Arrestato un giovane immigrato a Torino. Testimoni accusano: “Picchiato dalla polizia”

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Per la seconda volta in una settimana la polizia di Torino è accusata di aver usato metodi violenti nei confronti di un giovane ormai inoffensivo durante un fermo. Un video, girato da un passante, mostra un uomo ammanettato circondato dal sangue.

Una pozza di sangue in mezzo alle bancarelle del mercato di Porta Palazzo, a Torino. Un agente di polizia intento ad ammanettare un ragazzo di colore, mentre un suo collega è al telefono con il 118 e chiede l’intervento di un’ambulanza. Sono le scene, piuttosto dure, di un fermo avvenuto intorno alle 13 di oggi a Torino: immagini diffuse dal collettivo di informazione Sistema Torino che documentano l’arresto di un giovane immigrato tra i banchi del mercato di Porta Palazzo. Dal video, che nel giro di poche ore è stato condiviso centinaia di volte, non è possibile definire con certezza la dinamica di quanto è successo: fonti interpellate da Fanpage.it tuttavia riferiscono di metodi violenti da parte dei poliziotti che, dopo aver inseguito e immobilizzato il ragazzo – probabilmente un minorenne di nazionalità senegalese – l’avrebbero colpito con delle manganellate – malgrado fosse ormai inoffensivo – procurandogli profonde ferite e una copiosa perdita di sangue. Sangue che poi sarebbe stato coperto con dei cartoni, nel tentativo di occultarne la presenza agli occhi dei tanti presenti. Il condizionale è d’obbligo, anche perché le stesse fonti riferiscono che il giovane sarebbe comunque caduto a terra prima di venire ammanettato. Non è da escludere, quindi, che possa essersi ferito accidentalmente al capo.
Il caso di Maya: “Sono stata picchiata dalla polizia in commissariato”

E’ la seconda volta in una settimana che la polizia di Torino viene posta sotto accusa per presunti metodi violenti. Sabato, infatti, l’attivista 19enne Maya – impegnata nel Movimento No Tav e nelle vertenze contro gli sfratti – ha raccontato in un video diffuso dal Centro Sociale Askatasuna di essere stata oggetto di violenze da parte di un agente di polizia durante l’identificazione nel commissariato di corso Tirreno:

La testimonianza di Maya, 19enne No Tav: “Sono stata picchiata dalla polizia

“Sono stata fermata a Torino da due agenti di polizia che stavo guardando mentre perquisivano due ragazzi: mi hanno chiesto i documenti, poi hanno chiamato i rinforzi. A un certo punto mi sono ritrovata circondata da otto agenti. Uno di loro, dopo aver preso i miei documenti, mi ha detto che non sarei tornata a casa ma ce avrei trascorso la notte al carcere Le Vallette”, ha raccontato la giovane. Una volta in commissariato “sono stata spinta contro una sedia. Mi è stato detto di stare zitta, poi lo stesso agente che mi aveva prelevato i documenti a Piazza Vittorio mi ha sferrato un pugno ripetendomi che sarei dovuta rimanere in silenzio. Il mio occhio nero è la conseguenza di quel pugno”, ha raccontato Maya, che ha deciso di denunciare alla magistratura i presunti abusi subiti e mostrato sui social network il referto medico del pronto soccorso e la prognosi di sei giorni.

Davide Falcioni

da fanpage

Il commento di Gianluca di Infoaut a Radio Onda d’Urto
Ascolta o scarica l’intervista

Pestaggi in caserma: arrestati 4 carabinieri

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Pestaggi in caserma, quattro carabinieri arrestati in provincia di Massa Carrara, coinvolti altri cinque servitori della patria.

