38° giorno di sciopero della fame per i prigionieri palestinesi nelle carceri di israele

IMG_20170524_095435_276

38° giorno di sciopero della fame per i prigionieri palestinesi nelle carceri di Israele

Oggi presidio alla Rai di Milano. dignitystrike

Un vademecum dei tuoi diritti davanti alle forze di polizia

Una guida a cura di Antigone, da consultare in caso di fermo o di arresto. Da leggere, scaricare e diffondere

Vademecum da scaricare 

Nel 2015 in Italia quasi 1 milione di persone sono state arrestate o fermate dalle forze di polizia. Un numero piuttosto impressionante di individui è stato insomma oggetto di provvedimenti temporanei restrittivi della libertà personale ad opera delle forze dell’ordine e si è quindi trovata a transitare in caserme e stazioni di polizia.

Per questo, in collaborazione con la Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili, abbiamo voluto mettere insieme una guida essenziale che illustri in maniera chiara ed accessibile a tutti i diritti di cui si è titolari davanti alle forze di polizia e durante l’intera durata dello stato di arresto o fermo.

96 ore di vulnerabilità  

Quella del trattenimento da parte della polizia è infatti una situazione, che si può prolungare fino a 96 ore, durante la quale l’arrestato/fermato si trova evidentemente in una condizione di particolare vulnerabilità. In questa fase – e soprattutto nelle prime 24 ore, in attesa dell’incontro con il PM e della successiva udienza di convalida con il giudice – il soggetto si trova infatti in uno stato di profonda incertezza per quello che concerne la propria situazione giuridica, gli elementi e le accuse a proprio carico, e soprattutto i propri diritti.

La questione dell’informativa sui diritti  

Per lungo tempo in Italia la questione dell’informativa dei diritti per le persone in stato di arresto o fermo ha galleggiato in un vuoto normativo.

Nel nostro paese le cose non andavano insomma come in America. Qui, già negli anni ‘60 una famosa pronuncia della Corte Suprema riconobbe la violazione dei diritti a danno di Ernesto Arturo Miranda, 25enne americano di origini messicane che era stato arrestato e condannato tre anni prima per lo stupro e il rapimento di una ragazza di 17 anni, in quanto questi non era stato informato del suo diritto di avvalersi di un avvocato e di rimanere in silenzio). Da allora, quindi, quando un poliziotto esegue una misura restrittiva della libertà personale non può esimersi dal recitare la formula di rito – comunemente denominata “Miranda rights” – con la quale si comunicano allo stesso i suoi diritti fondamentali: “Ha il diritto di rimanere in silenzio. Tutto quello che dirà potrà essere usato e sarà usato contro di lei in tribunale. Ha il diritto a un avvocato. Se non se ne può permettere uno, gliene sarà assegnato uno d’ufficio. Ha capito i diritti che le ho appena letto?

Poi, finalmente, in materia è intervenuto il diritto comunitario che – attraverso una serie di importanti direttive – ha imposto a tutti i paesi della UE omologhi obblighi di informativa sui diritti per soggetti coinvolti in procedimenti penali e/o sottoposti a provvedimenti restrittivi della libertà. A seguito di questa regolamentazione, anche in Italia le persone che vengono arrestate o fermate vengono ritualmente informate dei propri diritti, attraverso la cosiddetta “Letter of Rights” (che è peraltro significativamente più dettagliata della summenzionata formula del “Miranda Warning”).

Quel foglio di carta, però, da solo non basta, ed in pratica le persone in stato di arresto/fermo continuano a trovarsi spesso in una situazione di precarietà, incapaci – per mancata conoscenza – di far valere i propri diritti. Motivo per cui ci pare tanto importante provare a fornire a tutti gli strumenti necessari a tutelarsi attraverso un vademecum.

Leggi, scarica e diffondi la guida: ITA – ENG – FRA.

Si ricorda Falcone? La DIGOS decide chi può farlo

Palermo, al corteo per la commemorazione di Falcone, la DIGOS sequestra gli striscioni agli studenti. Troppo offensivi.

Oggi 23 maggio a Palermo si commemorano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I due magistrati, uccisi nel ’93, vengono ricordati nel venticinquennio dalla loro morte.

