24 novembre 1948 – Bondeno (Ferrara)

Nel corso di una manifestazione per richiedere la gestione diretta del collocamento al lavoro, le forze di polizia aprono il fuoco uccidendo il contadino Fernando Ercolei e ferendone altri 10.

24 Novembre 1971: guerriglia a Milano tra polizia e studenti

Il corteo, composto da circa 3000 studenti, cerca di dirigersi verso il Provveditorato degli studi ma viene bloccato da un ingente schieramento di forze dell’ordine, che hanno ricevuto ordine di impedire lo svolgersi della manifestazione; in breve si arriva allo scontro e la zona attorno a piazza del Duomo e alla Statale viene paralizzata da quattro ore di guerriglia.

I giovani che animano gli scontri hanno ancora vivo il ricordo di Saverio Saltarelli, lo studente ucciso un anno prima da un candelotto lacrimogeno durante la battaglia di via Larga e, agli inviti della questura a sciogliere il corteo in quanto non autorizzato, rispondono con una fitta sassaiola contro i blindati e le forze dell’ordine che continuano ad affluire per contrastare la crescente determinazione degli studenti.

In tarda mattinata il corteo riesce a sfondare i cordoni della polizia e a raggiungere la Statale, dove si sta tenendo un’assemblea del Movimento Studentesco; qui la battaglia si intensifica quando centinaia di poliziotti e carabinieri in assetto da guerra riescono ad irrompere nel cortile della facoltà ma si trovano di fronte migliaia di studenti medi ed universitari che cercano di respingerli con lanci di oggetti e scontri corpo a corpo.

L’aria è irrespirabile per le centinaia di lacrimogeni sparati e rilanciati verso gli agenti e le forze dell’ordine riescono a sgomberare l’edificio solo nel pomeriggio.

A fine giornata il bilancio è di sessanta agenti feriti e quasi 400 studenti fermati e portati in questura; dopo gli interrogatori 11 di questi, di cui 5 minorenni, vengono arrestati per resistenza ed oltraggio, molti altri i denunciati a piede libero.

Nel frattempo gli studenti, usciti dalla Statale, si muovono nuovamente in corteo ed occupano il rettorato, rilanciando su una nuova data di mobilitazione per il 30 Novembre.

“Cremona 2015 non è ancora finita”: su devastazione e saccheggio e l’uso strumentale del reato

Un approfondimento sull’articolo 419 del codice penale, quello conosciuto come il reato di “devastazione e saccheggio”.

Lo ha fatto Matteo con una lettera (vedi sotto), compagno leccese che venne arrestato per la grande giornata antifascista a Cremona del gennaio 2015, indetta dopo un agguato fascista che portò Emilio, un attivista del centro sociale Dordoni, in coma.

Una vicenda processuale che coinvolge lui come molti altri attivisti e manifestanti, colpiti da “devastazione e saccheggio” attraverso l’uso strumentale del reato stesso. Con la lettera e l’appello di Matteo torniamo a parlare di questo tema per non dimenticare questa vicenda, per ricordare lo stato del processo e quella giornata di lotta, anche attraverso il fondo comune che è stato aperto per sostenere le realtà che si oppongono a questo reato.

L’intervista a Matteo, compagno leccese accusato di “devastazione e saccheggio”. Ascolta o Scarica.

Di seguito la lettera.

Ciao a tutte e tutti,

sono Matteo, uno degli arrestati per la grande giornata antifascista del 24 gennaio 2015 a Cremona. Il 10 dicembre nel Palazzaccio di Giustizia di Brescia, ancora una volta, si terrà una triste e grigia udienza, presieduta da altrettanti tristi e grigi togati, che determinerà il mio prossimo futuro: come scontare, cioè, la pena divenuta oramai definitiva ad anni 3 e mesi 8 per il reato numero 419 del codice penale – alias l’ignobile devastazione e saccheggio.

A più di quattro anni da quel 24 gennaio, Cremona 2015 ancora non è finita.

