2 AGOSTO 1980 – 2 AGOSTO 2017: UNA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA …DA NON DIMENTICARE

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Ore 10.27 del 2 agosto 1980, una strage, l’ennesima strage “di stato”, senza identificazione dei mandanti reali, nell’ambito della lunga scia di sangue e di morti della “strategia della tensione”, con 85 morti e oltre 200 feriti.

PIAZZA FONTANA, PIAZZA DELLA LOGGIA…STAZIONE DI BOLOGNA (e anche altre…), l’ENNESIMA VERGOGNA in un Paese, l’Italia troppo incline a dimenticare i fatti, le date, i luoghi, la storia e a riscriverne i connotati e le caratteristiche reali, frutto di una tendenza costante al “depistaggio” e alla perdita della memoria.

LE STRAGI COME QUELLA DELLA STAZIONE DI BOLOGNA del 2 agosto 2017, anche a 37 anni da quel maledetto giorno, non anno in prescrizione e non dovrebbero mai, essere oggetto di archiviazione, se ci si vuole definire un Paese civile e non dovrebbe mai mancare la solidarietà alle vittime, ai familiari, a tutte-i coloro che si sono impegnati-e, per ottenere verità e giustizia.

CHI NON HA MEMORIA, NON AVRA’ NEMMENO UN FUTURO, se non la legittimazione della barbarie e delle strategie che, per interessi criminali, hanno messo le bombe nelle piazze, sui treni, nelle stazioni…con mandanti “oscuri”, ma determinati ad ottenere, con ogni mezzo, la soddisfazione dei propri interessi e la difesa dei propri profitti, in contrasto con gli interessi generali e collettivi della collettività, delle stesse classi lavoratrici e dei settori sfruttati.

Per quel che ci riguarda, non dimentichiamo e proseguiremo come nell’attività quotidiana politica e sindacale, culturale e sociale, solidale, autorganizzata, autogestita, autofinanziata e indipendente, la continua ricerca della verità per la giustizia sociale.

USI Unione Sindacale Italiana fondata nel 1912
Segreteria nazionale collegiale confederale
Udine/Milano/Roma/Caserta

Fonte

Livorno. Comandante dei carabinieri garantiva lavoro in cambio sesso

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Ennesimo disgustoso caso di abusi in divisa nell’arma dei carabinieri. Questo volta siamo a Livorno dove un comandante ha per anni approfittato della sua funzione per abusare di alcune lavoratrici.

La dinamica è andata avanti nel silenzio più totale sempre secondo lo stesso schema. Il comandante prometteva a donne disoccupate o in situazione di difficoltà economica un posto di lavoro in cambio di rapporti sessuali, poi faceva pressione su alcuni esercenti perché le vittime fossero effettivamente assunte minacciando controlli più approfonditi in caso di rifiuto. A quanto riferito dalle vittime, la pratica andava avanti da diverso tempo. Federico Dati, questo il nome del carabiniere, era allora a capo nucleo dell’arma che affianca l’ispettorato del lavoro della città Toscana. Insomma il direttore di un’unità che dovrebbe essere garante dei diritti di tutte le lavoratrici e i lavoratori usava il suo potere per approfittare di donne in situazione precarie avanzando pretese e minacce o facendo intravedere la possibilità di migliorare la propria situazione.

Nonostante le testimonianze delle donne, Dati è indagato dalla procura soltanto per concussione. Da notare che per ora non è stato neanche sospeso dall’arma ma, come ben spesso succede nei rari casi in cui saltano fuori abusi delle forze dell’ordine, soltanto trasferito in una caserma fuori da Livorno. Continuando così molto probabilmente a percepire stipendio pieno a casa sua, dove si trova ora agli arresti domiciliari.

G20 AMBURGO: ANCORA 35 PERSONE IN CARCERE, 13 TEDESCHI E 22 INTERNAZIONALI

La repressione dopo le giornate di rivolta contro il G20 di Amburgo costringe al carcere soprattutto attivisti e attiviste internazionali. Dei 56 arresti, la permanenza in carcere è stata infatti confermata per 35 persone, tutte fermate durante le manifestazioni contro il summit di inizio luglio.

A farne le spese soprattutto gli arrestati senza cittadinanza tedesca: dei 35 in carcere, 13 sono tedeschi e 22 hanno invece altre nazionalità. Tra gli arrestati internazionali i più colpiti sono gli italiani, con 6 persone ancora in carcere, 3 poi i francesi e 2 gli olandesi.  Completano il quadro uno spagnolo, uno svizzero, un ungherese, un serbo, un senegalese, un rumeno , un autriaco, un polacco e un ceco.

Questa permanenza nelle carceri soprattutto degli internazionali è motivata, affermano gli avvocati del legal team tedesco, dal presunto “pericolo di fuga” che coinvolgerebbe soprattutto chi non ha cittadinanza tedesca.

Intanto le iniziative di solidarietà, in Germania e fuori dai confini, si moltiplicano: di quelle in Germania ne parla ai nostri microfoni una compagna che in queste settimane è rimasta ad Amburgo per seguire le vicende repressive e che ci offre anche un quadro rispetto alle condizioni di detenzione nelle carceri tedesche. Ascolta o scarica

Rinnovato anche l’appello a non far sentire soli i compagni e le compagne scrivendo loro direttamente in carcere. Prosegue quindi la campagna “scrivimi”, lanciata dall‘Osservatorio contro le repressione,  per solidarizzare con le compagne e i compagni italiani ancora in carcere.

RICCARDO LUPANO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

EMILIANO PULEO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

ORAZIO SCIUTO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

ALESSANDRO RAPISARDA
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

MARIA ROCCO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

FABIO VETTOREL
Hahnofersand
21635 Jork
Germany

Inoltre vi proponiamo anche un comunicato diffuso dallo spazio autogestito Postaz di Feltre,  dal quale provengono due dei sei italiani arrestati.

APPELLO PER UNA CAMPAGNA DI LOTTA VERSO UNA MANIFESTAZIONE  INTERNAZIONALE AD AMBURGO PER LA LIBERAZIONE DI TUTTE LE PRIGIONIERE E I PRIGIONIERI DETENUTI

A più di due settimane dal G20, i tempi di detenzione degli arrestati di  Amburgo si allungano di giorno in giorno. Non c’è alcuna intenzione da  parte del tribunale ordinario di istruire i processi in tempi brevi – si  parla di un massimo di sei mesi. La procura ha impedito ogni richiesta di rilascio su cauzione e di arresti domiciliari invocando il pericolo  di fuga.

Pur reagendo con la solita, efferata violenza, il braccio armato del  potere è stato mandato in tilt dalla coralità delle pratiche dei
manifestanti durante le giornate antiG20. Per questo, la morsa della  repressione ora si stringe attorno ai corpi degli arrestati.
In questi giorni sono giunte le prime lettere da parte dei detenuti. Alla prima, quella di Riccardo
(https://ilmainasso.noblogs.org/post/2017/07/21/lettera-del-compagno-riccardo-dal-carcere-di-billwerder-amburgo/)
è seguita la testimonianza di Maria, compagna feltrina arrestata nella  mattinata del 7 luglio e detenuta a Billwerder.
La riportiamo qui sotto:

