Ferimento di Luca Fanesi. Quel poliziotto che si alza. E poi si allontana con gli altri (Foto e Video)

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Fotogramma per fotogramma. Emergono alcuni particolari su cui fare chiarezza. Mentre alcuni tifosi si sono accorti di quanto avvenuto e corrono per l’immediato soccorso, alcuni celerini pur prossimi a Luca Fanesi – secondo la loro versione feritosi da solo sbattendo su un cancello – se ne disinteressano nei secondi successivi al fatto e anzi confabulano e se ne distanziano. Foto e video da Riviera Oggi

Luca Fanesi è lì da un mese esatto. Ricoverato all’ospedale San Bortolo di Vicenza dopo gli incidenti seguiti alla partita Vicenza-Samb del 5 novembre. Lì in viale Trissino la sagoma scura di Luca Fanesi, con le braccia alzate, scompare dietro ad una camionetta della Celere di Padova, accorsa per dividere le due tifoserie.

Di seguito presentiamo una galleria di fotogrammi ricavati dal video più dettagliato su quanto accaduto. Video che non è risolutivo perché appunto Luca Fanesi scompare dietro la camionetta e non vi è certezza dei fatti. Di questo si occuperà l’indagine. Ma la nostra attenta osservazione fotogramma per fotogramma ci porta ad approfondire alcuni particolari.

FOTOGRAMMA 1 

Il campo largo ci aiuta a descrivere la scena dove avviene il fatto. Luca Fanesi sta per alzare le braccia ed è indicato dalla freccia rossa. Sulla destra, davanti alla camionetta, si riconoscono cinque caschi di celerini. Altri tifosi stanno indietreggiando e altri ancora sono in fondo al marciapiede (forse quattro). La luce rossa che si vede dietro gli alberi è quella di un fumogeno, forse lanciato dai tifosi vicentini in precedenza. Sulla sinistra, si vede uno dei pulmini dove erano i tifosi della Samb prima di fermarsi.

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FOTOGRAMMA 2 

Luca Fanesi è con le braccia alzate e sta per essere coperto dalla camionetta. Dietro di lui compaiono le sagome scure di due tifosi, più un altro dietro, che stanno per affrontare cinque celerini che li attendono. Da notare che se Fanesi alza le braccia significa che davanti a sé ha sicuramente qualcuno.

 

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FOTOGRAMMA 3 
Luca Fanesi è ora dietro la camionetta. Sulla sinistra il tifoso con un giubbotto chiaro sta per fermare la sua corsa perché presto si accorgerà che qualcosa è accaduto a Luca. Sulla destra ci sono tre tifosi della Samb che stanno correndo e cinque celerini (uno parzialmente oscurato dalla luce) che li stanno per affrontare.

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FOTOGRAMMA 4  

Molto importante perché potrebbe segnalare l’istante preciso in cui Luca Fanesi è caduto a terra (ricordiamo le versioni: colpito da un manganello per i tifosi, scivolato per la Questura). Sia il tifoso con un giubbetto chiaro, sulla sinistra, sia l’altro indicato sempre con una freccia rossa, a destra, alle prese con un celerino, sembrano in questo istante accorgersi che qualcosa sia accaduto e dirigono sguardo ma anche la gestualità (qui solo accennata perché il fatto sarebbe avvenuto davvero in quel momento) verso la zona dove è Luca Fanesi, dietro alla camionetta.

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FOTOGRAMMA 5

Qui appare chiaro che il tifoso che forse ha un cappuccio scuro in testa ha notato che qualcosa sia accaduto e si diriga di corsa verso Luca Fanesi, indicandolo quasi con un braccio proteso. I due celerini che prima si confrontavano con lui si sono girati, quasi colti di sorpresa dallo scatto, e anche loro, senza dubbio, sono riusciti a vedere cosa accaduto. C’è un altro celerino, a ridosso del cancello, che senza dubbio ha visto quanto accaduto.

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FOTOGRAMMA 6

Il tifoso di cui in precedenza è accorso da Luca Fanesi e anche lui è scomparso dalla visuale ripresa dal video perché coperto dalla camionetta. Appare chiaro come i due celerini che si sono girati guardino precisamente verso Luca Fanesi. Uno, segnalato con la freccia rossa, sembra quasi bloccare una rincorsa avviata perché si accorge di quanto accaduto. Un altro è segnalato con la freccia gialla, dietro la camionetta.

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FOTOGRAMMA 7 

Di seguito una serie di quattro fotogrammi ravvicinati molto importanti. Sopra, appunto, la posa quasi stupita di un celerino che si ferma appena guarda verso il punto dove Fanesi rimane ferito. Cosa sta avvenendo? Chi c’è? Otre il celerino a ridosso del cancello sopra segnalato col giallo, emergono altri due poliziotti. Esattamente dal punto dove Fanesi è ferito.

Ma non è tutto. La cosa più interessante è che uno dei due poliziotti è inizialmente più bassodegli altri. Nel seguente fotogramma vedrete apparire appena il casco, all’altezza del petto del compagno. Fanesi in quel momento è sicuramente caduto. A un metro, massimo due metri da lui, non di più. E quel poliziotto è visibilmente abbassato. Perché?