In tantissimx di sicuro ricorderete i giorni di rancore, frustrazione e dispiacere che precedettero quella dirompente manifestazione e le notizie che giungevano dalla città dei violini, nella quale un compagno era stato massacrato durante un vile agguato fascista.

Quella volta il limite si era ampiamente superato, Emilio lottava fra la vita e la morte.

Ricorderete come in quella giornata, in migliaia, generosamente e coraggiosamente, decisero in prima persona e con i propri corpi di riempire le strade della città e di rispondere con determinazione alla vile aggressione operata da Casapound.

Arrivammo a Cremona per ribadire con fermezza che episodi di quel tipo non fossero più tollerabili e che fosse necessario, e sempre più urgente, opporsi con tenacia alla presenza di sedi fasciste, a Cremona ed altrove.

E quel meraviglioso sabato lo dimostrò ampiamente.

Il freddo pungente, l’odore acre dei lacrimogeni, l’assetto da guerra che ci accolse, non fermarono un corteo numeroso e determinato, che cercò in tutti i modi di raggiungere la sede cittadina dei seminatori di odio.

Attraversammo le strade della città, carichi di ira e di apprensione nel sapere un compagno quasi in fin di vita per mano dei camerati del terzo millennio e di quelle istituzioni che ancora una volta si erano distinte per la loro ambiguità e il loro atteggiamento da Giano Bifronte; da un lato, con la solita disgustosa retorica politichese, condannavano fermamente l’inaccettabile episodio di violenza, dall’altro, nel tempo e in passato, molto, troppo, avevano fatto per contribuire allo sdoganamento e alla legittimazione nei territori di Casapound e di altri rigurgiti nostalgici.

Era davvero troppo tardi per rimanere calmi.

Il fiume in piena quel pomeriggio dilagò rompendo qualsiasi tipo di argine.

La volontà giudiziaria riguardo i fatti di Cremona, fu quella di fare in fretta, di concludere quanto prima. Il ricorso ad una tipologia di reato come quella dell’art.419 – che evoca scenari apocalittici di manzoniana memoria, propri di una guerra civile – e le conseguenti condanne, evidenziarono una totale complicità dello stato nell’avallare istanze neofasciste e xenofobe.

Ciò si rese ancor più evidente nel corso delle molteplici udienze, nei vari gradi di giudizio, incentrate sul tentativo di equiparare un’aggressione di matrice politica ben precisa ad una rissa e ad uno scontro tra bande. In tali sedi, inoltre, si è sostenuto, più e più volte, che fascismo ed antifascismo sono categorie storiche ampiamente superate, alla faccia di chi, proprio da chi si definisce fascista, era stato ridotto in fin di vita.

Come spesso accade in questi casi, si “colpì nel mucchio”, riesumando quel “reato dormiente” – almeno sino alla fine degli anni ’90 – di Devastazione e saccheggio, ereditato dal fascistissimo Codice Rocco del 1930 e mai riformato, già utilizzato per i fatti di Genova 2001, Milano 2006, Roma 2011, (successivamente anche a Milano in occasione di Expo 2015).

L’articolo 419 c.p. prevede pene detentive che vanno dagli 8 ai 15 anni e mira a colpire individui e movimenti nella loro fase aggregativa, in contesti di mobilitazione di piazza. Si tratta di un capo d’accusa utilizzato, ancora una volta, come efficace strumento di contrasto della conflittualità sociale poiché mira a dispensare condanne pesantissime e a ‘devastare’ movimenti o grandi giornate di opposizione diretta.

Nella fattispecie cremonese, la tesi accusatoria affondò i suoi presupposti non concentrandosi sui “gravi comportamenti delittuosi e i molteplici danni” che scaturirono dalla rivolta antifascista, bensì affermando e sottolineando il fatto che la quiete, la pace e la ‘stasi sociale’ era stata turbata e messa in pericolo, individuando essa stessa, quindi, come condizione “normale” ed imprescindibile della società, da preservare con il massimo impegno e rigore.

