ALTRI OMICIDI DEL CAPITALISMO

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Siamo costretti ad aggiornare il bollettino della guerra quotidiana, del massacro quotidiano: miniere e ponti in costruzione che crollano, roghi in fabbrica, petroliere e piattaforme petrolifere in fiamme, impalcature di cantieri che si afflosciano, amianto che uccide giorno dopo giorno, malattie “professionali” che fiaccano i corpi… questa volta si aggiungono quattro operai bruciati vivi in Veneto e uno schiacciato in Liguria, siamo nei soli primi quattro mesi del 2018 a 400 morti. Sindacati e forze politiche esprimono il loro cordoglio, si costituiscono parte civile, promettono indagini a tappeto, forse anche (bontà loro!) proclameranno un qualche scioperuccio con relativo corteo funebre e discorso di circostanza… Palle: il loro compito da tempo immemorabile non è più quello di organizzare la difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, ma di seppellire pure il ricordo di coloro che sono stati calpestati e uccisi in nome del profitto.

Non si parli di “fatalità”, non si parli di “leggi male applicate”, non si parli di “risorse insufficienti”, non si parli di “errori umani” o di “morti bianche”: è tutto un modo di produzione che va buttato nella pattumiera della storia, perché lì – nei ritmi di lavoro, nella corsa al profitto, nei tagli delle spese improduttive, nello sfruttamento quotidiano della forza-lavoro – lì sta la ragione, da trecento anni a questa parte, di quell’omicidio di massa che ha nome “incidente sul lavoro” e che meglio sarebbe chiamare “omicidio di lavoro”. Gli operai, i proletari, devono tornare a difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro con la lotta, la lotta aperta e senza sconti, insofferente di ogni “se” e di ogni “ma” e soprattutto di ogni limitazione, di ogni condizionamento, di ogni regolamentazione. Devono tornare a mobilitarsi e organizzarsi, territorialmente, insofferenti delle gabbie che sindacati ufficiali e partiti democratici costruiscono ogni giorno sulla pelle loro e delle loro famiglie. La difesa è necessaria e urgente, ma non basta: ciò che deve tornare ad animare queste lotte indispensabili è la consapevolezza che o ci si prepara ad abbattere questo sistema fondato sul profitto e sullo sfruttamento (=miseria, disoccupazione, precarietà, malattia e morte) oppure questa guerra quotidiana contro i lavoratori continuerà imperterrita a fare vittime.

Milano, 14/05/2018

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
(il programma comunista)

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«Massacrato dai carabinieri»: la verità al processo Cucchi

 

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Le dichiarazioni al processo d’appello dellappuntato dei carabinieri Riccardo Casamassima

«È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato. Il maresciallo Roberto Mandolini me lo disse portandosi la mano sulla fronte e precipitandosi a parlare con il comandante Enrico Mastronardi della stazione di Tor Vergata.Seppi da quella che è poi diventata la mia compagna, Maria Rosati, e che assistette al colloquio perché faceva da autista di Mastronardi, che stavano cercando di scaricare le responsabilità dei carabinieri sulla polizia penitenziaria. Lei capì il nome Cucchi ma all’epoca non era ancora una vicenda nota perché non era morto».

È iniziata così la testimonianza oggi in prima corte d’Assise dell’appuntato dei carabinieri Riccardo Casamassima, l’uomo che denunciando i suoi colleghi militari ha fatto riaprire il caso Cucchi, il geometra di 31 anni deceduto all’ospedale Pertini il 22 ottobre del 2009, sei giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti.

Nel processo bis sono imputati cinque carabinieri accusati a vario titolo di omicidio preterintenzionale, falso e calunnia. «Qualche giorno dopo incontrai il figlio di Mastronardi, Sabatino con il quale ebbi uno scambio confidenziale – ha continuato, rispondendo alle domande del pm Giovanni Musarò, Casamassima, che all’epoca dei fatti prestava servizio alla stazione di Tor Vergata e ora è in servizio all’VIII Reggimento –  anche lui si portò la mano sulla testa e parlando della morte di Cucchi disse che non aveva mai visto una persona così messa male. Lo aveva visto la notte dell’arresto quando il ragazzo venne portato a Tor Sapienza».

