20 agosto 2011 Massimo Casalnuovo

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Massimo Casalnuovo un giovane di soli 21 anni, vede la sua vita stroncata a causa di una banale caduta con lo scooter. C’era un posto di blocco dei carabinieri: sembra che un militare abbia intimato lo stop e sembra che Massimo non si sia fermato. Sembra, inoltre che un carabiniere, il maresciallo della locale caserma, lo abbia inseguito e sferrato un calcio alla ruota posteriore dello scooter, facendolo sbandare e quindi sbattere contro lo spigolo di un muretto.

Arriva all’ospedale di Polla agonizzante dopo la caduta dal motorino.

Quella sera la pattuglia dei carabinieri con a bordo il maresciallo Giovanni Cunsolo e l’appuntato Luca Chirichella decide di controllare i ragazzi senza casco, ne fermano due: Elia Marchesano e Emilio Risi. I carabinieri mettono la macchina di traverso sulla strada e formano una specie di posto di blocco. Peccato che lo facciano dietro una curva. La “scena” si svolge sulla strada principale della città, via Grancia, che porta a una piccola piazza dove di sera si ritrova la gente del paese. Cunsolo è seduto dentro la gazzella e sta redigendo la contravvenzione.

Massimo sta arrivando con il suo scooter Beta 50. Sin dal primo momento la versione dei due ragazzi fermati e quella del carabiniere sono opposte. Cunsolo dirà che Massimo, arrivato davanti al “posto di blocco”, accelera, quasi lo investe. Poi perde il controllo del ciclomotore e cade battendo la testa su un muretto a secco. I due ragazzi, interrogati la notte dell’”incidente” dal pm Sessa della Procura di Sala Consilina, hanno invece fornito un’altra versione: Cunsolo era dentro alla macchina, quando vede arrivare Massimo esce dall’auto e per fermarlo sferra un calcio sulla carena del motorino.

E’ quel calcio che fa perdere l’equilibrio a Massimo che cade, e muore.

2/3 settembre 2017 – Conoscere, capire, difendere la Valle dell’Astico

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Una ipotesi di autostrada, prevista da 40 anni e mai realizzata, torna prepotentemente alla ribalta per risaputi interessi privati, legati agli alti profitti che la concessione della A4 Brescia Padova produce, e che potrebbero essere messi in discussione dalle direttive europee in materia di gare di appalti. Proprio tramite la realizzazione di quest’ opera, la A31 Valdastico Nord, i titolari della concessione della A4, “gallina dalle uova d’oro”, potranno continuare ad accumulare ricchezza aggirando le normative europee. Per convincere l’opinione pubblica e gli amministratori che questa opera è di primaria importanza, il mantra che sentiamo continuamente recitare è quello dello sviluppo economico che porterà nella Valle dell’Astico, territorio di splendida bellezza e di pregiate caratteristiche naturalistiche, purtroppo economicamente depresso e non ancora fatto oggetto di una seria programmazione territoriale sostenibile ed ecocompatibile. La politica di convincimento alla bontà dell’ennesima grande mala opera si basa sull’assunto, tipico di un modello di sviluppo ormai tramontato e basato sul saccheggio dei territori, che come metodo, prima si fanno le grandi strade e infrastrutture, attorno alle quali si creerà poi spontaneamente un volano di attività economiche ad uso degli utenti che viaggeranno su quel nastro di asfalto. E così, via con la costruzione di centri commerciali e capannoni: quelle cose che da anni hanno contribuito a determinare un ormai insostenibile consumo di territorio.

La Valle dell’Astico si è interrogata su questo modello di sviluppo, si è chiesta da tempo se quest’opera inutile ma soprattutto dannosa, impedisca uno sviluppo economico e una modalità di vita che gli abitanti dei luoghi, con passione ed orgoglio, definiscono di vera sostenibilità, in armonia con l’ambiente in cui si inserisce e sviluppa.

Ora, che siamo in fase di stanziamento dei fondi regionali per iniziative di sviluppo economico in queste valli, come saranno investiti? all’ombra dei piloni o fuori dalle gallerie della Valdastico Nord? sarà ancora possibile parlare di sostenibilità vera, in questo territorio?

CONOSCERE, CAPIRE, DIFENDERE LA VALLE 2-3 SETTEMBRE 2017 a Forni di Valdastico

due giorni di camminate, cena e dibattito

SABATO 2 settembre

9.00-15.00 trekking guidato (possibilità campeggio)

20.00 cena GRAND GOURMET (su prenotazione, al 3281334258);

A seguire, concerto jazz con i BJC’s Jazzmen

DOMENICA 3 settembre

15.00 ASSEMBLEA DIBATTITO Le grandi opere portano sviluppo?con Erasmo Venosi, Tiziana Occhino, Lanfranco Tarabini

16.00 TAVOLA ROTONDA Quale sviluppo sostenibile per il territorio della Val d’Astico?Amministratori e operatori del territorio

INFO Lorenzo 392 146 8221

G20 AMBURGO: ANCORA 35 PERSONE IN CARCERE, 13 TEDESCHI E 22 INTERNAZIONALI

La repressione dopo le giornate di rivolta contro il G20 di Amburgo costringe al carcere soprattutto attivisti e attiviste internazionali. Dei 56 arresti, la permanenza in carcere è stata infatti confermata per 35 persone, tutte fermate durante le manifestazioni contro il summit di inizio luglio.

A farne le spese soprattutto gli arrestati senza cittadinanza tedesca: dei 35 in carcere, 13 sono tedeschi e 22 hanno invece altre nazionalità. Tra gli arrestati internazionali i più colpiti sono gli italiani, con 6 persone ancora in carcere, 3 poi i francesi e 2 gli olandesi.  Completano il quadro uno spagnolo, uno svizzero, un ungherese, un serbo, un senegalese, un rumeno , un autriaco, un polacco e un ceco.

