17 ottobre 1977: i “suicidi” di Stammheim

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La notte tra il 17 e il 18 ottobre 1977 i militanti della Rote Armee Fraktion (Raf) Andreas BaaderGudrun Ensslin e Jan Carl Raspe furono ritrovati senza vita all’interno del carcere tedesco di Stammheim.

Inolte Irmagard Moller, altra militante della RAF venne salvata in ospedale nonostante le gravissime ferite (quattro coltellate al petto).

Il 5 settembre 1977 la RAF rapì a Colonia il presidente della confidustria tedesca, nazista, era stato gestore dell industrie di Boemia e Moravia ai tempi dell’occupazione nazista, Hans-Martin Schleyer.
La RAF comunicò che l’ industriale sarebbe stato tenuto prigioniero fino alla liberazione dei sei detenuti a Stammheim.

La reazione dello Stato tedesco fu dura, per legge, venne decretato il totale isolamento di tutti i militanti della RAF detenuti nelle carceri della Germania Federale.
Il 9 maggio 1976 dopo anni di duro isolamento e di sciopero della fame collettivo dei mebri della RAF contro le condizioni inumane della loro detenzione Ulrike Meinhof fu trovata impiccata alle sbarre della cella.

Anche in questo caso la polizia e la direzione del carcere parlarono di suicidio collettivo, fu da subito evidente che non poteva trattarsi di un suicidio.
Sia perchè non era credibile che dei detenuti in regime di isolamento, che giornalmente venivano cambiati di cella e che erano sorvegliati a vista dai secondini, fossero riusciti a far entrare armi nel carcere e sia per le modalità con cui si sarebbero ammazzati.

Il 19 ottobre con una lettera inviata al giornale francese Liberation, la RAF annunciò di aver posto fine, dopo 43 giorni, alla “miserabile e corrotta esistenza” di Hanns-Martin Schleyer.
Il giorno successivo la legge che imponeva l’isolamento per i militanti della RAF in galera fu revocata dal presidente tedesco.

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19 settembre 1943: l’eccidio di Boves

Negli anni Quaranta Boves è una cittadina pre montana, in provincia di Cuneo, di circa diecimila abitanti, dediti per lo più ad un allevamento e all’agricoltura di sostentamento, che spesso sono costretti ad emigrare, anche solo stagionalmente. Le guerre, lunghe e faticose, che si sono susseguite, hanno mietuto numerose vittime: trecento sono i morti tra coloro che hanno combattuto la prima guerra mondiale, ma altre centinaia di persone sono morte di fame e di stenti.

Per questo motivo, già il 16 settembre, un proclama delle nazista firmato dal maggiore delle Waffen SS Joachim Peiper, comunica alla popolazione che i fuoriusciti dall’esercito italiano che sono saliti in montagna verranno liquidati come banditi, e che chiunque dia loro aiuto o asilo sarà ugualmente perseguito. Lo stesso giorno Peiper si reca a Boves, fa riunire in piazza tutti gli uomini e minaccia di bruciare il paese se tutti i soldati datisi alla macchia non si presenteranno.

La mattina di domenica 19 settembre una Fiat 1100 arriva in Piazza Italia: i due occupanti sono militari tedeschi. Un gruppo di fuoriusciti dall’esercito italiano, rifugiatisi per combattere in località San Giacomo, in Val Colla, è appena arrivato in paese per fare rifornimento di cibo: scorta la vettura dei tedeschi, li raggiungono, li disarmano e li catturano senza che questi oppongano resistenza, e li trasportano in Val Colla, dove i due vengono interrogati in merito alla propria presenza nel paese.
Alle 11.45, nemmeno un’ora dopo la cattura, due grandi automezzi tedeschi, carichi di militari, arrivano in Piazza Italia: due SS con bombe a mano distruggono il centralino del telefono sito nei pressi del municipio, quindi i due automezzi ripartono a tutta velocità verso il torrente Colla. Giunti nei pressi del borgo di Tetti Sergent i tedeschi abbandonano i mezzi e proseguono a piedi: sono circa le 12 quando inizia la battaglia con le formazioni partigiane lì stanziate. Il contrattacco della formazione di Ignazio Vian ha successo, e in meno di un quarto d’ora le truppe tedesche sono costrette a indietreggiare. Durante lo scontro restano a terra due persone, il partigiano genovese Domenico Burlando, e un militare tedesco, il cui corpo viene abbandonato nel bosco dai suoi.
Alle 13 le SS coinvolte nello scontro a fuoco tornano a Boves, e circa alla stessa ora giunge in Piazza il grosso del plotone tedesco di Cuneo, comandato dal generale Peiper, che incarica il parroco di Boves, Don Bernandi, e l’industriale Antonio Vassallo di andare a trattare con i partigiani per la riconsegna dei due prigionieri, della Fiat 1100 e della salma del caduto; Peiper assicura che in caso di successo della trattativa Boves sarà risparmiata, ma si rifiuta di mettere per iscritto il proprio impegno, asserendo che “la parola d’onore di un ufficiale tedesco vale gli scritti di tutti gli italiani”.
Gli ambasciatori giungono tra i partigiani tra le 14 e le 15 e parlano con il comandante Vian e un’altra decina di persone, che dopo alcune discussione decidono di riconsegnare i prigionieri, con tutto il loro equipaggiamento, l’auto, e la salma del caduto tedesco. I prigionieri, bendati, vengono fatti salire in auto con gli ambasciatori e riportati in centro a Boves.

Nonostante la riconsegna il maggiore Peiper dà ordine di iniziare la rappresaglia: piccoli gruppi di SS sfondano le porte delle case, sparano e uccidono i cittadini che sono rimasti a Bovese, per la maggior parte anziani, malati e infermi, e appiccano il fuoco a tutto ciò che trovano sulla loro strada.

Il bilancio dell’eccidio di Boves, il primo in Italia, è pesantissimo: 350 le abitazioni incendiate, 24 le persone uccise, tra i quali anche i due ambasciatori don Bernardi e Antonio Vassallo.

I famigliari delle vittime e l’intera cittadina di Boves non avranno mai giustizia: nonostante i numerosi tentativi di denuncia, la magistratura tedesca non prenderà mai in considerazione le richieste della città cuneese. Il generale Peiper, arrestato alla fine della guerra, verrà inizialmente condannato all’impiccagione per il massacro di Malmedy, in Francia, in cui morirono 129 persone, ma la pena verrà commutata in carcere a vita e sarà scarcerato sulla parola nel 1956; trasferitosi con uno psuedonimo a Traves, in Francia, verrà infine raggiunto dalla giustizia partigiana il 13 luglio 1971, durante l’incendio della sua casa, colpita da bombe moltov.

