Not My Europe

casa originale dell’articolo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/not-my-europe-mobilitazione-roma-25-marzo/

Il 25 marzo i leader europei celebreranno a Roma il 60° anniversario dei Trattati di Roma con cui nel 1957 fu istituita la Comunità Economica Europea.

L’Europa che sarà festeggiata il 25 marzo è cosparsa di muri e fili spinati, condanna le organizzazioni umanitarie che osano salvare le vite dei migranti in mare, si appresta a rafforzare i controlli alle frontiere esterne anche grazie ad accordi disumani con i paesi terzi, condanna donne. uomini e bambini in fuga da guerre, persecuzioni e povertà a fare viaggi sempre più spesso mortali o le respingono verso la sofferenza che si sono lasciati alle spalle, lascia che sul suo territorio il vento della xenofobia e del razzismo spiri sempre più forte. Non è la nostra Europa.

Per questo il 25 marzo numerose associazioni lanceranno un messaggio forte ai capi di Stato e di Governo riuniti a Roma: il destino di migranti e rifugiati ci riguarda. La strage continua nel Mediterraneo deve finire, attraverso l’apertura immediata di canali di ingresso regolare e protetto. L’Europa che vogliamo è accogliente e solidale. Un’azione di protesta porterà il Mediterraneo nel cuore di Roma, sulle acque del Tevere.

“Not My Europe” dà appuntamento, quindi, a Roma, sabato 25 marzo, alle ore 15.30 sulle rive del Tevere, sotto il Ponte di Castel Sant’Angelo.

Clicca qui per l’evento Facebook

 

ORGANIZZAZIONI PROMOTRICI:

A Buon Diritto, Amnesty International – Italia, AMM – Archivio delle memorie migranti, Associazione Antigone, Arci nazionale, Baobab Experience, Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza – CNCA, Comitato 3 Ottobre, Giustizia per i nuovi “desaparecidos” del Mediterraneo, CRS – Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato, ENGIM internazionale, Figli delle chiancarelle, Gioventù federalista europea Gfe/Jef Italy, Intersos, Jugend Rettet e.V., K_Alma, Legambiente Onlus, Lunaria, MEDU – Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, R@inbow for Africa – R4A, Sea-Watch

Roma 1 marzo 1968 – La battaglia di Valle Giulia

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Guardando al 1968, il 1 Marzo rappresenta una tappa fondamentale, una data destinata a lasciare una traccia forte nell’immaginario collettivo ma anche ad avere conseguenze sugli sviluppi successivi degli eventi.
Con la battaglia di Valle Giulia il movimento studentesco, che nei mesi precedenti era stato un mormorio relegato al piano locale, si trasforma in un boato ed irrompe con forza sulla scena nazionale.Le voci delle precedenti occupazioni di facoltà, iniziate già nel ’67 a Pisa, Torino e Milano, erano infatti circolate perlopiù in ambito universitario, senza riuscire a portare all’attenzione dell’opinione pubblica le prime avvisaglie di agitazione.A Valle Giulia, zona di Roma alle pendici dei Parioli, si trova la facoltà di Architettura, che nei giorni precedenti al 1 Marzo è stata sede di svariate iniziative politiche, culminate nell’occupazione della facoltà.Il 29 Febbraio il rettore D’Avack richiede l’intervento della polizia per mettere fine all’occupazione: l’edificio viene brutalmente sgomberato e rimane presidiato dalle forze dell’ordine.La mattina successiva più di 4000 studenti si radunano in Piazza di Spagna e si dirigono verso la facoltà di Architettura, determinati a liberare l’edificio dall’assedio poliziesco.Il corteo giunge sul posto e comincia a fronteggiare i cordoni delle forze dell’ordine in un clima incandescente; l’evento scatenante non tarda ad arrivare: quando un gruppo di agenti prende in disparte uno studente e comincia a picchiarlo la rabbia del corteo esplode in una fitta sassaiola in direzione della polizia.
In breve lo scontro si estende a tutta l’area circostante, un gruppo di studenti riesce anche a sfondare i cordoni della polizia e a rientrare nella facoltà ma è costretto ad uscirne poco dopo sotto i colpi dei manganelli.
Gli studenti reggono a lungo l’urto delle cariche degli agenti: a fine giornata si contano 500 feriti tra i manifestanti e 150 tra le forze dell’ordine, i fermati sono più di 200, l’area circostante la facoltà ha un aspetto tale da far parlare di una vera e propria battaglia: diverse camionette ed auto incendiate, il suolo disseminato di sassi e lacrimogeni.
L’evento farà scorrere fiumi d’inchiostro: il giorno successivo la notizia rimbalza da un quotidiano all’altro, l’opinione pubblica si divide, tante interpretazioni e visioni ne vengono date.
Quel che è certo è che la battaglia di Valle Giulia rappresenta una svolta per il movimento studentesco e per un’intera generazione che abbandona con decisione la fase dell'”innocenza” e mette in campo il primo episodio di uno scontro inevitabile.
Nelle ore successive la battaglia lo slogan che circola orgogliosamente fra gli studenti, non più disposti a subire a capo chino la violenza della polizia, è: “Non siam scappati più!”.

