L’avvocato dei carabinieri stupratori di Firenze vuole denunciare Giorgio

“Chiunque partecipi a manifestazioni con l’intento di aggredire le forze dell’ordine va fermato con ogni costo e mezzo, compreso un proiettile in mezzo agli occhi” e “la gentaglia che vuole la guerra con i cittadini in uniforme trovi la guerra”, sono dichiarazioni dell’avvocato Giorgio Carta, a seguito della manifestazione di Piacenza.

L’avvocato dei carabinieri stupratori di Firenze vuole denunciare Giorgio

Si tratta di uno degli avvocati difensori dei due carabinieri che stuprarono quest’estate due ragazze a Firenze. La strategia del legale? “È un bel ragazzo e quindi non ha bisogno di violentare nessuno”.
Qualche giorno fa ci sono state le 12 ore di interrogatorio per le due studentesse, in cui gli avvocati degli stupratori hanno posto domande morbose, spregevoli e non inerenti al processo, cercando in tutti i modi di dimostrare che ci doveva pur essere qualcosa che queste ragazze hanno sbagliato.

Carta riporta sul suo profilo un post di Giorgio, giovane antifascista arrestato dopo il corteo per impedire l’apertura di una sede di Casa Pound a Piacenza, in cui il cuoco valsusisno esprime la sua indignazione riguardo all’interrogatorio. Insulti che a occhio e croce sembrano ricalcare il moto di disgusto che ha attraversato la gran parte di questo pase quando si è dovuto leggere sui giornali di un avvocato che si permette di chiedere a una donna stuprata cose come “lei portava le mutandine?”.

Essere messo davanti alla propria bassezza però proprio non va giù all’avvocato che quindi ha dichiarato di voler denunciare Giorgio per un calcolo infame: “Presenterò una denuncia nei suoi confronti al solo fine di evitare che possa eventualmente beneficiare della sospensione condizionale […]. L’eventuale risarcimento sarà interamente devoluto al brigadiere aggredito”. Quanta generosità!
Nel frattempo continuano a mescolarsi sul profilo personale di Carta post contro gli immigrati.Carta, con l’eccentricità del proprio personaggio, non fa che confermare un aspetto noto e strutturale: in barba a qualsiasi garantismo va tutelata l’autorità dell’Arma, anche quando stupra, anche quando abusa della propria divisa perché preserva quel tiepido fascismo in cui sguazzare nei secoli fedeli!

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Antifa caricati per lasciare spazio ai nazi

Alle 14 è arrivata la celere in piazza Galvani e nel giro di pochi minuti ha caricato i manifestanti, oltre un centinaio, che si erano radunati alle 12.30, diverse ore prima l’orario annunciato, per impredire il comizio di Forza Nuova di stasera. In piazza Galvani erano partite le prime spinte, poi uno scambio di manganellate da un lato e colpi sferrati con le aste dei cartelli dall’altro. Gli antifascisti sono stati spinti su via Farini e li’, mentre indietreggiavano,è partita una nuova violenta carica. Almeno sei o sette manifestanti feriti, alcuni colpiti in testa dagli sfollagente, mentre una cronista è stata manganellata sulla mano con cui teneva lo smartphone per riprendere la scena. “Una carica molto violenta, ma la giornata di lotta continua, i numeri stanno aumentando”, commenta a Zeroincondotta un antifascista. Poco prima delle 15 i manifestanti sono partiti in corteo in direzione di via Castiglione.

Poco prima gli attivisti avevano tenuto una improvvisata conferenza stampa, a cui hanno preso parola Crash, Cua, Tpo, Labas, Nodo sociale antifascista, Vag61 e Xm24, ribadendo che il comizio di stasera a Bologna e’ “una gravissima provocazione”. Poco importa l’autorizzazione delle autorità: “Noi siamo qui per rompere radicalmente questo meccanismo”. Ieri il prefetto ha dichiarato che tutti possono manifestare liberamente? “E noi stiamo manifestando liberamente. La nostra giornata di resistenza comincia adesso”.

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fiore in comizio, idranti e lacrimogeni su migliaia di antifascisti

Dopo lecariche in via Farini, i manifestanti scesi in piazza contro il comizio del leader forzanovista  hanno manifestato lungo via Castiglione, piazza di porta Ravegnana e via Rizzoli per raggiungere, intorno alle 15.30, piazza Maggiore, fermandosi a ridosso del Pavaglione. Per quattro ore hanno mantenuto il presidio tra interventi, cori e fumogeni, in un numero cresciuto progressivamente nel corso del pomeriggio. Dalle 17.30, con numeri più esigui, si è radunato il presidio convocato da Anpi, Pd, Arci e sindacati confederali.

La Polizia ha sbarrato la strada fin dal pomeriggio con blindati e grate di ferro e filtrato il passaggio sotto il portico. Altre grate sono state posizionate lungo via Farini, a chiudere una piazza Galvani che ha atteso i neonazisti silenziosa e semivuota, con negozi serrati e difficoltà a transitare anche per i semplici passanti. Alla fine i militanti forzanovisti sono arrivati, diciotto contati.

Alle 19.30 gli antifascisti hanno iniziato a muoversi dal Pavaglione, formando un lungo corteo di migliaia di persone lungo via Rizzoli, via Castiglione, piazza Santo Stefano e via Farini. Arrivati a poca distanza da piazza Galvani sono stati brutalmente respinti dal getto degli idranti (a Bologna non si erano visti neanche nel ’77!) e dai lacrimogeni delle forze di polizia. Hanno esploso in risposta alcuni petardi e lanciato oggetti verso gli antisommossa. Due fermati, a quanto si apprende, sarebbero stati subito rilasciati. Dopo alcuni minuti in piazza Minghetti, sono ripartiti in corteo lungo via Farini, via Castiglione, Strada Maggiore, piazza Aldrovandi, via San Vitale fino al Nettuno.

Nel corso della giornata, gli studenti del Cua hanno detto che un loro compagno, Lorenzo, portapizze per Just Eat, è stato arrestato per quanto avvenuto alla manifestazione antifascista di Piacenza, sabato scorso: “Anche per lui è importante essere in Piazza oggi! Fuori i fascisti dalla nostra città! Lorenzo, Giorgio e Mustapha liberi subito!”. Unanimi gli attestati di solidarietà delle altre realtà in piazza.