Si ricorda Falcone? La DIGOS decide chi può farlo

Si ricorda Falcone? La DIGOS decide chi può farlo
Ma quando, purtroppo, a far da padrone sono le “ragion di Stato”, possono avvenire anche fatti spiacevoli. Come le minacce e la censura contro gli studenti delle scuole palernitane.Un evento di cui tutte le figure istituzionali si fanno carico, e promuovono come una giornata all’insegna dell’ordine e della legalità. Oggi a quel corteo che sfila per le strade di Palermo c’erano pure due scuole palermitane, forse le uniche a decidere di partecipare, con due striscioni su cui c’era scritto: “Non siete Stato voi ma siete stati voi” e “Il corteo siamo noi la passerella siete voi”. Due striscioni innocui portati da studenti che cercano di guardare la realtà con un occhio critico e attento. Ma al corteo della propaganda della ideologia del rispetto dell’ordine e della legalità, gli agenti della DIGOS hanno imposto agli studenti del liceo classico G.Garibaldi e del liceo scientifico Cannizzaro, di chiudere lo striscione perché “dichiaratamente offensivi” per poi decidere di sequestralo.

Anche in questi casi l’arroganza dello Stato si manifesta in tutto il suo splendore. Anche in questo caso assistiamo ad una farsa in cui viene addirittura negato agli studenti il diritto di esprimersi. E’ comunque lo Stato, anche in queste occasioni, a decidere partecipare a ciò che si organizza per tenere in piedi le solite retoriche farlocche che lo tengono in piedi. E’ sempre lo Stato a decidere cosa i partecipanti possono dire o esprimere. Insomma siamo alle solite.

Di seguito pubblichiamo l’intervista audio ad uno studente del liceo classico G.Garibaldi

{play}www.dropbox.com/s/nakkhaqugkv033x/Registrazione%20(6)%20(online-audio-converter.com).mp3{/play}

{play}https://www.dropbox.com/s/mhspz9dko89wjb0/Registrazione%20%284%29%20%28online-audio-converter.com%29.mp3{/play}

24 MAGGIO 1915: L’ITALIA ENTRA IN GUERRA

COME OGNI ANNO DEVE ESSERE RICORDATA SEMPRE LA SCELLERATEZZA DELLA MONARCHIA ,DEI GOVERNANTI, DELLA BORGHESIA, CAPACI DI GETTARE MILIONI DI VITE UMANE DENTRO AD UNA TRAGEDIA DI INCALCOLABILE PORTATA PER LA LORO INSENSATA VOLONTA’ DI POTENZA, DOMINIO, SFRUTTAMENTO.
NON DIMENTICARE MAI E RICORDARE SEMPRE DA CHE PARTE SI COLLOCANO GRAVISSIME RESPONSABILITA’ STORICHE.
RICORDARE SEMPRE ANCHE SE SONO PASSATI PIU’ DI CENT’ANNI PERCHE’ L’ORRORE DELLA GUERRA, COME DIMOSTRANO LE CRONACHE DELL’ATTUALITA’, E’ SEMPRE IN AGGUATO AD OGNI TORNANTE DELLA STORIA.