Un’udienza cruciale che fa seguito a quella in cui altri due carabinieri hanno ammesso l’esistenza di verbali manomessi per minimizzare le condizioni di salute di Cucchi, gravemente compromesse proprio dal pestaggio che sta venendo fuori da questa udienza.

Casamassima ha detto di aver deciso di parlare dopo quattro anni e mezzo, «perché all’inizio la vicenda Cucchi non mi aveva visto coinvolto in prima persona, ma troppe cose fatte dai miei superiori non mi erano piaciute, come l’abitudine di falsificare i verbali, e, provando vergogna per ciò che sentivo e vedevo, ho deciso di rendere testimonianza, temendo ritorsioni che poi si sono verificate. Quando è uscito il mio nome sui giornali, i superiori hanno cominciato ad avviare contro di me procedimenti disciplinari, tutti pretestuosi. Con Mandolini (accusato di falso e calunnia, ndr.) mi sono incrociato una mattina nell’ottobre del 2016: gli dissi solo di andare a parlare col pm e a dire quello che sapeva – ha concluso Casamassima – gli dissi che la Procura stava andando avanti e che aveva in mano una serie di elementi importanti. Lui mi rispose dicendomi che il pm ce l’aveva a morte con lui».

Ilaria Cucchi, dopo l’udienza, punta il dito senza più timore verso il maresciallo Mandolini. «è lui il principale responsabile – dice – e ricordo bene quando venne in aula nel primo processo, quello sbagliato, a raccontarci la storiella che quella era stata una serata piacevole e che Stefano era stato anche simpatico. Adesso è il processo giusto e si parla di pestaggio. Ogni volta in quest’aula ho la pelle d’oca».

Checchino Antonini da left

16 maggio 1944: la rivolta dei gitani ad Auschwitz

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16 maggio 1944, le SS decidono di smantellare il Familienzigeunerlager, il “campo per famiglie zingare” ad Auschwitz. “Smantellare il campo” è una triste formula che porta con sé allegato il significato di “eliminare tutti gli internati”. E’ consuetudine, ad Auschwitz, che ad una decisione presa dai nazisti segua docile la sua messa in atto, senza ostacoli o impedimenti. Non ci si aspetta che qualcuno tra i reclusi nel lager possa alzarsi in piedi a dire di no: non è mai successo, e diversi anni di esperienza nei campi hanno insegnato questa usanza a prigionieri e secondini.

Ma quel 16 maggio, all’ordine di uscire dalle baracche e dirigersi verso le camere a gas, segue sorda la risposta di chi non ha mai voluto imparare costumi e usanze del posto. In 4.000 escono dai capannoni. Hanno dipinti sul volto i segni della fame e dei soprusi, ma negli occhi brilla ancora una scintilla di dignità che impedisce loro di andare a morire in silenzio. Uomini donne e bambini. Chi armato di spranga, chi di bastone. Alcuni raccolgono da terra pietre e calcinacci, altri si gettano sugli aguzzini a mani nude. Le SS sono costrette a desistere di fronte alla rivolta, sconcertate da una reazione che non pensavano potesse verificarsi e che non si verificherà più.

Lo Zigeunerlager viene liquidato il 2 agosto dello stesso anno, e tutti i detenuti all’interno uccisi. I nazisti hanno smesso di passare i rifornimenti al campo, e i Gitani presi per fame vengono ridotti all’obbedienza e alla fossa.

Si parla poco della morte di oltre 500.000 tra Rom, Sinti e Manush sotto il regime nazista e fascista, e della predilezione che il dottor Mengele aveva nei suoi esperimenti per i bambini zigani. Durante il Processo di Norimberga i superstiti non vengono neanche ammessi come parte civile, e pochi stati attualmente annoverano il Porrajmos (termine che il lingua romani significa “divoramento”) subito dai gitani come parte dei crimini nazisti.

