Ferentino 27 settembre 1970: la morte “strana” di Cinque anarchici del Sud

Nella notte tra il 26 e 27 settembre del 1970, proprio nel momento di passaggio all’ora legale, una Mini minor targata Reggio Calabria, finiva sotto un camion, sul tratto autostradale Napoli-Roma, a 58 km dalla capitale. Morivano Angelo Casile, Gianni Aricò, Franco Scordo, Luigi Lo Celso, giovanissimi anarchici calabresi, i primi tre reggini. Annalise Borth, tedesca, compagna di Gianni Aricò, veniva ricoverata al San Camillo a Roma, dove morirà venti giorni dopo.

Per molto tempo si parlò di un incidente e molti strani e inquietanti elementi che avrebbero dovuto portare a investigare, non furono presi in considerazione: la polizia politica (sic!) arrivò venti minuti dopo l’incidente, furono prelevati tutti i diari, block notes e documenti dei giovani anarchici e mai restituiti alle famiglie, il camion che provocò l’impatto mortale aveva i fari spenti perché non funzionanti. La procura di Roma chiuse immediatamente il caso e non se ne parlò più finché negli anni ’90 il giudice Salvini riaprì il capitolo delle stragi di Stato e, grazie alle confessioni di un pentito (tale Lauro), scoprì che a Gioia Tauro il 22 luglio del 1970 il deragliamento del Treno del Sole, dove morirono sei persone e ci furono ben 139 feriti, non era stato un incidente. Rientrava a pieno titolo nella strategia della tensione: vennero presi gli esecutori ma, come al solito, non i mandanti, come per tutte le altre stragi di quegli anni in cui i servizi segreti (è un ossimoro definirli “deviati”) hanno avuto la regia.

Questi giovani anarchici stavano portando a Roma un dossier che riguardava proprio il deragliamento del treno e, a quanto abbiamo appreso negli ultimi anni, anche alcune informazioni importanti che riguardavano Junio Valerio Borghese e il suo tentativo di golpe.

Nel mese di settembre del 1970 Angelo Casile aveva incontrato a Palermo Mauro de Mauro, pochi giorni prima che il direttore dell’Ora di Palermo fosse fatto fuori dalla mafia siciliana. Angelo riferì che gli aveva rivelato che stava indagando su un possibile colpo di Stato in Italia.

Nessuno gli credette o lo prese in considerazione, compreso il sottoscritto. Sembravano fantasie di compagni ossessionati da quello che era successo in Grecia con il golpe dei colonnelli. Così come Gianni Aricò che disse alla madre «abbiamo scoperto cose che faranno tremare l’Italia», e lo ripeté a chi scrive, sembrava ci fosse un po’ di megalomania, malgrado le continue minacce che subivano al telefono avrebbero dovuto allarmarci.

Oggi sappiamo che era tutto vero e che questi giovani anarchici del Sud sono vittime di una strage di Stato, come quella del treno fatto deragliare a Gioia Tauro, che il presidente Mattarella ha ricordato quest’anno nel cinquantesimo.

Questa storia è stata raccontata per la prima volta da Fabio Cuzzola nel 2001 (Cinque anarchici del Sud, città del sole ed.) e ristampata, con un ricco aggiornamento, oggi dalla Castelvecchi. È una storia che ha una rilevanza nazionale perché in quell’estate del 1970 scoppiava la rivolta di Reggio per il capoluogo, che veniva strumentalizzata dal Msi sul piano politico, ma che, come emerge dal libro di Cuzzola, vedeva costituirsi, per la prima volta, una nefasta alleanza tra ‘ndrangheta, destra eversiva, massoneria, servizi segreti, italiani e stranieri. Un’alleanza tragica per il nostro paese che ha prodotto stragi, lutti, e un arretramento del quadro politico proprio nel momento che più forti erano i movimenti per il superamento di questo modo di produzione capitalistico.

Un’alleanza che nasce sul terreno di una piccola città del profondo Sud e che dei giovani anarchici, da soli, avevano cercato di smascherare, mettendo a rischio la propria vita per un’ideale di libertà e giustizia. Andrebbero ricordati per questo nei libri di storia come ci ricordiamo di quelli che spesero la loro vita per liberarci dal nazifascismo.

Tonino Perna

da il manifesto

Bologna: la questura denuncia chi si oppone all’odio fascista

SIAMO TUTTƏ ANTIFASCISTƏ!

In queste ore, la questura di Bologna sta procedendo con la notifica di alcune denunce contro quel moto di rifiuto dell’odio fascista che qualche mese fa, spontaneamente, aveva visto compatta la zona universitaria.

I fatti in questione (rispetto a cui avevamo già preso parola qui: https://cuabologna.it/2022/05/20/warning-fascist-fake-news/ ) risalgono alle ultime giornate di maggio caratterizzate dal rinnovo degli organi accademici dell’unibo e sfruttate da Azione Univeristaria per gironzolare con fare smargiasso intorno a Piazza Verdi. Durante tali giornate si erano andati a verificare e moltiplicare per tutta via Zamboni episodi di provocazione, molestie, minacce, scritte xenofobe e sessiste, svastiche sui muri e il tutto era culminato il 19/05 con una simpatica irruzione all’interno dell’auletta autogestita del 38 strappando i manifesti trovati al suo interno e pisciando sui muri.

