alemanno Livorno ti schifa!

Martedì 18 luglio il fascista ex sindaco di Roma Gianni Alemanno era a Livorno, alcuni antifascisti erano presenti per dare un piccolo benvenuto a questo personaggio. Di seguito il testo del volantino diffuso:

“Oggi il fascista Alemanno è presente all’Hotel Palazzo per presentare l’ennesimo cartello elettorale di destra.

Da sindaco di Roma questo personaggio è stato il simbolo dei legami dell’estrema destra con criminalità organizzata e speculatori, saccheggiando la città e facendo affari d’oro.

Oggi Alemanno si presenta assieme ai relitti della destra cittadina nel più grande albergo di lusso della città.

Questo basta a mostrare quanto queste formazioni, ed i personaggi che la animano, sostengano politiche antipopolari e padronali.

Quindi quando questi soggetti parlano di “sovranità nazionale” non vogliono che rafforzare le politiche di sfruttamento che hanno sempre sostenuto.

Questi partiti sono infatti gli stessi che hanno sostenuto le politiche di precarizzazione e di cancellazione dei diritti conquistati dai lavoratori, politiche che hanno portato alla grave situazione di disoccupazione e povertà che viviamo oggi anche a Livorno.

Antifascisti livornesi

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In memoria di Filippo Filippetti Anarchico livornese, Antifascista, ucciso dai fascisti

Mercoledì 2 agosto 2017

ore 19 Commemorazione presso la lapide

Via Provinciale Pisana 354, Livorno (andando verso Via Firenze, alla ex-scuola di fronte al circolo ARCI “Tamberi”)

Filippo Filipetti, giovane anarchico, viene ucciso il 2 agosto 1922 dai fascisti mentre si oppone, assieme ad altri antifascisti, ad una spedizione punitiva contro Livorno.

Il 2 Agosto 1922 un gruppo di giovani antifascisti, tra i quali alcuni anarchici, ingaggia uno scontro armato nei pressi di Pontarcione con i camion dei fascisti. Muore nella sparatoria Filippo Filippetti, membro degli Arditi del Popolo, sindacalista dell’USI per il settore edile.

Nell’estate del 1922 si giocano le ultime carte per fermare la reazione antiproletaria: il paese è attraversato da un crescendo di aggressioni compiute dai fascisti nei confronti delle organizzazioni del movimento operaio e dei singoli militanti; si contano decine di morti fra gli antifascisti.

Da mesi l’Unione Anarchica Italiana e il giornale “Umanità Nova” si battono a sostegno del movimento degli Arditi del Popolo, per costituire un fronte unico proletario che organizzi la difesa.

Su iniziativa del Sindacato Ferrovieri Italiano è costituita l’Alleanza del Lavoro, a cui partecipano tutti i sindacati, con l’appoggio dell’Unione Anarchica, del Partito Repubblicano, del Partito Comunista e del Partito Socialista.

L’Alleanza del Lavoro indice uno sciopero generale ad oltranza per fermare le violenze fasciste a partire dalla mezzanotte del 31 luglio.

I fascisti finanziati da agrari e industriali, armati da Carabinieri ed Esercito, protetti dalla monarchia e dalla chiesa, aggrediscono le roccaforti operaie.

In molte città, fra cui Piombino, Ancona, Parma, Civitavecchia, Bari i fascisti vengono respinti anche grazie all’azione degli Arditi del Popolo. Nel momento in cui la resistenza operaia cresce, CGL e PSI, sperando in un ennesimo compromesso, si ritireranno dalla lotta, aprendo la strada alla rappresaglia armata del Governo.

Livorno è uno dei centri dello scontro. Tra il 1° e il 2 Agosto 1922 squadre fasciste provenienti da tutta la Toscana lanciano la caccia agli antifascisti livornesi, facendo irruzione nei quartieri popolari che resistono all’invasione.

Molti furono gli assassinati in quei giorni. Popolani, militanti comunisti, anarchici, repubblicani e socialisti, tra i quali Luigi Gemignani, Gilberto Catarsi, Pietro Gigli, Pilade Gigli, Oreste Romanacci, Bruno Giacomini e Genoveffa Pierozzi.

Negli scontri in periferia viene ucciso il giovane anarchico Filippo Filippetti.

Gli anarchici invitano tutti gli antifascisti a partecipare alla commemorazione.

 

Federazione Anarchica Livornese
cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

Collettivo Anarchico Libertario
collettivoanarchico@hotmail.it
http://collettivoanarchico.noblogs.org/

Milano – LUMe sgomberato, ma non per questo piegato!

Pubblichiamo un contributo di Milano In Movimento relativo allo sgombero di LUMe, avvenuto nella mattinata del 25 luglio, e sulle iniziative di rilancio messe in campo dagli occupanti. Durante lo sgombero l’intera area universitaria è stata blindata, le forze dell’ordine hanno invaso il vicolo di Santa Caterina e forzato le porte dello stabile che ha ospitato per più di due anni un’esperienza politica, artistica e culturale unica nel suo genere. Nello stesso giorno, alle 16,30 in piazza San Nazaro, si è tenuta una partecipatissima assemblea pubblica, seguita da un presidio e da un concerto.

«Oh…svegliati e alza il culo dal letto…che stanno sgomberando LUMe!». Questi i toni perentori e sbrigativi di una delle tante telefonate della primissima mattinata di un caldo fine Luglio con cui si potrebbe iniziare il riassunto della giornata di ieri.

25 Luglio 2017: lo sgombero di LUMe.
Uno sgombero inatteso e proditorio: simile ad un pugno che ti arriva in faccia senza preavviso e che rischia di mandarti subito a tappeto.
E invece, se c’è una cosa chiara dopo la lunga giornata di ieri, è che a tappeto non ci è finito proprio nessuno!
Gli attivisti di LUMe, dopo al botta iniziale, circondati dalla solidarietà di tanti (Lambretta e ZAM in primis) si sono rimessi subito in piedi e rilanciato.
Partecipata l’assemblea aperta del pomeriggio.
Partecipatissima la serata musicale con la piazza che, col passare delle ore, si riempie quasi completamente.