Infoaut

Fonte

Roma, al liceo Benedetto da Norcia “raid squadrista” di Blocco studentesco. Aggrediti due studenti ·

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Roma, al liceo Benedetto da Norcia “raid squadrista” di Blocco studentesco. Aggrediti due studenti
Prima gli insulti, poi gli spintoni e infine le mani addosso. Fino a farsi male. È accaduto ieri mattina davanti al liceo classico Benedetto da Norcia, al Prenestino: tutto è cominciato quando esponenti del Blocco Studentesco (le giovanili di CasaPound) si sono presentati fuori dal liceo per affiggere abusivamente uno striscione sui muri antistanti la scuola. Ma alla protesta dei rappresentanti d’istituto, i militanti hanno reagito violentemente, con “attacchi fisici, addirittura avrebbero utilizzato caschi”, spiegano dalla Rete degli Studenti Medi.

“Ieri alle ore 8.05 – raccontano i ragazzi del Collettivo Benedetto da Norcia – davanti alla sede succursale si sono presentati circa venti militanti di varia età, alcuni anche ultra 25enni, dell’organizzazione neofascista Blocco Studentesco. Alla richiesta di spiegazioni da parte del nostro rappresentante d’istituto riguardo uno striscione intimidatorio, attaccato davanti la scuola, la risposta dei militanti è stata fortemente violenta. Il nostro rappresentante d’istituto è stato attaccato con un casco da motorino ed un’altra persona è rimasta coinvolta nella rissa. È necessario sottolineare quanto questi eventi non ci siano sconosciuti: già altre volte nei mesi passati sono avvenuti fatti di matrice fascista e squadrista nei confronti degli studenti del liceo. E già precedentemente la scuola non è rimasta in silenzio. Noi, ragazzi e ragazze del collettivo studentesco condanniamo aspramente i fatti di ieri mattina e tutti i precedenti, ribadendo per l’ennesima volta che non cadremo nelle provocazioni di chi è incapace di esistere senza l’imposizione violenta. La risposta dell’intero istituto ci è sembrata abbastanza chiara: tolleranza zero a chi compie atti squadristi fuori dalle nostre scuole”.

Il preside Fabio Foddai ha prontamente riportato tutto alle autorità competenti, mentre le famiglie dei ragazzi malmenati hanno fatto un esposto ai carabinieri. D’altronde invita tutti a “non rimanere in silenzio”, il dirigente scolastico. “Gli studenti sono stati vittima di una aggressione di stampo chiaramente intimidatorio e fascista”, aggiunge condannando “fermamente l’uso di ogni forma di violenza” e manifestando “solidarietà e vicinanza ai ragazzi”. “Era la prima volta che succedeva, da quando ci sono io”, conclude.

“Non possiamo che condannare fermamente quanto accaduto – dichiara Gabriella Venezia, Segretaria Generale dello SPI CGIL Rieti, Roma Est e Valle dell’Aniene – il nostro impegno per far conoscere ai ragazzi e alle ragazze la Memoria e quello che è stato uno dei periodi più bui della storia del nostro Paese continua a rappresentare per noi una priorità assoluta. La scuola oggi dovrebbe essere un luogo che promuove il confronto e il dibattito, non uno in cui gli studenti debbano aver paura di subire violenza esprimendo un’idea.”

Continua Giacomo Santarelli, Coordinatore della Rete degli Studenti Medi di Roma: “Siamo vicini agli studenti, vittime di questo vile attacco: azioni di questo genere non possono avere alcuno spazio nelle nostre scuole e nelle nostre città e vanno combattute con fermezza. Crediamo profondamente nel confronto democratico delle idee e chiunque si ritenga superiore alle regole dello stare insieme civilmente è fuori dal perimetro democratico e deve essere perseguito con tutta la forza delle autorità competenti.