gabriele d'annunzio aeronautica

Gabriele D’Annunzio

24 Maggio 1915: “mormorò il Piave” e gli italiani furono gettati, grazie ad un vero colpo di stato militar-monarchico, nella fornace divoratrice della prima guerra mondiale.
L’Italia non era obbligata a entrare in guerra.
Sebbene la Triplice Alleanza (sottoscritta per la prima volta nel 1882) la legasse formalmente all’Austria e alla Germania, il fatto che l’Austria non l’avesse consultata prima di dichiarare guerra alla Serbia alla fine del luglio 1914 aveva significato che a rigore l’Italia era sciolta dai suoi obblighi.
Così mentre l’Europa mobilitava i suoi eserciti e nel corso dell’Agosto 1914 prese a scivolare verso la catastrofe, l’Italia annunciò la sua neutralità.
E molti, compresi Giolitti e una maggioranza di deputati, pensavano dovesse rimanere neutrale. Erano convinti che il Paese fosse economicamente troppo fragile per sopportare un conflitto di grandi dimensioni, tanto più a così breve distanza dall’invasione della Libia (1911).
Giolitti suggerì che l’Italia aveva da guadagnare “parecchio” contrattando con entrambe le parti la sua rinuncia a combattere.
Ma il Presidente del Consiglio del momento, Salandra, e il suo ministro degli Esteri, Sonnino, condussero negoziati segretissimi con i governi di Londra e Parigi da un lato e di Vienna e Berlino dall’altro (nello spirito di quello che Salandra chiamò “sacro egoismo”) con l’intenzione di accertare quale prezzo l’Italia poteva spuntare per il suo intervento nel conflitto.
Gli interventisti costituivano un fascio di forze eterogenee che agivano per motivazioni diverse.
C’era una minoranza di idealisti liberali. C’era il Re, che aveva ricevuto un’educazione militare e che voleva ridurre l’influenza di Giolitti, così come suo nonno aveva tentato di liberarsi di quella di Cavour.
La maggior parte dei massoni e degli studenti universitari dotati di più viva coscienza politica erano interventisti, e gli irredentisti naturalmente lo erano “in toto”.
Il partito nazionalista, non appena cominciò a svanire la sua originaria speranza di una guerra contro la Francia, fece fronte comune contro la Germania, dato che per esso una guerra qualsiasi era meglio che nessuna guerra.
I futuristi pure erano decisamente per la guerra, vista come un rapido ed eroico mezzo per raggiungere potenza e ricchezza nazionale: nel settembre del 1914 interruppero a Roma un’opera di Puccini per bruciare sul palcoscenico una bandiera austriaca.
Marinetti dichiarò che i futuristi avevano sempre considerato la guerra come l’unica fonte di ispirazione artistica e di purificazione morale e che essa avrebbe ringiovanito l’Italia, l’avrebbe arricchita di uomini d’azione e l’avrebbe infine costretta a non vivere più del suo passato, delle sue rovine e del suo clima.
Strani compagni di viaggio di questi elementi d’avanguardia erano i conservatori che continuavano la tradizione francofila di Visconti Venosta e di Bonghi, ma anche Salvemini e i socialisti riformisti, i quali volevano una guerra condotta con generoso idealismo, nel nome della libertà e della democrazia, contro la Germania che aveva invaso il Belgio violandone la neutralità.
I socialisti rivoluzionari con a capo Mussolini furono sorpresi di essersi venuti a trovare nello stesso campo neutralista in compagnia dei loro tre principali nemici, Giolitti, Turati e il Papa.
Ma nell’ottobre 1914 Mussolini modificò il suo atteggiamento in “neutralità condizionata” per abbracciare infine nel novembre la tesi opposta dell’interventismo dichiarato.
Può darsi che questo sconcertante cambiamento fosse dovuto al denaro francese, ma senza dubbio influì su Mussolini la convinzione che la guerra avrebbe potuto preparare il terreno alla rivoluzione e abituare le masse alla violenza e alle armi.
De Ambris, Corridoni e gli altri superstiti del sindacalismo rivoluzionario aderirono a questa visione.
Arrivarono poi, nella primavera del 1915, quelle poi definite “le radiose giornate di maggio”: il contributo offerto in quei giorni da D’Annunzio con i suoi infiammati discorsi di Genova e di Roma e da De Ambris e Corridoni con le agitazioni suscitate in quel centro nevralgico che era Milano risultavano decisive per il colpo pensato dalla minoranza interventista.
Per la propaganda il governo fece ricorso ai fondi segreti, e la polizia aveva da lungo tempo imparato sotto Giolitti l’arte di organizzare “manifestazioni popolari spontanee”.
Come poi osservò Salandra, queste manifestazioni erano guidati in massima parte da studenti universitari che, poi, nell’immediato dopoguerra tornati dal fronte come ufficiali avrebbero formato il nucleo più importante degli Arditi e delle squadre d’azione fasciste.
D’Annunzio, tornato dalla Francia dove si era nascosto per sfuggire ai creditori, fu informato preventivamente del Trattato di Londra e adeguatamente retribuito per la sua opera di propaganda e concluse i suoi discorsi di Genova (4 Maggio, allo scoglio di Quarto) e di Roma (12 e 13 Maggio) con questa proclamazione:
“O compagni, questa guerra che sembra opera di distruzione e di abominazione, è la più feconda matrice di bellezza e di virtù apparsa sulla terra”.
Tale fu la carica emotiva di quel maggio 1915 che alcuni guardarono poi a esso come a un momento di rigenerazione, il momento nel quale l’Italia aveva deciso di combattere per la giustizia e di vincere per la democrazia.
Un abbaglio colossale.
Il 20 maggio la Camera concesse al Governo i pieni poteri con una maggioranza di 407 voti contro 74 (Giolitti era già rientrato in Piemonte).
Il Partito Socialista votò contro, diventando l’unico partito europeo di estrema sinistra fuori dalla Russia a non dare il suo appoggio al conflitto.
Il 24 Maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria.
Una nazione lacerata nel suo tessuto morale si apprestava a sostenere uno scontro che sarebbe durato più di 3 anni lasciando sul terreno 650.000 morti e un milione di feriti.
I fanti, che presto si sarebbero trovati a morire nelle trincee, non avrebbero certo potuto non sentire tutta la brutalità e tutto il cinismo di chi li aveva trascinati alla guerra attraverso una simile mistificante retorica.
Una lezione della storia, da non dimenticare mai.
Le porte ad una delle più grandi tragedie della storia erano ormai aperte e, alla fine, in fondo al tunnel non sarebbe rimasto altro da fare che imboccare il tunnel della dittatura fascista.

