30 settembre 1977 Walter Rossi un assassinio di stato

30 settembre 1977. Un gruppo di fascisti di Balduina e Monteverde usciti dalla sede del MSI di viale delle Medaglie d’oro, scortati da un blindato della polizia che gli fa da scudo, sparano indisturbati su un gruppo di giovani intenti a volantinare. Walter Rossi, 20 anni, compagno di Lotta Continua muore colpito da un proiettile alla nuca. La polizia presente in forze caricherà i compagni che tentano invano di soccorrerlo, consentendo la fuga degli assassini. Nessuna condanna per i colpevoli! Verità e giustizia mal si conciliano nella storia di questo paese, le stragi impunite d’altronde stanno lì a dimostrarlo…
Con l’assassino di Walter – Cristiano Fioravanti – si arriva al paradosso della concessione di misure premiali che gli consentono una vita comoda a spese della collettività.
Walter muore da antifascista, difendendo l’agibilità politica di tutti i democratici della Capitale che in centomila parteciperanno accanto al presidente partigiano Sandro Pertini ai suoi funerali.
Da allora fino ad oggi, il ricordo di Walter, così come la voglia di urlare la verità e le complicità sul suo omicidio, non sono mai scemati, ed ogni 30 settembre i suoi compagni ne hanno dato prova, ribadendo la volontà di non lasciare la memoria di Walter nelle mani di opportunisti e mistificatori.
30 settembre 2009. “Ignoti – riportano i giornali – gettano nella spazzatura la corona posta dal sindaco Alemanno sul monumento in memoria di Walter Rossi, sostituendola con quella a firma dei Compagni di Walter”. Nel comunicato, gli autori denunciano il tentativo del sindaco con la croce celtica al collo, di volersi appropriare della memoria del compagno ucciso a scopi propagandistici.
30 settembre 2010. Alcune decine di compagni occupano Piazza Walter Rossi, dove è atteso Alemanno per il comizio celebrativo e la rituale apposizione della corona; ma il Sindaco arriverà dopo molte ore, e solamente dopo lo scioglimento del presidio dei compagni, comparirà circondato dai funzionari comunali e lascerà immediatamente la piazza tra le contestazioni dei pochi compagni rimasti.
30 settembre 2011. La mobilitazione dei compagni di Walter è iniziata già da prima dell’estate. Le vie del quartiere, compresa quella dove abita il sindaco, sono tappezzate da manifesti che chiamano alla mobilitazione antifascista; sarà una 24 ore no-stop, con la piazza intitolata a Walter piena di compagni che terranno lontane le presenze indesiderate ed un folto corteo per le strade di Balduina e Monte Mario.
11 Marzo 2013  La lapide che ricorda la morte di Walter Rossi, ucciso a vent’anni in un agguato fascista il 30 settembre del 1977, versa nel più completo abbandono in via delle Medaglie d’Oro. Sono in corso i lavori per il rifacimento del marciapiede, ma la lapide è stata lasciata in mezzo alla strada tra ruspe e macerie, e non si sa bene quale fine farà.
26 settembre 2013 l’Assessore ai Lavori Pubblici, Alessio Cecera, hanno ultimato i lavori di manutenzione e riqualificazione della lapide commemorativa di Walter Rossi.  Col contributo di tutti i consiglieri del centrosinistra, hanno posizionato accanto alla lapide una pianta d’ulivo. Questo per dare un segno concreto di vicinanza da parte delle istituzioni in occasione della ricorrenza di questo tragico e barbaro omicidio, nel solco di un’azione politica volta a proseguire il lavoro di riappacificazione dopo gli Anni di Piombo che hanno segnato la storia del nostro paese. Walter Rossi è morto a soli vent’anni: la sua targa meritava di essere valorizzata, non lasciata nell’incuria e nell’abbandono di un parcheggio a Viale delle Medaglie d’Oro”.

575657_611474495561193_1755290010_n

29 settembre 1944 a Marzabotto la violenza nazista una strage di donne e bambini

LA STRAGE di Marzabotto del 29 settembre 1944 è stata senza alcun dubbio la più violenza mattanza messa a segno dai nazisti in Italia. Per ferocia e per numero di vittime. Nonostante la si sia sempre chiamata strage di Marzabotto, coinvolse numerosi paesi emiliani tra cui appunto quello che ha dato il nome alla strage.

La strage si fa risalire al maresciallo Albert Kesserling che ne fu mandante, mentre l’esecutore materiale si chiamava Walter Reder, maggiore delle SS soprannominato “il monco” perchè aveva lasciato l’avambraccio sinistro a Charkov, sul fronte orientale, racconta Arrigo Petacco sul portale della guerra di liberazione.

Reder arrivò in Emilia a fine settembre sulle tracce della brigata partigiana Stella Rossa. Per tre giorni, a Marzabotto, Grizzana e Vado di Monzuno, il maresciallo delle SS compì la più tremenda delle sue rappresaglie. In località Caviglia i nazisti irruppero nella chiesa dove don Ubaldo Marchioni aveva radunato i fedeli per recitare il rosario. Furono tutti sterminati a colpi di mitraglia e bombe a mano.

Nella frazione di Castellano fu uccisa una donna coi suoi sette figli, a Tagliadazza furono fucilati undici donne e otto bambini, a Caprara vennero rastrellati e uccisi 108 abitanti compresa l’intera famiglia di Antonio Tonelli (15 componenti di cui 10 bambini).

I nazisti misero a ferro e a fuoco l’intera Marzabotto distruggendo anche 800 appartamenti, una cartiera, un risificio, quindici strade, sette ponti, cinque scuole, undici cimiteri, nove chiese e cinque oratori. Infine, la morte nascosta: prima di andarsene Reder fece disseminare il territorio di mine che continuarono a uccidere fino al 1966 altre 55 persone. In totale, le vittime di Marzabotto, Grizzano e Vado di Monzuno furono 1.830.

 Fra i caduti, 95 avevano meno di sedici anni, 110 ne avevano meno di dieci, 22 meno di due anni, 8 di un anno e quindici meno di un anno. Il più giovane si chiamava Walter Cardi: era nato da due settimane. Dopo la liberazione Reder, che era riuscito a raggiungere la Baviera, fu catturato dagli americani. Estradato in Italia, fu processato dal tribunale militare di Bologna nel 1951 e condannato all’ergastolo. Dopo molti anni trascorsi nel carcere di Gaeta, fu graziato nel 1985 per intercessione del governo austriaco. Morì pochi anni dopo in Austria senza mai essere sfiorato dal rimorso.

Quello che segue è il testo di alcuni articoli e interviste su gli eccidi compiuti nell’area di Monte Sole nei comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana, conosciuti come ‘strage di Marzabotto’ ma che le recenti ricerche storiografiche indicano più correttamente come stragi di Monte Sole, messi a disposizione dal sito http://www.montesole.org dell’omonima fondazione, che ha come scopo “di promuovere iniziative di formazione ed educazione alla pace, alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, al rispetto dei diritti umani, per la convivenza pacifica tra popoli e culture diverse, per una società senza xenofobia, razzismo ed ogni altra violenza verso la persona umana ed il suo ambiente”. Autrici degli articoli e delle interviste sono Marzia Gigli e Maria Chiara Patuelli quando non diversamente indicato.

L’eccidio di Monte Sole non si configura come una rappresaglia bensì come un rastrellamento finalizzato al massacro. Esso si inserisce in una strategia ben più ampia applicata nel ’44 e nel ’45 dall’esercito nazista in Italia. Questa strategia mira a terrorizzare la popolazione civile, al fine di evitare la formazione di qualsiasi forma di resistenza o di disperdere gruppi di resistenza già formati (“dominazione del terrore”).

Caprara era il maggiore centro abitato del territorio. Fino alla fine dell’800 era stata sede del municipio e quindi di punto di riferimento di tutta l’area. Nel periodo che ci interessa, il municipio referente era a Marzabotto ma Caprara rimaneva un nucleo fondamentale di incontro tra le persone che abitavano questa zona: vi era l’osteria, lo spaccio e la tabaccheria; qui si tenevano le sagre e le feste di paese; vicino a caprara si trovava la fonte d’acqua più importante.

Angiolina Massa
Avevo 6 anni quando siamo andati ad abitare a Caprara. Là si stava bene, c’era un bel po’ di famiglie: c’era Caprara di Sopra e Caprara di sotto. Di sopra c’erano due contadine, c’eravamo noi che avevamo la tabaccheria e l’osteria e poi cerano altre 3 famiglie di operai; di sotto c’erano 2 famiglie di contadini e poi la casa del Marchese Beccadelli, dove veniva d’estate e tutte le volete che andava a caccia col figlio e i contadini. Erano due persone gentilissime. Insieme a Zanini e alla curia erano i proprietari di tutta la zona di Monte Sole. Poi c’era la famiglia del custode di Beccatelli che aveva 6 figli. Insomma c’era un po’ di compagnia, un po’ di gente. Si stava bene, a me piaceva tanto, io dico che i miei anni migliori li ho passati lassù… Avevamo una tabaccheria, osteria. D’inverno i contadini erano tutti lì. Tutto il circondario era lì, gli piaceva giocare a Quadriglia, a Massino poi. Quando nevicava, cosa facevano? Se non c’era la neve erano nel bosco a tagliare legna ma quando c’era la neve erano sempre lì dentro da noi. C’è quella scala che se ne vede ancora un pezzetto, era una scala che andava su nelle camere: io compio gli anni in gennaio, se sapeste le corse che ho dovuto fare su per quella scala perché mi tiravano tutti le orecchie… delle volate su per quella scala perché lì, tiravano forte davvero. Si stava bene , era come se fossimo tutta una famiglia… Noi vendevamo lo zucchero, pasta poca perché se la facevano in casa, un po’ di maccheroni… olio, sale, petrolio e poi il carburo quando uscirono gli impianti (per illuminare). Poi i contadini facevano le ordinazioni a mio padre: mi porti la forca, il badile o le zappe e le donne portami l’ago o il filo o il cotone. A volete ne teneva anche lì in negozio ma quando arrivava la finanza erano dolori, bisognava darci il salame e io dicevo: “Ma babbo! mi piace anche a me il salame!!” La finanza veniva sempre a fare i controlli, su al Poggio di Monte Sole ho ancora la bilancia con tutti i timbri, veniva controllata perché doveva pesare giusto… 

A Caprara vivevano normalmente, secondo le testimonianze, circa una cinquantina di famiglie. Tra il ’43 e il ’45, però, il paese aveva visto la propria popolazione aumentare a causa dell’arrivo dei rifugiati da Bologna (gli sfollati). Moltissime persone infatti lasciavano Bologna, sempre più pericolosa a causa dei bombardamenti alleati, per trasferirsi, presso familiari o amici, in zone di campagna, ritenute più sicure e protette.
Il 29 settembre quindi, i primi plotoni di nazisti trovano molte persone a Caprara.