Nei fotogrammi seguenti vedrete la sagoma nel cerchio, indicata con la freccia rossa, alzarsi e arrivare ad un’altezza simile a quella degli altri.

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FOTOGRAMMA 8

I poliziotti si allontanano dal luogo dove è accaduto qualcosa a Fanesi, dando le spalle. Ora, la domanda è questa: se Fanesi è comunque a terra, ferito, come sembra emergere dall’attenzione mostrata dai tifosi, perché i tutori dell’ordine si allontanano dal punto in cui dove si trova Fanesi? Seppur fosse caduto e presentasse le quattro fratture a causa della collisione con il cancello, perché si allontanano da lì? Non bisognava soccorrerlo, e primi fra tutti proprio i tutori dell’ordine?

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FOTOGRAMMA 9

La situazione precedente diventa ancora più esplicita. I poliziotti si allontanano visivamente dalla camionetta. Sembrano confabulare tra loro. Intanto a pochi metri un uomo è ferito con quattro fratture alla testa.

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FOTOGRAMMA 10

Qui succede una cosa strana. La camionetta con Luca Fanesi è fuori quadro. I poliziotti continuano a parlare tra di loro (indicati con una freccia rossa). Ma a destra tre celerini hanno bloccato – con le buone o con le cattive – un tifoso. Perché, è la nostra osservazione, non risultano tifosi sambenedettesi fermati? Quando si arriva ad una situazione del genere, il tifoso bloccato a terra – con le buone e con le cattive, come si vede nel video – perché viene rilasciato?

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Uno dei poliziotti del gruppo vicini alla camionetta si distanzia (indicato con una freccia) e gesticola facendo segno (forse ad altri colleghi?) di correre in avanti. In effetti altri colleghi stanno arrivando, appena scesi da un’altra camionetta. Altri ancora, che si trovavano in coda al serpentone di pulmini e pullman, arriveranno e proseguiranno oltre l’aiuola spartitraffico.

 

da RivieraOggi

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Omicidio Casalnuovo, colpo di spugna in Cassazione

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L’omicidio di Massimo Casalnuovo, la Cassazione annulla la condanna al maresciallo dei carabinieri. Tutto da rifare

L’omicidio di Massimo Casalnuovo: tutto da rifare in sede giudiziaria. Per Osvaldo e Giovanna, per i loro figli, per tutti coloro che cercano di sostenerli riparte la mobilitazione per verità e giustizia. La Suprema Corte ha annullato la sentenza di secondo grado che aveva condannato il maresciallo Cunsolo a 4 anni e 6 mesi per il reato di omicidio preterintenzionale con interdizione di 5 anni dai pubblici uffici rimandando il giudizio alla Corte d’Assise d’Appello di Salerno per una nuova disamina.

Tra quindici giorni la motivazione per capire le ragioni formali (la difesa ha parlato di un errore di notifica all’imputato) o di merito (i legali del maresciallo hanno insistito sulla tesi dell’adempimento del dovere: pare che si dovesse fermarlo ad ogni costo) che hanno convinto gli ermellini a cancellare la sentenza del 21 dicembre 2015 con cui la Corte d’Appello di Potenza condannò il Maresciallo a 4 anni e 6 mesi di reclusione e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici per omicidio preterintenzionale, accogliendo la tesi della famiglia Casalnuovo, assistita dall’avvocato Cristiano Sandri.

Solo le attenuanti generiche consentirono un leggero sconto, sui cinque anni chiesti dal pm di Potenza, per il maresciallo che comandava la stazione dell’Arma di Buonabitacolo, nel salernitano. Il 20 agosto del 2011, durante un maldestro e violento controllo da parte di una pattuglia dei carabinieri, fu proprio il maresciallo a dare un calcio al motorino guidato dal giovane meccanico che cadde e morì. Senza una ragione se non l’abuso di potere commesso da un uomo in divisa. L’ennesima storia di malapolizia. La sentenza venne letta davanti al pubblico dopo un processo d’appello tutto a porte chiuse.

Osvaldo Casalnuovo, il padre di Massimo disse a Popoff che sperava potesse servire da monito per tutti gli altri casi. Attorno ai familiari, una cinquantina di persone: gente di Buonabitacolo, attivisti No Triv, di Libera e di Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa. Alcuni di loro c’erano anche oggi nelle lunghe ore di una sentenza pronunciata solo in tarda serata. «Finisce così – commenta Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa – la lunga giornata di oggi, con parecchio amaro in bocca e con l’annullamento della sentenza. Tra 15 giorni verranno rese pubbliche le motivazioni e su quelle, si capirà come procedere per il nuovo processo d’appello. Continua così questa lunga, infinita ed estenuante strada verso la giustizia…».

Chi ha visto ha rifertito con precisione di quel calcio sferrato dal maresciallo al motorino. Sotto la scarpa del maresciallo sono state riscontrate, dalla polizia scientifica di Roma, delle microparticelle della vernice blu del motorino. Un agente della stradale di Sala Consilina ha riferito dell’orma sul sellino del plantare della scarpa e dello sfondamento della scocca dello scooter. «Da parte nostra abbiamo fornito delle consulenze tecniche adeguate che spiegano la dinamica della caduta, la compatibilità con la scarsa velocità del mezzo e con la qualità del fondo stradale. Senza quel calcio mio figlio sarebbe stato ancora vivo».

