Torino: Scene di ordinaria follia, da stato di polizia.

Ecco cosa sta succedendo a Torino. Scene di ordinaria follia, stato di polizia. Celere e Digos sono saliti caricando sul tram per impedire ad alcuni compagni di raggiungere il presidio vicino al comune. Centro completamente militarizzato, fermi senza motivo e caccia all’uomo.

Risultato: hanno picchiato un ragazzo che chiedeva solo cosa stesse succedendo e hanno fatto scendere tutti gli altri passeggeri, tra cui una donna che si è incazzata e gli ha gridato: FASCISTI!

La normale eccezionalità della repressione

Sembra esserci un alone di “eccezionalità” dietro la vicenda dell’Asilo di Torino. Eccezionali le misure poliziesche adottate per sgomberare lo spazio, con grate d’acciaio che hanno isolato il quartiere fin dalle prime ore di sabato mattina e controllo dei documenti a chiunque passasse per quelle vie. Eccezionale – e strumentale – la motivazione dello sgombero, nella quale sette persone vengono arrestate con l’accusa di associazione sovversiva per alcune azioni contro il CPR. Eccezionale la tempestività con cui la polizia ha agito nel corteo del sabato pomeriggio, arrestando 11 persone e identificandone oltre 200. Eccezionale la copertura mediatica degli eventi che si sono susseguiti nel week-end, con tanto di codazzo di fantasmagoriche inchieste sui centri sociali più “pericolosi d’Italia”. Eccezionali, infine, anche le dichiarazioni del Questore Francesco Messina, che giudica l’Asilo non «un centro sociale normale ma la base logistica di una cellula che propugna la sovversione dell’ordine democratico partendo dalla protesta di piazza». Questore che definisce «prigionieri» coloro che sono stati arrestati in piazza: eccezionale anche questo, se pur immediatamente smentito dallo stesso Gip che ha scarcerato dopo pochi giorni gli attivisti, dando loro “solo” l’obbligo di firma.

Dietro questo alone si nasconde la volontà di normalizzare l’azione coercitiva nei confronti di chiunque si renda protagonista di lotte sociali. In poche parole, il caso dell’Asilo serve al potere per alzare l’asticella della sua iniziativa repressiva, portando in via di definizione una cultura della legalità sempre più autoritaria. Lo esprime bene il Ministro Salvini con le sue dichiarazioni sulla «tolleranza zero» nei confronti dei centri sociali, tanto scontate quanto coerenti con la sua azione politica iniziata con la circolare di settembre contro le occupazioni abusive di case e uffici e proseguita con l’ormai famigerato decreto, convertito in legge il 1 dicembre scorso. Ma non è da meno la sindaca torinese Chiara Appendino nel suo amorevole plauso alla Questura e agli agenti, autori di un intervento che, a suo dire, città e residenti attendevano da anni.

Non ci stupiamo del connubio che si viene a creare tra forze politiche, poliziesche e palazzinari quando c’è da mettere ”le mani sulla città”. Gli spazi sociali e le occupazioni abitative sono spesso ostacolo agli ingranaggi della rendita, in uno scacchiere urbano che differenzia sempre più la residenzialità sulla base del censo. Ciò che sta accadendo nel quartiere Aurora a Torino ripete un film già visto centinaia di volte in questo Paese, e non solo, negli ultimi 40 anni. Certo, sono lontani i tempi del «sangue che scorre nelle arterie della metropoli», ma l’inimicizia del potere costituito nei confronti dei centri sociali possiamo considerarla uno dei pochi tratti distintivi delle “tre repubbliche”. Di sgomberi ne abbiamo visti tanti, negli ultimi anni con sempre maggiore frequenza e violenza. Ma la vicenda di Torino sembra segnare un cambio di passo, con un intero pezzo di città che sembra vivere in una situazione di vera e propria guerra a bassa intensità, con una città militarizzata da cima a fondo. Gli episodi di terrore poliziesco di oggi pomeriggio, con le forze dell’ordine che fanno scendere con la forza dai mezzi pubblici le persone dirette al presidio cittadino, sono un’ulteriore grave conferma di questa situazione.

Ma nell’eccezione che vuole farsi normalità, c’è chi ha deciso di non fare il convitato di pietra ed è passato al contrattacco. Una reazione che ha saputo mettere insieme tante persone, coinvolgendo innanzitutto un quartiere che si è sentito subito orfano di una presenza importante che durava da oltre vent’anni. Una reazione radicale, che sta quantomeno facendo pagare un caro prezzo all’arroganza. E mentre i checkpoint su via Alessandria fanno tornare alla mente situazioni di “altri mondi”, il nostro orizzonte andrà sempre alla ricerca di “mondi altri”. Mondi che passano innanzitutto da un concetto chiave: gli spazi sociali non si toccano.

da GlobalProject

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Solidarietà con l’Asilo e gli/le arrestat* a Torino

La scorsa settimana è stata caratterizzata dall’esprimersi feroce della repressione nella città di Torino e dall’esplosione della rabbia e della solidarietà in questa così come in altre città.