«Quasi una normalità l’illegalità e l’abuso». Abuso in divisa. Carabinieri. Il virgolettato è del procuratore di Massa Carrara Aldo Giubilaro in a proposito delle condotte dei nove carabinieri in servizio alla caserma di Aulla e in quella di Albiano Magra, coinvolti in un inchiesta su presunte irregolarità. Indagine che ha portato oggi all’arresto di 4 militari, al divieto di dimora per altri 4 e alla sospensione del servizio di un nono indagato appartenente sempre all’Arma. Giubilaro non entra nello specifico dei reati contestati – tra cui risulterebbero il falso riguardo a verbali e lesioni personali – limitandosi a spiegare che si tratta di «varie e molteplici cose» e spiegando che ciò che colpisce oltre alla «gravità dei fatti è la loro diffusività e normalità», con condotte irregolari verso chi era sottoposto a controlli, persone sia italiane che straniere, e anche «strumentalizzazioni a fini privati». L’inchiesta, condotta dal pm Alessia Iacopini, è partita sette mesi fa, dopo la denuncia di un italiano. Da lì sarebbero emersi altri episodi, con indagini effettuate anche con intercettazioni ambientali e telefoniche. Tra i casi all’ attenzione della magistratura è finito anche quello di un extracomunitario, un marocchino che portato in caserma per controlli sarebbe stato colpito, riportando una prognosi di pochi giorni. Sembrerebbe che al vaglio degli investigatori ci siano anche molestie nei confronti di una prostituta.

Riassumento: indagati nove carabinieri in Lunigiana. Tre militari sono finiti agli arresti domiciliari e uno in carcere. Per altri quattro militari è stato disposto il divieto di dimora e per un altro la sospensione dal servizio. Reati di lesioni e falso per episodi accaduti nei mesi scorsi nelle caserme di Aulla e Albiano Magra. «L’adozione delle misure, ancorché dolorosa sul piano umano, deve rendere edotti dell’assurdità da parte di chiunque, militari dell’Arma dei carabinieri compresi, di considerarsi al di fuori e al di sopra delle leggi dello Stato e anzi offre garanzia, enucleati gli autori di condotte improprie, della sicura correttezza e del sicuro senso delle regole di quanti altri fanno parte dell’Arma – dice la nota il procuratore di Massa Carrara, Aldo Giubilaro, precisando che l’accaduto è «un fatto circoscritto» e ribadendo «il più incondizionato e alto apprezzamento» per l’opera dell’Arma dei carabinieri. Il procuratore Aldo Giubilaro ha affermato che l’esecuzione del provvedimento è avvenuta «con sincero dispiacere».

Le misure cautelari sono state richieste dalla Procura lo scorso 4 aprile e disposte il 12 giugno dal gip del Tribunale di Massa Carrara, Ermanno De Mattia. Non è consentito, ricorda Giubilaro, «in uno stato di diritto quale è il nostro, che la sola appartenenza a una categoria sociale oppure a un corpo, ancorché meritevole e glorioso come l’Arma dei carabinieri, renda immuni da ogni responsabilità, autorizzi persino la commissione di reati e metta al riparo dal subire indagini». Il procuratore sottolinea come le misure abbiano colpito «un numero ristretto di militari, a dimostrazione dell’impegno, della correttezza, del senso delle istituzioni e dello spirito di sacrificio che normalmente pongono nell’adempimento dei loro molteplici e delicati compiti i militari dell’Arma dei carabinieri della provincia di Massa».

Ercole Olmi da popoff

Torino: Maya 19 anni sequestrata e picchiata dalla polizia

Una notte (giovedi 8 giugno) di follia in strada e presso la caserma di polizia di V.Veglia/C.Tirreno a danno di Maya, 19enne torinese riconosciuta dai poliziotti come attivista ai picchetti antisfratto ed alle manifestazioni No Tav e per questo fermata, tradotta in caserma e picchiata dai solerti agenti della Squadra Mobile.

Con 6 giorni di prognosi certificati dal pronto soccorso ospedaliero per evidenti tumefazioni in tutto il corpo, denunciamo insieme a Maya questa inacettabile violenza.

Ecco il video in cui Maya racconta le violenze e i suprusi subiti in caserma

Sono stata fermata a Torino da due agenti di polizia che stavo guardando mentre perquisivano due ragazzi: mi hanno chiesto i documenti, poi hanno chiamato i rinforzi. A un certo punto mi sono ritrovata circondata da otto agenti. Uno di loro, dopo aver preso i miei documenti, mi ha detto che non sarei tornata a casa ma ce avrei trascorso la notte al carcere Le Vallette“.