 

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Arrestati due giovani antifascisti per i fatti di Piacenza

Nella giornata di giovedì due compagni sono stati arrestati a seguito del corteo antifascista di Piacenza contro l’apertura di una sede di Casa pound. Uno è Moustafa, un operaio della provincia di Pavia che lavora nei magazzini della logistica. L’altro è Giorgio detto Brescia, giovane cuoco valsusino, compagno generoso da anni attivo nelle resistenze agli sfratti.

Arrestati due giovani antifascisti per i fatti di Piacenza

Che si stesse cercando il capro espiatorio per una giusta giornata di resistenza era già nell’aria con la squallida visita di Renzi al cippo commemorante l’eccidio nazista di Sant’Anna di Stazzema e la visita di Minniti al capezzale del carabiniere-martire di Piacenza. Si prepara l’ipocrita passeggiata elettorale del 24 febbraio a Roma.

Non sta a Minniti e Renzi decidere dei perimetri dell’antifascismo. Non dopo la vergognosa assenza del PD al corteo di Macerata di sabato. Non dopo anni in cui esponenti del PD sono andati a discutere con i rappresentanti dei partitini neo-fascisti  fin dentro Casa pound quando non li hanno invitati direttamente in sede. Questo non è più terreno su cui possono permettersi di prendere parola infangando chi da anni sta facendo materialmente da argine nelle strade, nelle scuole e nei posti di lavoro alla feccia neo-nazista.

Moustafa e Giorgio. Gente che la conosce bene, la violenza dei carabinieri. Moustafa, un operaio abituato, nelle decine di picchetti degli scioperi della logistica a cui ha partecipato, a sentire sulla schiena il manganello dei celerini al servizio dai padroni delle coop. Giorgio, un compagno che ha visto l’arma sbarcare decine di volte a buttare per strada le famiglie senza casa mentre partecipava ai picchetti anti-sfratto.

Mettiamocelo in testa. Non saranno attempati senatori “democratici” a combattere le aggressioni neo-naziste. Non saranno carabinieri col santino di Mussolini in caserma a difenderci dal terrorismo fascista.

Un giovane magazziniere egiziano, un giovane cuoco italiano. E la giusta rabbia. Questo è il nuovo antifascismo.

Chiediamo a tutte le realtà antifasciste di non lasciare soli gli arrestati.

Non sta a Renzi, non sta a Minniti e non sta al PD mettere il punto sulla giornata di sabato: da Macerata a Milano passando per Piacenza lo dobbiamo mettere noi.

Per lettere/telegrammi

Giorgio Battagliola 
Moustafa Elshennawi

casa circondariale “San Lazzaro”, via delle Novate 65, 29122 Piacenza.

Padova, Pavia, Firenze: la polizia carica tre iniziative contro il “fascio-leghismo”

Una giornata convulsa, quella di ieri. Che riflette al meglio il clima che si respira nel Paese, tra torsioni reazionarie e desideri di riscatto.  Mentre si assisteva al tentativo di vietare la manifestazione di sabato prossimo a Macerata, a Padova, Firenze e Pavia tre iniziative diverse contro il terrorismo di matrice “fascio-leghista” sono state caricate dalla polizia.

Ma ripercorriamo i fatti con ordine cronologico.

Il sindaco di Macerata Romano Carancini (PD) ha diffuso nel pomeriggio di ieri un appello, invitando a sospendere la manifestazione di sabato prossimo, per non turbare il processo di guarigione dei cittadini marchigiani. «Credo che ci sia un tempo per il silenzio e un tempo per manifestare, tutti insieme, a favore della vita, per la nostra Costituzione, per i diritti alla legalità. Questo è il tempo della riflessione e dell’impegno a riprendersi e ritrovarsi, tra noi, verso quello che siamo».

Le parole del primo cittadino hanno tuttavia trovato subito l’adesione di diverse sigle della “sinistra istituzionale” – Anpi, CGIL,  Arci e Libera – che hanno dichiarato di aver annullato la manifestazione in ottemperanza alle gentili sollecitazioni.

Due dichiarazioni, di Carancini prima e delle associazioni poi, da cui si sono immediatamente dissociate le realtà di movimento, che hanno invece ribadito l’urgenza di una massiccia partecipazione alla mobilitazione del 10 febbraio.

Uno statement che non ha tardato a suscitare un’altra dichiarazione, quella del ministro degli Interni Minniti che, sensibile alla necessità di «pace e tranquillità» del capoluogo marchigiano, si è detto sinceramente grato per la devota risposta di Anpi, CGIL, Arci e Libera. «Al tempo stesso mi auguro che anche altre organizzazioni che hanno annunciato manifestazioni accolgano l’invito del sindaco di Macerata. Se questo non avverrà, ci penserà il Ministro dell’Interno ad evitare tali manifestazioni».

Un’intollerabile minaccia quella di Minniti, in continuità con la negazione de iure degli spazi del dissenso, che hanno caratterizzato il suo operato in questi mesi.

Lungi dall’ottenere una prona risposta, la sommatoria degli interventi di ieri ha dimostrato che esiste nel Paese una volontà di riscatto collettivo, non solo nei confronti del “fascio-leghismo”, ma anche di un’ideologia securitaria che comprime in modo organico il quadro dei diritti e delle libertà.

Ecco perché ad esempio a Pavia, dove pure la questura aveva vietato il corteo antifascista e antirazzista chiamato dopo l’aggressione avvenuta poche ore prima dell’attentato di Macerata da parte di una ventina di naziskin ai danni di cinque ragazzi, ieri si è scelto di scendere comunque in piazza. Così a Firenze, dove il segretario della Lega Salvini era atteso per un appuntamento elettorale, in centinaia hanno partecipato al presidio antifascista convocato da Iniziativa Antagonista Metropolitana. A Padova ancora è stata la «passeggiata antifascista», che da alcuni mesi diverse realtà e singolarità cittadine fanno nelle vie del centro ogni mercoledì sera, ad aver assunto un significato più ampio, dopo i fatti di Macerata.

Tre città, tre contingenze, tre contestazioni peculiari, due tratti in comune: antifascismo e cariche. A Pavia il corteo è stato violentemente respinto dai reparti mobili (guarda il video di Local Team), così come è accaduto a Firenze (guarda il video di RepTv), città in cui la celere era stata spiegata proprio in opposizione alle mobilitazioni. APadova è stata una provocazione di alcuni neofascisti in piazza dei Signori, prontamente respinta dai partecipanti alla “passeggiata”, ad aver scatenato la celere contro gli antifascisti e le antifasciste. La polizia era presente in piazza per via di un convegno organizzato da Fratelli d’Italia.

