dalla padella alla brace SCUOLAVORO prigioni da cui evadere!

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A “cambiare la scuola” ci pensano i padroni secondo le esigenze dettate dal mercato del lavoro.
Il passaggio dalla scuola-mercato delle loro idee al lavoro-mercato delle nostre braccia e menti può essere “migliorato” solo da chi ne trae profitto e sfruttamento.
A noi spetta combatterli entrambi,
nella prospettiva di un loro superamento.

DALLA PADELLA ALLA BRACE
SCUOLAVORO
PRIGIONI DA CUI EVADERE!

I processi di adeguamento e funzionalizzazione al movimento reale sono una costante di ogni fase storico-politica, e di tutte le sovrastrutture politiche, sociali, religiose ed ideologiche cosi’ come lo sono squilibri, ritardi e contraddizioni in questi adeguamenti.

Oggi, di fronte alla aumentata competitività globale, alla crisi ed alla ripresa, si accelera questo processo costante, riscrivendo l’intera architettura statuale, sociale e dell’”istruzione”.
Con una novità: la fusione tra la funzione ideologica classica della scuola (educazione al comando ed al consenso) con le filiere della formazione e “avviamento” allo sfruttamento senza diritti, precario, gratuito o poco pagato.

Con l’alternanza scuola-lavoro (idea importata dal “sistema duale” tedesco) si anticipa l’educazione a lavorare tanto, faticosamente, al comando totale e dispotico senza difese e gratuitamente (400 ore per gli istituti professionali, 200 per i licei in tre anni!), in competizione con ritmi e condizioni della forza lavoro migrante, piegando le finalità educative del sistema dell’istruzione e di formazione professionale alle esigenze delle imprese.

In sostanza, dal 2015, la “buona scuola” Renziana ha reso questa alternanza obbligatoria per tutti.
Come noto, si tratta di un’innovazione introdotta nel 2015 dalla legge conosciuta come “La Buona Scuola” che dall’anno scolastico appena iniziato coinvolge tutti gli studenti dell’ultimo triennio delle superiori.

Si tratta di sistema adottato in Germania nelle scuole tecniche con il modello duale, ma introdotto anche a Bolzano e a Trento ormai da molti anni e già sperimentato in altre regioni.

Quel che spicca di questo sistema è il fatto di essere decisamente mirato a far assaporare allo studente il “mondo del lavoro” di per sé (etica del lavoro, struttura delle aziende, rapporti con colleghi e superiori, ecc.) più che insegnare un singolo mestiere del quale si possa campare, modellando il percorso di apprendimento sulla base delle esigenze aziendali.

Il nuovo ciclo duale dell’alternanza scuola-lavoro all’italiana risponde ad una serie di obiettivi e ristrutturazioni sistemiche:
a) “riposizionamento strategico” della politica industriale, per competere sul mercato globale orientandosi verso un segmento tecnologico medio-alto ad alta produttività, che esalti un “made in Italy” dalla qualità totale;
b)maggiore rapporto tra scuola università ed impresa, mediante la valorizzazione del principio dell’”autonomia responsabile”, finalizzata all’elaborazione di un’offerta formativa più mirata e proattiva;
c) l’uso-coinvolgimento della famiglia nel controllo-orientamento permanente allo studio e al lavoro ;
d) obbligo di praticare stage e tirocini non pagati nell’ambito di tutti i percorsi scolastici e universitari e ruolo più attivo delle università nell’attività di “matching” (accoppiamento-rapporto-interdipendenza) tra domanda e offerta di lavoro;
f) sviluppo delle potenzialità e generalizzazione del nuovo apprendistato, rendendolo più “dialogante” con la domanda delle imprese;

Questo nuovo scenario “total prison” (dalla famiglia che ti avvia alla scuola che ti avvia al lavoro che ti “permette” una nuova famiglia…..) rappresenta la nuova frontiera della futura “società 4.0”, dove i robot divengono umanoidi e gli umani robot.
In questo senso è inadeguato ogni movimento separato, parziale, di categoria (studenti-lavoratori-donne etc) che tende a difendersi settorialmente da attacchi e riforme interconnesse e parte di un progetto sistemico.

Non si tratta di stralciare l’alternanza scuola-lavoro dalla “buona scuola”, ma di riconoscere nella scuola (e nella famiglia) il corridoio che ci porta e ci educa, sempre più anticipatamente, al lavoro salariato, allo sfruttamento.

Non si tratta di “cambiare la scuola”, che come lo stato, si “abbatte e non si cambia”, ma di lottare per una società funzionale dove istruzione, cultura e libera attività siano fuse ed al servizio della comunità.

Pino ferroviere

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Cagliari, il 21 Ottobre corteo antifascista per chiudere Casapound

Casapound vuole aprire una sede a Cagliari il 21 Ottobre. Il Coordinamento Antifascista Cagliaritano ha lanciato per quella giornata un corteo in città per impedire l’apertura della sede dei neofascisti.
Diffondiamo e riproponiamo l’appello alla mobilitazione antifascista “Chiudere Casapound”.

Cagliari, il 21 Ottobre corteo antifascista per chiudere Casapound

RIPRENDIAMOCI LE STRADE, CHIUDIAMO CASA POUND!

Il 21 ottobre aprirà ufficialmente a Cagliari la sede di Casapound Italia, un partito travestito da associazione di promozione sociale, già presente in varie parti della penisola e in Sardegna.
Ogni avamposto di Casapound è diventato una zona franca per i militanti di estrema destra, che hanno potuto – nella quasi totale impunità – aggredire, minacciare, umiliare migranti, omosessuali o chiunque abbia mostrato la propria avversità alle idee dei neofascisti. Casapound fomenta l’odio razziale, la discriminazione di genere e la guerra tra poveri. Sono i mandanti ideologici degli assassini dei migranti compiuti a Fermo e Firenze.

I fascisti di Casapound si travestono da volontari, vanno a caccia di consensi organizzando campagne sociali. Hanno svecchiato l’immagine decrepita del nostalgico in giacca e cravatta con tatuaggi, ceralacca, musica punk e hip hop. Appaiono nelle piazze, fuori dai mercati e nei centri cittadini per continuare il loro proselitismo fatto di odio e di ricette antiche come il mondo.

ODIA IL DIVERSO per risolvere i tuoi problemi. Il ritornello suona sempre uguale: lo strapotere delle banche, la povertà dilagante, la prepotenza dei politici sono causate da chi sta in fondo alla scala sociale.
ODIA IL TUO PROSSIMO PER VIVERE MEGLIO. Casapound cerca di indirizzare la rabbia di chi non ha mai ricevuto niente dalle istituzioni verso i falsi nemici del più povero e dell’immigrato. CASAPOUND FOMENTA LA GUERRA TRA POVERI ma loro non sono mai stati poveri. Hanno spazi assegnati dal valore di milioni di euro, hanno contatti e traffici con mafia e dirigenti politici, gestiscono imprese, locali, bar, marche di abbigliamento e riviste. Hanno il piede in più staffe: nelle istituzioni e contro le istituzioni. Chiamano la forza pubblica per farsi difendere dalle contestazioni. Invocano legalità e sicurezza mentre compiono aggressioni solo se in superiorità numerica.
COME ANTIFASCISTI, ANTIRAZZISTI, COME DONNE E UOMINI CHE RIFIUTANO LA DISCRIMINAZIONE DI GENERE E L’OMO-LESBO-TRANSFOBIA, VOGLIAMO LOTTARE PERCHE’ LA SEDE DI CASAPOUND CAGLIARI NON APRA.
NON E’ UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA E DI LIBERO PENSIERO. L’inutilità delle prese di posizione a parole di istituzioni e partiti sedicenti antifascisti è stata il via libera ai tirapugni e ai coltelli dei neofascisti. Creiamo invece un’ aria irrespirabile per questi personaggi, ognuno con le proprie modalità e sensibilità.

Durante gli incontri organizzati nell’isola, Casapound si è resa responsabile di raid punitivi prima contro il Centro sociale Pangea di Porto Torres, poi il collettivo s’Idea Libera di Sassari. Non sono mancate le aggressioni neanche a Cagliari: durante la primavera nel quartiere di Villanova, l’ultima venerdì scorso in piazza Ingrao. La causa è stata il rifiuto di un loro volantino o una parola mal digerita dai militanti neofascisti.
Questi episodi sono vergognosi e da condannare, non ci aspettiamo che lo facciano le forze dell’ordine né i politici seduti in regione o in comune.

L’ANTIFASCISMO NON SI DELEGA. Chiediamo con urgenza la mobilitazione di tutte e tutti i sardi, compagni e compagne della penisola per evitare l’apertura di CASAPOUND CAGLIARI.
Il 21 ottobre in pompa magna i fascisti apriranno la sede con la presenza dei loro leader, ROVINAMOGLI LA FESTA.
VOGLIAMO ESSERE LIBERI E LIBERE DI VIVERE LE STRADE SENZA PAURA, VOGLIAMO CAGLIARI LIBERA DAL FASCISMO E DALLE AGGRESSIONI FASCISTE.

IL 21 OTTOBRE CORTEO ANTIFASCISTA!

 

19 settembre 1943: l’eccidio di Boves

Negli anni Quaranta Boves è una cittadina pre montana, in provincia di Cuneo, di circa diecimila abitanti, dediti per lo più ad un allevamento e all’agricoltura di sostentamento, che spesso sono costretti ad emigrare, anche solo stagionalmente. Le guerre, lunghe e faticose, che si sono susseguite, hanno mietuto numerose vittime: trecento sono i morti tra coloro che hanno combattuto la prima guerra mondiale, ma altre centinaia di persone sono morte di fame e di stenti.

Per questo motivo, già il 16 settembre, un proclama delle nazista firmato dal maggiore delle Waffen SS Joachim Peiper, comunica alla popolazione che i fuoriusciti dall’esercito italiano che sono saliti in montagna verranno liquidati come banditi, e che chiunque dia loro aiuto o asilo sarà ugualmente perseguito. Lo stesso giorno Peiper si reca a Boves, fa riunire in piazza tutti gli uomini e minaccia di bruciare il paese se tutti i soldati datisi alla macchia non si presenteranno.