Inizia così il racconto di Maya, 19 anni, in un video pubblicato sulla pagina Facebook del Centro Sociale Askatasuna di Torino, una delle realtà che da anni animano il Movimento No Tav ma sono molto attive anche in altre vertenze della città di Torino, come quella per il diritto alla casa.

Maya racconta particolari  molto gravi. Uno, in particolare, è direttamente collegato con la vistosa tumefazione all’occhio destro. “Eravamo in Piazza Vittorio: un agente mi ha afferrato per i polsi bruscamente e spinto contro un’auto della polizia poi fatta entrare in macchina. Stavo avvertendo con il telefono i miei amici di quello che stava accadendo, i poliziotti si sono innervositi, hanno inchiodato. Sono scesi, mi hanno storto una spalla e sequestrato il telefono“.  “Un poliziotto mi ha intimato di stare zitta poi mi ha colpita con un pugno

Come riportato da Davide Falcioni su Fanpage, la ragazza viene accompagnata in commissariato. Lì, stando al suo racconto, degli agenti le dicono di averla riconosciuta e di averla già vista in alcune manifestazioni contro gli sfratti e in Val Di Susa: “Sono stata spinta contro una sedia. Mi è stato detto di stare zitta, poi lo stesso agente che mi aveva prelevato i documenti a Piazza Vittorio mi ha sferrato un pugno ripetendomi che sarei dovuta rimanere in silenzio. Il mio occhio nero è la conseguenza di quel pugno“.

Non si conoscono, allo stato attuale, le motivazioni del fermo della ragazza, che è accusata di resistenza, violenza e porto d’armi. “Quando ho chiesto di quali armi parlassero – racconta Maya – mi è stato risposto che avevo nel marsupio sette chiodini da muro“.

http://www.osservatoriorepressione.info/torino-maya-19-anni-sequestrata-picchiata-dalla-polizia/

Chiami l’ambulanza? Arriva la polizia

Stato-di-polizia

Una telefonata al 118 per chiedere soc1corso immediato per un ragazzo ustionato si è trasformata in un incubo per un gruppo di migranti. Già, perché insieme all’ambulanza è arrivata una volante della polizia. Che ha portato via tutti quelli che erano senza permesso di soggiorno. Un controllo che alla fine è costato caro a molti di loro: diciotto ragazzi hanno ricevuto il foglio di via in questura e uno è stato rimpatriato.

La richiesta d’aiuto era partita da uno stabile abbandonato di via Lampedusa, nella periferia sud di Milano, domenica 21 maggio. All’ora di pranzo, infatti, un giovane si era ustionato gravemente mentre cucinava su un fornelletto. Come ha confermato la stessa Areu, l’azienda regionale della Lombardia che gestisce il 118. Il ragazzo, raccontano gli operatori, è stato soccorso subito e portato all’ospedale Niguarda con ustioni molto serie.

Ma la scelta di fare un controllo dei documenti a tutti quelli che erano presenti al momento del loro arrivo è stata presa dalla questura, sulla quale, naturalmente, il 118 non ha alcuna competenza. «Domenica abbiamo ricevuto una richiesta di soccorso per ustioni a seguito di un’esplosione nello stabile abbandonato di via Lampedusa, già noto alle forze dell’ordine, tanto che abbiamo l’ordine di pre-allertarle quando dobbiamo intervenirci. Per questo, insieme all’ambulanza sono arrivate le forze dell’ordine»

Un grave abuso

Il Naga parla di un «grave abuso». Secondo l’associazione di volontariato che si occupa di assistenza sanitaria e legale, «l’irruzione è stata effettuata in occasione di un intervento sanitario e questo mette a repentaglio la possibilità di rivolgersi con fiducia e tranquillità a servizi essenziali che tutelano la salute e l’incolumità di tutte e tutti». Insomma, si tratta di un atto grave:

«Lede di fatto la fruibilità del diritto alla salute e all’accesso alle cure che deve esse garantito – secondo la legge italiana, secondo la Costituzione, secondo le norme internazionali – indipendentemente dallo status giuridico delle persone: la salute prima di tutto».