Uno spazio occupato di Torino – l’Asilo – è stato sgomberato dopo 24 anni di occupazione, lotta e resistenza.
Sei compagn* sono stati arrestat* con l’accusa di associazione sovversiva nell’ambito dell’operazione denominata “Scintilla”.
Altre dieci persone sono state arrestate durante il corteo che sabato ha riempito le strade di Torino: alcune di loro sono arrivate al carcere dopo essere passate per l’ospedale a causa della violenza delle guardie.
Altre tre persone erano state fermate nella giornata di giovedì durante i disordini che hanno accompagnato la procedura di sgombero: al momento risultano in libertà e per una di loro è stato comminato il divieto di dimora da Torino.

Un bilancio grave ma che non sconvolge.
Un bilancio che si inserisce pienamente nei tempi attuali, segnati dall’inasprirsi della repressione, dal contrasto alle lotte, dalla chiusura degli spazi di autorganizzazione, dalla marginalizzazione delle persone che infastidiscono lo sguardo del cittadino medio benpensante a colpi di decreti sicurezza.
L’importanza di inserire questa ennesima operazione di polizia in un contesto più ampio è cruciale se vogliamo decostruire da subito la narrazione che i media stanno proponendo.

In queste ore le varie testate giornalistiche continuano a descrivere l’Asilo e le compagne e compagni che in questi anni hanno costruito quella realtà come dei mostri, ‘terroristi’ fuori dalla realtà, facendo eco a Questura e politici nel cercare di spaventare le persone ‘normali’ e cercando di fiaccare l’amore e la solidarietà per uno spazio sgomberato e per le persone arrestate.

Istituzioni e media, dipingendo uno scenario in cui ci sono occupanti buoni e occupanti cattivi, cercano di tagliare il collegamento tra l’Asilo e il resto delle persone che quotidianamente portano avanti diverse forme di resistenza.

Lo spauracchio del linguaggio da anni di piombo ci fa sorridere e non perché le lotte portate avanti in questi anni anche con il contributo dei compagni e delle compagne dell’Asilo non siano state determinate, ma piuttosto perché non si può non essere solidali con quelle lotte e quelle azioni.
Crediamo che chi in queste ore è nelle mani della polizia sia in possesso di una visione della realtà molto più concreta di quanti colgono l’occasione per indignarsi sulle vetrine rotte e lo dimostra la solidarietà che stanno ricevendo in queste ore da Torino, dal resto del paese e fuori dai confini nazionali.

Vorremmo chiedere a chi si lascia ancora ammaliare da questa narrazione scandalistica dopo anni e anni di criminalizzazione dei movimenti: come si fa?
Come si fa a non reagire alla violenza istituzionale?
Come si fa ad essere solidali per la disobbedienza civile di Mimmo Lucano e non portare solidarietà a chi si impegna nella lotta contro i CPR?

Come collettivo transfemminista queer la questione della violenza dei confini fisici e ideali è sempre stata al centro della nostra riflessione e di ogni rete di cui abbiamo fatto parte, cittadina, nazionale e transnazionale.

In un periodo in cui la violenza delle frontiere si dipana in tutto il suo orrore non possiamo che sostenere quelle realtà che provano a combatterla e quelle persone, migranti e immigrate che la violenza dei confini e del colore la affrontano ogni giorno e che quei confini provano a superarli.

Per questo rilanciamo l’appello a tutte le soggettività, ai collettivi e reti lgbtqia+, alle transfemministe e femministe invitandole a prendere parola contro la gigantesca macchina repressiva in moto, e non solo a Torino.

Occorre, inoltre, sottolineare che da questa narrazione tossica rimangono strumentalmente fuori due elementi centrali.

Da un lato bisogna ricordare a gran voce che le compagn* arrestat* coinvolte nell’operazione Scintilla sono accusat* di associazione sovversiva per aver portato avanti negli anni una lotta determinata contro la detenzione amministrativa delle persone immigrate senza documenti.

Senza voler entrare nel merito delle carte giudiziarie e dell’impianto accusatorio della procura torinese, l’obiettivo più ampio dell’operazione è palesemente quello di fiaccare la lotta contro i CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) che a Torino aveva come obiettivo la chiusura del CPR di Corso Brunelleschi già più volte distrutto – come altri in Italia – dalle rivolte delle persone recluse. I CPR sono galere, sono luoghi in cui si fa materiale e visibile la frontiera, sono posti da cui si esce con un decreto di espulsione o direttamente con un volo di rimpatrio.
Sono l’anello più visibile di un ingranaggio complesso che ha come obiettivo quello di serrare le frontiere e respingere all’esterno chi tenta di varcarle.

