Roma 1 marzo 1968 – La battaglia di Valle Giulia

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Guardando al 1968, il 1 Marzo rappresenta una tappa fondamentale, una data destinata a lasciare una traccia forte nell’immaginario collettivo ma anche ad avere conseguenze sugli sviluppi successivi degli eventi.
Con la battaglia di Valle Giulia il movimento studentesco, che nei mesi precedenti era stato un mormorio relegato al piano locale, si trasforma in un boato ed irrompe con forza sulla scena nazionale.Le voci delle precedenti occupazioni di facoltà, iniziate già nel ’67 a Pisa, Torino e Milano, erano infatti circolate perlopiù in ambito universitario, senza riuscire a portare all’attenzione dell’opinione pubblica le prime avvisaglie di agitazione.A Valle Giulia, zona di Roma alle pendici dei Parioli, si trova la facoltà di Architettura, che nei giorni precedenti al 1 Marzo è stata sede di svariate iniziative politiche, culminate nell’occupazione della facoltà.Il 29 Febbraio il rettore D’Avack richiede l’intervento della polizia per mettere fine all’occupazione: l’edificio viene brutalmente sgomberato e rimane presidiato dalle forze dell’ordine.La mattina successiva più di 4000 studenti si radunano in Piazza di Spagna e si dirigono verso la facoltà di Architettura, determinati a liberare l’edificio dall’assedio poliziesco.Il corteo giunge sul posto e comincia a fronteggiare i cordoni delle forze dell’ordine in un clima incandescente; l’evento scatenante non tarda ad arrivare: quando un gruppo di agenti prende in disparte uno studente e comincia a picchiarlo la rabbia del corteo esplode in una fitta sassaiola in direzione della polizia.
In breve lo scontro si estende a tutta l’area circostante, un gruppo di studenti riesce anche a sfondare i cordoni della polizia e a rientrare nella facoltà ma è costretto ad uscirne poco dopo sotto i colpi dei manganelli.
Gli studenti reggono a lungo l’urto delle cariche degli agenti: a fine giornata si contano 500 feriti tra i manifestanti e 150 tra le forze dell’ordine, i fermati sono più di 200, l’area circostante la facoltà ha un aspetto tale da far parlare di una vera e propria battaglia: diverse camionette ed auto incendiate, il suolo disseminato di sassi e lacrimogeni.
L’evento farà scorrere fiumi d’inchiostro: il giorno successivo la notizia rimbalza da un quotidiano all’altro, l’opinione pubblica si divide, tante interpretazioni e visioni ne vengono date.
Quel che è certo è che la battaglia di Valle Giulia rappresenta una svolta per il movimento studentesco e per un’intera generazione che abbandona con decisione la fase dell'”innocenza” e mette in campo il primo episodio di uno scontro inevitabile.
Nelle ore successive la battaglia lo slogan che circola orgogliosamente fra gli studenti, non più disposti a subire a capo chino la violenza della polizia, è: “Non siam scappati più!”.

28 febbraio 1978: i Nar uccidono Roberto Scialabba

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Il 28 febbraio 1978 è per i neofascisti romani una data significativa: tre anni prima era morto durante gli scontri alla sezione missina del rione Prati Mikis Mantakas, giovane militante del Fuan. L’episodio aveva segnato un vero e proprio punto di svolta per alcuni giovani neofascisti, tra i quali i fratelli Fioravanti, Francesca Mambro a Alessandro Alibrandi, che avevano quindi deciso di impugnare le armi: così erano nati i Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), che si renderanno negli anni responsabili di almeno 33 omicidi e che a tutt’oggi sono ritenuti responsabili della strage di Bologna.

Nei giorni precedenti all’anniversario della morte di Mantakas, Fioravanti e i suoi accoliti discutono molto su quale azione mettere in atto per ricordare il camerata ucciso, fino a quando un neofascista appena uscito dal carcere riporta la notizia che a sparare ad Acca Larentia, il 7 gennaio, sono stati quelli del centro sociale di Via Calpurnio Fiamma.

Detto, fatto: quella sera in otto salgono su tre macchine e si dirigono verso il quartiere Tuscolano. Arrivano davanti all’edificio occupato, ma lo trovano chiuso, perché la mattina stessa è stato sgomberato da un’operazione di polizia.

Il gruppetto comincia a perlustrare la zona, entra in un parchetto e vede un gruppo di ragazzi, che dal vestiario sembrano appartenere alla sinistra ezìxtraparlamentare. I neofascisti scendono da una delle macchine, e cominciano subito a sparare.