Dicevamo del rilancio.
Si prevede un inizio di Settembre molto denso.
Si inizierà il primo del mese con un assedio culturale sotto Palazzo Marino.
Dal 6 Settembre invece riprenderà la socialità in Piazza San Nazaro, a pochi metri dallo stabile sgomberato.

Gli sgomberi estivi, triste tradizione di qualche decennio fa, sono tornati consuetudine.
Giusto per citarne alcuni basterebbe ricordare l’uno-due dell’Estate 2014: ZAM in Via Santa Croce sgomberato a fine Luglio e Lambretta sgomberato a fine Agosto.
Ma come non pensare anche allo sgombero di ZIP (uno dei pochi spazi, se non l’unico spazio interamente gestito da studenti medi in Europa) dell’anno scorso? Uno sgombero arrivato addirittura il 9 Agosto…a città semideserta.

LUMe nasce l’8 Aprile 2015 quando, un gruppo di studenti occupa uno spazio abbandonato da diversi anni in Vicolo Santa Caterina, a due passi dall’Università Statale di Via Festa del Perdono.
Viene occupata la mitica Osteria della Pergola, ma agli occupanti di svela lo spettacolo mozzafiato di uno spazio dall’altissimo valore artistico lasciato al totale degrado ed abbandono.
Lo scenario è molto simile a quello dell’occupazione di ZAM di Via Santa Croce. Lì, aprendo le finestre si vedeva la Chiesa di Sant’Eustorgio, qui si è di fianco alla Basilica di San Nazaro in Brolo.

Lo stabile di Vicolo Santa Caterina è un vero e proprio pezzo di storia della città di Milano tanto da comparire addirittura nel quattordicesimo capitolo dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, quando Renzo, reduce dai tumulti per il pane finisce a bere all’Osteria della Luna Piena:

«-Al pane, – disse Renzo, ad alta voce
e ridendo, – ci ha pensato la provvidenza. –
E tirato fuori il terzo e ultimo di que’ pani
raccolti sotto la croce di san Dionigi,
l’alzò per aria, gridando:
– ecco il pane della provvidenza!
All’esclamazione, molti si voltarono;
e vedendo quel trofeo in aria, uno gridò:
– viva il pane a buon mercato! …»

Una citazione letteraria che gli occupanti hanno deciso di onorare con uno bellissimo murales fuori dallo spazio occupato:

Nel 2015 iniziano subito i lavori di ristrutturazione e in pochissimo tempo nasce una vera e propria alchimia di quelle che ogni tanto (ma non sempre) si creano all’interno degli spazi sociali occupati e autogestiti. Un’alchimia che si emergeva chiaramente ieri nei tanti occhi lucidi di fronte alla celere schierata e agli operai che muravano lo stabile ponendo addirittura del filo spinato sul tetto per scoraggiare qualsiasi tentativo di occupazione.
L’incontro tra giovani attivisti con alle spalle un’esperienza militante da centro sociale, studenti universitari della Statale e non solo, artisti e musicisti crea un clima fecondo allo sviluppo di quello che si potrebbe definire un vero e proprio “popolo di LUMe” che anche ieri sera, nella dura giornata dello sgombero, e per di più a fine Luglio, si è schierato con calore a difesa del “suo” spazio.

Nel corso del 2015 LUMe cresce e si sviluppa e con l’attivazione di uno spazio sotterraneo per i concerti (che prende presto il nome di “cripta”) esplode l’esperienza delle serate jazz che ben presto si fanno un nome in tutta Milano e non solo.
Con esse il teatro e mille altre attività che adesso è difficile elencare per quante sono…

Dicevamo che ieri è arrivato lo sgombero.
Inatteso e giustificato in mille modi, l’uno meno convincente dell’altro…
Milano, per l’ennesima volta, non si dimostra capace di mettere a valore quelle esperienze che nascono e si sviluppano dal basso rifiutando con fierezza di farsi omologare dalle logiche di mercato che la fanno padrona nella nostra metropoli.

L’ordine e il decoro sono dunque ristabiliti!

Vicolo Santa Caterina tornerà all’abbandono come tanti altri stabili sgomberati in questi anni, primo tra tutti ZAM di Via Olgiati.

La piazza di ieri ha però dimostrato che LUMe non è vinto né piegato.

Ci si rivede presto!

La nave anti-migranti C-star fermata per traffico di esseri umani

La nave anti-migranti di Generazione identitaria, prima bloccata a Suez perché senza documenti ora indagata per favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

Sapevamo, con gioia, ormai da giorni del fermo della Nave nera a Cipro, ma chi sperava che sarebbe ripartita alla caccia dei barconi dovrà amaramente ricredersi. Ultimissimi aggiornamenti arrivano proprio oggi, giorno in cui, in teoria, la nave sarebbe dovuta ripartire.

La c-star rimarrà bloccata dentro il porto di Famagouste a Cipro: il capitano della nave, già preso in custodia dalla polizia cipriota, ed il proprietario Tomas Egerstrom, fermato al suo arrivo in aeroporto di Nicosia, sono accusati di traffico di esseri umani.

Proprio così, la campagna Defend Europe si autoschiaffeggia e arena definitivamente.

Infatti l’equipaggio composto da sri-lankesi di etnia Tamil ha richiesto, appena fermato a Cipro, la protezione internazionale e lo status di rifugiati politici. Pare che i marinai, assoldati sulla C-Star, abbiano in realtà dovuto pagare per essere presi a bordo e trasportati altrove. Ironia del destino?

Una cosa è certa: la crociera fascista sembra proprio conclusa, con buona pace dei boccaloni che hanno donato migliaia di euro per questa buffonata pubblicitaria.

Anti-nazi’s karma.

da InfoAut

27 luglio 1972 – Torino

Oltre 300 militanti e simpatizzanti di Lotta Continua vengono denunciati per “attività sovversive” ai danni dello Stato dai carabinieri del Nucleo informativo di Torino.

