G20 AMBURGO: ANCORA 35 PERSONE IN CARCERE, 13 TEDESCHI E 22 INTERNAZIONALI

La repressione dopo le giornate di rivolta contro il G20 di Amburgo costringe al carcere soprattutto attivisti e attiviste internazionali. Dei 56 arresti, la permanenza in carcere è stata infatti confermata per 35 persone, tutte fermate durante le manifestazioni contro il summit di inizio luglio.

A farne le spese soprattutto gli arrestati senza cittadinanza tedesca: dei 35 in carcere, 13 sono tedeschi e 22 hanno invece altre nazionalità. Tra gli arrestati internazionali i più colpiti sono gli italiani, con 6 persone ancora in carcere, 3 poi i francesi e 2 gli olandesi.  Completano il quadro uno spagnolo, uno svizzero, un ungherese, un serbo, un senegalese, un rumeno , un autriaco, un polacco e un ceco.

Questa permanenza nelle carceri soprattutto degli internazionali è motivata, affermano gli avvocati del legal team tedesco, dal presunto “pericolo di fuga” che coinvolgerebbe soprattutto chi non ha cittadinanza tedesca.

Intanto le iniziative di solidarietà, in Germania e fuori dai confini, si moltiplicano: di quelle in Germania ne parla ai nostri microfoni una compagna che in queste settimane è rimasta ad Amburgo per seguire le vicende repressive e che ci offre anche un quadro rispetto alle condizioni di detenzione nelle carceri tedesche. Ascolta o scarica

Rinnovato anche l’appello a non far sentire soli i compagni e le compagne scrivendo loro direttamente in carcere. Prosegue quindi la campagna “scrivimi”, lanciata dall‘Osservatorio contro le repressione,  per solidarizzare con le compagne e i compagni italiani ancora in carcere.

RICCARDO LUPANO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

EMILIANO PULEO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

ORAZIO SCIUTO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

ALESSANDRO RAPISARDA
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

MARIA ROCCO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

FABIO VETTOREL
Hahnofersand
21635 Jork
Germany

Inoltre vi proponiamo anche un comunicato diffuso dallo spazio autogestito Postaz di Feltre,  dal quale provengono due dei sei italiani arrestati.

APPELLO PER UNA CAMPAGNA DI LOTTA VERSO UNA MANIFESTAZIONE  INTERNAZIONALE AD AMBURGO PER LA LIBERAZIONE DI TUTTE LE PRIGIONIERE E I PRIGIONIERI DETENUTI

A più di due settimane dal G20, i tempi di detenzione degli arrestati di  Amburgo si allungano di giorno in giorno. Non c’è alcuna intenzione da  parte del tribunale ordinario di istruire i processi in tempi brevi – si  parla di un massimo di sei mesi. La procura ha impedito ogni richiesta di rilascio su cauzione e di arresti domiciliari invocando il pericolo  di fuga.

Pur reagendo con la solita, efferata violenza, il braccio armato del  potere è stato mandato in tilt dalla coralità delle pratiche dei
manifestanti durante le giornate antiG20. Per questo, la morsa della  repressione ora si stringe attorno ai corpi degli arrestati.
In questi giorni sono giunte le prime lettere da parte dei detenuti. Alla prima, quella di Riccardo
(https://ilmainasso.noblogs.org/post/2017/07/21/lettera-del-compagno-riccardo-dal-carcere-di-billwerder-amburgo/)
è seguita la testimonianza di Maria, compagna feltrina arrestata nella  mattinata del 7 luglio e detenuta a Billwerder.
La riportiamo qui sotto:

Venerdì 14 Luglio 2017

Oggi, due secoli fa, il popolo in armi espugnava la Bastiglia. Oggi,  coloro che festeggiano questa data fondatrice delle attuali democrazie  innalzano nuove Bastiglie ovunque. Nessuno deve più stare qui dentro.  Mai più. È troppo per una persona sola. Ci sono minorenni, donne  incinte, donne con neonati e donne che dovrebbero stare in ospedale, tutte nelle stesse tute grigie. So che state facendo tutto il possibile  per tirarmi fuori e vi ringrazio. Mi dispiace farvi stare in pensiero. Ho qui il vostro telegramma, in realtà speravo di uscire oggi e di  ringraziarvi a voce. E invece sono di nuovo qui, il ricorso non è stato
accolto. Ma sicuramente ne saprete già di più quando vi arriverà questa lettera. Eravamo in cinque nella stessa situazione qui nel mio braccio. Le due  tedesche sono uscite mercoledì, oggi è uscita la ragazza del Venezuela, però con una cauzione di 10 000 euro. Sì, diecimila. Restiamo io ed una  ragazza curda. È così forte lei. Sempre positiva, nonostante abbia due fratelli morti combattendo in Kurdistan. L’unica cosa positiva qui sono  le relazioni che si creano. Sono tutte così gentile, altruiste. Tutte
sono pronte a darti un abbraccio. Per il resto non ho più illusioni su nulla. L’altro giorno ci hanno fatto uscire in tre con la scusa di dover  parlare con l’avvocato, in realtà volevano prelevarci il DNA. Bisogna aspettarsi sempre il peggio qui, e non è nella mia natura. La prima prigione in cui ci avevano messi era un prefabbricato con  queste stanzine di 10 metri quadri. Eravamo in 5 lì dentro, per 2 giorni, senza niente, senza finestre, dovendo chiedere per bere e per andare in bagno con la guardia che ti sorveglia. Praticamente senza mangiare. Qui è un po’ meglio, almeno ho un letto e un bagno. Lo saprete già che sono finita dentro solo perché mi sono attardata ad aiutare una ragazza con un piede rotto. Rotto davvero, con l’osso fuori  e il piede attaccato solo per metà. Non credo che me lo toglierò mai dalla mente. Insieme alla polizia che picchia a mani nude. E non credevo fosse possibile finire dentro per questo, per non aver fatto davvero  nulla. Anche se tutte qui sono dentro per cose da nulla. Furti soprattutto. Ragazzi, scrivete qualcosa su quello che sta succedendo per favore. Non  state in silenzio. Se volete pubblicate quello che vi scrivo. Non so nulla di Fabio invece, gli ho scritto e non mi ha risposto. Dovrebbe essere nel mio stesso carcere. Se avete sue notizie scrivetemele e scrivetemi comunque. Se potete mettetemi dentro un francobollo per
rispondere. Io almeno fino a mercoledì sarò qui. E poi non lo so. Vi voglio un sacco di bene, a tutti voi. Un abbraccio, spero di tornare presto.

Maria

Maria non sa che Fabio è detenuto a Jork, trenta chilometri a est di Amburgo, che sta bene e che anche lui ha un buon rapporto con gli altri detenuti. Anche a lui il rilascio su cauzione è stato negato dalla procura di Amburgo dopo la proposta del tribunale.
Non sa che, a differenza loro, Alessandro, Orazio, Emiliano e Riccardo sono insieme nel braccio maschile del suo stesso carcere, Billwerder (questi ultimi due vicini di cella).

Queste sono invece le parole di un feltrino in contatto con le famiglie di Fabio e Maria, del 24 luglio:

“Oggi siamo arrivati ad Amburgo e abbiamo incontrato le loro mamme. Sembrano abbastanza serene anche se la situazione non è cambiata. Fabio stamattina era più sereno di mercoledì scorso. Ci sono dei comitati che hanno fatto una dimostrazione in favore degli arrestati e che cercano di contrapporsi alla situazione. Gli avvocati si danno molto da fare ma la giustizia tedesca fa di tutto per rendere tutto molto difficile. Domani andremo in carcere per portare dei vestiti a Maria e cerchiamo di
lasciare anche dei libri. Vediamo come andrà.”

