26 aprile 1966: Lo studente socialista Paolo Rossi viene ucciso durante un attacco fascista all’università di Roma.

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Come testimoniano le persone presenti e molte foto, sono numerosi gli studenti che vengono picchiati selvaggiamente dai fascisti con il tacita accondiscendenza della Polizia di Stato. Fra gli aggressori che uccidono Paolo si ricordano, oltre a Delle Chiaie anche Serafino Di Luia, Flavio Campo, Saverio Ghiacci, Adriano Mulas-Palomba, Alberto Questa, Loris Facchinetti e Mario Merlino.

La Questura e la stampa di quei giorni parlano di “rissa fra studenti” e che Paolo si sia sentito male in seguito ad un “attacco epilettico”, che lo avrebbe poi fatto cadere dalle scale.

Il rettore Ugo Papi, un ex-fascista, giustifica e difende i fascisti negando l’aggressione, e quando poi sarà obbligato a dimettersi dal Ministro dell’Educazione si giustificherà dicendo: “la mia unica colpa è stata quella di combattere sempre i professori di sinistra”.

In seguito alla morte di Paolo, le organizzazioni studentesche organizzano numerosi cortei e il 28 aprile vengono occupate numerose facoltà per denuciare la colpevolezza dei fascisti nella morte del loro compagno e per far capire che non sono più disposti a tollerare gli attacchi squadristi.

Nei giorni seguenti si susseguono ancora aggressioni fasciste ai danni di altri studenti che vengono feriti in modo grave, e viene infine condotto dai fascisti un altro massiccio assalto all’Università di Roma. A questo attacco gli studenti antifascisti rispondono con fermezza, cacciando i missini e provocando duri scontri con le forze dell’ordine.

L’omicidio di Paolo Rossi è uno spartiacque dell’antifascismo italiano della seconda metà del ‘900. Segna infatti la svolta per il movimento che sta irrompendo nella società borghese e perbenista di quegl’anni, dandogli la forza e il coraggio di rispondere in modo militante, di massa e organizzato al neo-fascismo e ai suoi continui agguati.

I responsabili dell’aggressione non saranno mai puniti dalla magistratura, che oltre ad insabbiare le indagini con l’aiuto prezioso della Polizia, non farà alcuno sforzo per punire i colpevoli dell’omicidio.

Questo atteggiamento istituzionale sarà d’aiuto al movimento per capire che la risposta alle aggressioni fasciste non sarebbe più dovuta essere la delega allo Stato, ma appannagio esclusivo del proletariato.

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Questo paese ha un problema con gli antifascisti nel giorno della Liberazione : cosa abbiamo visto a Firenze

A Firenze il sole picchia come se già fosse estate. Tanti ne approfittano e fanno la prima scappata fuori città, tanti altri sudano, lavorano dietro le friggitrici o servendo ai tavoli dei bar aperti per i turisti, nonostante la festività, nonostante sia oggi 25 aprile: festa della Liberazione dal nazifascismo. Altri ancora, non troppi, ma neanche pochi ci credono all’importanza della ricorrenza.

Affrontano la calura, rinunciano alla vacanza, prendono – quelli che possono – il giorno libero a lavoro. Sono giovani e giovanissimi. Quelli che le grandi narrazioni vorrebbero prede del nichilismo, dell’antipolitica, del disinteresse. Scelgono di sudare e vogliono partecipare al loro 25 aprile: sentono di resistere.
Piazza Santa Croce ospita la commemorazione istituionale. L’antifascismo è anche uno di quei miti fondativi della Repubblica che le istituzioni hanno l’obbligo di celebrare. Un rito stanco, che si ripete a Firenze come in tante altre città del paese, celebrato da dei profanatori avvinghiati alle istituzioni ma ben lontani dallo spirito della resistenza che le ha fatte nascere, forse tradendosi, forse no. “Non lo so, questo appartiene alla Storia ma è certo che Nardella è un’ipocrita” dice un giovane con un fazzoletto rosso al collo che si avvia di primo mattino verso piazza Santa Croce. “Le istituzioni che si apprestano a celebrare anche quest’anno la giornata della liberazione dal fascismo sono le stesse dei campi di concentramento in Libia e del razzismo istituzionale. Il Sindaco che parlerà ha equiparato il valore della vita di Idy Diene, ucciso qui in questa città perché senegalese neanche due mesi fa, a quello di una fioriera di via Calzaiuoli. È un insulto. È da questa classe politica che oggi dobbiamo liberarci. Non lasciamo che siano loro a parlarci di liberazione”.

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C’è insomma una sinistra consonanza tra il fascismo che fu e questa classe politica che per proteggere se stessa attacca le libertà collettive e individuali, ignora il rispetto per la vita umana e per chi suda, aggredisce ogni forma di dissenso. I parallelismi storici non calzano mai e risultano retorici, ma proviamo lo stesso a chiedere:
“Settant’anni fa Nardella cosa avrebbe fatto? Da che parte l’avremmo trovato?”
“E’ un pavido, probabilmente si sarebbe nascosto per sottrarsi alle proprie responsabilità, avrebbe guardato per aria per non dispiacere le autorità del regime al tracollo ma ancora in sella e sarebbe poi salito senza macchie particolari sul carro dei vincitori che scendevano dalle montagne armi alla mano. Il problema è che ora un Nardella governa Firenze e quelli come lui sono al parlamento. No, i partigiani non si meritano Nardella, non si meritano il partito democratico e queste istituzioni”.