Il dossier di oltre 100 pagine consegnato alla Procura conteneva i nomi di alcuni appartenenti di spicco della sinistra extraparlamentare

Verso Renoize017

Il 27 Agosto sono 11 anni dalla morte di Renato Biagetti, ucciso a Focene da due fascisti. Come ogni anno, fra il 27 Agosto e il 2 settembre si terrà Renoize017, un’iniziativa che cerca di far vivere le memoria di Renato attraverso la musica, la cultura e l’aggregazione contro ogni fascismo.
I “banditi” hanno voluto ricordare Renato così, sui muri della nostra città.
UCCIDONO UN COMPAGNO…NE NASCONO ALTRI CENTO! ACHTUNG BANDITEN!

http://www.militant-blog.org/?p=14634

C-Star: quando i fascisti a caccia di migranti si incagliano in Africa

La C-Star è una nave presa in affitto da un’organizzazione di neonazisti che si fa chiamare “The Identitarians” che ha base principalmente in Germania e in Francia e, da poco in Italia, con nome “Generazione Identitaria”.

Viene da loro ideato un progetto, tramite il quale raccolgono 75 mila euro in donazioni: “Defend Europe” la creazione di una nave pattuglia che gira nel Mediterraneo, e che dovrebbe cercare di impedire gli sbarchi delle navi trasportanti i migranti sulle coste italiane, respingendoli verso le coste libiche, ma soprattutto monitorare da vicino il lavoro delle ONG. La C–Star si era prefissata l’approdo per la scorse settimana sulle coste catanesi, ma, ironia del destino, al momento è ferma a Suez per controlli, sembrerebbe essere stata fermata per assenza di alcuni documenti indispensabili alla navigazione.Nel frattempo a Catania si è sviluppato un dibattito intenso sull’arrivo della nave: lettere e appelli rivolti sia al Sindaco che alla Capitaneria di Porto, per richiedere che non venisse rilasciato il permesso di approdo al Porto, un presidio fisso e numeroso durante i giorni in cui era previsto l’arrivo della nave, e una conferenza stampa in cui è stato annunciato da associazioni, realtà sociali, collettivi e sindacati la volontà di impedire in ogni modo l’approdo della nave a Catania. L’annuncio dell’approdo di questa nave ha ricreato un dibattito cittadino sul tema, ma soprattutto ha portato a una ridiscussione dei problemi che i fenomeni migratori, gli sbarchi e le forme di accoglienza, creano oggi sui nostri territori agli occhi delle comunità che li abitano. Se infatti quest’approdo da un lato ha obbligato sia la Capitaneria di Porto sia il Sindaco a esprimere contrarietà e dissociazione da un fenomeno ai limiti del diritto della navigazione, dall’altro ha aperto un altro solco di discussione molto più profondo che negli anni passati sulla questione delle migrazioni.

Il progetto Defend Europe tenta di capitalizzare politicamente il tritacarne mediatico che contro i migranti organizza una vera e propria guerra tra poveri capace di schierare in prima fila, anche in molte città meridionali, ampi strati popolari e proletari… per governarli. Per rispondere anche solo allo sciacallaggio dei fascisti servono nuovi strumenti militanti. Tra nuovi piani Hotspot in Sicilia e Sardegna nell’impossibile rincorsa di Minniti a contenere e controllare i flussi, con l’esplosione del mercato dell’accoglienza tra sovraccarico ed economia corrotta, oltre ogni buonismo, c’è da recuperare il doppio fronte dell’autonomia dello sguardo migrante nel condurre le proprie battaglie nei propri interessi e dunque di un ruolo militante non ritagliato sull’assistenzialismo ma adatto a rompere le gerarchie dell’assistito, dell’assistente e del proletario terzo incomodo come assistito tradito. Come sempre è la percezione di essere soggetti deboli che occorre rigettare perché è la stessa su cui sorge il rancore del razzismo comune.Abbiamo una nostra partita da giocare. Sviluppare il bisogno di lottare contro questi ruoli per costruire una forza. Ai fascisti, per ora, l’ironia di una barcaccia ferma sulle coste africane. Chissà come ci si sente a stare senza documenti, fermi in mezzo al mare, senza poter tornare a casa, senza andare avanti.
Affondati.

25 Luglio 1943: la caduta di mussolini

Dice di aver convocato il Gran Consiglio non per discutere la situazione interna, ma bensì per informarlo della situazione bellica del momento e poter prendere una decisione a livello di strategia militare, da applicare in seguito allo sbarco degli alleati anglo-americani in Sicilia e alle difficoltà riscontrate.

Mussolini, che appare fiducioso e sicuro di sé, da tempo però cova il malcontento di alcuni gerarchi, che trovano in Dino Grandi il loro portavoce.

La situazione è grave e richiede decisioni chiare e capaci di creare una reale svolta nella guida del governo.

Terminata la relazione introduttiva, seguita da non poche critiche, prende la parola Grandi che si appresta a leggere il documento preparato e firmato dai dissidenti.

Si tratta di un attacco diretto alla persona di Mussolini e di sfiducia nel suo operato, che si trova così con le spalle al muro, costretto ad ammettere tutta la sua colpevolezza.

Si apre la frattura: si parla di abolizione del regime totalitario, ritorno allo Statuto, ripristino del Parlamento e restituzione alla corona di tutte le sue prerogative.

L’errore più grave che gli viene imputato è quello d’aver accettato la germanizzazione del partito e del paese, avviando l’Italia a intraprendere l’ascesa in guerra.

Nel dibattito interviene anche Galeazzo Ciano.

Mussoline viene quindi disarmato dagli stessi appartenti al PNF, tenta un ultimo misero tentativo di riabilitazione della sua immagine, ma ormai la sorte è certa, non può evitare la messa in votazione del documento.

L’esito dello scrutinio avviene all’alba del 25 luglio ed è senza appello: diciannove sì contro sette no.

I favorevoli sono: Grandi, Bottai, Federzoni, Ciano, De Vecchi, De Marsico, Albini, Acerbo, Alfieri, Marinelli, Pareschi, De Bono, Rossoni, Bastianini, Bignardi, De Stefani, Gottardi, Balella, Cianetti.