Quella stessa sera, per festeggiare una giornata piena di sane nefandezze, i prodi fascistelli andavano a zonzo innenneggiado alle camice nere e pensando di poter minacciare indisturbatamente chi gli si presentasse davanti, e fu allora che la risposta di studenti e studentesse, precari e precarie della zona uni si dimostrò compatta nel volerli via dalle proprie strade, via dai propri plessi universitari.

È quanto mai ironico come chi di giorno in giorno professa l’odio come propria fede, sia pronto ad andare a piagnucolare nelle comode aule dei tribunali non appena le proprie minacce vengono rimandate al mittente.

In un momento storico in cui tra fame, miseria, guerra e devastazione, le destre cavalcano il malcontento popolare, è bene ricordare ai Meloni, Salvini, e chi altro di turno, che la risposta dal basso sarà sempre un deciso “No”.

In un momento storico in cui l’antifascismo diventa uno slogan vuoto, diventa uno strumento da campagna elettorale, la zona universitaria continua a trasmettere come l’antifascismo vero debba essere pratica concreta e quotidiana, fuori dalle retoriche di partito e dalla stagionalità del voto.

Oggi come ieri, ZONA UNI ZONA ANTIFA!

Omosessuali, rom, disabili le vittime senza nome dell’Olocausto

Aktion T4, Porrajmos e Omocausto. Hanno un nome, quelli che in molti definiscono gli Olocausti dimenticati. Disabili, rom e omosessuali sterminati durante gli anni del nazismo, grazie anche al ruolo svolto dai regimi fascisti collaborazionisti.

Spesso non hanno più un volto e una voce, perché furono in pochi a sopravvivere ai folli piani di sterminio messi in atto da Hitler e a poter, quindi, trasmettere quella Memoria, fondamentale per tramandare le atrocità commesse dall’uomo. Anche la matematica dell’orrore, quella che dovrebbe documentare e far comprendere nella sua brutalità numerica, con le cifre delle persone morte, la portata di questo sterminio, deve fare i conti con documenti fatti sparire o con (è il caso dei rom) l’assenza di una tradizione scritta. Oppure, come avviene per i gay, con la negazione della loro omosessualità, anche dopo la liberazione dai campi di concentramento.

Anche i Testimoni di Geova furono perseguitati, tra il 1933 e il 1945 (diecimila internati, prevalentemente tedeschi): a loro veniva anche offerta  –  invano – la possibilità di rinunciare al loro credo religioso, in cambio della libertà. Olocausti che – come hanno fatto notare, non senza qualche polemica, alcune associazioni – si è spesso cercato di dimenticare. E sono proprio le associazioni come l’Avi (per la tutela delle persone disabili), Arcigay e Gay Center, Opera Nomadi e Aizo (rom e sinti) ad aver organizzato, nella settimana della Memoria, alcuni eventi, in tutta Italia, per cercare di far conoscere, ad esempio, l’Aktion T4, il programma nazista di eutanasia che, in nome dell’igiene della razza cara ai nazisti, portò alla soppressione di almeno 70mila persone affette da malattie genetiche, inguaribili o da malformazioni fisiche.

O l’Omocausto, che portò alla morte di almeno 7mila omosessuali nei campi di sterminio nazisti (oltre alle decine di migliaia di persone che vennero condannate sulla base del Paragrafo 175, quello che puniva gli atti e, persino, le fantasie omosessuali). E, infine, lo Porrajmos, che in lingua romaní indica la “devastazione”: furono più di mezzo milione i rom e i sinti morti nei campi di sterminio. I piani di sterminio degli zingari vennero attuati non soltanto nei territori annessi dal dominio nazista, ma anche da parte dei governi collaborazionisti, come la Romania e la Jugoslavia, che furono, insieme alla Polonia, tra i principali teatri di questa persecuzione. Ad Auschwitz erano rinchiusi nel tristemente noto Zigeunerlager, ed erano contraddistinti dal triangolo marrone. Come Barbara Ritter, cecoslovacca rom, scomparsa dieci anni fa. Una delle poche persone a raccogliere la sua testimonianza, durante un incontro che si è tenuto a Ginevra, è stata Carla Osella, presidente dell’Aizo (Associazione Italiana Zingari Oggi). A lei ha raccontato della deportazione nel campo, nel reparto dell'”angelo della Morte”, quel Josef Mengele noto per i suoi esperimenti medici e di eugenetica che svolse usando come cavie umane i deportati, anche bambini. “Barbara venne rinchiusa nel lager di Mengele, e qui sottoposta ad una serie di esperimenti. Le inocularono la malaria, per vedere se era in grado di guarire. Non morì, a differenza di tante persone, tutti bambini, che erano con lei”, racconta Osella. “Uno dei racconti più atroci che mi fece, fu quello che vide per protagonista un bimbo, ad Auschwitz. Per tenere buoni i bambini, Mengele era solito dar loro della cioccolata. Un giorno prese uno di questi e, proprio di fronte a Barbara, gli sparò, senza alcuna apparente motivo”.

