciopero generale di tutte le categorie proclamato per il 9 gennaio1950 in tutta la provincia.

Ma il prefetto e il questore [non dimentichiamo mai che prefetti e questori erano stati traghettati in blocco dal regime fascista a quello democratico/democristiano] negano alla Camera del lavoro qualsiasi piazza per la manifestazione sindacale.

Si racconta che il questore rispose alla delegazione di parlamentari e dirigenti sindacali che chiedevano una piazza: “vi stermineremo tutti”. Dal giorno prima arrivano a Modena ingenti forze di polizia, si dice 1.500 con autoblindo, jeep, camion. Occupano la fabbrica e si dispongono sul tetto con le armi.

Da quel tetto spararono con la mitraglia sui lavoratori per uccidere.
“Affoga nel sangue il governo del 18 aprile“, titola a tutta pagina l’Avanti! del giorno dopo.

Modena non fu un fatto isolato. In quegli anni iniziava una repressione antioperaia feroce e sanguinosa [nel 1948 sono stati uccisi 17 lavoratori in conflitti di lavoro, centinaia feriti e 14.573 arrestati]. Il sindacato di classe fu buttato fuori da moltissime aziende, oppure ridotto ed emarginato.

Dopo quella dura sconfitta che dal ’48 si protrasse per tutti gli anni Cinquanta la classe operaia riprese l’iniziativa all’inizio degli anni Sessanta e risultò determinante la reazione al governo Tambroni appoggiato dal MSI e cacciato in piazza dopo scontri a Genova, Roma, Reggio Emilia, Catania, Palermo e tante altre città che costarono ancora 9 morti, decine di feriti e di arrestati compresi parlamentari del Pci e del Psi.
Una storia da non dimenticare, anzi della quale rinnovare ogni giorno la memoria con il pensiero ai nostri Caduti avendo ben presente da quale parte stava la volontà di violare la legalità repubblicana garantita dalla Costituzione: Costituzione che è stata difesa ancora una volta dal popolo anche nell’occasione del voto del 4 dicembre 2016 e non certo dagli apparati dello Stato.
Da Portella della Ginestra alla Diaz, passando per Modena, Reggio Emilia, via Fatebenefratelli a Milano fino alle cariche della Polizia che si rinnovano ancor oggi a ogni manifestazione sindacale è teso il filo nero di una storicamente ingiustificabile repressione verso chi difende il proprio lavoro, la propria dignità e la democrazia repubblicana.

Franco Astengo

No, non avete spento il sole!

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Di Antonio Pio Lancellotti

Tra continue provocazioni ed immaginari indelebili, Genova 2001 continua ad esercitare la sua potenza, nei movimenti, nella società, nelle alte sfere del potere. Cerchiamo di comprendere quale sia, a sedici anni di distanza, il senso politico di questa storia comune.

Dal 19 al 22 luglio 2001 centinaia di migliaia di persone si riversano a Genova per contestare il summit del G8, che si prefiggeva di prendere importanti decisioni sul piano delle politiche economiche mondiali, in una fase chiave dell’espansione globale del capitalismo.

Le giornate di Genova rappresentano l’apice di uno dei principali movimenti che la storia contemporanea abbia mai conosciuto, in grado di costruire, dall’Europa agli Stati Uniti, dall’America Latina ad altri Paesi in via di sviluppo, forme radicali e moltitudinarie di opposizione al pensiero unico neoliberista.

In una città militarizzata come mai accaduto in precedenza, il 20 luglio 2001 diversi cortei si prefiggono di raggiungere e violare (in varie forme) la “zona rossa”, area interdetta a qualsiasi tipo di manifestazione al fine di “proteggere l’ordine e la sicurezza del vertice”. Il corteo delle Tute Bianche, partito dal Carlini, viene brutalmente attaccato dai carabinieri all’altezza di via Tolemaide, con violente cariche, lacrimogeni e mezzi blindati che si lanciano ad alta velocità sulla massa di attivisti che tenta strenuamente di resistere. Nel corso degli scontri che si susseguono viene ucciso da un colpo di pistola Carlo Giuliani, segnando il punto più altro dell’escalation di violenza compiuta dalle forze dell’ordine in quei giorni. Il giorno seguente in tantissimi scendono nuovamente in piazza, per manifestare la rabbia e lo sdegno nei confronti di chi, per proteggere l’ordine costituito, ha generato morte e violenza nei confronti di chi lottava per la giustizia sociale. Il massacro della scuola Diaz, le torture sistematiche contro gli arrestati avvenute nel carcere di Bolzaneto completano molto sommariamente il quadro di cronaca di quelle giornate. Questa cronaca è diventata quasi immediatamente storia di parte, patrimonio realmente comune al di sopra delle piccole beghe di struttura e soprattutto in grado di non essere mai scalfito da anni di vulgata mainstream e di narrazioni dominanti che, anzi, hanno contribuito a sedimentare.

