16 maggio 1944: la rivolta dei gitani ad Auschwitz

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16 maggio 1944, le SS decidono di smantellare il Familienzigeunerlager, il “campo per famiglie zingare” ad Auschwitz. “Smantellare il campo” è una triste formula che porta con sé allegato il significato di “eliminare tutti gli internati”. E’ consuetudine, ad Auschwitz, che ad una decisione presa dai nazisti segua docile la sua messa in atto, senza ostacoli o impedimenti. Non ci si aspetta che qualcuno tra i reclusi nel lager possa alzarsi in piedi a dire di no: non è mai successo, e diversi anni di esperienza nei campi hanno insegnato questa usanza a prigionieri e secondini.

Ma quel 16 maggio, all’ordine di uscire dalle baracche e dirigersi verso le camere a gas, segue sorda la risposta di chi non ha mai voluto imparare costumi e usanze del posto. In 4.000 escono dai capannoni. Hanno dipinti sul volto i segni della fame e dei soprusi, ma negli occhi brilla ancora una scintilla di dignità che impedisce loro di andare a morire in silenzio. Uomini donne e bambini. Chi armato di spranga, chi di bastone. Alcuni raccolgono da terra pietre e calcinacci, altri si gettano sugli aguzzini a mani nude. Le SS sono costrette a desistere di fronte alla rivolta, sconcertate da una reazione che non pensavano potesse verificarsi e che non si verificherà più.

Lo Zigeunerlager viene liquidato il 2 agosto dello stesso anno, e tutti i detenuti all’interno uccisi. I nazisti hanno smesso di passare i rifornimenti al campo, e i Gitani presi per fame vengono ridotti all’obbedienza e alla fossa.

Si parla poco della morte di oltre 500.000 tra Rom, Sinti e Manush sotto il regime nazista e fascista, e della predilezione che il dottor Mengele aveva nei suoi esperimenti per i bambini zigani. Durante il Processo di Norimberga i superstiti non vengono neanche ammessi come parte civile, e pochi stati attualmente annoverano il Porrajmos (termine che il lingua romani significa “divoramento”) subito dai gitani come parte dei crimini nazisti.

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Roma, al liceo Benedetto da Norcia “raid squadrista” di Blocco studentesco. Aggrediti due studenti ·

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Roma, al liceo Benedetto da Norcia “raid squadrista” di Blocco studentesco. Aggrediti due studenti
Prima gli insulti, poi gli spintoni e infine le mani addosso. Fino a farsi male. È accaduto ieri mattina davanti al liceo classico Benedetto da Norcia, al Prenestino: tutto è cominciato quando esponenti del Blocco Studentesco (le giovanili di CasaPound) si sono presentati fuori dal liceo per affiggere abusivamente uno striscione sui muri antistanti la scuola. Ma alla protesta dei rappresentanti d’istituto, i militanti hanno reagito violentemente, con “attacchi fisici, addirittura avrebbero utilizzato caschi”, spiegano dalla Rete degli Studenti Medi.

“Ieri alle ore 8.05 – raccontano i ragazzi del Collettivo Benedetto da Norcia – davanti alla sede succursale si sono presentati circa venti militanti di varia età, alcuni anche ultra 25enni, dell’organizzazione neofascista Blocco Studentesco. Alla richiesta di spiegazioni da parte del nostro rappresentante d’istituto riguardo uno striscione intimidatorio, attaccato davanti la scuola, la risposta dei militanti è stata fortemente violenta. Il nostro rappresentante d’istituto è stato attaccato con un casco da motorino ed un’altra persona è rimasta coinvolta nella rissa. È necessario sottolineare quanto questi eventi non ci siano sconosciuti: già altre volte nei mesi passati sono avvenuti fatti di matrice fascista e squadrista nei confronti degli studenti del liceo. E già precedentemente la scuola non è rimasta in silenzio. Noi, ragazzi e ragazze del collettivo studentesco condanniamo aspramente i fatti di ieri mattina e tutti i precedenti, ribadendo per l’ennesima volta che non cadremo nelle provocazioni di chi è incapace di esistere senza l’imposizione violenta. La risposta dell’intero istituto ci è sembrata abbastanza chiara: tolleranza zero a chi compie atti squadristi fuori dalle nostre scuole”.

Il preside Fabio Foddai ha prontamente riportato tutto alle autorità competenti, mentre le famiglie dei ragazzi malmenati hanno fatto un esposto ai carabinieri. D’altronde invita tutti a “non rimanere in silenzio”, il dirigente scolastico. “Gli studenti sono stati vittima di una aggressione di stampo chiaramente intimidatorio e fascista”, aggiunge condannando “fermamente l’uso di ogni forma di violenza” e manifestando “solidarietà e vicinanza ai ragazzi”. “Era la prima volta che succedeva, da quando ci sono io”, conclude.

“Non possiamo che condannare fermamente quanto accaduto – dichiara Gabriella Venezia, Segretaria Generale dello SPI CGIL Rieti, Roma Est e Valle dell’Aniene – il nostro impegno per far conoscere ai ragazzi e alle ragazze la Memoria e quello che è stato uno dei periodi più bui della storia del nostro Paese continua a rappresentare per noi una priorità assoluta. La scuola oggi dovrebbe essere un luogo che promuove il confronto e il dibattito, non uno in cui gli studenti debbano aver paura di subire violenza esprimendo un’idea.”