Questa permanenza nelle carceri soprattutto degli internazionali è motivata, affermano gli avvocati del legal team tedesco, dal presunto “pericolo di fuga” che coinvolgerebbe soprattutto chi non ha cittadinanza tedesca.

Intanto le iniziative di solidarietà, in Germania e fuori dai confini, si moltiplicano: di quelle in Germania ne parla ai nostri microfoni una compagna che in queste settimane è rimasta ad Amburgo per seguire le vicende repressive e che ci offre anche un quadro rispetto alle condizioni di detenzione nelle carceri tedesche. Ascolta o scarica

Rinnovato anche l’appello a non far sentire soli i compagni e le compagne scrivendo loro direttamente in carcere. Prosegue quindi la campagna “scrivimi”, lanciata dall‘Osservatorio contro le repressione,  per solidarizzare con le compagne e i compagni italiani ancora in carcere.

RICCARDO LUPANO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

EMILIANO PULEO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

ORAZIO SCIUTO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

ALESSANDRO RAPISARDA
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

MARIA ROCCO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

FABIO VETTOREL
Hahnofersand
21635 Jork
Germany

Inoltre vi proponiamo anche un comunicato diffuso dallo spazio autogestito Postaz di Feltre,  dal quale provengono due dei sei italiani arrestati.

APPELLO PER UNA CAMPAGNA DI LOTTA VERSO UNA MANIFESTAZIONE  INTERNAZIONALE AD AMBURGO PER LA LIBERAZIONE DI TUTTE LE PRIGIONIERE E I PRIGIONIERI DETENUTI

A più di due settimane dal G20, i tempi di detenzione degli arrestati di  Amburgo si allungano di giorno in giorno. Non c’è alcuna intenzione da  parte del tribunale ordinario di istruire i processi in tempi brevi – si  parla di un massimo di sei mesi. La procura ha impedito ogni richiesta di rilascio su cauzione e di arresti domiciliari invocando il pericolo  di fuga.

Pur reagendo con la solita, efferata violenza, il braccio armato del  potere è stato mandato in tilt dalla coralità delle pratiche dei
manifestanti durante le giornate antiG20. Per questo, la morsa della  repressione ora si stringe attorno ai corpi degli arrestati.
In questi giorni sono giunte le prime lettere da parte dei detenuti. Alla prima, quella di Riccardo
(https://ilmainasso.noblogs.org/post/2017/07/21/lettera-del-compagno-riccardo-dal-carcere-di-billwerder-amburgo/)
è seguita la testimonianza di Maria, compagna feltrina arrestata nella  mattinata del 7 luglio e detenuta a Billwerder.
La riportiamo qui sotto:

Venerdì 14 Luglio 2017

Oggi, due secoli fa, il popolo in armi espugnava la Bastiglia. Oggi,  coloro che festeggiano questa data fondatrice delle attuali democrazie  innalzano nuove Bastiglie ovunque. Nessuno deve più stare qui dentro.  Mai più. È troppo per una persona sola. Ci sono minorenni, donne  incinte, donne con neonati e donne che dovrebbero stare in ospedale, tutte nelle stesse tute grigie. So che state facendo tutto il possibile  per tirarmi fuori e vi ringrazio. Mi dispiace farvi stare in pensiero. Ho qui il vostro telegramma, in realtà speravo di uscire oggi e di  ringraziarvi a voce. E invece sono di nuovo qui, il ricorso non è stato
accolto. Ma sicuramente ne saprete già di più quando vi arriverà questa lettera. Eravamo in cinque nella stessa situazione qui nel mio braccio. Le due  tedesche sono uscite mercoledì, oggi è uscita la ragazza del Venezuela, però con una cauzione di 10 000 euro. Sì, diecimila. Restiamo io ed una  ragazza curda. È così forte lei. Sempre positiva, nonostante abbia due fratelli morti combattendo in Kurdistan. L’unica cosa positiva qui sono  le relazioni che si creano. Sono tutte così gentile, altruiste. Tutte
sono pronte a darti un abbraccio. Per il resto non ho più illusioni su nulla. L’altro giorno ci hanno fatto uscire in tre con la scusa di dover  parlare con l’avvocato, in realtà volevano prelevarci il DNA. Bisogna aspettarsi sempre il peggio qui, e non è nella mia natura. La prima prigione in cui ci avevano messi era un prefabbricato con  queste stanzine di 10 metri quadri. Eravamo in 5 lì dentro, per 2 giorni, senza niente, senza finestre, dovendo chiedere per bere e per andare in bagno con la guardia che ti sorveglia. Praticamente senza mangiare. Qui è un po’ meglio, almeno ho un letto e un bagno. Lo saprete già che sono finita dentro solo perché mi sono attardata ad aiutare una ragazza con un piede rotto. Rotto davvero, con l’osso fuori  e il piede attaccato solo per metà. Non credo che me lo toglierò mai dalla mente. Insieme alla polizia che picchia a mani nude. E non credevo fosse possibile finire dentro per questo, per non aver fatto davvero  nulla. Anche se tutte qui sono dentro per cose da nulla. Furti soprattutto. Ragazzi, scrivete qualcosa su quello che sta succedendo per favore. Non  state in silenzio. Se volete pubblicate quello che vi scrivo. Non so nulla di Fabio invece, gli ho scritto e non mi ha risposto. Dovrebbe essere nel mio stesso carcere. Se avete sue notizie scrivetemele e scrivetemi comunque. Se potete mettetemi dentro un francobollo per
rispondere. Io almeno fino a mercoledì sarò qui. E poi non lo so. Vi voglio un sacco di bene, a tutti voi. Un abbraccio, spero di tornare presto.