Creati dal governo di centro-sinistra alla fine degli anni ’90 del secolo scorso hanno di recente trovato una loro nuova età dell’oro con il Ministro degli Interno Minniti e, oggi, con Salvini.
Impossibile riformarli e impensabile chiedere – a chi poi? – di migliorare la qualità delle condizioni di detenzione. I CPR vanno chiusi perché luoghi di privazione della libertà.
A fronte di questa rivendicazione, la procura di Torino ha fatto calare la scure della repressione su 6 compagn* che sono ora in isolamento, privati della loro libertà in attesa di giudizio e che rischiano molti anni di carcere se condannat*. A loro non può che andare la nostra solidarietà.

Ma c’è un altro punto che occorre sottolineare, ovvero a cosa lascia spazio lo sgombero dell’Asilo e perché quello spazio era cosí scomodo per l’amministrazione torinese.
L’Asilo occupato si trova nel quartiere torinese di Aurora, da anni dato in pasto alla più becera gentrificazione.

La riqualificazione del quartiere ha per esempio portato all’apertura del palazzo di alto design firmato Lavazza; oppure alla creazione di una scuola di scrittura/storytelling diretta dall’illustrissimo Baricco dove ti insegnano a scrivere alla modica cifra di 5.000 euro l’anno.
L’ondata di gentrificazione sta anche portando anche alla chiusura dello storico mercato del Balon di Porta Palazzo: chiunque vive quel mercato come luogo di incontro, scambio informale e mezzo di sopravvivenza, viene spinto ai margini e illegalizzato.

L’Asilo occupato e le tant* compagn* che vi gravitano attorno rappresentano uno spazio di resistenza a questo processo di svuotamento del quartiere e di sistematica eliminazione dell’indecenza intesa come non normalità in tutte le sue forme.

Ci sembra tutto questo veramente così lontano?

Gli attacchi agli spazi occupati oramai sono più che frequenti in tutta Italia.
A Roma sono iniziati gli sgomberi a partire da quelle realtà più marginalizzate e, senza troppo nasconderlo, si punta a ripulire la città dagli spazi di autogestione.
Gli spazi delle donne sono costantemente sotto attacco, da ultimo la casa delle donne “Lucha y Siesta”, attiva da quasi 10 anni nel contrasto alla violenza sulle donne e spazio prezioso di autorganizzazione per tutt* noi, rischia di chiudere perché il proprietario ATAC Spa (merda!), in crisi finanziaria, vuole vendere lo stabile.

L’apparato repressivo è poi sempre più normalizzato nella quotidianità.

Ci si è oramai abituati alle camionette di polizia e carabinieri che stazionano nei quartieri; non ci si gira più per le retate e i controlli dei documenti delle persone razzializzate per strada, sugli autobus e nelle stazioni; ci si indigna solo per qualche ora per la morte di freddo di persone che dormono in strada.
Nel frattempo fioccano ordinanze che come unico obiettivo hanno quello di limitare la socialità a forme accettabili e decorose.

Questa crociata dell’ordine e decoro ha come nemiche tutte quelle persone che non rientrano nella norma ‘famiglia-nazione-lavoro’ e noi Cagne ci sentiamo decisamente chiamat* in causa.

Pensate che reagiremo semplicemente proteggendo i rimanenti miseri spazi di agibilità dove ci volete confinare?
Pensate male.
Questo è per noi il momento di immaginare tanto e fare molto di più!

Libertà per tutte e tutti
Solidarietà con gli/le arrestat*

Cagne Sciolte

Per esprimere solidarietà alle persone arrestate, vi consigliamo di seguire gli aggiornamenti pubblicati da Radio Black Out e Macerie Torino.
Il luogo di detenzione infatti potrebbe cambiare nei prossimi giorni a seguito di trasferimenti.

Per ora le indicazioni più aggiornate sono le seguenti:

Per l’operazione Scintilla:
Rizzo Antonio – Salvato Lorenzo – Ruggeri Silvia – Volpacchio Giada – Blasi Niccolò – De Salvatore Giuseppe.
Per il corteo di sabato: Antonello Italiano – Irene Livolsi – Giulia Gatta – Giulia Travain – Fulvio Erasmo – Caterina Sessa – Martina Sacchetti – Carlo Mauro – Francesco Ricco
Sempre per il corteo di sabato, dopo essere stato all’ospedale, è in arresto anche Andrea Giuliano.

