Padroni razza bastarda e predona

Sono pieni di soldi ma non li investono

…In questi anni, grazie alla pioggia di soldi pubblici, agli sconti fiscali e contributivi ottenuti (e che continuano a chiedere spudoratamente), i padroni hanno fatto soldi a palate ma si sono ben guardati dall’investirli in tecnologie, assunzioni, ammodernamenti. Se li sono tenuti stretti in pancia, in banca o meglio ancora nei paradisi fiscali. A certificarlo  Mediobanca. “Le imprese italiane preferiscono accumulare liquidità nei forzieri piuttosto che spenderla in investimenti. E’ quanto emerge
dall’indagine annuale dell’Area Studi di Mediobanca sui dati di bilancio aggregati delle principali imprese industriali e di servizi italiane. In particolare, sono state prese in esame 2.095 società italiane che hanno una attività continuativa negli ultimi 10 anni” scrive Wall Street Italia.
Dai risultati della ricerca di Mediobanca emerge infatti che nel 2018 gli investimenti sono rimasti congelati (-0,1% sul 2017) e rispetto al 2009 sono scesi in media del 4,7% fino al 2018. Eppure le risorse non mancherebbero: le disponibilità liquide in pancia alle 2.095 imprese esaminate sono aumentate dell’81,7% dal 2009 e ammonta nel 2018 a 77,2 miliardi di euro, a fronte di investimenti a valori correnti stabili nel decennio e pari nel 2018 a 29,7 miliardi di euro.
In questo quadro, le imprese pubbliche hanno abbattuto gli investimenti del 10,8% dal 2009, e a poco è valsa la ripresa del 5,5% del 2018. Meglio ha fatto la manifattura che dal 2009 li ha mediamente aumentati del 5,8%, salvo bloccarli anch’essa nel 2018. Anche qui le medie imprese giocano una partita a parte: +10,8% in media dal 2009 e +6% nel solo 2018.
Tutto questo mentre le principali imprese industriali e di servizi italiane hanno registrato una ‘crescita decelerante’ rispetto all’anno precedente e il 2019 si preannuncia con una crescita piatta.
Stralci da contropiano

10 agosto 2007 la tragedia dei quattro bambini Rom: l’incendio di Pian di Rota e la politica dei roghi

Intorno alla mezzanotte tra il 10 e l’11 agosto del 2007, sotto un cavalcavia di Via Pian di Rota, una baracca prende fuoco. Muoiono tra le fiamme quattro bambini rom originari della Romania: Eva Clopotar, 10 anni, i suoi fratellini Danchiu di 8 e Nengi di 4, e un’altra bambina della stessa famiglia, Lenuca Carolea Lacatus di 6. Eva e Nengi erano sordomuti. Una quinta bambina riesce a salvarsi.

Gli operatori sociali raccontano che tre famiglie erano andate a vivere sotto quel cavalcavia dopo due sgomberi effettuati a causa delle proteste dei residenti, il primo da Via del Levante, il secondo dal Cisternino. Vivevano di elemosine raccolte al supermercato Pam di Corea.

I proprietari degli orti vicini alla baracca avevano avvertito i vigili della presenza dei bambini, ottenendo come unico suggerimento di denunciare eventuali furti. Ma furti nella zona non ce ne sarebbero stati.

Forte è il sospetto di un atto di xenofobia, e c’è anche una rivendicazione, ritenuta però poco credibile, di un gruppo razzista che si definisce “Gape”. Torna alla mente una rissa tra livornesi e rumeni avvenuta qualche tempo prima dalle parti della Stazione. Una ritorsione, forse? Ma l’ipotesi più accreditata dagli inquirenti e dalla stampa è quella dell’incidente: una candela o il fuoco usato per cucinare avrebbero incendiato la baracca. I genitori vengono arrestati con l’accusa di incendio colposo e abbandono di minore e incapace. Qualcuno dice di averli visti allontanare mentre divampavano le fiamme.

Il Livorno gioca un’amichevole a Pistoia con il lutto al braccio. Il sindaco Cosimi decreta il lutto cittadino, che comporterebbe la sospensione delle attività in programma per Effetto Venezia.

Una decisione forse affrettata, i commercianti si ribellano: aspettano per tutto l’anno una festa che rappresenta un’occasione irripetibile di guadagno, e non vogliono rinunciarvi. In alternativa propongono una sottoscrizione. Il risultato fu l’impressione di un lutto per 4 bambini morti bruciati che aveva diviso la città.

Il Tirreno dà fiato al razzismo più viscerale: pur di vendere qualche copia in più vale tutto e neanche il lutto arresta questa logica. Viene pubblicata una lettera a firma di un sedicente “Comitato Anti-ipocrisia” dove si legge: “Loro disprezzano noi ed il nostro modo di vivere e noi disprezziamo loro”. Un altro lettore a poche ore dalla tragedia sentenzia che è l’ora di “farla finita con la politica tardobuonista del multiculturalismo”.

I genitori arrestati sono analfabeti e non riescono a capire neanche di che cosa sono accusati.