«La polizia difende i fascisti e carica chi porta in piazza la solidarietà alle vittime del terrorismo fascio-leghista» hanno detto gli attivisti al megafono, mentre rimanevano in piazza, facendo indietreggiare la pattuglia.

Non può essere considerato casuale il dispiegamento di forze di sicurezza attuato ieri, soprattutto se messo in relazione con le patetiche richieste avanzate dal sindaco di Macerata e, ancor di più, con le intimidazioni di Minniti. Ci si domanda infatti a quali dispositivi ricorrerà sabato 10, perché èevidente che a nulla siano valse le minacce ministeriali, e che anzi abbiano suscitato una più convinta determinazione a riempire le vie e le piazze della città.

Padova: Antifascisti caricati dalla polizia in piazza

Nella serata di ieri la celere, schierata in Piazza dei Signori, ha deciso di caricare un gruppo di attivisti che avevano appena svolto la consueta passeggiata antifascista per le vie del centro. Manganellate senza una motivazione e continue provocazioni da parte del reparto mobile a difesa di qualche fascista presente in piazza. Alcuni compagni sono rimasti contusi.
Riportiamo di seguito la testimonianza di Sconfinamenti Padova:

Da mesi ormai a Padova ogni mercoledì sera ha luogo la consueta passeggiata antifascista che vede unite e coinvolte molte delle realtà e delle soggettività antirazziste e antifasciste che ogni giorno animano questa città e questo territorio.
Anche oggi ci siamo incamminati, dedicando la marcia a Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson, Festus e Omar.
Giunti in piazza dei signori, siamo riusciti ad arginare la miserevole contestazione di alcuni neofascisti, molti dei quali presenti al meeting di Fratelli d’Italia che si teneva di lì a pochi metri.
Mentre ci ritrovavamo ancora una volta a urlare e a ribadire che Padova è e sempre sarà antifascista, siamo stati caricati da alcuni celerini in tenuta anti sommossa.
Alcuni compagni sono rimasti feriti, ma nonostante la rabbia e lo sgomento siamo infine riusciti ad allontanare i celerini.

Per ribadire che, nonostante tossiche narrazioni e ridicole campagne elettorali,

PADOVA È E SEMPRE SARÀ ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTA.

Il vostro Odio non ci avrà mai.
Il vostro Odio troverà sempre le nostre barricate. I nostri corpi. Tanti. E La nostra rabbia, organizzata.
Ovunque.

Con i nostri corpi, contro il vostro odio.

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QUANDO I FASCISTI SPARAVANO DAL PALCO DEI LORO COMIZI

anti-fasci

L’episodio accaduto ieri a Macerata con la sparatoria attuata da un dichiarato razzista che ha messo a ferro e fuoco il centro della cittadina marchigiana colpendo alcuni immigrati di colore, ha portato alla ribalta il clima d’odio che sta esacerbando questa bruttissima campagna elettorale, tutta incentrata sul personalismo e della concezione assoluta del potere.

Si è ceduto troppo, nel corso degli anni, allo smarrimento di una cultura politica fondata sui valori dell’antifascismo, della convivenza civile, della costituzione repubblicana.

Si è ceduto oltre misura all’idea del “né di destra, né di sinistra”, alla presunta obsolescenza dei valori della Resistenza, all’indifferenza, alla concessione dell’equidistanza tra i partigiani e i “ragazzi di Salò”.
Si è sdoganato tutto in fretta e soprattutto, con la proposta di deforma costituzionale per fortuna respinta il 4 dicembre 2016, si è aperta la strada all’idea della possibilità di modificare la Carta Costituzionale, quasi come se si trattasse di un fatto politico tra i tanti, una delle tante “modernizzazioni”.

Si è dimenticato il periodo delle stragi fasciste, da piazza della Fontana a quella della Loggia, e si è dimenticato quando i fascisti sparavano dal palco dei loro comizi.

Colgo l’occasione allora, allo scopo di rinfrescare la memoria di tutti, per ricordare ancora una volta un episodio del 1976, a testimonianza di un clima di violenza fisica e morale che non può essere dimenticata per allora e che deve indurci, ancor oggi, al massimo di vigilanza democratica.
Non possiamo e non dobbiamo allentare la guardia, mollare la presa. Ieri la grande manifestazione di Genova lo ha dimostrato: mai come in questo momento l’antifascismo militante è fattore decisivo e dirimente per una possibile ripresa democratica.

Ecco il ricordo di quell’episodio, in apparenza lontano nel tempo, ma nella realtà molto vicino al dramma della nostra epoca (ogni accenno all’attualità sul piano della presenza di agenti del servizi intenti alla provocazione fascista è puramente casuale…):

“Il 28 maggio del 1976, a Sezze Romano, cittadina in provincia di Latina, è previsto il comizio di Sandro Saccucci, importante esponente del Movimento Sociale Italiano. Ex paracadutista e sospettato di aver partecipato al tentato golpe orchestrato nel dicembre del 1970 dal principe Junio Valerio Borghese con l’aiuto di settori «deviati» di istituzioni e servizi segreti, il Saccucci giunge nel centro pontino con un manipolo di fedelissimi. La scelta della città è quanto mai provocatoria: Sezze è un centro tradizionalmente antifascista.