Nonostante l’esito della votazione, Mussolini crede ancora di poter ottenere la fiducia del re; ma questi lo fa arrestare, mentre sale al potere come nuovo capo del governo Pietro Badoglio.

La radio trasmette il seguente comunicato: “Sua Maestà il re e imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro e segretario di Stato, presentate da S.E. il Cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato capo del governo, primo ministro e segretario di Stato S.E. il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio”.

Alle ore 22.45 il maresciallo legge alla radio un proclama alla nazione nella quale dichiara che “la guerra continua”.

Vi è una confusione generale ma  il popolo non può fare a meno di esultare e riversarsi nelle piazze per festeggiare.

Non possono immaginare quello che di lì a poco accadrà.

Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un commando nazista tedesco e trasportato in Germania dove darà vita alla Repubblica sociale italiana.

Coloro che avevano firmato l’ordine del giorno Grandi saranno processati e condannati a morte nel processo di Verona dell’8-10 gennaio 1944.

I 5 arrestati (Ciano, De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi), giudicati colpevoli d’alto tradimento, saranno giustiziati mediante fucilazione.

Mussolini fece la storia degli avvenimenti militari gettando la colpa dei suoi crimini e delle sue sconfitte su tutti, salvo che su se stesso.

La liberazione da lui si sancì solamente con la sua uccisione il 28 Aprile del 1945.

Ma quel 25 Luglio rimane nella memoria per la caduta definitiva del suo govern

LA LEGALITA’ REPUBBLICANA E LA CLASSE OPERAIA

(20 Luglio 2017)

A 16 anni dal G8 di Genova: un ricordo del 9 gennaio 1950.
Il previsto reintegro in servizio di una buona quota dei poliziotti responsabili delle tragiche vicende legate al G8 di Genova 2001 (oltre alle posizioni assunte da altri attraverso le nomine negli Enti di Stato come nel caso di Gianni De Gennaro) rappresenta l’ennesima, profonda, irreversibile incrinatura tra gli apparati dello Stato – in particolar modo della Polizia – e la vita sociale, civile, culturale, economica del Paese.
Una situazione storica non certo risolvibile con le scuse postume e inutili del prefetto Gabrielli, mentre nessuno di lorsignori, Ministri e Prefetti di Polizia, ha mai pensato di rivolgere una parola di ricordo agli operai uccisi nei tanti conflitti a fuoco durante gli scioperi degli anni ’50 e ’60.
Un’incrinatura che ha una storia lunga e passaggi molto aspri il cui elenco risulterebbe molto lungo da compilare: basterà ricordare Piazza della Fontana e il volo di Pinelli, Ustica e quant’altro.
Il G8, la Diaz, la “macelleria messicana” un altro di questi passaggi, una ferita aperta che oggi rincrudisce con questa aberrante storia del reintegro.
La legalità repubblicana nel rapporto tra la Polizia e il Paese però fu messa in discussione da subito, nell’immediato del post – Liberazione.
Prima di tutto con il reintegro (altro che quello che dovrebbe avvenire adesso) dei funzionari fascisti, compresi alcuni incriminati per crimini di guerra avvenuti specialmente nel territorio della ex – Jugoslavia: testimonia di questo inaccettabile stato di cose il volume di Davide Conti “ Gli uomini di Mussolini: prefetti, questori, e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica Italiana” uscito poco tempo fa per Einaudi. Volume cui si rimanda per gli opportuni approfondimenti.
Successivamente con l’allontanamento dei Prefetti nominati dal CLN.
Soprattutto la rottura immediata tra gli apparati dello Stato e buona parte della società italiana avvenne con la classe operaia e i contadini attraverso la repressione che negli anni’40 – ’50 si verificò al momento dell’occupazione delle terre e degli scioperi in difesa delle fabbriche colpite dal processo di riconversione dell’industria bellica.
Per il movimento operaio la prima metà degli anni ’50 costituì quello che in seguito sarà conosciuto come gli anni duri.
Gli imprenditori mossero un prolungato attacco al potere sindacale che si era sviluppato negli anni immediatamente successivi alla Resistenza e alla Liberazione.
I licenziamenti di massa furono all’ordine del giorno in ogni grande fabbrica e contemporaneamente furono silurati gli attivisti più conosciuti.
Quando il miglioramento economico creò una nuova richiesta di forza – lavoro, gli imprenditori assunsero lavoratori anagraficamente giovani, spesso provenienti dalla campagna, sicuramente troppo distanti cronologicamente per avere partecipato alle lotte del 1943 – 1947.
Le piccole fabbriche erano in aumento e furono libere di imporre le proprie condizioni sui livelli salariali, sulla sicurezza e sul pagamento dei contributi.

Questa offensiva padronale fu intimamente legata a un clima di esplicita repressione politica fomentata dalla guerra di Corea, che aveva drammaticamente acuito la divisione politica interna e mostrava comunisti e socialisti come nemici e traditori della causa della democrazia e della libertà.
Gli USA erano ancora visti come integrali difensori di questi sacri valori e le contestazioni del conflitto vietnamita dovevano ancora venire.
Tra il 1949 e il 1951 il PCI, il PSI e la CGIL rischiarono seriamente di essere messi al bando e la repressione poliziesca in tutta Italia fu devastante.
Eppure i più gravi tormenti per le classi popolari non venivano dalla repressione politica o dall’offensiva padronale ma dalla disoccupazione di massa e dalla miseria:
Nel 1951 si contavano più due milioni di disoccupati.
I caratteri e l’estensione di questa privazione vennero dettagliatamente descritti nell’inchiesta parlamentare sulla povertà: quindici volumi, pubblicati nel 1953, che tinsero di nero un quadro già parecchio scuro. Il 12 ottobre 1951 la Camera dei Deputati deliberava un’inchiesta parlamentare «sulla miseria e sui mezzi per combatterla»; parallelamente veniva avviata anche un’inchiesta sulla disoccupazione. Per vent’anni, il regime fascista aveva abolito lo studio e il dibattito sui problemi sociali: le due inchieste – come scrive Paolo Braghin – segnavano il ritorno del Parlamento a una tradizione prefascista di indagini svolte dal potere legislativo sulle realtà economiche e sociali del nostro paese: tradizione che aveva prodotto i risultati più brillanti con l’inchiesta di Stefano Jacini sull’agricoltura.
Avvennero gravissimi episodi in occasione di scioperi e di iniziative contadine: Melissa, Montescaglioso.
Nel solo 1948 l’anno del 18 Aprile sono 17 i lavoratori uccisi, centinaia i feriti, 14.573 arrestati: tra essi 77 segretari di Camera del Lavoro.
L’impiego della polizia nelle vertenze sindacali è una prassi costante.