Franco Asteng

PIATTAFORMA “STOP NATO” SI MOBILITA CONTRO IL VERTICE A BRUXELLES DEL 25 MAGGIO

La capitale belga si accende di dibattiti, in vista del per il 25 e 26 maggio a

Nei giorni scorsi c’è stata una polemica finita su molti giornali fra il sindaco di Bruxelles (socialista) e il Primo Ministro Michel (liberale-conservatore) da una parte e dall’altra, poichè il presidente turco ha ufficiosamente annunciato una conferenza a Bruxelles sulla reintroduzione della pena di morte in Turchia tra il 24 e il 25 maggio, giorni in cui sarà qui per un summit della NATO. Sia il sindaco che il Primo Ministro ci hanno tenuto a ribadire che non sarà permesso ad di portare in Belgio le sue problematiche interne, il sultano turco ha risposto che il sindaco dovrebbe solo occuparsi di “far togliere le cartacce da terra”.

Riguardo al vertice NATO del 24-25 Maggio, durante il quale verrà inaugurata la nuova sede NATO qui a Bruxelles, è stata organizzata una mobilitazione, soprattutto contro la presenza di .

La piattaforma che ha dato vita alla mobilitazione si chiama STOP NATO, un network ampio che va dai pacifisti ai sindacati fino alle realtà di movimento.

La mobilitazione partirà il 21 Maggio con un campeggio antimilitarista che andrà avanti fino al 26 con assemblee, dibattiti e iniziative di vario genere. Le iniziative si chiuderanno con una grossa manifestazione in detta per il 24 maggio, mentre il 25, giorno effettivo del summit, ci saranno azioni diffuse di disturbo per cercare quantomeno di rendere difficile lo svolgimento del summit.

Proprio da Bruxelles, la voce di Alessandro, compagno di Radio Onda Rossa. Ascolta o Scarica.

Condividi:

Accoglienza e repressione del Partito Chiesa

Il Partito democratico conferma, con la marcia di Milano guidata da Giuseppe Sala e presidiata da tutta la federazione lombarda del partito, la sua natura politica di istituzione totale. Come la Chiesa, nel suo seno vorrebbero essere ricondotte le esigenze del governo e quelle dell’opposizione; gli interessi delle élite finanziarie e le ragioni del lavoro; l’accoglienza dei migranti con la repressione della legge Minniti. Lungi dal costituire una contraddizione, la natura onnicomprensiva del Pd è in realtà un progetto politico di “governamentalità”, secondo un lessico foucaultiano. E’ un’arte del governare, in cui dovrebbero trovare posto tutte le esigenze della realtà, e in cui ogni contraddizione materiale viene piegata agli interessi dell’europeismo neoliberale. Alla Ue, d’altronde, serve un’ideologia, vista la strutturale incapacità economica di suscitare consensi. Improduttivo allora procedere al muro contro muro degli interessi divergenti. Ma il discorso è proprio questo: esistono ancora “interessi divergenti”? La strategia democratica punta proprio a smobilitare ideologicamente la contrapposizione degli interessi. Non è certo un fatto nuovo, ma il Partito democratico sta riuscendo nell’impresa di organizzare politicamente questo discorso, dandogli una forma pervasiva fino ad oggi mancata. Esattamente come la Democrazia cristiana del tempo che fu, non c’è contraddizione politica tra la “legge contro i poveri” approvata all’unanimità dal Governo, e la “marcia per i poveri” organizzata a Milano dal partito di governo. Non c’è contraddizione neanche che a promuoverla sia un personaggio, il sindaco di Milano, in teoria espressione della parte “destra” del partito, quella tecnica e fuori da ogni precedente impegno o militanza, attenta alla gestione delle finanze comunali più che alla promozione di politiche sociali. La coerenza è esplicita e rivendicata, senza ombra di imbarazzo: «non è che stiamo scivolando troppo a sinistra? Non è che diventerà una manifestazione antigoverno?», chiede qualche sprovveduto collaboratore di Sala, a leggere le parole riportate oggi sul Corriere. Ma sta tutta qui la natura strategica del progetto democratico, quello di incarnare governo e opposizione, delimitando i confini del politicamente consentito dal penalmente illegale. Benissimo apparire una forza “antigoverno” se si è al governo: è proprio questo l’obiettivo. Purché si rimanga solidamente dentro il recinto neoliberale, puoi governare con la legge Minniti o protestare col sindaco Sala, e farai sempre parte della grande famiglia democratica, che ammette tutto perché tutto torna utile alla narrazione egemone del presente. Bisogna ammettere che rispetto alla tattica frontista renziana dello scovarsi sempre dei nemici con cui polemizzare, questa, proprio in quanto radicalmente neodemocristiana, è decisamente più raffinata. Quel liberalismo trasversale che fino a poco tempo fa trovava espressione nel concetto di “arco parlamentare” oggi trova spazio in un unico partito-chiesa: dentro c’è l’istituzione e la dissidenza, il Papa e San Francesco (e quale capolavoro chiamare l’istituzione col nome della dissidenza: Papa Francesco). Ma se il significato politico duraturo della manifestazione di ieri è quello di rinforzare il partito di governo, anzi l’ideologia di governo, cosa ancor più grave, la domanda se sia più giusto parteciparci o contestarla (come pure è stato fatto da alcuni benemeriti compagni) è una domanda reale e necessaria.

