15 dicembre 1976 viene ucciso Walter Alasia

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Il 16 Settembre 1956 nasce a Sesto San Giovanni Walter Alasia. Nato da padre e madre operai, crebbe nell’ambiente della cultura operaia e comunista di Sesto, dove venne ucciso per mano dei carabinieri il 15 Dicembre 1976, all’età di vent’anni.

Frequentò l’Itis di Sesto per due anni, per poi continuare gli studi in una scuola serale. Diventò poi operaio meccanico alla Farem, dalla quale si licenziò. Lavorò poi in un officina come installatore di apparecchiature telefoniche e infine alla stazione centrale di Milano, come scaricatore di pacchi postali. Iniziò a militare in Lotta Continua, per poi passare alla lotta clandestina nelle Brigate Rosse. Fu probabilmente uno tra gli appartenenti alle BR di cui più si parlò, sia per la sua tragica fine e la sua giovane età, sia per lo straordinario carattere e impegno che genitori, amici e compagni descrissero.

All’alba del 15 dicembre la polizia ha predisposto un’irruzione nell’ appartamento dove abita Walter Alasia.Quest’ultimo viene sorpreso e cercando di sfuggire alla cattura scatena una sparatoria con le forze dell’ordine: il maresciallo Sergio Bazzega e il vicequestore Vittorio Padovani muoiono.Saranno ambedue insigniti della Medaglia d’oro al Valor Civile alla Memoria.

Walter Alasia stesso viene ucciso nel cortile della sua abitazione dopo un tentativo di fuga dalla finestra. La colonna milanese delle Brigate Rosse prenderà il suo nome.Morì in casa della madre, che aveva peraltro dato indiretto appoggio alle azioni portate avanti dal figlio, nascondendo armi e documenti.Da subito la sua figura e quella della sua famiglia fu vittima di una campagna mediatica con cui lo si voleva per forza descrivere come un mostro, un assassino. In questa campagna di diffamazione, col quale si cercò di stravolgere, portare al negativo ogni frammento della sua vita, si distinse in maniera particolare Leo Valiani, giornalista del Corriere della Sera, che scrisse un articolo in cui si augurava che venissero identificati ed arrestati tutti i partecipanti al funerale di Walter. A quei funerali però partecipò Sesto San Giovanni, dai giovani agli anziani, dagli operai agli studenti. Questo perché, come dichiarò la sua fidanzata Ivana Cucco, Walter non era figlio di nessuna variabile impazzita. Era figlio del suo tempo e di Sesto San Giovanni, la rossa Sesto […]. Sono gli anni delle grandi lotte operaie, delle stragi di stato, delle rivolte studentesche, del Cile, del Portogallo, dell’antifascismo militante, dei gruppi extraparlamentari, delle occupazioni di case. Tutte esperienze che Walter ha attraversato fino alla scelta e alla militanza nella lotta armata, che era comunque una scelta di vita e non di morte. Una scelta ed un bisogno di liberazione tanto forte e irrinunciabile da arrivare anche a giocarsi la vita.”

Vogliamo ricordarlo riportando delle righe scritte di suo pugno

Non è neanche immergendosi nello studio e nei ‘lavori di casa’ che ti liberi e ti realizzi diversamente. Le cose che si vogliono bisogna prendersele […]. Io sono uno dei tanti che pensano di cambiare qualcosa – e non ritengo di essere un utopista come dice mio padre – quelli che dicono così vogliono nascondere la loro paura e il loro egoismo. Quindi pensa che la tua libertà te la devi costruire – questo l’unico consiglio, anche se troppo generico che posso dare.”

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15 dicembre 1969 Omicidio di Giuseppe Pinelli

E’ circa la mezzanotte di lunedi’ 15 dicembre 1969. Un uomo discende lentamente lo scalone principale della questura di milano. Giunto nell’ atrio dell’ ingresso principale di via Fatebenefratelli si ferma un momento, accende una sigaretta. E’ indeciso se uscire, andarsene a casa, oppure rimenere ancora qualche minuto, fare un’attimo il giro negli uffici della squadra mobile che stanno li’ di fronte a lui, dall’altra parte del cortile. Sono giornate faticose queste per i cronisti milanesi e lui in particolare si sente stanco, avvilito: si sa gia’ che nella mattina e’ stato arrestato un’anarchico di nome Valpreda; c’entrera’ davvero con le bombe di Piazza Fontana? E poi nelle camere di sicurezza della questura, nelle stanze al quarto piano dell’ ufficio politico ci sono ancora almeno un centinaio tra anarchici e giovani della sinistra extraparlamentare che da tre giorni, dal venerdi’ delle bombe, sono sottoposti a continui interrogatori.

L’uomo, Aldo Palumbo, cronista dell’Unita’ di Milano, muove i primi passi per attraversare il cortile. E sente un tonfo, poi altri due, ed e’ un corpo che cade dall’alto, che batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su quello sottostante e infine si schianta al suolo, per meta’ sul selciato del cortile, per meta’ sulla terra soffice dell’ aiuola. Palumbo rimane paralizzato per qualche secondo al centro del cortile, poi si avvicina al corpo, ne distingue i contorni del viso. E subito corre a dare l’allarme, agli agenti della squadra mobile, agli altri cronisti che sono rimasti in sala stampa quando lui e’ uscito.

La mattina dopo tutti i quotidiani escono a grossi titoli con la notizia del suicidio di Giuseppe Pinelli. Di questi giornali, quelli che al momento dell’incidente avevano il loro cronista in questura scrivono che il suicidio e’ avvenuto a mezzanotte e tre minuti. Nei giorni seguenti, stranamente questo particolare del tempo viene modificato: prima lo si corregge a “circa mezzanotte”, poi lo si sposta ancora indietro, sino ad arrivare ad un tempo ufficiale: “Pinelli e’ morto alle ore undici e 57 minuti del lunedi’ notte 15 dicembre”.

Ai primi di Febbraio, dal’inchiesta condotta dalla magistratura trapela un particolare: la chiamata fatta quella notte dala questura di Milano al centralino telefonico dei vigili urbani per richiedere l’intervento di una autoambulanza, e’ stata registrata da uno speciale apparecchio e quindi si puo’ stabilire con certezza l’attimo esatto, che risulta essere mezzanotte e 58 secondi. Come a dire due minuti e due secondi prima della caduta di Pinelli, se si sta al tempo segnalato da tutti i giornalisti che erano in questura quella notte. Si e’ trattato di una svista collettiva, e abbastanza clamorosa per gente abituata ad avere delle reazioni automatiche, professionali, quali il guardare per prima cosa l’orologio quando avviene un incidente del genere? E’ n fatto pero’ che nel frattempo sono successe due cose strane.

Qualche giorno dopo la morte di Giuseppe Pinelli, due agenti della squadra politica della questura si sono presentati al centralino telefonico dei vigili urbani per controllare il momento esatto di registrazione della chiamata. Cosa significa questo zelo del tutto gratuito dato che e’ la magistratuta, e non la polizia, che si occupa del’inchiesta sulla morte di Pinelli? Perche’ preoccuparsi tanto dell’orario di chiamata dell’ambulanza se le cose si sono svolte cosi’ come sono state raccontate? La risposta potrebbe essere questa: la chiamata e stata fatta prima che Giuseppe Pinelli cadesse dalla finestra.

Verso i primi di gennaio il giornalista Aldo Palumbo, la prima persona che si e’ avvicinata a Giuseppe Pinelli morente nel cortile della questura, trova la sua abitazione sottosopra. Qualcuno e’ entrato, ha rovistato dappertutto, ha aperto cassetti, rovesciato mobili, frugato armadi. Ladri? Sarebbero ladri ben strani considerato che non hanno rubato ne le tredicimilalire che erano in una borsa, er che pure devono aver visto poiche’ la borsa e’ stata aperta, e neppure quei pochi gioielli nascosti in un’altra borsa, pure essa trovata aperta. Due quindi le ipotesi: o gli ignoti cercavano qualcosa, qualcosa collegato agli ultimi istanti in qui il giornalista fu ficino, e da solo, a Giuseppe Pinelli morente; oppure si e’ trattato di un’avvertimento, un monito a tenere la bocca chiusa rivolto a chi, come Aldo Palumbo, poteva essere sospettato di sapere qualcosa, forse di aver sentito mormorare da Pinelli un nome, una frase.

Basterebbero questi primi, pochi elementi per formulare pesanti sospetti sulla versione dell’ anarchico morto suicida. In realta’ ce ne sono molti altri, e sono questi.

Pinelli cade letteralmente scivolando lungo il muro, tanto che rimbalza su ambedue gli stretti cornicioni sottostanti la finestra dell’ufficio politico; non si e’ dato quindi nessuno slancio.

Cade senza un grido e i medici stabiliranno che le sue mani non presentano segni di escoriazione, non ha avuto cioe’ nessuna reazione a livello istintivo, incontrollabile, nemeno quella di portare le mani a proteggersi durante la “scivolata”.

La polizia fornisce nell’arco di un mese tre versioni contrastanti sulla meccanica del suicidio. La prima : quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ma sensa riuscirci. La seconda: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo e ci siamo parsialmente riusciti, nel senso che ne abbiamo fermato lo slancio: come dire, ecco perche’ e’ scivolato lungo il muro. Ma questa versione e’ stata resa a posteriori, dopo cioe’ che i giornali avevano fatto rilevare la stranezza della caduta. Infine l’ultima, la piu’ credibile, fornita in “esclusiva” il 17 gennaio 1970 al Corriere della sera: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ed uno dei sottouffuciali presenti, il brigadiere Vito Panessa, con un balzo “cerco’ di afferrarlo e salvarlo; in mano gli rimase una scarpa del suicida” I giornalisti che sono accorsi nel cortile, subito dopo l’allarme lanciato da Aldo Palumbo, ricordavano benissimo che l’anarchico aveva ambedue le scarpe ai piedi.

Poi la polizia fornisce due versioni contrastanti anche sul movente anche sul movente del suicidio. Primo: Pinelli era coinvolto negli attentati, il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre era crollato, e sentendosi ormai perduto ha scelto la soluzione estrema, gridando “E’ la fine dell’anarchia”. Seconda versione, fornita anche questa a posteriori, dopo che l’alibi era risultato assolutamente valido: Pinelli, innocente, bravo ragazzo, nessuno riesce a capacitarsi del suo gesto.