Il 14 agosto vengono interrogati per undici ore nel carcere delle Sughere. Raccontano che si erano allontanati dalla baracca per salutare alcuni parenti, poi avrebbero udito insulti razzisti in italiano e ci sarebbe stato un assalto con bottiglie molotov. Ed effettivamente nella baracca vengono rinvenuti cocci di bottiglia anneriti.

“Si è capito che il giudice dà molto credito alla versione dei fermati” dichiara il pm Giaconi “Io mi inchino alle decisioni del tribunale, ma sull’agguato non c’è alcun elemento”.

Il 14 settembre Victor Lacatus, padre di Lenuca, per la disperazione tenta di impiccarsi in carcere con la cintura dell’accappatoio.

Due mesi dopo viene celebrato il processo ai genitori: patteggeranno la pena, verranno condannati a un anno con la condizionale e scarcerati.

Ma c’erano anche altre circostanze che avvaloravano l’ipotesi del rogo doloso: da circa un anno a Livorno era iniziata una serie di attentati incendiari che rimarranno senza colpevoli, per lo più a danno di rom o persone senza fissa dimora. Il 27 ottobre 2006 era stato appiccato il fuoco all’ex deposito della Coca Cola, rifugio di homeless, poi la sera di Natale era stata la volta della baracca di un homeless di origine slava, in Via Firenze. Tre giorni dopo ignoti cercavano di bruciare vivi alcuni senza casa sotto le logge del Palazzo Grande. Nel marzo 2007 veniva attaccato con materiale incendiario un rifugio sotto il cavalcavia della Cigna dove vive un livornese di 45 anni. La sua canina lo aveva svegliato e salvato, ma erano morti bruciati  molti suoi animali. Due settimane dopo erano andate a fuoco le Terme del Corallo, poi a luglio in Via Masi una pioggia di bottiglie incendiarie aveva distrutto una roulotte dove vivevano alcuni rumeni. Il Tirreno, non si sa in base a cosa, si affrettava ad escludere “motivazioni politiche o legati a contrasti di qualche tipo”.

E pochi giorni dopo il rogo di Pian di Rota, il 22 agosto, sarebbe stato bruciato un vecchio camper in Via dei Condotti Vecchi, di proprietà di un livornese che spesso vi trascorreva la notte.

Come sia andata veramente non si sa. Ma il 30 ottobre dello stesso 2007 il caso Reggiani spazza via qualsiasi possibilità di parlare della questione rom in modo sereno ed obiettivo.

Giovanna Reggiani, 47 anni, viene violentata e uccisa nei pressi della stazione di Tor di Quinto, a Roma, da un balordo che vive in un vicino campo nomadi. Stampa e politici gettano benzina sul fuoco e si assiste a toni da pogrom: l’allora sindaco di Roma, il piddino Veltroni, cerca di salvarsi dagli assalti dell’opposizione scavalcandola a destra: “Roma era la città più sicura del mondo prima dell’ingresso della Romania nell’UE”, il risultato sarà l’elezione di Alemanno a sindaco di Roma sei mesi dopo.

Tutta quella campagna elettorale (aprile 2008) si giocherà sulle espulsioni dei rom: è una gara a chi la spara più grossa, e vincerà la destra.

Ma purtroppo non sono solo chiacchiere: a leggere le cronache di questi ultimi dieci anni c’è da rabbrividire, oltre a maxiretate, identificazioni ed espulsioni i pogrom ci sono stati veramente e in una quantità tale da lasciare esterrefatti. Il filo conduttore ancora una volta è il fuoco.

Come il 13 maggio 2008 a Ponticelli (Napoli) la solita falsa accusa del tentato rapimento di un bambino (uno dei luoghi comuni più infami che si conoscano) fornisce il pretesto a gruppi camorristici e “comitati civici” per sgomberare a suon di bottiglie molotov un campo nomadi da un’area che guarda caso verrà interessata da una speculazione edilizia.

O come il 26 luglio 2008 quando un gruppo di fascisti a Pisa brucia un insediamento di cinque baracche sotto il Ponte della Cittadella dove vivono anche i Lacatus, reduci dalla tragedia di Livorno. Non ricevono nessun sostegno e vanno a dormire in un parco, all’aria aperta.

Nel dicembre del 2011 a Torino una ragazzina sedicenne, preoccupata per la reazione dei genitori al suo primo rapporto sessuale, accusa due rom di averla violentata: dopo una fiaccolata squadracce  razziste, con la partecipazione di gruppi ultrà della Juve, bruciano un campo rom nei pressi del nuovo stadio della società bianconera.

La lista sarebbe infinita. A soffiare sul fuoco i media, che non hanno mai rispettato i principi della Carta di Roma e quelli del codice etico sul rispetto delle minoranze etniche e linguistiche. In un rapporto del 2013 in appena otto mesi di osservazione si sono registrati 482 casi di informazione scorretta e 370 casi di incitamento all’odio (per lo più da parte di esponenti politici in cerca di facili consensi nel contesto creato dai media).

Interessante notare che in quel rapporto, per la carta stampata, la maglia nera andava al Corriere della sera, che tra edizioni locali e nazionali raccoglie il numero più elevato di segnalazioni (12,9%), seguito (udite udite) dal Tirreno (11%).

