Il milione di migranti che non avete mai visto

Nando Sigona, Postcards From – 24 aprile 2017

Traduzione a cura di: Adriana Tidona, Antoniego Pietropolli

La storia secondo cui 1 milione di migranti africani sono pronti o in procinto di raggiungere l’Europa dalla Libia non è nulla di nuovo e le affermazioni di Joseph Walker-Cousins, riportate dal Daily Mail, sono già state sostenute in precedenza da altri osservatori “ben informati”.

La notizia riaffiora periodicamente nei media (2015, 2016, 2017), ma la ripetizione non è prova di validità; piuttosto, è un esempio di come i grafici e i numeri abbiano un ruolo importante nel plasmare la nostra concezione e le nostre opinioni della cosiddetta crisi dei rifugiati, nonché nel definire le risposte politiche europee alle migrazioni via mare.

Tutto ciò nonostante sia stato ampiamente dimostrato (ad esempio con i casi riguardanti i doppi conteggi di Frontex, la presunta generosità del Regno Unito verso i minori stranieri non accompagnati, e ancora Frontex) come i dati in circolazione siano spesso inesatti e parziali, o addirittura sistematicamente gonfiati per soddisfare un’ampia gamma di interessi, non da ultimo per legittimare le crescenti spese nelle strutture di controllo dei confini e nel loro pattugliamento, per favorire le elargizioni di importanti donatori privati e pubblici e per alimentare la retorica anti-immigrazione per un tornaconto politico.

La storia del “milione di migranti pronti a sbarcare in Europa dalla Libia” è esemplificativa del fenomeno. Da un lato, evidenzia il potere dei numeri di infiammare il dibattito pubblico e politico e di alimentare lo “stato di crisi” che pervade le risposte politiche alle migrazioni via mare; dall’altro, indica la mancanza di rigore scientifico e al tempo stesso la resilienza che si accompagna spesso ai numeri della “crisi” così diffusi dai media globali e tra i circoli politici; tali numeri sono impermeabili ad ogni tentativo di dimostrarne l’infondatezza (si veda l’articolo di Cristina Del Biaggio).

Se è lecito chiedersi per quali motivi il direttore di Frontex vi abbia fatto riferimento più volte in passato, c’è una domanda più ampia da porsi: cosa rende questi numeri così resilienti? In “Destination Europe?” sosteniamo che le risposte europee alle migrazioni via mare sulla rotta del Mediterraneo siano basate sul falso presupposto che tutti i migranti africani attualmente in Nord Africa vogliano raggiungere l’Europa, nonostante vi siano prove del fatto che la migrazione intra-africana sia significativa (si veda anche questo report su uno studio del 2014 del Danish Refugee Council). La resilienza della storia del “milione di migranti” è esattamente questa: essa è funzionale a confermare questa ipotesi pur essendone, paradossalmente, il diretto prodotto.

In altri termini, dal momento che si dà per scontata la volontà di ogni straniero in Libia di raggiungere l’Europa – dimenticandosi le prove della lunga storia della Libia come polo di immigrazione di lavoratori migranti (in un modo simile al Marocco di oggi) – consideriamo tutti gli stranieri in Libia e nella regione come potenziali migranti pronti a salire su una barca. Come Simon McMahon e io dimostreremo in un articolo di prossima pubblicazione, questo presupposto influisce sul modo in cui i leader europei si rapportano agli stati africani e sull’articolazione della politica europea di esternalizzazione dei confini.

http://www.meltingpot.org/Il-milione-di-migranti-che-non-avete-mai-visto.html#.WQRHLjclG6k

Gli attacchi alle Ong: fumo negli occhi per nascondere fallimento politiche UE

Casa originale dell’articolo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/gli-attacchi-alle-ong-fumo-negli-occhi-nascondere-fallimento-politiche-ue/

Diversi esponenti di primo piano della politica italiana (fra i quali anche il Vice Presidente della Camera, Luigi Di Maio), nelle ultime settimane, hanno sferrato un attacco violento alle ONG impegnate nel Mediterraneo nelle operazioni di salvataggio in mare. Le accuse più diffuse contro le organizzazioni non governative impegnate nei soccorsi (Proactiva open arms, Medici senza frontiere, Sos Méditerranée, Moas, Save the children, Jugend Rettet, Sea watch, Sea eye e Life boat) sostanzialmente riguardano il fatto che le navi delle ONG si spingerebbero “troppo vicino” alle coste libiche e rappresenterebbero un presunto “fattore di attrazione” per i migranti, e che le ONG potrebbero essere in collegamento con i trafficanti e “porterebbero” i migranti in Italia per alimentare il business dell’accoglienza. Le reti di ONG e organizzazioni della società civile italiane impegnate in cooperazione internazionale, aiuto umanitario e accoglienza di rifugiati e migranti, reagiscono duramente e con forza a tali accuse. Qui di seguito proponiamo la lettura del comunicato del COSPE onlus a sostegno dell’operato di SOS Mediterranée.