Dando questa seconda versione, la polizia afferma anche che la tragedia e’ esposa nel corso di un’interrogatorio che si svolgeva in una atmosfera del tutto legittima, civile e tranquilla, con scambio di sigarette ed altre delicatezze del genere. L’anarchico Paquale Valitutti, uno dei tanti fermati che tra il venerdi’ delle bombe ed il lunedi’ successivo hanno riempito le camere di sicurezza della questura, ha fornito invece questa testimonianza: “Domenica pomeriggio ho parlato con Pino (Pinelli) e con Eliane, e Pino mi ha detto che gli facevano difficolta’ per il suo alibi, del quale si mostrava sicurissimo. Mi anche detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e di avere paura di perdere il posto alle ferrovie. Verso sera un funzionario si e’ arrabbiato perche’ parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che e’ adiacente all’ufficio di Pagnozzi (un’altro commissario, come Calabresi, dell’ufficio politico: n.d.r.); ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare a Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione per tutta la notte. Di notte il Pinelli e’ stato portato in un’altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso, mi e’ parso molto amareggiato. siamo rimasti tutto il giorno nella stessa stanza, quella dei caffe’, ed abiamo potuto scambiare solo alcune frasi, comunque molto significative. Io gli ho detto “Pino, perche’ ce l’hanno con noi?” e lui molto amareggiato mi ha detto: “si, ce l’hanno con me”. Sempre nella stessa serata del lunedi’ gli ho chiesto se avesse firmato dei verbali e lui mi ha risposto di no. verso le otto e’ stato portato via e quando ho chiesto ad una guardia dove fosse , mi ha risposto che era andato a casa. Io pensavo che stesse per toccare a me di subire l’interrogatorio, certamente piu’ pesante di quelli avvenuti fino ad allora: avevo questa precisa impressione.. dopo un po’, verso le 11, 30 ho sentito dei rumori sospetti, come di una rissa ed ho pensato che Pinelli fosse ancora li e che lo stessero picchiando. Dopo un po’ di tempo c’e’ stato il cambio della guardia, cioe’ la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l’uscita, gridando “si e’ gettato”. Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli: mi hanno anche detto che hanno cercato di trrattenerlo ma che non vi sono riusciti. Calabresi mi ha dettto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli casco’. Inoltre mi ha detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli. Specifico inoltre che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere con chiarezza il pezzo di corridoio che Calabresi avrebbe dovuto necessariamente percorrere per recarsi nello studio del dottor Allegra e che nei minuti precedenti il fatto (cioe’ la stessa caduta di Pinelli n.d.r) Calabresi non e’ assolutamente passato per quel pezzo di corridoio”.

Dunque l’ultimo interrogatorio di Giuseppe Pinelli non e’ stato cosi’ tranquillo come si e’ cercato di far credere, ed e’ falso anche che al mom,ento della caduta il commissario aggiunto Luigi Calabresi non fosse presente nella stanza. Ma perche’ queste menzogne? La risposta puo’ essere trovata in un articolo pubblicato dal settimanale Vie Nuove nelle settimane seguenti.

“Quando l’anarchico fu trasportato nella sala di rianimazione del’ospedale Fatebenefratelli non era in condizioni di coscienza, aveva un polso abbastanza buono ma il respiro molto insufficiente, il che poteva essere provocato da ragioni organiche (cioe’ il gran colpo del’impatto con il terreno o qualcosato) oppure psicologiche (cioe’ lo stato di tensione precedente alla caduta, ma questa sembra un’eventualita’ meno valida.) Il particolare che stupi’ i medici fu che il corpo, almeno da un esame superficiale, non presentava nessuna lesione esterna ne perdeva sangue dalle orechie e dal naso, come avrebe dovuto essere se Pinelli avesse battuto violentemente la testa. Una constatazione, questa, che fa sorgere subito un’altra domanda in chi non ha mai voluto credere nella versione del suicidio: se e’ vero, come sembra, che la necroscopia ha accertato una lesione bulbare all’altezza del collo, qale si sarebbe pututa produrre battendo al suolo il capo, come mai orecchie e naso non sanguinavano ne volto e testa non presentavano lesioni evidenti? Per logica si arriva quindi ad una seconda domanda: non e’ possibile che quella lesione al collo fosse stata provocate prima della caduta? Come e da cosa non ci vuole molta fantasia per immaginarlo: sono ormai molti anni che nelle nostre scuole di polizia quella antica arte giapponese di colpire col taglio della mano, nota come Karate’. Fossero stati interrogati, quei due medici (che hanno prestato cure a Pinelli morenten.d.r.) avrebbero pututo raccontare un’altro episodio. Quella notte del 16 dicebre, nell’ atrio del Fatebenefratelli regnava una grande confusione. Si era trasferito tutto lo stato maggiore della polizia milanese, il questore Marcello Guida compreso. Ma la polizia era presente anche all’interno della sala di rianimazione dove i due medici tentavano invano di tenere in vita Giuseppe Pinelli, tranquillo, silenziose, non molto turbato dalla vista dell’operazione di intubazione orotracheale e di ventilazione con il pallone di Ambu’ alla quale l’anarchico veniva sottoposto, un poliziotto inborghese, camicia e cravatta, baffetti neri e un distintivo all’occhiello della giacca, non si allontano’ neanche per un attimo dal lettino dove Pinelli stava morendo, attento a raccogliere ogni suo rantolo(…) Chi gli ha dato l’ordine di entrare nella stanza compiendo un abuso di autorita’ che non e’ tollerato negli ospedali? E perche’ e’ entrato, cosa pensava o temeva che Pinelli potesse dire prima di morire?”

I risultati del’autopsia, dalla quale sono stati esclusi i periti di parte, non vengono resi noti. I due medici – Gilberto Bontani e Nazareno Fiorenzano- che hanno tentato di salvare Pinelli, solo il secondo, e solo molte settimane piu’ tardi, e dietro istanza della moglie dell’anarchico, viene interrrogato dal procuratore Giuseppe Caizzi, il magistrato cui e’ affidata che nel mese di maggio 1970 si concludera’ con un sibillino verdetto di “morte accidentale” (non suicidio quindi, se la lingua italiana ha un senso. Ma allora la polizia ha mentito…).

Subito dopo che il dottor Nazareno Fiorenzano e’ stato interrogato, nel palazzo di giustizia circola una voce secondo cui la polizia lo ha pesantemente “avvertito” che il caso Pinelli e’ un caso da archiviare, e percio’ e’ meglio che non si ponga troppi interrogativi. Ma cosa puo’ aver notato o capito il medico di guardia davanti al corpo di Pinelli morente?

La testimonianza che egli rilascia a un collega prima di essere interrogato dal magistrato e questa:

“1) Gli infermieri che raccolsero Pinelli ebbero l’impresione che fosse gia’ morto.

2) il massagio cardiaco esterno fu praticato da un infermiere di nome Luciano.

3) solo eccezionalmente – e per lo piu’ in vecchi dallo scheletro rigido – il massagio cardiaco puo’ produrre incrinature alle costole.

4) da quando fu raccolto, e fino alla morte Pinelli non emise ne un lamento ne una parola.

5) quando Pinelli arrivo’ al prontosoccorso del Fatebenefratelli, non aveva piu’ polso, pressione e respirazione. Appariva decelebrato; ma il dottor Fiorenzano non ebbe l’impressione che la teca cranica fosse fratturata. Non perdeva sangue dagli occhi, dal naso, dalla bocca. Presentava anche abrasioni alle gambe. Lesione bulbare? Mani intatte.

7) Pinelli fu intubato, sottoposto a ventilazione artificiale ed altre pratiche di rianimazione. Riebbe polso polso e pressione. Respiro che confermerebbe lesione bulbare. Mancanza di riflessi ecc. confermano che (parole testuali) “si trattava di un morto cui avevano dato un po’ di vita vegetativa” Rianimazione sospesa dopo 90′

8) Il dottor Guida arrivo tre minuti dolo Pinelli. Disse al dottor Fiorenzano che non poteva fare nulla contro l’irreparabile, ebbe l’aria di scusarsi e se ne ando’.

9) Il dottor Fiorenzano ignorava l’identita’ del ferito, che non gli fu detta dai poliziotti. La sua insistenza per conoscerla irrito’ molto i poliziotti.

10) I poliziotti ripetevano, tutti con le stesse parole, che si era buttato dalla finestra. Sembra ripetessero una formula.”

Ma per Giuseppe Pinelli l’operazione di stravolgimento della memoria è stata particolarmente odiosa e particolarmente riuscita, tanto da dover parlare più correttamente di “cancellazione” più che di “stravolgimento” della memoria. Ogni volta che si cerca di riprendere in mano il filo degli avvenimenti che parte dal 12 dicembre 1969 (attentato in Piazza Fontana) ai giorni nostri (“caso Sofri”), passando per l’omicidio del commissario Calabresi, si tende a sorvolare sulla morte di Pinelli, quasi si trattasse di un “incidente di percorso”, un episodio da dimenticare, ininfluente per la comprensione degli eventi… Invece la storia di Pinelli è fondamentale per capire l’evoluzione e la stretta connessione di quei fatti.

Credo che questa frase di Licia Pinelli, estratta dal libro-intervista che Licia rilasciò a Piero Scaramucci nel 1982, sintetizzi meglio di ogni altra la vicenda. “Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato il meccanismo. Dopo la bomba di Piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole… la morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo dentro per anni…”..

Sempre nei giorni immediatamente seguenti la morte di Pinelli, “Lotta Continua” comincia ad accusare esplicitamente il Commissario Calabresi di essere il diretto responsabile della morte dell’anarchico.

Nel 1970 Calabresi querela per diffamazione il periodico; il processo denominato “Calabresi/Lotta Continua” comincia nell’ottobre dello stesso anno. Questo processo, nel quale il Commissario si presenta come parte lesa, diviene ben presto il palcoscenico sul quale ridiscutere il caso Pinelli.

Nel giugno del 71 la vedova Pinelli denuncia Calabresi e tutti gli agenti presenti ai vari interrogatori cui fu sottoposto il marito fra il 12 ed il 15 dicembre 69 per omicidio volontario: il giudice istruttore è Gerardo D’Ambrosio, che manda avvisi di reato a tutti i denunciati.

Il 17 maggio 1972 il Commissario Calabresi viene ucciso a Milano. Proprio quel giorno era prevista la presentazione al Palazzo Reale di Milano de “I funerali dell’anarchico Pinelli”, quadro di Enrico Baj. Questa presentazione fu annullata in seguito alla notizia dell’omicidio di Calabresi e non fu più riproposta.

Il 27 ottobre 1975 D’Ambrosio chiude definitivamente la sua inchiesta, lasciando l’amaro in bocca a molti: leggendo per esteso la sentenza si ha l’impressione che il giudice abbia trovato una matassa troppo intricata da dipanare. Le sue ricerche chiudono con poche certezze; esclude categoricamente che Pinelli si sia suicidato (e quindi conferma che tutti quelli che dichiararono il contrario mentirono, ma senza approfondire le motivazioni che stavano alla base di quelle menzogne); esclude l’omicidio non trovandone le prove (e lo esclude con un vero bizantinismo: “la mancanza assoluta di prove che un fatto è avvenuto equivale alla prova che un fatto non è avvenuto”) e ritiene “verosimile” l’ipotesi di un malore.