La mattina di domenica 19 settembre una Fiat 1100 arriva in Piazza Italia: i due occupanti sono militari tedeschi. Un gruppo di fuoriusciti dall’esercito italiano, rifugiatisi per combattere in località San Giacomo, in Val Colla, è appena arrivato in paese per fare rifornimento di cibo: scorta la vettura dei tedeschi, li raggiungono, li disarmano e li catturano senza che questi oppongano resistenza, e li trasportano in Val Colla, dove i due vengono interrogati in merito alla propria presenza nel paese.
Alle 11.45, nemmeno un’ora dopo la cattura, due grandi automezzi tedeschi, carichi di militari, arrivano in Piazza Italia: due SS con bombe a mano distruggono il centralino del telefono sito nei pressi del municipio, quindi i due automezzi ripartono a tutta velocità verso il torrente Colla. Giunti nei pressi del borgo di Tetti Sergent i tedeschi abbandonano i mezzi e proseguono a piedi: sono circa le 12 quando inizia la battaglia con le formazioni partigiane lì stanziate. Il contrattacco della formazione di Ignazio Vian ha successo, e in meno di un quarto d’ora le truppe tedesche sono costrette a indietreggiare. Durante lo scontro restano a terra due persone, il partigiano genovese Domenico Burlando, e un militare tedesco, il cui corpo viene abbandonato nel bosco dai suoi.
Alle 13 le SS coinvolte nello scontro a fuoco tornano a Boves, e circa alla stessa ora giunge in Piazza il grosso del plotone tedesco di Cuneo, comandato dal generale Peiper, che incarica il parroco di Boves, Don Bernandi, e l’industriale Antonio Vassallo di andare a trattare con i partigiani per la riconsegna dei due prigionieri, della Fiat 1100 e della salma del caduto; Peiper assicura che in caso di successo della trattativa Boves sarà risparmiata, ma si rifiuta di mettere per iscritto il proprio impegno, asserendo che “la parola d’onore di un ufficiale tedesco vale gli scritti di tutti gli italiani”.
Gli ambasciatori giungono tra i partigiani tra le 14 e le 15 e parlano con il comandante Vian e un’altra decina di persone, che dopo alcune discussione decidono di riconsegnare i prigionieri, con tutto il loro equipaggiamento, l’auto, e la salma del caduto tedesco. I prigionieri, bendati, vengono fatti salire in auto con gli ambasciatori e riportati in centro a Boves.

Nonostante la riconsegna il maggiore Peiper dà ordine di iniziare la rappresaglia: piccoli gruppi di SS sfondano le porte delle case, sparano e uccidono i cittadini che sono rimasti a Bovese, per la maggior parte anziani, malati e infermi, e appiccano il fuoco a tutto ciò che trovano sulla loro strada.

Il bilancio dell’eccidio di Boves, il primo in Italia, è pesantissimo: 350 le abitazioni incendiate, 24 le persone uccise, tra i quali anche i due ambasciatori don Bernardi e Antonio Vassallo.

I famigliari delle vittime e l’intera cittadina di Boves non avranno mai giustizia: nonostante i numerosi tentativi di denuncia, la magistratura tedesca non prenderà mai in considerazione le richieste della città cuneese. Il generale Peiper, arrestato alla fine della guerra, verrà inizialmente condannato all’impiccagione per il massacro di Malmedy, in Francia, in cui morirono 129 persone, ma la pena verrà commutata in carcere a vita e sarà scarcerato sulla parola nel 1956; trasferitosi con uno psuedonimo a Traves, in Francia, verrà infine raggiunto dalla giustizia partigiana il 13 luglio 1971, durante l’incendio della sua casa, colpita da bombe moltov.

Aggressione fascista a Lanciano

Pubblichiamo un comunicato di Zona Ventidue e Laboratorio Sociale Largo Tappia relativo ad una vile aggressione fascista avvenuta a Lanciano alcuni giorni fa, commessa da noti esponenti della sezione locale di Casapound. La nostra solidarietà ad Alessandro ed a tutti coloro che non abbassano mai la testa di fronte allo squadrismo fascista.

A volte ritornano. Quei “bravi ragazzi” di Casapound.

Come la malerba che non muore mai e torna ad infestare le strade. Come un germe, un virus che pensi di aver curato, ma che poi torna a costringerti a letto. Così, dopo mesi di silenzio, anonimato e dimenticatoio, Casapound Lanciano torna a farsi sentire nella maniera in cui ci aveva abituato, la peggiore: con la violenza e la prevaricazione.

Alessandro lo conosciamo bene. E’ uno di quei ragazzi che decide disinteressatamente di impegnarsi per gli altri. L’abbiamo visto al nostro fianco nella battaglia contro Ombrina, nei cortei studenteschi, nelle battaglie per i diritti civili e per la parità di genere, l’abbiamo visto alle nostre feste, ai nostri eventi, e nelle quotidiane piccole lotte di ognuno di noi. E’ uno di quelli che decidono di prendersi una responsabilità anche quando potrebbero guardare dall’altro lato.

Qualche giorno fa Alessandro è stato aggredito. Ha riportato un trauma cranico, una prognosi di dieci giorni, oltre che svariate lesioni ed ecchimosi al volto. L’hanno picchiato in cinque, senza dargli neanche il tempo di reagire, colpendolo alle spalle e accanendosi sulla sua faccia e sulla sua testa con calci, pugni e sputi. Da vili e da codardi. Quando gli amici di Alessandro sono riusciti a fermarli, lo hanno lasciato a terra, con la faccia sporca di sangue e il fiato spezzato. E’ successo alla Stazione Vecchia, in quel momento piena di persone, di ragazzi e ragazze, che magari hanno visto, e che di sicuro avrebbero potuto fare qualcosa. In sottofondo c’erano gli spari della nottata di Lanciano. Forse coprivano il rumore delle grida e delle botte, fatto sta che Lanciano era con lo sguardo all’in sù e oltre ai due amici, accorti quasi per caso, Alessandro se l’è dovuta vedere da solo contro cinque. “Antifascista di merda” è l’ultima cosa che si è sentito dire.

Quelli che l’hanno picchiato sono esponenti di Casapound Lanciano, quelli che si sono candidati alle elezioni comunali nella coalizione democristiana di Tonia Paolucci, quelli che solo nell’ultimo anno: hanno picchiato un minorenne ad una festa d’istituto, hanno minacciato e circondato in venti la casa dove un nostro compagno di Zona Ventidue abitava con la compagna; quelli la cui reputazione si basa sulla violenza, sul timore che ne consegue, e sull’omertà che li nasconde. Alessandro però li ha riconosciuti, e alla fine ha deciso di denunciarli.

Pubblichiamo questa storia per due motivi:

il primo è che ci siamo stancati ogni volta di dover ricordare alla comunità, ma soprattutto agli amministratori, che razza di pericolo rappresenti Casapound. Li abbiamo smascherati quando fingevano di essersi rabboniti, abbiamo dimostrato quanto la loro idea politica fosse nociva oltre che idiota, abbiamo cercato di informarvi, spiegando che hanno gli stessi comportamenti squadristi in ogni contesto, in ogni Città, e che quelle che vediamo a Lanciano sono pratiche che si ripetono sistematicamente ovunque ci sia una sede di Casapound; l’abbiamo fatto facendo cultura, con il mese della Resistenza, con la rimozione dei fasci littori dal Teatro e con tanti altri eventi; l’abbiamo fatto facendo politica, portando avanti un’idea antifascista, antirazzista ed antisessista di società, e arrivando a proporre all’amministrazione una delibera in cui si vietasse l’occupazione di spazi pubblici alle organizzazione neofasciste a Lanciano. Torniamo a rinnovare questo invito all’amministrazione, affinche alle chiacchiere seguano i fatti.
Speriamo che questa sia la volta buona per essere ascoltati.

Il secondo motivo è che troppe volte violenze come questa sono rimaste nascoste e impunite. Troppe storie abbiamo sentito senza poter reagire perchè chi era vittima aveva paura di diventarlo di nuovo. Troppe volte non abbiamo agito perchè ci hanno chiesto, per timore, di non farlo.
La scelta di Alessandro è una scelta coraggiosa che speriamo possa essere di esempio e di avvertimento per altri ragazzi e ragazze che hanno subito o stanno subendo ma hanno paura di reagire. Perchè il prossimo a doversi difendere da solo contro cinque, sappia che alle spalle ha una comunità forte e coesa che non ha paura di rispondere. Perchè alla fine, non ci siano più violenze e violenti.

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Zona Ventidue

Laboratorio Sociale Largo Tappia Lanciano

da GlobalProject

8 settembre 1974: la polizia uccide Fabrizio Ceruso

È il 5 settembre del 1974 quando per Roma e dintorni inizia a girare una notizia tanto allarmante quanto inaspettata: stanno sgomberando a San Basilio!
Chi, rispondendo all’appello, si precipita nel quartiere trova uno scenario da guerra civile. Come vere truppe d’occupazione, le forze dell’ordine hanno invaso la storica borgata romana ma, dopo aver allontanato una prima volta gli occupanti dalle proprie case, non possono impedire una nuova occupazione degli appartamenti la sera stessa.
Il Comitato di Lotta per la Casa, insieme a un fronte sempre più ampio di sodali, rinforza la difesa, ma il 6 la storia si ripete:

La polizia arriva la mattina in forze per effettuare lo sgombero in via Montecarotto, ma trova una resistenza organizzata all’innesto della via Tiburtina con via del Casale di San Basilio, dove nella notte era stata alzata una barricata. Iniziano gli scontri con lanci di lacrimogeni e ripetute cariche a cui i manifestanti rispondono con un fitto lancio di molotov e sassi. La polizia comunque riesce a transitare da via Nomentana, circonda le case e inizia un fitto lancio di lacrimogeni sparati anche sui balconi e si fa largo a colpi di manganello: una bambina di 12 anni rimane ferita. In alcuni appartamenti si verificano focolai di incendio (Massimo Sestili, “Sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974”, in “Historia Magistra” n.1, 2009).

Le case sgomberate, in ogni caso, vengono nuovamente occupate nella stessa giornata. E proprio grazie alla determinazione di chi resiste, il 7, sabato, si respira aria di tregua, con gli avvocati di Movimento che riescono anche a recarsi in Prefettura per cercare di far ritirare l’ordinanza di sgombero. Potrebbe sembrare tutto finito, eppure è proprio la domenica il giorno atteso dalla polizia per sferrare l’attacco più feroce. Alle otto riprendono le operazioni di sgombero, ma non trova persone disponibili ad abbandonare ciò che hanno conquistato senza lottare. Intorno alle 17, addirittura, una donna di 24 anni imbraccia un fucile da caccia e, dalla finestra di casa, spara contro i poliziotti, ferendo un vicequestore. Alle 18, l’assemblea popolare riunita per cercare di capire il da farsi viene attaccata con i lacrimogeni: la reazione della folla è compatta e la celere, lanciata alla carica, perde la testa insieme alle sue posizioni.
È la guerra: il popolo da una parte, le forze dell’ordine dall’altra. Il quartiere è isolato, i pali della luce divelti, qualunque cosa utile a essere lanciata viene utilizzata allo scopo e i mezzi di trasporto, parcheggiati per provvedere alla deportazione degli sgombrati, vengono dati alle fiamme.
Le armi da fuoco, è vero, non sono soltanto appannaggio della polizia. Ma su questo versante, ovviamente, gli occupanti non possono competere con chi indossa la divisa. Si supplisce con il cuore e con la solidarietà. Le barricate chiamano e Roma risponde. La polizia, però, continua a sparare. Proiettili come se piovesse in via Fiuminata dove, a essere colpito al petto da una pallottola calibro 7,65, è un ragazzo con il casco rosso.