La volontà, dunque espressa quel sabato, di ribadire con determinazione e fermezza che agguati nostalgici avallati da ambigui comportamenti istituzionali non erano più accettabili e tollerabili, si scontrò con l’inammissibile interruzione della “normalità”, della “pace sociale” e del “decoro urbano” della piccola provincia lombarda.

Senza dilungarmi troppo su come la terminologia che costituisce questo tipo di reato da un punto di vista semantico sia stata totalmente avulsa, storpiata e distorta dal potere costituito e dall’apparato giudiziario (cosa si intende per devastazione? cosa si intende per saccheggio? la precarietà di futuro e di vita a cui ci costringono può essere definita normale mentre il danneggiamento di 3 istituti bancari devastazione?!?!).

Credo sia bensì necessario cercare quanto prima di riflettere, discutere e confrontarci per tutelarci e difenderci da questo tipo di dispositivo giudiziario, oramai ampiamente sdoganato.

Di frequente – a partire dall’uso strumentale ed improprio di tale reato per le contestazioni di Genova 2001- le giornate di grande mobilitazione che hanno visto la partecipazione di numerosissimx compagnx e che sono sfociate in dure e dirette pratiche di opposizione, hanno subìto questo tipo di repressione e la conseguente mannaia della sovra-determinazione giuridica.

La peculiare caratteristica del reato e le sue pene così elevate, sembrano particolarmente adatte a colpire situazioni di conflittualità di piazza molto diverse tra loro e spesso si è rivelato quanto mai difficile e complicato costruire percorsi di vicinanza e solidarietà ampi e duraturi nei confronti degli imputati e delle imputate.

I lunghi tempi processuali, le possibili gravità delle condanne, l’etichettamento diffamatorio da parte di organi statali e dell’opinione pubblica, le varie e variegate scelte processuali nell’affrontare processi in cui spesso sono solo e soltanto i giudici a decidere se una particolare situazione corrisponda o no alla fattispecie dell’articolo, seguendo criteri fumosi e alquanto contraddittori, hanno contribuito ad un disgregamento di percorsi solidali e di lotta orientati a contrastare tale dispositivo.

Non ho risposte e quantomeno risoluzioni adatte.

Qualche anno fa, quando correvano simultaneamente nelle procure di Roma, Milano e Cremona tre accuse di devastazione, si cercò insieme a tanti compagni e tante compagne generosx, fra cui l’infaticabile e inarrestabile Peppino, di mettere insieme e di far partire un percorso legato strettamente al reato di devastazione e saccheggio.

Credo sia necessario riprendere questo percorso.

Io, insieme a tantx compagnx e solidalx abbiamo una grande voglia di metterci in gioco e capire come e con quali mezzi si possa smontare tale reato, sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista giudiziario/processuale, magari anche partendo dalla mia esperienza.

Intanto, abbiamo deciso assieme all’Associazione Bianca Guidetti Serra – che da anni si occupa di fornire sostegno legale e di affrontare tematiche come il carcere e la repressione dei movimenti sociali– di creare un fondo comune per sostenere le realtà che si oppongono a questo reato.

Vi abbraccio forte e ringrazio chiunque stia spendendo ogni singola energia in vista della prossima tappa giudiziaria.

Matteo

Info: articolo419lecce@libero.it

da Radio Onda d’Urto

Luca Fanesi ridotto in fin di vita dalle manganellate della polizia. Il Gip archivia

Il Gip del Tribunale di Vicenza ha accolto la richiesta di archiviazione formulata dai pubblici ministeri titolari dell’inchiesta sul ferimento del tifoso della Sambenedettese Luca Fanesi avvenuto il 5 novembre 2017 fuori dallo stadio Menti di Vicenza alla fine della partita Vicenza – Samb. Il giudice per le indagini preliminari ha rigettato le richieste avanzate con atto di opposizione dall’avvocato Fabio Anselmo.

