Margherita Ortega

Margherita Ortega anarchica messicana militante del Partido Liberal Mexicano (PLM) che partecipò alla rivolta armata contro Porfirio Díaz che sfociò nella rivoluzione.
Ortega, partecipa nella fila del PLM come guerrigliera, propagandista e infermiera, svolgendo anche compito di trasporto d’armi, munizioni, provvigioni e corrispondenza per i suoi compagni durante la ribellione della Bassa California del gennaio 1911. Al compagno Natividad Cortes che le chiedeva di mettere da parte l’idea rivoluzionaria, Margarita risponde: «Io ti amo; però amo anche tutti i sofferenti per i quali lotto e dono la mia vita. Non voglio più vedere uomini e donne che danno la loro forza, salute, intelligenza e il loro futuro per arrichire la borghesia; non voglio più che per molto tempo uomini combattano altri uomini. Sono risoluta nel proseguire la lotta affianco del Partido Liberal Mexicano, e tu, se sei un uomo, vieni con me a combattere; altrimenti lasciami, poichè non voglio essere la compagna di un codardo.» Il 20 novembre del 1913 viene torturata in carcere per costringerla a comunicare i nomi dei compagni che preparavano la rivolta nel nord di Sonora. Non essendo riusciti a farla parlare, Margarita Ortega viene fucilata il 24 novembre 1913.

24 novembre 1948 – Bondeno (Ferrara)

Nel corso di una manifestazione per richiedere la gestione diretta del collocamento al lavoro, le forze di polizia aprono il fuoco uccidendo il contadino Fernando Ercolei e ferendone altri 10.

24 Novembre 1971: guerriglia a Milano tra polizia e studenti

Il corteo, composto da circa 3000 studenti, cerca di dirigersi verso il Provveditorato degli studi ma viene bloccato da un ingente schieramento di forze dell’ordine, che hanno ricevuto ordine di impedire lo svolgersi della manifestazione; in breve si arriva allo scontro e la zona attorno a piazza del Duomo e alla Statale viene paralizzata da quattro ore di guerriglia.

I giovani che animano gli scontri hanno ancora vivo il ricordo di Saverio Saltarelli, lo studente ucciso un anno prima da un candelotto lacrimogeno durante la battaglia di via Larga e, agli inviti della questura a sciogliere il corteo in quanto non autorizzato, rispondono con una fitta sassaiola contro i blindati e le forze dell’ordine che continuano ad affluire per contrastare la crescente determinazione degli studenti.

In tarda mattinata il corteo riesce a sfondare i cordoni della polizia e a raggiungere la Statale, dove si sta tenendo un’assemblea del Movimento Studentesco; qui la battaglia si intensifica quando centinaia di poliziotti e carabinieri in assetto da guerra riescono ad irrompere nel cortile della facoltà ma si trovano di fronte migliaia di studenti medi ed universitari che cercano di respingerli con lanci di oggetti e scontri corpo a corpo.

L’aria è irrespirabile per le centinaia di lacrimogeni sparati e rilanciati verso gli agenti e le forze dell’ordine riescono a sgomberare l’edificio solo nel pomeriggio.

A fine giornata il bilancio è di sessanta agenti feriti e quasi 400 studenti fermati e portati in questura; dopo gli interrogatori 11 di questi, di cui 5 minorenni, vengono arrestati per resistenza ed oltraggio, molti altri i denunciati a piede libero.

Nel frattempo gli studenti, usciti dalla Statale, si muovono nuovamente in corteo ed occupano il rettorato, rilanciando su una nuova data di mobilitazione per il 30 Novembre.