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Assieme a questo giovane col fazzoletto rosso al collo ne troviamo altre decine e decine. Alcuni vanno ancora alle scuole superiori. Una settimana fa partecipavano a un corteo di contestazione alla truffa dell’alternanza scuola lavoro. In un centinaio avevano raggiunto la sede di confcommercio per chiedere che i soldi che le aziende percepiscono dai progetti di alternanza senza offrire alcuna formazione venissero redistribuiti alle scuole e agli studenti che faticano a mantenersi… a proposito di reddito di cittadinanza. Davanti al portone di Confcommercio “è stato uno dei miei primi cortei. Immaginate di camminare per strada e vedete degli uomini corpulenti, spesso avanti con l’età, vestiti come chiunque altro – insomma, quasi come chiunque altro, quelle scarpe in effetti le mettono solo loro – venirvi addosso e prendervi a cazzotti. Ma cazzotti, veri, sodi. Realizzi che si tratta di un poliziotto perché dopo senti pure le sirene della carica, ma quelli in divisa vengono dopo. E perché? Perché eravamo lì a dire che a scuola non si studia e che i soldi che dovrebbero andare a noi finiscono nelle tasche delle aziende. Il letame? Sì è vero abbiamo lasciato un po’ di merda davanti al mc Donald che è il principale beneficiario del contratto con il ministero per il progetto di alternanza. Ma mi sembra il minimo restituirgliene un po’ dopo tutta quella che ci fanno ingoiare”.

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La polizia è ovviamente parte del problema. Lavora perché nulla cambi se dall’alto si decide che nulla cambi, e questo non succede perché fondamentalmente queste istituzioni conservano se stesse: “straparlano di democrazia ma la usano non con le persone ma contro le persone. È dalle istituzioni “democratiche” che viene garantito spazio e legittimità ai fascisti, anche solo per il calcolo del proprio tornaconto politico: è stato questo il tentativo vigliacco di un’intera classe politica di scaricare sui migranti le responsabilità dei propri disastri, di anni di governo spesi per rafforzare i privilegi dei ricchi programmando l’impoverimento della maggioranza di questo paese. Quando parlano gli esponenti delle istituzioni democratiche lo fanno sempre dietro gli scudi della polizia ma sono pur sempre dei “democratici” e quindi degli intoccabili”. È la tutela di questo privilegio confuso con la legittimità istituzionale che scatena le questure contro qualsiasi forma di dissenso dietro la copertura della politica e a copertura della politica. Interi uffici di funzionari di polizia lavorano incessantemente per schedare gli “antifascisti” di questo paese, altrimenti detti, “antagonisti”, oppure “violenti”. Parole da giornalisti che si fanno spazio nel vocabolario per distinguere ciò che è ufficialmente accettato e quello che non lo è. Parole, ma la sostanza dei fatti è che in questo paese c’è una sistematica persecuzione del dissenso politico.

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I ministri approntano pacchetti sicurezza, Minniti rispolvera i fogli di via contro chi si organizza per lottare. Misure medievali? No inventate durante il ventennio, mai cancellate a tutt’ora a disposizione dei nuovi uomini forti al comando. Alla vigilia del 25 aprile tre fogli di via sono stati comminati dalla questura di Modena a tre antifascisti che pochi mesi fa avevano contestato una parata nazista subendo dure cariche da parte della polizia. Una provocazione, verrebbe da dire, ma è quasi la regola. Dopo l’attentato di Macerata a febbraio un’ondata di manifestazioni antifasciste ha investito in tutto il paese ogni momento pubblico di propaganda da parte delle formazioni neofasciste. Una necessaria opposizione in una campagna elettorale che si ha quasi sempre dovuto sfidare la passività delle forze democratiche e del loro gioco finto volteriano che con la nenia del “non sono d’accordo con quello che dici ma darei la mia vita per farti esprimere la tua opinione” hanno di fatto accordato piena agibilità a ogni razzista e a vecchi e nuovi nostalgici del ventennio. Un giovane antifascista, Giorgio, un cuoco, è da più di due mesi recluso nel carcere di Piacenza per essersi opposto assieme a migliaia di persone all’apertura di una sede di Casa Pound. Un suo compagno, Lorenzo, porta pizze a Bologna, è stato scarcerato solo ieri e messo agli arresti domiciliari mentre Moustafa, operaio della logistica, si trova nella stessa condizione. A Torino, sempre per un corteo di opposizione a Casa Pound, un altro ragazzo, Nicolò, si trova al carcere delle Vallette. L’arresto è arrivato dopo un’ondata di perquisizioni all’alba nelle case di giovani militanti. A Valeria, una studentessa torinese, sono stati sequestrati migliaia di adesivi “qui abita un antifascista”, uno sticker in risposta alla provocazione squadrista che a Pavia ha visto segnalate dai fascisti locali le abitazioni di diversi militanti antifascisti. Giovani colpevoli di rivendicare di essere antifascisti… con degli adesivi…

