dalla padella alla brace SCUOLAVORO prigioni da cui evadere!

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A “cambiare la scuola” ci pensano i padroni secondo le esigenze dettate dal mercato del lavoro.
Il passaggio dalla scuola-mercato delle loro idee al lavoro-mercato delle nostre braccia e menti può essere “migliorato” solo da chi ne trae profitto e sfruttamento.
A noi spetta combatterli entrambi,
nella prospettiva di un loro superamento.

DALLA PADELLA ALLA BRACE
SCUOLAVORO
PRIGIONI DA CUI EVADERE!

I processi di adeguamento e funzionalizzazione al movimento reale sono una costante di ogni fase storico-politica, e di tutte le sovrastrutture politiche, sociali, religiose ed ideologiche cosi’ come lo sono squilibri, ritardi e contraddizioni in questi adeguamenti.

Oggi, di fronte alla aumentata competitività globale, alla crisi ed alla ripresa, si accelera questo processo costante, riscrivendo l’intera architettura statuale, sociale e dell’”istruzione”.
Con una novità: la fusione tra la funzione ideologica classica della scuola (educazione al comando ed al consenso) con le filiere della formazione e “avviamento” allo sfruttamento senza diritti, precario, gratuito o poco pagato.

Con l’alternanza scuola-lavoro (idea importata dal “sistema duale” tedesco) si anticipa l’educazione a lavorare tanto, faticosamente, al comando totale e dispotico senza difese e gratuitamente (400 ore per gli istituti professionali, 200 per i licei in tre anni!), in competizione con ritmi e condizioni della forza lavoro migrante, piegando le finalità educative del sistema dell’istruzione e di formazione professionale alle esigenze delle imprese.

In sostanza, dal 2015, la “buona scuola” Renziana ha reso questa alternanza obbligatoria per tutti.
Come noto, si tratta di un’innovazione introdotta nel 2015 dalla legge conosciuta come “La Buona Scuola” che dall’anno scolastico appena iniziato coinvolge tutti gli studenti dell’ultimo triennio delle superiori.

Si tratta di sistema adottato in Germania nelle scuole tecniche con il modello duale, ma introdotto anche a Bolzano e a Trento ormai da molti anni e già sperimentato in altre regioni.

Quel che spicca di questo sistema è il fatto di essere decisamente mirato a far assaporare allo studente il “mondo del lavoro” di per sé (etica del lavoro, struttura delle aziende, rapporti con colleghi e superiori, ecc.) più che insegnare un singolo mestiere del quale si possa campare, modellando il percorso di apprendimento sulla base delle esigenze aziendali.

Il nuovo ciclo duale dell’alternanza scuola-lavoro all’italiana risponde ad una serie di obiettivi e ristrutturazioni sistemiche:
a) “riposizionamento strategico” della politica industriale, per competere sul mercato globale orientandosi verso un segmento tecnologico medio-alto ad alta produttività, che esalti un “made in Italy” dalla qualità totale;
b)maggiore rapporto tra scuola università ed impresa, mediante la valorizzazione del principio dell’”autonomia responsabile”, finalizzata all’elaborazione di un’offerta formativa più mirata e proattiva;
c) l’uso-coinvolgimento della famiglia nel controllo-orientamento permanente allo studio e al lavoro ;
d) obbligo di praticare stage e tirocini non pagati nell’ambito di tutti i percorsi scolastici e universitari e ruolo più attivo delle università nell’attività di “matching” (accoppiamento-rapporto-interdipendenza) tra domanda e offerta di lavoro;
f) sviluppo delle potenzialità e generalizzazione del nuovo apprendistato, rendendolo più “dialogante” con la domanda delle imprese;

Questo nuovo scenario “total prison” (dalla famiglia che ti avvia alla scuola che ti avvia al lavoro che ti “permette” una nuova famiglia…..) rappresenta la nuova frontiera della futura “società 4.0”, dove i robot divengono umanoidi e gli umani robot.
In questo senso è inadeguato ogni movimento separato, parziale, di categoria (studenti-lavoratori-donne etc) che tende a difendersi settorialmente da attacchi e riforme interconnesse e parte di un progetto sistemico.

Non si tratta di stralciare l’alternanza scuola-lavoro dalla “buona scuola”, ma di riconoscere nella scuola (e nella famiglia) il corridoio che ci porta e ci educa, sempre più anticipatamente, al lavoro salariato, allo sfruttamento.

Non si tratta di “cambiare la scuola”, che come lo stato, si “abbatte e non si cambia”, ma di lottare per una società funzionale dove istruzione, cultura e libera attività siano fuse ed al servizio della comunità.

Pino ferroviere

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Cagliari, il 21 Ottobre corteo antifascista per chiudere Casapound

Casapound vuole aprire una sede a Cagliari il 21 Ottobre. Il Coordinamento Antifascista Cagliaritano ha lanciato per quella giornata un corteo in città per impedire l’apertura della sede dei neofascisti.
Diffondiamo e riproponiamo l’appello alla mobilitazione antifascista “Chiudere Casapound”.

Cagliari, il 21 Ottobre corteo antifascista per chiudere Casapound

RIPRENDIAMOCI LE STRADE, CHIUDIAMO CASA POUND!

Il 21 ottobre aprirà ufficialmente a Cagliari la sede di Casapound Italia, un partito travestito da associazione di promozione sociale, già presente in varie parti della penisola e in Sardegna.
Ogni avamposto di Casapound è diventato una zona franca per i militanti di estrema destra, che hanno potuto – nella quasi totale impunità – aggredire, minacciare, umiliare migranti, omosessuali o chiunque abbia mostrato la propria avversità alle idee dei neofascisti. Casapound fomenta l’odio razziale, la discriminazione di genere e la guerra tra poveri. Sono i mandanti ideologici degli assassini dei migranti compiuti a Fermo e Firenze.

I fascisti di Casapound si travestono da volontari, vanno a caccia di consensi organizzando campagne sociali. Hanno svecchiato l’immagine decrepita del nostalgico in giacca e cravatta con tatuaggi, ceralacca, musica punk e hip hop. Appaiono nelle piazze, fuori dai mercati e nei centri cittadini per continuare il loro proselitismo fatto di odio e di ricette antiche come il mondo.

ODIA IL DIVERSO per risolvere i tuoi problemi. Il ritornello suona sempre uguale: lo strapotere delle banche, la povertà dilagante, la prepotenza dei politici sono causate da chi sta in fondo alla scala sociale.
ODIA IL TUO PROSSIMO PER VIVERE MEGLIO. Casapound cerca di indirizzare la rabbia di chi non ha mai ricevuto niente dalle istituzioni verso i falsi nemici del più povero e dell’immigrato. CASAPOUND FOMENTA LA GUERRA TRA POVERI ma loro non sono mai stati poveri. Hanno spazi assegnati dal valore di milioni di euro, hanno contatti e traffici con mafia e dirigenti politici, gestiscono imprese, locali, bar, marche di abbigliamento e riviste. Hanno il piede in più staffe: nelle istituzioni e contro le istituzioni. Chiamano la forza pubblica per farsi difendere dalle contestazioni. Invocano legalità e sicurezza mentre compiono aggressioni solo se in superiorità numerica.
COME ANTIFASCISTI, ANTIRAZZISTI, COME DONNE E UOMINI CHE RIFIUTANO LA DISCRIMINAZIONE DI GENERE E L’OMO-LESBO-TRANSFOBIA, VOGLIAMO LOTTARE PERCHE’ LA SEDE DI CASAPOUND CAGLIARI NON APRA.
NON E’ UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA E DI LIBERO PENSIERO. L’inutilità delle prese di posizione a parole di istituzioni e partiti sedicenti antifascisti è stata il via libera ai tirapugni e ai coltelli dei neofascisti. Creiamo invece un’ aria irrespirabile per questi personaggi, ognuno con le proprie modalità e sensibilità.

Durante gli incontri organizzati nell’isola, Casapound si è resa responsabile di raid punitivi prima contro il Centro sociale Pangea di Porto Torres, poi il collettivo s’Idea Libera di Sassari. Non sono mancate le aggressioni neanche a Cagliari: durante la primavera nel quartiere di Villanova, l’ultima venerdì scorso in piazza Ingrao. La causa è stata il rifiuto di un loro volantino o una parola mal digerita dai militanti neofascisti.
Questi episodi sono vergognosi e da condannare, non ci aspettiamo che lo facciano le forze dell’ordine né i politici seduti in regione o in comune.

L’ANTIFASCISMO NON SI DELEGA. Chiediamo con urgenza la mobilitazione di tutte e tutti i sardi, compagni e compagne della penisola per evitare l’apertura di CASAPOUND CAGLIARI.
Il 21 ottobre in pompa magna i fascisti apriranno la sede con la presenza dei loro leader, ROVINAMOGLI LA FESTA.
VOGLIAMO ESSERE LIBERI E LIBERE DI VIVERE LE STRADE SENZA PAURA, VOGLIAMO CAGLIARI LIBERA DAL FASCISMO E DALLE AGGRESSIONI FASCISTE.

IL 21 OTTOBRE CORTEO ANTIFASCISTA!

 

19 settembre 1943: l’eccidio di Boves

Negli anni Quaranta Boves è una cittadina pre montana, in provincia di Cuneo, di circa diecimila abitanti, dediti per lo più ad un allevamento e all’agricoltura di sostentamento, che spesso sono costretti ad emigrare, anche solo stagionalmente. Le guerre, lunghe e faticose, che si sono susseguite, hanno mietuto numerose vittime: trecento sono i morti tra coloro che hanno combattuto la prima guerra mondiale, ma altre centinaia di persone sono morte di fame e di stenti.

Per questo motivo, già il 16 settembre, un proclama delle nazista firmato dal maggiore delle Waffen SS Joachim Peiper, comunica alla popolazione che i fuoriusciti dall’esercito italiano che sono saliti in montagna verranno liquidati come banditi, e che chiunque dia loro aiuto o asilo sarà ugualmente perseguito. Lo stesso giorno Peiper si reca a Boves, fa riunire in piazza tutti gli uomini e minaccia di bruciare il paese se tutti i soldati datisi alla macchia non si presenteranno.

La mattina di domenica 19 settembre una Fiat 1100 arriva in Piazza Italia: i due occupanti sono militari tedeschi. Un gruppo di fuoriusciti dall’esercito italiano, rifugiatisi per combattere in località San Giacomo, in Val Colla, è appena arrivato in paese per fare rifornimento di cibo: scorta la vettura dei tedeschi, li raggiungono, li disarmano e li catturano senza che questi oppongano resistenza, e li trasportano in Val Colla, dove i due vengono interrogati in merito alla propria presenza nel paese.
Alle 11.45, nemmeno un’ora dopo la cattura, due grandi automezzi tedeschi, carichi di militari, arrivano in Piazza Italia: due SS con bombe a mano distruggono il centralino del telefono sito nei pressi del municipio, quindi i due automezzi ripartono a tutta velocità verso il torrente Colla. Giunti nei pressi del borgo di Tetti Sergent i tedeschi abbandonano i mezzi e proseguono a piedi: sono circa le 12 quando inizia la battaglia con le formazioni partigiane lì stanziate. Il contrattacco della formazione di Ignazio Vian ha successo, e in meno di un quarto d’ora le truppe tedesche sono costrette a indietreggiare. Durante lo scontro restano a terra due persone, il partigiano genovese Domenico Burlando, e un militare tedesco, il cui corpo viene abbandonato nel bosco dai suoi.
Alle 13 le SS coinvolte nello scontro a fuoco tornano a Boves, e circa alla stessa ora giunge in Piazza il grosso del plotone tedesco di Cuneo, comandato dal generale Peiper, che incarica il parroco di Boves, Don Bernandi, e l’industriale Antonio Vassallo di andare a trattare con i partigiani per la riconsegna dei due prigionieri, della Fiat 1100 e della salma del caduto; Peiper assicura che in caso di successo della trattativa Boves sarà risparmiata, ma si rifiuta di mettere per iscritto il proprio impegno, asserendo che “la parola d’onore di un ufficiale tedesco vale gli scritti di tutti gli italiani”.
Gli ambasciatori giungono tra i partigiani tra le 14 e le 15 e parlano con il comandante Vian e un’altra decina di persone, che dopo alcune discussione decidono di riconsegnare i prigionieri, con tutto il loro equipaggiamento, l’auto, e la salma del caduto tedesco. I prigionieri, bendati, vengono fatti salire in auto con gli ambasciatori e riportati in centro a Boves.

Nonostante la riconsegna il maggiore Peiper dà ordine di iniziare la rappresaglia: piccoli gruppi di SS sfondano le porte delle case, sparano e uccidono i cittadini che sono rimasti a Bovese, per la maggior parte anziani, malati e infermi, e appiccano il fuoco a tutto ciò che trovano sulla loro strada.

Il bilancio dell’eccidio di Boves, il primo in Italia, è pesantissimo: 350 le abitazioni incendiate, 24 le persone uccise, tra i quali anche i due ambasciatori don Bernardi e Antonio Vassallo.

I famigliari delle vittime e l’intera cittadina di Boves non avranno mai giustizia: nonostante i numerosi tentativi di denuncia, la magistratura tedesca non prenderà mai in considerazione le richieste della città cuneese. Il generale Peiper, arrestato alla fine della guerra, verrà inizialmente condannato all’impiccagione per il massacro di Malmedy, in Francia, in cui morirono 129 persone, ma la pena verrà commutata in carcere a vita e sarà scarcerato sulla parola nel 1956; trasferitosi con uno psuedonimo a Traves, in Francia, verrà infine raggiunto dalla giustizia partigiana il 13 luglio 1971, durante l’incendio della sua casa, colpita da bombe moltov.

Aggressione fascista a Lanciano

Pubblichiamo un comunicato di Zona Ventidue e Laboratorio Sociale Largo Tappia relativo ad una vile aggressione fascista avvenuta a Lanciano alcuni giorni fa, commessa da noti esponenti della sezione locale di Casapound. La nostra solidarietà ad Alessandro ed a tutti coloro che non abbassano mai la testa di fronte allo squadrismo fascista.

A volte ritornano. Quei “bravi ragazzi” di Casapound.

Come la malerba che non muore mai e torna ad infestare le strade. Come un germe, un virus che pensi di aver curato, ma che poi torna a costringerti a letto. Così, dopo mesi di silenzio, anonimato e dimenticatoio, Casapound Lanciano torna a farsi sentire nella maniera in cui ci aveva abituato, la peggiore: con la violenza e la prevaricazione.

Alessandro lo conosciamo bene. E’ uno di quei ragazzi che decide disinteressatamente di impegnarsi per gli altri. L’abbiamo visto al nostro fianco nella battaglia contro Ombrina, nei cortei studenteschi, nelle battaglie per i diritti civili e per la parità di genere, l’abbiamo visto alle nostre feste, ai nostri eventi, e nelle quotidiane piccole lotte di ognuno di noi. E’ uno di quelli che decidono di prendersi una responsabilità anche quando potrebbero guardare dall’altro lato.

