16 maggio 1944: la rivolta dei gitani ad Auschwitz

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16 maggio 1944, le SS decidono di smantellare il Familienzigeunerlager, il “campo per famiglie zingare” ad Auschwitz. “Smantellare il campo” è una triste formula che porta con sé allegato il significato di “eliminare tutti gli internati”. E’ consuetudine, ad Auschwitz, che ad una decisione presa dai nazisti segua docile la sua messa in atto, senza ostacoli o impedimenti. Non ci si aspetta che qualcuno tra i reclusi nel lager possa alzarsi in piedi a dire di no: non è mai successo, e diversi anni di esperienza nei campi hanno insegnato questa usanza a prigionieri e secondini.

Ma quel 16 maggio, all’ordine di uscire dalle baracche e dirigersi verso le camere a gas, segue sorda la risposta di chi non ha mai voluto imparare costumi e usanze del posto. In 4.000 escono dai capannoni. Hanno dipinti sul volto i segni della fame e dei soprusi, ma negli occhi brilla ancora una scintilla di dignità che impedisce loro di andare a morire in silenzio. Uomini donne e bambini. Chi armato di spranga, chi di bastone. Alcuni raccolgono da terra pietre e calcinacci, altri si gettano sugli aguzzini a mani nude. Le SS sono costrette a desistere di fronte alla rivolta, sconcertate da una reazione che non pensavano potesse verificarsi e che non si verificherà più.

Lo Zigeunerlager viene liquidato il 2 agosto dello stesso anno, e tutti i detenuti all’interno uccisi. I nazisti hanno smesso di passare i rifornimenti al campo, e i Gitani presi per fame vengono ridotti all’obbedienza e alla fossa.

Si parla poco della morte di oltre 500.000 tra Rom, Sinti e Manush sotto il regime nazista e fascista, e della predilezione che il dottor Mengele aveva nei suoi esperimenti per i bambini zigani. Durante il Processo di Norimberga i superstiti non vengono neanche ammessi come parte civile, e pochi stati attualmente annoverano il Porrajmos (termine che il lingua romani significa “divoramento”) subito dai gitani come parte dei crimini nazisti.

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14 maggio 1977: Milano, una sparatoria “tranquilla”

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Milano, 12 maggio 1977; mentre a Roma le forze speciali infiltrate di Kossiga sparano ai manifestanti di Piazza Navona e uccidono Giorgiana Masi, il sostituto procuratore della Repupplica Luigi De Liguori ordina l’arresto di alcune persone, tra le quali due noti avvocati di Soccorso Rosso, Giovanni (Nanni) Cappelli e Sergio Spazzali. L’imputazione più grave nei loro confronti è quella di promozione di associazione sovversiva. I gruppi della sinistra extraparlamentare e i collettivi dell’area dell’autonomia indicono per il pomeriggio del 14 maggio una manifestazione contro la repressione.

La mattina del 14 maggio i quattro referenti dei servizi d’ordine delle diverse anime dell’Autonomia milanese si riuniscono alla Statale per valutare le azioni di piazza. Ci sono Pietro Mancini (Piero), Raffaele Ventura (Coz) e Maurizio Gibertini (Gibo) per il gruppo che si riuniva intorno alla rivista “Rosso”, Oreste Scalzone per i gruppi vicini a Potere Operaio, Andrea Bellini per il 14 maggio 2“Casoretto” e infine una delegazione del partito marxista-leninista. Si decide per un corteo duro, che ad un certo punto si stacchi dai gruppi della sinistra extraparlamentare (Democrazia Proletaria in testa) per proseguire intorno al carcere di San Vittore e portare la solidarietà agli avvocati arrestati due giorni prima. Un corteo “duro”, questo si, ma che non preordina in alcun modo uno scontro a fuoco con la polizia, né alcuna altra provocazione. Niente molotov, né spranghe, né fionde e neanche sassi, niente di niente. Ai primi disordini si abbandona il corteo, l’accordo è questo.

La sera prima però, anche la componente armata del collettivo Romana-Vittoria, composta da Marco Barbone, Enrico Pasini Gatti, Giuseppe Memeo, Marco Ferrandi, Luca Colombo e Giancarlo De Silvestri si riunisce per definire il piano per la manifestazione del giorno successivo. Bisogna provocare la polizia nei pressi di San Vittore, sciogliere il corteo per poi ricomporlo nella zona di Porta Genova, da presidiare militarmente il più a lungo possibile. Il Romana-Vittoria aprirà il corteo.

14 maggio 3Il corteo parte alle 16,45 da piazza Santo Stefano, i partecipanti sono più di 10.000. All’incrocio via San Vittore-Via Olona lo spezzone dell’autonomia, composto da circa 1000 manifestanti, abbandona il troncone principale come previsto. Cominciano subito gli slogan: “Da San Vittore all’Ucciardone, un solo grido: evasione”, “Carabiniere, sbirro maledetto, te l’accendiamo noi la fiamma sul berretto”.

Ad un certo punto la colonna di polizia (fino a quel momento tenutasi molto distante dal corteo) del III° reparto Celere si schiera in assetto di ordine pubblico (un cordone di scudi e un secondo con i lancia-lacrimogeni) all’angolo tra via Olona e via De Amicis. Dopo un breve consulto, la squadra armata di Romana-Vittoria decide per l’attacco, e forza facilmente i cordoni di contenimento capeggiati da Bellini e Scalzone, accortisi di quanto stava per accadere.