È stato finora difficile consegnare ai detenuti libri, indumenti e altri effetti personali. È importante però scrivergli, usando gli indirizzi pubblicati per la campagna “Scrivimi”:  (http://www.osservatoriorepressione.info/scrivimi/#comment-217076)

Tante le iniziative in corso: i presidi sotto le ambasciate tedesche in Italia  (http://www.ondarossa.info/newsredazione/2017/07/27-luglio-presidio-davanti-lambasciata), la solidarietà tra compagne e compagni vicini agli arrestati italiani, in contatto dai primissimi giorni, le informative sulle piattaforme radio. Diversi, inoltre, i presidi e le manifestazioni a sostegno dei
prigionieri del G20 da Bilbao alle città tedesche; tra queste, una molto partecipata proprio ad Amburgo, nella zona del Rote Flora, come riporta Radio Blackout.

Il prossimo 6 agosto, invece, è previsto un nuovo presidio sotto il carcere di Billwerder. Tutto questo è importante, ma non sufficiente. Per questo ci rendiamo disponibili a raccogliere contributi, condivisioni, idee e proposte che portino a una grande manifestazione  internazionale ad Amburgo per la liberazione di tutte e tutti. Perché  nessuno venga lasciato solo, perché nessuno resti indietro.

TUTTE LIBERE! TUTTI LIBERI!

Compagne e compagni dello spazio autogestito PostaZ di Feltre

http://www.radiondadurto.org/2017/07/26/g20-amburgo-ancora-35-persone-in-carcere-13-tedeschi-e-22-internazionali/

Annunci

Liberi Tutti Liberi Subito

Giovedì 27 luglio si svolgeranno dei presidi a Roma, Milano e Venezia, sotto l’ambasciata e i consolati tedeschi, per chiedere la liberazione delle compagne dei compagni arrestati ad Amburgo nel corso delle manifestazioni contro il G20. Le iniziative seguono quelle di Catania e Palermo, effettuate nelle scorse settimane davanti le Prefetture.

Appuntamenti

Roma ore 16, Ambasciata tedesca, via San Martino della Battaglia, 4

Milano ore 17, Consolato tedesco, via Solferino 40

Venezia ore 16, Consolato onorario di Germania, Fondamenta Condulmer 251

G20, Forenza: «Liberare gli italiani ancora detenuti ad Amburgo»

G20, ancora detenuti ad Amburgo, sei militanti italiani arrestati dopo il corteo dell’8 luglio dalla polizia tedesca. Giovedi, iniziative in molte città sotto le sedi diplomatiche

«La stampa non se ne occupa – scrive Eleonora Forenza, eurodeputata del Gue – ma Alessandro, Emiliano, Orazio, Maria, Fabio, Riccardo sono ancora detenuti ad Amburgo. Sono in carcere per aver manifestato contro il #G20, vittime di una UE sempre più securitaria e repressiva, e della folle gestione della Polizia di #Amburgo.

Giovedì 27 luglio alle 16 a Roma vi chiediamo di essere presenti al presidio – conferenza stampa che terremo davanti all’ambasciata #tedesca (via San Martino della Battaglia/piazza Indipendenza) per chiedere la loro liberazione. Non ci fermeremo finché non saranno liber@ tutt@. Se toccano un@ compagn@, toccano tutt@. #liberitutti #liberetutte». Anche in altre città d’Italia ci saranno sit-in, presidi, flash mob, iniziative sotto le sedi diplomatiche della Germania. Specie in quelle più vicine ai luoghi da cui provengono i sei manifestanti arrestati nelle retate seguite alle operazioni di repressione amburghesi. Un’idea annunciata anche durante le giornate genovesi di commemorazione del luglio 2001 e di rilancio delle ragioni del movimento antiliberista e delle battaglie contro la repressione. A Palermo c’è stata già una iniziativa sabato 22 luglio davanti alla Prefettura di Palermo per sollecitare l’intervento immediato delle istituzioni italiane e richiamare l’attenzione degli organi di stampa su questa vicenda gravissima. Due giorni prima, il 20 luglio, si è tenuta l’udienza di convalida che ha confermato la custodia cautelare in carcere per Emiliano Puleo, in linea con le decisioni che, nei giorni precedenti, hanno riguardato gli altri manifestanti italiani arrestati durante le contestazioni del G-20 ad Amburgo. Il giudice non ha accettato la proposta di liberazione su cauzione formulata dalla difesa; perciò, anche per Emiliano proseguiranno inesorabili i giorni di detenzione nelle carceri di Amburgo, nel silenzio assordante dei media nazionali. La vicenda sta acquisendo, giorno dopo giorno, contorni sempre meno giudiziari e sempre più politici e punitivi – spiega Valentina Speciale, segretaria del circolo di Rifondazione Comunista di Partinico -. Ciò trova conferma – aggiunge – nelle parole del parlamentare tedesco Martin Dolzer del partito Die Linke, il quale, dopo un colloquio avuto con Emiliano in carcere, ha affermato che attualmente in Germania contro gli italiani che hanno contestato il G-20 è in atto un vero e proprio accanimento».

Restano in carcere nella prigione di Billwerder, Orazio, di 31 anni, e Alessandro di 25, i due catanesi fermati dalle autorità tedesche, dicono i loro legali, Pierpaolo Montalto e Goffredo D’Antona. Intanto il Centro Sociale Liotru, del quale i due catanesi fanno parte, ha già organizzato un aperitivo benefit per le spese legali.

Scrive Riccardo, dalla Prigione di Billwerder (20 Luglio): «In questo momento mi trovo detenuto nel carcere Billwerder di Amburgo. Sono stato arrestato venerdì 7 Luglio alle ore 19.30 nei pressi del Rote Flora. Sono accusato di oltraggio allo Stato, di aver messo in pericolo la pubblica sicurezza, di aver svolto un ruolo attivo all’interno di un gruppo di quindici persone che ha fronteggiato la polizia, in particolare di aver tentato di ferire un poliziotto della Sezione Speciale di Bloomberg adibita ad effettuare arresti e recuperare reperti. Non riconosco il dualismo “colpevole – innocente” proposto dagli apparati giuridici dello Stato. Ciò che voglio dire a riguardo è di essere orgoglioso e felice di essere stato presente durante la sommossa di Amburgo contro il G20.

La gioia di vivere in prima persona la determinazione di persone di ogni età e da tutto il mondo che ancora non hanno ceduto alla tentazione di sottomettersi alla logica del denaro e del mondo capitalista non potrà mai essere sopita da nessuna misura cautelare. In un epoca storica in cui il capitalismo cerca di affondare il colpo definitivo e necessario al suo assestamento, in una continua oscillazione fra guerra interna (leggi speciali, chiusura delle frontiere, deportazioni) e guerra esterna (massacri indiscriminati, distruzione e avvelenamento del Pianeta Terra); la rivolta di Amburgo contro il G20 ha dimostrato ciò che è più importante per chi ha ancora a cuore la libertà: la possibilità della sua realizzazione.