Qualche giorno fa Alessandro è stato aggredito. Ha riportato un trauma cranico, una prognosi di dieci giorni, oltre che svariate lesioni ed ecchimosi al volto. L’hanno picchiato in cinque, senza dargli neanche il tempo di reagire, colpendolo alle spalle e accanendosi sulla sua faccia e sulla sua testa con calci, pugni e sputi. Da vili e da codardi. Quando gli amici di Alessandro sono riusciti a fermarli, lo hanno lasciato a terra, con la faccia sporca di sangue e il fiato spezzato. E’ successo alla Stazione Vecchia, in quel momento piena di persone, di ragazzi e ragazze, che magari hanno visto, e che di sicuro avrebbero potuto fare qualcosa. In sottofondo c’erano gli spari della nottata di Lanciano. Forse coprivano il rumore delle grida e delle botte, fatto sta che Lanciano era con lo sguardo all’in sù e oltre ai due amici, accorti quasi per caso, Alessandro se l’è dovuta vedere da solo contro cinque. “Antifascista di merda” è l’ultima cosa che si è sentito dire.

Quelli che l’hanno picchiato sono esponenti di Casapound Lanciano, quelli che si sono candidati alle elezioni comunali nella coalizione democristiana di Tonia Paolucci, quelli che solo nell’ultimo anno: hanno picchiato un minorenne ad una festa d’istituto, hanno minacciato e circondato in venti la casa dove un nostro compagno di Zona Ventidue abitava con la compagna; quelli la cui reputazione si basa sulla violenza, sul timore che ne consegue, e sull’omertà che li nasconde. Alessandro però li ha riconosciuti, e alla fine ha deciso di denunciarli.

Pubblichiamo questa storia per due motivi:

il primo è che ci siamo stancati ogni volta di dover ricordare alla comunità, ma soprattutto agli amministratori, che razza di pericolo rappresenti Casapound. Li abbiamo smascherati quando fingevano di essersi rabboniti, abbiamo dimostrato quanto la loro idea politica fosse nociva oltre che idiota, abbiamo cercato di informarvi, spiegando che hanno gli stessi comportamenti squadristi in ogni contesto, in ogni Città, e che quelle che vediamo a Lanciano sono pratiche che si ripetono sistematicamente ovunque ci sia una sede di Casapound; l’abbiamo fatto facendo cultura, con il mese della Resistenza, con la rimozione dei fasci littori dal Teatro e con tanti altri eventi; l’abbiamo fatto facendo politica, portando avanti un’idea antifascista, antirazzista ed antisessista di società, e arrivando a proporre all’amministrazione una delibera in cui si vietasse l’occupazione di spazi pubblici alle organizzazione neofasciste a Lanciano. Torniamo a rinnovare questo invito all’amministrazione, affinche alle chiacchiere seguano i fatti.
Speriamo che questa sia la volta buona per essere ascoltati.

Il secondo motivo è che troppe volte violenze come questa sono rimaste nascoste e impunite. Troppe storie abbiamo sentito senza poter reagire perchè chi era vittima aveva paura di diventarlo di nuovo. Troppe volte non abbiamo agito perchè ci hanno chiesto, per timore, di non farlo.
La scelta di Alessandro è una scelta coraggiosa che speriamo possa essere di esempio e di avvertimento per altri ragazzi e ragazze che hanno subito o stanno subendo ma hanno paura di reagire. Perchè il prossimo a doversi difendere da solo contro cinque, sappia che alle spalle ha una comunità forte e coesa che non ha paura di rispondere. Perchè alla fine, non ci siano più violenze e violenti.

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Zona Ventidue

Laboratorio Sociale Largo Tappia Lanciano

da GlobalProject

8 settembre 1974: la polizia uccide Fabrizio Ceruso

È il 5 settembre del 1974 quando per Roma e dintorni inizia a girare una notizia tanto allarmante quanto inaspettata: stanno sgomberando a San Basilio!
Chi, rispondendo all’appello, si precipita nel quartiere trova uno scenario da guerra civile. Come vere truppe d’occupazione, le forze dell’ordine hanno invaso la storica borgata romana ma, dopo aver allontanato una prima volta gli occupanti dalle proprie case, non possono impedire una nuova occupazione degli appartamenti la sera stessa.
Il Comitato di Lotta per la Casa, insieme a un fronte sempre più ampio di sodali, rinforza la difesa, ma il 6 la storia si ripete:

La polizia arriva la mattina in forze per effettuare lo sgombero in via Montecarotto, ma trova una resistenza organizzata all’innesto della via Tiburtina con via del Casale di San Basilio, dove nella notte era stata alzata una barricata. Iniziano gli scontri con lanci di lacrimogeni e ripetute cariche a cui i manifestanti rispondono con un fitto lancio di molotov e sassi. La polizia comunque riesce a transitare da via Nomentana, circonda le case e inizia un fitto lancio di lacrimogeni sparati anche sui balconi e si fa largo a colpi di manganello: una bambina di 12 anni rimane ferita. In alcuni appartamenti si verificano focolai di incendio (Massimo Sestili, “Sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974”, in “Historia Magistra” n.1, 2009).

Le case sgomberate, in ogni caso, vengono nuovamente occupate nella stessa giornata. E proprio grazie alla determinazione di chi resiste, il 7, sabato, si respira aria di tregua, con gli avvocati di Movimento che riescono anche a recarsi in Prefettura per cercare di far ritirare l’ordinanza di sgombero. Potrebbe sembrare tutto finito, eppure è proprio la domenica il giorno atteso dalla polizia per sferrare l’attacco più feroce. Alle otto riprendono le operazioni di sgombero, ma non trova persone disponibili ad abbandonare ciò che hanno conquistato senza lottare. Intorno alle 17, addirittura, una donna di 24 anni imbraccia un fucile da caccia e, dalla finestra di casa, spara contro i poliziotti, ferendo un vicequestore. Alle 18, l’assemblea popolare riunita per cercare di capire il da farsi viene attaccata con i lacrimogeni: la reazione della folla è compatta e la celere, lanciata alla carica, perde la testa insieme alle sue posizioni.
È la guerra: il popolo da una parte, le forze dell’ordine dall’altra. Il quartiere è isolato, i pali della luce divelti, qualunque cosa utile a essere lanciata viene utilizzata allo scopo e i mezzi di trasporto, parcheggiati per provvedere alla deportazione degli sgombrati, vengono dati alle fiamme.
Le armi da fuoco, è vero, non sono soltanto appannaggio della polizia. Ma su questo versante, ovviamente, gli occupanti non possono competere con chi indossa la divisa. Si supplisce con il cuore e con la solidarietà. Le barricate chiamano e Roma risponde. La polizia, però, continua a sparare. Proiettili come se piovesse in via Fiuminata dove, a essere colpito al petto da una pallottola calibro 7,65, è un ragazzo con il casco rosso.

Quel ragazzo ha appena diciannove anni. Vive a Tivoli, dove milita nel Comitato proletario, un organismo di Autonomia Operaia. Suo padre fa il netturbino, la mamma è casalinga. Lui, dopo gli studi alla scuola alberghiera, aveva lavorato in diversi bar e ristoranti prima di provare a trasferirsi in Francia. Tornato in Italia, ci sarebbe stata una buona notizia ad aspettare la sua famiglia. Dopo una lunga attesa, finalmente era arrivata l’assegnazione di una casa popolare a Villa Adriana. Quell’8 settembre, prima di correre a San Basilio per difendere le case occupate, aveva aiutato con il trasloco… alle 19 e 15 circa si ritrova su un taxi, impegnato in una corsa disperato verso il Policlinico. Quando il mezzo arriva a destinazione è troppo tardi. Il ragazzo con il casco rosso è morto: si chiamava Fabrizio Ceruso; «per loro non eri nessuno», dice A Fabrizio Ceruso, una delle canzoni anonimamente dedicate al ragazzo di Tivoli:

Soltanto 19 anni per loro non eri nessuno / soltanto 19 anni e per loro non eri che uno / uno come tanti, un cameriere, un garzone d’officina / un operaio, un disoccupato un emigrante…

Nemmeno la data dell’omicidio di Fabrizio sembra frutto del «caso». L’8 settembre del 1943, con l’esercito italiano allo sbando, era stata la milizia popolare a tentare la resistenza contro i nazisti. A Tiburtino III, non lontano da San Basilio, la memoria del cadavere della popolana Caterina Martinelli, ammazzata dalle SS mentre con altre donne del quartiere assaltava un forno nel vano tentativo di conquistarsi il pane con cui sfamare la famiglia, riallaccia il legame con gli ideali di una Resistenza che, trasformata in lotta per la casa, significa davvero giustizia e libertà. E se Caterina Martinelli era diventata la martire della lotta contro la fame, dopo l’8 settembre del 1974 Fabrizio vive in ogni casa che viene occupata.

*

Accettare, come effettivamente è avvenuto nelle aule dei tribunali, che la morte di Fabrizio Ceruso resti archiviata con un non luogo a procedere «essendo ignoti gli autori del reato» non significa solo trascurare le numerose testimonianze che individuano in un poliziotto che si inginocchia ed esplode quattro colpi l’autore del gesto. Significa, in una situazione di estrema gravità, provare a dimenticare la situazione repressiva vissuta dall’Italia nel corso del 1974: l’anno della strage di Brescia (28 maggio; 8 morti e 102 feriti) e del treno Italicus (4 agosto; 12 morti e 45 feriti); ma anche l’anno in cui la rivolta scoppiata nel carcere di Alessandria (9 maggio; 5 morti tra detenuti e ostaggi) viene soffocata nel sangue dall’assalto deciso e diretto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Il tentativo di sgombero di San Basilio, in un simile clima, è un altro capitolo della strategia della tensione e, inaugurando la futura «linea della fermezza» adottata nella repressione dei fenomeni d’insorgenza sociale, segna la scelta di attaccare deliberatamente un movimento in crescita come quello della lotta per la casa nel tentativo di stroncarlo, impedendo all’autorganizzazione di diffondersi, alle famiglie coinvolte di predisporre una resistenza efficace e alle occupazioni abitative di moltiplicarsi. Analizzato in questi termini, il tentativo fallisce. Al contrario, a San Basilio fu proprio nel momento in cui il quartiere apprese dell’assassinio di Ceruso che la lotta si trasformò in una battaglia autenticamente popolare, senza distinzione alcuna tra occupanti e assegnatari. E, come recita Rivolta di classe, un’altra canzone popolare dedicata alla battaglia di San Basilio, «la casa si prende, la casa si difende» continuerà a essere lo slogan di qualunque episodio di riappropriazione:

La casa compagni si prende / l’abbiam gridato tante volte / e dopo la si difende / da padroni e polizia…

Le case, dunque, saranno occupate ancora, i diritti rivendicati, le conquiste sociali difese: «Sarebbe sbagliato», si scrisse allora, «“mitizzare” lo scontro di S. Basilio in quanto ancora episodio (anche se tra i più belli e i più profondamente radicati nella coscienza di classe) e non già acquisizione permanente di quel comportamento da parte del movimento per la casa».
Un’affermazione, proveniente dall’area dell’Autonomia Operaia, con cui si sottolineava come, partendo dall’abitare, fosse inevitabile arrivare allo scontro con strutture di potere disposte a tutto pur di non cedere un centimetro del proprio interesse alla classe contrapposta. E in effetti, ad appena un giorno di distanza dalla morte di Ceruso e dopo che, inferocita per l’omicidio del ragazzo di Tivoli, tutta San Basilio si era scagliata contro la polizia ingaggiando una guerriglia lotto per lotto, la Regione Lazio si decideva a riconoscere il diritto alla casa popolare a chiunque, vantando i necessari requisiti, avesse occupato un alloggio prima dell’8 settembre del 1974.
Per molti palazzinari simili provvedimenti rappresentavano – e rappresentano – un danno concreto. Il rischio di una perdita economica nel nome della quale si potrebbe tranquillamente tornare ad ammazzare ancora.

(Tratto da “La Scintilla. Dalla Valle alla Metropoli, una storia della lotta per la casa”)

BIBLIOGRAFIA:

Cristiano Armati, Cuori rossi, Newton Compton, Roma, 2006.
Massimo Carlotto, San Basilio, in In ordine pubblico, a cura di Paola Staccioli, Fahrenheit 451, Roma 2005
Raimondo Catanzaro – Luigi Manconi, Storie di lotta armata, Il Mulino, Bologna 1985.
Gian-Giacomo Fusco, Ai margini di Roma capitale. Lo sviluppo storico delle periferie: San Basilio come caso di studio, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2013.
Ubaldo Gervasoni, San Basilio: nascita, lotte e declino di una borgata romana, Edizioni delle Autonomie, Roma, 1986.
Sandro Padula, San Basilio, 8 settembre 1974: Fabrizio Ceruso e la lotta per il diritto alla casa, in «Baruda.net», 8 settembre 2014.
Massimo Sestili, Sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974, in «Historia Magistra», n.1, 2009.
Pierluigi Zavaroni, Caduti e memoria nella lotta politica. Le morti violente della stagione dei movimenti, Carocci, Roma, 2010.
A cura di «Progetto San Basilio – Storie de Roma» è in corso di preparazione un film documentario sui fatti del settembre 1974 intitolato La battaglia – San Basilio 1974

da http://www.armati.info/8-settembre-1974-fabrizio-ceruso-e-la-battaglia-di-san-basilio

Venerdì 8/9:

h.9 Un fiore per Fabrizio alla lapide di via Fiuminata

h.11:30 Un fiore per Fabrizio alla lapide di piazza Santa Croce (Tivoli)

h. 17 Corteo cittadino sulla Tiburtina – Partenza da stazione metro Rebibbia

Sabato 9/9

Largo Arquata del Tronto (San Basilio)

dalle 17 Sport popolare

dalle 19 Assemblea pubblica sul diritto all’abitare a Roma

dalle 20 cena popolare

dalle 21:30 concerto con:

Skasso (Fusion Ska)

Ardecore (Folk – Alternative Rock)

www.progettosanbasilio.org

progettosanbasilio@inventati.org

Fb: San Basilio, storie de Roma

Durante le giornate saranno disponibili le copie fisiche del docu-film autoprodotto “San Basilio, storie de Roma”

Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=vikXxZQD94Y

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L’8 Settembre di quest’anno ricorrerà il 43° anniversario della morte di Fabrizio Ceruso, 19enne di Tivoli ucciso nel 1974 a San Basilio durante lo sgombero di alcune palazzine occupate nel quartiere.

