22 ottobre 1972: i treni per Reggio Calabria

22 ottobre 1972: i treni per Reggio Calabria

Le organizzazioni di estrema destra risposero a questa ondata di protesta sociale da un lato con una serie di attentati dinamitardi, come quello del 22 luglio 1970 che fece deragliare il treno “Freccia del Sud” a Gioia Tauro (6 perosne morirono nell’attentato) e quello del 4 febbraio 1970, quando venne lanciato una bomba contro un corteo antifascista a Catanzaro; dall’altro tentando di scatenare disordini in città.
Alla strategia del terrore si affiancava il tentativo, sempre da aprte delle forze neo-fasciste, di cavalcare l’ondata di rivolta e di accreditarsi come rappresentanti degli interessi della popolazione in lotta.

Per rispondere a questi attacchi i sindacati metalmeccanici decisero di organizzare una grande manifestazione di solidarietà a fianco dei lavoratori calabresi. Fu tra le prime volte che gli operai del nord e del centro scesero a manifestare al Sud.
La manifestazione fu indetta per il 22 ottobre. I neofascisti tentarono di impedire l’arrivo dei manifestanti con una serie di attentati, 8 in totale, nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1972.
Il tentativo però fallì, infatti più di 50’000 manifestanti riuscirono a raggiungere Reggio Calabria con i treni e i treni speciali, cui si aggiunse anche una nave con 1000 operai noleggiata dagli operai dell’Ansaldo di Genova.
Il viaggio e la giornata sono descriti da una canzone di Giovanna Marini.

 

I treni per Reggio Calabria
Andavano col treno giù nel meridione
per fare una grande manifestazione
il ventidue d’ottobre del settantadue

in curva il treno che pareva un balcone
quei balconi con la coperta per la processione
il treno era coperto di bandiere rosse
slogans, cartelli e scritte a mano

da Roma Ostiense mille e duecento operai
vecchi, giovani e donne
con i bastoni e le bandierearrotolati
portati tutti a mazzo sulle spalle

Il treno parte e pare un incrociatore
tutti cantano bandiera rossa
dopo venti minuti che siamo in cammino
si ferma e non vuole più partire

si parla di una bomba sulla ferrovia
il treno torna alla stazione
tutti corrono coi megafoni in mano
richiamano “andiamo via Cassino

compagni da qui a Reggio è tutto un campo minato,
chi vuole si rimetta in cammino”
dopo un’ora quel treno che pareva un balcone
ha ripreso la sua processione

anche a Cassino la linea è saltata
siamo tutti attaccati al finestrino
Roma ostiense Cisterna Roma termini Cassino
adesso siamo a Roma tiburtino

Il treno di Bologna è saltato a Priverno
è una notte una notte d’inferno
i feriti tutti sono ripartiti
caricati sopra un altro treno

funzionari responsabili sindacalisti
sdraiati sulle reti dei bagagli
per scrutare meglio la massicciata
si sono tutti addormentati

dormono dormono profondamente
sopra le bombe non sentono più niente
l’importante adesso è di essere partiti
ma i giovani hanno gli occhi spalancati

vanno in giro tutti eccitati
mentre i vecchi sono stremati
dormono dormono profondamente
sopra le bombe non sentono più niente

famiglie intere a tre generazioni
son venute tutte insieme da Torino
vanno dai parenti fanno una dimostrazione
dal treno non è sceso nessuno

la vecchia e la figlia alle rifiniture
il marito alla verniciatura
la figlia della figlia alle tappezzerie
stanno in viaggio ormai da più di venti ore

aspettano seduti sereni e contenti
sopra le bombe non gliene importa niente
aspettano che è tutta una vita
che stanno ad aspettare

per un certificato mattinate intere
anni e anni per due soldi di pensione
erano venti treni più forti del tritolo
guardare quelle facce bastava solo

con la notte le stelle e con la luna
i binari stanno luccicanti
mai guardati con tanta attenzione
e camminato sulle traversine

mai individuata una regione
dai sassi della massicciata
dalle chine di erba sulla vallata
dai buchi che fanno entrare il mare

piano piano a passo d’uomo
pareva che il treno si facesse portare
tirato per le briglie come un cavallo
tirato dal suo padrone

a Napoli la galleria illuminata
bassa e sfasciata con la fermata
il treno che pareva un balcone
qualcuno vuol salire attenzione

non fate salire nessuno
può essere una provocazione
si sporgono coi megafoni in mano
e un piede sullo scalino

e gridano gridano quello che hanno in mente
solo comizi la gente sente
ora passa la notte e con la luce
la ferrovia è tutta popolata

contadini e pastori che l’hanno sorvegliata
col gregge sparpagliato
la Calabria ci passa sotto i piedi ci passa
dal tetto di una casa una signora grassa

fa le corna e alza una mano
e un gruppo di bambini
ci guardano passare
e fanno il saluto romano