Maria

Maria non sa che Fabio è detenuto a Jork, trenta chilometri a est di Amburgo, che sta bene e che anche lui ha un buon rapporto con gli altri detenuti. Anche a lui il rilascio su cauzione è stato negato dalla procura di Amburgo dopo la proposta del tribunale.
Non sa che, a differenza loro, Alessandro, Orazio, Emiliano e Riccardo sono insieme nel braccio maschile del suo stesso carcere, Billwerder (questi ultimi due vicini di cella).

Queste sono invece le parole di un feltrino in contatto con le famiglie di Fabio e Maria, del 24 luglio:

“Oggi siamo arrivati ad Amburgo e abbiamo incontrato le loro mamme. Sembrano abbastanza serene anche se la situazione non è cambiata. Fabio stamattina era più sereno di mercoledì scorso. Ci sono dei comitati che hanno fatto una dimostrazione in favore degli arrestati e che cercano di contrapporsi alla situazione. Gli avvocati si danno molto da fare ma la giustizia tedesca fa di tutto per rendere tutto molto difficile. Domani andremo in carcere per portare dei vestiti a Maria e cerchiamo di
lasciare anche dei libri. Vediamo come andrà.”

È stato finora difficile consegnare ai detenuti libri, indumenti e altri effetti personali. È importante però scrivergli, usando gli indirizzi pubblicati per la campagna “Scrivimi”:  (http://www.osservatoriorepressione.info/scrivimi/#comment-217076)

Tante le iniziative in corso: i presidi sotto le ambasciate tedesche in Italia  (http://www.ondarossa.info/newsredazione/2017/07/27-luglio-presidio-davanti-lambasciata), la solidarietà tra compagne e compagni vicini agli arrestati italiani, in contatto dai primissimi giorni, le informative sulle piattaforme radio. Diversi, inoltre, i presidi e le manifestazioni a sostegno dei
prigionieri del G20 da Bilbao alle città tedesche; tra queste, una molto partecipata proprio ad Amburgo, nella zona del Rote Flora, come riporta Radio Blackout.

Il prossimo 6 agosto, invece, è previsto un nuovo presidio sotto il carcere di Billwerder. Tutto questo è importante, ma non sufficiente. Per questo ci rendiamo disponibili a raccogliere contributi, condivisioni, idee e proposte che portino a una grande manifestazione  internazionale ad Amburgo per la liberazione di tutte e tutti. Perché  nessuno venga lasciato solo, perché nessuno resti indietro.

TUTTE LIBERE! TUTTI LIBERI!

Compagne e compagni dello spazio autogestito PostaZ di Feltre

http://www.radiondadurto.org/2017/07/26/g20-amburgo-ancora-35-persone-in-carcere-13-tedeschi-e-22-internazionali/

alemanno Livorno ti schifa!

Martedì 18 luglio il fascista ex sindaco di Roma Gianni Alemanno era a Livorno, alcuni antifascisti erano presenti per dare un piccolo benvenuto a questo personaggio. Di seguito il testo del volantino diffuso:

“Oggi il fascista Alemanno è presente all’Hotel Palazzo per presentare l’ennesimo cartello elettorale di destra.

Da sindaco di Roma questo personaggio è stato il simbolo dei legami dell’estrema destra con criminalità organizzata e speculatori, saccheggiando la città e facendo affari d’oro.

Oggi Alemanno si presenta assieme ai relitti della destra cittadina nel più grande albergo di lusso della città.

Questo basta a mostrare quanto queste formazioni, ed i personaggi che la animano, sostengano politiche antipopolari e padronali.

Quindi quando questi soggetti parlano di “sovranità nazionale” non vogliono che rafforzare le politiche di sfruttamento che hanno sempre sostenuto.

Questi partiti sono infatti gli stessi che hanno sostenuto le politiche di precarizzazione e di cancellazione dei diritti conquistati dai lavoratori, politiche che hanno portato alla grave situazione di disoccupazione e povertà che viviamo oggi anche a Livorno.

Antifascisti livornesi

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In memoria di Filippo Filippetti Anarchico livornese, Antifascista, ucciso dai fascisti

Mercoledì 2 agosto 2017

ore 19 Commemorazione presso la lapide

Via Provinciale Pisana 354, Livorno (andando verso Via Firenze, alla ex-scuola di fronte al circolo ARCI “Tamberi”)

Filippo Filipetti, giovane anarchico, viene ucciso il 2 agosto 1922 dai fascisti mentre si oppone, assieme ad altri antifascisti, ad una spedizione punitiva contro Livorno.

Il 2 Agosto 1922 un gruppo di giovani antifascisti, tra i quali alcuni anarchici, ingaggia uno scontro armato nei pressi di Pontarcione con i camion dei fascisti. Muore nella sparatoria Filippo Filippetti, membro degli Arditi del Popolo, sindacalista dell’USI per il settore edile.

Nell’estate del 1922 si giocano le ultime carte per fermare la reazione antiproletaria: il paese è attraversato da un crescendo di aggressioni compiute dai fascisti nei confronti delle organizzazioni del movimento operaio e dei singoli militanti; si contano decine di morti fra gli antifascisti.

Da mesi l’Unione Anarchica Italiana e il giornale “Umanità Nova” si battono a sostegno del movimento degli Arditi del Popolo, per costituire un fronte unico proletario che organizzi la difesa.

Su iniziativa del Sindacato Ferrovieri Italiano è costituita l’Alleanza del Lavoro, a cui partecipano tutti i sindacati, con l’appoggio dell’Unione Anarchica, del Partito Repubblicano, del Partito Comunista e del Partito Socialista.