14 maggio 4S’alza un grido secco: “Romana fuori!” seguito da un successivo: “Sparare!”. Nel giro di un solo minuto Ferrandi, Memeo, Barbone, Pasini Gatti, De Silvestri e Colombo, accostati da alcuni studenti del Cattaneo armati di molotov, dal collettivo di Viale Puglie e dal collettivo Barona ingaggiano un violento scontro a fuoco con le forze dell’ordine, durante il quale rimane ferito a morte il vicebrigadiere Custra. Altri due agenti vengono lievemente feriti, mentre un passante, Marzio Golinelli, perde un occhio e un’altra passante, Patrizia Roveri, viene ferita in maniera non grave al capo.

Via De Amicis è oscurata dal fumo dei lacrimogeni, delle molotov e della carcassa del filobus 96 dato alle fiamme. Tutti coloro che si erano inoltrati nella strada raggiungono di corsa via Carducci dove alcuni manifestanti stanno improvvisando una barricata con del materiale edile di un cantiere.

14 maggio 5La sera del 14 nell’abitazione di Colombo si riuniscono alcuni dirigenti di Rosso a confronto con Ferrandi, Barbone, Memeo, Pasini Gatti, Colombo e De Silvestri. La notizia che l’agente Custra è clinicamente morto è stata diffusa radiogiornali e dai telegiornali. I dirigenti di Rosso si rendono disponibili a fornire soldi e documenti falsi per il prudenziale allontanamento di Pasini Gatti, Ferrandi e di tre studenti del Cattaneo. Ne nasce poi un violento diverbio tra Mancini, molto critico rispetto all’azione della Romana-Vittoria, e Alunni, che invece ne prende la difesa. In seguito a questo e ad altri personali contrasti, nel mese di luglio Alunni, Marocco, Ricciardi, Barbone, Colombo, De Silvestri daranno vita, con altri e altre militanti, alle Formazioni Comuniste Combattenti. In seguito, Ferrandi aderirà a Prima Linea; 14 maggio 6Memeo ai Proletari armati per il comunismo; Pasini Gatti alla Brigata Antonio Lo Muscio.

Durante il processo per i fatti del 14 maggio, gli imputati Ferrandi, Barbone e Pasini Gatti si presenteranno col profilo, già assunto al momento dell’arresto, dei cosiddetti “pentiti”.

13 maggio 1985: la polizia reprime il MOVE

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L’organizzazione MOVE, formata per la maggior parte da neri, invoca il ritorno ad uno stile di vita naturale e si schiera apertamente in difesa dell’ambiente , contro le istituzioni e contro la tecnologia, di fatto attirando l’attenzione e la repressione da parte delle forze di polizia statunitensi.

Nel 1978, durante un tentativo di irruzione all’interno di un edificio occupato dal MOVE, l’ufficiale James J. Ramp rimane ucciso da un proiettile che lo colpisce alla testa, di provenienza ancora ignota. Sette altri agenti di polizia, cinque vigili del fuoco, tre occupanti e tre passanti sono rimasti feriti in scontri a fuoco. Per questo episodio nove membri del MOVE verranno condannati per omicidio, ma continueranno a dichiarare di non essere responsabili della morte dell’agente.

Nel 1981 MOVE si trasferisce in Osage Avenue, nella zona Ovest di Filadelfia. Quattro anni più tardi, il 13 maggio 1985, un’operazione di polizia assalta l’edificio, per sgomberarlo.

Le forze dell’ordine si apprestano all’irruzione lanciando lacrimogeni e aprendo gli idranti contro la casa, quindi vi entrano per procedere allo sgombero. In questo frangente di circa due ore vengono sparati dai poliziotti circa diecimila colpi, e appiccati diversi incendi. Infine un elicottero della polizia sgancia sull’edificio, senza alcun avvertimento, due bombe al plastico e Tovex, che distrugge la sede del MOVE e che scatena un incendio che distrugge anche altre sessanta case limitrofe.

Delle tredici persone all’interno dell’edificio ne sopravvivono solo due: John Africa, il carismatico leader del movimento viene ucciso insieme ad altri cinque adulti e cinque bambini.

Nei giorni successivi all’assalto verrà incaricata una commissione investigativa, che nel 1986 stenderà un rapporto di denuncia nei confronti delle istituzioni cittadine, ma nonostante questo nessuno sarà accusato penalmente. In una causa civile del 1996 la giuria ordinerà un rimborso di un milione e mezzo di dollari ai sopravvissuti ed ai parenti delle vittime, per l’eccessivo uso di forza da parte delle forze dell’ordine, la perquisizione e il sequestro immotivato dei membri del MOVE.

Grande sostenitore del MOVE è da sempre Mumia Abu Jamal, giornalista radio e militante delle Pantere Nere, in carcere dal 1981, ingiustamente accusato e  condannato  a seguito di un’inchiesta discutibile e discussa, per l’assassinio di un poliziotto.

9 maggio 1976: morte di Ulrike Meinhof

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9 maggio 1976, il corpo di Ulrike Meinhof viene trovato senza vita, appeso alla finestra della sua cella nel braccio speciale del carcere di Stoccarda Stammheimer. Le perizie legali, sempre molto lacunose ed incomplete, si orientano tutte verso l’ipotesi del suicidio della militante rivoluzionaria. Ma ci sono elementi che non convincono; gli altri detenuti non credono alla versione ufficiale in cui poliziotti e medici legali si contraddicono senza pudore. E non sono solo i suoi compagni di prigionia ad avere dei dubbi: anche nell’opinione pubblica comincia a farsi spazio quest’idea che la Meinhof sia “stata suicidata” da terzi. Così nasce la Commissione internazionale di inchiesta sulla morte di Ulrike Meinhof, che comincia a portare alla luce tutte quelle discordanze prodotte dalle autopsie legali. Non ultimo il problema di un cappio troppo largo per sostenere il corpo. Citiamo dalla traduzione italiana: “Si può appendere un cadavere in un cappio troppo largo, solo se si approfitta della rigidità cadaverica per mettere la testa in una posizione fissa, che non permetta più al cappio di scivolare.”. 