Barbara assistette anche a numerosi tentativi di ribellione, da parte dei rom, nei confronti dei soldati nazisti. “La Ritter si salvò, perché, dopo essere stata trasferita a Buchenwald, riuscì a fuggire, mentre chi era rimasto ad Auschwitz fu ucciso”, ricorda ancora la presidente dell’associazione. Ma i racconti come questo sono pochi. “Non ho notizia, in Italia, di nessun rom sopravvissuto all’Olocausto, che sia ancora in vita  –  dice Massimo Converso, presidente dell’Opera Nomadi  –  E poi c’è il problema, a livello di trasmissione della memoria, dell’assenza di una tradizione scritta. I rom erano spesso analfabeti”. Mezzo milione i morti certi, anche se di moltissimi zingari si è persa ogni traccia, senza che si possa dire con certezza che siano stati uccisi dai nazisti. E questo potrebbe spiegare perché altre stime parlino di un milione e mezzo di morti. In provincia di Viterbo, a Blera, ne vennero chiusi una cinquantina in un campo di concentramento repubblichino, sconosciuto ai più. “Dal settembre del 1943 al giugno del 1944”, spiega Converso, che ieri, a Roma, ha preso parte alla tradizionale fiaccolata che ricorda i rom uccisi. Silvia Cutrera, a capo dell’Avi (associazione per la vita indipendente) è, invece, riuscita a intervistare il tedesco Friedrich Zawrel: classe 1929, venne internato nello “Am Spiegelgrund”, un ricovero, a Vienna, per bambini “disturbati mentalmente”, e che, sotto il Terzo Reich, fu trasformato in “centro dell’orrore”. Era considerato affetto da comportamento deviato, perché figlio di un alcolizzato non in grado di prestare servizio militare: in più aveva anche marinato alcune lezioni, a scuola. “Ha personalmente assistito agli esperimenti condotti sui bambini, ricoverati insieme a lui  –  racconta la Cutrera  –  Non venivano uccisi, ma si somministravano loro farmaci, per vedere chi riusciva a vivere più a lungo oppure per studiare le loro reazioni. Anche lui fu costretto a prendere medicine letali”. Dopo aver subito molestie e violenze, ha cercato di fuggire. Riacciuffato, è stato segregato per un anno in una cella di isolamento: è riuscito a salvarsi soltanto grazie all’aiuto di una infermiera.

Rosa era, invece, il colore del triangolo che indicava, nei campi di concentramento, gli omosessuali. “Le stime sui morti, in questo caso, sono difficilissime  –  racconta Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center  –  perché molti non volevano ammettere di essere omosessuali. Altri vennero portati nei campi di concentramento per altri motivi e, quindi, la loro omosessualità non emergeva”. “E’ una storia cancellata, la loro”, dice Porpora Marcasciano, presidente del MIT (movimento di identità transessuale) e componente del Comitato nazionale Bologna Pride 2012, “anche per colpa di quel pudore cattolico che porta a censurare determinati argomenti. E  bisogna considerare che molti gay erano anche deportati politici e non avevano alcuna intenzione di dichiarare  il loro orientamento sessuale, anche una volta liberati”. Tra i pochi  –  è forse l’unica, in Italia, a poter ancora ricordare quegli anni di persecuzioni  –  c’è la transessuale Lucy, che entrò nel campo di sterminio di Dachau come Luciano. E che, nel 2010, per la prima volta, è tornata a visitare il luogo dal quale è riuscita miracolosamente a salvarsi. “Di Omocausto si è iniziato a discutere in Italia grazie a quegli studiosi, soprattutto tedeschi, che hanno sollevato il caso  –  osserva Aurelio Mancuso, presidente di Equality  –  Fino a non molto tempo fa, una ventina di anni fa, non si parlava affatto delle vittime omosessuali. C’erano anche difficoltà relative alle fonti e ai documenti”. “Bisogna poi ricordare quelle centinaia di persone mandate al confino dal regime fascista  –  aggiunge Mancuso  –  e che, comunque, rientravano nelle persecuzioni dell’epoca contro gli omosessuali”. Mancuso evidenzia anche il ruolo chiave svolto dalle comunità ebraiche italiane nel portare alla luce la questione dell’Omocausto: “Si è fatto molto lavoro comune, fondamentale per una memoria condivisa, e tanti rabbini si sono pronunciati in merito alle persecuzioni dei gay durante il periodo nazista”.

Roma 28 settembre 1978 – Ivo Zini ucciso dai fascisti

28 settembre 1978: Ivo Zini di 24 anni, e altri due compagni Vincenzo De Blasio, di ventotto, e Luciano Ludovisi, di trenta, arrivano davanti storica sezione romana del PCI dell’Alberone in via Appia Nuova 361, e si fermano per leggere il giornale affisso al muro.

