9 GENNAIO 1950: IL SANGUE DELLA CLASSE OPERAIA

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9 gennaio 1950. Eccidio di Modena.
Una tragedia nella storia del movimento operaio che non deve essere dimenticata.
Questi i nomi degli uccisi dalla “Celere”, in quel giorno fatidico per la storia d’Italia.
Angelo Appiani [30 anni, partigiano, metallurgico] colpito in pieno petto. Immediatamente dal terrazzo della fabbrica altri carabinieri spararono con la mitragliatrice sulla folla di lavoratori che si trovava sulla Via Ciro Menotti oltre il passaggio a livello chiuso per il transito di un treno.
Arturo Chiappelli [43 anni, partigiano, spazzino] e Arturo Malagoli [21 anni bracciante] vennero colpiti a morte, molti furono feriti, alcuni gravemente. La gente scappava, cercava riparo dai colpi della mitraglia che continuava a sparare, altri cercavano di assistere i feriti con medicazioni improvvise e li trasportavano al riparo.
Roberto Rovatti [36 anni, partigiano, metallurgico] si trovava in fondo a Via Santa Caterina, vicino alla chiesa, dal lato opposto e distante 500 metri dai primi caduti, aveva una sciarpa rossa al collo. Mezz’ora era passata dalla prima sparatoria veniva circondato da un gruppo di carabinieri scaraventato dentro un fosso e massacrato con i calci del fucile, un linciaggio mortale. Ennio Garagnani [21 anni, carrettiere] veniva assassinato in Via Ciro Menotti dal fuoco di un’autoblinda che sparava sulla folla.
Lo sciopero generale partì spontaneamente appena si diffuse la notizia del massacro. Un’automobile della Cgil con l’altoparlante avvertiva i lavoratori di concentrarsi in Piazza Roma. Poco dopo mezzogiorno Renzo Bersani [21 anni metallurgico] attraversava la strada a piedi, in fondo a Via Menotti, all’incrocio con Via Paolo Ferrari e Montegrappa, un graduato dei CC distante oltre un centinaio di metri s’inginocchiò a terra, prese la mira col fucile e sparò per uccidere.
E’ necessario ricostruire qual’era il clima sociale dell’epoca, in un’Italia uscita in ginocchio dalla seconda guerra mondiale, nel periodo di avvio della guerra fredda, con la ripresa della tracotanza padronale, all’indomani del trionfo elettorale della DC del 18 aprile 1948 e dell’ingresso nella NATO.
La CGIL, poche settimane dopo l’eccidio pubblicò un supplemento al n. 3 di Lavoro, che riportava su pagine di carta povera i fatti e i documenti, le foto e le testimonianze dal vivo di quei giorni cruenti che non è possibile dimenticare.

Nel solo 1948, l’anno del 18 aprile e della DC trionfante, sono 17 i lavoratori uccisi, centinaia i feriti, 14.573 gli arrestati (tra essi 77 segretari di Camere del lavoro). L’impiego della polizia nelle vertenze sindacali è una prassi costante.

Al potere padronale ripreso in pieno dopo la parentesi dei giorni immediatamente seguenti la Liberazione il potere politico democristiano affiancò quello che fu definito “scelbismo”, dal nome del Ministro dell’Interno, Mario Scelba.
Ogni agitazione di lavoratori, che vivevano in condizioni di precarietà e di sfruttamento insostenibili nel quadro di un paese affamato, con le case distrutte, le vie di comunicazione tutte da ricostruire, era vista come la lunga mano della cospirazione comunista in agguato e le “forze dell’ordine” eranochiamate a sparare sui braccianti e sugli operai per difendere una presunta “libertà” minacciata.
Indelebile, sotto questo aspetto, l’eccidio perpetrato da mafia e poteri occulti il 1 Maggio del 1947 a Portella della Ginestra.

Nei soli due mesi prima di Modena, ci sono tre eccidi – Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso – poveri braccianti stroncati dal piombo sul lungo, sanguinoso cammino dell’occupazione delle terre.
Ma non ci sono metodi meno pesanti nel Nord delle industrie, sono considerati illegittimi e perseguibili a colpi di fucile anche gli scioperi a scacchiera o a singhiozzo, il picchettaggio delle fabbriche “serrate” dai padroni, persino la propaganda sindacale. 185mila militi tra poliziotti, carabinieri, guardie di finanza sono pronti in campo, 50mila in più che sotto il regime fascista.
Il massacro di Modena è però come una deflagrazione che scuote tutta Italia. Le Fonderie Riunite sono il cuore della città operaia, e il padrone, il conte Adolfo Orsi, ex boss fascista, pezzo grosso della Confindustria, proprietario di altre fabbriche metalmeccaniche, di grandi imprese commerciali, di cave nel Bresciano, di vasti possedimenti terrieri, è un vero padrone delle ferriere.

Vuole mano libera di cacciar fuori tutti i 565 dipendenti e assumerne quanti gli pare e piace e quando vuole lui; la Commissione interna non gli va e non la vuole; i sindacalisti devono stare fuori dai piedi; la lettera di licenziamento per tutti parte il 3 dicembre, e il 5 dello stesso mese con un’altra missiva fa presente che ne riassumerà nemmeno la metà. Il 19 gennaio parte lo sciopero provinciale, i cortei degli operai marciano con le bandiere, le Fonderie Riunite in “serrata” sono presidiate dalla Celere in armi: 800 militi di rinforzo sono stati chiamati da Bologna.

