Ferimento di Luca Fanesi. Quel poliziotto che si alza. E poi si allontana con gli altri (Foto e Video)

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Fotogramma per fotogramma. Emergono alcuni particolari su cui fare chiarezza. Mentre alcuni tifosi si sono accorti di quanto avvenuto e corrono per l’immediato soccorso, alcuni celerini pur prossimi a Luca Fanesi – secondo la loro versione feritosi da solo sbattendo su un cancello – se ne disinteressano nei secondi successivi al fatto e anzi confabulano e se ne distanziano. Foto e video da Riviera Oggi

Luca Fanesi è lì da un mese esatto. Ricoverato all’ospedale San Bortolo di Vicenza dopo gli incidenti seguiti alla partita Vicenza-Samb del 5 novembre. Lì in viale Trissino la sagoma scura di Luca Fanesi, con le braccia alzate, scompare dietro ad una camionetta della Celere di Padova, accorsa per dividere le due tifoserie.

Di seguito presentiamo una galleria di fotogrammi ricavati dal video più dettagliato su quanto accaduto. Video che non è risolutivo perché appunto Luca Fanesi scompare dietro la camionetta e non vi è certezza dei fatti. Di questo si occuperà l’indagine. Ma la nostra attenta osservazione fotogramma per fotogramma ci porta ad approfondire alcuni particolari.

FOTOGRAMMA 1 

Il campo largo ci aiuta a descrivere la scena dove avviene il fatto. Luca Fanesi sta per alzare le braccia ed è indicato dalla freccia rossa. Sulla destra, davanti alla camionetta, si riconoscono cinque caschi di celerini. Altri tifosi stanno indietreggiando e altri ancora sono in fondo al marciapiede (forse quattro). La luce rossa che si vede dietro gli alberi è quella di un fumogeno, forse lanciato dai tifosi vicentini in precedenza. Sulla sinistra, si vede uno dei pulmini dove erano i tifosi della Samb prima di fermarsi.

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FOTOGRAMMA 2 

Luca Fanesi è con le braccia alzate e sta per essere coperto dalla camionetta. Dietro di lui compaiono le sagome scure di due tifosi, più un altro dietro, che stanno per affrontare cinque celerini che li attendono. Da notare che se Fanesi alza le braccia significa che davanti a sé ha sicuramente qualcuno.

 

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FOTOGRAMMA 3 
Luca Fanesi è ora dietro la camionetta. Sulla sinistra il tifoso con un giubbotto chiaro sta per fermare la sua corsa perché presto si accorgerà che qualcosa è accaduto a Luca. Sulla destra ci sono tre tifosi della Samb che stanno correndo e cinque celerini (uno parzialmente oscurato dalla luce) che li stanno per affrontare.

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FOTOGRAMMA 4  

Molto importante perché potrebbe segnalare l’istante preciso in cui Luca Fanesi è caduto a terra (ricordiamo le versioni: colpito da un manganello per i tifosi, scivolato per la Questura). Sia il tifoso con un giubbetto chiaro, sulla sinistra, sia l’altro indicato sempre con una freccia rossa, a destra, alle prese con un celerino, sembrano in questo istante accorgersi che qualcosa sia accaduto e dirigono sguardo ma anche la gestualità (qui solo accennata perché il fatto sarebbe avvenuto davvero in quel momento) verso la zona dove è Luca Fanesi, dietro alla camionetta.

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FOTOGRAMMA 5

Qui appare chiaro che il tifoso che forse ha un cappuccio scuro in testa ha notato che qualcosa sia accaduto e si diriga di corsa verso Luca Fanesi, indicandolo quasi con un braccio proteso. I due celerini che prima si confrontavano con lui si sono girati, quasi colti di sorpresa dallo scatto, e anche loro, senza dubbio, sono riusciti a vedere cosa accaduto. C’è un altro celerino, a ridosso del cancello, che senza dubbio ha visto quanto accaduto.

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FOTOGRAMMA 6

Il tifoso di cui in precedenza è accorso da Luca Fanesi e anche lui è scomparso dalla visuale ripresa dal video perché coperto dalla camionetta. Appare chiaro come i due celerini che si sono girati guardino precisamente verso Luca Fanesi. Uno, segnalato con la freccia rossa, sembra quasi bloccare una rincorsa avviata perché si accorge di quanto accaduto. Un altro è segnalato con la freccia gialla, dietro la camionetta.

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FOTOGRAMMA 7 

Di seguito una serie di quattro fotogrammi ravvicinati molto importanti. Sopra, appunto, la posa quasi stupita di un celerino che si ferma appena guarda verso il punto dove Fanesi rimane ferito. Cosa sta avvenendo? Chi c’è? Otre il celerino a ridosso del cancello sopra segnalato col giallo, emergono altri due poliziotti. Esattamente dal punto dove Fanesi è ferito.

Ma non è tutto. La cosa più interessante è che uno dei due poliziotti è inizialmente più bassodegli altri. Nel seguente fotogramma vedrete apparire appena il casco, all’altezza del petto del compagno. Fanesi in quel momento è sicuramente caduto. A un metro, massimo due metri da lui, non di più. E quel poliziotto è visibilmente abbassato. Perché?

Nei fotogrammi seguenti vedrete la sagoma nel cerchio, indicata con la freccia rossa, alzarsi e arrivare ad un’altezza simile a quella degli altri.

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FOTOGRAMMA 8

I poliziotti si allontanano dal luogo dove è accaduto qualcosa a Fanesi, dando le spalle. Ora, la domanda è questa: se Fanesi è comunque a terra, ferito, come sembra emergere dall’attenzione mostrata dai tifosi, perché i tutori dell’ordine si allontanano dal punto in cui dove si trova Fanesi? Seppur fosse caduto e presentasse le quattro fratture a causa della collisione con il cancello, perché si allontanano da lì? Non bisognava soccorrerlo, e primi fra tutti proprio i tutori dell’ordine?

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FOTOGRAMMA 9

La situazione precedente diventa ancora più esplicita. I poliziotti si allontanano visivamente dalla camionetta. Sembrano confabulare tra loro. Intanto a pochi metri un uomo è ferito con quattro fratture alla testa.

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FOTOGRAMMA 10

Qui succede una cosa strana. La camionetta con Luca Fanesi è fuori quadro. I poliziotti continuano a parlare tra di loro (indicati con una freccia rossa). Ma a destra tre celerini hanno bloccato – con le buone o con le cattive – un tifoso. Perché, è la nostra osservazione, non risultano tifosi sambenedettesi fermati? Quando si arriva ad una situazione del genere, il tifoso bloccato a terra – con le buone e con le cattive, come si vede nel video – perché viene rilasciato?

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Uno dei poliziotti del gruppo vicini alla camionetta si distanzia (indicato con una freccia) e gesticola facendo segno (forse ad altri colleghi?) di correre in avanti. In effetti altri colleghi stanno arrivando, appena scesi da un’altra camionetta. Altri ancora, che si trovavano in coda al serpentone di pulmini e pullman, arriveranno e proseguiranno oltre l’aiuola spartitraffico.

 

da RivieraOggi

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5 dicembre 1974: il compagno Bruno Valli, la rapina di Argelato

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5 dicembre 1974, pochi minuti prima di mezzogiorno. Qualche solerte cittadino ha avvertito la stazione dei carabinieri di Castel d’Argile che un “furgone sospetto” staziona nei pressi della località Argelato. Il brigadiere Andrea Lombardini si precipita sul posto, nonostante sia il suo giorno di riposo. Si avvicina al fiat 238 e chiede i documenti ai tre giovani seduti all’interno. La risposta risuona chiara nella bassa bolognese: una breve raffica parte dallo sten di uno dei ragazzi e uccide il carabiniere.

Il commilitone di Lombradini sceso dall’auto comincia anch’egli a sparare, ma dopo aver forato una gomma al furgone in sosta, viene disarmato dai compagni. La giornata doveva concludersi con una rapina al portavalori dello zuccherificio Siiz. I compagni costretti dagli eventi devono scappare per i campi.

Passano meno di 24 ore che gli inquirenti riescono ad arrestare Bruno Valli, Stefano Bonora e Claudio Vicinelli, infangati e infreddoliti che vagano per la bassa.

Subito dopo l’arresto giornali e tv si scavalcano a vicenda in una guerra a chi la ricostruisce più grossa. Il brigadiere, amato e compianto dalla popolazione; il suo giovane commilitone, un eroe di vent’anni che, sprezzante del pericolo, disarma i malviventi, salvo venire colpito al petto con il calcio di un mitra per essersi distratto all’ultimo respiro del collega; i tre rapinatori, gente di poco conto, che dall’ingresso in questura smettono i panni dei militanti tutti d’un pezzo, per gettarsi infamie l’uno sull’altro.

Queste ricostruzioni dei fatti a noi interessano solo per poterle mettere da parte, e poter ricordare il compagno Bruno Valli, figlio di una famiglia proletaria di Rodero, operaio, militante comunista, che si impiccò nel carcere di Modena il 9 dicembre 1974.

Chi lo ha potuto conoscere lo ricorda come un militante lucido e pronto ad ogni sacrificio; e in quella cella dove poi si uccise, dicono che scrisse con il suo sangue due parole supra un muro: “Libertà o morte”.

Quegli “aiutini” degli apparati di Stato ai fascisti

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L’ultima notizia è quella che nella Banca Popolare di Vicenza (che aveva acquisito la siciliana Banca Nuova ed ora è stata acquisita da Banca Intesa) ci sono i conti correnti dei servizi segreti (L’Aisi in particolare) adibiti a pagare i bonifici per “giornalisti, conduttori di programmi di informazione e intrattenimento su televisione pubbliche e private”.

La domanda che sorge spontanea è: c’è una relazione tra questa attività di “influenza” dei servizi segreti sui media e il fatto che i fascisti negli ultimi mesi siano stati così amplificati e sdoganati sulle televisioni pubbliche e private?