Standing Rock – Sgomberato il campo di Oceti Sakowin

Mercoledì 22 febbraio, alle 2pm (ora locale) è stato sgomberato a Standing Rock il campo di Oceti Sakowin. L’ultimatum era stato dato 48 ore prima dallo United States Army Corps of Engineers e dal governatore del North Dakota Doug Burgum. Oceti Sakowin era il principale campo di resistenza delle comunità Sioux nei confronti del Dakota Access Pipeline, un grande oleodotto che dovrebbe servire a portare sotterraneamente il greggio dalla Bakken Formation – una zona al confine tra Montana e North Dakota, due stati degli Stati Uniti che confinano con il Canada – fino all’Illinois, attraversando South Dakota e Iowa.

L’opera, fermata da Obama al termine del suo mandato e sbloccata da Trump nei primi giorni del suo operato presidenziale, rischia di devastare completamente la riserva indiana di Standing Rock, un’area tra le più ricche di acqua e biodiversità dell’intero continente americano. Per questa ragione i Sioux che si oppongono all’oleodotto sono chiamati anche Water Protectors.

Nei giorni scorsi, per vie di condizioni climatiche molto problematiche, diverse persone avevano già lasciato il campo, per andare a presidiare altri luoghi vicini alla zona dove dovrebbe passare l’oleodotto. Fonti indipendenti parlano di circa un centinaio di persone che ieri erano ancora stanziate ad Oceti Sakowin .

Nell’abbandonare l’accampamento alcuni attivisti hanno dato fuoco ai teepee e alle baracche in segno di protesta, mentre una decina di persone sono state fermate dalla polizia. Tra queste è stato arrestato brutalmente il mediattivista Eric Poemz, semplicemente per aver fatto alcune riprese video.

Lo sgombero di Oceti Sakowin, dopo sei mesi di occupazione e resistenza, non ferma la lotta dei Sioux. Decine di campi di resistenza si stanno formando in tutta Standing Rock ed altre iniziative di lotta sono previste nelle prossime settimane. Attorno ai Water Protectors si è stretta una rete solidale che diventa sempre più numerosa, pronta a dar battaglia contro l’arroganza di Trump e di Burgum.

UPDATE. Giovedì 24 febbraio prosegue lo sgombero di Oceti Sakowin Camp. In azione mezzi blindati, swat, esercito e polizia in tenuta antisommossa. Segui la diretta su Unicorn Riot

http://www.globalproject.info/it/mondi/standing-rock-sgomberato-il-campo-di-oceti-sakowin/20658

Funerali di Valerio Verbano – Verano 25 febbraio 1980

Questo non è un corteo
perchè va un po’ più lento
si sentono i singhiozzi
da lontano un lamento

Questo non è un corteo
c’è troppo silenzio
Valerio dove sei
t’avemo ognuno drentro

Questo non è un corteo
ma neppure un funerale
stamo tutti a pesà
quanto sta vita vale

In questo strano giardino
di fiori e di morte
rimbombano gli slogan
speranze non risorte

Il fumo dei lacrimogeni
si fa sempre più acre e amaro
pagherete tutto si
pagherete caro

na na na na na nai
na na na na na na na…..

Camminando sulle tombe
di morti senza storia
ritorna il ricordo si
ritorna la memoria
di vecchi partigiani
e di grandi imprese
questo ci ha regalato
questo sporco paese

Questo non è un corteo
ma neppure un funerale
stamo tutti a pesà
quanto sta vita vale

Il fumo dei lacrimogeni
si fa sempre più acre e amaro
pagherete tutto si
pagherete caro

na na na na na nai
na na na na na na na…..