Quel ragazzo ha appena diciannove anni. Vive a Tivoli, dove milita nel Comitato proletario, un organismo di Autonomia Operaia. Suo padre fa il netturbino, la mamma è casalinga. Lui, dopo gli studi alla scuola alberghiera, aveva lavorato in diversi bar e ristoranti prima di provare a trasferirsi in Francia. Tornato in Italia, ci sarebbe stata una buona notizia ad aspettare la sua famiglia. Dopo una lunga attesa, finalmente era arrivata l’assegnazione di una casa popolare a Villa Adriana. Quell’8 settembre, prima di correre a San Basilio per difendere le case occupate, aveva aiutato con il trasloco… alle 19 e 15 circa si ritrova su un taxi, impegnato in una corsa disperato verso il Policlinico. Quando il mezzo arriva a destinazione è troppo tardi. Il ragazzo con il casco rosso è morto: si chiamava Fabrizio Ceruso; «per loro non eri nessuno», dice A Fabrizio Ceruso, una delle canzoni anonimamente dedicate al ragazzo di Tivoli:

Soltanto 19 anni per loro non eri nessuno / soltanto 19 anni e per loro non eri che uno / uno come tanti, un cameriere, un garzone d’officina / un operaio, un disoccupato un emigrante…

Nemmeno la data dell’omicidio di Fabrizio sembra frutto del «caso». L’8 settembre del 1943, con l’esercito italiano allo sbando, era stata la milizia popolare a tentare la resistenza contro i nazisti. A Tiburtino III, non lontano da San Basilio, la memoria del cadavere della popolana Caterina Martinelli, ammazzata dalle SS mentre con altre donne del quartiere assaltava un forno nel vano tentativo di conquistarsi il pane con cui sfamare la famiglia, riallaccia il legame con gli ideali di una Resistenza che, trasformata in lotta per la casa, significa davvero giustizia e libertà. E se Caterina Martinelli era diventata la martire della lotta contro la fame, dopo l’8 settembre del 1974 Fabrizio vive in ogni casa che viene occupata.

*

Accettare, come effettivamente è avvenuto nelle aule dei tribunali, che la morte di Fabrizio Ceruso resti archiviata con un non luogo a procedere «essendo ignoti gli autori del reato» non significa solo trascurare le numerose testimonianze che individuano in un poliziotto che si inginocchia ed esplode quattro colpi l’autore del gesto. Significa, in una situazione di estrema gravità, provare a dimenticare la situazione repressiva vissuta dall’Italia nel corso del 1974: l’anno della strage di Brescia (28 maggio; 8 morti e 102 feriti) e del treno Italicus (4 agosto; 12 morti e 45 feriti); ma anche l’anno in cui la rivolta scoppiata nel carcere di Alessandria (9 maggio; 5 morti tra detenuti e ostaggi) viene soffocata nel sangue dall’assalto deciso e diretto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Il tentativo di sgombero di San Basilio, in un simile clima, è un altro capitolo della strategia della tensione e, inaugurando la futura «linea della fermezza» adottata nella repressione dei fenomeni d’insorgenza sociale, segna la scelta di attaccare deliberatamente un movimento in crescita come quello della lotta per la casa nel tentativo di stroncarlo, impedendo all’autorganizzazione di diffondersi, alle famiglie coinvolte di predisporre una resistenza efficace e alle occupazioni abitative di moltiplicarsi. Analizzato in questi termini, il tentativo fallisce. Al contrario, a San Basilio fu proprio nel momento in cui il quartiere apprese dell’assassinio di Ceruso che la lotta si trasformò in una battaglia autenticamente popolare, senza distinzione alcuna tra occupanti e assegnatari. E, come recita Rivolta di classe, un’altra canzone popolare dedicata alla battaglia di San Basilio, «la casa si prende, la casa si difende» continuerà a essere lo slogan di qualunque episodio di riappropriazione:

La casa compagni si prende / l’abbiam gridato tante volte / e dopo la si difende / da padroni e polizia…

Le case, dunque, saranno occupate ancora, i diritti rivendicati, le conquiste sociali difese: «Sarebbe sbagliato», si scrisse allora, «“mitizzare” lo scontro di S. Basilio in quanto ancora episodio (anche se tra i più belli e i più profondamente radicati nella coscienza di classe) e non già acquisizione permanente di quel comportamento da parte del movimento per la casa».
Un’affermazione, proveniente dall’area dell’Autonomia Operaia, con cui si sottolineava come, partendo dall’abitare, fosse inevitabile arrivare allo scontro con strutture di potere disposte a tutto pur di non cedere un centimetro del proprio interesse alla classe contrapposta. E in effetti, ad appena un giorno di distanza dalla morte di Ceruso e dopo che, inferocita per l’omicidio del ragazzo di Tivoli, tutta San Basilio si era scagliata contro la polizia ingaggiando una guerriglia lotto per lotto, la Regione Lazio si decideva a riconoscere il diritto alla casa popolare a chiunque, vantando i necessari requisiti, avesse occupato un alloggio prima dell’8 settembre del 1974.
Per molti palazzinari simili provvedimenti rappresentavano – e rappresentano – un danno concreto. Il rischio di una perdita economica nel nome della quale si potrebbe tranquillamente tornare ad ammazzare ancora.

(Tratto da “La Scintilla. Dalla Valle alla Metropoli, una storia della lotta per la casa”)

BIBLIOGRAFIA:

Cristiano Armati, Cuori rossi, Newton Compton, Roma, 2006.
Massimo Carlotto, San Basilio, in In ordine pubblico, a cura di Paola Staccioli, Fahrenheit 451, Roma 2005
Raimondo Catanzaro – Luigi Manconi, Storie di lotta armata, Il Mulino, Bologna 1985.
Gian-Giacomo Fusco, Ai margini di Roma capitale. Lo sviluppo storico delle periferie: San Basilio come caso di studio, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2013.
Ubaldo Gervasoni, San Basilio: nascita, lotte e declino di una borgata romana, Edizioni delle Autonomie, Roma, 1986.
Sandro Padula, San Basilio, 8 settembre 1974: Fabrizio Ceruso e la lotta per il diritto alla casa, in «Baruda.net», 8 settembre 2014.
Massimo Sestili, Sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974, in «Historia Magistra», n.1, 2009.
Pierluigi Zavaroni, Caduti e memoria nella lotta politica. Le morti violente della stagione dei movimenti, Carocci, Roma, 2010.
A cura di «Progetto San Basilio – Storie de Roma» è in corso di preparazione un film documentario sui fatti del settembre 1974 intitolato La battaglia – San Basilio 1974

da http://www.armati.info/8-settembre-1974-fabrizio-ceruso-e-la-battaglia-di-san-basilio

Venerdì 8/9:

h.9 Un fiore per Fabrizio alla lapide di via Fiuminata

h.11:30 Un fiore per Fabrizio alla lapide di piazza Santa Croce (Tivoli)

h. 17 Corteo cittadino sulla Tiburtina – Partenza da stazione metro Rebibbia

Sabato 9/9

Largo Arquata del Tronto (San Basilio)

dalle 17 Sport popolare

dalle 19 Assemblea pubblica sul diritto all’abitare a Roma

dalle 20 cena popolare

dalle 21:30 concerto con:

Skasso (Fusion Ska)

Ardecore (Folk – Alternative Rock)

www.progettosanbasilio.org

progettosanbasilio@inventati.org

Fb: San Basilio, storie de Roma

Durante le giornate saranno disponibili le copie fisiche del docu-film autoprodotto “San Basilio, storie de Roma”

Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=vikXxZQD94Y

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L’8 Settembre di quest’anno ricorrerà il 43° anniversario della morte di Fabrizio Ceruso, 19enne di Tivoli ucciso nel 1974 a San Basilio durante lo sgombero di alcune palazzine occupate nel quartiere.

Lo sfruttamento dei territori e dei quartieri segue un filo che da allora arriva ad oggi, dove in nome dei profitti di pochi si continuano a sfruttare coloro che combattono quotidianamente per la sopravvivenza. Il quadrante della Tiburtina, in particolare, negli ultimi tempi è stato notevolmente attenzionato sia dalle amministrazioni che dalle compagini di estrema destra. Attacco ai quartieri ed alle case popolari, migranti, chiusura degli spazi di socialità e cultura slegati dal consumo, decine di casinò e sale slot, magazzini della logistica, numerosi stabili industriali abbandonati costituiscono un’ amalgama esplosiva che ha determinato il costante incremento di attenzioni da parte di tutte le forze politiche e delle istituzioni. Problemi che continuano ad essere affrontati unicamente come questioni di ordine pubblico, perpetrando uno stato d’emergenza funzionale unicamente alla speculazione economica e politica. Soffiare sul fuoco della guerra tra poveri è ormai il meccanismo abituale per sviare l’attenzione dai veri responsabili del disagio quotidiano nelle periferie e offrire sponda alle organizzazioni neofasciste nei quartieri popolari. La nuova giunta pentastellata, lungi dal porsi in discontinuità con le amministrazioni precedenti, si sta dimostrando sorda verso le istanze che provengono dal basso, in linea con le politiche securitarie del governo nazionale, e propensa a strizzare l’occhio alle compagini neofasciste, come più volte dimostrato nel quadrante tiburtino come in tutta la città.

Un contesto in cui diventa fondamentale un intervento quotidiano nei quartieri che abbia l’umiltà di saper ascoltare e la capacità di poter agire. In questo senso, senza dubbio il lavoro di memoria storica che abbiamo sviluppato nel corso di questi anni, culminato con la produzione del documentario sulla storia di San Basilio e la battaglia del 1974, ci ha fornito delle utili chiavi di lettura del presente e delle sue contraddizioni. Riattualizzare dunque la memoria di Ceruso, ed in generale di tutti i compagni e le compagne scomparsi, non come liturgia, bensì come interpretazione del presente e megafono delle istanze sociali del territorio.

Come 43 anni fa, ancora oggi molte persone decidono di alzare la testa e di riprendersi ciò che viene sottratto in nome della rendita, della speculazione e dei profitti. Il territorio tiburtino, negli ultimi anni, di fronte a una costante crescita di attacchi da parte di amministrazioni e neofascisti, ha più volte dimostrato la volontà di non abbassare la testa. Quest’anno vorremmo continuare nella stessa direzione tracciata nella scorsa mobilitazione, continuando ad allargare la partecipazione e a fissare le date di settembre come un appuntamento in cui coinvolgere tutta la città. Le giornate in memoria di Fabrizio saranno la prima occasione in cui scendere in piazza dopo un’estate rovente, in cui il Governo, la giunta comunale e la questura hanno dimostrato, con gli sgomberi di Cinecittà e Piazza Indipendenza, quale sia l’unico piano politico per il futuro delle istanze sociali: l’uso della forza . La sfida della due giorni sarà costituire un primo momento in cui uscire dall’angolo dove i gruppi di potere della città stanno tentando di mettere coloro che lottano per un mondo diverso.