“D’accordo anche Mario Rusconi, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi del Lazio: “Questi atteggiamenti sono inammissibili in ambienti scolastici, anche se davanti al cancello antistante l’istituto. È giusto che si denunci: hanno fatto bene il preside a riportare tutto alle autorità competenti e le famiglie a fare un esposto ai carabinieri”.

 

9 maggio 1976: morte di Ulrike Meinhof

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9 maggio 1976, il corpo di Ulrike Meinhof viene trovato senza vita, appeso alla finestra della sua cella nel braccio speciale del carcere di Stoccarda Stammheimer. Le perizie legali, sempre molto lacunose ed incomplete, si orientano tutte verso l’ipotesi del suicidio della militante rivoluzionaria. Ma ci sono elementi che non convincono; gli altri detenuti non credono alla versione ufficiale in cui poliziotti e medici legali si contraddicono senza pudore. E non sono solo i suoi compagni di prigionia ad avere dei dubbi: anche nell’opinione pubblica comincia a farsi spazio quest’idea che la Meinhof sia “stata suicidata” da terzi. Così nasce la Commissione internazionale di inchiesta sulla morte di Ulrike Meinhof, che comincia a portare alla luce tutte quelle discordanze prodotte dalle autopsie legali. Non ultimo il problema di un cappio troppo largo per sostenere il corpo. Citiamo dalla traduzione italiana: “Si può appendere un cadavere in un cappio troppo largo, solo se si approfitta della rigidità cadaverica per mettere la testa in una posizione fissa, che non permetta più al cappio di scivolare.”. 

Ulrike Meinhof è in prigione in attesa del processo che probabilmente la condannerà al carcere a vita. È membro fondatore della Rote Armee Fraktion (Fazione dell’Armata Rossa), un’organizzazione rivoluzionaria della Germania ovest, attiva dal 1970 al 1998. Incarcerati insieme a lei ci sono altri membri della prima generazione del gruppo: Andreas Baader, Gudrun Ensslin, Jan-Carl Raspe e Irmgard Möller. Anche loro, il 13 ottobre dell’anno successivo “decideranno” di suicidarsi. Baader e Esslin moriranno nelle loro celle, Raspe in ospedale, mentre la Möller non “riuscirà” a togliersi la vita con una serie di coltellate in petto, e avrà quindi la possibilità di raccontare in un libro, di come i suoi tre compagni abbiano subito la stessa sorte di Ulrike.

Il movimento nella Germania ovest è alquanto eterogeno. Molto forti sono le correnti libertarie e situazioniste; rara la militanza in forma organizzata. Tutte le proteste hanno come epicentro la sensazione che la denazificazione nella repubblica federale non sia stata neanche abbozzata. Le strutture e i volti del potere sono gli stessi che operavano sotto il regime hitleriano. È in questo clima che nel gruppo di Baader e Meinhof sorge spontanea la necessità di organizzarsi in una risposta armata al regime di cose presente. Si sceglie come nome Rote Armee Fraktion, per chiarire quel sentimento di appartenenza ad un movimento rivoluzionario più ampio e mondiale. Fin dall’inizio la RAF prende contatti con organizzazioni rivoluzionarie straniere: dalle BR, ai Tupamaros, all’FPLP, cui i militanti tedeschi devono l’addestramento militare in Cisgiordania. L’influenza che queste esperienze internazionali hanno sulla RAF è impressionante. L’organizzazione tedesca comincia a sperimentare sul suo campo di battaglia metodi e strutture saggiati dai movimenti uruguayano e palestinese. Un’organizzazione articolata in cellule di combattimento, simile anche se meno radicale della struttura di Settembre Nero; una teoria della guerriglia urbana mutuata dai teorici del Sud America fanno delle RAF una delle organizzazioni rivoluzionarie europee più longeve del secondo dopo guerra.

Infoaut

9 maggio 1978: l’uccisione di Peppino Impastato

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Nella notte tra l’otto e il nove maggio 1978, il corpo di Peppino Impastato, posto sulla linea ferroviaria Palermo – Trapani, è dilaniato da una carica di tritolo. Il suo funerale, partecipato da centinaia di giovani provenienti da tutta la Sicilia, viene aperto da uno striscione con la scritta “Con le idee e il coraggio di Peppino, noi continuiamo”.