Lo sfruttamento dei territori e dei quartieri segue un filo che da allora arriva ad oggi, dove in nome dei profitti di pochi si continuano a sfruttare coloro che combattono quotidianamente per la sopravvivenza. Il quadrante della Tiburtina, in particolare, negli ultimi tempi è stato notevolmente attenzionato sia dalle amministrazioni che dalle compagini di estrema destra. Attacco ai quartieri ed alle case popolari, migranti, chiusura degli spazi di socialità e cultura slegati dal consumo, decine di casinò e sale slot, magazzini della logistica, numerosi stabili industriali abbandonati costituiscono un’ amalgama esplosiva che ha determinato il costante incremento di attenzioni da parte di tutte le forze politiche e delle istituzioni. Problemi che continuano ad essere affrontati unicamente come questioni di ordine pubblico, perpetrando uno stato d’emergenza funzionale unicamente alla speculazione economica e politica. Soffiare sul fuoco della guerra tra poveri è ormai il meccanismo abituale per sviare l’attenzione dai veri responsabili del disagio quotidiano nelle periferie e offrire sponda alle organizzazioni neofasciste nei quartieri popolari. La nuova giunta pentastellata, lungi dal porsi in discontinuità con le amministrazioni precedenti, si sta dimostrando sorda verso le istanze che provengono dal basso, in linea con le politiche securitarie del governo nazionale, e propensa a strizzare l’occhio alle compagini neofasciste, come più volte dimostrato nel quadrante tiburtino come in tutta la città.

Un contesto in cui diventa fondamentale un intervento quotidiano nei quartieri che abbia l’umiltà di saper ascoltare e la capacità di poter agire. In questo senso, senza dubbio il lavoro di memoria storica che abbiamo sviluppato nel corso di questi anni, culminato con la produzione del documentario sulla storia di San Basilio e la battaglia del 1974, ci ha fornito delle utili chiavi di lettura del presente e delle sue contraddizioni. Riattualizzare dunque la memoria di Ceruso, ed in generale di tutti i compagni e le compagne scomparsi, non come liturgia, bensì come interpretazione del presente e megafono delle istanze sociali del territorio.

Come 43 anni fa, ancora oggi molte persone decidono di alzare la testa e di riprendersi ciò che viene sottratto in nome della rendita, della speculazione e dei profitti. Il territorio tiburtino, negli ultimi anni, di fronte a una costante crescita di attacchi da parte di amministrazioni e neofascisti, ha più volte dimostrato la volontà di non abbassare la testa. Quest’anno vorremmo continuare nella stessa direzione tracciata nella scorsa mobilitazione, continuando ad allargare la partecipazione e a fissare le date di settembre come un appuntamento in cui coinvolgere tutta la città. Le giornate in memoria di Fabrizio saranno la prima occasione in cui scendere in piazza dopo un’estate rovente, in cui il Governo, la giunta comunale e la questura hanno dimostrato, con gli sgomberi di Cinecittà e Piazza Indipendenza, quale sia l’unico piano politico per il futuro delle istanze sociali: l’uso della forza . La sfida della due giorni sarà costituire un primo momento in cui uscire dall’angolo dove i gruppi di potere della città stanno tentando di mettere coloro che lottano per un mondo diverso.

Un’importante opportunità per dare un segnale forte e unitario tenendo insieme le criticità della Tiburtina e di tutta la città, dalla sanatoria regionale per le case popolari alla delibera regionale per l’emergenza abitativa, dagli sgomberi forzati dei migranti ai tentativi di infiltrazione delle organizzazioni neofasciste, dalla riconversione degli edifici abbandonati alla lotta alla cementificazione, dall’attacco agli spazi sociali alle lotte nel mondo del lavoro.

San Basilio, storie de Roma
Nodo Territoriale Tiburtina

forza nuova lancia una marcia su Roma per il 28 ottobre . La sinistra: “Minniti la vieti” ·

La “Marcia dei patrioti” contro lo “Ius soli e per fermare le violenze e gli stupri degli immigrati”. Il corteo sarà organizzato nel giorno dell’anniversario dell’incursione dei fascisti che nel 1922 aprì le porta al Ventennio. I partiti di sinistra: “Viola la Costituzione, la legge Scelba e la legge Mancino”

Si chiama Marcia dei patrioti. Forza Nuova ha organizzato un corteo a Roma “contro un governo illegittimo, per dire definitivamente no allo Ius Soli e per fermare violenze e stupri da parte degli immigrati che hanno preso d’assalto la nostra Patria“. L’iniziativa del partito di estrema destra ha una data simbolica: il 28 ottobre, lo stesso giorno che nel 1922 vedeva sfilare per le strade della Capitale 25mila camicie nere del Partito nazionale fascista. La manifestazione cade nell’anno del 95esimo anniversario dell’evento che ha poi aperto le porte al Ventennio mussoliniano.

“Bandiere, striscioni, auto, pullman, benzina”, l’appello ai “patrioti” arriva dal profilo Facebook dell’organizzazione di ispirazione fascista. L’invito ha collezionato già moltissimi like. Si rivolge al “compatriota” e chiede un “sostegno concreto“. “Non si può mancare stavolta” si legge tra i commenti, “marciare per non marcire!” scrive un utente. “Il Molise ci sarà”, “Milano presente”, “e andiamo!”. Al momento non è chiaro se il partito guidato da Roberto Fiore abbia avuto il via libera per la sua “marcia”.

Insorgono le forze di sinistra. “No al fascismo in qualunque forma si esprima. Il governo vieti la marcia su Roma” twitta il capogruppo dei deputati di Sinistra Italiana Giulio Marcon. Tra i primi a reagire il segretario di Possibile, Pippo Civati, e il parlamentare dello stesso partito, Andrea Maestri: la manifestazione “non può svolgersi” a meno che non si accetti la violazione della “Costituzione, della legge Scelba” che regola l’apologia di fascismo e “della legge Mancino” che condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista. Civati e Maestri chiedono “al ministro dell’Interno Minniti, anche attraverso prefettura e questura di Roma, di vietare la marcia e di avviare la procedura di scioglimento di Forza Nuova”.

Fa riferimento “all’ennesima provocazione da parte dei fascisti di Forza Nuova nei confronti della Capitale e della Storia di questo paese” il deputato romano del Pd Marco Miccoli. Che non tralascia di ricordare gli ultimi fatti di cronaca che hanno visto i partiti di estrema destra al centro di diverse “azioni squadriste“, dalla “ronde contro gli immigrati” alle “minacce a parroci di periferia“. Per non dimenticare i recupero dei manifesti fascisti. Non ultimo il caso del “Tiburtino III: episodi inventati ad arte per scatenare la rabbia dei cittadini contro gli immigrati”. La marcia di Forza Nuova del 28 ottobre, secondo Miccoli è “un’offesa alla città della Fosse Ardeatine, delle deportazioni nei campi di sterminio e delle nobili pagine della Resistenza che ci ha donato la Libertà. Per tutto questo chiederemo al Ministro degli Interni di vietare il corteo”.

Solo qualche giorno fa, sul profilo di Fiore compariva un’altra iniziativa, “Passeggiate per la sicurezza, contro la criminalità extracomunitaria”. Nel post il partito dà mandato a tutte le proprie sezioni di organizzare ronde in tutte le città italiane nel fine settimana dall’8 al 10 settembre. Le adunate sono rivolte soprattutto a “tifosi delle squadre di calcio“, “pugili noti per coraggio e disciplina”. All’appello sono invitati anche i ” i tassisti, apprezzati per la loro conoscenza del territorio e l’impegno civico”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/06/forza-nuova-lancia-una-marcia-su-roma-per-il-28-ottobre-95-anni-dopo-mussolini-la-sinistra-minniti-la-vieti/3840070/

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Corea, Venezuela e la confusione nella sinistra

Un paio di mesi fa avevo pubblicato sul sito un articolo dal titolo inequivocabile: 1950-2017: Perché la Corea del Nord ha tutti i diritti di odiare gli USA, preoccupandomi soprattutto di arginare una prevedibile campagna di demonizzazione di un nuovo “Stato canaglia”. Questo compito non è cessato, i grandi quotidiani martellano con titoli tipo “La sfida di Kim al mondo” o “La bomba di Kim spaventa il mondo” e intervistano “esperti” per discutere seriamente se il leader coreano “è un pazzo con cui non si può negoziare”. Va detto che a volte estendono l’analisi al presidente degli Stati Uniti. Questo tipo di argomentazione ha fatto breccia, ma al massimo si discute se Trump sciupa occasioni per una soluzione diplomatica, mentre nessun commentatore si domanda che diritto hanno gli Stati Uniti (con Trump oggi, con Obama ieri) a decidere le sorti di tanti paesi.

Invece c’è sempre chi, nelle trasmissioni radiofoniche come “Prima pagina” di Radio3, dimostra di aver abboccato all’amo e fa la rituale domanda: “Ma dove sono i pacifisti? Se l’esperimento fosse stato fatto dagli Stati Uniti, avrebbero fatto un putiferio”.

Beata ingenuità! Peccato che gli USA non solo hanno fatto migliaia di esperimenti sotterranei e nell’atmosfera (sospesi poi un po’ per le proteste interne, un po’ perché ormai c’era rimasto poco da sperimentare), ma hanno lanciato le uniche due atomiche utilizzate finora nel mondo, colpendo quasi esclusivamente civili di un paese ormai sconfitto e disposto a trattare la resa.

Ma dimentichiamo per il momento gli effetti di una propaganda insidiosa. Non c’è dubbio che quel poco che resta del movimento contro la guerra è sempre più disorientato, ed è incerto se sia il caso di difendere la Corea del Nord da un eventuale attacco degli Stati Uniti, dati i toni roboanti della propaganda di Kim Jong-un. Cercando sul sito articoli che riguardavano la posizione del Che sulle armi nucleari , avevo trovato utile questo mio: Guevara, l’ONU e il nucleare iraniano riferito a un altro presunto “Stato canaglia”, l’Iran, che era stato a sua volta oggetto per anni di una denigrazione e una falsificazione quasi unanime. Tra l’altro era stato difficile spiegare perché andava difeso dalle pretese imperialiste, quando perfino una storica dirigente del PRC come Lidia Menapace lo definiva “fascista”.

Difficile far capire che bisogna opporsi a un attacco imperialista contro un paese anche se il suo gruppo dirigente non ci piace. Viceversa c’è anche il rischio che, per una specie di riflesso condizionato, della vittima designata si difenda anche l’indifendibile. Ad esempio cercando su Internet una citazione di Guevara sulla Corea che ricordavo e volevo controllare senza andare a cercarla nelle opere complete, ho scoperto che c’è un gruppo che ripropone oggi un suo discorso del 1961 sulla Corea, ingenuamente apologetico come altri di quei primi anni di apprendistato, fatto dopo il primo viaggio del Che nei paesi che credeva ancora socialisti, accompagnato da tanto di ringraziamenti e riferimenti elogiativi della redazione a Suslov, Smirnov e…Maduro! (http://cheguevara.forumfree.it/?t=68714339 ).

E così ho scoperto che c’è perfino chi partecipa a “gruppi di studio” sullo “Juché”, cioè sul pensiero di Kim il Sung e del suo singolare nipote ed erede, sempre abbinato al povero Che Guevara… http://www.jucheitalia.it/Dirigenti/KimIlSung/KimIlSung_CheGuevara/KimIlSung_CheGuevara.html

Forse questo spiega in parte perché ci sono sempre meno persone disposte a mobilitarsi contro un nuovo pericolo di guerra: non è entusiasmante dover accettare Kim Jong-un per rifiutare Trump (o anche Obama).

Credo che in parte ciò si debba alla confusione che regna nella sinistra quando (raramente e tardivamente) affronta tematiche internazionali. Invece di dire seccamente: “il paese aggressore non è la Corea del Nord” (che tra l’altro al massimo ha una decina di testate nucleari) “ma sono gli Stati Uniti” (che ne hanno 7 o 8.000, dislocate nelle basi militari intorno alla Corea come in ogni parte del mondo, sempre in terre lontanissime dal loro territorio) si discute se Kim è pazzo o no, o magari lo si santifica e trasforma in una guida. Sono questioni diverse, l’imperialismo va combattuto comunque, senza accettarne i pretesti, e senza concludere che chi per qualche ragione è diventato il suo bersaglio non possa più essere criticato. Criticato ovviamente da un altro punta di vista, del tutto opposto a quello dell’imperialismo: ad esempio per le privazioni che impone alla popolazione per le sue spese militari, al tempo stesso esagerate e insufficienti allo scopo che si prefigge. [Su questo, si veda anche https://anticapitalista.org/2017/09/06/usa-corea-del-nord-chi-minaccia-chi/, molto ben documentato].

È assurdo che, se nel mirino dell’imperialismo (insieme ad altri paesi, scelti volta a volta per le più varie ragioni, tra cui sempre la loro probabile maggiore vulnerabilità) è finito anche il governo del Venezuela, questo non possa più essere criticato. I nostalgici del “socialismo reale” possono considerare secondario il fatto che, come accadeva in quei paesi, chi detiene il potere politico nomini gli organi che dovrebbero controllarlo, e soprattutto attestare la regolarità del processo elettorale, ma non possono ignorare lo sfacelo economico del paese, senza paragone con la situazione di altri paesi, della stessa area e con stessa struttura sociale, con analogo governo.

L’argomento: “Maduro non è Allende, ma i nemici dei due sono gli stessi”, non regge. Prima perché sarebbe necessario tener conto dei gravi errori fatti anche dal pur generoso Allende soprattutto nel suo ultimo anno di governo (vedi qui), sia perché questa logica porterebbe a giustificare un gran numero di altri sfortunati paesi finiti in quel mirino. L’imperialismo prospera perché conquista consensi presentando la sua arroganza come una difesa da regimi detestati. Ne minaccia molti, ma quando ne colpisce uno lo sceglie per la sua debolezza, non per la pericolosità. O era davvero pericolosa la Repubblica Democratica Tedesca, con la sua enorme ma inutile Stasi? [Vedi Il muro e la Stasi]

Per questo difendiamo il Venezuela da qualunque attacco la minacci realmente, ma senza avallare una politica economica insensata che spinge ogni giorno decine di migliaia di venezuelani a cercare di emigrare, e senza giustificare la propaganda menzognera del clan Maduro-Cabello-Padrino, che dopo aver presentato a lungo come nazifascista un’opposizione variegata che rappresentava una vasta gamma di posizioni politiche e aveva comunque ottenuto una netta maggioranza nelle ultime elezioni svoltesi regolarmente nel 2015, ora ne lusinga una parte offrendole di partecipare alle elezioni regionali che dovevano essere tenute nel 2016, e che se e quando si faranno, saranno condizionate dal monopolio assoluto degli organi di controllo da parte della sedicente Assemblea costituente “monolitica”, che ha già deciso chi ammettere e chi escludere! Altro che prova di democrazia, è solo la prova della loro capacità di mentire, e della sicurezza di poter manipolare il voto, una volta concentrati tutti i poteri nelle loro mani violando la costituzione di Chávez. (a.m.)

http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2843:corea-venezuela-e-la-confusione-nella-sinistra&catid=20:ipocrisie-e-dimenticanze&Itemid=31

Rojava, il fiore del deserto. Intervista a Davide Grasso, combattente YPG in Siria

di Fabrizio Lorusso

Davide Grasso, militante e blogger trentasettenne, è un combattente italiano che nel 2016 s’è unito alle file delle Unità di Protezione del Popolo (YPG) nel nord della Siria per lottare contro lo Stato Islamico (ISIS) e difendere la rivoluzione del confederalismo democratico che i curdi stanno portando avanti nei tre cantoni (Kobane, Jazira e Afrin) che controllano al confine con la Turchia. Abdullah Öcalan, leader turco del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) in carcere dal 1999, formulò nel 2005 questo modello politico che si basa su autonomia, rispetto interculturale, laicismo e diritto all’autodifesa delle comunità e che, spiega nel suo libro “Confederalismo Democratico” (link), è “aperto verso altri gruppi e fazioni politiche” oltre che “flessibile, multiculturale, antimonopolistico e basato sul consenso”. “Durante la sua lunga incarcerazione sull’isola di İmralı, Öcalan ha approfondito lo studio del pensiero libertario, ecologista e municipalista, confrontandosi in particolare con le teorie dell’anarchico americano Murray Bookchin (1921 – 2006). Ne è derivata una “svolta” teorica del movimento, che oggi non aspira più a costruire uno stato-nazione curdo ma ad allargare zone di autonomia e autogoverno. Il nome dato a quest’impostazione è “confederalismo democratico”. I primi, importanti esperimenti in questo senso non stanno avendo luogo nel Kurdistan “turco” ma nel Kurdistan “siriano”, nel Rojava (che in curdo significa semplicemente Ovest)” (fonte: storify.com Wu Ming Foundation). Dopo la liberazione di Kobane dall’ISIS nel 2015, nel contesto della devastante guerra siriana, l’esperimento rivoluzionario curdo nel nord della Siria è un “fiore del deserto” che ha creato un immaginario potente e ha spinto tanti stranieri a sostenerlo anche con le armi. Di ritorno alla sua natale Torino Davide Grasso traccia un bilancio della sua esperienza personale e della situazione politico-sociale nello scacchiere siriano (Syria Live Map link) [F. L.].