Al momento si trovano tutti nel carcere torinese:
C.C. Lorusso e Cutugno via Maria Adelaide Aglietta, 35, 10149 Torino TO.
Tutt* riportano contusioni inferte dalla polizia durante il fermo.
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Gabriele Baima, in carcere da giovedì per la manifestazione davanti a Palazzo nuovo, è stato rilasciato con un divieto di dimora a Torino. Gli altri due arrestati di giovedì sono stati scarcerati.
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Arrestati/e di sabato: Udienza terminata oggi. Il PM ha chiesto custodia cautelare in carcere per tutti/e. Capi d’imputazione: 2 resistenze (1 durante arresto), lesioni, porto d’armi, devastazione e saccheggio. Il GIP si riserva di decidere tra stasera e domattina. Tutti hanno rilasciato dichiarazioni.
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Gli arrestati/e sono tanti, alcuni con accuse gravi che li costringeranno alla detenzione per lungo tempo.

Chiediamo ai solidali un benefit per sostenerli/e al conto intestato a Giulia Merlini e Pisano Marco IBAN IT61Y0347501605CC0011856712 ABI 03475 CAB 01605 BIC INGBITD1

Nei giorni scorsi è girata una versione scorretta dell’IBAN, ci scusiamo.

Torino – Piccolo diario di Aurora

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci e inviarci contributi: hurriya[at]autistici.org

Una piccola parentesi da chi abita in Quartiere:
Queste poche parole sono in riferimento al quartiere Aurora che da giorni è assediato da centinaia di guardie.

Ogni giorno per entrare in casa vengono chiesti i documenti a molte persone.

Non a tutte, infatti, e lo screening utilizzato per l’identificazione è spesso quello estetico.
Molte persone non si sono più viste nel quadrilatero sequestrato dalle forze dell’ordine.
Molte persone si sono trovate intimidite dalle guardie, impiegando trenta minuti per rientrare in casa, solo per aver voluto esprimere il dissenso rispetto la loro presenza; forse in maniera un po’ superficiale, ma sicuramente consapevole. Non ci si vuole infatti abituare e ci si vuole continuare a stupire di questo assedio. Assimilarlo come normalità sarebbe una sconfitta rispetto alla nostra libertà di tornare in casa come e quando cavolo ci pare, senza le guardie che commentano l’orario del tuo rientro, senza le guardie che aspettano un tuo “errore” per portarti in questura, senza le guardie che smettono di parlare e ti fissano in maniera pesante quando esci di casa, senza le guardie che ti scortano ogni giorno fino al portone. Non vogliamo abituarci a queste misure repressive, al controllo e al terrore che queste insinuano.

Aurora è diventata una zona di confine: il confine che separa la voglia di costruire percorsi di libertà opponendosi ad una struttura opprimente e omologante. Un confine che separa la speculazione infiocchettata a “decoro” che vuole cancellare una fetta della società che non ne fa parte, o per scelta o per condizione.

Naturalmente la volontà di queste poche righe non è quella di centralizzare il marasma di questi giorni a chi sta vivendo l’azione poliziesca in quartiere, ma restituire un capitolo di questi giorni anche da chi vive queste strade e non è complice di queste misure.

Libertà per tutte le persone arrestate in questi giorni, si esprime fervida solidarietà.


Roma – Sul presidio del 10 febbraio a Ponte Galeria

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci e inviarci contributi hurriya[at]autistici.org

Nella giornata di sabato 10 Febbraio, una quarantina di solidali si sono recate davanti alle mura del CPR di Ponte Galeria per portare solidarietà alle donne recluse nel centro. Il presidio si è svolto senza particolari tensioni.
Si sono succeduti interventi in diverse lingue che hanno tentato di raccontare le varie forme di resistenze messe in campo dai reclusi negli altri centri di detenzione per persone migranti, in italia e in altri paesi. Verso il finire del concentramento si è provato ad avvicinarsi alle mura del CPR per poter sentire meglio le grida che giungevano dall’interno. Prontamente le cosiddette forze dell’ordine si sono schierate sulla strada impedendo di avvicinarsi alle mura. Anche questa volta la digos, che imponeva di arretrare, ha visto le sue parole perdersi nel vento.
Gli interventi e i cori sono continuati, ma non è stato possibile il consueto lancio di palline contenenti il numero di telefono da far arrivare alle recluse, il numero è stato comunque più volte ripetuto dal microfono. Le urla da dentro hanno colmato il vuoto delle difficili e rade comunicazioni telefoniche. Evidentemente le minacce di ritorsioni continuano e le donne non si sentono tranquille nel comunicare con noi.
Oltre a questo ci è stato comunicato che il cancello del cortile interno era stato chiuso; la nostra presenza davanti alle mura di quel lager viene utilizzata come pretesto per aumentare la violenza agita sui corpi delle donne recluse, ostacolando la complicità e la comunicazione.
Sono stati raccontati gli episodi di resistenza che compongono la lotta, come quanto accade a Torino, dove nei giorni scorsi la repressione contro chi si oppone a gabbie e frontiere è stata dura.
Sono 6 gli/le arrestat* con l’accusa di associazione sovversiva nell’operazione Scintilla. Altri 10 sono stati invece fermati dopo i cortei che si sono svolti nei giorni scorsi a seguito della fiera resistenza portata avanti dalle compagnx e sappiamo che l’accusa che gli vogliono imputare è di devastazione e saccheggio.
In serata nel quartiere di Torpignattara c’era gente arrabbiata che urlava contro le frontiere e le galere, che ha lasciato un pò di colore e calore in una zona dove la gentrificazione e la guerra ai poveri è il pane quotidiano.
A quanto pare non si vuole più restare a guardare di fronte allo stato che attacca.
Come dicono i muri della città già da giovedì notte (giorno dei primi arresti a torino e dell’inizio dello sgombero dell’asilo) non possono fermarci! Infatti ogni mattina ci svegliamo con nuove scritte in solidarietà e complicità con le arrestatx a Torino.