L’Alleanza del Lavoro indice uno sciopero generale ad oltranza per fermare le violenze fasciste a partire dalla mezzanotte del 31 luglio.

I fascisti finanziati da agrari e industriali, armati da Carabinieri ed Esercito, protetti dalla monarchia e dalla chiesa, aggrediscono le roccaforti operaie.

In molte città, fra cui Piombino, Ancona, Parma, Civitavecchia, Bari i fascisti vengono respinti anche grazie all’azione degli Arditi del Popolo. Nel momento in cui la resistenza operaia cresce, CGL e PSI, sperando in un ennesimo compromesso, si ritireranno dalla lotta, aprendo la strada alla rappresaglia armata del Governo.

Livorno è uno dei centri dello scontro. Tra il 1° e il 2 Agosto 1922 squadre fasciste provenienti da tutta la Toscana lanciano la caccia agli antifascisti livornesi, facendo irruzione nei quartieri popolari che resistono all’invasione.

Molti furono gli assassinati in quei giorni. Popolani, militanti comunisti, anarchici, repubblicani e socialisti, tra i quali Luigi Gemignani, Gilberto Catarsi, Pietro Gigli, Pilade Gigli, Oreste Romanacci, Bruno Giacomini e Genoveffa Pierozzi.

Negli scontri in periferia viene ucciso il giovane anarchico Filippo Filippetti.

Gli anarchici invitano tutti gli antifascisti a partecipare alla commemorazione.

 

Federazione Anarchica Livornese
cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

Collettivo Anarchico Libertario
collettivoanarchico@hotmail.it
http://collettivoanarchico.noblogs.org/

1950-2017: Perché la Corea del Nord ha tutti i diritti di odiare gli USA

La Corea del Nord ha lanciato per la prima volta con successo un missile balistico intercontinentale (ICBM), un missile a lungo raggio con capacità nucleari. È uno sviluppo molto importante nel programma di armamenti del paese, che include missili a corto raggio in grado di colpire la Corea del Sud e il Giappone.

La capitale della Corea del Sud, Seoul, dista solo 60 chilometri dalla zona smilitarizzata che separa i due paesi. Se fosse attaccata dalla Corea del Nord, ci sarebbero decine di migliaia di morti. Ma mentre i media occidentali danno per lo più alla Corea del Nord e al presidente Kim Jong-un la colpa dell’accresciuta probabilità di guerra, le provocazioni del Nord sono il risultato – non la causa – dell’attuale crisi.

Il 7 luglio, alcuni giorni dopo il lancio dell’ICBM, gli USA, la Corea del Sud e il Giappone hanno dato una dimostrazione di forza aerea intesa a minacciare il presidente Kim. Bombardieri USA e della Corea del Sud hanno sganciato bombe inerti vicino al confine demilitarizzato tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, poi sono stati scortati indietro verso le basi da uno squadrone di aerei giapponesi.

L’11 luglio, per aumentare la pressione, gli USA hanno annunciato di aver simulato la distruzione di un ICBM. Gli USA hanno lanciato un intercettatore [del sistema] ‘Difesa d’area terminale ad alta quota’ (terminal high altitude area defence / THAAD) dall’Alaska. Questo sistema di difesa con missili a terra è il tipo di armamenti che gli USA hanno dispiegato da marzo nella Corea del Sud, con l’accordo dell’allora presidente Park Geun-hye, e che è direttamente mirato al Nord. La localizzazione della THAAD era impopolare nella Corea del Sud e con l’incarcerazione della presidente Park con l’accusa di corruzione, il nuovo presidente Moon Jae-in, a maggio ha sospeso la sua installazione.

Gli USA e la loro alleanza con la Corea del Sud sono di gran lunga le minacce più gravi. Ci sono circa 80.000 militari USA dislocati in permanenza nelle basi in tutta la Corea del Sud e nel Giappone. Negli ultimi anni, le esercitazioni militari USA centrate sulla Corea del Nord sono diventate più massicce e complesse. Solo tra gennaio e aprile ci sono state quattro esercitazioni militari di grande ampiezza, e a marzo gli USA hanno inviato una portaerei nucleare mentre l’esercito ha annunciato che installerà nella Corea del Sud un sistema permanente di attacco con droni.

STORIA DI AGGRESSIONI

Dietro il conflitto tra gli USA e la Corea del Nord c’è più di un secolo di occupazione coloniale e dominazione imperialista. Prima del 20° secolo, i governi della Cina e del Giappone si erano contesi il controllo della penisola coreana. Dopo avere sconfitto la Russia nella guerra del 1905, il Giappone fece della Corea una sua colonia, che sfruttò spietatamente con il sostegno di investitori USA [In cambio il Giappone accettava l’occupazione coloniale delle Filippine da parte degli USA. NdR]. Dopo la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, gli USA e la ex URSS – in precedenza alleati nella guerra – iniziarono la Guerra Fredda, con la Corea come iniziale terreno di scontro. La penisola fu divisa “temporaneamente”.

Nel 1950, le forze comuniste del Nord, appoggiate dall’URSS e dalla Cina, lanciarono un’offensiva allo scopo di riunificare la Corea. Gli USA risposero con una carneficina su larga scala. Con la copertura dell’autorità dell’ONU, gli USA utilizzarono il napalm per bombardare e incendiare tutte le città del Nord, riducendole a rovine. La strategia USA fu caratterizzata dal generale Douglas McArthur, comandante supremo delle forze USA del Pacifico e dell’Asia, come una ”guerra limitata”. Ma in questa ”guerra limitata”, gli aerei USA sganciarono più bombe e napalm sulla Corea che durante l’intera campagna del Pacifico nella Seconda Guerra Mondiale. La guerra finì in uno stallo, e causò oltre 2 milioni di morti civili.