Continua Giacomo Santarelli, Coordinatore della Rete degli Studenti Medi di Roma: “Siamo vicini agli studenti, vittime di questo vile attacco: azioni di questo genere non possono avere alcuno spazio nelle nostre scuole e nelle nostre città e vanno combattute con fermezza. Crediamo profondamente nel confronto democratico delle idee e chiunque si ritenga superiore alle regole dello stare insieme civilmente è fuori dal perimetro democratico e deve essere perseguito con tutta la forza delle autorità competenti.

“D’accordo anche Mario Rusconi, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi del Lazio: “Questi atteggiamenti sono inammissibili in ambienti scolastici, anche se davanti al cancello antistante l’istituto. È giusto che si denunci: hanno fatto bene il preside a riportare tutto alle autorità competenti e le famiglie a fare un esposto ai carabinieri”.

 

MARIO SCROCCA (1 maggio 1987)

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Il 1 maggio 1987 alle 21.30 viene dichiarata, dai medici del S. Spirito di Roma, la morte di Mario Scrocca. Era stato prelevato il giorno prima da casa, accusato di un pluriomicidio avvenuto quasi dieci anni prima; su sua espressa richiesta durante l’interrogatorio era stato sottoposto a vigilanza a vista. Il ragazzo (27 anni) costretto in isolamento era sorvegliato con la cella aperta. Per un “errore” nel cambio di consegna degli agenti penitenziari, la sorveglianza a vista si trasforma in controllo ogni dieci minuti dallo spioncino. Alle 20 del primo maggio, orario del cambio di guardia, gli agenti trovano il giovane impiccato, non in una cella antisuicidio, ma in una cella anti impiccagione. Riuscì ad impiccarsi per uno scarto di 2 millimetri usufruendo dello spazio del water, incastrando la cima del cappio nella finestra a vasistas, cappio confezionato con la federa del cuscino scucita e legata alle estremità con i lacci delle sue scarpe (che erano stato confiscati insieme alla cintura al momento della carcerazione); lacci che torneranno magicamente sulle scarpe del ragazzo (uno regolarmente allacciato) quando arriverà al S.Spirito.
I primi soccorsi vengono effettuati direttamente a Regina Coeli, sembra, nella stessa cella, poi il detenuto viene portato all’ospedale che dista circa 500 metri dalla casa circondariale, che purtroppo sono contromano, 1.6 km per un tempo stimabile al massimo in 10 minuti. Il trasporto avverrà nel portabagagli di una 128 Fiat familiare, anziché sull’autoambulanza di servizio del carcere. Due agenti di custodia e un maresciallo, senza alcuna presenza del medico che avrebbe dovuto prestare teoricamente il primo soccorso; appare evidente ai sanitari dell’Ospedale che nulla è stato tentato per salvare Mario. Arriverà al S. Spirito alle 21.00 già cadavere. Non sarà permesso ai familiari (avvisati per altro al telefono e senza qualificarsi) di vedere il corpo fino alle 6 del mattino successivo, che non presenta tracce di lesioni se non per l’enorme ematoma sulla spalla destra e sul collo, solcato da larghi e profondi segni, dichiarati dagli stessi sanitari, non prodotti da stoffa.
Tre giorni dopo la morte di Mario, il Tribunale del Riesame revocherà il mandato di cattura.
Dopo la costituzione come parte civile, nel procedimento aperto contro ignoti, della moglie, spariranno tutti i fogli di consegna, di ricovero e requisizione degli oggetti al momento dell’arresto.
A distanza di un anno il procedimento si chiuderà in primo grado senza responsabili se non lo stesso giovane.
L’accaduto è sempre stato volutamente nebuloso fin dall’arresto su dichiarazioni di una pentita che all’epoca dei fatti aveva 14 anni, dichiarazioni non di scienza diretta, ma di natura di relato proveniente da persona non rintracciabile e soprattutto al disconoscimento fotografico di Mario da parte della stessa pentita. Passando per le irregolarità nella carcerazione, nella morte del giovane e nei referti autoptici.
Nessuno ha mai dato risposte se il giovane sia “stato suicidato” o se sia stato istigato al suicidio, reato che all’epoca non esisteva.
La responsabilità “reale” di quel giovane è stata avere un nome troppo comune, una famiglia, un bimbo di due anni, un lavoro stabile, essere uno dei fondatori delle RdB del settore sanitario, amare il suo lavoro, la sua vita e le sue convinzioni politiche.