NO NATIONS NO BORDERS
FUCK LAW AND ORDER

Nemiche e nemici delle frontiere

ENGLISH
On the day of 10th February forty people protest against the cage for people without document in Ponte Galeria (Rome) to sympathize with the women incarcered in that place and to tell them that they are not alone. In that prison there are incarcered only women while are continuing the works of restoration of the male section, destroyed by the man on December 2015.
The people outside tried to communicate with the women inside, telling what is appening in other detention centres and in Torino, where some peopole have been arrested for their fights against the CPR. To keep in touch with tne women and as the only way to know what appens inside, was also screamd a telephon number that the women can call in every moment of the day. It was heard some scream from the inside of the prison and the supportives tried to move closer to hear what the women where telling but the police immediately blocked the way.
We also know that the women were closed in their rooms, as usual when there is the protest outside.
During the evening in the district of Torpignattara, in Rome, some people screms all his hate against any prison and in solidarity with the people arrested in Torino and the resistance against the clearing out of the Asilo occupied and that on the streets of these days.
No borders no nations.
Stop deportation.
Some enemy of the borders.


Bologna 13/2 – Presidio in solidarietà con arrestati/e di Torino

Mercoledì ore 18.30, piazza Verdi

Presidio in solidarietà con arrestati/e di Torino.

Giovedì 7 febbraio 6 compagni/e anarchici/che vengono arrestati con l’accusa di associazione sovversiva per aver preso parte negli anni a lotte contro le frontiere, l’internamento e le espulsioni dei migranti, contestualmente l’Asilo occupato a Torino viene sgomberato. Nelle giornate di solidarietà e di resistenza allo sgombero altre dieci
persone vengono arrestate. Nei prossimi giorni verrà deciso se rimarranno o meno in carcere. Scendiamo in strada per far capire a chi ce li ha tolti che non sono soli.

Antonio, Silvia, Larry, Giada, Nicco, Beppe, Antonello, Irene, Giulia, Fulvio, Giulia, Caterina, Martina, Carlo, Francesco e Andrea liberi!
Tutti liberi, tutte libere!

La verità sui respingimenti in Libia

Lo scorso 20 gennaio un barcone di migranti provenienti dalla Libia è stato intercettato dalla guardia costiera libica e riportato in Libia. Per i 393 migranti a bordo, questo ha significato ritornare nell’inferno dei campi di prigionia libici.
Le autorità italiane e maltesi hanno ignorato la telefonata di aiuto dei migranti che disperati dicevano di non voler ritornare in Libia.
Stessa probabile sorte è toccata a 150 persone intercettate e catturate ieri dai libici. I leader italiani (ben prima di Salvini) ed europei sostengono le milizie libiche che gestiscono e guadagnano dal traffico e la tortura dei migranti, e nel contempo hanno delegittimato le Ong e promosso azioni contro le loro navi umanitarie. In questo preciso momento nessuna nave di ricerca e soccorso è presente nel Mediterraneo centrale e può testimoniare quanto avviene.

La redazione di “Dossier Libia” ha intervistato Gaetano Marchese, psicologo dell’equipe multidisciplinare di Cosenza per le vittime di tortura. Negli ultimi 7 anni ha effettuato interventi di riabilitazione su oltre 200 migranti.

“La Libia – afferma lo psicologo – è un luogo che i migranti sono costretti ad attraversare, e questo attraversamento è anche la metafora della loro vita. Lì subiscono arresti, torture fisiche, violenze di ogni genere, violenze sessuali ripetute, violenze psicologiche. Vengono sottoposti a minacce di morte perché chi li tiene detenuti richiede riscatti alla famiglie”.
Fermare gli sbarchi significa riconsegnare le persone ai loro aguzzini.

Dallo sgombero dell’Asilo alla resistenza generale. Salvini arriviamo!

di Radio No Tav

Un piccolo contributo sui fatti di Torino. Per chi non c’era, per chi non si fida dei giornali. Per una voce nostra.