Ormai siamo a Reggio e la stazione
è tutta nera di gente
domani chiuso tutto in segno di lutto
ha detto Ciccio Franco “a sbarre”

e alla mattina c’era la paura
e il corteo non riusciva a partire
ma gli operai di Reggio sono andati in testa
e il corteo si è mosso improvvisamente

è partito a punta come un grosso serpente
con la testa corazzata
i cartelli schierati lateralmente
l’avevano tutto fasciato

volavano sassi e provocazioni
ma nessuno s’è neppure voltato
gli operai dell’Emilia-Romagna
guardavano con occhi stupiti

i metalmeccanici di Torino e Milano
puntavano in avanti tenendosi per mano
le voci rompevano il silenzio
e nelle pause si sentiva il mare

il silenzio di qulli fermi
che stavano a guardare
e ogni tanto dalle vie laerali
si vedevano sassi volare

e alla sera Reggio era trasformata
pareva una giornata di mercato
quanti abbracci e quanta commozione
il nord è arrivato nel meridione

e alla sera Reggio era trasformata
pareva una giornata di mercato
quanti abbracci e quanta commozione
gli operai hanno dato una dimostrazione

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Piccoli dottor Stranamore crescono tra gli amici di Forza Nuova

Continuano le sceneggiate di Forza Nuova per la manifestazione del 28 ottobre a Roma, in coincidenza dell’anniversario della marcia su Roma del dittatore fascista Mussolini, denominata marcia dei Patrioti.

Al diniego del questore di Roma per questo temerario happening, molti attivisti di FN nei loro blog rispondevano di volerla fare lo stesso a suon di me ne frego, spacchiamo tutto, facciamogliela vedere noi ecc. Poi ieri 19.10 si sono presentati degli emissari di FN in questura a Roma, evidentemente tra i richiedenti l’iniziale manifestazione del 28.10, comunicando nuove possibili modalità di svolgimento e di data dell’iniziativa, che sono oggetto di valutazioni da parte della questura stessa. Fiore, giocando sul ruolo di leader di FN, che non si è recato in Questura a parlare con “le guardie”, ha affermato invece che “non e’ ancora stata sciolta la riserva sul 28 ottobre”. Comunque stamattina Fiore ha detto “Ho consegnato al segretario del Ministro Minniti l’appello firmato dal Generale Bertolini, dall’onorevole Ignazio La Russa e altri in cui chiediamo di revocare il diniego per la manifestazione del 28. Ci aspettiamo entro al mattinata di domani una risposta coscienziosa e intelligente”.

Dunque Fiore smentisce i suoi emissari in questura, in realtà ben titolati eccome a disdire per FN la data del 28 ottobre, in quanto esisterebbe questo famoso appello che metterebbe a quanto pare in imbarazzo il ministro Minniti nei dinieghi di polizia nell’interdire la data del 28 ottobre. Perbacco… chi sono questi grandi nomi che hanno aderito all’appello: premi Nobel, intellettuali di peso, difensori mondiali della libertà di pensiero e di manifestazione? Niente di tutto questo, che sarebbe solo espressione di culturame non virile e di giudaismo.

Comunque questi sono i primi firmatari dell’appello: Gen. Marco Bertolini, Ignazio La Russa, Prof. Piero Vassallo, Prof. Paolo Possenti, Avv. Enrico Sanseverino, Avv. Baldassare Lauria, Avv. Agostino D’Antuoni, Avv. Federico Donegatti, C.Ammiraglio Salvatore Cabras, Dott. Mario Donnini.

Carneadi? Chi sono costoro? Direbbe così don Abbondio.

Su la Russa ieri il profilo del Comitato Lombardo Antifascista (https://comitatolombardoantifascista.wordpress.com/2017/10/19/una-breve-biografia-di-ignazio-la-russa-tratta-dal-libro-12-aprile-1973-il-giovedi-nero-di-milano/).

E gli altri chi sono? I più sono avvocati non molto noti in Italia se non come simpatizzanti di estrema destra. Piero Vassallo è un esponente della destra cattolica genovese di una qualche notorietà ai tempi del cardinale reazionario Siri, già docente di teologia presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, un istituto completamente nelle mani del clero del Nord Italia. Donegatti è un avvocato di Rovigo, noto per le sue mise muscolari in magliette delle FFAA italiane, già candidato a sindaco di Rovigo per FN e Fiamma Tricolore; Donnini è solito scrivere comunicazioni ai ragazzi di FN: insomma delle firme interne a FN.

Ma ci sta un elemento pesante tra le firme: il Generale Marco Bertolini. Costui è stato un importantissimo alto ufficiale delle FFAA italiane fino a pochi mesi fa e ora, in congedo, presiede l’ANPDI, associazione nazionale paracadutisti d’Italia.

Bertolini, generale di corpo d’armata, dal febbraio 2012 fino al luglio 2016 era a capo del Comando di vertice interforze, COI, che è un organismo interforze delle FFAA che esercita la pianificazione, la coordinazione e la direzione delle Operazioni militari, sulle esercitazioni interforze e multinazionali e tutte le attività ad esse collegate.