L’ efficienza tecnologica, fisica e tattica della polizia tedesca è stata tanto impressionante e spaventosa, quanto, di fatto, inutile a disinnescare prima e reprimere successivamente l’esigenza di svolgere contro la società mondiale, assurda e catastrofica, che i venti patetici Capi di Stato stavano lì a sfoggiare con meschinità, blindati nel cuore della città. I rassegnati e i riformisti potranno dire che, visto i rapporti di forza sviluppatisi negli ultimi decenni tra il potere e i suoi sudditi, quello di Amburgo sia stato un ennesimo esperimento di massa per verificare la tenuta degli apparati di sicurezza internazionale. Del resto è quello che veniva detto anche dopo il G8 di Genova nel 2001.

I ribelli e i rivoluzionari, però, non fanno i conti con le dietrologie della politica, ma con i propri sentimenti e i propri progetti. In ogni caso, mi pare di poter ribadire che, se anche così fosse, questo esperimento sia fallito del tutto. Nelle strade di Amburgo ho respirato la libertà incontrollata, la solidarietà attiva, la fermezza di rifiutare un’ ordine mortifero imposto da pochi ricchi e altrettanti potenti sul resto dell’umanità. Non più infinite file di automobili e composte processioni che ogni giorno santificano la liturgia oppressiva ed assassina del sistema capitalista.

Non più masse indistinte costrette a piegarsi e sudare per un’anonima sopravvivenza in favore dell’arricchimento di qualche ingordo padrone. Non più migliaia di sguardi assenti diretti verso qualche asettico display che aliena e deforma le nostre esperienze di vita.

Ho visto individui alzare gli occhi al cielo per cercare di agguantarlo.
Ho visto donne e uomini dare corpo alla loro creatività e alle loro fantasie più represse.
Ho visto le energie di ciascuno impegnate a tendere una mano ad altre che non si ergono al di sopra di nessuno.
Ho visto il sudore gocciolare dalle fronti per soddisfare i propri desideri invece di quelli di qualche aguzzino. Nell’ora della rivolta nessuno resta mai veramente solo.

Un forte abbraccio a tutti i compagni e le compagne, a tutti/e i/le ribelli prigionieri/e dello Stato tedesco. Un saluto appassionato ad Anna, Marco, Valentina, Sandrone, Danilo, Nicola, Alfredo, i compagni e le compagne sotto processo per l’ Operazione “Scripta Manent” in Italia. Ai/alle rivoluzionari/e e ai/alle ribelli prigionieri/e nelle galere di tutto il mondo. Un bacio a Juan. Dove sei … dove sei … sei sempre con noi! Finché esisto: sempre contro l’autorità! Sempre a testa alta! Viva l’internazionale anticapitalista! Per Carlo! per Alexis! Per Remi! Per la libertà!».

La stessa Eleonora Forenza era stata bruscamente arrestata assieme ad altri 15 italiani l’8 luglio ad Amburgo. E le furono sequestrati documenti dagli agenti tedeschi compreso il tesserino parlamentare. In alcune foto e un video ha mostrato le immagini dell’intervento della polizia. Era andata anche lei a manifestare contro il vertice, per vigilare da parlamentare europea contro il dispositivo globale di repressione del dissenso

Insieme ad altri attivisti ha trascorso la notte fuori dalla caserma di Amburgo: «Ci hanno comunicato – raccontò a Marina Zenobio di Popoff – che eravamo in stato di arresto senza comunicarci la ragione, dicendo solo che avevano notizie di italiani pericolosi in arrivo ad Amburgo. Ci hanno sequestrato i documenti, tra cui il mio tesserino parlamentare, per oltre quattro ore. Ci hanno messo nelle celle di due furgoni e ci hanno sequestrato tutto: negli zaini non hanno trovato nulla ma alcuni di noi, tra cui me, avevano una felpa nera (!!!). Ci hanno tenuto oltre tre ore nella cella del cellulare, prendendoci in giro quando chiedevamo informazioni. Mi hanno fatto fare pipì con la porta aperta e sorvegliata da due poliziotte nonostante fossi già stata perquisita. Dopo quasi cinque ore hanno portato tutti nelle celle. A me, alle 21, hanno detto che ero rilasciata perché parlamentare (eppure avevano il mio tesserino dalle 16!!!). Mi sono rifiutata di andare via finché non rilasciano tutt@ i miei compagni e le mie compagne».

L’europarlamentare ha ricordato la due giorni di Bruxelles, pochissimi giorni prima del G20, contro la repressione e per il diritto al dissenso organizzata con Osservatorio Repressione.

Intanto, è attiva la campagna “Perché nessun* resti solo”: indicazioni e indirizzi per scrivere agli attivisti reclusi nelle carceri tedesche.

Quel sabato il grande corteo conclusivo delle mobilitazioni contro il G20 è stato bello, potente e variegato. Una manifestazione tranquilla, a parte gli attacchi della polizia in coda, respinti grazie alla solidarietà degli altri spezzoni. Fino alle provocazioni che gli agenti in tenuta anti-sommossa hanno realizzato nella piazza finale contro chi doveva intervenire dal palco o chi stazionava là intorno. Poi la caccia all’uomo mentre i gruppi defluivano, circondati dalle camionette. Solo in seguito abbiamo saputo, grazie al legal team, che quasi tutti i fermati erano stranieri. I legali riferiscono che si è trattato di un vero e proprio “racial profiling”, una caccia allo straniero, soprattutto, con un atteggiamento della polizei molto aggressivo, specie con chi dimostrava di non essere intimorito o provava a usare il cellulare per avvisare il legal team. «Dopo la prima identificazione e perquisizione – ha raccontato Shendi è un’attivista dei Berlin Migrant Strikers, collettivo di italiani a Berlino – ci hanno fatto salire su due blindati, al cui interno c’erano delle celle. Insieme a noi, era presente anche l’europarlamentare Eleonora Forenza, che ha provato in tutti i modi a ostacolare l’operazione della polizia. Senza riuscirci. Anzi, anche lei è stata portata via con noi. Finché eravamo in stato di fermo nei furgoni il morale era molto alto. Perché stavamo tutti insieme, sebbene divisi tra uomini e donne. Facevamo cori, continuavamo a chiedere di andare in bagno, anche per infastidire la polizia. A un certo punto ci hanno portato nella struttura detentiva di Gesa (Gefangenensammelstelle), costruita apposta per il vertice del G20. Lì ci siamo resi conto di essere effettivamente in stato di arresto e abbiamo iniziato a sperimentare le diverse tattiche di controllo proprie dell’ambiente carcerario. Per prima cosa, siamo stati pian piano separati e isolati. Uno alla volta scendevamo dal furgone ed entravamo nell’edificio, attraverso una scala circondata dal filo spinato. Più che un vero e proprio carcere, sembrava un magazzino di Amazon. E noi la merce inscatolata nei piccoli scaffali. La logistica della repressione poteva avere inizio. Il flusso di soggetti era continuo, sia in uscita che in entrata, e gli addetti allo smistamento tendevano a comprimere il più possibile le soggettività per garantire il massimo dell’efficenza. Quasi subito, è diventato chiaro che un’arma nelle loro mani era il pieno possesso delle informazioni, mentre noi, al contrario, non sapevamo dove stavamo andando, dov’erano gli altri, se e quando saremmo usciti. Non sapevamo nemmeno di cosa eravamo accusati, perché si rifiutavano di dircelo».