Venerdì 14 Luglio 2017

Oggi, due secoli fa, il popolo in armi espugnava la Bastiglia. Oggi,  coloro che festeggiano questa data fondatrice delle attuali democrazie  innalzano nuove Bastiglie ovunque. Nessuno deve più stare qui dentro.  Mai più. È troppo per una persona sola. Ci sono minorenni, donne  incinte, donne con neonati e donne che dovrebbero stare in ospedale, tutte nelle stesse tute grigie. So che state facendo tutto il possibile  per tirarmi fuori e vi ringrazio. Mi dispiace farvi stare in pensiero. Ho qui il vostro telegramma, in realtà speravo di uscire oggi e di  ringraziarvi a voce. E invece sono di nuovo qui, il ricorso non è stato
accolto. Ma sicuramente ne saprete già di più quando vi arriverà questa lettera. Eravamo in cinque nella stessa situazione qui nel mio braccio. Le due  tedesche sono uscite mercoledì, oggi è uscita la ragazza del Venezuela, però con una cauzione di 10 000 euro. Sì, diecimila. Restiamo io ed una  ragazza curda. È così forte lei. Sempre positiva, nonostante abbia due fratelli morti combattendo in Kurdistan. L’unica cosa positiva qui sono  le relazioni che si creano. Sono tutte così gentile, altruiste. Tutte
sono pronte a darti un abbraccio. Per il resto non ho più illusioni su nulla. L’altro giorno ci hanno fatto uscire in tre con la scusa di dover  parlare con l’avvocato, in realtà volevano prelevarci il DNA. Bisogna aspettarsi sempre il peggio qui, e non è nella mia natura. La prima prigione in cui ci avevano messi era un prefabbricato con  queste stanzine di 10 metri quadri. Eravamo in 5 lì dentro, per 2 giorni, senza niente, senza finestre, dovendo chiedere per bere e per andare in bagno con la guardia che ti sorveglia. Praticamente senza mangiare. Qui è un po’ meglio, almeno ho un letto e un bagno. Lo saprete già che sono finita dentro solo perché mi sono attardata ad aiutare una ragazza con un piede rotto. Rotto davvero, con l’osso fuori  e il piede attaccato solo per metà. Non credo che me lo toglierò mai dalla mente. Insieme alla polizia che picchia a mani nude. E non credevo fosse possibile finire dentro per questo, per non aver fatto davvero  nulla. Anche se tutte qui sono dentro per cose da nulla. Furti soprattutto. Ragazzi, scrivete qualcosa su quello che sta succedendo per favore. Non  state in silenzio. Se volete pubblicate quello che vi scrivo. Non so nulla di Fabio invece, gli ho scritto e non mi ha risposto. Dovrebbe essere nel mio stesso carcere. Se avete sue notizie scrivetemele e scrivetemi comunque. Se potete mettetemi dentro un francobollo per
rispondere. Io almeno fino a mercoledì sarò qui. E poi non lo so. Vi voglio un sacco di bene, a tutti voi. Un abbraccio, spero di tornare presto.

Maria

Maria non sa che Fabio è detenuto a Jork, trenta chilometri a est di Amburgo, che sta bene e che anche lui ha un buon rapporto con gli altri detenuti. Anche a lui il rilascio su cauzione è stato negato dalla procura di Amburgo dopo la proposta del tribunale.
Non sa che, a differenza loro, Alessandro, Orazio, Emiliano e Riccardo sono insieme nel braccio maschile del suo stesso carcere, Billwerder (questi ultimi due vicini di cella).

Queste sono invece le parole di un feltrino in contatto con le famiglie di Fabio e Maria, del 24 luglio:

“Oggi siamo arrivati ad Amburgo e abbiamo incontrato le loro mamme. Sembrano abbastanza serene anche se la situazione non è cambiata. Fabio stamattina era più sereno di mercoledì scorso. Ci sono dei comitati che hanno fatto una dimostrazione in favore degli arrestati e che cercano di contrapporsi alla situazione. Gli avvocati si danno molto da fare ma la giustizia tedesca fa di tutto per rendere tutto molto difficile. Domani andremo in carcere per portare dei vestiti a Maria e cerchiamo di
lasciare anche dei libri. Vediamo come andrà.”

È stato finora difficile consegnare ai detenuti libri, indumenti e altri effetti personali. È importante però scrivergli, usando gli indirizzi pubblicati per la campagna “Scrivimi”:  (http://www.osservatoriorepressione.info/scrivimi/#comment-217076)

Tante le iniziative in corso: i presidi sotto le ambasciate tedesche in Italia  (http://www.ondarossa.info/newsredazione/2017/07/27-luglio-presidio-davanti-lambasciata), la solidarietà tra compagne e compagni vicini agli arrestati italiani, in contatto dai primissimi giorni, le informative sulle piattaforme radio. Diversi, inoltre, i presidi e le manifestazioni a sostegno dei
prigionieri del G20 da Bilbao alle città tedesche; tra queste, una molto partecipata proprio ad Amburgo, nella zona del Rote Flora, come riporta Radio Blackout.

Il prossimo 6 agosto, invece, è previsto un nuovo presidio sotto il carcere di Billwerder. Tutto questo è importante, ma non sufficiente. Per questo ci rendiamo disponibili a raccogliere contributi, condivisioni, idee e proposte che portino a una grande manifestazione  internazionale ad Amburgo per la liberazione di tutte e tutti. Perché  nessuno venga lasciato solo, perché nessuno resti indietro.

TUTTE LIBERE! TUTTI LIBERI!

Compagne e compagni dello spazio autogestito PostaZ di Feltre

http://www.radiondadurto.org/2017/07/26/g20-amburgo-ancora-35-persone-in-carcere-13-tedeschi-e-22-internazionali/

alemanno Livorno ti schifa!

Martedì 18 luglio il fascista ex sindaco di Roma Gianni Alemanno era a Livorno, alcuni antifascisti erano presenti per dare un piccolo benvenuto a questo personaggio. Di seguito il testo del volantino diffuso:

“Oggi il fascista Alemanno è presente all’Hotel Palazzo per presentare l’ennesimo cartello elettorale di destra.

Da sindaco di Roma questo personaggio è stato il simbolo dei legami dell’estrema destra con criminalità organizzata e speculatori, saccheggiando la città e facendo affari d’oro.

Oggi Alemanno si presenta assieme ai relitti della destra cittadina nel più grande albergo di lusso della città.

Questo basta a mostrare quanto queste formazioni, ed i personaggi che la animano, sostengano politiche antipopolari e padronali.

Quindi quando questi soggetti parlano di “sovranità nazionale” non vogliono che rafforzare le politiche di sfruttamento che hanno sempre sostenuto.

Questi partiti sono infatti gli stessi che hanno sostenuto le politiche di precarizzazione e di cancellazione dei diritti conquistati dai lavoratori, politiche che hanno portato alla grave situazione di disoccupazione e povertà che viviamo oggi anche a Livorno.

Antifascisti livornesi

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In memoria di Filippo Filippetti Anarchico livornese, Antifascista, ucciso dai fascisti

Mercoledì 2 agosto 2017

ore 19 Commemorazione presso la lapide

Via Provinciale Pisana 354, Livorno (andando verso Via Firenze, alla ex-scuola di fronte al circolo ARCI “Tamberi”)

Filippo Filipetti, giovane anarchico, viene ucciso il 2 agosto 1922 dai fascisti mentre si oppone, assieme ad altri antifascisti, ad una spedizione punitiva contro Livorno.

Il 2 Agosto 1922 un gruppo di giovani antifascisti, tra i quali alcuni anarchici, ingaggia uno scontro armato nei pressi di Pontarcione con i camion dei fascisti. Muore nella sparatoria Filippo Filippetti, membro degli Arditi del Popolo, sindacalista dell’USI per il settore edile.

Nell’estate del 1922 si giocano le ultime carte per fermare la reazione antiproletaria: il paese è attraversato da un crescendo di aggressioni compiute dai fascisti nei confronti delle organizzazioni del movimento operaio e dei singoli militanti; si contano decine di morti fra gli antifascisti.

Da mesi l’Unione Anarchica Italiana e il giornale “Umanità Nova” si battono a sostegno del movimento degli Arditi del Popolo, per costituire un fronte unico proletario che organizzi la difesa.

Su iniziativa del Sindacato Ferrovieri Italiano è costituita l’Alleanza del Lavoro, a cui partecipano tutti i sindacati, con l’appoggio dell’Unione Anarchica, del Partito Repubblicano, del Partito Comunista e del Partito Socialista.

L’Alleanza del Lavoro indice uno sciopero generale ad oltranza per fermare le violenze fasciste a partire dalla mezzanotte del 31 luglio.

I fascisti finanziati da agrari e industriali, armati da Carabinieri ed Esercito, protetti dalla monarchia e dalla chiesa, aggrediscono le roccaforti operaie.

In molte città, fra cui Piombino, Ancona, Parma, Civitavecchia, Bari i fascisti vengono respinti anche grazie all’azione degli Arditi del Popolo. Nel momento in cui la resistenza operaia cresce, CGL e PSI, sperando in un ennesimo compromesso, si ritireranno dalla lotta, aprendo la strada alla rappresaglia armata del Governo.