Scartata l’ipotesi del suicidio e pure quella dell’omicidio “volontario”; scartato pure il volo di fantasia di D’Ambrosio del 1975 (che salomonicamente parlò di un “malore attivo”, per districarsi fra le scomode ipotesi di suicidio ed omicidio), fra le altre ipotesi che furono fatte restano le seguenti. Un interrogatorio “forzato” e svoltosi fuori dalle procedure legali, in cui a qualcuno saltarono i nervi giungendo a picchiare Giuseppe Pinelli fino a temere di averlo ucciso; da qui la repentina decisione di sbarazzarsi del corpo inscenando un suicidio più o meno verosimile. A favore di questa ipotesi ci sarebbero l’ora di chiamata dell’ambulanza (uno dei punti più controversi dell’intera vicenda e che anche la sentenza D’Ambrosio spiega poco e male: sembrerebbe che l’ambulanza sia stata chiamata pochi minuti PRIMA della caduta dal balcone) e la famosa “macchia ovalare” trovata sul collo del Pinelli (che i sostenitori di questa ipotesi addebitarono ad una percossa particolarmente violenta o ad un colpo di Karate). Una colluttazione finita tragicamente per pura fatalità, al termine dell’interrogatorio. O ancora: Pinelli aveva sentito o visto qualcosa che non doveva sentire e/o vedere (teoria questa che Pietro Valpreda, un altro degli anarchici accusati in un primo tempo per la strage, scomparso per malattia nel luglio 2002, confidò in un’intervista a Mauro Bottarelli).

Nel 1988 Leonardo Marino, ex componente di Lotta Continua, raccontò che pochi giorni prima dell’omicidio del commissario Calabresi incontrò Adriano Sofri a Pisa, il quale gli comunicò la decisione di uccidere il commissario. Secondo questa ricostruzione l’omicidio sarebbe stato materialmente compiuto da un commando composto da militanti di L.C.: Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e lo stesso Marino (con ruolo di autista). Non è questa la sede per affrontare il “caso Sofri”, o per parlare delle tante contraddizioni che si possono trovare nel racconto di Marino. Basti dire che la vicenda processuale si è per ora chiusa, e che la Magistratura ha ritenuto credibile la versione del “pentito” Leonardo Marino, condannando per omicidio gli ex esponenti di Lotta Continua.

Nel maggio 2002 si è tornati a parlare (seppure indirettamente) del “caso Pinelli”. Pochi giorni prima del trentesimo anniversario dell’omicidio Calabresi, il Corriere della Sera, sul proprio settimanale “Sette”, pubblicò un’intervista con Gerardo D’Ambrosio. Il Magistrato in quell’occasione ribadì di essere assolutamente sicuro dell’estraneità di Calabresi (a qualsiasi livello) nella morte di Giuseppe Pinelli. Ma al di là dei giudizi che si possono esprimere sul convincimento di D’Ambrosio, è certo che il Magistrato commette un grave errore; ad un certo punto afferma: “Poi ottenni un’altra prova sull’innocenza di Calabresi. La testimonianza di uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti: aveva visto Calabresi uscire dalla sua stanza prima che Pinelli cadesse”.

Il punto è che Valitutti all’epoca dell’inchiesta disse ESATTAMENTE IL CONTRARIO (confermando sempre, successivamente, la stessa versione): NON SOLO Valitutti non aveva visto Calabresi uscire dalla stanza, ma affermò pure che (considerata la posizione che occupava nel corridoio) avrebbe senz’altro notato se il commissario fosse uscito. Dunque anche l’intervista a D’Ambrosio si rivelò un’occasione persa nell’ottica di ristabilire la verità sulla vicenda, diventando invece un altro elemento che va a confonderne la memoria.

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(ATTENZIONE, PER QUESTA SETTIMANA SOLO VIA BAJARDI E PALESTRO)

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Mappa GAP Padova

Sabato

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Ferimento di Luca Fanesi. Quel poliziotto che si alza. E poi si allontana con gli altri (Foto e Video)

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Fotogramma per fotogramma. Emergono alcuni particolari su cui fare chiarezza. Mentre alcuni tifosi si sono accorti di quanto avvenuto e corrono per l’immediato soccorso, alcuni celerini pur prossimi a Luca Fanesi – secondo la loro versione feritosi da solo sbattendo su un cancello – se ne disinteressano nei secondi successivi al fatto e anzi confabulano e se ne distanziano. Foto e video da Riviera Oggi

Luca Fanesi è lì da un mese esatto. Ricoverato all’ospedale San Bortolo di Vicenza dopo gli incidenti seguiti alla partita Vicenza-Samb del 5 novembre. Lì in viale Trissino la sagoma scura di Luca Fanesi, con le braccia alzate, scompare dietro ad una camionetta della Celere di Padova, accorsa per dividere le due tifoserie.

Di seguito presentiamo una galleria di fotogrammi ricavati dal video più dettagliato su quanto accaduto. Video che non è risolutivo perché appunto Luca Fanesi scompare dietro la camionetta e non vi è certezza dei fatti. Di questo si occuperà l’indagine. Ma la nostra attenta osservazione fotogramma per fotogramma ci porta ad approfondire alcuni particolari.

FOTOGRAMMA 1 

Il campo largo ci aiuta a descrivere la scena dove avviene il fatto. Luca Fanesi sta per alzare le braccia ed è indicato dalla freccia rossa. Sulla destra, davanti alla camionetta, si riconoscono cinque caschi di celerini. Altri tifosi stanno indietreggiando e altri ancora sono in fondo al marciapiede (forse quattro). La luce rossa che si vede dietro gli alberi è quella di un fumogeno, forse lanciato dai tifosi vicentini in precedenza. Sulla sinistra, si vede uno dei pulmini dove erano i tifosi della Samb prima di fermarsi.

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FOTOGRAMMA 2 

Luca Fanesi è con le braccia alzate e sta per essere coperto dalla camionetta. Dietro di lui compaiono le sagome scure di due tifosi, più un altro dietro, che stanno per affrontare cinque celerini che li attendono. Da notare che se Fanesi alza le braccia significa che davanti a sé ha sicuramente qualcuno.

 

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FOTOGRAMMA 3 
Luca Fanesi è ora dietro la camionetta. Sulla sinistra il tifoso con un giubbotto chiaro sta per fermare la sua corsa perché presto si accorgerà che qualcosa è accaduto a Luca. Sulla destra ci sono tre tifosi della Samb che stanno correndo e cinque celerini (uno parzialmente oscurato dalla luce) che li stanno per affrontare.

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FOTOGRAMMA 4  

Molto importante perché potrebbe segnalare l’istante preciso in cui Luca Fanesi è caduto a terra (ricordiamo le versioni: colpito da un manganello per i tifosi, scivolato per la Questura). Sia il tifoso con un giubbetto chiaro, sulla sinistra, sia l’altro indicato sempre con una freccia rossa, a destra, alle prese con un celerino, sembrano in questo istante accorgersi che qualcosa sia accaduto e dirigono sguardo ma anche la gestualità (qui solo accennata perché il fatto sarebbe avvenuto davvero in quel momento) verso la zona dove è Luca Fanesi, dietro alla camionetta.

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FOTOGRAMMA 5

Qui appare chiaro che il tifoso che forse ha un cappuccio scuro in testa ha notato che qualcosa sia accaduto e si diriga di corsa verso Luca Fanesi, indicandolo quasi con un braccio proteso. I due celerini che prima si confrontavano con lui si sono girati, quasi colti di sorpresa dallo scatto, e anche loro, senza dubbio, sono riusciti a vedere cosa accaduto. C’è un altro celerino, a ridosso del cancello, che senza dubbio ha visto quanto accaduto.

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FOTOGRAMMA 6

Il tifoso di cui in precedenza è accorso da Luca Fanesi e anche lui è scomparso dalla visuale ripresa dal video perché coperto dalla camionetta. Appare chiaro come i due celerini che si sono girati guardino precisamente verso Luca Fanesi. Uno, segnalato con la freccia rossa, sembra quasi bloccare una rincorsa avviata perché si accorge di quanto accaduto. Un altro è segnalato con la freccia gialla, dietro la camionetta.

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FOTOGRAMMA 7 

Di seguito una serie di quattro fotogrammi ravvicinati molto importanti. Sopra, appunto, la posa quasi stupita di un celerino che si ferma appena guarda verso il punto dove Fanesi rimane ferito. Cosa sta avvenendo? Chi c’è? Otre il celerino a ridosso del cancello sopra segnalato col giallo, emergono altri due poliziotti. Esattamente dal punto dove Fanesi è ferito.

Ma non è tutto. La cosa più interessante è che uno dei due poliziotti è inizialmente più bassodegli altri. Nel seguente fotogramma vedrete apparire appena il casco, all’altezza del petto del compagno. Fanesi in quel momento è sicuramente caduto. A un metro, massimo due metri da lui, non di più. E quel poliziotto è visibilmente abbassato. Perché?

Nei fotogrammi seguenti vedrete la sagoma nel cerchio, indicata con la freccia rossa, alzarsi e arrivare ad un’altezza simile a quella degli altri.

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FOTOGRAMMA 8

I poliziotti si allontanano dal luogo dove è accaduto qualcosa a Fanesi, dando le spalle. Ora, la domanda è questa: se Fanesi è comunque a terra, ferito, come sembra emergere dall’attenzione mostrata dai tifosi, perché i tutori dell’ordine si allontanano dal punto in cui dove si trova Fanesi? Seppur fosse caduto e presentasse le quattro fratture a causa della collisione con il cancello, perché si allontanano da lì? Non bisognava soccorrerlo, e primi fra tutti proprio i tutori dell’ordine?

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La situazione precedente diventa ancora più esplicita. I poliziotti si allontanano visivamente dalla camionetta. Sembrano confabulare tra loro. Intanto a pochi metri un uomo è ferito con quattro fratture alla testa.

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Qui succede una cosa strana. La camionetta con Luca Fanesi è fuori quadro. I poliziotti continuano a parlare tra di loro (indicati con una freccia rossa). Ma a destra tre celerini hanno bloccato – con le buone o con le cattive – un tifoso. Perché, è la nostra osservazione, non risultano tifosi sambenedettesi fermati? Quando si arriva ad una situazione del genere, il tifoso bloccato a terra – con le buone e con le cattive, come si vede nel video – perché viene rilasciato?

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Uno dei poliziotti del gruppo vicini alla camionetta si distanzia (indicato con una freccia) e gesticola facendo segno (forse ad altri colleghi?) di correre in avanti. In effetti altri colleghi stanno arrivando, appena scesi da un’altra camionetta. Altri ancora, che si trovavano in coda al serpentone di pulmini e pullman, arriveranno e proseguiranno oltre l’aiuola spartitraffico.