Luca Fanesi, 45 anni, è un tifoso della Sambenedettese – squadra di calcio di serie C – finito in coma il 5 novembre del 2017 al termine della partita Vicenza – Samb, quando tra le due tifoserie rivali si verificarono dei disordini sedati da un intervento della polizia. Luca non prese parte a quei tafferugli ma venne gravemente ferito alla testa e – soccorso – ai medici dell’ambulanza raccontò di essere stato manganellato dagli uomini delle forze dell’ordine in assetto antisommossa. Poi finì in coma per un mese. Quei colpi avrebbero causato al 45enne la “frattura a decorso longitudinale della mastoide di destra, una frattura peritura lamboidea di destra estesa alla squama dell’occipitale, una frattura della squama del temporale di destra e una frattura delle ali dello sfenoide di destra e della parete laterale destra del seno sferoidale”. Nel referto medico inoltre si faceva riferimento a un ematoma dello spessore di 11 millimetri nella parete occipitale destra e di “focolai contusivo-emorragici in sede fronto-vasale”. La Questura vicentina affermò che Fanesi era caduto accidentalmente urtando la testa su un cancello, circostanza smentita da alcuni testimoni che riferirono di aver visto degli agenti sferrare delle manganellate.

I familiari di Luca Fanesi: “Vogliamo giustizia”

Per questo la decisione del GIP di archiviare il caso suona ai familiari di Luca Fanesi come una beffa. Max, suo fratello, ha commentato la decisione del giudice: “Il decreto di archiviazione contiene tanti e tali errori nella ricostruzione dei fatti e degli atti che non ci consente in alcun modo di mettere la parola fine a quanto successo a Gianluca. Le testimonianze di alcuni tifosi vengono travisate dal Gip per affermare che Gianluca non è stato colpito dagli agenti, quando invece i testimoni hanno semplicemente detto che dalla loro posizione non hanno visto o non potevano vedere. E’cosa ben diversa dall’affermare che molti testi ‘hanno visto’ che non è stato colpito”.

“Il Gip – continua Fanesi – sbaglia anche nel leggere le stesse relazioni della Digos: troppe volte il Gip afferma che determinati testi non sono nemmeno stati individuati sul posto tramite i filmati e sarebbero quindi inattendibili, mentre invece le stesse indagini della Digos li hanno individuati e collocati proprio dove i testi avevano detto di trovarsi. Sbaglia anche e grossolanamente purtroppo quando afferma che noi avremmo individuato Gianluca nel soggetto che nel video avrebbe le mani alzate: nel nostro atto di opposizione abbiamo scritto proprio il contrario, dando anche un nome a questa persona. Peraltro negli stessi termini della Digos che ha compiuto le indagini.
A tacere del fatto che dalle indagini era emerso che Gianluca aveva detto ai sanitari di aver ricevuto una manganellata,circostanza estremamente rilevante che si è scelto di non approfondire senza dare alcuna giustificazione”.

Max Fanesi contesta inoltre il fatto che il giudice non abbia disposto alcun accertamento medico e non si sia “confrontato nemmeno con le immagini del volto di Gianluca riprese dai filmati che testimoniano tumefazioni al volto, oltre che la ferita alla testa. È un provvedimento del tutto inidoneo a rendere giustizia di quanto è successo e precorreremo tutte le strade nazionali ed europee affinché a quanto accaduto a mio fratello sia restituita verità e giustizia”. A difendere Luca fanesi è Fabio Anselmo, legale che ha seguito anche il caso di Stefano Cucchi.