Michele Cavallaro, ennesima vittima delle “stragi dell’indifferenza”

casa originale dell’articolo http://www.articolo21.org/2017/02/michele-cavallaro-ennesima-vittima-delle-stragi-nellindifferenza/

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Quando muore un lavoratore è sempre una tragedia, ma quando questo accade ad un ragazzo di soli 19 anni, il dramma è ancora più enorme.
Si chiamava Michele Cavallaro di Stanghella (Padova). Come spesso accade, queste notizie non arrivano sui mezzi d’informazione nazionali, infatti, nessun media nazionale (ripeto nessuno) ne ha parlato (almeno fino ad ora). La notizia è uscita solo su qualche giornale online locale.
Le chiamano “stragi nell’indifferenza”, ed il motivo è evidente, non se ne parla, infatti non fanno più notizia e sono in pochi ad indignarsi ancora di fronte al dramma delle troppe morti sul lavoro, che accadono ogni giorno in Italia.
Queste stragi non fanno solo morti, rovinano le famiglie.
Il lavoro non può essere un fabbrica di vedove e morti, deve essere un luogo di vita.
La sicurezza sul lavoro è importante, e dovrebbe essere al PRIMO posta nell’agenda politica di qualsiasi partito politico e di qualsiasi governo.
Purtroppo in Italia non è così!

24 febbraio 1974: rivolta al carcere di Firenze

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É il 1974 e nel carcere delle Murate di Firenze si vivono giorni di tensione: la riforma carceraria è stata molte volte promessa nel tentativo di mantenere il controllo del complesso, ma i detenuti sono stanchi dell’attesa ed è ormai chiaro a tutti che ciò che chiedono non può trovare alcun appoggio nelle autorità carcerarie.

Così il 24 Febbraio la rabbia esplode e in breve travolge tutte le zone del penitenziario; un gruppo di detenuti sale sul tetto in segno di protesta ma la repressione non tarda ad arrivare, brutale e folle: un agente di custodia spara una raffica di mitra, uccidendo il ventenne Giancarlo Del Padrone e ferendo altri quattro carcerati.

Ma l’episodio non intimidisce i detenuti, anzi è come benzina gettata sul fuoco della loro rabbia, che li spinge a rimanere sul tetto in numero sempre crescente.

Nel frattempo l’eco della rivolta è giunta all’esterno del complesso e molte persone si radunano sotto il carcere per assediarlo; si intonano cori di solidarietà e gli stracci insanguinati di Giancarlo e i feriti vengono gettati dal tetto per farne degli striscioni.

Lotta Continua dà indicazione di rompere l’assedio delle Murate ma nemmeno i suoi militanti vi si attengono, confermando la rottura dei rapporti di collaborazione tra l’avanguardia carceraria e la Commissione carceri di LC, una rottura che era nell’aria già dal Luglio dell’anno precedente.

Particolare è la composizione sociale fra i detenuti fiorentini: un proletariato che quotidianamente vive di espedienti e per cui il carcere rappresenta, prima o poi, una tappa quasi obbligata.

Non sono “batterie” organizzate, bensì piccoli artigiani della rapina che hanno fatto propria la convinzione di doversi riprendere autonomamente i propri bisogni.

La nottata di assedio si conclude con duri scontri tra polizia e manifestanti e con l’intero quartiere di Santa Croce invaso dal fumo dei lacrimogeni e dai rastrellamenti degli agenti.

Ma il problema delle condizioni di vita nel carcere non può più essere circoscritto alle celle delle Murate: la questione è stata posta e la notizia è destinata ad avere un forte impatto ideologico anche sull’esterno.

La rivolta e l’assassinio di Giancarlo hanno ispirato la canzone “Le Murate” del Collettivo Victor Jara:

E non si respira più

E non ci si vede più

Ma nella fuga, compagno

Nella paura, compagno

Come nella lotta, compagno

Resterò sempre a fianco a te.