Le pistole però si inceppano, ma per terra rimane, ferito, Roberto Scialabba, colpito al torace, mentre gli altri ragazzi, alcuni feriti, riescono ad allontanarsi.
L’agguato potrebbe concludersi senza vittime, ma Valerio Fioravanti salta addosso a Roberto e gli spara: uno, due colpi alla testa. È il primo omicidio di Valerio Fioravanti, ma lui stesso si rende conto che i ragazzi di Piazza San Giovanni Bosco non avevano nulla a che fare con Acca Larentia.

Alcune ore dopo, una telefonata all’Ansa rivendica l’omicidio: “La gioventù nazional rivoluzionaria colpisce dove la giustizia borghese non vuole. Abbiamo scoperto noi chi ha ucciso Ciavatta e Bigonzetti. Onore ai camerati caduti.”

Ci vorranno però quattro anni, dopo le dichiarazioni del pentito Cristiano Fioravanti, perché la magistratura riconosca la matrice politica del delitto, che fino allora era stato considerato un “regolamento di conti tra piccoli spacciatori”.

In una scritta, quando il 30 settembre di un anno prima era stato ucciso Walter Rossi, Roberto, pur non conoscendolo direttamente, lo aveva così ricordato: «Una lacrima scivola sul viso, una lacrima che non doveva uscire, il cuore si stringe, si ribella, i suoi tonfi accompagnano slogan che si alzano verso il cielo “non basta il lutto pagherete caro pagherete tutto”».

Così, all’indomani della morte, i compagni di Cinecittà lo ricordavano: «Roberto era un compagno che lottava, come tutti noi, contro un’emarginazione che Stato e polizia gli imponevano. E’ caduto da partigiano sotto il fuoco fascista».
MA GLI ANTIFASCISTI NON DIMENTICANO!      Né oblio, né perdono!
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Standing Rock – Sgomberato il campo di Oceti Sakowin

Mercoledì 22 febbraio, alle 2pm (ora locale) è stato sgomberato a Standing Rock il campo di Oceti Sakowin. L’ultimatum era stato dato 48 ore prima dallo United States Army Corps of Engineers e dal governatore del North Dakota Doug Burgum. Oceti Sakowin era il principale campo di resistenza delle comunità Sioux nei confronti del Dakota Access Pipeline, un grande oleodotto che dovrebbe servire a portare sotterraneamente il greggio dalla Bakken Formation – una zona al confine tra Montana e North Dakota, due stati degli Stati Uniti che confinano con il Canada – fino all’Illinois, attraversando South Dakota e Iowa.

L’opera, fermata da Obama al termine del suo mandato e sbloccata da Trump nei primi giorni del suo operato presidenziale, rischia di devastare completamente la riserva indiana di Standing Rock, un’area tra le più ricche di acqua e biodiversità dell’intero continente americano. Per questa ragione i Sioux che si oppongono all’oleodotto sono chiamati anche Water Protectors.

Nei giorni scorsi, per vie di condizioni climatiche molto problematiche, diverse persone avevano già lasciato il campo, per andare a presidiare altri luoghi vicini alla zona dove dovrebbe passare l’oleodotto. Fonti indipendenti parlano di circa un centinaio di persone che ieri erano ancora stanziate ad Oceti Sakowin .

Nell’abbandonare l’accampamento alcuni attivisti hanno dato fuoco ai teepee e alle baracche in segno di protesta, mentre una decina di persone sono state fermate dalla polizia. Tra queste è stato arrestato brutalmente il mediattivista Eric Poemz, semplicemente per aver fatto alcune riprese video.

Lo sgombero di Oceti Sakowin, dopo sei mesi di occupazione e resistenza, non ferma la lotta dei Sioux. Decine di campi di resistenza si stanno formando in tutta Standing Rock ed altre iniziative di lotta sono previste nelle prossime settimane. Attorno ai Water Protectors si è stretta una rete solidale che diventa sempre più numerosa, pronta a dar battaglia contro l’arroganza di Trump e di Burgum.