Il racconto dei volontari del Naga sembra quello di una retata contro criminali importanti.«Diciotto tra i ragazzi presenti in quel momento vengono perquisiti, alcuni ammanettati, e portati in questura in vari viaggi: le volanti sono costrette a fare avanti e indietro diverse volte». Ma non è tutto. «Ci viene riferito che per controllare i locali e gli occupanti dello stabile si sfondano anche le porte».

E alla fine tutto finisce nel peggiore dei modi. «I ragazzi vengono trattenuti in questura in stato di fermo, uno sarà rimpatriato, gli altri infine rilasciati, dopo quasi 24 ore, con l’intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 7 giorni in quanto “entrati irregolarmente” in Italia».

Il commento dell’associazione milanese a questo episodio è molto critico. «Non possiamo non chiederci in che modo interventi di questo tipo garantiscano alla cittadinanza una maggiore sicurezza». I volontari si chiedono: «Siamo più “sicuri” se diffondiamo la paura di chiamare il 118 per un’ustione accidentale perché ora sanno che insieme all’ambulanza potrebbe arrivare la polizia?». E la risposta, naturalmente, è negativa. «Crediamo di no. Crediamo che episodi di questo tipo costituiscano un ulteriore salto di qualità nella lotta non al degrado ma alle sue vittime».

https://www.osservatoriodiritti.it/2017/05/26/migranti-chiamano-ambulanza-arriva-la-polizia/

38° giorno di sciopero della fame per i prigionieri palestinesi nelle carceri di israele

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38° giorno di sciopero della fame per i prigionieri palestinesi nelle carceri di Israele

Oggi presidio alla Rai di Milano. dignitystrike

Un vademecum dei tuoi diritti davanti alle forze di polizia

Una guida a cura di Antigone, da consultare in caso di fermo o di arresto. Da leggere, scaricare e diffondere

Vademecum da scaricare 

Nel 2015 in Italia quasi 1 milione di persone sono state arrestate o fermate dalle forze di polizia. Un numero piuttosto impressionante di individui è stato insomma oggetto di provvedimenti temporanei restrittivi della libertà personale ad opera delle forze dell’ordine e si è quindi trovata a transitare in caserme e stazioni di polizia.

Per questo, in collaborazione con la Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili, abbiamo voluto mettere insieme una guida essenziale che illustri in maniera chiara ed accessibile a tutti i diritti di cui si è titolari davanti alle forze di polizia e durante l’intera durata dello stato di arresto o fermo.

96 ore di vulnerabilità  

Quella del trattenimento da parte della polizia è infatti una situazione, che si può prolungare fino a 96 ore, durante la quale l’arrestato/fermato si trova evidentemente in una condizione di particolare vulnerabilità. In questa fase – e soprattutto nelle prime 24 ore, in attesa dell’incontro con il PM e della successiva udienza di convalida con il giudice – il soggetto si trova infatti in uno stato di profonda incertezza per quello che concerne la propria situazione giuridica, gli elementi e le accuse a proprio carico, e soprattutto i propri diritti.

La questione dell’informativa sui diritti  

Per lungo tempo in Italia la questione dell’informativa dei diritti per le persone in stato di arresto o fermo ha galleggiato in un vuoto normativo.

Nel nostro paese le cose non andavano insomma come in America. Qui, già negli anni ‘60 una famosa pronuncia della Corte Suprema riconobbe la violazione dei diritti a danno di Ernesto Arturo Miranda, 25enne americano di origini messicane che era stato arrestato e condannato tre anni prima per lo stupro e il rapimento di una ragazza di 17 anni, in quanto questi non era stato informato del suo diritto di avvalersi di un avvocato e di rimanere in silenzio). Da allora, quindi, quando un poliziotto esegue una misura restrittiva della libertà personale non può esimersi dal recitare la formula di rito – comunemente denominata “Miranda rights” – con la quale si comunicano allo stesso i suoi diritti fondamentali: “Ha il diritto di rimanere in silenzio. Tutto quello che dirà potrà essere usato e sarà usato contro di lei in tribunale. Ha il diritto a un avvocato. Se non se ne può permettere uno, gliene sarà assegnato uno d’ufficio. Ha capito i diritti che le ho appena letto?