Livorno è uno dei centri dello scontro. Tra il 1° e il 2 Agosto 1922 squadre fasciste provenienti da tutta la Toscana lanciano la caccia agli antifascisti livornesi, facendo irruzione nei quartieri popolari che resistono all’invasione.

Molti furono gli assassinati in quei giorni. Popolani, militanti comunisti, anarchici, repubblicani e socialisti, tra i quali Luigi Gemignani, Gilberto Catarsi, Pietro Gigli, Pilade Gigli, Oreste Romanacci, Bruno Giacomini e Genoveffa Pierozzi.

Negli scontri in periferia viene ucciso il giovane anarchico Filippo Filippetti.

Gli anarchici invitano tutti gli antifascisti a partecipare alla commemorazione.

 

Federazione Anarchica Livornese
cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

Collettivo Anarchico Libertario
collettivoanarchico@hotmail.it
http://collettivoanarchico.noblogs.org/

Le voci ignorate dell’opposizione di sinistra a Maduro

L’informazione sul Venezuela continua ad essere inadeguata: ai giornali borghesi fa comodo amplificare le denunce vittimiste della MUD per screditare un movimento bolivariano che nella fase ascendente aveva suscitato grandi speranze non solo in America Latina, mentre diverse frange di sinistra “campiste” ma soprattutto il Manifesto continuano a credere che lo scontro sia tra un governo socialista e uno schieramento imperialista aggressivo e golpista. Lo stesso criterio impedisce di capire le responsabilità di quello che già è accaduto in altri paesi come il Brasile o l’Argentina, evitando ogni riflessione autocritica sullo scollamento tra i governi “progressisti” e le masse. Il risultato è che questi difensori acritici dell’esistente non hanno dubbi nel sostenere incondizionatamente Maduro, anche mentre svende alle multinazionali ampi territori del paese, e punta tutto sullo sviluppo della distruttiva industria mineraria.

Come è accaduto altre volte nelle vicende del “socialismo reale”, gli zelanti difensori di ogni governo sedicente di sinistra ignorano le voci di chi critica da sinistra e cerca una strada diversa. A volte presentano i settori critici del chavismo come opportunisti che lasciano la barca che affonda, più spesso non riferiscono affatto le loro posizioni, e riducono il dibattito venezuelano a uno scontro tra un Maduro assimilato a un Salvador Allende e una per loro inspiegabile reviviscenza del nazismo. Questa intervista a Lander rende l’idea dello spirito equilibrato con cui la sinistra guarda, con allarme, le forzature propagandistiche ma anche istituzionali con cui Maduro e soci, appoggiati su non disinteressati settori dell’esercito, stanno cercando di sopprimere la dialettica tra i diversi poteri dello Stato per sottrarsi a una convalida del severo giudizio delle urne già espresso nelle elezioni legislative del 6 dicembre 2015, con una vittoria delle opposizioni grazie all’astensione di oltre due milioni di elettori chavisti. In primo luogo, come ricorda Edgardo Lander, Maduro lo ha fatto bloccando con pretesti diversi ogni forma di elezione prevista in questo biennio, per poi inventarsi una nuova supercamera Costituente eletta a modo suo senza discuterne i criteri con nessuno. Ma forse Lander ha ragione nel sospettare che tra gli obiettivi taciuti da Maduro sia quello di dar via libera a quell’accordo sull’Arco minerario dell’Orinoco che era stato tenuto segreto a lungo all’Assemblea nazionale e ai cittadini, per non indebolire la propaganda che presenta Maduro come baluardo del socialismo e dell’antimperialismo.[i] (a.m.)

“Questa costituente non significa dialogo, non significa accordo, è un’imposizione”

Intervista a Edgardo Langer[ii]

di Edgardo Agüer S.[iii]

(da https://www.aporrea.org/)

Lei ha dichiarato che questa proposta di Costituente spinge il paese a un punto di non ritorno. Ci siamo già arrivati?

Non ancora per il momento, ma ci stiamo pericolosamente avvicinando a una situazione di non ritorno, per molti aspetti. In primo luogo, siamo di fronte all’imposizione di un meccanismo di Assemblea Costituente il quale, per un verso, è incostituzionale, ma – quel che più importa – si basa su una modifica delle basi elettorali elaborata in modo particolarmente calcolato per garantire che, indipendentemente da ciò che possa pensare la maggioranza della popolazione venezuelana, il “madurismo” riesca a imporre la maggioranza.

In che modo e per quale ragione avverte che la composizione di questa Assemblea Nazionale Costituente (ANC) sarebbe già predisposta in anticipo

Per prima cosa, questo avviene tramite la sovra-rappresentanza dei municipi meno popolati, vale a dire: un municipio di 4.000 abitanti può avere la stessa rappresentanza di uno di 800.000; e non si tratta di casualità, ma di un disegno voluto. L’altro aspetto è che la rappresentanza corporativa, elaborata in base ad elenchi che non si sa da dove provengano e che non chiarisce chi siano coloro che ne fanno parte, introduce una differenza fra cittadini con diritto di voto per territorio e per settore e altri che hanno solo diritto al voto territoriale, cosa che viola completamente la concezione di “una persona – uomo o donna che sia – un voto”.

Si può in questo caso parlare di broglio?

Il broglio è qualcosa che si fa sotto banco se stai giocando a carte, ad esempio. Qui si tratta di un meccanismo elettorale e di una proposta di Costituente che viene fatta in condizioni in cui il governo mostra di non avere la capacità di vincere le elezioni. C’è il caso del referendum di revoca, che è stato ignorato nonostante si fossero rispettate le procedure e le condizioni richieste. Non ci sono state neanche le elezioni dei governatori, perché il governo sapeva che le avrebbe perse, né si sono tenute le elezioni comunali; in queste condizioni, non vi è alcuna garanzia che il prossimo anno si svolgeranno le elezioni presidenziali.

Allora, un governo che ha così riconosciuto di non poter vincere elezioni generali, dirette e con voto segreto, si inventa un meccanismo confezionato appositamente – prescindendo dal non avere la maggioranza – per disegnare un sistema politico che possa esercitare il controllo, il che è naturalmente la violazione di qualsiasi nozione di sovranità popolare e di democrazia, perché lo si sta imponendo alla maggioranza della popolazione. Si tratta di un meccanismo che corrisponde all’interesse del governo di mantenersi al potere e che non è espressione della sovranità popolare venezuelana.

L’obiettivo, quindi, è quello di cercare un sistema per rilegittimare il madurismo al potere, non quello della ricerca di una trattativa, o pace, o consenso, perché allora si sarebbe dovuto mettersi d’accordo su tutta una serie di cose e, ove si fosse pervenuti a trattare, allora convocare i cittadini, non invece tirar fuori una costituente convocata da un settore minoritario per imporla all’intera popolazione, che non può in alcun modo essere interpretata come dialogo. Questo non è dialogo, non è accordo, questo è imposizione.

Ritiene praticabile in questo momento, come propongono alcuni, inclusa la Procuratrice generale Luisa Ortega Diaz, applicare l’articolo 350?

L’applicazione dell’art.350 non è assolutamente un decreto. Non si tratta che qualcuno dica: “allora oggi si applichi il 350”. No, siamo in una situazione in cui il processo di crescente delegittimazione del governo, da un lato, e i livelli di scontro e di violenza da parte di settori estremisti della destra e della repressione governativa, dall’altro lato, ci stanno portando a una situazione che potrebbe anche sfociare nella rottura completa, non dico dell’ordine costituzionale, ma dell’intero sistema di vita sociale collettiva, che in materia di operatività della società, come gradatamente ci sta succedendo, interrompa le condizioni di riproduzione della vita sociale nei termini che conosciamo, la riproduzione del trasporto pubblico, dell’acquisto di beni alimentari, del recarsi a scuola e al lavoro, tutte cose che si stanno decomponendo di giorno in giorno sotto i nostri occhi. Non credo quindi che, a questo punto, quello dell’art. 350 sia il tema di dibattito giuridico costituzionale, ma che lo sia quanto sta accadendo, nella misura in cui la situazione si sta decomponendo fino a tali estremi. Che cosa succederà se fanno le elezioni il 30 luglio e partecipa solo il 10% della popolazione? Che conseguenze provocherebbero quei risultati? Che senso ha un governo che pretenda di trasformare il sistema politico, il disegno dello Stato, in base all’ammissione esplicita che una grandissima maggioranza della popolazione vi si oppone? Ci stiamo avvicinando a una situazione in cui l’ordine costituzionale sta smettendo di funzionare come tale.