Nel suo discorso di commiato Bertolini diceva testualmente “Voglio esprimere tutta la mia sincera ammirazione ai giovani che hanno scelto la nostra impegnativa strada perché so  che a loro toccheranno prove che a quelli della mia generazione sono state risparmiate.. quella nostra società molto ben rappresentata ai piani alti parrebbe riservare solo agli sbriciolatori di madonnine, indignidados anti tutto, ai non violenti pestatori di poliziotti e ai mai sazi inventori di nuovi diritti…L’Italia alla quale volevo dedicare i miei entusiasmi all’ingresso in Accademia 44 anni fa era ormai diventata moderna, democratica, non violenta, moderata e solidale (e ora è anche vegana).”

Quindi i nemici di Bertolini, fra gli altri, sono la democrazia, la solidarietà, la modernità, cioè una linea a testa bassa contro i principi enunciati dalla Rivoluzione Francese, Egalité, liberté et fraternité, fondamento dei paesi moderni da sostituire presumibilmente con odio dei diritti, classismo, cameratismo e potere del più forte.

In altri discorsi Bertolini non ha mai nascosto le sue pulsioni misogine e omofobe sulla base di richiami virilistici. Allora bisogna chiedersi come costui con tali connotazioni sia potuto arrivare ai vertici delle FFAA dell’Italia, dove vige una Costituzione repubblicana antifascista. Le promozioni da colonnello in su nelle FFAA devono essere scrupolosamente controllate anche nelle note caratteristiche e nei rapporti prima del SIOS e poi del CII per verificare se esistano negli ufficiali promovendi pulsioni anticostituzionali e antidemocratiche. Inoltre dalle nomine da generale di Brigata in su esistono notoriamente ulteriori vagli al livello politico del Governo: è così evidente che i governi di centrosinistra, con all’interno per qualche anno pezzi di sinistra radicale, degli ultimi 20 anni hanno ben tollerato il Bertolini (ma quanti Bertolini esistono nei vertici delle FFAA italiane?).

Comunque dopo il congedo e il suo discorso di outing/commiato a dir poco ambiguo e inquietante, Bertolini è diventato capo dell’ANPDI, un’associazione d’Arma. Sulla pagina web del ministero della Difesa leggiamo “Le associazioni fra militari in congedo attualmente presenti in Italia, sono molteplici ed indirizzate a diverse categorie di ex militari. Esse fanno capo ai Ministeri della Difesa, dell’Interno e delle Finanze. Per quanto concerne quelle afferenti alla Difesa, si dividono fra Associazioni d’Arma, Associazioni Combattentistiche, Associazioni fra i congiunti dei Caduti, Associazioni di interesse Pubblico ed Associazioni di Categoria. A fattor comune, tutte queste Associazioni sono strutture “no profit”, a carattere apolitico per statuto e dirette da organi eletti in media ogni due-cinque anni”. Per non contare poi le convenzioni in essere e le messe a disposizione per l’ANPDI di mezzi e uomini delle FFAA. Non hanno niente da ridire su questo ingombrante capo dell’ANPDI gli attuali ministri della Difesa e dell’Interno?

Gioele Dax

Cosenza: Militarizzazione degli istituti scolastici

Gli studenti e le studentesse, praticamente dall’avvio del nuovo anno scolastico, stanno assistendo ad una vera e propria militarizzazione degli istituti scolastici con, addirittura, irruzioni di agenti della polizia all’interno e lo stazionare di pattuglie nel cortile delle scuole.

Tutto ciò fa il paio con il moltiplicarsi degli agenti presenti all’interno degli edifici del Campus di Arcavacata. La prevenzione, ed il fantomatico decoro urbano tanto caro al ministro Minniti, sarebbero le motivazioni di questa presenza massiccia davanti a scuole e università. Quasi come se la presenza fosse deterrente non solo ai crimini, ma anche la prevenzione di essi. Peccato però che queste strategie di lombrosiana memoria non servono a nulla, se non addirittura a peggiorare le cose.

Si può, in questa città e nel resto del Paese, provare a ragionare almeno per una volta su quale il vero motivo che porta a ciò, anziché arrestare ragazzini e a trattarli come dei veri e propri criminali? Non ci pare che ci sia questo accanimento verso chi non dà respiro a questa città, come chi trama vere e proprie colate di cemento per i propri affari, né ci si preoccupa sul motivo perché si muore negli ospedali o sul perché il centro storico crolla giorno dopo giorno.

Cosenza resta la città delle apparenze: se diamo una pattuglia per ogni scuola vuol dire che stiamo garantendo la sicurezza, poco importa andare più in profondità, capire quale sia davvero il problema, porre fine alla marginalizzazione degli studenti e delle studentesse con problemi economici, sempre più messi in un angolino, a cui non si dà altra alternativa; poco importa se l’unica speranza per chi si laurea sulle colline di Arcavacata sono Garanzia Giovani e i call center della zona, pronti a succhiarti il futuro come un Dracula qualsiasi.