Ulrike Meinhof è in prigione in attesa del processo che probabilmente la condannerà al carcere a vita. È membro fondatore della Rote Armee Fraktion (Fazione dell’Armata Rossa), un’organizzazione rivoluzionaria della Germania ovest, attiva dal 1970 al 1998. Incarcerati insieme a lei ci sono altri membri della prima generazione del gruppo: Andreas Baader, Gudrun Ensslin, Jan-Carl Raspe e Irmgard Möller. Anche loro, il 13 ottobre dell’anno successivo “decideranno” di suicidarsi. Baader e Esslin moriranno nelle loro celle, Raspe in ospedale, mentre la Möller non “riuscirà” a togliersi la vita con una serie di coltellate in petto, e avrà quindi la possibilità di raccontare in un libro, di come i suoi tre compagni abbiano subito la stessa sorte di Ulrike.

Il movimento nella Germania ovest è alquanto eterogeno. Molto forti sono le correnti libertarie e situazioniste; rara la militanza in forma organizzata. Tutte le proteste hanno come epicentro la sensazione che la denazificazione nella repubblica federale non sia stata neanche abbozzata. Le strutture e i volti del potere sono gli stessi che operavano sotto il regime hitleriano. È in questo clima che nel gruppo di Baader e Meinhof sorge spontanea la necessità di organizzarsi in una risposta armata al regime di cose presente. Si sceglie come nome Rote Armee Fraktion, per chiarire quel sentimento di appartenenza ad un movimento rivoluzionario più ampio e mondiale. Fin dall’inizio la RAF prende contatti con organizzazioni rivoluzionarie straniere: dalle BR, ai Tupamaros, all’FPLP, cui i militanti tedeschi devono l’addestramento militare in Cisgiordania. L’influenza che queste esperienze internazionali hanno sulla RAF è impressionante. L’organizzazione tedesca comincia a sperimentare sul suo campo di battaglia metodi e strutture saggiati dai movimenti uruguayano e palestinese. Un’organizzazione articolata in cellule di combattimento, simile anche se meno radicale della struttura di Settembre Nero; una teoria della guerriglia urbana mutuata dai teorici del Sud America fanno delle RAF una delle organizzazioni rivoluzionarie europee più longeve del secondo dopo guerra.

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9 maggio 1978: l’uccisione di Peppino Impastato

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Nella notte tra l’otto e il nove maggio 1978, il corpo di Peppino Impastato, posto sulla linea ferroviaria Palermo – Trapani, è dilaniato da una carica di tritolo. Il suo funerale, partecipato da centinaia di giovani provenienti da tutta la Sicilia, viene aperto da uno striscione con la scritta “Con le idee e il coraggio di Peppino, noi continuiamo”.

E proprio dalle idee che lo spinsero a schierarsi apertamente contro la “borghesia mafiosa” della provincia palermitana è bene cominciare, per comprendere a pieno il profilo di un compagno per lungo tempo dimenticato e attualmente riciclato in uno dei tanti santini dell’antimafia da salotto.

Giuseppe Impastato nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato, quest’ultimo ben inserito nel contesto mafioso della provincia di Palermo (era stato inviato al confino durante il periodo fascista, mentre una delle sorelle aveva sposato il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963). Ancora ragazzo, Peppino rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e comincia a dedicarsi all’attività politica: nel 1965 fonda il giornale “L’Idea socialista” e aderisce al Psiup. Dal 1968 in poi partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.) e al cui interno trovano particolare spazio il “Collettivo Femminista” e il “Collettivo Antinucleare”

Lui stesso descrive questa intensa fase con le seguenti parole :“Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E’ riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività”.

Nell’estate del 1973 aderisce a Lotta Continua e conosce Mauro Rostagno, di cui apprezza in particolar modo le posizioni libertarie. Nel 1976 fonda Radio Aut, emittente privata e autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Il programma più ascoltato è “Onda pazza”, trasmissione condotta da Peppino stesso, durante la quale denuncia  quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo primario nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, e viene eletto nel Consiglio comunale di Cinisi appena pochi giorni dopo essere stato assassinato.

Fin da subito, stampa, forze dell’ordine e magistratura parlano di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, di un suicidio “eclatante”. Il 9 maggio del 1979 il Centro siciliano di documentazione (nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Giuseppe Impastato) organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il paese. Dopo diverse archiviazioni, depistaggi e ostruzioni da parte della polizia, il caso dell’omicidio viene riaperto nel 1996 grazie alle forza e alla determinazione dei compagni e della madre di Peppino e del Centro di documentazione Impastato; il 5 marzo 2001 la Corte d’Assise ha riconosciuto come colpevoli dell’omicidio Gaetano Badalamenti nel ruolo di mandante e Vito Palazzolo in quello di esecutore.