Come interpreta il fatto che il governo abbia lasciato nelle mani dei militari il controllo dell’importazione, produzione e distribuzione dei generi alimentari?

Ovviamente, nella società venezuelana si è verificata, ma soprattutto si è accentuata negli ultimi tre o quattro anni, la militarizzazione della società. In questo momento ci troviamo di fronte al fatto che un terzo dei ministri sono militari, così come un’alta percentuale dei governatori. Una parte rilevante dei settori fondamentali in cui si è verificata la maggiore corruzione in questi anni, che si annida nei meccanismi di assegnazione delle divise, da un lato, e delle importazioni, dall’altro, sono stati nelle mani dei militari. Là c’è un problema molto serio dal punto di vista sia della corruzione amministrativa, sia della democrazia. Dal punto di vista della democrazia, vuol dire una società in cui si va imponendo una crescente cultura militare, antagonistica rispetto allo spirito della cultura della democrazia partecipativa, che si presume sia il senso di fondo del progetto bolivariano; questo, da un lato ma, dall’altro lato, vuol dire che esiste una crescente complicità e responsabilità nell’Alto comando militare e in importanti settori dell’Esercito che, in alcun modo, garantiscono al governo la forza fondamentale a suo sostegno che in questo momento, è appunto l’establishment militare.

Mi viene in mente che con questa manovra vogliano conservare il proprio inserimento, voglio dire nell’ipotesi che si verifichi un cambio di governo, non crede?

Da un lato, naturalmente tutto l’impegno che soprattutto Chávez ha rivolto all’Esercito, nel senso della formazione di nuove generazioni con un immaginario anti-elitario, popolare, ecc. ha provocato cambiamenti in seno alle Forze armate, facendo sì che in questa istituzione, dal punto di vista politico e ideologico, la maggior parte dei suoi membri sia oggi molto diversa da quello che era venti o trent’anni fa. Tuttavia, dall’altro lato, c’è il fatto che per gli alti comandi giochino i rilevanti interessi creatisi, ad esempio la difesa dei propri privilegi. Nei fatti, questo succede non solo con gli alti comandi militari, ma anche ai vertici del comando civile governativo, una delle ragioni per le quali c’è la disperata ricerca di frenare il cambiamento, qualora si presentasse. Si sa che, se avvenisse, vi sarebbero concrete possibilità di dovere affrontare processi, visto che potrebbero venire a galla imputazioni di corruzione e una quantità di cose che si conoscono, ancorché non vi siano meccanismi operativi né rapporti di forza che consentano di fare chiarezza. Se il governo perdesse le elezioni il prossimo anno, questo vorrebbe dire necessariamente che vi sarebbe da parte di altri settori la richiesta di una resa dei conti, che si vuole evitare.

Sembrerebbe essersi verificato uno sfaldamento graduale dello Stato, non le pare?

Nell’operare quotidiano di una parte notevole dello Stato c’è assoluta incapacità di gestione, vuoi per mancanza di risorse, di motivazione, per assenza di direzione, di gestione, in una situazione di crisi nel bel mezzo della quale nessuno sa che cosa accadrà. C’è perciò una sorta di speranza di riuscire ad afferrare il tutto. Lo Stato si è andato praticamente arrestando e tutto ciò fa sì che qualsiasi cosa abbia a che fare con questo sia molto più complicata, più lenta, più difficile, più marcia.

D’altro canto, c’è stata una trasformazione più profonda dal punto di vista della sfera istituzionale, perché il disconoscimento del Parlamento, o il modo in cui si reagisce di fronte alle posizioni assunte dalla Procuratrice della Repubblica sollecitando la Suprema Corte di Giustizia a nominare una commissione medica per indagare se sia realmente malata di mente, tutto fa parte della rottura del funzionamento dello Stato, che è strutturalmente disegnato in modo tale da avere attribuzioni diverse, con poteri distinti e autonomia di poteri; questo implica che possa esservi confronto o dissenso tra questi stessi poteri, ma non che vi possa essere un potere che si imponga sugli altri. Eppure, se un determinato potere avanza un’argomentazione in una direzione diversa, si dichiara chi lo fa malato di mente. Di fronte a ciò, evidentemente, ci troviamo in una situazione che esula completamente dalla normativa costituzionale, vale a dire dalle regole del gioco.

Verso dove porta il misconoscimento della Costituzione?

Apparteniamo a quella che abbiamo chiamato la Piattaforma Civica di Difesa della Costituzione, perché riteniamo che, in una situazione tanto gravida di tensioni e così complicata, oggi in Venezuela la Costituzione sia l’unica regola del gioco su cui contare, per cui dobbiamo rivendicarne il rispetto, in quanto l’alternativa al mancato rispetto della Costituzione è la violenza o la guerra. Questo, indipendentemente dalle posizioni politiche che si possano avere e ammettendo la possibilità che in futuro si possano verificare eventuali cambiamenti, perché nessuna Costituzione è eterna e perfetta. Per cui, in questo momento, il rispetto di queste regole del gioco condivise da tutti credo sia la condizione sine qua non per evitare la guerra.

Il Venezuela si sta trasformando in uno Stato poliziesco?

In questo momento l’incertezza è tale che ci troviamo a fare i conti con questo smantellamento dell’ordinamento giuridico costituzionale, e tali sono le divisioni presenti nella società, i livelli di polarizzazione degli interessi – per determinati settori da entrambe le parti – che spingono verso una soluzione violenta, che è davvero impossibile prevedere che cosa succederà.

Il massimo che si possa immaginare sono scenari eventuali, ma è anche difficile prevedere quale abbia maggiori probabilità. Potremmo stare andando verso un processo di progressiva disintegrazione della convivenza civile, che potrebbe portare, come fanno di solito questi processi, a un ordine militare, autoritario; o potremmo trovarci di fronte al fatto che il governo stesso, sulla base dei propri interessi, delinei un sistema giuridico il più possibile impenetrabile, per mantenersi al potere; potremmo trovarci di fonte livelli di violenza che crescano in modo tale da fornire l’alibi agli Stati Uniti, con il sostegno del governo colombiano, per l’eventuale intervento militare. Vale a dire che la gamma delle possibilità che si aprono  nel bel mezzo di questa disintegrazione è molto vasta, e ciascuna di esse è estremamente azzardata e rischiosa.

Sta forse prevedendo un’esplosione sociale in Venezuela?

Ti sembra poco quel che è avvenuto a Maracay? Non ti sembra un’esplosione sociale?

Va bene, professore, lei è un sociologo, uno scienziato, uno studioso della società; io sono solo un osservatore ai margini, un curioso, uno che guarda…

Già, già. In Venezuela, diversamente dal 1989, quando si verificò il cosiddetto “Caracazo” – che fu una sorta di esplosione simultanea, cominciata a Caracas e poi estesasi a buona parte delle principali città del paese – in questi ultimi due anni sono avvenuti lungo il paese piccoli “caracazos” a Cumaná, in Bolívar…; quello di Maracay, che colpì buona parte della rete di distribuzione dei prodotti alimentari, è espressione di questo: cominciano a verificarsi come conseguenza della decomposizione dello Stato, che parallelamente comporta la decomposizione del tessuto sociale, cosicché abbiamo in quei casi un misto tra gente che esce a protestare perché non trova di che mangiare, o perché non ha gas, ma scopriamo che ci sono anche mafie, una delinquenza più organizzata del resto della popolazione, che approfittano della situazione per assaltare negozi. In questi casi non si riesce a identificare chi sia il protagonista. Vi sono settori dell’estrema destra, che sono interessati; vi sono con assoluta certezza gruppi paramilitari colombiani, che operano finanziati da fuori; certamente ci sono proteste spontanee della gente; c’è tutto questo insieme. Ovviamente, quel che non può esserci è una spiegazione semplice che dica: questo è avvenuto per questo e questo corrisponde al gruppo tale.

Il presidente Maduro ha decretato la fine dell’era della rendita: è plausibile in un paese come il nostro, essenzialmente petroliero?