Gli agenti hanno provato a far firmare un foglio in cui gli arrestati ammettevano che la polizia di Amburgo li avrebbe trattenuti perché considerati soggetti pericolosi fino alla fine del vertice, alle sei di mattina del lunedì.  Una mappa della città o un capo di vestiario sospetto, perfino la consapevolezza di come comportarsi in caso di arresto poteva significare la conferma delle accuse mosse dai tedeschi proprio mentre la politica, a cominciare dalla Merkel, ammetteva l’errore di aver fatto piovere il circo del G20 al centro della scena antagonista tedesca.

Su Dinamo Press una interessante riflessione di bilancio, intanto è attiva la campagna “Perché nessun* resti solo”: ecco le indicazioni e gli indirizzi per scrivere agli attivisti reclusi nelle carceri tedesche dopo le giornate di Amburgo.

«Ci sono tante cose di cui si ha bisogno quando si è rinchiusi in una cella. Si ha bisogno di vino, di tramonti, si ha bisogno di vento e di abbracci. Ma soprattutto si ha bisogno di parole. Parole per riempire un lunghissimo silenzio e rompere il proprio isolamento.

Giovanissime compagne e giovanissimi compagni sono ancora rinchiusi senza processo nella prigione di Hamburg dopo il G20. Sono sole e soli, non hanno cellulare, computer, possono fare solo una telefonata giornaliera. Il nostro compito è essere al loro fianco, condividere con loro lo spazio asettico di una cella di una nazione lontana.

Quando diciamo nostro, parliamo di tutte e tutti noi, chi c’era e chi no ad Hamburg. Con un piccolo sforzo ognuno di noi può essere la boccata d’aria di chi è recluso. Scriviamo e spediamo una lettera a chi è ancora in prigione per il G20 di Amburgo.

La solidarietà sui social network purtroppo non arriva nell’inferno del carcere, nelle ore che scorrono tutte uguali, interminabili. Spendere qualche centesimo in francobolli per inviare uno scritto, un saluto, una poesia, una canzone, una lettera, qualunque cosa è un atto prezioso di cura, un atto rivoluzionario. La solidarietà è un’arma, ma a volte anche una penna». Qui di seguito gli indirizzi:

RICCARDO LUPANO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

EMILIANO PULEO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

ORAZIO SCIUTO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

ALESSANDRO RAPISARDA

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

MARIA ROCCO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

FABIO VETTOREL

Justizvollzugsanstalt

Hahnöfersand

Hinterbrack 25 21635 Jork,

Germania

http://popoffquotidiano.it/2017/07/24/g20-forenza-liberare-gli-italiani-ancora-detenuti-ad-amburgo/

Omicidio Cucchi: Tre ministeri dovranno rispondere civilmente

Il gup di Roma ha autorizzato le parti civili a citare i ministeri della Giustizia, della Difesa e degli Interni come responsabili civili per l’Arma

Il gup di Roma, nell’ambito dell’udienza preliminare fissata per valutare la posizione dei cinque carabinieri nell’inchiesta bis per la morte di Stefano Cucchi, ha autorizzato le parti civili a citare i ministeri della Giustizia, della Difesa e degli Interni come responsabili civili per l’Arma, quali tenuti a risarcire, insieme con gli imputati, i danni procurati in caso di condanna. Si è chiusa con questa novità la prima delle tre udienze preliminari fissate per definire la posizione degli imputati. Sono state ammesse tutte le parti civili che ne avevano fatto richiesta: il Comune di Roma, l’Associazione Cittadinanza Attiva e gli Agenti di Polizia Penitenziaria.

Il giudice preliminare si è poi riservato di decidere sulla richiesta delle difese di disporre la trascrizione della mole di intercettazioni ambientali e telefoniche che costituiscono parte importante del fascicolo della procura. «Domani si parte – aveva scritto alla vigilia Ilaria, la sorella di Cucchi – e si parte sul serio. Io credo che le cinque persone che per otto anni si sono nascoste dietro la loro divisa debbano tremare, perché adesso non si scherza più. Tutto questo è frutto del mio sudore e di quello del mio avvocato. Di una famiglia normale e perbene che crede nelle Istituzioni e ad esse si affida, nonostante tutto. E dell’enorme lavoro svolto dalla Procura di Roma in nome della verità. Tutto questo restituirà ad ogni comune cittadino la speranza in una Giustizia davvero giusta e davvero uguale per tutti. Ciao Stefano».

Prossima udienza, il 5 giugno; il successivo 14 potrebbe già arrivare la conclusione con la decisione del giudice sulla richiesta di rinvio a giudizio dei cinque carabinieri. Alla fine di febbraio, tre dei cinque carabinieri coinvolti nel processo per omicidio sono stati sospesi dal servizio. I tre militari sospesi, con stipendio dimezzato, sono i carabinieri scelti Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro e il vicebrigadiere Francesco Tedesco: la sospensione è stata disposta a titolo precauzionale, dopo la richiesta di rinvio a giudizio, dal Comando generale dell’Arma per i primi due, mentre per il graduato e’ stata decisa dal Ministero della Difesa, sempre su richiesta del Comando generale. I tre sono i militari che il 15 ottobre 2009 arrestarono Stefano Cucchi in flagranza di reato per detenzione di droga. Secondo l’accusa sarebbero i responsabili del pestaggio che il giovane avrebbe subito e che ne determino’ la morte, una settimana dopo, nell’ospedale ‘Sandro Pertini’ di Roma. Per altri due carabinieri, Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi, è stato chiesto il rinvio a giudizio per calunnia (il primo anche per falso): in questo caso il Comando generale dell’Arma non ha ancora adottato alcun provvedimento.

Ai tre carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale per la morte di Stefano Cucchi è contestata anche l’accusa di abuso di autorità, è detto nell’avviso di chiusura indagine, atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, per aver sottoposto il geometra «a misure di rigore non consentite dalla legge». Per la procura con «l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento». Oltreché di omicidio preterintenzionale i tre carabinieri sono accusati anche di abuso di autorità per aver costretto Cucchi a subire «misure di rigore non consentite dalla legge» con l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi riconducibili alla resistenza posta in essere da Cucchi al momento del fotosegnalamento presso i locali della compagnia di Roma Casilina dove dopo l’arresto era stato successivamente trasferito.

Ercole Olmi

da Popoff

Tortura: Ancora un rinvio per l’approvazione della legge

Tortura, si allunga l’iter al Senato ma i due emendamenti presentati  non sciolgono i dubbi se sia una norma contro la tortura o una regolamentazione dei casi in cui è legale

Due emendamenti, dei relatori Nico D’Ascola(Alternativa Popolare – Centristi per l’Europa) e Enrico Buemi (Psi), al ddl tortura all’esame del Senato. Ed è ancora rinvio. Il primo prevede che il reato di tortura sia attuato con una pluralità di condotte ovvero trattamenti disumani o degradanti. Il secondo, esclude la configurabilità del reato in caso di uso legittimo della forza da parte delle forze dell’ordine a seguito di un ordine impartito. Sul piano procedurale, in aula sarà necessario quindi fornire tempo ulteriore per i subemendamenti ed è probabile che si vada ad un rinvio. Due codicilli insidiosi, definiti “di mediazione” che confermano i timori che la legge contro la tortura si tramuti in una sorta di regolamentazione delle condotte di tortura in auge tra i pubblici ufficiali.