Gli anni seguenti, segnati da grandi stravolgimenti geopolitici – in particolare dopo l’11 settembre dello stesso anno – e da una crisi sistemica che ha accelerato i processi di impoverimento per miliardi di persone, hanno chiaramente mostrato la profonda validità delle ragioni portate in piazza da quel movimento. È bene rimarcare questo concetto perché, proprio all’interno di quelle parole d’ordine, si intravedevano meccanismi di rottura del capitalismo post-fordista, non tanto nei suoi dispositivi di valorizzazione, quanto nell’incapacità di riprodurre quel trickle down che il “patto sociale” novecentesco era riuscito in parte a garantire. La redistribuzione verso l’alto della ricchezza, l’indebitamento diffuso, la messa a valore del Welfare e della produzioni “dell’uomo per l’uomo”, la svalutazione del lavoro, sia in termini salariali che di diritti, la crisi ecologica: erano queste le condizioni materiali che già diventavano terreno di scontro e di riconquista. Questo non perché fossimo veggenti, ma perché già vivevamo soggettivamente le contraddizioni della “prima precarietà” e, complessivamente, quelle legate al ciclo di sviluppo neoliberale.

La potenza di quel movimento era ben nota, nelle sue manifestazioni articolate e radicali di lotta e di discorso, nella sua capacità di contaminare e contagiare, di tenere in bilico quell’ordine sociale e politico nato dalle ceneri del Muro di Berlino e della Guerra Fredda. Per questa ragione Genova segna un cambio di paradigma. Lo segna innanzitutto nella gestione poliziesca della piazza, se intendiamo il termine nella sua accezione complessa, che deriva dal concetto stesso di sovranità nello Stato moderno, di affermazione del monopolio della forza nell’esercizio del potere costituito. Quello che cambia, nel luglio del 2001, è il soggetto che esprime sovranità, che non è più solamente lo Stato, ma è la governance globale che proprio nel “potere di polizia” esprime la forma coercitiva del suo imperium[1]. Ma il passaggio non è stato lineare, è fatto di solchi e vuoti determinati dal mutamento di rapporti di forza che i movimenti stavano provocando all’interno della società, che a Genova si è espresso in forme conflittuali inedite. Una detonazione che mette la controparte alle strette, producendo quello ius-stitium che è fondativo dello Stato d’eccezione, manifestatosi in quei giorni nelle sue modalità più cieche e militarmente violente.

La continuità dell’eccezione e la sua normazione sono state, da Genova in avanti, strumenti che il potere ha utilizzato non solamente nella gestione dei conflitti, ma nella regolazione stessa della vita. Quel vulnus giuridico, in termini di sospensione dei diritti, ha sperimentato la trasformazione stessa del diritto, che negli anni successivi è divenuta leitmotiv di una prassi istituzionale. Il resto è storia recente, nella quale si assiste ad una radicale modifica dello stesso Stato di diritto, che si va compiendo dall’alto.

Alla “normazione” di Genova contribuiscono, su varie scale spaziali e temporali, diversi elementi. Primo tra tutti il già citato 11 settembre, quel tentato golpe all’interno dell’Impero che ridetermina uno spostamento nell’asse dei rapporti di forza tra potere e movimenti. La crisi, la fine di un ciclo di sviluppo e la nascita di nuovi blocchi di potere, di stampo nazional-protezionistico, sono motori di un comando capitalistico che tende sempre di più a sottomettere la vita, più che a governarla.