Maduro può decretare quel che vuole, a parole, ma nei fatti le decisioni che sono state prese, soprattutto l’apertura dell’Arco Minerario [dell’Orinoco], non stanno assolutamente ad indicare la fine del sistema della rendita, ma il suo approfondirsi, in quanto si sta sostituendo un sistema di rendita a un altro – quello petroliero con quello minerario. Oltretutto, per motivi politici, per ragioni ambientali, per l’equilibrio del pianeta ecc., è assolutamente indispensabile superare un’economia montata sul petrolio. in primo luogo pensando al pianeta.

Attualmente, le emissioni di gas a effetto serra sono arrivate a un tale livello che la temperatura globale del pianeta continua ad aumentare anno dopo anno. Nell’ultimo triennio le temperature sono state le più elevate di quelle di cui si sia tenuta la registrazione; ci stiamo pericolosamente avvicinando a una situazione di natura irreversibile di una serie di cambiamenti climatici catastrofici che mettono a rischio la preservazione della vita sul pianeta, e chi si pone l’esigenza del superamento della società capitalista deve necessariamente affrontare come asse assolutamente prioritario la costruzione di un altro fattore produttivo che non dipenda dall’emissione di gas a effetto serra.

La possibilità del superamento della rendita petrolifera non è, ovviamente, qualcosa che possa avvenire per decreto. Negli ultimi 17 anni di governo bolivariano, in cui si è parlato molto sul tema ambientale e sul superamento del sistema della rendita petrolifera, quello che tuttavia si è fatto è stato solo accentuare la dipendenza dalla rendita dello Stato venezuelano nel complesso della società venezuelana. Quando nel Piano della Patria ci si pone l’obiettivo di salvare il pianeta, viene fuori che c’è un altro obiettivo dello stesso livello ma che, in termini pratici, ha molte più implicazioni, in quanto si tratta di quelle che sono le politiche che concretamente si portano avanti, ad esempio quella di trasformare il Venezuela in una grande potenza energetica mondiale.

ll Piano della Patria contempla come primo obiettivo la sovranità alimentare e lo sradicamento della povertà in generale. È possibile, o si tratta semplicemente di buone intenzioni?

È chiaro che nei primi anni del governo bolivariano c’è stata una riduzione molto significativa dei livelli di povertà nel paese, ma dappertutto c’è la possibilità di politiche pubbliche che contribuiscano a ridurre la povertà. In questi momenti, come conseguenza, da un lato, del crollo dei prezzi del petrolio ma, dall’altro, come effetto del deterioramento del complesso della capacità produttiva del paese, sia industriale sia agricola, ci troviamo di fronte al fatto che lo Stato non è in grado di rispondere ai suoi doveri costituzionali rispetto ad impegni critici quali la sovranità alimentare, e il diritto della popolazione ad avere accesso al nutrimento non riesce ad essere soddisfatto perché lo Stato è incapace di amministrare, non ha abbastanza dollari, non c’è sufficiente produzione interna, e quindi la crisi che la società venezuelana sta vivendo è di gran lunga una crisi che va ben oltre la semplice congiuntura politica. Sul piano produttivo, è profonda e con ripercussioni di lunghissimo periodo: la ripresa della capacità produttiva del paese, per avere effettivamente sicurezza e autosufficienza alimentare essenziale, e il recupero di quello che è stato il deterioramento delle condizioni di vita intervenuto nell’ultimo triennio sono cose che prenderanno parecchio tempo.

Se il socialismo dà priorità all’elemento “comune”, vuol dire che con la nuova Costituzione socialista andremmo verso uno Stato comunale?

Il fatto dello Stato comunale è stato parte di un discorso e di tutta una richiesta di deleghe e di una quantità di strumenti, diciamo di leggi organiche, che sono state approvate, leggi dei consigli comunali e leggi delle comuni, del finanziamento del potere popolare, ecc.; ma finora, poiché non è cambiata la struttura produttiva di fondo del paese e la dipendenza dal petrolio continua ad essere non solo la stessa ma maggiore di prima, le politiche pubbliche hanno operato più come politiche redistributive che non come politiche di trasformazione del modello produttivo. Oggi, quella che è la produzione del settore comunale rispetto all’insieme dell’economia continua ad essere molto minoritaria, per cui passi in direzione di un modello produttivo comunale ci sono, ma molto lontani all’orizzonte.

Come terzo obiettivo dentro il Piano si contempla la protezione di bacini idrografici e ambienti naturali, il che ci porta all’Arco Minerario (AM). A cosa si deve che, essendo il chavismo – si presume – un movimento guidato dalla sensibilità sociale e in difesa degli interessi della patria, non vi sia una voce sensata che si levi in difesa della patria di fronte a questa madornale aggressione?

Questa è una domanda importante, perché in qualche modo ci riporta a come si muovono i partiti politici, come opera la logica del potere. Da parte mia, non mi limito a credere, ma mi incontro in vari luoghi con settori identificati con il chavismo che rispetto all’AM hanno posizioni molto critiche, anche se questo non è minimamente all’altezza della gravità di quel che c’è in ballo, che ha a che vedere con il modo in cui concepiamo il Venezuela del prossimo secolo: quelli infatti che si stanno rovinando sono i principali fiumi del paese, colpiti dall’AM. Siamo inoltre di fronte al fatto che c’è in gioco l’esistenza o meno di un importante gruppo di popoli indigeni venezuelani, il cui territorio sta venendo invaso dalla delimitazione dell’AM. AM occupa una parte rilevante dell’Amazonia, che costituisce una parte critica dei sistemi di regolazione ambientale planetari; mentre siamo di fronte a rischi cosi seri rispetto a tutto il cambiamento climatico globale, vediamo che il 70% dell’elettricità del paese si produce in invasi artificiali che stanno all’interno della delimitazione dell’AM; vediamo che l’apertura, cosi come è prevista, a un sistema economico speciale con un ruolo altrettanto speciale della forza armata di controllo, significa la possibilità di contratti a molto lunga scadenza che, anche con importanti cambiamenti di governo, sarebbe assai difficile o impossibile annullare.

Quel che c’è in gioco, allora, è il Venezuela che vogliamo e il Venezuela del futuro; perciò, a prescindere dall’intensità dello scontro politico, quello dell’AM non possiamo considerarlo un tema per dopo o un argomento secondario, perché le decisioni che si prendono avranno conseguenze a scadenza molto lunga. Per fortuna, il governo che sperava in fiumi di investimenti, perché sono molte le multinazionali minerarie interessate allo sfruttamento dell’AM, non li ha ancora trovati, visto che le imprese non vogliono rischiare, finché non potranno contare su un più solido terreno giuridico. Per il resto, tutta questa impalcatura si è costruita in violazione della Costituzione, della Legge Organica dei Popoli indigeni, della Legge Organica dell’ambiente, violando le leggi del lavoro, in condizioni eccezionali, per Decreto Presidenziale, senza consultare i Parlamento e, soprattutto, in condizioni di elevatissima precarietà giuridico-costituzionale; e poiché il recupero dell’investimento minerario non è a breve scadenza ma perlomeno a scadenza media, le imprese non stanno investendo come ci si aspettava. Uno dei miei personali timori è che tra gli obiettivi per cui è stata convocata l’ANC ci sia proprio quello di attribuirle questo peso giuridico, queste garanzie, questa sicurezza giuridica affinché le imprese si decidano veramente a investire, e questo sarebbe gravissimo.

Quale lettura merita la presunta collettivizzazione della società intorno a un pensiero unico?

Qualsiasi forma con la quale si pretenda imporre all’insieme della società un modo di organizzazione della vita collettiva calato dall’alto e non in quanto espressione di processi di dibattiti, di consenso nella costruzione collettiva, rivela solo tendenze autoritarie; è infatti impossibile decretare che una società, da un giorno all’altro, sia socialista, o debba essere cattolica, o debba essere quella determinata cosa. Le società contemporanee sono necessariamente plurali e diversificate, per cui qualunque forma di convivenza collettiva richiede di assumere come punto di partenza che esista questa realtà, che c’è questa diversificazione e che la costruzione dello spazio della vita collettiva non può avvenire se non attraverso il consenso, vale a dire: è possibile tramite negoziati in cui alcuni cedono su alcune cose e altri su altre. Se qualcuno si erge a custode della verità e pretende di imporre all’insieme della società il modo di organizzarsi, questo non può che produrre reazioni suscettibili di sfociare nella violenza.