L’episodio – simbolo di quel periodo rimane però l’eccidio di Modena del 9 Gennaio 1950
Si dedica a un ricordo di quelle vittime una ricostruzione dei fatti a monito quanto mai attuale di quella frattura della legalità repubblicana da parte della Polizia cui più volte ci siamo richiamati.
Una frattura con la parte più nobile, avanzata, politicamente impegnata dell’Italia di allora : la classe operaia verso la quale va ancor oggi il nostro commosso riconoscimento per aver difeso, in quelle circostanze e pagando prezzi di sangue, la democrazia appena conquistata con la lotta di Liberazione.
Questa la cronaca di quella giornata, veramente fatidica nella storia d’Italia.
Poco dopo le dieci di mattina una decina di lavoratori si trovavano all’esterno della fabbrica vicino al muro di cinta, cercando di parlare con i carabinieri schierati. Un carabiniere sparò con la pistola, a freddo, uccidendo Angelo Appiani [30 anni, partigiano, metallurgico] colpito in pieno petto. Immediatamente dal terrazzo della fabbrica altri carabinieri spararono con la mitragliatrice sulla folla di lavoratori che si trovava sulla Via Ciro Menotti oltre il passaggio a livello chiuso per il transito di un treno.
Arturo Chiappelli [43 anni, partigiano, spazzino] e Arturo Malagoli [21 anni bracciante, la cui sorella Marisa fu poi adottata da Nilde Iotti e Palmiro Togliatti] vennero colpiti a morte, molti furono feriti, alcuni gravemente. La gente scappava, cercava riparo dai colpi della mitraglia che continuava a sparare, altri cercavano di assistere i feriti con medicazioni improvvise e li trasportavano al riparo.

Roberto Rovatti [36 anni, partigiano, metallurgico] si trovava in fondo a Via Santa Caterina, vicino alla chiesa, dal lato opposto e distante 500 metri dai primi caduti, aveva una sciarpa rossa al collo. Mezz’ora era passata dalla prima sparatoria veniva circondato da un gruppo di carabinieri scaraventato dentro un fosso e massacrato con i calci del fucile, un linciaggio mortale.

Ennio Garagnani [21 anni, carrettiere] veniva assassinato in Via Ciro Menotti dal fuoco di un’autoblinda che sparava sulla folla.

Lo sciopero generale partì spontaneamente appena si diffuse la notizia del massacro. Un’automobile della Cgil con l’altoparlante avvertiva i lavoratori di concentrarsi in Piazza Roma.

Poco dopo mezzogiorno Renzo Bersani [21 anni metallurgico] attraversava la strada a piedi, in fondo a Via Menotti, all’incrocio con Via Paolo Ferrari e Monte grappa, un graduato dei CC distante oltre un centinaio di metri si inginocchiò a terra, prese la mira col fucile e sparò per uccidere.

Sei lavoratori assassinati, 34 arrestati, i numerosi feriti trasportati in ospedale vennero messi in stato di arresto, piantonati giorno e notte e denunciata alla magistratura per «resistenza a pubblico ufficiale, partecipazione a manifestazione sediziosa non autorizzata, attentato alle libere istituzioni per sovvertire l’ordine pubblico e abbattere lo Stato democratico».

Era questa l’Italia “democratica” ricostruita dopo il fascismo da padroni e democristiani.
Ricostruita sulla pelle dei proletari e dei lavoratori che venivano sfruttati ferocemente nelle fabbriche e nei campi e, quando si ribellavano, venivano massacrati nelle piazze.
Ma cosa stava succedendo a Modena e nel resto del paese in quegli anni? Era in corso dal 1948 una reazione padronale per azzerare la forza dei lavoratori nelle fabbriche e la tenuta dei sindacati e partiti di sinistra, una forza costruita nella resistenza e nell’immediato dopoguerra.

I padroni volevano abbassare il costo del lavoro e aumentare la produttività per orientare la produzione verso l’esportazione.

Gli strumenti che usarono: la serrata e i licenziamenti collettivi e selettivi per ridurre il potere contrattuale dei sindacati e delle commissioni interne, l’aumento del ventaglio retributivo, salario sempre più legato alla produzione (cottimo e premio di produzione differenziato), intervento della polizia per sciogliere i picchetti e le manifestazioni; scioglimento dei “Consigli di Gestione”.

Nella città di Modena nei due anni 1947-49, ben 485 partigiani furono arrestati e processati per fatti accaduti durante la lotta di liberazione. 3.500 braccianti arrestati e denunciati per occupazione delle terre; 181 volte la polizia intervenne nei conflitti di lavoro.

Le maestranze delle Fonderie Riunite, con 480 lavoratori – la metà erano donne- nel 1943 parteciparono agli scioperi contro la guerra e per il pane. Dopo la “liberazione” i padroni “tornano proprietari”, è questa la scelta democristiana.

Anche il padrone delle Riunite, il fascista Adolfo Orsi amico di Italo Balbo.

Orsi è padrone non solo delle Riunite, ma anche della “Maserati Alfieri”, delle “Candele accumulatori Maserati” e delle Acciaierie.