Gilberto Fabbri, quando dagli enormi falò delle case per tutto l’orizzonte, e dagli spari, capì che i nazifascisti si avvicinavano, decise, la mattina del 29 settembre, di cercare scampo a Caprara.
Questo è quello che racconta Gilberto Fabbri (14 anni):
Vi trovai già rifugiate una cinquantina di persone, tutte donne, ragazze e bambini. Passammo parecchie ore di paurosa attesa; il terrore ci toglieva anche la parola, molte donne piangevano e singhiozzavano buttate in terra, con i figli stretti tra le braccia.
Alle quindici, in noi quasi s’era fatto un po’ di speranza che non ci avrebbero scoperto, e qualche timida parola si sentiva mormorare sotto voce, quando arrivarono tre nazisti, mascherati da teli mimetici e con gli elmetti ricoperti di foglie. Ci ingiunsero di uscire dal ricovero e ci stiparono tutti nella cucina nella casa di Caprara, di cui sbarrarono le porte lasciando aperta solo una finestra, attraverso la quale, subito dopo, scagliarono quattro bombe a mano di quelle col manico, e una grossa granata di colore rosso. L’esplosione fu tremenda e coprì il grande urlo di tutti, poi un fumo denso si stese sui cadaveri dilaniati. Un acuto dolore mi tormentava alle gambe, ma riuscii egualmente a saltare dalla finestra e nascondermi in mezzo a un cespuglio, distante tre o quattro metri.
Vidi i tre nazisti aprire la porta della casa e piazzare una mitraglia. Volsi il capo inorridito, e dall’altra parte mi apparvero due donne che scappavano affannosamente attraverso il campo. Sentii degli spari e le due donne caddero una a breve e distanza dell’altra.
Dopo circa un quarto d’ora, sempre rintanato nel cespuglio, vicinissimi a me furono sparati molti colpi e raffiche che si confusero con le urla strazianti delle donne e dei bambini ancora vivi nella cucina. Poi fu il silenzio. (Testimonianza tratta da Renato Giorgi, Marzabotto parla) 

Ecco cosa racconta Salvina Astrali, che ha perso a Caprara 8 familiari:
Quando abbiamo sentito le cannonate, abbiamo deciso di trasferirci da Villa D’Ignano a Caprara perché mia madre si sentiva più sicura là. Abbiamo attaccato le mucche al biroccio e siamo partiti e con noi sono partite anche altre 4 famiglie. Siamo arrivati a Caprara la sera prima del rastrellamento. Io mi sono salvata perché la stessa sera dissi con mia madre: ” Abbiamo lasciato alla Villa tutte le bestie, tutte le mucche, vado là a recuperarle.” Sono partita con le mie amiche e sono tornata alla Villa. Mentre eravamo per strada abbiamo incontrato mio padre che disse “Bambine tornate indietro perché c’è il rastrellamento anche a Caprara. Tua madre mi ha mandato via perchè dice che alle donne e ai bambini non fanno niente, gli uomini li prendono su e li portano in Germania”. Siamo tornate indietro, passando per Tura dove c’era un covo dei partigiani ed Ettore (NdR Ettore Benassi, partigiano della Stella Rossa) mi disse: “Ma dove andate?” Raccontammo tutto e lui disse “Restate qui”. Il giorno dopo arrivarono le mie due sorelle…chi le riconosceva più dal gran che erano messe bene…….Tutte piene di sangue, carne, avevano un po’ di tutto addosso. Una aveva preso una gran bruciata negli occhi, non ci vedeva, l’altra aveva due cannonate proprio nel sedere, due buchi che ci entravano due pugni dentro….Che vita che hanno fatto ad arrivare lì a Tura….Quella che non ci vedeva portava l’altra che non poteva camminare sulle spalle e quella sulle spalle guidava la sorella che non ci vedeva. C’era molta gente e quando sentirono il racconto delle mie sorelle e che a Caprara erano morti tutti e non ci era rimasto più nessuno, scapparono tutti via, avevano tutti paura. Tutti scappati tranne il dottore che ci disse “Ho ancora solo una puntura, se conta questa, bene, altrimenti non so proprio come posso salvarla, tua sorella”. Sarà contata quella e le nostre cure con acqua e sale, siamo riusciti a salvarla.
Raccontarono che si erano salvate perché si era ribaltata una vetrina ed erano rimaste dietro questa vetrina. Mi hanno raccontato che sentivano urlare, c’erano tanti bimbi, è per questo che se ne sono salvate pochi e la mitragliatrice sopra la finestra sparava; quando sono morti tutti i piccoli, le persone che erano rimaste vive sono scappate. Loro hanno sentito che fuori c’era delle gente che parlava anche in italiano. Quelli che sparavano non erano tutti tedeschi, c’erano anche degli italiani, i repubblichini.
A Caprara ho perso la mamma e tre sorelle e dalla parte di mio marito, sette cognati e la suocera, la famiglia Iubini. Si è salvato solo mio marito perché era in Germania. Mio suocero non si mai fatto intervistare, teneva il dolore dentro di sé e basta. Uno degli 8 figli aveva solo 20 giorni e mio suocero (suo padre) ha trovato solo le penne della cuscina; un altro grande lo trovò a cavalcioni della finestra con un maiale che gli mangiava la testa….
Io dovevo accudire le mie sorelle e mio padre che erano tutti feriti e non tornai a Caprara. Avevo 14 anni. Nessuno di noi tornò a Caprara, sapevamo che erano tutti morti.

Gastone Sgargi, partigiano della Stella Rossa, passa da Caprara, il pomeriggio del 29 settembre. Questo è il suo racconto:
Quando arrivammo giù a Caprara in questo grande cortile la cosa più orrenda erano le grida degli uomini, delle donne, dei bambini che avevano ammazzato. Uno spettacolo… indescrivibile: il bestiame mezzo bruciato che faceva gli urli… una cosa, una cosa… quella rimarrà sempre impressa, comunque sia, rimarrà sempre impressa. E’ stata una cosa veramente… un eccidio, nel vero senso del termine. Ho visto dei bambini, squartati là… no, no, no! Questa è stata una cosa che ha lasciato una traccia credo in ciascuno di noi e la lascerà per sempre perché la guerra è una cosa, si combatte lealmente, tu da una parte io dall’altra ma andare a trascinare dei poveri inermi, dei bambini, delle donne in una macelleria di quel genere lì, è stata una cosa veramente orrenda. Degli urli, degli strazi, questa gente che correva, faceva sangue, non sapeva da che parte… E’ stato uno spettacolo incredibile. Se uno non lo vede, non può crederlo, non si riesce a descriverla… una cosa così… non si riesce.

La chiesa di Santa Maria Assunta di Casaglia era la chiesa più importante di tutta la zona ed il punto di riferimento per tutti i fedeli che abitavano l’area di Monte Sole.
Il 29 settembre, moltissime persone, quando si rendono conto di cosa sta succedendo, fugge da molte localit e case limitrofe verso la Chiesa di Casaglia. Sono solo donne, bambini e persone anziane. Gli uomini adulti si nascondono nei boschi. Ad attendere in chiesa c’è il parroco Don Ubaldo Marchioni che inizia con loro a pregare e recitare il rosario.

Ecco cosa racconta Cornelia Paselli (18 anni), sopravvissuta alla strage, che perde la madre e due fratellini:
Noi scappammo di gran corsa a questa chiesa che era la parrocchia di Casaglia. Come arrivammo su alla chiesa ci trovammo cento persone perché tutti erano fuggiti lì perché pensavano nessuno avrebbe fatto del male e nemmeno incendiato la chiesa. Ci sentivamo al sicuro. Difatti andammo dentro e poi arrivò anche il prete e disse: “Diciamo il rosario perché c’è pericolo, preghiamo”, ma nessuno riusciva a pregare perché ci era venuta una grande angustia. Aspettammo aspettammo, sempre con una gran paura addosso, poi d’un tratto sentimmo bussare alla porta, erano i tedeschi delle SS.
Cominciarono a urlare: “Tutti fuori, tutti fuori!!” e poi parlarono con il prete: “Accompagni tutta questa gente a Cà Dizzola”. Allora io a sentire così pensai: “Appena sono nel bosco, mi nascondo”, proprio pensai subito di nascondermi da questo pericolo. Intanto che ci incamminiamo, all’incrocio che va giù a Cerpiano, arrivò un’altra squadra di tedeschi. Appena ci videro fecero degli urli: “Alt Alt Alt!”.
Intanto un ufficiale diede l’ordine di abbattere il cancello del cimitero. Allora io, vedendo quella scena, dissi a mia madre:” Mamma, vedi lì c’è la nostra fine” io vidi già la scena, la fine. Poi presero il prete con loro e piazzarono un tedesco di fronte a noi con la mitragliatrice; dovevamo aspettare la risposta perché il prete aveva detto: “I vostri camerati hanno detto di andare a Cà Dizzola”. Aspettammo lì quasi una mezz’ora, pioveva e poi arrivò un tedesco a dare l’ordine. Cominciò a dire: “Raus raus!”, io chiesi: ” Come?” E lui: “Avanti avanti!”, in malo modo con arroganza.
Io ero in mezzo al gruppo ed entrando in mezzo al cancello del cimitero, pensavo…pensavo a tante cose, che non riuscivo a fare un pensiero nitido, volevo scappare , volevo buttarmi, l’ultima cosa da potermi salvare, ma non ci riuscivo, sembrava che il cervello scoppiasse, allora spingevo spingevo perché volevo stare in mezzo al gruppo, mi sentivo un po’ protetta e invece finii contro il muro proprio sull’esterno nella parte sinistra e lì non riuscivo neanche a fare un passo, poi davanti a me avevo il tedesco che piazzò la mitragliatrice proprio dalla mia parte, di fronte.