“Il ragazzo viaggiava su uno scooter, era senza casco ma attenzione – si può leggere sulla scheda preparata da Acad – non è morto per aver sbattuto la testa (come si tende a far credere) ma per la violenta botta al torace. Massimo era appena uscito dall’officina in cui lavorava con il padre, non prendeva il motorino da un po’ di tempo. Lo aveva appena aggiustato. Era stato a fare un giro e stava tornando a casa. Non aveva indossato il casco. Lo fanno un po’ tutti a Buonabitacolo. Quella sera la pattuglia dei carabinieri con a bordo il maresciallo Giovanni Cunsolo e l’appuntato Luca Chirichella decide di controllare i ragazzi senza casco, ne fermano due: Elia Marchesano e Emilio Risi. I carabinieri mettono la macchina di traverso sulla strada e formano una specie di posto di blocco. Peccato che lo facciano dietro una curva. La “scena” si svolge sulla strada principale della città, via Grancia, che porta a una piccola piazza dove di sera si ritrova la gente del paese. Cunsolo è seduto dentro la gazzella e sta redigendo la contravvenzione. Massimo sta arrivando con il suo scooter Beta 50. Sin dal primo momento la versione dei due ragazzi fermati e quella del carabiniere sono opposte. Cunsolo dirà che Massimo, arrivato davanti al “posto di blocco”, accelera, quasi lo investe. Poi perde il controllo del ciclomotore e cade battendo la testa su un muretto a secco. I due ragazzi, interrogati la notte dell’“incidente” dal pm Sessa della Procura di Sala Consilina, hanno invece fornito un’altra versione: Cunsolo era dentro alla macchina, quando vede arrivare Massimo esce dall’auto e per fermarlo sferra un calcio sulla carena del motorino. E’ quel calcio che fa perdere l’equilibrio a Massimo che cade, e muore”.

La Corte di Potenza è dovuta ripartire da zero «ed è stato un bene –  aveva detto a Popoff,  Osvaldo Casalnuovo, alla vigilia dell’ultima udienza – anche il primo pm, nonostante avesse chiesto per iscritto di continuare a seguire il caso, è stato rimpiazzato dal procuratore capo di Potenza che però ha fatto sentire la sua voce solo in una requisitoria di dieci minuti per ridurre il capo di imputazione, “declassato” a omicidio colposo, e senza voler mai interrogare i testimoni».

In primo grado c’era stata un’assoluzione – il fatto non sussiste – ma con formula dubitativa. «Però le motivazioni erano così blande che la stessa procura di Salerno, oltre noi e il pm, ha impugnato quella sentenza. Il primo processo è stato un lampo», ricordava Osvaldo, cominciato e finito il 5 luglio 2013, non ha visto i testimoni e i consulenti tecnici deporre perché il giudice monocratico, senza mai motivare, ha rigettato tutte le richieste della parte civile. Quel giorno – poi non si sarebbe mai più visto in aula – il maresciallo imputato pronunciò le uniche due parole: «Sono innocente». In appello si sarebbe sempre avvalso della facoltà di non presentarsi.

«Il processo s’è svolto sulla base di niente, come se nel fascicolo non ci fossero atti. Invece ci sono e noi ci vogliamo attenere proprio a quei riscontri oggettivi: testimonianze, referti scientifici e consulenze tecniche – spiega Osvaldo che, quasi dal principio di questa vicenda è seguito dall’avvocato Cristiano Sandri, fratello di Gabriele, anche lui vittima in un caso di malapolizia – anche la procura di Salerno ha messo in risalto la presenza degli stessi dati oggettivi».

Subito dopo i fatti Cunsolo venne trasferito a Polla, a 40 km, con l’altro componente della pattuglia. Buonabitacolo non ha mai creduto alla versione ufficiale. Massimo lo conoscevano tutti.  «Mai chiesto scusa – ha detto il padre del ragazzo ucciso – mai cercato un contatto con noi. Forse nemmeno l’avrei accettate perché non m’è sembrato mai di vedere in loro un segno di umiltà, nemmeno l’ammissione di aver svolto un posto di blocco secondo i protocolli».

“Tutto da rifare, quindi – commenta Ilaria Cucchi rivolgendosi a Osvaldo – provo ad immmaginare il tuo stato d’animo in questo momento e la sola cosa che posso dirti è che ti sono vicina e come me tanti altri. Per chi come noi ha deciso che valeva la pena non chiudersi nella rabbia e nell’odio ma ha provato a tramutare quell’odio e quella rabbia nel tentativo di rendere giustizia ai nostri cari, non solo per loro, ma per provare a rendere questa società migliore e meno ingiusta la strada è tutt’altro che semplice. Lo sapevamo. Sappi però che non siete soli». «Osvaldo so che non vi fermerete e noi con voi a chiedere giustizia per Massimo!», scrive anche Grazia Serra che, da anni, si batte per verità a giustizia sulla morte di suo zio, Franco Mastrogiovanni,ucciso in un letto di contenzione durante un Tso.
Checchino Antonini da Popoff

Sol Id ci riprova, stavolta a Roma 3. Nessuno ferma i nazifascisti?