L’importante per lorsignori è la pattuglia davanti ai luoghi del sapere, non importa se ormai all’università si iscrive solo chi ha la possibilità economica per farlo, se studenti e ricercatori precari vengono manganellati inspiegabilmente durante la visita del ministro Minniti o se gli studenti medi sono obbligati a lavorare gratuitamente a causa dell’alternanza scuola-lavoro. Poco importa, ma non avevamo dubbi a riguardo, se gli edifici scolastici sono a rischio crollo, ben il 75% di questi in tutta la Calabria presentano criticità strutturali. L’importante è la pattuglia all’ingresso, così se la scuola crolla ci sono già i primi soccorsi.

Stefano Vento– Coordinatore Giovani Comunisti Cosenza

Vittime della tratta e sfruttatori insieme nei centri di accoglienza

La denuncia del responsabile immigrazione della Caritas, Oliviero Forti

Prostituzione, sfruttamento lavorativo e accattonaggio nei centri di accoglienza per gli immigrati. Una denuncia che è arrivata direttamente da un convegno organizzato dal Dipartimento Pari opportunità che si è tenuto a Roma. Nel corso del convegno, il responsabile immigrazione della Caritas, Oliviero Forti, ha dichiarato: «Nei centri di accoglienza straordinaria, le vittime di tratta vivono accanto ai propri sfruttatori. È una realtà nota, alla quale finora non si è riusciti a dare alternativa».

Più volte, varie associazioni che vigilano sui diritti umani come LasciateCIEntrare, hanno denunciato le criticità dei centri di acco-glienza. Gli staff risultano spesso impreparati a gestire il fenomeno complesso dell’accoglienza: operatori che non conoscono neppure l’inglese, sprovvisti di formazione in materia di protezione internazionale; molte delle strutture presenti in Campania, in particolare lungo il litorale Domizio, sono dotate di un unico operatore per la mediazione, accompagnamento in questura, presso la Asl e in ospedale, distribuzione dei pasti e gestione di eventuali situazioni di malcontento degli ospiti. Diversi i casi di operatori impegnati di fatto a tempo pieno, a fronte di contratti di lavoro parttime, sia casi di lavoratori non retribuiti che, pertanto, abbandonano il centro dopo poche settimane.

Una situazione che determina un turn- over continuo, a discapito delle attività di accoglienza ed assistenza, che vengono ridotte al minino indispensabile. Ed è proprio questa assistenza inadeguata e l’assenza di percorsi di inclusione è fonte di frequenti casi di depressione o di ingresso dei migranti nei circuiti del caporalato, del lavoro nero, dello spaccio e della prostituzione.

La tratta delle prostitute, in so- stanza, passa anche attraverso i centri di accoglienza. Le vittime principali sono soprattutto le nigeriane. Gli sfruttatori non devono più inventarsi, come un tempo, nomi e passaporti falsi, per imbarcare le loro prede su un aereo.

Ora usano i canali ufficiali dell’accoglienza organizzata. Le schiave vengono mandate a compiere lo stesso esodo dei migranti in fuga: nel deserto, su un gommone in mezzo al Mediterraneo, finché non arrivano a destinazione in un centro di accoglienza italiano, come un pacco postale spedito dalla Nigeria. Poi c’è il capolarato, una piaga che coinvolge anche gli immigrati ospiti nei centri di accoglienza.

L’ultimo episodio di cronaca risale a un mese fa, in Calabria. Due fratelli erano stati arrestati e posti ai domiciliari dai carabinieri della Compagnia di Paola nell’ambito di un’operazione contro il caporalato: sono stati accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravati dalla discriminazione razziale. Da quanto accertato i 2 avrebbero fatto lavorare in nero nella loro azienda agricola migranti africani, oltre a romeni e indiani, e la paga variava in base al colore della pelle. I ‘ bianchi’, infatti, prendevano 10 euro in più degli altri, 35 euro contro 25 al giorno. Quelli “neri”, principalmente provenienti dalla Nigeria, Gambia, Senegal e Guinea Bissau, venivano solitamente prelevati in una parallela del centro di accoglienza ‘ Ninfa Marina’ e portati a lavorare nell’azienda agricola dei due fratelli.

Damiamo Aliprandi da il dubbio

20 ottobre 1974: i fascisti uccidono Adelchi Argada

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Sergio Adelchi Argada, giovane operaio militante del ”Fronte Popolare Comunista Rivoluzionario Calabrese” (FPCR) viene brutalmente ucciso dai fascisti.

La mattina del 20 ottobre, di fronte al Comune di Lamezia, ci fu una manifestazione nell’ambito del Festival Provinciale dell’Avanti.