È in questo contesto che vanno lette le dichiarazioni del capo della polizia Gabrielli, che sedici anni dopo parla di Genova come una «catastrofe» e come «un’esperienza da non ripetere». Dietro al fumo del calumet della pace si nasconde una duplice intenzione: da un lato quella di valorizzare il ruolo dell’azione penale preventiva e dei suoi effetti in termini di sottrazione organica di diritti e libertà, dall’altro quella di pacificare una storia che ha ferite ancora aperte. Ferite che non bruciano solamente in termini di risentimento, ma che lasciano ancora aperto quello spazio di immaginazione e di possibilità ai movimenti sociali. Per questa ragione la critica alle esternazioni di Gabrielli, per quanto queste possano sicuramente aprire delle contraddizioni all’interno dei corpi di polizia, non ha una pura valenza ideologica, ma ha connotati politici. In altri termini: quello che dice Gabrielli non è pericoloso perché lo dice un poliziotto, anzi il capo dei poliziotti, ma perché sono la normazione di Genova che si fa parola. Il reintegro di alcuni dei poliziotti e funzionari condannati per i pestaggi, i falsi verbali e le prove fasulle relativi all’irruzione nella scuola Diaz è l’altra faccia di questa normazione, quella che assume i tratti della beffa anche per chi non ha mai fatto della giustizia formale il proprio campo di battaglia. Ed è in questo lato più oscuro che riemerge in maniera lampante la dinamica del potere che protegge sé stesso, rendendolo immune da qualsiasi responsabilità politica e giudiziaria legata ai fatti del G8 ed in generale rispetto agli “abusi di polizia”. Una dinamica che si è esplicitata recentemente in una legge sulla tortura che, nonostante i 4 anni di iter parlamentare, risulta insufficiente e di difficile applicazione.

Senza tralasciare, peraltro, la partita che Gabrielli si sta giocando all’interno del corpo di polizia.Non solo vuole destare consenso nella cittadinanza per gli agenti nell’epoca dello stato di emergenza permanente, ma anche silurare tutti coloro che non rappresentano il suo gruppo di potere, tra cui troviamo il vecchio capo della polizia De Gennaro. L’operazione di Gabrielli è però molto accurata. Nel prendere pubblicamente le distanze dal suo predecessore per sconfessare chi ancora ne è affiliato sostiene allo stesso tempo che la responsabilità penale dei singoli agenti per i fatti della Diaz abbia funzionato come “fusibile sacrificabiei”. Come dice Lorenzo Guadagnucci – vittima e testimone della Diaz – in un’intervista ad Altraeconomia, sembra che il vertice della polizia strizzi l’occhio ai condannati per dare un messaggio di comprensione e fidelizzarli al suo nuovo governo.

Per tutte queste ragioni è importante prestare sempre molta attenzione quando si parla di questa storia, come di tutte le storie contese. Perché è proprio nell’elemento della contesa che si sedimentano nuove battaglie e nuovi orizzonti. La rievocazione fine a sè stessa rischia di diventare stucchevole, sia quando tende a riabilitare le vittorie, sia quando mira a riscattare le sconfitte. Ciò che va continuamente ristabilita è l’attitudine a sottrarsi di fronte a qualsiasi tentativo di imporre la visione della contemporaneità come “fine della storia”. A questo non potremmo mai piegarci, soprattutto in una fase in cui l’ordine costituito presenta notevoli tratti di liquidità. Non lo hanno spento quel sole; proviamo a farlo diventare nuovamente cocente.

21 luglio 2001 – Genova: L’assalto alla scuola Diaz

La notte del 21 luglio 2001 attorno alle 23.30, il primo reparto mobile di Roma, in tenuta antisommossa, comandato da Vincenzo Canterini, fa irruzione nelle scuole Diaz e Pascoli, (la prima utilizzata dai manifestanti come dormitorio, la seconda come centro stampa), per effettuare una perquisizione ai sensi dell’articolo 21 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.

La perquisizione si conclude con 93 arresti e 82 feriti, di cui tre prognosi riservate.

Degli 82 feriti, 63 vengono condotti in ospedale, e i rimanenti 19 vengono portati direttamente nella caserma di Bolzaneto.

Tutti le persone ospitate all’interno della scuola vengono tratte in arresto con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov.