Tanti, tantissimi. Tantissimi e arrabbiati. Salvini arriviamo!
Doveva succedere prima o poi e finalmente è successo.
Prima o poi qualcuno si sarebbe incazzato e così è stato.
Mamme migranti col passeggino, abitanti del quartiere, “balonari”, centri sociali e case
occupate, riders in bicicletta e gente che si arrangia, che fa i “lavoretti”. Non la Cit Turin madamina, ma la Torino dei quartieri popolari. Torinesi e provinciali. Gente da tutta Italia. Tanti giovani, “quelli che non vedi mai ai cortei”.

E tutti che hanno capito una cosa. Non si difende solo “questa” casa occupata, le sue parole d’ordine. Si difende un simbolo ma si difendesoprattutto un’idea. Non siamo “anacronismi” come dice il questore Messina o “teppisti” come vuole Salvini. Siamo il corpo vivo della società che non accetta la direzione verso cui vanno le cose.
Partendo da una piccola questione certo, che si chiama quartiere Aurora, Torino, pianeta terra. Quartiere dove centri direzionali, scuoline d’autore, mercati di lusso, bar da “movida” e destinazione turistica sostituiscono il Balon, i panettieri, i bar da dopolavoro, le officine, le case e gli affitti contenuti.

Una questione che non tocca solo l’Asilo occupato, non tocca solo quel quartiere.
E non tocca solo gli italiani.
Lo sgombero dell’Asilo, offerto dal questore Messina al ministro dell’interno, parte da un’inchiesta sulla lotta ai lager per migranti.
Qualcosa che chi non ha permesso di soggiorno, o che per non perderlo accetta qualsiasi condizione di lavoro, conosce bene. Qualcosa che conosce bene chi decide di attraversare le “montagne del me piemont” perché questo governo ha tolto il permesso di soggiorno umanitario, illegalizzando migliaia di persone con un colpo di penna.

In questa convergenza si spiega la perfetta assonanza tra l’amministrazione cittadina di Chiara Appendino e il ministro del terrore, Matteo Salvini. Voci che si fondono, dal pasionario proTav Esposito, al senatore Airola, ai Marrone e alle Alessi (fdI).
Il governo 5 Stelle – Lega ormai ha fatto abbastanza perché possa essere giudicato dai fatti, e non da parole e slogan. La pacchia è finita: ma stavolta lo diciamo noi.
C’è una nuova generazione che a tutto questo ha deciso di opporsi, e finalmente la rabbia esplode e si fa concreta.

A chi finge di indignarsi per le vetrine della Smat, che taglia l’acqua ai morosi, o per le macchine dell’Eni, sporche di sangue e di petrolio,lasciamo i giornali ben pensati e gli slogan delle “madamine”. Abbiamo troppa umanità per preoccuparci di quattro vetrine.
Ci auguriamo sia solo l’inizio.