8 settembre 1974: la polizia uccide Fabrizio Ceruso

È il 5 settembre del 1974 quando per Roma e dintorni inizia a girare una notizia tanto allarmante quanto inaspettata: stanno sgomberando a San Basilio!
Chi, rispondendo all’appello, si precipita nel quartiere trova uno scenario da guerra civile. Come vere truppe d’occupazione, le forze dell’ordine hanno invaso la storica borgata romana ma, dopo aver allontanato una prima volta gli occupanti dalle proprie case, non possono impedire una nuova occupazione degli appartamenti la sera stessa.
Il Comitato di Lotta per la Casa, insieme a un fronte sempre più ampio di sodali, rinforza la difesa, ma il 6 la storia si ripete:

La polizia arriva la mattina in forze per effettuare lo sgombero in via Montecarotto, ma trova una resistenza organizzata all’innesto della via Tiburtina con via del Casale di San Basilio, dove nella notte era stata alzata una barricata. Iniziano gli scontri con lanci di lacrimogeni e ripetute cariche a cui i manifestanti rispondono con un fitto lancio di molotov e sassi. La polizia comunque riesce a transitare da via Nomentana, circonda le case e inizia un fitto lancio di lacrimogeni sparati anche sui balconi e si fa largo a colpi di manganello: una bambina di 12 anni rimane ferita. In alcuni appartamenti si verificano focolai di incendio (Massimo Sestili, “Sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974”, in “Historia Magistra” n.1, 2009).

Le case sgomberate, in ogni caso, vengono nuovamente occupate nella stessa giornata. E proprio grazie alla determinazione di chi resiste, il 7, sabato, si respira aria di tregua, con gli avvocati di Movimento che riescono anche a recarsi in Prefettura per cercare di far ritirare l’ordinanza di sgombero. Potrebbe sembrare tutto finito, eppure è proprio la domenica il giorno atteso dalla polizia per sferrare l’attacco più feroce. Alle otto riprendono le operazioni di sgombero, ma non trova persone disponibili ad abbandonare ciò che hanno conquistato senza lottare. Intorno alle 17, addirittura, una donna di 24 anni imbraccia un fucile da caccia e, dalla finestra di casa, spara contro i poliziotti, ferendo un vicequestore. Alle 18, l’assemblea popolare riunita per cercare di capire il da farsi viene attaccata con i lacrimogeni: la reazione della folla è compatta e la celere, lanciata alla carica, perde la testa insieme alle sue posizioni.
È la guerra: il popolo da una parte, le forze dell’ordine dall’altra. Il quartiere è isolato, i pali della luce divelti, qualunque cosa utile a essere lanciata viene utilizzata allo scopo e i mezzi di trasporto, parcheggiati per provvedere alla deportazione degli sgombrati, vengono dati alle fiamme.
Le armi da fuoco, è vero, non sono soltanto appannaggio della polizia. Ma su questo versante, ovviamente, gli occupanti non possono competere con chi indossa la divisa. Si supplisce con il cuore e con la solidarietà. Le barricate chiamano e Roma risponde. La polizia, però, continua a sparare. Proiettili come se piovesse in via Fiuminata dove, a essere colpito al petto da una pallottola calibro 7,65, è un ragazzo con il casco rosso.

Quel ragazzo ha appena diciannove anni. Vive a Tivoli, dove milita nel Comitato proletario, un organismo di Autonomia Operaia. Suo padre fa il netturbino, la mamma è casalinga. Lui, dopo gli studi alla scuola alberghiera, aveva lavorato in diversi bar e ristoranti prima di provare a trasferirsi in Francia. Tornato in Italia, ci sarebbe stata una buona notizia ad aspettare la sua famiglia. Dopo una lunga attesa, finalmente era arrivata l’assegnazione di una casa popolare a Villa Adriana. Quell’8 settembre, prima di correre a San Basilio per difendere le case occupate, aveva aiutato con il trasloco… alle 19 e 15 circa si ritrova su un taxi, impegnato in una corsa disperato verso il Policlinico. Quando il mezzo arriva a destinazione è troppo tardi. Il ragazzo con il casco rosso è morto: si chiamava Fabrizio Ceruso; «per loro non eri nessuno», dice A Fabrizio Ceruso, una delle canzoni anonimamente dedicate al ragazzo di Tivoli:

Soltanto 19 anni per loro non eri nessuno / soltanto 19 anni e per loro non eri che uno / uno come tanti, un cameriere, un garzone d’officina / un operaio, un disoccupato un emigrante…

Nemmeno la data dell’omicidio di Fabrizio sembra frutto del «caso». L’8 settembre del 1943, con l’esercito italiano allo sbando, era stata la milizia popolare a tentare la resistenza contro i nazisti. A Tiburtino III, non lontano da San Basilio, la memoria del cadavere della popolana Caterina Martinelli, ammazzata dalle SS mentre con altre donne del quartiere assaltava un forno nel vano tentativo di conquistarsi il pane con cui sfamare la famiglia, riallaccia il legame con gli ideali di una Resistenza che, trasformata in lotta per la casa, significa davvero giustizia e libertà. E se Caterina Martinelli era diventata la martire della lotta contro la fame, dopo l’8 settembre del 1974 Fabrizio vive in ogni casa che viene occupata.

*

Accettare, come effettivamente è avvenuto nelle aule dei tribunali, che la morte di Fabrizio Ceruso resti archiviata con un non luogo a procedere «essendo ignoti gli autori del reato» non significa solo trascurare le numerose testimonianze che individuano in un poliziotto che si inginocchia ed esplode quattro colpi l’autore del gesto. Significa, in una situazione di estrema gravità, provare a dimenticare la situazione repressiva vissuta dall’Italia nel corso del 1974: l’anno della strage di Brescia (28 maggio; 8 morti e 102 feriti) e del treno Italicus (4 agosto; 12 morti e 45 feriti); ma anche l’anno in cui la rivolta scoppiata nel carcere di Alessandria (9 maggio; 5 morti tra detenuti e ostaggi) viene soffocata nel sangue dall’assalto deciso e diretto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Il tentativo di sgombero di San Basilio, in un simile clima, è un altro capitolo della strategia della tensione e, inaugurando la futura «linea della fermezza» adottata nella repressione dei fenomeni d’insorgenza sociale, segna la scelta di attaccare deliberatamente un movimento in crescita come quello della lotta per la casa nel tentativo di stroncarlo, impedendo all’autorganizzazione di diffondersi, alle famiglie coinvolte di predisporre una resistenza efficace e alle occupazioni abitative di moltiplicarsi. Analizzato in questi termini, il tentativo fallisce. Al contrario, a San Basilio fu proprio nel momento in cui il quartiere apprese dell’assassinio di Ceruso che la lotta si trasformò in una battaglia autenticamente popolare, senza distinzione alcuna tra occupanti e assegnatari. E, come recita Rivolta di classe, un’altra canzone popolare dedicata alla battaglia di San Basilio, «la casa si prende, la casa si difende» continuerà a essere lo slogan di qualunque episodio di riappropriazione:

La casa compagni si prende / l’abbiam gridato tante volte / e dopo la si difende / da padroni e polizia…

Le case, dunque, saranno occupate ancora, i diritti rivendicati, le conquiste sociali difese: «Sarebbe sbagliato», si scrisse allora, «“mitizzare” lo scontro di S. Basilio in quanto ancora episodio (anche se tra i più belli e i più profondamente radicati nella coscienza di classe) e non già acquisizione permanente di quel comportamento da parte del movimento per la casa».
Un’affermazione, proveniente dall’area dell’Autonomia Operaia, con cui si sottolineava come, partendo dall’abitare, fosse inevitabile arrivare allo scontro con strutture di potere disposte a tutto pur di non cedere un centimetro del proprio interesse alla classe contrapposta. E in effetti, ad appena un giorno di distanza dalla morte di Ceruso e dopo che, inferocita per l’omicidio del ragazzo di Tivoli, tutta San Basilio si era scagliata contro la polizia ingaggiando una guerriglia lotto per lotto, la Regione Lazio si decideva a riconoscere il diritto alla casa popolare a chiunque, vantando i necessari requisiti, avesse occupato un alloggio prima dell’8 settembre del 1974.
Per molti palazzinari simili provvedimenti rappresentavano – e rappresentano – un danno concreto. Il rischio di una perdita economica nel nome della quale si potrebbe tranquillamente tornare ad ammazzare ancora.