Un’importante opportunità per dare un segnale forte e unitario tenendo insieme le criticità della Tiburtina e di tutta la città, dalla sanatoria regionale per le case popolari alla delibera regionale per l’emergenza abitativa, dagli sgomberi forzati dei migranti ai tentativi di infiltrazione delle organizzazioni neofasciste, dalla riconversione degli edifici abbandonati alla lotta alla cementificazione, dall’attacco agli spazi sociali alle lotte nel mondo del lavoro.

San Basilio, storie de Roma
Nodo Territoriale Tiburtina

forza nuova lancia una marcia su Roma per il 28 ottobre . La sinistra: “Minniti la vieti” ·

La “Marcia dei patrioti” contro lo “Ius soli e per fermare le violenze e gli stupri degli immigrati”. Il corteo sarà organizzato nel giorno dell’anniversario dell’incursione dei fascisti che nel 1922 aprì le porta al Ventennio. I partiti di sinistra: “Viola la Costituzione, la legge Scelba e la legge Mancino”

Si chiama Marcia dei patrioti. Forza Nuova ha organizzato un corteo a Roma “contro un governo illegittimo, per dire definitivamente no allo Ius Soli e per fermare violenze e stupri da parte degli immigrati che hanno preso d’assalto la nostra Patria“. L’iniziativa del partito di estrema destra ha una data simbolica: il 28 ottobre, lo stesso giorno che nel 1922 vedeva sfilare per le strade della Capitale 25mila camicie nere del Partito nazionale fascista. La manifestazione cade nell’anno del 95esimo anniversario dell’evento che ha poi aperto le porte al Ventennio mussoliniano.

“Bandiere, striscioni, auto, pullman, benzina”, l’appello ai “patrioti” arriva dal profilo Facebook dell’organizzazione di ispirazione fascista. L’invito ha collezionato già moltissimi like. Si rivolge al “compatriota” e chiede un “sostegno concreto“. “Non si può mancare stavolta” si legge tra i commenti, “marciare per non marcire!” scrive un utente. “Il Molise ci sarà”, “Milano presente”, “e andiamo!”. Al momento non è chiaro se il partito guidato da Roberto Fiore abbia avuto il via libera per la sua “marcia”.

Insorgono le forze di sinistra. “No al fascismo in qualunque forma si esprima. Il governo vieti la marcia su Roma” twitta il capogruppo dei deputati di Sinistra Italiana Giulio Marcon. Tra i primi a reagire il segretario di Possibile, Pippo Civati, e il parlamentare dello stesso partito, Andrea Maestri: la manifestazione “non può svolgersi” a meno che non si accetti la violazione della “Costituzione, della legge Scelba” che regola l’apologia di fascismo e “della legge Mancino” che condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista. Civati e Maestri chiedono “al ministro dell’Interno Minniti, anche attraverso prefettura e questura di Roma, di vietare la marcia e di avviare la procedura di scioglimento di Forza Nuova”.

Fa riferimento “all’ennesima provocazione da parte dei fascisti di Forza Nuova nei confronti della Capitale e della Storia di questo paese” il deputato romano del Pd Marco Miccoli. Che non tralascia di ricordare gli ultimi fatti di cronaca che hanno visto i partiti di estrema destra al centro di diverse “azioni squadriste“, dalla “ronde contro gli immigrati” alle “minacce a parroci di periferia“. Per non dimenticare i recupero dei manifesti fascisti. Non ultimo il caso del “Tiburtino III: episodi inventati ad arte per scatenare la rabbia dei cittadini contro gli immigrati”. La marcia di Forza Nuova del 28 ottobre, secondo Miccoli è “un’offesa alla città della Fosse Ardeatine, delle deportazioni nei campi di sterminio e delle nobili pagine della Resistenza che ci ha donato la Libertà. Per tutto questo chiederemo al Ministro degli Interni di vietare il corteo”.

Solo qualche giorno fa, sul profilo di Fiore compariva un’altra iniziativa, “Passeggiate per la sicurezza, contro la criminalità extracomunitaria”. Nel post il partito dà mandato a tutte le proprie sezioni di organizzare ronde in tutte le città italiane nel fine settimana dall’8 al 10 settembre. Le adunate sono rivolte soprattutto a “tifosi delle squadre di calcio“, “pugili noti per coraggio e disciplina”. All’appello sono invitati anche i ” i tassisti, apprezzati per la loro conoscenza del territorio e l’impegno civico”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/06/forza-nuova-lancia-una-marcia-su-roma-per-il-28-ottobre-95-anni-dopo-mussolini-la-sinistra-minniti-la-vieti/3840070/

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The High Castle

di Alessandra Daniele

Ce lo siamo chiesti tutti: se ci fossimo trovati nell’Italia fascista, nella Germania nazista, e avessimo scoperto che il nostro paese si stava rendendo responsabile d’uno sterminio di massa, che cosa avremmo fatto?
La domanda non è più ipotetica.
L’Italia è direttamente responsabile dei campi di concentramento libici nei quali finiscono massacrati i migranti a cui viene impedito di raggiungere le nostre coste.
Campi di concentramento non è una definizione generica, è documentata: fame, sete, torture, stupri, le condizioni di prigionia sono concepite apposta per falciare i più deboli, e trasformare i superstiti in schiavi. Il governo italiano paga le milizie libiche per questo compito, che definisce “fermare gli sbarchi”.
Questa è la Soluzione Finale che il nostro governo ha scelto per la cosiddetta emergenza immigrazione, cioè qualche migliaio di disperati che approdavano in un paese di 60 milioni di abitanti, e che l’establishment ha efficacemente adoperato come capro espiatorio verso cui deflettere la rabbia popolare, esattamente come fecero i nazifascisti cogli ebrei.
Il discrimine è essenzialmente razziale. Non tutti i prigionieri in Libia sono musulmani, anzi molti, come per esempio gli eritrei, sono cristiani. Qualcuno dovrebbe avvertire Papa Francesco che l’Italia partecipa attivamente alla persecuzione dei cristiani.
Col governo Gentiloni.

La domanda non è più accademica.
Qual è la nostra risposta?
Che cosa stiamo facendo?
Come risponderemo ai sopravvissuti che ce lo chiederanno?
Cosa abbiamo fatto mentre il nostro governo s’offriva come volenteroso carnefice della Fortezza Europa?
Non possiamo sperare di cavarcela con la balla del “Non sapevamo”, non nell’era del web, degli smartphone, e dei canali All News.
Forse speriamo che nessuno ce lo chieda mai.
Che non ci siano sopravvissuti.
Che le guerre, le carestie, le pandemie, gli sconvolgimenti climatici che abbiamo causato nel Terzo Mondo ci diano una mano a svuotarlo.
Che stavolta i nazifascisti vincano la guerra, e riscrivano la Storia.
Ma il deserto continuerà ad avanzare.
La guerra continuerà ad allargarsi.
La Fortezza Europa solleverà definitivamente il ponte levatoio, e ci lascerà fuori.

https://www.carmillaonline.com/2017/09/03/the-high-castle/

Fascismo manifesto

di Armando Lancellotti

Era il 1944 quando il Nucleo di Propaganda del Minculpop, che gestiva la progettazione e la produzione di volantini e manifesti, ne realizzò uno a colori – di 34.5 x 24.5 cm, con lo slogan Difendila! Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia – che in questi giorni è assurto agli onori delle cronache perché pedissequamente riproposto da Forza Nuova, che in tal modo ha facilmente centrato almeno un paio di obiettivi: far parlare di sé e corroborare il già forte stereotipo che identifica stranieri-migranti e stupratori.

Di certo vi è una buona dose di citazionismo nostalgico decisamente rétro nella scelta di riesumare un manifesto dalla grafica e dall’estetica superate; nostalgismo indirizzato a quei “camerati” che nei propri incontrollabili vagheggiamenti onirici desidererebbero forse più di ogni altra cosa un ritorno ad un ormai lontano passato in cui si poteva – o meglio, si doveva – discriminare, arrestare e consegnare gli ebrei; internare e deportare i “barbari slavi” nei Balcani; approfittare delle “faccette nere”, trasformate in “sciarmutte” e “madame”, nelle colonie africane dai soldati italiani.

Ma se citazioni repubblichine e nostalgie “in camicia nera” si rivolgono ad un destinatario tutto sommato politicamente e quantitativamente ridotto, il “contenuto” del messaggio del manifesto del ’44 riproposto dai fascisti di oggi è in grado di raggiungere, invece, una platea ben più allargata e pericolosamente in continua, rapida ed esponenziale crescita: un destinatario che del Minculpop del Ministro Ferdinando Mezzasoma e del capo di gabinetto Giorgio Almirante potrebbe anche sapere poco o nulla, così come della storia della Rsi, ma che sempre più si sta convincendo che sia in atto una “invasione” del paese e che ci si debba mobilitare e difendere dal pericolo di una qualche “conquista allogena”, o dalla “sottomissione” agli “stranieri”, se non addirittura da una fantomatica ed apocalittica “sostituzione etnica”.

Non c’è da stupirsi, allora, che i militanti di Forza Nuova e del neofascismo italiano in generale abbiano come riferimenti ideologici il nazionalismo, lo sciovinismo, il razzismo, il maschilismo machista e paternalista (difendere madri, mogli, sorelle e figlie è lavoro da uomo risoluto e forte, avvezzo all’uso del manganello, insomma da fascista) che traboccano da un manifesto di propaganda di settant’anni fa e che costituiscono l’armamentario ideale di ogni fascismo, passato e presente; c’è da preoccuparsi piuttosto che quelle idee bislacche, quelle sbracate deduzioni ed infami associazioni ormai circolino diffusamente, al punto da costituire quasi un automatismo mentale irriflesso.

I curatori del catalogo della mostra La menzogna della razza (Grafis edizioni, Bologna, 1994) scrivevano: «chi ha progettato il manifesto riteneva che la raffigurazione dello stupro avrebbe guadagnato in atrocità proprio sottolineando la diversità etnica di chi lo perpetra. Così il soldato nero ha sguardo lubrico, bocca e labbra ingigantite, mani ad artiglio, è tutto proteso nella brama di possesso simboleggiata dalla vampa di fuoco che sembra emanare dal suo corpo, materializzazione dello smodato desiderio erotico che il pregiudizio razzista ha spesso attribuito alle genti di colore. La donna bianca viene rappresentata come il suo opposto speculare: il volto atteggiato a severo sdegno ma composto nella sua dignità ferita, la veste candida della purezza, il corpo disperatamente teso nel virtuoso sforzo della repulsione» (p. 202).

Certo, allora, nel 1944, il pericolo era individuato nel soldato americano di colore ed “invasore”, ma basterebbe sostituire la camicia verde militare e il cappello tipo ranger con una moderna felpa con cappuccio ed ogni eventuale residuo ostacolo all’innesco dell’associazione straniero-nero-migrante = stupratore di donna-bianca-italiana verrebbe agevolmente superato.