La risposta a questa domanda richiederebbe di conoscere i nomi e i cognomi dei giornalisti e dei conduttori televisivi che hanno ricevuto i soldi dai servizi segreti. In secondo luogo diventa decisivo sapere il “perchè” e per “fare cosa” i servizi segreti hanno pagato gli operatori dei mass media.

Ma per cercare di definire un contesto di questa operazione di “influenza” sulla società, occorre riconnettere tra loro diversi pezzi che, letti separatamente, non rendono l’idea di una operazione in corso negli ultimi tre anni.

Qual’è l’obiettivo di questa operazione che, a nostro avviso, ha tra i suoi ideologi e sponsor gli apparati dello Stato? L’obiettivo sta diventando piuttosto evidente. Per esempio veicolare l’idea che il crescente disagio sociale possa e debba esprimersi politicamente solo attraverso i gruppi neofascisti, negando, omettendo e ostacolando (anche con la repressione preventiva del modello Minniti) ogni altra possibilità di espressione politica riconosciuta e riconoscibile nelle forze della sinistra antagonista.

Chi ha il mandato istituzionale di garantire “la sicurezza”, ha ben chiaro quale sia e quanto sia esplosiva la situazione sociale nel paese. Il recente rapporto della Commissione parlamentare sulle periferie, ad esempio, ci restituisce il dato di almeno quindici milioni di persone che vivono nelle periferie delle aree metropolitane e dei centri urbani in condizioni di crescente impoverimento, degrado ed esclusione sociale.

Le scelte dei governi che si sono succeduti e si succederanno, sono consapevolmente mirate ad acutizzare e cristallizzare questo enorme disagio sociale (con qualche palliativo come la truffa della Rei che rende permanente lo stato di povertà invece di combatterlo), ma ne temono le conseguenze e le possibilità di ricomposizione politica sul piano dei conflitto di classe.

Negli anni scorsi abbiamo segnalato con forza come in una delle relazioni annuali dei servizi segreti al Parlamento, venisse sottolineata la loro preoccupazione per il successo “politico” manifestatosi con le due giornate di lotta del 18 e 19 ottobre 2013 (sciopero generale dei sindacati di base e manifestazione di massa insieme ai movimenti sociali e alle organizzazioni politiche) e la successiva soddisfazione per il fallimento del risultato politico che si era palesato.

Nelle relazioni dei servizi segreti, quando il disagio sociale viene organizzato da forze della sinistra antagonista si parla di “strumentalizzazione dei problemi sociali”. Ma la visione cambia radicalmente quando il medesimo disagio sociale viene invece espresso dai gruppi neofascisti.

Assistiamo così dal 2011 in poi ad una costruzione politica e mediatica del ruolo e dei gruppi neofascisti priva di ogni allarme (riservato e amplificato invece nei confronti dei movimenti di sinistra).

Nella relazione presentata dai servizi segreti nel febbraio del 2017, riferendosi ai gruppi fascisti si scrive che: “Le formazioni più rappresentative, che ambiscono a un accreditamento elettorale, hanno incentrato l’attività propagandistica, rivolta soprattutto ai contesti giovanili e alle fasce sociali più disagiate, su argomenti di richiamo come la sicurezza nelle periferie degradate dei centri urbani, le problematiche economico-abitative “degli italiani” e l’occupazione”.

Ed ancora si sottolinea che: “In particolare l’emergenza migratoria, ritenuta tra i temi più remunerativi in termini di visibilità e consensi, ha ricoperto un ruolo centrale nelle strategie politiche delle principali organizzazioni che, nel tentativo di cavalcare in modo strumentale il fenomeno, facendo leva sul malessere della popolazione maggiormente colpita dalla congiuntura economica e dalla contrazione del welfare, hanno sviluppato un’articolata campagna propagandistica e contestativa (manifestazioni, presidi, attacchinaggi, flash mob) contro migranti e strutture pubbliche e private destinate all’accoglienza, influenzando indirettamente anche la costituzione di “comitati cittadini” di protesta.

Insomma i fascisti vengono dipinti più o meno come degli attivisti sociali attenti ai problemi degli “italiani” impoveriti dalla crisi. Certo qui e là ci sono delle “scappatelle” come la caccia ai bengalesi nei banglatour dei giovani di Forza Nuova a Roma, lo squadrismo sistematico nelle città del Nordest, i gruppi paramilitari beccati in Liguria e Abruzzo. Viene accuratamente evitato di segnalare le ripetute ed evidenti connessioni tra gli ambienti neofascisti e la malavita (a Roma sicuramente, ma non solo).

Di tutto questo però non vi è mai traccia nella striminzita paginetta dedicata ai fascisti (rispetto alle 12 dedicate alla sinistra) nelle relazioni sulla sicurezza del paese che i servizi segreti presentano al Parlamento.

Ma la ciliegina sulla torta l’ha segnalata a gennaio 2016 fa il sito Insorgenze.net,rivelando un documento riservato del ministero degli Interni, in cui lo sdoganamento dei fascisti come “bravi raagazzi” viene scritto nero su bianco in una informativa. La prosa del documento, sottolinea giustamente Insorgenze. Net, appare del tutto inusuale per una nota informativa degli organismi di polizia, e lascia trasparire una chiara empatia, quasi una sorta di compiacimento che rasenta l’agiografia quando si valorizzano le capacità politiche del gruppo (Casa Pound, ndr) “facilitato nella concomitante crisi delle compagini della destra radicale e dalla creazione di ampi spazi politici che Casa Pound è pronta ad occupare”.

La stessa nota informativa del Ministero degli Interni si sbrodola quando descrive “l’impegno primario di Casa Pound volto alla tutela delle fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazioni di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado delle strutture pubbliche per la riqualificazione e la promozione del progetto Mutuo Sociale”. C’è da rimanere allibiti di fronte al fatto che la stessa attività di rivendicazione, occupazione di immobili in disuso, segnalazione del degrado di strutture pubbliche, quando viene condotta da movimenti di sinistra venga criminalizzata e repressa senza alcuna remora.

Per dare una idea e fare i dovuti confronti, oggi La Stampa ci racconta che, secondo il Viminale, dal 2011 al 2016 contro i fascisti ci sono stati “10 arresti e 240 deferimenti all’autorità giudiziaria”.

Nello stesso periodo contro i militanti e attivisti della sinistra ci sono stati 852 arresti; 15.602 denunce; 385 fogli di via; 221 decreti di sorveglianza speciale; 139 obblighi di firma; 71 obblighi di dimora, in larghissima parte per reati legati a lotte sociali, sindacali, ambientali, antimilitariste cioè picchetti antisfratto, occupazioni di case, blocchi stradali, picchetti, sostegno a immigrati e rifugiati, manifestazioni No Tav, No Muos e contro la militarizzazione in Sardegna. Una bella differenza no?

In compenso i rarissimi casi di azioni di polizia o giudiziaria contro i fascisti, consentono a questi ultimi di poter ricorrere a quel “vittimismo aggressivo” che manifestano sistematicamente quando “le prendono” dagli antifascisti militanti..

Un dettaglio quest’ultimo emerso con la dovuta rilevanza, quando in alcuni quartieri popolari della periferia est di Roma, i fascisti sono stati affrontati e respinti con estrema e incoraggiante determinazione.

Del resto, la relazione annuale dei servizi segreti al Parlamento, non sottovaluta affatto questa acutizzazione dello scontro tra fascisti e antifascisti nel territorio, cioè sul versante “sociale” più che ideologico, soprattutto nelle periferie. Da almeno tre anni i servizi di intelligence segnalano che Sul piano previsionale, si ritiene, infine, che continueranno a verificarsi episodi di contrapposizione (provocazioni, aggressio­ni e danneggiamenti di sedi) con frange dell’estrema sinistra, per effetto sia della mobilitazione concorrenziale su tematiche sociali, da parte di entrambi gli schieramen­ti, sia delle visioni contrapposte in tema di immigrazione”

Torniamo così all’obiettivo mirato di questa operazione degli apparati dello Stato di sdoganamento politico e mediatico dei fascisti: consegnare la rappresentanza politica della rabbia, del degrado e del disagio sociale alla destra e in particolare a gruppi neofascisti come Casa Pound.

Si spiegano allora le ormai sempre più frequenti comparsate televisive dei fascisti, le “curiosità giornalistiche”, la partecipazione ai dibattiti nelle sedi neofascisti in nome del “confronto democratico” (vedi Mentana e Formigli), in sostanza la legittimazione e la costruzione politico/mediatica di una presenza dei fascisti nello scenario come espressione del “disagio sociale”, ritagliandogli esattamente – come dice l’informativa del Ministero degli Interni – “l’ampio spazio politico che Casa Pound è pronta ad occupare”. Una operazione studiata a tavolino, fin nei minimi dettagli e con le disponibilità finanziarie per realizzarla.

Una ragione di più per confermare l’antifascismo militante e permanente come una componente indissolubile dell’intervento politico, sociale e sindacale nei territori e nei luoghi di lavoro.

Federico Rucco

da Contropiano

Federico è ovunque !! Appello di Acad a tutte le tifoserie

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Riprendiamo e condividiamo da ACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa – Onlus– in seguito al divieto di far entrare la bandiera con il volto di Federico Aldrovandi – l’ appello a esporre in tutti gli stadi e in tutte le città l’immagine del ragazzo ucciso dalla polizia. Per rispondere insieme al divieto imposto ai tifosi della Spal.

Federico Aldrovandi, non cancellerete la nostra memoria. Federico è ovunque.

Il divieto di far entrare la bandiera con il volto di Federico Aldrovandi, imposto ai tifosi della Spal nella trasferta romana, è un fatto troppo grave; troppo grave per relegare la nostra rabbia solo ai post sui social, troppo grave da necessitare una risposta di tutti.