 

Gli attacchi e le calunnie di questi giorni alle ONG impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso in mare di rifugiati e migranti nel Canale di Sicilia sono per COSPE inaccettabili ma purtroppo non sorprendono. Sorprende, questo sì, che al coro dei calunniatori si unisca con particolare accanimento un’alta carica istituzionale come il vice-presidente della Camera e leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio.
Questi attacchi, di cui l’on Di Maio si fa autorevole portavoce, non sono solo un volgare atto di sciacallaggio politico, ma si inseriscono in una strategia politica e mediatica che vede l’Unione Europea impegnata a spostare gli interventi e l’attenzione dell’opinione pubblica fuori dai nostri confini, come dimostrano lo scellerato accordo con la Turchia prima, quello con il fantomatico governo libico poi e quello con il Niger, che sono a nostro avviso la dichiarazione di fallimento di ogni tentativo di gestione seria del problema dei rifugiati e dei migranti
In questo quadro, le ONG rischiano di essere testimoni scomodi di politiche di esternalizzazione delle frontiere, di respingimenti operati dalla guardia costiera libica, di violazione sistematica dei diritti umani fondamentali lungo le rotte di transito dei rifugiati e dei migranti.
Questi tentativi d’intimidire e screditare l’operato delle Ong non ci fermeranno. Se la solidarietà diventa reato per questa Europa, allora siamo tutti colpevoli. Ma non rinunceremo mai alla difesa dei diritti delle persone e alla denuncia delle loro violazioni.
Come abbiamo fatto fin dall’inizio, continueremo a sostenere SOS Mediterranée un’operazione di soccorso in mare che esprime l’impegno unitario delle società civili italiana, francese, tedesca. E per questo giustamente definita “orgoglio dell’Europa” dallo scrittore Daniel Pennac due mesi fa a Palermo, nel ricordare un anno di prezioso lavoro svolto nel Canale di Sicilia dalla nave Aquarius di SOS Mediterranèe, che ha salvato la vita ad oltre 8.000 persone.

Giorgio Menchini –  Presidente COSPE

18 APRILE 1975 : MUORE A FIRENZE RODOLFO BOSCHI

Il 16 aprile 1975 Claudio Varalli, del Movimento Studentesco Milanese, viene ucciso da Antonio Braggion, militante di Avanguardia Nazionale, condannato in seguito a dieci anni per eccesso di legittima difesa e porto abusivo d’arma. Il giorno dopo, 17 aprile, tocca a Giannino Zibecchi, anche lui del Movimento Studentesco Milanese. L’agente Sergio Chiarieri, accusato dell’omicidio, viene assolto per “insufficienza di prove”.

Il 1975 comincia con l’omicidio dei due carabinieri Leonardo Falco e Giovanni Ceravolo, freddati a Empoli da Mario Tuti, del « Fronte nazionale rivoluzionario », che i due militi credono un innocuo geometra del locale Comune. Il 28 febbraio, a Roma, militanti di Potere Operaio sono accusati di aver ucciso l’attivista del FUAN Mikis Mantakas, l’11 marzo viene ucciso, a Milano, Giuseppe Carlo Saronio (accusati Carlo Fioroni e Carlo Casirati), il 16 e il 17 aprile sono uccisi Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, del Movimento studentesco Milanese e lo stesso 17 aprile, a Torino, la guardia giurata Paolo Fiocco uccide , a Torino, Tonino Micciché di Lotta Continua.

Il 29 aprile, a Milano, un gruppo di militanti di Avanguardia operaia uccide Sergio Ramelli, del Fronte della Gioventù, il 17 maggio, a Napoli, una jeep della polizia travolge ed uccide il militante del PCI Gennaro Costantino, il 25 maggio militanti di estrema destra uccidono a Milano Alberto Brasili, il 5 giugno vengono uccisi, a Melazzo, in uno scontro fra Brigate rosse e carabinieri, il carabiniere Giovanni D’Alfonso e Margherita Cagol, il 13 giugno Paolo Bellini, di Avanguardia Nazionale, uccide a Reggio Emilia Alceste Campanile, di Lotta Continua.

