29 aprile 1945: piazzale Loreto

Il 29 Aprile 1945 a Milano in Piazzale Loreto vengono esposti i corpi di 18 gerarchi fascisti, tra cui quello di Benito Mussolini stesso.
I gerarchi erano stati fucilati da un gruppo di partigiani guidati da Walter Audisio (nome di battaglia comandante Valerio, che fornì la più importante ricostruzione della morte di Mussolini), il pomeriggio del 28 Aprile. Mussolini e la Petacci vennero fucilati a Giulino di Mezzegra (non è ancora chiaro chi effettivamente sparò a Mussolini) mentre gli altri gerarchi (Alessandro Pavolini, Francesco Maria Barracu, Ferdinando Mezzasoma, Augusto Liverani, Ruggero Romano, Paolo Zerbino, Luigi Gatti, Idreno Utimpergher, Nicola Bombacci, Pietro Calistri, Goffredo Coppola Ernesto Daquanno, Mario Nudi, Vito Casalinuovo, Marcello Petacci) vennero uccisi a Dongo.
Non ancora chiare sono le origini dell’ordine di esporre i cadaveri in pubblico. La tesi più probabile è che il CLN non avesse esplicitamente richiesto di portare le salme in Piazzale Loreto. Sarebbero stati quindi i partigiani incaricati della fucilazione e della custodia dei gerarchi a portare i corpi intorno alle 3.40 di notte a Piazzale Loreto, luogo scelto in quanto utilizzato dai fascisti il 10 Agosto ’44 per l’esposizione di quindici corpi di antifascisti fucilati dai repubblichini.
Verso le 7 del mattino, quando i partigiani incaricati della custodia delle salme dormivano, i primi passanti si accorsero della presenza dei cadaveri, e soprattutto della presenza del corpo del Duce. In poche ore, tramite il passaparola ma anche tramite Radio Milano Liberata, che aveva già annunciato l’esecuzione dei gerarchi, la piazza si riempì. La folla, incredula di trovarsi di fronte i corpi dei suoi più infami aguzzini, inizio a calpestare i cadaveri, a colpirli con ortaggi e colpi di armi da fuoco. Solo grazie l’intervento di alcuni partigiani e dei vigili del fuoco, che lavarono le salme ormai ricoperte di sangue, sputi e urina, i corpi di Mussolini, Starace, Pavolini, Zerbino e della Petacci vennero sottratti dalla rabbia della folla e appesi “a testa in giù” sulla pensilina di un distributore di benzina presente nella piazza.
Alcuni membri del CLN ( Sandro Pertini in primis) criticarono aspramente i fatti di Piazzale Loreto, ma quelle immagini restano impresse nella memoria dei partigiani e degli antifascisti, e ancora oggi sono l’esempio chiaro dell’esplosione di rabbia che fu la Liberazione e soprattutto della volontà di fare giustizia e condannare tutti quei fascisti che, in nome della pace, non subirono mai alcun processo.

Buon 25 Aprile! Ora e Sempre Resistenza! Antifa!

18 APRILE 1975 : MUORE A FIRENZE RODOLFO BOSCHI

Il 16 aprile 1975 Claudio Varalli, del Movimento Studentesco Milanese, viene ucciso da Antonio Braggion, militante di Avanguardia Nazionale, condannato in seguito a dieci anni per eccesso di legittima difesa e porto abusivo d’arma. Il giorno dopo, 17 aprile, tocca a Giannino Zibecchi, anche lui del Movimento Studentesco Milanese. L’agente Sergio Chiarieri, accusato dell’omicidio, viene assolto per “insufficienza di prove”.