F.L. – Qual è la tua storia? Cosa facevi prima di partire per la Siria?

D.G. – Non ho mai avuto un unico lavoro, sono stato prima studente e poi dottorando. Ho lavorato con cooperative di pubblicità e sociali, e anche con collaborazioni part-time con l’università. Prima di partire ero operatore sociale a Torino con i senzatetto e i disabili e da quando son tornato in questi ultimi mesi mi sono occupato fondamentalmente di fare informazione su quello che accade in Medioriente.

– E come militante?

– Sono sempre stato interessato alle questioni sociali e politiche. Per quanto riguarda l’Italia ho partecipato ai movimenti studenteschi come l’Onda Anomala, al movimento No-Tav e per il Medioriente mi son speso all’università spesso in attività per l’approfondimento della questione palestinese, seminari contro la guerra in Iraq e in Afghanistan, quindi ho sempre agito in questo senso.

– Com’è nata l’esperienza in Siria?

– In realtà è nata già nel 2014 quando ho saputo dei fatti di Sinjar [4 agosto 2014, ISIS fa strage o schiavizza migliaia di yezidi, comunità religiosa curdofona in Iraq, link p. 3-4] di cui oggi è l’esatto anniversario, il terzo. Mentre l’informazione ufficiale dava una certa versione, ho scoperto grazie a un sito di cui anch’io ero redattore, Infoaut, e poi anche a Wu Ming, che c’era una versione diversa dei fatti, cioè chi stava cercando di resistere a questi massacri che compiva l’ISIS nel 2014 in Iraq non era la fazione curda dei peshmerga [militari curdi-iracheni filo USA] sostenuta dal governo italiano. Era invece la fazione di sinistra che il governo considerava terrorista. Quindi da lì in poi ho cominciato a seguire molto più da vicino quel che accadeva in Iraq e Siria, ma in generale, come tutti da quando è emerso il fenomeno dell’ISIS, ho ripreso un interesse che anni prima avevo lasciato un po’ cadere sul Medioriente. Poi tutto è andato in crescendo. Ci son stati i massacri compiuti dal governo turco a Cizre [ai danni dei curdi], di cui ho saputo nel settembre del 2015, e quindi, siccome scadeva il mio contratto di lavoro proprio in quei giorni, ho usato la liquidazione per andare in Turchia e visitare Cizre. Lì ho conosciuto diversi ragazzi che combattevano, alcuni dei quali sono morti poco dopo. Quindi quando son rivenuto in Italia, già ero molto incline a tornare, però, visto che quando son tornato ci son stati gli attentati del Bataclan [13 novembre 2015], quelli sono stati decisivi. Mi son reso conto che a quel punto questa organizzazione [ISIS, DAESH o Stato Islamico] stava letteralmente venendo a cercare strada per strada quelli come me, come noi, cioè un certo tipo di giovani europei, con un certo stile di vita, e quindi ho pensato che fosse necessario tornare lì per fare informazione diversa e per combattere, se ne avessi trovato il coraggio, tra le altre cose.

– Come sei arrivato proprio dai curdi della Siria?

– Sono andato in Iraq. Ho organizzato un reportage per cui c’è stato un autofinanziamento con dei concerti in Italia nell’autunno 2015. Nel febbraio 2016 son partito, son stato prima in Palestina, poi in Iraq, passando per la Giordania. In tutti questi paesi ho raccontato quello che ho visto, ho fatto delle interviste e poi l’obiettivo finale era proprio andare nella Siria del nord. Lì però già i peshmerga iracheni non permettevano ai giornalisti, come accade tuttora, di entrare in Siria, ed è una cosa gravissima. Una lesione gravissima del diritto internazionale d’informazione. Quindi son dovuto entrare con un espediente e, una volta arrivato all’interno, ho preso contatto con la società civile, le istituzioni e i media center del Rojava. Così è nato il contatto, non ne avevo prima di arrivare lì.

– Quando sei entrato in Siria e quanto sei rimasto?

– In Siria sono rimasto sette mesi. Da inizio marzo a inizio ottobre 2016.

– Avevi intenzione di combattere sin dall’inizio?

– Ne avevo l’intenzione, ma non ero certo che avrei trovato il coraggio di farlo. Credevo fosse giusto che qualcuno che non si era trovato per caso al Bataclan o negli altri locali colpiti a Parigi, che sono luoghi e quartieri che comunque io conosco, come molti di noi, cioè qualcuno che non s’era trovato lì disarmato, per terra, a venire trucidato da questi individui, sarebbe dovuto andare lì in prima persona e prendere le armi contro questi individui. Soprattutto per non delegare ai nostri governi di farlo e specialmente a quello francese, in questo caso, perché chiunque abbia un po’ di consapevolezza del mondo di oggi sa che i nostri governi sono i primi responsabili di questa situazione e non possono che peggiorarla con le loro politiche e i loro interessi. Quindi avevo già l’intenzione, solo che fino all’ultimo momento sono stato in bilico perché entrare nella guerra civile siriana come combattente, senza un’esperienza militare, cioè essendo sempre stato un civile, è un atto da cui è facilissimo non tornare indietro per cui diciamo che la decisione definitiva è stata maturata quando ero già in Siria.

– Com’è stato quindi questo passo? Con che persone ti sei relazionato?

– Ho conosciuto persone di vario tipo. Abitanti del Rojava, sia curdi che arabi, che vivono le condizioni della guerra e della rivoluzione, ognuno a modo loro. Ho conosciuto dei militanti politici curdi e degli attivisti internazionali, soprattutto europei, che erano lì per conoscere queste rivoluzione o per sostenerla. Questi sono stati determinanti perché mi hanno sicuramente spronato perché vedere l’esempio altrui è sempre importante e poi ho anche conosciuto combattenti internazionali delle YPG (Unità di Protezione del Popolo curde) che erano giovanissimi e non erano assolutamente politicizzati, anzi conducevano una vita completamente apolitica nei loro paesi ed erano andati lì a rischiare la vita perché indignati da quel che accadeva in un Paese lontano dal loro. Quindi di fronte a tutto questo diventa difficile non prendere le armi a tua volta.

– Come ti sei unito alle Unità di Protezione del Popolo curde (YPG)?

– C’è stato un addestramento, una formazione di diverse settimane durante le quali ho ricevuto molte lezioni di lingua curda, di ideologia confederale, cioè della forma di socialismo portata avanti dalle YPG, e anche di storia del Medioriente e del Kurdistan. E poi la formazione tecnica per l’uso delle armi, degli abbozzi di tattica. Bisogna anche tenere conto che la guerra civile in Siria è un evento talmente tragico e caotico per cui comunque queste milizie non hanno la possibilità di sobbarcarsi un genere di formazione come quella degli eserciti regolari.

– Che armi avevate in dotazione?

– I dettagli non si possono dire per ragioni militari, però si può dire che il problema delle milizie curde e delle forze siriane democratiche è che hanno prevalentemente, al 99%, armi leggere e questo non è un mistero. DI fatto la stragrande maggioranza dei combattenti ha a disposizione un kalashnikov e per fortuna non m’è sembrato ci fosse grossa penuria di munizioni perché mi pare che almeno su quello la coalizione, gli Stati Uniti, han dato de contributi e anche la Russia ha dato qualcosa. Sono per le munizioni, ma per le armi si tratta di armi leggere, vecchi, sicuramente superate in un contesto generale. Poi in realtà in Siria non lo sono perché la maggior parte degli scontri a fuoco in una battaglia siriana, a meno che non sia coinvolto l’esercito regolare, è sempre con armi automatiche di quelle di fabbricazione sovietica, quindi mitragliatrici tipo Pkm e Pks, la Dushka o Dshk o il Kalashnikov. Sono queste le armi più usate.

– Hai parlato di “Rivoluzione”. Cosa sta succedendo nel Nord della Siria?

–  Nella Siria settentrionale e in generale in tutto il Paese dal 2011 è in atto una rivoluzione. La rivoluzione siriana s’è sviluppata in due grandi tendenze contrapposte. Una è andata molto male perché ha preso un’evoluzione islamista e una invece è andata molto bene perché ha preso un indirizzo socialista illuministico e femminista. Quest’ultima è la rivoluzione confederale che ha attecchito inizialmente nei territori curdi ma ormai in tutto il Nord della Siria in zone prevalentemente arabe o cristiane. Invece la parte islamista s’è poi spaccata in vari tronconi: l’ISIS lungo l’Eufrate e i gruppi islamisti diversi dall’ISIS ormai nella provincia di Idlib in questo momento. E quindi la rivoluzione siriana s’è evoluta in due diverse rivoluzioni che si combattono tra di loro ed entrambe combattono anche contro il regime di Bashar al-Assad.

– Che missioni e attività hai avuto?

– All’inizio ero sul fronte di Ain Issa che all’epoca era il fronte di Raqqa, mentre oggi questo fronte, per fortuna, è dentro la stessa Raqqa perché è sceso fin dentro la città, però un anno fa si trovava 63 km a nord di Raqqa. E lì c’era la città di Ain Issa dove stava la mia unità e il nostro compito era quello di proteggere il cantone di Kobane dall’ISIS, mentre nello stesso momento c’era l’offensiva a nord di Aleppo da parte delle forze siriane democratiche a ovest dell’Eufrate che stava guadagnando tutte le campagne attorno a una città strategica che si chiama Mambij: era andare a liberarle per tagliare le comunicazioni tra Raqqa e la Turchia. Quella città era l’ultima comunicazione tra Raqqa e la Turchia, quindi tra Raqqa e il mondo esterno. Non ho partecipato all’inizio a quest’offensiva, piuttosto m’occupavo di difendere il cantone mentre questa offensiva andava avanti. Poi a fine giugno la mia unità è stata mandata a Mambij e quindi a luglio anche noi abbiamo combattuto in questa operazione per la liberazione della città.

– C’erano altri stranieri e italiani?

– C’erano molti stranieri quando ero io lì, ma non italiani. Ero l’unico. Si sapeva che c’erano stati altri italiani comunque, in particolare io chiedevo sempre di Karim Franceschi perché avevo letto il suo libro. Però in quel momento non ce n’erano altri. C’erano molti stranieri che venivano soprattutto da Europa, Nord America, dall’Australia e Nuova Zelanda, dai Balcani. Ho conosciuto anche un ragazzo di origine cilena e so che ci son stati anche alcuni sudamericani nelle YPG.

– Ti identifichi col termine foreign fighter?

– Attualmente in pratica ci sono espressioni sulle quali non è possibile rispondere solo “sì” o “no”. Mi definirei foreign fighter, anche se l’uso mediatico ne ha di fatto modificato il senso, però esiste un senso originario che è diverso. Nel senso mediatico del termine, non mi identifico perché i mass media hanno gettato una cattiva luce, l’hanno associato unilateralmente a chi combatte per lo Stato Islamico. Ma per quello che è il senso originario, penso sia l’espressione più bella che si possa immaginare. Quindi di sicuro nel senso stretto di quello che significa, del resto è abbastanza tautologico che io lo sia stato. E penso che tra l’altro la contraddizione nell’uso mediatico la si vede anche nel fatto che io e gli altri internazionali che abbiamo combattuto a Mambij, tagliando quell’ultima via di comunicazione con la Turchia dell’ISIS, abbiamo azzerato definitivamente l’afflusso di foreign fighters dell’ISIS in Siria che prima era molto grosso. Da quando appunto un anno fa la città è stata liberata, è diventato pari a zero. Quindi foreign fighters sì, ma dipende da che parte stanno.

– Si parla magari di “internazionalisti”?

– Beh, per forza di cose. Anche se nelle YPG colloquialmente si dice anche che siamo “internazionalisti”, è vero pure che la teoria politica che ispira le YPG in realtà più che di “internazionalismo” parla di “universalismo”. Perché? Per un ragionamento forse sofisticato ma importante secondo cui l’epoca dell’internazionalismo, quella in cui si pensava che il riferimento fossero gli stati-nazione anche per i socialisti, è finita per cui internazionalismo era la solidarietà del secolo scorso e invece le YPG preferiscono “universalismo” perché oggi siamo in una realtà davvero globale in cui di fatto tutto il mondo è una metropoli perciò, se vogliamo, ancora più internazionalismo di prima.

– Per la tua esperienza contro l’ISIS cosa puoi dire del mito della loro invincibilità sul campo?

– Sul campo devo dire, senza voler fare propaganda, sinceramente ho visto l’imbattibilità delle YPG, mentre dell’ISIS ho visto il fatto che son stati battuti quando ero là l’estate scorsa. E’ stato faticoso, ma ti spiego perché. Me l’hanno confermato anche dei combattenti americani che avevano avuto un’esperienza lunga nel loro esercito, avevano combattuto anche in Iraq e dicevano che, paragonando la lotta contro l’ISIS ad altre fasi molto cruente della guerra irachena e di questi tipi di conflitti, l’ISIS è una forza militarmente molto competente e organizzata in cui si vede davvero che ci sono delle menti a livello strategico abbastanza avanzate sugli standard contemporanei. La loro strategia è causare il maggior numero di morti nelle file nemiche col minor numero di morti nelle proprie. Quindi fanno uso fondamentalmente delle mine, delle trappole esplosive, dei cecchini e hanno anche un’ideologia religiosa che fa sì che affluiscano nelle loro file centinaia di persone che sperano di morire il prima possibile perché sono convinte che pranzeranno con Dio e avranno non so quante vergini a disposizione. L’ISIS può fare un uso abbastanza continuo di persone che si fanno saltare, camion bomba e autobombe guidate a tutta velocità contro il nemico.