(Tratto da “La Scintilla. Dalla Valle alla Metropoli, una storia della lotta per la casa”)

BIBLIOGRAFIA:

Cristiano Armati, Cuori rossi, Newton Compton, Roma, 2006.
Massimo Carlotto, San Basilio, in In ordine pubblico, a cura di Paola Staccioli, Fahrenheit 451, Roma 2005
Raimondo Catanzaro – Luigi Manconi, Storie di lotta armata, Il Mulino, Bologna 1985.
Gian-Giacomo Fusco, Ai margini di Roma capitale. Lo sviluppo storico delle periferie: San Basilio come caso di studio, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2013.
Ubaldo Gervasoni, San Basilio: nascita, lotte e declino di una borgata romana, Edizioni delle Autonomie, Roma, 1986.
Sandro Padula, San Basilio, 8 settembre 1974: Fabrizio Ceruso e la lotta per il diritto alla casa, in «Baruda.net», 8 settembre 2014.
Massimo Sestili, Sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974, in «Historia Magistra», n.1, 2009.
Pierluigi Zavaroni, Caduti e memoria nella lotta politica. Le morti violente della stagione dei movimenti, Carocci, Roma, 2010.
A cura di «Progetto San Basilio – Storie de Roma» è in corso di preparazione un film documentario sui fatti del settembre 1974 intitolato La battaglia – San Basilio 1974

da http://www.armati.info/8-settembre-1974-fabrizio-ceruso-e-la-battaglia-di-san-basilio

Venerdì 8/9:

h.9 Un fiore per Fabrizio alla lapide di via Fiuminata

h.11:30 Un fiore per Fabrizio alla lapide di piazza Santa Croce (Tivoli)

h. 17 Corteo cittadino sulla Tiburtina – Partenza da stazione metro Rebibbia

Sabato 9/9

Largo Arquata del Tronto (San Basilio)

dalle 17 Sport popolare

dalle 19 Assemblea pubblica sul diritto all’abitare a Roma

dalle 20 cena popolare

dalle 21:30 concerto con:

Skasso (Fusion Ska)

Ardecore (Folk – Alternative Rock)

www.progettosanbasilio.org

progettosanbasilio@inventati.org

Fb: San Basilio, storie de Roma

Durante le giornate saranno disponibili le copie fisiche del docu-film autoprodotto “San Basilio, storie de Roma”

Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=vikXxZQD94Y

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L’8 Settembre di quest’anno ricorrerà il 43° anniversario della morte di Fabrizio Ceruso, 19enne di Tivoli ucciso nel 1974 a San Basilio durante lo sgombero di alcune palazzine occupate nel quartiere.

Lo sfruttamento dei territori e dei quartieri segue un filo che da allora arriva ad oggi, dove in nome dei profitti di pochi si continuano a sfruttare coloro che combattono quotidianamente per la sopravvivenza. Il quadrante della Tiburtina, in particolare, negli ultimi tempi è stato notevolmente attenzionato sia dalle amministrazioni che dalle compagini di estrema destra. Attacco ai quartieri ed alle case popolari, migranti, chiusura degli spazi di socialità e cultura slegati dal consumo, decine di casinò e sale slot, magazzini della logistica, numerosi stabili industriali abbandonati costituiscono un’ amalgama esplosiva che ha determinato il costante incremento di attenzioni da parte di tutte le forze politiche e delle istituzioni. Problemi che continuano ad essere affrontati unicamente come questioni di ordine pubblico, perpetrando uno stato d’emergenza funzionale unicamente alla speculazione economica e politica. Soffiare sul fuoco della guerra tra poveri è ormai il meccanismo abituale per sviare l’attenzione dai veri responsabili del disagio quotidiano nelle periferie e offrire sponda alle organizzazioni neofasciste nei quartieri popolari. La nuova giunta pentastellata, lungi dal porsi in discontinuità con le amministrazioni precedenti, si sta dimostrando sorda verso le istanze che provengono dal basso, in linea con le politiche securitarie del governo nazionale, e propensa a strizzare l’occhio alle compagini neofasciste, come più volte dimostrato nel quadrante tiburtino come in tutta la città.

Un contesto in cui diventa fondamentale un intervento quotidiano nei quartieri che abbia l’umiltà di saper ascoltare e la capacità di poter agire. In questo senso, senza dubbio il lavoro di memoria storica che abbiamo sviluppato nel corso di questi anni, culminato con la produzione del documentario sulla storia di San Basilio e la battaglia del 1974, ci ha fornito delle utili chiavi di lettura del presente e delle sue contraddizioni. Riattualizzare dunque la memoria di Ceruso, ed in generale di tutti i compagni e le compagne scomparsi, non come liturgia, bensì come interpretazione del presente e megafono delle istanze sociali del territorio.

Come 43 anni fa, ancora oggi molte persone decidono di alzare la testa e di riprendersi ciò che viene sottratto in nome della rendita, della speculazione e dei profitti. Il territorio tiburtino, negli ultimi anni, di fronte a una costante crescita di attacchi da parte di amministrazioni e neofascisti, ha più volte dimostrato la volontà di non abbassare la testa. Quest’anno vorremmo continuare nella stessa direzione tracciata nella scorsa mobilitazione, continuando ad allargare la partecipazione e a fissare le date di settembre come un appuntamento in cui coinvolgere tutta la città. Le giornate in memoria di Fabrizio saranno la prima occasione in cui scendere in piazza dopo un’estate rovente, in cui il Governo, la giunta comunale e la questura hanno dimostrato, con gli sgomberi di Cinecittà e Piazza Indipendenza, quale sia l’unico piano politico per il futuro delle istanze sociali: l’uso della forza . La sfida della due giorni sarà costituire un primo momento in cui uscire dall’angolo dove i gruppi di potere della città stanno tentando di mettere coloro che lottano per un mondo diverso.

Un’importante opportunità per dare un segnale forte e unitario tenendo insieme le criticità della Tiburtina e di tutta la città, dalla sanatoria regionale per le case popolari alla delibera regionale per l’emergenza abitativa, dagli sgomberi forzati dei migranti ai tentativi di infiltrazione delle organizzazioni neofasciste, dalla riconversione degli edifici abbandonati alla lotta alla cementificazione, dall’attacco agli spazi sociali alle lotte nel mondo del lavoro.

San Basilio, storie de Roma
Nodo Territoriale Tiburtina

Non dimentichiamo mai “Cip”, l’operaio che fece arrestare il generale

Ricorrono oggi 25 anni dalla morte di Luigi Cipriani, figura eclettica della sinistra sessantottina e post sessantottina, scomparso dopo un improvviso infarto miocardico. Se ne andò in pochi minuti, eppure in punta di piedi, quasi preparando il suo addio. Negli ultimi tempi infatti, pur non risparmiandosi nei suoi studi e nelle sue ricerche, si era un po’ fatto da parte, disgustato da molte delle evoluzioni della politica di quegli anni, in dissenso con alcune delle scelte del suo partito, Democrazia Proletaria.