Il 16 giugno viene uccisa a Napoli, da militanti del MSI, Jolanda Palladino, militante del PCI, l’8 luglio l’agente di polizia Antonio Tuzzolillo uccide, a Roma, Anna Maria Mantini dei NAP, il 29 ottobre, a Roma, militanti di estrema destra uccidono Antonio Corrado e lo stesso giorno viene ucciso dalle Brigate Rosse, sempre a Roma, il militante del MSI Mario Zicchieri, il 2 novembre viene assassinato nei pressi di Roma Pier Paolo Pasolini e il 22 novembre il carabiniere Pietro Colantuono uccide, a Roma, Pietro Bruno, militante di Lotta Continua.

Il 18 aprile, a Firenze, per protestare contro l’assassinio di Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, l’ANPI organizza una manifestazione di protesta in Via Nazionale, a poche centinaia di metri dalla sede del MSI, in Piazza Indipendenza. Rodolfo Boschi, impiegato dell’ENEL del servizio d’ordine del PCI, interviene per difendere un compagno, sprangato da una squadra di 9 individui in borghese (si tratta di poliziotti) e lo stesso fa Francesco Panichi, dell’Autonomia Operaia.

La polizia spara e l’agente Orazio Basile uccide Rodolfo Boschi, colpito al capo e ferisce Francesco Panichi, ferito all’ascella (molto vicino al cuore). La responsabilità dei fatti sarà scaricata su Panichi, mandato in galera con una condanna a 10 anni per placare la collera operaia e proletaria e sviare i contenuti della risposta antifascista che sorgeva spontaneamente dopo gli assassinii di Milano, mentre Orazio Basile viene condannato a otto mesi con la condizionale per « eccesso colposo di legittima difesa. » La verità che comunque si vuole soffocare è che il 18 aprile a Firenze la base del PCI, gli studenti e gli operai tutti, erano scesi in piazza duramente contro la DC e i fascisti per contrapporre i fatti all’antifascismo parolaio e per dire che ne avevano abbastanza di commemorare ancora i propri morti.

Giustiniano Rossi

Parigi, 20 aprile 2012

pc 16 aprile – fascismo padronale alla FCA Sevel

Sevel, il capo vieta di soccorrere un operaio svenuto

Sciopero alla Sevel di Atessa, nel teatino, la più grande fabbrica italiana del gruppo Fca, per contestare l’ordine impartito dal responsabile Ute di tornare al lavoro mentre un operaio, appena infortunatosi, si trovava a terra svenuto in attesa dell’arrivo dei soccorsi. Spiega il segretario generale Fiom-Cgil, Davide Labbrozzi: «Un addetto allo svolgimento delle attività di montaggio ieri mattina, ha urtato violentemente la testa su un parter prelievo sedili (braccio meccanico per il sollevamento dei sedili). Detto incidente ha provocato la perdita di conoscenza e la caduta a terra di un lavoratore che aveva appena iniziato il turno di lavoro. Ad accorgersi dell’accadimento sono stati i colleghi che immediatamente hanno dato l’allarme. Ancor prima che i soccorsi arrivassero, il responsabile di Ute ha chiesto ai lavoratori presenti di ignorare l’accaduto, di far finta di non vedere il corpo a terra e di riprendere il lavoro». Secondo Labbrozzi «far ripartire la linea con un lavoratore sdraiato a terra è un atto inaccettabile che la Fiom contesta duramente. Detto atteggiamento è sintomo di un’azienda che surclassa l’uomo a vantaggio della produzione». «L’adesione allo sciopero è stata importante – sottolinea – tutti d’accordo sulla protesta che mira di nuovo a dare un senso al lavoro in Sevel: ‘l’individuo viene prima della produzione’. La filosofia Sevel continua a non rispettare coloro che quotidianamente permettono all’azionista di intascare una ricchezza smisurata, quella che lo stabilimento atessano produce quotidianamente.