Bruce Cumings, nel suo libro: Korea’s Place in the Sun: A Modern History, cita le osservazioni del corrispondente di guerra ungherese Tibor Meray, il quale disse che “le distruzioni e le orribili azioni commesse dagli Americani” superavano qualsiasi brutalità che potesse essere stata commessa dai Coreani delle due parti:

“Tutto ciò che si muoveva nella Corea del Nord era un obiettivo militare, i contadini nei campi erano spesso mitragliati dai piloti che, questa era la mia impressione, si divertivano a sparare sugli obiettivi che si muovevano … [Ho visto] una devastazione totale tra il fiume Yalu e la capitale [Pyongyang] … Ogni città era una collezione di camini. Non so perché le case erano crollate e i camini no, ma ho attraversato una città di 200.000 abitanti e ho visto migliaia di camini e questo – questo era tutto”.

Il corrispondente del New York Times, George Barrett, descrisse un paese totalmente distrutto da un bombardamento USA:

“Nell’intero paese e nei campi, gli abitanti furono colpiti e uccisi, e rimasero nella posizione che avevano quando il napalm colpì – un uomo che stava per salire sulla sua bicicletta, 50 ragazzi e ragazze che giocavano in un orfanatrofio, una casalinga, stranamente immacolata, che teneva in mano una pagina strappata da un catalogo Sears-Roebuck”.

Da allora gli USA hanno sempre continuato a minacciare il Nord, e tecnicamente sono ancora in guerra con il paese malgrado la firma dell’armistizio nel 1953. Dopo la guerra, la Corea del Sud è stata governata dai militari sostenuti dagli USA. Nel 1958, il presidente Eisenhower installò un arsenale nucleare – in violazione dell’armistizio che aveva posto fine alla guerra – incluse bombe che avevano un potenziale esplosivo maggiore della bomba usata su Hiroshima. Dopo oltre tre decenni di dittatura, il regime militare infine crollò sotto la spinta di un movimento democratico di massa sostenuto dalle lotte dei lavoratori.

L’arsenale nucleare è stato rimosso da George H.W. Bush nel 1991. Ma gli USA mantengono tuttora 12 basi militari nella Corea del Sud, concentrate soprattutto nel Nord e vicino al confine. Ci sono otto basi sparse nelle quattro maggiori isole del Giappone, e altre 13 a Okinawa l’isola più meridionale del Giappone e colonia USA fino al 1970. Anche Guam e Singapore ospitano una presenza militare USA. La basi nel Giappone permettono agli USA di proiettare la loro potenza navale nella regione e sono un terreno di esercitazione per operazioni militari nell’eventualità di una guerra con la Cina.

I dirigenti politici USA vedono la Corea del Nord come una sfida al loro dominio nella regione. Dietro la Corea del Nord, gli USA vedono la Cina come reale minaccia ai loro interessi. Gli USA perseguitano la Corea del Nord per mandare un segnale a Pechino.

La Corea del Nord è una dittatura stalinista pesantemente militarizzata che si regge su un’economia decrepita e una popolazione povera e affamata. Secondo l’agenzia statistica della Corea del Sud, il reddito pro capite della Corea del Nord era di 1.179 $ USA – meno del 5 per cento di quello della Corea del Sud. È uno dei paesi meno sviluppati dell’Asia orientale. Non è sempre stato così. Fino a metà degli anni 1970, era più avanti del Sud, ma il suo crescente impoverimento si è intensificato con il crollo dell’URSS nel 1991.

Dagli anni ‘90, la Corea del Nord è soggetta a croniche scarsità di cibo, di elettricità e di prodotti industriali. Da 800.000 a 2.400.000 persone sono morte per una carestia verso la fine degli anni 1990. Nel giugno 2015 ha subito la sua peggiore siccità da decenni e nel settembre 2016 estese inondazioni, che hanno danneggiato i raccolti. Le agenzie delle NU hanno stimato che fino al 60 per cento della popolazione, 15 milioni di persone, è in una condizione di insicurezza alimentare. [ La Corea del Nord] si è rivolta all’Occidente in cerca di aiuto per la ricostruzione economica, ma per decenni gli USA hanno risposto imponendo pesanti sanzioni.

Nel 1994, il presidente Bill Clinton accettò di levare l’embargo su commercio e credito, sviluppare un programma di energia nucleare civile e dare rifornimenti di petrolio in cambio dell’arresto dei programmi di armi nucleari da parte della Corea del Nord. Clinton ruppe tutte le sue promesse a parte la fornitura di petrolio e un po’ di cibo – ma le sue azioni hanno solo esacerbato la crisi economica. Il suo successore, George W Bush, ha rifiutato negoziati con la Corea del Nord e l’ha bollata come membro dell’”asse del male”, e segnata come obiettivo di cambio di regime da parte della Casa Bianca.

Nel 2013, il presidente Obama ha imposto altre sanzioni al Consiglio di Sicurezza delle NU in risposta al lancio di un satellite da parte del Nord – una risposta senza precedenti al programma spaziale di un paese. Obama ha anche diretto l’operazione di inasprimento delle sanzioni sui rapporti commerciali esteri con le banche della Corea del Nord e il commercio con tutti i paesi, restringendo il suo accesso al credito.

Queste sanzioni sono un’estensione della politica permanente delle NU di bloccare i prestiti alla Corea del Nord da parte delle maggiori istituzioni multilaterali. Gli USA, con il Giappone, hanno ripetutamente posto il veto alla domanda della Corea del Nord di aderire alla Banca Asiatica per lo Sviluppo, e la politica USA ha vietato alla Corea del Nord di diventare membro della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.