E a proposito di automatismi irriflessi o parole senza pensiero, non è stata forse la Presidente del Friuli Venezia Giulia ed esponente di primo piano del Partito Democratico Debora Serracchiani a sostenere a maggio scorso che «la violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro paese» (il manifesto, 14 maggio 2107) ? E come se non fosse bastato, per parare le critiche che le sono piovute addosso, la stessa Serracchiani ha maldestramente affermato di avere detto semplicemente «cose di buon senso».

Di certo non si tratta di “buon senso”, di quel bon sens che Cartesio definiva come la facoltà di ben giudicare e di distinguere il vero dal falso e che – un po’ troppo ottimisticamente – riteneva essere la cosa nel mondo meglio ripartita; ma forse si tratta di senso comune, di un tanto generalizzato e pervasivo quanto acritico e stereotipato modo di giudicare senza pensare. Un senso comune italiano di inizio XXI secolo di cui rigurgiti razzisti, velleità nazionalistiche e sovraniste, rivendicazioni identitarie pseudoculturali-religiose, innescate da crisi economica, pauperizzazione crescente, disorientamento sociale e politico, costituiscono una parte essenziale.

Allora forse non ci si dovrà stupire se tra qualche settimana o qualche mese Forza Nuova et similia ripescheranno dagli archivi della memoria repubblichina altre immagini o manifesti, come quest’altro, che si presterebbe precisamente a fare da supporto al teorema della sottomissione culturale-religiosa, dopo un’opportuna e semplice operazione di maquillage, per la quale ci si potrebbe rivolgere agli stessi che un anno fa hanno preparato per il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, il manifesto propagandistico per il Fertility Day.
Nel manifesto di 100 x 70 cm disegnato da Gino Boccasile – Un soldato U.S.A. nero depreda una chiesa – «il soldato afro-americano, i cui tratti vengono contorti dal disegnatore in un grottesco ghigno satanico ed insieme subumano, diventa qui saccheggiatore di chiese, sacrilego nemico della religione nel nome del guadagno. È accovacciato in un angolo del manifesto, che così viene tragicamente dominato dalla figura di questo Cristo biondo e arianizzato, più corpo rattrappito che statua di culto, quasi ad incarnare una “razza bianca” pura ed innocente abbattuta dagli “inferiori”» (La menzogna della razza, cit, p. 202).
Si pensi di svestire l’uomo di colore di uniforme ed elmetto statunitensi e di fargli indossare abiti che lo connotino immediatamente come musulmano e il manifesto è pronto per il riutilizzo, magari in occasione di una delle sempre più frequenti mobilitazioni di cittadini contro il trasferimento e l’insediamento di migranti.

https://www.carmillaonline.com/2017/09/06/40484/

Non dimentichiamo mai “Cip”, l’operaio che fece arrestare il generale

Ricorrono oggi 25 anni dalla morte di Luigi Cipriani, figura eclettica della sinistra sessantottina e post sessantottina, scomparso dopo un improvviso infarto miocardico. Se ne andò in pochi minuti, eppure in punta di piedi, quasi preparando il suo addio. Negli ultimi tempi infatti, pur non risparmiandosi nei suoi studi e nelle sue ricerche, si era un po’ fatto da parte, disgustato da molte delle evoluzioni della politica di quegli anni, in dissenso con alcune delle scelte del suo partito, Democrazia Proletaria.

Cip venne assunto dalla Pirelli a 19 anni, dopo aver frequentato una scuola di formazione. Soffriva la realtà della fabbrica, il lavoro di cronometrista per cui era stato assunto lo angosciava. Si sentiva alienato, introiettava le sofferenze altrui, fece pure un esaurimento nervoso. La sua sofferenza interiore per la durezza del lavoro venne in parte combattuta con la passione del rugby che lo portò addirittura a giocare con la maglia della nazionale italiana. Poi, con altri, fondò i CUB, e in fabbrica diede battaglia. Sempre in prima linea, quando si trattava di fare un picchetto o una manifestazione, usando la sua imponente stazza per rassicurare i compagni e proteggerli, ponendosi come avamposto quando la polizia pareva dovesse caricare. Fu in questi anni che costruì dei percorsi di lotta alla Pirelli e nelle fabbriche vicine: a quei tempi esisteva anche la solidarietà tra i lavoratori, oggi invece è merce rara.

Dalla militanza in fabbrica, coi CUB e con Avanguardia Operaia, a poco a poco per Cipriani arrivò il momento di divenire dirigente a tempo pieno. Il suo lavoro, la passione per lo studio, la capacità di leggere le situazioni, lo portarono ad essere sempre più stimato. Cip era anche uno rigoroso nello stile di vita in anni in cui non si navigava nell’oro. Teneva ad essere umile ed austero, a lottare per i proletari da proletario. Con la moglie viveva in un appartamento in affitto di 35 metri quadri. Badava all’essenziale, le fedi matrimoniali – ricorda la moglie – furono realizzate da un tornitore della Pirelli in acciaio. I tempi per i leader della sinistra in cachemire o barca a vela non erano ancora maturi.

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Cipriani era uno che c’andava giù dritto. O gli stavi simpatico o gli stavi antipatico, e se gli stavi antipatico in qualche modo te lo faceva capire. Non badava a giri di parole, per dire le cose non prendeva il giro largo. Era essenziale, andava al sodo, forse anche per questo dai suoi compagni era un po’ temuto e tenuto a distanza. Esempio significativo fu quando nel 1987, al congresso di DP a Riva del Garda attaccò senza tanti complimenti Mario Capanna, che in quel periodo aveva già cominciato a strizzar l’occhio ai Verdi: «I pensionati della rivoluzione in Parlamento non ci servono» disse Cipriani al microfono. E la voragine che si stava creando tra le due anime di DP anziché ricomporsi si allargava ulteriormente. Cipriani era schietto e diretto, diceva quel che pensava senza fingere.

Nel 1987 venne anche eletto Deputato alla Camera con Democrazia Proletaria, nel collegio Milano-Pavia con quasi 7000 preferenze. E’ qui che Cip, col suo impegno estenuante, diede il meglio di sé: lavorava e studiava giorno e notte, presentava interrogazioni, girava l’Italia e dava voce in Aula alle vertenze provenienti dai territori. La Commissione parlamentare stragi, in particolare, lo portò allo studio, all’analisi e all’inchiesta nella minuzia del dettaglio, convinto come era che le verità offerte a megafoni spiegati erano di comodo e nascondevano ben altro. L’intreccio tra apparati dello Stato, i servizi segreti, la criminalità, neofascisti e terroristi, davano un gran lavoro per cui Cip instaurava rapporti, rimediava confidenti, scavava come nessun altro seppe fare: fu grazie al suo rigore che, 12 anni dopo, scoprì che in via Fani mentre veniva rapito Aldo Moro un colonnello del Sismi era presente nell’angolo della strada: ci vollero altri 19 anni ed una confessione anonima per avere ulteriori riprove sul ruolo svolto nell’occasione dai servizi segreti. Fu grazie all’insistenza di Cipriani che si giunse all’arresto del generale Tascio che ebbe un ruolo fondamentale nei depistaggi conseguiti alla strage di Ustica: per arrivarci Cip imparò anche a leggersi plot e tracciati radar.

Averne come Cip. Averne persone tanto generose, tanto rigorose ed oneste. Perché la politica, specie in questi anni di disaffezione, astensionismo e ostilità, non può che prescindere da generosità, rigore ed onestà. Luigi Cipriani, da militante, da dirigente, da Parlamentare, da membro della commissione stragi, incarnava queste caratteristiche. Cippone andrebbe ricordato e preso da esempio. Per la sinistra italiana – franata su insuccessi, leaderismi, cedimenti a destra – e per i suoi leaders, ritrovare questo personaggio di carisma potrebbe essere una lezione utile per riflettere sui propri errori e su un poco promettente presente.

(Luigi Cipriani, Milano, 3 agosto 1940 – Cremona, 5 settembre 1992)

http://popoffquotidiano.it/2017/09/05/non-dimentichiamo-mai-cip-loperaio-che-fece-arrestare-il-generale/

Possiamo non essere d’accordo con Maduro, ma non possiamo appoggiare una destra violenta

Da mesi stiamo assistendo in Venezuela ad una crisi politica e sociale senza precedenti nella recente storia del Paese. Una crisi divenuta più acuta e complessa dopo le elezioni per l’Assemblea Costituente, fortemente volute da Nicolás Maduro e tenutesi domenica 30 luglio. In un contesto ambivalente, in cui la campagna di boicottaggio continuo del regime venezuelano, messa in atto dai principali media occidentali, fa il paio con la difesa fideistica del chavismo, è quanto mai necessario dotarsi di uno sguardo laico, per comprendere al meglio una delle vicende destinate a modificare assetti geopolitici e apporti di potere di un intero continente. Qui di seguito la traduzione di un’intervista allo scrittore franco-americano Marco Terruggi, autore, tra le altre cose, de “Lo que Chávez sembró. Testimonios desde el socialismo comunal”.

Nel quadro dell’inasprimento delle mobilitazioni anti-governative in Venezuela e di fronte alle elezioni dell’Assemblea Nazionale Costituente convocata dal governo di Nicolás Maduro, raggiungiamo il giornalista e sociologo Marco Teruggi, residente a Caracas, affinché ci dia la sua versione riguardo ciò che sta succedendo.                        

Terruggi è una voce che non fa appello all’imparzialità, se non che si fa carico del suo impegno con uno dei due blocchi in conflitto in questo paese fratello, ed è proprio per questo motivo che abbiamo deciso diffondere qui il suo messaggio, nell’interesse di coloro che leggono questo articolo affinché possano avere un punto di vista differente rispetto a quelli raccontati dai mezzi di comunicazione dominanti, salvo qualche rara eccezione.     

In questo ampio documento ci si presenta una chiara e ben dettagliata radiografia di ciò che l’intervistato chiama “l’ingegneria del conflitto” che la destra venezuelana ha attuato contro il blocco governativo e il chavismo in generale. Una destra che ha organizzato, in maniera ricorrente, “episodi insurrezionali per strappare il governo di Nicolás Maduro con la forza” mediante una battaglia sul fronte economico e delle comunicazioni, quando non attraverso la violenza aperta, incluso il paramilitarismo, negando, però, in ogni momento il proprio coinvolgimento.         

Nella parte centrale Teruggi sottolinea che in questa disputa gioca un ruolo fondamentale la “struttura comunicativa internazionale”, la quale legittima i metodi dell’opposizione attribuendovi “un carattere epico, un carattere democratico, libertario. Insomma, presentano questa violenza come una violenza legittima e la benedicono”; questo succede soprattutto quando si consacrano gli incidenti accaduti e le cosiddette “guardie”.      