 

da RivieraOggi

Omicidio Casalnuovo, colpo di spugna in Cassazione

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L’omicidio di Massimo Casalnuovo, la Cassazione annulla la condanna al maresciallo dei carabinieri. Tutto da rifare

L’omicidio di Massimo Casalnuovo: tutto da rifare in sede giudiziaria. Per Osvaldo e Giovanna, per i loro figli, per tutti coloro che cercano di sostenerli riparte la mobilitazione per verità e giustizia. La Suprema Corte ha annullato la sentenza di secondo grado che aveva condannato il maresciallo Cunsolo a 4 anni e 6 mesi per il reato di omicidio preterintenzionale con interdizione di 5 anni dai pubblici uffici rimandando il giudizio alla Corte d’Assise d’Appello di Salerno per una nuova disamina.

Tra quindici giorni la motivazione per capire le ragioni formali (la difesa ha parlato di un errore di notifica all’imputato) o di merito (i legali del maresciallo hanno insistito sulla tesi dell’adempimento del dovere: pare che si dovesse fermarlo ad ogni costo) che hanno convinto gli ermellini a cancellare la sentenza del 21 dicembre 2015 con cui la Corte d’Appello di Potenza condannò il Maresciallo a 4 anni e 6 mesi di reclusione e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici per omicidio preterintenzionale, accogliendo la tesi della famiglia Casalnuovo, assistita dall’avvocato Cristiano Sandri.

Solo le attenuanti generiche consentirono un leggero sconto, sui cinque anni chiesti dal pm di Potenza, per il maresciallo che comandava la stazione dell’Arma di Buonabitacolo, nel salernitano. Il 20 agosto del 2011, durante un maldestro e violento controllo da parte di una pattuglia dei carabinieri, fu proprio il maresciallo a dare un calcio al motorino guidato dal giovane meccanico che cadde e morì. Senza una ragione se non l’abuso di potere commesso da un uomo in divisa. L’ennesima storia di malapolizia. La sentenza venne letta davanti al pubblico dopo un processo d’appello tutto a porte chiuse.

Osvaldo Casalnuovo, il padre di Massimo disse a Popoff che sperava potesse servire da monito per tutti gli altri casi. Attorno ai familiari, una cinquantina di persone: gente di Buonabitacolo, attivisti No Triv, di Libera e di Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa. Alcuni di loro c’erano anche oggi nelle lunghe ore di una sentenza pronunciata solo in tarda serata. «Finisce così – commenta Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa – la lunga giornata di oggi, con parecchio amaro in bocca e con l’annullamento della sentenza. Tra 15 giorni verranno rese pubbliche le motivazioni e su quelle, si capirà come procedere per il nuovo processo d’appello. Continua così questa lunga, infinita ed estenuante strada verso la giustizia…».

Chi ha visto ha rifertito con precisione di quel calcio sferrato dal maresciallo al motorino. Sotto la scarpa del maresciallo sono state riscontrate, dalla polizia scientifica di Roma, delle microparticelle della vernice blu del motorino. Un agente della stradale di Sala Consilina ha riferito dell’orma sul sellino del plantare della scarpa e dello sfondamento della scocca dello scooter. «Da parte nostra abbiamo fornito delle consulenze tecniche adeguate che spiegano la dinamica della caduta, la compatibilità con la scarsa velocità del mezzo e con la qualità del fondo stradale. Senza quel calcio mio figlio sarebbe stato ancora vivo».

“Il ragazzo viaggiava su uno scooter, era senza casco ma attenzione – si può leggere sulla scheda preparata da Acad – non è morto per aver sbattuto la testa (come si tende a far credere) ma per la violenta botta al torace. Massimo era appena uscito dall’officina in cui lavorava con il padre, non prendeva il motorino da un po’ di tempo. Lo aveva appena aggiustato. Era stato a fare un giro e stava tornando a casa. Non aveva indossato il casco. Lo fanno un po’ tutti a Buonabitacolo. Quella sera la pattuglia dei carabinieri con a bordo il maresciallo Giovanni Cunsolo e l’appuntato Luca Chirichella decide di controllare i ragazzi senza casco, ne fermano due: Elia Marchesano e Emilio Risi. I carabinieri mettono la macchina di traverso sulla strada e formano una specie di posto di blocco. Peccato che lo facciano dietro una curva. La “scena” si svolge sulla strada principale della città, via Grancia, che porta a una piccola piazza dove di sera si ritrova la gente del paese. Cunsolo è seduto dentro la gazzella e sta redigendo la contravvenzione. Massimo sta arrivando con il suo scooter Beta 50. Sin dal primo momento la versione dei due ragazzi fermati e quella del carabiniere sono opposte. Cunsolo dirà che Massimo, arrivato davanti al “posto di blocco”, accelera, quasi lo investe. Poi perde il controllo del ciclomotore e cade battendo la testa su un muretto a secco. I due ragazzi, interrogati la notte dell’“incidente” dal pm Sessa della Procura di Sala Consilina, hanno invece fornito un’altra versione: Cunsolo era dentro alla macchina, quando vede arrivare Massimo esce dall’auto e per fermarlo sferra un calcio sulla carena del motorino. E’ quel calcio che fa perdere l’equilibrio a Massimo che cade, e muore”.

La Corte di Potenza è dovuta ripartire da zero «ed è stato un bene –  aveva detto a Popoff,  Osvaldo Casalnuovo, alla vigilia dell’ultima udienza – anche il primo pm, nonostante avesse chiesto per iscritto di continuare a seguire il caso, è stato rimpiazzato dal procuratore capo di Potenza che però ha fatto sentire la sua voce solo in una requisitoria di dieci minuti per ridurre il capo di imputazione, “declassato” a omicidio colposo, e senza voler mai interrogare i testimoni».

In primo grado c’era stata un’assoluzione – il fatto non sussiste – ma con formula dubitativa. «Però le motivazioni erano così blande che la stessa procura di Salerno, oltre noi e il pm, ha impugnato quella sentenza. Il primo processo è stato un lampo», ricordava Osvaldo, cominciato e finito il 5 luglio 2013, non ha visto i testimoni e i consulenti tecnici deporre perché il giudice monocratico, senza mai motivare, ha rigettato tutte le richieste della parte civile. Quel giorno – poi non si sarebbe mai più visto in aula – il maresciallo imputato pronunciò le uniche due parole: «Sono innocente». In appello si sarebbe sempre avvalso della facoltà di non presentarsi.

«Il processo s’è svolto sulla base di niente, come se nel fascicolo non ci fossero atti. Invece ci sono e noi ci vogliamo attenere proprio a quei riscontri oggettivi: testimonianze, referti scientifici e consulenze tecniche – spiega Osvaldo che, quasi dal principio di questa vicenda è seguito dall’avvocato Cristiano Sandri, fratello di Gabriele, anche lui vittima in un caso di malapolizia – anche la procura di Salerno ha messo in risalto la presenza degli stessi dati oggettivi».

Subito dopo i fatti Cunsolo venne trasferito a Polla, a 40 km, con l’altro componente della pattuglia. Buonabitacolo non ha mai creduto alla versione ufficiale. Massimo lo conoscevano tutti.  «Mai chiesto scusa – ha detto il padre del ragazzo ucciso – mai cercato un contatto con noi. Forse nemmeno l’avrei accettate perché non m’è sembrato mai di vedere in loro un segno di umiltà, nemmeno l’ammissione di aver svolto un posto di blocco secondo i protocolli».

“Tutto da rifare, quindi – commenta Ilaria Cucchi rivolgendosi a Osvaldo – provo ad immmaginare il tuo stato d’animo in questo momento e la sola cosa che posso dirti è che ti sono vicina e come me tanti altri. Per chi come noi ha deciso che valeva la pena non chiudersi nella rabbia e nell’odio ma ha provato a tramutare quell’odio e quella rabbia nel tentativo di rendere giustizia ai nostri cari, non solo per loro, ma per provare a rendere questa società migliore e meno ingiusta la strada è tutt’altro che semplice. Lo sapevamo. Sappi però che non siete soli». «Osvaldo so che non vi fermerete e noi con voi a chiedere giustizia per Massimo!», scrive anche Grazia Serra che, da anni, si batte per verità a giustizia sulla morte di suo zio, Franco Mastrogiovanni,ucciso in un letto di contenzione durante un Tso.
Checchino Antonini da Popoff

Sol Id ci riprova, stavolta a Roma 3. Nessuno ferma i nazifascisti?

Solidarité Identités onlus, più nota come Sol Id, riprova a infiltrarsi nelle istituzioni universitarie e di insegnamento, stavolta a Roma. La manfrina di sceneggiata è sovente la stessa con la caratterizzazione di iniziative di solidarietà al popolo siriano (in quanto altre iniziative più decisamente nere vengono tenute più sotto traccia, per esempio quelle di appoggio alla forte componente comunità boera sudafricana palesemente razzista ed eversiva) http://www.osservatoriorepressione.info/la-maschera-buonista-di-casapound-e-ormai-logora/

Oggi 5 dicembre 2017 si dovrebbe tenere al dipartimento di scienze politiche dell’Università Roma 3 alle 16,15 la conferenza “Siria, guerra, religione, attualità” sotto l’egida della cosiddetta comunità siriana in Italia, Prometheus e Sol Id.

Ma ti conosco mascherina, Sol Id è ben nota per una serie di iniziative con personaggi e situazioni imbarazzanti, non solo la lettura de L’Espresso di qualche tempo fa, ma un giro sul web di 5 minuti al Direttore del Dipartimento dell’Università di Roma 3, Francesco Guida, avrebbe consentito di capire subito cosa è Sol Id. Allora delle due l’una, o Francesco Guida e i suoi stretti collaboratori sono assai superficiali e non sono in grado di avere le funzioni apicali che rivestono ovvero sono colineari alle impostazioni di Sol Id.

Solo per citare alcuni episodi eclatanti.

Paolo Nerozzi, https://roma.fanpage.it/le-carre-francais-il-ritrovo-romano-dei-sostenitori-di-marine-le-pen/ uno dei pochi se non il solo italiano condannato definitivo per attività mercenarie in Africa dalla giustizia italiana, leader dell’associazione Popoli, è un invitato d’onore alle iniziative di Sol Id. Un’altra persona assai invitata nelle medesime kermesse è Alberto Palladino noto come Zippo; era alla guida del branco degli spaccatori di teste di Casapound nell’incursione contro alcuni giovani del PD a Montesacro il 3 novembre 2011. Oggi Palladino ama tessere relazioni e pezzi giornalistici nei terreni di guerra e di sangue in Ucraina http://popoffquotidiano.it/2015/06/30/fascista-che-vai-sallusti-che-trovi/

Ilaria de Candia, che partecipa come relatrice al cosiddetto convegno di Roma 3, è pure persona ben nota, è membro di spicco della Associazione Assadakah oltre a essere portavoce di Sol Id ed era al tavolo della presidenza nella kermesse Sol Id dell’ottobre 2015 a Roma (cfr. http://roma.repubblica.it/cronaca/2015/09/20/news/roma_convegno_mediterraneo_solidale_iniziativa_fascio-islamica-123310960/).