Il 1975 comincia con l’omicidio dei due carabinieri Leonardo Falco e Giovanni Ceravolo, freddati a Empoli da Mario Tuti, del « Fronte nazionale rivoluzionario », che i due militi credono un innocuo geometra del locale Comune. Il 28 febbraio, a Roma, militanti di Potere Operaio sono accusati di aver ucciso l’attivista del FUAN Mikis Mantakas, l’11 marzo viene ucciso, a Milano, Giuseppe Carlo Saronio (accusati Carlo Fioroni e Carlo Casirati), il 16 e il 17 aprile sono uccisi Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, del Movimento studentesco Milanese e lo stesso 17 aprile, a Torino, la guardia giurata Paolo Fiocco uccide , a Torino, Tonino Micciché di Lotta Continua.

Il 29 aprile, a Milano, un gruppo di militanti di Avanguardia operaia uccide Sergio Ramelli, del Fronte della Gioventù, il 17 maggio, a Napoli, una jeep della polizia travolge ed uccide il militante del PCI Gennaro Costantino, il 25 maggio militanti di estrema destra uccidono a Milano Alberto Brasili, il 5 giugno vengono uccisi, a Melazzo, in uno scontro fra Brigate rosse e carabinieri, il carabiniere Giovanni D’Alfonso e Margherita Cagol, il 13 giugno Paolo Bellini, di Avanguardia Nazionale, uccide a Reggio Emilia Alceste Campanile, di Lotta Continua.

Il 16 giugno viene uccisa a Napoli, da militanti del MSI, Jolanda Palladino, militante del PCI, l’8 luglio l’agente di polizia Antonio Tuzzolillo uccide, a Roma, Anna Maria Mantini dei NAP, il 29 ottobre, a Roma, militanti di estrema destra uccidono Antonio Corrado e lo stesso giorno viene ucciso dalle Brigate Rosse, sempre a Roma, il militante del MSI Mario Zicchieri, il 2 novembre viene assassinato nei pressi di Roma Pier Paolo Pasolini e il 22 novembre il carabiniere Pietro Colantuono uccide, a Roma, Pietro Bruno, militante di Lotta Continua.

Il 18 aprile, a Firenze, per protestare contro l’assassinio di Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, l’ANPI organizza una manifestazione di protesta in Via Nazionale, a poche centinaia di metri dalla sede del MSI, in Piazza Indipendenza. Rodolfo Boschi, impiegato dell’ENEL del servizio d’ordine del PCI, interviene per difendere un compagno, sprangato da una squadra di 9 individui in borghese (si tratta di poliziotti) e lo stesso fa Francesco Panichi, dell’Autonomia Operaia.

La polizia spara e l’agente Orazio Basile uccide Rodolfo Boschi, colpito al capo e ferisce Francesco Panichi, ferito all’ascella (molto vicino al cuore). La responsabilità dei fatti sarà scaricata su Panichi, mandato in galera con una condanna a 10 anni per placare la collera operaia e proletaria e sviare i contenuti della risposta antifascista che sorgeva spontaneamente dopo gli assassinii di Milano, mentre Orazio Basile viene condannato a otto mesi con la condizionale per « eccesso colposo di legittima difesa. » La verità che comunque si vuole soffocare è che il 18 aprile a Firenze la base del PCI, gli studenti e gli operai tutti, erano scesi in piazza duramente contro la DC e i fascisti per contrapporre i fatti all’antifascismo parolaio e per dire che ne avevano abbastanza di commemorare ancora i propri morti.

Giustiniano Rossi

Parigi, 20 aprile 2012

Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, le giornate d’Aprile del 1975. Oggi come allora PAGHERETE CARO, PAGHERETE TUTTO!