Questo è un vantaggio, però questo mito che han creato i media è totalmente sbagliato come molte cose che creano i media perché è un fenomeno del tutto analizzabile coi suoi limiti e potenzialità. Ci sono sicuramente tanti dell’ISIS che si suicidano, però bisogna anche dire che per esempio sul nostro fronte di Ain Issa ci son stati anche degli attacchi che erano suicidi dal punto di vista di chi li faceva ma anche da quello militare, nel senso che quando uno manda anche 30 miliziani a fare un attacco completamente sporadico senza nessun significato nell’economia della guerra, in cui tutti e trenta vengono uccisi e muore soltanto uno delle YPG, è chiaro che queste persone erano in lista per essere mandate al martirio perché avranno anche i loro problemi di “aspiranti al martirio” che vogliono andarci… Ma bisogna anche vedere che poi questo militarmente è follia. Infatti ci sono aspetti anche, come dire, contraddittori che tutti assieme fanno venir fuori l’immagine di una forza che, come tutte, ha i suoi difetti e i suoi pregi dal punto di vista della guerra.

– Molti si chiedono come sia possibile sconfiggere l’ISIS. C’è stata una mancanza di volontà politica o militare o è davvero complicato?

– E’ difficile ma non militarmente. E’ difficile politicamente. Militarmente va notato che in sostanza il territorio che aveva conquistato tra Siria ed Iraq è quasi esaurito, quindi in tre anni, che è comunque un tempo sempre molto minore di quella che è stata l’occupazione dell’Iraq o è tuttora la guerra civile siriana, questo fenomeno a livello militare è stato represso. Però quello che è difficile è l’aspetto politico. Primo perché ci sono aspetti politici che rallentano le operazioni militari perché comunque, vuoi o non vuoi, mi risulta che in molti conflitti, anche se sempre meno col passar del tempo, c’è un riferimento minimo a delle regole di guerra, a un diritto internazionale della guerra e a delle convenzioni.

Questo l’ISIS non lo riconosce in alcun modo poiché tutte queste leggi sono frutto di una sovranità popolare, democratica o liberale che per loro è peccato, nel senso che l’unica legge che esiste è quella di Dio. Di conseguenza loro non rispettano nessuna etica di guerra e usano i civili come scudi umani. Dico, si potrebbe accusare qualsiasi forza partigiana di nascondersi nella popolazione però un conto è nascondersi nella popolazione come forza partigiana e un conto è fare della popolazione carne da macello appositamente, anche perché prevale una logica del “tanto peggio, tanto meglio” su cui punta l’ISIS. Dunque questa è la prima difficoltà politica. L’ho vista coi miei occhi, quando cercavamo di avanzare dentro una città in cui l’ISIS impediva ai civili di lasciare le proprie case. Significa che bisogna praticamente rallentare le operazioni per riuscire chirurgicamente ad accerchiare gli edifici, a proteggerli, a far uscire i civili e a mandarli via e poi dopo procedere a snidare i miliziani ovunque si trovino. Anche dal punto di vista della guerra aerea questa è una complicazione enorme perché comunque si chiede sempre l’evacuazione di civili quando si sa che si inizia una guerra con operazioni aeree e, se una realtà come ISIS non lo fa, si possono immaginare le conseguenze ma anche il rallentamento delle operazioni.

L’altra difficoltà politica è che esiste un problema di fatto che non è solo dell’Iraq o della Siria ma del mondo intero: esistono degli squilibri di ricchezza, di potere, di egemonia culturale nel mondo e ci sono problemi di povertà in molti sensi, quindi ci sono centinaia di milioni di persone, soprattutto in Africa e Asia che hanno bisogno di una logica, di un’ideologia di riscatto e a volte anche di vendetta ed espressione della rabbia. Quindi lo Stato Islamico è in realtà, purtroppo, un’insurrezione globale che riempie il vuoto della fine dei comunismi, dei socialismi, e quindi, finché non s’eliminano le contraddizioni sociali o non si riesce a creare un’alternativa politica a questo genere di insurrezioni, un’alternativa in cui ci sia una forma di sollevazione razionale e non irrazionalistica, si può anche sconfiggere militarmente ma ritornerà in forme sempre peggiori.

– Recentemente sono aumentati gli sconfinamenti dell’esercito turco anche nei cantoni curdi. Qual è il ruolo della Turchia al confine con la Siria?

– Quando mi trovavo a Kobane, nel settembre 2016, in effetti è stato uno dei momenti peggiori perché la Turchia interveniva con la scusa di costruire un lunghissimo muro tra la Siria del nord rivoluzionaria e i suoi territori, che in gran parte realmente sono territori di comunità che avrebbero anche una loro autonomia, tra cui ci sono curdi. Con questa scusa provocava ampiamente alla periferia di Kobane, proprio sul confine, con i carri armati. Ha provocato nove giorni di rivolta della popolazione di Kobane al confine che sono costati anche due morti e moltissimi feriti. Questo era già stato un primo episodio. Ora ce n’è stato un altro che per fortuna è durato solo una notte in cui i mezzi turchi di nuovo hanno sconfinato nei pressi di Kobane occupando due villaggi e sono stati ricacciati indietro dalle YPG. Però Kobane, anche per il suo valore simbolico, è in realtà la città che ha subito di meno da parte della Turchia perché ci sono altre città come per esempio Tel Abyad, che viene mitragliata a distanza di 10 minuti tutti i giorni ormai da un anno e mezzo dalla Turchia e spesso ci sono anche lanci di colpi di mortaio, così come Tel Abyad (Gire Spi per i curdi), Qamisho, Amude, Serekani (Ras al-Ayn per gli arabi), su cui più volte sono stati lanciati dei razzi quando io ero lì.

E poi soprattutto il caso più grave è quello di Afrin, che è il cantone rivoluzionario isolato perché staccato da Kobane e confina con la Turchia o con territori della Siria controllati dagli islamisti. Ed è Afrin che sta subendo l’aggressione peggiore. Ormai sono tre mesi che la Turchia sta bombardando senza sosta Afrin, quindi ci sono già centinaia di morti civili, combattenti e delle forze di sicurezza nel silenzio internazionale più totale. Ed Erdogan minaccia anche d’invadere completamente questo cantone per cui vorrebbe entrare in Siria e affrontare la sinistra curda anche in Siria oltre che in Turchia.

Solo che è difficile. A parte che ci ha già provato in Iraq recentemente e questo non s’è saputo: meno di un mese fa la Turchia ha tentato un’invasione di larga scala nelle montagne dell’Iraq dove c’è il PKK (Partito dei Lavoratori Curdi) e ha dovuto ritirarsi dopo decine di morti nelle sue fila. Il problema per loro è che gli Stati Uniti proteggono il Rojava e, in forma molto più ambigua, lo fa in qualche misura anche la Russia, che tende a non autorizzare questi interventi della Turchia. E’ questo l’unico motivo per cui ancora non c’è stato un bagno di sangue perché comunque il governo turco è estremista dal punto di vista politico e il clima nella società turca è degenerato particolarmente quindi di certo la possibilità di un’invasione decisiva è sempre presente.

– Kobane è definita come un “fiore del deserto”, perché?

–  Nella contemporaneità tutto sembra volgere al peggio. Un paese come il Messico lo sa bene per certi aspetti, così come paesi come la Siria o la Turchia, ma anche in Europa sembra che il senso comune si sposti sempre più verso posizioni retrive e in tutto il mondo prevalgano le concezioni più reazionarie, identitarie, i nazionalismi e i fanatismi settari e religiosi. Comunque il potere grazie a tutto questo rimane sempre saldo nelle mani di una minoranza ricchissima a discapito della stragrande maggioranza. Quindi ha colpito tutti il fatto che emerga una rivoluzione nel senso che il potere viene assunto concretamente in un territorio da delle forze che portano avanti una logica completamente opposta, perché la loro è cosmopolita, di uguaglianza sociale, di rispetto reciproco e tolleranza religiosa, e soprattutto di centralità e riscatto della donna in una delle regioni dove le donne patiscono di più il patriarcato. Nessuno se lo aspettava ed è una messa in discussione del dogma secondo cui in questo secolo le rivoluzioni non sono più possibili e per questo credo che si sia usata quell’espressione.

– Confederalismo democratico, autonomia, interculturalità sono parole associate alla rivoluzione curda. Cercano l’indipendenza dalla Siria?

– Allora intanto va detto che i curdi sono divisi tra una destra curda e una sinistra. La destra nazionalista vuole effettivamente uno stato curdo, lo vuole sia in Iraq che in Siria, in Iran e Turchia. La sinistra curda, con forze come le YPG, le YPJ (Unità di Protezione delle Donne) o il PKK, non vogliono uno stato curdo perché son convinti che sia necessaria una rivoluzione che vada al di là del capitalismo e intendono che questo non sia possibile attraverso “lo Stato”, che lo Stato sia qualcosa di negativo in sé ed è contradditorio chiederne uno. Dunque loro tendono a sviluppare delle forme di autonomia che sono anche sociali, con la trasformazione dei rapporti sociali e di genere, all’interno degli stati in cui si trovano per poter anzi influenzare le popolazioni non curde e trascendere la “dimensione curda” della rivoluzione. Questo è quello che sta succedendo già in Siria.

Bisogna dire che rispetto alla destra curda nazionalista, che io avverso per molte ragioni, comunque un curdo o una curda al giorno d’oggi che volessero uno stato curdo, che, ripeto, non è la posizione per cui mi sono speso io, non possono essere condannati perché il Kurdistan geograficamente esiste. Per esempio uno stato come la Siria o l’Iraq son stati creati dalle potenze coloniali senza nessun rispetto per la geografia sociale dell’ex Impero Ottomano quindi in ogni caso dico questo per quelli che pensano di poter puntare l’indice contro i curdi o altre popolazioni, come per esempio gli amazigh [berberi] in Marocco o altre nel mondo che vogliono autonomia o indipendenza: non credo si possa negare in ogni caso.

– I curdi hanno anche adottato una Costituzione nel nord della Siria che è molto avanzata e democratica. Che ne pensi? Sta funzionando?

–  Si dice colloquialmente Costituzione. In realtà si chiama Carta del Contratto Sociale proprio perché “Costituzione” prefigurerebbe la creazione di uno Stato. Però sicuramente quel testo è molto avanzato sotto tutti gli aspetti. Bisogna tener conto del processo materiale di questa rivoluzione. L’obiettivo è una forma di comunismo e di estinzione dello Stato, che chiamano confederalismo democratico perché per loro la democrazia è comunista senza Stato o non è, ed è confederale perché è basata sull’autonomia di tutte le comunità che devono federarsi in maniera volontaria tra loro e non per l’imposizione dall’alto.

Quindi puntano a questo ma son consapevoli che non si può raggiungere dall’oggi al domani per cui hanno forgiato anche il concetto di autonomia democratica, che è il modo in cui il movimento del confederalismo democratico si concilia ogni volta con lo Stato esistente. Per esempio questi cantoni e i consigli cantonali che mantengono la separazione dei poteri, e in qualche modo assomigliano a uno Stato, sono l’autonomia democratica, cioè sono una proposta per la Siria per una sistemazione istituzionale che ponga fine alla guerra e, però, non cancelli la rivoluzione.

Questo è il senso delle istituzioni create che non sono “il confederalismo democratico” ma “l’autonomia democratica” perché il confederalismo nel Nord della Siria è quello rappresentato dalle comuni, dalle comuni agricole ed economiche, da quelle cittadine, dal contropotere esercitato anche a livello armato da queste istituzioni, dalle cooperative, dal nuovo rapporto che c’è tra le donne e la società. Questa è la rivoluzione. Non può trovare uno sbocco definitivo, perciò loro, non volendo ripercorrere il modello bolscevico perché infine ha fallito, non concepiscono la “presa del potere” nel senso di “creazione di uno Stato socialista” che poi s’estingue. Sono parte invece di un movimento che ogni volta crea delle istituzioni per conciliarsi con lo Stato in cui è emerso e per poi evidentemente rimetterlo sempre in discussione e continuare questo processo.

– Parlare di autonomia in Messico rimanda agli zapatisti e l’EZLN ha mostrato simpatia per la rivoluzione dei curdi siriani.

– So che in generale lo zapatismo e il Chiapas sono visti come un punto di riferimento in Rojava e in tutto il Kurdistan perché il movimento curdo ha iniziato la sua trasformazione teorica negli anni 2000 quando ormai già da diversi anni in Messico c’era stato un lavoro di discussione ed elaborazione di una prospettiva. Oltretutto in molti casi in Messico son stati raggiunti risultati concreti. Là ho visto che quello è un punto di riferimento. Ti racconto un po’ in termini di “pettegolezzo” che per vie assolutamente non ufficiali, in modo un po’ random e colloquiali, era arrivata la voce che in realtà ci fossero stati dei tentativi di comunicare e creare un rapporto più concreto ma erano caduti nel vuoto. Qualcuno mi ha provato a spiegare che magari è perché tra Rojava e Chiapas sono tutti e due dei popoli che prima di andare a leggere la mail chissà quanto tempo passa perché c’è un ritmo di vita diverso da quello a cui siamo abituati in Europa. Si diceva un po’ per scherzare… Se questi rapporti aumentassero, penso sarebbe positivo. Quando alcuni mesi fa s’è tenuta ad Amburgo la conferenza internazionale organizzata dal Rojava è stata ospitata una tavola rotonda anche sul Messico e sui cartelli della droga perché c’è proprio un’attenzione speciale da parte del Rojava sull’America Latina, sul Centroamerica, sul Messico.

– Che aneddoti particolari puoi raccontarci del periodo come combattente?

– Sono tanti. Per esempio una grossa delusione… Avevo conosciuto una ragazza curda che mi era molto simpatica e con cui ero rimasto in contatto per un periodo. Poi quando ero andato a trovarla dalla sua famiglia per una festività musulmana che si celebra in settembre, discutendo con loro, avevo scoperto che era una sostenitrice dei nazionalisti curdi, della destra curda, e quindi s’era, diciamo, abbandonata a dei commenti assolutamente inaccettabili sugli arabi, per esempio. E soprattutto sui compagni curdi e anche sullo stesso Oalan. E lì per dire è stato uno dei casi particolarmente brutto perché io non avevo capito, lei non era stata chiara forse su questa cosa, ma più che altro perché dà bene l’idea di com’è la situazione in Rojava. Ci sono tante persone che magari stanno un po’ nell’ombra o nel silenzio ma che lavorano contro la rivoluzione, che cercano di sabotarla o di indebolirne il morale proprio perché hanno idee islamiste o nazionaliste. Quindi in realtà la rivoluzione, come sempre nella storia, è portata avanti da persone determinate e appassionate che devono fare i conti con un contesto molto difficile.

– Un’esperienza più carica di speranza?