“Affoga nel sangue il governo del 18 aprile”, titola a tutta pagina l’Avanti! del giorno dopo. Il governo del 18 aprile: quello dell’atlantismo, della divisione sindacale, della soggezione agli USA, della crociata anticomunista. Il fondo a firma di Pietro Nenni (PSI e PCI sono ancora legati da una Giunta di intesa, che però si scioglierà di lì a pochi anni), è un violentissimo attacco, politico e morale: «Il governo cattolico di De Gasperi e Scelba non ha neppure la comprensione umana e sociale di un Giolitti. La logica interna della sua politica di fame,di odio,di paura lo ha ormai condotto al delitto in permanenza».

Il servizio da Modena è gridato con gli stessi accenti di esecrazione. «Il gonfalone del Comune di Modena, medaglia d’oro della lotta di liberazione, sventola a mezz’asta dal balcone del palazzo municipale. Il più brutale massacro che sia avvenuto dopo la liberazione, massacro paragonabile soltanto agli indiscriminati eccidi compiuti dai nazisti, ha gettato nel lutto la popolazione modenese».

E Fernando Santi (socialista, segretario generale della CGIL} dalle stesse colonne non esita a dichiarare: «La verità è che a Modena – centro proletario per eccellenza – da due anni le autorità stanno svolgendo un’azione di intimidazione e di illegalità allo scopo di indebolire quel formidabile schieramento proletario».
“Tutta l’Italia si leva contro il nuovo eccidio!”; è il titolo a 8 colonne dell’Unità dello stesso giorno, 10 gennaio.
Lo sciopero generale è in atto in tutta Italia, i metallurgici di tutta Italia sono in sciopero per 24 ore, informa il giornale; e il fondo di Pietro Ingrao, sotto il titolo accusatore “Premeditazione” ha questa conclusione: «Bisogna fermare la mano degli assassini e far intendere a chi ne fosse tentato che sulla strada di Crispi e di Mussolini non si torna. I pazzi sono avvertiti».
Non sono soltanto i giornali della sinistra a condannare, Modena è una visione inquietante. Sulla Stampa prendono posizione contro l’eccidio Vittorio Gorresio e Luigi Salvatorelli. «Già sentiamo incalzanti – scrive Gorresio – le interpretazioni che ci parlano di piani di agitazioni nella provincia rossa modenese. Sono frusti argomenti che non esauriscono il problema». Rampognato dal Popolo per aver rilasciato nientemeno che una dichiarazione al settimanale comunista Vie Nuove, Gorresio risponde sul Mondo: «È un ragionamento da caporali e non da uomini politici. Fu concepito dai caporali zaristi il 9 gennaio 1905, quando spararono contro gli operai davanti al palazzo d’inverno dl Pietroburgo».
Gaetano Baldacci sul Corriere della Sera, ha così commentato la pratica delle cariche di polizia: «C’è una realtà disonorevole per il nostro paese: la rivoltante uccisione di contadini affamati, la Celere come capitolo della scienza economica, mentre i proprietari di immense terre se ne stanno a Roma o a Capri, a intrigare con la politica o con l’alta società». E ” Il mitra facile e la poltrona comoda”; è il titolo del Giornale della Sera.
“Ai vivi in nome dei morti “; così il fondo di Sandro Pertini sull’Avanti il giorno prima dei funerali: «Cristo per opera di costoro è oggi nuovamente crocifisso”.
Mercoledì 11 gennaio è il giorno dei funerali. Il quotidiano del PCI invia Gianni Rodari, uno scrittore e un poeta più che un cronista. “300 mila lavoratori ai funerali delle sei vittime”; è il titolo. «La città gloriosa, ammutolita dal dolore e stretta intorno ai suoi assassinati del 9 gennaio si è riempita stamani di passi pesanti che popolavano le sue strade, le sue piazze…»
Dalle otto del mattino alle 8 di sera, tanto è lunga la giornata del grande lutto di Modena «I sei Caduti allineati l’uno a fianco dell’altro nelle bare avvolte in bandiere; uno per uno essi avevano l’espressione contratta del dolore e dello spaventoso stupore in cui li sorprese la morte. I tre ragazzi di 20 anni sembravano ancora vivi e la terribile espressione dei loro volti sembrava dovuta a un sogno angoscioso e passeggero… Sulle fotografie i volti sembravano anche più giovani. Garagnani e Malagoli avevano una luce quasi infantile».
Il discorso di Togliatti muove onde di commozione, si piange tra la folla. Da Modena, da quei funerali di popolo, si leva l’appello per una nuova politica.
Anche dall’estero arrivavano giudizi significativi, come quello espresso da Elisabetta Wiskermann sulla rivista inglese Illustratect «Il governo democristiano ha creato una polizia organizzatissima e violenta (arruolando molti degli appartenenti alla polizia di Mussolini) e così la classe dei ricchi si è sentita sicura”).
Il dopoguerra è stato quello del “centrismo” di De Gasperi, con la pacificazione postfascista e l’approvazione di una Costituzione ancor oggi da applicare in alcune parti fondamentali, la ricostruzione sotto la tutela a stelle e strisce del Piano Marshall, la politica deflazionistica e di contenimento della spesa pubblica di Luigi Einaudi, la polizia del ministro degli Interni Mario Scelba.