Il 16 Aprile 1975, Claudio Varalli, giovanissimo studente e militante di sinistra, tornando da una manifestazione per il diritto alla casa insieme a un gruppo d’amici, viene ucciso a colpi d’arma da fuoco da un gruppo di fascisti in Piazza Cavour. La notizia fa immediatamente il giro della città e già in serata si inizia a scendere in piazza. Al corteo antifascista del giorno successivo partecipano decine di migliaia di persone. Una parte della manifestazione raggiunge la sede provinciale del Movimento Sociale Italiana, l’allora “famigerata” Via Mancini, dove gli antifascisti si scontrano duramente con le Forze dell’Ordine che presidiano la sede fascista. Gli incidenti divampano in tutta la zona attorno a Corso XXII Marzo. Per sbloccare la situazione viene fatta intervenire un’autocolonna di Carabinieri che, arrivando da Piazza Cinque Giornate entra ad alta velocità sul corso per “spazzarlo” dai manifestanti. Alcuni camion militari dei CC salgono sui marciapiedi per sgomberarli dagli antifascisti. Uno dei mezzi travolge e uccide Giannino Zibecchi. Nei giorni successivi le mobilitazioni non calano di intensità in quelle che verranno definite “le Giornate d’Aprile”. In quei giorni di Primavera si paleserà per la prima volta il soggetto giovanile che sarà successivamente protagonista della rivolta del ’77 e che a Milano sarà il soggetto sociale egemone delle lotte del biennio ’75-76 che culmineranno con l’assalto alla Prima della Scala del 7 Dicembre ’76. Le piazze della città continueranno a riempirsi per lo sciopero generale antifascista, per i funerali di Zibecchi culminando con la giornata del 25 Aprile ’75.

Anche quest’anno la Milano antifascista ricorderà Claudio e Giannino con una serie di iniziative il 18 Aprile (18 Piazza Cavour, 18,30 Piazza Santo Stefano e 19 Corso XXII Marzo).

 

Qui sotto tre racconti pubblicati negli ultimi anni per non dimenticare quelle vicende:

Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, le giornate d’Aprile del 1975

L’ultima Pasqua

Per un attimo l’ho perso di vista

 

17 aprile 1975: l’omicidio di Tonino Micciché

17 aprile 1975, 19 di sera, quartiere operaio della periferia nord di Torino. Un gruppo di compagni e compagne del comitato di lotta

per la casa di Falchera sta sistemando la sua nuova sede appena liberata. Tra loro c’è Tonino Micciché, 25 anni, emigrato siciliano, ex operaio Fiat licenziato per motivi politici. Un uomo col soprabito si avvicina al gruppo. Cammina tranquillo. Quando si trova a un metro da Tonino estrae una calibro 7.65, di quelle in dotazione alle guardie giurate, e spara. Dritto in fronte: Tonino muore all’istante.
Emigrare al nord per trovare lavoro significa rinunciare alla propria terra, alla vicinanza degli affetti, alla casa. Perché i grandi industriali del Piemonte si sono scordati, nei loro piani di produzione, di pensare che quelle migliaia di operai che risalgono la penisola, abbiano anche bisogno di un tetto sotto il quale passare le poche ore che separano un turno dal successivo. Così nascono le speculazioni. Il centro storico è pieno di soffitte in cui i letti vengono condivisi da tre o più persone, “che quando arrivi per coricarti devi svegliare il compagno che ti liberi il posto“. La risposta della Fiat all’emergenza abitativa sarebbe quella di sistemare le maestranze in vecchi stabilimenti della cintura torinese isolati dallle città, che vengono pubblicizzati come “ fiore all’occhiello, con tutti i comfort, con attorno giardini verdi, dove i buoni operai [potrebbero] rigenerarsi dalle fatiche della catena di montaggio e liberare il corpo e lo spirito al contatto con la natura“. Addirittura Cgil, Cisl e Uil si oppongono a quelli che definiscono “villaggi di concentrazione”.
Le case popolari esistono, e formano veri e propri ghetti fuori dalle “mura” della Torino bene. Sono stati fatti costruire interi quartieri dormitorio alla periferia estrema della città, e a Falchera e Mirafiori lo IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) inizia ad edificare nuovi lotti per un totale di 20.000 abitanti. Le pratiche per l’assegnazione sono lente e sempre più famiglie si trovano strette nella morsa di affitti esorbitanti e alloggi fatiscenti.
Da queste premesse iniziano le occupazioni, che se nascono in modo molto spontaneo, non tardano a convergere in percorsi politici di appositi comitati di quartiere. A Falchera, quartiere costruito negli anni ’50 in barriera di milano, si assiste al fenomeno più ampio. Centinaia e centinaia di famiglie arrivano da tutta la città e si organizzano per occupare e amministrare le case non ancora assegnate. La risposta istituzionale non si fa attendere. Immediatamente lo IACP riprende a piena lena le assegnazioni degli alloggi, in modo da mettere assegnatari e occupanti gli uni contro gli altri. Dal canto loro i giornali iniziano subito a spendersi per dipingere il fenomeno come parte della tanto comoda “guerra tra poveri”.
Nel comitato di occupazione di Falchera, Tonino Micciché diventa presto una figura tra le più importanti: è lui che va a parlare con le istituzioni quando è necessario, ed è lui che spesso si prende la briga di assegnare gli alloggi alle nuove famiglie di occupanti. E’ lui che viene eletto dai suoi compagni “il sindaco di Falchera”. Il motivo del suo omicidio va ricercato nel clima di tensione che l’IACP ha tentato di creare tra occupanti e assegnatari. Nonostante la maggior parte degli assegnatari condivida con gli altri le esperienze di lotta e la militanza nei comitati, restano comunque alcuni, pochi, che dal loro status di “privilegati” vogliono trarre il massimo. Tra questi ultimi anche Paolo Fiocco, guardia giurata iscritta alla CISNAL, che si è preso un box auto in più oltre a quello già assegnatogli dall’Istituto. In quel box il comitato per la casa vorrebbe fare le sue riunioni, e non valendo a nulla le richieste di liberarlo fatte a Fiocco, decide di prenderselo quel 17 aprile 1975.