Poi ci sono i roghi “casuali”, dovuti alle condizioni igienico-sanitarie indegne in cui i rom continuano a vivere nonostante le promesse di integrazione. A questo proposito va ricordato che il livello di mortalità infantile nella comunità rom in Italia è lo stesso dell’Africa Subsahariana. Ma di diritti delle minoranze, nell’Italia devastata anche moralmente dal neoliberismo e dalle politiche di austerità, non si può più parlare: è pronta la terribile accusa di buonismo.

11 agosto 1965: la rivolta di Watts

La sera dell’11 agosto 1965, a Los Angeles l’agente bianco della California Highway Patrol Lee Minikus, ferma il ventunenne nero Marquette Frye all’angolo di Avalon Boulevard e 116ma Strada, a Watts, il ghetto nero nel sud di Los Angeles. Il giovane è sospettato di guida in stato di ebbrezza.

Fermare un ragazzo nero in auto è routine per la polizia di Los Angeles, ma questa volta Frye non si inginocchia sull’asfalto come da lui ci si aspetta. Resiste. Dopo i controlli “di routine”, che nel caso di un fermato nero implicano anche una buone dose di botte e manganellate, Frye viene portato al distretto di polizia. Fuori dal distetto di polizia si radunano inizialamente un centinaio di neri, tra cui sono presenti anche il fratello e la madre di Marquette, mostrando foto dell’arrestato. La polizia reagisce in maniera violenta, caricando l’assmbramento e arrestando altre tre persone, tra le quali vi sono i famigliari di Marquette.

Appena la polizia se ne va con gli arrestati inizia la rivolta più sanguinosa tra quelle dei ghetti americani di quegli anni. Sei giorni di disordini, 34 morti di cui 25 neri, più di 1000 feriti, 40 milioni di dollari di danni e quasi 4000 persone di colore arrestate. Una rivolta che sarà contenuta dalla polizia nel quartiere di Watts, un’area geografica relativamente limitata, caratterizzata da casette monopiano, ma anche dalla presenza di blocchi di case popolari costruite durante la guerra per alloggiare una popolazione nera in espansione (il numero dei neri a Los Angeles raddoppia tra il 1940 e il 1944 e nel 1965 è nove volte più grande): Hacienda Village, Imperial Courts, Jordan Downs, Nickerson Gardens sono i nomi dei progetti di edilizia pubblica che saranno i maggiori focolai della rivolta.

La rivolta di Watts, ben più di quelle che l’hanno preceduta, è una rivolta giovanile, scandita dalle radio nere, unica espressione mediatica aperta allora alle minoranze.
Dalle radio venne preso lo slogan che scandì quei giorni e quei riots, “burn baby, burn”.

I sei giorni di sommossa di Watts, segnano uno spartiacque nelle relazioni razziali e nella coscienza dei neri americani. All’inizio è la reazione spontanea alla brutalità dei poliziotti bianchi, poi la faccenda assume connotati del tutto politici.
Watts segna inoltre il fallimento di Martin Luther King e la nascita del gruppo del Black Panther.

Alcune note a caldo sulla crisi di governo

Infine la crisi di governo è arrivata, era nell’aria da mesi, ma Salvini ha aspettato con prudenza il momento a suo parere più consono per infilare la stilettata. Poco ci interessa discutere adesso sugli scenari prossimi delle geometrie parlamentari e sulle polemiche spicciole. E’ più interessante provare a capire come questo passaggio si inserisce nel ciclo neopopulista italiano, quali contraddizioni scioglie, o liquida e quali ulteriori invece apre per il futuro.

1 – La crisi di governo è latente dall’inizio dell’esperimento giallo-verde. L’incompatibilità tra le istanze sociali che questo governo avrebbe dovuto combinare era chiara dall’inizio, ma, paradossalmente, in una fase iniziale era proprio questa profonda ambiguità a costituire la tenuta del governo. L’esecutivo Conte formalmente funzionava come una delle prime esperienze di governo “pigliatutto” che come presupposto al famoso contratto di governo aveva una sostanziale armonizzazione e organizzazione tendenziale della società, in una forma totalmente incoerente. Al di là del costrutto ideologico, che passava per un certo grado di neutralizzazione e istituzionalizzazione del conflitto sociale, a divergere profondamente erano le proposte di politica economica. Non che quelle del cinquestelle contenessero nulla di rivoluzionario, ma di fatto de-intermediavano la distribuzione delle risorse dalla presenza degli intermediari privati, aggredendo dunque, in forme molto edulcorate, la finanziarizzazione e privatizzazione del welfare e della spesa pubblica. Una ricetta socialdemocratica fuori tempo massimo. La ricetta leghista invece, al contrario prevede un keynesismo finanziarizzato, in cui la combinazione tra l’inclusione differenziale della forza lavoro, la riduzione delle tasse e la maggiore liberalizzazione dell’accesso dei privati alla spesa pubblica dovrebbe ri-impulsare l’economia e fare aumentare gli investimenti. Entrambe le ricette partivano dall’ipotesi comune che l’autoregolazione del mercato è una stronzata, tanto più in un contesto globalizzato e competitivo, e che dunque l’intervento dello stato è necessario, ma mentre i primi volevano, illusoriamente, restituire al pubblico un suo briciolo d’indipendenza dal mercato, i secondi, comprendendo che ormai il legame è inscindibile, puntano a una sempre più profonda distribuzione di risorse pubbliche ai privati. E’ palese che l’opzione salviniana ha da subito ricevuto il sostegno degli imprenditori, dei media e di ciò che rimane della classe media soprattutto in contrapposizione con i miseri tentativi di redistribuzione grillini. Ma anche delle fette di proletariato più o meno tradizionale si sono fatte irretire dalla promessa della “crescita”, mentre perché le proposte dei 5stelle assumessero un minimo di credibilità era necessario almeno un accenno di mobilitazione sociale significativa, che non solo non è emersa, ma è stata fortemente scoraggiata e evitata dalla compagine pentastellata. L’autodelega è dunque via via mutata in debolezza e infine in trasformismo. Infatti Salvini, consapevole che questo rischio alla lunga potrebbe riguardare anche lui, nell’ultima fase del governo giallo-verde ha aperto a una ri-intermediazione con le parti sociali “tradizionali” in una sorta di embrione neo-corporativistico. Il governo giallo-verde dunque per circa un anno è riuscito a rappresentare in maniera ancora molto frammentaria un arco di soggetti composito, ma adesso, se si dovesse andare ad elezioni, la ricetta salviniana sarà adeguata per farlo ancora? Cosa sostituirà le proposte blandamente sociali dei 5stelle? O vedremo riemergere delle contrapposizioni su una linea implicitamente di classe?