Intorno alle 19,30 un corteo di otto automobili entra in paese e si dirige verso piazza IV Novembre, dove è previsto il comizio. A bordo degli automezzi, tra gli altri, vi sono fascisti di dichiarata fede come Pietro Allatta, Angelo Pistolesi, Gabriele Pirone, Miro Renzaglia e Franco Anselmi. A rendere ancora più ambigua la comparsata neofascista è il curriculum politico di Saccucci: ex paracadutista e membro dell’ ufficio informazioni del corpo dei paracadutisti nell’ambito del tentato golpe organizzato nel dicembre 1970 ad opera del principe Junio Valerio Borghese.
Ad attendere Saccucci c’è una piazza gremita di antifascisti, dal movimento studentesco a Lotta Continua, fino ad arrivare alla Fgci. Il palco è presidiato da camerati armati di bastoni e pistole, mentre le forze dell’ordine, disinteressate da quanto sta accadendo, rimangono isolate ai lati della piazza. Non appena Saccucci accenna a parlare viene ricoperto da fischi e insulti, e quando tenta di ricondurre le stragi neofasciste di Stato alla sinistra extraparlamentare viene raggiunto dal lancio di bastoni, pietre e bottiglie.
«Non volete sentirmi con le buone, mi sentirete con questa»
Dopo aver pronunciato queste parole, l’ex parà estrae di tasca una pistola e comincia a sparare sulla folla. Seguono attimi di caos, mentre Saccucci ripara in auto e fugge via a tutta velocità per sottrarsi alla rabbia degli antifascisti; i manifestanti tentano di bloccare le vie d’uscita alle automobili, e per tutta risposta vengono esplosi tre colpi di pistola dall’auto di Saccucci. Antonio Spirito, studente-lavoratore militante di Lotta Continua viene colpito alla gamba sinistra, mentre Luigi Di Rosa, 21 anni, iscritto alla Fgci, viene colpito prima alla mano e poi al ventre, rimanendo ucciso.
Pochi giorni dopo vengono emanate le autorizzazioni a procedere per l’arresto di Pietro Allatta e Sandro Saccucci, “tempestivamente” espulsi dall’Msi del repubblichino Almirante soltanto due settimane dopo i fatti di Sezze Romano.
Il 13 giugno 1976 Saccucci viene arrestato a Londra e accompagnato alla frontiera francese per l’estradizione; la scarcerazione però, si legge in una rogatoria, avviene in tempi brevissimi e grazie agli interventi di don Sixto di Borbone, del prefetto di Parigi e di un tale Jacques Susini, amico di Stefano Delle Chiaie, altro personaggio controverso già coinvolto nella stage di Piazza Fontana e «collega» ai tempi del golpe Borghese. Saccucci troverà riparo in America latina, specialmente in Argentina, dove potrà contare su protezioni e aiuti anche a livello “pubblico”, e in Cile, dove alcune voci lo vogliono coinvolto nella gestione del regime fascista del generale Pinochet.

Pietro Allatta è stato riconosciuto colpevole di aver impugnato l’arma che ha colpito prima Spirito e poi Di Rosa, anche se le prove balistiche hanno dimostrato che Luigi ha ricevuto due colpi di calibro diverso, avvalorando la tesi secondo cui Saccucci sarebbe uno degli autori materiali dell’omicidio. Le indagini non hanno mai chiarito inoltre la presenza a Sezze di un ex maresciallo dei Carabinieri e agente del Sid, Francesco Troccia, indicato come colui che guidò i missini fuori dal paese, evitando che fossero bloccati dalla popolazione.
La memoria di Luigi Di Rosa negli anni non è mai venuta meno, nonostante le assoluzioni e i depistaggi di Stato nei confronti degli autori della strage e i ripetuti attentati al monumento posto, ad un anno dal suo omicidio, in ricordo di tutte le vittime dell’antifascismo e culminato con la spregevole profanazione della sua tomba avvenuta nel 1978”.

Franco Astengo

Il VII Reparto mobile di Bologna contro la vigilanza democratica e l’attuazione della Costituzione!

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Solidarietà con Rosalba e la redazione del sito Vigilanza Democratica sotto processo presso il Tribunale di Milano perché lottano contro l’impunità e gli abusi delle forze dell’ordine, per la difesa dell’articolo 21 della Costituzione e l’introduzione di un effettivo reato di tortura!

Il 5 febbraio, presso il Tribunale di Milano, si apre il processo per “diffamazione” contro la compagna Rosalba della redazione di Vigilanza Democratica [Vigilanza Democratica] e militante del Partito dei CARC, “colpevole” di lottare per l’attuazione della Costituzione, contro gli abusi di polizia e l’impunità. In particolare sono perseguiti perché lottano per lo scioglimento di uno dei reparti speciali che nel corso degli ultimi quindici anni circa (ossia dal G8 di Genova in poi) si è “distinto” per la sua violenza nei confronti di liberi cittadini, godendo spesso di coperture ad alto livello e assoluzioni nelle aule di tribunale.

Il procedimento contro Rosalba è stato avviato con la denuncia sporta proprio da un agente del VII Reparto mobile: Vladimiro Rulli. Costui si è “risentito” perché il sito Vigilanza Democratica (intestato a Rosalba) il 22 gennaio 2013 ha “osato” denunciare apertamente i crimini del suddetto reparto con un pubblico Appello alla società civile“Cosa deve ancora accadere perché il VII Reparto mobile di Bologna venga smantellato?”, con cui chiamava tutti coloro che vogliono attuare la Costituzione a prendere posizione, a mobilitarsi e a sostenere la campagna per lo scioglimento del reparto e per l’introduzione del codice identificativo per gli agenti in servizio e del reato di tortura nel codice penale. Insomma, a prendere posizione per mettere fine alla storia di un reparto che negli anni è stato artefice di violenza indiscriminata, come documenta il dossier prodotto da Vigilanza DemocraticaCopwatching controllare i controllori (guarda qui), godendo di protezioni ad alti livelli.

Vladimiro Rulli assieme ad altri sette agenti del VII Reparto mobile (Luca Iodice, Antonio Tota, Massimo Coppola, Michele Granieri, Bartolomeo Nemolato, Ivano Pangione e Giuseppe Valente) è stato processato presso il Tribunale di Verona per il pestaggio di Paolo Scaroni, l’ultras del Brescia 1911 che il 24 settembre 2005 nella stazione di Porta Nuova ha rischiato di essere ucciso nel corso di cariche ingiustificate contro i tifosi in rientro dalla trasferta. Oggi Paolo è totalmente invalido a causa del pestaggio subito. I poliziotti, invece, sono stati tutti assolti (alcuni per “insufficienza di prove” e altri perché “il fatto non sussiste”). Nessuno ha preso in mano il manganello quel giorno, nessuno ha reso Paolo invalido quel giorno! Il pestaggio di Paolo è rimasto impunito, senza alcun colpevole e lui non sa neanche se potrà avviare una causa per il risarcimento del danno (qui il comunicato degli ultras Brescia 1911).

Ma effettivamente quale poteva essere l’esito del processo di Verona dato che la prova principale che inchiodava i colpevoli, ovvero il video con registrate le cariche della polizia nei confronti degli ultras, ha subito un taglio di dieci minuti… esattamente quelli in cui Paolo veniva massacrato?

Ebbene ora Vladimiro Rulli, dato che “giustizia è stata fatta”, ha denunciato per “diffamazione” Rosalba e Vigilanza Democratica per la battaglia di democrazia condotta e porta la compagna come imputata davanti ad un giudice: insomma, oltre al danno la… ritorsione!