da operai contro

25 Aprile 2017 – No alla parata nazifascista al Campo 10

Portiamo un fiore al partigiano

Da troppo tempo a Milano si assiste al preoccupante ripetersi di manifestazioni e iniziative promosse da  organizzazioni neofasciste e neonaziste.
Da qualche anno, nella giornata del 25 aprile, consacrata alle celebrazioni della Liberazione, il Cimitero Maggiore di Milano è divenuto teatro di parate nazifasciste che si concludono al campo 10 dove sono sepolti volontari italiani delle SS, delle brigate nere, della x Mas, oltre a protagonisti della storia del ventennio fascista e della Repubblica di Salò.
La manifestazione nazifascista promossa proprio nella ricorrenza della Liberazione dal regime fascista e dall’occupazione nazista, rappresenta una gravissima provocazione per Milano Città Medaglia d’Oro della Resistenza e per i Combattenti per la Libertà ai quali è stato dedicato nello stesso Cimitero Maggiore di Milano, il Campo della Gloria.
La Milano antifascista non può più tollerare questa inaccettabile ferita e oltraggio alla Memoria di chi ha sacrificato la propria giovane vita per la nostra libertà e per la costruzione di un mondo migliore.
Un gruppo eterogeneo di soggettività antifasciste si mobiliterà il 25 aprile per impedire che questo scempio abbia luogo.
Ci rivolgiamo anche alle istituzioni, alle pubbliche autorità, a partire dal Sindaco di Milano, perché intervengano per impedire lo svolgimento di questa ignobile parata che si ripete ormai da qualche anno nella giornata del 25 aprile.
Manifestazione in aperta violazione dei principi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza e delle leggi Scelba e Mancino.
Chiamiamo i milanesi a partecipare numerosi alla mobilitazione promossa dall’ANPI della Zona 8 e dalle Associazioni democratiche e antifasciste la mattina del 25 aprile al Cimitero Maggiore, per ribadire che questi sfregi sono intollerabili.
Nel corso della nostra iniziativa porteremo un fiore ai partigiani sepolti al Campo 64, il Campo della Gloria del Cimitero Maggiore.
PROMUOVONO

Anpi Zona 8 – ANPI Provinciale di Milano – Aned diMilano – Arci – Camera del Lavoro Metropolitana di Milano -Coro Resistente – Fiom Cgil Milano- Memoria Antifascista – Osservatorio democratico sulle nuove destre – Rete della Conoscenza Milano – Csoa Lambretta – ZAM – Cs Cantiere
Media partner Radio Popolare

 PER INFO E ADESIONI

portaunfiore2017@gmail.com{linkr:none}

Opinioni / “I decreti Minniti dilatano l’area degli abusi in divisa”

Sono legge i provvedimenti del governo su migranti e sicurezza urbana. Tra le misure: asilo più difficile, flagranza differita e daspo urbano. Pubblichiamo una lettera degli avvocati impegnati nei processi delle vittime di violenza di polizia.

Il decreto Minniti-Orlando sulla Sicurezza Urbana è stato convertito in legge dal Parlamento.

Di fatto, il nuovo Ministro degli Interni, l’uomo forte del governo Gentiloni, sferra un attacco violentissimo e frontale alle libertà e ai diritti dell’intero corpo sociale, iniziando col privare i migranti delle garanzie minime del giusto processo (abolizione dei gradi di giudizio, del principio del contraddittorio, creazione di giurisdizioni speciali) continuando poi ad attaccare le fasce più disagiate della cittadinanza attraverso l’introduzione di dispositivi amministrativi pienamente sanzionatori – che sapientemente coordinati con quelli già da tempo esistenti nell’ordinamento come il Testo Unico Leggi di Polizia e le Misure di Prevenzione – restringono ulteriormente gli spazi già angusti delle libertà costituzionalmente garantite in questo paese.

Città come curve degli stadi

Col decreto Minniti, dopo anni di allenamento nella palestra della repressione che nel tempo hanno rappresentato le curve degli stadi, il daspo fa il suo ingresso a gamba tesa nel centro delle città da cui i soggetti già marginali, oggi “indecorosi”, potranno essere allontanati per ordine del Sindaco attraverso decisioni amministrative sottratti, se non in casi limitati, al controllo di legittimità dell’autorità giudiziaria e dall’esercizio del diritto di difesa, dunque del tutto discrezionali e dalla forte connotazione arbitraria.

Una libertà fondamentale e costituzionalmente garantita, la libertà di movimento, sarà dunque a totale appannaggio del potere incontrollato dell’organo amministrativo che a fronte di una crescente richiesta di diritti socialie e welfare, in un contesto di crisi economica strutturale, sarà invece legittimato a rispondere con la forza di un provvedimento temporaneo che è già sanzione e che contribuisce non poco a distorcere la natura politica dell’organo in funzione sempre più marcatamente repressiva.