Come altri padroni fascisti ringalluzziti dalle vittoria democristiana del ’48, padron Orsi inizia con tre giorni di serrata, chiamando la polizia a sgombrare i picchetti. È la prima volta, dopo la liberazione, che a Modena la polizia interviene nel conflitti di lavoro. Sarà la prima di una serie di interventi sempre più aggressivi.

L’anno prima del “massacro” è il 9 gennaio 1949, è domenica e si tiene a Modena un comizio sindacale in piazza Roma, Fernando Santi, segretario generale della Cgil denuncia i licenziamenti e la serrata alla fonderia Vandevit e alla carrozzeria Padana.

Al termine della manifestazione, mentre la gente rientra a casa mescolandosi con chi esce dalla chiesa, si scatena una selvaggia e inspiegabile aggressione poliziesca con camionette e manganellate e perfino colpi d’arma da fuoco.

Il cambio di rotta era stato deciso dall’alto: colpire senza sosta il movimento operaio e sindacale per interromperne l’avanzata e ridurne la capacità contrattuale.

Alla fine di quel ’49, padron Orsi regalò ai “suoi” dipendenti la seconda serrata e il licenziamento di tutti i 560 lavoratori.

L’idea di Orsi era di assumere nuovi lavoratori non sindacalizzati né politicizzati. Le “rivendicazioni” di padron Orsi erano di revisionare in peggio il premio di produzione, abolire il Consiglio di gestione, far pagare la mensa ai lavoratori, togliere le bacheche sindacali e politiche, eliminare la stanza di allattamento che le operaie si erano conquistate per poter andare in fabbrica con i figli.

Dopo un mese di serrata venne la risposta operaia: sciopero generale di tutte le categorie proclamato per il 9 gennaio1950 in tutta la provincia.

Ma il prefetto e il questore [non dimentichiamo mai che prefetti e questori erano stati traghettati in blocco dal regime fascista a quello democratico/democristiano] negano alla Camera del lavoro qualsiasi piazza per la manifestazione sindacale.

Si racconta che il questore rispose alla delegazione di parlamentari e dirigenti sindacali che chiedevano una piazza: “vi stermineremo tutti”. Dal giorno prima arrivano a Modena ingenti forze di polizia, si dice 1.500 con autoblindo, jeep, camion. Occupano la fabbrica e si dispongono sul tetto con le armi.

Da quel tetto spararono con la mitraglia sui lavoratori per uccidere.
“Affoga nel sangue il governo del 18 aprile“, titola a tutta pagina l’Avanti! del giorno dopo.

Modena non fu un fatto isolato. In quegli anni iniziava una repressione antioperaia feroce e sanguinosa [nel 1948 sono stati uccisi 17 lavoratori in conflitti di lavoro, centinaia feriti e 14.573 arrestati]. Il sindacato di classe fu buttato fuori da moltissime aziende, oppure ridotto ed emarginato.

Dopo quella dura sconfitta che dal ’48 si protrasse per tutti gli anni Cinquanta la classe operaia riprese l’iniziativa all’inizio degli anni Sessanta e risultò determinante la reazione al governo Tambroni appoggiato dal MSI e cacciato in piazza dopo scontri a Genova, Roma, Reggio Emilia, Catania, Palermo e tante altre città che costarono ancora 9 morti, decine di feriti e di arrestati compresi parlamentari del Pci e del Psi.
Una storia da non dimenticare, anzi della quale rinnovare ogni giorno la memoria con il pensiero ai nostri Caduti avendo ben presente da quale parte stava la volontà di violare la legalità repubblicana garantita dalla Costituzione: Costituzione che è stata difesa ancora una volta dal popolo anche nell’occasione del voto del 4 dicembre 2016 e non certo dagli apparati dello Stato.
Da Portella della Ginestra alla Diaz, passando per Modena, Reggio Emilia, via Fatebenefratelli a Milano fino alle cariche della Polizia che si rinnovano ancor oggi a ogni manifestazione sindacale è teso il filo nero di una storicamente ingiustificabile repressione verso chi difende il proprio lavoro, la propria dignità e la democrazia repubblicana.

Franco Astengo

Genova 2001, una storia che non dovrebbe scrivere il capo della polizia

Genova 2001. In molti trovano coraggiose le parole di Gabrielli, quasi nessuno riesce l’insidia delle sue parole. Nell’anniversario dell’omicidio di Carlo si torna in Piazza Alimonda

Genova 20 luglio, sedici anni fa un carabiniere sparava e uccideva Carlo Giuliani al termine di ore di scontri determinati dalle cariche illegittime dei carabinieri contro un corteo regolarmente autorizzato. Il reparto era comandato da ufficiali esperti di teatri della guerra globale e il carabiniere che si accusò dell’omicidio non avrebbe mai avuto un processo. Carlo Giuliani, come risulta da una mole di materiali filmati, raccolse un estintore da terra solo quando si accorse che aveva un revolver puntato contro. Impugnato da un carabiniere che gridava che avrebbe ammazzato tutti i maledetti comunisti. Così si raccontò all’epoca. Però un giudice stabilì che era l’uomo con la pistola a essersi difeso e non il ragazzo di minuta corporatura che era stato ucciso. Nemmeno ebbe da dire la procura sugli evidenti tentativi di depistaggio (abusando del corpo di Carlo e manomettendo la scena del crimine) per mettere in scena una morte per colpa di un sasso. Anzi, verrà inventata una teoria del masso vagante che avrebbe deviato un colpo sparato in aria. Giuliano Giuliani è costretto a raccontarlo ancora dal palco di Piazza Alimonda perché non sia quella sciagurata archiviazione a scrivere la storia di Carlo che avrebbe quasi quarant’anni se non l’avesse ucciso quel carabiniere.

L’omicidio di Carlo, le violenze di strada da parte di sciami di militari, secondini, finanzieri, forestali e agenti, la decisione di impedire l’identificazione dei responsabili, la mancata inchiesta parlamentare: tutto resta in ombra sedici anni dopo grazie a un’operazione di Repubblica che potremmo titolare “Fai scrivere alla polizia la storia del G8″.