20 maggio 1929: nasce Francesco Berardi

Il 20 maggio 1929 nasce a Terlizzi, in Puglia, Francesco Berardi. Giovanissimo si trasferisce a Genova dove entra nell’Italsider di Cornigliano, nel reparto zincatura nel 1956.
Negli anni sessanta comincia la sua militanza, prima con un’esperienza nel PCI, poi negli anni settanta con l’entrata in Lotta Continua.
Deluso dall’esperienza in Lotta Continua, Berardi, viene descritto così da chi lo conosceva in quegli anni: “Era uno che parlava tanto, tantissimo, come capita spesso agli operai anziani, che ritornano sempre sugli stessi argomenti: che qui siamo tutti antifascisti, ma la resistenza non la facciamo mai; che qui si parla e si parla, ma di cose concrete non se ne vedono. E sarebbe ora di muoversi”. Inizia così a collaborare con le Brigate Rosse presenti nella sua fabbrica, diffondendo ciclostilati e materiale propagandistico, e rilevando i numeri di targa delle autovetture appartenenti ai dirigenti più antioperai dello stabilimento.
Fu proprio mentre cercava di diffondere all’interno della sua fabbrica dei volantini che venne scorto dal delegato sindacale CGIL e militante del PCI Guido Rossa, e prontamente denunciato da questi ai carabinieri. Da tempo infatti il Partito Comunista, sollecitava i suoi iscritti alla , però ancora nessuno aveva raccolto questa sollecitazione, e tantomeno lo aveva fatto cosi clamorosamente. Francesco Berardi venne subito arrestato. Aveva al momento cinquant’anni, moglie, figli e nipotini.
Il gesto di Guido Rossa fu gravissimo: la denuncia di un compagno di lavoro che combatte i padroni e lo Stato rappresenta infatti la rottura di ogni vincolo di solidarietà di classe. Un conto è la battaglia politica in fabbrica fra rivoluzionari, riformisti, operai più combattivi, altri meno che può essere aspra e conflittuale; un conto è la delazione che porta un collega di lavoro in carcere.
Dopo un anno, passato in giro per le carceri speciali, il 24 ottobre 1979, Berardi muore suicida nella sua cella. Non era preparato a reggere il peso di quella situazione, per avere distribuito quattro volantini in fabbrica.
Le Brigate Rosse – colonna Walter Alasia, in un comunicato lo ricordano con queste parole:
“Nei giorni scorsi un compagno è morto in carcere: Francesco Berardi, operaio dell’Italsider di Genova. E’ stato assassinato prima dai berlingueriani che lo hanno consegnato agli sbirri di questo regime, poi dalla “giustizia” dei padroni, ed infine da quei lager nei quali vengono rinchiusi i comunisti combattenti. Nella nostra memoria resta il ricordo della sua vita di proletario che non si è mai arreso ai padroni, di operaio che ha saputo porsi alla testa degli sfruttati e ha dato la vita per il comunismo…”

17 maggio 1949 – Molinella (Bologna)

Nel corso di uno sciopero generale dei braccianti in Val Padana, è ferita da un colpo di fucile al braccio la socialista Adele Toschi e la mondina Maria Margotti viene falciata da una raffica di mitra, mentre altre 30 persone sono ferite.

17 maggio 1972: l’omicidio politico di Luigi Calabresi

17 maggio 1972, sono le 9:15 e Luigi Calabresi,commissario della polizia politica milanese,esce di casa, in Largo Cherubini. A pochi metri dalla sua abitazione viene raggiunto da diversi proiettili che lo uccidono sul colpo. L’uomo che ha sparato viene visto salire su di una fiat 125 blu che sparisce velocemente nel traffico mattutino. Calabresi è responsabile della morte dell’anarchico Pinelli, fatto cadere dalla finestra del suo ufficio della Questura di Milano durante l’interrogatorio condotto da lui e dal Questore fascista Guida, il 15 dicembre 1969. Calabresi è stato identificato subito come colpevole e da diversi anni è sotto accusa da parte del movimento e in particolare da Lotta Continua, che attraverso il giornale dà molto spazio alla vicenda Pinelli. In un comunicato scritto dopo la morte di Calabresi Lotta Continua scrive: « L’omicidio politico non è certo l’arma decisiva per l’emancipazione delle masse dal dominio capitalista così come l’azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che attraversiamo. Ma queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l’uccisione di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia ».

Immediatamente dopo l’omicidio, vengono iniziate le indagini che però vanno molto a rilento e sembrano non portare a niente di concreto. È solo nel luglio del 1988 che in seguito alla confessione di Marino, che vengono arrestati Ovidio Bompressi e lo stesso Marino come materiali esecutori dell’omicidio, e Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani come supposti mandanti. La confessione di Marino arriva in seguito ad un suo pentimento, ed è frutto di una serie di incontri con un colonnello dei Carbinieri nella caserma di Sarzana. È stato accertato in sede processuale che Marino, prima della confessione fosse indebitato per una trentina di milioni di lire, e che in seguito agli incontri con il colonnello dei carabinieri Bonaventura, i suoi conti furono saldati, senza che lui riuscisse a giustificare la provenienza dei soldi davanti alla Corte. Marino afferma di aver guidato l’auto che veniva rubata i giorni prima dell’omicidio e che a sparare a Calabresi sia stato Bompressi. Nella stessa dichiarazione, per molti punti controversa e contrastante con i risultati dell’indagine, egli afferma anche di aver ricevuto istruzioni da Sofri e Pietrostefani, che ai tempi dell’omicidio erano ai vertici di Lotta Continua. La dichiarazione di Marino, per quanto precaria sulla parte che riguarda le istruzioni ricevute dai supposti mandanti, diventa una delle prove decisive del processo contro Sofri, Pietrostefani e Bompressi, che vengono condannati a 22 anni di reclusione. Marino, in quanto collaboratore di giustizia, a 11 anni. Bompressi riceve la grazia nel maggio 2006. Nessun provvedimento di grazia è stato portato avanti per Sofri, che non lo ha mai richiesto, e per Pietrostefani.