Ma è stato anche quello degli operai delle grandi fabbriche del Nord e dei braccianti del Sud.
Non dobbiamo dimenticare questo pezzo della storia del nostro popolo.
La memoria di questi avvenimenti è ancora parte essenziale della nostra ricerca di convivenza solidale, civile, di profonda trasformazione democratica.
Rispetto a questo ricordo incancellabile noi che intendiamo ostinatamente mantenerlo non ci sentiamo per nulla superati dalla storia: anzi, proprio la capacità di conservare la memoria ci offre occasioni, anche adesso, di progettare il futuro.

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9 gennaio 1970 congresso costitutivo di Potere Operaio

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Dopo la fine della vertenza contrattuale, che aveva accompagnato le lotte autunnali e che aveva visto una sostanziale vittoria del sindacato, si aprì all’interno del gruppo di Potere Operaio una discussione interna su come proseguire il percorso di lotte, visto il venir meno del terreno su cui il gruppo era cresciuto. Già da qualche mese si era aperto un dibattito interno sulla necessità di dotarsi di un’organizzazione e di una struttura più rigide, in grado di permettere il superamento delle fasi di stanca delle lotte, quale quella che si stava attraversando.
Proprio questa questione sarà alla base e il sostanziale motivo della convocazione del primo congresso nazionale di organizzazione di Potere operaio, che ne rappresenta sostanzialmente la creazione.
Dal 9 all’11 Gennaio 1970 si tenne a Firenze , nei locali del circolo Faliero Pucci in via Marconi, il convegno costitutivo di Potere Operaio.
Ad introdurre fu Sergio Bologna con la sua relazione “Classe e capitale dopo l’autunno” in cui sosteneva, tra le altre cose, che il capitale avrebbe in tutti modi cercato di sfaldare la ricomposizione di classe che si era creata dopo l’autunno, innanzitutto tentando di porre un freno all’immigrazione verso le vecchie aree di industrializzazione.
Dopo di lui parlò Toni Negri che iniziò il suo intervento dall’idea che “l’autonomia ha raggiunto il tetto” e che la classe operaia, di per sé stessa, non avesse la forza per compiere il passo decisivo verso la rivoluzione. Egli poneva così il problema dell’organizzazione, che, diceva Negri, “non abbiamo mai visto in termini di avanguardia esterna; lo poniamo invece tutto dentro i livelli di classe, lo poniamo tutto dentro quelle che sono una possibilità e una capacità soggettive di rappresentare di volta in volta cosciente,mente le varie fasi dello scontro e della massificazione”
Negri sosteneva che il capitale si trovava in una situazione di difficoltà e che per recuperare la sua stabilità avrebbe da un lato aumentato la produttività, dando un duro colpo alle condizioni dei lavoratori, dall’altro lato aumentato l’inflazione come conseguenza ad un aumento dei prezzi, riprendendosi così quello che aveva dovuto concedere a seguito delle lotte.
Negri concluse il suo intervento ponendo l’attenzione sulla proposizione “rifiuto del lavoro”, spiegando in particolare i tre significati che questi termini assumevano: il rifiuto operaio ad accettare il lavoro come sistema di fabbrica, il rifiuto del sistema capitalistico in quanto tale e quindi dello sviluppo, il rifiuto della fatica che abbruttisce le vite, e si soffermò quindi sulla conseguente volontà di aspirare ad una società nuova.
Durante il convegno Franco Piperno esplicitò questa questione interna, dicendo che lo scontro era tra i favorevoli e i contrari alla struttura del partito: a Toni Negri e agli autonomisti che sostenevano che il partito fosse ormai una cosa vecchia, Piperno rispose che esso era effettivamente vecchio, ma lo era come una forchetta, di cui però non si può fare a meno.
La risposta a Bifo e a quelli che la pensavano come lui, in particolare i militanti delle sedi di Porto Marghera, Padova, Ferrara, Bologna e Torino, arrivò in un articolo, intitolato “Lotta di massa e lavoro del partito” nel numero successivo del giornale in cui si sosteneva che davanti all’attacco di capitale e Stato, la lotta autonoma della classe non era più sufficiente.
Il dibattito quindi non si concluse certo qui, ma continuò sulle pagine del giornale e non solo, tra alti e bassi e cambiando spesso sfumature, ma accompagnando il gruppo fino al suo scioglimento.

La decisione di costituirsi in organizzazione non era totalmente condivisa, e il dibattito continuò a lungo anche sulle pagine del giornale. Sfavorevole era in particolare l’area veneto-bolognese.

A schierarsi in contrasto fu in particolare Franco Berardi che, nel suo intervento al congresso, sostenne che l’organizzazione andava vista dentro la tattica e la classe sotto la strategia. Secondo Bifo l’organizzazione era quindi la tattica e la classe la strategia.

“C’è una proposizione che ha circolato molto nel nostro discorso: l’organizzazione come tattica, la lotta operaia come strategia. Bene oggi non più. Oggi veramente l’organizzazione è diventata un elemento strategico.” E continuava: “Questo vuol dire conquistare il leninismo, conquistare la pratica della disciplina rivoluzionaria, conquistare la pratica dell’uso coordinato, continuo, sistematico della strategia e della tattica; avere la capacità di cogliere in tutti i momenti dello sviluppo capitalistico la possibilità di inserire la rottura operaia, il cuneo dell’organizzazione rivoluzionaria…”

Lo stesso congresso si concluse con il proposito di tenere successivamente convegni in altre città per approfondire i problemi che erano stati posti e superare le situazioni di contrasto che si erano delineate.