E proprio dalle idee che lo spinsero a schierarsi apertamente contro la “borghesia mafiosa” della provincia palermitana è bene cominciare, per comprendere a pieno il profilo di un compagno per lungo tempo dimenticato e attualmente riciclato in uno dei tanti santini dell’antimafia da salotto.

Giuseppe Impastato nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato, quest’ultimo ben inserito nel contesto mafioso della provincia di Palermo (era stato inviato al confino durante il periodo fascista, mentre una delle sorelle aveva sposato il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963). Ancora ragazzo, Peppino rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e comincia a dedicarsi all’attività politica: nel 1965 fonda il giornale “L’Idea socialista” e aderisce al Psiup. Dal 1968 in poi partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.) e al cui interno trovano particolare spazio il “Collettivo Femminista” e il “Collettivo Antinucleare”

Lui stesso descrive questa intensa fase con le seguenti parole :“Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E’ riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività”.

Nell’estate del 1973 aderisce a Lotta Continua e conosce Mauro Rostagno, di cui apprezza in particolar modo le posizioni libertarie. Nel 1976 fonda Radio Aut, emittente privata e autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Il programma più ascoltato è “Onda pazza”, trasmissione condotta da Peppino stesso, durante la quale denuncia  quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo primario nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, e viene eletto nel Consiglio comunale di Cinisi appena pochi giorni dopo essere stato assassinato.

Fin da subito, stampa, forze dell’ordine e magistratura parlano di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, di un suicidio “eclatante”. Il 9 maggio del 1979 il Centro siciliano di documentazione (nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Giuseppe Impastato) organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il paese. Dopo diverse archiviazioni, depistaggi e ostruzioni da parte della polizia, il caso dell’omicidio viene riaperto nel 1996 grazie alle forza e alla determinazione dei compagni e della madre di Peppino e del Centro di documentazione Impastato; il 5 marzo 2001 la Corte d’Assise ha riconosciuto come colpevoli dell’omicidio Gaetano Badalamenti nel ruolo di mandante e Vito Palazzolo in quello di esecutore.

Della figura di Peppino a noi interessa però sottolineare l’importanza della sua antimafia sociale, contro un sistema di relazioni in cui sono strettamente intrecciate mafie, politica, amministrazione, finanza. Come ha scritto Giovanni Russo Spena, L’antimafia sociale contro la borghesia mafiosa, contro processi di accumulazione mafiosa che sono veri e propri percorsi di valorizzazione del capitale globale (…) Noi ci impegniamo a ricostruire, pur dentro alle difficoltà del presente, partecipazione, protagonismo, autorganizzazione, intorno ad una antimafia, come quella che Peppino ha incarnato, non ipocrita, non di facciata, ma viva, vera, sociale; lottare contro le mafie è, per tanti giovani e tante ragazze, anche lotta contro la precarietà, per il salario sociale, il reddito di cittadinanza. Per questo Peppino è parte fondativa del nostro vissuto politico. Per questo rifiutiamo interpretazioni edulcorate e centriste: Peppino fu uomo del ’68, non va dimenticato. Fu militante anticapitalista che organizzava conflitti sociali, dagli studenti ai braccianti, ai contadini poveri. E fu precursore, anche come organizzatore culturale, di un’intensa e moderna criticità come rovesciamento e senso comune di massa. Radio Aut fu la struttura comunicativa più moderna del Mezzogiorno, negli anni Settanta, esempio straordinario di inchiesta e controinformazione. La metafora, il sarcasmo, la desacralizzazione dei capi mafiosi diventarono, con Peppino, strumento di lotta politica”.