Nella notte, scritte fasciste ingiuriose sui muri avevano provocato tensioni; fino ad arrivare alle mani, spinte, minacce: la questione però era destinata a non finire lì.
Fu infatti alle 15.30 di quella domenica di ottobre che, i fratelli Argada, accompagnati dai fratelli Morello, incontrarono sulla strada di ritorno dallo stadio cinque camerati. A rivolgersi ai fascisti ci pensò Giovanni Morello, disgustato dalla vigliaccheria dimostrata da questi personaggi solo ventiquattro ore prima, quando avevano picchiato il fratello più piccolo, quattordici anni appena.
E quattordici furono anche i colpi che riecheggiarono per le strade di Lamezia; quattro mortali indirizzati al giovane Adelchi, intervenuto per proteggere e aiutare l’amico ferito da un colpo alla gamba.

Il giorno dei funerali, trentamila furono le persone che scesero in piazza per salutare Sergio Adelchi Argada. La cattedrale non bastò a contenerli tutti e, per le orazioni, venne utilizzato il palco della festa de ”L’Avanti”, ancora montato nella piazza del Municipio per il concerto della sera precedente.
Jovine, uno studente, parlò a nome dei ragazzi di Lamezia: “Conoscevamo Adelchi Argada come uno dei nostri migliori militanti, sempre schierato dalla parte degli oppressi. Bisogna capire perché è morto; era un operaio, uno dei tanti giovani costretto a una certa età a lavorare perché per i proletari, per i figli dei lavoratori, non esistono privilegi che sono di altri. Argada ha fatto una scelta, si è messo dalla parte di chi vuole una società diversa non a parole, in cui lo sfruttamento sia abolito e il fascismo non possa trovare spazio”.

Arrestati, gli assassini di Adelchi Argada ebbero dalla loro parte soltanto una pretestuosa tesi di legittima difesa. Una posizione che più di qualche giornale conservatore fece propria e diffuse con forza. Nel caso di Oscar Porchia e Michele De Fazio sostenere di avere sparato per difendersi non funzionò: imputati di omicidio, dopo aver ottenuto di spostare la tesi processuale a Napoli, nel 1977 furono condannati rispettivamente a quindici anni e quattro mesi e a otto anni e tre mesi di reclusione. (da InfoAut)

La tortura in Italia non è vietata. E’ regolamentata

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Il 5 luglio scorso, la Camera dei deputati, con molte astensioni e poca convinzione, ha approvato in via definitiva una legge sulla tortura che non ha eguali in Europa.

È stata scritta in un modo così contorto e malizioso, che solo il relatore Franco Vazio e qualche esponente della maggioranza (Pd e Alleanza popolare) si sono sentiti di difenderla fino in fondo, sostenendo che sarà efficace e applicabile. Ma è stata una difesa d’ufficio, del tutto inconsistente di fronte alle numerose e autorevoli obiezioni che riguardano più punti della normativa, come la necessità che le violenze siano ripetute e frutto di “condotte plurime” o la scelta di considerare il crimine di tortura come un reato comune anziché tipico del pubblico ufficiale, fino alla curiosa previsione che la tortura psichica, una volta accertata, debba anche comportare un “verificabile trauma psichico”.

Basti ricordare che undici magistrati genovesi, impegnati negli anni scorsi in casi concreti di tortura nei processi per i fatti della Diaz e di Bolzaneto scaturiti dal G8 del 2001, alla vigilia del voto avevano scritto alla presidente della Camera, Laura Boldrini, per spiegare come e perché la legge non sarebbe applicabile a casi analoghi. Anche il commissario per i diritti umani del Cosiglio d’Europa, il lettone Nils Muižnieks, aveva scritto ai presidenti di Camera e Senato per chiedere modifiche al testo, altrimenti destinato a offrire numerose “scappatoie per l’impunità”.

Luigi Manconi, primo firmatario del progetto di legge iniziale, poi stravolto, si era rifiutato di votare in Senato una normativa ormai sfigurata. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, aveva detto ai deputati: “Se dovete approvare una legge così, no grazie, meglio niente”.

Alcuni prestigiosi giuristi avevano firmato un appello per chiedere modifiche sostanziali alla “informe creatura giuridica” al fine di tutelare “la serietà, e quindi la credibilità, dell’Italia, in Europa e nel mondo.

Gli avvocati riuniti nell’Unione delle Camere penali erano arrivati a inscenare dei flash mob nei tribunali sotto lo slogan: “Torturato? Solo un po’”

E così via, fino all’appello di attivisti, esperti, giuristi (fra cui il sottoscritto) che avevano parlato di “legge truffa”. Tutte parole cadute nel vuoto. E non è stato nemmeno possibile organizzare una forte mobilitazione civile al fine di spingere il Parlamento ad ascoltare simili prese di posizione e quindi approvare una vera legge sulla tortura. Alcuni, ad esempio le maggiori associazioni e i sindacati, grandi assenti dal dibattito, hanno probabilmente sottovalutato la questione.

Altri, come l’associazione Antigone e Amnesty International, che pure avevano definito “impresentabile” il testo poi divenuto legge, hanno deciso di accontentarsi di quel che passava il convento-Parlamento, evitando di arrivare a uno scontro politico con il governo e la sua maggioranza.