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Gli oltre cinquanta ragazzi e ragazze che si muovono verso piazza Santa Croce pensano che tutto questo non sia normale e non esprima alcuna forma di giustizia. Sono gli antifascisti oggi: giovani, lavoratori, , decisi a contare di più. All’imbocco della piazza trovano uno schieramento di polizia. Neanche la vedono la piazza. “Via da qui, vi spezziamo le ossa” urla il dirigente di polizia fiorentina Lucio Pifferi, un habitué delle piazze, in servizio durante il G8 di Genova, presente alla Diaz come dirigente della digos di Padova. Un gruppo di agenti in borghese attacca gli antifascisti che si avvicinano alla piazza strappandoli ai propri compagni. Uno viene gettato in terra con una presa al collo. Subito quattro fermi. Un operaio, un edicolante, una receptionist, un artigiano dottorando universitario. Parte la carica. Gli altri cinquanta vengono respinti indietro. Agli antifascisti viene impedito di parlare nel giorno che commemora la Liberazione.

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In piazza nel frattempo arriva anche Renzi. Ospite a sorpresa. Pubblica sui social network una foto dalla piazza, per metà vuota. Formula il suo pensierino: “niente polemiche, festa della libertà, della liberazione…” una confusione disarmante. “Non ce ne siamo ancora liberati, anche per questo siamo qui”, dice qualcuno tra gli antifascisti che dopo qualche minuto ripartono in corteo. Diventano più di cento. Altri arrivano, erano rimasti chiusi dall’altro lato della via, erano andati direttamente in piazza Santa Croce e non si erano potuti unire ai propri compagni. In Borgo Albizi, mentre le cerimonie ufficiali si spostavano in piazza Signoria, il corteino viene imbottigliato dalla polizia e fermato per almeno un’ora e mezzo: cordoni dietro e davanti. La polizia tiene in ostaggio i manifestanti: “Volete che non ci muoviamo, state tranquilli, siamo ben fermi nelle nostre idee e sono quelle che ci confermano che oggi c’è ancora bisogno di resistenza, per liberarci di quelli come voi”. Il corteo riparte e sfila per il centro. Tanti pugni chiusi accompagnano i cori degli antifascisti. Uno spunta da una finestra aperta di una cucina. Un cuoco di una trentina d’anni festeggia il suo 25 aprile dietro ai fornelli. A lavoro.

Più tardi sotto la questura di Firenze una nuova carica sugli antifascisti che avevano raggiunto gli uffici per chiedere il rilascio dei fermi, poi tramutati in arresto con processo fissato domattina per direttissima con l’accusa di resistenza, lesioni e oltraggio. “Volevamo prendere parola perché siamo quelli che più hanno bisogno di una nuova liberazione da questi nuovi fascisti: autoritari, protetti dalla polizia, usurpatori di una memoria partigiana. Il nostro 25 aprile non finisce oggi”. Domani alle 9.30 un appuntamento di sostegno agli arrestati si ritroverà sotto il tribunale di Firenze.

 

Vogliamo la libertà per Luca, Aida, Simone, Franco e tutti e tutte gli antifascisti e le antifasciste in arresto.

Chi inquina l’acqua, uccide l’umanità.

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Tante strade quelle che, nella giornata di ieri, hanno portato a Trissino movimenti, associazioni, spazi sociali, gruppi ambientalisti, cittadini stanchi di farsi avvelenare in silenzio. Tante strade che procedono verso una unica direzione e con un unico obiettivo: difendere la terra e l’ambiente in cui viviamo perché noi stessi siamo l’ambiente in cui viviamo. E se si ammala la terra, si ammala l’umanità.

Ieri, domenica 22 aprile, a Trissino, si è svolta la Giornata Contro i Crimini Ambientali. E quale piazza poteva essere migliore che lo spazio davanti la Miteni, la fabbrica della morte che per anni, nel silenzio complice di chi doveva controllare e non ha controllato, ha avvelenato le falde acquifere di mezzo Veneto?

All’appuntamento di lotta e di informazione, si sono presentati in tanti. Tra i duemila e i duemila cinquecento, secondo gli organizzatori. Non soltanto associazioni o i cittadini che per primi hanno denunciato la presenza di Pfas – i pericolosi composti perfluoroalchilici – nell’acqua che esce dal rubinetto di casa, ma anche movimenti ambientalisti dal respiro più ampio come GreenPeace, Legambiente, nominati Acqua Bene Comune, Medici per l’Ambiente, No Navi, reti Gas, associazioni contro la Tav e la Pedemontana, Salviamo la Val d’Astico, le guerriere ed i guerrieri delle Climate Defense Units con le loro maschere di Angry Animals, animali arrabbiati, e tante altre realtà ancora. Tutte accanto alle Mamme No Pfas che per prime hanno preso la parola nel palco antistante la Miteni, difesa, ancora una volta, da un cordone di polizia.