Per esempio: con un testo così sarebbe stato possibile perseguire per il reato di tortura i poliziotti, i carabinieri, le guardie penitenziarie e i medici protagonisti delle violenze inumane a Bolzaneto nel 20o1? Probabilmente no così come sarebbe stato difficilissimo ottenere un’incriminazione ad hoc per le violenze subite da Stefano Cucchi.

Un esito prevedibile visto che la fine della latitanza dei governi italiani rispetto alla ratifica della convenzione delle Nazioni unite del 1988, ha coinciso con una scrittura del testo drogata dalle pretese delle lobby delle “forze dell’ordine” allergiche a qualsiasi limitazione alla licenza di abusi. E con il parlamento meno garantista della storia repubblicana di per sé non certo senza macchia. Quasi tutte le audizioni sono state dedicate ai sindacatoni e sindacatini di polizia, gli stessi che rifiutano misure semi palliative come quella di un codice alfanumerico che consenta a un magistrato di identificare un operatore che, travisato, commetta un reato in ordine pubblico. Gli stessi che dedicano manifestazioni e tributi ai loro colleghi condannati in via definitiva per delitti come l’omicidio Aldrovandi. Tra i ritornelli più ascoltati e meno credibili quello che una legge contro la tortura spunterebbe le unghie a chi lotta contro il jihadismo.

Il delitto di tortura non è definito come reato proprio, attribuibile al pubblico ufficiale e a chi eserciti un pubblico servizio. Dunque non è considerato, come dovrebbe essere, l’esito di un abuso di potere a opera di chi, titolare del monopolio legittimo della forza e della potestà legale di custodire altri, attui comportamenti illegali destinati a produrre dolore fisico o mentale a chi gli è affidato. Una simile impostazione, come ha spiegato più volte Luigi Manconi, non nasce dalla preconcetta ostilità o dal pregiudiziale sospetto verso le forze di polizia, ma ha l’esclusivo scopo di distinguere il reato di tortura da altre azioni violente, messe in atto tra privati, già previste e sanzionate dai nostri codici. Il testo discusso in Parlamento tratta la tortura come reato comune, prevedendo per chi la pratichi, a partire dalla condizione di pubblico ufficiale, semplicemente un’ipotesi aggravata.

Meglio di niente o meglio niente? Gli addetti ai lavori si lambiccano il cervello di fronte a questo dilemma. L’unico antidoto sarebbe un ampio movimento di massa contro la tortura e la malapolizia.

«Prendiamo atto che l’esame della proposta di introduzione del reato di tortura è stato rinviato. Speriamo che questo dia modo di migliorare il testo in discussione, rendendolo il più vicino possibile a quello dell’art,1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura». Lo dichiarano Antonio Marchesi e Patrizio Gonnella, rispettivamente presidenti di Amnesty International Italia e Antigone. «Speriamo altresì che questo rinvio sia davvero breve e non faccia venire meno il senso di urgenza che il tema richiede, visto che il nostro paese aspetta da quasi trent’anni l’introduzione di norme che consentano di punire in modo adeguato quella che la comunità internazionale intera considera una delle più gravi violazioni dei diritti umani» concludono.

L’Aula di Palazzo Madama ha deciso di rinviare l’esame del disegno di legge sulla tortura. Scadenza fissata per eventuali subemendamenti le 19 di giovedì 11 maggio, così si è deciso di far slittare il provvedimento alla prossima settimana. Ma se le modifiche di Buemi e Nico D’Ascola dovessero venire accolte magari la prossima settimana quando il ddl potrebbe tornare all’attenzione dell’Assemblea, il provvedimento dovrebbe riandare per l’ennesima volta alla Camera prolungando ancora di settimane l’iter del progetto di legge approdato in Parlamento a inizio della legislatura per iniziativa di Luigi Manconi (Pd).

«Se i fatti di cui al primo comma – continua il testo dell’articolo 1 del disegno di legge sulla tortura come verrebbe riscritto dai due emendamenti dei relatori – sono commessi da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio, con abuso di poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio la pena è della reclusione da 5 a 12 anni». Il comma precedente, recita ancora il nuovo testo dell’articolo 1 del provvedimento, «non si applica nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti». E ancora: «Se dai fatti di cui al primo comma deriva una lesione personale le pene di cui ai commi precedenti sono aumentate; se ne deriva una lesione personale grave sono aumentate di un terzo e se ne deriva una lesione personale gravissima sono aumentate della metà. Se dai fatti di cui al primo comma deriva la morte quale conseguenza non voluta la pena è della reclusione di anni 30. Se il colpevole cagiona volontariamente la morte, la pena è l’ergastolo».

Checchino Antonini

da Popoff

Huellas de la memoria – La mostra dei desaparecidos arriva a Venezia

di Associazione Ya Basta! êdîbese!

Per sparizione forzata si intende la privazione della libertà individuale operata da rappresentanti dello stato o da gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, l’appoggio o l’acquiescienza dello stato.

Il ruolo dello stato è quindi determinante, sia esso per azione diretta, sia esso per omissione. La storia degli ultimi dieci anni in Messico ci racconta di oltre 100 mila morti e oltre 30 mila desaparecidos. È una guerra non dichiarata alla popolazione messicana, una guerra che colpisce indiscriminatamente uomini e donne, giovani e vecchi, messicani, indigeni e migranti. È una storia che parla di attacco alla vita, alla libertà e alla dignità delle persone che vede coinvolto direttamente lo stato messicano, e che ha come responsabili l’ex presidente Felipe Calderon Hinojosa e l’attuale presidente Enrique Peña Nieto.

C’è omissione in quanto è evidente che lo stato non è in grado di proteggere i propri cittadini, tanto meno di rendere giustizia alle vittime, data l’altissima percentuale di impunità. Il caso dei 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa tuttavia ha reso drammaticamente palese e obiettivamente innegabile il ruolo attivo dello stato non solo nella sparizione forzata (si veda in proposito la contro inchiesta del GIEI), ma anche nel tentativo di occultare e ostacolare in tutti i modi la giustizia.

La sparizione forzata è, secondo le Nazioni Unite, un oltraggio alla dignità umana e per la OEA (Organizzazione degli Stati Americani) un crimine contro l’umanità; un crimine che si ripete giorno dopo giorno, fino a quando la persona scomparsa non viene rintracciata, viva o morta.

Oltre ad essere un crimine nei confronti della vittima, la sparizione forzata colpisce anche i familiari e gli amici, i quali piombano all’improvviso in una specie di oblio paralizzante, che spezza il cuore giorno dopo giorno, che riempie d’angoscia, che blocca, riduce in silenzio, fa vivere nel terrore di fare o non fare qualcosa che possa mettere in pericolo la persona scomparsa. La sparizione forzata è dunque uno strumento del potere per controllare, terrorizzare, zittire e sottomettere la popolazione.

Nonostante tutto questo il Messico è considerato una delle più importanti democrazie del continente e un partner commerciale tra i più affidabili e importanti dai paesi occidentali, Italia in testa. Tacere sul dramma delle sparizioni forzate vuol dire essere complici; non denunciare le responsabilità e gli abusi delle istituzioni è essere complici.

Ad aprile giunge in Italia la mostra Huellas de la memoria (Orme della memoria), un’installazione dell’artista messicano Alfredo Lopez Casanova, il cui obiettivo è denunciare la sparizione forzata e dare voce e forza ai familiari dei desaparecidos.