In un simile clima di rinuncia e desistenza, Pd e Ap hanno trovato il modo di approvare un testo che non disturba i refrattari corpi di polizia e al tempo stesso consente di adempiere -almeno formalmente- a un obbligo disatteso da trent’anni, sia pure al prezzo di legiferare in aperto antagonismo rispetto alla Convenzione Onu sulla tortura e alla stessa giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo.

Alla fine, nell’ordinamento è stata inserita una legge che sembra appartenere, più che alla categoria del divieto assoluto, a quella ben più insidiosa della regolamentazione della tortura.

Una sconfitta bruciante e anche un segno eloquente del degrado civile e politico del nostro Paese.

Lorenzo Guadagnucci

da Altreconomia

Impedire la marcia di forza nuova con una contromanifestazione Antifascista

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Forza Nuova ha ribadito la volontà di scendere in piazza a Roma «in ogni caso» nella giornata del 28 ottobre. In ogni caso questa manifestazione va impedita.

Non abbiamo alcuna fiducia nel ministro Minniti, che riceve le congratulazioni dei fascisti per la sua guerra ai poveri e ai migranti. Non abbiamo alcuna fiducia nelle cosiddette leggi antifasciste dello Stato (leggi Scelba, Mancino, Fiano) che dietro un sipario di belle frasi coprono la realtà quotidiana (e impunita) delle organizzazioni fasciste, delle loro azioni squadriste, dei loro veleni xenofobi, della loro stessa presenza elettorale e istituzionale. Possiamo avere fiducia solo nell’azione diretta del movimento operaio e nella sua memoria storica.

Per questo non è possibile accettare “in nessun caso” la marcia su Roma di Forza Nuova, né limitarci alla risposta di un innocuo convegno di parole. Occorre contrastare l’organizzazione dei fascisti sullo stesso terreno della piazza, fuori da ogni logica minoritaria e avventurista ma con ogni mezzo necessario. Solo la forza organizzata del movimento operaio può mettere fuori legge i fascisti.

Facciamo dunque appello a tutte le organizzazioni antifasciste, a tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento, per una grande contromanifestazione unitaria il 28 ottobre a Roma con la parola d’ordine più elementare: “I fascisti non marceranno. Via i fascisti!”.

16 ottobre 2017

Partito Comunista dei Lavoratori

NoG20 Hamburg: Appello per la liberazione di Fabio e Alessandro

Due giovani italiani – Fabio Vettorel e Alessandro Rapisarda – sono ancora agli arresti dalle giornate del 7-8 luglio per avere partecipato alle manifestazioni di protesta contro il vertice del G20 ad Amburgo.

Altri tre – Orazio SciutoRiccardo Lupano ed Emiliano Puleo – sono stati finalmente rilasciati in questi giorni.

Questa lunga carcerazione preventiva è assolutamente immotivata viste le evanescenti accuse nei loro confronti. In nessun caso sono emerse prove tali da giustificare il trattenimento in carcere dei nostri connazionali. In alcuni casi emerge la sproporzione fra i reati contestati – disturbo della quiete pubblica e «appoggio psicologico ai manifestanti violenti» – e le misure adottate. È stato loro rifiutato persino il rilascio su cauzione o gli arresti domiciliari in Germania in attesa del processo.

Vengono trattati come pericolosi criminali dei giovani per il solo fatto di aver partecipato a delle manifestazioni di dissenso nei confronti delle politiche delle classi dominanti. Non dovrebbe essere la libertà di dissentire il principale valore dell’Europa democratica?

Denunciamo l’abuso dei diritti umani, l’ingiusta detenzione e la discriminazione nei confronti di cittadini comunitari provenienti da altre nazioni dell’Ue.

La Germania che impone la propria visione a tutti i paesi in nome dell’Unione Europea discrimina giovani di altri paesi in maniera plateale. Cittadini tedeschi che erano accusati per reati analoghi o più gravi sono stati rilasciati! Ricordiamo che la «prohibition of discrimination» è sancita dall’articolo 14 della Convenzione Europea per la Protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

È assurdo invocare il pericolo di fuga nei confronti di giovani dell’Unione Europea come se non fosse operante nel continente il mandato d’arresto europeo, sostenuto da un amplissimo coordinamento tra polizie.

Tutte le cittadine e i cittadini che credono nei valori democratici non possono che indignarsi e preoccuparsi per quel che sta accadendo alle decine di manifestanti provenienti da altri paesi europei detenuti in questo momento in Germania.

Fabio, Alessandro e gli altri detenuti non tedeschi appaiono vittime di un disegno politico: la loro ingiusta carcerazione è un minaccioso segnale rivolto a tutti coloro che avessero intenzione di protestare in Germania in futuro.

Chiediamo che questi giovani vengano rilasciati e che ricevano un processo giusto ed equo.