Della figura di Peppino a noi interessa però sottolineare l’importanza della sua antimafia sociale, contro un sistema di relazioni in cui sono strettamente intrecciate mafie, politica, amministrazione, finanza. Come ha scritto Giovanni Russo Spena, L’antimafia sociale contro la borghesia mafiosa, contro processi di accumulazione mafiosa che sono veri e propri percorsi di valorizzazione del capitale globale (…) Noi ci impegniamo a ricostruire, pur dentro alle difficoltà del presente, partecipazione, protagonismo, autorganizzazione, intorno ad una antimafia, come quella che Peppino ha incarnato, non ipocrita, non di facciata, ma viva, vera, sociale; lottare contro le mafie è, per tanti giovani e tante ragazze, anche lotta contro la precarietà, per il salario sociale, il reddito di cittadinanza. Per questo Peppino è parte fondativa del nostro vissuto politico. Per questo rifiutiamo interpretazioni edulcorate e centriste: Peppino fu uomo del ’68, non va dimenticato. Fu militante anticapitalista che organizzava conflitti sociali, dagli studenti ai braccianti, ai contadini poveri. E fu precursore, anche come organizzatore culturale, di un’intensa e moderna criticità come rovesciamento e senso comune di massa. Radio Aut fu la struttura comunicativa più moderna del Mezzogiorno, negli anni Settanta, esempio straordinario di inchiesta e controinformazione. La metafora, il sarcasmo, la desacralizzazione dei capi mafiosi diventarono, con Peppino, strumento di lotta politica”.

Perciò fa strano vedere la figura di Peppino innalzata a fredda icona di tanti professionisti dell’antimafia, come l’associazione Libera e l’universo legalitario che le gravita attorno (per non parlare del Movimento 5 Stelle, del partito di Repubblica, di Travaglio e compagnia cantante). E’ utile ricordare inoltre la recente diffida del Centro di documentazione Impastato nei confronti di Roberto Saviano, reo di aver inventato di sana pianta che fu il film “I cento passi” e non i compagni, i familiari e il Centro stesso a far riaprire le indagini sul caso di Peppino, quasi a voler cancellare le lotte, le idee e il ricordo del compagno che meglio ha incarnato lo slogan “nè con la mafia nè con lo Stato”.

Al contrario, bisogna legare l’antimafia alla lotta per l’uso razionale delle risorse sottraendole ai reticoli clientelari, per la difesa del territorio e contro il nucleare, per la partecipazione non intesa soltanto come liturgia delle elezioni e delle primarie. L’antimafia che attualmente cerca di coniugare la difesa delle istituzioni (la Costituzione, i magistrati impegnati, la legislazione antimafia) con la decriminalizzazione del potere, dimentica completamente la portata fondamentale della lotta sociale che Peppino Impastato ha combattuto nelle piazze e nel Movimento

Pisa 5 Maggio 1972 – Franco Serantini picchiato a morte dalla Polizia

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Il 5 maggio del 1972 a Pisa è previsto il comizio elettorale di Giuseppe Niccolai(Movimento Sociale Italiano); Lotta Continua indice una manifestazione antifascista che viene duramente caricata dai reparti della celere.

Tra i manifestanti ci sono anche alcuni anarchici, tra cui Franco Serantini ventenne e membro di un circolo intitolato a Giuseppe Pinelli: alcuni elementi del Secondo e Terzo plotone della Terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma giunti sul Lungarno Gambacorti picchiano violentemente Franco – utilizzando anche il calcio dei fucili – e poi lo arrestano portandolo in una caserma di polizia e, successivamente nel carcere Don Bosco.

Il giorno seguente, nel corso di un interrogatorio, Franco comunica di avvertire un forte malessere – specialmente alla testa – ma i rappresentanti delle istituzioni lì presenti (giudice, polizia penitenziaria, medico) non prendono in considerazione le sue parole.

Alle 9.45 del 7 maggio Franco muore in ospedale, dove viene portato dopo essere stato ritrovato in coma all’interno della sua cella: il pestaggio del lungarno ha fatto il suo corso.

Il numero 17 (dicembre 1972 – gennaio 1973) della Rivista Anarchica – rintracciabile qui: https://www.google.it/amp/s/stragedistato.wordpress.com/2011/10/19/a-rivista-anarchica-n-17-dicembre-1972-gennaio-1973-ammazzato-due-volte-dalla-perizia-medico-legale-appare-evidente-che-lanarchico-serantini-fu-assassinato-non-solo-dalla-bestialita-dei-baschi-neri/amp/ – fornisce una ricostruzione approfondita degli eventi, con particolare attenzione alle condizioni di salute di Franco Serantini: l’esame autoptico rileva “ovunque ecchimosi, contusioni, lesioni interne, emorragie. Alla testa, la più grave, alle gambe, al dorso, alle braccia. Focolai emorragici o ecchimotici localizzati dappertutto, infiltrati di sangue nello spessore dei seni durali, dell’encefalo, del cuore, dei polmoni, della milza”.

A distanza di quarantasei anni la triste vicenda di Franco Serantini ci sembra ancora, purtroppo, rappresentativa tanto della pessima gestione dell’ordine pubblico quanto delle altrettanto pessime condizioni del sistema carcerario. L’indifferenza con cui è stato ignorato e sminuito il suo stato di malessere ci ricorda molto da vicino l’atteggiamento di chi ha lasciato morire Francesco Mastrogiovanni nel 2009, così come quello di chi ha ignorato le richieste di aiuto espresse da Aldo Bianzino nel 2007.

Pietro Nissim ha composto per Franco la canzone Ballata per Franco Serantini (https://youtu.be/bb3eZ2BlYe4): una delle ultime strofe recita “poi tutt’a un tratto han fretta: da morto fai paura; scatta l’operazione ‘rapida-sepoltura’: «É solo un orfano, fallo sparir, nessuno a chiederlo potrà venir»”.