L’attacco a Rosalba e l’accanimento versoVigilanza Democratica ha radici profonde nello Stato. Questa ritorsione proviene direttamente dal VII Reparto mobile (Vladimiro Rulli esegue ordini) e da quell’insieme di apparati repressivi dello “Stato profondo” che si sono legati al dito la battaglia condotta dal 2009 al 2013 contro il procedimento orchestrato dal PM Morena Plazzi di Bologna nei confronti di quattro compagni del Partito dei CARC, dell’Associazione Solidarietà Proletaria e del Sindacato Lavoratori in Lotta-per il sindacato di classe a seguito della realizzazione da parte del (nuovo)Partito comunista italiano del sito “Caccia allo sbirro”.

Questo sito è stato creato per rendere noti volti e nomi di agenti delle forze dell’ordine che commettono abusi e violenze, che si infiltrano nei movimenti politici e sociali per fare il “lavoro sporco” (spiare, provocare, intimidire, creare false prove, ecc.), che svolgono azioni completamente illegali (come avvenuto con la strategia della tensione e il sequestro di Abu Omar, per fare solo degli esempi), per spezzare l’anonimato e contrastare l’impunità cui spesso si accompagnano promozioni e scatti di carriera (come avvenuto con il G8 di Genova). In sintesi: il sito è funzionale all’applicazione della Costituzione e alla tutela dei cittadini. Il sito “Caccia allo sbirro” è stato oggetto di una dura campagna da parte di forze di destra e sindacati di polizia e, anche, di attacchi da parte di hacker. La compagna Rosalba era tra gli imputati in questo processo e, come gli altri tre imputati, anche lei è stata assolta dopo una lunga battaglia giudiziaria e politica (vedi comunicato di assoluzione). E’ nel corso di questa lotta che venne creato il sito Vigilanza Democratica e avviata la battaglia per lo scioglimento del VII Reparto mobile. Un filo nero, nero abuso, nero violenza, nero sopraffazione, nero ritorsione, nero fascismo, nero eversione collega quindi il processo per il sito “Caccia allo sbirro” con quello che il 5 febbraio inizierà contro Rosalba e la redazione di Vigilanza Democratica.

Non staremo in silenzio davanti a questa ritorsione poliziesca e affronteremo questo processo lottando, passando da accusati in accusatori, con il preciso obiettivo di rivoltarlo contro chi ne è artefice e contro chi ne è mandante, per rafforzare la lotta contro l’impunità e gli abusi da parte delle forze dell’ordine!

Chiamiamo a prendere posizione pubblica contro questo attacco tutti i candidati alle elezioni politiche e alle elezioni regionali della Lombardia, tutte le forze politiche, democratiche e progressiste presenti nel paese che hanno a cuore l’applicazione della Costituzione, che si battono per “la verità e la giustizia”, contro la repressione, gli abusi di polizia e l’impunità.

Lanciamo l’appello ad esprimere solidarietà con Rosalba e con la redazione di Vigilanza Democratica:

– partecipando al presidio di solidarietà e lotta che si terrà il 5 febbraio h. 11.30 davanti al Tribunale di Milano in occasione della prima udienza del processo. Seguiranno altre iniziative su cui terremo aggiornati;

– prendendo posizione pubblicamente con comunicati o inviando all’indirizzo carc@riseup.net foto con cartelloni con su scritto: Io sto con Rosalba e con chi applica la Costituzione. Basta abusi e impunità!”,

– inviando un contributo per le spese legali sulla Postepay n. 5333 1710 0024 1535 intestata a Gemmi Renzo. Ogni contributo, anche piccolo, è importante per portare avanti la battaglia e vincere.

La solidarietà è un’arma, usiamola!
Il 5 febbraio h. 11.30 tutti al tribunale di Milano!

9 GENNAIO 1950: IL SANGUE DELLA CLASSE OPERAIA

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9 gennaio 1950. Eccidio di Modena.
Una tragedia nella storia del movimento operaio che non deve essere dimenticata.
Questi i nomi degli uccisi dalla “Celere”, in quel giorno fatidico per la storia d’Italia.
Angelo Appiani [30 anni, partigiano, metallurgico] colpito in pieno petto. Immediatamente dal terrazzo della fabbrica altri carabinieri spararono con la mitragliatrice sulla folla di lavoratori che si trovava sulla Via Ciro Menotti oltre il passaggio a livello chiuso per il transito di un treno.
Arturo Chiappelli [43 anni, partigiano, spazzino] e Arturo Malagoli [21 anni bracciante] vennero colpiti a morte, molti furono feriti, alcuni gravemente. La gente scappava, cercava riparo dai colpi della mitraglia che continuava a sparare, altri cercavano di assistere i feriti con medicazioni improvvise e li trasportavano al riparo.
Roberto Rovatti [36 anni, partigiano, metallurgico] si trovava in fondo a Via Santa Caterina, vicino alla chiesa, dal lato opposto e distante 500 metri dai primi caduti, aveva una sciarpa rossa al collo. Mezz’ora era passata dalla prima sparatoria veniva circondato da un gruppo di carabinieri scaraventato dentro un fosso e massacrato con i calci del fucile, un linciaggio mortale. Ennio Garagnani [21 anni, carrettiere] veniva assassinato in Via Ciro Menotti dal fuoco di un’autoblinda che sparava sulla folla.
Lo sciopero generale partì spontaneamente appena si diffuse la notizia del massacro. Un’automobile della Cgil con l’altoparlante avvertiva i lavoratori di concentrarsi in Piazza Roma. Poco dopo mezzogiorno Renzo Bersani [21 anni metallurgico] attraversava la strada a piedi, in fondo a Via Menotti, all’incrocio con Via Paolo Ferrari e Montegrappa, un graduato dei CC distante oltre un centinaio di metri s’inginocchiò a terra, prese la mira col fucile e sparò per uccidere.
E’ necessario ricostruire qual’era il clima sociale dell’epoca, in un’Italia uscita in ginocchio dalla seconda guerra mondiale, nel periodo di avvio della guerra fredda, con la ripresa della tracotanza padronale, all’indomani del trionfo elettorale della DC del 18 aprile 1948 e dell’ingresso nella NATO.
La CGIL, poche settimane dopo l’eccidio pubblicò un supplemento al n. 3 di Lavoro, che riportava su pagine di carta povera i fatti e i documenti, le foto e le testimonianze dal vivo di quei giorni cruenti che non è possibile dimenticare.

Nel solo 1948, l’anno del 18 aprile e della DC trionfante, sono 17 i lavoratori uccisi, centinaia i feriti, 14.573 gli arrestati (tra essi 77 segretari di Camere del lavoro). L’impiego della polizia nelle vertenze sindacali è una prassi costante.