Senzatetto, prostitute, alcolisti, mendicanti; gli stili di vita o lo sfruttamento rappresenteranno al tempo stesso il sintomo e la prova della colpevolezza, in un meccanismo punitivo dove non è più neanche richiesta la commissione di un fatto di reato; per la condanna all’esilio dal centro della città o dalle altre zone urban e individuate come strategiche basterà offrire una brutta impressione di sé incompatibile con l’estetica del contesto, del “decoro urbano” la cui elevazione normativa a bene giuridico da difendere e tutelare rende sufficiente un’impressione sgradevole per legittimare l’allontanamento coattivo.

La logica del nemico interno

Grazie al decreto Minniti, la retorica del diverso, dell’emarginato, del soggetto che in fondo non si è impegnato abbastanza o che se l’è andata a cercare, è la stessa che in questi anni è servita a giustificare e/o occultare i numerosi episodi di abusi e violenze perpetuati ai danni dei cittadini finiti nelle mani dello Stato.

Stefano Cucchi era un tossicodipendente, Federico Aldrovandi un ubriaco violento, Francesco Mastrogiovanni un sovversivo e così via; un’operazione di criminalizzazione utile al doppio obbiettivo di annientare le istanze di verità e giustizia provenienti dai familiari delle vittime degli abusi di stato ed alimentare la paura verso un nemico tutto interno per il quale non valgono le stesse regole e garanzie che esistono a favore degli altri cittadini “perbene”; un ghetto normativo dove la sospensione dello stato di diritto è giustificata in partenza.

Nella prassi nessuno dei dispositivi previsti dal decreto Minniti sulla sicurezza urbana, è nuovo all’armamentario repressivo già contenuto nell’ordinamento amministrativo e giudiziario italiano.

Anche l’emendamento sull’allargamento dell’istituto dell’arresto in flagranza differita ai reati compiuti “in presenza di più persone o in occasioni pubbliche” non è stato inventato per l’occasione. Anzi, anche in questo caso il prestito proviene dal mondo del calcio, dove era già prevista la facoltà di procedere all’arresto – con successivo obbligatorio giudizio direttissimo – nelle 48 ore successive ai fatti se dal materiale fotografico o videoregistrato raccolto fosse stato possibile procedere rapidamente all’identificazione dei responsabili di reati compiuti con violenza contro cose o persone.

La logica che, nel decreto Minniti, sottende l’arresto in flagranza di reato è quella di interrompere un comportamento a fronte della sua pericolosità immediata e contemporanea ad una condizione di necessità ed urgenza che legittima la privazione della libertà (o tutt’alpiù quella di inseguire chi appaia l’autore di un crimine per recarne su di sè le tracce, c.d.quasi flagranza).

Quale sarebbe la logica che accompagna l’arresto in flagranza differita se la pericolosità del gesto si è completamente esaurita?

Cosa dovrebbe interrompere l’intervento delle forze dell’ordine a distanza di due giorni dai presunti fatti di reato? – presunti sotto il profilo sia della corretta identificazione dei sospettati attraverso la frettolosa visione di materiale foto/video, sia dell’esatto inquadramento giuridico dei comportamenti che in così poco tempo sarebbero per comodità elevati a quello più grave, a fronte della necessità di giustificare l’utilizzo di uno strumento immediatamente privativo della libertà.

Intimidazione del dissenso

Anche su questo punto il decreto Minniti non cela l’intenzione marcatamente intimidatoria del dissenso, attraverso l’estensione alla piazza di uno strumento investigativo parziale e decontestualizzato da un lato e il rispolvero di vecchi arnesi repressivi mai espunti dall’ordinamento.

I fogli di via piovuti a pioggia su tantissimi attivisti politici nelle ultime settimanene sono il plastico esempio. Le misure di prevenzione utilizzate in occasione del vertice UE a Roma lo scorso 25 Marzo, rappresentano ancora oggi un unicum tutto italiano, un complesso articolato di provvedimenti e sanzioni che conferiscono al Questore prima e all’autorità giudiziaria poi la possibilità di privare della libertà gli individui sulla base dei soli elementi difatto (non prove e neanche indizi, ma caratteristiche sintomatiche come felpe con cappuccio e sciarpe), comminate a prescindere dalla commissione di reati.

Anche in questo caso saranno l’estetica o la provenienza ideologica a suggerire la c.d. pericolosità sociale, categoria tanto ampia e indeterminata da contenere ogni forma di diversità e opposizione sociale e consentire per questo discrezionalità e abusi.