12 febbraio 1980: l’uccisione di Bachelet e la reazione dell’Autonomia

L’uccisione del Professor Bachelet avvenne davanti all’aula dove aveva appena terminato la lezione di diritto amministrativo. Terminata appunto la lezione giornaliera, Bachelet si trattenne a conversare fuori dell’aula con la sua assistente, Rosy Bindi; in quel momento il commando brigatista lo colpì con otto proiettili di calibro 32 Winchester. Il professor Bachelet si accasciò, per poi venire raggiunto da altri cinque colpi. A quel punto i due BR, sfruttando il panico generale creatosi dopo aver falsamente annunciato la presenza di una bomba, si dileguarono nonostante il presidio presente quel giorno in Università, in occasione di una tavola rotonda sul terrorismo. Dell’omicidio furono accusati e condannati all’ergastolo Annalaura Braghetti e Bruno Seghetti.Lo stesso 12 febbraio, sfruttando l’occasione rappresentata dall’ennesimo attacco terroristico, Luciano Lama ritornò alla Sapienza scortato dalla polizia, a tre anni esatti da quel 17 febbraio che segnò una data fondamentale per la crescita del Movimento del 77 e per il riconoscimento dell’Autonomia Operaia quale forza politica determinante all’interno dell’Università. Il risultato immediato fu l’intero ateneo sotto assedio dei mezzi blindati e il sequestro di migliaia di studenti, alcuni dei quali sottoposti al controllo dei documenti. L’episodio scatenò, a ragione, l’immediata reazione dei Comitati Autonomi Operai di Via dei Volsci, con un comunicato nel quale vennero espressi tutti i dubbi riguardanti la “soggettività revisionista” delle Brigate Rosse. Ciò che venne contestato fu la cecità con cui le Br, forti di una legittimità fatta costruita con la propaganda delle armi, crearono un revisionismo di classe che mirava, al pari del Pci, a togliere qualsiasi spazio all’opposizione rivoluzionaria del Movimento, relegandole un mero ruolo di spettatrice passiva da strumentalizzare e soggiogare. Il progetto socialdemocratico verso cui entrambe le forze politiche sembravano lanciate, chi attraverso la legittimità più o meno acquisita della lotta armata, chi tramite bieche manovre di potere, lasciava scoperti svariati nodi nell’ambito delle tensioni sociali e dei bisogni reali dei proletari, lasciando mano libera all’azione repressiva del Governo e della Democrazia Cristiana, in grado soltanto di emanare leggi speciali, far dilagare lo sfruttamento delle classi lavoratrici e aumentare il disagio tramite un continuo terrorismo di Stato.Il ritorno di Lama significava non solo il ritorno ingiustificabile di un nemico del Movimento, ma rappresentava per il Pci l’occasione a lungo attesa per ristabilire un’egemonia morale e culturale, tipica del generico pensiero “di sinistra” tanto caro al partito. L’Università, così, spalancava le porte all’ennesima pantomima di Stato, “con i Pertini in prima linea, con i piccisti in abito antiterrorista, tutti specializzatisi in funerali”, con le stesse modalità da democrazia blindata che appartenevano alla Dc. Si assisteva dunque, da una parte, alla commedia di un Partito Comunista che “pur di arrivare al governo, si scatena contro i rivoluzionari, applaude al governo Cossiga e ai blitz di Dalla Chiesa”, mentre dall’altra un “revisionismo armato, che soggettivamente, addizionando una sull’altra le attività di mera propaganda con le armi, crede di aver inaugurato la guerra di classe, ma che in realtà sortisce solo terrorismo. E il terrorismo, è oggi, come già si è verificato in altre occasioni storiche, totalmente arretrato rispetto al livello dello scontro in atto, ad anzi più se ne allontana, più costituisce un ostacolo e una negazione per lo sviluppo di un nuovo ciclo di lotte”.

La signora in giallo

di Alessandra Daniele

Luigi Di Maio l’ha presentata in una teca come una Madonnina piangente: la prima tessera del mitico Reddito di Cittadinanza. Che in realtà non è un reddito, e non è di cittadinanza, ma sarà (se e quando partirà davvero) un sussidio di disoccupazione, vincolato a un milione di regole burocratiche che trasformeranno in un sorvegliato speciale chi cercherà di ottenerlo.
Inoltre, la gialla master card destinata secondo Di Maio ad “abolire la povertà” sarà comunque negata proprio ai più poveri.
Non la riceveranno gli sfrattati e i senzatetto.
Non la riceveranno italiani e stranieri in povertà assoluta che risiedono in Italia da meno di dieci anni.
Non la riceveranno i giovani disoccupati che devono abitare ancora coi genitori.
Se la riceverà, la perderà l’imbianchino disoccupato di Catania che si rifiuta di andare ad allevare anguille a Comacchio, e viceversa.
Non riuscirà mai ad ottenerla chi non sa o non può procurarsi tutta la documentazione necessaria per dimostrare a Nostra Signora del Sussidio che non è un truffatore fancazzista, né un immigrato a torso nudo con lo smartphone.
Ma basta con queste lamentele, guardiamo il bicchiere mezzo pieno: se tutto va bene, da maggio circa un milione di famiglie riceveranno una nuova social card con circa 100 euro a settimana per fare la spesa (l’eventuale resto sarà rigorosamente destinato all’eventuale affitto).
È il momento di recuperare lo scontrino col quale Pina Picierno voleva dimostrarci come 80 euro bastassero a una famiglia di tre persone per una spesa settimanale.
Lo scopo primario del Reddito di Cittadinanza però non è lo stesso degli 80 euro renziani, cioè pagare gli italiani per votare un branco di cazzari. Quello lo fanno anche gratis.
Il Reddito di Cittadinanza è innanzitutto uno strumento di controllo sociale, come ha esplicitato il sociologo ex-grillino Domenico De Masi: “Elargire questo sussidio serve ai ricchi, per evitare che i poveri s’incazzino e gli taglino la testa”.
Il compito dichiarato del Movimento 5 Stelle è sempre stato fin dall’inizio quello di assorbire la rabbia popolare, per impedire che producesse qualcosa di realmente rivoluzionario.
Beppe Grillo l’ha rivendicato più volte: “Se non ci fossimo noi a tenerla buona, la gente scenderebbe in piazza”. E Di Maio s’è vantato di recente: “Senza di noi, anche in Italia ci sarebbero i gilet gialli”.
Il RDC è un sedativo di massa. 
E non è certo concepito per evitare la recessione (generale e prevista) né la conseguente prossima Quaresima di tasse e tagli, ma per renderle più sopportabili per le masse, con un centinaio di euro in più a settimana a quelli che potrebbero diventare realmente pericolosi per il sistema.
Per tenerli tranquilli. E sorvegliati.
Perché restino buoni cittadini.
E consumatori.
Non ai senzatetto quindi, né ai migranti, che invece vengono spinti sempre più verso l’emarginazione totale – anche col decreto Salvini – per essere usati come spauracchio e capro espiatorio.
Questo disegno non è occulto, è esplicito, come le dichiarazioni che ho citato confermano, ma funziona lo stesso, come ogni manipolazione che faccia leva sugli istinti e sui bisogni primari.
L’utilità del governo Grilloverde per le élite che dice di combattere però difficilmente lo salverà dal suo destino ultimo: diventare a sua volta il capro espiatorio, quando la Crisi affonderà le zanne, e i sedativi di massa non basteranno a tenere buone le prede.