UPDATE. Giovedì 24 febbraio prosegue lo sgombero di Oceti Sakowin Camp. In azione mezzi blindati, swat, esercito e polizia in tenuta antisommossa. Segui la diretta su Unicorn Riot

http://www.globalproject.info/it/mondi/standing-rock-sgomberato-il-campo-di-oceti-sakowin/20658

Lo stupro inventato che ha eccitato Matteo Salvini e Giorgia Meloni

Matteo Salvini e Giorgia Meloni erano insorti contro l’ennesimo episodio di violenza di cui si erano resi protagonisti due immigrati. Ora si scopre che quel tentativo di stupro probabilmente non è mai avvenuto e che la vittima si è inventata tutto

Una decina di giorni fa diversi giornali hanno dato la notizia di un presunto tentativo di stupro avvenuto il 9 febbraio a bordo di un treno della della linea Milano-Mortara ai danni di una ragazza di 15 anni residente a Vigevano. A commettere le molestie sarebbero stati due cittadini identificati come “nordafricani” e “magrebini”. La ragazza sarebbe stata insultata, presa a calci e pugni e palpeggiata più volte nelle parti intime dai due sconosciuti che in seguito si sarebbero dati alla fuga una volta che il treno è arrivato a Vigevano. Paola Fucilieri sul il Giornale  dà la notizia che la presunta vittima si sarebbe inventata tutto.

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Cosa è successo davvero sul treno dello strupro

A giungere a queste conclusioni, dopo che politici come Giorgia Meloni Matteo Salvini avevano chiesto di usare il pugno duro contro gli stranieri che delinquono e che assaltano le nostre donne, sono stati gli agenti di Polizia che non solo non hanno ritrovato alcun riscontro nei fotogrammi delle telecamere di sorveglianza ma che hanno scoperto che uno dei due presunti stupratori aveva un alibi di ferro. La ragazzina infatti aveva raccontato che qualche tempo addietro era stata contattata via Facebook da un giovane nordafricano il quale aveva insistito per avere un incontro con lei per conoscerla. Il ragazzo si è presentato in commissariato con il suo avvocato precisando che sì, aveva avuto dei contatti via social con la ragazza ma raccontando che in seguito i due si erano conosciuti (cosa che la vittima aveva negato) e soprattutto fornendo le prove che lui su quel treno dove sarebbe avvenuta l’aggressione non c’era né da solo né in compagnia di un amico. Inoltre incredibilmente gli inquirenti non hanno trovato testimoni oculari che confermassero il racconto della ragazza.

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Matteo Salvini, che aveva invocato la castrazione chimica per gli stupratori ha sorvolato sulla notizia data dal Giornale, così come lo ha fatto Giorgia Meloni. Nonostante infatti gli articoli di quei giorni avessero più volte precisato che la Polizia era ancora alla ricerca di un riscontro oggettivo rispetto a quanto raccontato dalla ragazza diverse pagine di fascionazionalisti avevano iniziato a cavalcare l’onda della protesta scatenata dalle reazioni dei leader della Lega e di Fratelli d’Italia.

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Il noto sito riscattonazionale.it raccontava così l’occultamento della verità in atto sui quotidiani “di sinistra” che evitavano di menzionare la nazionalità dei due stupratori (nazionalità che nemmeno la vittima ha indicato):

Una sorta di timore di fondo di chiamare le cose con il proprio nome. Né «Repubblica» né «Corriere della Sera» indicano nella titolazione la provenienza dei due aggressori della ragazzina. «La Stampa», invece, si limita a indicare, attraverso le parole della vittima, che i due «erano nordafricani». Usare cautela in un caso di cronaca che dipende solo dalle parole della vittima è sempre buona norma, cercare di nascondere le evidenze però lo è meno. In uno degli articoli neanche si fa accenno alla provenienza dei due aggressori (da stigmatizzare pure se fossero italiani, senza dubbio), ma si parla genericamente di «accento nordafricano».

Curiosamente oggi il sito che ci racconta quotidianamente tutti i crimini degli immigrati nasconde la notizia data da Paola Fucilieri sul Giornale. Perché del resto il fatto che due nordafricani abbiano stuprato una ragazzina italiana fa notizia. Quello che la vittima si è inventato tutto probabilmente no. Complotto?

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Il punto non è la fake news perché quando i giornali hanno riportato la notizia era “vera”, cioè era vero che una ragazza avesse denunciato due ignoti nordafricani per un tentativo di violenza sessuale. La ragazza aveva una costola fratturata e diversi lividi sul corpo. Quello che è grave è quello che è successo dopo, ovvero il modo in cui la notizia è stata manipolata dai politici esperti nel criminalizzare gli immigrati. La polizia non aveva ancora arrestato nessuno né incriminato qualcuno di preciso che già Salvini e Meloni avevano celebrato tre gradi di giudizio e  proposto la loro ricetta anti-violenza. Ricetta che però nel caso in questione non serve a nulla. Ma intanto altro odio è stato seminato contro una categoria di persone già “sgradita” a molti italiani.