Federico fu ucciso nel settembre del 2005 a soli 18 anni. Fu ucciso da 4 poliziotti che gli spezzarono il cuore fino a soffocarlo, rompendogli addosso due manganelli fino a procurargli 54 lesioni. “Schegge impazzite” fu la definizione che diede un procuratore generale a quelle persone, prima della loro condanna definitiva in Cassazione.

Quello che ha subito Aldro è una verità storica, oltre che giudiziaria, incancellabile come lo furono i fatti vergognosi successivi alla sua morte: negli applausi dei sindacati di polizia agli agenti condannati, nelle offese alla madre, nelle querele alla madre, nelle dichiarazioni folli e disgustose di certi esponenti istituzionali che hanno negato per anni l’evidenza.

Il divieto imposto ai tifosi della Spal non ha alcuna giustificazione.

È un atto di prepotenza e arroganza. È un atto da Stato di Polizia.

Abbiamo deciso di non rassegnarci alla denuncia e al racconto: se non volevano Federico in una curva, Federico glielo faremo trovare ovunque.

A pochi giorni dai fatti di Vicenza, dove Luca, un ultrà della Sanbenedettese è finito in coma e tuttora è in ospedale, è necessario mandare un segnale forte contro la violenza e gli abusi di polizia di questi ultimi decenni, affinchè non vi siano mai più altri Federico.

ACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa – Onlus invita tutta la collettività a partire dalle tifoserie e dalle curve, oltre la propria fede e oltre i colori, ad esporre ove sia possibile l’immagine di Federico Aldrovandi con striscioni, magliette, foto, bandiere e qualsiasi mezzo ognuno ritenga più opportuno e ad accompagnare, dove realizzabile, il tutto con l’hashtag #FedericoOvunque.

Chiediamo a chiunque di far apparire Federico in ogni luogo possibile delle nostre città, con la dignità e il rispetto che la famiglia Aldrovandi ci ha sempre insegnato.

Sabato 9 dicembre e domenica 10 dicembre facciamogli vedere che non abbiamo dimenticato quello che hanno fatto a Federico, mostrando Federico ovunque, com’era da vivo.

#FedericoOvunque

#giustiziaeveritàperAldrovandi

#bastaabusi

Per informazioni, comunicazioni, adesioni:

Mail: infoacad@inventati.org

Facebook: ACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa – Onlus

Telefono: 3348016641

Per piazza Alimonda nessun processo. Respinto il ricorso civile

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Un’altra violenza della malagiustizia: respinto il ricorso civile presentato dai familiari di Carlo Giuliani. Le dichiarazioni dell’avvocato e della famiglia.

In data 19/10/2017 è stata pubblicata la sentenza della Corte d’Appello di Genova, che ha confermato la sentenza del 15/1/2015 del Tribunale di Genova che respingeva le domande della famiglia Giuliani tendenti ad acclarare le responsabilità per l’uccisione di Carlo.

La causa avanti al Tribunale era stata promossa nei confronti di quattro soggetti: il Vice Questore Lauro per le sue responsabilità nell’aver ordinato l’azione del contingente di carabinieri contro i manifestanti fermi in via Caffa all’altezza di via Tolemaide e in seguito alla quale il Defender con Mario Placanica a bordo si era trovato bloccato; Mario Placanica per aver sparato il colpo di pistola che colpì Carlo; il Ministero dell’Interno e il Ministero della Difesa (da cui dipendono Polizia di Stato e Carabinieri) perchè Carlo morente era stato colpito da un sasso sulla fronte quando già era agonizzante; gli stessi Ministeri, quali “datori di lavoro” di Lauro e Placanica per le responsabilità nei fatti accaduti.

Nel processo di primo grado si è svolta una articolata istruttoria, con la visione del video che riepilogava in ordine cronologico gli avvenimenti e l’audizione di alcuni testimoni, tra cui gli alti ufficiali dei Carabinieri presenti in piazza Alimonda.

Con una decisione non contraria alla legge ma certamente contraria allo logica e al buon senso, la sentenza è stata redatta non dal giudice che aveva istruito la causa sin dall’inizio, ma da un altro giudice che lo ha sostituito all’ultima udienza.

La sentenza di primo grado è stata particolarmente approssimativa, in quanto si è basata essenzialmente sull’ordinanza del Giudice per l’Udienza Preliminare che nel 2003 aveva archiviato il procedimento nei confronti di Placanica con una ricostruzione largamente contraria a tutte le evidenze.

Per questo la famiglia Giuliani ha deciso di presentare appello.

La sentenza della Corte d’Appello ha almeno il pregio di aver ricostruito gli avvenimenti con maggiore ampiezza e di aver sfatato alcuni miti che aleggiavano intorno alla vicenda. La Corte ha dato risposte a molti interrogativi, che però non possono essere considerate soddisfacenti.

Sui tre elementi su cui si basava l’azione della famiglia Giuliani queste, in estrema sintesi, le risposte della Corte:

  1. a) Responsabilità del Vice Questore Lauro:la Corte, pur non negando (in relazione all’azione ordinata da Lauro contro i manifestanti fermi in via Tolemaide) che “l’azione sia stata effettivamente improvvida e imprudente” non vede tra tale azione e il colpo sparato da Placanica un nesso di causalità;
  2. b) Responsabilità di Placanica: la Corte, pur avendo esaminato foto e filmati ed in presenza di una dichiarazione del medico legale che aveva definito il colpo di pistola “assolutamente” derivante da uno sparo diretto, ha ritenuto di dare maggior affidamento alla consulenza eseguita nel 2003 su incarico della Procura della Repubblica, secondo cui il colpo fu sparato dal basso verso l’alto ma venne deviato contro Carlo da un calcinaccio lanciato dai manifestanti;
  3. c) La sassata sulla fronte di Carlo: secondo la Corte, pur essendo accertato che il colpo venne inferto dopo lo sparo, e che il passamontagna indossato da Carlo non presentasse alcun foro, non vi è prova certa su chi alzò il passamontagna, colpì Carlo alla fronte e poi riabbassò il passamontagna.

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Questa sentenza, ovviamente, non ci soddisfa.

Dopo due gradi di giudizio l’ultima possibilità sarebbe il ricorso per Cassazione.

Ma, in presenza di una cosiddetta “doppia conforme”, cioè una sentenza di appello che conferma quella di primo grado, è possibile ricorrere in Cassazione solo per violazione di legge.

Non è possibile, cioè, sindacare la motivazione data dai giudici di appello e neppure lamentare l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio.

In queste condizioni il ricorso per Cassazione è improponibile; esso sarebbe un azzardo non solo per il prevedibile risultato finale, ma anche per i costi elevatissimi che comporta perdere una causa in Cassazione in termini di spese di soccombenza.

Dopo 16 anni si chiude così la vicenda giudiziaria, che non ha portato a Carlo nè verità nè giustizia.

Solo un processo penale, tenuto pubblicamente nel contraddittorio delle parti, avrebbe potuto portare alla luce le verità nascoste e le corresponsabilità nell’omicidio.

Avvocato Gilberto Pagani

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“Nessun responsabile anche in sede civile per la morte di Carlo Giuliani”.

Questo ci comunica il nostro avvocato. Nessun responsabile: non sarà mai possibile avere un pubblico dibattimento in un’aula di tribunale. Non potremo mai dimostrare le ragioni di Carlo, condannato a restare su quel pezzo di asfalto, colpevole di illegittima difesa.

Colpevole di avere sostenuto un diritto sancito dalla Costituzione. Colpevole di essersi protetto dai gas con un passamontagna. Colpevole di aver tentato di fermare una pistola con il primo oggetto che aveva visto rotolare in terra.

Il colpevole è lui. Chi avrebbe dovuto garantire i suoi diritti, e al contrario lo ha ucciso e oltraggiato, è stato assolto senza un processo.

Lo Stato italiano è stato condannato dall’Europa per la gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 a Genova, per quanto è stato fatto alla scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto, in piazza Manin, in via Tolemaide… soltanto in piazza Alimonda non è da giudicare.

La Giustizia non vede responsabili e non vuole che si faccia piena luce in quell’angolo di città. Così ha perso un’altra occasione per fare giustizia. Un’altra, dopo tante, troppe occasioni perdute. Perché, questo è certo, Carlo Giuliani è in ottima compagnia.

Da quando ero una ragazza porto nel cuore Giovanni Ardizzone, Giannino Zibecchi, Franco Serantini, Francesco Lorusso, Fausto e Iaio, Giorgiana Masi, Luca Rossi, Giuseppe Pinelli…

Licia, la moglie di Pinelli, dice che giustizia è che tutti sappiano la verità. Sì, ma chi la racconta, la verità? La verità ha bisogno di gambe forti e indipendenti per camminare ma oggi se ne trovano poche. Che cosa conoscono di Carlo Giuliani e dei ragazzi come lui quelli che oggi hanno la loro età?

Sono moltissime le vittime di Stato senza responsabili, senza mandanti, senza giustizia. Non posso ricordarle qui tutte. E poi ci sono le vittime delle stragi, che corpi dello Stato hanno contribuito a confondere, nascondere, depistare: Milano, Brescia, Bologna, Firenze, Ustica… senza dimenticare Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Enzo Baldoni, Pasolini… neppure per un grande poeta la Giustizia ha fatto il suo dovere fino in fondo!

Sì, Carlo Giuliani è in ottima compagnia.

E poi ci sono le vittime di Stato arrivate dopo di lui: due o tre hanno ottenuto l’attenzione dei grandi media, la maggior parte è rimasta nel silenzio e nel buio di strade, questure e caserme dove hanno trovato la morte.

La Giustizia è umana, quindi non è infallibile, lo sappiamo. Può non riuscire a fare luce.

Dovrebbe almeno provarci.