Davide Falcioni

da Fanpage

Cariche della polizia al comizio di Salvini, attivista minacciata: “T’infilo il manganello nell’ano”

La denuncia shock di una manifestante di un collettivo di sinistra, che ieri ha partecipato alla contestazione contro Salvini: “Sono stata presa e trascinata fuori dalla folla, mi hanno preso e buttata a terra, presa a manganellate e trascinata lontano dalle telecamere per il collo fino quasi a non avere più respiro”.
Circa duemila manifestanti si sono dati appuntamento in Piazza della Repubblica a Firenze, poco lontano Piazza Strozzi, dove si è svolto poi il comizio del vicepremier leghista Matteo Salvini, a sostegno del candidato sindaco di centrodestra Ubaldo Bocci. Intorno alle 20:20 un centinaio di persone aderenti a diversi collettivi, tra cui Iam (Iniziativa antagonista metropolitana), Cua (Collettivo universitario autonomo), Cas (Collettivo antagonista studentesco) e Collettivo femministe Spine nel fianco hanno tentato di forzare il cordone a Piazza Strozzi e sono stati a più riprese respinti dagli agenti di polizia. Dopo le due cariche di alleggerimento iniziali la polizia è intervenuta di nuovo per respingere un tentativo di sfondamento. Gli scontri hanno provocato diversi feriti, come hanno denunciato in un post su Facebook il sito web ‘Firenze dal basso’, che ha pubblicato le foto di una giovane attivista che mostra segni evidenti di lividi in diverse parti del corpo. La ragazza è stata letteralmente assalita dagli agenti e ha riferito di aver subito pesanti offese verbali, con minacce e percosse.
Questa la sua testimonianza:



Ieri 19 Maggio durante una carica di “alleggerimento” delle forze dell’ordine di Matteo Salvini sono stata presa e trascinata fuori dalla folla, dietro ai giornalisti, 3 agenti ( a cui se ne sono aggiunti 2 successivamente) mi hanno preso e buttata a terra, presa a manganellate e trascinata lontano dalle telecamere per il collo fino quasi a non avere più respiro,messa a terra , minacciata di infilarmi “il manganello nell’ano se non stavo ferma Immobilizzata, identificata , sono stata rilasciata perché “il pezzo grosso” ha dichiarato che non avevo fatto niente e che stavano esagerando. Umiliata, con i vestiti a brandelli sono stata rilanciata nella folla senza nessun rispetto. Quello che è successo ieri fa male al cuore , alla speranza , alla voglia di esserci , di manifestare i propri pensieri e il proprio dissenso dal disastro che si sta creando. Non dimenticherò mai lo sguardo dell’agente che mi ha assalito. Il suo sorriso, la sua soddisfazione nell’esercitare un potere forte ,mero, privo di animo , su esseri umani che lottano ogni giorno per un mondo diverso mi ha sconvolto e addolorato più di ogni altra cosa . L’umanità perduta , il sopruso sessuale su una donna ,il calpestare la dignità altrui.
Se questo è un uomo.

Napoli 16 maggio 1975: la polizia uccide il pensionato Gennaro Constantino

La polizia carica i disoccupati organizzati che hanno occupato gli uffici anagrafici del Comune, a piazza Dante. La celere invade e sgombera gli uffici entrando dalla sacrestia della chiesa attigua all’edificio. Gli scontri dilagano in piazza.

Le cariche estremamente violente coinvolgono non solo i dimostranti ma i tanti cittadini presenti  in una delle piazze più frequentate del centro storico, provocando 34  feriti e un  morto, Gennaro Costantino, un pensionato militante del Pci, travolto da un jeepone della celere che fa lo slalom sui marciapiedi.

La polizia sostiene che il mezzo era privo di conducente, sbalzato dal posto di guida in seguito a sbandamento.

Numerosi sono gli arrestati fra i dimostranti, che si sono difesi con sassaiole, impegnando la polizia in scontri duri. L’episodio rappresenta un salto di qualità nel movimento di lotta dei disoccupati organizzati che si è cominciato a sviluppare a partire dalle lotte dei cantieristi dopo il colera dell’estate del 1973.