Giovanni Drogo da neXTquotidiano

¡Movilízate por tus derechos! Las marchas de la Dignidad volvemos a las calles el 25 de febrero (llamamiento, convocatorias y vídeos)

casa originale dell articolo http://kaosenlared.net/las-marchas-de-la-dignidad-en-defensa-del-sistema-publico-de-pensiones/

Nunca nos regalaron nada la clase trabajadora, todo hubo que conquistarlo luchando, desde las Marchas de las Dignidad somos conscientes y por ello llamamos a la mayoría social a denunciar públicamente en la calle a expresar nuestra indignación y denuncia de la injusticia con el grito colectivo de “Pan, trabajo, Techo y Dignidad”. Llamamos a los colectivos sociales, sindicales y políticos a sumarse a esta acción y salir a la calle todas juntas por el presente y el futuro.

El próximo 25 de febrero, y el 28 en Andalucía, las Marchas de la Dignidad volvemos a las calles de todo el estado para exigir nuestros derechos y para mostrar la solidaridad con todas las personas y colectivos que luchan por una vida con dignidad y por la recuperación de los derechos robados por este sistema corrupto, volvemos a las calles para luchar por los derechos de las generaciones presentes y futuras.

Volvemos a las calles para defender el sistema público de pensiones atacado por los poderes económicos y políticos neoliberales para hacer de nuestro derecho a las pensiones su negocio. Para defender una pensión digna de 1080 euros al mes con 14 pagas y que este derecho esté garantizado por los Presupuestos Generales del Estado, también que su revalorización sea automática anualmente para que no se pierda poder adquisitivo. Porque sí hay dinero para salvar a bancos y autopistas de la quiebra, también lo hay para rescatar la vida de las personas y que podamos vivir con dignidad. Volvemos a las calles para exigir la derogación de las reformas de las pensiones impuestas por los partidos del régimen monárquico, por el PSOE en el 2011 y por el PP en el 2013, y para defender el Sistema Público de Pensiones.

Denunciamos el robo de la llamada hucha de las pensiones, bolsa de garantía con los excedentes que genera el sistema, que ha caído un 52 % desde su puesta en marcha en 2002 por el saqueo del gobierno para invertirla en su propia deuda pública la cual se ha demostrado no es rentable, denunciamos la congelación de la cuantía de la pensión a través de la última reforma del PP.  Hay que tener en cuenta que el último recurso de las familias sin ingresos son las pensiones de sus mayores, lo que agrava aún más la ya difícil situación de la personas sin recursos. Del mismo modo, denunciamos la campaña para la ampliación de la edad de jubilación y por los recortes en las pensiones desde los poderes económicos y políticos del régimen, los mismos que se ponen pensiones millonarias y cómplices del robo de los bancos a la población.

Salimos a las calles a cuerpo, para mostrar una realidad que se quiere ocultar y para demostrar  la solidaridad con quienes sufrimos los efectos de las políticas capitalistas que, utilizando la crisis como excusas, confiscan derechos y riqueza a las clases populares y trabajadoras en beneficio de una minoría privilegiada. Ocupamos las calles para defender los servicios públicos como la sanidad, la enseñanza, etc. para denunciar la situación de pobreza de más del 30% de la población, el aumento de la pobreza infantil.  Esta situación tiende a convertirse en crónica y afectara al ser humano durante toda su vida, salimos a las calles a exigir un trabajo y un salario digno y una prestación suficiente a través de una renta básica.

Ocupamos las calles para decir NO al pago de la deuda, NO al cumplimiento de los objetivos de déficit impuestos por la Unión Europea y el FMI a través del pacto del PSOE y el PP,con el que reformaron el artículo 135 de la C. E. por el que se da prioridad al pago de la deuda, a los especuladores internacionales, antes que a las necesidades de la población; también contra el tratado de la Zona Euro: un verdadero corsé para los intereses de las clases trabajadoras y la mayoría social. Mostramos nuestro rechazo a los tratados internacionales que nos quitan derechos como el recién aprobado CETA y lucharemos para que no se firmen el TISA y el TTIP.

Salimos a la calle para defender los derechos de las generaciones presentes y futuras y esto nos lleva también a exigir la derogación de las reformas laborares del PSOE y del PP, que han empeorado la situación social y en el trabajo de la mayoría social con precariedad, inseguridad, salarios de miseria, bajas o ninguna cotización, etc. que hace que en el futuro o no se pueda acceder al derecho a una pensión pública o que esta tenga una cuantía de miseria.