«Abbiamo cresciuto i nostri bambini mettendoci tutto il nostro impegno perché fossero sani, li abbiamo difesi dalle malattie ma non abbiamo pensato a difenderli dall’acqua che bevevano, Ma come potevamo noi pensare che proprio l’acqua che è vita, fosse pericolosa? Ora nel loro segue ci sono percentuali di Pfas da 10 a 40 volte superiori ai valori accettabili».

«Noi siamo gli animali arrabbiati – spiega un portavoce dei Climate Defense -,  simbolo della rivolta di una natura di cui facciamo parte indissolubilmente, la Mitemi è solo una delle tante opere che devastano i territori. Il Veneto, in particolare, è la nuova Terra dei Fuochi tra Pedemontana e Val d’Astico. Un biocidio cui diciamo: Basta! Oggi siamo di fronte ad un movimento di ribellione che, pur nella sua diversità, si è posto obiettivi comuni contro le lobby dell’affarismo che stanno trasformando terra, acqua, paesaggio, ambiente, salute e la nostra stessa vita in merce. Costruiamo tutti assieme un nuovo immaginario che metta al centro la nostra salute e la salute dell’ambiente contro chi vuole ricavare profitto dalle malattie».

Tante le realtà che prendono la parola sul palco, intervallate dalla musica della chitarra che intona la canzone “No Pfas”. Tante realtà di movimento e pochi rappresentanti delle amministrazioni. Gli unici Comuni rappresentati con la fascia tricolore erano quelli di Lonigo e di Legnago.

Su palco sale Marzia, vestita da ape che invita tutti i cittadini ad essere operosi e attivi come le api. E magari anche  pungere, quando necessario. Legambiente ricorda gli operai della Miteni, nel cui sangue sono presenti le percentuali più alte di Pfas. «Abbiamo chiesto il disastro ambientale e qualcosa si sta muovendo anche nelle istituzioni, ma fino a che la fabbrica e tutta l’area non sarà bonificata, non se ne esce».

Chiusura immediata della fonte di inquinamento sotto il principio di “chi inquina paga”, è quanto chiedono anche le Mamme No Pfas di Arzignano. «Accertiamo le responsabilità di chi ha inquinato ma anche di chi ha taciuto. Vogliamo inoltre l’adozione del principio di precauzione anche nelle nostre scuole. Ai bambini oggi non può essere data da bere l’acqua del rubinetto».

Luca di Acqua Bene Comune plaude al nuovo modo di far politica delle Mamme No Pfas e si augura che ne prendano esempio anche i politici di mestiere. Claudia porta la voce del recente convegno di Medicina Democratica: «Inquinare le acque è un crimine ambientale. Non facciamoci ingannare da false promesse. C’è una sola soluzione: chiudere le fabbriche inquinanti».

Una mostra di oltre 150 metri di fotografie e di pannelli scientifici fa da cornice agli stand con materiale informativo messi in campo dalle associazioni. L’aria che si respira è quella della grande festa ambientalista. Sul palco, l’ultimo intervento è di Claudio Lupo di Medici per l’Ambiente. «L’inquinamento delle falde non è solo una problematica idrogeologica. Noi esseri umani siamo acqua. Chi uccide l’acqua, uccide noi».

La giornata si chiude con musica e festa ma prima c’è l’azione contro la Miteni. La fabbrica viene circondata dalle attiviste e dagli attivisti che formano una grande catena umana seguendo gli Angry Animals che guidano il corteo illuminando la Miteni con grandi fumogeni colorati. É la chiusura simbolica di un impianto che produce morte da parte di una umanità che vuole continuare a vivere.

25 Aprile. Non c’è memoria senza pratica partigiana.

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Quale paese arriva alla ricorrenza del 25 Aprile? L’attentato di Macerata e l’omicidio di razzista di Firenze hanno segnato i tempi più recenti. Altrettanto hanno fatto le decine di piazze di scontro che nel febbraio hanno riportato l’antifascismo al proprio posto: nelle piazze conflittuali e meticce che non hanno avuto paura di indicare e attaccare i responsabili delle barbarie prodotte da una guerra tra poveri fomentata – con linguaggi e forme differenti – dall’intero sistema dei partiti. Da Salvini fino a Renzi.

25 Aprile. Non c’è memoria senza pratica partigiana.

Il tentativo pre-elettorale del Partito Democratico di intestarsi l’antifascismo non ha potuto fare altro che disintegrarsi di fronte all’emersione di questa realtà: esiste una composizione di classe di generazioni e colori della pelle differenti che nei fascisti e nei loro discorsi vede l’espressione più nitida di un presente già profondamente ostile, e non certo la sua messa in discussione. E allora il contrario di fascismo non è difesa delle istituzioni, ma contrapposizione, rifiuto, conflitto. Anche contro queste stesse istituzioni.