Nel corso di questi anni abbiamo visto molti tentativi di dipingere come figli di nessuno le vittime di apparati istituzionali che non sembrano capaci di praticare quella democrazia che dicono di difendere: proprio per questo ribadiamo l’importanza della solidarietà, delle reti, affinché nessuno sia figlio di nessuno, affinché tutti possano essere figli del mondo intero.

2 maggio 1920: le giornate rosse di Viareggio

Domenica 2 maggio 1921, a Viareggio sul terreno di gioco di Villa Rigutti, si gioca il derby tra la Lucchese e il Viareggio. Al termine della partita scoppiano dei tafferugli tra i tifosi locali e i carabinieri; un tifoso viareggino, Augusto Morganti, viene ucciso da un colpo di carabina sparato da un carabiniere.

E’ la scintilla che scatena la rivolta. La voce corre veloce: accorrono centinaia di persone, mentre le Guardie regie e i carabinieri si trincerano nelle caserme, difese con mitragliatrci dall’assedio portato dagli abitanti.

Gli abitanti, divisi in gruppi, si recano nei locali del Tiro a Segno, dove si impadroniscono di tutti i fucili presenti, e successivamente irrompono nella caserma del 32° Artiglieria dove disarmano i militari.

Nel frattempo la locale Camera del Lavoro, guidata da Luigi Salvatori, deputato del Partito Socialista, dichiara lo sciopero generale ad oltranza e cerca di prendere le redini della rivolta. Presto vengono intraprese dai rappresentanti della Camera del Lavoro trattative con le autorità politiche e militari per concordare le modalità di un ritorno all’ordine senza il ricorso all’uso della forza

Intanto gli insorti recatisi all’Arsenale militare prendono oltre cento fucili, grazie alla solidarietà dei marinai. Nella notte tra domenica e lunedì, si formano gruppi spontanei di giovani armati, che si autodefiniscono Guardie Rosse e prendono possesso dei punti nevralgici della città, erigendo barricate nelle vie d’accesso ad essa. Nella giornata di lunedì si forma anche un’Assemblea Popolare per far funzionare le attività essenziali della città, come la panificazione. Dalle città vicine (Massa, Livorno, Pisa) affluiscono gruppi di militanti, ma le Camere del Lavoro locali rifiutano lo sciopero richiesto con forza dalla base.

Il prefetto cerca la via del dialogo con i rappresentanti della Camera del Lavoro, ma viene sollevato dall’incarico dal presidente del Consiglio Nitti che passa i poteri al generale Nobili con il compito di ristabilire la legalità.

Nella sera di lunedì 3 maggio, l’esercito guidato dal Generale insieme ad ingenti rinforzi di carabinieri ed esercito giunti da Firenze, Emilia e Liguria, si posiziona alle porte della città. Si fa partire anche una cannoniera dal porto di Livorno con l’ordine di sparare sulla città, ordine che non verrà eseguito perché “il personale imbarcato mostrava viva simpatia per la rivolta”, come annota il capitano.

L’Assemblea intanto si spacca tra coloro che sostengono di andare fino in fondo con il “contropotere” conquistato, affinché tale rivolta possa essere da scintilla per altre insurrezioni, ed i socialisti, guidati da Salvatori, che sostengono che la rivoluziona va preparata con cura e che non può essere fatta partendo da una rivolta spontanea con caratteristiche locali.

Sarà quest’ultima posizione a prevalere. Viene patteggiata la smobilitazione e la fine dello sciopero a partire dal 5 maggio, in cambio di una tregua con le autorità militari e dall’astensione del potere statale da rappresaglie future. Promesse che non verranno ovviamente mantenute: verrà imposta la legge marziale per tre mesi e decine di persone saranno arrestate e condannate. Solo una minima parte di fucili prelevati, però, torneranno nelle mani delle autorità.
tratto da www.infoaut.org

1° Maggio con 450 morti sul lavoro dall’inizio dell’anno e di questi 220 hanno perso la vita sui luoghi di lavoro

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Un 1° maggio listato a lutto

Dal 1° gennaio

220 morti sui luoghi lavoro in Italia

Con le morti sulle strade e in itinere che a nostro parere richiedono interventi diversi e specifici si arriva a superare già i 450 morti complessivi

Non possono esserci differenze tra i morti sul lavoro, noi monitoriamo tutti quelli che muoiono lavorando, qualsiasi lavoro svolgono, e non ci interessa se dispongono di assicurazioni diverse da quelle dell’INAIL, che non ne hanno nessuno o se sono anziani schiacciati dal trattore.

Morti nelle Regioni e Province italiane nel 2018 per ordine decrescente

N.B i morti segnalati nelle Regioni sono solo quelli sui LUOGHI DI LAVORO. Ricordo ancora una volta che ce ne sono almeno altrettanti che muoiono sulle strade e in itinere nelle province non sono conteggiati i morti sulle autostrade