Perciò fa strano vedere la figura di Peppino innalzata a fredda icona di tanti professionisti dell’antimafia, come l’associazione Libera e l’universo legalitario che le gravita attorno (per non parlare del Movimento 5 Stelle, del partito di Repubblica, di Travaglio e compagnia cantante). E’ utile ricordare inoltre la recente diffida del Centro di documentazione Impastato nei confronti di Roberto Saviano, reo di aver inventato di sana pianta che fu il film “I cento passi” e non i compagni, i familiari e il Centro stesso a far riaprire le indagini sul caso di Peppino, quasi a voler cancellare le lotte, le idee e il ricordo del compagno che meglio ha incarnato lo slogan “nè con la mafia nè con lo Stato”.

Al contrario, bisogna legare l’antimafia alla lotta per l’uso razionale delle risorse sottraendole ai reticoli clientelari, per la difesa del territorio e contro il nucleare, per la partecipazione non intesa soltanto come liturgia delle elezioni e delle primarie. L’antimafia che attualmente cerca di coniugare la difesa delle istituzioni (la Costituzione, i magistrati impegnati, la legislazione antimafia) con la decriminalizzazione del potere, dimentica completamente la portata fondamentale della lotta sociale che Peppino Impastato ha combattuto nelle piazze e nel Movimento

Una denuncia a orologeria

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L’8 marzo scorso a Parma si sono presentati in casa di una compagna i carabinieri per “invitarla” in caserma.

In caserma le hanno notificato l’avvio di un’indagine per minacce e diffamazione nei confronti di Francesco Concari, uno degli stupratori di Claudia, e alla fine le hanno fatto gli auguri per la “festa della donna”.

La ragione di questa denuncia sta nella presa di posizione della compagna contro lo stupro di Claudia, compiuto da Francesco Cavalca, Francesco Concari e Valerio Pucci il 12 settembre 2010 nella sede della RAF in via Testi.

La ragione di questa denuncia sta nella solidarietà femminista.
La ragione di questa denuncia sta nella pratica antissessista e antifascista militante, perché l’una è imprescindibile dall’altra.
E l’intento di questa denuncia è colpirle entrambe, perché chi stupra è un fascista a prescindere e quindi è un infame. E lo è ancor più se a stuprare è un sedicente “compagno” – questa denuncia, se ancora ce ne fosse bisogno, lo dimostra ancora una volta!
La complicità e l’omertà che ha coperto l’intera vicenda dello stupro di branco di Parma (vedi “Circa i fatti di Parma nella sede della RAF: come riparare 4 crepe prima che qualcosa si rompa per sempre“), l’isolamento e l’accusa di infamia nei confronti di Claudia e della solidarietà femminista, la strumentalizzazione politica che se ne è fatta – come sempre avviene da parte dei fascisti sul corpo delle donne – e ora quest’ennesima denuncia alla solidarietà femminista, dimostrano ancora una volta che occorre una rivoluzione nella rivoluzione, che solo la lotta rivoluzionaria organizzata delle donne a 360° può sconfiggere l’ideologia fascista e maschilista degli uomini che odiano le donne. Un’ideologia che affonda le sue radici in questo sistema sociale irriformabile.
Solidarietà a Claudia e alla compagna denunciata, senza sé e senza ma
MFPR – AQ

Pisa 5 Maggio 1972 – Franco Serantini picchiato a morte dalla Polizia

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Il 5 maggio del 1972 a Pisa è previsto il comizio elettorale di Giuseppe Niccolai(Movimento Sociale Italiano); Lotta Continua indice una manifestazione antifascista che viene duramente caricata dai reparti della celere.

Tra i manifestanti ci sono anche alcuni anarchici, tra cui Franco Serantini ventenne e membro di un circolo intitolato a Giuseppe Pinelli: alcuni elementi del Secondo e Terzo plotone della Terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma giunti sul Lungarno Gambacorti picchiano violentemente Franco – utilizzando anche il calcio dei fucili – e poi lo arrestano portandolo in una caserma di polizia e, successivamente nel carcere Don Bosco.