 Vedevo tutto, sentivo tutto, vidi che caricava la mitragliatrice con il nastro di proiettili e io rimanevo lì dritta così e volevo sempre spingere, non ci riuscivo. D’un tratto sentii un colpo talmente forte, talmente forte, non sapevo cos’era. Possibile la mitragliatrice? Ma come è pesante per fare un…poi veniva giù l’intonaco, poi capii che era una bomba a mano, era stata una grande esplosione. Questa bomba mi fece fare un salto, una capriola che mi portò proprio nel centro della gente, del gruppo ma con la testa conficcata a terra e la gambe per aria. E lì cominciai a sentire tutto il sangue addosso degli altri, e dicevo: “Dio! Tutto…”., mi colava sulla faccia, dappertutto e pensai questo è il sangue dei feriti, poi per un attimo ebbi la paura che fosse il mio e lì svenni.

Dicevo, pensai, se sono stata colpita e non ho sentito il dolore? Proprio mi feci questa domanda e lì svenni. Mi accorsi che ero svenuta perchè dopo tanto tempo sentivo delle voci lontane, lontane invece era mia madre che mi chiamava: “Cornelia, Cornelia…” e io stavo zitta dalla paura e lei insisteva: “Sei ancora viva?”, “Sì mamma, stai zitta per carità”. Tutti piangevano, una quando sentì la mia voce, mi disse, vienmi ad aiutare ti prego, mi manca la mano….La mamma disse: “Non sto più in piedi, mi hanno mitragliato tutte le gambe”, non stava più in piedi. E poi disse: “Gigi e la Maria sono già andati……”. Invece mi sorella, mia sorella urlava, aveva 15 anni diceva: “La mia testa, la mia testa!”, aveva avuto una esplosione vicina, vicina che aveva ucciso un donna e lei era convinta di avere la testa spaccata.
Io riuscivo a camminare ma mi ci è voluto a tirarmi fuori perché avevo tutti i corpi addosso, ma dovevo aiutare mia madre. Lei non si lamentava e io le dicevo: “Adesso mi tiro su e ti vengo ad aiutare”. Sono stata lì dalle 9 alle 4 del pomeriggio, poi quando ho visto che i tedeschi se ne erano andati, c’era un bambino in piedi che guardava e diceva: “Non c’è nessuno, non ci sono più, scappate”! Allora per prima scappò la Lucia Sabbioni, poi altre 2 o 3. La Lucia era molto ferita e la portavano in spalla. Mi alzai su, trascinai mia madre vicino al muretto, le feci un laccio nella coscia perché sanguinava tutta, e la adagiai vicino al muretto. “Mamma adesso corro a Cerpiano che vado a cercare aiuto, e ti portiamo a Bologna al Rizzoli, là fanno le gambe nuove”, cercavo di consolarla e lei poverina era paziente. Lì rimase mia sorella e mia cugina. Appena fuori, era tutto scoperto e si vedeva Cerpiano benissimo, allora, anche l’oratorio.
Sul gradino dell’oratorio c’era un tedesco di guardia e da dentro si sentivano delle urla, delle grida… e io capii che anche là era successo uguale. Quando vidi così cominciai a scappare nel bosco e finii a Gardelletta, sempre per cercare qualcuno, non c’era un’anima.
Un tedesco di guardia non mi vide. Andai verso la ferrovia, passai dalla nostra casa ma non ebbi il coraggio di andare dentro, la guardai così e mi dissi: “Cosa ci vado a fare?, non c’è nessuno”. Allora pensai di andare su dai contadini, perché noi avevamo una pecorina, mio padre nello sfollare l’aveva lasciata lì da loro.
Quando arrivai su, era vicino a casa nostra, trovai i contadini morti nell’aia, poi mi guardai attorno, vidi la pecorina sgozzata, tutta piena di sangue e lì rimasi talmente male, avvilita, mortificata che cominciai a piangere, piangere perché fino ad allora non ero riuscita a piangere. Vedendo la pecorina, capii che era finito tutto. Andai giù singhiozzando, per me era già morto tutto. Arrivai a Casa veneziani ed erano tutti morti anche lì

Il racconto di Lidia Pirini(17 anni):
Era il 29 settembre, alle nove del mattino. Alla notizia dell’arrivo dei tedeschi, avevo preferito fuggire a Casaglia, sembrandomi Cerpiano luogo meno sicuro. Abbandonai così i miei familiari, e non ero con loro quando li assassinarono. Mia madre e una sorella di dodici anni, otto cugini e quattro zie, furono massacrati il 29 e 30 settembre in Cerpiano. Il 29 li ferirono soltanto, il 30 i nazisti tornarono a finirli.
Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perché si sentivano gli spari e si vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove correre e cosa fare. Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, piena per metà, e don Mar-chioni cominciò a recitare il rosario. Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell’altare: allora non me ne accorsi e adesso riferisco solo quanto ricordo.
Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia. Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire e ci misero in mezzo a loro e ci condussero al cimitero: dovettero scardinare il cancello con i fucili perché non riuscirono ad aprirlo.
Ci ammucchiarono contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro si erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira. Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare. Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta.
Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c’erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perché la testa restava fuori. Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre più. Mi avevano scheggiato l’osso e non sono mai più riuscita a guarire bene, anche dopo mesi e anni di cura.
Venne la sera, venne la notte, io stavo sempre là sotto, senza rischiare a gridare o lamentarmi, perché avevo paura, anche se il dolore alla coscia si era fatto insopportabile e non riuscivo più a respirare per quelli che mi stavano addosso. Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti.
Così passò la notte e quasi tutto il giorno 30. Sul tardo pomeriggio arrivò finalmente un uomo a cercare i familiari: li trovò tutti massacrati e anche una parente ferita che trasportò fuori dal mucchio dei cadaveri. Lo chiamai e mi venne vicino: «Tutti morti — mi disse — moglie e figli tutti morti!». Mi dimenticai di chiedergli che mi tirasse fuori dalla mia posizione, né a lui venne in mento di farlo. Lo pregai però di tornare ad aiutarmi dopo aver soccorso la sua parente; me lo promise, purché non avesse avvertito la presenza dei nazisti. Così se ne andò e io stetti ad aspettare. Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e pian piano mi allontanai dal cimitero
.  (testimonianza tratta da Renato Giorgi, Marzabotto parla)

Il racconto di Lucia Sabbioni (18 anni), che a Casaglia perde 5 familiari:
Bussarono alla porta ed entrarono in chiesa.
Mi girai a guardarli: avevano intorno alla vita una fascia di proiettili. Si avvicinarono all’altare e Don Ubaldo smise di pregare e si mise a parlare con loro. Io non capivo, li guardavo e vidi che avevano facce truci che non lasciavano alcuna speranza. L’unica parola che intesi fu kaput: quella parola la conoscevo bene, perché mio padre, avendo lavorato per tre anni in Germania, aveva imparato un po’ di tedesco e quando si arrabbiava con noi, la pronunciava. Il significato era: Ti ammazzo!
Ci obbligarono ad uscire. Ero già sulla porta, mi voltai e vidi Vittoria di Cà Baguzzi, una bella ragazza paralitica su una sedia. Io la conoscevo bene: molte volte andavo a prendere la ricotta – la faceva lei personalmente – e ai veglioni dei Nanni: era una gran bella famiglia. I tedeschi la costringevano a camminare, spingendola con la canna del fucile e gridando: Raus! Raus! Lei rispondeva disperata: Non vedete che sono malata? Poi, stramazzò a terra. Dalla piazza, ho sentito altri spari provenire dalla chiesa. La gente urlava disperata, mentre i tedeschi ci osservavano e tenevano sotto controllo. Circondati, ci ordinarono di proseguire verso il cimitero.
Dio mio, non c’e più scampo, moriremo tutti!
E, guardando le loro facce, perdevo ogni speranza. Arrivati davanti al cimitero ci intimarono l’alt e, non riuscendo ad aprire il cancello, due soldati lo mitragliarono. Ci ordinarono di entrare, sentii pronunciare ancora quella parola: Kaput! Cercai invano di trovare un modo per fuggire, ma non m’azzardai. Dissi a mia madre: Vieni qua in fondo, vicino alla cappella! Intanto, vidi due militari entrare: uno con una grossa mitraglia col treppiedi e l’altro con un fucile mitragliatore. Piazzarono le armi accanto al muro del cimitero, dalla parte sinistra. Altri entrarono, tenendo in mano delle bombe, ed ebbe inizio la carneficina: urla strazianti; pianti; la mitraglia che sparava di continuo e le bombe che scoppiavano; il fumo che ci soffocava; pezzi di carne – braccine, manine, testine – che saltavano in aria.
Gridai: Mamma, dov’e la Gianna, dove siete? Nessuna risposta. Avevo in braccio la mia sorellina Irene: non gridava più, era morta. Deliravo: Ora mi alzo e vado a picchiarli! Poi, ancora fra me e me: Se mi alzo vengo uccisa, quella mitraglia non cessa mai di sparare! Le grida cominciarono ad affievolirsi e cominciai a sentire quell’odore di sangue. Guardai Vittoria agonizzante che stava esalando gli ultimi respiri. Tutt’attorno, teste mozze e resti umani. La mia sorellina venne colpita in faccia, le mancava mezzo braccio e il visino, senza occhi, era ridotto a una poltiglia. Non riuscivo più a vedere le facce feroci dei due tedeschi che continuavano a caricare la mitragliatrice: la moglie del calzolaio di Gardelletta, Cleofe, una donna robusta che si reggeva sulle stampelle, mi era caduta addosso e un pezzo di gamba era caduto sul corpicino di mia sorella. Sentii ancora qualche flebile lamento e svenni.
Quando rinvenni, dicevo tra me e me: Ma io sono viva o morta? E se mi seppelliscono viva? Mi toccavo, da ogni parte e non facevo che togliermi di dosso resti umani intrisi di sangue. Pensavo fossero miei: Non è possibile: sono ferita, sono imbottita di sangue e no non sono morta! Piangevo e mi venne in mente Bertino: Dove sarà? se vedesse in che stato sono! Intanto, il silenzio si fece ancor più cupo e quell’odore di morte nauseante si fece ancora più forte. La mitragliatrice aveva smesso di sparare e, allora, cercai di muovermi. Sentii un dolore lancinante alla gamba sinistra e rimasi lì, aspettando la sepoltura.
Ad un tratto, sento una voce di bimbo: I tedeschi se ne sono andati, ma c’e ancora qualcuno vivo? Era il figlio di Tonelli, il quale gridava: Dite qualcosa! Siete tutti morti? Se qualcuno è ancora vivo, dica qualcosa!
Lo guardai e risposi: Sono ferita, ma sono viva, credo…
Altre voci gridarono: Sono viva! Ma come scappare di lì? Il bambino andò a vedere fuori dal cancello: non c’era più nessuno, almeno per il momento. Due ragazzine si alzarono per andarsene: le conoscevo, erano di Vado, e le vedevo quando c’era la festa in paese. Dissi loro: Aspettate, vengo con voi! Feci per alzarmi, ma ricaddi: non riuscivo a reggermi, il dolore era troppo forte. Gridai: Sono ferita, non cammino: aiutatemi! Ma risposero: Non possiamo, abbiamo fretta! Continuai a urlare: Non potete lasciarmi qui, mi seppelliscono viva! Ho paura, ho paura! E Vittoria, una delle due: Va bene, provo a prenderti in spalla. Stringimi al collo! Davanti al cancello mi lasciò un attimo, per sistemarmi meglio. Fu allora che vidi mia madre rivolta bocconi con la testa spaccata in due, i capelli sciolti intrisi di sangue. Vittoria mi faceva fretta, ma io chiesi un attimo per vedere come avevano ridotta la mia Gianna: la vidi – la riconobbi dal vestitino – riversa, irriconoscibile, anche se sembrava dare ancora qualche segno di vita.
Il bambino dei Tonelli non volle venire. Disse: Resto qui, vicino alla mamma, finché papà non verrà a prendermi.
  (Testimonianza tratta da Lucia Sabbioni, Il diario del perdono e della rabbia)