Haidi Gaggio Giuliani

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20 luglio 2001.

Alle ore 15 di venerdì 20 luglio, dopo le azioni indisturbate di piccoli gruppi di individui del tutto estranei alla manifestazione e dediti alla rottura di bancomat e vetrine, un reparto di carabinieri attacca in via Tolemaide il corteo autorizzato delle “tute bianche”. Nel processo contro 25 manifestanti la Cassazione giudica l’azione come un “attacco violento e ingiustificato”, che infatti ha costretto i manifestanti ad azioni di difesa che si protrarranno per oltre tre ore.

Intorno alle ore 16 un altro reparto di carabinieri, al comando del tenente colonnello Giovanni Truglio, del capitano Claudio Cappello e del tenente Nicola Mirante, percorre corso Torino e procede ad alcune cariche contro gruppi di manifestanti. In una di queste un carabiniere, a un metro di distanza dal tenente colonnello Truglio, si esercita nel lancio di una bottiglia, comportamento che non appare confacente con operazioni di ordine pubblico. Poco dopo il reparto svolta in via Tommaso Invrea e procede lentamente lungo la via, con continuo e nutrito lancio di lacrimogeni, praticamente fino all’esaurimento delle scorte, come segnalerà il capitano Cappello. Il reparto arriva in piazza Alimonda verso le 16 e 45 e procede a una azione che il capitano Cappello considera “la messa in sicurezza del reparto”: si tratta di una scarica di manganellate operate da una decina di carabinieri su un manifestante, già a terra alle spalle della chiesa perché picchiato da un paio di poliziotti. Trascinato per i piedi fino alla piazza, il manifestante verrà poi ricoverato su un’ambulanza chiamata per la bisogna. La “messa in sicurezza” richiede un lungo periodo di sosta e di riposo, durante il quale il reparto si rifocilla.

Alle ore 17.22 il reparto è in tenuta antisommossa all’angolo della piazza con via Illice, mentre all’incrocio di via Caffa con via Tolemaide, quindi a oltre centoventi metri, vi è un gruppetto di manifestanti, non più di quindici, che non compie nessuna azione verso i carabinieri (il capitano Cappello dichiarerà infatti che per l’eventuale lancio di un sasso “ci sarebbe voluto il campione mondiale del lancio del peso”). Il reparto si mette in marcia verso via Invrea, poi aggira l’aiola centrale della piazza e, sorprendendo i manifestanti, si infila in via Caffa. Non vi è nessuna carica, nessun contatto con i manifestanti, che cercano riparo dietro una campana per il vetro e un paio di cassonetti: vi è solo il reciproco lancio di qualche sasso, al quale partecipa più volte il vice questore Adriano Lauro, come ha dovuto riconoscere in tribunale. Del tutto infondate e fuori luogo le dichiarazioni in tribunale del tenente colonnello Truglio, che ha parlato di scontri durissimi e del “clangore” che si levava dall’urto dei cassonetti contro gli scudi dei carabinieri. No, nessuna tromba presente, il rumore maggiore è quello delle pale dell’elicottero che sovrasta la penosa scena.

Di certo c’è, invece, che il reparto resta lì poco più di un minuto, denotando la stranezza dell’operazione. Dopo di che inizia una fuga precipitosa verso la piazza, superando le due camionette che avevano accompagnato il reparto nell’aggiramento dell’aiola e che ora procedono in retromarcia. La fuga, quanto meno ingloriosa dato il rapporto di forze comprovato (“imboscata” la definì la sera stessa don Andrea Gallo), illude i manifestanti che si lanciano all’inseguimento verso una impossibile vittoria, seguiti da altri che provengono dalla vicina traversa. Il reparto in fuga supera le jeep e va a dimorare nel tratto di via Caffa tra piazza Alimonda e piazza Tommaseo. Gli autisti delle jeep riescono a complicare la manovra. Quella guidata da tale Cavataio riesce ad accostarsi a un cassonetto dell’immondizia rovesciato (e lì da oltre un’ora). Si accosta con delicatezza, non va a sbattere, come dimostra la totale assenza di ammaccature nella parte anteriore, e come invece sostengono per aumentare la drammaticità del momento.

Alcuni manifestanti arrivano nei pressi della jeep, tre o quattro sul lato sinistro, tre sul retro e tre (tra i quali il cosiddetto “uomo della trave” che in realtà è un’asse) sul lato destro; altri più indietro, oltre i cinque sei metri.. Uno dei manifestanti sul lato sinistro, con casco giallo e k-way blu (quindi del tutto individuabile), raccoglie da terra un estintore (a portarlo in piazza è un carabiniere) e lo lancia verso il lunotto posteriore della jeep, da una distanza valutabile in almeno un paio di metri. E’ sufficiente una pedata del robusto scarpone di un occupante per far ricadere l’estintore sulla gomma di scorta e farlo poi rotolare a terra, a una distanza di più di quattro metri dalla jeep.

Sul lato destro della jeep è giunto in quel momento Carlo, a mani nude, in tempo per vedere che sulla jeep un carabiniere ha nella mano destra una pistola mentre la mano sinistra mette il colpo in canna. Carlo vede rotolare l’estintore per terra e lo raccoglie con l’intenzione di disarmare chi minaccia di sparare per uccidere. Riesce soltanto, a quattro metri dalla jeep, a sollevare l’estintore poco sopra la testa quando il proiettile, sparato ad altezza d’uomo e parallelamente al suolo, lo raggiunge sopra lo zigomo sinistro. Sono le 17.25 e pochi secondi. Subito Cavataio fa retromarcia e, passando due volte su Carlo steso per terra, se ne va.

Il reparto di polizia di stanza in piazza Tommaseo, quindi a una ottantina di metri, e i carabinieri prima scappati entrano in piazza e dopo aver sparato un po’ di lacrimogeni per allontanare qualche ragazzo che cerca di portare soccorso a Carlo dispongono un robusto cordone. C’è il tempo per un gesto infame: una pietra, a circa un metro e mezzo da Carlo, si ritrova accanto alla sua testa mentre un carabiniere è accucciato vicino e il capitano Cappello è in piedi a un metro. Sulla fronte di Carlo, quando gli toglieranno il passamontagna, che non porta segni di lacerazione, c’è una ferita lacero contusa, effetto della sassata. Sta arrivando una troupe televisiva che riprende la scena. Un fotografo che sicuramente ha scattato quella azione infame viene picchiato duramente, schiacciato sul corpo di Carlo (quasi a dirgli “se parli fai la fine di quello lì”). Ppoi, forse dopo che lo hanno riconosciuto, il fotografo (Eligio Paoni) viene ricoverato su un’ambulanza. La telecamera, ben piazzata, riprende pezzi della macchina fotografica di Paoni distrutta dalle botte e in sequenza Adriano Lauro che insegue l’unico manifestante rimasto in piazza gridando “bastardo, pezzo di m…, tu l’hai ucciso, col tuo sasso!” Il gesto infame della sassata sulla fronte di Carlo è stato un tentativo di depistaggio, perché avere ucciso un manifestante è comunque un fatto grave. Lo conferma mezz’ora dopo il generale Angelo Desideri, che al telefono con Truglio chiede spiegazioni e usa una colorita espressione: “… spiegami bene, perché qui c’è tutta una sovrapposizione di notizie, di informazioni, che potrebbero lasciar prevedere un giro di banane in culo che metà basta”:

Anche l’analisi della tempistica di ciò che accade realmente offre ulteriori riflessioni sulla costruzione del falso, alla quale partecipano periti, consulenti, ufficiali dei carabinieri, magistrati. Un filmato della polizia dimostra che il tempo trascorso tra il momento in cui le ultime file del reparto abbandonano via Caffa ed entrano in piazza e il momento dello sparo è di 35 (trentacinque!) secondi. Si tenga presente che, non essendoci nel reparto alcun campione mondiale dei 100 metri, per percorrere il tratto della piazza fino al nuovo incrocio con via Caffa occorrono almeno 20 secondi. Il tempo del terrificante assalto alla jeep, per altro mai circondata come sostengono invece per accrescere il terrore, si riduce quindi a una quindicina di secondi. Ancora più allarmante il tempo che intercorre tra il lancio dell’estintore da parte del manifestante col caschetto giallo e lo sparo: otto secondi! In quegli otto secondi Carlo si porta sul retro della jeep, si china per terra, raccoglie l’estintore e si alza sollevandolo sopra la testa!

Il potere parla subito di legittima difesa. La sera stessa lo fa in tv Gianfranco Fini, allora vicepresidente del consiglio, che per aggravare la posizione di Carlo arriva a dire che poteva trattarsi non di un estintore ma di una bombola di gas! Per avvalorare la tesi della legittima difesa servono periti dotati di inventiva. Ed ecco Carlo Torre e un cosiddetto esperto di immagini, che inventano lo sparo per aria, il calcinaccio colpito mentre vola verso la jeep e la deviazione del proiettile verso il basso. Puro imbroglio cialtronesco. Ma il pm Silvio Franz accoglie con giubilo l’imbroglio: lo sparo per aria avvalora la legittima difesa (non voleva uccidere, al più spaventare), quindi procedimento da archiviare. La gip Elena Daloiso non si limita ad accogliere la richiesta del pm: aggiunge una vergogna e scrive che l’estintore Carlo può averlo tirato anche la prima volta!

Basta, mi mancano le parole. Non le immagini, i filmati e le testimonianze che dimostrano quale è la verità che hanno voluto cancellare, senza permettere neppure un processo.

Giuliano Giuliani

******************************

Il 20 luglio 2001 Carlo viene ucciso con un colpo di arma da fuoco alla testa.

Il procedimento penale è stato archiviato. La nostra richiesta di procedimento civile è stata definitivamente respinta, condannandoci a pagare la metà delle spese processuali ai Ministeri della Difesa e dell’Interno e ad Adriano Lauro.