2 – Non bisogna però pensare al salvinismo come una semplice restaurazione che oggi arriva al suo compimento. In parte lo è, ma è soprattutto una innovazione sia per quanto riguarda gli assetti istituzionali, di cui parleremo dopo, sia per quanto riguarda la collocazione internazionale dell’Italia, sia per le forme comunicative che per la forma dello scontro politico che impone. Non bastano vecchie categorie, né consolatorie, né drammatizzanti per affrontare una seria opposizione sociale al Capitone.

3 – E’ veramente nata la Terza Repubblica. Non nel senso del “governo del cambiamento” o del “popolo” come Di Maio (pace all’anima sua) in maniera sbruffona affermava. Piuttosto ad essere significativamente mutati sono i rapporti istituzionali non nelle loro caratteristiche formali, ma in quelle agite. Lo Stato, come comando, e la sua transizione in una direzione o in un’altra è la vera posta in palio di questa fase. Salvini si scontra e ricuce, colonizza e tenta di cooptare, tutti gli apparati della funzione stato, dalla magistratura, ai burocrati, al Presidente della Repubblica, all’Autorità Nazionale Anticorruzione. Sa bene che oggi per contare, per imporre la propria visione politica non basta vincere delle elezioni, ma tocca riorganizzare nel profondo la macchina statale. Salvini inoltre deve ridefinire le forme della legalità (impresa non riuscita neanche completamente a Berlusconi) per dare risposte agli imprenditori sempre più voraci che non riescono a rubare abbastanza con i lacci e lacciuoli imposti dalle legislazioni attuali. Non è una questione banalmente di corruzione, è una necessità sistemica nella contrazione della capacità produttiva italiana. Bisogna dare il via libera a nuove forme di accumulazione e estrattivismo per rilanciare la “crescita” senza che nessuno metta i bastoni tra le ruote. Per fare ciò bisogna rimettere completamente in discussione gli assetti istituzionali post-tangentopoli. I 5stelle puntavano a una banale razionalizzazione dello Stato, Salvini deve osare molto di più. Questo potrebbe portare a frizioni intra-istituzionali, nonostante l’apparente disfacimento e delegittimazione in cui versano oggi tanti di questi apparati. Per chi crede che sia necessaria un’opposizione di classe alla Lega non si tratta di tifare Mattarella come fanno certi o le magistrature, ma piuttosto di tenere ben presenti le contraddizioni nel campo avverso e di sfruttarle quando possibile.

4 – Salvini annuncia la crisi di governo poco prima di alcuni passaggi centrali dell’anno politico. Una manovra economica con il rischio dello scatto dell’IVA al 25%, il taglio del numero dei parlamentari e la scelta del commissario UE. E’ chiaro che l’obbiettivo del Capitone è di agire su questi temi senza dover trovare una mediazione interna con i 5stelle. Dovrà trovare i soldi per la Flat Tax e evitare l’aumento dell’IVA. Cosa succederà dunque al “reddito di cittadinanza” e al “decreto dignità”? La Lega cancellerà con un colpo di spugna queste riforme? Chi ha avuto accesso a questi dispositivi come reagirà alla loro possibile cancellazione?