Lo sanno bene Dibi, Brescia, Moustafa e Nicolò, ancora in carcere o ai domiciliari da questo febbraio di scontro antifascista. Lo sanno bene i migranti, come quelli protagonisti della rivolta di Firenze, a cui è evidente la similitudine e la complementarietà dei fascisti che in questi giorni sono andati ad alzare recinzioni sui passi delle Alpi con le istituzioni dei decreti Minniti e dei campi in Libia. Soprattutto dal momento in cui tutto ciò si svolge sullo sfondo di un ordinamento sociale in cui la linea del colore va a definire una doppia condizione proletaria di sfruttamento e discriminazione.

Condizioni di vita proletarie e il loro rifiuto. E’ a questo terreno che dobbiamo ancorare un nuovo discorso e una nuova proposta antifascista. E’ questo l’unico modo per ancorarla alla nostra attualità. Non ci deve interessare un antifascismo come terreno separato dai conflitti, un’identità imbalsamata ed immobile sganciata dalle lotte e dalla classe. Da queste storture negli anni abbiamo visto nascere al massimo autorappresentazioni super-radicali sempre pronte a dimostrarsi per quello che sono: alla prova dei fatti neutralizzate ed inoffensive, sempre fuori ritmo nell’emergere quando serve e nel modo in cui serve, a volte perfino ambigue nell’indicare una traiettoria antagonista. Ci serve altro.

La memoria per noi non è il terreno della conciliazione, ma un altro terreno di contesa e di scontro. Questo 25 Aprile le istituzioni di oggi celebrando la propria nascita celebreranno se stesse. Ma cosa può voler dire per noi, invece, la ricorrenza dell’insurrezione popolare di settantatrè anni fa? Da questa angolatura possiamo guardare alla ricostruzione di una nostra memoria e di una nostra storia, di parte. Che sappia parlare di oggi, che azzardi l’irruzione nella scena di chi oggi sente tutti i giorni sulla propria pelle la necessità di una nuova liberazione dal razzismo e dallo sfruttamento. La sfida che abbiamo davanti è quella di sintonizzare l’intolleranza verso chi fomenta la guerra tra poveri con la volontà diffusa di far pagare un prezzo a chi, dai piano alti, occupa posizioni di potere e di privilegio. I palchi delle celebrazioni istituzionali chiamano alla contestazione.

Un lavoro pluridecennale di neutralizzazione della memoria ha trasformato i partigiani di quegli anni di resistenza antifascista in icone sacre ma distanti, irripetibili, di fatto neutralizzate. E invece oggi come ieri, dietro le biografie dei partigiani c’è la semplicità di storie comuni di giovani proletari – quelli che oggi troveremmo a lavorare nei ristoranti, nei magazzini e nei mille luoghi della precarietà lavorativa e di vita– che si mischia alla straordinarietà della scelta di prendere la propria parte per far cambiare rotta alla storia. Oggi come ieri, si tratta di sfidare chi comanda e mettersi in gioco per un progetto radicale di trasformazione.

25 aprile 1945: è l’insurrezione

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Tra febbraio e marzo del 1945, mentre le truppe alleate non sono avanzate rispetto alle posizioni occupate durante l’inverno,

25 aprile 1945: è l’insurrezione

È il 10 aprile quando la direzione per l’Italia settentrionale del partito comunista fa pervenire a tutte le organizzazioni politiche e formazioni militari partigiane la direttiva n. 16 dedicata all’insurrezione: “ l’ offensiva sovietica sull’ Oder e l’offensiva anglo-americana in Italia saranno gli atti finali della battaglia vittoriosa. Anche noi dobbiamo scatenare l’attacco definitivo. Non si tratta più solo di intensificare la guerriglia, ma di predisporre e scatenare vere e proprie azioni insurrezionali”.

Alcuni giorni dopo il generale Clark (generale americano a dirigere le forze alleate in Italia) invia un messaggio ai partigiani raccomandando di restare sulle montagne e di non compiere azioni premature. Appena conosciuto il testo dei messaggio Togliatti scrive a Longo: “Il nuovo ordine del giorno del generale Clark è stato emanato senza l’accordo del governo né nostro. Tale ordine del giorno non corrisponde agli interessi del popolo. E nostro interesse vitale che l’armata nazionale e il popolo si sollevino in un’unica lotta per la distruzione dei nazifascisti prima della venuta degli alleati. Questo è indispensabile specialmente nelle grandi città, come Milano, Torino, Genova ecc., che noi dobbiamo fare il possibile per liberare con le nostre forze ed epurare integralmente dai fascisti. Prendete tutte le misure necessarie per la rapida realizzazione di questa linea, scegliete voi stessi il momento dell’insurrezione sulla base dello sviluppo generale della situazione sui fronti, sul movimento del nemico e sulla base della situazione delle forze patriottiche.”

Il popolo italiano aderisce con slancio all’appello: il 19 aprile i partigiani, guidati da Barontini, liberano Bologna e nella mattinata del 24 tutte le stazioni radio trasmettono questo messaggio “Il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia invita all’insurrezione in tutte le città e le province, per cacciare gli invasori e i loro alleati fascisti, e per porre le basi di una nuova democrazia, che sarà l’espressione della volontà popolare”.