Al potere padronale ripreso in pieno dopo la parentesi dei giorni immediatamente seguenti la Liberazione il potere politico democristiano affiancò quello che fu definito “scelbismo”, dal nome del Ministro dell’Interno, Mario Scelba.
Ogni agitazione di lavoratori, che vivevano in condizioni di precarietà e di sfruttamento insostenibili nel quadro di un paese affamato, con le case distrutte, le vie di comunicazione tutte da ricostruire, era vista come la lunga mano della cospirazione comunista in agguato e le “forze dell’ordine” eranochiamate a sparare sui braccianti e sugli operai per difendere una presunta “libertà” minacciata.
Indelebile, sotto questo aspetto, l’eccidio perpetrato da mafia e poteri occulti il 1 Maggio del 1947 a Portella della Ginestra.

Nei soli due mesi prima di Modena, ci sono tre eccidi – Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso – poveri braccianti stroncati dal piombo sul lungo, sanguinoso cammino dell’occupazione delle terre.
Ma non ci sono metodi meno pesanti nel Nord delle industrie, sono considerati illegittimi e perseguibili a colpi di fucile anche gli scioperi a scacchiera o a singhiozzo, il picchettaggio delle fabbriche “serrate” dai padroni, persino la propaganda sindacale. 185mila militi tra poliziotti, carabinieri, guardie di finanza sono pronti in campo, 50mila in più che sotto il regime fascista.
Il massacro di Modena è però come una deflagrazione che scuote tutta Italia. Le Fonderie Riunite sono il cuore della città operaia, e il padrone, il conte Adolfo Orsi, ex boss fascista, pezzo grosso della Confindustria, proprietario di altre fabbriche metalmeccaniche, di grandi imprese commerciali, di cave nel Bresciano, di vasti possedimenti terrieri, è un vero padrone delle ferriere.

Vuole mano libera di cacciar fuori tutti i 565 dipendenti e assumerne quanti gli pare e piace e quando vuole lui; la Commissione interna non gli va e non la vuole; i sindacalisti devono stare fuori dai piedi; la lettera di licenziamento per tutti parte il 3 dicembre, e il 5 dello stesso mese con un’altra missiva fa presente che ne riassumerà nemmeno la metà. Il 19 gennaio parte lo sciopero provinciale, i cortei degli operai marciano con le bandiere, le Fonderie Riunite in “serrata” sono presidiate dalla Celere in armi: 800 militi di rinforzo sono stati chiamati da Bologna.

“Affoga nel sangue il governo del 18 aprile”, titola a tutta pagina l’Avanti! del giorno dopo. Il governo del 18 aprile: quello dell’atlantismo, della divisione sindacale, della soggezione agli USA, della crociata anticomunista. Il fondo a firma di Pietro Nenni (PSI e PCI sono ancora legati da una Giunta di intesa, che però si scioglierà di lì a pochi anni), è un violentissimo attacco, politico e morale: «Il governo cattolico di De Gasperi e Scelba non ha neppure la comprensione umana e sociale di un Giolitti. La logica interna della sua politica di fame,di odio,di paura lo ha ormai condotto al delitto in permanenza».

Il servizio da Modena è gridato con gli stessi accenti di esecrazione. «Il gonfalone del Comune di Modena, medaglia d’oro della lotta di liberazione, sventola a mezz’asta dal balcone del palazzo municipale. Il più brutale massacro che sia avvenuto dopo la liberazione, massacro paragonabile soltanto agli indiscriminati eccidi compiuti dai nazisti, ha gettato nel lutto la popolazione modenese».

E Fernando Santi (socialista, segretario generale della CGIL} dalle stesse colonne non esita a dichiarare: «La verità è che a Modena – centro proletario per eccellenza – da due anni le autorità stanno svolgendo un’azione di intimidazione e di illegalità allo scopo di indebolire quel formidabile schieramento proletario».
“Tutta l’Italia si leva contro il nuovo eccidio!”; è il titolo a 8 colonne dell’Unità dello stesso giorno, 10 gennaio.
Lo sciopero generale è in atto in tutta Italia, i metallurgici di tutta Italia sono in sciopero per 24 ore, informa il giornale; e il fondo di Pietro Ingrao, sotto il titolo accusatore “Premeditazione” ha questa conclusione: «Bisogna fermare la mano degli assassini e far intendere a chi ne fosse tentato che sulla strada di Crispi e di Mussolini non si torna. I pazzi sono avvertiti».
Non sono soltanto i giornali della sinistra a condannare, Modena è una visione inquietante. Sulla Stampa prendono posizione contro l’eccidio Vittorio Gorresio e Luigi Salvatorelli. «Già sentiamo incalzanti – scrive Gorresio – le interpretazioni che ci parlano di piani di agitazioni nella provincia rossa modenese. Sono frusti argomenti che non esauriscono il problema». Rampognato dal Popolo per aver rilasciato nientemeno che una dichiarazione al settimanale comunista Vie Nuove, Gorresio risponde sul Mondo: «È un ragionamento da caporali e non da uomini politici. Fu concepito dai caporali zaristi il 9 gennaio 1905, quando spararono contro gli operai davanti al palazzo d’inverno dl Pietroburgo».
Gaetano Baldacci sul Corriere della Sera, ha così commentato la pratica delle cariche di polizia: «C’è una realtà disonorevole per il nostro paese: la rivoltante uccisione di contadini affamati, la Celere come capitolo della scienza economica, mentre i proprietari di immense terre se ne stanno a Roma o a Capri, a intrigare con la politica o con l’alta società». E ” Il mitra facile e la poltrona comoda”; è il titolo del Giornale della Sera.
“Ai vivi in nome dei morti “; così il fondo di Sandro Pertini sull’Avanti il giorno prima dei funerali: «Cristo per opera di costoro è oggi nuovamente crocifisso”.
Mercoledì 11 gennaio è il giorno dei funerali. Il quotidiano del PCI invia Gianni Rodari, uno scrittore e un poeta più che un cronista. “300 mila lavoratori ai funerali delle sei vittime”; è il titolo. «La città gloriosa, ammutolita dal dolore e stretta intorno ai suoi assassinati del 9 gennaio si è riempita stamani di passi pesanti che popolavano le sue strade, le sue piazze…»
Dalle otto del mattino alle 8 di sera, tanto è lunga la giornata del grande lutto di Modena «I sei Caduti allineati l’uno a fianco dell’altro nelle bare avvolte in bandiere; uno per uno essi avevano l’espressione contratta del dolore e dello spaventoso stupore in cui li sorprese la morte. I tre ragazzi di 20 anni sembravano ancora vivi e la terribile espressione dei loro volti sembrava dovuta a un sogno angoscioso e passeggero… Sulle fotografie i volti sembravano anche più giovani. Garagnani e Malagoli avevano una luce quasi infantile».
Il discorso di Togliatti muove onde di commozione, si piange tra la folla. Da Modena, da quei funerali di popolo, si leva l’appello per una nuova politica.
Anche dall’estero arrivavano giudizi significativi, come quello espresso da Elisabetta Wiskermann sulla rivista inglese Illustratect «Il governo democristiano ha creato una polizia organizzatissima e violenta (arruolando molti degli appartenenti alla polizia di Mussolini) e così la classe dei ricchi si è sentita sicura”).
Il dopoguerra è stato quello del “centrismo” di De Gasperi, con la pacificazione postfascista e l’approvazione di una Costituzione ancor oggi da applicare in alcune parti fondamentali, la ricostruzione sotto la tutela a stelle e strisce del Piano Marshall, la politica deflazionistica e di contenimento della spesa pubblica di Luigi Einaudi, la polizia del ministro degli Interni Mario Scelba.