È proprio in questo momento che a bordo di una vespa bianca, con il volto coperto, arrivano due fascisti armi in pugno e aprono il fuoco sui compagni. Ivo colpito al petto si accascia a terra, mentre Vincenzo è ferito al polso e alla gamba, Luciano rimane illeso. Ivo muore poco dopo l’arrivo in ospedale.

Alle 23 i NAR rivendicano l’omicidio in una lettera al Messaggero. Come confermeranno in parte il processo e i testimoni presenti davanti alla sezione, quasi sicuramente i colpevoli sono Alessandro Alibrandi e Mario Corsi, entrambi noti fascisti della capitale.

La sede del PCI e quella antistante del comitato autonomo sono il centro di ritrovo di quasi tutti i giovani proletari del quartiere, e appunto per questo spesso erano state oggetto di attentati squadristi.

Dopo questa brutale esecuzione tutto il quartiere e i compagni di Ivo scendono nelle piazze e nelle strade di Roma per ricordarlo e chiedere giustizia in un grande e partecipato corteo con striscioni che chiedevano sia giustizia per Ivo e tutti i compagni uccisi dai fascisti, sia di processare gli assassini.

L’esito del processo contro la cellula dei NAR, in particolare contro Mario Corsi, è lungo e dopo un periodo di latitanza a Londra di quest’ultimo, si risolve con una assoluzione.

A quaranta anni di distanza, nonostante diversi testimoni sostengano di aver riconosciuto i fascisti che spararono quel giorno, nessuna giustizia è arrivata per Ivo Zini.

Quella del 28 settembre ’78, è un’altra pagina del terrorismo nero italiano che arriva dopo la morte di Walter Rossi, e Fausto e Iaio, in una strategia terroristica che i NAR di Fioravanti misero in pratica in quegli anni.

L’atteggiamento del PCI, sempre teso al compromesso con la Democrazia Cristiana, non fece che favorire l’impunità dei fascisti nelle aule di tribunale ed era teso a far si che la rabbia e l’antifascismo militante della sua base si confinassero solamente, salvo pochi casi pur significativi, ad accorati appelli giustizialisti per l’unità democratica

Paradosso all’Italiana. Quando il governo boicotta se stesso – FORUM PER CAMBIARE L’ORDINE DELLE COSE

Casa originale dell articolo https://www.percambiarelordinedellecose.eu/paradosso-allitaliana-quando-il-governo-boicotta-se-stesso/

Lo scorso dicembre il Senato ha definitivamente approvato il decreto legge 130, convertito in legge n. 173/20. Sono stati così finalmente modificati i cosiddetti “decreti sicurezza” voluti dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Ma le modifiche per essere tali devono ripercuotersi sulla realtà e trovare effettiva applicazione, altrimenti restano carta morta. Per questo insieme a GREI250, Refugees Welcome  Italia, Fondazione Migrantes, Rete EuropAsilo, e alle decine di associazioni che fanno parte del Forum e che si muovono operativamente sul territorio nazionale (qui la mappatura in continuo aggiornamento), abbiamo realizzato un monitoraggio sul campo.
Sedici le città coinvolte – Reggio Calabria, Lecce, Brindisi, Bari, Foggia, Termoli, Napoli, Caserta, Roma, Firenze, Bologna,  Ancona, Parma, Trieste, Bolzano – dove abbiamo verificato le prassi degli uffici immigrazione delle Questure locali e delle Commissione territoriali per la protezione umanitaria, oltre che le posizioni assunte dai tribunali ordinari, concentrandoci in particolare sull’accesso alla protezione speciale prevista dal DL130. Il risultato è allarmante: centinaia di persone che avevano già subito le conseguenze dei decreti sicurezza continuano a essere intrappolati in  un pericoloso limbo giuridico e di irregolarità. 
Come Forum per cambiare l’ordine delle cose, insieme a molte altre realtà attive nella tutela dei diritti abbiamo atteso a lungo una modifica dei “decreti sicurezza” che, a dispetto del nome, avevano avuto l’effetto di aumentare l’insicurezza per oltre centomila persone, escluse dai percorsi di accoglienza e rese maggiormente vulnerabili a causa dell’eliminazione della protezione internazionale. Lo scorso dicembre l’approvazione in Senato del DL130 ha finalmente modificato tali decreti. Nonostante auspicassimo l’abrogazione, abbiamo salutato con soddisfazione la modifica, anche a fronte del denso percorso di advocacy e pressione politica promosso insieme a una rete di associazioni e attivisti.
E’ quindi con grande delusione che costatiamo come ad oggi la modifica normativa sia di fatto schiacciata e scavalcata da prassi illegittime e circolari.  Le richieste di protezione speciale sono bloccate, come i casi pendenti e i rinnovi dei permessi di soggiorno. Il motivo di questo stop al cambiamento, pur promosso dalla normativa recentemente approvata, è da rintracciare nell’assenza di indicazioni pratiche da parte dell’amministrazione centrale: una mancanza che lascia spazio a prassi illegittime da parte delle Questure e delle Commissioni territoriali. Istanze non ricevute, o ricevute ma non prese in esame; documentazioni integrative che non vengono prese in considerazione, nonostante così sancisca la legge 173/2020; richiesta, da parte delle Questure, di requisiti previsti dai ‘decreti sicurezza’ ma eliminati dalla legge attuale, sono solo alcune delle prassi che mantengono migliaia di persone in un limbo burocratico e giuridico.
Abbiamo scritto una lettera aperta al Ministro Lamorgese, aisottosegretari agli Interni, aicapo dipartimenti della Pubblica sicurezza, per le Libertà Civili e l’immigrazione e alpresidente della Commissione Nazionale Asilo. Per ora non abbiamo ricevuto alcuna risposta. 