Ed ecco quanto pubblica il n. 243 del Resto del Carlino di mercoledì 11 ottobre 1944, anno XXII dell’Era Fascista, nella cronaca di Bologna:

«Le solite voci incontrollate, prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra, assicuravano fino a ieri che nel corso di una operazione di polizia contro una banda di fuorilegge ben centocinquanta fra donne, vecchi e bambini, erano stati fucilati da truppe germaniche di rastrellamento nel comune di Marzabotto. Siamo in grado di smentire queste macabre voci e il fatto da esse propalato. Alla smentita ufficiale si aggiunge la constatazione compiuta durante un apposito sopralluogo. È vero che nella zona di Marzabotto è stata eseguita una operazione di polizia contro un nucleo di ribelli, il quale ha subito forti perdite anche nelle persone di pericolosi capibanda, ma fortunatamente non è affatto vero che il rastrellamento abbia prodotto la decimazione e il sacrificio di ben centocinquanta elementi civili. Siamo dunque di fronte a una manovra dei soliti incoscienti, destinata a cadere nel ridicolo perché chiunque avesse voluto interpellare un qualsiasi onesto abitante di Marzabotto o, quanto meno, qualche persona reduce da quei luoghi, avrebbe appreso l’autentica versione dei fatti».

ibambini

Sono i bambini che hanno sperimentato lo stupore della vita nel grembo delle mamme e con loro hanno vissuto lo stesso martirio.

Sono i bambini che si sono nutriti dell’amore delle loro famiglie e del profumo della nostra terra, soltanto per pochi giorni, per pochi mesi.

Sono i bambini che, appena adolescenti, sono morti guardando negli occhi i loro carnefici e , impotenti, hanno subito umiliazioni e violenze.

Sono i bambini sopravvissuti ai bombardamenti, agli eccidi e alle deportazioni dei loro familiari.

Sono i bambini che, insieme ai familiari superstiti, sono fuggiti dai loro casolari, borghi e paesi, dopo che le loro case erano state depredate, la stalle svuotate e i campi minati.

Sono i bambini che hanno sopportato la fame, il freddo, le malattie, i lunghi percorsi a piedi,  attraversando fiumi , boschi, montagne, con la speranza di essere accolti nei Centri Profughi,nelle stalle , nei fienili , in qualche casa o in qualche Chiesa.

Sono i bambini che, alla fine della guerra, in attesa della ricostruzione delle loro case
e di un lavoro retribuito per  i propri familiari ,  sono stati affidati a parenti, amici e a persone estranee, vivendo  la dolorosa esperienza del distacco dalla propria famiglia

Sono i bambini sopravvissuti al trionfo del Male, perché sono stati  accolti e amati da tante persone, con assoluta gratuità.

Sono i bambini che sono stati capaci di sperare in un mondo migliore e di lottare, quotidianamente, per la sua realizzazione.

DEDICATO ai  BAMBINI DEL ’44, che non sono sopravvissuti

Testimonianza di Bruno Zebri

Quando rivolgo un pensiero a mio padre Pietro, mancato da pochi mesi, mi ritorna alla mente il suo dolore, un rimorso che lo ha accompagnato fino alla morte.
Un pomeriggio a Colulla di Sopra, Pietro e suo padre, appena videro arrivare le SS, cercarono di fuggire nel bosco. In quello stesso istante sua sorella Bruna di 19 anni, incinta , dalla finestra della camera gli chiese di andare con loro. Pietro le rispose di no, perché era incinta e poi perché i tedeschi cercavano i giovani da mandare in Germania.
Arrivarono le SS e dissero a tutti di prepararsi per un lungo viaggio. Ogni persona si mise il vestito migliore che aveva, il vestito della festa e si radunarono nell’aia di casa.
Furono tutti trucidati: giovani, vecchi e bambini e la Bruna fu uccisa due volte, perché dal ventre le strapparono la sua creatura per infilzarla con le baionette.
Questo è il rimorso che mio padre non è riuscito mai a cancellare dalla mente : quel no alla sorella Bruna , quel no alla sua nipotina.

Testimonianza di Antonietta Sassi

A Prunaro di Sotto viveva la famiglia Sassi. Con i genitori e due fratelli vivevano due sorelle adulte Adele e Graziella, che aveva due bambine piccole, Gianna di cinque anni e Annarosa di tre anni. Mi ha raccontato la zia Adele che il giorno in cui entrarono in casa le SS e massacrarono tutta la famiglia lei riuscì a salvarsi, perché la sua mamma le cadde addosso. Gianna e Annarosa urlavano disperate e furono immediatamente uccise. La mamma Graziella, incinta di otto mesi , si nascose nel rifugio costruito non lontano dalla casa. Fu raggiunta dalle SS, uccisa e sventrata.

Testimonianza di Maria Tiviroli

Nelle giornate del 29 e 30 settembre eravamo nel rifugio, sopra alla nostra casa a Steccola. Sono arrivate le SS e ci hanno detto di andare verso Prunaro di Sopra, dove c’erano già le mitragliatrici a tre piedi. Ci hanno detto di camminare in fila lungo la cavedagna e poi ci hanno falciati lì. Eravamo in 16 o 17 tutte donne e bambini, unico uomo il nonno di 82 anni che fu subito buttato in un pagliaio in fiamme. Una bambina di 40 giorni sfollata da Bologna, fu portata via alla madre dalle SS,  buttata in alto e  sparata come fosse un barattolo. Prima di fuggire nel bosco ho cercato mia sorella Gina di 12 anni e mio cugino Giuseppe di 11 anni. Gina era nel fosso, coperta d’acqua, ho visto solo i capelli, mentre Giuseppe, morto, era a sedere per terra con le mani in tasca. Aveva il vestito della Cresima con la piccola croce sul taschino.

Testimonianza di Fernando Piretti

IL 29 settembre 1944 Avevo 9 anni. Ero rifugiato dalle suore Orsoline nell’Oratorio della Chiesina di Cerpiano, insieme ai miei compagni di scuola e a 25 donne. Quando arrivarono le SS le maestre chiesero di lasciarci andare, ma quelli ci spinsero tutti dentro all’Oratorio e dissero:- Tra cinque minuti, tutti Kaputt. Le SS posizionarono la mitragliatrice all’ingresso, sfasciarono degli involucri(forse bombe a mano) e iniziarono a sparare e a lanciare bombe. Mi ricordo che sono svenuto e mi sono svegliato il giorno dopo. Volevo scappare, ma ho visto la mia amica Paola Rossi , di cinque anni , ancora viva. Aveva una ferita a un occhio e le gambe imprigionate sotto pezzi di cadaveri ( tutti quelli che erano vicini alla porta erano tutti tagliati a metà). Non sono riuscito a liberarla. Un uomo che era nel rifugio, venne a cercare la sua mamma e ci aiutò a liberare Paola. La signorina Benni era ferita a una gamba e io a una spalla. Morirono 25 donne, tra cui mia madre e 18 bambini, tra cui mia sorella Teresa, di 13 anni e gli altri di età compresi tra i due e quindici anni. Voglio ricordare i miei compagni di scuola: Anna Gherardi, la più piccola, della famiglia Pirini: Damiano, Giorgio, Giuseppina, Marta, Martino, Olimpia e Rosanna ; della famiglia Oleandri: Domenico, Franco, Giuseppe e Sirio; della famiglia Fabris Alfredo e Giovanni; della famiglia Valdisserra Antonietta e Mario, infine Rossi Giuseppe.

Alcuni BAMBINI del ’44, sopravvissuti,  ci hanno regalato delle preziose e sofferte testimonianze.
Le testimonianze sono di: Acacci Benito, Amadesi Dora, Angiolini Carlo, Baccolini Ida, Baccolini Tullio, Cucchi Lorenzo, Elmi Chiara, Fornasini Caterina, Gabusi Leo,Lippi Anna, Marzari Marino, Monari Lucia,Monti Giovanna, Nannetti Anna Rosa, Piretti Fernando, Possenti Umberto, Rosmini Vittorio, Rosti Edmonda, Sassi Antonietta, Spinnato Carmen, Stanzani Giuliana, Tiviroli Maria, Vignudelli Gianna.
In attesa di definire tutto il lavoro (stiamo contattando altre persone) riportiamo alcuni scritti integrali.