Cip venne assunto dalla Pirelli a 19 anni, dopo aver frequentato una scuola di formazione. Soffriva la realtà della fabbrica, il lavoro di cronometrista per cui era stato assunto lo angosciava. Si sentiva alienato, introiettava le sofferenze altrui, fece pure un esaurimento nervoso. La sua sofferenza interiore per la durezza del lavoro venne in parte combattuta con la passione del rugby che lo portò addirittura a giocare con la maglia della nazionale italiana. Poi, con altri, fondò i CUB, e in fabbrica diede battaglia. Sempre in prima linea, quando si trattava di fare un picchetto o una manifestazione, usando la sua imponente stazza per rassicurare i compagni e proteggerli, ponendosi come avamposto quando la polizia pareva dovesse caricare. Fu in questi anni che costruì dei percorsi di lotta alla Pirelli e nelle fabbriche vicine: a quei tempi esisteva anche la solidarietà tra i lavoratori, oggi invece è merce rara.

Dalla militanza in fabbrica, coi CUB e con Avanguardia Operaia, a poco a poco per Cipriani arrivò il momento di divenire dirigente a tempo pieno. Il suo lavoro, la passione per lo studio, la capacità di leggere le situazioni, lo portarono ad essere sempre più stimato. Cip era anche uno rigoroso nello stile di vita in anni in cui non si navigava nell’oro. Teneva ad essere umile ed austero, a lottare per i proletari da proletario. Con la moglie viveva in un appartamento in affitto di 35 metri quadri. Badava all’essenziale, le fedi matrimoniali – ricorda la moglie – furono realizzate da un tornitore della Pirelli in acciaio. I tempi per i leader della sinistra in cachemire o barca a vela non erano ancora maturi.

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Cipriani era uno che c’andava giù dritto. O gli stavi simpatico o gli stavi antipatico, e se gli stavi antipatico in qualche modo te lo faceva capire. Non badava a giri di parole, per dire le cose non prendeva il giro largo. Era essenziale, andava al sodo, forse anche per questo dai suoi compagni era un po’ temuto e tenuto a distanza. Esempio significativo fu quando nel 1987, al congresso di DP a Riva del Garda attaccò senza tanti complimenti Mario Capanna, che in quel periodo aveva già cominciato a strizzar l’occhio ai Verdi: «I pensionati della rivoluzione in Parlamento non ci servono» disse Cipriani al microfono. E la voragine che si stava creando tra le due anime di DP anziché ricomporsi si allargava ulteriormente. Cipriani era schietto e diretto, diceva quel che pensava senza fingere.

Nel 1987 venne anche eletto Deputato alla Camera con Democrazia Proletaria, nel collegio Milano-Pavia con quasi 7000 preferenze. E’ qui che Cip, col suo impegno estenuante, diede il meglio di sé: lavorava e studiava giorno e notte, presentava interrogazioni, girava l’Italia e dava voce in Aula alle vertenze provenienti dai territori. La Commissione parlamentare stragi, in particolare, lo portò allo studio, all’analisi e all’inchiesta nella minuzia del dettaglio, convinto come era che le verità offerte a megafoni spiegati erano di comodo e nascondevano ben altro. L’intreccio tra apparati dello Stato, i servizi segreti, la criminalità, neofascisti e terroristi, davano un gran lavoro per cui Cip instaurava rapporti, rimediava confidenti, scavava come nessun altro seppe fare: fu grazie al suo rigore che, 12 anni dopo, scoprì che in via Fani mentre veniva rapito Aldo Moro un colonnello del Sismi era presente nell’angolo della strada: ci vollero altri 19 anni ed una confessione anonima per avere ulteriori riprove sul ruolo svolto nell’occasione dai servizi segreti. Fu grazie all’insistenza di Cipriani che si giunse all’arresto del generale Tascio che ebbe un ruolo fondamentale nei depistaggi conseguiti alla strage di Ustica: per arrivarci Cip imparò anche a leggersi plot e tracciati radar.

Averne come Cip. Averne persone tanto generose, tanto rigorose ed oneste. Perché la politica, specie in questi anni di disaffezione, astensionismo e ostilità, non può che prescindere da generosità, rigore ed onestà. Luigi Cipriani, da militante, da dirigente, da Parlamentare, da membro della commissione stragi, incarnava queste caratteristiche. Cippone andrebbe ricordato e preso da esempio. Per la sinistra italiana – franata su insuccessi, leaderismi, cedimenti a destra – e per i suoi leaders, ritrovare questo personaggio di carisma potrebbe essere una lezione utile per riflettere sui propri errori e su un poco promettente presente.

(Luigi Cipriani, Milano, 3 agosto 1940 – Cremona, 5 settembre 1992)

http://popoffquotidiano.it/2017/09/05/non-dimentichiamo-mai-cip-loperaio-che-fece-arrestare-il-generale/

Fabrizio Ceruso vive: 8-9 Settembre Corteo e Giornata in piazza

1974-2017: L’8 e il 9 Settembre a San Basilio si terranno due giornate per l’anniversario della morte di Fabrizio Ceruso. Riportiamo il testo introduttivo e il programma delle giornate.

Fabrizio Ceruso vive: 8-9 Settembre Corteo e Giornata in piazza

L’8 Settembre di quest’anno ricorrerà il 43° anniversario della morte di Fabrizio Ceruso, 19enne di Tivoli ucciso nel 1974 a San Basilio durante lo sgombero di alcune palazzine occupate nel quartiere.

Lo sfruttamento dei territori e dei quartieri segue un filo che da allora arriva ad oggi, dove in nome dei profitti di pochi si continuano a sfruttare coloro che combattono quotidianamente per la sopravvivenza.
Il quadrante della Tiburtina, in particolare, negli ultimi tempi è stato notevolmente attenzionato sia dalle amministrazioni che dalle compagini di estrema destra. Attacco ai quartieri ed alle case popolari, migranti, chiusura degli spazi di socialità e cultura slegati dal consumo, decine di casinò e sale slot, magazzini della logistica, numerosi stabili industriali abbandonati costituiscono un’ amalgama esplosiva che ha determinato il costante incremento di attenzioni da parte di tutte le forze politiche e delle istituzioni. Problemi che continuano ad essere affrontati unicamente come questioni di ordine pubblico, perpetrando uno
stato d’emergenza funzionale unicamente alla speculazione economica e politica. Soffiare sul fuoco della guerra tra poveri è ormai il meccanismo abituale per sviare l’attenzione dai veri responsabili del disagio quotidiano nelle periferie e offrire sponda alle organizzazioni neofasciste nei quartieri popolari. La nuova giunta pentastellata, lungi dal porsi in discontinuità con le amministrazioni precedenti, si sta dimostrando sorda verso le istanze che provengono dal basso, in linea con le politiche securitarie del governo nazionale, e propensa a strizzare l’occhio alle compagini neofasciste, come più volte dimostrato nel quadrante tiburtino come in tutta la città.

Un contesto in cui diventa fondamentale un intervento quotidiano nei quartieri che abbia l’umiltà di saper ascoltare e la capacità di poter agire. In questo senso, senza dubbio il lavoro di memoria storica che abbiamo sviluppato nel corso di questi anni, culminato con la produzione del documentario sulla storia di San Basilio e la battaglia del 1974, ci ha fornito delle utili chiavi di lettura del presente e delle sue contraddizioni. Riattualizzare dunque la memoria di Ceruso, ed in generale di tutti i compagni e le compagne scomparsi, non come liturgia, bensì come interpretazione del presente e megafono delle istanze sociali del territorio.