E, ventiquattro febbraio

 

E, settantaquattro febbraio

Sparano i poliziotti

Sparano alle Murate

Muore Giancarlo del Padrone 

E non si respira più

E non ci si vede più

Si fan le barricate

Tutti lanciamo sassi

Contro gli scudi del potere 

E il tetto delle Murate

E’ pieno di carcerati

Cantiam “Bandiera Rossa”

Scoppiano i candelotti

Comincia ormai la caccia al rosso 

E non se ne può più

E il fiato ti va via

Carican i celerini

Ma rimaniamo ai nostri posti 

Moschetti e manganelli

Scoppiano i candelotti

Ora siam senza armi

Ma canterà presto il fucile 

Giustizia sarà fatta

Fuori, e nelle prigioni

Contro padroni e questori

Suonerà la giusta carica

Della giustizia proletaria 

E non si respira più

E non ci si vede più

Non scoraggiarti compagno

Lotta e resisti compagno

E costruisci la tua vittoria 

E, ventiquattro febbraio

E, settantaquattro febbraio

Ma nella fuga, compagno

Nella paura, compagno

Come nella lotta, compagno

Resterò sempre a fianco a te.

 http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/525-24-febbraio-1974-rivolta-al-carcere-di-firenze

Cittadinanza: non aspettiamo più! #28F manifestazione a Roma

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“Siamo 1 milione e 200mila italiani. Italiani senza cittadinanza. Di cui 800mila hanno meno di 18 anni. Persone italiane di fatto, ma non abbastanza per il governo”. Ecco la voce delle italiane e degli italiani che lo stato non riconosce come tali. Persone che per legge non possono avere gli stessi diritti dei cittadini italiani: votare, ad esempio, ma anche, banalmente, ottenere la patente di guida, fare un viaggio fuori dall’Italia senza chiedere il visto, partecipare ai concorsi pubblici. Eppure sono nate in Italia, o sono qui fin da bambini. Hanno frequentato le scuole italiane, imparato a parlare in italiano e spesso anche in dialetto, hanno appreso le norme. Hanno pagato le tasse in Italia, contrariamente a quanto si pensa: “C’è chi le paga già da undici anni, le tasse”, spiega una ragazza, intonando poi, insieme ad altri e altre, Bella Ciao.

E’ questa la realtà in cui vivono più di 1 milione di nostri concittadini: e tutto questo a causa dell’immobilismo politico delle classi dirigenti che si sono succedute sino ad oggi. Le tappe compiute sono diverse: sono passati sei anni da quando, tra il settembre 2011 e il marzo 2012, le organizzazioni della campagna L’Italia sono anch’io hanno raccolto più di 200mila firme su due proposte di legge di iniziativa popolare sulla riforma della cittadinanza e il riconoscimento del diritto di voto amministrativo dei cittadini stranieri. A firmare sono stati i cittadini italiani, che hanno così espresso la propria volontà di cambiamento. Sono passati diversi anni, e finalmente il 13 ottobre 2015 la Camera ha approvato la proposta di riforma della legge sulla cittadinanza n.91/92. Da allora la proposta giace al Senato in attesa dell’avvio del dibattito nella Commissione Affari Costituzionali.
Sono passati ormai cinque anni da quando Lamia, dodici anni, spiegava alla Camera dei Deputati il suo sentirsi italiana, seguita da un lungo applauso. Agli italiani senza cittadinanza però non servono gli applausi, le strette di mano, le pacche sulle spalle: serve, ed è urgente, che lo stato li riconosca come cittadini. Serve che sulle loro vite non si decida più per mero calcolo politico.

Per questo il 28 febbraio dobbiamo scendere tutti e tutte in piazza, per una grande manifestazione nazionale a fianco dei nostri concittadini e concittadine. E’ un loro diritto essere riconosciuti come italiani e italiane, ed è un diritto di chi è già cittadino quello di vivere in un paese al passo coi tempi.

L’obiettivo è dietro l’angolo: chiediamo alla politica di fare il proprio dovere. Il 28 febbraio, alle ore 15.30, tutti e tutte in piazza del Pantheon a Roma: non possiamo più aspettare!

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23 febbraio 1986 Luca Rossi, studente, ucciso per sbaglio da un poliziotto in nome della legge

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Luca… uno dei tanti morti per “errore”, uno che correva a prendere la filovia ed ha incrociato un proiettile.