Poi, finalmente, in materia è intervenuto il diritto comunitario che – attraverso una serie di importanti direttive – ha imposto a tutti i paesi della UE omologhi obblighi di informativa sui diritti per soggetti coinvolti in procedimenti penali e/o sottoposti a provvedimenti restrittivi della libertà. A seguito di questa regolamentazione, anche in Italia le persone che vengono arrestate o fermate vengono ritualmente informate dei propri diritti, attraverso la cosiddetta “Letter of Rights” (che è peraltro significativamente più dettagliata della summenzionata formula del “Miranda Warning”).

Quel foglio di carta, però, da solo non basta, ed in pratica le persone in stato di arresto/fermo continuano a trovarsi spesso in una situazione di precarietà, incapaci – per mancata conoscenza – di far valere i propri diritti. Motivo per cui ci pare tanto importante provare a fornire a tutti gli strumenti necessari a tutelarsi attraverso un vademecum.

Leggi, scarica e diffondi la guida: ITA – ENG – FRA.

Si ricorda Falcone? La DIGOS decide chi può farlo

Palermo, al corteo per la commemorazione di Falcone, la DIGOS sequestra gli striscioni agli studenti. Troppo offensivi.

Oggi 23 maggio a Palermo si commemorano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I due magistrati, uccisi nel ’93, vengono ricordati nel venticinquennio dalla loro morte.

Si ricorda Falcone? La DIGOS decide chi può farlo

Si ricorda Falcone? La DIGOS decide chi può farlo
Ma quando, purtroppo, a far da padrone sono le “ragion di Stato”, possono avvenire anche fatti spiacevoli. Come le minacce e la censura contro gli studenti delle scuole palernitane.Un evento di cui tutte le figure istituzionali si fanno carico, e promuovono come una giornata all’insegna dell’ordine e della legalità. Oggi a quel corteo che sfila per le strade di Palermo c’erano pure due scuole palermitane, forse le uniche a decidere di partecipare, con due striscioni su cui c’era scritto: “Non siete Stato voi ma siete stati voi” e “Il corteo siamo noi la passerella siete voi”. Due striscioni innocui portati da studenti che cercano di guardare la realtà con un occhio critico e attento. Ma al corteo della propaganda della ideologia del rispetto dell’ordine e della legalità, gli agenti della DIGOS hanno imposto agli studenti del liceo classico G.Garibaldi e del liceo scientifico Cannizzaro, di chiudere lo striscione perché “dichiaratamente offensivi” per poi decidere di sequestralo.

Anche in questi casi l’arroganza dello Stato si manifesta in tutto il suo splendore. Anche in questo caso assistiamo ad una farsa in cui viene addirittura negato agli studenti il diritto di esprimersi. E’ comunque lo Stato, anche in queste occasioni, a decidere partecipare a ciò che si organizza per tenere in piedi le solite retoriche farlocche che lo tengono in piedi. E’ sempre lo Stato a decidere cosa i partecipanti possono dire o esprimere. Insomma siamo alle solite.

Di seguito pubblichiamo l’intervista audio ad uno studente del liceo classico G.Garibaldi

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PIATTAFORMA “STOP NATO” SI MOBILITA CONTRO IL VERTICE A BRUXELLES DEL 25 MAGGIO

La capitale belga si accende di dibattiti, in vista del per il 25 e 26 maggio a

Nei giorni scorsi c’è stata una polemica finita su molti giornali fra il sindaco di Bruxelles (socialista) e il Primo Ministro Michel (liberale-conservatore) da una parte e dall’altra, poichè il presidente turco ha ufficiosamente annunciato una conferenza a Bruxelles sulla reintroduzione della pena di morte in Turchia tra il 24 e il 25 maggio, giorni in cui sarà qui per un summit della NATO. Sia il sindaco che il Primo Ministro ci hanno tenuto a ribadire che non sarà permesso ad di portare in Belgio le sue problematiche interne, il sultano turco ha risposto che il sindaco dovrebbe solo occuparsi di “far togliere le cartacce da terra”.