28 febbraio 1978: i Nar uccidono Roberto Scialabba

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Il 28 febbraio 1978 è per i neofascisti romani una data significativa: tre anni prima era morto durante gli scontri alla sezione missina del rione Prati Mikis Mantakas, giovane militante del Fuan. L’episodio aveva segnato un vero e proprio punto di svolta per alcuni giovani neofascisti, tra i quali i fratelli Fioravanti, Francesca Mambro a Alessandro Alibrandi, che avevano quindi deciso di impugnare le armi: così erano nati i Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), che si renderanno negli anni responsabili di almeno 33 omicidi e che a tutt’oggi sono ritenuti responsabili della strage di Bologna.

Nei giorni precedenti all’anniversario della morte di Mantakas, Fioravanti e i suoi accoliti discutono molto su quale azione mettere in atto per ricordare il camerata ucciso, fino a quando un neofascista appena uscito dal carcere riporta la notizia che a sparare ad Acca Larentia, il 7 gennaio, sono stati quelli del centro sociale di Via Calpurnio Fiamma.

Detto, fatto: quella sera in otto salgono su tre macchine e si dirigono verso il quartiere Tuscolano. Arrivano davanti all’edificio occupato, ma lo trovano chiuso, perché la mattina stessa è stato sgomberato da un’operazione di polizia.

Il gruppetto comincia a perlustrare la zona, entra in un parchetto e vede un gruppo di ragazzi, che dal vestiario sembrano appartenere alla sinistra ezìxtraparlamentare. I neofascisti scendono da una delle macchine, e cominciano subito a sparare.

Le pistole però si inceppano, ma per terra rimane, ferito, Roberto Scialabba, colpito al torace, mentre gli altri ragazzi, alcuni feriti, riescono ad allontanarsi.
L’agguato potrebbe concludersi senza vittime, ma Valerio Fioravanti salta addosso a Roberto e gli spara: uno, due colpi alla testa. È il primo omicidio di Valerio Fioravanti, ma lui stesso si rende conto che i ragazzi di Piazza San Giovanni Bosco non avevano nulla a che fare con Acca Larentia.