15 maggio 1948: la Nakba

da uno scritto di Ilan Pappe: 
“ (…)Tra febbraio e dicembre del 1948 l’esercito israeliano ha occupato sistematicamente i villaggi e le città palestinesi, facendo fuggire con la forza la popolazione e nella maggior parte dei ca-si anche distruggendo le case, devastando le proprietà e portando via loro averi e i loro ricordi.
Una vera e propria pulizia etnica.
Durante questa pulizia etnica ogni volta che vi è stata resistenza da parte della popolazione questa è stata sempre massacrata (…)”.

Ogni 15 maggio il popolo palestinese e tutti i suoi sostenitori nel mondo commemorano la Nakba, la catastrofe. Questo termine è l’appellativo che i palestinesi danno al 15 maggio del 1948, data in cui l’esercito sionista ha invaso i territori palestinesi, impossessandosi delle terre, delle case e del futuro del popolo palestinese.

Al Nakba è stato il giorno in cui il popolo palestinese si è trasformato in una nazione di rifugiati, in cui almeno  750.000 persone sono state espulse dalle loro case e costrette a vivere nei campi profughi. Molti di quelli che non sono riusciti a scappare o si sono ribellati o in qualche modo rappresentavano una minaccia per il progetto sionista sono stati uccisi.  

Si conoscono più di 530 villaggi palestinesi che sono stati evacuati  e distrutti completamente, con annesso il tentativo di cancellare addirittura l’esistenza di quegli agglomerati, eliminando foto dell’epoca, documenti e testimonianze di vita e cultura palestinese.  
Israele oggi continua ad impedire il ritorno a casa di circa sei milioni di rifugiati e ancora oggi a cerca di espellere i palestinesi dalla loro terra, attraverso politiche razziste degne della peggiore apartheid.

Queste operazioni assumono di volta in volta forme e nomi diversi, attualmente vengono chiamati “trasferimenti”. I rifugiati palestinesi sono fuggiti in diversi posti e la maggior parte di questi vive nel raggio di 100 miglia dai confini d’Israele, ospite negli stati arabi confinanti; alcuni sono fuggiti nei paesi limitrofi intorno alla Palestina, altri sono fuggiti all’interno della Palestina ed hanno vissuto nei campi profughi, costruiti appositamente per loro dalle agenzie ONU, e altri si sono dispersi in vari paesi del mondo.  
Tutti questi rifugiati hanno un sogno in comune: ritornare nelle loro case di origine, e questo sogno è rinnovato ogni anno attraverso la commemorazione della Nakba.

Pisa 5 Maggio 1972 – Franco Serantini picchiato a morte dalla polizia

Il 5 maggio del 1972 a Pisa è previsto il comizio elettorale di Giuseppe Niccolai (Movimento Sociale Italiano); Lotta Continua indice una manifestazione antifascista che viene duramente caricata dai reparti della celere.

Tra i manifestanti ci sono anche alcuni anarchici, tra cui Franco Serantini ventenne e membro di un circolo intitolato a Giuseppe Pinelli: alcuni elementi del Secondo e Terzo plotone della Terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma giunti sul Lungarno Gambacorti picchiano violentemente Franco – utilizzando anche il calcio dei fucili – e poi lo arrestano portandolo in una caserma di polizia e, successivamente nel carcere Don Bosco.

Il giorno seguente, nel corso di un interrogatorio, Franco comunica di avvertire un forte malessere – specialmente alla testa – ma i rappresentanti delle istituzioni lì presenti (giudice, polizia penitenziaria, medico) non prendono in considerazione le sue parole.

Alle 9.45 del 7 maggio Franco muore in ospedale, dove viene portato dopo essere stato ritrovato in coma all’interno della sua cella: il pestaggio del lungarno ha fatto il suo corso.

Il numero 17 (dicembre 1972 – gennaio 1973) della Rivista Anarchica – rintracciabile qui: https://www.google.it/amp/s/stragedistato.wordpress.com/2011/10/19/a-rivista-anarchica-n-17-dicembre-1972-gennaio-1973-ammazzato-due-volte-dalla-perizia-medico-legale-appare-evidente-che-lanarchico-serantini-fu-assassinato-non-solo-dalla-bestialita-dei-baschi-neri/amp/ – fornisce una ricostruzione approfondita degli eventi, con particolare attenzione alle condizioni di salute di Franco Serantini: l’esame autoptico rileva “ovunque ecchimosi, contusioni, lesioni interne, emorragie. Alla testa, la più grave, alle gambe, al dorso, alle braccia. Focolai emorragici o ecchimotici localizzati dappertutto, infiltrati di sangue nello spessore dei seni durali, dell’encefalo, del cuore, dei polmoni, della milza”.