Solidarité Identités onlus, più nota come Sol Id, riprova a infiltrarsi nelle istituzioni universitarie e di insegnamento, stavolta a Roma. La manfrina di sceneggiata è sovente la stessa con la caratterizzazione di iniziative di solidarietà al popolo siriano (in quanto altre iniziative più decisamente nere vengono tenute più sotto traccia, per esempio quelle di appoggio alla forte componente comunità boera sudafricana palesemente razzista ed eversiva) http://www.osservatoriorepressione.info/la-maschera-buonista-di-casapound-e-ormai-logora/

Oggi 5 dicembre 2017 si dovrebbe tenere al dipartimento di scienze politiche dell’Università Roma 3 alle 16,15 la conferenza “Siria, guerra, religione, attualità” sotto l’egida della cosiddetta comunità siriana in Italia, Prometheus e Sol Id.

Ma ti conosco mascherina, Sol Id è ben nota per una serie di iniziative con personaggi e situazioni imbarazzanti, non solo la lettura de L’Espresso di qualche tempo fa, ma un giro sul web di 5 minuti al Direttore del Dipartimento dell’Università di Roma 3, Francesco Guida, avrebbe consentito di capire subito cosa è Sol Id. Allora delle due l’una, o Francesco Guida e i suoi stretti collaboratori sono assai superficiali e non sono in grado di avere le funzioni apicali che rivestono ovvero sono colineari alle impostazioni di Sol Id.

Solo per citare alcuni episodi eclatanti.

Paolo Nerozzi, https://roma.fanpage.it/le-carre-francais-il-ritrovo-romano-dei-sostenitori-di-marine-le-pen/ uno dei pochi se non il solo italiano condannato definitivo per attività mercenarie in Africa dalla giustizia italiana, leader dell’associazione Popoli, è un invitato d’onore alle iniziative di Sol Id. Un’altra persona assai invitata nelle medesime kermesse è Alberto Palladino noto come Zippo; era alla guida del branco degli spaccatori di teste di Casapound nell’incursione contro alcuni giovani del PD a Montesacro il 3 novembre 2011. Oggi Palladino ama tessere relazioni e pezzi giornalistici nei terreni di guerra e di sangue in Ucraina http://popoffquotidiano.it/2015/06/30/fascista-che-vai-sallusti-che-trovi/

Ilaria de Candia, che partecipa come relatrice al cosiddetto convegno di Roma 3, è pure persona ben nota, è membro di spicco della Associazione Assadakah oltre a essere portavoce di Sol Id ed era al tavolo della presidenza nella kermesse Sol Id dell’ottobre 2015 a Roma (cfr. http://roma.repubblica.it/cronaca/2015/09/20/news/roma_convegno_mediterraneo_solidale_iniziativa_fascio-islamica-123310960/).

L’ANPI provinciale romana ha preso una dura posizione contro l’iniziativa di Sol Id a Roma 3 chiedendo con forza che sia annullata dall’Università, purtroppo nessun altro sembra avere preso posizione, né tantomeno la comunità israelitica romana che sembra sull’attenzione sui nazifascisti dormire i sette sonni. Nessun altro ha niente da dire o da prendere posizione?

Maimonide

5 dicembre 1974: il compagno Bruno Valli, la rapina di Argelato

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5 dicembre 1974, pochi minuti prima di mezzogiorno. Qualche solerte cittadino ha avvertito la stazione dei carabinieri di Castel d’Argile che un “furgone sospetto” staziona nei pressi della località Argelato. Il brigadiere Andrea Lombardini si precipita sul posto, nonostante sia il suo giorno di riposo. Si avvicina al fiat 238 e chiede i documenti ai tre giovani seduti all’interno. La risposta risuona chiara nella bassa bolognese: una breve raffica parte dallo sten di uno dei ragazzi e uccide il carabiniere.

Il commilitone di Lombradini sceso dall’auto comincia anch’egli a sparare, ma dopo aver forato una gomma al furgone in sosta, viene disarmato dai compagni. La giornata doveva concludersi con una rapina al portavalori dello zuccherificio Siiz. I compagni costretti dagli eventi devono scappare per i campi.

Passano meno di 24 ore che gli inquirenti riescono ad arrestare Bruno Valli, Stefano Bonora e Claudio Vicinelli, infangati e infreddoliti che vagano per la bassa.

Subito dopo l’arresto giornali e tv si scavalcano a vicenda in una guerra a chi la ricostruisce più grossa. Il brigadiere, amato e compianto dalla popolazione; il suo giovane commilitone, un eroe di vent’anni che, sprezzante del pericolo, disarma i malviventi, salvo venire colpito al petto con il calcio di un mitra per essersi distratto all’ultimo respiro del collega; i tre rapinatori, gente di poco conto, che dall’ingresso in questura smettono i panni dei militanti tutti d’un pezzo, per gettarsi infamie l’uno sull’altro.

Queste ricostruzioni dei fatti a noi interessano solo per poterle mettere da parte, e poter ricordare il compagno Bruno Valli, figlio di una famiglia proletaria di Rodero, operaio, militante comunista, che si impiccò nel carcere di Modena il 9 dicembre 1974.

Chi lo ha potuto conoscere lo ricorda come un militante lucido e pronto ad ogni sacrificio; e in quella cella dove poi si uccise, dicono che scrisse con il suo sangue due parole supra un muro: “Libertà o morte”.