La conversione definitiva dei decreti migranti e sicurezza urbana accompagnata dall’utilizzo massivo di misure di polizia rende palese la volontà politica di criminalizzare le crescenti istanze di giustizia sociale contribuendo non poco ad alimentare quel sentimento di impunità e strapotere che da sempre caratterizza l’azione degli organi di Polizia di questo paese.

Agenti ancora senza numero identificativo

Non è un caso che dalla legge di conversione del decreto Minniti sia stato espunto l’emendamento che avrebbe potuto introdurre il numero identificativo di reparto per le F.O. impegnate nell’ordine pubblico, né appare casuale la galvanizzazione di cui gli stessi agenti sembrano protagonisti da quando il ministro Minniti ha preso funzioni.

Si batte di nuovo col manganello sugli scudi, si inseguono manifestanti per le strade a forza di idranti, scompare pian piano la funzione di mediazione dei funzionari investigativi a tutto vantaggio delle c.d. cariche di alleggerimento dei reparti celere (ennesimo ossimoro a detrimento della corretta definizione dei comportamenti di Polizia dove ogni abuso equivale a un eccesso colposo e mai a una volontà preordinata e cosciente di infliggere lesioni).

Così, mentre alcune delle vittime delle violenze a Bolzaneto e alla Diaz patteggiano per sfinimento, mentre i familiari delle vittime di abusi in divisa lottano nei tribunali perché la verità venga fuori, mentre l’Europa commina ancora sanzioni per la mancata introduzione del reato di tortura, altri due provvedimenti legislativi aggiungono ostacoli al cammino da fare.

http://www.zic.it/opinioni-i-decreti-minniti-dilatano-larea-degli-abusi-in-divisa/

17 aprile 1975: l’omicidio di Tonino Micciché

17 aprile 1975, 19 di sera, quartiere operaio della periferia nord di Torino. Un gruppo di compagni e compagne del comitato di lotta

per la casa di Falchera sta sistemando la sua nuova sede appena liberata. Tra loro c’è Tonino Micciché, 25 anni, emigrato siciliano, ex operaio Fiat licenziato per motivi politici. Un uomo col soprabito si avvicina al gruppo. Cammina tranquillo. Quando si trova a un metro da Tonino estrae una calibro 7.65, di quelle in dotazione alle guardie giurate, e spara. Dritto in fronte: Tonino muore all’istante.
Emigrare al nord per trovare lavoro significa rinunciare alla propria terra, alla vicinanza degli affetti, alla casa. Perché i grandi industriali del Piemonte si sono scordati, nei loro piani di produzione, di pensare che quelle migliaia di operai che risalgono la penisola, abbiano anche bisogno di un tetto sotto il quale passare le poche ore che separano un turno dal successivo. Così nascono le speculazioni. Il centro storico è pieno di soffitte in cui i letti vengono condivisi da tre o più persone, “che quando arrivi per coricarti devi svegliare il compagno che ti liberi il posto“. La risposta della Fiat all’emergenza abitativa sarebbe quella di sistemare le maestranze in vecchi stabilimenti della cintura torinese isolati dallle città, che vengono pubblicizzati come “ fiore all’occhiello, con tutti i comfort, con attorno giardini verdi, dove i buoni operai [potrebbero] rigenerarsi dalle fatiche della catena di montaggio e liberare il corpo e lo spirito al contatto con la natura“. Addirittura Cgil, Cisl e Uil si oppongono a quelli che definiscono “villaggi di concentrazione”.
Le case popolari esistono, e formano veri e propri ghetti fuori dalle “mura” della Torino bene. Sono stati fatti costruire interi quartieri dormitorio alla periferia estrema della città, e a Falchera e Mirafiori lo IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) inizia ad edificare nuovi lotti per un totale di 20.000 abitanti. Le pratiche per l’assegnazione sono lente e sempre più famiglie si trovano strette nella morsa di affitti esorbitanti e alloggi fatiscenti.
Da queste premesse iniziano le occupazioni, che se nascono in modo molto spontaneo, non tardano a convergere in percorsi politici di appositi comitati di quartiere. A Falchera, quartiere costruito negli anni ’50 in barriera di milano, si assiste al fenomeno più ampio. Centinaia e centinaia di famiglie arrivano da tutta la città e si organizzano per occupare e amministrare le case non ancora assegnate. La risposta istituzionale non si fa attendere. Immediatamente lo IACP riprende a piena lena le assegnazioni degli alloggi, in modo da mettere assegnatari e occupanti gli uni contro gli altri. Dal canto loro i giornali iniziano subito a spendersi per dipingere il fenomeno come parte della tanto comoda “guerra tra poveri”.
Nel comitato di occupazione di Falchera, Tonino Micciché diventa presto una figura tra le più importanti: è lui che va a parlare con le istituzioni quando è necessario, ed è lui che spesso si prende la briga di assegnare gli alloggi alle nuove famiglie di occupanti. E’ lui che viene eletto dai suoi compagni “il sindaco di Falchera”. Il motivo del suo omicidio va ricercato nel clima di tensione che l’IACP ha tentato di creare tra occupanti e assegnatari. Nonostante la maggior parte degli assegnatari condivida con gli altri le esperienze di lotta e la militanza nei comitati, restano comunque alcuni, pochi, che dal loro status di “privilegati” vogliono trarre il massimo. Tra questi ultimi anche Paolo Fiocco, guardia giurata iscritta alla CISNAL, che si è preso un box auto in più oltre a quello già assegnatogli dall’Istituto. In quel box il comitato per la casa vorrebbe fare le sue riunioni, e non valendo a nulla le richieste di liberarlo fatte a Fiocco, decide di prenderselo quel 17 aprile 1975.