https://favacarpendiem.wordpress.com/wp-admin/post-new.php?post_type=post

UN PARTITO DICHIARATAMENTE FASCISTA AMMESSO ALLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE

E’ con un certo ribrezzo che segnaliamo questa notizia ed evidenziamo questo simbolo.
Pur tuttavia è necessario segnalare l’episodio al fine di suscitare la necessaria riprovazione e indignazione ricordando che nella nostra Costituzione è presente la XII disposizione transitoria e finale al riguardo della quale riportiamo in calce una sintesi di interpretazione politica.
Questa la notizia assolutamente incredibile:

Dal Corriere della Sera – edizione di Brescia
Elezioni amministrative: a Mura ammesso «Fascismo e Libertà»

Nel programma elettorale l’abolizione degli autovelox, che in paese non ci sono. Ma anche di «contenere entro i limiti minimi possibili» ogni forma di tassazione che grava sul cittadino, come ad esempio l’addizionale Irpef.

Sintesi dell’analisi relativa alla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione Repubblicana e della “Legge Scelba” (tratta dal paper “La XII disposizione transitoria della Costituzione Repubblicana, a cura di Franco Astengo e Giovanni Burzio, agli atti dell’ANPI di Savona in occasione dell’iniziativa “Adotta un articolo della Costituzione” 2011)
La Costituzione Italiana nel prevedere, all’articolo 49, che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale ha inteso negare una forma generale di controllo sulle ideologie e sui programmi delle formazioni politiche, informando l’intero assetto costituzionale al principio pluralista.
L’Assemblea Costituente tuttavia, segnata dalla allora recente esperienza del partito unico, ha preferito non lasciare spazio a quelle formazioni politiche che, rappresentando un momento di continuità con gli ideali del partito fascista, risultassero portatrici di valori completamente antitetici rispetto a quelli contenuti nella nuova Carta Fondamentale.
La regola generale della libertà di associazione in partiti politici incontra, per tanto, un’eccezione nel divieto della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione di riorganizzare, sotto qualsiasi forma, il disciolto partito fascista.
La legislazione attuativa di tale disposizione, la legge 20 Giugno 1952 n.645 nota come “legge Scelba” ha finito poi con il delineare un’ipotesi più estesa, quella di un’associazione o un movimento che “persegue finalità antidemocratica propria del partito fascista” non soltanto per l’esaltazione, la minaccia e l’uso della violenza come metodo di lotta politica ma altresì per alcune ulteriori caratteristiche collegate ad una precisa connotazione ideologica: fra queste il fatto di propugnare la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o di denigrare la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o di svolgere propaganda razzista, ovvero di rivolgere la propria attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del partito fascista o di compiere manifestazioni esteriori di carattere fascista.
Il complesso delle disposizioni che mirano ad impedire la ricostituzione del disciolto partito fascista si prestano ad una lettura che, dal nostro punto di vista, vorremmo giudicare di tipo “estensivo”.
Nella disposizione transitoria XII della nostra Costituzione e nella relativa legislazione di attuazione si possono individuare due nuclei fondamentali: accanto ad un primo gruppo di disposizioni che sono il prodotto di quella determinata situazione storica, trovano spazio altre disposizioni caratterizzate dall’elemento dell’astoricità, destinate ad avere un valore indipendentemente dal contesto e dal momento storico.
In questo senso si può affermare che la XII disposizione transitoria rappresenta un corollario di quel metodo democratico contenuto nell’art.49.
L’Assemblea Costituente, in pratica, non avrebbe inteso vietare solamente la ricostituzione del partito fascista in quanto tale, ma ha inteso precludere la presenza, nell’ordinamento, di quelle formazioni che utilizzano la violenza come metodo di lotta politica o si servano dell’intimidazione quale mezzo per imporre le proprie decisioni o neghino in radice il pularalismo proponendosi all’interno del sistema come partito unico, rigettando lo strumento del dialogo quale forma del libero confronto democratico.
A questo modo si individuano, all’interno dell’ordinamento, una serie di valori supremi, intangibili quali la non violenza, la tolleranza e il pluralismo che rappresentano i pilastri fondamentali di una Repubblica che, come la Costituzione proclama, voglia definirsi come democratica.
Egualmente merita di essere, ancora, segnalato l’art. 3 della già citata legge 645/52 (poi sostitutito dall’arti.9 della legge 152/75) secondo cui “qualora con sentenza risulti accertata la riorganizzazione del disciolto partito fascista, il Ministero per l’Interno, sentito il Consiglio dei Ministri, ordina lo scioglimento e la confisca dei beni dell’associazione, del movimento o del gruppo.
Nei casi straordinari di necessità ed urgenza, il Governo, sempre che ricorra taluna delle ipotesi previste nell’art.1 adotta il provvedimento di scioglimento e di confisca dei beni mediante decreto legge”.
Come è noto, nel mentre la normativa in questione è stata applicata a proposito del movimento “Ordine Nuovo” (sciolto con decreto ministeriale 23 Novembre 1973, in G.U. 23 Novembre 1973, n.302) non si è mai ritenuto di doverla utilizzare nei confronti del MSI.