LOMBARDIA 27 Milano (8), Bergamo (2), Brescia (3), Como (1), Cremona (2), Lecco (), Lodi (1), Mantova (5), Monza Brianza (2), Pavia (1), Sondrio (2), Varese () VENETO 24 Venezia (4), Belluno (1), Padova‎ (), Rovigo (1), Treviso (7), Verona (8), Vicenza (3). PIEMONTE 18 Torino (8), Alessandria (1), Asti (2), Biella (), Cuneo (4), Novara (1), Verbano-Cusio-Ossola (2) Vercelli () CAMPANIA 17 Napoli (7), Avellino (1), Benevento (), Caserta (3), Salerno (6).  EMILIA ROMAGNA 16 Bologna (2), Rimini (1). Ferrara (4) Forlì Cesena (1) Modena (4) Parma (2) Ravenna (2) Reggio Emilia () Piacenza () TOSCANA 13 Firenze (2), Arezzo (), Grosseto (1), Livorno (2), Lucca (1), Massa Carrara (2), Pisa‎ (1), Pistoia (), Siena (4) Prato (). SICILIA 13 Palermo (2), Agrigento (2), Caltanissetta (1), Catania (5), Enna (), Messina (2), Ragusa (), Siracusa (1), Trapani‎ (). CALABRIA 12 Catanzaro (2), Cosenza (4), Crotone (3), Reggio Calabria (2) Vibo Valentia (1) ABRUZZO 10L’Aquila (4), Chieti (2), Pescara (1) Teramo (2)LAZIO 9 Roma (4), Viterbo (1) Frosinone (1) Latina (2) Rieti (1). (1) SARDEGNA 7 Cagliari (1), Carbonia-Iglesias (), Medio Campidano (), Nuoro (1), Ogliastra (), Olbia-Tempio (2), Oristano (), Sassari (3). Sulcis inglesiente () MARCHE 5 Ancona (), Macerata (1), Fermo (), Pesaro-Urbino (), Ascoli Piceno (4). LIGURIA 5  Genova (3), Imperia (), La Spezia (1), Savona (1) )   FRIULI VENEZIA GIULIA 4Trieste (), Gorizia (1), Pordenone (), Udine (3). BASILICATA 4 Potenza (3) Matera (1)  UMBRIA 3 Perugia (1) Terni (2). PUGLIA 3 Bari (), BAT (1), Brindisi (1), Foggia (), Lecce () Taranto (1)Molise 2 Campobasso (2), Isernia () TRENTINO ALTO ADIGE 1 Trento (1), Bolzano ().VALLE D’AOSTA()

A futura memoria postato il 25 gennaio 2018. Per l’INAIL sono 1029 i morti complessivi nel 2017 (compresi i lavoratori con mezzi di trasporto) Per l’Osservatorio Indipendente sono 1380 (ci sono anche 139 agricoltori schiacciati dal trattore che non sono stati conteggiati dall’INAIL, più tanti altri lavoratori che non appaiono tra le denunce INAIL

http://cadutisullavoro.blogspot.it/2018/04/1-maggio-con-450-morti-sul-lavoro_29.html?m=1

MARIO SCROCCA (1 maggio 1987)

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Il 1 maggio 1987 alle 21.30 viene dichiarata, dai medici del S. Spirito di Roma, la morte di Mario Scrocca. Era stato prelevato il giorno prima da casa, accusato di un pluriomicidio avvenuto quasi dieci anni prima; su sua espressa richiesta durante l’interrogatorio era stato sottoposto a vigilanza a vista. Il ragazzo (27 anni) costretto in isolamento era sorvegliato con la cella aperta. Per un “errore” nel cambio di consegna degli agenti penitenziari, la sorveglianza a vista si trasforma in controllo ogni dieci minuti dallo spioncino. Alle 20 del primo maggio, orario del cambio di guardia, gli agenti trovano il giovane impiccato, non in una cella antisuicidio, ma in una cella anti impiccagione. Riuscì ad impiccarsi per uno scarto di 2 millimetri usufruendo dello spazio del water, incastrando la cima del cappio nella finestra a vasistas, cappio confezionato con la federa del cuscino scucita e legata alle estremità con i lacci delle sue scarpe (che erano stato confiscati insieme alla cintura al momento della carcerazione); lacci che torneranno magicamente sulle scarpe del ragazzo (uno regolarmente allacciato) quando arriverà al S.Spirito.
I primi soccorsi vengono effettuati direttamente a Regina Coeli, sembra, nella stessa cella, poi il detenuto viene portato all’ospedale che dista circa 500 metri dalla casa circondariale, che purtroppo sono contromano, 1.6 km per un tempo stimabile al massimo in 10 minuti. Il trasporto avverrà nel portabagagli di una 128 Fiat familiare, anziché sull’autoambulanza di servizio del carcere. Due agenti di custodia e un maresciallo, senza alcuna presenza del medico che avrebbe dovuto prestare teoricamente il primo soccorso; appare evidente ai sanitari dell’Ospedale che nulla è stato tentato per salvare Mario. Arriverà al S. Spirito alle 21.00 già cadavere. Non sarà permesso ai familiari (avvisati per altro al telefono e senza qualificarsi) di vedere il corpo fino alle 6 del mattino successivo, che non presenta tracce di lesioni se non per l’enorme ematoma sulla spalla destra e sul collo, solcato da larghi e profondi segni, dichiarati dagli stessi sanitari, non prodotti da stoffa.
Tre giorni dopo la morte di Mario, il Tribunale del Riesame revocherà il mandato di cattura.
Dopo la costituzione come parte civile, nel procedimento aperto contro ignoti, della moglie, spariranno tutti i fogli di consegna, di ricovero e requisizione degli oggetti al momento dell’arresto.
A distanza di un anno il procedimento si chiuderà in primo grado senza responsabili se non lo stesso giovane.
L’accaduto è sempre stato volutamente nebuloso fin dall’arresto su dichiarazioni di una pentita che all’epoca dei fatti aveva 14 anni, dichiarazioni non di scienza diretta, ma di natura di relato proveniente da persona non rintracciabile e soprattutto al disconoscimento fotografico di Mario da parte della stessa pentita. Passando per le irregolarità nella carcerazione, nella morte del giovane e nei referti autoptici.
Nessuno ha mai dato risposte se il giovane sia “stato suicidato” o se sia stato istigato al suicidio, reato che all’epoca non esisteva.
La responsabilità “reale” di quel giovane è stata avere un nome troppo comune, una famiglia, un bimbo di due anni, un lavoro stabile, essere uno dei fondatori delle RdB del settore sanitario, amare il suo lavoro, la sua vita e le sue convinzioni politiche.