Il DL130 era stato pensato per sanare una situazione che aveva escluso e marginalizzato migliaia di cittadini stranieri. Nonostante la sua approvazione, la situazione di queste persone è rimasta la stessa. E’ urgente un cambiamento reale, al passo con la legge. Per questo come Forum per cambiare l’ordine ci facciamo promotori di una campagna di sensibilizzazione e pressione politica. Dopo aver constatato la disapplicazione della legge, vogliamo informare e formare i/le migranti – le prime persone colpite da questa situazione – così come chiunque voglia capire meglio la normativa, anche per contrastare le prassi illegittime. Sosterremo concretamente operatori e operatrici, che invitiamo a rivolgersi a noi per un sostegno nella presentazione delle istanze. Vogliamo essere spazio di aggiornamento sulla situazione, di denuncia per chi vuole segnalare criticità e problematiche sul proprio territorio, e di sintesi di quanto osservato sul campo, attraverso la diffusione di un report di analisi delle criticità.
Chiediamo alle realtà impegnate sul campo di aderire alla campagna: è importante che chi ogni giorno è impegnato sui territori svolga un lavoro di monitoraggio del reale affinché si applichi, finalmente, la legge.

1 Maggio 1987 muore Mario Scrocca

Primo maggio del 1987, alle 21.30 viene dichiarata, dai medici del S. Spirito di Roma, la morte di Mario Scrocca. Era stato prelevato il giorno prima da casa, accusato di un pluriomicidio avvenuto quasi dieci anni prima; su sua espressa richiesta durante l’interrogatorio era stato sottoposto a vigilanza a vista. Il ragazzo (27 anni) costretto in isolamento era sorvegliato con la cella aperta. Per un “errore” nel cambio di consegna degli agenti penitenziari, la sorveglianza a vista si trasforma in controllo ogni dieci minuti dallo spioncino.

Scrocca fu arrestato per il duplice omicidio di due neofascisti in via Acca Larentia nel gennaio 1978 sulla base delle rivelazioni di una pentita Livia Todini (all’epoca dei fatti quattordicenne), che parlò di un certo Mario riccio e bruno ma non lo riconobbe nel corso del riscontro fotografico.

Alle 20 del primo maggio, orario del cambio di guardia, gli agenti trovano il giovane impiccato, non in una cella antisuicidio, ma in una cella anti impiccagione. Riuscì ad impiccarsi per uno scarto di 2 millimetri usufruendo dello spazio del water, incastrando la cima del cappio nella finestra a vasistas, cappio confezionato con la federa del cuscino scucita e legata alle estremità con i lacci delle sue scarpe (che erano stato confiscati insieme alla cintura al momento della carcerazione); lacci che torneranno magicamente sulle scarpe del ragazzo (uno regolarmente allacciato) quando arriverà al S.Spirito.

I primi soccorsi vengono effettuati direttamente a Regina Coeli, sembra, nella stessa cella, poi il detenuto viene portato all’ospedale che dista circa 500 metri dalla casa circondariale, che purtroppo sono contromano, 1.6 km per un tempo stimabile al massimo in 10 minuti. Il trasporto avverrà nel portabagagli di una 128 Fiat familiare, anziché sull’autoambulanza di servizio del carcere. Due agenti di custodia e un maresciallo, senza alcuna presenza del medico che avrebbe dovuto prestare teoricamente il primo soccorso; appare evidente ai sanitari dell’Ospedale che nulla è stato tentato per salvare Mario. Arriverà al S. Spirito alle 21.00 già cadavere. Non sarà permesso ai familiari (avvisati per altro al telefono e senza qualificarsi) di vedere il corpo fino alle 6 del mattino successivo, che non presenta tracce di lesioni se non per l’enorme ematoma sulla spalla destra e sul collo, solcato da larghi e profondi segni, dichiarati dagli stessi sanitari, non prodotti da stoffa.

Tre giorni dopo la morte di Mario, il Tribunale del Riesame revocherà il mandato di cattura.

Dopo la costituzione come parte civile, nel procedimento aperto contro ignoti, della moglie, spariranno tutti i fogli di consegna, di ricovero e requisizione degli oggetti al momento dell’arresto. A distanza di un anno il procedimento si chiuderà in primo grado senza responsabili se non lo stesso giovane.