G.G.SETTE-TE!

E’ un vertice spuntato, questo G7 di Taormina.
Come spuntati sono ormai questi controvertici fuori tempo, e fuori luogo.
A formalizzazione padronale si vorrebbe contrapporre
la spettacolarizzazione movimentista.
Ad inutilità, inutilità.
Sempre e comunque a rimorchio dello spartito scritto e diretto dai potenti,
oggi molti più che in 7, a spartirsi il mondo.

G. G. SETTE-TE!

A metà strada tra l’adunata di combattenti, reduci ed ex primiattori ed un pallido tentativo di rilancio dopo le batoste di Trump, della Brexit e del No! antirenziano in Italia, si svolge, vuoto di contenuti e di forza propositiva, il G.7 del tramonto occidentale.
Cosi’ come in America il decisionismo protezionista Trumpiano deve fare i conti con le contraddizioni interne di sistema, in Europa nazionalismi e sovranismi ritardano, ma non fermano, il percorso costituente il blocco continentale U.E., per altro corroborato dai favorevoli risultati elettorali Francesi ed Olandesi.
Sia pur dentro uno storico processo di indebolimento dell’intero occidente sulla bilancia mondiale di potenza, si conferma l’inevitabilità del blocco imperialista come forma e strumento adeguato all’odierna competizione sul mercato globale.
Lo specchio deformato del G7, più che riduttivo, è un dejà vu, corrispondente ad un mondo passato, quello del dominio occidentale e della ex “new economy” giapponese.
La foto ingiallita del “club esclusivo” è già superata, soppiantata da quella ben più affollata, ed attuale, del G20, perché il cuore del potere globale non batte più ad ovest, o solo ad ovest, o soprattutto ad ovest, ma nell’ est della “fabbrica del mondo”.

Di conseguenza, più che contestare un vertice che, tra l’altro, non deciderà nulla (neanche in termini di previsioni e di spesa, come successo in passato), sarebbe utile capire la realtà di un movimento reale caotico ed in via di trasformazione.
Un vertice buono solo per se stesso, e per i suoi protagonisti, costato 45 milioni di dollari (di cui solo 15 in infrastrutture permanenti!); il resto andrà nella gigantesca pappatoria dei catering, delle sale conferenze, dei traduttori, degli alberghi, dei ristoranti, delle gite e delle regalie varie per capi di stato e servitori al seguito.
Aggiungiamoci migliaia di poliziotti, con annessa strumentazione armata, muri di contenzione e “zone rosse” militarizzate, ed il vertice inutile è servito.
Una vetrina internazionale datata (difficilmente infranta….) giocata sul terreno della soluzione di problemi e tensioni interne agli U.S.A., alla U.E., ed ai singoli componenti i blocchi imperialisti, piu’ che come rilancio complessivo del “sogno occidentale”.
In Italia il ventriloquo renziano Gentiloni si gioca la carta del prestigio da paese ospitante come lasciapassare all’attività di governo fino alla scadenza naturale del 2018 (alla faccia della vittoria del no al referendum costituzionale!).

Le mutate condizioni esterne ed interne ai “movimenti alternativi e pacifisti”, l’assenza dei papa-boys e la carsicità della “società civile”, non consentono “annunci di guerra” già uditi, e falliti, in passato.
Ma non consentono neanche la “strategia” del controvertice come “occasione” per “rialzare le teste”.
Le teste bisognerebbe alzarle davvero, abbandonando improvvisazioni, repliche e giochi di prestigio.