9 gennaio 1950 – Eccidio di Modena

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I lavoratori del complesso siderurgico Orsi, dopo il licenziamento di 200 operai su 800 ed una serrata padronale di 40 giorni, si avvicinano ai cancelli nell’intento di riprendere il lavoro.

Segue immediata una carica della polizia, mentre gli operai vengono mitragliati con fuoco incrociato da altri reparti appostati al di là dei cancelli: sono uccisi:

Angelo Appiani [30 anni, partigiano, metallurgico] colpito in pieno petto. Immediatamente dal terrazzo della fabbrica altri carabinieri spararono con la mitragliatrice sulla folla di lavoratori che si trovava sulla Via Ciro Menotti oltre il passaggio a livello chiuso per il transito di un treno.

Arturo Chiappelli [43 anni, partigiano, spazzino] e Arturo Malagoli [21 anni bracciante] vennero colpiti a morte, molti furono feriti, alcuni gravemente. La gente scappava, cercava riparo dai colpi della mitraglia che continuava a sparare, altri cercavano di assistere i feriti con medicazioni improvvise e li trasportavano al riparo.

Roberto Rovatti [36 anni, partigiano, metallurgico] si trovava in fondo a Via Santa Caterina, vicino alla chiesa, dal lato opposto e distante 500 metri dai primi caduti, aveva una sciarpa rossa al collo. Mezz’ora era passata dalla prima sparatoria veniva circondato da un gruppo di carabinieri scaraventato dentro un fosso e massacrato con i calci del fucile, un linciaggio mortale.

Ennio Garagnani [21 anni, carrettiere] veniva assassinato in Via Ciro Menotti dal fuoco di un’autoblinda che sparava sulla folla.

Lo sciopero generale partì spontaneamente appena si diffuse la notizia del massacro. Un’automobile della Cgil con l’altoparlante avvertiva i lavoratori di concentrarsi in Piazza Roma. Poco dopo mezzogiorno Renzo Bersani[21 anni metallurgico] attraversava la strada a piedi, in fondo a Via Menotti, all’incrocio con Via Paolo Ferrari e Montegrappa, un graduato dei CC distante oltre un centinaio di metri s’inginocchiò a terra, prese la mira col fucile e sparò per uccidere.

E’ necessario ricostruire qual’era il clima sociale dell’epoca, in un’Italia uscita in ginocchio dalla seconda guerra mondiale, nel periodo di avvio della guerra fredda, con la ripresa della tracotanza padronale, all’indomani del trionfo elettorale della DC del 18 aprile 1948 e dell’ingresso nella NATO.

La CGIL, poche settimane dopo l’eccidio pubblicò un supplemento al n. 3 di Lavoro, che riportava su pagine di carta povera i fatti e i documenti, le foto e le testimonianze dal vivo di quei giorni cruenti che non è possibile dimenticare.

Nel solo 1948, l’anno del 18 aprile e della DC trionfante, sono 17 i lavoratori uccisi, centinaia i feriti, 14.573 gli arrestati (tra essi 77 segretari di Camere del lavoro). L’impiego della polizia nelle vertenze sindacali è una prassi costante.

Al potere padronale ripreso in pieno dopo la parentesi dei giorni immediatamente seguenti la Liberazione il potere politico democristiano affiancò quello che fu definito “scelbismo”, dal nome del Ministro dell’Interno, Mario Scelba.

Ogni agitazione di lavoratori, che vivevano in condizioni di precarietà e di sfruttamento insostenibili nel quadro di un paese affamato, con le case distrutte, le vie di comunicazione tutte da ricostruire, era vista come la lunga mano della cospirazione comunista in agguato e le “forze dell’ordine” erano chiamate a sparare sui braccianti e sugli operai per difendere una presunta “libertà” minacciata.

Indelebile, sotto questo aspetto, l’eccidio perpetrato da mafia e poteri occulti il 1 Maggio del 1947 a Portella della Ginestra.
Nei soli due mesi prima di Modena, ci sono tre eccidi – Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso – poveri braccianti stroncati dal piombo sul lungo, sanguinoso cammino dell’occupazione delle terre.

Ma non ci sono metodi meno pesanti nel Nord delle industrie, sono considerati illegittimi e perseguibili a colpi di fucile anche gli scioperi a scacchiera o a singhiozzo, il picchettaggio delle fabbriche “serrate” dai padroni, persino la propaganda sindacale. 185mila militi tra poliziotti, carabinieri, guardie di finanza sono pronti in campo, 50mila in più che sotto il regime fascista.

Il massacro di Modena è però come una deflagrazione che scuote tutta Italia. Le Fonderie Riunite sono il cuore della città operaia, e il padrone, il conte Adolfo Orsi, ex boss fascista, pezzo grosso della Confindustria, proprietario di altre fabbriche metalmeccaniche, di grandi imprese commerciali, di cave nel Bresciano, di vasti possedimenti terrieri, è un vero padrone delle ferriere.

Vuole mano libera di cacciar fuori tutti i 565 dipendenti e assumerne quanti gli pare e piace e quando vuole lui; la Commissione interna non gli va e non la vuole; i sindacalisti devono stare fuori dai piedi; la lettera di licenziamento per tutti parte il 3 dicembre, e il 5 dello stesso mese con un’altra missiva fa presente che ne riassumerà nemmeno la metà. Il 19 gennaio parte lo sciopero provinciale, i cortei degli operai marciano con le bandiere, le Fonderie Riunite in “serrata” sono presidiate dalla Celere in armi: 800 militi di rinforzo sono stati chiamati da Bologna.