Il giorno seguente, nel corso di un interrogatorio, Franco comunica di avvertire un forte malessere – specialmente alla testa – ma i rappresentanti delle istituzioni lì presenti (giudice, polizia penitenziaria, medico) non prendono in considerazione le sue parole.

Alle 9.45 del 7 maggio Franco muore in ospedale, dove viene portato dopo essere stato ritrovato in coma all’interno della sua cella: il pestaggio del lungarno ha fatto il suo corso.

Il numero 17 (dicembre 1972 – gennaio 1973) della Rivista Anarchica – rintracciabile qui: https://www.google.it/amp/s/stragedistato.wordpress.com/2011/10/19/a-rivista-anarchica-n-17-dicembre-1972-gennaio-1973-ammazzato-due-volte-dalla-perizia-medico-legale-appare-evidente-che-lanarchico-serantini-fu-assassinato-non-solo-dalla-bestialita-dei-baschi-neri/amp/ – fornisce una ricostruzione approfondita degli eventi, con particolare attenzione alle condizioni di salute di Franco Serantini: l’esame autoptico rileva “ovunque ecchimosi, contusioni, lesioni interne, emorragie. Alla testa, la più grave, alle gambe, al dorso, alle braccia. Focolai emorragici o ecchimotici localizzati dappertutto, infiltrati di sangue nello spessore dei seni durali, dell’encefalo, del cuore, dei polmoni, della milza”.

A distanza di quarantasei anni la triste vicenda di Franco Serantini ci sembra ancora, purtroppo, rappresentativa tanto della pessima gestione dell’ordine pubblico quanto delle altrettanto pessime condizioni del sistema carcerario. L’indifferenza con cui è stato ignorato e sminuito il suo stato di malessere ci ricorda molto da vicino l’atteggiamento di chi ha lasciato morire Francesco Mastrogiovanni nel 2009, così come quello di chi ha ignorato le richieste di aiuto espresse da Aldo Bianzino nel 2007.

Pietro Nissim ha composto per Franco la canzone Ballata per Franco Serantini (https://youtu.be/bb3eZ2BlYe4): una delle ultime strofe recita “poi tutt’a un tratto han fretta: da morto fai paura; scatta l’operazione ‘rapida-sepoltura’: «É solo un orfano, fallo sparir, nessuno a chiederlo potrà venir»”.

Nel corso di questi anni abbiamo visto molti tentativi di dipingere come figli di nessuno le vittime di apparati istituzionali che non sembrano capaci di praticare quella democrazia che dicono di difendere: proprio per questo ribadiamo l’importanza della solidarietà, delle reti, affinché nessuno sia figlio di nessuno, affinché tutti possano essere figli del mondo intero.

MARIO SCROCCA (1 maggio 1987)