– Ce ne sono molte anche in questo caso. Posso contrapporre un’altra persona che ho conosciuto che è un ragazzo di Raqqa, arabo. Lui ha deciso volontariamente di lasciare Raqqa. Era un operaio d’officina, avrà avuto 15 anni, e, mentre stava lavorando, è stato avvicinato da uno di questi miliziani, che in molte città della Siria spadroneggiano, il quale gli aveva detto: “Fammi vedere come preghi”. E dopo che lui aveva pregato, l’altro gli aveva detto: “Tu sei un falso, un miscredente, e non preghi nel modo giusto”. Al che il ragazzo aveva risposto: “Io sono qua nella mia città, sto lavorando, e viene qua uno che non è nemmeno di Raqqa a disturbarmi e a dirmi che non so pregare”. Quindi aveva deciso di andarsene e di migrare verso nord. Alla fine è entrato nelle YPG perché aveva visto i curdi come gente che si comportava nel modo opposto a quello che aveva vissuto lui.

E’ stato uno dei primissimi arabi che sono entrati in una forza che era inizialmente curda al 100%. Io l’ho conosciuto, qualche anno dopo che questo era accaduto, e siamo stati nella stessa Unità. E’ una persona impressionante. A parte il fatto che mi ha spiegato il suo progetto, che era quello di partecipare alla liberazione del Rojava che poi deve diventare la liberazione di tutta la Siria. E voleva andare a combattere anche in Turchia, in Iran e Iraq. “Dopo finalmente potremo andare in Palestina a liberarla e così anche il Libano”, diceva. E se ci fosse stato bisogno anche in Italia, sarebbe venuto anche qui a combattere. E’ una persona quasi analfabeta, che non ha mai visto niente se non Raqqa, Kobane e poco altro, però ha una visione genuina e una volontà. Parlo al presente anche se purtroppo non posso esser certo che sia ancora vivo perché l’ho lasciato a settembre e in Siria la speranza di vita è abbastanza breve. Ho combattuto al suo fianco e come combattente è semplicemente impressionante, indescrivibile. Certe scene a un occidentale come me non potevano altro che far pensare che potevano solo esistere in un film, una persona che combatte in questo modo. Da proletario e da persona non istruita, condannata dalla sua vita a una limitatezza di fatto delle esperienze, è un rivoluzionario ai livelli più alti della storia che si possano immaginare. Così so che nel nord della Siria ce ne sono migliaia e questo ha un valore inestimabile.

– Come si chiama?

– Si può dire il suo nome di combattimento, Zagros Raqqa, perché nessuno in Rojava usa il suo vero nome.

– Qual era il tuo?

– Era Tiresh Gabar.

– Unità di Protezione delle Donne (YPJ), che rapporti hanno con le unità delle YPG?

– La mia unità era mista quindi c’erano sia YPJ che YPG. La maggior parte delle unità sono miste. Come tutto ciò che riguarda le donne nella rivoluzione, quindi anche le comuni e i congressi delle donne, hanno sempre una loro autonomia. Hanno catene di comando, di coordinamento e di decisione autonome, così come in qualunque comune o assemblea di quartiere si riunisce sempre a parte la comune delle donne. Così la nostra unità per esempio era unica ma le donne realizzavano i loro seminari e riunioni prima di venire nelle assemblee nostre, per cui esiste una forma di autonomia delle donne che non è una forma di separatismo ma un sistema intelligente ed equilibrato. Mi sembra che riesca bene a conciliare la questione della liberazione femminile con quella della liberazione di tutti. Naturalmente accordando una priorità alla liberazione femminile, che si vede già in questa autonomia e nella loro ideologia e consiste nel riconoscere alle donne il ruolo di avanguardia politica nella rivoluzione mondiale.

– Come sono i rapporti con la popolazione civile locale?

– E’ sempre diverso a seconda di chi è la popolazione locale. Ci sono persone che supportano e altre che avversano. C’è chi avversa in maniera, diciamo, “dialogante” e altri che vogliono avversare con le armi o sostengono forze esterne. Quindi il rapporto con la popolazione è quello di qualsiasi forza che governa un territorio, però nel mezzo di una guerra civile e di una rivoluzione. Ma tra l’altro ci sono tante forze che son ben riuscite a trasformarla in una guerra settaria, razziale e linguistica e sono questi crimini che producono rancore e non so quando potranno essere sopiti. Quindi per esempio se, come YPG, si cammina per strade di Kobane o Qamishli, la popolazione ti ama in maniera enorme. Per i combattenti internazionali c’è una forma di venerazione da parte dei civili. Mentre invece in una città come Tel Abyad io ero passato al mercato in uniforme, perché dovevamo accompagnare un compagno dal medico, e la sensazione lì’ è quella che può provare un poliziotto che passa in un quartiere di Palermo più o meno. Non è gradita la sua presenza perché a lì c’è una maggioranza araba e al suo interno c’è una maggioranza di sostenitori dell’ISIS e una minoranza di sostenitori della rivoluzione, quindi come città ha bisogno, come anche altre, di sviluppare soprattutto nei giovani o tra le donne una coscienza politica che è molto minore che in altre zone.

– Pensi di ritornare?

– Sì, certo, ci ho pensato. Non credo sia possibile per me non tornare mai più in Rojava.

– Che insegnamenti hai riportato con te in Italia?

– Gli insegnamenti più grandi sono due. Il primo è che esiste un divario, e già lo sapevo, tra l’Occidente e il Medioriente, o forse tra l’Occidente e il resto del mondo. E’ talmente terribile che non si può immaginare, descrivere, e purtroppo non è neanche sufficiente che uno vada a combattere lì per colmarlo, nel senso che è un divario tra chi ha tutto e chi non ha niente, tra chi sta bene e chi soffre. Questa è una consapevolezza della gravità di questa situazione che ha soprattutto chi va in quelle zone in certe situazioni di guerra.

Un altro è che la rivoluzione è giusta e necessaria, però quando si dice “rivoluzione” bisogna essere consapevoli del peso di questa parola in termini di sofferenze, tragedie e dolore che provoca perché una rivoluzione è comunque un rivolgimento della società che non avviene in maniera pacifica, anche se è necessaria, e quindi non bisogna usare questo termine con leggerezza. Non bisogna immaginare semplicemente che sia “una cosa bella”. Quelli che pensano così è meglio che abbandonino la politica e facciano altro, mentre sarebbe utile che ci fossero persone che si rendono conto di quanto è brutto dover fare una rivoluzione ma che continuano a pensare che è necessaria.

In chiusura vorrei denunciare che ci sono due ragazzi, una coppia, della Repubblica Ceca in una prigione turca: lei si chiama Marketa, lui Miroslav. Sono stati varie volte in Siria, Iraq e Turchia per motivi umanitari e sono stati appena condannati in Turchia a 6 anni e 3 mesi di carcere a testa perché accusati d’essere stati nelle YPG e YPJ. E’ una cosa scandalosa. Marketa è un’amica, la conosco, e non è mai stata nelle YPJ, sono accuse totalmente false. E’ l’ennesimo crimine della Turchia, non lasciamo sole queste due persone che affrontano adesso una prospettiva molto dura.

– Come avvicinarsi a quel che succede ai curdi in Siria?

– Ci si può informare su vari siti internet, e soprattutto si può donare alla Mezzaluna Rosa Curda che sta a Livorno. E si può andare in Rojava a portare solidarietà attiva anche senza combattere. Le cose più importanti sono gli aiuti sanitari ed educativi. Malgrado le difficoltà se più giovani dall’Europa andassero in Medioriente, anche questo divario di cui parlavo prima comincerebbe almeno ad attutirsi. Dico sempre che per prima cosa è meglio andare lì se si può e se non si può allora va bene donare e informarsi. Queste tre cose.

https://www.carmillaonline.com/2017/09/05/rojava-fiore-nel-deserto-intervista-davide-grasso-combattente-ypg-guerra-siria-rivoluzione/

Crash: dal Comune nessuna proposta, ”è il solito gioco”

Solo una settimana fa il presidente del Navile Daniele Ara affidava alle cronache locali la disponibilità a ragionare di uno spazio in convenzione per dare continuità all’esperienza dello spazio sociale sgomberato a inizio agosto in via della Cooperazione.

Gli attivisti di Crash avevano risposto a stretto giro dicendosi “in astratto concordi” ma, come hanno ricordato ieri in un nuovo comunicato, “sollevando la problematica prassi dell’amministrazione cittadina di non far seguire agli intenti i fatti”.

E infatti “è trascorsa una settimana e da Palazzo d’Accursio – continua il collettivo – non è stata fatta alcuna proposta di incontro per discutere del percorso tracciato dal presidente Ara. Insomma è il solito gioco con cui l’amministrazione ha gestito per anni la vicenda del Laboratorio Crash e più in generale le istanze sociali, politiche e culturali avanzate dai ceti sociali di riferimento della nostra esperienza di aggregazione e riscatto collettivo: a volte si pronunciano intenti, ma poi segue sempre il disimpegno, lasciando alla procura e alla questura il compito di risolvere a modo loro, e quindi reprimendo, le istanze avanzate. Politicamente non possiamo che denunciare questo gioco che d’altro canto non sta lasciando aperti scenari alternativi e che ci fa dire chiaramente che quanto accadrà sarà di responsabilità di chi si sta rifiutando di dare seguito concreto alle intenzioni pronunciate. La nuova stagione di conflitto sociale è ormai alle porte e se non ci sarà una casa per il Laboratorio Crash vorrà dire che la nostra esperienza vivrà nelle strade e nelle piazze del centro storico e della periferia, fino alla prossima occupazione”.

Intanto, prosegue Crash, “con la solidarietà di Ascanio Celestini, Elio Germano, Stefano Benni, Skiantos, Bernardo Iovene, e Massimo Zamboni a cui si aggiungo altre 250 firme dal mondo dell’arte, della musica, del cinema e dell’informazione aggiorniamo la sottiscrizione all’appello Crash Again pubblicato giorni fa”.

http://www.zic.it/crash-dal-comune-nessuna-proposta-e-il-solito-gioco/

Possiamo non essere d’accordo con Maduro, ma non possiamo appoggiare una destra violenta

Da mesi stiamo assistendo in Venezuela ad una crisi politica e sociale senza precedenti nella recente storia del Paese. Una crisi divenuta più acuta e complessa dopo le elezioni per l’Assemblea Costituente, fortemente volute da Nicolás Maduro e tenutesi domenica 30 luglio. In un contesto ambivalente, in cui la campagna di boicottaggio continuo del regime venezuelano, messa in atto dai principali media occidentali, fa il paio con la difesa fideistica del chavismo, è quanto mai necessario dotarsi di uno sguardo laico, per comprendere al meglio una delle vicende destinate a modificare assetti geopolitici e apporti di potere di un intero continente. Qui di seguito la traduzione di un’intervista allo scrittore franco-americano Marco Terruggi, autore, tra le altre cose, de “Lo que Chávez sembró. Testimonios desde el socialismo comunal”.

Nel quadro dell’inasprimento delle mobilitazioni anti-governative in Venezuela e di fronte alle elezioni dell’Assemblea Nazionale Costituente convocata dal governo di Nicolás Maduro, raggiungiamo il giornalista e sociologo Marco Teruggi, residente a Caracas, affinché ci dia la sua versione riguardo ciò che sta succedendo.                        

Terruggi è una voce che non fa appello all’imparzialità, se non che si fa carico del suo impegno con uno dei due blocchi in conflitto in questo paese fratello, ed è proprio per questo motivo che abbiamo deciso diffondere qui il suo messaggio, nell’interesse di coloro che leggono questo articolo affinché possano avere un punto di vista differente rispetto a quelli raccontati dai mezzi di comunicazione dominanti, salvo qualche rara eccezione.     

In questo ampio documento ci si presenta una chiara e ben dettagliata radiografia di ciò che l’intervistato chiama “l’ingegneria del conflitto” che la destra venezuelana ha attuato contro il blocco governativo e il chavismo in generale. Una destra che ha organizzato, in maniera ricorrente, “episodi insurrezionali per strappare il governo di Nicolás Maduro con la forza” mediante una battaglia sul fronte economico e delle comunicazioni, quando non attraverso la violenza aperta, incluso il paramilitarismo, negando, però, in ogni momento il proprio coinvolgimento.         

Nella parte centrale Teruggi sottolinea che in questa disputa gioca un ruolo fondamentale la “struttura comunicativa internazionale”, la quale legittima i metodi dell’opposizione attribuendovi “un carattere epico, un carattere democratico, libertario. Insomma, presentano questa violenza come una violenza legittima e la benedicono”; questo succede soprattutto quando si consacrano gli incidenti accaduti e le cosiddette “guardie”.      

Richiama all’attenzione l’enfasi con cui il nostro intervistato pone l’accento su ciò che si qualifica come “la metodologia di bruciare le persone in strada”, segnalando che in cento giorni di conflitto “ci sono più di venti casi in cui le persone coinvolte sono poveri, o neri, o chavisti, che per loro [la destra] sono praticamente la stessa cosa. Per gli occhi dei classisti di destra è lo stesso che tu sia nero, povero o chavista”.            

Contro le istituzioni civili e armate sulle quali fa affidamento il governo di Maduro e contro la sua base sociale popolare, afferma Marco Teruggi, il blocco della destra “mostra due debolezze principali riguardanti la loro strategia per un colpo di stato: la prima è che non hanno l’appoggio delle Forze Armate Nazionali Bolivariane”, la seconda è che non hanno l’appoggio dei settori popolari, dei quartieri, per lo più chavisti. “Sanno che questo rappresenta un problema perché non si può rimuovere un governo senza le forze armate, né senza l’appoggio delle classi popolari”, ciò significa che l’opposizione, associata a settori della criminalità organizzata, sferra continui attacchi nei quartieri per “cercare di costruire una realtà che non c’è”.

Prima delle votazioni del 30 luglio per l’Assemblea Nazionale Costituente Teruggi presenta due scenari: “Il primo è in qualche modo un tradimento nei confronti della destra in modo che la discussione ritorni al terreno elettorale democratico e al dialogo, ovvero, si cerca di pianificare uno scenario che non è niente di meno che la discussione delle basi di una costituzione nazionale, e con questa apertura fare in modo che la destra si trovi in difficoltà, per così dire, tra mantenere un’agenda violenta, o unirsi a un processo aperto di iscrizione dei candidati e delle candidate per l’Assemblea Nazionale Costituente”, per poi affermare che la destra si rifiuta di partecipare e in cambio punta “alla formazione di uno Stato parallelo, cominciando con nominare i nuovi magistrati del Tribunale Supremo di Giustizia e annunciare che ci sarà l’elezione di un nuovo presidente per le elezioni primarie”.   

Che cosa succederà poi? Marco ci dice: “Qual è l’ipotesi possibile? Che una volta fatte le elezioni di domenica, che verranno precedute da ondate di violenza molto forti, l’opposizione venezuelana e la comunità internazionale non riconosceranno né il governo del presidente Nicolás Maduro né l’Assemblea Nazionale Costituente, mentre invece riconoscerà questo governo parallelo, conferendo loro finanziamenti, diplomazia, armi ecc… Questo implica un conflitto di carattere prolungato e loro si stanno preparando per questo”.                          