Aggiornamenti sui tre arrestati di Briançon per delitto di solidarietà

Nonostante l’evidente arbitrarietà di questi arresti, effettuati durante una “caccia all’uomo” per le vie di Briancon alcune ore dopo l’arrivo del corteo in città, la procura sembra voler mantenere un atteggiamento intransigente, tanto che la prima udienza del processo è stata fissata per il 31 di maggio, a più di un mese dal fermo e tenendo in regime di carcere preventivo i tre accusati mentre il gruppetto neo-fascista continua sporadicamente a “pattugliare” il confine senza che ciò ponga problemi di sorta alle autorità francesi.
Anche il reato che viene loro contestato, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina in concorso (en bande organisée) per il quale si rischiano pene fino a 10 anni di prigione e 750.000 euro di ammenda, rivela la volontà di dare una “punizione esemplare” a chi collettivamente e alla luce del sole ha messo in discussione il disciplinamento imposto dalle frontiere.
Paragonare i tre arrestati di Briancon a dei passeurs che trafficano sulle vite dei/delle migranti è il tentativo di mettere a tacere la solidarietà e l’autorganizzazione dei passaggi della frontiere che da mesi gli abitanti francesi e italiani che vivono nei pressi dei valichi alpini stanno portando avanti dando aiuto materiale a coloro che vogliono attraversarli. A ciò si unisce la necessità delle istituzioni francesi di mantenere il pugno di ferro perché, proprio in concomitanza con la marcia da Claviere a Briancon, è stata votata oltralpe una nuova e maggiormente restrittiva legge sull’immigrazione, la cui tenuta è stata immediatamente messa in crisi dal passaggio del corteo al Monginevro.
Gli avvocati francesi che difendono i tre ragazzi, insieme ai loro colleghi italiani e svizzeri, stanno cercando di mantenere alta l’attenzione sulle sorti del processo, non arrendendosi ad aspettare inermi il 31 maggio.
Giovedì 3 maggio si terrà a Gap il riesame per Eleonora, Theo e Bastien. Le autorità giudiziarie però hanno negato ai tre il trasferimento da Marsiglia, impedendogli quindi di poter presenziare in aula al loro riesame. Una palese violazione del diritto di difesa, che, tuttavia va a confermare il timore della procura francese verso le espressioni di solidarietà che si stanno moltiplicando in Italia, in Svizzera e in Francia nei confronti dei tre accusati. Una paura che era già stata dimostrata nella scelta di trasferire Theo e Bastien per evitare presidi pubblici sotto il carcere di Gap.
Il processo a cui Eleonora, Theo e Bastien verranno sottoposti sarà il primo in Europa che vede accusati dei cittadini comunitari di avere attraversato, pubblicamente e in un corteo, una frontiera insieme a tante e tanti migranti. Per questo, tocca a noi rimanere al loro fianco, non solo esprimendo la maggiore solidarietà possibile, ma anche rivedicando come nostre le loro stesse accuse: se la solidarietà è un reato, a Monginevro c’ero anch’io!
Il 3 maggio si terrà il riesame senza gli imputati, in un’aula vuota, ma fuori moltiplicheremo i presidi e le azioni di solidarietà. Del resto, siamo una “bande organisée”!

#SolidaritéSansFrontières #OnEstToutesDeLaBandeOrganisée

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Per scrivere telegrammi e lettere ai tre ragazzi arrestati, riportiamo sotto gli indirizzi:
Theo Buckmaster, n° d’ecrou 188398
Bastien Stauffer, n° d’ecrou 188399
Eleonora Laterza, n° d’ecrou 188381
Centre pénitentiaire de Marseille-Baumettes, 239 Chemin de Morgiou, 13009 Marseille.

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Per sostenere economicamente Eleonora, Theo e Bastien, ecco l’IBAN su cui versare donazioni:
IT56H0760105138211776611787 intestato a Lucia Costa.

26 aprile 1966: Lo studente socialista Paolo Rossi viene ucciso durante un attacco fascista all’università di Roma.

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Come testimoniano le persone presenti e molte foto, sono numerosi gli studenti che vengono picchiati selvaggiamente dai fascisti con il tacita accondiscendenza della Polizia di Stato. Fra gli aggressori che uccidono Paolo si ricordano, oltre a Delle Chiaie anche Serafino Di Luia, Flavio Campo, Saverio Ghiacci, Adriano Mulas-Palomba, Alberto Questa, Loris Facchinetti e Mario Merlino.

La Questura e la stampa di quei giorni parlano di “rissa fra studenti” e che Paolo si sia sentito male in seguito ad un “attacco epilettico”, che lo avrebbe poi fatto cadere dalle scale.

Il rettore Ugo Papi, un ex-fascista, giustifica e difende i fascisti negando l’aggressione, e quando poi sarà obbligato a dimettersi dal Ministro dell’Educazione si giustificherà dicendo: “la mia unica colpa è stata quella di combattere sempre i professori di sinistra”.

In seguito alla morte di Paolo, le organizzazioni studentesche organizzano numerosi cortei e il 28 aprile vengono occupate numerose facoltà per denuciare la colpevolezza dei fascisti nella morte del loro compagno e per far capire che non sono più disposti a tollerare gli attacchi squadristi.

Nei giorni seguenti si susseguono ancora aggressioni fasciste ai danni di altri studenti che vengono feriti in modo grave, e viene infine condotto dai fascisti un altro massiccio assalto all’Università di Roma. A questo attacco gli studenti antifascisti rispondono con fermezza, cacciando i missini e provocando duri scontri con le forze dell’ordine.