Come recita il comunicato di presentazione “Huellas de la memoria è un’opera artistica, dove le orme dei passi piene di dolore, ma instancabili, dei familiari dei desaparecidos denunciano la situazione spaventosa della popolazione messicana e di quelle dei Paesi del Sud America. Huellas de la memoria è solidarietà con i familiari, è un coro che si alza contro la violenza narco-Statale in Messico ed in Sud America. Huellas de la memoria è un’opera collettiva che dà voce a chi non ne ha. Huellas de la memoria è una campagna internazionale contro la desapariciòn forzata. Huellas de la memoria verrà esposta nel Regno Unito, Francia, Italia, Spagna e Germania.”

Huellas de la memoria arriverà nei nostri spazi nella seconda metà di maggio e avrà ospite d’eccezione per tutta la durata dell’esposizione Ana Enamorado, del Movimiento Migrante Mesoamericano e madre di un giovane desaparecido.

Queste le date coordinate dall’associazione Ya basta! Êdî bese!:

17-20 maggio – c/o L.O.Co a Mestre

22-28 maggio – c/o Ca’ Bembo a Venezia

14-29 giugno – c/o Sherwood Festival di Padova

Durante il periodo di esposizione l’Associazione Ya basta! Êdî bese! organizzerà incontri e iniziative di contorno all’evento.

Le altre date italiane sono:

18-22 aprile Firenze

19-30 aprile Roma

1-14 maggio Verona

1-12 giugno Torino

¡Vivos se los llevaron, vivos los queremos!

http://www.globalproject.info/it/mondi/huellas-de-la-memoria-la-mostra-dei-desaparecidos-arriva-a-venezia/20788

Per la Corte dei Conti i poliziotti che uccisero Aldrovandi “vittime del dovere”

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La Corte dei Conti d’appello riconosce agli agenti pregiudicati l’indulto amministrativo

Chi ha ucciso Federico Aldrovandi è “vittima del dovere” e come tale ha diritto ai benefici di una legge pensata per quegli appartenenti alle forze dell’ordine caduti o rimasti invalidi nella loro lotta alla criminalità organizzata o al terrorismo.

Lo si evince leggendo le sei scarne pagine con le quali la seconda sezione giurisdizionale d’appello della Corte dei Conti di Roma decreta la conclusione del procedimento per il risarcimento al ministero di quanto pagato alla famiglia per l’uccisione – colposa – del diciottenne Federico.

Il presidente della Corte, Luciano Calamaro, con i consiglieri Silveri, Floreani, Acanfora e Padula, prende atto nelle motivazioni della sentenza con la quale la rivalsa del Viminale verso i quattro agenti viene ridotta a cifre che variano dai 16mila ai 67mila euro.

Il riferimento è al ricorso contro la sentenza della prima Corte dei Conti, quella regionale, che già aveva ridotto in larga misura il risarcimento chiesto dalla procura.

Facciamo un passo indietro. Nel luglio del 2013 la procura contabile chiedeva per “danno erariale e danno di immagine” al ministero una rivalsa pari all’intera somma pagata alle parti civili dopo il processo di primo grado. Vale a dire quasi due milioni e quindi 467.000 euro a testa per i quattro responsabili.

In primo grado i quattro agenti vengono condannati sì a risarcire lo Stato, ma solo di un terzo (il 30% per l’esattezza) di quei 1.870.000 euro chiesti dall’accusa. E così, anziché 467.000 euro a testa, Enzo Pontani e Luca Pollastri, l’equipaggio di Alfa 3, il primo a intervenire in via Ippodromo e quindi il primo a ingaggiare la violenta colluttazione con il diciottenne, erano chiamati a risarcire 224.512,18 euro ciascuno. Monica Segatto e Paolo Forlani, l’equipaggio della seconda volante Alfa 2, erano chiamati invece a pagare 56.128,05 euro ciascuno.

Quella sentenza venne appellata e l’esito del ricorso fu favorevole, al punto che i poliziotti si sono visti ridurre ulteriormente la pena pecuniaria: 150mila euro complessivi, spartiti in 67mila a testa per Pontani e Pollastri e 16mila per Segatto e Forlani.

La riduzione è dovuta a un’eccezione presentata dall’avvocato della Segatto, Eugenio Pini, che ha messo sul tavolo della decisione l’articolo 1 commi 231 e seguenti della legge 266 del 2005, la cosiddetta “vittime del dovere”. La normativa prevede “con riferimento alle sentenze di primo grado pronunciate nei giudizi di responsabilità dinanzi alla Corte dei conti per fatti commessi antecedentemente alla data di entrata in vigore della presente legge, i soggetti nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di condanna possono chiedere alla competente sezione di appello, in sede di impugnazione, che il procedimento venga definito mediante il pagamento di una somma non inferiore al 10 per cento e non superiore al 20 per cento del danno quantificato nella sentenza. La sezione di appello, con decreto in Camera di consiglio, sentito il procuratore competente, delibera in merito alla richiesta e, in caso di accoglimento, determina la somma dovuta in misura non superiore al 30 per cento del danno quantificato nella sentenza di primo grado, stabilendo il termine per il versamento. Il giudizio di appello si intende definito a decorrere dalla data di deposito della ricevuta di versamento presso la segreteria della sezione di appello”.

E quel versamento è stato fatto tempestivamente (era una condizione della sentenza di appello) e così la Corte può decretare che il giudizio è estinto a decorrere dal 25 marzo 2016. La sentenza revoca anche il sequestro conservativo dei beni dei poliziotti e dichiara inammissibile l’appello del procuratore generale della Corte dei Conti dell’Emilia-Romagna contro la sentenza.

Unica incombenza per i poliziotti: pagare i 128 euro di giudizio.

da estense.com

http://www.osservatoriorepressione.info/la-corte-dei-conti-poliziotti-uccisero-aldrovandi-vittime-del-dovere/

Rumore contro gli abusi. Si gira Noise, per Acad

Intervista a Carmine Cristini, il regista del cortometraggio Noise per Acad. Il corto è interamente girato in un braccio carcerario, ci cala in una realtà alla quale nessuno vuole pensare, una realtà sulla quale vogliono far calare il silenzio

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 Cos’è ACAD?

Associazione Contro gli Abusi in Divisa, una onlus nata all’incirca tre anni fa, da un gruppo di attivisti che da anni si occupano di abusi commessi dalle forze dell’ordine. Sostanzialmente di sostegno alle vittime e alle famiglie delle vittime che hanno subito abusi, dal supporto legale alla divulgazione delle notizie spesso tenute nascoste; al numero verde di pronto intervento (800588605) attivo 24 ore su 24 per denunciare e chiedere supporto immediato

Da dove nasce l’idea di un cortometraggio per Acad?

Ho pensato a qualcosa che potesse smuovere l’attenzione sul reato di tortura che in Italia reato ancora non è. Qualcosa che con un linguaggio diverso e fruibile a tutti mettesse al centro un problema che non possiamo rifiutarci di vedere

Di cosa parla Noise?

Noise significa “rumore” e noi vogliamo fare rumore. Il corto è interamente girato in un braccio carcerario, ci cala in una realtà alla quale nessuno vuole pensare, una realtà sulla quale vogliono far calare il silenzio.

La realtà carceraria?