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E dopo Gabrielli tocca a Scajola, ministro degli interni di Berlusconi, l’onore di rendere la sua versione dei fatti: «La mattina successiva alla fine del G8 di Genova, il capo della polizia Gianni De Gennaro venne da me e mi presentò le sue dimissioni. Io le rifiutai, convinto, allora come oggi, che in quei momenti, assai delicati per la tenuta del Paese, le dimissioni del capo della polizia sarebbero state destabilizzanti per le istituzioni». «Avrebbe dovuto dimettersi anche lui! Altro che respingere le dimissioni di De Gennaro – dice Vittorio Agnoletto, all’epoca portavoce del Genoa social forum – Scajola fu quello che si vantò, anni dopo, di aver autorizzato a sparare». Rispetto a Gabrielli, Agnoletto prende atto delle ammissioni: che fu una catastrofe, che le responsabilità furono del capo della polizia e che il lavoro dei magistrati fu serio, non ideologico. Fine del bicchiere mezzo pieno. «Quello che Gabrielli non dice è che furono catastrofiche le scelte politiche finalizzate alla repressione del movimento. Le scuse non sono mai arrivate, Gabrielli dovrebbe farle alle vittime della Diaz e di Bolzaneto, personalmente, e motivandole». Insomma, secondo Agnoletto dire che la polizia è sana come era sana nel 2001 vuol dire restare alla teoria delle mele marce, «non è cambiato nulla», «casomani, ci sono persone sane in un’istituzione che è ancora malata». Tardive anche le dichiarazioni su codici alfanumerici e legge sulla tortura. Per i numeretti sulle divise degli agenti basterebbe un atto amministrativo del capo della polizia il quale ha anche la possibilità di radiare i condannati del G8 ora che sono scaduti i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. E sulla tortura ha avuto mesi di tempo per parlare prima che venisse approvata una legge controversa, frutto delle pressioni delle lobby di polizia.

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Ma sono le reazioni a sinistra le più sconcertanti: «Gabrielli è coraggioso», dice Luca Casarini, ex tuta bianca, ex disobbediente e sedici anni dopo segretario di Si in Sicilia. «Un’ottima intervista (quella di Gabrielli)», dice Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, promotore del Campo progressista e sedici anni prima legale della famiglia Giuliani. Fratoianni, ex giovane comunista disobbediente e leader di Si mescola le parole di entrambi: «intervista coraggiosa». Sfugge a tutti e tre la rivendicazione del 25 marzo da parte di Gabrielli Franco, capo supremo della polizia che da quarantottore partecipa alla clamorosa operazione di Repubblica. A tutti, eccetto Haidi Giuliani che, con Italo Di Sabatodell’Osservatorio Repressione, coglie anche l’elemento dell’intervista legato alla «guerra di posizione» tra i vertici della polizia. «L’aspetto che va più analizzato – dicono – è l’applicazione della dottrina Minniti da parte di Gabrielli, più che un’intervista coraggiosa sembra l’annuncio della costruzione dello stato d’eccezione».

Nessuno dei tre politici trova il tempo per tornare a piazza Alimonda tra gli amici e i compagni di Carlo, le madri per Roma città aperta, gli antifascisti genovesi, militanti anticapitalisti, molti “reduci” di quelle giornate giunti da varie città, bandiere rosse di Rifondazione, di centri sociali, striscioni sulla ringhiera della chiesa, ragazzi di Acad. Tra i personaggi politici Paolo Ferrero, ora vicesegretario del Partito della sinistra europea e Arturo Scotto di Articolo Uno: “non è solo una piazza della memoria ma un luogo che aggiorna una lotta per la verità” ma anche lui pensa che «le parole pronunciate dal capo della polizia sono molto importanti perché restituiscono ad una intera generazione che sfilava per le piazze di Genova il diritto alla giustizia”.

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Vale la pena riprendere un passaggio dell’intervista del capo del Viminale a Bonini: «Guardiamo cosa è accaduto ad Amburgo. E guardiamo cosa invece è accaduto a Roma, in occasione dei 60 anni della firma dei trattati di Roma, e a Taormina con il G7. Il nostro sistema di prevenzione e sicurezza è oggi quello che conosciamo anche perché c’è stata Genova. E da lì è cominciata la nostra traversata nel deserto. Oggi, il nostro baricentro è spostato sulla prevenzione prima che sulla repressione. Sul prima, piuttosto che sul poi. Lavoriamo perché le cose non accadano. O quantomeno per ridurre la possibilità che accadano». Traduzione: invece dei “pattuglioni” poi, meglio limitare prima e a priori la libertà di movimento, dare fogli di via, obblighi di dimora, daspo, sradicare le persone dai propri contesti di vita e di lotta. E’ la dottrina Minniti, nipote di Pecchioli, figlio di D’Alema, ministro di polizia con Renzi. «Non abbiamo bisogno di una ‘memoria condivisa’ – avverte invece Lorenzo Guadagnucci, vittima della Diaz e fondatore del comitato Verità e giustizia per Genova – abbiamo bisogno di un’assunzione piena di responsabilità e di azioni conseguenti. Su questo, Gabrielli è molto lontano dall’essere conseguente. Mi sembra più intenzionato a captare la benevolenza dell’opinione pubblica piuttosto che affrontare le vere questioni».  Guadagnucci ha risposto a un’intervista pubblicata su Altreconomia.

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Infatti, oltre a chiudere l’era De Gennaro (una faccenda di regolamenti di conti interni alle catene di comando, supponiamo), spicca il ruolo politico, una sorta di investitura per Gabrielli dopo le prove generali nella stagione di commissario post-sisma a L’Aquila e di prefetto di Roma per traghettare la Giunta Marino fuori dalle secche di mafia capitale.

Perché da sedici anni siamo ancora nel passaggio dallo «stato sociale minimo allo stato penale massimo», spiega Italo Di Sabato dell’Osservatorio Repressione che è tornato a Genova per presentare l’idea di una rete europea per il diritto di dissenso che ha preso corpo in una due giorni a Bruxelles a fine giugno.