Non posso non chiederle qualcosa sulla sua percezione del ruolo dei mezzi di comunicazione sull’attuale congiuntura.

Credo che i mezzi di comunicazione stiano giocando un ruolo atroce, in quanto non fanno altro che gettare, a tempo pieno, benzina sul fuoco. Mi sembra che non abbiano responsabilmente coscienza di ciò che si dice e che viene riprodotto e che, a partire dai media, si stia attivamente contribuendo a incrementare il clima di sfiducia nonché di odio esacerbato che si sta installando nella società: la visione dell’altro come nemico; sono cose che i mezzi di comunicazione stanno alimentando, e questo è particolarmente grave. Quando vi sono alcuni programmi televisivi in cui, viceversa, si propone la possibilità di dialogo, si intervistano persone con prospettive diverse, è un po’ come una boccata di ossigeno in una situazione che, dal punto di vista dei media, francamente appare asfissiante.

Traduzione di Titti Pierini

[i] A chi continua a presentare Maduro come se fosse un pilastro del socialismo, e considera “antichavista” e complice dell’imperialismo chiunque ne critichi le inverosimili forzature, raccomando di esplorare le molte decine di articoli sul Venezuela pubblicati sul sito: fin dall’inizio avevano appoggiato, sia pur con qualche cautela rispetto agli entusiasmi acritici di certi pezzi di sinistra, Hugo Chávez, e avevano segnalato da tempo le contraddizioni di Maduro: ad esempio (e scelgo quasi a caso) Guai alle Cassandre…, e Venezuela, una vittoria di Pirro?. Ma potrei rinviare al mio libro Il risveglio dell’America Latina, pubblicato da Alegre, e che dovrebbe tappare la bocca a chi vede agenti della CIA dovunque…

[ii] Edgardo Lander si è laureato in Sociologia all’Universidad Central de Venezuela, dove è docente in questa materia, ed è ricercatore associato del Transnational Institute. Lander, storico pensatore critico di sinistra e militante sociale e politico attivo, intervistato sull’ Assemblea Nazionale Costituente (ANC) promossa dal presidente Nicolás Maduro, afferma che si tratta di un meccanismo che corrisponde agli interessi del governo a “mantenersi al potere” e non all’espressione della sovranità del popolo venezuelano, come si è voluto far credere dalla propaganda ufficiale, per cui non si può assolutamente presentarla come “dialogo”. Si tratta di “un’imposizione”.

 

[iii] L’intervista è apparsa su “La Razón”, 11 luglio 2017

http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2824:le-voci-ignorate-dellopposizione-di-sinistra-a-maduro&catid=8:lamerica-latina&Itemid=16

1950-2017: Perché la Corea del Nord ha tutti i diritti di odiare gli USA

La Corea del Nord ha lanciato per la prima volta con successo un missile balistico intercontinentale (ICBM), un missile a lungo raggio con capacità nucleari. È uno sviluppo molto importante nel programma di armamenti del paese, che include missili a corto raggio in grado di colpire la Corea del Sud e il Giappone.

La capitale della Corea del Sud, Seoul, dista solo 60 chilometri dalla zona smilitarizzata che separa i due paesi. Se fosse attaccata dalla Corea del Nord, ci sarebbero decine di migliaia di morti. Ma mentre i media occidentali danno per lo più alla Corea del Nord e al presidente Kim Jong-un la colpa dell’accresciuta probabilità di guerra, le provocazioni del Nord sono il risultato – non la causa – dell’attuale crisi.

Il 7 luglio, alcuni giorni dopo il lancio dell’ICBM, gli USA, la Corea del Sud e il Giappone hanno dato una dimostrazione di forza aerea intesa a minacciare il presidente Kim. Bombardieri USA e della Corea del Sud hanno sganciato bombe inerti vicino al confine demilitarizzato tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, poi sono stati scortati indietro verso le basi da uno squadrone di aerei giapponesi.

L’11 luglio, per aumentare la pressione, gli USA hanno annunciato di aver simulato la distruzione di un ICBM. Gli USA hanno lanciato un intercettatore [del sistema] ‘Difesa d’area terminale ad alta quota’ (terminal high altitude area defence / THAAD) dall’Alaska. Questo sistema di difesa con missili a terra è il tipo di armamenti che gli USA hanno dispiegato da marzo nella Corea del Sud, con l’accordo dell’allora presidente Park Geun-hye, e che è direttamente mirato al Nord. La localizzazione della THAAD era impopolare nella Corea del Sud e con l’incarcerazione della presidente Park con l’accusa di corruzione, il nuovo presidente Moon Jae-in, a maggio ha sospeso la sua installazione.

Gli USA e la loro alleanza con la Corea del Sud sono di gran lunga le minacce più gravi. Ci sono circa 80.000 militari USA dislocati in permanenza nelle basi in tutta la Corea del Sud e nel Giappone. Negli ultimi anni, le esercitazioni militari USA centrate sulla Corea del Nord sono diventate più massicce e complesse. Solo tra gennaio e aprile ci sono state quattro esercitazioni militari di grande ampiezza, e a marzo gli USA hanno inviato una portaerei nucleare mentre l’esercito ha annunciato che installerà nella Corea del Sud un sistema permanente di attacco con droni.

STORIA DI AGGRESSIONI

Dietro il conflitto tra gli USA e la Corea del Nord c’è più di un secolo di occupazione coloniale e dominazione imperialista. Prima del 20° secolo, i governi della Cina e del Giappone si erano contesi il controllo della penisola coreana. Dopo avere sconfitto la Russia nella guerra del 1905, il Giappone fece della Corea una sua colonia, che sfruttò spietatamente con il sostegno di investitori USA [In cambio il Giappone accettava l’occupazione coloniale delle Filippine da parte degli USA. NdR]. Dopo la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, gli USA e la ex URSS – in precedenza alleati nella guerra – iniziarono la Guerra Fredda, con la Corea come iniziale terreno di scontro. La penisola fu divisa “temporaneamente”.

Nel 1950, le forze comuniste del Nord, appoggiate dall’URSS e dalla Cina, lanciarono un’offensiva allo scopo di riunificare la Corea. Gli USA risposero con una carneficina su larga scala. Con la copertura dell’autorità dell’ONU, gli USA utilizzarono il napalm per bombardare e incendiare tutte le città del Nord, riducendole a rovine. La strategia USA fu caratterizzata dal generale Douglas McArthur, comandante supremo delle forze USA del Pacifico e dell’Asia, come una ”guerra limitata”. Ma in questa ”guerra limitata”, gli aerei USA sganciarono più bombe e napalm sulla Corea che durante l’intera campagna del Pacifico nella Seconda Guerra Mondiale. La guerra finì in uno stallo, e causò oltre 2 milioni di morti civili.

Bruce Cumings, nel suo libro: Korea’s Place in the Sun: A Modern History, cita le osservazioni del corrispondente di guerra ungherese Tibor Meray, il quale disse che “le distruzioni e le orribili azioni commesse dagli Americani” superavano qualsiasi brutalità che potesse essere stata commessa dai Coreani delle due parti:

“Tutto ciò che si muoveva nella Corea del Nord era un obiettivo militare, i contadini nei campi erano spesso mitragliati dai piloti che, questa era la mia impressione, si divertivano a sparare sugli obiettivi che si muovevano … [Ho visto] una devastazione totale tra il fiume Yalu e la capitale [Pyongyang] … Ogni città era una collezione di camini. Non so perché le case erano crollate e i camini no, ma ho attraversato una città di 200.000 abitanti e ho visto migliaia di camini e questo – questo era tutto”.

Il corrispondente del New York Times, George Barrett, descrisse un paese totalmente distrutto da un bombardamento USA:

“Nell’intero paese e nei campi, gli abitanti furono colpiti e uccisi, e rimasero nella posizione che avevano quando il napalm colpì – un uomo che stava per salire sulla sua bicicletta, 50 ragazzi e ragazze che giocavano in un orfanatrofio, una casalinga, stranamente immacolata, che teneva in mano una pagina strappata da un catalogo Sears-Roebuck”.