5 – L’affare Russia Gate è probabilmente tra le questioni che ha portato ad un’accelerazione della crisi di governo. Non solo per l’evidente imbarazzo della compagine giallo-verde di fronte all’opinione pubblica nel gestire lo scandalo, ma soprattutto perché evidenzia la strategia di reazione alla politica estera trumpiana che gli ambienti democratici americani stanno provando ad articolare in Europa. Il tentativo è quello di far saltare o almeno mettere in cattiva luce i referenti del sovranista sul vecchio continente. Altrove la strategia ha funzionato, in Italia per il momento no, ma Salvini sa bene che sta giocando una partita assai rischiosa su quel fronte. Proseguire il gioco di equilibrismi in cui si sta muovendo con la palla al piede dei grillini avrebbe potuto rappresentare un disastro. Oggi Salvini in Europa è effettivamente piuttosto isolato e la strategia di parziale cooptazione delle forze populiste messa in atto dalla nuova Commissione Europea potrebbe metterlo in difficoltà. Dunque la Lega si troverà ad un bivio, senza la possibilità di scaricare la responsabilità su altri, tra adeguarsi a una qualche forma di contrattazione al ribasso con l’UE o approfondire la conflittualità sperando di avere le spalle coperte dagli yankees. Entrambe le strade avrebbero conseguenze in termini di consenso e di effetti economici e sociali tutt’altro che prevedibili oggi.

6 – Il governo giallo-verde vede la sua fine su una tematica ormai paradigmatica, per quanto apparentemente marginale come quella del TAV. In questo Salvini è stato un animale politico non indifferente, costruendo mattone su mattone la crisi del 5stelle e svuotandolo di senso fino ad attaccare una delle battaglie costituenti dei grillini. Dopo averli ammansiti e addestrati, averne completamente annullato l’aurea di alterità li ha abbandonati a se stessi. Ma più che per la dinamica in sé è importante annotare che la crisi si è data su questo tema perché è un simbolo, il più palese, dello scontro latente nella società tra la “crescita” senza limiti e la conquista di forme di vita più egualitarie e umane. Il movimento No Tav e i movimenti contro le grandi opere sono una ferita aperta nel piano sovranista perché sono le uniche forme di opposizione di classe di una certa dimensione in questo paese che si contrappongono alle vie di uscita dalla crisi dall’alto. Questo chiaramente vorrà dire un approfondirsi dello scontro con le compagini popolari che compongono questi movimenti, ma potrebbe anche significare una progressiva generalizzazione delle loro istanze, tanto per via dello scontro in sé, quanto per il moltiplicarsi dei fronti determinati dai cambiamenti climatici e dalla ripresa dell’accumulazione indiscriminata.

In sostanza le contraddizioni con cui si dovrà confrontare un eventuale governo sovranista sono tutt’altro che lisce e la fase che si apre potrebbe chiarificare una polarizzazione, se non immediatamente nelle piazze, almeno nell’opinione che non potrà tornare nell’alveo destra-sinistra come dimostra il sostanziale girare a vuoto della proposta liberaldemocratica del PD. Bisognerà fare attenzione a non cedere alla retorica del frontismo antifascista che è rimasta l’unica tenue arma nella mani dei Dem per provare a rifarsi una verginità. Ci aspettano tempi, strani, faticosi, ma interessanti.

Atene – Comunicato della Casa delle donne sulle lotte e la repressione nel lager di Petrou Ralli

Pubblichiamo gli stralci di due comunicati della Casa delle donne per l’autoaffermazione e l’emancipazione.
Si tratta di una realtà autorganizzata che non conosciamo per relazioni dirette ma crediamo importante che il dibattito sulle pratiche di lotta si alimenti di continuo.
Oltre a condividere il posizionamento femminista di questa esperienza di lotta, ci soffermiamo su qualche aspetto che troppe volte abbiamo visto liquidare facilmente nelle discussioni tra compagne e compagni.
La critica rivoluzionaria al sistema di dominio che infantilizza, disciplina e criminalizza le persone immigrate e la nostra classe tutta, al di là del paese di nascita, ha sempre attaccato l’assistenzialismo, come ovvia relazione di potere e dipendenza. Uno strumento sistemico, nemico dell’autorganizzazione e della solidarietà, un tentacolo soffocante del controllo.

Quanto appena scritto, in termini di un vero e proprio spartiacque che pratichiamo ogni giorno nelle relazioni di lotta che alimentiamo, è stato forse troppo spesso sintetizzato brutalmente, o comunque non concordiamo con alcune conclusioni.
Ripartiamo dunque da alcune domande molto semplici che potremmo porci lottando o iniziando a farlo: perché lottiamo? che relazioni vogliamo? cosa è questo spettro che si aggira in ogni discorso sloganistico, questo Privilegio? cosa sarebbe la solidarietà?
Rispondendo alla domanda sui motivi per cui lottiamo contro i centri di espulsione e le frontiere, dovremmo essere consapevoli che ripetere “io non rischio di finirci” non possa bastarci per descrivere il privilegio e definire il nostro posizionamento. Chiediamoci inoltre quale nostro privilegio mettiamo a rischio lottando seriamente.
Come abbiamo costruito le nostre relazioni se abbiamo assemblee intere di militanti bianchi che parlano un linguaggio incomprensibile e si misurano tra loro?

Come distinguiamo la solidarietà dall’assistenzialismo? Se portiamo un pacco a una persona con cui abbiamo relazioni di lotta, magari destinandolo a tutte le compagne di prigionia, è assistenzialismo? Conosciamo davvero come funziona un centro di espulsione? Pensiamo sia meglio che chi resiste ogni giorno in un lager, con cibo di merda condito da psicofarmaci, senza saponi per lavarsi e con un paio di vestiti addosso, continui a non avere alcun supporto da fuori? Lotterebbe di più, corrisponderebbe di più al nostro ideale di immigrato ribelle?