L’ANPI provinciale romana ha preso una dura posizione contro l’iniziativa di Sol Id a Roma 3 chiedendo con forza che sia annullata dall’Università, purtroppo nessun altro sembra avere preso posizione, né tantomeno la comunità israelitica romana che sembra sull’attenzione sui nazifascisti dormire i sette sonni. Nessun altro ha niente da dire o da prendere posizione?

Maimonide

Lettera aperta alla redazione della trasmissione di Rai 2 “Nemo”

Siamo un gruppo di persone che a vario titolo si occupano o si sono occupate della Tunisia.

Alcun* tra noi ci vivono e lavorano da diversi anni. Alcuni hanno anche avuto diversi rapporti con giornalist* italiani in visita in Tunisia per effettuare dei servizi.

Alcun* sono giornalist* o attivisti tunisin*.

Nella puntata di Nemo del 23 novembre 2017 è stato mandato in onda un servizio sul viaggio dei migranti dalla Tunisia verso l’Italia. Quelli che tra noi lo hanno visionato si sono resi immediatamente conto che si trattava di un falso, di una ricostruzione “cinematografica” di una vicenda che avrebbe meritato ben altra narrazione.

Video del servizio “Il traffico di migranti e la rotta tunisina”:

L’intermediario che parla con la sig.ra Valentina Petrini in italiano e di cui non si vede il volto, non è un intermediario, il ragazzo che parte per l’Italia non è un ragazzo che parte per l’Italia. Molto semplice e molto preoccupante.

Anche perché la troupe di Nemo aveva parlato con qualcuno di noi in vista del servizio sulla fantomatica “rotta tunisina”per avere informazioni e chiarimenti, ma poi sono semplicemente spariti, probabilmente trovando troppo complesso e impegnativo l’approccio che veniva loro proposto.

Qualche giorno dopo Souhail Bayoudh, che abbiamo scoperto essere stato il fixer della troupe, ha convocato una conferenza stampa per denunciare il giornalismo low-cost di certi media stranieri. Abbiamo assistito alla conferenza stampa e abbiamo incontrato l’”intermediario” e anche il ragazzo “partito per l’Italia” che ha ancora con sé l’attrezzatura fornitagli da Nemo per filmare il suo viaggio. L’”intermediario è un disoccupato di un quartiere popolare di Tunisi, membro dell’associazione Forza Tounes di cui è presidente Bayoudh. Il ragazzo “candidato all’emigrazione” non è altri che il fotografo della stessa associazione.

Bayoudh sostiene che i giornalisti di Nemo gli abbiano detto di avere poco tempo e che di conseguenza egli avrebbe montato la sceneggiata. I giornalisti, pur rendendosi conto che qualcosa non quadrava, avrebbero continuato a filmare.

Quello che noi chiediamo alla redazione di Nemo :

E’ possible che dei professionisti si lascino ingannare da una sceneggiata del genere?

E’ possibile che ci fosse un assunto ben preciso da cui partire (la nuova rotta dei migranti dalla Tunisia ) e soprattutto da dimostrare ad ogni costo, compreso il fake?

E’ possibile che la troupe abbia montato il servizio scientemente e in collaborazione con Bayoudh?

Però chiediamo anche al signor Bayoudh perché non abbia denunciato subito quanto stava avvenendo, visto che ci sembra oltremodo scandalizzato da chi “infanga la Tunisia”?

Abbiamo atteso qualche giorno prima di rivolgere questa lettera alla redazione della trasmissione in attesa di una risposta o di una spiegazione da parte loro . Invano.

I fatti sono sotto gli occhi di tutt*: Siamo di fronte a un falso giornalistico di inaudita gravità, ma evidentemente Nemo non ritiene necessario rendere conto al suo pubblico.

In ogni caso, e per l’ennesima volta, quello che viene fuori da questa vicenda è il quadro desolante di un certo tipo di giornalismo che non si ferma davanti a niente pur di fare lo scoop o di dimostrare ua tesi precostituita. Un giornalismo che umilia il lavoro serio e onesto di tanti altri professionisti e che non tiene conto delle testimonianze di persone che vivono e lavorano in Tunisia da anni e di cui non interessa l’opinione.

Patrizia Mancini, redazione sito Tunisia in Red.org Tunisi

Debora del Pistoia, Osservatorio Iraq e Medio Oriente, Tunisi

Santiago Alba Rico,scrittore e filosofo, Tunisi

Kerim Bouzouita, universitario, specialista di media, Tunisi

Essja Imjed, studentessa in scienze politiche, Tunisi

Anna Luna Serlenga, regista, Tunisi

Mario Sei, professore universitario, Tunisi

Mohamed Alahmadi, giornalista e esperto di media, Tunisi

Alessia Tibollo, cooperante in Tunisia

Hamadi Zribi, attivista, redazioneTunisiainred.org, Tunisi

Stefano Pontiggia, dottore in Scienze Umane e Sociali autore del libro “Il bacino maledetto”, Monza

Giulia Bertoluzzi, giornalista freelance Nawart Press, Tunisi

Lorenzo “Fe” Feltrin, dottorando University of Warwick e collaboratore globalproject.info, Warwick

Mohamed Khelifi, consigliere giuridico a OMCT, attivista della società civile, Tunisi

Rabii Brahim, attore e presidente dell’ associazione Corps-Citoyen, Tunisi

Giada Frana, giornalista attiva su temi riguardanti la Tunisia, Bergamo

Francesco Floris, giornalista

Frida Dahmani, giornalista di “Jeune Afrique”,Tunisi

Vanessa Tomassini, giornalista di notiziegeopolitiche.net

Moez Chamki di Respiri di Libertà – Radio Sonar, Roma

Marta Bellingreri, ricercatrice e giornalista indipendente, Medio oriente e Nord Africa, Sicilia Palermo

Francesco Piobbichi, operatore sociale, Firenze

Italo Di Sabato, Osservatorio Repressione, www.osservatoriorepressione.info

Giulia Bonacina, cooperante in Tunisia

Francesco Petronella, giornalista

Ghazi Dali, psichiatra infantile, esperto presso la corte d’appello di Metz, Francia

Damiano Duchemin, Osservatorio Iraq e Medio Oriente, Tunisi

 

da Tunisiainred.org

5 dicembre 1974: il compagno Bruno Valli, la rapina di Argelato

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5 dicembre 1974, pochi minuti prima di mezzogiorno. Qualche solerte cittadino ha avvertito la stazione dei carabinieri di Castel d’Argile che un “furgone sospetto” staziona nei pressi della località Argelato. Il brigadiere Andrea Lombardini si precipita sul posto, nonostante sia il suo giorno di riposo. Si avvicina al fiat 238 e chiede i documenti ai tre giovani seduti all’interno. La risposta risuona chiara nella bassa bolognese: una breve raffica parte dallo sten di uno dei ragazzi e uccide il carabiniere.

Il commilitone di Lombradini sceso dall’auto comincia anch’egli a sparare, ma dopo aver forato una gomma al furgone in sosta, viene disarmato dai compagni. La giornata doveva concludersi con una rapina al portavalori dello zuccherificio Siiz. I compagni costretti dagli eventi devono scappare per i campi.

Passano meno di 24 ore che gli inquirenti riescono ad arrestare Bruno Valli, Stefano Bonora e Claudio Vicinelli, infangati e infreddoliti che vagano per la bassa.

Subito dopo l’arresto giornali e tv si scavalcano a vicenda in una guerra a chi la ricostruisce più grossa. Il brigadiere, amato e compianto dalla popolazione; il suo giovane commilitone, un eroe di vent’anni che, sprezzante del pericolo, disarma i malviventi, salvo venire colpito al petto con il calcio di un mitra per essersi distratto all’ultimo respiro del collega; i tre rapinatori, gente di poco conto, che dall’ingresso in questura smettono i panni dei militanti tutti d’un pezzo, per gettarsi infamie l’uno sull’altro.

Queste ricostruzioni dei fatti a noi interessano solo per poterle mettere da parte, e poter ricordare il compagno Bruno Valli, figlio di una famiglia proletaria di Rodero, operaio, militante comunista, che si impiccò nel carcere di Modena il 9 dicembre 1974.

Chi lo ha potuto conoscere lo ricorda come un militante lucido e pronto ad ogni sacrificio; e in quella cella dove poi si uccise, dicono che scrisse con il suo sangue due parole supra un muro: “Libertà o morte”.

Quegli “aiutini” degli apparati di Stato ai fascisti

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L’ultima notizia è quella che nella Banca Popolare di Vicenza (che aveva acquisito la siciliana Banca Nuova ed ora è stata acquisita da Banca Intesa) ci sono i conti correnti dei servizi segreti (L’Aisi in particolare) adibiti a pagare i bonifici per “giornalisti, conduttori di programmi di informazione e intrattenimento su televisione pubbliche e private”.

La domanda che sorge spontanea è: c’è una relazione tra questa attività di “influenza” dei servizi segreti sui media e il fatto che i fascisti negli ultimi mesi siano stati così amplificati e sdoganati sulle televisioni pubbliche e private?

La risposta a questa domanda richiederebbe di conoscere i nomi e i cognomi dei giornalisti e dei conduttori televisivi che hanno ricevuto i soldi dai servizi segreti. In secondo luogo diventa decisivo sapere il “perchè” e per “fare cosa” i servizi segreti hanno pagato gli operatori dei mass media.

Ma per cercare di definire un contesto di questa operazione di “influenza” sulla società, occorre riconnettere tra loro diversi pezzi che, letti separatamente, non rendono l’idea di una operazione in corso negli ultimi tre anni.

Qual’è l’obiettivo di questa operazione che, a nostro avviso, ha tra i suoi ideologi e sponsor gli apparati dello Stato? L’obiettivo sta diventando piuttosto evidente. Per esempio veicolare l’idea che il crescente disagio sociale possa e debba esprimersi politicamente solo attraverso i gruppi neofascisti, negando, omettendo e ostacolando (anche con la repressione preventiva del modello Minniti) ogni altra possibilità di espressione politica riconosciuta e riconoscibile nelle forze della sinistra antagonista.

Chi ha il mandato istituzionale di garantire “la sicurezza”, ha ben chiaro quale sia e quanto sia esplosiva la situazione sociale nel paese. Il recente rapporto della Commissione parlamentare sulle periferie, ad esempio, ci restituisce il dato di almeno quindici milioni di persone che vivono nelle periferie delle aree metropolitane e dei centri urbani in condizioni di crescente impoverimento, degrado ed esclusione sociale.