27 aprile: morte di Antonio Gramsci e Danilo Montaldi

Il 27 aprile 1937 muore, nella clinica di Quisisana a Roma, Antonio Gramsci, dopo undici anni di detenzione nelle carceri fasciste.

Il 27 aprile 1975, in un mondo radicalmente mutato in soli 37 anni, moriva invece Danilo Montaldi, anch’egli, come Gramsci, militante comunista, intellettuale e scrittore. Apparentemente una distanza abissale separa i due personaggi: autore di fama mondiale, inserito ufficialmente nel canone della letteratura e della storiografia italiane, il primo, sconosciuto ai più il secondo; protagonista della stagione classica del movimento comunista (dal 1917 agli anni precedenti la seconda guerra) l’uno, partecipe della crisi storica del progetto marxista-leninista tradizionale (dopo il 1945) l’altro. Gramsci visse la fase ascendente della dittatura del proletariato nell’URSS, sposando anche una rivoluzionaria bolscevica, Julia Schucht, da cui ebbe due figli; Montaldi maturò la scelta di abbandonare il PCI nel 1946, proprio a causa della consapevolezza della degenerazione burocratica che aveva interessato successivamente il socialismo sovietico, nella sua fase discendente. Nonostante queste e altre differenze biografiche, culturali e politiche, molti aspetti permettono di accostare le due figure nel segno della caratteristica più importante e tipica dell’intellettuale militante/comunista tra primo e secondo novecento: il tentativo di precisare una strategia per la distruzione della società capitalista, regolarmente in contrasto con le stesse organizzazioni ufficiali della politica socialista e comunista.

Gramsci era nato nel 1891 ad Ales, in Sardegna, e si era trasferito a Torino per motivi di studio, in estrema povertà, nel 1911. Arrivò nella città sabauda con 45 lire in tasca, avendo speso 55 lire per il viaggio delle 100 dategli dalla famiglia; negli anni successivi sarebbe sopravvissuto grazie a una delle 19 borse di studio da 70 lire mensili messe a disposizione dall’università di Torino per gli studenti poveri del Regno. Negli anni dell’università supera le posizioni sardiste, immettendole nella più ampia e globale idea socialista; presso il numero 12 dell’odierno corso Galileo Ferraris frequenta la federazione giovanile socialista e la sede dell’Avanti, dove inizierà la sua carriera di scrittore grafomane, furioso e tenace, producendo in dieci anni migliaia di pagine di riflessione politica, filosofica e di costume. In quegli anni è anche molto impegnato come critico teatrale (anche se ignorato dal mondo ufficiale dell’arte), risultando il primo critico ad aver scoperto e valorizzato il teatro di Luigi Pirandello (ben prima del più noto critico Adriano Tilgher, come lo stesso Gramsci rivendicava con orgoglio).
Nel 1917 segue gli eventi russi e diviene fervente sostenitore della rivoluzione bolscevica; nel 1919 fonda il giornale Ordine Nuovo; tra il 1919 e il 1920 definisce la linea dei giovani militanti socialisti che, a differenza del ceto politico del partito, appoggiano e promuovono le lotte operaie del biennio rosso che, con particolare forza a Torino, Milano e Genova procedono all’occupazione armata delle fabbriche e in molti casi alla loro autogestione e direzione produttiva. Dopo che l’assalto operaio al potere di fabbrica fallisce a causa dell’immobilismo/tradimento della dirigenza socialista, nel 1921 è parte del gruppo di militanti che, a Livorno, accoglie le indicazioni dell’Internazionale Comunista, proclamando la necessità di formare un’organizzazione rivoluzionaria costituita da avanguardie dedite alla promozione del conflitto operaio, per una presa del potere di tipo sovietico, fondando il Partito Comunista d’Italia e, successivamente, il giornale l’Unità. Dopo aver compiuto diversi viaggi in Unione Sovietica come rappresentante della sezione italiana dell’Internazionale, e dopo aver trascorso periodi come esule, soprattutto a Vienna, a causa delle prime repressioni fasciste dopo il 1922, torna in Italia con l’immunità parlamentare, essendo stato eletto deputato il 6 aprile 1924.
Poche settimane dopo, il 10 giugno, una banda di fascisti uccide un deputato socialista, Giacomo Matteotti, e gran parte dell’opinione pubblica è turbata e scandalizzata dall’accaduto. Per protesta tutti i gruppi d’opposizione abbandonano i lavori parlamentari, ma tra essi è solo quello comunista, capitanato da Gramsci, che chiede di fare l’unica cosa sensata, ossia proclamare lo sciopero generale. I socialisti temono che il ricorso allo sciopero favorisca il desiderio diffuso di una rivoluzione di tipo bolscevico, i liberali e i cattolici temono socialisti e comunisti molto più dei fascisti, e si appellano sterilmente al Re come supposto garante di una legalità che il delitto Matteotti avrebbe infranto. Tutto questo produce uno stallo durante il quale aumenta la tensione reale nel paese, finché, il 12 settembre, il militante comunista Giovanni Corvi uccide in un tram, per vendicare Matteotti, il deputato fascista Armando Casalini, e si scatenano le ondate della repressione più dura, con lo scioglimento di tutti i partiti d’opposizione e l’arresto di militanti e dissidenti. Lo stesso Gramsci sarà arrestato dopo due anni di sforzi nell’opposizione politica al fascismo, e si dedicherà in prigione alla scrittura della sua opera più famosa e internazionalmente conosciuta, i Quaderni del carcere.
Una delle tesi contenute nei Quaderni, quella della necessità di conquistare la direzione politica della società attraverso un’egemonia culturale antagonista, verrà riletta in modo moderato dal PCI del dopoguerra, passato nelle mani di Togliatti, interessato a bloccare, su ordine di Stalin, ogni prospettiva rivoluzionaria in Italia. Una tesi ben più complessa e articolata viene banalizzata come grimaldello ideologico volto all’annacquamento della pratica rivoluzionaria (occorre conquistare l’egemonia culturale in primo luogo, quindi la presa del potere politico è rimandata…) a tutto vantaggio della coesistenza pacifica tra due superpotenze capitaliste, l’URSS (capitalismo di stato) e gli USA (capitalismo di mercato). È in questi anni che Danilo Montaldi, nato nel 1929 a Cremona, esce dal PCI di cui era militante e si dedica ad un’attività organizzativa continua e inusuale, attraverso la frequentazione attiva di gruppi cui non aderisce formalmente (Partito Comunista Internazionalista, Gruppi Anarchici di Azione Proletaria) o la fondazione di gruppi che talvolta successivamente abbandona (Gruppo di Unità Proletaria, 1957, e Gruppo Karl Marx, 1966).