EDMONDA ROSTI, 19 mesi

Tutto è iniziato il 29 settembre con il  rastrellamento di mio padre e di mio zio. Mio zio Augusto Rosti fu ucciso alla “Botte” di Pioppe il 1° Ottobre, mentre mio padre riuscì a sfuggire alle SS e a unirsi agli uomini che stavano trasportando il bestiame verso Bologna. Arrivato a Bologna fu ospitato da amici. Poi morì mia madre, falciata da una mina e così io e mia sorella Luana di 3 anni, rimaste sole, fummo accolte in casa dalla zia Giulietta, rimasta vedova da poco (le SS avevano ucciso suo marito) e dalla nonna Teresa. Anziché andare a San Pietro dove c’era il rifugio, la nonna e la zia decisero di sistemarsi in una casa di contadini al “Casetto”. Alle persone che si preoccupavano di lasciare sole le due donne e le due bambine, Giulietta disse: «Non vi preoccupate, finché il camino fuma, vuol dire che non c’è successo niente». Quando due amici della famiglia ,Giovanni Vannini e Castori Fernando, videro che da due giorni il camino non fumava più si avvicinarono alla casa ed entrati in camera da letto trovarono Giulietta e Teresa uccise nel loro letto, la nonna aveva ancora la corona in mano. Non mi ricordo se noi bambine siamo scappate sotto il letto o ci ha messo la zia quando si è accorta che stava arrivando la pattuglia delle SS, comunque, in quel nascondiglio ci siamo salvate, rimanendo lì un giorno e due notti. Quando ci trovarono eravamo imbrattate dal sangue della zia e della nonna, filtrato dai materassi. Fummo  portate a Serra di Sotto, e tutti ricordano che mi buttai su un piatto di polenta, perché ero affamata
Poi mi raggiunse mio padre. Fu un’impresa faticosa, perché il ponte di Pioppe era saltato e il fiume era in piena: non si poteva raggiungere l’altra sponda. Mio padre fu aiutato dai pompieri di Bologna sotto la direzione di un ufficiale tedesco. Grazie alla presenza di questo ufficale le SS non spararono. Io non  riconobbi mio padre e piansi, urlando, da Pioppe a Bologna; mia sorella Luana che, nascosta sotto il letto la notte dell’eccidio, vide perfettamente gli stivali delle SS. Quando fu portata da mio padre a Bologna per la manifestazione della Liberazione, appena vide una pattuglia di soldati che avevano gli stivali, scappò via, terrorizzata. Mio padre, rimasto solo, senza casa e senza lavoro, ci mise in collegio a Imola, dove c’era mia zia Suor Agata Rosti, che ci accolse con amore.
Poi tornammo a casa.  Mio padre si  risposò con Nella Simoncini che è stata per noi una buona mamma , ma poco dopo si ammalò e fu ricoverato in Sanatorio. La mamma Nella doveva assistere mio padre e noi bambine andammo ospiti dalle zie Clara e Cesarina a Genova.  Purtroppo le zie dovevano lavorare e ci misero in collegio, anche se non ci fecero mai mancare la loro presenza e il loro affetto. Un giorno tornammo definitivamente a casa. Tutti insieme con la nostra nuova famiglia, con tutte le amiche ritrovate, con l’aiuto delle loro mamme e di tante persone buone del mio paese ,Luana ed io siamo ritornate a una vita normale.

GIOVANNA MONTI, 4 anni

Io abitavo a Sibano. La mattina del 29 settembre 1944, vennero le SS, coi mitra puntati e presero mio padre Fernando, lo portarono a Pioppe alla Scuderia, dove fu tenuto prigioniero per tre giorni e poi fucilato alla “Botte” il 1° ottobre ’44. Mio padre aveva 37 anni, ma fu considerato inabile, perché in quel periodo era in convalescenza per malattia, essendo stato richiamato alle armi. Durante la prigionia mia mamma riuscì a vedere e a parlare tre volte con mio padre, che si raccomandò soltanto di avere cura di me e di farmi studiare. Mio padre era piegato in due, il capo quasi toccava per terra, fu una visione orribile.

Fu una scelta dolorosa per mia madre, ma volle mantenere la promessa fatta, così andai in collegio: ho un ricordo bello di quei quattro anni. La mancanza di mio padre ha segnato per sempre la mia vita, ho desiderato immensamente le sue carezze.

Conservo come un dono ciò che fu ritrovato dalla mamma nello scivolo della “Botte” due giorni dopo l’eccidio, nella borsa di paglia c’erano la mantella, il gilet ed il cappello. La guerra aveva distrutto tutto, l’unico aiuto ci fu dato dalla Croce Rossa Svizzera, che ci permise di avere l’indispensabile per la casa. La nostra generazione ha avuto un’infanzia ed un’adolescenza piena di niente, ma noi ragazzi di Sibano siamo riusciti a crescere e vivere in fraternità e serenamente.

LORENZO CUCCHI, 8 anni e mezzo

Mi trovavo sfollato in una casa della parrocchia di Malfolle, perché erano iniziati i bombardamenti nel paese di Pioppe, vicino a dove noi risiedevamo.  La mattina del 23 luglio del ‘44 siamo stati svegliati, insieme ad altre famiglie di sfollati, dalle SS che con urla e percosse ci hanno radunati nell’aia, separando uomini  donne e bambini. Mio padre, insieme a un contadino, si era nascosto nel bosco, distante 10 metri da noi. Mia madre chiese ai soldati di andare a prendere mia sorella di un anno e mezzo che era rimasta nel suo letto. Le fu concesso, ma, quando mia madre tornò nell’aia, mia sorella si mise a piangere. Mio padre sentendo piangere sua figlia piccola uscì dal nascondiglio, fu preso e insieme lasciammo la nostra casa “Blegnà” per raggiungere  il Faggiolo dove c’erano già altre persone rastrellate nelle case attorno. Fummo radunati sotto il portico della stalla, le SS ci tenevano le armi puntate: lunghi minuti riempiti dalle urla di questi soldati. Noi stretti l’uno all’altro attendevamo di sapere qual era la nostra sorte. Io ero vicino a mio padre che mi infilò nella maglietta dei buoni del tesoro che era riuscito a prendere prima di scappare nel bosco e poi mi disse cose che riguardavano la nostra famiglia. Ci separarono: le donne i bambini da una parte e gli uomini da un’altra. Un soldato ci portò con le armi spianate lungo un sentiero fino  alla strada statale, arrivati in fondo a questo sentiero sentimmo dei colpi, delle esplosioni. Ci fu tanta disperazione, perché tutto era ormai compiuto. Con un camion militare ci avviarono a Bologna. Siamo arrivati in città, ci hanno ospitati in un ambiente, e sembra che padre Cattoi, che era con noi, sia intervenuto, chiedendo ai tedeschi di non mandarci in Germania, come era già stato deciso. Da Bologna, a piedi, arrivammo a Pontecchio e fummo accolti da una famiglia di contadini; intanto da Pioppe arrivò una camion della ditta del Canapificio, perché quasi tutti erano dipendenti, per riportarci a casa. Accolti affettuosamente dai parenti, imparai piano piano tutto quello che era successo. Le cose peggioravano e ci siamo tutti trasferiti nelle Chiese vicine. Io ero a Malfolle, eravamo in un centinaio tra chiesa, stalla e solai. Da lassù vedevamo tutti i bombardamenti e le case bruciate da Pioppe a San Martino. C’erano rimaste solo le donne per poter cercare del cibo e ci siamo nutriti grazie a loro.
Arrivarono i tedeschi e ci costrinsero a partire verso il Nord. Siamo arrivati a piedi a Zappolino, verso Bazzano, siamo stati in una stalla molto tempo e poi accolti da una famiglia .Tutti i giorni con mia mamma e mia zia andavamo all’elemosina (inverno ‘44). Un giorno i tedeschi ci costrinsero a partire, perché c’erano continue azioni di guerra: mi ricordo che un giovanissimo soldato tedesco mi aiutò. Io e mio nonno camminavamo adagio, perchè il nonno aveva una malattia alle gambe e questo soldato mi buttò nel fosso per salvarci dalle cannonate. Poi ci siamo riparati in un rifugio per diversi giorni, senza mangiare e senza bere, avevamo solo delle castagne secche. Un giorno ci fu un  grande silenzio, uscimmo dal rifugio e da un poggetto , sulla strada vedemmo passare dei carri armati con la stella: erano gli americani.  Le donne per salutarli stesero dei lenzuoli bianchi e ci fu subito una risposta di cannonate e poi tutto finì: ci fu la Liberazione. Quando tornammo a casa non c’era più niente, né per mangiare né per poter riprendere a vivere. All’inizio abbiamo mangiato quello che era rimasto dai campi dei soldati americani, brasiliani, poi ci furono aiuti da parte della Croce Rossa Svizzera. Gli adulti riuscivano a difendersi, ma i bambini avevano bisogno di tutto anche della scuola. Per questo motivo mia mamma accettò l’invito del Comune di Marzabotto di mandare me e mia sorella ospiti di altre famiglie. A Bologna, non ricordo dove, arrivarono le persone per prenderci in affido e i nostri nomi erano già stati decisi dai dirigenti di questa iniziativa. Il distacco da mia madre fu per me il momento più difficile da superare. Andai fuori porta Lame in via del Rosario da una famiglia di contadini che aveva già tre figli. Per due giorni non ho parlato e loro ,con molta delicatezza, non mi hanno mai chiesto niente. Ora posso dire che è stata una bellissima esperienza, perché ci siamo voluti bene. Sono stato sei mesi a scuola, che raggiungevo con la bicicletta regalatami da  questa buona famiglia che mi aveva anche comprato i libri. Ogni giorno, dopo aver fatto i compiti  collaboravo, come facevano gli altri figli, nell’azienda familiare. Facevo tutto, nella stalla e nei campi. Intanto mia sorella Lele era stata accolta da una famiglia di fornai in via di Corticella e quando andai con la mamma a trovarla la trovai ingrassata, perché dai fornai mangiava quello che voleva, ma soprattutto era contenta. Quando i miei coetanei andarono a lavorare da muratori, mio nonno decise di farmi studiare, perché ero molto debole e gracile. Feci le scuole medie privatamente dai Padri della parrocchia di Pioppe, poi vinsi una borsa di studio al collegio Irnerio di Bologna e mi laureai in medicina. Tutte le estati tornavo nella mia seconda famiglia anche per due mesi , ci siamo visti con minore frequenza, soltanto quando sono aumentati i miei impegni di studio e di lavoro. Non ci siamo mai lasciati e ancora oggi ci vediamo spesso.
LEO GABUSI, 14 anni