È l’insurrezione. Il giorno successivo vengono liberate Torino e Milano, e la maggior parte del nord Italia.

In questi giorni convivono, nel clima di generale euforia, la fiducia e i dubbi nei confronti del prossimo futuro, degli Alleati e del governo di Roma: ci si avvia a vivere un momento in cui l’uscita dall’incubo della morte, per essere sentita davvero come definitiva, chiede ancora dei morti. In questo senso, le organizzazioni partigiane aspirano ad una giustizia rapida ed esemplare, che permetta anche di “evitare l’errore di Roma per cui troppi fascisti girano ancora indisturbati per le vie dell’Urbe”.

Procedere all’epurazione è un bisogno sentito ed impellente, “l’epurazione dobbiamo farla adesso, chè dopo la liberazione non si fa più, perché in guerra si spara, finita la guerra non si spara più”, la giustizia deve venire dal popolo, che da una parte continua a repellere la denuncia come metodologia di risoluzione, e che dall’altra parte spesso vede troppo lassismo da parte delle autorità.

Per molti anni la stampa revisionista ha parlato di 300000 uccisi nelle giornate di aprile, mentre nel 1952 il ministro dell’interno Scelba fornisce la cifra di 1732 epurati. Le stime concrete degli storici fanno invece ammontare il numero dei morti tra i dodici e i quinidicimila in tutto il nord Italia.

25 Aprile: l’antifascismo è sempre attuale

oggi come ieri

Se è vero che le recenti elezioni hanno dimostrato il flop delle formazioni nazifasciste, è anche vero il successo della Lega xenofoba e del M5S populista che hanno mandato in parlamento decine di ultrareazionari.
Il tentativo di queste forze antioperaie è ora di trasformare il voto di protesta in una base organica, proseguendo nella lercia demagogia secondo cui “se vuoi la giustizia sociale devi impedire ai migranti di entrare”, “frontiere aperte e welfare state non stanno insieme”, etc.
Per impedire la ribellione della classe operaia e di vasti ceti popolari, per occultare l’origine della miseria di massa nel capitalismo, la borghesia sta giocando sempre più l’arma della divisione tra sfruttati diffondendo le ideologie più retrive, nazionaliste e scioviniste.
Si diffonde un tipo di demagogia e di retorica che fa presa nella confusa base socialdemocratica e fra molti lavoratori, ma che non porterà alla classe operaia e ai lavoratori nulla di buono se non l’intensificazione sfrenata dello sfruttamento, l’aumento della disoccupazione, l’abbassamento del livello del salario reale, l’aumento della povertà.
La borghesia non rinuncia ai suoi piani reazionari. Nel nostro, come in altri paesi capitalisti e imperialisti, è in atto un processo di fascistizzazione delle istituzioni statali e civili che viene portato avanti per dare ancora più libertà di manovra al capitale.
Siamo di fronte a una profonda trasformazione reazionaria della società e a una corrispondente modificazione del rapporto fra i partiti che la rappresentano sul piano politico ed elettorale.
Parlare di fascismo non è una cosa superata, come dicono quelli che gli preparano il letto caldo. Ciò per un semplice motivo: finché ci sarà il capitalismo, il pericolo del fascismo sarà sempre presente perché esso è il regime feroce e dittatoriale degli elementi più reazionari, più imperialisti, più sciovinisti del capitale monopolistico finanziario.
Con l’aggravarsi della crisi generale di questo sistema, la situazione interna e internazionale peggiorerà e farà sì che il dominio e l’oppressione dei gruppi decisivi della borghesia saranno più duri. Lo impone la sfrenata concorrenza internazionale, il parassitismo e il declino storico dell’imperialismo (in particolar modo quello italiano), l’approfondirsi delle sue contraddizioni, la politica di guerra portata avanti dalle potenze imperialiste, in testa gli USA di Trump.
In questa situazione la borghesia favorisce l’ascesa di gruppi ed elementi razzisti e nazifascisti, giustifica le loro azioni criminali, sponsorizza iniziative revisioniste.
Tutte cose che dobbiamo combattere apertamente, nelle piazze e nei posti di lavoro, ovunque accrescendo la vigilanza, senza lasciare spazio ai più spietati nemici della classe operaia. Proprio come hanno fatto i compagni antifascisti al confine fra Italia e Francia in risposta all’infame azione xenofoba volta a bloccare i migranti.
Di fronte al pericolo dell’avanzare della reazione e del fascismo, occorre formare il fronte unico di lotta della classe operaia e un’ampia coalizione popolare diretta dalla classe operaia per battere le manovre del capitale finanziario e aprire la strada all’alternativa di potere.
Lo sviluppo della resistenza di classe nelle fabbriche, in tutti i luoghi di lavoro e nel territorio, l’unità d’azione della classe lavoratrice contro il capitale e la sua politica di sfruttamento e di oppressione, per la difesa intransigente degli interessi e dei diritti degli operai, contro le minacce di guerra imperialista, sono il mezzo migliore che abbiamo per far fallire i tentativi della borghesia, per strappare gli strati proletari più arretrati e incolti dalle grinfie del capitale e dei suoi servi, per sconfiggere il fascismo, il razzismo, la xenofobia e avanzare sulla strada indicata dai settori più avanzati e conseguenti della Resistenza, i comunisti.
Tutti in piazza il 25 Aprile, con le bandiere rosse al vento!
22 aprile 2018

Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

Dal Rojava: “la resistenza non può essere sconfitta”

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La notte tra il 24 e 25 Aprile di un anno fa la zona di Karackok fu bombardata dall’esercito turco. Il comando generale dello Ypg fu distrutto dalle bombe, ci furono 30 martiri.