In questo modo “l’unica maniera che la destra ha per riuscire a spezzare il rapporto di forza è attraverso un’azione che proviene soprattutto dalla comunità internazionale, come per dire, dagli Stati Uniti”, poiché “oggi a livello nazionale non hanno la forza per il loro piano”.          

Quanto precede implica che “in Venezuela la destra ha optato per uscire dalla legalità e questo è ciò che vedremo d’ora in avanti”. Questo ci fa capire come sia stata significativa la dichiarazione del presidente americano, pare infatti che “Donald Trump abbia minacciato il Venezuela con sanzioni economiche nel caso in cui si darà l’Assemblea Nazionale Costituente. È significativo perché si può interpretare anche come un segnale che il piano non si sta sviluppando come vogliono; e io credo che questo sia un messaggio che è emerso il giorno 16 quando si è visto che molti di quelli che sono andati a votare appartenevano alle fila del chavismo. Significa che, dopo tanti anni di attacchi contro il chavismo, questo continua ad esistere e ha preso parte alle manifestazioni di domenica”.                           

Tuttavia, Teruggi ci ricorda di tener presente che lo scenario di un intervento esterno non si deve escludere, in quanto il Venezuela confina con la Colombia che ha sette basi militari statunitensi e conta di un’enorme presenza di paramilitari che potrebbero giocare un ruolo importante nello scenario di confronto con il governo bolivariano.                 

Sulla base di tutti questi elementi, Marco Teruggi conclude: “Uno può essere d’accordo oppure no con il progetto del chavismo, gli può sembrare che il progetto sia buono, sia cattivo, sia folle, che sia giusto, corretto oppure no. Però è un progetto politico che sta lì grazie ai voti e come tale deve governare. Di fronte c’è una destra che da quando questo blocco chavista è al governo, ha tentato un colpo di stato nel 2002, ha cercato di provocare insurrezioni e negli ultimi quattro anni si è dedicata a togliere rifornimenti alle persone, a nascondere i medicinali, con l’appoggio diretto e il finanziamento degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump non ha alcun interesse affinché questo conflitto si risolva ai voti. Quindi, uno può o non può appoggiare il governo di Nicolás Maduro, ma ciò che non può appoggiare è quello che c’è dall’altra parte. Quindi in ogni caso, bene, io non sono d’accordo con ciò che Maduro sta progettando, ma non posso essere d’accordo con una destra che afferma che l’unico modo per cambiare il governo in Venezuela sia attraverso un’insurrezione armata che ci porta a questa quantità di morti, che brucia la gente nelle strade, che attacca ospedali, che attacca istituzioni, che attacca le caserme, che viene difesa dagli Stati Uniti, che mette in campo paramilitari. Uno non può essere d’accordo con questo.. non lasciamoci ingannare e in ogni caso, se uno non appoggia il governo di Nicolás Maduro, sotto nessun punto di vista può essere d’accordo o supportare un colpo di stato che l’unica cosa che porta è più violenza, povertà e uno scenario catastrofico per il Venezuela. Non ci si aspetta nulla di buono dal governo che succederà al chavismo in Venezuela, lo dico assumendomi tutte le responsabilità. Quello che sta avvenendo è una rivincita, un tentativo di castigare la gente per aver osato sognare un altro tipo di progetto politico, di aver partecipato al piano di uno stato sovrano, indipendente, socialista. Quello che si sta dando è un processo di rivincita delle classi dominanti venezuelane: l’oligarchia, la borghesia, il settore finanziario, i partiti politici, a discapito del popolo perché commise il peccato storico di aver detto no ad un modello di sviluppo e alla ripartizione diseguale delle ricchezze, dove avrebbe sempre occupato la posizione dei poveri. Questo è ciò che si avrebbe nel caso vincesse la destra. Da parte nostra, sotto nessun punto di vista, possiamo accettarlo.”

A seguire l’intervista completa.

Cosa significa per il Venezuela e cosa significa per l’America Latina il processo dell’Assemblea Nazionale Costituente convocata dal governo di Nicolás Maduro e in particolare la giornata del 30 luglio?        

Bene, credo che per comprendere il momento attuale che sta attraversando una fase di acutizzazione degli scontri, è necessario prendere in considerazione vari elementi per capire come si è arrivati a questa situazione e perché domenica – 30 luglio ndr – si va a votare per l’Assemblea Nazionale Costituente. Credo che il primo elemento da comprendere è che da quando quattro anni fa Nicolás Maduro ha assunto il potere, ha subito un processo continuo di destabilizzazione che si è dato su tutti i piani, a volte con maggior priorità per uno mentre a volte in maniera simultanea. Quindi da quattro anni ci troviamo davanti ad un attacco sul fronte economico, comunicativo, un attacco in termini di violenza (per dirlo in termini semplici), un attacco sul piano diplomatico, sul piano civico, della popolazione. Tutto questo si sta combinando in maniera permanente, e ciò che è insopportabile è l’attacco economico, poiché è il fattore che più logora la popolazione.                      

La destra ha regolarmente organizzato episodi insurrezionali per distruggere il governo di Nicolás Maduro con la forza. Il primo episodio fu lo stesso giorno in cui ottenne la presidenza nell’aprile del 2013, giorno in cui Capriles Radonski disse alla gente di scendere nelle strade e che si concluse con undici morti. Il secondo episodio fu nel 2014, da febbraio ad aprile; questa volta con Leopoldo Lopez e il saldo finale fu di 43 morti. E questo che stiamo vivendo ora sarebbe il terzo tentativo di rovesciare il governo con la forza.                    

Qual è il calcolo che fanno?

Bene, la situazione economica, oltre al logoramento provocato dalle difficoltà nel ricevere medicine, i prezzi che aumentano, la pressione internazionale, gli attacchi comunicativi contro il governo, tutto ciò fa sì che la gente sia sufficientemente disperata per scendere nelle strade e cercare di togliere con la forza in governo a Nicolás Maduro. Questo cominciò agli inizi di aprile, ma il conflitto è in costante evoluzione nel senso che ad aprile c’era uno schema conosciuto basato sulla logica del conflitto venezuelano: c’erano blocchi nelle strade, attacchi con molotov, c’erano persone uccise durante le manifestazioni, ma si trattava delle dinamiche di conflitto utilizzate da sempre dalla destra nello scenario nazionale. Non era nulla di nuovo. Diciamo che a partire dal 20 aprile per arrivare ad oggi, abbiamo avuto un’evoluzione di questo quadro, segnato da tappe molto forti. La prima è che hanno iniziato ad aver luogo attacchi di tipo militare, soprattutto attacchi alle caserme, ai commissari, attacchi armati contro i corpi di Sicurezza dello Stato, nello specifico una bomba esplosa a distanza. Pochi giorni fa si è vista una persona armata di un fucile R15 in centro a Caracas che assaltava una stazione di polizia. Queste sono le novità dell’inasprimento di questa escalation, oltre ai tentativi di mantenere varie parti del paese sotto assedio di una violenza molto forte per due o tre giorni. In dieci o quindici città venezuelane ci sono stati questi attacchi e sono durati per due o tre giorni, portati avanti da gruppi di paramilitari o da altri gruppi addestrati per questo. Queste sono cose che il mondo esterno non conosce molto, ma quando una persona visita il paese si rende conto che questa struttura armata di cui la destra si è dotata sta operando con estrema forza e rappresenta, per dirlo con termini classici, il suo braccio armato, ovvero ciò che lavora nell’ombra e che rimane nascosto ai mezzi di comunicazione.

Proprio questo è ciò che vorrei puntualizzassi per le persone che non conoscono lo scenario venezuelano: chi è la destra? Come si struttura?                    

Ci sono differenti livelli all’interno della destra. Abbiamo la grande borghesia, l’oligarchia, soprattutto la Federazione Nazionale degli Allevatori, la Chiesa, i partiti di destra che a loro volta hanno delle differenze al loro interno. La destra di Unidad Democrática guidata da Henry Ramos Allup non è la stessa del nuovo partito di Unidad Popular o di Primero Justicia, rispettivamente guidati da Leopoldo Lopez e Henrique Capriles Radonski.      

Dopo di che abbiamo la base sociale storica della destra, la quale è una base composta principalmente dalla classe media, medio-alta, che è quella che si è opposta continuamente al chavismo per tutto il tempo in cui è stato al governo dal 1999. Sono coloro che hanno collaborato al colpo di stato del 2002 e che odiano tutto ciò che assomiglia al chavismo. A loro volta sono riusciti a sviluppare delle formazioni per affrontare gli avversari nelle strade.                                      

Ci sono quindi livelli che si vedono mentre altri no. Cos’è che si vede nelle strade e nei mezzi di comunicazione?

I dirigenti di destra, la loro base sociale storica che si mobilita e a poco a poco comincia a mostrarsi anche coloro che vengono chiamati “gli scudieri”, che sono la prima linea durante gli scontri – che alle telecamere si mostra molto forte – gente ben preparata con scudi, già definiti come eroi. Questi rappresentano il primo livello e fino a loro arrivano le telecamere, le quali li mostrano sempre come vittime delle aggressioni dello Stato. Questi dispongono di una vasta serie di modi per confrontarsi negli scontri: bombe molotov, diversi tipi di mortai, i blocchi stradali, olio per far scivolare le moto ecc. .                                

Allo stesso tempo ci sono altri livelli che sono questi fili che nessuno nomina, livelli che hanno la capacità, ad esempio, di assaltare le caserme, i commissariati, di sottomettere le popolazioni con armi pesanti e altre più leggere, di porre un assedio totale, che sono coloro che operano quando la destra indice “degli scioperi fittizi”, non approvati o istituiti con il solito iter ma che si configurano nell’obbligare i commercianti a chiudere i negozi. Guidano moto incappucciati, con armi da fuoco, danno fuoco agli autobus che circolano per obbligarli a fermarsi. Ha a che vedere con un processo che da molti anni si vede in Venezuela, frutto di circa dieci anni di radicamento del paramilitarismo in diversi settori nazionali. Negli stati di Tachiram e di Barinas si è formata una struttura paramilitare con una propria logistica e intelligence, legata ai partiti di destra che stanno iniziando ad emergere nello scenario di conflitto.                          

Questo è ciò che nessuno mostra, quello che nessuno desidera nominare e ciò che in realtà è più preoccupante perché è ciò che sta emergendo e ciò che sta accompagnando nell’ombra tutto il processo di mobilitazione della destra.        

È evidente come la destra non si assuma la responsabilità, ma uno vede come tutto questo si attua nei territori e si vede come ci sia un braccio armato che sta operando.      

Ciò che preoccupa è la presenza di una struttura comunicativa, soprattutto internazionale, che legittima tutto questo. Diciamo che le conferisce un carattere epico, un carattere democratico, libertario. Insomma, presentano questa violenza come una violenza legittima e la benedicono, consacrando gli incidenti accaduti e le cosiddette “guardie”.       

Ora, nessuno si rende responsabile dei fatti che provoca. Per esempio, una cosa che è successa fin dall’inizio è che hanno adottato la metodologia di incendiare le persone nelle strade. Ci sono più di venti casi in cui le persone coinvolte sono poveri, o neri, o chavisti, che per loro [la destra] sono praticamente la stessa cosa. Per gli occhi dei classisti di destra è lo stesso che tu sia nero, povero o chavista. Tutto questo, per la destra, è un errore storico che deve essere eliminato e così ha iniziato ad applicare questa metodologia.                

Quindi questa è la struttura reale della protesta della destra che fuori viene presentata come democratica e che non si assume nessuno dei suoi atti e nessuno le riconosce ciò che sta facendo. Se qualcuno chiede loro se hanno organizzato il colpo di stato del 2002, qualcosa che è stato filmato, studiato, dimostrato, nessuno dei dirigenti che lo commisero affermerà di averne preso parte e si presenteranno come democratici e pacifisti.

E come potresti darci un’idea delle correlazioni che intercorre tra le forze in campo, nella base sociale a cui fanno riferimento il chavismo e la destra? Perché qualcuno potrebbe chiedersi perché non c’è una risposta collettiva a questa violenza della destra. Come ce lo spiegheresti?

Il blocco della destra, come l’ho descritto in precedenza, mostra due debolezze principali riguardanti la loro strategia per un colpo di stato: la prima è che non hanno l’appoggio delle Forze Armate Nazionali Bolivariane, ovvero non hanno un esercito per compiere il colpo di stato, la seconda è che non hanno l’appoggio dei settori popolari che vivono nei quartieri.                  Per la situazione economica molto complessa che sta attraversando il Venezuela, ci sono persone appartenenti ai quartieri popolari che si sono alleate al chavismo, gente delusa, concentrata unicamente nella risoluzione dei loro problemi giornalieri come trovare cibo, medicine, prodotti per l’igiene; persone che è più preoccupata e coinvolta nei tentativi di risolvere la vita quotidiana invece che pensare alla battaglia politica. Come sempre ci sono poi persone appartenenti all’opposizione.      

Quindi bene, i quartieri, i settori popolari. Con questo quadro uno potrebbe dire “i quartieri sono chavisti”, come se fossero qualcosa di monolitico, se non che all’interno ci sono differenti punti di vista. I quartieri non si sono uniti alle proteste della destra. L’epicentro della protesta continua ad essere la zona della classe media, medio-alta, delle principali città. Lì è dove si sviluppano gli scontri, gli scenari di violenza, gli incendi ecc..

Secondo uno schema grafico: Caracas è divisa nel suo centro in Ovest e Est, ad Ovest c’è la zona della classe popolare mentre a Est la zona della classe media e medio-alta. Ad Est ci sono anche quartieri importanti, ma tutta la zona di conflitto si trova nel centro della parte Est di Caracas. Io vivo nell’Ovest della città, tutti i giorni esco, faccio le mie compere, cammino, prendo l’autobus, la metropolitana e non vedo nessun episodio di violenza. Tutto succede in quella parte della città dove c’è la base sociale della destra.             

La destra sa che c’è un problema perché non posso prendere il potere senza le forze armate e l’appoggio delle classi popolari. Cos’è che hanno tentato di fare e cosa hanno organizzato?

Incursioni notturne nei quartieri popolari. Lì hanno stretto alleanze con alcuni settori della criminalità organizzata, coloro che si palesano generalmente attorno alle otto, nove, dieci di sera per scontrarsi con la polizia o con i commercianti all’interno dei quartieri. Un modo per dimostrare che in queste zone ci sono forme di ribellione popolare. Quello che c’è, in realtà, è un piano orchestrato che si muove in città come se fosse una mappa e che afferma “questa notte andiamo in questo e quel luogo” e in simultanea avvengono questi scontri organizzati. Nelle reti social si diffondono le notizie, soprattutto su Twitter, che cercano di mostrare che lì ci sono le prove di una violenza genuina e spontanea della gente.        Si tratta di un’architettura del conflitto, una strategia per cercare di costruire una realtà che non c’è.             