Il 29 settembre io ero rifugiato nella Chiesa di Salvaro, insieme alle suore, a Don Elia Comini, a padre Martino Capelli e circa altre trenta persone. Era il giorno di S.Michele e i preti dissero una messa per quattro ore per tenere ferma la gente.
Il giorno del rastrellamento e dell’uccisione di tante persone alla Creda arrivarono “Panzetta” e “Casturein”, che si erano salvati ed erano riusciti a scappare attraverso il bosco. Tutti impauriti dissero agli uomini: «Scappate! Scappate!». Le suore fecero nascondere una parte degli uomini in una delle due Sacrestie, chiusero la porta e gli misero contro un armadio, un’altra parte degli uomini andò dentro a una cantina, chiusa da una botola. Coprirono la botola con un sacco di tela iuta e mi misero a sedere sopra con un macinino per macinare il grano. Quando le SS, tornando indietro dalla Creda, entrarono in Chiesa, fecero un giro e, non avendo trovato degli uomini,uscirono. Per tutto il tempo in cui le SS erano in Chiesa io continuai a macinare il grano. Intanto Don Elia e padre Martino, accorsi alla Creda per dare aiuto alla gente, furono rastrellati, tenuti prigionieri alla “Scuderia” di Pioppe e poi uccisi alla “Botte” il 1° Ottobre. Io rimasi lì ancora per alcuni giorni, c’era rimasta in zona l’ultima pattuglia tedesca e tutte le notti si sentivano ”dei zibaldoni” tra tedeschi e alleati; e poi con la mia famiglia decidemmo di passare “il fronte”. Partimmo una sera, circa un mese dopo gli eccidi della Creda e della Botte per raggiungere la cima del Monte Salvaro: da lì gli Alleati ci portarono a Grizzana, poi a Firenze. Andammo al Centro Profughi di via della Scala. Io, che avevo preso il tifo, quando ancora ero a Pioppe, mi salvai dall’epidemia di difterite scoppiata nel Centro e per la quale morirono molte persone, come la famiglia Chiari di Pioppe. Al Centro ho dormito per due giorni per terra su un giornale, poi mi hanno dato una coperta. Dormivamo in grandi camerate di 30 o 40 persone, insieme alle nostre famiglie. Tutti i giorni ci mettevamo in fila per avere una zuppa e un panino. Avevo fame e il giorno della Befana mi misi in fila  otto o dieci volte per avere quel sacchetto con la cioccolata e altre cose da mangiare. Mio padre e mio fratello andarono a scaricare i camion dei rifornimenti con gli americani mentre io lucidavo le scarpe agli americani, facevo “il sciuscià”in Stazione a Firenze. Qualche aiuto l’ho avuto dagli americani e da nessun altro. Quando sono ritornato, dopo la Liberazione, ho lavorato subito da muratore.

Testamento, di Kriton Athanasulis
(Poeta Greco morto nel 1979)

“Testamento di un padre a un figlio sulla necessità di conservare la memoria del passato”

Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.
Le stelle brilleranno uguali ed uguali ti indurranno
le notti a dolce sonno.
Il mare t’empirà di sogni. Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco
tu guadagnando l’amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.
Non dire mai che sono stato indegno, che
disperazione mi ha portato avanti e son rimasto
indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento e piogge e grandine
hanno sepolto la mia voce. Ti lascio
la mia storia vergata con la mano
d’una qualche speranza. A te finirla.
Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate,
ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austere forme d’uomo,
madri vestite di bruno, fanciulle violentate.
Ti lascio la memoria di Belsen e Auschwitz.
Fa presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.
Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici; già. I nemici dell’odio.
Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d’una città con tanti prigionieri,
dicono sempre si, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono di fuori
Il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.
Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro,
il pane è fatto di pietra, l’acqua di fango,
la verità un uccello che non canta.
E’ questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d’essere fiero. Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. E’ questo che ti lascio.

Da http://www.eccidiomarzabotto.com/bambini1944.php

28 settembre 1978: l’omicidio di Ivo Zini

rmzini

28 settembre 1978: Ivo Zini di 24 anni, e altri due compagni Vincenzo De Blasio, di ventotto, e Luciano Ludovisi, di trenta, arrivano davanti storica sezione romana del PCI dell’Alberone in via Appia Nuova 361, e si fermano per leggere il giornale affisso al muro.

È proprio in questo momento che a bordo di una vespa bianca, con il volto coperto, arrivano due fascisti armi in pugno e aprono il fuoco sui compagni. Ivo colpito al petto si accascia a terra, mentre Vincenzo è ferito al polso e alla gamba, Luciano rimane illeso. Ivo muore poco dopo l’arrivo in ospedale.

Alle 23 i NAR rivendicano l’omicidio in una lettera al Messaggero. Come confermeranno in parte il processo e i testimoni presenti davanti alla sezione, quasi sicuramente i colpevoli sono Alessandro Alibrandi e Mario Corsi, entrambi noti fascisti della capitale.

La sede del PCI e quella antistante del comitato autonomo sono il centro di ritrovo di quasi tutti i giovani proletari del quartiere, e appunto per questo spesso erano state oggetto di attentati squadristi.

Dopo questa brutale esecuzione tutto il quartiere e i compagni di Ivo scendono nelle piazze e nelle strade di Roma per ricordarlo e chiedere giustizia in un grande e partecipato corteo con striscioni che chiedevano sia giustizia per Ivo e tutti i compagni uccisi dai fascisti, sia di processare gli assassini.

L’esito del processo contro la cellula dei NAR, in particolare contro Mario Corsi, è lungo e dopo un periodo di latitanza a Londra di quest’ultimo, si risolve con una assoluzione.

A più di trenta anni di distanza, nonostante diversi testimoni sostengano di aver riconosciuto i fascisti che spararono quel giorno, nessuna giustizia è arrivata per Ivo Zini.

Quella del 28 settembre ’78, è un’altra pagina del terrorismo nero italiano che arriva dopo la morte di Walter Rossi, e Fausto e Iaio, in una strategia terroristica che i NAR di Fioravanti misero in pratica in quegli anni.

L’atteggiamento del PCI, sempre teso al compromesso con la Democrazia Cristiana, non fece che favorire l’impunità dei fascisti nelle aule di tribunale ed era teso a far si che la rabbia e l’antifascismo militante della sua base si confinassero solamente, salvo pochi casi pur significativi, ad accorati appelli giustizialisti per l’unità democratica.

Questo slideshow richiede JavaScript.

In ricordo di Federico Aldrovandi a 11 anni dalla sua morte

aldrovandi

25 settembre 2005, viale Ippodromo a Ferrara. Federico di ritorno da una serata con gli amici decide di fare l’ultimo pezzo che lo separa da casa a piedi, sulla sua strada si imbatte nella volante alfa 3 con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri. I difensori dei poliziotti sostengono che la volante fosse arrivata sul posto in seguito alla segnalazione da parte di una cittadina preoccupata dal frastuono proveniente dal parchetto di viale Ippodromo. Il legale della famiglia Aldrovandi ha ragione invece di sostenere che quelle urla e quei rumori fossero il prodotto della colluttazione in corso tra Federico e i due agenti. Pontani e Pollastri descrivono il giovane come un invasato, spuntato d’improvviso dalla boscaglia e che li avrebbe aggrediti senza motivo a colpi di karate. Dopo poco tempo arriva la volante alfa 2 con a bordo Monica Segatto e Paolo Forlani. Lo scontro diventa violentissimo e alla fine i poliziotti hanno la meglio sul ragazzo, che muore. Muore sull’asfalto schiacciato dalla forza dei 4 agenti per quella che in termini medici si chiama “asfissia da posizione” per una forte compressione al torace. La tecnica di contenimento e ammanettamento prevede tempi più rapidi ma in quel caso si è andati ben oltre, si è sfociati nell’abuso e il momento della compressione sul selciato è stato l’ultimo atto di una lunga serie di violenze: calci, pugni, manganellate sferrate con una forza tale da spezzarne due. Pontani nel colloquio con il centralinista del 113 dirà testualmente: ”abbiamo avuto una lotta di mezz’ora con questo” e poi affermerà: “ cioè, l’abbiamo bastonato di brutto”. Federico rimane a terra, privo di vita, sfigurato in volto, col cranio sanguinante, 54 lesioni verranno rilevate dalla perizia medico legale di parte civile. Alla fine del primo grado di processo verrà illustrato dal giudice monocratico che i depistaggi, le omissioni e le testimonianze in “copia carbone” dei quattro agenti non hanno consentito un capo di imputazione più pesante di quel controverso “eccesso colposo in omicidio colposo”. Non è stato possibile parlare di omicidio preterintenzionale perché le indagini di polizia giudiziaria immediatamente successive al’evento sono state condotte in modo da rendere ostica la formulazione di tale capo d’accusa. A operare ialdro5 primi rilevamenti, a cercare testimoni a redigere verbali, c’èrano per forza di cose amici e colleghi di quei quattro poliziotti.I quattro poliziotti verranno condannati in via definitiva a 3 anni e 6 mesi di reclusione (pena ridotta a 6 mesi grazie all’indulto). Dopo solo un mese di reclusione a Rovigo per Monica Segatto si apriranno le porte del carcere e beneficiando del decreto svuota carceri finirà di scontare la pena ai domiciliari. Anche Enzo Pontani dopo un mese a Milano otterrà i domiciliari. A luglio 2013 tre dei quattro poliziotti sono tornati in libertà. Pontani un mese dopo avendo iniziato la carcerazione più tardi per un cavillo tecnico. Per loro si prospetta la sospensione di sei mesi dal lavoro al termine dei quali potranno tornare ad indossare la divisa come se nulla fosse successo pur se le sentenze dei vari tribunali, dal I° all’ultimo grado di giudizio fino al tribunale di sorveglianza parlano di una “violenza ingiustificata prima” e “dissimulazione del vero poi” che gettò “discredito per il Corpo di Polizia cui ancora essi appartengono”, su un ragazzo che quella mattina non stava commettendo alcun reato e ne uscì ucciso da quattro individui che in cassazione, dal procuratore generale furono definite durante la sua arringa “quattro schegge impazzite”. 