Le scelte dei governi che si sono succeduti e si succederanno, sono consapevolmente mirate ad acutizzare e cristallizzare questo enorme disagio sociale (con qualche palliativo come la truffa della Rei che rende permanente lo stato di povertà invece di combatterlo), ma ne temono le conseguenze e le possibilità di ricomposizione politica sul piano dei conflitto di classe.

Negli anni scorsi abbiamo segnalato con forza come in una delle relazioni annuali dei servizi segreti al Parlamento, venisse sottolineata la loro preoccupazione per il successo “politico” manifestatosi con le due giornate di lotta del 18 e 19 ottobre 2013 (sciopero generale dei sindacati di base e manifestazione di massa insieme ai movimenti sociali e alle organizzazioni politiche) e la successiva soddisfazione per il fallimento del risultato politico che si era palesato.

Nelle relazioni dei servizi segreti, quando il disagio sociale viene organizzato da forze della sinistra antagonista si parla di “strumentalizzazione dei problemi sociali”. Ma la visione cambia radicalmente quando il medesimo disagio sociale viene invece espresso dai gruppi neofascisti.

Assistiamo così dal 2011 in poi ad una costruzione politica e mediatica del ruolo e dei gruppi neofascisti priva di ogni allarme (riservato e amplificato invece nei confronti dei movimenti di sinistra).

Nella relazione presentata dai servizi segreti nel febbraio del 2017, riferendosi ai gruppi fascisti si scrive che: “Le formazioni più rappresentative, che ambiscono a un accreditamento elettorale, hanno incentrato l’attività propagandistica, rivolta soprattutto ai contesti giovanili e alle fasce sociali più disagiate, su argomenti di richiamo come la sicurezza nelle periferie degradate dei centri urbani, le problematiche economico-abitative “degli italiani” e l’occupazione”.

Ed ancora si sottolinea che: “In particolare l’emergenza migratoria, ritenuta tra i temi più remunerativi in termini di visibilità e consensi, ha ricoperto un ruolo centrale nelle strategie politiche delle principali organizzazioni che, nel tentativo di cavalcare in modo strumentale il fenomeno, facendo leva sul malessere della popolazione maggiormente colpita dalla congiuntura economica e dalla contrazione del welfare, hanno sviluppato un’articolata campagna propagandistica e contestativa (manifestazioni, presidi, attacchinaggi, flash mob) contro migranti e strutture pubbliche e private destinate all’accoglienza, influenzando indirettamente anche la costituzione di “comitati cittadini” di protesta.

Insomma i fascisti vengono dipinti più o meno come degli attivisti sociali attenti ai problemi degli “italiani” impoveriti dalla crisi. Certo qui e là ci sono delle “scappatelle” come la caccia ai bengalesi nei banglatour dei giovani di Forza Nuova a Roma, lo squadrismo sistematico nelle città del Nordest, i gruppi paramilitari beccati in Liguria e Abruzzo. Viene accuratamente evitato di segnalare le ripetute ed evidenti connessioni tra gli ambienti neofascisti e la malavita (a Roma sicuramente, ma non solo).

Di tutto questo però non vi è mai traccia nella striminzita paginetta dedicata ai fascisti (rispetto alle 12 dedicate alla sinistra) nelle relazioni sulla sicurezza del paese che i servizi segreti presentano al Parlamento.

Ma la ciliegina sulla torta l’ha segnalata a gennaio 2016 fa il sito Insorgenze.net,rivelando un documento riservato del ministero degli Interni, in cui lo sdoganamento dei fascisti come “bravi raagazzi” viene scritto nero su bianco in una informativa. La prosa del documento, sottolinea giustamente Insorgenze. Net, appare del tutto inusuale per una nota informativa degli organismi di polizia, e lascia trasparire una chiara empatia, quasi una sorta di compiacimento che rasenta l’agiografia quando si valorizzano le capacità politiche del gruppo (Casa Pound, ndr) “facilitato nella concomitante crisi delle compagini della destra radicale e dalla creazione di ampi spazi politici che Casa Pound è pronta ad occupare”.

La stessa nota informativa del Ministero degli Interni si sbrodola quando descrive “l’impegno primario di Casa Pound volto alla tutela delle fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazioni di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado delle strutture pubbliche per la riqualificazione e la promozione del progetto Mutuo Sociale”. C’è da rimanere allibiti di fronte al fatto che la stessa attività di rivendicazione, occupazione di immobili in disuso, segnalazione del degrado di strutture pubbliche, quando viene condotta da movimenti di sinistra venga criminalizzata e repressa senza alcuna remora.

Per dare una idea e fare i dovuti confronti, oggi La Stampa ci racconta che, secondo il Viminale, dal 2011 al 2016 contro i fascisti ci sono stati “10 arresti e 240 deferimenti all’autorità giudiziaria”.

Nello stesso periodo contro i militanti e attivisti della sinistra ci sono stati 852 arresti; 15.602 denunce; 385 fogli di via; 221 decreti di sorveglianza speciale; 139 obblighi di firma; 71 obblighi di dimora, in larghissima parte per reati legati a lotte sociali, sindacali, ambientali, antimilitariste cioè picchetti antisfratto, occupazioni di case, blocchi stradali, picchetti, sostegno a immigrati e rifugiati, manifestazioni No Tav, No Muos e contro la militarizzazione in Sardegna. Una bella differenza no?

In compenso i rarissimi casi di azioni di polizia o giudiziaria contro i fascisti, consentono a questi ultimi di poter ricorrere a quel “vittimismo aggressivo” che manifestano sistematicamente quando “le prendono” dagli antifascisti militanti..

Un dettaglio quest’ultimo emerso con la dovuta rilevanza, quando in alcuni quartieri popolari della periferia est di Roma, i fascisti sono stati affrontati e respinti con estrema e incoraggiante determinazione.

Del resto, la relazione annuale dei servizi segreti al Parlamento, non sottovaluta affatto questa acutizzazione dello scontro tra fascisti e antifascisti nel territorio, cioè sul versante “sociale” più che ideologico, soprattutto nelle periferie. Da almeno tre anni i servizi di intelligence segnalano che Sul piano previsionale, si ritiene, infine, che continueranno a verificarsi episodi di contrapposizione (provocazioni, aggressio­ni e danneggiamenti di sedi) con frange dell’estrema sinistra, per effetto sia della mobilitazione concorrenziale su tematiche sociali, da parte di entrambi gli schieramen­ti, sia delle visioni contrapposte in tema di immigrazione”

Torniamo così all’obiettivo mirato di questa operazione degli apparati dello Stato di sdoganamento politico e mediatico dei fascisti: consegnare la rappresentanza politica della rabbia, del degrado e del disagio sociale alla destra e in particolare a gruppi neofascisti come Casa Pound.

Si spiegano allora le ormai sempre più frequenti comparsate televisive dei fascisti, le “curiosità giornalistiche”, la partecipazione ai dibattiti nelle sedi neofascisti in nome del “confronto democratico” (vedi Mentana e Formigli), in sostanza la legittimazione e la costruzione politico/mediatica di una presenza dei fascisti nello scenario come espressione del “disagio sociale”, ritagliandogli esattamente – come dice l’informativa del Ministero degli Interni – “l’ampio spazio politico che Casa Pound è pronta ad occupare”. Una operazione studiata a tavolino, fin nei minimi dettagli e con le disponibilità finanziarie per realizzarla.

Una ragione di più per confermare l’antifascismo militante e permanente come una componente indissolubile dell’intervento politico, sociale e sindacale nei territori e nei luoghi di lavoro.

Federico Rucco

da Contropiano

Federico è ovunque !! Appello di Acad a tutte le tifoserie

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Riprendiamo e condividiamo da ACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa – Onlus– in seguito al divieto di far entrare la bandiera con il volto di Federico Aldrovandi – l’ appello a esporre in tutti gli stadi e in tutte le città l’immagine del ragazzo ucciso dalla polizia. Per rispondere insieme al divieto imposto ai tifosi della Spal.

Federico Aldrovandi, non cancellerete la nostra memoria. Federico è ovunque.

Il divieto di far entrare la bandiera con il volto di Federico Aldrovandi, imposto ai tifosi della Spal nella trasferta romana, è un fatto troppo grave; troppo grave per relegare la nostra rabbia solo ai post sui social, troppo grave da necessitare una risposta di tutti.

Federico fu ucciso nel settembre del 2005 a soli 18 anni. Fu ucciso da 4 poliziotti che gli spezzarono il cuore fino a soffocarlo, rompendogli addosso due manganelli fino a procurargli 54 lesioni. “Schegge impazzite” fu la definizione che diede un procuratore generale a quelle persone, prima della loro condanna definitiva in Cassazione.

Quello che ha subito Aldro è una verità storica, oltre che giudiziaria, incancellabile come lo furono i fatti vergognosi successivi alla sua morte: negli applausi dei sindacati di polizia agli agenti condannati, nelle offese alla madre, nelle querele alla madre, nelle dichiarazioni folli e disgustose di certi esponenti istituzionali che hanno negato per anni l’evidenza.

Il divieto imposto ai tifosi della Spal non ha alcuna giustificazione.

È un atto di prepotenza e arroganza. È un atto da Stato di Polizia.

Abbiamo deciso di non rassegnarci alla denuncia e al racconto: se non volevano Federico in una curva, Federico glielo faremo trovare ovunque.

A pochi giorni dai fatti di Vicenza, dove Luca, un ultrà della Sanbenedettese è finito in coma e tuttora è in ospedale, è necessario mandare un segnale forte contro la violenza e gli abusi di polizia di questi ultimi decenni, affinchè non vi siano mai più altri Federico.

ACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa – Onlus invita tutta la collettività a partire dalle tifoserie e dalle curve, oltre la propria fede e oltre i colori, ad esporre ove sia possibile l’immagine di Federico Aldrovandi con striscioni, magliette, foto, bandiere e qualsiasi mezzo ognuno ritenga più opportuno e ad accompagnare, dove realizzabile, il tutto con l’hashtag #FedericoOvunque.

Chiediamo a chiunque di far apparire Federico in ogni luogo possibile delle nostre città, con la dignità e il rispetto che la famiglia Aldrovandi ci ha sempre insegnato.

Sabato 9 dicembre e domenica 10 dicembre facciamogli vedere che non abbiamo dimenticato quello che hanno fatto a Federico, mostrando Federico ovunque, com’era da vivo.