Esiste infatti una dimensione europea dei dispositivi autoritari: ley mordaza nello stato spagnolo, etat d’urgence in Francia, decreti Minniti-Orlando in Italia. E poi i muri e gli abusi fuori legge. Durante le proteste contro la legge al Khomri, il jobs act alla francese, i gendarmi si toglievano il codice alfanumerico dalla giubba per non incappare in qualche telecamera. In Italia nemmeno esiste una misura così elementare di garanzia per tutti. Sull’altra sponda dello Ionio, il governo Tsipras sta lavorando a una legge sulla censura mentre Macron, idolo dei “democratici” europeisti, si appresta a introdurre in Costituzione le controverse norme dello stato d’emergenza.

Ovunque le norme introdotte per contrastare il terrorismo o per garantire il decoro si rivoltano contro i movimenti sociali e il dissenso come dimostra la cascata di misure preventive che s’è abbattuta, grazie ai decreti Minniti, su militanti e sindacalisti alla vigilia di ogni tappa del G7. Subito dopo è iniziato il pressing di governo e giornali amici per limitare ulteriormente il diritto di sciopero.

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Nella Fortezza Europa esiste un problema di libertà di movimento e di legittimità del dissenso. La possibilità stessa di inceppare i meccanismi del liberismo da parte dei movimenti sociali viene rimessa ogni giorno in discussione con un bilancio sociale pesantissimo.

Siamo nell’epoca del diritto penale del nemico e prende piede una nuova economia della pena e  della sicurezza di cui la militarizzazione stile Valsusa, Taormina o Amburgo è solo il pezzo più visibile: meno carcerazioni, più misure preventive, fogli di via, daspo, obblighi di dimora, sgomberi, decreti penali, pene pecuniarie. Una costituzione materiale fondata sull’emergenza che si sovrappone alla costituzione formale anche quando, com’è successo il 4 dicembre, non riesce a cancellare le norme garantiste, gli impianti del diritto nato dalle resistenze e dalle lotte sociali.

Dallo stato sociale minimo c’è un passaggio brusco allo stato penale massimo. Su tutto una sovrapposizione dell’astrazione della legalità sull’idea stessa di legittimità. L’emergenza sicurezza è quella che vivono milioni di poveri, di lavoratori, disoccupati ma la fabbrica della paura riesce a dirottare l’attenzione sulla miriade di conflitti orizzontali o sulle guerre fra poveri.

Decine di migliaia di persone sono sotto processo per reati connessi all’esercizio del diritto di manifestare. Un salto di qualità, quello dei decreti Minniti Orlando che piombano su un tessuto sociale frammentato, degradato nei legami sociali, impaurito, reso passivo.

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Italo Di Sabato parla tra le mura del circolo Arci 30 giugno, un casale del quattrocento dove prendono vita pratiche di mutualismo e antifascismo. Proprio per antifascismo, alcuni attivisti genovesi hanno subìto un tentativo di daspo urbano annullato solo dopo un costoso ricorso. Alcuni di loro erano a Bruxelles e hanno voluto riprodurre il lavoro di costruzione di una rete europea proprio nei giorni dell’anniversario del luglio genovese.

In cantiere ci sono proposte come quella di un’osservatorio europeo che potrebbe produrre un libro bianco e l’idea di pratiche realmente comunicative e capaci di condivisione, rivendicazione, solidarietà. Perché se è reale la connessione tra repressione e liberismo, dovrà esserci collegamento tra lotte sociali e battaglie di libertà e liberazione. Una piattaforma che pretenda una legge realmente contro la tortura, l’identificazione degli agenti con un codice alfanumerico, l’abolizione dei decreti Minniti-Orlando, del Codice Rocco e della legge Reale deve diventare parte integrante di ogni programma politico e sindacale che si proponga di disarticolare i meccanismi del neoliberismo.

Supporto legale sempre pronto. E in ogni caso nessun rimorso

Sono passati 16 anni dal g8 di Genova del 2001 e ancora 2 persone sono in carcere, 2 manifestanti.

Questo è il dato da cui desideriamo partire per rispondere alle richieste di presa in carico dell’archivio processuale del G8 da parte di chi ad oggi lo detiene.
Partiamo da qui perché la permanenza in carcere di queste persone ha, nostro e loro malgrado, fatto sì che il lavoro di SupportoLegale non si sia mai fermato.
Abbiamo lavorato con e dentro la Segreteria Legale durante tutto il tempo dei processi, abbiamo raccolto ingenti fondi per finanziare la difesa dei manifestanti e l’accusa delle forze dell’ordine, abbiamo coperto tutta l’informazione sui processi, abbiamo organizzato centinaia di incontri informativi e di mobilitazioni di sostegno fino alla grande manifestazione “NESSUN RIMORSO” del 17 novembre 2007 a Genova a ridosso delle sentenze finali dei processi.
Speravamo di poterci fermare, ma non lo abbiamo fatto. Abbiamo continuato a raccogliere fondi e sostenere le persone in carcere. In silenzio, spesso NEL silenzio totale, quello di troppi che di Genova parlano solo a Luglio.
Siamo ancora qua.
Ed è per questo motivo che ci dichiariamo PRONTI A PRENDERCI IN CARICO E IN GESTIONE l’archivio che oggi cerca casa.
Siamo contrari a che sia gestito da un soggetto privato, siamo contrari a che venga consegnato a una qualsivoglia istituzione, in particolar modo a quel Comune di Genova (o una sua articolazione) che non solo non si è costituito parte civile contro le forze dell’ordine ma che si è costituito parte civile invece contro i manifestanti.
Riteniamo che non abbia senso affidarlo a un archivio storico quel che sia basta che se lo piglia, riteniamo invece che sia storicamente, filologicamente e politicamente corretto consegnarlo a chi ha contribuito a crearlo, a utilizzarlo nel modo più corretto nei processi e che potrà conservarlo con lo stesso spirito che ci ha animato fino a qui:
nessuna differenziazione tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi
totale equidistanza da forze politiche e istituzioni

Checchino Antonini da popoff