El próximo 25 de febrero y el 28 en Andalucía nos movilizamos contra la represión, contra el recorte de las libertades y para exigir Amnistía y la libertad de todas las personas encarceladas, procesadas o multadas por luchar, exigimos la ¡¡ Derogación YA !! de las Leyes Mordaza.

Nunca nos regalaron nada la clase trabajadora, todo hubo que conquistarlo luchando, desde las Marchas de las Dignidad somos conscientes y por ello llamamos a la mayoría social a denunciar públicamente en la calle a expresar nuestra indignación y denuncia de la injusticia con el grito colectivo de “Pan, trabajo, Techo y Dignidad”. Llamamos a los colectivos sociales, sindicales y políticos a sumarse a esta acción y salir a la calle todas juntas por el presente y el futuro.

 ¡¡No tenemos nada que perder salvo las cadenas!!

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Funerali di Valerio Verbano – Verano 25 febbraio 1980

Questo non è un corteo
perchè va un po’ più lento
si sentono i singhiozzi
da lontano un lamento

Questo non è un corteo
c’è troppo silenzio
Valerio dove sei
t’avemo ognuno drentro

Questo non è un corteo
ma neppure un funerale
stamo tutti a pesà
quanto sta vita vale

In questo strano giardino
di fiori e di morte
rimbombano gli slogan
speranze non risorte

Il fumo dei lacrimogeni
si fa sempre più acre e amaro
pagherete tutto si
pagherete caro

na na na na na nai
na na na na na na na…..

Camminando sulle tombe
di morti senza storia
ritorna il ricordo si
ritorna la memoria
di vecchi partigiani
e di grandi imprese
questo ci ha regalato
questo sporco paese

Questo non è un corteo
ma neppure un funerale
stamo tutti a pesà
quanto sta vita vale

Il fumo dei lacrimogeni
si fa sempre più acre e amaro
pagherete tutto si
pagherete caro

na na na na na nai
na na na na na na na…..

24 febbraio 1974: rivolta al carcere di Firenze

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É il 1974 e nel carcere delle Murate di Firenze si vivono giorni di tensione: la riforma carceraria è stata molte volte promessa nel tentativo di mantenere il controllo del complesso, ma i detenuti sono stanchi dell’attesa ed è ormai chiaro a tutti che ciò che chiedono non può trovare alcun appoggio nelle autorità carcerarie.

Così il 24 Febbraio la rabbia esplode e in breve travolge tutte le zone del penitenziario; un gruppo di detenuti sale sul tetto in segno di protesta ma la repressione non tarda ad arrivare, brutale e folle: un agente di custodia spara una raffica di mitra, uccidendo il ventenne Giancarlo Del Padrone e ferendo altri quattro carcerati.

Ma l’episodio non intimidisce i detenuti, anzi è come benzina gettata sul fuoco della loro rabbia, che li spinge a rimanere sul tetto in numero sempre crescente.

Nel frattempo l’eco della rivolta è giunta all’esterno del complesso e molte persone si radunano sotto il carcere per assediarlo; si intonano cori di solidarietà e gli stracci insanguinati di Giancarlo e i feriti vengono gettati dal tetto per farne degli striscioni.

Lotta Continua dà indicazione di rompere l’assedio delle Murate ma nemmeno i suoi militanti vi si attengono, confermando la rottura dei rapporti di collaborazione tra l’avanguardia carceraria e la Commissione carceri di LC, una rottura che era nell’aria già dal Luglio dell’anno precedente.

Particolare è la composizione sociale fra i detenuti fiorentini: un proletariato che quotidianamente vive di espedienti e per cui il carcere rappresenta, prima o poi, una tappa quasi obbligata.

Non sono “batterie” organizzate, bensì piccoli artigiani della rapina che hanno fatto propria la convinzione di doversi riprendere autonomamente i propri bisogni.

La nottata di assedio si conclude con duri scontri tra polizia e manifestanti e con l’intero quartiere di Santa Croce invaso dal fumo dei lacrimogeni e dai rastrellamenti degli agenti.

Ma il problema delle condizioni di vita nel carcere non può più essere circoscritto alle celle delle Murate: la questione è stata posta e la notizia è destinata ad avere un forte impatto ideologico anche sull’esterno.