Consigliare un avvocato in gamba, che non lucra sulla condizione di reclusione, significa riconoscere la Giustizia e le leggi dello Stato e lottare sul terreno riformista?
Se una nostra vicina di casa ci chiede il contatto di un avvocato o un compagno ne ha bisogno (compresi noi stessi) solitamente non rispondiamo che non ci occupiamo di queste cose.

Cosa significa nascere e vivere nella stessa città, avere un’immensa rete di relazioni che ci aiuta nei guai o nei bisogni in maniera tempestiva, con il cuore? Questo Privilegio dunque ce lo teniamo per noi?

La “Casa delle donne per l’autoaffermazione e l’emancipazione” è un’iniziativa femminista, antifascista, antirazzista autorganizzata che tiene le sue assemblee nello squat autogestito del teatro Embros, ad Atene, dal 2016.

Una delle attività è il supporto alle donne recluse nei due centri di detenzione per persone migranti esistenti ad Atene,(Amygdaleza e Petrou Ralli, fino al 2017 esisteva un centro di detenzione esclusivamente femminile a Elliniko, chiuso dalle autorità dopo varie proteste)
attraverso dei regolari presidii di solidarietà e delle visite all’interno per consegnare beni di prima necessità, raccolti nelle varie occupazioni presenti in città. Durante le visite con le detenute, prendono nota della loro situazione e organizzano supporto e risorse sia per chi è reclusa che al momento del rilascio. Dell’assemblea fanno parte anche ex recluse. Per questo motivo le aderenti ci tengono a sottolineare che “Non non aiutiamo, esistiamo insieme. Noi potremmo facilmente trovarci nella posizione delle persone attualmente detenute. Siamo contro la filantropia e non riceviamo alcun tipo di assistenza dall’Unione europea, dallo stato greco o da organizzazioni non governative (ONG).”

Un’altra denuncia dal centro di detenzione di Petrou Ralli

Traduzione da: Athens Indymedia 

Questa volta abbiamo incontrato donne di 15 paesi! Donne invisibili ai meccanismi dello stato e alla maggioranza dei suoi cittadini. In violazione delle disposizioni più basilari, che vietano la detenzione di minori, abbiamo trovato 3 minori, provenienti da paesi in guerra e aree difficili.Due ragazze minorenni, come altre prima di loro, avevano richiesto l’assistenza della polizia per essere portate in un rifugio, ma sono state portate invece nelle celle di Petrou Ralli. La terza era con sua madre. 15, 16 e 17 anni, rispettivamente.
Le condizioni sono esplosive e la testimonianza che dovrebbe essere sottolineata, perché, come ogni estate, arriveranno giorni ancora più difficili, è la seguente. Le donne ci hanno detto che per tre notti non hanno potuto dormire, perché sulla terrazza, vicino alle loro celle, i poliziotti avevano trascinato e torturato gli uomini reclusi per lunghe ore. Le loro urla di dolore erano terrificanti. Un’altra testimonianza, che completa questo tragico evento, è che tre giorni fa i prigionieri avevano incendiato le loro celle e sono stati costretti a evacuarle violentemente dalle autorità. (delle violenze delle guardie contro chi si ribella, avevamo scritto qui).
Anche le donne sono state portate fuori dalle loro celle, perché era difficile respirare. Ciò che è accaduto, deve essere tenuto in considerazione dai collettivi del movimento antagonista che hanno contatti con i prigionieri, perché con le ondate di caldo, che rendono la vita ancora più insopportabile, in questo inferno gli uomini si ribellano e la tortura delle guardie si intensifica.

Le donne si lamentano che non ci sono traduttori per il farsi e altre lingue. Le persone impazziscono… Non ci sono attività. Biblioteca per leggere, lezioni, ecc. Un’altra lamentela che sentiamo spesso quando andiamo andiamo lì è: “Molte organizzazioni sono passate, hanno raccolto le nostre storie e non hanno fatto nulla. Abbiamo bisogno di un avvocato e di uno psicologo”. “L’avvocato dell’organizzazione che mi ha ascoltato, è venuto una volta, mi ha parlato, mi ha detto di non preoccuparmi ed è passato 1 mese e non l’ho mai più vista. Il numero di telefono dell’ufficio dell’organizzazione non risponde mai”. Le note organizzazioni che gestiscono il dramma dei rifugiati e milioni di euro abbandonano le persone e le dimenticano lì.
Abbiamo anche incontrato donne con forti dolori psicologici e fisici. Un paio di giorni fa, i loro mariti hanno riferito alla polizia che non avevano documenti, per farle arrestare. Poco tempo prima queste donne erano state vittime dei loro abusi ed erano state soccorse da passanti e vicini che hanno chiamato la polizia. I persecutori furono liberati perché avevano documenti. Il patriarcato uccide. Abbiamo bisogno l’una dell’altra e, passo dopo passo, costruire la fiducia. Alla fine dei nostri incontri questo diventa ovvio. Vi sono strade di reciproca interazione e solidarietà. Ci rendiamo conto che è solo quando trasformiamo le nostre paure nascoste e la nostra rabbia in resistenza collettiva che sentiamo il potere curativo dell’autoliberazione, e questa è un’esperienza preziosa. Ci rendiamo conto che insieme possiamo cambiare il mondo e distruggere il Patriarcato.