Giovanni Palombarini, Associazione nazionale giuristi democratici, Lidia Menapace, Roberto Lamacchia, Gino Sperandio, Cesare Antetomaso, Raffaele Miraglia, Paolo Cacciari, Claudia Piccolino, Fabio Marcelli, Ugo Mattei, Paolo Maddalena, Marco Revelli, Livio Pepino, Giovanni Russo Spena, Leonardo Arnau, Elias Vacca, Franco Berardi, Maurizio Acerbo, Paolo Ferrero, Eleonora Forenza, Giovanna Capelli, Renato Briganti, Raul Mordenti, Italo Di Sabato, Stefano Galieni

Continuano le scorribande di Lotta Studentesca a Roma

Negli ultimi mesi gli estremisti di destra di Lotta Studentesca si sono caratterizzati di nuovo per la loro, diciamo, esuberanza nel quadrante di Roma intorno a San Giovanni. Lotta Studentesca non è comunque nient’altro che la branca giovanile dei camerati di Forza Nuova. Lotta Studentesca, non scordiamolo, è in realtà una vecchia sigla, impiegata agli albori dell’attività politica di Adinolfi, Fiore e Dimitri, come ponte per la creazione della famigerata Terza Posizione, poi organizzazione cardine del terrorismo fascista.

Lotta studentesca non conta invero molti aderenti, ma la zona intorno a San Giovanni in anni recenti si è caratterizzata per numerose e aggressioni a giovani di sinistra e altre squallide attività manesche. Tra le tante scorrerie le più gravi appaiono quelle connesse al cosiddetto Banglatour, cosi scriveva La Repubblica il 15 gennaio 2016: “DAI andiamoci a fare un bengalino ». Iniziava così il gioco degli adolescenti della destra romana. Partire in squadre, al grido di “Camerata della destra romana, azione”, per andare a massacrare di botte uno straniero. Il ciak di un film surreale che ha ormai centinaia di proseliti, si chiama “Bangla Tour” e comincia davanti alle sedi di Forza Nuova. Una di queste si trova all’Appio, ai civici 52 e 54 di via Lidia. È da lì che le baby squadre partivano «per sconfiggere il nemico », ovvero lo straniero, ovvero il bengalese, soggetto che, a dire dei sedicenni patecipanti, è perfetto per le spedizioni punitive. Perfetto perché non reagisce e non denuncia. Perfetto perché incarna l’immigrato debole su cui si può infierire senza timore di essere perseguiti. Quindi, con l’adrenalina a mille, si lascia la sede di Forza Nuova tappezzata da bandiere con croci celtiche e da poster inneggianti il Duce”

Arrivando alle ultime su Lotta Studentesca a Roma, ieri 17/10 si è avuta notizia che la polizia, dopo mesi di indagini, ha eseguito due misure cautelari nei confronti di due aderenti a Lotta Studentesca responsabili, con altri in corso di identificazione, di una “spedizione punitiva”, finalizzata ad assumere, usando le stesse parole degli inquirenti, il “controllo del quartiere San Giovanni”. La spedizione punitiva era avvenuta qualche mese prima a Piazza re di Roma, ma gli aggrediti, forse troppo intimoriti, non avevano fornito informazioni molto chiare.

D’altronde i prodi giovanotti di Lotta Studentesca erano saliti agli onori delle cronache romane qualche giorno prima della notizia degli arresti: la rete degli studenti romana aveva  denunciato che il 13 ottobre “ davanti al liceo Russell di Roma [sempre in zona San Giovanni], venti ragazzi di Lotta studentesca, il movimento giovanile della formazione neofascista Forza Nuova, ha aggredito un gruppo di studenti che si erano radunati per partecipare alla manifestazione contro l’alternanza scuola-lavoro a Roma Ostiense”. Ma c’è una versione dei fatti di Andrea di Cosimo, romano e responsabile nazionale di Lotta Studentesca “Non c’è stata nessuna violenza fisica gli abbiamo tolto gli striscioni e anche i volantini, ma nessuno ha alzato le mani“. Questa versione è, se possibile, ancora più grave, perché se è vera corrisponde appieno al reato di violenza privata aggravata, perseguibile d’ufficio dalle forze di polizia (lo faranno???).

Ma chi è Andrea di Cosimo? Già colpito da DASPO biennale nell’aprile 2013 in occasione del derby Roma Lazio, nel 2016 si viene a sapere da Repubblica, nell’ambito delle indagini sui Banglatour, che il “31 marzo del 2015 Alessandro Catani, militante di CasaPound viene aggredito a suon di coltelli all’Esquilino da Costantini, Di Cosimo, Camillacci, Stella, Castelli, Pinti e Palmieri per ritorsione per una rissa“. Inoltre Andrea di Cosimo era parte fondamentale dell’attività dei pestaggi e dei massacri razzisti nei Banglatour. Insomma il responsabile nazionale di Lotta Studentesca come dicono a Napoli è “nu piezzu r’omme”.

Comunque sarebbe ora che Forza Nuova, che vuole prossimamente fare la nuova marcia su Roma, e i suoi ammenicoli siano messe fuori legge. I tempi sono più che maturi.