La rivolta e l’assassinio di Giancarlo hanno ispirato la canzone “Le Murate” del Collettivo Victor Jara:

E non si respira più

E non ci si vede più

Ma nella fuga, compagno

Nella paura, compagno

Come nella lotta, compagno

Resterò sempre a fianco a te.

E, ventiquattro febbraio

 

E, settantaquattro febbraio

Sparano i poliziotti

Sparano alle Murate

Muore Giancarlo del Padrone 

E non si respira più

E non ci si vede più

Si fan le barricate

Tutti lanciamo sassi

Contro gli scudi del potere 

E il tetto delle Murate

E’ pieno di carcerati

Cantiam “Bandiera Rossa”

Scoppiano i candelotti

Comincia ormai la caccia al rosso 

E non se ne può più

E il fiato ti va via

Carican i celerini

Ma rimaniamo ai nostri posti 

Moschetti e manganelli

Scoppiano i candelotti

Ora siam senza armi

Ma canterà presto il fucile 

Giustizia sarà fatta

Fuori, e nelle prigioni

Contro padroni e questori

Suonerà la giusta carica

Della giustizia proletaria 

E non si respira più

E non ci si vede più

Non scoraggiarti compagno

Lotta e resisti compagno

E costruisci la tua vittoria 

E, ventiquattro febbraio

E, settantaquattro febbraio

Ma nella fuga, compagno

Nella paura, compagno

Come nella lotta, compagno

Resterò sempre a fianco a te.

 http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/525-24-febbraio-1974-rivolta-al-carcere-di-firenze

“Pulizia di massa per i migranti. Anche con le maniere forti”. Non possiamo tacere

casa originale dell’articolo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/pulizia-massa-migranti-anche-le-maniere-forti-non-possiamo-tacere/

A Recco per la campagna di tesseramento del Carroccio, Matteo Salvini torna a usare toni forti sui migranti. Secondo il leader della Lega Nord, occorre effettuare una pulizia “via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve, perché ci sono interi pezzi d’Italia fuori controllo”. “Non vedo l’ora – aggiunge – una volta al Governo, di controllare i confini come si faceva una volta e usare le navi della Marina Militare per soccorrere e riportare indietro i finti profughi”, sottolineando la propria ammirazione per la politica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il sito dell’Associazione Carta di Roma mette in evidenza un bell’articolo curato da Articolo 21 Veneto sulla presa di distanza da parte di movimenti e partiti politici rispetto alle affermazioni fatte da Matteo Salvini. Anche l’informazione non resta in silenzio. Qui di seguito l’articolo.

 

“Pulizia di massa per i migranti, via per via, quartiere per quartiere, anche con le maniere forti”: a parlare è Matteo Salvini, leader della Lega Nord, sul Tgr Liguria. In un quadro sociale molto teso dove l’incitamento all’odio (hate speech) contro i soggetti deboli è denunciato costantemente dalla Carta di Roma in tutte le sedi, questa frase suona come un colpo di pistola.

L’accento esplicitamente razzista non è sfuggito ai giornalisti liguri, che peraltro hanno stigmatizzato l’assenza di un contraddittorio di fronte a tale enormità, da parte del giornalista delle rete nazionale del servizio pubblico, appunto, la Rai della Liguria. “Salvini ormai ci ha abituato ad un’escalation di violenza verbale che in Italia non ha pari – afferma Alessandra Costante, giornalista del Secolo XIX, componente, della Segreteria generale della Fnsi e Segretario dell’Associazione ligure dei Giornalisti – Ritengo che a questo punto ogni commento sia del tutto inutile, le parole di Salvini rasentano e superano l’apologia del razzismo, incitano alla violenza. La risposta migliore dovrebbe arrivare da una magistratura attenta e democratica”.

A questo proposto Annamaria Alborghetti, penalista di Padova, interpellata da Articolo 21, sezione veneta, dice: “Le frasi, anche per il ruolo politico di chi le ha pronunciate e il contesto pubblico di diffusione, potrebbero configurare la violazione della legge Mancino che sanziona penalmente chi incita a commettere violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali”.

Sul profilo Facebook “Liguri tutti” di Marco Preve, giornalista di Repubblica, ci si chiede perché il cronista della Rai ligure non abbia azzardato un minimo di contradditorio con il leader della Lega ponendogli almeno la più banale delle domande: “Ma scusi onorevole, non le sembra di usare toni che richiamano la pulizia etnica?”.