Quegli “aiutini” degli apparati di Stato ai fascisti

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L’ultima notizia è quella che nella Banca Popolare di Vicenza (che aveva acquisito la siciliana Banca Nuova ed ora è stata acquisita da Banca Intesa) ci sono i conti correnti dei servizi segreti (L’Aisi in particolare) adibiti a pagare i bonifici per “giornalisti, conduttori di programmi di informazione e intrattenimento su televisione pubbliche e private”.

La domanda che sorge spontanea è: c’è una relazione tra questa attività di “influenza” dei servizi segreti sui media e il fatto che i fascisti negli ultimi mesi siano stati così amplificati e sdoganati sulle televisioni pubbliche e private?

La risposta a questa domanda richiederebbe di conoscere i nomi e i cognomi dei giornalisti e dei conduttori televisivi che hanno ricevuto i soldi dai servizi segreti. In secondo luogo diventa decisivo sapere il “perchè” e per “fare cosa” i servizi segreti hanno pagato gli operatori dei mass media.

Ma per cercare di definire un contesto di questa operazione di “influenza” sulla società, occorre riconnettere tra loro diversi pezzi che, letti separatamente, non rendono l’idea di una operazione in corso negli ultimi tre anni.

Qual’è l’obiettivo di questa operazione che, a nostro avviso, ha tra i suoi ideologi e sponsor gli apparati dello Stato? L’obiettivo sta diventando piuttosto evidente. Per esempio veicolare l’idea che il crescente disagio sociale possa e debba esprimersi politicamente solo attraverso i gruppi neofascisti, negando, omettendo e ostacolando (anche con la repressione preventiva del modello Minniti) ogni altra possibilità di espressione politica riconosciuta e riconoscibile nelle forze della sinistra antagonista.

Chi ha il mandato istituzionale di garantire “la sicurezza”, ha ben chiaro quale sia e quanto sia esplosiva la situazione sociale nel paese. Il recente rapporto della Commissione parlamentare sulle periferie, ad esempio, ci restituisce il dato di almeno quindici milioni di persone che vivono nelle periferie delle aree metropolitane e dei centri urbani in condizioni di crescente impoverimento, degrado ed esclusione sociale.

Le scelte dei governi che si sono succeduti e si succederanno, sono consapevolmente mirate ad acutizzare e cristallizzare questo enorme disagio sociale (con qualche palliativo come la truffa della Rei che rende permanente lo stato di povertà invece di combatterlo), ma ne temono le conseguenze e le possibilità di ricomposizione politica sul piano dei conflitto di classe.

Negli anni scorsi abbiamo segnalato con forza come in una delle relazioni annuali dei servizi segreti al Parlamento, venisse sottolineata la loro preoccupazione per il successo “politico” manifestatosi con le due giornate di lotta del 18 e 19 ottobre 2013 (sciopero generale dei sindacati di base e manifestazione di massa insieme ai movimenti sociali e alle organizzazioni politiche) e la successiva soddisfazione per il fallimento del risultato politico che si era palesato.

Nelle relazioni dei servizi segreti, quando il disagio sociale viene organizzato da forze della sinistra antagonista si parla di “strumentalizzazione dei problemi sociali”. Ma la visione cambia radicalmente quando il medesimo disagio sociale viene invece espresso dai gruppi neofascisti.

Assistiamo così dal 2011 in poi ad una costruzione politica e mediatica del ruolo e dei gruppi neofascisti priva di ogni allarme (riservato e amplificato invece nei confronti dei movimenti di sinistra).

Nella relazione presentata dai servizi segreti nel febbraio del 2017, riferendosi ai gruppi fascisti si scrive che: “Le formazioni più rappresentative, che ambiscono a un accreditamento elettorale, hanno incentrato l’attività propagandistica, rivolta soprattutto ai contesti giovanili e alle fasce sociali più disagiate, su argomenti di richiamo come la sicurezza nelle periferie degradate dei centri urbani, le problematiche economico-abitative “degli italiani” e l’occupazione”.

Ed ancora si sottolinea che: “In particolare l’emergenza migratoria, ritenuta tra i temi più remunerativi in termini di visibilità e consensi, ha ricoperto un ruolo centrale nelle strategie politiche delle principali organizzazioni che, nel tentativo di cavalcare in modo strumentale il fenomeno, facendo leva sul malessere della popolazione maggiormente colpita dalla congiuntura economica e dalla contrazione del welfare, hanno sviluppato un’articolata campagna propagandistica e contestativa (manifestazioni, presidi, attacchinaggi, flash mob) contro migranti e strutture pubbliche e private destinate all’accoglienza, influenzando indirettamente anche la costituzione di “comitati cittadini” di protesta.

Insomma i fascisti vengono dipinti più o meno come degli attivisti sociali attenti ai problemi degli “italiani” impoveriti dalla crisi. Certo qui e là ci sono delle “scappatelle” come la caccia ai bengalesi nei banglatour dei giovani di Forza Nuova a Roma, lo squadrismo sistematico nelle città del Nordest, i gruppi paramilitari beccati in Liguria e Abruzzo. Viene accuratamente evitato di segnalare le ripetute ed evidenti connessioni tra gli ambienti neofascisti e la malavita (a Roma sicuramente, ma non solo).