#FedericoOvunque

#giustiziaeveritàperAldrovandi

#bastaabusi

Per informazioni, comunicazioni, adesioni:

Mail: infoacad@inventati.org

Facebook: ACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa – Onlus

Telefono: 3348016641

Per piazza Alimonda nessun processo. Respinto il ricorso civile

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Un’altra violenza della malagiustizia: respinto il ricorso civile presentato dai familiari di Carlo Giuliani. Le dichiarazioni dell’avvocato e della famiglia.

In data 19/10/2017 è stata pubblicata la sentenza della Corte d’Appello di Genova, che ha confermato la sentenza del 15/1/2015 del Tribunale di Genova che respingeva le domande della famiglia Giuliani tendenti ad acclarare le responsabilità per l’uccisione di Carlo.

La causa avanti al Tribunale era stata promossa nei confronti di quattro soggetti: il Vice Questore Lauro per le sue responsabilità nell’aver ordinato l’azione del contingente di carabinieri contro i manifestanti fermi in via Caffa all’altezza di via Tolemaide e in seguito alla quale il Defender con Mario Placanica a bordo si era trovato bloccato; Mario Placanica per aver sparato il colpo di pistola che colpì Carlo; il Ministero dell’Interno e il Ministero della Difesa (da cui dipendono Polizia di Stato e Carabinieri) perchè Carlo morente era stato colpito da un sasso sulla fronte quando già era agonizzante; gli stessi Ministeri, quali “datori di lavoro” di Lauro e Placanica per le responsabilità nei fatti accaduti.

Nel processo di primo grado si è svolta una articolata istruttoria, con la visione del video che riepilogava in ordine cronologico gli avvenimenti e l’audizione di alcuni testimoni, tra cui gli alti ufficiali dei Carabinieri presenti in piazza Alimonda.

Con una decisione non contraria alla legge ma certamente contraria allo logica e al buon senso, la sentenza è stata redatta non dal giudice che aveva istruito la causa sin dall’inizio, ma da un altro giudice che lo ha sostituito all’ultima udienza.

La sentenza di primo grado è stata particolarmente approssimativa, in quanto si è basata essenzialmente sull’ordinanza del Giudice per l’Udienza Preliminare che nel 2003 aveva archiviato il procedimento nei confronti di Placanica con una ricostruzione largamente contraria a tutte le evidenze.

Per questo la famiglia Giuliani ha deciso di presentare appello.

La sentenza della Corte d’Appello ha almeno il pregio di aver ricostruito gli avvenimenti con maggiore ampiezza e di aver sfatato alcuni miti che aleggiavano intorno alla vicenda. La Corte ha dato risposte a molti interrogativi, che però non possono essere considerate soddisfacenti.

Sui tre elementi su cui si basava l’azione della famiglia Giuliani queste, in estrema sintesi, le risposte della Corte:

  1. a) Responsabilità del Vice Questore Lauro:la Corte, pur non negando (in relazione all’azione ordinata da Lauro contro i manifestanti fermi in via Tolemaide) che “l’azione sia stata effettivamente improvvida e imprudente” non vede tra tale azione e il colpo sparato da Placanica un nesso di causalità;
  2. b) Responsabilità di Placanica: la Corte, pur avendo esaminato foto e filmati ed in presenza di una dichiarazione del medico legale che aveva definito il colpo di pistola “assolutamente” derivante da uno sparo diretto, ha ritenuto di dare maggior affidamento alla consulenza eseguita nel 2003 su incarico della Procura della Repubblica, secondo cui il colpo fu sparato dal basso verso l’alto ma venne deviato contro Carlo da un calcinaccio lanciato dai manifestanti;
  3. c) La sassata sulla fronte di Carlo: secondo la Corte, pur essendo accertato che il colpo venne inferto dopo lo sparo, e che il passamontagna indossato da Carlo non presentasse alcun foro, non vi è prova certa su chi alzò il passamontagna, colpì Carlo alla fronte e poi riabbassò il passamontagna.

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Questa sentenza, ovviamente, non ci soddisfa.

Dopo due gradi di giudizio l’ultima possibilità sarebbe il ricorso per Cassazione.

Ma, in presenza di una cosiddetta “doppia conforme”, cioè una sentenza di appello che conferma quella di primo grado, è possibile ricorrere in Cassazione solo per violazione di legge.

Non è possibile, cioè, sindacare la motivazione data dai giudici di appello e neppure lamentare l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio.

In queste condizioni il ricorso per Cassazione è improponibile; esso sarebbe un azzardo non solo per il prevedibile risultato finale, ma anche per i costi elevatissimi che comporta perdere una causa in Cassazione in termini di spese di soccombenza.

Dopo 16 anni si chiude così la vicenda giudiziaria, che non ha portato a Carlo nè verità nè giustizia.

Solo un processo penale, tenuto pubblicamente nel contraddittorio delle parti, avrebbe potuto portare alla luce le verità nascoste e le corresponsabilità nell’omicidio.

Avvocato Gilberto Pagani

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“Nessun responsabile anche in sede civile per la morte di Carlo Giuliani”.

Questo ci comunica il nostro avvocato. Nessun responsabile: non sarà mai possibile avere un pubblico dibattimento in un’aula di tribunale. Non potremo mai dimostrare le ragioni di Carlo, condannato a restare su quel pezzo di asfalto, colpevole di illegittima difesa.

Colpevole di avere sostenuto un diritto sancito dalla Costituzione. Colpevole di essersi protetto dai gas con un passamontagna. Colpevole di aver tentato di fermare una pistola con il primo oggetto che aveva visto rotolare in terra.

Il colpevole è lui. Chi avrebbe dovuto garantire i suoi diritti, e al contrario lo ha ucciso e oltraggiato, è stato assolto senza un processo.

Lo Stato italiano è stato condannato dall’Europa per la gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 a Genova, per quanto è stato fatto alla scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto, in piazza Manin, in via Tolemaide… soltanto in piazza Alimonda non è da giudicare.

La Giustizia non vede responsabili e non vuole che si faccia piena luce in quell’angolo di città. Così ha perso un’altra occasione per fare giustizia. Un’altra, dopo tante, troppe occasioni perdute. Perché, questo è certo, Carlo Giuliani è in ottima compagnia.

Da quando ero una ragazza porto nel cuore Giovanni Ardizzone, Giannino Zibecchi, Franco Serantini, Francesco Lorusso, Fausto e Iaio, Giorgiana Masi, Luca Rossi, Giuseppe Pinelli…

Licia, la moglie di Pinelli, dice che giustizia è che tutti sappiano la verità. Sì, ma chi la racconta, la verità? La verità ha bisogno di gambe forti e indipendenti per camminare ma oggi se ne trovano poche. Che cosa conoscono di Carlo Giuliani e dei ragazzi come lui quelli che oggi hanno la loro età?

Sono moltissime le vittime di Stato senza responsabili, senza mandanti, senza giustizia. Non posso ricordarle qui tutte. E poi ci sono le vittime delle stragi, che corpi dello Stato hanno contribuito a confondere, nascondere, depistare: Milano, Brescia, Bologna, Firenze, Ustica… senza dimenticare Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Enzo Baldoni, Pasolini… neppure per un grande poeta la Giustizia ha fatto il suo dovere fino in fondo!

Sì, Carlo Giuliani è in ottima compagnia.

E poi ci sono le vittime di Stato arrivate dopo di lui: due o tre hanno ottenuto l’attenzione dei grandi media, la maggior parte è rimasta nel silenzio e nel buio di strade, questure e caserme dove hanno trovato la morte.

La Giustizia è umana, quindi non è infallibile, lo sappiamo. Può non riuscire a fare luce.

Dovrebbe almeno provarci.

Haidi Gaggio Giuliani

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20 luglio 2001.

Alle ore 15 di venerdì 20 luglio, dopo le azioni indisturbate di piccoli gruppi di individui del tutto estranei alla manifestazione e dediti alla rottura di bancomat e vetrine, un reparto di carabinieri attacca in via Tolemaide il corteo autorizzato delle “tute bianche”. Nel processo contro 25 manifestanti la Cassazione giudica l’azione come un “attacco violento e ingiustificato”, che infatti ha costretto i manifestanti ad azioni di difesa che si protrarranno per oltre tre ore.

Intorno alle ore 16 un altro reparto di carabinieri, al comando del tenente colonnello Giovanni Truglio, del capitano Claudio Cappello e del tenente Nicola Mirante, percorre corso Torino e procede ad alcune cariche contro gruppi di manifestanti. In una di queste un carabiniere, a un metro di distanza dal tenente colonnello Truglio, si esercita nel lancio di una bottiglia, comportamento che non appare confacente con operazioni di ordine pubblico. Poco dopo il reparto svolta in via Tommaso Invrea e procede lentamente lungo la via, con continuo e nutrito lancio di lacrimogeni, praticamente fino all’esaurimento delle scorte, come segnalerà il capitano Cappello. Il reparto arriva in piazza Alimonda verso le 16 e 45 e procede a una azione che il capitano Cappello considera “la messa in sicurezza del reparto”: si tratta di una scarica di manganellate operate da una decina di carabinieri su un manifestante, già a terra alle spalle della chiesa perché picchiato da un paio di poliziotti. Trascinato per i piedi fino alla piazza, il manifestante verrà poi ricoverato su un’ambulanza chiamata per la bisogna. La “messa in sicurezza” richiede un lungo periodo di sosta e di riposo, durante il quale il reparto si rifocilla.

Alle ore 17.22 il reparto è in tenuta antisommossa all’angolo della piazza con via Illice, mentre all’incrocio di via Caffa con via Tolemaide, quindi a oltre centoventi metri, vi è un gruppetto di manifestanti, non più di quindici, che non compie nessuna azione verso i carabinieri (il capitano Cappello dichiarerà infatti che per l’eventuale lancio di un sasso “ci sarebbe voluto il campione mondiale del lancio del peso”). Il reparto si mette in marcia verso via Invrea, poi aggira l’aiola centrale della piazza e, sorprendendo i manifestanti, si infila in via Caffa. Non vi è nessuna carica, nessun contatto con i manifestanti, che cercano riparo dietro una campana per il vetro e un paio di cassonetti: vi è solo il reciproco lancio di qualche sasso, al quale partecipa più volte il vice questore Adriano Lauro, come ha dovuto riconoscere in tribunale. Del tutto infondate e fuori luogo le dichiarazioni in tribunale del tenente colonnello Truglio, che ha parlato di scontri durissimi e del “clangore” che si levava dall’urto dei cassonetti contro gli scudi dei carabinieri. No, nessuna tromba presente, il rumore maggiore è quello delle pale dell’elicottero che sovrasta la penosa scena.