Da subito e nei giorni successivi, alti funzionari di polizia e il ministro degli Interni dichiarano che:
– le pattuglie poi entrate nelle scuole furono aggredite dal lancio di oggetti e da una sassaiola;
– le ferite e le contusioni riportate dai manifestanti arrestati erano pregresse;
– all’atto dell’irruzione l’agente Nucera era stato colpito da una coltellata da parte di un non identificato aggressore;
– all’interno della scuola Diaz erano state sequestrate “armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegavano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Block”, ed in particolare erano state ritrovate due bottiglie Molotov.

Riguardo al lancio di oggetti e alla sassaiola: da subito le affermazioni dei funzionari di polizia, tra cui Francesco Gratteri, non trovano riscontro nelle dichiarazioni rilasciate da Di Bernardini (che dirigeva la Squadra Mobile di Roma) durante gli interrogatori effettuati dal PM Enrico Zucca nei giorni successivi; nemmeno i poliziotti e i funzionari che hanno descritto la sassaiola nelle loro relazioni, ne sanno qualcosa: ai magistrati si sono limitati a dire che l’avevano scritto perché qualcuno, non si sa chi, glielo aveva detto. Spartaco Mortola, il numero uno della Digos di Genova, ha negato l’evidenza dei filmati girati dalla scuola Pascoli (l’edificio antistante alla scuola Diaz/Pertini) al momento dell’irruzione. In una nota inviata al capo della Polizia il 05 agosto 2001 Mortola ha dichiarato che “poiché l’immagine è concentrata soprattutto sul portone d’ingresso ed a causa dell’oscurità, non si nota apparentemente il lancio di oggetti contundenti, dai piani superiori all’indirizzo delle forze dell’ordine, anche se lo scrivente conferma, anche in questa sede, che il lancio di oggetti ci fu”.

Per quanto riguarda le ferite riportate dai manifestanti, dai certificati medici di ricovero risulta che durante l’irruzione delle forze di polizia nella scuola Diaz/Pertini sono state ferite 82 persone, tre delle quali in modo molto grave. Il 4 settembre 2001 Vincenzo Canterini, comandante del VII nucleo sperimentale antisommossa del I Reparto Mobile di Roma, ha dichiarato al comitato parlamentare d’indagine che nella scuola Diaz/Pertini “vi sono state persone che, entrando, hanno visto lanciarsi contro delle sedie e quindi hanno reagito”. Uno degli uomini di Canterini, invece, descrive pestaggi immotivati, compiuti in assenza di reazione. Nella relazione di servizio consegnata al questore Colucci il 22 luglio 2001, il vice sovrintendente della Polizia di Stato Vincenzo Compagnone ha dichiarato che nella scuola “notavo operatori ed altri accanirsi e picchiare come belve dei ragazzi, uno di questi era a terra in una pozza di sangue e non dava segni di vita”.

Per quanto riguarda la presunta aggressione subita dall’agente Nucera, la versione dei fatti sostenuta dalle forze di polizia, e il racconto dello stesso Nucera, sono stati smentiti dai Carabinieri del RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche) di Parma in due perizie in cui è dichiarato che le lacerazioni su giubbotto e corpetto sono incompatibili con l’aggressione denunciata.

Per quanto riguarda le armi e gli oggetti da difesa: il bottino recuperato dalle forze dell’ordine era fatto di coltellini svizzeri, macchine fotografiche, libri, fazzoletti di carta, assorbenti interni, maschere antigas e un piccone; successivamente si venne a sapere che il piccone era stato raccolto dal cantiere aperto presente all’interno della scuola.

Per quanto riguarda le bottiglie Molotov: nel verbale di perquisizione corredato da tredici firme di alti funzionari della polizia di Stato, si descrive il ritrovamento di due bottiglie molotov, ma le indagini successive hanno rivelato una verità differente.

Il Vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione, infatti, ha dichiarato ai PM genovesi Enrico Zucca e Francesco Pinto che quelle bottiglie sono state in realtà ritrovate da lui in un cespuglio sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente.

Il 12 maggio 2003 il GIP Anna Ivaldi dispone l’archiviazione delle indagini contro i manifestanti per il reato di resistenza, con un’ordinanza di archiviazione in cui si afferma che “non può affermarsi, neppure con un minimo grado di certezza, che coloro che si trovavano nella Diaz e che vennero poi arrestati abbiano lanciato oggetti sulle forze di polizia“… Deve poi escludersi essi abbiano posto in essere atti di resistenza nei confronti del personale di polizia, una volta che questo riuscì ad accedere all’interno della Diaz“…