A distanza di quarantasei anni la triste vicenda di Franco Serantini ci sembra ancora, purtroppo, rappresentativa tanto della pessima gestione dell’ordine pubblico quanto delle altrettanto pessime condizioni del sistema carcerario. L’indifferenza con cui è stato ignorato e sminuito il suo stato di malessere ci ricorda molto da vicino l’atteggiamento di chi ha lasciato morire Francesco Mastrogiovanni nel 2009, così come quello di chi ha ignorato le richieste di aiuto espresse da Aldo Bianzino nel 2007.

Pietro Nissim ha composto per Franco la canzone Ballata per Franco Serantini (https://youtu.be/bb3eZ2BlYe4): una delle ultime strofe recita “poi tutt’a un tratto han fretta: da morto fai paura; scatta l’operazione ‘rapida-sepoltura’: «É solo un orfano, fallo sparir, nessuno a chiederlo potrà venir»”.

Nel corso di questi anni abbiamo visto molti tentativi di dipingere come figli di nessuno le vittime di apparati istituzionali che non sembrano capaci di praticare quella democrazia che dicono di difendere: proprio per questo ribadiamo l’importanza della solidarietà, delle reti, affinché nessuno sia figlio di nessuno, affinché tutti possano essere figli del mondo intero.

3 maggio 1979: le Brigate Rosse assaltano la Dc di Piazza Nicosia

L’azione che le Brigate Rosse intendono mettere in pratica è principalmente dimostrativa, quindi il piano prevede la perquisizione degli uffici e poi la sistemazione di alcune cariche esplosive che provochino danni all’interno dell’edificio.

La mattina del 3 maggio, dopo molti giorni di appostamenti, l’azione prende il via: alle 9.40 il commando, formato da tredici persone, sale al primo piano, disarma e ammanetta il poliziotto nell’atrio e comincia la perquisizione dei locali.

All’interno vengono innescate le cinque cariche esplosive, dossier e documenti vengono requisiti, sul muro viene vergata la scritta “Trasformare la truffa elettorale in guerra di classe”.

Quando giunge il momento di lasciare la sede della DC,  un’auto entra sgommando nella piazza, e ne escono tre agenti della digos: in pochi secondi i brigatisti rimasti fuori di copertura assaltano i poliziotti, e il conflitto a fuoco che segue è infernale.

Un agente viene ucciso immediatamente, un altro morirà in ospedale alcuni giorni dopo, mentre i brigatisti riescono tutti a mettersi in salvo.

Subito dopo l’assalto di piazza Nicosia, i giornali parlano di passaggio dal terrorismo alla guerriglia. Saragat afferma: “Si tratta di un efferato delitto politico, che prova come il terrorismo politico si trasformi in vera e propria guerra civile. E la guerra civile contro la democrazia va affrontata non soltanto con le forze dell’ordine, ma anche con le forze militari della nostra Repubblica”. Sabino Acquaviva teorizza una terza fase della lotta armata, quella della guerriglia, punto di approdo del terrorismo, prima sporadico poi diffuso.

Le azioni messe in campo dalle BR durante il periodo della campagna elettorale concorrono a dimostrare come queste abbiano di fatto preso materialmente posizione nella competizione parlamentare, tanto contestata, contro la DC, considerata il partito da battere ad ogni costo.

Al termine dell’assalto a Piazza Nicosia molte delle macchine utilizzate vengono abbandonate nel quartiere Prati, facendo maturare nelle forse dell’ordine la convinzione che proprio in quella zona potesse trovarsi un appartamento brigatista.

Report morti sul lavoro nei primi 4 mesi del 2019

Sono 430 i morti complessivi, compresi i morti con mezzo di trasporto, in itinere e sulle strade. Sui luoghi di lavoro sono 209. Seguono le principali categorie con più morti sui luoghi di lavoro: di questi il 23,4% sono in agricoltura, ben il 63% sono morti in questo comparto schiacciati dal trattore (31). Il 18,6% in edilizia, con le cadute dall’alto che sono sempre una piaga. L’11,4% sono nell’autotrasporto (in questa voce ci sono gli autotrasportatori di tutte le categorie). L’industria di tutte le categorie, esclusa l’edilizia ha il 7,65 delle morti complessive. Sono innumerevoli le categorie dove ci sono un morto o due, che per motivi di spazio non sto ad elencare. Tornano a aumentare gli stranieri morti sui luoghi di lavoro, che in questi 4 mesi sono al 14,8% sul totale delle morti. Sconvolgente vedere che il 28% dei morti sui luoghi di lavoro ha più di 60 anni. La legge Fornero ha provocato un incremento di queste morti. Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoroL’unico sito in Italia che monitora in tempo reale i morti sul lavoro, attivo dal 1° gennaio 2008Curatore Carlo Soricelli