Nessuno in questi 16 anni ha voluto sapere il contesto, nessuno ha voluto analizzare foto e filmati dalle diverse angolazioni.

Non importa se un regolare corteo autorizzato fu attaccato dai Carabinieri e poi anche dalla PS. Non importa se furono usate armi da fuoco, manganelli tonfa, gas CS. O meglio, questo è stato rilevante in altri processi, quelli condotti a carico dei manifestanti. Carlo era lì a manifestare ma nel suo caso quei fatti non sono stati considerati.

Di Carlo si vede il passamontagna. Non importa se non era suo, non importa se se lo era messo pochi minuti prima per difendersi dai gas.

Di Carlo si vede che ha lanciato una pietra. Non importa se il vice questore Adriano Lauro ha ammesso di aver lanciato anche lui pietre contro i manifestanti proprio nella stessa circostanza.

Di Carlo si vede che ha raccolto un estintore. Non importa se l’estintore non era suo. Non importa se Carlo si è chinato a raccoglierlo quando la pistola era già puntata e caricata contro i manifestanti, e da dentro la camionetta qualcuno gridava “Vi ammazzo tutti”.

A Carlo sparano in faccia, poco sotto lo zigomo sinistro, mentre è a quattro metri dal defender con un estintore sollevato sopra la testa. Questo è stato definito legittima difesa.

Di Carlo schiacciano il corpo investendolo con il defender due volte mentre era ancora vivo. Ma questo nessuno ha voluto vederlo.

Di Carlo spaccano la fronte con una pietra. Anche questo nessuno ha voluto vederlo.

Di Carlo hanno insultato e inventato la vita. Ma questo è audience.

Nel 2002 in seguito agli esiti delle perizie richieste dal PM Franz (in base alle quali pochi mesi dopo lo stesso PM chiederà l’archiviazione del procedimento), Lello Voce scrisse su L’Unità: “Alla fine vedrete che verrà fuori che Carlo Giuliani si è suicidato”.

Ci sono andati molto vicino.

Elena Giuliani

Milano – Storia di un’aggresione omofoba

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Riprendiamo un comunicato del Kollettivo Indipendente Agnesi e del Collettivo Autonomo Steiner. Ogni commento ci sembra superfluo.

Leo è un ragazzo di 17 anni.
Il pomeriggio del 13 Novembre si trovava, insieme ad altre due persone, in un parco di Baggio, a Milano per passare in compagnia la giornata.
Ad interrompere questo tranquillo pomeriggio interviene un gruppetto di ragazzi di circa 15 anni che si avvicina per chiedere una sigaretta ai tre.
Dopo aver ricevuto la sigaretta il gruppo nota qualcosa e comincia far loro domande sul loro orientamento sessuale.
Senza aver ricevuto risposta cominciano a insultarlo e ad intimidirlo.
Essendo state ignorate le loro provocazioni il gruppo si allontana ma dopo poco comincia a bersagliare i tre ragazzi lanciando sassi, bottiglie e perfino una bicicletta.
I tre decidono quindi di andarsene per evitare ulteriori violenze, ma vengono raggiunti.
Un amico di Leo viene buttato a terra e, mentre cerca di aiutarlo a rialzarsi, Leo viene colpito violentemente ad un orecchio.
Cade a terra, stordito dal colpo, ma questo non ferma il gruppo che continua a inveire su di lui con calci al volto e pugni.
Leo e i suoi amici, ragazzi come tanti altri, hanno rischiato grosso quella sera, solo perché “colpevoli” di essere omosessuali.
È possibile nella Milano del 2017 essere perseguitati e picchiati per il proprio orientamento sessuale? Questo non è che uno dei tanti accadimenti che fanno capire quanto sia importante ancora oggi combattere l’OMOFOBIA in tutte le sue forme.
NO ALL’OMOFOBIA! NO ALLA TRANSFOBIA!
NO XENOFOBIA! NO ALLA MISOGINIA!
NO A TUTTE LE FORME DI DISCRIMINAZIONE E FASCISMO!
Portiamo avanti la lotta informando ed informandoci, perché crediamo nella cultura come strumento per superare queste barbarie. Proprio per questo, ricordiamo il tema della prossima assemblea d’istituto: “Autoaccettazione e omofobia”.
Kollettivo Indipendente Agnesi e Collettivo Autonomo Itsos Steiner

Pubblicato da Radaz2017, il 29 novembre 2017 alle 09:15

La verità va gridata dai tetti: lettera aperta ai Parlamentari italiani ed europei

Pubblichiamo qui di seguito una lettera aperta rivolta ai parlamentari italiani ed europei, sottoscritta da numerose associazioni e singoli attivisti italiani ed europei, che chiede a gran voce una presa di coscienza immediata ed un’assunzione di responsabilità dinnanzi a quanto sta accadendo, ancora una volta, tanto nel Mediterraneo quanto in Libia. Il tutto, nella convinzione che uno stesso “filo rosso” leghi i morti in mare nella terribile strage dell’11 ottobre 2013 e quelli del 6 novembre 2017. “Uno stesso accordo di respingimento continua a uccidere, oltre ai profughi nel Mar Mediterraneo, la democrazia nei nostri Parlamenti. Questo accordo – interrotto solo dall’operazione Mare nostrum e, alla sua dismissione, dall’entrata in azione delle Ong nelle operazioni di ricerca e soccorso – mostra ora in piena luce il suo volto criminale“. Si chiede, quindi, di audire i testimoni di queste stragi e di porre fine a questa scelta disumana di respingimenti in Libia. La scorsa settimana anche Lunaria chiedeva di al Governo di rompere subito l’accordo con la Libia e di cambiare le finalità del Fondo Africa, che utilizza impropriamente l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo per finanziare le operazioni delle autorità libiche per bloccare i flussi migratori (vedi qui il ricorso al TAR fatto da ASGI, a tale proposito). Non possiamo, quindi, non diffondere e sottoscrivere anche questo appello, affinché la verità venga «gridata dai tetti». E chiediamo di farlo anche ai nostri lettori. Qui trovate anche il link per promuovere le adesioni sulla piattaforma Change.orgQui il testo della lettera in inglese.

Gentili Membri del Parlamento europeo e della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni,siamo associazioni, Ong, attivisti della società civile italiana ed europea che si rivolgono a voi in quanto rappresentanti della sola istituzione democratica dell’UE – il Parlamento – deputato a rappresentare i cittadini.

Gentili Onorevoli del Parlamento italiano,

siamo associazioni, Ong, singoli attivisti della società civile italiana ed europea che si rivolgono a voi perché assumiate la responsabilità che vi compete su decisioni gravide di conseguenze per il diritto internazionale e la democrazia, assunte a livello governativo in assenza di confronto e votazione nella sola sede istituzionale che rappresenta i cittadini.

CHIEDIAMO che l’attivista italiano testimone del comportamento criminale tenuto lo scorso 6 novembre dalla guardia costiera libica – finanziata con fondi UE gestiti dall’Italia e addestrata da personale dell’UE – sia audito con urgenza dal Parlamento italiano e dal Parlamento europeo riunito in sessione plenaria, o dalla sua competente Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni.

Cinque profughi sono annegati, tra questi un bambino di quattro anni, e almeno altri trentacinque risultano dispersi. Il materiale video pubblicato dalla Ong tedesca Sea-Watch[i] mostra con chiarezza che la Guardia costiera libica, lungi dall’aver condotto un’operazione di search and rescue, ha agito in modo aggressivo e scoordinato per riportare i profughi in Libia, impedendo alla Ong e alle unità italiane e francesi presenti sulla scena del naufragio di procedere nelle operazioni di soccorso, già coordinate dal MRCC di Roma.

L’attivista Gennaro Giudetti ha affermato che la motovedetta libica «ha agganciato il gommone dei migranti, in quel momento bucato e quindi con decine di persone in mare, alcuni con il salvagente, molti altri senza nulla. […] Abbiamo dovuto farci largo tra persone che erano già annegate, per riuscire a raggiungere quelli che invece erano ancora in vita, per recuperarli. La situazione era abominevole: abbiamo tirato a bordo i superstiti con le braccia».[ii]

quarantasette migranti recuperati in mare dall’equipaggio libico sono stati ammassati sul ponte e frustati per impedir loro di tuffarsi in mare e raggiungere i familiari a bordo dei gommoni della Sea-Watch3, che aveva intanto salvato cinquantanove persone. La motovedetta si è poi allontanata a tutta velocità, incurante del fatto che un naufrago fosse aggrappato a una cima sporgente da una paratia. La guardia costiera libica non si è fermata al disperato e ripetuto avvertimento dell’elicottero della Marina militare italiana, distintamente udibile sulle frequenze radio registrate dalla Sea-Watch 3.[iii]

«È stato terribile, abbiamo visto l’uomo gridare verso la moglie e poi buttarsi in acqua», ha detto Giudetti, «si è aggrappato alla cima che i libici usavano per far salire a bordo i naufraghi, ma a quel punto la motovedetta ha fatto un balzo in avanti trascinandolo via e non siamo riusciti a salvarlo. I libici sono stati violenti e incauti, picchiavano i migranti con funi e mazze e – per incredibile che possa sembrare – ci tiravano patate contro, per renderci più difficili i soccorsi».[iv]

Un comportamento criminale, che viola le leggi internazionali e la legge del mare, rispondente alla volontà dei governi italiani e dell’Unione europea di bloccare l’arrivo dei profughi delegando alla Libia quella che altrimenti sarebbe una palese prassi di refoulement, proibita dalla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo.