Riguardo al vertice NATO del 24-25 Maggio, durante il quale verrà inaugurata la nuova sede NATO qui a Bruxelles, è stata organizzata una mobilitazione, soprattutto contro la presenza di .

La piattaforma che ha dato vita alla mobilitazione si chiama STOP NATO, un network ampio che va dai pacifisti ai sindacati fino alle realtà di movimento.

La mobilitazione partirà il 21 Maggio con un campeggio antimilitarista che andrà avanti fino al 26 con assemblee, dibattiti e iniziative di vario genere. Le iniziative si chiuderanno con una grossa manifestazione in detta per il 24 maggio, mentre il 25, giorno effettivo del summit, ci saranno azioni diffuse di disturbo per cercare quantomeno di rendere difficile lo svolgimento del summit.

Proprio da Bruxelles, la voce di Alessandro, compagno di Radio Onda Rossa. Ascolta o Scarica.

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UN PARTITO DICHIARATAMENTE FASCISTA AMMESSO ALLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE

E’ con un certo ribrezzo che segnaliamo questa notizia ed evidenziamo questo simbolo.
Pur tuttavia è necessario segnalare l’episodio al fine di suscitare la necessaria riprovazione e indignazione ricordando che nella nostra Costituzione è presente la XII disposizione transitoria e finale al riguardo della quale riportiamo in calce una sintesi di interpretazione politica.
Questa la notizia assolutamente incredibile:

Dal Corriere della Sera – edizione di Brescia
Elezioni amministrative: a Mura ammesso «Fascismo e Libertà»

Nel programma elettorale l’abolizione degli autovelox, che in paese non ci sono. Ma anche di «contenere entro i limiti minimi possibili» ogni forma di tassazione che grava sul cittadino, come ad esempio l’addizionale Irpef.