Alzare testa e sguardo davvero significa avere una visione del mondo figlia di una analisi scevra da miti e nostalgie,
adeguata al livello delle mutazioni in atto,
autonoma nella elaborazione come nelle scadenze,
che riproponga l’urgenza della
scelta di campo rivoluzionaria.

Perché, come F.ENGELS ci ha insegnato,
noi dobbiamo fare “quello che DOBBIAMO fare”,
cioè contarci, riconoscerci, parlarci, capirci, organizzarci!

Ovunque siamo!
Ad invecchiare in qualche luogo di lavoro in attesa di una pensione misera e post-mortem, o alla ricerca inutile di un posto precario, o disoccupati.
Rinchiusi in galera, o in qualche condominio metropolitano,
malati, in ospedale o schiacciati dal ciclo produci-consuma-crepa.
Uomini sul’orlo di una crisi di nervi e d’identità e
donne sempre più amate “da morire”.
CONTIAMOCI! RICONOSCIAMOCI!

Ovunque siamo!
Delusi dalla politica dominante, a pagare le eterne tessere-pizzo
ad un qualche sindacato di stato,
ininfluenti nei sindacati-nani autonomi o di base, arrugginiti in gruppetti,
micro-sette ed orticelli iperpoliticisti e rinseccoliti.
Stanchi di votare e cambiare voto, di pagare o cambiare cosca sindacale, di non contare nulla con “scioperi di testimonanza”,
dei rituali di un “movimento” alla ricerca della scadenza altrui.
PARLIAMOCI! CAPIAMOCI!

Ovunque siamo!
Facciamo come preti, padroni e servitori di questa società che ci sfrutta.
Loro l’hanno capito, che senza stare insieme, senza organizzarsi,
non possono continuare a sfruttarci.
Magari discutono, competono, litigano anche tra di loro,
ma contro di noi sono tutti d’accordo, tutti uniti, e organizzati.
Adesso stanno tentando di uscire dalla crisi del loro mondo,
facendocela pagare puntualmente a noi, e rinnovando, sveltendo,
armando e ristrutturando la propria organizzazione di classe, lo stato, pagando e dotando di più mezzi i loro difensori in divisa.
Contro di loro non bastano più slogan e sfilate.
ORGANIZZIAMOCI!

Pino ferroviere

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o50028:e1

FCA Pomigliano: le donne operaie e il loro 8 marzo contro il “modello Marchionne”

LA CAUSA IL 20 GIUGNO DAL GIUDICE DEL LAVORO DEL TRIBUNALE DI NOLA

La vicenda è relativa allo sciopero di 3 ore dello scorso 8 marzo al reparto-confino WCL di Nola ed alla concomitante assemblea del Comitato Mogli Operai in occasione della giornata internazionale della donna dove le operaie FCA di Pomigliano e Nola denunciarono pubblicamente il modello-Marchionne “prefigurante il dominio del capitale sul lavoro e la trasformazione in tal senso dell’intera società con la progressiva eliminazione della democrazia sindacale e politica e dei diritti dei lavoratori, nonché di quelli sociali, civili e costituzionali”: info www.comitatomoglioperai.it

Su ricorso degli avv.ti Arcangelo Fele e Daniela Sodano del sindacato Slai cobas e con la procedura d’urgenza prevista dall’art. 28 dello Statuto dei Lavoratori, il Tribunale di Nola, Sezione Lavoro, giudice dott.ssa Francesca Fucci, ha fissato l’udienza per il prossimo 20 giugno.

I fatti: all’indomani dell’8 Marzo la FCA cambiò senza motivazione i turni di Antonietta e Carmela (entrambe operaie Fiat e da 8 anni trasferite a Nola, iscritte a Slai cobas ed attiviste del Comitato Mogli Operai), esponendole a seri problemi familiari nonché a quelli relativi allo spostamento casa-lavoro per l’inesistenza di servizi di trasporto pubblico e aziendali tra residenza e posto di lavoro. L’intento repressivo è evidenziato dal fatto che in questi anni l’azienda ha sempre adottato l’accoppiamento per lo stesso turno dei lavoratori automuniti con quelli sprovvisti e/o impediti all’utilizzo di propri mezzi di trasporto come nel caso di Antonietta e Carmela. Il provvedimento viola inoltre lo stesso Contratto di Lavoro di FCA che testualmente recita: “E’ condivisa la volontà di riconoscere ampia attenzione ai problemi degli spostamenti casa-lavoro che hanno rilevanti effetti sull’equilibrio complessivo del benessere del lavoratore e sulla possibilità di conciliare esigenze e tempo di vita e di lavoro”.