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Il 1 maggio 1987 alle 21.30 viene dichiarata, dai medici del S. Spirito di Roma, la morte di Mario Scrocca. Era stato prelevato il giorno prima da casa, accusato di un pluriomicidio avvenuto quasi dieci anni prima; su sua espressa richiesta durante l’interrogatorio era stato sottoposto a vigilanza a vista. Il ragazzo (27 anni) costretto in isolamento era sorvegliato con la cella aperta. Per un “errore” nel cambio di consegna degli agenti penitenziari, la sorveglianza a vista si trasforma in controllo ogni dieci minuti dallo spioncino. Alle 20 del primo maggio, orario del cambio di guardia, gli agenti trovano il giovane impiccato, non in una cella antisuicidio, ma in una cella anti impiccagione. Riuscì ad impiccarsi per uno scarto di 2 millimetri usufruendo dello spazio del water, incastrando la cima del cappio nella finestra a vasistas, cappio confezionato con la federa del cuscino scucita e legata alle estremità con i lacci delle sue scarpe (che erano stato confiscati insieme alla cintura al momento della carcerazione); lacci che torneranno magicamente sulle scarpe del ragazzo (uno regolarmente allacciato) quando arriverà al S.Spirito.
I primi soccorsi vengono effettuati direttamente a Regina Coeli, sembra, nella stessa cella, poi il detenuto viene portato all’ospedale che dista circa 500 metri dalla casa circondariale, che purtroppo sono contromano, 1.6 km per un tempo stimabile al massimo in 10 minuti. Il trasporto avverrà nel portabagagli di una 128 Fiat familiare, anziché sull’autoambulanza di servizio del carcere. Due agenti di custodia e un maresciallo, senza alcuna presenza del medico che avrebbe dovuto prestare teoricamente il primo soccorso; appare evidente ai sanitari dell’Ospedale che nulla è stato tentato per salvare Mario. Arriverà al S. Spirito alle 21.00 già cadavere. Non sarà permesso ai familiari (avvisati per altro al telefono e senza qualificarsi) di vedere il corpo fino alle 6 del mattino successivo, che non presenta tracce di lesioni se non per l’enorme ematoma sulla spalla destra e sul collo, solcato da larghi e profondi segni, dichiarati dagli stessi sanitari, non prodotti da stoffa.
Tre giorni dopo la morte di Mario, il Tribunale del Riesame revocherà il mandato di cattura.
Dopo la costituzione come parte civile, nel procedimento aperto contro ignoti, della moglie, spariranno tutti i fogli di consegna, di ricovero e requisizione degli oggetti al momento dell’arresto.
A distanza di un anno il procedimento si chiuderà in primo grado senza responsabili se non lo stesso giovane.
L’accaduto è sempre stato volutamente nebuloso fin dall’arresto su dichiarazioni di una pentita che all’epoca dei fatti aveva 14 anni, dichiarazioni non di scienza diretta, ma di natura di relato proveniente da persona non rintracciabile e soprattutto al disconoscimento fotografico di Mario da parte della stessa pentita. Passando per le irregolarità nella carcerazione, nella morte del giovane e nei referti autoptici.
Nessuno ha mai dato risposte se il giovane sia “stato suicidato” o se sia stato istigato al suicidio, reato che all’epoca non esisteva.
La responsabilità “reale” di quel giovane è stata avere un nome troppo comune, una famiglia, un bimbo di due anni, un lavoro stabile, essere uno dei fondatori delle RdB del settore sanitario, amare il suo lavoro, la sua vita e le sue convinzioni politiche.

alla FCA Termoli si muore al turno di notte – alla FCa Melfi esiste lo stesso rischio

Massimo era un operaio con seri problemi cardiaci e aveva chiesto all’azienda di essere nuovamente esonerato dal turno di notte a causa della sua patologia. È morto prima che gli venisse rinnovata l’esenzione, ed è morto proprio mentre lavorava sul turno di notte.
Scrivono i mezzi di informazione che la magistratura, su richiesta dei familiari, ha fatto riesumare il corpo per accertamenti su eventuali responsabilità aziendali e che risulterebbero indagate tre persone della Fca di Termoli.
Quanto accaduto a Massimo deve far riflettere tutto il personale addetto alla verifica delle condizioni di salute all’interno di tutti gli stabilimenti Fca.
Sempre più spesso raccogliamo segnalazioni di lavoratori dello stabilimento di Melfi, con patologie simili a quelle di Massimo, che vengono collocati su postazioni al limite delle loro possibilità.
Lavoratori che lamentano la macchinosità degli apparati aziendali e la lentezza con cui si muovono gli organi di vigilanza esterni, ma non solo. Lamentano la scarsa attenzione che gli stessi mettono nel valutare le idoneità allo svolgimento di determinati lavori. La situazione desta enorme insofferenza tra gli operai, che nutrono legittime preoccupazioni in merito al rischio di vedere aggravata la loro già precaria condizione di salute.
L’Unione Sindacale di Base pochi mesi fa ha segnalato all’Asp di Potenza e all’ispettorato di Potenza tali lamentele affinché intervenissero sulle valutazioni di idoneità rilasciate dalla sala medica della Fca di Melfi ai dipendenti. A oggi non sappiamo se è stata fatta la verifica, evidentemente certi apparati si muovono proprio come denunciato dai lavoratori.