Affoga nel sangue il governo del 18 aprile“, titola a tutta pagina l’Avanti! del giorno dopo. Il governo del 18 aprile: quello dell’atlantismo, della divisione sindacale, della soggezione agli USA, della crociata anticomunista. Il fondo a firma di Pietro Nenni (PSI e PCI sono ancora legati da una Giunta di intesa, che però si scioglierà di lì a pochi anni), è un violentissimo attacco, politico e morale: «Il governo cattolico di De Gasperi e Scelba non ha neppure la comprensione umana e sociale di un Giolitti. La logica interna della sua politica di fame, di odio, di paura lo ha ormai condotto al delitto in permanenza».

Il servizio da Modena è gridato con gli stessi accenti di esecrazione. «Il gonfalone del Comune di Modena, medaglia d’oro della lotta di liberazione, sventola a mezz’asta dal balcone del palazzo municipale. Il più brutale massacro che sia avvenuto dopo la liberazione, massacro paragonabile soltanto agli indiscriminati eccidi compiuti dai nazisti, ha gettato nel lutto la popolazione modenese».
E Fernando Santi (socialista, segretario generale della CGIL} dalle stesse colonne non esita a dichiarare: «La verità è che a Modena – centro proletario per eccellenza – da due anni le autorità stanno svolgendo un’azione di intimidazione e di illegalità allo scopo di indebolire quel formidabile schieramento proletario».

Tutta l’Italia si leva contro il nuovo eccidio!”; è il titolo a 8 colonne dell’Unità dello stesso giorno, 10 gennaio.

Lo sciopero generale è in atto in tutta Italia, i metallurgici di tutta Italia sono in sciopero per 24 ore, informa il giornale; e il fondo di Pietro Ingrao, sotto il titolo accusatore “Premeditazione” ha questa conclusione: «Bisogna fermare la mano degli assassini e far intendere a chi ne fosse tentato che sulla strada di Crispi e di Mussolini non si torna. I pazzi sono avvertiti».

Non sono soltanto i giornali della sinistra a condannare, Modena è una visione inquietante. Sulla Stampa prendono posizione contro l’eccidio Vittorio Gorresio e Luigi Salvatorelli. «Già sentiamo incalzanti – scrive Gorresio – le interpretazioni che ci parlano di piani di agitazioni nella provincia rossa modenese. Sono frusti argomenti che non esauriscono il problema». Rampognato dal Popolo per aver rilasciato nientemeno che una dichiarazione al settimanale comunista Vie Nuove, Gorresio risponde sul Mondo: «È un ragionamento da caporali e non da uomini politici. Fu concepito dai caporali zaristi il 9 gennaio 1905, quando spararono contro gli operai davanti al palazzo d’inverno dl Pietroburgo».

Gaetano Baldacci sul Corriere della Sera, ha così commentato la pratica delle cariche di polizia: «C‘è una realtà disonorevole per il nostro paese: la rivoltante uccisione di contadini affamati, la Celere come capitolo della scienza economica, mentre i proprietari di immense terre se ne stanno a Roma o a Capri, a intrigare con la politica o con l’alta società». E ” Il mitra facile e la poltrona comoda“; è il titolo del Giornale della Sera.

Ai vivi in nome dei morti “; così il fondo di Sandro Pertini sull’Avanti il giorno prima dei funerali: «Cristo per opera di costoro è oggi nuovamente crocifisso”.

Mercoledì 11 gennaio è il giorno dei funerali. Il quotidiano del PCI invia Gianni Rodari, uno scrittore e un poeta più che un cronista. 300 mila lavoratori ai funerali delle sei vittime“; è il titolo. «La città gloriosa, ammutolita dal dolore e stretta intorno ai suoi assassinati del 9 gennaio si è riempita stamani di passi pesanti che popolavano le sue strade, le sue piazze…»

Dalle otto del mattino alle 8 di sera, tanto è lunga la giornata del grande lutto di Modena «I sei Caduti allineati l’uno a fianco dell’altro nelle bare avvolte in bandiere; uno per uno essi avevano l’espressione contratta del dolore e dello spaventoso stupore in cui li sorprese la morte. I tre ragazzi di 20 anni sembravano ancora vivi e la terribile espressione dei loro volti sembrava dovuta a un sogno angoscioso e passeggero… Sulle fotografie i volti sembravano anche più giovani. Garagnani e Malagoli avevano una luce quasi infantile».

Il discorso di Togliatti muove onde di commozione, si piange tra la folla. Da Modena, da quei funerali di popolo, si leva l’appello per una nuova politica.

Anche dall’estero arrivavano giudizi significativi, come quello espresso da Elisabetta Wiskermann sulla rivista inglese Illustratect «Il governo democristiano ha creato una polizia organizzatissima e violenta (arruolando molti degli appartenenti alla polizia di Mussolini) e così la classe dei ricchi si è sentita sicura“).

Il dopoguerra è stato quello del “centrismo” di De Gasperi, con la pacificazione postfascista e l’approvazione di una Costituzione ancor oggi da applicare in alcune parti fondamentali, la ricostruzione sotto la tutela a stelle e strisce del Piano Marshall, la politica deflazionistica e di contenimento della spesa pubblica di Luigi Einaudi, la polizia del ministro degli Interni Mario Scelba.
Ma è stato anche quello degli operai delle grandi fabbriche del Nord e dei braccianti del Sud.