L’ambasciatrice di Obama all’ONU, Susan Rice, ha detto nel 2009 che voleva essere sicura che la Corea del Nord avrebbe “pagato un prezzo” per le sue prove nucleari. Il suo segretario alla difesa, Robert Gates, ha dichiarato nel 2010 che “tutte le opzioni sono sul tavolo” nel trattare con la Corea del Nord. Abbiamo udito questa frase ripetuta recentemente dal presidente Trump. All’inizio di aprile, Trump ha manifestato le sue intenzioni in una conversazione telefonica con il primo ministro giapponese, Shinzo Abe. “Gli Stati Uniti continueranno a rafforzare la loro capacità di deterrenza e difesa di sé stessi e dei propri alleati con tutta la gamma delle proprie capacità militari”, ha detto.

Questo è dunque il contesto dell’ aumento della pressione militare USA sulla Corea del Nord. La diffusione delle armi nucleari non è desiderabile. Ma la risposta USA alle prove missilistiche della Corea del Nord aumenta solo la probabilità della guerra. Le amministrazioni USA hanno continuato a schiacciare economicamente la Corea del Nord e a fare aumentare le minacce militari.

Il primo passo per ridurre il rischio di uno spaventoso conflitto, che potrebbe costare milioni di vite, sarebbe da parte degli Stati Uniti di rimuovere i propri militari e le proprie basi dalla Corea del Sud e dal Giappone, e le armi che tiene puntate contro la Corea del Nord da più di 60 anni.

KAYE BROADBENT

Traduzione di Gigi Viglino

Della Corea avevo parlato anche in una mia dispensa universitaria, mentre sul sito era apparso recentemente un articolo di Pierre Rousset: Rousset: STATO DI CRISI NEL NORD-EST ASIATICO . LA QUESTIONE COREANA (a.m.)

* Red Flag. 20 JULY 2017: https://redflag.org.au/node/5921

Europe solidaire Sans Frontières N. 41578

http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2825:1950-2017-perche-la-corea-del-nord-ha-tutti-i-diritti-di-odiare-gli-usa&catid=57:imperialismi&Itemid=73

Milano – LUMe sgomberato, ma non per questo piegato!

Pubblichiamo un contributo di Milano In Movimento relativo allo sgombero di LUMe, avvenuto nella mattinata del 25 luglio, e sulle iniziative di rilancio messe in campo dagli occupanti. Durante lo sgombero l’intera area universitaria è stata blindata, le forze dell’ordine hanno invaso il vicolo di Santa Caterina e forzato le porte dello stabile che ha ospitato per più di due anni un’esperienza politica, artistica e culturale unica nel suo genere. Nello stesso giorno, alle 16,30 in piazza San Nazaro, si è tenuta una partecipatissima assemblea pubblica, seguita da un presidio e da un concerto.

«Oh…svegliati e alza il culo dal letto…che stanno sgomberando LUMe!». Questi i toni perentori e sbrigativi di una delle tante telefonate della primissima mattinata di un caldo fine Luglio con cui si potrebbe iniziare il riassunto della giornata di ieri.

25 Luglio 2017: lo sgombero di LUMe.
Uno sgombero inatteso e proditorio: simile ad un pugno che ti arriva in faccia senza preavviso e che rischia di mandarti subito a tappeto.
E invece, se c’è una cosa chiara dopo la lunga giornata di ieri, è che a tappeto non ci è finito proprio nessuno!
Gli attivisti di LUMe, dopo al botta iniziale, circondati dalla solidarietà di tanti (Lambretta e ZAM in primis) si sono rimessi subito in piedi e rilanciato.
Partecipata l’assemblea aperta del pomeriggio.
Partecipatissima la serata musicale con la piazza che, col passare delle ore, si riempie quasi completamente.

Dicevamo del rilancio.
Si prevede un inizio di Settembre molto denso.
Si inizierà il primo del mese con un assedio culturale sotto Palazzo Marino.
Dal 6 Settembre invece riprenderà la socialità in Piazza San Nazaro, a pochi metri dallo stabile sgomberato.

Gli sgomberi estivi, triste tradizione di qualche decennio fa, sono tornati consuetudine.
Giusto per citarne alcuni basterebbe ricordare l’uno-due dell’Estate 2014: ZAM in Via Santa Croce sgomberato a fine Luglio e Lambretta sgomberato a fine Agosto.
Ma come non pensare anche allo sgombero di ZIP (uno dei pochi spazi, se non l’unico spazio interamente gestito da studenti medi in Europa) dell’anno scorso? Uno sgombero arrivato addirittura il 9 Agosto…a città semideserta.

LUMe nasce l’8 Aprile 2015 quando, un gruppo di studenti occupa uno spazio abbandonato da diversi anni in Vicolo Santa Caterina, a due passi dall’Università Statale di Via Festa del Perdono.
Viene occupata la mitica Osteria della Pergola, ma agli occupanti di svela lo spettacolo mozzafiato di uno spazio dall’altissimo valore artistico lasciato al totale degrado ed abbandono.
Lo scenario è molto simile a quello dell’occupazione di ZAM di Via Santa Croce. Lì, aprendo le finestre si vedeva la Chiesa di Sant’Eustorgio, qui si è di fianco alla Basilica di San Nazaro in Brolo.