Ma è stato anche quello degli operai delle grandi fabbriche del Nord e dei braccianti del Sud.
Non dobbiamo dimenticare questo pezzo della storia del nostro popolo.
La memoria di questi avvenimenti è ancora parte essenziale della nostra ricerca di convivenza solidale, civile, di profonda trasformazione democratica.
Rispetto a questo ricordo incancellabile noi che intendiamo ostinatamente mantenerlo non ci sentiamo per nulla superati dalla storia: anzi, proprio la capacità di conservare la memoria ci offre occasioni, anche adesso, di progettare il futuro.

9 gennaio 1950 – Eccidio di Modena

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I lavoratori del complesso siderurgico Orsi, dopo il licenziamento di 200 operai su 800 ed una serrata padronale di 40 giorni, si avvicinano ai cancelli nell’intento di riprendere il lavoro.

Segue immediata una carica della polizia, mentre gli operai vengono mitragliati con fuoco incrociato da altri reparti appostati al di là dei cancelli: sono uccisi:

Angelo Appiani [30 anni, partigiano, metallurgico] colpito in pieno petto. Immediatamente dal terrazzo della fabbrica altri carabinieri spararono con la mitragliatrice sulla folla di lavoratori che si trovava sulla Via Ciro Menotti oltre il passaggio a livello chiuso per il transito di un treno.

Arturo Chiappelli [43 anni, partigiano, spazzino] e Arturo Malagoli [21 anni bracciante] vennero colpiti a morte, molti furono feriti, alcuni gravemente. La gente scappava, cercava riparo dai colpi della mitraglia che continuava a sparare, altri cercavano di assistere i feriti con medicazioni improvvise e li trasportavano al riparo.

Roberto Rovatti [36 anni, partigiano, metallurgico] si trovava in fondo a Via Santa Caterina, vicino alla chiesa, dal lato opposto e distante 500 metri dai primi caduti, aveva una sciarpa rossa al collo. Mezz’ora era passata dalla prima sparatoria veniva circondato da un gruppo di carabinieri scaraventato dentro un fosso e massacrato con i calci del fucile, un linciaggio mortale.

Ennio Garagnani [21 anni, carrettiere] veniva assassinato in Via Ciro Menotti dal fuoco di un’autoblinda che sparava sulla folla.

Lo sciopero generale partì spontaneamente appena si diffuse la notizia del massacro. Un’automobile della Cgil con l’altoparlante avvertiva i lavoratori di concentrarsi in Piazza Roma. Poco dopo mezzogiorno Renzo Bersani[21 anni metallurgico] attraversava la strada a piedi, in fondo a Via Menotti, all’incrocio con Via Paolo Ferrari e Montegrappa, un graduato dei CC distante oltre un centinaio di metri s’inginocchiò a terra, prese la mira col fucile e sparò per uccidere.

E’ necessario ricostruire qual’era il clima sociale dell’epoca, in un’Italia uscita in ginocchio dalla seconda guerra mondiale, nel periodo di avvio della guerra fredda, con la ripresa della tracotanza padronale, all’indomani del trionfo elettorale della DC del 18 aprile 1948 e dell’ingresso nella NATO.

La CGIL, poche settimane dopo l’eccidio pubblicò un supplemento al n. 3 di Lavoro, che riportava su pagine di carta povera i fatti e i documenti, le foto e le testimonianze dal vivo di quei giorni cruenti che non è possibile dimenticare.

Nel solo 1948, l’anno del 18 aprile e della DC trionfante, sono 17 i lavoratori uccisi, centinaia i feriti, 14.573 gli arrestati (tra essi 77 segretari di Camere del lavoro). L’impiego della polizia nelle vertenze sindacali è una prassi costante.

Al potere padronale ripreso in pieno dopo la parentesi dei giorni immediatamente seguenti la Liberazione il potere politico democristiano affiancò quello che fu definito “scelbismo”, dal nome del Ministro dell’Interno, Mario Scelba.

Ogni agitazione di lavoratori, che vivevano in condizioni di precarietà e di sfruttamento insostenibili nel quadro di un paese affamato, con le case distrutte, le vie di comunicazione tutte da ricostruire, era vista come la lunga mano della cospirazione comunista in agguato e le “forze dell’ordine” erano chiamate a sparare sui braccianti e sugli operai per difendere una presunta “libertà” minacciata.

Indelebile, sotto questo aspetto, l’eccidio perpetrato da mafia e poteri occulti il 1 Maggio del 1947 a Portella della Ginestra.
Nei soli due mesi prima di Modena, ci sono tre eccidi – Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso – poveri braccianti stroncati dal piombo sul lungo, sanguinoso cammino dell’occupazione delle terre.

Ma non ci sono metodi meno pesanti nel Nord delle industrie, sono considerati illegittimi e perseguibili a colpi di fucile anche gli scioperi a scacchiera o a singhiozzo, il picchettaggio delle fabbriche “serrate” dai padroni, persino la propaganda sindacale. 185mila militi tra poliziotti, carabinieri, guardie di finanza sono pronti in campo, 50mila in più che sotto il regime fascista.

Il massacro di Modena è però come una deflagrazione che scuote tutta Italia. Le Fonderie Riunite sono il cuore della città operaia, e il padrone, il conte Adolfo Orsi, ex boss fascista, pezzo grosso della Confindustria, proprietario di altre fabbriche metalmeccaniche, di grandi imprese commerciali, di cave nel Bresciano, di vasti possedimenti terrieri, è un vero padrone delle ferriere.