Alcune ore dopo, una telefonata all’Ansa rivendica l’omicidio: “La gioventù nazional rivoluzionaria colpisce dove la giustizia borghese non vuole. Abbiamo scoperto noi chi ha ucciso Ciavatta e Bigonzetti. Onore ai camerati caduti.”

Ci vorranno però quattro anni, dopo le dichiarazioni del pentito Cristiano Fioravanti, perché la magistratura riconosca la matrice politica del delitto, che fino allora era stato considerato un “regolamento di conti tra piccoli spacciatori”.

In una scritta, quando il 30 settembre di un anno prima era stato ucciso Walter Rossi, Roberto, pur non conoscendolo direttamente, lo aveva così ricordato: «Una lacrima scivola sul viso, una lacrima che non doveva uscire, il cuore si stringe, si ribella, i suoi tonfi accompagnano slogan che si alzano verso il cielo “non basta il lutto pagherete caro pagherete tutto”».

Così, all’indomani della morte, i compagni di Cinecittà lo ricordavano: «Roberto era un compagno che lottava, come tutti noi, contro un’emarginazione che Stato e polizia gli imponevano. E’ caduto da partigiano sotto il fuoco fascista».
MA GLI ANTIFASCISTI NON DIMENTICANO!      Né oblio, né perdono!
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Funerali di Valerio Verbano – Verano 25 febbraio 1980

Questo non è un corteo
perchè va un po’ più lento
si sentono i singhiozzi
da lontano un lamento

Questo non è un corteo
c’è troppo silenzio
Valerio dove sei
t’avemo ognuno drentro

Questo non è un corteo
ma neppure un funerale
stamo tutti a pesà
quanto sta vita vale

In questo strano giardino
di fiori e di morte
rimbombano gli slogan
speranze non risorte

Il fumo dei lacrimogeni
si fa sempre più acre e amaro
pagherete tutto si
pagherete caro

na na na na na nai
na na na na na na na…..

Camminando sulle tombe
di morti senza storia
ritorna il ricordo si
ritorna la memoria
di vecchi partigiani
e di grandi imprese
questo ci ha regalato
questo sporco paese

Questo non è un corteo
ma neppure un funerale
stamo tutti a pesà
quanto sta vita vale

Il fumo dei lacrimogeni
si fa sempre più acre e amaro
pagherete tutto si
pagherete caro

na na na na na nai
na na na na na na na…..

24 febbraio 1974: rivolta al carcere di Firenze

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É il 1974 e nel carcere delle Murate di Firenze si vivono giorni di tensione: la riforma carceraria è stata molte volte promessa nel tentativo di mantenere il controllo del complesso, ma i detenuti sono stanchi dell’attesa ed è ormai chiaro a tutti che ciò che chiedono non può trovare alcun appoggio nelle autorità carcerarie.

Così il 24 Febbraio la rabbia esplode e in breve travolge tutte le zone del penitenziario; un gruppo di detenuti sale sul tetto in segno di protesta ma la repressione non tarda ad arrivare, brutale e folle: un agente di custodia spara una raffica di mitra, uccidendo il ventenne Giancarlo Del Padrone e ferendo altri quattro carcerati.

Ma l’episodio non intimidisce i detenuti, anzi è come benzina gettata sul fuoco della loro rabbia, che li spinge a rimanere sul tetto in numero sempre crescente.

Nel frattempo l’eco della rivolta è giunta all’esterno del complesso e molte persone si radunano sotto il carcere per assediarlo; si intonano cori di solidarietà e gli stracci insanguinati di Giancarlo e i feriti vengono gettati dal tetto per farne degli striscioni.

Lotta Continua dà indicazione di rompere l’assedio delle Murate ma nemmeno i suoi militanti vi si attengono, confermando la rottura dei rapporti di collaborazione tra l’avanguardia carceraria e la Commissione carceri di LC, una rottura che era nell’aria già dal Luglio dell’anno precedente.