Richiama all’attenzione l’enfasi con cui il nostro intervistato pone l’accento su ciò che si qualifica come “la metodologia di bruciare le persone in strada”, segnalando che in cento giorni di conflitto “ci sono più di venti casi in cui le persone coinvolte sono poveri, o neri, o chavisti, che per loro [la destra] sono praticamente la stessa cosa. Per gli occhi dei classisti di destra è lo stesso che tu sia nero, povero o chavista”.            

Contro le istituzioni civili e armate sulle quali fa affidamento il governo di Maduro e contro la sua base sociale popolare, afferma Marco Teruggi, il blocco della destra “mostra due debolezze principali riguardanti la loro strategia per un colpo di stato: la prima è che non hanno l’appoggio delle Forze Armate Nazionali Bolivariane”, la seconda è che non hanno l’appoggio dei settori popolari, dei quartieri, per lo più chavisti. “Sanno che questo rappresenta un problema perché non si può rimuovere un governo senza le forze armate, né senza l’appoggio delle classi popolari”, ciò significa che l’opposizione, associata a settori della criminalità organizzata, sferra continui attacchi nei quartieri per “cercare di costruire una realtà che non c’è”.

Prima delle votazioni del 30 luglio per l’Assemblea Nazionale Costituente Teruggi presenta due scenari: “Il primo è in qualche modo un tradimento nei confronti della destra in modo che la discussione ritorni al terreno elettorale democratico e al dialogo, ovvero, si cerca di pianificare uno scenario che non è niente di meno che la discussione delle basi di una costituzione nazionale, e con questa apertura fare in modo che la destra si trovi in difficoltà, per così dire, tra mantenere un’agenda violenta, o unirsi a un processo aperto di iscrizione dei candidati e delle candidate per l’Assemblea Nazionale Costituente”, per poi affermare che la destra si rifiuta di partecipare e in cambio punta “alla formazione di uno Stato parallelo, cominciando con nominare i nuovi magistrati del Tribunale Supremo di Giustizia e annunciare che ci sarà l’elezione di un nuovo presidente per le elezioni primarie”.   

Che cosa succederà poi? Marco ci dice: “Qual è l’ipotesi possibile? Che una volta fatte le elezioni di domenica, che verranno precedute da ondate di violenza molto forti, l’opposizione venezuelana e la comunità internazionale non riconosceranno né il governo del presidente Nicolás Maduro né l’Assemblea Nazionale Costituente, mentre invece riconoscerà questo governo parallelo, conferendo loro finanziamenti, diplomazia, armi ecc… Questo implica un conflitto di carattere prolungato e loro si stanno preparando per questo”.                          

In questo modo “l’unica maniera che la destra ha per riuscire a spezzare il rapporto di forza è attraverso un’azione che proviene soprattutto dalla comunità internazionale, come per dire, dagli Stati Uniti”, poiché “oggi a livello nazionale non hanno la forza per il loro piano”.          

Quanto precede implica che “in Venezuela la destra ha optato per uscire dalla legalità e questo è ciò che vedremo d’ora in avanti”. Questo ci fa capire come sia stata significativa la dichiarazione del presidente americano, pare infatti che “Donald Trump abbia minacciato il Venezuela con sanzioni economiche nel caso in cui si darà l’Assemblea Nazionale Costituente. È significativo perché si può interpretare anche come un segnale che il piano non si sta sviluppando come vogliono; e io credo che questo sia un messaggio che è emerso il giorno 16 quando si è visto che molti di quelli che sono andati a votare appartenevano alle fila del chavismo. Significa che, dopo tanti anni di attacchi contro il chavismo, questo continua ad esistere e ha preso parte alle manifestazioni di domenica”.                           

Tuttavia, Teruggi ci ricorda di tener presente che lo scenario di un intervento esterno non si deve escludere, in quanto il Venezuela confina con la Colombia che ha sette basi militari statunitensi e conta di un’enorme presenza di paramilitari che potrebbero giocare un ruolo importante nello scenario di confronto con il governo bolivariano.                 

Sulla base di tutti questi elementi, Marco Teruggi conclude: “Uno può essere d’accordo oppure no con il progetto del chavismo, gli può sembrare che il progetto sia buono, sia cattivo, sia folle, che sia giusto, corretto oppure no. Però è un progetto politico che sta lì grazie ai voti e come tale deve governare. Di fronte c’è una destra che da quando questo blocco chavista è al governo, ha tentato un colpo di stato nel 2002, ha cercato di provocare insurrezioni e negli ultimi quattro anni si è dedicata a togliere rifornimenti alle persone, a nascondere i medicinali, con l’appoggio diretto e il finanziamento degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump non ha alcun interesse affinché questo conflitto si risolva ai voti. Quindi, uno può o non può appoggiare il governo di Nicolás Maduro, ma ciò che non può appoggiare è quello che c’è dall’altra parte. Quindi in ogni caso, bene, io non sono d’accordo con ciò che Maduro sta progettando, ma non posso essere d’accordo con una destra che afferma che l’unico modo per cambiare il governo in Venezuela sia attraverso un’insurrezione armata che ci porta a questa quantità di morti, che brucia la gente nelle strade, che attacca ospedali, che attacca istituzioni, che attacca le caserme, che viene difesa dagli Stati Uniti, che mette in campo paramilitari. Uno non può essere d’accordo con questo.. non lasciamoci ingannare e in ogni caso, se uno non appoggia il governo di Nicolás Maduro, sotto nessun punto di vista può essere d’accordo o supportare un colpo di stato che l’unica cosa che porta è più violenza, povertà e uno scenario catastrofico per il Venezuela. Non ci si aspetta nulla di buono dal governo che succederà al chavismo in Venezuela, lo dico assumendomi tutte le responsabilità. Quello che sta avvenendo è una rivincita, un tentativo di castigare la gente per aver osato sognare un altro tipo di progetto politico, di aver partecipato al piano di uno stato sovrano, indipendente, socialista. Quello che si sta dando è un processo di rivincita delle classi dominanti venezuelane: l’oligarchia, la borghesia, il settore finanziario, i partiti politici, a discapito del popolo perché commise il peccato storico di aver detto no ad un modello di sviluppo e alla ripartizione diseguale delle ricchezze, dove avrebbe sempre occupato la posizione dei poveri. Questo è ciò che si avrebbe nel caso vincesse la destra. Da parte nostra, sotto nessun punto di vista, possiamo accettarlo.”

A seguire l’intervista completa.

Cosa significa per il Venezuela e cosa significa per l’America Latina il processo dell’Assemblea Nazionale Costituente convocata dal governo di Nicolás Maduro e in particolare la giornata del 30 luglio?        

Bene, credo che per comprendere il momento attuale che sta attraversando una fase di acutizzazione degli scontri, è necessario prendere in considerazione vari elementi per capire come si è arrivati a questa situazione e perché domenica – 30 luglio ndr – si va a votare per l’Assemblea Nazionale Costituente. Credo che il primo elemento da comprendere è che da quando quattro anni fa Nicolás Maduro ha assunto il potere, ha subito un processo continuo di destabilizzazione che si è dato su tutti i piani, a volte con maggior priorità per uno mentre a volte in maniera simultanea. Quindi da quattro anni ci troviamo davanti ad un attacco sul fronte economico, comunicativo, un attacco in termini di violenza (per dirlo in termini semplici), un attacco sul piano diplomatico, sul piano civico, della popolazione. Tutto questo si sta combinando in maniera permanente, e ciò che è insopportabile è l’attacco economico, poiché è il fattore che più logora la popolazione.                      

La destra ha regolarmente organizzato episodi insurrezionali per distruggere il governo di Nicolás Maduro con la forza. Il primo episodio fu lo stesso giorno in cui ottenne la presidenza nell’aprile del 2013, giorno in cui Capriles Radonski disse alla gente di scendere nelle strade e che si concluse con undici morti. Il secondo episodio fu nel 2014, da febbraio ad aprile; questa volta con Leopoldo Lopez e il saldo finale fu di 43 morti. E questo che stiamo vivendo ora sarebbe il terzo tentativo di rovesciare il governo con la forza.                    

Qual è il calcolo che fanno?

Bene, la situazione economica, oltre al logoramento provocato dalle difficoltà nel ricevere medicine, i prezzi che aumentano, la pressione internazionale, gli attacchi comunicativi contro il governo, tutto ciò fa sì che la gente sia sufficientemente disperata per scendere nelle strade e cercare di togliere con la forza in governo a Nicolás Maduro. Questo cominciò agli inizi di aprile, ma il conflitto è in costante evoluzione nel senso che ad aprile c’era uno schema conosciuto basato sulla logica del conflitto venezuelano: c’erano blocchi nelle strade, attacchi con molotov, c’erano persone uccise durante le manifestazioni, ma si trattava delle dinamiche di conflitto utilizzate da sempre dalla destra nello scenario nazionale. Non era nulla di nuovo. Diciamo che a partire dal 20 aprile per arrivare ad oggi, abbiamo avuto un’evoluzione di questo quadro, segnato da tappe molto forti. La prima è che hanno iniziato ad aver luogo attacchi di tipo militare, soprattutto attacchi alle caserme, ai commissari, attacchi armati contro i corpi di Sicurezza dello Stato, nello specifico una bomba esplosa a distanza. Pochi giorni fa si è vista una persona armata di un fucile R15 in centro a Caracas che assaltava una stazione di polizia. Queste sono le novità dell’inasprimento di questa escalation, oltre ai tentativi di mantenere varie parti del paese sotto assedio di una violenza molto forte per due o tre giorni. In dieci o quindici città venezuelane ci sono stati questi attacchi e sono durati per due o tre giorni, portati avanti da gruppi di paramilitari o da altri gruppi addestrati per questo. Queste sono cose che il mondo esterno non conosce molto, ma quando una persona visita il paese si rende conto che questa struttura armata di cui la destra si è dotata sta operando con estrema forza e rappresenta, per dirlo con termini classici, il suo braccio armato, ovvero ciò che lavora nell’ombra e che rimane nascosto ai mezzi di comunicazione.

Proprio questo è ciò che vorrei puntualizzassi per le persone che non conoscono lo scenario venezuelano: chi è la destra? Come si struttura?                    

Ci sono differenti livelli all’interno della destra. Abbiamo la grande borghesia, l’oligarchia, soprattutto la Federazione Nazionale degli Allevatori, la Chiesa, i partiti di destra che a loro volta hanno delle differenze al loro interno. La destra di Unidad Democrática guidata da Henry Ramos Allup non è la stessa del nuovo partito di Unidad Popular o di Primero Justicia, rispettivamente guidati da Leopoldo Lopez e Henrique Capriles Radonski.      

Dopo di che abbiamo la base sociale storica della destra, la quale è una base composta principalmente dalla classe media, medio-alta, che è quella che si è opposta continuamente al chavismo per tutto il tempo in cui è stato al governo dal 1999. Sono coloro che hanno collaborato al colpo di stato del 2002 e che odiano tutto ciò che assomiglia al chavismo. A loro volta sono riusciti a sviluppare delle formazioni per affrontare gli avversari nelle strade.                                      

Ci sono quindi livelli che si vedono mentre altri no. Cos’è che si vede nelle strade e nei mezzi di comunicazione?