L’accaduto è sempre stato volutamente nebuloso fin dall’arresto su dichiarazioni di seconda mano di una pentita che avrebbe appreso notizie da una persona non rintracciabile. Evidenti le irregolarità nella carcerazione, le stranezze della morte del giovane e nei referti autoptici.

Nessuno ha mai dato risposte se il giovane sia “stato suicidato” o se sia stato istigato al suicidio, reato che all’epoca non esisteva.

La responsabilità “reale” di quel giovane è stata avere un nome troppo comune, una famiglia, un bimbo di due anni, un lavoro stabile, essere militante di Lotta continua e poi tra i fondatori delle RdB del settore sanitario, amare il suo lavoro, la sua vita e le sue convinzioni politiche

primo maggio

Un giovedì di sangue con 5 lavoratori morti nelle province di Taranto(2), di Vicenza, di Potenza e in un Cantiere Amazon a Alessandria, dove sono rimasti feriti anche altri tre operai. Muore Mattia Battistelli un operaio di soli 23 anni, la tragedia a Montebelluna in Veneto

Dall’inizio dell’anno al 1° maggio ci sono stati 218 morti su luoghi di lavoro, 57 a Aprile, 435 con i morti sulle strade e in itinere

Torino: Primo maggio, per salvarci dobbiamo cambiare sistema!

Primo Maggio: H. 9,30 Piazza Vittorio Veneto – Crisi sanitaria, crisi sociale, crisi ecologica: per salvarci dobbiamo cambiare sistema

Ad oltre un anno dall’inizio dell’emergenza Covid-19, udiamo promesse, proclami e ipocrite campagne elettorali, mentre continuiamo a non vedere la luce in fondo al tunnel. La pandemia è uno dei frutti avvelenati del sistema sociale in cui viviamo, del modo in cui sono organizzate nella nostra società le relazioni tra esseri umani, nonché tra esseri umani e natura. Il persistere dell’emergenza e l’avvicendarsi delle ondate di contagio rende palese come il sistema che ha prodotto la pandemia sia lo stesso che non è in grado di risolverla.

Il contagio nasce in seno ad un capitalismo sempre più vorace che ignora i limiti ecosistemici presenti in natura. Agroindustria, deforestazione, devastazione di ambienti incontaminati sono i processi che permettono la promiscuità tra uomo e animale in cui i virus possono compiere dei salti di specie. Questi eventi non sono affatto casuali, ma sono ovvie conseguenze della tendenza del capitalismo a massimizzare il profitto e a concentrarlo nelle mani di pochi. Ed è sempre conseguenza di un capitalismo che si riproduce sui flussi del mercato globale, dove uomini, merci e denaro si spostano senza sosta da un lato all’altro del mondo, che il virus si è diffuso ad una velocità senza precedenti.

Mentre scriviamo questa indizione, i morti da Coronavirus sono oltre 3,09 milioni nel mondo, di cui 119mila solo in Italia – l’equivalente di una città delle dimensioni di Bergamo – e l’impressione che abbiamo è che, nonostante le vaccinazioni ed i lockdown, ci toccherà fare i conti con questa malattia ancora per molto tempo.
Il nostro sistema sanitario ha subito una radicale trasformazione negli ultimi trent’anni. Pensato originariamente come un modello pubblico ed universale, ma al contempo attento ai bisogni e alle specificità dei singoli territori, è stato progressivamente smantellato. Al suo posto abbiamo assistito a processi irreversibili di razionalizzazione, privatizzazione, aziendalizzazione e concentrazione esclusiva di risorse in grandi poli di eccellenza. La crisi del sistema sanitario di fronte all’esplosione del Coronavirus è stata la conseguenza fisiologica di scelte politiche che hanno messo in mano la salute dei e delle cittadine ad amministrazioni regionali sconsiderate, con un piano pandemico mai aggiornato, rimuovendo completamente il tema della prevenzione, in quanto poco remunerativo. Al di là del caso specifico del Covid, oggi in questo Paese vi sono milioni di persone che, in solitudine e nella totale invisibilità, devono affrontare difficoltà insormontabili ad accedere alle cure sanitarie per mancanza di reddito, perché straniere, perché prive di documenti. E vogliamo parlare dei vaccini, oggetto di un conflitto tra Stati, nonché fonte inesauribile di arricchimento per multinazionali del farmaco che piuttosto che cedere sui brevetti lascerebbero morire altri milioni di persone. Senza contare che il ritardo con cui si sta svolgendo la campagna vaccinale conferisce ampio vantaggio ad un virus che costantemente muta.
L’ informazione rispetto ai vaccini è confusa, i giornali cavalcano un’onda di allarmismo generale che sin dall’inizio della pandemia ne accompagna la gestione.
Anche questo è il frutto di scelte fatte molto tempo addietro, aver appaltato al libero mercato la ricerca e la produzione di farmaci, aver trasformato il benessere della popolazione in una possibilità di profitto per pochi, rinunciando ad investire in una ricerca scientifica pubblica per il bene comune.