Fino a quando tutti i centri di detenzione saranno banditi e le frontiere aperte

Nelle strade, nelle piazze e nelle celle delle prigioni, le donne migranti non sono sole!

La solidarietà e l’autorganizzazione sono le nostre armi!

The Assembly of the Initiative: The House of Women for the Empowerment & Emancipation

Richiedenti asilo e anagrafe: respinto il ricorso del Viminale

A Bologna è stato respinto il ricorso del ministero dell’Interno sulla residenza per i richiedenti asilo. Il tribunale aveva accolto l’istanza presentata da una richiedente asilo a cui il Comune, in base al decreto Salvini, aveva negato la residenza. Palazzo D’Accursio poi aveva deciso di non fare ricorso ma lo ha invece fatto il Viminale: a vuoto, perchè ora il tribunale ha confermato la propria decisione. Lo annuncia l’associazione Avvocato di strada: “È una vittoria del diritto in tempi bui per la nostra democrazia”. Il collegio, fa sapere l’associazione, “ha ritenuto inammissibile il reclamo del ministero dell’Interno contro l’ordinanza che aveva imposto al Comune di Bologna di iscrivere all’anagrafe una richiedente asilo”. Il ministero dell’Interno “riteneva di essere legittimato a proporre reclamo in quanto litisconsorte necessario. Sosteneva inoltre di potersi sostituire al sindaco di Bologna, che aveva deciso di non proporre reclamo ed aveva invece già iscritto all’anagrafe la signora richiedente asilo”, spiega l’associazione. Ma il collegio ha invece stabilito che il ministero dell’Interno “non è litisconsorte necessario e non può proporre reclamo non essendosi presentato nella prima fase del giudizio”. Inoltre, il Viminale “non ha il potere di sostituirsi al sindaco, se il sindaco decide di accettare la decisione del tribunale”. Dunque, “ancora una volta un tribunale afferma che anche il ministero dell’Interno è soggetto alla legge”, conclude l’associazione.

Vag61: ”Qui siamo, qui restiamo”

“Qui siamo, qui restiamo”. Si intitola così il comunicato diffuso da Vag61 dopo che “il Comune di Bologna, con un avviso pubblico che riguarda complessivamente dieci edifici di proprietà dell’amministrazione- scrive il centro sociale- ha messo a bando la gestione dell’immobile di via Paolo Fabbri 110 che dal 2004 è la casa dei progetti e delle iniziative di Vag61. Questo atto burocratico si insinua all’interno di una storia che ha già alle spalle 15 anni di attività, grazie alle quali un piatto deposito a rischio abbandono si è trasformato in uno spazio libero autogestito frequentato giorno dopo giorno da un numero incalcolabile di persone. Un destino ben diverso, guarda caso, da quello dell’immobile che Vag61 occupò in via Azzo Gardino, prima di ottenere l’attuale sede. Dopo lo sgombero, sono passati tre lustri di completo inutilizzo con buona pace dei ‘progetti’ sventolati all’epoca per giustificare l’intervento della polizia: basta dare un’occhiata a queste immagini per rendersi conto dello stato in cui si è lasciato ridurre l’edificio insieme al suo cortile. E ora, proprio poco tempo fa, il Demanio ha fatto sapere di non aver trovato niente di meglio da fare che mettere tutto in vendita a favor di privato. Con gli immobili pubblici funziona così, a Bologna”.

Continua il comunicato: “L’edificio di via Paolo Fabbri 110, invece, grazie a Vag61 oggi è un centro sociale che (partito dal progetto media center e con la nascita di uno dei primissimi mercati contadini di CampiAperti in città) attraversa ed è attraversato da molteplici percorsi: il Centro di documentazione dei movimenti ‘Francesco Lorusso – Carlo Giuliani’ (che ha ricevuto la “Dichiarazione di interesse culturale” da parte della Sovrintendenza archivistica dell’Emilia-Romagna – Archivio di Stato di Bologna), Smk videofactory e OpenDDB, il Fondo Roversi, la Palestra popolare, il quotidiano online autogestito Zeroincondotta – Zic.it, il cantiere culturale permanente di Resistenze in Cirenaica, il Comitato B.E.C.C.O. (Bologna Est Contro il Cemento e per l’Ossigeno), il Nodo Sociale Antifascista, il Condominio Bel(le)trame in sinergia con il vicino dormitorio, la musica di Bologna Calibro 7 Pollici, i cibi resistenti della Brigata cucinieri, i gruppi di acquisto solidale di Alchemilla G.a.s. e Giaz… E poi i filoni di attività – per citare le più recenti – legate alla letteratura sociale, alla lotta del popolo kurdo, alle mobilitazioni femministe di Non Una Di Meno e non solo, alle condizioni di chi viene privato della libertà o rischia di esserlo. Al fianco di questi e altri progetti, le iniziative organizzate e ospitate in via Paolo Fabbri 110 sono centinaia e centinaia: sono tutte elencate sul sito Vag61.info, se qualcuno volesse averne conferma. Per portare avanti tutto ciò, negli anni abbiamo riversato negli spazi di via Paolo Fabbri 110 un investimento sociale, politico, culturale e anche economico difficile da rendere in freddi numeri. Ma Vag61 è lì, a testimoniare ogni tassello di questa piccola grande storia”.