L’omicidio di Paolo Rossi è uno spartiacque dell’antifascismo italiano della seconda metà del ‘900. Segna infatti la svolta per il movimento che sta irrompendo nella società borghese e perbenista di quegl’anni, dandogli la forza e il coraggio di rispondere in modo militante, di massa e organizzato al neo-fascismo e ai suoi continui agguati.

I responsabili dell’aggressione non saranno mai puniti dalla magistratura, che oltre ad insabbiare le indagini con l’aiuto prezioso della Polizia, non farà alcuno sforzo per punire i colpevoli dell’omicidio.

Questo atteggiamento istituzionale sarà d’aiuto al movimento per capire che la risposta alle aggressioni fasciste non sarebbe più dovuta essere la delega allo Stato, ma appannagio esclusivo del proletariato.

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Questo paese ha un problema con gli antifascisti nel giorno della Liberazione : cosa abbiamo visto a Firenze

A Firenze il sole picchia come se già fosse estate. Tanti ne approfittano e fanno la prima scappata fuori città, tanti altri sudano, lavorano dietro le friggitrici o servendo ai tavoli dei bar aperti per i turisti, nonostante la festività, nonostante sia oggi 25 aprile: festa della Liberazione dal nazifascismo. Altri ancora, non troppi, ma neanche pochi ci credono all’importanza della ricorrenza.

Affrontano la calura, rinunciano alla vacanza, prendono – quelli che possono – il giorno libero a lavoro. Sono giovani e giovanissimi. Quelli che le grandi narrazioni vorrebbero prede del nichilismo, dell’antipolitica, del disinteresse. Scelgono di sudare e vogliono partecipare al loro 25 aprile: sentono di resistere.
Piazza Santa Croce ospita la commemorazione istituionale. L’antifascismo è anche uno di quei miti fondativi della Repubblica che le istituzioni hanno l’obbligo di celebrare. Un rito stanco, che si ripete a Firenze come in tante altre città del paese, celebrato da dei profanatori avvinghiati alle istituzioni ma ben lontani dallo spirito della resistenza che le ha fatte nascere, forse tradendosi, forse no. “Non lo so, questo appartiene alla Storia ma è certo che Nardella è un’ipocrita” dice un giovane con un fazzoletto rosso al collo che si avvia di primo mattino verso piazza Santa Croce. “Le istituzioni che si apprestano a celebrare anche quest’anno la giornata della liberazione dal fascismo sono le stesse dei campi di concentramento in Libia e del razzismo istituzionale. Il Sindaco che parlerà ha equiparato il valore della vita di Idy Diene, ucciso qui in questa città perché senegalese neanche due mesi fa, a quello di una fioriera di via Calzaiuoli. È un insulto. È da questa classe politica che oggi dobbiamo liberarci. Non lasciamo che siano loro a parlarci di liberazione”.

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C’è insomma una sinistra consonanza tra il fascismo che fu e questa classe politica che per proteggere se stessa attacca le libertà collettive e individuali, ignora il rispetto per la vita umana e per chi suda, aggredisce ogni forma di dissenso. I parallelismi storici non calzano mai e risultano retorici, ma proviamo lo stesso a chiedere:
“Settant’anni fa Nardella cosa avrebbe fatto? Da che parte l’avremmo trovato?”
“E’ un pavido, probabilmente si sarebbe nascosto per sottrarsi alle proprie responsabilità, avrebbe guardato per aria per non dispiacere le autorità del regime al tracollo ma ancora in sella e sarebbe poi salito senza macchie particolari sul carro dei vincitori che scendevano dalle montagne armi alla mano. Il problema è che ora un Nardella governa Firenze e quelli come lui sono al parlamento. No, i partigiani non si meritano Nardella, non si meritano il partito democratico e queste istituzioni”.

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Assieme a questo giovane col fazzoletto rosso al collo ne troviamo altre decine e decine. Alcuni vanno ancora alle scuole superiori. Una settimana fa partecipavano a un corteo di contestazione alla truffa dell’alternanza scuola lavoro. In un centinaio avevano raggiunto la sede di confcommercio per chiedere che i soldi che le aziende percepiscono dai progetti di alternanza senza offrire alcuna formazione venissero redistribuiti alle scuole e agli studenti che faticano a mantenersi… a proposito di reddito di cittadinanza. Davanti al portone di Confcommercio “è stato uno dei miei primi cortei. Immaginate di camminare per strada e vedete degli uomini corpulenti, spesso avanti con l’età, vestiti come chiunque altro – insomma, quasi come chiunque altro, quelle scarpe in effetti le mettono solo loro – venirvi addosso e prendervi a cazzotti. Ma cazzotti, veri, sodi. Realizzi che si tratta di un poliziotto perché dopo senti pure le sirene della carica, ma quelli in divisa vengono dopo. E perché? Perché eravamo lì a dire che a scuola non si studia e che i soldi che dovrebbero andare a noi finiscono nelle tasche delle aziende. Il letame? Sì è vero abbiamo lasciato un po’ di merda davanti al mc Donald che è il principale beneficiario del contratto con il ministero per il progetto di alternanza. Ma mi sembra il minimo restituirgliene un po’ dopo tutta quella che ci fanno ingoiare”.