Vuole mano libera di cacciar fuori tutti i 565 dipendenti e assumerne quanti gli pare e piace e quando vuole lui; la Commissione interna non gli va e non la vuole; i sindacalisti devono stare fuori dai piedi; la lettera di licenziamento per tutti parte il 3 dicembre, e il 5 dello stesso mese con un’altra missiva fa presente che ne riassumerà nemmeno la metà. Il 19 gennaio parte lo sciopero provinciale, i cortei degli operai marciano con le bandiere, le Fonderie Riunite in “serrata” sono presidiate dalla Celere in armi: 800 militi di rinforzo sono stati chiamati da Bologna.

Affoga nel sangue il governo del 18 aprile“, titola a tutta pagina l’Avanti! del giorno dopo. Il governo del 18 aprile: quello dell’atlantismo, della divisione sindacale, della soggezione agli USA, della crociata anticomunista. Il fondo a firma di Pietro Nenni (PSI e PCI sono ancora legati da una Giunta di intesa, che però si scioglierà di lì a pochi anni), è un violentissimo attacco, politico e morale: «Il governo cattolico di De Gasperi e Scelba non ha neppure la comprensione umana e sociale di un Giolitti. La logica interna della sua politica di fame, di odio, di paura lo ha ormai condotto al delitto in permanenza».

Il servizio da Modena è gridato con gli stessi accenti di esecrazione. «Il gonfalone del Comune di Modena, medaglia d’oro della lotta di liberazione, sventola a mezz’asta dal balcone del palazzo municipale. Il più brutale massacro che sia avvenuto dopo la liberazione, massacro paragonabile soltanto agli indiscriminati eccidi compiuti dai nazisti, ha gettato nel lutto la popolazione modenese».
E Fernando Santi (socialista, segretario generale della CGIL} dalle stesse colonne non esita a dichiarare: «La verità è che a Modena – centro proletario per eccellenza – da due anni le autorità stanno svolgendo un’azione di intimidazione e di illegalità allo scopo di indebolire quel formidabile schieramento proletario».

Tutta l’Italia si leva contro il nuovo eccidio!”; è il titolo a 8 colonne dell’Unità dello stesso giorno, 10 gennaio.

Lo sciopero generale è in atto in tutta Italia, i metallurgici di tutta Italia sono in sciopero per 24 ore, informa il giornale; e il fondo di Pietro Ingrao, sotto il titolo accusatore “Premeditazione” ha questa conclusione: «Bisogna fermare la mano degli assassini e far intendere a chi ne fosse tentato che sulla strada di Crispi e di Mussolini non si torna. I pazzi sono avvertiti».

Non sono soltanto i giornali della sinistra a condannare, Modena è una visione inquietante. Sulla Stampa prendono posizione contro l’eccidio Vittorio Gorresio e Luigi Salvatorelli. «Già sentiamo incalzanti – scrive Gorresio – le interpretazioni che ci parlano di piani di agitazioni nella provincia rossa modenese. Sono frusti argomenti che non esauriscono il problema». Rampognato dal Popolo per aver rilasciato nientemeno che una dichiarazione al settimanale comunista Vie Nuove, Gorresio risponde sul Mondo: «È un ragionamento da caporali e non da uomini politici. Fu concepito dai caporali zaristi il 9 gennaio 1905, quando spararono contro gli operai davanti al palazzo d’inverno dl Pietroburgo».

Gaetano Baldacci sul Corriere della Sera, ha così commentato la pratica delle cariche di polizia: «C‘è una realtà disonorevole per il nostro paese: la rivoltante uccisione di contadini affamati, la Celere come capitolo della scienza economica, mentre i proprietari di immense terre se ne stanno a Roma o a Capri, a intrigare con la politica o con l’alta società». E ” Il mitra facile e la poltrona comoda“; è il titolo del Giornale della Sera.

Ai vivi in nome dei morti “; così il fondo di Sandro Pertini sull’Avanti il giorno prima dei funerali: «Cristo per opera di costoro è oggi nuovamente crocifisso”.

Mercoledì 11 gennaio è il giorno dei funerali. Il quotidiano del PCI invia Gianni Rodari, uno scrittore e un poeta più che un cronista. 300 mila lavoratori ai funerali delle sei vittime“; è il titolo. «La città gloriosa, ammutolita dal dolore e stretta intorno ai suoi assassinati del 9 gennaio si è riempita stamani di passi pesanti che popolavano le sue strade, le sue piazze…»

Dalle otto del mattino alle 8 di sera, tanto è lunga la giornata del grande lutto di Modena «I sei Caduti allineati l’uno a fianco dell’altro nelle bare avvolte in bandiere; uno per uno essi avevano l’espressione contratta del dolore e dello spaventoso stupore in cui li sorprese la morte. I tre ragazzi di 20 anni sembravano ancora vivi e la terribile espressione dei loro volti sembrava dovuta a un sogno angoscioso e passeggero… Sulle fotografie i volti sembravano anche più giovani. Garagnani e Malagoli avevano una luce quasi infantile».

Il discorso di Togliatti muove onde di commozione, si piange tra la folla. Da Modena, da quei funerali di popolo, si leva l’appello per una nuova politica.

Anche dall’estero arrivavano giudizi significativi, come quello espresso da Elisabetta Wiskermann sulla rivista inglese Illustratect «Il governo democristiano ha creato una polizia organizzatissima e violenta (arruolando molti degli appartenenti alla polizia di Mussolini) e così la classe dei ricchi si è sentita sicura“).

Il dopoguerra è stato quello del “centrismo” di De Gasperi, con la pacificazione postfascista e l’approvazione di una Costituzione ancor oggi da applicare in alcune parti fondamentali, la ricostruzione sotto la tutela a stelle e strisce del Piano Marshall, la politica deflazionistica e di contenimento della spesa pubblica di Luigi Einaudi, la polizia del ministro degli Interni Mario Scelba.
Ma è stato anche quello degli operai delle grandi fabbriche del Nord e dei braccianti del Sud.

Non dobbiamo dimenticare questo pezzo della storia del nostro popolo.

La memoria di questi avvenimenti è ancora parte essenziale della nostra ricerca di convivenza solidale, civile, di profonda trasformazione democratica.

Rispetto a questo ricordo incancellabile noi che intendiamo ostinatamente mantenerlo non ci sentiamo per nulla superati dalla storia: anzi, proprio la capacità di conservare la memoria ci offre occasioni, anche adesso, di progettare il futuro. (Dal blog di Franco Astengo)