Come 43 anni fa, ancora oggi molte persone decidono di alzare la testa e di riprendersi ciò che viene sottratto in nome della rendita, della speculazione e dei profitti. Il territorio tiburtino, negli ultimi anni, di fronte a una costante crescita di attacchi da parte di amministrazioni e neofascisti, ha più volte dimostrato la volontà di non abbassare la testa. Quest’anno vorremmo continuare nella stessa direzione tracciata nella scorsa mobilitazione, allargando la partecipazione e fissando le date di settembre come un appuntamento in cui coinvolgere tutta la città. Le giornate in memoria di Fabrizio saranno la prima occasione in cui scendere in piazza dopo un’estate rovente, in cui il Governo, la giunta comunale e la questura hanno dimostrato, con gli sgomberi di via Vannina, Cinecittà e Piazza Indipendenza, quale sia l’unico piano politico per il futuro delle istanze sociali: l’uso della forza. La sfida della due giorni sarà costituire un primo momento in cui uscire dall’angolo dove i gruppi di potere della città stanno tentando di mettere coloro che lottano per un mondo diverso. Un’opportunità per dare un segnale forte e unitario tenendo insieme le criticità della Tiburtina e di tutta la città, dalla sanatoria regionale per le case popolari alla delibera regionale per l’emergenza abitativa, dagli sgomberi forzati dei migranti ai tentativi di infiltrazione delle organizzazioni neofasciste, dalla riconversione degli edifici abbandonati alla lotta alla cementificazione, dall’attacco agli spazi sociali alle lotte nel mondo del lavoro.

San Basilio, storie de Roma

Nodo Territoriale Tiburtina

Programma delle giornate:

FABRIZIO CERUSO VIVE, SAN BASILIO E ROMA NON DIMENTICANO

– Venerdì 8/9:

h.9:00 Un fiore per Fabrizio alla lapide di via Fiuminata

h.11:30 Un fiore per Fabrizio a Piazza Santa Croce (Tivoli)

h.17:00 Corteo cittadino sulla Tiburtina – Partenza da Metro Rebibbia

– Sabato 9/9 – Largo Arquata del Tronto (San Basilio):

h.17:00 Sport popolare

h.19:00 Assemblea pubblica sul diritto all’abitare a Roma

h.20:00 cena popolare

h.21:30 concerto con: Skasso (Fusion Ska) – Ardecore (Folk – Alternative Rock)

Durante le giornate saranno disponibili le copie fisiche del docu-film autoprodotto “San Basilio, storie de Roma” – (Qui link del Trailer)

Per contatti e informazioni:

– www.progettosanbasilio.orgwww.progettosanbasilio.org

– progettosanbasilio@inventati.org

– Facebook: San Basilio, storie de Roma

FABRIZIO CERUSO VIVE, SAN BASILIO E ROMA NON DIMENTICANO!

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Venerdì 8/9:

h.9 Un fiore per Fabrizio alla lapide di via Fiuminata

h.11:30 Un fiore per Fabrizio alla lapide di piazza Santa Croce (Tivoli)

h. 17 Corteo cittadino sulla Tiburtina – Partenza da stazione metro Rebibbia

Sabato 9/9

Largo Arquata del Tronto (San Basilio)

dalle 17 Sport popolare

dalle 19 Assemblea pubblica sul diritto all’abitare a Roma

dalle 20 cena popolare

dalle 21:30 concerto con:

Skasso (Fusion Ska)

Ardecore (Folk – Alternative Rock)

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Fb: San Basilio, storie de Roma

Durante le giornate saranno disponibili le copie fisiche del docu-film autoprodotto “San Basilio, storie de Roma”

Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=vikXxZQD94Y

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L’8 Settembre di quest’anno ricorrerà il 43° anniversario della morte di Fabrizio Ceruso, 19enne di Tivoli ucciso nel 1974 a San Basilio durante lo sgombero di alcune palazzine occupate nel quartiere.

Lo sfruttamento dei territori e dei quartieri segue un filo che da allora arriva ad oggi, dove in nome dei profitti di pochi si continuano a sfruttare coloro che combattono quotidianamente per la sopravvivenza. Il quadrante della Tiburtina, in particolare, negli ultimi tempi è stato notevolmente attenzionato sia dalle amministrazioni che dalle compagini di estrema destra. Attacco ai quartieri ed alle case popolari, migranti, chiusura degli spazi di socialità e cultura slegati dal consumo, decine di casinò e sale slot, magazzini della logistica, numerosi stabili industriali abbandonati costituiscono un’ amalgama esplosiva che ha determinato il costante incremento di attenzioni da parte di tutte le forze politiche e delle istituzioni. Problemi che continuano ad essere affrontati unicamente come questioni di ordine pubblico, perpetrando uno stato d’emergenza funzionale unicamente alla speculazione economica e politica. Soffiare sul fuoco della guerra tra poveri è ormai il meccanismo abituale per sviare l’attenzione dai veri responsabili del disagio quotidiano nelle periferie e offrire sponda alle organizzazioni neofasciste nei quartieri popolari. La nuova giunta pentastellata, lungi dal porsi in discontinuità con le amministrazioni precedenti, si sta dimostrando sorda verso le istanze che provengono dal basso, in linea con le politiche securitarie del governo nazionale, e propensa a strizzare l’occhio alle compagini neofasciste, come più volte dimostrato nel quadrante tiburtino come in tutta la città.

Un contesto in cui diventa fondamentale un intervento quotidiano nei quartieri che abbia l’umiltà di saper ascoltare e la capacità di poter agire. In questo senso, senza dubbio il lavoro di memoria storica che abbiamo sviluppato nel corso di questi anni, culminato con la produzione del documentario sulla storia di San Basilio e la battaglia del 1974, ci ha fornito delle utili chiavi di lettura del presente e delle sue contraddizioni. Riattualizzare dunque la memoria di Ceruso, ed in generale di tutti i compagni e le compagne scomparsi, non come liturgia, bensì come interpretazione del presente e megafono delle istanze sociali del territorio.

Come 43 anni fa, ancora oggi molte persone decidono di alzare la testa e di riprendersi ciò che viene sottratto in nome della rendita, della speculazione e dei profitti. Il territorio tiburtino, negli ultimi anni, di fronte a una costante crescita di attacchi da parte di amministrazioni e neofascisti, ha più volte dimostrato la volontà di non abbassare la testa. Quest’anno vorremmo continuare nella stessa direzione tracciata nella scorsa mobilitazione, continuando ad allargare la partecipazione e a fissare le date di settembre come un appuntamento in cui coinvolgere tutta la città. Le giornate in memoria di Fabrizio saranno la prima occasione in cui scendere in piazza dopo un’estate rovente, in cui il Governo, la giunta comunale e la questura hanno dimostrato, con gli sgomberi di Cinecittà e Piazza Indipendenza, quale sia l’unico piano politico per il futuro delle istanze sociali: l’uso della forza . La sfida della due giorni sarà costituire un primo momento in cui uscire dall’angolo dove i gruppi di potere della città stanno tentando di mettere coloro che lottano per un mondo diverso.