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La polizia è ovviamente parte del problema. Lavora perché nulla cambi se dall’alto si decide che nulla cambi, e questo non succede perché fondamentalmente queste istituzioni conservano se stesse: “straparlano di democrazia ma la usano non con le persone ma contro le persone. È dalle istituzioni “democratiche” che viene garantito spazio e legittimità ai fascisti, anche solo per il calcolo del proprio tornaconto politico: è stato questo il tentativo vigliacco di un’intera classe politica di scaricare sui migranti le responsabilità dei propri disastri, di anni di governo spesi per rafforzare i privilegi dei ricchi programmando l’impoverimento della maggioranza di questo paese. Quando parlano gli esponenti delle istituzioni democratiche lo fanno sempre dietro gli scudi della polizia ma sono pur sempre dei “democratici” e quindi degli intoccabili”. È la tutela di questo privilegio confuso con la legittimità istituzionale che scatena le questure contro qualsiasi forma di dissenso dietro la copertura della politica e a copertura della politica. Interi uffici di funzionari di polizia lavorano incessantemente per schedare gli “antifascisti” di questo paese, altrimenti detti, “antagonisti”, oppure “violenti”. Parole da giornalisti che si fanno spazio nel vocabolario per distinguere ciò che è ufficialmente accettato e quello che non lo è. Parole, ma la sostanza dei fatti è che in questo paese c’è una sistematica persecuzione del dissenso politico.

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I ministri approntano pacchetti sicurezza, Minniti rispolvera i fogli di via contro chi si organizza per lottare. Misure medievali? No inventate durante il ventennio, mai cancellate a tutt’ora a disposizione dei nuovi uomini forti al comando. Alla vigilia del 25 aprile tre fogli di via sono stati comminati dalla questura di Modena a tre antifascisti che pochi mesi fa avevano contestato una parata nazista subendo dure cariche da parte della polizia. Una provocazione, verrebbe da dire, ma è quasi la regola. Dopo l’attentato di Macerata a febbraio un’ondata di manifestazioni antifasciste ha investito in tutto il paese ogni momento pubblico di propaganda da parte delle formazioni neofasciste. Una necessaria opposizione in una campagna elettorale che si ha quasi sempre dovuto sfidare la passività delle forze democratiche e del loro gioco finto volteriano che con la nenia del “non sono d’accordo con quello che dici ma darei la mia vita per farti esprimere la tua opinione” hanno di fatto accordato piena agibilità a ogni razzista e a vecchi e nuovi nostalgici del ventennio. Un giovane antifascista, Giorgio, un cuoco, è da più di due mesi recluso nel carcere di Piacenza per essersi opposto assieme a migliaia di persone all’apertura di una sede di Casa Pound. Un suo compagno, Lorenzo, porta pizze a Bologna, è stato scarcerato solo ieri e messo agli arresti domiciliari mentre Moustafa, operaio della logistica, si trova nella stessa condizione. A Torino, sempre per un corteo di opposizione a Casa Pound, un altro ragazzo, Nicolò, si trova al carcere delle Vallette. L’arresto è arrivato dopo un’ondata di perquisizioni all’alba nelle case di giovani militanti. A Valeria, una studentessa torinese, sono stati sequestrati migliaia di adesivi “qui abita un antifascista”, uno sticker in risposta alla provocazione squadrista che a Pavia ha visto segnalate dai fascisti locali le abitazioni di diversi militanti antifascisti. Giovani colpevoli di rivendicare di essere antifascisti… con degli adesivi…

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Gli oltre cinquanta ragazzi e ragazze che si muovono verso piazza Santa Croce pensano che tutto questo non sia normale e non esprima alcuna forma di giustizia. Sono gli antifascisti oggi: giovani, lavoratori, , decisi a contare di più. All’imbocco della piazza trovano uno schieramento di polizia. Neanche la vedono la piazza. “Via da qui, vi spezziamo le ossa” urla il dirigente di polizia fiorentina Lucio Pifferi, un habitué delle piazze, in servizio durante il G8 di Genova, presente alla Diaz come dirigente della digos di Padova. Un gruppo di agenti in borghese attacca gli antifascisti che si avvicinano alla piazza strappandoli ai propri compagni. Uno viene gettato in terra con una presa al collo. Subito quattro fermi. Un operaio, un edicolante, una receptionist, un artigiano dottorando universitario. Parte la carica. Gli altri cinquanta vengono respinti indietro. Agli antifascisti viene impedito di parlare nel giorno che commemora la Liberazione.