Non dobbiamo dimenticare questo pezzo della storia del nostro popolo.

La memoria di questi avvenimenti è ancora parte essenziale della nostra ricerca di convivenza solidale, civile, di profonda trasformazione democratica.

Rispetto a questo ricordo incancellabile noi che intendiamo ostinatamente mantenerlo non ci sentiamo per nulla superati dalla storia: anzi, proprio la capacità di conservare la memoria ci offre occasioni, anche adesso, di progettare il futuro. (Dal blog di Franco Astengo)

Auguri per un felice e ribelle 2018

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Il più bello dei mari

è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli

non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello

che vorrei dirti di più bello

non te l’ho ancora detto.

(Nazim Hikmet)

23 dicembre 1984: La strage del rapido 904

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Il rapido 904, proveniente da Napoli e diretto a Milano, quel giorno era pieno di viaggiatori, dal momento che era il periodo pre-natalizio.

Il treno non giunse mai a destinazione: nella galleria di S. Benedetto Val di Sambro venne colpito da un attentato dinamitardo.

Verso le 19 di sera ci fu una violentissima esplosione. L’ordigno, collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella, era stato posto su una griglia portabagagli, pressapoco al centro del convoglio. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata.

Al contrario del caso dell’Italicus, però, questa volta gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, in modo da massimizzare l’effetto della detonazione.

L’esplosione causò 15 morti e 267 feriti. I soccorsi però arrivarono con difficoltà, dato che l’esplosione aveva danneggiato la linea elettrica e parte della tratta era isolata. Inoltre il fumo bloccava l’accesso dall’ingresso sud dove si erano concentrati inizialmente i soccorsi. Ci volle più di un’ora e mezza perchè i primi aiuti riuscissero a raggiungere il luogo dell’esplosione. Nel conto finale delle vittime, i morti furono 17.

Tutto fu predisposto per provocare il maggior numero possibile di vittime: l’occasione del Natale, la potenza dell’esplosivo, il “timer” regolato per fare esplodere la bomba sotto la galleria in coincidenza del transito, sul binario opposto, di un altro convoglio.

Dal momento che l’esplosione avvenne pressapoco nei pressi del punto in cui dieci anni prima era avvenuta la strage dell’Italicus e che fu utilizzato lo stesso esplosivo usato per l’agguato di via Amelio, l’attentato fu immediatamente ricondotto alla Mafia e Riina fu indicato come mandante della strage. L’obiettivo, secondo il Pm che si occupò inizialmente dell’indagine, era quello di distogliere l’attenzione di polizia e magistratura dalla mafia e rilanciare il terrorismo come unico reale nemico contro cui lo Stato doveva combattere.

Fin dall’inizio però emersero altre responsabilità: dall’ambiente dell’estrema destra ai serivizi segreti. Un deputato missino fu condannato per aver consegnato l’esplosivo nelle mani di Misso, boss camorrista e neofascista del rione Sanità. La stessa commissione parlamentare ha segnalato la “distrazione” di Sismi e Sisde nel segnalare attività di tipo terroristico. Secondo l’associazione dei familiari delle vittime, i mafiosi non sono i soli responsabili dell’attentato e la commissione parlamentare “[…] ha evidenziato la possibilità e l’attualità della reiterazione di atti criminali alla scopo di turbare e condizionare lo svolgimento della vita democratica del Paese, mettendo in luce come nel caso dei più recenti attentati del 1993, vi sia stata un’opera sistematica di disinformazione della “falange armata” che si è avvalsa di un supporto informativo e logistico non disponibile sul semplice mercato criminale”.

22 dicembre 1988: Chico Mendes

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Il 22 dicembre 1988 Chico Mendes viene ucciso davanti alla porta di casa dai fazendeiros Alves da Silva, proprietari del seringal Cachoeira.

Chico Mendes era un estrattore di caucciù fin dalla nascita. Viveva nello sato dell’Acre in Brasile.

 

Il 10 marzo 1976 i lavoratori brasiliani, guidati da Chico Mendes, misero in atto la prima empate, l’occupazione delle terre per impedire il disboscamento delle foreste ad opera dei grandi latifondisti.

 

Negli anni successivi questa pratica si intensifica semre di più, i lavoratori dele foreste si riuniscono in assemblee popolari per decidere come combattere le speculazioni dei grandi proprietari. I seringueiros (raccoglitori di gomma) iniziarono ad organizzarsi per salvare ettari di foresta, dichiarati reservas extrativas, dove potessero continuare a raccogliere e lavorare il lattice di gomma e raccogliere frutti e fibre vegetali.  Tra il 1976 e il 1977 le empates si intensificano sempre di più. I lavoratori vengono colpti da una dura repressione: centinaia di seringueiros sono incarcerati, decine uccisi dalle guardie dei latifondisti.

Chico Mendes partecipò alla fondazione del Sindacato dei lavoratori Rurali di Brasileia e Xapuri. Cercava di unire la difesa della foresta con la rivendicazione di una riforma agraria.

 

Uno degli ultimi empates organizzati da Chico Mendes riguardava il seringal Equador, la cui proprietà era rivendicata dal fazendeiro Darli Alves, allo scopo di destinare l’area a pascolo dopo averla disboscata. L’ uccisione del leader sindacale era da tempo pianificata ai livelli alti dell’União Democrática Ruralista con coperture politiche e istituzionali. L’azione dei seringueiros infatti non era più un fatto isolato e doveva assolutamente essere fermata.