Francia – Rivolta incendiaria nel centro di detenzione di Saint-Jacques-de-la-Lande a Rennes durante l’espulsione di un migrante

La notte tra giovedì 9 e venerdì 10 maggio, verso le 3:00 del mattino, i poliziotti sono entrati negli edifici del centro di detenzione amministrativa (CRA) di Saint-Jacques-de-la-Lande (Ille-et-Vilaine), vicino Rennes, dove i migranti in attesa di espulsione vengono imprigionati.  Nel bel mezzo della notte, il loro sporco lavoro consisteva nel deportare forzatamente una persona priva di documenti, colpita dall’obbligo di lasciare il territorio francese, mettendola su un aereo.  Anche se l’uomo alla fine è stato rimandato “nel suo paese” (sic), questa espulsione non è passata stavolta sotto silenzio… perché altri reclusi hanno voluto darne notizia nel più bello di modi…

“Circa dieci migranti hanno preso materassi e biancheria da due edifici.  Hanno acceso il fuoco con la carta igienica.  Alcuni rivoltosi sono riusciti a salire sul tetto di uno degli edifici per esprimere la loro rabbia.”
Gli agenti di polizia, di guardia al CRA, sono riusciti a spegnere gli incendi con estintori prima che i pompieri intervenissero. Tuttavia, entrambi i locali sono stati seriamente danneggiati dal fumo causato dagli incendi dei materassi.  Sono stati chiusi e sono attualmente inutilizzabili. Rinforzi della polizia sono stati inviati al CRA per “controllare i rivoltosi che non volevano scendere dal tetto”.  Altri sono stati mobilitati per trasferire alcuni dei detenuti ad altri CRA.

La capacità di confinamento del CRA è ora 25 persone invece delle solite 40.  Questo venerdì sera risultano reclusx 32 uomini e due donne a Saint-Jacques. Tre persone sono state trasferite nella prigione per migranti di Oissel, vicino a Rouen (Senna Marittima).  Altri due, originari del Sudan, sono stati rimessi in libertà. È stata avviata un’indagine per identificare i rivoltosi, cosa che sarà senza dubbio facilitata dalle telecamere di videosorveglianza in servizio in questa prigione che non è definita tale.

Ricordiamo che alcuni mesi fa, il periodo di reclusione previsto per legge nei CRA è stato aumentato da 45 a 90 giorni, da quando cioè è stata approvata la nuova legge sull’asilo e l’immigrazione.

Solidarietà con i migranti in rivolta!

Passeggiate primaverili

Se escludiamo l’aver reinventato creativamente la forma corteo tramutandola in una passeggiata primaverile sui marciapiedi della stazione Termini e aver fatto respirare un po’ di aria fresca – al posto della quotidiana puzza delle caserme – ad un consistente numero di caschi blu anche ieri, l’impresa dei febbricitanti camerati di forza nuova non sarebbe stata degna nemmeno di un trafiletto sulla colonna destra di Repubblica online.

La solita sparata buona solo a mostrare le proprie misere, sempre più misere forze e a concedere qualche foto a Roberto Fiore, volto sempre in cerca di un primo piano a passo di marcia. Vero è che, anche nel caso in cui la minaccia in camicia nera si fosse mostrata in modo leggermente più concreto, la piazza non l’avrebbero vista neanche col cannocchiale, data l’ampia risposta studentesca e la decisa presenza della Roma antifascista che già dalle giornate di Casalbruciato ha dato prova di efficienza.
Una partecipazione larga e decisamente sentita – una ventata di aria fresca per un’università politicamente asfittica – ma tuttavia non priva di ipocriti entusiasmi: vedere comunque i soliti sinceri democratici avanzare in processione per esaltare Mimmo Lucano non può che lasciare perplessi. Visioni e punti di vista come quelli propri di una certa sinistra diritto umanista che non possono fare a meno di ridurre una delle più grandi sfide che vediamo vivere nelle nostre metropoli a semplice questione umanitaria o assistenzialista non possono di certo convivere con una pratica militante che riporti al centro del discorso politico la presenza e l’organicità alle periferie. Il momentaneo affiatamento che ha visto l’unione tra i capoccia dell’Accademia e masse studentesche, la variopinta dimensione dell’associazionismo e la presenza filo Pd o subito a sinistra (ma non troppo, non sia mai) di questo non può che ricordarci quanto lontana sia una proposta conflittuale e quanto vicine siano le elezioni.