Sintesi dell’analisi relativa alla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione Repubblicana e della “Legge Scelba” (tratta dal paper “La XII disposizione transitoria della Costituzione Repubblicana, a cura di Franco Astengo e Giovanni Burzio, agli atti dell’ANPI di Savona in occasione dell’iniziativa “Adotta un articolo della Costituzione” 2011)
La Costituzione Italiana nel prevedere, all’articolo 49, che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale ha inteso negare una forma generale di controllo sulle ideologie e sui programmi delle formazioni politiche, informando l’intero assetto costituzionale al principio pluralista.
L’Assemblea Costituente tuttavia, segnata dalla allora recente esperienza del partito unico, ha preferito non lasciare spazio a quelle formazioni politiche che, rappresentando un momento di continuità con gli ideali del partito fascista, risultassero portatrici di valori completamente antitetici rispetto a quelli contenuti nella nuova Carta Fondamentale.
La regola generale della libertà di associazione in partiti politici incontra, per tanto, un’eccezione nel divieto della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione di riorganizzare, sotto qualsiasi forma, il disciolto partito fascista.
La legislazione attuativa di tale disposizione, la legge 20 Giugno 1952 n.645 nota come “legge Scelba” ha finito poi con il delineare un’ipotesi più estesa, quella di un’associazione o un movimento che “persegue finalità antidemocratica propria del partito fascista” non soltanto per l’esaltazione, la minaccia e l’uso della violenza come metodo di lotta politica ma altresì per alcune ulteriori caratteristiche collegate ad una precisa connotazione ideologica: fra queste il fatto di propugnare la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o di denigrare la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o di svolgere propaganda razzista, ovvero di rivolgere la propria attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del partito fascista o di compiere manifestazioni esteriori di carattere fascista.
Il complesso delle disposizioni che mirano ad impedire la ricostituzione del disciolto partito fascista si prestano ad una lettura che, dal nostro punto di vista, vorremmo giudicare di tipo “estensivo”.
Nella disposizione transitoria XII della nostra Costituzione e nella relativa legislazione di attuazione si possono individuare due nuclei fondamentali: accanto ad un primo gruppo di disposizioni che sono il prodotto di quella determinata situazione storica, trovano spazio altre disposizioni caratterizzate dall’elemento dell’astoricità, destinate ad avere un valore indipendentemente dal contesto e dal momento storico.
In questo senso si può affermare che la XII disposizione transitoria rappresenta un corollario di quel metodo democratico contenuto nell’art.49.
L’Assemblea Costituente, in pratica, non avrebbe inteso vietare solamente la ricostituzione del partito fascista in quanto tale, ma ha inteso precludere la presenza, nell’ordinamento, di quelle formazioni che utilizzano la violenza come metodo di lotta politica o si servano dell’intimidazione quale mezzo per imporre le proprie decisioni o neghino in radice il pularalismo proponendosi all’interno del sistema come partito unico, rigettando lo strumento del dialogo quale forma del libero confronto democratico.
A questo modo si individuano, all’interno dell’ordinamento, una serie di valori supremi, intangibili quali la non violenza, la tolleranza e il pluralismo che rappresentano i pilastri fondamentali di una Repubblica che, come la Costituzione proclama, voglia definirsi come democratica.
Egualmente merita di essere, ancora, segnalato l’art. 3 della già citata legge 645/52 (poi sostitutito dall’arti.9 della legge 152/75) secondo cui “qualora con sentenza risulti accertata la riorganizzazione del disciolto partito fascista, il Ministero per l’Interno, sentito il Consiglio dei Ministri, ordina lo scioglimento e la confisca dei beni dell’associazione, del movimento o del gruppo.
Nei casi straordinari di necessità ed urgenza, il Governo, sempre che ricorra taluna delle ipotesi previste nell’art.1 adotta il provvedimento di scioglimento e di confisca dei beni mediante decreto legge”.
Come è noto, nel mentre la normativa in questione è stata applicata a proposito del movimento “Ordine Nuovo” (sciolto con decreto ministeriale 23 Novembre 1973, in G.U. 23 Novembre 1973, n.302) non si è mai ritenuto di doverla utilizzare nei confronti del MSI.

G.G.SETTE-TE!

E’ un vertice spuntato, questo G7 di Taormina.
Come spuntati sono ormai questi controvertici fuori tempo, e fuori luogo.
A formalizzazione padronale si vorrebbe contrapporre
la spettacolarizzazione movimentista.
Ad inutilità, inutilità.
Sempre e comunque a rimorchio dello spartito scritto e diretto dai potenti,
oggi molti più che in 7, a spartirsi il mondo.

G. G. SETTE-TE!

A metà strada tra l’adunata di combattenti, reduci ed ex primiattori ed un pallido tentativo di rilancio dopo le batoste di Trump, della Brexit e del No! antirenziano in Italia, si svolge, vuoto di contenuti e di forza propositiva, il G.7 del tramonto occidentale.
Cosi’ come in America il decisionismo protezionista Trumpiano deve fare i conti con le contraddizioni interne di sistema, in Europa nazionalismi e sovranismi ritardano, ma non fermano, il percorso costituente il blocco continentale U.E., per altro corroborato dai favorevoli risultati elettorali Francesi ed Olandesi.
Sia pur dentro uno storico processo di indebolimento dell’intero occidente sulla bilancia mondiale di potenza, si conferma l’inevitabilità del blocco imperialista come forma e strumento adeguato all’odierna competizione sul mercato globale.
Lo specchio deformato del G7, più che riduttivo, è un dejà vu, corrispondente ad un mondo passato, quello del dominio occidentale e della ex “new economy” giapponese.
La foto ingiallita del “club esclusivo” è già superata, soppiantata da quella ben più affollata, ed attuale, del G20, perché il cuore del potere globale non batte più ad ovest, o solo ad ovest, o soprattutto ad ovest, ma nell’ est della “fabbrica del mondo”.