Proteste e prese di distanze anche dai partiti politici, riprese dai quotidiani locali: Raffaella Paita, capogruppo Pd in Regione Liguria: “Le parole di Salvini sugli immigrati sono allucinanti. Il segretario della Lega, parlando di pulizia di massa quartiere per quartiere, evoca periodi molto bui della nostra storia. Frasi irresponsabili, che non possiamo tollerare”. Nichi Vendola: “Salvini è un fascista, è la vergogna d’Italia”. Irritato anche il Centrodestra sia a livello locale, sia a livello nazionale con Schifani: “I metodi evocati da Salvini non fanno parte della cultura del buon governo di Forza Italia”.

Al di là dell’epilogo di questa ennesima brutta vicenda che coinvolge l’informazione, va comunque rilevata l’urgenza di una puntuale applicazione, in ambito giornalistico, della Carta di Roma. A lei è intitolata l’associazione, fondata dalla Fnsi e dall’Ordine dei Giornalisti, nel dicembre del 2008 per dare attuazione al protocollo deontologico per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione.

Clandestino, extracomunitario, vucumprà, nomade, e altri, purtroppo molti altri luoghi comuni utilizzati per descrivere il fenomeno migratorio dovrebbero essere banditi dal linguaggio giornalistico e sostituiti dalle indicazioni del glossario che Carta di Roma, attraverso i propri rappresentanti, sta divulgando nel corso di numerosi pubblici dibattiti, seminari e corsi di formazione. Da segnalare, a questo proposito, l’iniziativa di un gruppo di intellettuali, tra cui il presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti e il presidente di Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu, che si sono rivolti alle istituzioni, nella persona del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, affinché dal protocollo d’intesa tra Italia e Libia in tema – tra le altre cose – di contrasto all’immigrazione illegale e al traffico di esseri umani, venga rimossa la parola “clandestino”, termine in primo luogo giuridicamente infondato quando viene utilizzato per indicare – anche prima che abbiano potuto presentare domanda d’asilo e che la domanda sia stata valutata dalle apposite commissioni territoriali – i migranti che tentano di raggiungere o raggiungono, il territorio dell’Unione europea.

http://www.cronachediordinariorazzismo.org/pulizia-massa-migranti-anche-le-maniere-forti-non-possiamo-tacere/

CONTRO LA BUONA SCUOLA: FLC CGIL PROCLAMA LO SCIOPERO PER L’8 MARZO

La Flc- Cgil (scuola università e ricerca) ha proclamato sciopero di 8 ore l’8 marzo: sciopero che intreccia le ragioni della giornata di mobilitazione della Rete in occasione della giornata internazionale della donna con quelle piu’ strettamente sindacali di opposizione alla cosiddetta ” buona scuola ” . Una scelta importante quella della sigla sindacale dei lavoratori della scuola, in quanto la CGIL, a livello nazionale, aveva scelto di defilarsi lasciando alle Camere territoriali la possibilità di dare copertura allo sciopero.

Il servizio con Francesco Locantore, del direttivo nazionale FLC  Ascolta

“La Flc Cgil ha proclamato sciopero di 8 ore l’8 marzo! Bene! Brave e bravi! Dovrebbero farlo anche le altre categorie. Altro che la Fiom, che invece dello sciopero ha avuto la pessima idea di convocare una assemblea nazionale unitaria con Fim e Uilm..” commenta ai nostri microfoni Eliana Como del Direttivo Centrale della Fiom e dell’area Il Sindacato è un’altra cosa  Ascolta

IL COMUNICATO DI ADESIONE DI FLC-CGIL

“Ni una menos” è la sfida lanciata dalle donne argentine in tutto il mondo, per chiamare alla lotta e allo sciopero globale contro la violenza maschile sulle donne.

Riteniamo importante che nel nostro Paese alla generale mobilitazione contro la violenza si affianchi la rivendicazione di un’effettiva parità di genere, in un momento in cui l’attacco ai diritti del lavoro e di cittadinanza vede soccombere soprattutto le donne sul piano del salario e del ruolo sociale.

Mentre vengono tagliati i servizi, continuano a mancare gli asili nido e il pagamento delle mense, non più sostenibile per un numero sempre crescente di famiglie, mette in discussione la frequenza della scuola dell’infanzia e del tempo pieno nella scuola primaria, il lavoro di cura rimane prepotentemente sulle spalle delle donne, ostacolandone la piena realizzazione professionale e sociale.