Di certo c’è, invece, che il reparto resta lì poco più di un minuto, denotando la stranezza dell’operazione. Dopo di che inizia una fuga precipitosa verso la piazza, superando le due camionette che avevano accompagnato il reparto nell’aggiramento dell’aiola e che ora procedono in retromarcia. La fuga, quanto meno ingloriosa dato il rapporto di forze comprovato (“imboscata” la definì la sera stessa don Andrea Gallo), illude i manifestanti che si lanciano all’inseguimento verso una impossibile vittoria, seguiti da altri che provengono dalla vicina traversa. Il reparto in fuga supera le jeep e va a dimorare nel tratto di via Caffa tra piazza Alimonda e piazza Tommaseo. Gli autisti delle jeep riescono a complicare la manovra. Quella guidata da tale Cavataio riesce ad accostarsi a un cassonetto dell’immondizia rovesciato (e lì da oltre un’ora). Si accosta con delicatezza, non va a sbattere, come dimostra la totale assenza di ammaccature nella parte anteriore, e come invece sostengono per aumentare la drammaticità del momento.

Alcuni manifestanti arrivano nei pressi della jeep, tre o quattro sul lato sinistro, tre sul retro e tre (tra i quali il cosiddetto “uomo della trave” che in realtà è un’asse) sul lato destro; altri più indietro, oltre i cinque sei metri.. Uno dei manifestanti sul lato sinistro, con casco giallo e k-way blu (quindi del tutto individuabile), raccoglie da terra un estintore (a portarlo in piazza è un carabiniere) e lo lancia verso il lunotto posteriore della jeep, da una distanza valutabile in almeno un paio di metri. E’ sufficiente una pedata del robusto scarpone di un occupante per far ricadere l’estintore sulla gomma di scorta e farlo poi rotolare a terra, a una distanza di più di quattro metri dalla jeep.

Sul lato destro della jeep è giunto in quel momento Carlo, a mani nude, in tempo per vedere che sulla jeep un carabiniere ha nella mano destra una pistola mentre la mano sinistra mette il colpo in canna. Carlo vede rotolare l’estintore per terra e lo raccoglie con l’intenzione di disarmare chi minaccia di sparare per uccidere. Riesce soltanto, a quattro metri dalla jeep, a sollevare l’estintore poco sopra la testa quando il proiettile, sparato ad altezza d’uomo e parallelamente al suolo, lo raggiunge sopra lo zigomo sinistro. Sono le 17.25 e pochi secondi. Subito Cavataio fa retromarcia e, passando due volte su Carlo steso per terra, se ne va.

Il reparto di polizia di stanza in piazza Tommaseo, quindi a una ottantina di metri, e i carabinieri prima scappati entrano in piazza e dopo aver sparato un po’ di lacrimogeni per allontanare qualche ragazzo che cerca di portare soccorso a Carlo dispongono un robusto cordone. C’è il tempo per un gesto infame: una pietra, a circa un metro e mezzo da Carlo, si ritrova accanto alla sua testa mentre un carabiniere è accucciato vicino e il capitano Cappello è in piedi a un metro. Sulla fronte di Carlo, quando gli toglieranno il passamontagna, che non porta segni di lacerazione, c’è una ferita lacero contusa, effetto della sassata. Sta arrivando una troupe televisiva che riprende la scena. Un fotografo che sicuramente ha scattato quella azione infame viene picchiato duramente, schiacciato sul corpo di Carlo (quasi a dirgli “se parli fai la fine di quello lì”). Ppoi, forse dopo che lo hanno riconosciuto, il fotografo (Eligio Paoni) viene ricoverato su un’ambulanza. La telecamera, ben piazzata, riprende pezzi della macchina fotografica di Paoni distrutta dalle botte e in sequenza Adriano Lauro che insegue l’unico manifestante rimasto in piazza gridando “bastardo, pezzo di m…, tu l’hai ucciso, col tuo sasso!” Il gesto infame della sassata sulla fronte di Carlo è stato un tentativo di depistaggio, perché avere ucciso un manifestante è comunque un fatto grave. Lo conferma mezz’ora dopo il generale Angelo Desideri, che al telefono con Truglio chiede spiegazioni e usa una colorita espressione: “… spiegami bene, perché qui c’è tutta una sovrapposizione di notizie, di informazioni, che potrebbero lasciar prevedere un giro di banane in culo che metà basta”:

Anche l’analisi della tempistica di ciò che accade realmente offre ulteriori riflessioni sulla costruzione del falso, alla quale partecipano periti, consulenti, ufficiali dei carabinieri, magistrati. Un filmato della polizia dimostra che il tempo trascorso tra il momento in cui le ultime file del reparto abbandonano via Caffa ed entrano in piazza e il momento dello sparo è di 35 (trentacinque!) secondi. Si tenga presente che, non essendoci nel reparto alcun campione mondiale dei 100 metri, per percorrere il tratto della piazza fino al nuovo incrocio con via Caffa occorrono almeno 20 secondi. Il tempo del terrificante assalto alla jeep, per altro mai circondata come sostengono invece per accrescere il terrore, si riduce quindi a una quindicina di secondi. Ancora più allarmante il tempo che intercorre tra il lancio dell’estintore da parte del manifestante col caschetto giallo e lo sparo: otto secondi! In quegli otto secondi Carlo si porta sul retro della jeep, si china per terra, raccoglie l’estintore e si alza sollevandolo sopra la testa!

Il potere parla subito di legittima difesa. La sera stessa lo fa in tv Gianfranco Fini, allora vicepresidente del consiglio, che per aggravare la posizione di Carlo arriva a dire che poteva trattarsi non di un estintore ma di una bombola di gas! Per avvalorare la tesi della legittima difesa servono periti dotati di inventiva. Ed ecco Carlo Torre e un cosiddetto esperto di immagini, che inventano lo sparo per aria, il calcinaccio colpito mentre vola verso la jeep e la deviazione del proiettile verso il basso. Puro imbroglio cialtronesco. Ma il pm Silvio Franz accoglie con giubilo l’imbroglio: lo sparo per aria avvalora la legittima difesa (non voleva uccidere, al più spaventare), quindi procedimento da archiviare. La gip Elena Daloiso non si limita ad accogliere la richiesta del pm: aggiunge una vergogna e scrive che l’estintore Carlo può averlo tirato anche la prima volta!

Basta, mi mancano le parole. Non le immagini, i filmati e le testimonianze che dimostrano quale è la verità che hanno voluto cancellare, senza permettere neppure un processo.

Giuliano Giuliani

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Il 20 luglio 2001 Carlo viene ucciso con un colpo di arma da fuoco alla testa.

Il procedimento penale è stato archiviato. La nostra richiesta di procedimento civile è stata definitivamente respinta, condannandoci a pagare la metà delle spese processuali ai Ministeri della Difesa e dell’Interno e ad Adriano Lauro.

Nessuno in questi 16 anni ha voluto sapere il contesto, nessuno ha voluto analizzare foto e filmati dalle diverse angolazioni.

Non importa se un regolare corteo autorizzato fu attaccato dai Carabinieri e poi anche dalla PS. Non importa se furono usate armi da fuoco, manganelli tonfa, gas CS. O meglio, questo è stato rilevante in altri processi, quelli condotti a carico dei manifestanti. Carlo era lì a manifestare ma nel suo caso quei fatti non sono stati considerati.

Di Carlo si vede il passamontagna. Non importa se non era suo, non importa se se lo era messo pochi minuti prima per difendersi dai gas.

Di Carlo si vede che ha lanciato una pietra. Non importa se il vice questore Adriano Lauro ha ammesso di aver lanciato anche lui pietre contro i manifestanti proprio nella stessa circostanza.

Di Carlo si vede che ha raccolto un estintore. Non importa se l’estintore non era suo. Non importa se Carlo si è chinato a raccoglierlo quando la pistola era già puntata e caricata contro i manifestanti, e da dentro la camionetta qualcuno gridava “Vi ammazzo tutti”.

A Carlo sparano in faccia, poco sotto lo zigomo sinistro, mentre è a quattro metri dal defender con un estintore sollevato sopra la testa. Questo è stato definito legittima difesa.

Di Carlo schiacciano il corpo investendolo con il defender due volte mentre era ancora vivo. Ma questo nessuno ha voluto vederlo.

Di Carlo spaccano la fronte con una pietra. Anche questo nessuno ha voluto vederlo.

Di Carlo hanno insultato e inventato la vita. Ma questo è audience.

Nel 2002 in seguito agli esiti delle perizie richieste dal PM Franz (in base alle quali pochi mesi dopo lo stesso PM chiederà l’archiviazione del procedimento), Lello Voce scrisse su L’Unità: “Alla fine vedrete che verrà fuori che Carlo Giuliani si è suicidato”.

Ci sono andati molto vicino.

Elena Giuliani

Milano – Storia di un’aggresione omofoba

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Riprendiamo un comunicato del Kollettivo Indipendente Agnesi e del Collettivo Autonomo Steiner. Ogni commento ci sembra superfluo.

Leo è un ragazzo di 17 anni.
Il pomeriggio del 13 Novembre si trovava, insieme ad altre due persone, in un parco di Baggio, a Milano per passare in compagnia la giornata.
Ad interrompere questo tranquillo pomeriggio interviene un gruppetto di ragazzi di circa 15 anni che si avvicina per chiedere una sigaretta ai tre.
Dopo aver ricevuto la sigaretta il gruppo nota qualcosa e comincia far loro domande sul loro orientamento sessuale.
Senza aver ricevuto risposta cominciano a insultarlo e ad intimidirlo.
Essendo state ignorate le loro provocazioni il gruppo si allontana ma dopo poco comincia a bersagliare i tre ragazzi lanciando sassi, bottiglie e perfino una bicicletta.
I tre decidono quindi di andarsene per evitare ulteriori violenze, ma vengono raggiunti.
Un amico di Leo viene buttato a terra e, mentre cerca di aiutarlo a rialzarsi, Leo viene colpito violentemente ad un orecchio.
Cade a terra, stordito dal colpo, ma questo non ferma il gruppo che continua a inveire su di lui con calci al volto e pugni.
Leo e i suoi amici, ragazzi come tanti altri, hanno rischiato grosso quella sera, solo perché “colpevoli” di essere omosessuali.
È possibile nella Milano del 2017 essere perseguitati e picchiati per il proprio orientamento sessuale? Questo non è che uno dei tanti accadimenti che fanno capire quanto sia importante ancora oggi combattere l’OMOFOBIA in tutte le sue forme.
NO ALL’OMOFOBIA! NO ALLA TRANSFOBIA!
NO XENOFOBIA! NO ALLA MISOGINIA!
NO A TUTTE LE FORME DI DISCRIMINAZIONE E FASCISMO!
Portiamo avanti la lotta informando ed informandoci, perché crediamo nella cultura come strumento per superare queste barbarie. Proprio per questo, ricordiamo il tema della prossima assemblea d’istituto: “Autoaccettazione e omofobia”.
Kollettivo Indipendente Agnesi e Collettivo Autonomo Itsos Steiner

Pubblicato da Radaz2017, il 29 novembre 2017 alle 09:15