Un’importante opportunità per dare un segnale forte e unitario tenendo insieme le criticità della Tiburtina e di tutta la città, dalla sanatoria regionale per le case popolari alla delibera regionale per l’emergenza abitativa, dagli sgomberi forzati dei migranti ai tentativi di infiltrazione delle organizzazioni neofasciste, dalla riconversione degli edifici abbandonati alla lotta alla cementificazione, dall’attacco agli spazi sociali alle lotte nel mondo del lavoro.

San Basilio, storie de Roma
Nodo Territoriale Tiburtina

Torino 1917, come la rivolta per il pane diventò una sommossa contro la guerra ​

Riprendo in ritardo dal sito di Sinistra Anticapitalista questo breve ricordo di un episodio fondamentale della lotta di classe in Italia che in molti hanno tentato di far dimenticare, perché dimostra che i bolscevichi non si sbagliavano cogliendo in molti paesi i segni di una radicalizzazione spontanea, che poteva trasformarsi in rivoluzione europea e mondiale contro la guerra e il capitalismo. Nello stesso 1917 c’erano state in primavera tra le truppe francesi (e anche in alcuni contingenti russi inviati a rafforzare il fronte occidentale) sollevazioni spontanee, e durante i primi mesi del 1918 un’ondata di scioperi aveva scosso gran parte dell’impero austroungarico e aveva raggiunto molte fabbriche tedesche, proprio mentre era in corso la difficile trattativa per la pace di Brest Litovsk. Scioperi operai e sollevazioni militari furono numerosi ma rimasero isolati, e quindi esposti a una dura repressione per il tradimento delle burocrazie sindacali e socialiste. (a.m.)

Cento anni fa, il 21 agosto del 1917, donne e uomini proletari/e di Torino insorsero spontaneamente contro la mancanza di pane ma immediatamente la protesta si trasformò in sciopero generale contro la guerra.  Il 23 agosto è indetto uno sciopero generale che paralizzerà la città. La classe operaia, guidata da cortei di donne, saccheggerà negozi, caserme e la Chiesa della Pace, asportando dalla cantina del parroco, il vino e le provviste contenute che furono poi distribuite alla folla.  Il Prefetto richiede al governo di Roma, senza esito, l’applicazione del codice militare di guerra, dichiarando Torino e la sua provincia zona di guerra. Il 24 agosto è la giornata più sanguinosa, i dimostranti cercano di rompere l’assedio posto dalle truppe governative in Barriera di Milano e in Borgo San Paolo. Solo il 28 agosto 1917 quando le autorità annunciano che “l’ordine regna a Torino” tutto ritorna nella normalità, almeno secondo la classe politica ma non secondo gli operai che dopo le giornate di lotta, subiscono una vera scia repressiva che porta all’arresto di molti operai e all’invio al fronte di quelli esonerati perché addetti alla produzione bellica.

La prima guerra mondiale aveva fatto registrare un drastico degrado economico. Se nel 1914, una famiglia composta da cinque persone spendeva per nutrirsi 20 lire e 80 centesimi circa, nel 1917 quella stessa famiglia per acquistare gli stessi prodotti dovrà spendere 39 lire e 50 centesimi. Già dal 1916, i torinesi iniziarono singolari proteste operaie contro la classe politica, situazione che precipita nel 1917, quando si registra un aumento notevole dei prezzi dei generi alimentari: il 2 agosto il costo del pane aumenta di 10 centesimi al chilo. Alla fine di agosto, quando il pane manca in quasi tutta la città, scatta una rivolta spontanea nei quartieri operai, che unisce motivazioni economiche a rivendicazioni politiche.

Scriverà Gramsci nel 1920:

“Invano avevamo sperato nell’appoggio dei soldati; i soldati si lasciarono trarre in inganno che la rivolta fosse stata provocata dai tedeschi…Le donne operaie e gli operai che insorsero nell’agosto a Torino, che presero le armi, combatterono e caddero come eroi, non soltanto erano contro la guerra, ma volevano che la guerra terminasse con la disfatta dell’esercito della borghesia italiana e con una vittoria di classe del proletariato. Con ciò essi proclamavano che la guerra non crea un interesse comune tra la classe borghese dominante e i proletari sfruttati, con ciò essi superavano in modo definitivo le posizioni pseudoclassiste e pseudointransigenti del Partito Socialista”.

Ecco la testimonianza di Teresa Noce, allora diciassettenne, dal “Rivoluzionaria professionale. La storia del PCI nella vita appassionata di una donna”.

[Teresa Noce (Torino, 29 luglio 1900 – Bologna, 22 gennaio 1980), quattro anni dopo sarà tra le fondatrici del Partito comunista d’Italia. Nel 1926 sposò Luigi Longo con cui si recò in Spagna tra i volontari antifranchisti accorsi in difesa della Repubblica. Nome di battaglia Estella. Prese parte alla Resistenza in Francia, arrestata e deportata in vari campi di concentramento fino alla liberazione da parte dell’esercito sovietico. Alla fine della guerra,  fu tra le 21 donne elette all’Assemblea costituente italiana, lavorò nel sindacato. Fino al ’53 quando Longo ottenne l’annullamento del matrimonio a San Marino presentando un documento che conteneva una firma contraffatta di Teresa Noce. Nelle sue memorie riporta di avere appreso questo fatto dalle pagine del Corriere della Sera e che per lei rappresentò un evento «grave e doloroso più del carcere, più della deportazione». La sua decisione di rivolgersi alla Commissione Centrale di Controllo del PCI con l’intento di denunciare il comportamento di Longo fu considerata inopportuna da una parte del gruppo dirigente del Partito e questo determinò la sua esclusione dalla Direzione].

La cronaca di Teresa Noce

Noi, a Torino, la guerra non la volevamo più. Volevamo che tornassero i nostri soldati dal fronte e volevamo mangiare. In quel mese d’agosto, se in fabbrica si crepava di caldo, in casa si moriva di fame. Usciti dal lavoro si faceva la coda dal fornaio, ma il più delle volte il pane era finito. Così, sempre più sovente, si rientrava al lavoro gridando: «Sacco vuoto non sta in piedi e tanto meno può lavorare».

Cominciarono le donne che soffrivano più di qualsiasi altro per la fame e per la guerra. Quasi tutte adesso lavoravano in fabbrica: bisognava dare da mangiare ai bambini mentre i mariti e i figli grandi erano al fronte. Ma cosa dare da mangiare ai bambini se nelle botteghe non c’era pane?

Il 21 agosto 1917, un martedì, il pane mancò completamente. I lavoratori usciti dalle fabbriche incontrarono davanti alle panetterie sbarrate le donne che, inutilmente, facevano la coda da ore. Si cominciò a gridare: «Pane! Sciopero! Abbasso la guerra!».

I fornai erano piantonati ma, in un attimo, i carabinieri furono travolti e contro le donne non osarono sparare. Porte e saracinesche furono abbattute dalle donne che presero d’assalto tutti i viveri a portata di mano. Nessuno quel giorno rientrò in fabbrica. Alcune direzioni di stabilimenti, alla Diatto e alla Proiettili (dove lavoravano solo donne) mandarono a prelevare camion di pane ai panifici militari. Ma quando i camion arrivarono, le donne li presero d’assalto, si distribuirono il pane e, invece di rientrare al lavoro, si diressero in città urlando: «Abbasso la guerra!».

Al pomeriggio tutte le fabbriche erano ferme. Gli operai sapevano cosa rischiavano: poiché erano tutti militarizzati, potevano essere immediatamente spediti al fronte, se non deferiti davanti al Tribunale Militare. Ma le donne, che sapevano tutto questo, si misero davanti a loro. Cortei tumultuanti arrivarono in centro. Le donne gridavano: «Al municipio! Dal prefetto! Nominiamo una commissione!».