Not My Europe

casa originale dell’articolo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/not-my-europe-mobilitazione-roma-25-marzo/

Il 25 marzo i leader europei celebreranno a Roma il 60° anniversario dei Trattati di Roma con cui nel 1957 fu istituita la Comunità Economica Europea.

L’Europa che sarà festeggiata il 25 marzo è cosparsa di muri e fili spinati, condanna le organizzazioni umanitarie che osano salvare le vite dei migranti in mare, si appresta a rafforzare i controlli alle frontiere esterne anche grazie ad accordi disumani con i paesi terzi, condanna donne. uomini e bambini in fuga da guerre, persecuzioni e povertà a fare viaggi sempre più spesso mortali o le respingono verso la sofferenza che si sono lasciati alle spalle, lascia che sul suo territorio il vento della xenofobia e del razzismo spiri sempre più forte. Non è la nostra Europa.

Per questo il 25 marzo numerose associazioni lanceranno un messaggio forte ai capi di Stato e di Governo riuniti a Roma: il destino di migranti e rifugiati ci riguarda. La strage continua nel Mediterraneo deve finire, attraverso l’apertura immediata di canali di ingresso regolare e protetto. L’Europa che vogliamo è accogliente e solidale. Un’azione di protesta porterà il Mediterraneo nel cuore di Roma, sulle acque del Tevere.

“Not My Europe” dà appuntamento, quindi, a Roma, sabato 25 marzo, alle ore 15.30 sulle rive del Tevere, sotto il Ponte di Castel Sant’Angelo.

Clicca qui per l’evento Facebook

 

ORGANIZZAZIONI PROMOTRICI:

A Buon Diritto, Amnesty International – Italia, AMM – Archivio delle memorie migranti, Associazione Antigone, Arci nazionale, Baobab Experience, Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza – CNCA, Comitato 3 Ottobre, Giustizia per i nuovi “desaparecidos” del Mediterraneo, CRS – Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato, ENGIM internazionale, Figli delle chiancarelle, Gioventù federalista europea Gfe/Jef Italy, Intersos, Jugend Rettet e.V., K_Alma, Legambiente Onlus, Lunaria, MEDU – Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, R@inbow for Africa – R4A, Sea-Watch