 

Chico Mendes sapeva di essere stato condannato a morte dai latifondisti. In uno dei suoi ultimi discorsi aveva detto: “Non voglio fio­ri sulla mia tomba, perché so che andrebbero a strapparli alla foresta. Voglio solo che la mia morte serva per mettere fine all’impunità dei jagunços, che possono contare sulla protezione della polizia federale dell’Acre e che, dal 1975 in avanti, hanno già ammazzato nella zona rurale più di cinquanta persone come me, leader seringueiros impegnati a salvare la foresta amazzonica e dimostrare che il progresso senza distruzione è possibile. ”

 

Solo la grande indignazione sollevatasi a livello nazionale e internazionale fece sì che Darli Alves, il mandante dell’omicidio, e il figlio Darci, l’esecutore, fossero arrestati e l’omicidio non rimanesse senza colpevoli come era sempre accaduto in passato. I due fratelli vennero condannati a 19 anni di reclusione ma 4 anni dopo, con la complicità della polizia, riuscirono a scappare. Darli Alves non era l’unico mandante dell’assassinio. Dietro ai due latifondisti c’erano fazendeiros dell’UDR molto più potenti come Joao Branco e Adalberto Aragao, ex sindaco di Rio Branco.

5 dicembre 1974: il compagno Bruno Valli, la rapina di Argelato

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5 dicembre 1974, pochi minuti prima di mezzogiorno. Qualche solerte cittadino ha avvertito la stazione dei carabinieri di Castel d’Argile che un “furgone sospetto” staziona nei pressi della località Argelato. Il brigadiere Andrea Lombardini si precipita sul posto, nonostante sia il suo giorno di riposo. Si avvicina al fiat 238 e chiede i documenti ai tre giovani seduti all’interno. La risposta risuona chiara nella bassa bolognese: una breve raffica parte dallo sten di uno dei ragazzi e uccide il carabiniere.

Il commilitone di Lombradini sceso dall’auto comincia anch’egli a sparare, ma dopo aver forato una gomma al furgone in sosta, viene disarmato dai compagni. La giornata doveva concludersi con una rapina al portavalori dello zuccherificio Siiz. I compagni costretti dagli eventi devono scappare per i campi.

Passano meno di 24 ore che gli inquirenti riescono ad arrestare Bruno Valli, Stefano Bonora e Claudio Vicinelli, infangati e infreddoliti che vagano per la bassa.

Subito dopo l’arresto giornali e tv si scavalcano a vicenda in una guerra a chi la ricostruisce più grossa. Il brigadiere, amato e compianto dalla popolazione; il suo giovane commilitone, un eroe di vent’anni che, sprezzante del pericolo, disarma i malviventi, salvo venire colpito al petto con il calcio di un mitra per essersi distratto all’ultimo respiro del collega; i tre rapinatori, gente di poco conto, che dall’ingresso in questura smettono i panni dei militanti tutti d’un pezzo, per gettarsi infamie l’uno sull’altro.

Queste ricostruzioni dei fatti a noi interessano solo per poterle mettere da parte, e poter ricordare il compagno Bruno Valli, figlio di una famiglia proletaria di Rodero, operaio, militante comunista, che si impiccò nel carcere di Modena il 9 dicembre 1974.

Chi lo ha potuto conoscere lo ricorda come un militante lucido e pronto ad ogni sacrificio; e in quella cella dove poi si uccise, dicono che scrisse con il suo sangue due parole supra un muro: “Libertà o morte”.

23 Novembre 1970: aggressione neofascista nei licei di Torino

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Il 23 novembre 1970 è il giorno in cui si tiene il processo per i dieci neofascisti colpevoli dell’aggressione; gli antifascisti non si aspettano nulla da questa giornata, sanno già che molto probabilmente i loro aggressori verranno assolti, come troppe volte è già accaduto.

I giovani missini invece, decidono di passare all’attacco. All’entrata di molte scuole torinesi tentano di distribuire un volantino contro le “continue aggressioni dei comunisti”, predicando di contro la correttezza della “violenza nazionale rivoluzionaria”.

Due ore dopo una carovana di cinque auto con a bordo diversi fascisti armati di spraghe, catene e caschi integrali si dirige verso i licei Segrè e Sesto scentifico, distanti poche centinaia di metri l’uno dall’altro.

Nel frattempo dal Segrè esce un nutrito gruppo di studenti (circa 200) che costringe i fascisti ad allontanarsi e si dirige verso via Figlie dei Militari, dove si stanno riunendo i collettivi del Sesto. La polizia però, vieta l’ingresso agli studenti, che decidono di attendere fuori dall’edificio l’uscita dei compagni.

Verso le 11,30 gli studenti dei due licei decidono di scendere in corteo alla ricerca dei missini, che si trovano non lontano in via Aporti. Immediatamente i 30 neofascisrti vengono circondati e si scatena la guerriglia; alcuni studenti vengono aggrediti a colpi di cinghie e catene, altri sono costretti a ripararsi all’interno delle abitazioni. Alcuni passanti, solidali con gli antifascisti, fermano Mauro Bari mentre tenta di accanirsi a colpi di catena su una studentessa di 15 anni, Antonella Romeo.