Da allora gli USA hanno sempre continuato a minacciare il Nord, e tecnicamente sono ancora in guerra con il paese malgrado la firma dell’armistizio nel 1953. Dopo la guerra, la Corea del Sud è stata governata dai militari sostenuti dagli USA. Nel 1958, il presidente Eisenhower installò un arsenale nucleare – in violazione dell’armistizio che aveva posto fine alla guerra – incluse bombe che avevano un potenziale esplosivo maggiore della bomba usata su Hiroshima. Dopo oltre tre decenni di dittatura, il regime militare infine crollò sotto la spinta di un movimento democratico di massa sostenuto dalle lotte dei lavoratori.

L’arsenale nucleare è stato rimosso da George H.W. Bush nel 1991. Ma gli USA mantengono tuttora 12 basi militari nella Corea del Sud, concentrate soprattutto nel Nord e vicino al confine. Ci sono otto basi sparse nelle quattro maggiori isole del Giappone, e altre 13 a Okinawa l’isola più meridionale del Giappone e colonia USA fino al 1970. Anche Guam e Singapore ospitano una presenza militare USA. La basi nel Giappone permettono agli USA di proiettare la loro potenza navale nella regione e sono un terreno di esercitazione per operazioni militari nell’eventualità di una guerra con la Cina.

I dirigenti politici USA vedono la Corea del Nord come una sfida al loro dominio nella regione. Dietro la Corea del Nord, gli USA vedono la Cina come reale minaccia ai loro interessi. Gli USA perseguitano la Corea del Nord per mandare un segnale a Pechino.

La Corea del Nord è una dittatura stalinista pesantemente militarizzata che si regge su un’economia decrepita e una popolazione povera e affamata. Secondo l’agenzia statistica della Corea del Sud, il reddito pro capite della Corea del Nord era di 1.179 $ USA – meno del 5 per cento di quello della Corea del Sud. È uno dei paesi meno sviluppati dell’Asia orientale. Non è sempre stato così. Fino a metà degli anni 1970, era più avanti del Sud, ma il suo crescente impoverimento si è intensificato con il crollo dell’URSS nel 1991.

Dagli anni ‘90, la Corea del Nord è soggetta a croniche scarsità di cibo, di elettricità e di prodotti industriali. Da 800.000 a 2.400.000 persone sono morte per una carestia verso la fine degli anni 1990. Nel giugno 2015 ha subito la sua peggiore siccità da decenni e nel settembre 2016 estese inondazioni, che hanno danneggiato i raccolti. Le agenzie delle NU hanno stimato che fino al 60 per cento della popolazione, 15 milioni di persone, è in una condizione di insicurezza alimentare. [ La Corea del Nord] si è rivolta all’Occidente in cerca di aiuto per la ricostruzione economica, ma per decenni gli USA hanno risposto imponendo pesanti sanzioni.

Nel 1994, il presidente Bill Clinton accettò di levare l’embargo su commercio e credito, sviluppare un programma di energia nucleare civile e dare rifornimenti di petrolio in cambio dell’arresto dei programmi di armi nucleari da parte della Corea del Nord. Clinton ruppe tutte le sue promesse a parte la fornitura di petrolio e un po’ di cibo – ma le sue azioni hanno solo esacerbato la crisi economica. Il suo successore, George W Bush, ha rifiutato negoziati con la Corea del Nord e l’ha bollata come membro dell’”asse del male”, e segnata come obiettivo di cambio di regime da parte della Casa Bianca.

Nel 2013, il presidente Obama ha imposto altre sanzioni al Consiglio di Sicurezza delle NU in risposta al lancio di un satellite da parte del Nord – una risposta senza precedenti al programma spaziale di un paese. Obama ha anche diretto l’operazione di inasprimento delle sanzioni sui rapporti commerciali esteri con le banche della Corea del Nord e il commercio con tutti i paesi, restringendo il suo accesso al credito.

Queste sanzioni sono un’estensione della politica permanente delle NU di bloccare i prestiti alla Corea del Nord da parte delle maggiori istituzioni multilaterali. Gli USA, con il Giappone, hanno ripetutamente posto il veto alla domanda della Corea del Nord di aderire alla Banca Asiatica per lo Sviluppo, e la politica USA ha vietato alla Corea del Nord di diventare membro della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.

L’ambasciatrice di Obama all’ONU, Susan Rice, ha detto nel 2009 che voleva essere sicura che la Corea del Nord avrebbe “pagato un prezzo” per le sue prove nucleari. Il suo segretario alla difesa, Robert Gates, ha dichiarato nel 2010 che “tutte le opzioni sono sul tavolo” nel trattare con la Corea del Nord. Abbiamo udito questa frase ripetuta recentemente dal presidente Trump. All’inizio di aprile, Trump ha manifestato le sue intenzioni in una conversazione telefonica con il primo ministro giapponese, Shinzo Abe. “Gli Stati Uniti continueranno a rafforzare la loro capacità di deterrenza e difesa di sé stessi e dei propri alleati con tutta la gamma delle proprie capacità militari”, ha detto.

Questo è dunque il contesto dell’ aumento della pressione militare USA sulla Corea del Nord. La diffusione delle armi nucleari non è desiderabile. Ma la risposta USA alle prove missilistiche della Corea del Nord aumenta solo la probabilità della guerra. Le amministrazioni USA hanno continuato a schiacciare economicamente la Corea del Nord e a fare aumentare le minacce militari.

Il primo passo per ridurre il rischio di uno spaventoso conflitto, che potrebbe costare milioni di vite, sarebbe da parte degli Stati Uniti di rimuovere i propri militari e le proprie basi dalla Corea del Sud e dal Giappone, e le armi che tiene puntate contro la Corea del Nord da più di 60 anni.

KAYE BROADBENT

Traduzione di Gigi Viglino

Della Corea avevo parlato anche in una mia dispensa universitaria, mentre sul sito era apparso recentemente un articolo di Pierre Rousset: Rousset: STATO DI CRISI NEL NORD-EST ASIATICO . LA QUESTIONE COREANA (a.m.)

* Red Flag. 20 JULY 2017: https://redflag.org.au/node/5921

Europe solidaire Sans Frontières N. 41578

http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2825:1950-2017-perche-la-corea-del-nord-ha-tutti-i-diritti-di-odiare-gli-usa&catid=57:imperialismi&Itemid=73

Milano – LUMe sgomberato, ma non per questo piegato!

Pubblichiamo un contributo di Milano In Movimento relativo allo sgombero di LUMe, avvenuto nella mattinata del 25 luglio, e sulle iniziative di rilancio messe in campo dagli occupanti. Durante lo sgombero l’intera area universitaria è stata blindata, le forze dell’ordine hanno invaso il vicolo di Santa Caterina e forzato le porte dello stabile che ha ospitato per più di due anni un’esperienza politica, artistica e culturale unica nel suo genere. Nello stesso giorno, alle 16,30 in piazza San Nazaro, si è tenuta una partecipatissima assemblea pubblica, seguita da un presidio e da un concerto.

«Oh…svegliati e alza il culo dal letto…che stanno sgomberando LUMe!». Questi i toni perentori e sbrigativi di una delle tante telefonate della primissima mattinata di un caldo fine Luglio con cui si potrebbe iniziare il riassunto della giornata di ieri.

25 Luglio 2017: lo sgombero di LUMe.
Uno sgombero inatteso e proditorio: simile ad un pugno che ti arriva in faccia senza preavviso e che rischia di mandarti subito a tappeto.
E invece, se c’è una cosa chiara dopo la lunga giornata di ieri, è che a tappeto non ci è finito proprio nessuno!
Gli attivisti di LUMe, dopo al botta iniziale, circondati dalla solidarietà di tanti (Lambretta e ZAM in primis) si sono rimessi subito in piedi e rilanciato.
Partecipata l’assemblea aperta del pomeriggio.
Partecipatissima la serata musicale con la piazza che, col passare delle ore, si riempie quasi completamente.

Dicevamo del rilancio.
Si prevede un inizio di Settembre molto denso.
Si inizierà il primo del mese con un assedio culturale sotto Palazzo Marino.
Dal 6 Settembre invece riprenderà la socialità in Piazza San Nazaro, a pochi metri dallo stabile sgomberato.