Nei nostri comparti della conoscenza la mancanza del rinnovo del Contratto nazionale di Lavoro ha poi contribuito ad indebolire la potestà di tutela, mettendo in difficoltà soprattutto le donne che non sempre possono contare sulla contrattazione per il riconoscimento dei diritti che discendono dalla Costituzione.

In questo contesto, per educare alla parità di genere e sradicare la cultura della violenza sulle donne, la formazione riveste un ruolo centrale e strategico: dall’asilo nido all’università, l’educazione alle differenze deve essere una pratica diffusa che superi la cultura formale delle pari opportunità.

Affrontare in modo critico il tema delle violenze di genere e far emergere le relazioni di potere che si instaurano attraverso gli stereotipi maschili e femminili deve essere obiettivo della scuola pubblica.

Nell’ambito di queste considerazioni si rafforzano le motivazioni che continuano a vederci determinati contro la legge 107, una riforma che impedisce alla scuola di essere un laboratorio di civiltà, all’interno del quale sperimentare punti di vista condivisi nel rispetto di tutte le differenze.

Aderire allo sciopero mondiale dell’8 marzo per i lavoratori della Conoscenza significa parlare di tutti i temi che abbiamo messo in campo in questi anni, restituire all’Istruzione e alla Ricerca obiettivi di qualità e a tutto il personale dei nostri comparti la dignità sociale e professionale che deve connotare le lavoratrici e i lavoratori dei settori pubblici, avamposto dello stato sociale.

http://www.radiondadurto.org/2017/02/21/cattive-maestre-contro-la-buona-scuola-flc-cgil-proclama-lo-sciopero-per-l8-marzo/

1980 – 2017 Valerio Vive, un’idea non muore!

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Il 22 febbraio del 1980 un commando di neofascisti assassinava a colpi di pistola Valerio Verbano in casa sua. Giovane militante autonomo di soli 18 anni, studente del liceo Archimede, è stato assassinato davanti agli occhi dei genitori per la sua militanza antifascista e rivoluzionaria. In particolare, Valerio indagava sui rapporti tra apparati dello Stato e destra eversiva.

A distanza di 37 anni da quell’omicidio rimasto senza colpevoli, daremo corpo ancora una volta, attraversando le strade di quelli che furono anche i sui quartieri, Tufello e Montesacro, ad una memoria e un ricordo che non sono liturgia o reducismo, ma storia viva dei movimenti della città di Roma. Una storia che si è fatta arma da scagliare contro chi ci dice che il fascismo è archiviato, contro chi ci invita alla riconciliazione o ci parla di opposti estremismi.

Oggi, quegli stessi quartieri vogliono raccontare ancora la figura di Valerio Verbano, la sua vita e le sue lotte, una storia orgogliosamente partigiana, che vive ogni giorno negli spazi liberati, nelle battaglie degli studenti e delle studentesse, nelle vertenze per la casa e contro gli sfratti. Così come nelle piazze delle donne che in Italia e in tutto il mondo si ribellano contro il patriarcato e la violenza maschile, urlando da un capo all’altro del globo “non una di meno”. Una storia che pulsa in ogni battaglia contro lo sfruttamento per la dignità umana.

Mentre continuiamo a vivere nella più lunga crisi economica e sociale dal dopoguerra, mentre le guerre bussano alla porta di un’Europa sempre più blindata, alimentando a dismisura vecchie e nuove povertà, leader politici e imprenditori della paura e dell’orrore in giacca e cravatta (o felpa, poco importa) nei salotti mediatici soffiano sul fuoco della “guerra tra poveri” e dello “scontro di civiltà”, utilizzando politiche criminali e di austerità e come braccio armato nei nostri quartieri le organizzazioni neofasciste.
Contro tutto questo mettiamo in campo ogni giorno pratiche culturali, di mutualismo e di solidarietà, ed anche la legittimità di un’azione resistente che, a partire dai nostri quartieri, dai lotti delle case popolari e dalle periferie, non lasci un solo centimetro di terreno a chi ci vuole indifferenti, nemici, gli uni contro gli altri.

Anche quest’anno sfileremo nelle nostre strade per ricordare Valerio e sua mamma Carla, con cui abbiamo condiviso tanta strada insieme, e dare vita ancora una volta a una giornata di lotta.

Mercoledì 22 febbraio
ore 16.00 via Monte Bianco ‘Un fiore per Valerio’
ore 17.00 CORTEO

Contro ogni sessismo, razzismo e fascismo: solidarietà, resistenza e liberazione!

I compagni e le compagne di Valerio

https://www.facebook.com/events/1357605544309950/