Siamo sul finire di febbraio, il 23 febbraio dell’anno 1986, in una piazza della Bovisa, Milano. E’ sera, Luca e Dario, giovani militanti e studenti universitari, non ancora vent’anni, stanno correndo per prendere la filovia in Piazzale Lugano. Hanno l’ennesimo appuntamento, stavolta con un amico, ed insieme tante cose da intraprendere, da dire, da realizzare nella città. La passione e la vita, la dolcezza e la lotta glielo consentono.

In comune hanno anche lo stesso desiderio, capire come va il mondo quindi osservarlo, studiarlo, frequentarlo e non da ultimo cambiarlo alla radice affinchè smetta di essere minaccioso e ingiusto e diventi un luogo ospitale e acogliente per tutti gli esseri viventi, umani inclusi.

L’ideale dei vent’anni è generoso, testardo, senza paura; è il sogno più bello che vorrebbe occupare le strade, l’affermazione diversa del possible, la corrente calda che attraversa la città di ghiaccio e non dimentica gli impegni presi. E il reale? Il reale non sogna mai, se ci prova genera incubi.

Poco distante, in un altro punto della stessa piazza, alcune persone discutono animatamente e scoppia una rissa. Un agente in forza alla Digos, fuori servizio, interviene per sedare la rissa ma, incapace di affrontare la situazione con le ragione, l’autorità ed i mezzi consentiti dalla legge, estrae la sua pistola d’ordinanza e, piegate leggermente le ginocchia in posizione di tiro, punta e spara.

Due colpi lacerano l’aria: una traiettoria dall’esito micidiale collega il reale all’ideale.

Improvvisamente Luca, che passava per caso in quel luogo, è a terra ferito a morte. Uno dei proiettililo ha raggiunto al fianco di rimbalzo.

Raccontare chi era Luca è difficile, perché la sua carica vitale non aveva confini e lo portava a vivere con forza, entusiasmo, capacità critica e voglia di capire, moltissime esperienze: la militanza in Democrazia Proletaria (confluita poi in Rifondazione Comunista), l’obiezione di coscienza e il volontariato, la lotta per ottenere spazi culturali per i giovani, la musica punk, l’amore per il Nicaragua e per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord, l’impegno nel Collettivo Studentesco della sua scuola, i giorni dell’ autogestione, i viaggi, lo studio…

Lo animava una profonda umanità, un’attenzione continua a ciò che gli accadeva intorno, con incredibile altruismo, forse innaturale per una generazione come la sua cresciuta negli anni di piombo e nell’egoismo sfrenato degli inizi degli anni Ottanta.

Era sicuramente un tipo fuori dagli schemi rigidi della politica intesa sia come partito che come azione nel sociale.

Con assoluta continuità tra le due cose si “sparava” diecimila iniziative politiche, trovando poi del tutto naturale prestare parte del suo tempo ai ragazzi portatori di handicap.

Che cosa è stato Luca? Un colore vivo e acceso.

Oggi avrebbe più di quarant’anni ed è difficile immaginarlo a questa età, ma è facile rivederlo nei volti delle migliaia di giovani che hanno riempito le piazze in questi anni gridando contro le guerra con la speranza di un mondo più giusto e solidale.

Nella nostra mente Luca non è stato solo un ricordo, perché da subito lo sgomento e 1’angoscia per la sua morte si sono trasformati nel bisogno di non cadere nella rassegnazione e nella rabbia senza speranza.

Lo sforzo è stato quello di non limitarsi a piangere, commemorare, ricordare nel silenzio, ma è stato quello di cercare un senso alla sua morte per quanto questo possa apparire impossible. Innanzitutto abbiamo chiesto giustizia e non per sete di vendetta ma per ricerca della verità che non può accontentarsi di liquidare la fine di una vita come semplice fatalità.

Siamo quindi giunti ad un processo che, forse caso unico in Italia allora, ha detto parole chiare sulla colpevolezza di un poliziotto definitivamente condannato a due anni per omicidio colposo aggravato.

Una sentenza che non ha restituito il figlio, il fratello, l’amico, ma che in un certo senso ha rivendicato le troppe morti” per caso” della storia del nostro paese.

Ma questo non è stato certo un punto di arrivo definitivo. La sete di cambiare di Luca, di essere dentro alle cose, agli avvenimenti, la gioia di stare con gli altri, non potevano svanire con lui quella sera ed esaurirsi in una sentenza di tribunale, per quanto unica ed importante.