Nei fatti questo è un paese che funziona con molti tempi alla volta. C’è il tempo dove nelle loro zone pianificano il conflitto, dopo di che il resto del paese vive nella normalità. Oggi (25 luglio 2017), per esempio, un giorno prima del nuovo “sciopero civico” – che non sarà civico se non un esercizio di violenza e appoggio delle imprese – la città è immersa nella tranquillità, uno la attraversa e non succede nulla. Succede qualcosa solo quando escono dai loro settori radicalizzati per scendere in strada.               

È bene notare che hanno una quantità di appoggio considerevole, ma non è aumentato in più di cento giorni di violenza. Questo è un tema che pone anche loro in uno scenario più complesso, perché significa che hanno sì ottenuto la legittimazione della loro violenza in certi settori, soprattutto anche sul piano internazionale, ma all’interno della società venezuelana, a causa della gravità di queste espressioni violente da loro commesse, ha provocato un certo logorio. Diciamo che non può passare inosservato il fatto di dare fuoco a venti persone in un paese come il Venezuela. È difficile affermare che sia stato il Governo, anche se loro continuano a negare di essere i colpevoli. Per esempio, si è visto come una settimana fa un agente del servizio di intelligence legato a questo universo [di destra] realizzò un attacco con un elicottero sopra il Tribunale Supremo di Giustizia. La destra afferma che è stato un auto-attentato del governo. È ciò che dicono di tutto ciò che sta succedendo, non si rendono responsabili di nulla e incolpano il governo di tutte le azioni che loro commettono. Ma c’è un limite a questo. Dopo cento giorni di conflitto la gente pone dei dubbi di fronte all’ipotesi, ormai insostenibile, di un’opposizione pacifica e democratica.        

C’è quindi una tensione: bisogna legittimare la violenza, bisogna mostrarla come giusta, questo è quello che vogliono fare con la loro base sociale che è convinta che sia necessario uccidere i chavisti, affermando che se vedono un chavista in strada sono pronti a linciarlo e che credono che il chavismo sia un enorme errore storico da eliminare completamente in tutto il Venezuela. Ma per il resto del paese è difficile pensare che dietro alla chiamata della destra a rovesciare il regime, come lo definiscono loro, di Nicolás Maduro ci sia un vero progetto democratico, una soluzione possibile per il Venezuela. Si trovano quindi in trappola in quanto vorrebbero togliere il potere a Maduro con la forza, ma non ne dispongono a sufficienza. 

E ovviamente questi cento giorni di violenza hanno come obiettivo, diciamo, il processo dell’Assemblea Nazionale Costituente. Ci puoi spiegare come rientra tutto questo nella proposta della Costituente?

La proposta dell’Assemblea Nazionale Costituente compare il primo di maggio, a meno di un mese dall’inizio del conflitto, anche se aveva già raggiunto proporzioni dirompenti. Credo che quando si convoca l’Assemblea Nazionale Costituente si aprono due scenari. Il primo è in qualche modo un tradimento nei confronti della destra in modo che la discussione ritorni al terreno elettorale democratico e al dialogo, ovvero, si cerca di pianificare uno scenario che non è niente di meno che la discussione delle basi di una costituzione nazionale, e con questa apertura fare in modo che la destra si trovi in difficoltà, per così dire, tra mantenere un’agenda violenta, o unirsi a un processo aperto di iscrizione dei candidati e delle candidate per l’Assemblea Nazionale Costituente. Questo è un piano che ha a che vedere con il creare uno spazio possibile in un piano di disputa comune prima del propagarsi della violenza e, dall’altra parte, ha a che vedere con l’aprire nuovamente le porte all’interno del processo rivoluzionario, perché si sa che il processo giunge con delle difficoltà annesse alla crisi economica, in quanto ci sono attacchi dei grandi impresari ma che presenta anche delle debolezze da parte del chavismo stesso. Ci sono persone deluse dalle logiche della direzione politica, ad ogni modo, ci sono una serie di problemi che la Costituente pianifica di aprire come delle porte in modo che ognuno possa entrare, segnarsi come candidato e contribuire a riavviare il dibattito interno in Venezuela e portare nuove forze al progetto politico.                    

Qual è il problema che è successo e che poteva rivelarsi una possibilità?

È che la destra si rifiutò di fatto di partecipare all’Assemblea Nazionale Costituente e non solamente questo – in quanto aveva la possibilità di non segnare i suoi candidati – in quanto cercò di fare in modo che questa assemblea non avesse luogo. Si apre così un confronto più ampio portato avanti dalla destra sostenuta dagli Stati Uniti, l’Unione Europea, i presidenti di destra dell’America Latina, gli ex presidenti. Tutto questo blocco politico si oppone all’Assemblea Nazionale Costituente.    

Quindi, tutto si concentra nella disputa attorno alla data del 30 luglio, dove la destra afferma “non ci saranno convocazioni”, e il governo dice “facciamo una convocazione democratica, aperta a tutto il paese”. Ci sono più di mille candidati e candidate iscritti per il 30 luglio.                

È attorno a questa data che si sta sviluppando un’aspettativa di confronto circa l’Assemblea Nazionale Costituente, che a sua volta viene alimentata da nuovi elementi: il principale è questo piano della destra di creare uno Stato parallelo che ha già iniziato a nominare nuovi magistrati per il Tribunale Supremo di Giustizia e che ha annunciato che verrà eletto un nuovo presidente per le elezioni primarie. Uno scenario che si è già visto in alcuni paesi del Medio Oriente. Ha senso questo governo parallelo? Per il Venezuela nessuno perché non pone un governo reale se non una designazione a livello mediatico. Avrebbe senso a livello internazionale.

Qual è l’ipotesi possibile?

Che una volta fatte le elezioni di domenica, che verranno precedute da ondate di violenza molto forti, l’opposizione venezuelana e la comunità internazionale non riconosceranno né il governo del presidente Nicolás Maduro né l’Assemblea Nazionale Costituente, mentre invece riconoscerà questo governo parallelo, conferendo loro finanziamenti, diplomazia, armi ecc…Questo implica un conflitto di carattere prolungato e loro si stanno preparando per questo.            

Ora, anche se venerdì sono stati eletti i magistrati del Tribunale Supremo di Giustizia non ha avuto alcun effetto in Venezuela. Non è che con l’auto-proclamazione che qualcosa può effettivamente risolversi. Il potere deve essere esercitato e la destra non ne ha la forza. È la sua trappola, diciamo: parlano di cose che poi non possono sostenere ma che possono utilizzarle a livello internazionale.             

Quello che si può notare in questi cento giorni di conflitto è che l’unico modo che la destra ha per spezzare la correlazione tra le forze è attraverso un’azione proveniente soprattutto dalla comunità internazionale, ovvero dagli Stati Uniti. Oggi, a livello nazionale, non ha la forza per sostenere il suo piano.

La simulazione di plebiscito che ha fatto la destra nei giorni scorsi e che ha ottenuto tutto il sostegno possibile dalla stampa internazionale e dalle varie oligarchie, non è un avviso in un certo senso? Cosa ci puoi dire di questa simulazione?

Perché da qui lo vediamo come una strategia che ha avuto risultati in termini di presenza sulla stampa internazionale, la quale lo sta incoraggiando. Ovvero, un avviso di come saranno le cose.

Prima di tutto, in Venezuela la destra ha optato per uscire dalla legalità e questo è ciò che vedremo d’ora in avanti. Quindi il plebiscito evidentemente non era legale, ma questo non è il dibattito che c’è ora in Venezuela. Invece, il dibattito riguarda il fatto che avevano bisogno di costruire una giornata per dare legittimità a ciò che sarebbe venuto dopo. Quello che verrà dopo, che si chiami violenza o che si chiami governo parallelo, è il motivo del plebiscito, per dire: “Guardate, abbiamo ottenuto tanti voti. Ci sono milioni persone che sono d’accordo con quello che stiamo dicendo”. Nessuno sa quanti voti furono in realtà, ci sono delle discordanze nei numeri. Esistono errori giganteschi per giustificare la quantità che hanno presentato, ma questo non importa. Ciò che importa è che dal punto di vista internazionale hanno ragione. Inoltre, quel giorno c’è stato un processo elettorale per l’Assemblea Nazionale Costituente, e a livello internazionale è emerso solo il plebiscito, ovvero il fatto che milioni di persone hanno fatto una prova elettorale per le elezioni che avranno luogo questa domenica. Chiunque si trovasse in Venezuela quel giorno avrà visto entrambe le cose, così come è evidente che i mezzi di comunicazione hanno scelto di raccontare una parte del paese e dirla in maniera falsa.                  

Quindi questo plebiscito lo utilizzeranno come una legittimazione delle azioni che si verificheranno più avanti. Diranno: “abbiamo già fatto un esercizio di democrazia enorme, con una partecipazione gigantesca”. Non importa che nessuno sappia dei numeri che di cui dispongono perché i media internazionali li appoggiano e a partire da questo seguiranno i loro passi. In questo plebiscito c’era già un punto dei nuovi poteri e del governo parallelo. Questo è ciò che afferma. Lo useranno per darsi un ruolo di prestigio democratico a partire da questa consultazione.

Hai detto che l’unico modo che la destra ha di realizzare il suo piano è grazie ad un appoggio esterno. Che tipo di appoggio sarà e da dove verrà? Che parte avranno gli Stati Uniti? Già abbiamo visto il ruolo penoso di alcuni governi come il Messico e la Colombia, solo per fare due esempi, che hanno conferito valore alle azioni della destra venezuelana. Cosa ci puoi dire di questi fattori esterni e che ruolo giocheranno durante e dopo la giornata del 30 luglio?

È significativo che, il giorno dopo il plebiscito, lo stesso presidente Donald Trump abbia minacciato il Venezuela con sanzioni economiche nel caso in cui si darà l’Assemblea Nazionale Costituente. È significativo perché si può interpretare anche come un segnale che il piano non si sta sviluppando come vogliono; e io credo che questo sia un messaggio che è emerso il giorno 16 quando si è visto che molti di quelli che sono andati a votare appartenevano alle file del chavismo. Significa che, dopo tanti anni di attacchi contro il chavismo, questo continua ad esistere e ha preso parte alle manifestazioni di domenica.     

Hanno già annunciato che si schiereranno contro le sanzioni economiche, viste come un piano d’attacco, ma che possono essere giustificate diplomaticamente, come il blocco economico nei confronti di Cuba che va avanti da cinquant’anni. L’obiettivo è soffocare la popolazione, fare in modo che l’economia nazionale non abbia la capacità di risolvere i problemi più gravi che le si presenteranno.       

Credo che per prima cosa  dobbiamo togliamoci l’idea dell’intervento, come se un giorno apparissero in cielo e atterrassero nel paese una quantità di marines dicendo “siamo marines e siamo venuti per invadere il Venezuela”. Non credo che tutto questo succederà. Se uno guarda i conflitti recenti, prendiamo come esempio la Siria, si rende conto che in realtà gli Stati Uniti, salvo la bomba che lanciò il governo Trump qualche mese fa, non sono mai entrati come tali nel paese, se non con una guerra condotta da fuori attraverso gruppi interni da loro finanziati.        

Qual è il vantaggio di cui dispongono gli Stati Uniti nel quadro venezuelano?

Considerando che vicino c’è la Colombia, che significa che ci sono basi militari (sette), che c’è un esercito colombiano disposto ad appoggiare gli Usa, che c’è uno sviluppo enorme del paramilitarismo in Colombia, che ha acquistato maggior forza nelle zone di frontiera a seguito della smobilitazione delle FARC e che stanno occupando questo spazio. Partendo da questo si può immaginare uno scenario di conformazione di una forza militare capace di pianificare uno scontro maggiore contro lo stato venezuelano.             

Credo che l’intervento sia già iniziato. Quello che succede è sufficiente per destabilizzare il paese, chiudere le città, assassinare le persone e tutto ciò che vediamo in questi giorni. Ma non è sufficiente per spezzare il legame di forza.                     

La domanda è: gli Stati Uniti saranno disposti a esporsi maggiormente e a lanciare un’offensiva che potrebbe generare uno scontro armato diretto lungo la frontiera con la Colombia, un’offensiva militare nel sud dell’Amazzonia, con la Exxon Mobil che sta operando nella zona di Guyana e che ha una disputa con il Venezuela? Faranno un passo in più? Come sarà questo passo? Finanzieranno apertamente i settori paramilitari interni? Questi settori avranno una loro identità?

Questo, per esempio, è interessante perché nelle ultime settimane si è creata una tensione tra la dirigenza di destra, la MUD (Mesa de Unidad Democratica), e qualcosa che si chiama “La resistenza”, la quale ha lavorato sulla propria identità, legata ai settori che non corrispondono alla destra e che si vedono come una forza autonoma. Questa forza autonoma può svilupparsi come un braccio armato militare, come è già successo in Medio Oriente, una forza ribelle che opera in territorio venezuelano con l’obiettivo di liberare alcune zone? Questo di vedrà con il tempo. Nei fatti, oggi, quello che si sa è che la destra può avere un vantaggio nella battaglia dei sensi, della comunicazione, ma al momento non ha la capacità per sostenere le sue posizioni. Oggi, per quello che sappiamo, la destra non può, per esempio, prendere la testa di uno stato o di un municipio, occuparlo con la forza e dire: “A partire da oggi questo è un territorio liberto”, e per esempio trasferire il governo parallelo in questa zona. Questo non sembra possibile se si guarda lo sviluppo della sua forza territoriale, materiale.                      

È una nuova guerra, che da una parte continua a mantenere l’elemento classico della guerra, di cui mancano le forze. In Siria c’era l’esercito dello Stato che si rivoltò e si fallì, c’erano settori organizzati con un gran potere militare. In Venezuela non c’è la Forza Armata Nazionale Bolivariana, questo è bene dirlo. Quello che ha al giorno d’oggi sono alcuni gruppi paramilitari che non dispongono della forza necessaria. Per questo insisto nel dire che senza gli Stati Uniti è difficile che la destra venezuelana esca da questo pantano.

A pochi giorni dal 30 luglio, secondo quello che dici, la destra non tiene modo di dominare questo processo. Quindi, qual è lo scenario che vedi per la consolidazione dell’Assemblea Nazionale Costituente?

Lo scenario più probabile per i prossimi giorni riguarderà un’ escalation della violenza. Non ci dovranno sorprendere azioni militari di altro tipo o di altra portata. Ma, a mano che non abbiano un asso nella manica che nessuno di noi conosce, queste azioni non impediranno le elezioni di domenica.                                           Queste elezioni sicuramente avverranno in un quadro conflittuale molto esteso. Una volta che accadrà potremo analizzare vari elementi: per prima cosa quante persone avranno votato per l’Assemblea Nazionale Costituente, punto chiave per darle legittimità. Quante più persone avranno votato maggiore sarà la sua legittimità e più difficile sarà per la destra affermare che l’Assemblea Nazionale Costituente non ha alcun sostegno politico. Sarà una sfida per il chavismo e il governo.    

Per il momento non do alcun pronostico perché la situazione è complessa. 

Traduzione a cura  dell’Associazione Ya Basta! Êdî Bese!

http://www.globalproject.info/it/mondi/possiamo-non-essere-daccordo-con-maduro-ma-non-possiamo-appoggiare-una-destra-violenta/20991