Intanto si prepara la mobilitazione in occasione dell’udienza del prossimo 20 giugno: un contenzioso giudiziale senza precedenti giuridici e ad alto valore simbolico che vedrà “le donne operaie ed il loro 8 marzo” scontrarsi col “modello-Marchionne e la FCA di Pomigliano” denunciata per repressione di genere ed antisindacale”!

“Le forti implicazioni politiche, sociali e culturali, sono evidenti”… dichiarano le donne del Comitato Mogli Operai Pomigliano… “come evidente è lo scontro tra chi oggi vorrebbe riportarci tutti, uomini e donne, indietro di 100 anni, sottoponendoci alla moderna schiavitù economica, e chi vuole riorganizzare a tutto campo le ragioni dei lavoratori e quelle sociali, e far ‘ricontare’ la classe operaia”.

Pomigliano d’Arco, 19 maggio 2017

Comitato Mogli Operai Pomigliano

La lotta contro la devastazione dei territori è lotta contro il capitale

No tap e No triv ovunque!

Come sempre accade, agli alleati occulti dei padroni serve solo un po’ di tempo che finiscono per smascherarsi da soli, quelli del Salento poi, si sono addirittura… consegnati spontaneamente durante una farsesca manifestazione circa una decina di gironi fa in piazza Montecitorio a Roma. Accompagnati dal presidente della regione Puglia Emiliano, direttore di scena di una pochade quasi tutta istituzionale.
I “coraggiosi” sindaci salentini, infatti, che si erano guadagnati applausi, sia nelle puntate al presidio di San Basilio che nella gremita Piazza Sant’Oronzo di Lecce, diventando, per qualcuno, un simbolo del movimento No Tap, hanno improvvisamente cambiato prospettiva, trasformando, con i soliti giochi di prestigio, quel motto che da sempre ha accompagnato il Comitato No Tap “né qui né altrove” in una locuzione più consona alle loro esigenze politiche: “tavolo per il dialogo sulla possibile ricollocazione del gasdotto”.
Così, all’improvviso, quello che era il male di tutti i mali, si è trasformato nel male che fa male solo se approda sulla spiaggia di San Foca, mentre torna ad essere un progetto su cui si può dialogare se lo si sbatte in faccia ai già martoriati brindisini.
Insomma, nulla di nuovo all’orizzonte, istituzioni borghesi che si riprendono il proprio ruolo, ricchi medici che svestono i panni del Che e riprendono a mangiare, un presidente di regione a cui i panni del Che vanno addirittura stretti e tra una promessa sudata all’Ilva e un ammiccamento ai lavoratori di Manfredonia quatto quatto prova a piazzare l’ennesimo insediamento energetico a rischio a Brindisi.
Tutto questo nella più totale indifferenza rispetto a quello che Tap rappresenta, una evidente operazione speculativa del capitale, mista a commistioni con mafie e malaffare, nonché un progetto che, lungi dall’essere necessario, sta incontrando forti opposizioni anche negli altri Paesi coinvolti (in particolare Turchia, Grecia e Albania), contrariamente alle notizie diffuse dai media nazionali.
Fortunatamente, però, il Comitato No Tap, quello che ha sfilato compatto nel corteo barese contro il G7 finanziario pochi giorni fa, ha ben chiaro che coloro che parlano di spostamenti e riconversioni sono nemici tanto quanto Tap: e, pur nella consapevolezza che non sarà una battaglia facile e tanto meno breve, continuerà a ribadire il “né qui né altrove”, che è lo slogan politico che unisce le lotte No Tap con quelle No Tav, con quelle No Carbone di Brindisi e ancora con quelle No Triv della Basilicata e con tutte quelle che considerano l’attacco ai territori una espressione del sistema capitalistico: per questo “tavoli” e “dialoghi” con le istituzioni del capitale sono proposte fatte in malafede.
In questo panorama che ciclicamente si ripropone, netta è la condanna del Partito di Alternativa Comunista che, nello stigmatizzare l’ennesimo tentativo di tradimento della volontà di chi lotta, esprime la piena solidarietà ad attiviste ed attivisti del Comitato No Tap e invita a sostenere attivamente il presidio permanente di San Basilio nonché a proseguire senza indugio nel percorso di unificazione delle lotte dei territori e più concretamente ad offrire presenza e solidarietà al corteo organizzato dalla Rete appulo-lucana “Salva l’acqua dal petrolio” in programma a Matera il 27 maggio prossimo.

Giacomo Biancofiore – Partito di Alternativa Comunista

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o50030:e1