CHIEDIAMO che il governo italiano sia chiamato a rendere conto davanti al Parlamento europeo circa l’accordo stretto tra Italia e Tripoli lo scorso 2 febbraio,[v] alla luce del decreto con cui il ministero degli Esteri italiano ha conferito 2,5 milioni di euro al ministero dell’Interno per la rimessa in efficienza di quattro motovedette da consegnare alle autorità libiche. Tali fondi provengono dallo stanziamento di 200 milioni effettuato dal Parlamento italiano per il Fondo Africa destinato alla cooperazione,[vi] motivo per cui l’Associazione Studi Giuridici per l’Immigrazione (ASGI) ha notificato un ricorso al Tribunale Amministrativo del Lazio contro il Ministero degli affari Esteri e del Ministero dell’interno.[vii]

Siamo preoccupati dal fatto che non vi sia alcun controllo sul reale utilizzo dei fondi UE in Libia. Questa preoccupazione sembra confermata dalla risposta data dalla Commissione europea all’interrogazione scrittapresentata lo scorso 5 settembre da ventuno parlamentari europei con riferimento alla denuncia dell’Associated Press, secondo cui i fondi versati dall’Italia al governo di Tripoli finirebbero alle milizie coinvolte nel traffico di esseri umani. I deputati chiedevano quali garanzie vi fossero che «il considerevole sostegno al governo libico, anche attraverso il Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa e con un progetto con una dotazione finanziaria pari a 46 milioni di euro», non finisse nelle mani dei trafficanti di uomini.[viii]

La risposta della Commissione è un groviglio di frasi ipotetiche che trovano sintesi in un paradosso: non ci sono controlli, ma se dai controlli dovesse risultare qualcosa, allora i programmi dell’UE verrebbero sospesi.[ix]

CHIEDIAMO al governo italiano, come cittadini dell’Unione, una risposta all’altezza della gravità dei fatti – quella che non ha avuto nemmeno il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, quando lo scorso 28 settembre ha chiesto chiarimenti in merito alla natura dell’accordo con la Libia e ai respingimenti di cui esso è causa.[x] La risposta del ministro dell’Interno Marco Minniti, infatti, è stata che non è l’Italia a respingere le persone, ma la Libia.[xi] Una risposta «sostanzialmente vuota e certamente irrispettosa a fronte della conoscenza delle reali politiche di delega, aiuto e supporto dell’Italia alla Libia ed al contemporaneo ostacolo posto alle attività di ricerca e salvataggio in mare da parte delle Ong operanti nel Mediterraneo centrale».[xii]

Il governo italiano e quello dell’Unione non possono non conoscere il rapporto del gruppo di esperti sulla Libia del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSMIL), che già un anno fa elencava «esecuzioni, torture, deprivazione di cibo, acqua e servizi igienici», e dichiarava che «i trafficanti di esseri umani, il Dipartimento di contrasto all’immigrazione illegale libico e le guardia costiera libica sono direttamente coinvolti nelle violazioni dei diritti umani».

Secondo l’UNSMIL, «le intercettazioni di imbarcazioni di migranti da parte della guardia costiera libica hanno implicato azioni che possono costituire omicidi arbitrari».[xiii]

CHIEDIAMO ai nostri rappresentanti nelle istituzioni italiane ed europee di valutare, alla luce dell’autorevole serie di denunce della gravità della situazione in Libia,[xiv] le affermazioni fatte da rappresentanti del governo italiano e della Commissione europea sulla bontà dell’accordo con la Libia e il suo finanziamento.[xv]

CHIEDIAMO ai nostri rappresentanti nelle istituzioni italiane ed europee di agire per ottenere verità e giustizia sul filo rosso che lega le morti in mare dell’11 ottobre 2013 a quelle del 6 novembre 2017. Uno stesso accordo di respingimento continua a uccidere, oltre ai profughi nel Mar Mediterraneo, la democrazia nei nostri Parlamenti. Questo accordo – interrotto solo dall’operazione Mare nostrum e, alla sua dismissione, dall’entrata in azione delle Ong nelle operazioni di ricerca e soccorso – mostra ora in piena luce il suo volto criminale.

Per questo riteniamo un atto politico e umano non rinviabile l’ascolto della testimonianza del “naufragio dei bambini” dell’11 ottobre 2013 – portatada chi ha ricostruito l’infamante vicenda, il giornalista Fabrizio Gatti, e, se opportuno, i legali dei medici siriani che hanno perso i figli nel naufragio[xvi]  – e l’ascolto della testimonianza dell’eccidio del 6 novembre 2017, portata dall’attivista per i diritti umani Gennaro Giudetti. Come lui, siamo convinti che la verità vada «gridata dai tetti», perché non ci sommerga.

28 novembre 2017

I firmatari:

Osservatorio Carta di Milano – La solidarietà non è reato

ADIF – Associazione Diritti e Frontiere

Associazione per i Diritti Umani

ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione

ARCI

Associazione Costituzione Beni Comuni

Associazione K-Alma

Baobab Experience

Campagna LasciateCIEntrare

COSPE Onlus

Ex Opg – Je so’ pazzo

Fondazione Casa della carità di Milano “Mario Abriani”

Hayat Onlus

Lunaria

Terre des Hommes Italia

ActionAid

Scuola di pace di Napoli

Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC

Vittorio Agnoletto, medico

Mario Agostinelli, Energia Felice

Alessandra Ballerini, avvocato

Diego Bianchi, conduttore televisivo, attore e regista

Daniele Biella, giornalista e scrittore

Stefano Bleggi, Progetto Melting Pot Europa

Tony Bunyan, Statewatch

Paolo Cacciari, giornalista e scrittore

Enrico Calamai, ex console italiano a Buenos Aires

Annalisa Camilli, giornalista

Eleonora Camilli, giornalista

Cosimo Caridi, giornalista

Valerio Cataldi, giornalista

Francesca Chiavacci, presidente nazionale ARCI

Laura Cima, scrittrice ecofemminista, Prima le persone

Don Luigi Ciotti, fondatore Associazione Gruppo Abele, presidente Associazione Libera

Marta Cosentino, giornalista

Andrea Costa, Baobab Experience Roma

Stefano Corradino, giornalista, direttore Articolo21

Raffaele Crocco, direttore Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo

Chiara Cuttitta, facoltà di giurisprudenza Università degli Studi di Milano

Paolo Cuttitta, docente di diritto della migrazione Vrije Universiteit Amsterdam

Stefania Dall’Oglio, esperta in diritti umani e diritto dell’immigrazione, docente master in Peace Studies Università di Roma Tre

Adele Del Guercio, Università degli Studi di Napoli L’Orientale

Cristiana Dell’Anna, attrice

Don Vitaliano Della Sala, parroco Mercogliano, Avellino

Erri De Luca, scrittore

Pino De Lucia Lumeno, responsabile immigrazione Legacoop Calabria

Giuseppe De Marzo, responsabile nazionale Libera per le Politiche sociali

Laura Di Lucia Coletti, presidente Associazione L’Altra Europa Laboratorio Venezia

Emilio Drudi, giornalista

Anna Falcone, avvocato

Luca Fazio, giornalista

Ciro Ferrara, calciatore

Vincenzo Ferrara, presidente Fondazione Cannavaro-Ferrara

Francesca Fornario, giornalista e scrittrice

Stefano Galieni, responsabile migrazione PRC

Riccardo Gatti, capomissione Proactiva Open Arms

Beppe Giulietti, giornalista

Patrizio Gonnella, presidente Antigone e Cild

Maurizio Gressi, portavoce del Comitato per la promozione e protezione dei diritti umani

Gabriella Guido, portavoce Campagna LasciateCIEntrare

Ben Hayes, Transnational institute

Charles Heller, Research Fellow al Centre for Research Architecture, Goldsmiths, University of London. Co-fondatore Forensic Oceanography e WatchTheMed

Francesca Lacaita, insegnante, DiEM25 Milano

Gad Lerner, giornalista

Antonella Leto, Forum siciliano dei movimenti per l’Acqua ed i Beni Comuni

Corallina Lopez Curti, ricercatrice

Yasha Maccanico, ricercatore e giornalista, Statewatch, University of Bristol

Anna Maffei, Pastora Chiesa Battista di Milano

Corrado Maffia, presidente Scuola di Pace di Napoli

Antonello Mangano, Terre libere

Francesca Mannocchi, giornalista

Lorenzo Marsili, direttore European Alternatives, coordinatore DiEM25

Maruego, rapper

Antonio Mazzeo, giornalista

Susi Meret, Associate Professor, Institute of Culture and Global Studies, Aalborg      University, Denmark

Filippo Miraglia, presidente ARCS e vice presidente ARCI

Emilio Molinari, Comitato italiano per un Contratto mondiale sull’acqua

Tomaso Montanari, presidente Libertà e Giustizia

Flore Murard-Yovanovitch, giornalista

Grazia Naletto, presidente Lunaria

Moni Ovadia, attore, regista e scrittore

Ernesto Pagano, scrittore

Salvatore Palidda, professore Università di Genova

Simon Parker, docente di Scienze Politiche, Università di York

Chiara Parolin, avvocato

Stefano Pasta, giornalista, Sant’Egidio

Steve Peers, professore School of Law University of Essex

Riccardo Petrella, economista politico

Lorenzo Pezzani, ricercatore al Centre for Research Architecture, Goldsmiths, University of London. Cofondatore Forensic Oceanoghraphy e WatchTheMed

Francesco Piccinini, direttore Fanpage.it

Paola Pietrandrea, coordinatrice DiEM25

Gaetano Placido, giornalista

Nancy Porsia, giornalista

Sara Prestianni, responsabile migrazione Sinistra Italiana

Roberta Radich, Coordinamento No Triv

Paola Regina, avvocato

Annamaria Rivera, antropologa, attivista e studiosa antirazzista

Antonia Romano, consigliera comunale Trento

Silvia Rossetti, editor

Fabio Sanfilippo, giornalista

Roberto Saviano, scrittore

Nello Scavo, giornalista

Ilaria Sesana, giornalista

Mario Sommella, ex operaio, presidente Associazione Prima Le Persone

Barbara Spinelli, avvocato, Giuristi Democratici

Silvia Stilli, portavoce AOI (Associazione delle Organizzazioni Italiane di   cooperazione e solidarietà internazionale)

Massimo Torelli, L’Altra Europa con Tsipras

Fulvio Vassallo Paleologo, presidente ADIF

Valeria Verdolini, ricercatrice

Guido Viale, sociologo

Giacomo Zandonini, giornalista

Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano

Padre Mussie Zerai, presidente Agenzia Habeshia

 

Qui di seguito le note al testo dell’appello:

[i]https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=_phI-f_yFXQ.