Il nostro impegno da subito è stato quello di non limitare questa ricerca di senso puntando esclusivamente sull’abolizione della Legge Reale (legge varata nel 1975 durante gli anni dell’ emergenza che di fatto legittimava l’uso delle armi ed ampliava i poteri della polizia). Infatti se il poliziotto quella sera del 23 febbraio aveva sparato, lo aveva fatto non solo perché una legge dello Stato lo legittimava a portare un’ arma, ma anche perché la logica di sopraffazione e violenza in cui spesso siamo immersi, 1’aveva convinto che, senza ombra di dubbio, in quella situazione l’uso di una pistola era la miglior soluzione.

È stata quella logica che abbiamo pensato di intaccare.

E così il 30 Luglio 1992 nasce, per volontà dei familiari, l’Associazione Luca Rossi per l’Educazione alla Pace ed all’ Amicizia tra i Popoli.

Fra le sue finalità essa ha posto un’ attenzione particolare al mondo della scuola e dei giovani, nella convinzione che proprio con tali interlocutori sia necessario lavorare per stimolare una cultura di pace fatta di nuovi rapporti interpersonali, di ricerca di soluzioni creative e non violente dei conflitti, di accettazione e valorizzazione delle diversità. È innegabile, infatti che le tensioni, le ingiustizie, l’emarginazione e le conflittualità che attraverso i continenti, le nazioni, le classi sociali, richiedono un impegno anche culturale unito, naturalmente, ad un’equa distribuzione e consumo delle risorse disponibili.

L’Associazione, attraverso le iniziative che propone, è ancora oggi l’occasione per ricordare Luca senza retorica e lo strumento per trasmettere ciò in cui credeva: la speranza di un mondo nuovo

http://www.pugliantagonista.it/archivio/luca_rossi.htm

Appello della campagna #Overthefortress contro il piano Gentiloni-Minniti

Casa originale dell’articolo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/appello-overthefortress-piano-minniti/

A seguito delle ultime vicende politiche in materia di immigrazione, il cosiddetto piano Minniti e l’accordo stipulato tra l’Italia e la Libia, la campagna #Overthefortress invita alla mobilitazione: l’appuntamento è per il 4 marzo.

Riportiamo di seguito il testo dell’appello, a cui ci associamo.

Apriamo una stagione dei diritti contro il piano Gentiloni-Minniti

L’impossibilità di entrare regolarmente e muoversi liberamente in Europa costringe migliaia di uomini e donne che scappano da guerre, ingiustizie e povertà a rischiare la vita in mare o lungo i confini europei. Il 2016 è stato un anno contraddistinto da un peggioramento delle politiche europee in materia di diritti fondamentali, un anno nel quale si è sostanziata una vera e propria guerra ai migranti con oltre 5mila persone che hanno perso la vita cercando di raggiungere i paesi del vecchio continente e con una serie di dispositivi, come l’accordo Ue-Turchia, messi in atto per arginare o bloccare le migrazioni.
Anche se non sono cambiate le ragioni e le motivazioni che spingono i migranti a lasciare le loro case, ciò che risulta oggi concretamente trasformato è l’apparato legislativo di riferimento, inquinato da accordi bilaterali come quello con la Libia e composto di norme vessatorie e di chiara connotazione securitaria.

Per “salvare” Schengen, ovvero la libera circolazione delle merci e dei cittadini europei, e per raccogliere il consenso dei populismi, tutti i Paesi membri dell’Unione hanno deciso di costruire muri materiali o immateriali per limitare l’accesso dei migranti nei propri territori e di orientare in modo repressivo le proprie politiche nazionali. L’Italia e la Grecia sono diventati due paesi a stanzialità forzata, in attesa che si compia il processo di esternalizzazione delle frontiere verso sud.
L’unica “apertura” dei confini attraverso il meccanismo della relocation, legata a due sole nazionalità, quella siriana ed eritrea, è miseramente fallito. Perfino il cosiddetto approccio hotspot – il quale prevede l’identificazione forzata nel primo paese europeo di approdo – e la strumentale selezione tra “migrante economico” e “profugo di guerra” non sono stati sufficienti a limitare le migrazioni e il movimento autodeterminato verso nord dei migranti, e ora tutta l’attenzione dell’agenda europea è rappresentata dal binomio blocco/espulsione.