Claire Lacombe e Maimonide

Bologna: “Suicidio” in questura di Cheikou Oumar Ly. NOI NON ARCHIVIAMO AFFATTO

Circa l’evento che ha condotto al decesso Chikou Oumar LY la Procura della repubblica di Bologna propone la archiviazione; la proposta parrebbe associata ad una sorta di promemoria indirizzato al signor Questore al fine di “sistemare” le telecamere della videosorveglianza;

non siamo d’accordo con questa ipotesi di epilogo fatta dalla Procura , per questi motivi:

  • fin dall’inizio la ipotesi di una responsabilità penale di alcuni agenti ci ha fatto venire in mente lo schema mentale del “capro espiatorio”; dunque il tema non è la archiviazione della posizione degli agenti; il problema non è uno o l’altro anello della catena il problema è la “organizzazione” del sistema di prevenzione;
  • il tema è valutare se si possa dire che la questura di Bologna abbia adottato un piano di prevenzione del suicidio adeguato alla natura del rischio ; riteniamo che la risposta a questo quesito sia assolutamente negativa;
  • il gesto della persona reclusa è stato imprevedibile? Dobbiamo approfondire: a) a chi di noi va in visita ad un museo viene chiesto di togliere lacci delle scarpe e cintura ? Si dirà che questa è una norma generale per le persone trattenute in questura o in carcere, ma se è una norma precauzionale vuol dire che il rischio esiste e viene considerato intrinseco nella condizione di recluso; allora quale sarebbe la ratio della privazione di lacci e cintura lasciando invece in dotazione mezzi equivalenti? Come dire : ti sequestro il fucile ma non la pistola?
  • secondo un quotidiano di Bologna di oggi la persona è stata visitata da un medico ; vorremmo capire se  questo abbia significato mettere in campo la capacità previsionale di un esperto in prevenzione del suicidio ; secondo noi il medico generico deve essere affiancato da un esperto e, in situazioni come questa, anche da un mediatore culturale ; occorre capire quale reazione può avere la persona privata della libertà anche in relazione alle sue caratteristiche socio-culturali, in particolare in circostanze simili in cui l’evento potrebbe avere i connotati-noti agli esperti di prevenzione-di violenza a 180 gradi rivolta contro se stessi; sono eventi nei quali , se si riesce a fare in modo che si concludano con conseguenze non gravi, si può avere una ottima prognosi per il futuro, vale a dire possono essere eventi destinati a non reiterarsi, come invece accade nelle depressioni di una certa gravità;    
  • la autopsia affidata “solo” al dr. Tudini- medico-legale esperto e al di sopra di ogni sospetto-tradisce il limite dell’ottica sposata dalla Procura: quella della medicina somatica; più volte abbiamo detto il nostro punto di vista, ignorato-colpevolmente- da molti; allora lo ripetiamo ancora una volta: occorre fare quello che il Centro di prevenzione del suicidio di Los Angeles praticava  già negli anni ’70 del secolo scorso, vale a dire la autospia psicologica post-suicidaria; questo approccio, dalla Procura di Bologna,  ci pare non essere stato preso in considerazione;
  • l’evento sarebbe stato oltre che “imprevedibile” anche “fulmineo”; purtroppo molti comportamenti di questi tipo sono fulminei , ragione in più per attivare una sorveglianza efficace che è certo l’ultima spiaggia o l’ultima risorsa quando si siano già affrontati e focalizzati i fattori di rischio suicidogeni; ma la sorveglianza va attuata : con mezzi video? con più personale? con pareti trasparenti? con sistemi di chiusura elettronici che si possano immediatamente spalancare in caso di bisogno? con altri sensori di segnalazione? evitando la presenza nella cella di punti di repere a cui agganciare un nodo scorsoio? Tutto ci saremmo aspettati salvo che la Procura concludesse con un generico promemoria finalizzato al funzionamento delle telecamere la cui condizione di avaria sarebbe stata addirittura ininfluente, ma non si sa mai,  è meglio aggiustarle; “ per la prossima volta…”?
  • leggendo questa drammatica vicenda vengono in mente alcune analogie desumibili dal libro di Raffaele Guariniello “La giustizia non è un sogno”; due questioni: a) l’ex-magistrato di Torino evidenzia la necessità di osservare la gerarchia della fabbrica fino all’alto del consiglio di amministrazione ; b) chiederemo un parere a questo noto ex-magistrato (in pensione): potevano esserci dei margini “organizzativi” ed assistenziali per prevenire l’evento o quantomeno per prevenire l’epilogo che esso ha avuto?
  • Ribadiamo che, per noi, “IL CASO E’ APERTO” ; il signor questore deve dimettersi, salvo che la Procura sia in grado di prevedere che anche il prossimo evento sarà così fulmineo da rendere ininfluente la avaria del sistema di videosorveglianza.

Per ora ci fermiamo qui.

Vito Totire, medico del lavoro/pichiatra

a nome di Circolo “Chico” Mendes e Centro per l’alternativa alla medina e alla psichiatria “F.Lorusso”

Bologna, 18.10.2017