Come molti internazionali ci trovavamo all’accademia dello YPG, alle 2 di notte fummo svegliati da un forte boato, solo a poche centinaia di metri da noi, colpiti nel sonno, i nostri compagni e compagne trovarono la morte. La nostra base fu risparmiata, forse perché eravamo internazionali e perché era un attacco mirato verso i centri di comando: le altre basi vicine ed il media center non furono risparmiate dalle bombe sganciate dagli aerei turchi. Era il primo attacco di grossa portata da parte dell’esercito turco contro lo Ypg, un attacco al cuore della Confederazione Democratica della Siria del Nord. Quella notte il monte Karackok veniva devastato dalle bombe, le stesse bombe che quasi un anno dopo hanno ucciso centinaia di civili ad Afrin.

In un anno molte cose sono cambiate nel Nord della Siria. Il 17 Ottobre del 2017 la città di Raqqa, ex capitale dello Stato Islamico, è stata liberata dopo mesi di duri scontri e col al sacrificio di compagni e compagne che ci hanno lasciato la vita o sono tornati feriti.  Adesso il nemico ha un altro nome, si chiama esercito turco, ma l’ideologia è la stessa; infatti appoggia e finanzia gruppi jihadisti.  Già l’anno scorso, dopo il bombardamento del comando centrale dello Ypg, era chiaro che dopo l’Isis si sarebbe combattuto ancora a lungo è più duramente che mai.
Da ormai 7 anni la Siria è l’occhio del ciclone di un medio oriente in fiamme, che brucia da decenni per colpa di guerre procurate dagli Stati nazione, guerre che non fanno altro che fomentare odio ed esacerbare le differenze etniche e religiose.

Noi rivoluzionari siamo qui per sostenere una rivoluzione che si basa sulla lotta al patriarcato e l’uguaglianza fra i popoli. Noi amiamo la vita, la lotta e la rivoluzione, per questo resistiamo e ci difendiamo dagli attacchi degli Stati Nazione. I compagni qualche anno fa hanno dichiarato che la vera guerra sarebbe scoppiata dopo la sconfitta dell’Isis, ed è quello che sta purtroppo accadendo, al costo di miglia di vite umane.
Una soluzione di pace per tutto il medio oriente esiste, si chiama confederalismo democratico, analizza e mette in luce le contraddizioni di un sistema capitalista che sta collassando e che cerca di sopravvivere. Per noi la resistenza è quotidiana, la resistenza non può essere limitata ad un solo giorno, si vive per resistere e lottare, e si lotta per resistere ad un sistema capitalista che si basa sul profitto, sull’autoritarismo e sul saccheggio dei territori. Uno stato nazione non può esistere senza queste fondamenta.

Per questi motivi siamo ritornati nel Nord della Siria, per continuare a resistere, lottare e sostenere la rivoluzione confederale. Ricordando i martiri di Karackok, questa resistenza la dedichiamo a loro.  Dai semi rivoluzionari che quotidianamente gettiamo in queste terre, un giorno nasceranno alberi e fiori che daranno forza e coraggio a questi popoli.

Ogni giorno noi combattiamo con impresse nel cuore queste parole pronunciate da Sakine Cansiz*: “La vendetta rivoluzionaria richiede una profonda coscienza di classe. L’odio, la vendetta, la rabbia e l’amore mancano di bersaglio se non hanno le giuste basi. Se la consapevolezza, le emozioni e i desideri non sono legati a un ideale, non si può parlare di coraggio, di virtù e di affidabilità“.

Il tragitto rivoluzionario è lungo, faticoso, pieno di ostacoli e di contraddizioni, ma solo resistendo e lottando si potrà raggiungere il traguardo.

La resistenza non può essere sconfitta, vive dentro di noi.

Azadi Pachino e Botan Sandokan – Combattimenti italiani dello Ypg

Ti ricordi del 15 ottobre 2011?? Mauro Gentile finalmente libero!!!

Finalmente libero!!!. Libero dalla stretta repressiva dei persecutori politici durata 1508 giorni di arresti domiciliari. Giorni in cui ho dovuto subire il feroce accanimento delle forze dell’ordine, della magistratura romana e di quella anconetana. Tortura psicologica, minacce, perquisizioni, ricatti, ogni diritto cancellato e prevaricato da assurde restrizioni ed altro ancora. Ecco allora che questa libertà non si riduce solo ad un fine pena ma ad una liberazione conquistata con determinata resistenza, grazie anche alla solidarietà di tutti/e voi che nei momenti più bui mi dava le giuste motivazioni per non cedere.