Roma 1 marzo 1968 – La battaglia di Valle Giulia

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Guardando al 1968, il 1 Marzo rappresenta una tappa fondamentale, una data destinata a lasciare una traccia forte nell’immaginario collettivo ma anche ad avere conseguenze sugli sviluppi successivi degli eventi.
Con la battaglia di Valle Giulia il movimento studentesco, che nei mesi precedenti era stato un mormorio relegato al piano locale, si trasforma in un boato ed irrompe con forza sulla scena nazionale.Le voci delle precedenti occupazioni di facoltà, iniziate già nel ’67 a Pisa, Torino e Milano, erano infatti circolate perlopiù in ambito universitario, senza riuscire a portare all’attenzione dell’opinione pubblica le prime avvisaglie di agitazione.A Valle Giulia, zona di Roma alle pendici dei Parioli, si trova la facoltà di Architettura, che nei giorni precedenti al 1 Marzo è stata sede di svariate iniziative politiche, culminate nell’occupazione della facoltà.Il 29 Febbraio il rettore D’Avack richiede l’intervento della polizia per mettere fine all’occupazione: l’edificio viene brutalmente sgomberato e rimane presidiato dalle forze dell’ordine.La mattina successiva più di 4000 studenti si radunano in Piazza di Spagna e si dirigono verso la facoltà di Architettura, determinati a liberare l’edificio dall’assedio poliziesco.Il corteo giunge sul posto e comincia a fronteggiare i cordoni delle forze dell’ordine in un clima incandescente; l’evento scatenante non tarda ad arrivare: quando un gruppo di agenti prende in disparte uno studente e comincia a picchiarlo la rabbia del corteo esplode in una fitta sassaiola in direzione della polizia.
In breve lo scontro si estende a tutta l’area circostante, un gruppo di studenti riesce anche a sfondare i cordoni della polizia e a rientrare nella facoltà ma è costretto ad uscirne poco dopo sotto i colpi dei manganelli.
Gli studenti reggono a lungo l’urto delle cariche degli agenti: a fine giornata si contano 500 feriti tra i manifestanti e 150 tra le forze dell’ordine, i fermati sono più di 200, l’area circostante la facoltà ha un aspetto tale da far parlare di una vera e propria battaglia: diverse camionette ed auto incendiate, il suolo disseminato di sassi e lacrimogeni.
L’evento farà scorrere fiumi d’inchiostro: il giorno successivo la notizia rimbalza da un quotidiano all’altro, l’opinione pubblica si divide, tante interpretazioni e visioni ne vengono date.
Quel che è certo è che la battaglia di Valle Giulia rappresenta una svolta per il movimento studentesco e per un’intera generazione che abbandona con decisione la fase dell'”innocenza” e mette in campo il primo episodio di uno scontro inevitabile.
Nelle ore successive la battaglia lo slogan che circola orgogliosamente fra gli studenti, non più disposti a subire a capo chino la violenza della polizia, è: “Non siam scappati più!”.

Standing Rock – Sgomberato il campo di Oceti Sakowin

Mercoledì 22 febbraio, alle 2pm (ora locale) è stato sgomberato a Standing Rock il campo di Oceti Sakowin. L’ultimatum era stato dato 48 ore prima dallo United States Army Corps of Engineers e dal governatore del North Dakota Doug Burgum. Oceti Sakowin era il principale campo di resistenza delle comunità Sioux nei confronti del Dakota Access Pipeline, un grande oleodotto che dovrebbe servire a portare sotterraneamente il greggio dalla Bakken Formation – una zona al confine tra Montana e North Dakota, due stati degli Stati Uniti che confinano con il Canada – fino all’Illinois, attraversando South Dakota e Iowa.

L’opera, fermata da Obama al termine del suo mandato e sbloccata da Trump nei primi giorni del suo operato presidenziale, rischia di devastare completamente la riserva indiana di Standing Rock, un’area tra le più ricche di acqua e biodiversità dell’intero continente americano. Per questa ragione i Sioux che si oppongono all’oleodotto sono chiamati anche Water Protectors.

Nei giorni scorsi, per vie di condizioni climatiche molto problematiche, diverse persone avevano già lasciato il campo, per andare a presidiare altri luoghi vicini alla zona dove dovrebbe passare l’oleodotto. Fonti indipendenti parlano di circa un centinaio di persone che ieri erano ancora stanziate ad Oceti Sakowin .

Nell’abbandonare l’accampamento alcuni attivisti hanno dato fuoco ai teepee e alle baracche in segno di protesta, mentre una decina di persone sono state fermate dalla polizia. Tra queste è stato arrestato brutalmente il mediattivista Eric Poemz, semplicemente per aver fatto alcune riprese video.

Lo sgombero di Oceti Sakowin, dopo sei mesi di occupazione e resistenza, non ferma la lotta dei Sioux. Decine di campi di resistenza si stanno formando in tutta Standing Rock ed altre iniziative di lotta sono previste nelle prossime settimane. Attorno ai Water Protectors si è stretta una rete solidale che diventa sempre più numerosa, pronta a dar battaglia contro l’arroganza di Trump e di Burgum.

UPDATE. Giovedì 24 febbraio prosegue lo sgombero di Oceti Sakowin Camp. In azione mezzi blindati, swat, esercito e polizia in tenuta antisommossa. Segui la diretta su Unicorn Riot

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