Nel gennaio 2014 dopo i sei mesi di sospensione i quattro agenti sono tornati in servizio ricoprendo compiti amministrativi in varie città del Veneto e la madre in un’ intervista alla stampa si disse “umiliata, mortificata” da questo fatto. Quanto al fatto che non sia possibile la destituzione dalla polizia per condanne per reati colposi, la madre di Federico ribadisce quanto lei e il padre, Lino Aldrovandi, hanno sempre sostenuto: “in tutte le sentenze che si sono succedute, in particolare la prima, hanno sancito che non è stato possibile arrivare ad una pena maggiore a causa degli insabbiamenti dei colleghi. Io ho letto il regolamento della polizia, rimarca,: la destituzione, è prevista anche per il disonore alla divisa. E questo per me è alto tradimento. Basta leggerle le cose, basta volerle applicare, per me gli appigli ci sono. Ma forse non vogliono farlo”. “Qui non ci siamo solo noi, è la sua conclusione, ma è una questione che riguarda tutti, riguarda quello che decide di fare una istituzione di fronte ad una condanna per omicidio”.

Il 15 febbraio 2014 l’associazione di famigliari, amici e compagni di Federico Aldrovandi ha convocato un corteo che ha sfilato per Ferrara – città natale di Aldro – chiedendo che gli assassini del ragazzo vengano privati per sempre della possibilità di lavorare all’interno delle forze dell’ordine, una richiesta tanto basilare quanto fondamentale, un gesto di rispetto verso la morte di Federico dopo anni di umiliazioni, inchieste insabbiate e insulALDRO2ti che la sua famiglia ha dovuto subire. Il corteo è partito da via Ippodromo, la stessa in cui Aldro fu fermato in quella notte del 25 settembre 2005 per quello che doveva essere un semplice controllo di polizia ma che invece si trasformò in un pestaggio mortale, ed è arrivato fin sotto la Prefettura, dove una delegazione ha consegnato le richieste della piazza. Tantissime le persone che hanno preso parte alla manifestazione: in prima linea i genitori di Federico, che in tutti questi anni non hanno mai spesso di portare avanti la propria battaglia per la verità, ma anche amici, familari, ultras e soprattutto familiari e vittime di altri eclatanti casi di abusi in divisa.

Trovate qui sotto il documentario “E’ stato morto un ragazzo” documentario di Filippo Vendemmiati che racconta la triste vicenda di Federico.

Gli assassini di Federico

7b6925db0f82fcfde71e4ac3fe4251ec_xl

In ricordo di Federico Aldrovandi a dieci anni dalla sua morte

Eneas, “suicida” in carcere. Per il gip il caso non va archiviato

eneas-380x290

Il gip di Pesaro ha accolto l’opposizione alla richiesta di archiviazione del pubblico ministero in merito all’indagine per “istigazione al suicidio” sulla morte in carcere del 29enneAnas Zamzami.

Ad annunciare la notizia è l’avvocato difensore Fabio Anselmo. «Si tratta di una morte annunciata di uno dei tanti detenuti delle nostre carceri», spiega l’avvocato.

Infatti molti sono i decessi che non a caso vengono definiti “morti di Stato”. Si entra vivi nella sua istituzione (carcere) e se ne esce morti: quando lo Stato priva la libertà dell’uomo, per qualsivoglia motivo, è obbligato a farsi garante della sua incolumità, fisica e psichica. Se questa garanzia viene meno, lo Stato che non sa tutelare l’uomo com’è suo diritto esigere e suo dovere fare, è colpevole.

E questo vale anche per Anas Zamzami, da tutti conosciuto come Eneas, detenuto per il reato di falsa identità e resistenza a pubblico ufficiale, reati commessi nel 2011, e in relazione ai quali è stato condannato a dodici mesi di reclusione. Una condanna da scontare in carcere nonostante che la legge del 2010, “Disposizioni relative all’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi”, preveda appunto la detenzione domiciliare. Per lui non vale: è in cella da cinque mesi. Sette mesi ancora da passare. Ma Anas non ce la fa e secondo la versione ufficiale, la notte tra il 24 e il 25 settembre del 2015 si toglie la vita.

Come mai? L’avvocato Fabio Anselmo spiega perché si tratta di una morte annunciata. Eneas entra in carcere il 15 aprile 2015 e presto le sue condizioni peggiorano rendendo necessari numerosi e continui ricoveri in ospedale.

Finalmente il 31 agosto viene trasferito al centro di osservazione psichiatrica di Ascoli su provvedimento urgente del giudice di sorveglianza del 4 agosto. Infatti lo stesso centro clinico del carcere di Pesaro riconosce “il venir meno della compatibilità con questa casa circondariale”. Inspiegabilmente il centro di osservazione psichiatrica di Ascoli, dopo nemmeno un mese rispedisce indietro al carcere di Pesaro Anas. Sarebbe guarito. Ma Anas non vuole tornare a Pesaro, in un ambiente peraltro riconosciuto incompatibile con le sue condizioni di salute mentale.

Le lettere di Anas con le quali disperatamente chiede invano di non tornarci fanno venire i brividi. Il 25 settembre il “pacco-detenuto” Anas Zenzami – così lo definisce l’avvocato Anselmo che rende l’idea di come vengono trattati i detenuti – viene riconsegnato alla casa circondariale di Pesaro. Il 25 settembre Anas Zenzami, cittadino del Marocco, viene trovato morto impiccato nella sua cella.

Ora grazie all’opposizione, l’indagine continua per altri sei mesi. Il giudice Giacomo Gasparini invita il pm a proseguire le indagini e valutare se ci sia stata effettivamente l’incompatibilità con la permanenza in carcere e, in caso positivo, quali misure non sono state intraprese per scongiurare il suicidio.

Damiano Aliprandi da il dubbio

18 settembre 1982: Sabra e Chatila

grande

Tra il 16 ed il 18 settembre 1982, il popolo Palestinese ed il mondo intero, furono colpiti da un orrendo crimine: i sanguinosi massacri dei campi profughi di Sabra e Shatila a Beirut, in Libano.
A Sabra e Shatila, abitavano migliaia di rifugiati palestinesi cacciati dalla Palestina nel 1948 durante l’occupazione Sionista delle loro case e delle loro terre.

Il 6 giugno 1982 l’esercito israeliano invade il Libano con la cosiddetta “Operazione pace in Galilea”, dando inizio alla quinta guerra arabo-israeliana. Il Libano si trova da anni nel caos. Israele sostiene con armi e addestramenti l’Esercito del Sud-Libano (cristiano-maronita) di Sa’d Haddad in funzione anti palestinese. In Libano si trovano infatti la formazione armata palestinese Settembre nero (1970), e la leadership dell’Olp.

L’Onu invia una forza multinazionale per assicurare la fuga dell’Olp da Beirut. In agosto i miliziani dell’Olp vengono scortati fino in Tunisia, dove insediano il loro nuovo quartier generale. L’1 settembre l’evacuazione è di fatto terminata e le forze israeliane cominciano a cingere d’assedio i campi profughi palestinesi. Il 14 settembre il presidente del Libano Bashir Gemayel (eletto il 23 agosto) viene assassinato in un attentato organizzato dai servi segreti siriani. La situazione precipita. Il 16 settembre, poco prima del tramonto, le truppe israeliane dislocate attorno ai campi di rifugiati palestinesi di Sabra e Chatilla lasciano entrare nei campi le unità falangiste. Non solo: nella notte sparano anche bengala per illuminare i campi e facilitare il lavoro dei carnefici.
Le milizie cristiane rimangono nei campi per due giorni, massacrando uomini, donne e bambini. Molti uomini vengono uccisi sul posto, altri vengono torturati. A molti viene incisa sul petto una croce. Il numero esatto delle vittime è sconosciuto.
A dirigere le operazioni israeliane fu Ariel Sharon, allora ministro della difesa.
In seguito si cercherà di coprire le responsabilità del massacro, facendo passare l’irruzione delle milizie falangiste come un moto di rabbia per l’uccisione di Gemayel. In realtà la strage era già stata preparata durante i colloqui che lo stesso Sharon ammise di aver avuto con Gemayel ed altri esponenti dei falangisti.
l 16 dicembre 1982 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite condanna il massacro definendolo un “atto di genocidio”.

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2635-18-settembre-1982-sabra-e-chatila

Migliaia in corteo a Piacenza, per Abd Elsalam. La lotta non si ferma!

80e88256-bc3d-46ef-a0ec-c9e1e69af6ee

Il corteo parte poco dopo le 15 dal piazzale della stazione di Piacenza, anche se già da prima un grosso corteo composto da sindacalismo di base e centri sociali si era mosso dai quartieri popolari bloccando la circonvallazione della città.

Nel percorso verso piazza Cavalli, nel centro cittadino, divengono progressivamente molte migliaia le persone che compongono la manifestazione. Indubbiamente una delle piazze più partecipate degli ultimi anni, che ricorda la crucialità delle lotte nella logistica nel panorama dei conflitti all’interno del nostro paese. Il tutto nonostante il terrorismo messo in atto da Comune, Questura e media locali, che han fatto chiudere molti negozi e addirittura i musei, e svuotare i parcheggi.

All’interno di una città blindata sfilano tantissimi lavoratori organizzati nel sindacalismo di base e solidali di Piacenza e con svariate delegazioni da altre città, tra slogan di rabbia e le continue grida “Siamo tutti Abd Elsalam” e “Gls assassini”.