Particolare è la composizione sociale fra i detenuti fiorentini: un proletariato che quotidianamente vive di espedienti e per cui il carcere rappresenta, prima o poi, una tappa quasi obbligata.

Non sono “batterie” organizzate, bensì piccoli artigiani della rapina che hanno fatto propria la convinzione di doversi riprendere autonomamente i propri bisogni.

La nottata di assedio si conclude con duri scontri tra polizia e manifestanti e con l’intero quartiere di Santa Croce invaso dal fumo dei lacrimogeni e dai rastrellamenti degli agenti.

Ma il problema delle condizioni di vita nel carcere non può più essere circoscritto alle celle delle Murate: la questione è stata posta e la notizia è destinata ad avere un forte impatto ideologico anche sull’esterno.

La rivolta e l’assassinio di Giancarlo hanno ispirato la canzone “Le Murate” del Collettivo Victor Jara:

E non si respira più

E non ci si vede più

Ma nella fuga, compagno

Nella paura, compagno

Come nella lotta, compagno

Resterò sempre a fianco a te.

E, ventiquattro febbraio

 

E, settantaquattro febbraio

Sparano i poliziotti

Sparano alle Murate

Muore Giancarlo del Padrone 

E non si respira più

E non ci si vede più

Si fan le barricate

Tutti lanciamo sassi

Contro gli scudi del potere 

E il tetto delle Murate

E’ pieno di carcerati

Cantiam “Bandiera Rossa”

Scoppiano i candelotti

Comincia ormai la caccia al rosso 

E non se ne può più

E il fiato ti va via

Carican i celerini

Ma rimaniamo ai nostri posti 

Moschetti e manganelli

Scoppiano i candelotti

Ora siam senza armi

Ma canterà presto il fucile 

Giustizia sarà fatta

Fuori, e nelle prigioni

Contro padroni e questori

Suonerà la giusta carica

Della giustizia proletaria 

E non si respira più

E non ci si vede più

Non scoraggiarti compagno

Lotta e resisti compagno

E costruisci la tua vittoria 

E, ventiquattro febbraio

E, settantaquattro febbraio

Ma nella fuga, compagno

Nella paura, compagno

Come nella lotta, compagno

Resterò sempre a fianco a te.

 http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/525-24-febbraio-1974-rivolta-al-carcere-di-firenze

23 febbraio 1986 Luca Rossi, studente, ucciso per sbaglio da un poliziotto in nome della legge

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Luca… uno dei tanti morti per “errore”, uno che correva a prendere la filovia ed ha incrociato un proiettile.

Siamo sul finire di febbraio, il 23 febbraio dell’anno 1986, in una piazza della Bovisa, Milano. E’ sera, Luca e Dario, giovani militanti e studenti universitari, non ancora vent’anni, stanno correndo per prendere la filovia in Piazzale Lugano. Hanno l’ennesimo appuntamento, stavolta con un amico, ed insieme tante cose da intraprendere, da dire, da realizzare nella città. La passione e la vita, la dolcezza e la lotta glielo consentono.

In comune hanno anche lo stesso desiderio, capire come va il mondo quindi osservarlo, studiarlo, frequentarlo e non da ultimo cambiarlo alla radice affinchè smetta di essere minaccioso e ingiusto e diventi un luogo ospitale e acogliente per tutti gli esseri viventi, umani inclusi.

L’ideale dei vent’anni è generoso, testardo, senza paura; è il sogno più bello che vorrebbe occupare le strade, l’affermazione diversa del possible, la corrente calda che attraversa la città di ghiaccio e non dimentica gli impegni presi. E il reale? Il reale non sogna mai, se ci prova genera incubi.

Poco distante, in un altro punto della stessa piazza, alcune persone discutono animatamente e scoppia una rissa. Un agente in forza alla Digos, fuori servizio, interviene per sedare la rissa ma, incapace di affrontare la situazione con le ragione, l’autorità ed i mezzi consentiti dalla legge, estrae la sua pistola d’ordinanza e, piegate leggermente le ginocchia in posizione di tiro, punta e spara.