Macché commissione, abbasso la guerra! Così la mossa per il pane cominciò a trasformarsi in rivolta contro la guerra. Sorsero le prime barricate. Furono rovesciati i tranvai e gli autocarri scaricati del pane e della farina. Si udirono i primi colpi di arma da fuoco. Nessuno dormì quella notte. Al mattino del mercoledì la città era paralizzata dallo sciopero generale. Tutto rimase fermo, dale fabbriche ai laboratori e dai negozi ai trasporti.

Le barriere si moltiplicarono. Alcune improvvisate, tali da non poter offrire resistenza alle cariche della cavalleria. Ma altre fatte a regola d’arte, soprattutto nei rioni periferici. La barricata costruita all’angolo di corso Vercelli con via Carmagnola, dov’era la Fiat Brevetti, tenne in iscacco forze di polizia e truppa per oltre venticinque ore. Era stata costruita con decine di grossi tronchi d’albero, tagliati sul corso vicino all’altra Fiat (la San Giorgio) e con alcuni pesanti carri ferroviari provenienti dal deposito Dora.

Un’altra solidissima barricata venne eretta sul corso Principe Oddone, all’altezza di corso Regina Margherita. Costruita anche questa con vetture tranviarie rovesciate, era circondata da filo spinato nel quale gli operai facevano passare la corrente elettrica. Ma, tagliando la città in due, queste barricate finirono per impedire alle forze operaie della Barriera di Milano di congiungersi con quelle di Borgo San Paolo, l’altro centro della rivolta.

Il fatto che lo sciopero totale continuasse e che un po’ dovunque sorgessero le barricate nonostante le cariche della cavalleria, spaventò le autorità. La reazione si scatenò: allo scopo di disperdere la folla, la forza pubblica cominciò ad arrestare per le strade uomini e donne. Gli arrestati vennero picchiati ferocemente e trascinati sui camion. Poi l’autorità decise di intervenire con la truppa: fece occupare i punti strategici più importanti e arrivarono i carri armati.

Ma, appena apparvero i soldati, questi furono accolti dalla popolazione come fratelli. Le donne si infiltrarono tra loro offrendo cibo e vino. Era proprio per loro – dicevano le donne – proprio perché i soldati non andassero a morire in guerra, che Torino era insorta. E ogni famiglia operaia abitante nelle strade presidiate dalla truppa si occupò dei “suoi” soldati. Con la pastasciutta li esortò a fraternizzare.

Questo atteggiamento non tardò a portare certi frutti. Un reparto di alpini ricevette l’ordine di sparare, ma i soldati, dopo aver lungamente esitato, di fronte alle donne, posarono i fucili a terra e voltarono le spalle alla folla.

Ciò accadde sul corso di Ponte Mosca, alla Barriera di Milano e, subito dopo, il Commissariato di polizia di quello stesso quartiere fu preso d’assalto ed espugnato dalla folla. Poi questa si diresse di corsa, attraverso Porta Palazzo, verso il centro della città per raggiungere Piazza Castello dove c’era la Prefettura, e piazza San Carlo dov’era la Questura, e a via Cernaia dov’erano le caserme principali.

Ma non fu possibile. Il contrattacco fu tremendo: contro i pochi fucili dei rivoltosi entrarono in azione le mitragliatrici e i carri armati che cominciarono a vomitare fuoco tanto su ci fuggiva quanto su chi resisteva, e contro le finestre delle case, contro i negozi, contr tutto. Caddero uomini, donne e perfino bambini.

Tuttavia la lotta non cessò. Continuò lo sciopero e continuavano a sorgere barricate. Si cantava ovunque: «Prendi il fucile e gettalo per terra.

Vogliamo la pace, vogliamo la pace,

mai più vogliam la guerra».

Giorno e notte rintronavano i colpi di fucile e le raffiche di mitragliatrice. Poi, a poco a poco, la rivolta si esaurì. Senza armi e senza direzione gli insorti non potevano vincere. Ancora una volta Torino era stata lasciata sola: nessun’altra città, nessun’altra fabbrica si unì agli operai torinesi.

Il sabato di quella che in seguito sarebbe stata chiamata la “settimana rossa”, il Consiglio comunale di riunì con i dirigenti della Camera del lavoro. Gli operai furono invitati a rientrare in fabbrica per il lunedì seguente. Le autorità fecero subito affiggere dappertutto tale invito e, agli operai, non rimase che tornare al lavoro: oramai non potevano fare altro.

Ma non rientrarono tutti. Non rientrarono le centinaia di arrestati e le migliaia di “militarizzati” subito spediti al fronte. Non rientrarono in fabbrica i caduti di quella settimana arrossata dal sangue di tanti lavoratori. Quanti furono i morti? Ufficiosamente si disse una cinquantina, ma certo furono molti di più, anche se non si seppe mai quanti. E non solo uomini, ma anche donne e bambini.

Qualche settimana dopo, verso la metà di settembre, mio fratello venne a casa in licenza. A Pisa aveva saputo ben poco degli avvenimenti di Torino. I giornali erano stati censuratissimi. Anch’io, nelle mie lettere, ero stata molto prudente, tanto che lui non aveva capito ciò che era veramente successo nella nostra città e ardeva di saperne di più. Per lunghe ore parlammo degli avvenimenti, della rivolta, degli operai che si erano battuti, del coraggio delle donne che si erano lanciate contro i carri armati e si erano sdraiate a terra per impedire che questi si lanciassero contro i rivoltosi.

Mi sentivo ormai adulta, certo più matura dei miei diciassette anni. Anche mio fratello se ne era accorto e non mi considerava più come la sorellina minore. Discutendo, convenimmo insieme che quella di Torino non era stata solo un’esplosione di malcontento, ma una rivolta del proletariato che non voleva la guerra, alla quale si era opposto fin dal 1915. L’aveva sopportata per forza, ma non l’aveva mai accettata. Altro che il “non aderire e non sabotare” dei capi socialisti! Il malcontento esploso per la mancanza di pane si era subito trasformato in rivolta contro la guerra.

Se due anni prima solo la parte più avanzata del proletariato era scesa nelle strade per impedire l’entrata in guerra dell’Italia, questa volta a battersi per imporre la pace era stata la maggioranza della popolazione torinese. Essa era dunque maturata come ero maturata io.

Mio fratello, riflettendo ad alta voce, diceva: «Il fatto più importante è che alla lotta non hanno preso parte solo alcune centinaia di operai, ma decine di migliaia di persone di tutti i ceti, di tutte le categorie: lo provano le liste dei morti, dei feriti, degli arrestati, dove è rappresentato ogni strato della popolazione lavoratrice. E senza guida, senza direzione. Pensa che cosa avrebbero saputo fare se fossero stati ben diretti!».

Prima che mio fratello ripartisse per andare a Foggia, a conseguire il brevetto di secondo grado, parlammo anche della situazione internazionale. Entrambi ne sapevamo ben poco, perché i giornali erano scarsi di notizie. Ma qualche cosa trapelava nonostante la censura. La rivoluzione contro lo zar, scoppiata in Russia alcuni mesi prima, non era andata molto avanti, perché i russi continuavano la guerra. Ma si parlava sempre di più di Lenin e dei bolscevichi che lottavano anche laggiù per imporre la pace.