Il bilancio della giornata è di 7 studenti e 2 neofascisti arrestati. Nei giorni successivi seguiranno diverse iniziative di solidarietà con gli antifascisti: i licei Castellamonte, Regina Margherita, Quinto istituto commerciale e Plana entrano in sciopero, mentre al Cavour due studenti vengono sospesi per aver interrotto le lezioni in solidarietà con i denunciati.

22 novembre 1975: muore Piero Bruno

22 novembre 1975: muore Piero Bruno

Quando il corteo giunge all’altezza dell’Ambasciata dello Zaire una decina di manifestanti si stacca per andare a compiere un’azione contro tale sede, simbolo di uno dei paesi il cui regime ha preso parte attiva nell’attacco imperialista all’Angola.

Ma arrivato sul posto il gruppo trova ad attenderli un nutrito schieramento di polizia e carabinieri che al grido di “Eccoli!” comincia a sparare ad altezza uomo contro i manifestanti, che scappano coprendo la propria fuga con il lancio di alcune bottiglie molotov.

Vengono esplosi decine di proiettili: Piero Bruno, studente diciottenne e militante di Lotta Continua, crolla a terra colpito alla schiena, mentre altri due vengono presi di striscio alla testa ma riescono a proseguire la fuga fino a mettersi in salvo.

Un compagno si avvicina a Piero per cercare di trascinarlo via ma le forze dell’ordine continuano a sparare all’impazzata in una sorta di tiro al bersaglio contro chiunque tenti di raggiungere il corpo del giovane militante.

Uno degli agenti si avvicina al corpo ormai agonizzante di Piero Bruno e, puntandogli la pistola a pochi centimetri, urla: “Così ti ammazzo!”.

E così è: ancora una volta i fedeli esecutori della Legge Reale sparano per uccidere.

Una donna testimonierà: “La mia attenzione è stata immediatamente attratta da un giovane disteso per terra in Via Muratori, sul lato opposto alla mia abitazione a circa 5 o 6 metri dal piazzale antistante l’ambasciata; ho notato poliziotti o carabinieri, anzi credo più poliziotti disporsi alla fine di Via Muratori, evidentemente per isolare la zona. Ho quindi sentito che il ragazzo disteso per terra si lamentava e contemporaneamente ho visto un uomo in borghese sbucare attraverso i poliziotti che si è avvicinato di corsa al ragazzo disteso per terra urlando, presso a poco “ Ti pare questo il modo di ammazzare un collega” e quindi, “ Cane, bastardo, carogna ”, ho quindi visto che l’uomo ha puntato la pistola verso il ragazzo disteso per terra, urlando “Ti ammazzo” ed ho sentito il clic del grilletto. Il ragazzo ha gridato “No ” ed ha fatto il gesto di coprirsi il volto con le mani. Quindi l’uomo, chinandosi sul ragazzo gli ha detto “ ma io ti ammazzerei veramente ” e lo ha scosso.”

Piero Bruno muore il giorno successivo mentre è ancora piantonato in ospedale.

I suoi assassini verranno identificati nel tenente dei carabinieri Bosio, nel suo collega Colantuomo e nell’agente in borghese Tammaro che, come per i molti altri casi di omicidi eseguiti con freddezza all’ombra della Legge Reale, verranno tutti assolti con abili giri di parole ed insabbiamenti delle prove.

21 novembre 1920: la strage di Palazzo d’Accursio

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Ed è così che il giorno dell’insediamenti viene stabilito per il  21 novembre.  La sera precedente in giro per la città compaiono dei manifestini fascisti che annunciano battaglia per il giorno successivo  e che consigliano a donne e bambini di tenersi lontani dalle vie del centro.

Il giorno dell’insediamento arriva con i peggiori auspici: dopo la pacifica cerimonia all’interno del comune, il sindaco neoeletto, Ennio Gnudi, si affaccia al balcone di Palazzo d’Accursio, con un seguito di bandiere rosse:  immediatamente nella loro direzione vengono sparate le prime revolverate.

La situazione precipita immediatamente: chiunque abbia un’arma, comprese le Guardie Regie, comincia a sparare, vengono lanciate bombe a mano, la folla in preda al panico corre da tutte le parti. Alcune persone riescono a rifugiarsi nel cortile del comune, e proprio qui verranno freddate dalle raffiche fasciste.

All’interno della sala Rossa, dove stava volgendo al termine la cerimonia, immediatamente le Guardie Rosse si dirigono verso i consiglieri di minoranza, che di fatto avevano, fino a pochi giorni prima, incitato e fomentato la reazione fascista e, al grido di “Siete voi che ammazzate il popolo in piazza; vi faremo fare la stessa fine!”, uccidono il consigliere Giulio Giordani, che sarà considerato il primo martire fascista, e ne feriscono alcuni altri.

Il bilancio della giornata è tragico: 11 sono i morti e 58 i feriti, a parte pochissimi consiglieri di minoranza tutti socialisti proletari che erano in piazza per l’insediamento della nuova giunta comunale.

La nuova giunta comunale venne immediatamente commissariata, ancor prima del suo insediamento.

Come si può prevedere, le inchieste e la repressione ci saranno, solo nei confronti  di un consigliere comunale socialista, che verrà condannato a più di tredici anni per l’uccisione di Giulio Giordani, mentre la strage di civili inermi  che si consumò per mano fascista all’esterno di Palazzo d’Accursio rimarrà impunita.