Di conseguenza, più che contestare un vertice che, tra l’altro, non deciderà nulla (neanche in termini di previsioni e di spesa, come successo in passato), sarebbe utile capire la realtà di un movimento reale caotico ed in via di trasformazione.
Un vertice buono solo per se stesso, e per i suoi protagonisti, costato 45 milioni di dollari (di cui solo 15 in infrastrutture permanenti!); il resto andrà nella gigantesca pappatoria dei catering, delle sale conferenze, dei traduttori, degli alberghi, dei ristoranti, delle gite e delle regalie varie per capi di stato e servitori al seguito.
Aggiungiamoci migliaia di poliziotti, con annessa strumentazione armata, muri di contenzione e “zone rosse” militarizzate, ed il vertice inutile è servito.
Una vetrina internazionale datata (difficilmente infranta….) giocata sul terreno della soluzione di problemi e tensioni interne agli U.S.A., alla U.E., ed ai singoli componenti i blocchi imperialisti, piu’ che come rilancio complessivo del “sogno occidentale”.
In Italia il ventriloquo renziano Gentiloni si gioca la carta del prestigio da paese ospitante come lasciapassare all’attività di governo fino alla scadenza naturale del 2018 (alla faccia della vittoria del no al referendum costituzionale!).

Le mutate condizioni esterne ed interne ai “movimenti alternativi e pacifisti”, l’assenza dei papa-boys e la carsicità della “società civile”, non consentono “annunci di guerra” già uditi, e falliti, in passato.
Ma non consentono neanche la “strategia” del controvertice come “occasione” per “rialzare le teste”.
Le teste bisognerebbe alzarle davvero, abbandonando improvvisazioni, repliche e giochi di prestigio.

Alzare testa e sguardo davvero significa avere una visione del mondo figlia di una analisi scevra da miti e nostalgie,
adeguata al livello delle mutazioni in atto,
autonoma nella elaborazione come nelle scadenze,
che riproponga l’urgenza della
scelta di campo rivoluzionaria.

Perché, come F.ENGELS ci ha insegnato,
noi dobbiamo fare “quello che DOBBIAMO fare”,
cioè contarci, riconoscerci, parlarci, capirci, organizzarci!

Ovunque siamo!
Ad invecchiare in qualche luogo di lavoro in attesa di una pensione misera e post-mortem, o alla ricerca inutile di un posto precario, o disoccupati.
Rinchiusi in galera, o in qualche condominio metropolitano,
malati, in ospedale o schiacciati dal ciclo produci-consuma-crepa.
Uomini sul’orlo di una crisi di nervi e d’identità e
donne sempre più amate “da morire”.
CONTIAMOCI! RICONOSCIAMOCI!

Ovunque siamo!
Delusi dalla politica dominante, a pagare le eterne tessere-pizzo
ad un qualche sindacato di stato,
ininfluenti nei sindacati-nani autonomi o di base, arrugginiti in gruppetti,
micro-sette ed orticelli iperpoliticisti e rinseccoliti.
Stanchi di votare e cambiare voto, di pagare o cambiare cosca sindacale, di non contare nulla con “scioperi di testimonanza”,
dei rituali di un “movimento” alla ricerca della scadenza altrui.
PARLIAMOCI! CAPIAMOCI!

Ovunque siamo!
Facciamo come preti, padroni e servitori di questa società che ci sfrutta.
Loro l’hanno capito, che senza stare insieme, senza organizzarsi,
non possono continuare a sfruttarci.
Magari discutono, competono, litigano anche tra di loro,
ma contro di noi sono tutti d’accordo, tutti uniti, e organizzati.
Adesso stanno tentando di uscire dalla crisi del loro mondo,
facendocela pagare puntualmente a noi, e rinnovando, sveltendo,
armando e ristrutturando la propria organizzazione di classe, lo stato, pagando e dotando di più mezzi i loro difensori in divisa.
Contro di loro non bastano più slogan e sfilate.
ORGANIZZIAMOCI!

Pino ferroviere

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o50028:e1