[ii]http://www.vita.it/it/article/2017/11/07/ministro-minniti-mi-incontri-le-racconto-lorrore/145020/.

[iii] Trascrizione della registrazione:

00:01:13 Libyan coastguard, this is Italian Navy helicopter, people are jumping in the water. Stop your engine and please cooperate with Sea-Watch. Please, cooperate with Sea-Watch!

00:01:33 […] This is Italian Navy helicopter, channel 16, we want you to stop now, NOW, NOW! Lybian coastguard, lybian coastguard, you have one person on the right side, please stop your engine! Stop your engine!

00:02:03 Stop your engine now! Stop your engine! You have […] on right side, please, stop!

00:02:17 Stop! Stop! Stop! Stop your engine, stop your engine now. Stop your engine now, please!

https://www.youtube.com/watch?v=p4LU5-NoHVw.

[iv]http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/11/07/news/migranti_almeno_30_dispersi_nell_ultimo_naufragio-180480763/.

[v]http://www.repubblica.it/esteri/2017/02/02/news/migranti_accordo_italialibia_ecco_cosa_contiene_in_memorandum-157464439/.

[vi]https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/libia-soccorsi-migranti/.

[vii] L’avvocato Giulia Crescini spiega: «Abbiamo chiesto un accesso agli atti e abbiamo visto che uno dei decreti del ministero parla di 2,5 milioni di euro per il trasporto e la sistemazione delle motovedette, soldi che rientrano quindi nel  finanziamento dell’apparato militare libico». https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/libia-italia-ricorso-fondi-cooperazione/.

[viii] Interrogazione di Elly Schlein alla Commissione europea, 5 settembre 2017, http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+WQ+E-2017-005531+0+DOC+XML+V0//IT.

[ix]http://barbara-spinelli.it/2017/11/09/insufficiente-risposta-della-commissione-due-interrogazioni-sulla-libia/.

[x]https://rm.coe.int/letter-to-the-minister-of-interior-of-italy-regarding-government-s-res/168075baea.

[xi]https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2017/11/2017_10_11_lettera_Minniti_COE.pdf.

[xii]https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/libia-soccorsi-migranti/.

[xiii] United Nations Support Mission in Libya (UNMSIL) and Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights (OHCHR), Detained and dehumanized, 13 dicembre 2016, http://www.ohchr.org/Documents/Countries/LY/DetainedAndDehumanised_en.pdf. Si veda anche S/2017/466 (final report of the Panel of Experts on Libya established pursuant to resolution 1973).

[xiv] ● 8 maggio 2017, il procuratore della Corte penale internazionale Fatou Bensouda riferisce al Consiglio di sicurezza dell’ONU sulle violazioni dei diritti umani in Libia, dicendosi «profondamente allarmata dai rapporti secondo cui migliaia di migranti vulnerabili, compresi donne e bambini, vengono detenuti in centri spesso in condizioni inumane». http://webtv.un.org/search/-fatou-bensouda-icc-prosecutor-on-the-situation-in-libya-security-council-7934th-meeting/5426325092001?term=bensouda.

  • 18 maggio 2017, l’Ong tedesca Sea-Watch denuncia alla Corte penale internazionale dell’Aja il tentato speronamento in acque internazionali da parte della guardia costiera libica mentre la sua nave si apprestava a eseguire un salvataggio, aveva aperto il fuoco ad altezza d’uomo contro un peschereccio carico di migranti e aveva riportato i migranti in Libia, violando il principio di non-refoulement. https://sea-watch.org/en/17246/.
  • 1° giugno 2017, il gruppo di esperti sulla Libia del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite pubblica un rapporto che parla di «esecuzioni, torture, deprivazione di cibo, acqua e servizi igienici», e dichiara che «i trafficanti di esseri umani, il Dipartimento di contrasto all’immigrazione illegale libico e le guardia costiera libica sono direttamente coinvolti nelle violazioni dei diritti umani». Letter dated 1 June 2017 from the Panel of Experts on Libya established pursuant to resolution 1973 (2011) addressed to the President of the Security Council,§104.

http://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/N1711623.pdf.

  • 19 giugno 2017, Human Rights Watch afferma che «le forze libiche hanno esibito un atteggiamento irresponsabile, tale da mettere in pericolo le persone a cui venivano in aiuto, e per questo motivo l’Italia e altri Paesi dell’Unione europea non dovrebbero cedere il controllo delle operazioni di soccorso in acque internazionali alle forze libiche». Judith Sunderland, Ue: delegare i soccorsi alla Libia significa mettere vite a repentaglio,https://www.hrw.org/it/news/2017/06/19/305148.
  • 20 giugno 2017, il rappresentante speciale dell’ONU in Libia, Martin Kobler, afferma davanti alla Commissione affari esteri (AFET) del Parlamento europeo: «Sconsiglio di continuare la formazione della guardia costiera libica in assenza di un vigile controllo internazionale. […] Su Youtube potete vede tutto, comprese le guardie costiere libiche che respingono le persone e le gettano in acqua perché anneghino, oppure le riportano sulle spiagge. L’Unione europea dovrebbe cominciare a riflettere su come evitare le violazioni commesse da coloro che essa stessa sta formando». Martin Kobler, L’UE doit arrêter de former les garde-côtes libyens!,

https://club.bruxelles2.eu/login/?_s2member_vars=catg..level..2..post..92279..LzIwMTcvMDYvbHVlLWRvaXQtYXJyZXRlci1kZS1mb3JtZXItbGVzLWdhcmRlLWNvdGVzLWxpYnllbnMtbWFydGluLWtvYmxlci8%3D&_s2member_sig=1498912483-63cecc2e7e71c092e5dc074110ca679c.

  • 21 giugno 2017, Amnesty International lancia un monito alle istituzioni europee:«L’UE sta consentendo alla guardia costiera libica di riportare migranti e rifugiati sulla terraferma in un Paese dove le detenzioni illegali, la tortura e lo stupro sono la regola. Mentre rafforza l’operatività della guardia costiera libica, l’Unione chiude gli occhi di fronte ai gravi rischi insiti in questa cooperazione», https://www.amnesty.it/amnesty-international-sulla-richiesta-collaborazione-la-guardia-costiera-libica/
  • 28 giugno 2017, l’Upper Tribunal di Londra sentenzia che non è possibile effettuare rimpatri in Libia in considerazione del livello di violenza nel Paese, tale da mettere a rischio la vita o l’incolumità delle persone.

Upper Tribunal (Immigration and Asylum Chamber), The Immigration Acts«The violence in Libya has reached such a high level that substantial grounds are shown for believing that a returning civilian would, solely on account of his presence on the territory of that country or region, face a real risk of being subject to a threat to his life or person»http://www.statewatch.org/news/2017/jun/uk-immigration-asylum-tribunal-zmm-v-home-sec-returns-to-libya-28-6-17.pdf.

  • 15 agosto 2017, Agnès Callamard, relatrice speciale dell’OHCHR sulle esecuzioni extra-giudiziarie, sommarie o arbitrarie, pubblica un rapporto in cui si legge che «alcuni Stati fanno affidamento su una politica di extraterritorialità per fermare i migranti prima che giungano sul loro territorio ed entrino nel loro controllo o giurisdizione [con riferimento al vertice informale sul Mediterraneo centrale tenutosi a Tallin il 6 luglio 2017]. Tali politiche possono includere assistenza, finanziamento e addestramento di agenzie di altri Paesi per l’arresto, la detenzione, il processo, il soccorso o lo sbarco e il rimpatrio di rifugiati e migranti. Queste politiche sollevano serie preoccupazioni quando le agenzie o gli Stati riceventi siano ritenuti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, compresa la violazione del diritto alla vita».

Unlawful death of refugees and migrants. Note by the Secretary General, 15 agosto 2017, http://undocs.org/A/72/335, § 36, p. 17.

[xv] ● Il 28 giugno 2017, l’Alto rappresentante Federica Mogherini, in risposta a un’interrogazione parlamentare,[xv] ha reiterato a nome della Commissione europea il sostegno, anche finanziario, alla guardia costiera libica, con un ossimoro che la strage del 6 novembre rende inaccettabile: «L’UE finanzia la formazione della guardia costiera libica e sostiene una gestione della migrazione basata sui diritti in Libia», http://www.europarl.europa.eu/sides/getAllAnswers.do?reference=E-2017-001542&language=IT.

  • L’8 novembre 2017, a due giorni dalla strage al largo della Libia, il prefetto italiano Mario Morcone, capo di Gabinetto del ministero dell’Interno e consigliere del ministro Minniti, ha affermato: «Io non seguo le stupidaggini che dice Amnesty International, né il responsabile dei diritti umani europeo [il commissario dei Diritti umani del Consiglio d’Europa, ndr]. L’Italia non ha mai rispedito nessuno in Libia. Noi abbiamo solo consentito che la Guardia costiera libica salvasse le persone e le riportasse in Libia, ma lo ha fatto la Guardia costiera libica, non lo hanno fatto le navi italiane». http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/554175/Polemica-Morcone-Caritas-Falsita-sulla-Libia-l-Italia-non-respinge.