http://www.militant-blog.org/?p=15720

Salvini annuncia il Decreto Sicurezza bis: ulteriore stretta su migranti e manifestazioni

Il 10 maggio il Ministro degli Interni Salvini ha rilasciato la futura bozza del secondo Decreto Sicurezza. Il Decreto-legge prevede un ulteriore inasprimento delle misure di sicurezza costiera e di gestione dell’ordine pubblico, colpendo con pene pecuniarie chi presta aiuto e salva i migranti in mare e aumentando le pene detentive connesse a fatti avvenuti durante le manifestazioni.

La bozza si suddivide in tre parti, la prima inerente l’immigrazione, la seconda l’ordine pubblico e la terza la risoluzione degli arretrati amministrativi nell’esecuzione delle condanne penali definitive.

Per quanto riguarda la questione sbarchi, verranno colpite direttamente le persone, organizzazioni e semplici imbarcazioni che presteranno aiuto ai barconi con migranti presenti nel Mediterraneo. Questo viene fatto attraverso la formulazione di una pena pecuniaria, che può variare tra i 3500 e 5500 euro per ogni migrante aiutato, e di sequestro dell’imbarcazione medesima fino ad 1 anno con revoca di licenza di navigazione. Tutto questo può avvenire nel caso le navi non rispettino il diritto di navigazione internazionale, ovvero non lascino le persone salvate nel porto sicuro più vicino al punto di navigazione. Per le autorità porti sicuri sono considerati anche quelli libici, a dispetto delle condizioni disumane con coi sono trattati i migranti nei centri di detenzione del paese nordafricano e della situazione stessa del territorio, ormai in guerra civile dal 2011. Obiettivo del decreto è dunque quello di obbligare le navi che prestano soccorso a riportare le persone in Libia, eliminando così gli sbarchi sulla penisola.

Ulteriore modifica è l’allargamento dei poteri del Ministro dell’Interno che potrà limitare, per motivi di ordine pubblico, la navigazione e il transito di qualsiasi imbarcazione all’interno delle acque territoriali nazionali. Questo articolo prevede quindi una limitazione dei poteri del Ministero dei Trasporti e da a Salvini il controllo pressoché totale delle frontiere.

Un ultimo articolo, inerente la questione immigrazione, sostiene lo stanziamento di un milione di euro annui fino al 2021 per le operazioni sotto copertura delle forze dell’ordine con l’obiettivo di individuare i migranti e i soggetti che li aiutano. Il tutto attraverso il coordinamento con le forze di polizia libiche e l’intervento diretto su tale territorio.

La parte che riguarda la gestione dell’ordine pubblico prevede un inasprimento delle pene per reati avvenuti nell’ambito di manifestazioni. In particolare si sostiene la reclusione fino ad un anno nel caso di: manifestazioni non preavvisate o autorizzate e nel caso di atti di danneggiamento o ascrivibili al reato di devastazione e saccheggio. Si punisce inoltre con pena fino ai due anni l’uso di caschi nell’ambito di manifestazioni e con pena da 1 a 3 anni l’uso di scudi o oggetti di protezione passiva per proteggersi dalle cariche degli agenti di polizia; punito inoltre l’uso di qualsiasi oggetto pirotecnico, per es. i fumogeni, con pene da 1 a 4 anni di reclusione. Infine viene aumentata la pena massima per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale da 3 a 4 anni.

Il decreto-legge si sofferma poi sugli stanziamenti per l’ordine pubblico per le Universiadi a Napoli nel 2019, autorizzando quindi la spesa di 1 milione e 200 mila euro, e infine proroga l’abrogazione dell’art. 57, che sostiene la responsabilità penale del direttore di un mezzo di stampa per quanto pubblicato dal suo periodico, al 1 gennaio 2020 al posto che il 18 maggio 2019. Un ultimo stanziamento di fondi di 25 milioni e 660 mila euro è formulato poi per la costituzione di un commissario straordinario, con relativi 800 dipendenti, per l’esecuzione dei provvedimenti di condanna penale definitivi.