Ad aprire il corteo l’Usb, mentre seguono svariati spezzoni. Tra i più nutriti e combattivi quello del Si Cobas – asse portante delle lotte nella logistica degli ultimi anni nel territorio piacentino e nella pianura padana, che oltre al tributare onore ad Abd Elsalam scandisce continuamente cori e ribadisce negli interventi al megafono l’importanza di un rilancio a tutto campo della battaglia per la dignità, i diritti e l’organizzazione di una forza di parte.

Nonostante la pioggia il corteo si prende tutto il centro cittadino, sfilando anche sotto la casa dell’operaio ucciso. Un grande applauso di saluto parte dai partecipanti alla piazza. La manifestazione prosegue fino a tornare al punto di partenza, dove vari interventi che indicano nel governo Renzi e nelle sue politiche come il Jobs Act alcuni degli attuali nemici da abbattere, si sottolineano le responsabilità del padronato per quel che è successo all’operaio della Gls – purtroppo solo l’apice di un atteggiamento di costante minaccia e repressione delle istanze operaie all’interno degli ambienti di lavoro.

80e88256 bc3d 46ef a0ec c9e1e69af6eeL’assassinio di Abd Elsalam si colloca in una fase importante per le lotte nel settore e non solo. Si va infatti verso un autunno in cui il conflitto contro il governo Renzi vedrà anche nel protagonismo operaio uno dei vettori cruciali per costruire l’opposizione sociale. I numeri di oggi dicono che le potenzialità e la rabbia sono intatte e accresciute, invece che paura l’omicidio di Piacenza infonde ulteriore determinazione. Tuttavia certamente la prova di unità in piazza oggi non basta. La risposta a quanto avvenuto a Piacenza dovrà ancora far sentire la propria eco a lungo. Le iniziative di questi giorni, a parte singoli momenti di scontro come quello di due giorni fa a Bologna, non sono infatti certamente sufficienti rispetto alla gravità di quanto accaduto. Dal punto di vista dei lavoratori della logistica i rapporti di forza vanno rovesciati a favore degli interessi di classe così come da sempre il movimento operaio della logistica ha determinato. Da qui bisognerà ricominciare. Contro i crumiri, i padroni e il capitale.

L’omicidio di Ahmed

Le immagini di questo video che dimostrano il contrario di ciò che dice la magistratura. Era in atto un presidio e Abdel era con il megafono al picchetto.

Qui invece si può vedere in azione – in occasione di un blocco avvenuto tempo fa nello snodo milanese di Gls – lo stesso dirigente che a Piacenza gridava “all’autista se qualcuno va davanti al camion schiaccialo come un ferro da stiro. Poi ci penso io“.Come si può sentire da quest’altro video, il personaggio non usa mezzi termini, di solito. E’ lo “stile Gls”, un esempio di rispetto dei dipendenti.

Alcuni video che riportano le dichiarazioni a caldo dei testimoni dell’omicidio di Ahmed. Inutile dire che la versione accettata dal pm è lontano alcune decine di anni luce dalla realtà.

Bologna: Cariche della polizia al presidio per l’omicidio di Ahmed

A Bologna dopo il presidio organizzato sotto la sede della Prefettura dopo l’omicidio di un lavoratore durante i blocchi di ieri sera alla Gls di Piacenza, centinaia di manifestanti aderenti all’Unione Sindacale di Base e ad altre realtà sociali, politiche e sindacali cittadine – come ad esempio l’Asia, il Si.Cobas, Noi Restiamo – si sono mossi in corteo per via Indipendenza fino ad arrivare alla stazione centrale.

Dai manifestanti sono arrivate dure accuse al Governo, in particolare al Jobs act, e al Partito democratico, che «a Bologna mostra la sua vera faccia quando sgombera le occupazioni abitative». I manifestanti attaccano anche Gls, contro cui gridano «assassini». I rappresentanti dell’Usb fanno sapere di aver parlato con il capo di gabinetto della Prefettura, che ora «presenterà le nostre richieste al ministero del Lavoro». Un impegno che, affermano, «non induce all’ottimismo, e anzi ci convince ancora di più della necessità di alzare il livello della lotta».

Qui però la polizia presente in forze ed in assetto antisommossa ha sbarrato l’accesso alla stazione ed ha caricato la testa della manifestazione. A quel punto il corteo ha deciso di continuare comunque a sfilare e si è chiuso in piazza dell’Unità, nel quartiere popolare e multiculturale dietro la stazione centrale del capoluogo emiliano-romagnolo.

La morte dell’operaio a Piacenza chiama in causa tutti – Christian Raimo – Internazionale

Nella notte tra il 14 e il 15 settembre è successa una cosa gravissima. Abd Elsalam Ahmed Eldanf, un operaio dell’azienda di logistica Gls (General logistics systems) di Piacenza, è stato travolto e ucciso con un camion aziendale mentre stava facendo un picchetto, organizzato dall’Unione sindacale di base (Usb), davanti alla Gls.

Riccardo Germani, rappresentante del sindacato Usb, racconta così i fatti: “Le trattative erano andate male. Avevamo trasformato l’assemblea in un picchetto davanti ai cancelli della Gls. Eravamo una trentina. A un certo punto quelli dell’azienda hanno incitato i camion a forzare il picchetto. E uno, l’azienda l’ha definito un preposto… un padroncino… insomma, l’ha fatto. Ha accelerato e ha ammazzato sul colpo Abd Elsalam”. Elderah Fisal Elmoursi, un altro operaio, che era presente dichiara:

Situazioni del genere, così tese, erano già accadute. A me ieri i dirigenti mi dicevano ‘Ti sparo! Ti sparo!’. Dovevamo fare la trattativa e ci hanno obbligato ad andare in un locale a fare quest’incontro invece di farlo in magazzino, isolandoci. Così quando abbiamo saputo che la trattativa era andata male, ci siamo messi in sciopero davanti ai cancelli. A un certo punto c’era un dirigente che incitava gli autisti a lavorare comunque. E quindi, uno di loro che prima era sceso e aveva lasciato il motore acceso, è risalito. Gli autisti se la fanno sotto quando ricevono questi ordini dai dirigenti. Noi sappiamo che gli autisti sono dei lavoratori, loro stessi li odiano questi dirigenti: ci dicono aiutateci a cacciarli. Ma poi se la fanno sotto quando gli danno gli ordini. Il nostro amico, Abd Elsalam, era dalla parte dell’autista, quindi quello lo vedeva sicuramente. Ha bussato sul cofano. Ma quello era già partito, non c’ha visto più evidentemente. E il nostro collega è andato sotto le ruote. C’era il sangue che usciva dalla bocca. Una scena che non dimenticheremo mai. Eravamo tutti a urlare, a piangere. E l’autista avrebbe continuato se non l’avessimo fermato.

La procura di Piacenza sostiene che non ci fosse un picchetto, che i camion entravano e uscivano regolarmente dallo stabilimento, e che di fatto si sia trattato di un incidente. Abd Elsalam Ahmed Eldanf si sarebbe allontanato dal gruppo degli altri lanciandosi contro il camioncino, o è stato inavvertitamente investito. Allo stato attuale l’autista è indagato per omicidio stradale.

Un abuso sistematico
Abd Elsalam Ahmed Eldanf aveva 53 anni, cinque figli, lavorava per Gls come facchino dal 2003, e aveva già un contratto a tempo indeterminato: quindi era lì per gli altri. La trattativa che era saltata nella notte prevedeva il reintegro di alcuni operai licenziati perché facevano parte del sindacato, e la stabilizzazione di altri tredici lavoratori. La Gls aveva fatto finta di accettare la proposta, ma alla fine inaspettatamente e irresponsabilmente, aveva interrotto il dialogo.


Gli scioperi, le manifestazioni, le lotte sindacali nel settore della logistica(soprattutto organizzate dalle sigle di base, Usb, Cobas) negli ultimi anni hanno permesso di ottenere un affrancamento da condizioni di quasi schiavitù e la conquista di tutele minime: il riconoscimento di diritti fondamentali come la tutela all’assenza per malattia o per infortunio, la diaria per la mensa.

Qui ci sono le immagini della manifestazione contro la Gls di gennaio.

Gli strumenti di questo abuso sistematico commesso da molte aziende della logistica sono diversi e terribili: un cottimo di fatto istituzionalizzato, paghe basse per lavori sfiancanti, l’organizzazione in cooperative di comodo, lo sfruttamento di lavoratori stranieri. Capita spesso che gli operai che si organizzano per reclamare i loro diritti siano licenziati semplicemente cambiando il nome della cooperativa.

La disponibilità di manodopera a basso costo è un ulteriore incentivo ai licenziamenti facili. Inoltre, spesso i datori di lavoro fanno leva sulle conflittualità interne ai lavoratori, dovute all’appartenenza a gruppi etnici diversi. Facciamo un esempio: i lavoratori di origine romena o egiziana in molte aziende sono sindacalizzati, quindi i datori di lavoro tenderanno ad assumere lavoratori di origine filippina o bangladese, ancora poco organizzati.

Sarebbe giusto, doveroso, che il ministro fosse presente ai funerali di Abd Elsalam Ahmed Eldanf

Nonostante la crisi o proprio a causa di questa, la logistica (i trasporti, lo stoccaggio delle merci) è un settore in enorme espansione, ma al tempo stesso è un’avanguardia nello smantellamento dei diritti del lavoro. Il ministro Giuliano Poletti viene dal mondo delle cooperative e conosce bene i meccanismi di ricatto che possono annidarsi in un contesto dove non c’è un rapporto di subordinazione esplicita del lavoratore al datore di lavoro.

Sarebbe giusto, doveroso, che il ministro fosse presente ai funerali di Abd Elsalam Ahmed Eldanf e anche il presidente del consiglio dovrebbe partecipare. Indispensabile infine che sia indetto uno sciopero unitario in solidarietà con gli operai della Gls. Una tragedia come quella di ieri ha un che di ottocentesco – di un tempo in cui la coscienza dei diritti si doveva ancora formare. Fa impressione vedere un passato così spaventoso ritornare davanti agli occhi di tutti.

(Qui c’è il comunicato del sindacato Usb)

http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2016/09/15/piacenza-gls-operaio-ucciso