Alla richiesta di accesso agli atti sul numero di respingimenti in ciascun Paese, da maggio 2016 a maggio 2017, presentata dall’Associazione ADIF, è stato risposto che i respingimenti dall’Italia alla Libia sono stati 60, rispondenti a cittadini libici (di cui 5 donne e 55 uomini).

[xvi] Nel documentario Un unico destino, pubblicato il 14 ottobre 2017, il giornalista italiano Fabrizio Gatti ha ricostruito il naufragio del 13 ottobre 2013, nel quale morirono 268 profughi siriani in fuga dalla guerra, tra cui 60 bambini, a bordo di un barcone crivellato di colpi da un’unità libica: un massacro causato dalla volontaria omissione di soccorso della Marina italiana, il cui pattugliatore Libra, che si trovava a 45’ dalla scena del naufragio, è intervenuto più di cinque ore dopo la richiesta di aiuto, incalzato e costretto dalla Marina maltese.  http://espresso.repubblica.it/inchieste/2013/11/07/news/la-verita-sul-naufragio-di-lampedusa-quella-strage-si-poteva-evitare-1.140363.

Il 13 novembre 2017, dopo numerose richieste di archiviazione, il Giudice per le indagini preliminari di Roma ha stabilito che il comandante della sala operativa della Marina militare italiana e il collega della Guardia costiera debbano essere processati per omissione di atti di ufficio e omicidio colposo, accogliendo gran parte delle richieste dei familiari delle vittime, rappresentati dagli avvocati Alessandra Ballerini, Emiliano Benzi e Arturo Salerni. http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/11/13/news/strage-dei-bambini-le-motivazioni-del-giudice-quegli-ufficiali-hanno-ritardato-i-soccorsi-1.314253;

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/05/12/news/migranti_il_medico_del_naufragio_cosi_l_italia_ha_lasciato_annegare_i_miei_bambini-165222594

Cangemi (PCI): il Giro d’Italia non deve coprire l’oppressione

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Il Giro d’Italia è un elemento molto importante della cultura popolare e dell’immaginario stesso del nostro paese. Per questo è particolarmente grave l’operazione politica, economica e mediatica che ha imposto la partenza dell’edizione 2018 del Giro da Israele.

Questa gravissima decisione, che dimostra la sempre più preoccupante influenza di Israele sulle classi dirigenti italiane, rappresenta un’insopportabile copertura della politica di occupazione e di oppressione di cui Israele è responsabile da decenni.

Il fiume di denaro che potentati economici israeliani e lo stesso governo dell’assassino Netanyahu stanno investendo sull’evento, conferma l’importanza che esso assume per una grancassa propagandistica che tenta di fare dimenticare la costante violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU, i massacri, le torture, la prigionia. Ogni aspetto della vita del popolo palestinese è sottoposto a vessazioni e attacchi, la stessa attività sportiva è ostacolata in ogni modo e numerosi sono gli atleti palestinesi imprigionati o uccisi.

Noi non ci rassegniamo! Partecipiamo con convinzione alle iniziative contro la partenza del Giro d’Italia da Israele che stanno crescendo nel nostro paese, facciamo un appello particolare al mondo sportivo perché si opponga a questa clamorosa strumentalizzazione.

Luca Cangemi, Segreteria nazionale PCI, responsabile Scuola

La marea inonda ancora Roma

La marea inonda ancora Roma

È passato un anno dalla marea del movimento transfemminista del 26 novembre scorso. Nel frattempo la rete di Non una di Meno è cresciuta passando per altre assemblee nazionali, intensi tavoli di lavoro, lo sciopero globale dell’8 marzo e la stesura di un piano di lotta contro la violenza patriarcale sui generi. Oggi è di nuovo mobilitazione di piazza globale: Argentina, Cile, Ecuador, Messico, Bolivia, Spagna, Perù, Grecia, Italia…

Il corteo partito da piazza della Repubblica attraversa il centro di Roma. Al corteo seguirà domani l’assemblea nazionale della rete. Questa mattina invece un’iniziativa di solidarietà ha espresso vicinanza dall’esterno delle mura del cpr con tutte le donne recluse nel centro. Dal Cpr è partita una battitura in risposta all’iniziativa.

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Sono almeno centomila le persone presenti al corteo che dopo due ore di marcia iniziava a far partire la sua coda da piazza della Repubblica. Pullman e delegazioni da decine e decine di città hanno raggiunto Roma per questa manifestazione. Al concentramento, mentre migliaia di donne si apprestavano a partire, diverse decine di agenti polizia in borghese hanno accerchiato un gruppo di lavoratrici delle cooperative di cura e assistenza ai disabili del sud che esponevano cartelli contro le politiche di Minniti e le violenze della polizia sulle donne. Durante il corteo è stata letta una lettera di una compagna italiana unitasi alle YPJ in Rojava, le Unità di Protezione delle Donne che guidano la rivoluzione confederale in Siria del Nord. Mentre il corteo sfila nei pressi del ministero degli Interni una serie di sanzionamenti hanno raggiunto le zone nei pressi per contestare le politiche securitarie di Marco Minniti: “Casa e reddito per tutt* è la sicurezza che serve”.

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La marea non si ferma. Non una di Meno si conferma spazio di incontro, riconoscimento e organizzazione per decine di migliaia di donne e uomini in lotta contro il nodo della violenza patriarcale a tutti i livelli, dall’uomo alle istituzioni, nelle nostre società.

 

Diritto di sciopero:in arrivo norme repressive

Viene ormai detto da mesi,  per i padroni e il Governo è prioritario arginare gli scioperi e soprattutto nel settore del trasporto pubblico locale. Il consenso al Governo scricciola, perfino i sindacati che firmano ogni genere di accordo sono costretti a scendere in sciopero, la manovra sulle pensioni conferma in toto l’impianto della Fornero, allora non resta che alimentare i provvedimenti repressivi e la criminalizzazione del dissenso.

Da mesi, sono in Parlamento, alcune proposte di legge presentate da Parlamentari dei due schieramenti politici per limitare il diritto di sciopero, hanno preso solo tempo perchè c’era prima da approvare la Legge Madia e redigere la Bozza della Legge di Bilancio, ma i tempi stringono perchè in ogni settore, senza dimenticare il nodo pensioni, gli elementi di conflittualità aumentano ogni giorno.

In attesa allora di trovare una sintesi tra le proposte di Legge antisciopero già depositate, si inizia a parlare di accrescere il tempo minimo necessario tra uno sciopero e l’altro che oggi è di 10 giorni e a questo emendamento peggiorativo sta lavorando la commissione di Garanzia (che dovrebbe paradossalmente svolgere ben altra funzione, di Garante del corretto svolgimento degli scioperi mentre nei fatti è lo strumento per distruggere l’esercizio stesso del diritto) per portare a 15-20 giorni l’intervallo minimo tra uno sciopero l’altro.  E a Legge di Bilancio approvata, già nel periodo Natalizio lavoreranno al testo per definirlo ento Febbraio. Si va dunque, a tappe forzate, verso la distruzione di quanto resta del diritto di sciopero creando mille ostacoli alla sua indizione, restringendo gli orari e accrescendo i servizi minimi da garantire secondo gli obblighi di legge (stiamo parlando dei servizi minimi essenziali).

Vogliono perfine rendere piu’ difficile perfino la revoca dello sciopero, insomma  preparano innumerevoli regole solo per limitare gli effetti degli scioperi scoraggiandone prima la proclamazione e poi la partecipazione e diffusione.  Ci sono obblighi nuovi,  le aziende dovranno aumentare le informazioni e allo stesso tempo diffondere i dati di adesione e partecipanti, l’obiettivo non è tanto quello di informare la cittadinanza ma piuttosto di limitare il potere di indizione delle sigle piu’ piccole, rafforzare gli ostacoli per la indizione dando maggiore spazio e potere alle procedure di raffreddamento e conciliazione.
Lo scopo coercitivo di queste misure è sotto gli occhi di tutti, l’obiettivo è quello di contenere la protesta dei lavoratori  senza cercare soluzione ai problemi che hanno determinato le azioni di lotta.

Molti scioperi sono convcati per difendere i posti di lavoro ma queste motivazioni oggettive non partoriscono alcun ravvedimento nel legislatore che invece si prepara all’ennesima normativa anticostituzionale. Urge quindi, da subito, ragionare sull’incostituzionalità di leggi e regolamenti che ostacolano il pieno esercizio dell’art. 1 della Costituzione.

Infine, per concludere ,aumenteranno anche i giorni nei quali sarà proibito scioperare, gli scioperanti saranno obbligati a rientrare in servizio prima della fine stessa dello sciopero, giusto per riprendere servizio “senza recare disagi alla utenza”, quella utenza che paga ogni giorno i tagli ai servizi pubblici e le privatizzazioni del settore sotto forma di servizi piu’ cari e meno efficienti.

La difesa dell’utenza e dei diritti del cittadino sono solo scuse , l’obiettivo è ben altro ossia procedere  a passi spediti verso la distruzione dei diritti , quello di sciopero in primis;  lo hanno già fatto nel passato quando le prime normative contro gli scioperi sono arrivati insieme alle privatizzazioni e alla perdita di consensi dei sindacati cgil cisl uil. Anche allora, quasi 30 anni fa, si scrisse che bisognava tutelare i cittadini e la utenza da minoranze organizzate che recavano danni all’economia e alla cittadinanza. La storia degli anni successivi ha dimostrato che gli intenti dei Governi, concomitanti con quelli padronali, non erano certo la tutela dei cittadini e dei loro diritti . Dopo anni di privatizzazione e di pace sociale  i trasporti pubblici sono in una situazione di grave crisi, sempre piu’ cari e l’offerta al cittadino ridotta ai minimi termini.

Un motivo in piu’ , allora, per unificare le istanze dei cittadini utenti con quelle dei cittadini lavoratori. Il diritto di sciopero è inalienabile e non ingabbiabile.

Federico Giusti – sindacato generale di base