Neanche mio fratello sapeva molto bene chi fosse Lenin. Gli raccontai allora dei due menscevichi arrivati a Torino e che le autorità avevano lasciato parlare in un comizio. Avevano parlato della guerra, non contro la guerra. Gli operai li avevano accolti al grido di “Viva Lenin! Viva la Rivoluzione russa!”. E i due se ne erano andati borbottando.

http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2840:torino-1917-come-la-rivolta-per-il-pane-divento-una-sommossa-contro-la-guerra&catid=57:imperialismi&Itemid=73

27 agosto 2006 – I fascisti uccidono Renato Biagetti

Renato Biagetti, giovane attivista del centro sociale Acrobax di Roma, viene ucciso in un agguato fascista. Ha appena 26 anni ed è appena uscito da una festa reggae sul litorale romano di Focene.

Chi lo ha ucciso lo ha aggredito con un coltello, ferendo anche altre due persone. “Una banale rissa tra balordi” diranno alcuni. Un’aggressione in cui, invece, l’ideologia fascista sembra permeare quelle 8 coltellate, stando al profilo degli aggressori. Il processo ha evidenziato gravi lacune nelle indagini.

“Chi ha ucciso Renato è sceso da una macchina grigia con il coltello in mano. E ha mirato direttamente al petto. Poi ha ferito chi era con lui. La sua ragazza e l’amico di sempre. Erano le cinque del mattino di domenica. Renato Biagetti aveva 26 anni ed era stato a un concerto reggae sul litorale romano, a Focene, una frazione di Fiumicino…Renato era un compagno, dei tanti che si riconoscono nelle attività del Laboratorio occupato che una volta era il Cinodromo di Ponte Marconi.

Renato  era diventato da poco ingegnere faceva il tecnico del suono, la musica era la sua passione. Insieme a Laura la sua ragazza e l’amico Paolo era andato ad ascoltare un concerto di musica reggae a Focene, sul litorale romano.

I tre frequentavano attivamente il centro sociale Acrobax di Roma. Parole come intolleranza e razzismo, non sono nel loro vocabolario. Loro hanno altri valori, ma per questo sono stati puniti. Finito il concerto i tre si avviano verso casa, Laura va prendere la macchina, Renato e Paolo la aspettano. Una macchina grigia si avvicina e si ferma vicino a loro, a bordo ci sono due ragazzi, 17 e 19 anni, “E’ finita la festa? Allora che cazzo state a fa qui? Andatevene a Roma! ”. Un breve diverbio ed è in quel momento che la vita di Renato finisce. (In realtà morirà in ospedale qualche ora dopo) Nelle intenzioni del suo assassino c’era la volontà di uccidere. I due giovani scendono dalla macchina, uno è Vittorio Emiliani, figlio di un carabiniere, ha in mano ha un coltello, pochi secondi dopo si avventa su Renato: 8 coltellate, una alla coscia, le altre al petto di cui due al cuore.

L’autopsia riporterà che la causa della morte è da attribuirsi alle coltellate al cuore “inflitte con estrema violenza tanto da lasciare il segno dell’elsa del coltello” sul corpo di Renato. Nell’aggressione vengono feriti anche Laura e Paolo che riceve una coltellata alla schiena. Vittorio Emiliani al processo patteggia: 15 anni per omicidio volontario…”

20 agosto 2011 Massimo Casalnuovo

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Massimo Casalnuovo un giovane di soli 21 anni, vede la sua vita stroncata a causa di una banale caduta con lo scooter. C’era un posto di blocco dei carabinieri: sembra che un militare abbia intimato lo stop e sembra che Massimo non si sia fermato. Sembra, inoltre che un carabiniere, il maresciallo della locale caserma, lo abbia inseguito e sferrato un calcio alla ruota posteriore dello scooter, facendolo sbandare e quindi sbattere contro lo spigolo di un muretto.

Arriva all’ospedale di Polla agonizzante dopo la caduta dal motorino.

Quella sera la pattuglia dei carabinieri con a bordo il maresciallo Giovanni Cunsolo e l’appuntato Luca Chirichella decide di controllare i ragazzi senza casco, ne fermano due: Elia Marchesano e Emilio Risi. I carabinieri mettono la macchina di traverso sulla strada e formano una specie di posto di blocco. Peccato che lo facciano dietro una curva. La “scena” si svolge sulla strada principale della città, via Grancia, che porta a una piccola piazza dove di sera si ritrova la gente del paese. Cunsolo è seduto dentro la gazzella e sta redigendo la contravvenzione.

Massimo sta arrivando con il suo scooter Beta 50. Sin dal primo momento la versione dei due ragazzi fermati e quella del carabiniere sono opposte. Cunsolo dirà che Massimo, arrivato davanti al “posto di blocco”, accelera, quasi lo investe. Poi perde il controllo del ciclomotore e cade battendo la testa su un muretto a secco. I due ragazzi, interrogati la notte dell’”incidente” dal pm Sessa della Procura di Sala Consilina, hanno invece fornito un’altra versione: Cunsolo era dentro alla macchina, quando vede arrivare Massimo esce dall’auto e per fermarlo sferra un calcio sulla carena del motorino.

E’ quel calcio che fa perdere l’equilibrio a Massimo che cade, e muore.

2 AGOSTO 1980 – 2 AGOSTO 2017: UNA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA …DA NON DIMENTICARE

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Ore 10.27 del 2 agosto 1980, una strage, l’ennesima strage “di stato”, senza identificazione dei mandanti reali, nell’ambito della lunga scia di sangue e di morti della “strategia della tensione”, con 85 morti e oltre 200 feriti.

PIAZZA FONTANA, PIAZZA DELLA LOGGIA…STAZIONE DI BOLOGNA (e anche altre…), l’ENNESIMA VERGOGNA in un Paese, l’Italia troppo incline a dimenticare i fatti, le date, i luoghi, la storia e a riscriverne i connotati e le caratteristiche reali, frutto di una tendenza costante al “depistaggio” e alla perdita della memoria.

LE STRAGI COME QUELLA DELLA STAZIONE DI BOLOGNA del 2 agosto 2017, anche a 37 anni da quel maledetto giorno, non anno in prescrizione e non dovrebbero mai, essere oggetto di archiviazione, se ci si vuole definire un Paese civile e non dovrebbe mai mancare la solidarietà alle vittime, ai familiari, a tutte-i coloro che si sono impegnati-e, per ottenere verità e giustizia.

CHI NON HA MEMORIA, NON AVRA’ NEMMENO UN FUTURO, se non la legittimazione della barbarie e delle strategie che, per interessi criminali, hanno messo le bombe nelle piazze, sui treni, nelle stazioni…con mandanti “oscuri”, ma determinati ad ottenere, con ogni mezzo, la soddisfazione dei propri interessi e la difesa dei propri profitti, in contrasto con gli interessi generali e collettivi della collettività, delle stesse classi lavoratrici e dei settori sfruttati.

Per quel che ci riguarda, non dimentichiamo e proseguiremo come nell’attività quotidiana politica e sindacale, culturale e sociale, solidale, autorganizzata, autogestita, autofinanziata e indipendente, la continua ricerca della verità per la giustizia sociale.

USI Unione Sindacale Italiana fondata nel 1912
Segreteria nazionale collegiale confederale
Udine/Milano/Roma/Caserta

Fonte