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In piazza nel frattempo arriva anche Renzi. Ospite a sorpresa. Pubblica sui social network una foto dalla piazza, per metà vuota. Formula il suo pensierino: “niente polemiche, festa della libertà, della liberazione…” una confusione disarmante. “Non ce ne siamo ancora liberati, anche per questo siamo qui”, dice qualcuno tra gli antifascisti che dopo qualche minuto ripartono in corteo. Diventano più di cento. Altri arrivano, erano rimasti chiusi dall’altro lato della via, erano andati direttamente in piazza Santa Croce e non si erano potuti unire ai propri compagni. In Borgo Albizi, mentre le cerimonie ufficiali si spostavano in piazza Signoria, il corteino viene imbottigliato dalla polizia e fermato per almeno un’ora e mezzo: cordoni dietro e davanti. La polizia tiene in ostaggio i manifestanti: “Volete che non ci muoviamo, state tranquilli, siamo ben fermi nelle nostre idee e sono quelle che ci confermano che oggi c’è ancora bisogno di resistenza, per liberarci di quelli come voi”. Il corteo riparte e sfila per il centro. Tanti pugni chiusi accompagnano i cori degli antifascisti. Uno spunta da una finestra aperta di una cucina. Un cuoco di una trentina d’anni festeggia il suo 25 aprile dietro ai fornelli. A lavoro.

Più tardi sotto la questura di Firenze una nuova carica sugli antifascisti che avevano raggiunto gli uffici per chiedere il rilascio dei fermi, poi tramutati in arresto con processo fissato domattina per direttissima con l’accusa di resistenza, lesioni e oltraggio. “Volevamo prendere parola perché siamo quelli che più hanno bisogno di una nuova liberazione da questi nuovi fascisti: autoritari, protetti dalla polizia, usurpatori di una memoria partigiana. Il nostro 25 aprile non finisce oggi”. Domani alle 9.30 un appuntamento di sostegno agli arrestati si ritroverà sotto il tribunale di Firenze.

 

Vogliamo la libertà per Luca, Aida, Simone, Franco e tutti e tutte gli antifascisti e le antifasciste in arresto.

25 Aprile. Non c’è memoria senza pratica partigiana.

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Quale paese arriva alla ricorrenza del 25 Aprile? L’attentato di Macerata e l’omicidio di razzista di Firenze hanno segnato i tempi più recenti. Altrettanto hanno fatto le decine di piazze di scontro che nel febbraio hanno riportato l’antifascismo al proprio posto: nelle piazze conflittuali e meticce che non hanno avuto paura di indicare e attaccare i responsabili delle barbarie prodotte da una guerra tra poveri fomentata – con linguaggi e forme differenti – dall’intero sistema dei partiti. Da Salvini fino a Renzi.

25 Aprile. Non c’è memoria senza pratica partigiana.

Il tentativo pre-elettorale del Partito Democratico di intestarsi l’antifascismo non ha potuto fare altro che disintegrarsi di fronte all’emersione di questa realtà: esiste una composizione di classe di generazioni e colori della pelle differenti che nei fascisti e nei loro discorsi vede l’espressione più nitida di un presente già profondamente ostile, e non certo la sua messa in discussione. E allora il contrario di fascismo non è difesa delle istituzioni, ma contrapposizione, rifiuto, conflitto. Anche contro queste stesse istituzioni.

Lo sanno bene Dibi, Brescia, Moustafa e Nicolò, ancora in carcere o ai domiciliari da questo febbraio di scontro antifascista. Lo sanno bene i migranti, come quelli protagonisti della rivolta di Firenze, a cui è evidente la similitudine e la complementarietà dei fascisti che in questi giorni sono andati ad alzare recinzioni sui passi delle Alpi con le istituzioni dei decreti Minniti e dei campi in Libia. Soprattutto dal momento in cui tutto ciò si svolge sullo sfondo di un ordinamento sociale in cui la linea del colore va a definire una doppia condizione proletaria di sfruttamento e discriminazione.

Condizioni di vita proletarie e il loro rifiuto. E’ a questo terreno che dobbiamo ancorare un nuovo discorso e una nuova proposta antifascista. E’ questo l’unico modo per ancorarla alla nostra attualità. Non ci deve interessare un antifascismo come terreno separato dai conflitti, un’identità imbalsamata ed immobile sganciata dalle lotte e dalla classe. Da queste storture negli anni abbiamo visto nascere al massimo autorappresentazioni super-radicali sempre pronte a dimostrarsi per quello che sono: alla prova dei fatti neutralizzate ed inoffensive, sempre fuori ritmo nell’emergere quando serve e nel modo in cui serve, a volte perfino ambigue nell’indicare una traiettoria antagonista. Ci serve altro.

La memoria per noi non è il terreno della conciliazione, ma un altro terreno di contesa e di scontro. Questo 25 Aprile le istituzioni di oggi celebrando la propria nascita celebreranno se stesse. Ma cosa può voler dire per noi, invece, la ricorrenza dell’insurrezione popolare di settantatrè anni fa? Da questa angolatura possiamo guardare alla ricostruzione di una nostra memoria e di una nostra storia, di parte. Che sappia parlare di oggi, che azzardi l’irruzione nella scena di chi oggi sente tutti i giorni sulla propria pelle la necessità di una nuova liberazione dal razzismo e dallo sfruttamento. La sfida che abbiamo davanti è quella di sintonizzare l’intolleranza verso chi fomenta la guerra tra poveri con la volontà diffusa di far pagare un prezzo a chi, dai piano alti, occupa posizioni di potere e di privilegio. I palchi delle celebrazioni istituzionali chiamano alla contestazione.