Lo stabile di Vicolo Santa Caterina è un vero e proprio pezzo di storia della città di Milano tanto da comparire addirittura nel quattordicesimo capitolo dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, quando Renzo, reduce dai tumulti per il pane finisce a bere all’Osteria della Luna Piena:

«-Al pane, – disse Renzo, ad alta voce
e ridendo, – ci ha pensato la provvidenza. –
E tirato fuori il terzo e ultimo di que’ pani
raccolti sotto la croce di san Dionigi,
l’alzò per aria, gridando:
– ecco il pane della provvidenza!
All’esclamazione, molti si voltarono;
e vedendo quel trofeo in aria, uno gridò:
– viva il pane a buon mercato! …»

Una citazione letteraria che gli occupanti hanno deciso di onorare con uno bellissimo murales fuori dallo spazio occupato:

Nel 2015 iniziano subito i lavori di ristrutturazione e in pochissimo tempo nasce una vera e propria alchimia di quelle che ogni tanto (ma non sempre) si creano all’interno degli spazi sociali occupati e autogestiti. Un’alchimia che si emergeva chiaramente ieri nei tanti occhi lucidi di fronte alla celere schierata e agli operai che muravano lo stabile ponendo addirittura del filo spinato sul tetto per scoraggiare qualsiasi tentativo di occupazione.
L’incontro tra giovani attivisti con alle spalle un’esperienza militante da centro sociale, studenti universitari della Statale e non solo, artisti e musicisti crea un clima fecondo allo sviluppo di quello che si potrebbe definire un vero e proprio “popolo di LUMe” che anche ieri sera, nella dura giornata dello sgombero, e per di più a fine Luglio, si è schierato con calore a difesa del “suo” spazio.

Nel corso del 2015 LUMe cresce e si sviluppa e con l’attivazione di uno spazio sotterraneo per i concerti (che prende presto il nome di “cripta”) esplode l’esperienza delle serate jazz che ben presto si fanno un nome in tutta Milano e non solo.
Con esse il teatro e mille altre attività che adesso è difficile elencare per quante sono…

Dicevamo che ieri è arrivato lo sgombero.
Inatteso e giustificato in mille modi, l’uno meno convincente dell’altro…
Milano, per l’ennesima volta, non si dimostra capace di mettere a valore quelle esperienze che nascono e si sviluppano dal basso rifiutando con fierezza di farsi omologare dalle logiche di mercato che la fanno padrona nella nostra metropoli.

L’ordine e il decoro sono dunque ristabiliti!

Vicolo Santa Caterina tornerà all’abbandono come tanti altri stabili sgomberati in questi anni, primo tra tutti ZAM di Via Olgiati.

La piazza di ieri ha però dimostrato che LUMe non è vinto né piegato.

Ci si rivede presto!

Liberi Tutti Liberi Subito

Giovedì 27 luglio si svolgeranno dei presidi a Roma, Milano e Venezia, sotto l’ambasciata e i consolati tedeschi, per chiedere la liberazione delle compagne dei compagni arrestati ad Amburgo nel corso delle manifestazioni contro il G20. Le iniziative seguono quelle di Catania e Palermo, effettuate nelle scorse settimane davanti le Prefetture.

Appuntamenti

Roma ore 16, Ambasciata tedesca, via San Martino della Battaglia, 4

Milano ore 17, Consolato tedesco, via Solferino 40

Venezia ore 16, Consolato onorario di Germania, Fondamenta Condulmer 251

Lettera di Maria dal carcere di Amburgo

Riprendiamo da BellunoPiù una lettera di Maria dal carcere amburghese di Billwerder, indirizzata ai suoi compagni e compagne del Postaz di Feltre (BL) e scritta il 14 luglio. Maria è una delle compagne arrestate in seguito alle mobilitazioni avvenute ad Amburgo durante il G20 che, come gli altri 5 attivisti italiani, rimarrà nelle carceri tedesche almeno fino alla fine del prossimo mese, in attesa di giudizio. Giovedì 27 luglio si terranno a Roma, Milano e Venezia iniziative sotto le sedi diplomatiche tedesche per chiedere la liberazione di Maria, Fabio, Orazio, Alessandro, Emiliano e Riccardo.

Venerdì 14 Luglio 2017

Oggi 2 secoli fa il popolo in armi espugnava la Bastiglia, oggi coloro che festeggiano questa data fondatrice delle attuali democrazie innalzano nuove bastiglie ovunque.
Nessuno deve più stare qui dentro, mai più, è troppo per una persona sola.
Ci sono minorenni, donne incinte, donne con neonati e donne che dovrebbero stare in ospedale, tutte nelle stesse tute grigie.
So che state facendo tutto il possibile per tirarmi fuori e vi ringrazio, mi dispiace farvi stare in pensiero.
Ho qui il vostro telegramma. In realtà speravo di uscire oggi e di ringraziarvi a voce, invece sono di nuovo qui. Il ricorso non è stato accolto, ma sicuramente ne saprete già (più di quanto?) vi arriverà questa lettera.
Eravamo cinque nella stessa situazione qui nel mio braccio, le due tedesche sono uscite mercoledì, oggi è uscita la ragazza del Venezuela, però con una cauzione di 10000 euro.
Sì, diecimila.
Restiamo io ed una ragazza curda. È così forte lei, sempre positiva, nonostante abbia due fratelli morti combattendo in Kurdistan. L’unica cosa positiva qui sono le relazioni che si creano. Sono tutte così gentile, altruiste, tutte sono pronte a darti un abbraccio.
Per il resto non ho più illusioni su nulla.
L’altro giorno ci hanno fatto uscire in tre con la scusa di parlare con l’avvocato. In realtà volevano prelevarci il DNA. Bisogna aspettarsi sempre il peggio qui, e non è nella mia natura.
La prima prigione in cui ci avevano messi era un prefabbricato con queste stanzine di 10 metri quadri, eravamo in 5 lì dentro per 2 giorni senza niente, senza finestre, dovendo chiedere per bere e per andare in bagno con la guardia che ti sorvegliava. Praticamente senza mangiare.
Qui è un po’ meglio, almeno ho un letto e un bagno. Lo saprete già che sono finita dentro solo perché mi sono attardata ad aiutare una ragazza con un piede rotto. Rotto davvero, con l’osso fuori ed il piede attaccato solo per metà. Non credo che me lo toglierò mai dalla mente, insieme alla polizia che picchia a mani nude. E non credevo fosse possibile finire dentro per questo, per non aver fatto davvero nulla, anche se tutte qui sono dentro per cose da nulla, furti soprattutto.
Ragazzi, scrivete qualcosa su quello che sta succedendo per favore. Non state in silenzio. Se volete pubblicate quello che vi scrivo.
Non so nulla di Fabio invece, gli ho scritto e non mi ha risposto, dovrebbe essere nel mio stesso carcere. Se avete sue notizie scrivetemele, e scrivetemi comunque. Se potete mettetemi dentro un francobollo per rispondere. Io almeno fino a mercoledì sarò qui, e poi non lo so.
Vi voglio un sacco di bene, a tutti voi un abbraccio.
Spero di tornare presto.