Certo e non solo. La concezione punitiva e non rieducativa, del nostro sistema carcerario che fonda le sue radici nell’atavica legge del taglione, è inaccettabile. La finta evoluzione della società è chiaramente visibile nell’involuzione del nostro sistema carcerario. Se “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”, direi che visti i fatti, le misurazioni della nostra società sono evidenti. Il massimo della civilizzazione è una società senza carceri. La cosa che sconvolge di più è il finto pudore dietro il quale si mascherano le peggiori inumanità commesse, quasi fosse un dovere abusare e torturare colui che ha sbagliato, tutto per tacito accordo in silenzio. E noi invece facciamo rumore.

Chi vi aiuta a fare … rumore?

Abbiamo pensato ad artisti vicini ad Acad, a professionisti conosciuti della scena romana e non che non hanno paura di metterci la faccia. Da qui è nata la collaborazione con disegnatori e tatuatori che hanno realizzato appositamente per Noise locandine e con attori e rapper che interpretano Noise

Nomi famosi?

Sono un gruppo di oltre 30 interpreti, senza contare le “maestranze” anche loro professionisti di un certo calibro, una crew di oltre 70 persone che lavora da oltre quattro mesi a questo progetto, direi che non sono famosi, sono eroi

Come finanziate tutto questo?

Acad come detto prima è una onlus e tutto il lavoro che facciamo è frutto di attivismo, non esistono casse a cui attingere. Abbiamo organizzato e stiamo ancora organizzando iniziative di finanziamento, cene a sottoscrizione, reading teatrali, concerti, tutti realizzati grazie agli interpreti e alla crew di Noise e di Acad. 

img_20161020_200448I prossimi appuntamenti sono:

giovedì 27 ottobre csoa La Strada Reading di Pedigrì

venerdì 11 novembre csoa La Strada Concerto Rap

venerdì 18 novembre Scup Asta degli originali di tutte le locandine per Noise

ultimo, ma non per importanza il crowdfunding al quale chiunque può collaborare da qualsiasi parte del mondo, dove può anche con soli 5 euro partecipare al progetto

            https://www.kisskissbankbank.com/noise-cortometraggio-contro-la-tortura

http://popoffquotidiano.it/2016/10/23/rumore-contro-gli-abusi-si-gira-noise-per-acad/

Il coisp contro i NoTav: «Fermate il loro film al Senato»

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Il partito dell’antipolizia entra in Senato, e sotto la guida dell’instancabile Manconi»:Franco Maccari, segretario del Coisp, piccolo sindacato di polizia, stavolta tuona contro la proiezione in Senato, annunciata per il prossimo 20 ottobre, di “Archiviato, l’obbligatorietà dell’azione penale in Val Susa”, un film che documenta come gli illeciti commessi da agenti e funzionari di pubblica sicurezza ai danni di manifestanti o fermati, ampiamente documentati dai media, non determinino, specialmente a Torino, i medesimi esiti giudiziari di quelli commessi dai manifestanti. «Centinaia di denunce e procedimenti penali avviati nei confronti di attivisti e simpatizzanti del Movimento NoTav, anche e soprattutto per reati bagatellari, trovano immancabile sbocco in processi e sentenze, mentre le decine di querele, denunce ed esposti per gli abusi compiuti dalle forze dell’ordine, anche gravemente lesivi dei diritti e dell’incolumità dei manifestanti, non sono mai giunti al vaglio di un processo», fanno sapere i promotori dell’iniziativa. Ma per Maccari è solo «cineforum di propaganda diffamatoria contro le Forze dell’Ordine» e su loro «presunti reati».

Infastidisce Maccari la presenza tra gli altri dell’ex magistrato torinese Livio Pepino, «noto per le sue posizioni di vicinanza ai manifestanti» e del senatore Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani di Palazzo Madama, «per gettare fango su coloro che rischiano la propria incolumità per difendere la legalità e tutelare la sicurezza dei cittadini. L’accanimento di Manconi in tal senso è ormai patetico: siamo davvero curiosi di sapere se da piccolo sia per caso stato malmenato da qualche bambino vestito da poliziotto ad una festa di carnevale».
Per questo si chiede al Presidente del Senatodi non consentire che, «in così importanti sale istituzionali, si consumi l’ennesimo vergognoso insulto a chi serve il Paese vestendo una Divisa. Da parte nostra percorreremo ogni via legale per tutelare l’onorabilità delle Forze dell’Ordine dalla propaganda falsa e gravemente diffamatoria, come quella a cui punta questo presunto documentario».

Già, l’onorabilità. Chi è il partito dell’antipolizia, quello che ne denuncia le storture in nome della Costituzione o chi ne rivendica gli abusi? Maccari è un personaggio balzato agli onori delle cronache per gli attacchi ai familiari delle vittime di “malapolizia”, da Haidi e Giuliano Giuliani (in particolare Maccari si ostina a non sapere che Carlo raccolse l’estintore solo dopo aver visto la pistola di Placanica puntata ad altezza d’uomo. Ogni anno prova a organizzare una contromanifestazione in Piazza Alimonda) fino ai genitori di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, ai parenti di Giuseppe Uva e Michele Ferrulli. Al punto che a Patrizia Moretti, la mamma dell’Aldro, è apparso come un vero e proprio stalker, «un vero torturatore morale». Maccari la querelò, assieme a decine di parenti di vittime e anche giornalisti che avevano osato stigmatizzare lo stile Coisp. Ovviamente il procedimento venne archiviato. L’episodio più clamoroso fu la manifestazione di solidarietà in Piazza Savonarola, a Ferrara con i quattro autori dell’omicidio Aldrovandi, nel marzo del 2013, quasi sotto le finestre dell’ufficio di Patrizia, dipendente del Comune di Ferrara. La donna fu costretta a scendere e srotolare la gigantografia della foto di suo figlio dopo l’uccisione. Con Maccari e gli attivisti Coisp, c’era anche un senatore di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni. Solo tre giorni fa, in una nota, Maccari è tornato all’attacco contro gli «inaccettabili accostamenti fra la morte diGiulio Regeni e quella di altre persone decedute in Italia in ben altre circostanze, come certamente è il caso di Federico Aldrovandi, che sono di gravità inaudita e, subdolamente, trasmettono il chiaro messaggio che le Forze dell’Ordine italiane torturano ed uccidono i cittadini». È successo il giorno dopo la partecipazione dei genitori di Giulio Regeni al Festival di Internazionale, con Manconi.

Lo scorso anno la mamma di Aldrovandi ha scelto di ritirare le denunce contro Maccariperché «convinta che una sentenza di condanna non potrebbe cambiare persone che, da quanto capisco, costruiscono la loro carriera sull’aggressività e sul rancore. Non ci potrà mai essere un dialogo costruttivo. Non sarà una sentenza a fare la differenza nel loro atteggiamento. Rifiuto di mantenere questo livello basato su loro bugie e provocazioni per ferirmi ancora e costringermi a rapportarmi con loro. Io ci sto male, per loro, credo di capire, è un mestiere». Maccari, però, ha chiesto la sua citazione in tribunale per comparire come testimone (succederà il 12 ottobre). Una strategia processuale che trova lo sdegno dell’avvocato di Patrizia Moretti,Fabio Anselmo, secondo il quale il fatto «si commenta da solo, perchè questa è la prova che non è certamente Patrizia che va cercando polemiche o rivalse. Nonostante la madre di Federico abbia voluto rimettere le querele nei confronti di tutti, Maccari vuole a tutti i costi questo processo, pur sapendo benissimo di poterlo fermare in qualunque momento: dovesse mettersi male per lui può accettare successivamente la remissione di querela». Facile, no?