https://www.carmillaonline.com/2019/02/10/la-signora-in-giallo/

Genova G8 2001: nell’ennesima sentenza i poliziotti definiti “barbari”. 16 ufficiali di polizia dovranno risarcire lo Stato per Mark Covell

La sezione di Appello della Corte dei Conti conferma la condanna per 16 funzionari (anche il numero due della Dia) che dovranno risarcire il ministero per il tentato omicidio di un giornalista inglese

Capita che un collegio di giudici della sezione d’appello della Corte dei Conti definisca come “barbari” i responsabili di una serie di reati e comportamenti per i quali sono stati condannati penalmente e in sede di danno erariale.

Capita che uno dei soggetti così pesantemente inquadrati nella sentenza, sia Gilberto Caldarozzi, ovvero il numero due della Dia, la direzione investigativa antimafia, come dire l’Fbi italiana.

A 18 anni dai fatti il G8 di Genova continua a rappresentare una spina nel fianco della democrazia italiana, continua a far emergere le insanabili contraddizioni di uno Stato che a fronte di condanne nazionali ed europee e nonostante pubbliche, seppur tardive, ammissioni di responsabilità, non ha mai voluto far seguire alle parole i fatti. E ha così sanzionato con pene ridicole (47 euro di multa)  oppure ha promosso e fatto progredire le carriere di coloro che, per dirla con i giudici del penale “hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”.

L’ennesima conferma a questo stallo arriva appunto dalla  sentenza della seconda sezione d’appello della Corte dei Conti che ha confermato il pronunciamento di primo grado che condannava a un risarcimento complessivo di 110 mila mila euro, 16 poliziotti coinvolti a vario titolo nel pestaggio del giornalista inglese Mark William Covell durante il G8 del 2001.

I giudici d’appello hanno in parte dichiarato inammissibili e in parte rigettato gli appelli proposti da alcuni dei poliziotti confermando la sentenza emessa nel 2015 dalla sezione della Liguria, che aveva condannato al risarcimento di 40 mila euro l’allora comandante del VII nucleo antisommossa Michelangelo Fournier e a 60 mila euro l’allora comandante del primo reparto mobile di Roma Vicenzo Canterini.

I giudici contabili avevano poi condannato, in solido, a un risarcimento di 10 mila euro: Francesco Gratteri, Gilberto Caldarozzi, Giovanni Luperi, Spartaco Mortola, Nando Dominici, Filippo Ferri, Fabio Ciccimarra, Carlo Di Sarro, Massimo Mazzoni, Davide Di Novi, Renzo Cerchi, Massimiliano Di Bernardini, Massimo Nucera e Maurizio Panzieri.
I fatti contestati risalgono alla notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001, quando Covell venne picchiato dalla polizia davanti ai cancelli della scuola Diaz, riportando gravissime lesioni. Covell era poi stato arrestato con accuse che si erano rivelate false.

G8 2001, nell'ennesima sentenza i poliziotti definiti "barbari"

Mark Covell

In via transitoria, il Viminale lo aveva risarcito con 350 mila euro (340 per le lesioni subite e 10 mila per le calunnie). Ed è proprio quella cifra, che la procura contabile contestava come danno erariale ai poliziotti, ridotta però dai giudici di primo grado a 100 mila euro per le lesioni e 10mila per le calunnie. L’appello ha confermato la sentenza.
Nel motivare le ragioni con cui vengono respinti gli appelli di tre imputati in particolare, i giudici in un passaggio spiegano che “non è vero che i predetti non fossero affatto presenti sul luogo del misfatto, quanto che ne uscirono senza partecipare alla barbarie o macelleria messicana come ebbe a definirla lo stesso Fournier, che ne sarebbe seguita, rendendosi conto della situazione…”.
Si vedrà se davvero lo Stato riuscirà a farsi pagare visto che per alti risarcimenti si è creato un incredibile corto circuito con il Ministero che risarcisce sè stesso invece di rivalersi sui funzionari infede.

Marco Preve

da La Repubblica.it