Un lavoro pluridecennale di neutralizzazione della memoria ha trasformato i partigiani di quegli anni di resistenza antifascista in icone sacre ma distanti, irripetibili, di fatto neutralizzate. E invece oggi come ieri, dietro le biografie dei partigiani c’è la semplicità di storie comuni di giovani proletari – quelli che oggi troveremmo a lavorare nei ristoranti, nei magazzini e nei mille luoghi della precarietà lavorativa e di vita– che si mischia alla straordinarietà della scelta di prendere la propria parte per far cambiare rotta alla storia. Oggi come ieri, si tratta di sfidare chi comanda e mettersi in gioco per un progetto radicale di trasformazione.

25 aprile 1945: è l’insurrezione

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Tra febbraio e marzo del 1945, mentre le truppe alleate non sono avanzate rispetto alle posizioni occupate durante l’inverno,

25 aprile 1945: è l’insurrezione

È il 10 aprile quando la direzione per l’Italia settentrionale del partito comunista fa pervenire a tutte le organizzazioni politiche e formazioni militari partigiane la direttiva n. 16 dedicata all’insurrezione: “ l’ offensiva sovietica sull’ Oder e l’offensiva anglo-americana in Italia saranno gli atti finali della battaglia vittoriosa. Anche noi dobbiamo scatenare l’attacco definitivo. Non si tratta più solo di intensificare la guerriglia, ma di predisporre e scatenare vere e proprie azioni insurrezionali”.

Alcuni giorni dopo il generale Clark (generale americano a dirigere le forze alleate in Italia) invia un messaggio ai partigiani raccomandando di restare sulle montagne e di non compiere azioni premature. Appena conosciuto il testo dei messaggio Togliatti scrive a Longo: “Il nuovo ordine del giorno del generale Clark è stato emanato senza l’accordo del governo né nostro. Tale ordine del giorno non corrisponde agli interessi del popolo. E nostro interesse vitale che l’armata nazionale e il popolo si sollevino in un’unica lotta per la distruzione dei nazifascisti prima della venuta degli alleati. Questo è indispensabile specialmente nelle grandi città, come Milano, Torino, Genova ecc., che noi dobbiamo fare il possibile per liberare con le nostre forze ed epurare integralmente dai fascisti. Prendete tutte le misure necessarie per la rapida realizzazione di questa linea, scegliete voi stessi il momento dell’insurrezione sulla base dello sviluppo generale della situazione sui fronti, sul movimento del nemico e sulla base della situazione delle forze patriottiche.”

Il popolo italiano aderisce con slancio all’appello: il 19 aprile i partigiani, guidati da Barontini, liberano Bologna e nella mattinata del 24 tutte le stazioni radio trasmettono questo messaggio “Il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia invita all’insurrezione in tutte le città e le province, per cacciare gli invasori e i loro alleati fascisti, e per porre le basi di una nuova democrazia, che sarà l’espressione della volontà popolare”.

È l’insurrezione. Il giorno successivo vengono liberate Torino e Milano, e la maggior parte del nord Italia.

In questi giorni convivono, nel clima di generale euforia, la fiducia e i dubbi nei confronti del prossimo futuro, degli Alleati e del governo di Roma: ci si avvia a vivere un momento in cui l’uscita dall’incubo della morte, per essere sentita davvero come definitiva, chiede ancora dei morti. In questo senso, le organizzazioni partigiane aspirano ad una giustizia rapida ed esemplare, che permetta anche di “evitare l’errore di Roma per cui troppi fascisti girano ancora indisturbati per le vie dell’Urbe”.

Procedere all’epurazione è un bisogno sentito ed impellente, “l’epurazione dobbiamo farla adesso, chè dopo la liberazione non si fa più, perché in guerra si spara, finita la guerra non si spara più”, la giustizia deve venire dal popolo, che da una parte continua a repellere la denuncia come metodologia di risoluzione, e che dall’altra parte spesso vede troppo lassismo da parte delle autorità.

Per molti anni la stampa revisionista ha parlato di 300000 uccisi nelle giornate di aprile, mentre nel 1952 il ministro dell’interno Scelba fornisce la cifra di 1732 epurati. Le stime concrete degli storici fanno invece ammontare il numero dei morti tra i dodici e i quinidicimila in tutto il nord Italia.