Gli sgomberi estivi, triste tradizione di qualche decennio fa, sono tornati consuetudine.
Giusto per citarne alcuni basterebbe ricordare l’uno-due dell’Estate 2014: ZAM in Via Santa Croce sgomberato a fine Luglio e Lambretta sgomberato a fine Agosto.
Ma come non pensare anche allo sgombero di ZIP (uno dei pochi spazi, se non l’unico spazio interamente gestito da studenti medi in Europa) dell’anno scorso? Uno sgombero arrivato addirittura il 9 Agosto…a città semideserta.

LUMe nasce l’8 Aprile 2015 quando, un gruppo di studenti occupa uno spazio abbandonato da diversi anni in Vicolo Santa Caterina, a due passi dall’Università Statale di Via Festa del Perdono.
Viene occupata la mitica Osteria della Pergola, ma agli occupanti di svela lo spettacolo mozzafiato di uno spazio dall’altissimo valore artistico lasciato al totale degrado ed abbandono.
Lo scenario è molto simile a quello dell’occupazione di ZAM di Via Santa Croce. Lì, aprendo le finestre si vedeva la Chiesa di Sant’Eustorgio, qui si è di fianco alla Basilica di San Nazaro in Brolo.

Lo stabile di Vicolo Santa Caterina è un vero e proprio pezzo di storia della città di Milano tanto da comparire addirittura nel quattordicesimo capitolo dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, quando Renzo, reduce dai tumulti per il pane finisce a bere all’Osteria della Luna Piena:

«-Al pane, – disse Renzo, ad alta voce
e ridendo, – ci ha pensato la provvidenza. –
E tirato fuori il terzo e ultimo di que’ pani
raccolti sotto la croce di san Dionigi,
l’alzò per aria, gridando:
– ecco il pane della provvidenza!
All’esclamazione, molti si voltarono;
e vedendo quel trofeo in aria, uno gridò:
– viva il pane a buon mercato! …»

Una citazione letteraria che gli occupanti hanno deciso di onorare con uno bellissimo murales fuori dallo spazio occupato:

Nel 2015 iniziano subito i lavori di ristrutturazione e in pochissimo tempo nasce una vera e propria alchimia di quelle che ogni tanto (ma non sempre) si creano all’interno degli spazi sociali occupati e autogestiti. Un’alchimia che si emergeva chiaramente ieri nei tanti occhi lucidi di fronte alla celere schierata e agli operai che muravano lo stabile ponendo addirittura del filo spinato sul tetto per scoraggiare qualsiasi tentativo di occupazione.
L’incontro tra giovani attivisti con alle spalle un’esperienza militante da centro sociale, studenti universitari della Statale e non solo, artisti e musicisti crea un clima fecondo allo sviluppo di quello che si potrebbe definire un vero e proprio “popolo di LUMe” che anche ieri sera, nella dura giornata dello sgombero, e per di più a fine Luglio, si è schierato con calore a difesa del “suo” spazio.

Nel corso del 2015 LUMe cresce e si sviluppa e con l’attivazione di uno spazio sotterraneo per i concerti (che prende presto il nome di “cripta”) esplode l’esperienza delle serate jazz che ben presto si fanno un nome in tutta Milano e non solo.
Con esse il teatro e mille altre attività che adesso è difficile elencare per quante sono…

Dicevamo che ieri è arrivato lo sgombero.
Inatteso e giustificato in mille modi, l’uno meno convincente dell’altro…
Milano, per l’ennesima volta, non si dimostra capace di mettere a valore quelle esperienze che nascono e si sviluppano dal basso rifiutando con fierezza di farsi omologare dalle logiche di mercato che la fanno padrona nella nostra metropoli.

L’ordine e il decoro sono dunque ristabiliti!

Vicolo Santa Caterina tornerà all’abbandono come tanti altri stabili sgomberati in questi anni, primo tra tutti ZAM di Via Olgiati.

La piazza di ieri ha però dimostrato che LUMe non è vinto né piegato.

Ci si rivede presto!

Liberi Tutti Liberi Subito

Giovedì 27 luglio si svolgeranno dei presidi a Roma, Milano e Venezia, sotto l’ambasciata e i consolati tedeschi, per chiedere la liberazione delle compagne dei compagni arrestati ad Amburgo nel corso delle manifestazioni contro il G20. Le iniziative seguono quelle di Catania e Palermo, effettuate nelle scorse settimane davanti le Prefetture.

Appuntamenti

Roma ore 16, Ambasciata tedesca, via San Martino della Battaglia, 4

Milano ore 17, Consolato tedesco, via Solferino 40

Venezia ore 16, Consolato onorario di Germania, Fondamenta Condulmer 251

Lettera di Maria dal carcere di Amburgo

Riprendiamo da BellunoPiù una lettera di Maria dal carcere amburghese di Billwerder, indirizzata ai suoi compagni e compagne del Postaz di Feltre (BL) e scritta il 14 luglio. Maria è una delle compagne arrestate in seguito alle mobilitazioni avvenute ad Amburgo durante il G20 che, come gli altri 5 attivisti italiani, rimarrà nelle carceri tedesche almeno fino alla fine del prossimo mese, in attesa di giudizio. Giovedì 27 luglio si terranno a Roma, Milano e Venezia iniziative sotto le sedi diplomatiche tedesche per chiedere la liberazione di Maria, Fabio, Orazio, Alessandro, Emiliano e Riccardo.

Venerdì 14 Luglio 2017

Oggi 2 secoli fa il popolo in armi espugnava la Bastiglia, oggi coloro che festeggiano questa data fondatrice delle attuali democrazie innalzano nuove bastiglie ovunque.
Nessuno deve più stare qui dentro, mai più, è troppo per una persona sola.
Ci sono minorenni, donne incinte, donne con neonati e donne che dovrebbero stare in ospedale, tutte nelle stesse tute grigie.
So che state facendo tutto il possibile per tirarmi fuori e vi ringrazio, mi dispiace farvi stare in pensiero.
Ho qui il vostro telegramma. In realtà speravo di uscire oggi e di ringraziarvi a voce, invece sono di nuovo qui. Il ricorso non è stato accolto, ma sicuramente ne saprete già (più di quanto?) vi arriverà questa lettera.
Eravamo cinque nella stessa situazione qui nel mio braccio, le due tedesche sono uscite mercoledì, oggi è uscita la ragazza del Venezuela, però con una cauzione di 10000 euro.
Sì, diecimila.
Restiamo io ed una ragazza curda. È così forte lei, sempre positiva, nonostante abbia due fratelli morti combattendo in Kurdistan. L’unica cosa positiva qui sono le relazioni che si creano. Sono tutte così gentile, altruiste, tutte sono pronte a darti un abbraccio.
Per il resto non ho più illusioni su nulla.
L’altro giorno ci hanno fatto uscire in tre con la scusa di parlare con l’avvocato. In realtà volevano prelevarci il DNA. Bisogna aspettarsi sempre il peggio qui, e non è nella mia natura.
La prima prigione in cui ci avevano messi era un prefabbricato con queste stanzine di 10 metri quadri, eravamo in 5 lì dentro per 2 giorni senza niente, senza finestre, dovendo chiedere per bere e per andare in bagno con la guardia che ti sorvegliava. Praticamente senza mangiare.
Qui è un po’ meglio, almeno ho un letto e un bagno. Lo saprete già che sono finita dentro solo perché mi sono attardata ad aiutare una ragazza con un piede rotto. Rotto davvero, con l’osso fuori ed il piede attaccato solo per metà. Non credo che me lo toglierò mai dalla mente, insieme alla polizia che picchia a mani nude. E non credevo fosse possibile finire dentro per questo, per non aver fatto davvero nulla, anche se tutte qui sono dentro per cose da nulla, furti soprattutto.
Ragazzi, scrivete qualcosa su quello che sta succedendo per favore. Non state in silenzio. Se volete pubblicate quello che vi scrivo.
Non so nulla di Fabio invece, gli ho scritto e non mi ha risposto, dovrebbe essere nel mio stesso carcere. Se avete sue notizie scrivetemele, e scrivetemi comunque. Se potete mettetemi dentro un francobollo per rispondere. Io almeno fino a mercoledì sarò qui, e poi non lo so.
Vi voglio un sacco di bene, a tutti voi un abbraccio.
Spero di tornare presto.

Maria