Checchino Antonini da Left

Sciopero nelle prigioni USA il 9 settembre prossimo

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Questo è un appello all’azione contro la schiavitù negli Stati Uniti

Con una sola voce che esce all’unisono dalle celle d’isolamento, che riecheggia nelle camerate e nei bracci delle carceri dalla Virginia all’Oregon, noi prigionier* di tutti gli Stati Uniti promettiamo di mettere fine alla schiavitù nel 2016.

Il 9 settembre 1971 i prigionieri hanno preso il controllo di Attica, la prigione più conosciuta dello stato di New York, e l’hanno fatta chiudere.
Il 9 settembre 2016 daremo il via a un’azione per far chiudere le prigioni in tutto il paese. Non chiederemo soltanto la fine della schiavitù carceraria, ma smetteremo noi stess* di essere schiav*.

Negli anni 70 il sistema carcerario statunitense tremava. A Walpole, San Quentin, Soledad, Angola e in molte altre prigioni, la gente si alzava, combatteva e riprendevano le proprie vite e i propri corpi alle prigioni-piantagioni. Negli ultimi sei anni ci siamo ricordat* di queste lotte e le abbiamo ravvivate. Nel frattempo la popolazione carceraria è esplosa e le tecnologie di controllo e isolamento si sono sviluppate fino a raggiungere un livello di sofisticazione e repressione ineguagliato nella storia. Le prigioni dipendono sempre di più dalla schiavitù e la tortura per mantenere la loro stabilità.

I/Le prigionier* sono costretti a lavorare in cambio di uno stipendio irrisorio o nessun salario del tutto. Si tratta di schiavitù. Il 13° emendamento della costituzione degli Stati Uniti permette di mantenere legalmente l’eccezione della schiavitù nelle prigioni statunitensi. Dichiara che “negli Stati Uniti non deve esistere né schiavitù né servitù involontaria, tranne come punizione per un crimine per il quale una persona sia stata debitamente condannata.” I sovrintendenti sorvegliano ogni nostro gesto, e se non svolgiamo i nostri compiti come vogliono veniamo puniti. Possono avere sostituito la frusta con gli spray anti-aggressione, ma parecchie delle torture rimangono le stesse: isolamento, strumenti di contenzione, veniamo spogliati e i nostri corpi frugati come se fossimo animali.

Nel sistema carcerario la schiavitù è viva e vegeta, ma alla fine di quest’anno non sarà più così. Questo è un appello a porre termine alla schiavitù negli Stati Uniti.

Questo appello è rivolto direttamente agli/lle schiav*. Non chiediamo né pretendiamo niente dai nostri carcerieri, passeremo noi stess* all’azione.
Ad ogni prigionier* in ogni istituzione di stato e federale in tutto il paese, vi chiediamo di smettere di essere schiav*, di lasciare il raccolto marcire nelle piantagioni, di fare sciopero e cessare di collaborare con le istituzioni che vi rinchiudono.

Questo è un appello per un blocco del lavoro dei/lle prigionier* su scala nazionale, per porre un termine alla schiavitù carceraria a partire dal 9 settembre 2016. Non possono far funzionare queste strutture senza di noi.

Negli ultimi anni le proteste non-violente, il blocco del lavoro, gli scioperi della fame e altri rifiuti di partecipare alla routine e agli obblighi della prigione si sono moltiplicati. Lo sciopero nella prigione di Georgia nel 2010, gli scioperi della fame di massa, a turno, in California, i blocchi del Free Alabama Movement nel 2014 hanno particolarmente attirato l’attenzione, ma non sono assolutamente l’unica dimostrazione del potere dei/lle prigionier*. Grossi e a volte efficaci scioperi della fame sono scoppiati nell’Ohio State Penitentiary, al Menard Correctional in Illinois, al Red Onion in Virginia e in molte altre prigioni. Il nascente movimento di resistenza è diverso e interconnesso, e comprende i centri di detenzione per immigrat*, le prigioni femminili e le strutture minorili. L’autunno scorso, le prigioniere del carcere della contea di Yuba in California si sono unite allo sciopero della fame iniziato dalle donne incarcerate nei centri di detenzione per migrant* in California, Colorado e Texas.

In tutto il paese i/le prigionier* compiono regolarmente miriadi di dimostrazioni di forza. Per lo più l’hanno fatto con la solidarietà dei/lle detenut*, costruendo alleanze al di là delle linee razziali e delle bande per affrontare l’oppressore comune.

Quarantacinque anni dopo Attica, l’ondata di cambiamento torna nelle prigioni statunitensi. Il prossimo settembre speriamo di coordinare e generalizzare queste proteste, di farle diventare un unico movimento che il sistema carcerale statunitense non possa ignorare o a cui non possa resistere. Speriamo di mettere fine alla schiavitù carceraria rendendola impossibile, rifiutando di continuare a essere schiav*.

Per raggiungere quest’obiettivo abbiamo bisogno del sostegno di chi sta fuori. Una prigione è un luogo facile da contenere, un luogo di controllo e isolamento in cui la repressione fa parte di ogni mattone e di ogni catena, ogni gesto e ogni mansione. Quando resistiamo alle autorità, veniamo puniti con fermezza, e l’unica protezione che abbiamo è la solidarietà dell’esterno. L’incarcerazione di massa, che sia in una struttura privata o gestita dallo stato, è un sistema in cui i cacciatori di schiavi pattugliano i nostri quartieri e sorvegliano le nostre vite. Esige una criminalizzazione di massa. Le nostre sofferenze all’interno sono uno strumento per controllare le nostre famiglie e le nostre comunità all’esterno. Alcun* statunitensi vivono ogni giorno con la minaccia non solo di esecuzioni extra-giudiziarie — le proteste seguite alle morti di Mike Brown, Tamir Rice, Sandra Bland e tanti altri hanno infine attirato l’attenzione su questo fenomeno — ma anche con la minaccia di essere catturat*, gettat* in una di quelle piantagioni, mess* ai ceppi e obbligat* a lavorare.

La nostra protesta contro la schiavitù carceraria è una protesta contro il canale scuola-prigione , una protesta contro il terrore imposto dalla polizia, una protesta contro i controlli effettuati dopo il rilascio. Quando aboliremo la schiavitù, perderanno quello che li motiva a rinchiudere i/le nostr* bambin*, smetteranno di costruire delle trappole per riprendere chi è stato rilasciato. Quando elimineremo dal sistema carcerario statunitense la ragione economica e il profitto derivati dalla nostra forza lavoro, l’intera struttura delle corti e della polizia, del controllo e della caccia agli/lle schiav* dovranno cambiare per farci posto in quanto essere umani, e non più schiav*.

La prigione ha un impatto su tutt*, il 9 settembre 2016, quando ci alzeremo e disobbediremo, abbiamo bisogno di sapere che all’esterno amic*, parenti e alleat* ci sostengono. Questa primavera e quest’estate saranno il momento per organizzarci, per diffondere l’informazione, costruire reti di solidarietà e mostrare che siamo ser* e di cosa siamo capaci.

Forza, alzatevi e unitevi a noi.
Contro la schiavitù carceraria.
Per la liberazione di tutt*.