25 Aprile: l’antifascismo è sempre attuale

oggi come ieri

Se è vero che le recenti elezioni hanno dimostrato il flop delle formazioni nazifasciste, è anche vero il successo della Lega xenofoba e del M5S populista che hanno mandato in parlamento decine di ultrareazionari.
Il tentativo di queste forze antioperaie è ora di trasformare il voto di protesta in una base organica, proseguendo nella lercia demagogia secondo cui “se vuoi la giustizia sociale devi impedire ai migranti di entrare”, “frontiere aperte e welfare state non stanno insieme”, etc.
Per impedire la ribellione della classe operaia e di vasti ceti popolari, per occultare l’origine della miseria di massa nel capitalismo, la borghesia sta giocando sempre più l’arma della divisione tra sfruttati diffondendo le ideologie più retrive, nazionaliste e scioviniste.
Si diffonde un tipo di demagogia e di retorica che fa presa nella confusa base socialdemocratica e fra molti lavoratori, ma che non porterà alla classe operaia e ai lavoratori nulla di buono se non l’intensificazione sfrenata dello sfruttamento, l’aumento della disoccupazione, l’abbassamento del livello del salario reale, l’aumento della povertà.
La borghesia non rinuncia ai suoi piani reazionari. Nel nostro, come in altri paesi capitalisti e imperialisti, è in atto un processo di fascistizzazione delle istituzioni statali e civili che viene portato avanti per dare ancora più libertà di manovra al capitale.
Siamo di fronte a una profonda trasformazione reazionaria della società e a una corrispondente modificazione del rapporto fra i partiti che la rappresentano sul piano politico ed elettorale.
Parlare di fascismo non è una cosa superata, come dicono quelli che gli preparano il letto caldo. Ciò per un semplice motivo: finché ci sarà il capitalismo, il pericolo del fascismo sarà sempre presente perché esso è il regime feroce e dittatoriale degli elementi più reazionari, più imperialisti, più sciovinisti del capitale monopolistico finanziario.
Con l’aggravarsi della crisi generale di questo sistema, la situazione interna e internazionale peggiorerà e farà sì che il dominio e l’oppressione dei gruppi decisivi della borghesia saranno più duri. Lo impone la sfrenata concorrenza internazionale, il parassitismo e il declino storico dell’imperialismo (in particolar modo quello italiano), l’approfondirsi delle sue contraddizioni, la politica di guerra portata avanti dalle potenze imperialiste, in testa gli USA di Trump.
In questa situazione la borghesia favorisce l’ascesa di gruppi ed elementi razzisti e nazifascisti, giustifica le loro azioni criminali, sponsorizza iniziative revisioniste.
Tutte cose che dobbiamo combattere apertamente, nelle piazze e nei posti di lavoro, ovunque accrescendo la vigilanza, senza lasciare spazio ai più spietati nemici della classe operaia. Proprio come hanno fatto i compagni antifascisti al confine fra Italia e Francia in risposta all’infame azione xenofoba volta a bloccare i migranti.
Di fronte al pericolo dell’avanzare della reazione e del fascismo, occorre formare il fronte unico di lotta della classe operaia e un’ampia coalizione popolare diretta dalla classe operaia per battere le manovre del capitale finanziario e aprire la strada all’alternativa di potere.
Lo sviluppo della resistenza di classe nelle fabbriche, in tutti i luoghi di lavoro e nel territorio, l’unità d’azione della classe lavoratrice contro il capitale e la sua politica di sfruttamento e di oppressione, per la difesa intransigente degli interessi e dei diritti degli operai, contro le minacce di guerra imperialista, sono il mezzo migliore che abbiamo per far fallire i tentativi della borghesia, per strappare gli strati proletari più arretrati e incolti dalle grinfie del capitale e dei suoi servi, per sconfiggere il fascismo, il razzismo, la xenofobia e avanzare sulla strada indicata dai settori più avanzati e conseguenti della Resistenza, i comunisti.
Tutti in piazza il 25 Aprile, con le bandiere rosse al vento!
22 aprile 2018

Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, le giornate d’Aprile del 1975

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Il 16 Aprile 1975, Claudio Varalli, giovanissimo studente e militante di sinistra, tornando da una manifestazione per il diritto alla casa insieme a un gruppo d’amici, viene ucciso a colpi d’arma da fuoco da un gruppo di fascisti in Piazza Cavour.

La notizia fa immediatamente il giro della città e già in serata si inizia a scendere in piazza. Al corteo antifascista del giorno successivo partecipano decine di migliaia di persone. Una parte della manifestazione raggiunge la sede provinciale del Movimento Sociale Italiana, l’allora “famigerata” Via Mancini, dove gli antifascisti si scontrano duramente con le Forze dell’Ordine che presidiano la sede fascista.

Gli incidenti divampano in tutta la zona attorno a Corso XXII Marzo. Per sbloccare la situazione viene fatta intervenire un’autocolonna di Carabinieri che, arrivando da Piazza Cinque Giornate entra ad alta velocità sul corso per “spazzarlo” dai manifestanti. Alcuni camion militari dei CC salgono sui marciapiedi per sgomberarli dagli antifascisti. Uno dei mezzi travolge e uccide Giannino Zibecchi.

Nei giorni successivi le mobilitazioni non calano di intensità in quelle che verranno definite “le Giornate d’Aprile”. In quei giorni di Primavera si paleserà per la prima volta il soggetto giovanile che sarà successivamente protagonista della rivolta del ’77 e che a Milano sarà il soggetto sociale egemone delle lotte del biennio ’75-76 che culmineranno con l’assalto alla Prima della Scala del 7 Dicembre ’76.

Le piazze della città continueranno a riempirsi per lo sciopero generale antifascista, per i funerali di Zibecchi culminando con la giornata del 25 Aprile ’75.

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