Mentre lobbies imprenditoriali e grandi multinazionali influenzano indisturbate le scelte di governo, milioni di lavoratori si recano ogni giorno in fabbrica, nei magazzini della logistica o in ufficio, rischiando di ammalarsi. Altre centinaia di migliaia sono cadute nel giro di pochi mesi nella spirale della disoccupazione, dell’impoverimento e dell’insicurezza sociale.
E questo è solo l’inizio, a fronte di un governo che ha intenzione nei prossimi mesi di rimuovere il blocco dei licenziamenti.
Nel mentre di una crisi sociale già in atto, assistiamo all’ascesa di uno dei governi più vergognosi della storia repubblicana, dove la gran parte dell’arco istituzionale si è accordato per spartirsi i fondi del Recovery Fund. Il “Governo Draghi” rappresenta la quintessenza degli interessi imprenditoriali, predatori e speculatori del nostro paese, la ragion di stato di Confindustria. Supportato da un’ Europa sempre più incapace di garantire il benessere promesso ai propri e alle proprie cittadine – a esclusione di chi il titolo di cittadinanza non ce l’ha – mimetizza i propri interessi dietro la retorica della “transizione ecologica” e de “il Governo dei migliori”.

“Transizione ecologica” che stiamo vedendo all’opera, in tutta la sua violenza ecocida, in Val di Susa. A San Didero sta venendo raso al suolo un intero bosco per sostituirlo con una colata di cemento. Il progetto prevede un nuovo autoporto per camion che dovrebbero trasportare merci che non esistono. Nel mentre, è in corso la militarizzazione di un intero territorio e viene messa in pericolo la salute dei e delle cittadine. Il bosco di San Didero è pesantemente inquinato da pcb e diossine, emesse dall’acciaieria Beltrame che ha interrotto la sua produzione nel 2014. Rivoltare quel terreno vorrebbe dire rimettere in circolo particelle che provocano malattie cardiovascolari e all’apparato polmonare. Sempre per citare i “benefici” del TAV Torino Lione, si stima che nel corso di dieci anni di lavori verrebbero rilasciate nell’aria quasi 10 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Un’emissione che non verrebbe recuperata nemmeno se la linea lavorasse a pieno regime per 20 anni, cosa pressoché impossibile secondo il rapporto “Creuzet”.

Il costo spropositato di quest’opera – 8 miliardi di euro, secondo i promotori, ma destinati a moltiplicarsi – potrebbe essere investito per le vere emergenze che la pandemia ha messo in luce. Qualche suggerimento? Sicurezza sul lavoro ed un reddito minimo garantito per chi è stato penalizzato dalla crisi; potenziamento della sanità territoriale – che sia davvero accessibile e universale – e di ricerche sulla prevenzione, investimenti per scuole ed università finite nel dimenticatoio insieme ad un futuro per i e le giovani, messa in sicurezza dei territori e bonifica di quelli inquinati e devastati. Su questo devono essere redistribuite le risorse, qui è la posta in gioco per avere un futuro. Tutto il resto è propaganda di un sistema che ci costringe ogni giorno a lottare per la nostra sopravvivenza, in quanto individui e in quanto specie.

NETWORK ANTAGONISTA TORINESE

25 APRILE 1945 – 2021RESISTENZA AL NAZIFASCISMO E LOTTA PER IL SOCIALISMO!

Per i comunisti il 25 Aprile non è solo la vittoria e la conclusione della guerra contro il fascismo e l’occupazione nazista, ma il momento più alto dell’obiettivo delle classi subalterne: rovesciare il sistema borghese capitalista, creatore e finanziatore di quei regimi, nazismo e fascismo, principali responsabili della devastazione della II Guerra mondiale e della carneficina di milioni di esseri umani.
La Resistenza ha visto decine di migliaia di operai, contadini, lavoratori, giovani e donne del popolo, opporsi in armi contro l’oppressione del nazifascismo e del sistema che lo aveva generato e sostenuto contro lo sviluppo delle idee e del movimento rivoluzionario della classe proletaria, rafforzatosi dopo la vittoriosa Rivoluzione bolscevica del 1917.

I Partigiani italiani, al contrario da quanto espresso dal revisionismo borghese sono stati, a maggioranza, diretti dall’allora Partito Comunista, avanguardia rivoluzionaria che lottava per assumere la gestione della società, liberarsi dal capitalismo e avviarne la trasformazione in senso socialista. Nelle file delle Brigate partigiane comuniste, i Commissari politici diffondevano idee rivoluzionarie e formavano i combattenti rivoluzionari al marxismo-leninismo.

Rivendicare oggi il ruolo svolto dai Partigiani e recuperare i loro insegnamenti, lo spirito rivoluzionario e l’abnegazione, significa lottare per una causa universale: l’abbattimento dei regimi borghesi e la costruzione di una nuova e più elevata società basata sull’abolizione dello sfruttamento, fino al passaggio alla società senza classi.