Di tutto questo però non vi è mai traccia nella striminzita paginetta dedicata ai fascisti (rispetto alle 12 dedicate alla sinistra) nelle relazioni sulla sicurezza del paese che i servizi segreti presentano al Parlamento.

Ma la ciliegina sulla torta l’ha segnalata a gennaio 2016 fa il sito Insorgenze.net,rivelando un documento riservato del ministero degli Interni, in cui lo sdoganamento dei fascisti come “bravi raagazzi” viene scritto nero su bianco in una informativa. La prosa del documento, sottolinea giustamente Insorgenze. Net, appare del tutto inusuale per una nota informativa degli organismi di polizia, e lascia trasparire una chiara empatia, quasi una sorta di compiacimento che rasenta l’agiografia quando si valorizzano le capacità politiche del gruppo (Casa Pound, ndr) “facilitato nella concomitante crisi delle compagini della destra radicale e dalla creazione di ampi spazi politici che Casa Pound è pronta ad occupare”.

La stessa nota informativa del Ministero degli Interni si sbrodola quando descrive “l’impegno primario di Casa Pound volto alla tutela delle fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazioni di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado delle strutture pubbliche per la riqualificazione e la promozione del progetto Mutuo Sociale”. C’è da rimanere allibiti di fronte al fatto che la stessa attività di rivendicazione, occupazione di immobili in disuso, segnalazione del degrado di strutture pubbliche, quando viene condotta da movimenti di sinistra venga criminalizzata e repressa senza alcuna remora.

Per dare una idea e fare i dovuti confronti, oggi La Stampa ci racconta che, secondo il Viminale, dal 2011 al 2016 contro i fascisti ci sono stati “10 arresti e 240 deferimenti all’autorità giudiziaria”.

Nello stesso periodo contro i militanti e attivisti della sinistra ci sono stati 852 arresti; 15.602 denunce; 385 fogli di via; 221 decreti di sorveglianza speciale; 139 obblighi di firma; 71 obblighi di dimora, in larghissima parte per reati legati a lotte sociali, sindacali, ambientali, antimilitariste cioè picchetti antisfratto, occupazioni di case, blocchi stradali, picchetti, sostegno a immigrati e rifugiati, manifestazioni No Tav, No Muos e contro la militarizzazione in Sardegna. Una bella differenza no?

In compenso i rarissimi casi di azioni di polizia o giudiziaria contro i fascisti, consentono a questi ultimi di poter ricorrere a quel “vittimismo aggressivo” che manifestano sistematicamente quando “le prendono” dagli antifascisti militanti..

Un dettaglio quest’ultimo emerso con la dovuta rilevanza, quando in alcuni quartieri popolari della periferia est di Roma, i fascisti sono stati affrontati e respinti con estrema e incoraggiante determinazione.

Del resto, la relazione annuale dei servizi segreti al Parlamento, non sottovaluta affatto questa acutizzazione dello scontro tra fascisti e antifascisti nel territorio, cioè sul versante “sociale” più che ideologico, soprattutto nelle periferie. Da almeno tre anni i servizi di intelligence segnalano che Sul piano previsionale, si ritiene, infine, che continueranno a verificarsi episodi di contrapposizione (provocazioni, aggressio­ni e danneggiamenti di sedi) con frange dell’estrema sinistra, per effetto sia della mobilitazione concorrenziale su tematiche sociali, da parte di entrambi gli schieramen­ti, sia delle visioni contrapposte in tema di immigrazione”

Torniamo così all’obiettivo mirato di questa operazione degli apparati dello Stato di sdoganamento politico e mediatico dei fascisti: consegnare la rappresentanza politica della rabbia, del degrado e del disagio sociale alla destra e in particolare a gruppi neofascisti come Casa Pound.

Si spiegano allora le ormai sempre più frequenti comparsate televisive dei fascisti, le “curiosità giornalistiche”, la partecipazione ai dibattiti nelle sedi neofascisti in nome del “confronto democratico” (vedi Mentana e Formigli), in sostanza la legittimazione e la costruzione politico/mediatica di una presenza dei fascisti nello scenario come espressione del “disagio sociale”, ritagliandogli esattamente – come dice l’informativa del Ministero degli Interni – “l’ampio spazio politico che Casa Pound è pronta ad occupare”. Una operazione studiata a tavolino, fin nei minimi dettagli e con le disponibilità finanziarie per realizzarla.

Una ragione di più per confermare l’antifascismo militante e permanente come una componente indissolubile dell’intervento politico, sociale e sindacale nei territori e nei luoghi di lavoro.

Federico Rucco

da Contropiano

Ascoli Piceno: Studente aggredito e picchiato dal Blocco Studentesco

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Aggressione fascista fuori da un istituto tecnico, il Mazzocchi. Un 20enne, esponente locale del Blocco Studentesco, costola giovanile dei “fascisti del Terzo millennio” di CasaPound, ha preso a calci e pugni un 17enne, studente dell’istituto e neoeletto rappresentante studentesco nel Consiglio d’Istituto.

La sua “colpa”? Essere stato eletto in una lista di sinistra ed esplicitamente antifascista, all’interno di un istituto, il Mazzocchi, dove da tempo i fascisti hanno messo piede ottenendo alle ultime elezioni studentesche ben il 26%.