Maria

A Calais gas al peperoncino su adulti e bambini inermi

Rapporto di Human Rights Watch sugli abusi della polizia francese contro i migranti

Utilizzo ingiustificato e reiterato di gas al peperoncino su adulti e bambini inermi, confisca arbitraria delle coperte, divieto di accesso all’acqua, ostacolo alla distribuzione dei pasti. Queste sono solo alcune delle accuse che l’organizzazione Human Rights Watch rivolge alle forze dell’ordine francesi (in particolare i reparti Crs) in servizio tra i migranti accampati a Calais, nell’attesa di tentare la traversata verso l’Inghilterra.

È UN QUADRO DESOLANTE, fatto di inutile e arbitrario accanimento, quello che esce dal rapporto pubblicato ieri dalla Ong con il titolo «È come vivere all’inferno – Abusi polizieschi a Calais contro i migranti, bambini e adulti». Lo studio, realizzato tra la fine di giugno e l’inizio di luglio scorsi, si appoggia sulle interviste dettagliate di 61 richiedenti asilo, la metà dei quali minori non accompagnati, raccolte a Calais e nei dintorni, dove, dopo lo smantellamento del campo chiamato la Giungla nell’autunno scorso, i migranti stanno cominciando a tornare.

Sarebbero alcune centinaia di persone (tra le 400 e le 500, secondo i dati di Hrw) a dormire nei boschi intorno alla cittadina del nord della Francia, aspettando l’occasione per passare la Manica. A testimoniare sono stati cittadini eritrei, afghani, etiopi (alcuni dei quali si sono qualificati come Oromo, l’etnia numericamente più importante in Etiopia), iracheni e curdi. Ed è proprio dai loro racconti che emerge la drammatica condizione dei migranti a Calais.

«QUASI OGNI NOTTE – confida Nebay T., giovane eritreo di 17 anni- i poliziotti si avvicinano mentre dormiamo e ci spruzzano addosso il gas. Ce lo buttano su tutto il viso, negli occhi». Dello stesso tenore la storia di Moti W., oromo di 17 anni. «Stamattina -racconta- dormivo sotto il ponte. I poliziotti sono arrivati. Ci hanno cosparso (di gas, ndr) il viso, i capelli, gli occhi, i vestiti, i sacchi a pelo, il cibo. C’erano molte persone che dormivano. La polizia ha ricoperto ogni cosa di gas al peperoncino». Talvolta, riporta lo studio di Hrw, le forze dell’ordine invitano i migranti a liberare la zona prima di fare ricorso al gas. Spesso, però, come rivelato dalle due testimonianze appena citate, le azioni della polizia non prevedono alcun avviso preliminare.

LA ONG CONDANNA l’utilizzo di sostanze urticanti in situazioni nelle quali interventi del genere non siano strettamente necessari e proporzionati all’obiettivo legittimo. Nei casi esaminati, però, le iniziative intraprese contro persone inermi costituiscono, per l’organizzazione, nient’altro che un abuso al quale le autorità francesi devono porre immediatamente termine.

MA NON SI FERMANO QUI le tecniche utilizzate per impedire che i migranti sostino a Calais e nei suoi immediati dintorni. Numerose testimonianze parlano di negazione dell’accesso all’acqua o ai punti di distribuzione dei pasti. «Era circa mezzanotte -racconta Birhan G, sedicenne eritreo- ed ero venuto a prendere da mangiare. I poliziotti erano lì e hanno intimato (agli operatori umanitari, ndr) di non darci da mangiare. Avevamo fame.

Avevamo sete. Ma i poliziotti hanno iniziato a spruzzarci contro il gas e noi siamo scappati».

GLI EFFETTI di questo tipo di gas possono andare dal semplice bruciore agli occhi fino alle crisi d’asma e l’ipertensione. Nei casi più gravi, soprattutto se non c’è acqua a disposizione, si deve ricorrere al ricovero in ospedale. Tra le persone ascoltate anche operatori umanitari. Una volontaria dell’associazione Utopia 56 racconta di aver consegnato due bidoni d’acqua a un gruppo di uomini e ragazzi. Il giorno seguente, ricorda, gli stessi le hanno spiegato che i poliziotti ci avevano spruzzato all’interno del gas. Come sottolinea Hrw, inoltre, esiste un costante ostacolo – illegale – da parte della polizia all’azione delle organizzazioni umanitarie.

SULLO SFONDO resta la posizione ambigua del governo francese. Se, nei giorni scorsi, Macron aveva espresso l’intenzione di assicurare un’accoglienza degna, il suo ministro dell’interno, Gérrard Collomb appoggia più o meno apertamente l’ostilità dimostrata dalle autorità locali

Francesco Di Taranto

da il manifesto