Due colpi lacerano l’aria: una traiettoria dall’esito micidiale collega il reale all’ideale.

Improvvisamente Luca, che passava per caso in quel luogo, è a terra ferito a morte. Uno dei proiettililo ha raggiunto al fianco di rimbalzo.

Raccontare chi era Luca è difficile, perché la sua carica vitale non aveva confini e lo portava a vivere con forza, entusiasmo, capacità critica e voglia di capire, moltissime esperienze: la militanza in Democrazia Proletaria (confluita poi in Rifondazione Comunista), l’obiezione di coscienza e il volontariato, la lotta per ottenere spazi culturali per i giovani, la musica punk, l’amore per il Nicaragua e per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord, l’impegno nel Collettivo Studentesco della sua scuola, i giorni dell’ autogestione, i viaggi, lo studio…

Lo animava una profonda umanità, un’attenzione continua a ciò che gli accadeva intorno, con incredibile altruismo, forse innaturale per una generazione come la sua cresciuta negli anni di piombo e nell’egoismo sfrenato degli inizi degli anni Ottanta.

Era sicuramente un tipo fuori dagli schemi rigidi della politica intesa sia come partito che come azione nel sociale.

Con assoluta continuità tra le due cose si “sparava” diecimila iniziative politiche, trovando poi del tutto naturale prestare parte del suo tempo ai ragazzi portatori di handicap.

Che cosa è stato Luca? Un colore vivo e acceso.

Oggi avrebbe più di quarant’anni ed è difficile immaginarlo a questa età, ma è facile rivederlo nei volti delle migliaia di giovani che hanno riempito le piazze in questi anni gridando contro le guerra con la speranza di un mondo più giusto e solidale.

Nella nostra mente Luca non è stato solo un ricordo, perché da subito lo sgomento e 1’angoscia per la sua morte si sono trasformati nel bisogno di non cadere nella rassegnazione e nella rabbia senza speranza.

Lo sforzo è stato quello di non limitarsi a piangere, commemorare, ricordare nel silenzio, ma è stato quello di cercare un senso alla sua morte per quanto questo possa apparire impossible. Innanzitutto abbiamo chiesto giustizia e non per sete di vendetta ma per ricerca della verità che non può accontentarsi di liquidare la fine di una vita come semplice fatalità.

Siamo quindi giunti ad un processo che, forse caso unico in Italia allora, ha detto parole chiare sulla colpevolezza di un poliziotto definitivamente condannato a due anni per omicidio colposo aggravato.

Una sentenza che non ha restituito il figlio, il fratello, l’amico, ma che in un certo senso ha rivendicato le troppe morti” per caso” della storia del nostro paese.

Ma questo non è stato certo un punto di arrivo definitivo. La sete di cambiare di Luca, di essere dentro alle cose, agli avvenimenti, la gioia di stare con gli altri, non potevano svanire con lui quella sera ed esaurirsi in una sentenza di tribunale, per quanto unica ed importante.

Il nostro impegno da subito è stato quello di non limitare questa ricerca di senso puntando esclusivamente sull’abolizione della Legge Reale (legge varata nel 1975 durante gli anni dell’ emergenza che di fatto legittimava l’uso delle armi ed ampliava i poteri della polizia). Infatti se il poliziotto quella sera del 23 febbraio aveva sparato, lo aveva fatto non solo perché una legge dello Stato lo legittimava a portare un’ arma, ma anche perché la logica di sopraffazione e violenza in cui spesso siamo immersi, 1’aveva convinto che, senza ombra di dubbio, in quella situazione l’uso di una pistola era la miglior soluzione.

È stata quella logica che abbiamo pensato di intaccare.

E così il 30 Luglio 1992 nasce, per volontà dei familiari, l’Associazione Luca Rossi per l’Educazione alla Pace ed all’ Amicizia tra i Popoli.