Proprio il Blocco Studentesco ascolano, tramite la propria pagina Facebook, ha di fatto rivendicato l’aggressione definendola un… “colorito diverbio tra studenti”.

La violenza fascista non è purtroppo una novità ad Ascoli e in provincia, dove episodi simili si sono verificati altre volte negli anni scorsi. Il caso più eclatante fu quello di R.R., pugile professionista ed ex responsabile provinciale di Casa Pound, che nel 2014 si rese protagonista, nelle vie del centro storico di San Benedetto del Tronto, di due aggressioni nei confronti di varie persone, sei delle quali finirono al pronto soccorso con ferite rilevanti. Il picchiatore è finito a processo con l’accusa di lesioni con­ti­nuate gravi aggra­vate da futili motivi e mino­rata difesa delle vit­time e la sentenza è attesa per le prossime settimane

La corrispondenza di Davide Falcioni,giornalista di Fanpage.it che sta seguendo la vicenda ascolana. Ascolta o scarica.

da Radio Onda d’Urto

23 Novembre 1970: aggressione neofascista nei licei di Torino

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Il 23 novembre 1970 è il giorno in cui si tiene il processo per i dieci neofascisti colpevoli dell’aggressione; gli antifascisti non si aspettano nulla da questa giornata, sanno già che molto probabilmente i loro aggressori verranno assolti, come troppe volte è già accaduto.

I giovani missini invece, decidono di passare all’attacco. All’entrata di molte scuole torinesi tentano di distribuire un volantino contro le “continue aggressioni dei comunisti”, predicando di contro la correttezza della “violenza nazionale rivoluzionaria”.

Due ore dopo una carovana di cinque auto con a bordo diversi fascisti armati di spraghe, catene e caschi integrali si dirige verso i licei Segrè e Sesto scentifico, distanti poche centinaia di metri l’uno dall’altro.

Nel frattempo dal Segrè esce un nutrito gruppo di studenti (circa 200) che costringe i fascisti ad allontanarsi e si dirige verso via Figlie dei Militari, dove si stanno riunendo i collettivi del Sesto. La polizia però, vieta l’ingresso agli studenti, che decidono di attendere fuori dall’edificio l’uscita dei compagni.

Verso le 11,30 gli studenti dei due licei decidono di scendere in corteo alla ricerca dei missini, che si trovano non lontano in via Aporti. Immediatamente i 30 neofascisrti vengono circondati e si scatena la guerriglia; alcuni studenti vengono aggrediti a colpi di cinghie e catene, altri sono costretti a ripararsi all’interno delle abitazioni. Alcuni passanti, solidali con gli antifascisti, fermano Mauro Bari mentre tenta di accanirsi a colpi di catena su una studentessa di 15 anni, Antonella Romeo.

Il bilancio della giornata è di 7 studenti e 2 neofascisti arrestati. Nei giorni successivi seguiranno diverse iniziative di solidarietà con gli antifascisti: i licei Castellamonte, Regina Margherita, Quinto istituto commerciale e Plana entrano in sciopero, mentre al Cavour due studenti vengono sospesi per aver interrotto le lezioni in solidarietà con i denunciati.

22 novembre 1975: muore Piero Bruno

22 novembre 1975: muore Piero Bruno

Quando il corteo giunge all’altezza dell’Ambasciata dello Zaire una decina di manifestanti si stacca per andare a compiere un’azione contro tale sede, simbolo di uno dei paesi il cui regime ha preso parte attiva nell’attacco imperialista all’Angola.

Ma arrivato sul posto il gruppo trova ad attenderli un nutrito schieramento di polizia e carabinieri che al grido di “Eccoli!” comincia a sparare ad altezza uomo contro i manifestanti, che scappano coprendo la propria fuga con il lancio di alcune bottiglie molotov.

Vengono esplosi decine di proiettili: Piero Bruno, studente diciottenne e militante di Lotta Continua, crolla a terra colpito alla schiena, mentre altri due vengono presi di striscio alla testa ma riescono a proseguire la fuga fino a mettersi in salvo.

Un compagno si avvicina a Piero per cercare di trascinarlo via ma le forze dell’ordine continuano a sparare all’impazzata in una sorta di tiro al bersaglio contro chiunque tenti di raggiungere il corpo del giovane militante.

Uno degli agenti si avvicina al corpo ormai agonizzante di Piero Bruno e, puntandogli la pistola a pochi centimetri, urla: “Così ti ammazzo!”.

E così è: ancora una volta i fedeli esecutori della Legge Reale sparano per uccidere.

Una donna testimonierà: “La mia attenzione è stata immediatamente attratta da un giovane disteso per terra in Via Muratori, sul lato opposto alla mia abitazione a circa 5 o 6 metri dal piazzale antistante l’ambasciata; ho notato poliziotti o carabinieri, anzi credo più poliziotti disporsi alla fine di Via Muratori, evidentemente per isolare la zona. Ho quindi sentito che il ragazzo disteso per terra si lamentava e contemporaneamente ho visto un uomo in borghese sbucare attraverso i poliziotti che si è avvicinato di corsa al ragazzo disteso per terra urlando, presso a poco “ Ti pare questo il modo di ammazzare un collega” e quindi, “ Cane, bastardo, carogna ”, ho quindi visto che l’uomo ha puntato la pistola verso il ragazzo disteso per terra, urlando “Ti ammazzo” ed ho sentito il clic del grilletto. Il ragazzo ha gridato “No ” ed ha fatto il gesto di coprirsi il volto con le mani. Quindi l’uomo, chinandosi sul ragazzo gli ha detto “ ma io ti ammazzerei veramente ” e lo ha scosso.”