Scrive ancora Vag61: “A questo percorso vogliamo caparbiamente dare continuità, per portare avanti le pratiche di autogestione, autorganizzazione, autoproduzione e tramite queste dimostrare che è possibile contrapporsi al mercato e al profitto, alla cultura omologata, all’individualismo e al pensiero sessista, razzista e fascista. La rotta che riteniamo di dover percorrere l’abbiamo tracciata formulando la nostra ‘Dichiarazione di (non)indipendenza’: poche righe, ma è tutto lì. Vogliamo proseguire questo non facile cammino perchè ogni giorno ce n’è sempre più bisogno, vogliamo tutelare i progetti in corso, vogliamo garantire un futuro al prezioso patrimonio storico oggi custodito in via Paolo Fabbri 110. Per per questo, negli ultimi tempi, a più riprese abbiamo interloquito con il Comune alla ricerca di una modalità che consentisse a Vag61 di continuare ad essere quello che è e che non ha alcuna intenzione di smettere di essere. Il Comune ha man mano proposto diversi interlocutori ed ha cambiato più volte ipotesi di lavoro, ma nessuna è arrivata fino in fondo. Non per nostra volontà. Ora, sul tavolo della città, c’è un bando. Quello che pensiamo dell’uso di questo strumento per la fruizione degli spazi pubblici abbiamo già avuto occasione di esprimerlo in passato e non abbiamo cambiato idea. Un bando non può misurare la complessità che emerge dalle esperienze di autogestione, non può rispondere all’esigenza di plasmare forme innovative di cooperazione e organizzazione. Un bando mette in competizione le realtà sociali, quando per ogni spazio gettato nell’arena ce ne sono dieci che restano ad ammuffire. Un bando rischia di mettere in secondo piano anni e anni di attività pregresse. Questa che di fatto è una minaccia, ora, pende su Vag61 e mette a repentaglio ciò che abbiamo costruito in questi 15 anni. La minaccia vogliamo dunque trasformarla nell’ennesima sfida, sapendo che in passato la comunità che fa vivere Vag61 è già stata capace più volte di resistere di fronte al rischio di ritrovarsi senza una casa. Questa volta ci troviamo costretti a resistere partecipando ad un bando, perchè l’alternativa sarebbe quella di consegnare ad altri il pretesto per accampare diritti sugli spazi racchiusi tra le pareti (bellissime: grazie ancora a Ericailcane e Bastardilla!) di Vag61. Non abbiamo garanzie e non possiamo certo dimenticare che questa amministrazione è la stessa che ha sgomberato numerosi centri sociali, aprendo altrettante ferite che sentiamo come nostre sulla pelle. Corriamo un rischio, per non correrne uno maggiore”.

Sempre dal comunicato: “Abbiamo tutta l’intenzione di confermare che via Paolo Fabbri 110 è e sarà la casa di Vag61. Non abbiamo alcuna intenzione di smobilitare e chiudere i battenti. Ecco perchè i progetti continuano e l’attività dei prossimi mesi vede già diverse iniziative in cantiere: due giorni di festa con la rivista Carmilla, una serata dedicata al mondo della graphic novel, due iniziative nell’ambito del Terra di Tutti Film Festival con un workshop insieme a Silvano Agosti, uno spettacolo teatrale, l’assemblea annuale di Zapruder, i vinili di BC7P, la collaborazione con Resistenze in Cirenaica per la realizzazione di un ‘Quaderno di Cirene’ dedicato al racconto di storie poco note di staffette, partigiane, ‘madame’ e rivoltose. E tanto altro si aggiungerà, perchè non c’è bando che possa distrarci dalla voglia matta di riempire di vita via Paolo Fabbri 110. Aquì estamos! Di là, invece, c’è il leghismo salvinista che non vede l’ora di vedersi consegnare un altro pezzo di città e di Paese. Fate il vostro gioco, noi il nostro lo stiamo già facendo. Con Xm24 nel cuore, l’assemblea di Vag61 – Spazio libero autogestito in via Paolo Fabbri 110”.

Nel bando citato da Vag61 rientrano anche gli spazi di vicolo Bolognetti assegnati a Làbas dopo lo sgombero dell’ex caserma Masini di via Orfeo. Da quello sgombero sono trascorsi esattamente due anni, l’ex caserma è ancora vuota e Làbas scrive per l’occasione: “L’8 agosto del 2017, esattamente due anni fa, veniva sgomberata l’ex caserma Masini di via Orfeo da noi occupata. Quello che siamo riusciti a costruire in quegli anni è uno straodinario patrimonio collettivo di questa città che è stato difeso da decine di migliaia di persone. Come lo è quello che stiamo facendo ora a vicolo Bolognetti. Ma oggi, per i fatti accaduti quel giorno, ci sono 11 persone rinviate a giudizio che stanno affrontando il processo penale alle quali non dobbiamo mai dimenticare di rinnovare la nostra solidarietà. Perché la storia la scrivono i corpi che resistono. E la storia di Làbas continua per questo”.