I dirigenti di destra, la loro base sociale storica che si mobilita e a poco a poco comincia a mostrarsi anche coloro che vengono chiamati “gli scudieri”, che sono la prima linea durante gli scontri – che alle telecamere si mostra molto forte – gente ben preparata con scudi, già definiti come eroi. Questi rappresentano il primo livello e fino a loro arrivano le telecamere, le quali li mostrano sempre come vittime delle aggressioni dello Stato. Questi dispongono di una vasta serie di modi per confrontarsi negli scontri: bombe molotov, diversi tipi di mortai, i blocchi stradali, olio per far scivolare le moto ecc. .                                

Allo stesso tempo ci sono altri livelli che sono questi fili che nessuno nomina, livelli che hanno la capacità, ad esempio, di assaltare le caserme, i commissariati, di sottomettere le popolazioni con armi pesanti e altre più leggere, di porre un assedio totale, che sono coloro che operano quando la destra indice “degli scioperi fittizi”, non approvati o istituiti con il solito iter ma che si configurano nell’obbligare i commercianti a chiudere i negozi. Guidano moto incappucciati, con armi da fuoco, danno fuoco agli autobus che circolano per obbligarli a fermarsi. Ha a che vedere con un processo che da molti anni si vede in Venezuela, frutto di circa dieci anni di radicamento del paramilitarismo in diversi settori nazionali. Negli stati di Tachiram e di Barinas si è formata una struttura paramilitare con una propria logistica e intelligence, legata ai partiti di destra che stanno iniziando ad emergere nello scenario di conflitto.                          

Questo è ciò che nessuno mostra, quello che nessuno desidera nominare e ciò che in realtà è più preoccupante perché è ciò che sta emergendo e ciò che sta accompagnando nell’ombra tutto il processo di mobilitazione della destra.        

È evidente come la destra non si assuma la responsabilità, ma uno vede come tutto questo si attua nei territori e si vede come ci sia un braccio armato che sta operando.      

Ciò che preoccupa è la presenza di una struttura comunicativa, soprattutto internazionale, che legittima tutto questo. Diciamo che le conferisce un carattere epico, un carattere democratico, libertario. Insomma, presentano questa violenza come una violenza legittima e la benedicono, consacrando gli incidenti accaduti e le cosiddette “guardie”.       

Ora, nessuno si rende responsabile dei fatti che provoca. Per esempio, una cosa che è successa fin dall’inizio è che hanno adottato la metodologia di incendiare le persone nelle strade. Ci sono più di venti casi in cui le persone coinvolte sono poveri, o neri, o chavisti, che per loro [la destra] sono praticamente la stessa cosa. Per gli occhi dei classisti di destra è lo stesso che tu sia nero, povero o chavista. Tutto questo, per la destra, è un errore storico che deve essere eliminato e così ha iniziato ad applicare questa metodologia.                

Quindi questa è la struttura reale della protesta della destra che fuori viene presentata come democratica e che non si assume nessuno dei suoi atti e nessuno le riconosce ciò che sta facendo. Se qualcuno chiede loro se hanno organizzato il colpo di stato del 2002, qualcosa che è stato filmato, studiato, dimostrato, nessuno dei dirigenti che lo commisero affermerà di averne preso parte e si presenteranno come democratici e pacifisti.

E come potresti darci un’idea delle correlazioni che intercorre tra le forze in campo, nella base sociale a cui fanno riferimento il chavismo e la destra? Perché qualcuno potrebbe chiedersi perché non c’è una risposta collettiva a questa violenza della destra. Come ce lo spiegheresti?

Il blocco della destra, come l’ho descritto in precedenza, mostra due debolezze principali riguardanti la loro strategia per un colpo di stato: la prima è che non hanno l’appoggio delle Forze Armate Nazionali Bolivariane, ovvero non hanno un esercito per compiere il colpo di stato, la seconda è che non hanno l’appoggio dei settori popolari che vivono nei quartieri.                  Per la situazione economica molto complessa che sta attraversando il Venezuela, ci sono persone appartenenti ai quartieri popolari che si sono alleate al chavismo, gente delusa, concentrata unicamente nella risoluzione dei loro problemi giornalieri come trovare cibo, medicine, prodotti per l’igiene; persone che è più preoccupata e coinvolta nei tentativi di risolvere la vita quotidiana invece che pensare alla battaglia politica. Come sempre ci sono poi persone appartenenti all’opposizione.      

Quindi bene, i quartieri, i settori popolari. Con questo quadro uno potrebbe dire “i quartieri sono chavisti”, come se fossero qualcosa di monolitico, se non che all’interno ci sono differenti punti di vista. I quartieri non si sono uniti alle proteste della destra. L’epicentro della protesta continua ad essere la zona della classe media, medio-alta, delle principali città. Lì è dove si sviluppano gli scontri, gli scenari di violenza, gli incendi ecc..

Secondo uno schema grafico: Caracas è divisa nel suo centro in Ovest e Est, ad Ovest c’è la zona della classe popolare mentre a Est la zona della classe media e medio-alta. Ad Est ci sono anche quartieri importanti, ma tutta la zona di conflitto si trova nel centro della parte Est di Caracas. Io vivo nell’Ovest della città, tutti i giorni esco, faccio le mie compere, cammino, prendo l’autobus, la metropolitana e non vedo nessun episodio di violenza. Tutto succede in quella parte della città dove c’è la base sociale della destra.             

La destra sa che c’è un problema perché non posso prendere il potere senza le forze armate e l’appoggio delle classi popolari. Cos’è che hanno tentato di fare e cosa hanno organizzato?

Incursioni notturne nei quartieri popolari. Lì hanno stretto alleanze con alcuni settori della criminalità organizzata, coloro che si palesano generalmente attorno alle otto, nove, dieci di sera per scontrarsi con la polizia o con i commercianti all’interno dei quartieri. Un modo per dimostrare che in queste zone ci sono forme di ribellione popolare. Quello che c’è, in realtà, è un piano orchestrato che si muove in città come se fosse una mappa e che afferma “questa notte andiamo in questo e quel luogo” e in simultanea avvengono questi scontri organizzati. Nelle reti social si diffondono le notizie, soprattutto su Twitter, che cercano di mostrare che lì ci sono le prove di una violenza genuina e spontanea della gente.        Si tratta di un’architettura del conflitto, una strategia per cercare di costruire una realtà che non c’è.             

Nei fatti questo è un paese che funziona con molti tempi alla volta. C’è il tempo dove nelle loro zone pianificano il conflitto, dopo di che il resto del paese vive nella normalità. Oggi (25 luglio 2017), per esempio, un giorno prima del nuovo “sciopero civico” – che non sarà civico se non un esercizio di violenza e appoggio delle imprese – la città è immersa nella tranquillità, uno la attraversa e non succede nulla. Succede qualcosa solo quando escono dai loro settori radicalizzati per scendere in strada.               

È bene notare che hanno una quantità di appoggio considerevole, ma non è aumentato in più di cento giorni di violenza. Questo è un tema che pone anche loro in uno scenario più complesso, perché significa che hanno sì ottenuto la legittimazione della loro violenza in certi settori, soprattutto anche sul piano internazionale, ma all’interno della società venezuelana, a causa della gravità di queste espressioni violente da loro commesse, ha provocato un certo logorio. Diciamo che non può passare inosservato il fatto di dare fuoco a venti persone in un paese come il Venezuela. È difficile affermare che sia stato il Governo, anche se loro continuano a negare di essere i colpevoli. Per esempio, si è visto come una settimana fa un agente del servizio di intelligence legato a questo universo [di destra] realizzò un attacco con un elicottero sopra il Tribunale Supremo di Giustizia. La destra afferma che è stato un auto-attentato del governo. È ciò che dicono di tutto ciò che sta succedendo, non si rendono responsabili di nulla e incolpano il governo di tutte le azioni che loro commettono. Ma c’è un limite a questo. Dopo cento giorni di conflitto la gente pone dei dubbi di fronte all’ipotesi, ormai insostenibile, di un’opposizione pacifica e democratica.        

C’è quindi una tensione: bisogna legittimare la violenza, bisogna mostrarla come giusta, questo è quello che vogliono fare con la loro base sociale che è convinta che sia necessario uccidere i chavisti, affermando che se vedono un chavista in strada sono pronti a linciarlo e che credono che il chavismo sia un enorme errore storico da eliminare completamente in tutto il Venezuela. Ma per il resto del paese è difficile pensare che dietro alla chiamata della destra a rovesciare il regime, come lo definiscono loro, di Nicolás Maduro ci sia un vero progetto democratico, una soluzione possibile per il Venezuela. Si trovano quindi in trappola in quanto vorrebbero togliere il potere a Maduro con la forza, ma non ne dispongono a sufficienza. 

E ovviamente questi cento giorni di violenza hanno come obiettivo, diciamo, il processo dell’Assemblea Nazionale Costituente. Ci puoi spiegare come rientra tutto questo nella proposta della Costituente?

La proposta dell’Assemblea Nazionale Costituente compare il primo di maggio, a meno di un mese dall’inizio del conflitto, anche se aveva già raggiunto proporzioni dirompenti. Credo che quando si convoca l’Assemblea Nazionale Costituente si aprono due scenari. Il primo è in qualche modo un tradimento nei confronti della destra in modo che la discussione ritorni al terreno elettorale democratico e al dialogo, ovvero, si cerca di pianificare uno scenario che non è niente di meno che la discussione delle basi di una costituzione nazionale, e con questa apertura fare in modo che la destra si trovi in difficoltà, per così dire, tra mantenere un’agenda violenta, o unirsi a un processo aperto di iscrizione dei candidati e delle candidate per l’Assemblea Nazionale Costituente. Questo è un piano che ha a che vedere con il creare uno spazio possibile in un piano di disputa comune prima del propagarsi della violenza e, dall’altra parte, ha a che vedere con l’aprire nuovamente le porte all’interno del processo rivoluzionario, perché si sa che il processo giunge con delle difficoltà annesse alla crisi economica, in quanto ci sono attacchi dei grandi impresari ma che presenta anche delle debolezze da parte del chavismo stesso. Ci sono persone deluse dalle logiche della direzione politica, ad ogni modo, ci sono una serie di problemi che la Costituente pianifica di aprire come delle porte in modo che ognuno possa entrare, segnarsi come candidato e contribuire a riavviare il dibattito interno in Venezuela e portare nuove forze al progetto politico.                    

Qual è il problema che è successo e che poteva rivelarsi una possibilità?

È che la destra si rifiutò di fatto di partecipare all’Assemblea Nazionale Costituente e non solamente questo – in quanto aveva la possibilità di non segnare i suoi candidati – in quanto cercò di fare in modo che questa assemblea non avesse luogo. Si apre così un confronto più ampio portato avanti dalla destra sostenuta dagli Stati Uniti, l’Unione Europea, i presidenti di destra dell’America Latina, gli ex presidenti. Tutto questo blocco politico si oppone all’Assemblea Nazionale Costituente.    