Il decreto è ad oggi solo una bozza e deve essere ancora vagliato dal Consiglio dei Ministri. Se dovesse essere approvato così come formulato finora, rappresenterebbe un ulteriore stretta sulla libertà di movimento, di manifestazione e di espressione del dissenso, già profondamente colpite con il Decreto Sicurezza approvato dal Parlamento il 27 novembre 2018.

A La Sapienza non si passa

Doveva esserci un comizio di Forza Nuova a Piazzale Aldo Moro, è finita con migliaia di persone che lo hanno impedito prendendosi la piazza nonostante le intimidazioni della polizia.

Qualche decina di militanti fascisti si sono fatti una passeggiata scortati dalla camionette, sommersi dagli insulti dei passanti e abitanti della zona. L’università non l’hanno neanche vista da lontano, non un gran risultato per chi si professa “salvatore della patria”.

L’intransigenza e la determinazione delle migliaia di giovani, docenti, ricercatori che si sono mosse in corteo dall’interno della città universitaria fino a strappare Aldo Moro è stato l’elemento, non scontato e decisivo della giornata. Mimmo Lucano arrivando ad Aldo Moro ha preso parola davanti alle migliaia di giovani ed è stato poi accompagnato alla conferenza che ha visto una grandissima partecipazione.

Tra i fatti del Salone del Libro e quelli della Sapienza è stato messo un punto. Dove ci sono i fascisti non può esserci libertà di opinione. La Sapienza non è stata difesa dall’amministrazione universitaria, non dalle istituzioni democratiche, ma dal protagonismo e dall’attivazione degli studenti, dei ricercatori, dei docenti che fin da subito ci hanno messo la faccia e hanno reagito con decisione alla chiamata di Forza Nuova. La Sapienza è antifascista non per un caso fortuito ma grazie all’impegno quotidiano di chi in questi anni ha sempre messo in campo tutto il necessario per cacciare i fascisti. Oggi è stata segnata un’altra pagina di antifascismo importante

Di questo va preso atto e da questo bisogna ripartire.

Il Rettore Gaudio si è nascosto dietro frasi di circostanza, appellandosi a vaghi problemi di ordine pubblico. Un atteggiamento inaccettabile che è stato contestato lungo tutta la durata della giornata. Il tentativo del rettore di farsi bello davanti alle telecamere serve a poco, in questi giorni si è preso la responsabilità di essere indifferente rispetto a quello che stava accadendo.

D’altra parte l’operato delle forze dell’ordine è stato ancora una volta intimidatorio. Dalla militarizzazione della città universitaria chiudendo gli accessi di quasi tutti i cancelli, alle camionette e reparti schierati contro gli studenti. La rapida passeggiata concessa e coccolata dalla Questura è stata fermata dal presidio che si è spostato immediatamente in direzione dei fascisti. In fondo il Ministro Salvini aveva già dichiarato di voler garantire la libertà di espressione ai fascisti. Il dispositivo securitario posto contro gli studenti è stato completamente disinnescato. La grande partecipazione ha ridicolizzato il divieto di piazzale Aldo Moro annunciato al concentramento della minerva dalla polizia.
In migliaia hanno detto chiaramente che non ci sono divieti per chi l’università la vive.

Il convegno con Mimmo Lucano si è tenuto con una partecipazione straordinaria.

Di questa giornata ci teniamo stretti l’entusiasmo, l’energia e la forza che sono state messe in campo da tutte e tutti noi.

Avevamo promesso che Forza Nuova non sarebbe entrata nella città universitaria e che non sarebbe neanche arrivata ad Aldo Moro, e cosi è stato.

Sapienza Clandestina