Il risultato di ciò sia a livello europeo che italiano è un sistema di gestione delle migrazioni complesso e difficile da approcciare nella sua totalità, che si caratterizza come un laboratorio in costante mutamento, dove l’attuale fase è essenzialmente di criminalizzazione dei e delle migranti e di una generale contrazione del diritto d’asilo.
L’Italia assunto questo paradigma sta svolgendo a pieno regime il ruolo riservatole dalla governance europea: da una parte la volontà di bloccare le partenze dai paesi nordafricani fa sottoscrivere infami accordi come quello con la Libia, mentre dall’altra il piano Minniti vuole dare l’avvio alla costruzione di nuovi CIE – i Cpr (Centri permanenti per il rimpatrio) – funzionali ad intraprendere una stagione di deportazioni. Allo stesso tempo, in tutto il Paese, si assiste ad un aumento spietato dei dinieghi delle Commissioni territoriali alle richieste di protezione internazionale ed a crescenti difficoltà nella tutela giudiziaria; l’inadeguatezza degli standard minimi delle strutture di accoglienza – dove sono del tutto assenti progetti di inclusione sociale ma ben presenti lauti profitti e scandali giudiziari – è talmente evidente da non suscitare più scalpore e la revoca dell’accoglienza viene usata come una ritorsione nei confronti dei richiedenti asilo che osano protestare per l’assenza di servizi o contro la privazione delle loro libertà.

Tutti questi sono, a intensità differenti, ingranaggi di un meccanismo terribilmente efficiente nella produzione di uomini e donne senza diritti costretti a vivere sotto ricatto in una condizione di irregolarità ed emarginazione sociale.
Ora più che mai, dopo il nuovo decreto di Gentiloni & Minniti, sentiamo l’urgenza di sincronizzare azioni che possano boicottare sia il nuovo atto di guerra ai migranti, sia la fabbrica europea che produce “clandestinità” e povertà.

L’unica via legittima e ragionevole per dare una risposta ai tanti migranti costretti all’irregolarità da questo sistema, è l’immediata attivazione di una forma di protezione che disinneschi questo meccanismo di emergenza permanente, che restituisca una reale possibilità di essere liberi e libere di scegliere il proprio futuro e di muoversi ovunque in base alle proprie necessità.

Sentiamo improrogabile la costruzione di un appuntamento assembleare di confronto per costruire una campagna politica che cammini al fianco dei migranti e provi ad aprire una stagione dei diritti da contrapporre al plotone d’esecuzione della coppia Gentiloni-Minniti.

E’ nostra intenzione allargare l’invito a tutte le realtà sociali e a tutte le esperienze solidali incontrate in tutti questi mesi, fin da quando overthefortress ha mosso i suoi primi passi sulla Balkan route, ancora oggi ora uno spazio nel quale si contrappone una forte solidarietà alle politiche violente di controllo, fino all’ultima carovana che ha attraversato il sud Italia, lungo la rotta del Mediterraneo centrale.
Di fronte, inoltre, abbiamo degli appuntamenti come il 25 marzo, con le celebrazioni per il 60° anniversario dei Trattati di Roma costitutivi della Comunità Europea, e il G7 di Taormina dove il tema delle migrazioni sarà al centro del dibattito e dove, crediamo, si possano aprire delle possibilità di mobilitazione.

Proponiamo di affrontare insieme la costruzione e l’organizzazione di una campagna contro il piano Minniti e la partecipazione a queste giornate incontrandoci sabato 4 marzo alle 11.30 allo Spazio Comune Autogestito TNT di Jesi (AN).

Campagna overthefortress
Info: overthefortress@meltingpot.org

Per info e ospitalità: 3347997546 (Stefania) – 3398102187 (Valentina)

“Pulizia di massa per i migranti. Anche con le maniere forti”. Non possiamo tacere

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A Recco per la campagna di tesseramento del Carroccio, Matteo Salvini torna a usare toni forti sui migranti. Secondo il leader della Lega Nord, occorre effettuare una pulizia “via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve, perché ci sono interi pezzi d’Italia fuori controllo”. “Non vedo l’ora – aggiunge – una volta al Governo, di controllare i confini come si faceva una volta e usare le navi della Marina Militare per soccorrere e riportare indietro i finti profughi”, sottolineando la propria ammirazione per la politica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il sito dell’Associazione Carta di Roma mette in evidenza un bell’articolo curato da Articolo 21 Veneto sulla presa di distanza da parte di movimenti e partiti politici rispetto alle affermazioni fatte da Matteo Salvini. Anche l’informazione non resta in silenzio. Qui di seguito l’articolo.