Quindi, tutto si concentra nella disputa attorno alla data del 30 luglio, dove la destra afferma “non ci saranno convocazioni”, e il governo dice “facciamo una convocazione democratica, aperta a tutto il paese”. Ci sono più di mille candidati e candidate iscritti per il 30 luglio.                

È attorno a questa data che si sta sviluppando un’aspettativa di confronto circa l’Assemblea Nazionale Costituente, che a sua volta viene alimentata da nuovi elementi: il principale è questo piano della destra di creare uno Stato parallelo che ha già iniziato a nominare nuovi magistrati per il Tribunale Supremo di Giustizia e che ha annunciato che verrà eletto un nuovo presidente per le elezioni primarie. Uno scenario che si è già visto in alcuni paesi del Medio Oriente. Ha senso questo governo parallelo? Per il Venezuela nessuno perché non pone un governo reale se non una designazione a livello mediatico. Avrebbe senso a livello internazionale.

Qual è l’ipotesi possibile?

Che una volta fatte le elezioni di domenica, che verranno precedute da ondate di violenza molto forti, l’opposizione venezuelana e la comunità internazionale non riconosceranno né il governo del presidente Nicolás Maduro né l’Assemblea Nazionale Costituente, mentre invece riconoscerà questo governo parallelo, conferendo loro finanziamenti, diplomazia, armi ecc…Questo implica un conflitto di carattere prolungato e loro si stanno preparando per questo.            

Ora, anche se venerdì sono stati eletti i magistrati del Tribunale Supremo di Giustizia non ha avuto alcun effetto in Venezuela. Non è che con l’auto-proclamazione che qualcosa può effettivamente risolversi. Il potere deve essere esercitato e la destra non ne ha la forza. È la sua trappola, diciamo: parlano di cose che poi non possono sostenere ma che possono utilizzarle a livello internazionale.             

Quello che si può notare in questi cento giorni di conflitto è che l’unico modo che la destra ha per spezzare la correlazione tra le forze è attraverso un’azione proveniente soprattutto dalla comunità internazionale, ovvero dagli Stati Uniti. Oggi, a livello nazionale, non ha la forza per sostenere il suo piano.

La simulazione di plebiscito che ha fatto la destra nei giorni scorsi e che ha ottenuto tutto il sostegno possibile dalla stampa internazionale e dalle varie oligarchie, non è un avviso in un certo senso? Cosa ci puoi dire di questa simulazione?

Perché da qui lo vediamo come una strategia che ha avuto risultati in termini di presenza sulla stampa internazionale, la quale lo sta incoraggiando. Ovvero, un avviso di come saranno le cose.

Prima di tutto, in Venezuela la destra ha optato per uscire dalla legalità e questo è ciò che vedremo d’ora in avanti. Quindi il plebiscito evidentemente non era legale, ma questo non è il dibattito che c’è ora in Venezuela. Invece, il dibattito riguarda il fatto che avevano bisogno di costruire una giornata per dare legittimità a ciò che sarebbe venuto dopo. Quello che verrà dopo, che si chiami violenza o che si chiami governo parallelo, è il motivo del plebiscito, per dire: “Guardate, abbiamo ottenuto tanti voti. Ci sono milioni persone che sono d’accordo con quello che stiamo dicendo”. Nessuno sa quanti voti furono in realtà, ci sono delle discordanze nei numeri. Esistono errori giganteschi per giustificare la quantità che hanno presentato, ma questo non importa. Ciò che importa è che dal punto di vista internazionale hanno ragione. Inoltre, quel giorno c’è stato un processo elettorale per l’Assemblea Nazionale Costituente, e a livello internazionale è emerso solo il plebiscito, ovvero il fatto che milioni di persone hanno fatto una prova elettorale per le elezioni che avranno luogo questa domenica. Chiunque si trovasse in Venezuela quel giorno avrà visto entrambe le cose, così come è evidente che i mezzi di comunicazione hanno scelto di raccontare una parte del paese e dirla in maniera falsa.                  

Quindi questo plebiscito lo utilizzeranno come una legittimazione delle azioni che si verificheranno più avanti. Diranno: “abbiamo già fatto un esercizio di democrazia enorme, con una partecipazione gigantesca”. Non importa che nessuno sappia dei numeri che di cui dispongono perché i media internazionali li appoggiano e a partire da questo seguiranno i loro passi. In questo plebiscito c’era già un punto dei nuovi poteri e del governo parallelo. Questo è ciò che afferma. Lo useranno per darsi un ruolo di prestigio democratico a partire da questa consultazione.

Hai detto che l’unico modo che la destra ha di realizzare il suo piano è grazie ad un appoggio esterno. Che tipo di appoggio sarà e da dove verrà? Che parte avranno gli Stati Uniti? Già abbiamo visto il ruolo penoso di alcuni governi come il Messico e la Colombia, solo per fare due esempi, che hanno conferito valore alle azioni della destra venezuelana. Cosa ci puoi dire di questi fattori esterni e che ruolo giocheranno durante e dopo la giornata del 30 luglio?

È significativo che, il giorno dopo il plebiscito, lo stesso presidente Donald Trump abbia minacciato il Venezuela con sanzioni economiche nel caso in cui si darà l’Assemblea Nazionale Costituente. È significativo perché si può interpretare anche come un segnale che il piano non si sta sviluppando come vogliono; e io credo che questo sia un messaggio che è emerso il giorno 16 quando si è visto che molti di quelli che sono andati a votare appartenevano alle file del chavismo. Significa che, dopo tanti anni di attacchi contro il chavismo, questo continua ad esistere e ha preso parte alle manifestazioni di domenica.     

Hanno già annunciato che si schiereranno contro le sanzioni economiche, viste come un piano d’attacco, ma che possono essere giustificate diplomaticamente, come il blocco economico nei confronti di Cuba che va avanti da cinquant’anni. L’obiettivo è soffocare la popolazione, fare in modo che l’economia nazionale non abbia la capacità di risolvere i problemi più gravi che le si presenteranno.       

Credo che per prima cosa  dobbiamo togliamoci l’idea dell’intervento, come se un giorno apparissero in cielo e atterrassero nel paese una quantità di marines dicendo “siamo marines e siamo venuti per invadere il Venezuela”. Non credo che tutto questo succederà. Se uno guarda i conflitti recenti, prendiamo come esempio la Siria, si rende conto che in realtà gli Stati Uniti, salvo la bomba che lanciò il governo Trump qualche mese fa, non sono mai entrati come tali nel paese, se non con una guerra condotta da fuori attraverso gruppi interni da loro finanziati.        

Qual è il vantaggio di cui dispongono gli Stati Uniti nel quadro venezuelano?

Considerando che vicino c’è la Colombia, che significa che ci sono basi militari (sette), che c’è un esercito colombiano disposto ad appoggiare gli Usa, che c’è uno sviluppo enorme del paramilitarismo in Colombia, che ha acquistato maggior forza nelle zone di frontiera a seguito della smobilitazione delle FARC e che stanno occupando questo spazio. Partendo da questo si può immaginare uno scenario di conformazione di una forza militare capace di pianificare uno scontro maggiore contro lo stato venezuelano.             

Credo che l’intervento sia già iniziato. Quello che succede è sufficiente per destabilizzare il paese, chiudere le città, assassinare le persone e tutto ciò che vediamo in questi giorni. Ma non è sufficiente per spezzare il legame di forza.                     

La domanda è: gli Stati Uniti saranno disposti a esporsi maggiormente e a lanciare un’offensiva che potrebbe generare uno scontro armato diretto lungo la frontiera con la Colombia, un’offensiva militare nel sud dell’Amazzonia, con la Exxon Mobil che sta operando nella zona di Guyana e che ha una disputa con il Venezuela? Faranno un passo in più? Come sarà questo passo? Finanzieranno apertamente i settori paramilitari interni? Questi settori avranno una loro identità?

Questo, per esempio, è interessante perché nelle ultime settimane si è creata una tensione tra la dirigenza di destra, la MUD (Mesa de Unidad Democratica), e qualcosa che si chiama “La resistenza”, la quale ha lavorato sulla propria identità, legata ai settori che non corrispondono alla destra e che si vedono come una forza autonoma. Questa forza autonoma può svilupparsi come un braccio armato militare, come è già successo in Medio Oriente, una forza ribelle che opera in territorio venezuelano con l’obiettivo di liberare alcune zone? Questo di vedrà con il tempo. Nei fatti, oggi, quello che si sa è che la destra può avere un vantaggio nella battaglia dei sensi, della comunicazione, ma al momento non ha la capacità per sostenere le sue posizioni. Oggi, per quello che sappiamo, la destra non può, per esempio, prendere la testa di uno stato o di un municipio, occuparlo con la forza e dire: “A partire da oggi questo è un territorio liberto”, e per esempio trasferire il governo parallelo in questa zona. Questo non sembra possibile se si guarda lo sviluppo della sua forza territoriale, materiale.                      

È una nuova guerra, che da una parte continua a mantenere l’elemento classico della guerra, di cui mancano le forze. In Siria c’era l’esercito dello Stato che si rivoltò e si fallì, c’erano settori organizzati con un gran potere militare. In Venezuela non c’è la Forza Armata Nazionale Bolivariana, questo è bene dirlo. Quello che ha al giorno d’oggi sono alcuni gruppi paramilitari che non dispongono della forza necessaria. Per questo insisto nel dire che senza gli Stati Uniti è difficile che la destra venezuelana esca da questo pantano.

A pochi giorni dal 30 luglio, secondo quello che dici, la destra non tiene modo di dominare questo processo. Quindi, qual è lo scenario che vedi per la consolidazione dell’Assemblea Nazionale Costituente?

Lo scenario più probabile per i prossimi giorni riguarderà un’ escalation della violenza. Non ci dovranno sorprendere azioni militari di altro tipo o di altra portata. Ma, a mano che non abbiano un asso nella manica che nessuno di noi conosce, queste azioni non impediranno le elezioni di domenica.                                           Queste elezioni sicuramente avverranno in un quadro conflittuale molto esteso. Una volta che accadrà potremo analizzare vari elementi: per prima cosa quante persone avranno votato per l’Assemblea Nazionale Costituente, punto chiave per darle legittimità. Quante più persone avranno votato maggiore sarà la sua legittimità e più difficile sarà per la destra affermare che l’Assemblea Nazionale Costituente non ha alcun sostegno politico. Sarà una sfida per il chavismo e il governo.    

Per il momento non do alcun pronostico perché la situazione è complessa. 

Traduzione a cura  dell’Associazione Ya Basta! Êdî Bese!

http://www.globalproject.info/it/mondi/possiamo-non-essere-daccordo-con-maduro-ma-non-possiamo-appoggiare-una-destra-violenta/20991