Se Gramsci concepì il suo compito come quello della fondazione del comunismo in Italia, inteso come prospettiva specifica nel panorama socialista (consistente, in base all’insegnamento di Lenin, nel rifiuto totale della guerra e nella direzione politica del conflitto sociale allo scopo di provocare una presa diretta del potere), Montaldi si mosse in un quadro dove la stessa soggettività comunista organizzata era divenuta compatibile con la società capitalista, trasformandosi in conservazione sociale burocratica dove era al potere e in involucro retorico di una sostanziale socialdemocrazia dove era all’opposizione. In particolare il compito del militante del dopoguerra è non solo costruire organizzazioni alternative (di qui le critiche di Montaldi ai trotzkisti, che a questo si limitavano), ma anzitutto indagare direttamente le condizioni di lavoro e di lotta della classe operaia. Negli anni della ricostruzione postbellica l’operaio è chiamato a vendere la sua forza lavoro al capitale in nome di uno sforzo presentato come trasversale alle classi, ma l’interesse alla ricostruzione è l’interesse del capitale, poiché l’operaio non può che trarre giovamento dalla distruzione del sistema esistente.

L’antagonismo operaio non va però, per Montaldi, imposto intellettualmente e astrattamente dall’avanguardia ai lavoratori; l’operaio non è oggetto di studio e di intervento dei comunisti, semmai soggetto, esattamente come loro. Egli si dedica quindi a una ricerca sul campo circa le reali condizioni e aspirazioni operaie e contadine, impegnandosi affinché fossero essi stessi a raccontarsi e ad esprimere la loro realtà, negli anni in cui la sinistra ufficiale maturava invece quel distacco reale dalla classe di cui ancora oggi si vedono le conseguenze. Ne saranno risultato opere come Milano Corea. Inchiesta sugli immigrati (1960, con Franco Alasia), Autobiografie alla leggera (1961) e Militanti politici di base (1971). Questo attivismo in cui l’agitazione politica e l’inchiesta diventano una cosa sola costituirà il nocciolo della pratica che verrà battezzata “con-ricerca” da Romano Alquati e, assieme alle analisi fortemente anticonformiste della soggettività operaia di Raniero Panzieri, apriranno la strada alla grande stagione dell’operaismo italiano che, mettendo al centro la classe e il suo conflitto reale contro l’accumulazione capitalistica (anche e soprattutto al di fuori dagli orizzonti del partito e del sindacato), imporrà all’attenzione delle nuove generazione il problema della conquista dell’autonomia operaia.
È qui, a ben vedere, che Gramsci e Montaldi si incontrano: entrambi hanno dovuto non soltanto vivere la contrapposizione del comunismo alle forze riformiste o democratiche – o fasciste – ma anche quella tra classe oppressa e organizzazioni esistenti della sinistra: in riferimento al tradimento del PSI durante il biennio rosso il primo, e in relazione al tradimento del PCI con la politica della coesistenza democratica il secondo. I germi dei loro scritti, come spesso accade, non hanno ancora prodotto tutta la potenza dei loro frutti (anche a causa di una loro banalizzazione scolastica, come nel caso di Gramsci, o della loro espulsione dai circuiti editoriali ed educativi, come nel caso di Montaldi) nonostante abbiano già influenzato molte generazioni; lette in prospettiva storica, restano un esempio irrinunciabile di abnegazione militante e di intelligenza rivoluzionaria. L’anticonformismo politico e l’autonomia di pensiero di entrambi è caratterizzata da ciò che il vero comunista sa di dover sempre far propria, ossia l’attitudine all’eresia, anche rispetto alla propria stessa tradizione di pensiero.

Per questo tra le righe più potenti di Gramsci resteranno sempre quelle, splendide, da lui dedicate all’Ottobre Rosso: “La rivoluzione dei bolscevichi è […] la rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx. Il Capitale di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un’era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico […] se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente, vivificatore. Essi non sono «marxisti», ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche e indiscutibili”.