Fra le sue finalità essa ha posto un’ attenzione particolare al mondo della scuola e dei giovani, nella convinzione che proprio con tali interlocutori sia necessario lavorare per stimolare una cultura di pace fatta di nuovi rapporti interpersonali, di ricerca di soluzioni creative e non violente dei conflitti, di accettazione e valorizzazione delle diversità. È innegabile, infatti che le tensioni, le ingiustizie, l’emarginazione e le conflittualità che attraverso i continenti, le nazioni, le classi sociali, richiedono un impegno anche culturale unito, naturalmente, ad un’equa distribuzione e consumo delle risorse disponibili.

L’Associazione, attraverso le iniziative che propone, è ancora oggi l’occasione per ricordare Luca senza retorica e lo strumento per trasmettere ciò in cui credeva: la speranza di un mondo nuovo

http://www.pugliantagonista.it/archivio/luca_rossi.htm

1980 – 2017 Valerio Vive, un’idea non muore!

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Il 22 febbraio del 1980 un commando di neofascisti assassinava a colpi di pistola Valerio Verbano in casa sua. Giovane militante autonomo di soli 18 anni, studente del liceo Archimede, è stato assassinato davanti agli occhi dei genitori per la sua militanza antifascista e rivoluzionaria. In particolare, Valerio indagava sui rapporti tra apparati dello Stato e destra eversiva.

A distanza di 37 anni da quell’omicidio rimasto senza colpevoli, daremo corpo ancora una volta, attraversando le strade di quelli che furono anche i sui quartieri, Tufello e Montesacro, ad una memoria e un ricordo che non sono liturgia o reducismo, ma storia viva dei movimenti della città di Roma. Una storia che si è fatta arma da scagliare contro chi ci dice che il fascismo è archiviato, contro chi ci invita alla riconciliazione o ci parla di opposti estremismi.

Oggi, quegli stessi quartieri vogliono raccontare ancora la figura di Valerio Verbano, la sua vita e le sue lotte, una storia orgogliosamente partigiana, che vive ogni giorno negli spazi liberati, nelle battaglie degli studenti e delle studentesse, nelle vertenze per la casa e contro gli sfratti. Così come nelle piazze delle donne che in Italia e in tutto il mondo si ribellano contro il patriarcato e la violenza maschile, urlando da un capo all’altro del globo “non una di meno”. Una storia che pulsa in ogni battaglia contro lo sfruttamento per la dignità umana.

Mentre continuiamo a vivere nella più lunga crisi economica e sociale dal dopoguerra, mentre le guerre bussano alla porta di un’Europa sempre più blindata, alimentando a dismisura vecchie e nuove povertà, leader politici e imprenditori della paura e dell’orrore in giacca e cravatta (o felpa, poco importa) nei salotti mediatici soffiano sul fuoco della “guerra tra poveri” e dello “scontro di civiltà”, utilizzando politiche criminali e di austerità e come braccio armato nei nostri quartieri le organizzazioni neofasciste.
Contro tutto questo mettiamo in campo ogni giorno pratiche culturali, di mutualismo e di solidarietà, ed anche la legittimità di un’azione resistente che, a partire dai nostri quartieri, dai lotti delle case popolari e dalle periferie, non lasci un solo centimetro di terreno a chi ci vuole indifferenti, nemici, gli uni contro gli altri.

Anche quest’anno sfileremo nelle nostre strade per ricordare Valerio e sua mamma Carla, con cui abbiamo condiviso tanta strada insieme, e dare vita ancora una volta a una giornata di lotta.

Mercoledì 22 febbraio
ore 16.00 via Monte Bianco ‘Un fiore per Valerio’
ore 17.00 CORTEO

Contro ogni sessismo, razzismo e fascismo: solidarietà, resistenza e liberazione!

I compagni e le compagne di Valerio

https://www.facebook.com/events/1357605544309950/