Piero Bruno muore il giorno successivo mentre è ancora piantonato in ospedale.

I suoi assassini verranno identificati nel tenente dei carabinieri Bosio, nel suo collega Colantuomo e nell’agente in borghese Tammaro che, come per i molti altri casi di omicidi eseguiti con freddezza all’ombra della Legge Reale, verranno tutti assolti con abili giri di parole ed insabbiamenti delle prove.

21 novembre 1920: la strage di Palazzo d’Accursio

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Ed è così che il giorno dell’insediamenti viene stabilito per il  21 novembre.  La sera precedente in giro per la città compaiono dei manifestini fascisti che annunciano battaglia per il giorno successivo  e che consigliano a donne e bambini di tenersi lontani dalle vie del centro.

Il giorno dell’insediamento arriva con i peggiori auspici: dopo la pacifica cerimonia all’interno del comune, il sindaco neoeletto, Ennio Gnudi, si affaccia al balcone di Palazzo d’Accursio, con un seguito di bandiere rosse:  immediatamente nella loro direzione vengono sparate le prime revolverate.

La situazione precipita immediatamente: chiunque abbia un’arma, comprese le Guardie Regie, comincia a sparare, vengono lanciate bombe a mano, la folla in preda al panico corre da tutte le parti. Alcune persone riescono a rifugiarsi nel cortile del comune, e proprio qui verranno freddate dalle raffiche fasciste.

All’interno della sala Rossa, dove stava volgendo al termine la cerimonia, immediatamente le Guardie Rosse si dirigono verso i consiglieri di minoranza, che di fatto avevano, fino a pochi giorni prima, incitato e fomentato la reazione fascista e, al grido di “Siete voi che ammazzate il popolo in piazza; vi faremo fare la stessa fine!”, uccidono il consigliere Giulio Giordani, che sarà considerato il primo martire fascista, e ne feriscono alcuni altri.

Il bilancio della giornata è tragico: 11 sono i morti e 58 i feriti, a parte pochissimi consiglieri di minoranza tutti socialisti proletari che erano in piazza per l’insediamento della nuova giunta comunale.

La nuova giunta comunale venne immediatamente commissariata, ancor prima del suo insediamento.

Come si può prevedere, le inchieste e la repressione ci saranno, solo nei confronti  di un consigliere comunale socialista, che verrà condannato a più di tredici anni per l’uccisione di Giulio Giordani, mentre la strage di civili inermi  che si consumò per mano fascista all’esterno di Palazzo d’Accursio rimarrà impunita.

20 novembre 1974: Bombe neo-fasciste a Savona

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Cinque chilogrammi di dinamite esplosero nella scala interna che portava al cortile di un palazzo al numero 22 di via Giacchero, nel centro cittadino. La bomba provocò la distuzione di quattro appartamenti e il ferimento di 14 persone, una delle quali morì appunto il giorno successivo.

Fu il più grave tra gli attentati neo-fascisti che dal marzo di quell’anno alla primavera dell’anno successivo si verificarono a Savona e nella provincia.

La prima risposta alle bombe neo-fasciste fu uno sciopero indetto dai sindacati confederali. Più di trentamila persone scesero per le vie della città; le industrie, il porto, il commercio, le scuole e i trasporti si fermano. Durante il corteo, un operaio attaccò al portone di via Giacchero un cartello: “Vili e neri sono i bombardieri”, dal momento che anche prima delle rivendicazioni era chiara a tutti la matrice neo-fascista delle bombe.

In seguito ai primi attentati, il movimento popolare, in una città storicamente e culturalmente fortemente anti-fascista, organizzò una vigilanza popolare con l’obiettivo di controllare i punti più sensibili della città. Attraverso le reti già presenti, come i sindacati, l’Anpi, i partiti, ma anche e soprattutto con la creazione di comitati e assemblee nei quartieri, nelle scuole e nelle fabbriche la popolazione cercò di autorganizzare turni di guardia e orari di vigilanza.

Particolarmente presente ed organizzato fu il consiglio di fabbrica all’interno dell’Italsider, la più grande fabbrica del savonese. Significativa fu poi l’esperienza del Porto, contraddistinta da una forte organizzazione gerarchica che non lasciava spazio alle forze dell’ordine. I consigli di quartiere, già presenti in altre città, furono particolarmente vissuti e partecipati.

Poco tempo dopo fu creato il Comitato Unitario Antifascista, che se da un lato doveva coordinare la vigilanza, dall’altro finì per permettere a partiti e sindacati l’inquadramento delle forme più spontanee e popolari.

L’autorganizzazione popolare della vigilanza fu la risposta all’operato delle forze dell’ordine. Nonostante le rivendicazioni da parte di Ordine Nuovo e altre organizzazioni neo-fasciste, le indagini non arrivarono a nessun risultato, dopo aver seguito le piste più diverse (piste rosse, piste estere…).