 

“Pulizia di massa per i migranti, via per via, quartiere per quartiere, anche con le maniere forti”: a parlare è Matteo Salvini, leader della Lega Nord, sul Tgr Liguria. In un quadro sociale molto teso dove l’incitamento all’odio (hate speech) contro i soggetti deboli è denunciato costantemente dalla Carta di Roma in tutte le sedi, questa frase suona come un colpo di pistola.

L’accento esplicitamente razzista non è sfuggito ai giornalisti liguri, che peraltro hanno stigmatizzato l’assenza di un contraddittorio di fronte a tale enormità, da parte del giornalista delle rete nazionale del servizio pubblico, appunto, la Rai della Liguria. “Salvini ormai ci ha abituato ad un’escalation di violenza verbale che in Italia non ha pari – afferma Alessandra Costante, giornalista del Secolo XIX, componente, della Segreteria generale della Fnsi e Segretario dell’Associazione ligure dei Giornalisti – Ritengo che a questo punto ogni commento sia del tutto inutile, le parole di Salvini rasentano e superano l’apologia del razzismo, incitano alla violenza. La risposta migliore dovrebbe arrivare da una magistratura attenta e democratica”.

A questo proposto Annamaria Alborghetti, penalista di Padova, interpellata da Articolo 21, sezione veneta, dice: “Le frasi, anche per il ruolo politico di chi le ha pronunciate e il contesto pubblico di diffusione, potrebbero configurare la violazione della legge Mancino che sanziona penalmente chi incita a commettere violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali”.

Sul profilo Facebook “Liguri tutti” di Marco Preve, giornalista di Repubblica, ci si chiede perché il cronista della Rai ligure non abbia azzardato un minimo di contradditorio con il leader della Lega ponendogli almeno la più banale delle domande: “Ma scusi onorevole, non le sembra di usare toni che richiamano la pulizia etnica?”.

Proteste e prese di distanze anche dai partiti politici, riprese dai quotidiani locali: Raffaella Paita, capogruppo Pd in Regione Liguria: “Le parole di Salvini sugli immigrati sono allucinanti. Il segretario della Lega, parlando di pulizia di massa quartiere per quartiere, evoca periodi molto bui della nostra storia. Frasi irresponsabili, che non possiamo tollerare”. Nichi Vendola: “Salvini è un fascista, è la vergogna d’Italia”. Irritato anche il Centrodestra sia a livello locale, sia a livello nazionale con Schifani: “I metodi evocati da Salvini non fanno parte della cultura del buon governo di Forza Italia”.

Al di là dell’epilogo di questa ennesima brutta vicenda che coinvolge l’informazione, va comunque rilevata l’urgenza di una puntuale applicazione, in ambito giornalistico, della Carta di Roma. A lei è intitolata l’associazione, fondata dalla Fnsi e dall’Ordine dei Giornalisti, nel dicembre del 2008 per dare attuazione al protocollo deontologico per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione.

Clandestino, extracomunitario, vucumprà, nomade, e altri, purtroppo molti altri luoghi comuni utilizzati per descrivere il fenomeno migratorio dovrebbero essere banditi dal linguaggio giornalistico e sostituiti dalle indicazioni del glossario che Carta di Roma, attraverso i propri rappresentanti, sta divulgando nel corso di numerosi pubblici dibattiti, seminari e corsi di formazione. Da segnalare, a questo proposito, l’iniziativa di un gruppo di intellettuali, tra cui il presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti e il presidente di Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu, che si sono rivolti alle istituzioni, nella persona del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, affinché dal protocollo d’intesa tra Italia e Libia in tema – tra le altre cose – di contrasto all’immigrazione illegale e al traffico di esseri umani, venga rimossa la parola “clandestino”, termine in primo luogo giuridicamente infondato quando viene utilizzato per indicare – anche prima che abbiano potuto presentare domanda d’asilo e che la domanda sia stata valutata dalle apposite commissioni territoriali – i migranti che tentano di raggiungere o raggiungono, il territorio dell’Unione europea.

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