Anche quest’anno, a causa delle misure restrittive decise da governi, che non hanno prodotto ciò di cui vi è bisogno per contrastare il diffondersi della pandemia ‘Covid-19’, siamo costretti a celebrare la vittoria contro il nazifascismo in forme contenute e limitate.

Nell’emergenza sanitaria il sistema borghese ha dimostrato tutto il suo marciume; nel sistema sanitario pubblico, penalizzato da decenni di neoliberismo, si è consumata l’inefficienza, l’inadeguatezza e la corruzione, che la privatizzazione della sanità ha prodotto, gravando sulla vita dei lavoratori e delle loro famiglie. Se la strage degli anziani è il crimine più evidente, le centinaia di migliaia di licenziamenti, il dilagare della povertà, la militarizzazione della società, le restrizioni delle residue libertà democratiche, hanno svelato il vero volto delle politiche dei governi borghesi.

Mentre il bilancio sanitario è deficitario anche ad affrontare il ‘Covid19’, sono in aumento le spese militari. Il governo acquista nuovi sistemi di armi d’attacco aumentando del 6% la spesa bellica, accetta l’aumento della quota di appartenenza alla Nato, invia militari all’estero in zone dove (con altri paesi imperialisti) depredare risorse naturali e sfruttare le popolazioni locali, finanzia e sostiene regimi criminali come Libia e Ucraina. Anziché aumentare gli operatori sanitari e le loro retribuzioni, vengono elogiati militari, polizia e carabinieri, impiegati per tenere la popolazione a debita distanza … sociale!

Il passaggio del governo da Conte2 a Draghi ha comportato uomini “forti”, generali, commissari e super-poliziotti, con esperienze di controllo sociale e politico, di guerre imperialiste. Il governo non intende gestire l’emergenza ‘Covid19’, ma abituare la popolazione alla presenza militare sul territorio in preparazione di misure sempre più autoritarie su occupazione, sanità, istruzione, servizi sociali, trasporti, pensioni, ecc.

Sfratti, licenziamenti, arresti di operai e giovani in lotta in difesa del salario, del posto di lavoro, dell’ambiente, la cassa integrazione, la disoccupazione, l’aumento della povertà, sono oramai fatti quotidiani.

Il governo dell’oligarchia finanziaria mira non solo a impedire potenziali ribellioni, ma a privare il movimento operaio e sindacale di diritti politici, sindacali e sociali, conquistati a caro prezzo: dal diritto di sciopero al diritto di manifestazione, di organizzazione e di rappresentanza sindacale, fino all’utilizzo antisindacale di strumenti giudiziari.

Come mostrano tante sentenze sui licenziamenti, sull’amianto e per ultimo quella vergognosa emessa dalla IV sezione della Cassazione sulla strage ferroviaria di Viareggio che condanna i lavoratori RLS che hanno “osato” costituirsi parte civile a pagare 80.000 euro di spese legali e processuali. A 4 mesi dalla sentenza sulla strage di Viareggio, i familiari sono ancora in attesa delle motivazioni. A 30 anni dalla strage del traghetto ‘Moby Prince’ a Livorno, le istituzioni si sono ridotte a invocare piena luce (140 Vittime, zero colpevoli!). Due stragi di lavoro dove 172 Vittime sono bruciate vive!

La borghesia – che nonostante la pandemia ha aumentato i profitti – combatte per mantenere il proprio dominio politico ed economico contro la classe lavoratrice avvalendosi anche della versione autoritaria del leghismo e del nazionalismo di Fratelli d’Italia, e della versione squadristica di Casa Pound, Forza Nuova, Lealtà e Azione e altre lugubri formazioni, che alzano il tiro (con l’obiettivo di strumentalizzare il malcontento del ceto medio), ritenendosi legittimate da anni di propaganda revisionista e da operazioni “pacificatorie” della sinistra borghese.

Armi, eserciti, decreti Salvini, missioni “umanitarie” di guerra, non garantiranno maggiore sicurezza, ma l’aumento dell’oppressione e dello sfruttamento in una situazione caratterizzata da una profonda crisi economica e sociale del sistema capitalista-imperialista; una crisi causata dalle contraddizioni insite nel sistema, le cui conseguenze pesano sulle spalle della classe operaia e degli strati popolari.

Quanto sta accadendo ha precisi responsabili: i “padroni del vapore” e i loro lacchè. Deve nascere in ogni proletario un profondo sentimento di odio di classe, come spinta necessaria ad affrontare la lotta di resistenza a questo marcio sistema.

I valori tramandati dalla Resistenza, gli ideali rivoluzionari che spinsero i Partigiani a combattere il nazifascismo per un’altra società, sono un patrimonio da utilizzare per una nuova Resistenza, contro il potere del capitale a livello mondiale, per la ripresa del conflitto di classe e una fase di lotte rivoluzionarie.

Oggi come ieri, l’unità, la lotta e l’organizzazione dei comunisti sono condizioni per la vittoria.

ORA E SEMPRE RESISTENZA!

Unione di lotta per il Partito comunista

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