In questo momento, ovviamente di gioia, sono attraversato da tutte le emozioni che ho provato in questi lunghi anni ed ora capisco che sono racchiuse tutte nel significato di libertà. Ora potrò vivere finalmente la mia famiglia nella quotidianità, nella normalità, e potrò ricominciare a dare l’apporto concreto nelle lotte sociali e nella resistenza per riprenderci il presente.

Mi preme  ricordare a tutte e tutti che la repressione del 15 ottobre 2011 non è finita, io ed altri compagni siamo ancora sotto processo con accuse pesanti e altrettanto le pene comminate in primo grado. Allarghiamo il fronte solidale per sostenere i compagni e le compagne sotto processo, ai domiciliari, nelle carceri e sotto ogni altro provvedimento restrittivo.

Il mio pensiero e il mio impegno va tutti loro e soprattutto all’amico e compagno Paska, rinchiuso nuovamente in carcere per aver praticato l’antifascismo militante. Nessuno venga lasciato solo, nessuno venga lasciato indietro. Con la rabbia nel cuore  per la libertà di tutte e tutti.

Mauro Gentile  perseguitato politico per la resistenza del 15 ott 2011

La pena consiste nella privazione della libertà personale, non nella revoca di altri diritti. I detenuti di Livorno

Lettera collettiva della sezione Alta sicurezza del carcere di Livorno nella quale vengono denunciate violazioni dei diritti sistematiche. Già nei mesi scorsi l’associazione Yairaiha Onlus aveva sollecitato l’intervento di tutti gli enti preposti affinchè venissero rispettati i diritti dei detenuti di Livorno. A seguito della visita del Garante regionale uscì anche un articolo su Repubblica. Inizialmente le condizioni sembravano migliorate ma a distanza di qualche mese la situazione è ritornata ad essere quella di sempre. Di seguito il nuovo reclamo della sezione AS. 

Al Presidente della Repubblica  – Sergio Mattarella

Al Ministero della Giustizia – Andrea Orlando

Al Direttore della D.A.P. – Santi Consolo

Al Provveditore Regione Toscana – Antonio Fullon

Al Tribunale di Sorveglianza di Firenze

All’On. Eleonora Forenza -europarlamentare

Al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti – Mauro Palma’’

Al Garante Regione Toscana, per i Diritti dei Detenuti – Franco Corleone

Al Garante dei Diritti dei Detenuti ,città di Livorno -G. Depeppo

All’ Associazione ‘’ YAIRAIHA ‘’ onlus, Via Salita Motta – 9 – 87100 (CS)

All’ Associazione ‘’ LIBERARSI ‘’ onlus , Via A.Manzoni  21 – 050121 (FI)

Alla Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia

Agli Organi d’informazione televisiva ,Rai e Fininvest ,

Al Corriere della Sera

Al Giornale ‘’ La Nazione’’ di Livorno

Al Giornale ‘’ il Tirreno’’ di Livorno

Alla redazione di Ristretti Orizzonti

Oggetto: Protesta verbale, pacifica e democratica, avverso le condizioni di affettività e la sistematica e perpetua violazione dei principi di cui all’Art.3 della C.E.D.U. per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, violazione della costituzione italiana agli Art. 1,2,3,4,10 c.113e.3,27c.3,32,117c.1 e violazione dell’ordinamento penitenziario.

I detenuti ristretti presso la C/C. di Livorno,rep. Alta-Sicurezza, firmatari del presente documento,con il quale invocano l’intervento urgente, con gli organi sopra citati, al fine della tutela della propria dignità umana, portano alla vostra attenzione le seguenti problematiche.

Preliminarmente va ricordato che in questo istituto, dai primi del mese di Novembre 2017, fino al 15 dello stesso mese, cè stata una protesta pacifica e democratica che ha interessato tutte e tre le sezioni di Alta-Sicurezza, sempre per condizioni di invisibilità.

All’epoca dei fatti sono intervenuti il magistrato di sorveglianza (LI) e il provveditore della Toscana per riuscire a far rientrare la protesta anche perché si avvicinava il mese di Dicembre con la prospettiva delle vacanze natalizie.

Naturalmente tramite promesse da marinaio, la protesta e rientrata con la pace di tutti, direzione tutta in particolare. Le promesse di marinaio consistevano in miglioramenti della vita detentiva in generale, dal vitto che è ancora uguale a prima e, comunque, non intendiamo entrare in questo argomento,perché ci è stato promesso che entro il mese di giugno 2018 avrebbero sistemato la cucina e migliorato la qualità del vitto, aspettiamo Giugno! Riguardo le altre cose ci hanno dato qualche telefonata per mezza giornata e per due domeniche nei mesi Gennaio e Febbraio. A parte questo ‘’contentino’’ delle due telefonate domenicali al mese, tutto il resto è peggiorato naturalmente a scapito dei detenuti in particolare il sovraffollamento, sembra questo fenomeno che è una cosa fuorilegge in quanto le sezioni di Alta Sicurezza sono state costruite per due persone per cella e a norma europea, così ci era stato assicurato quando siamo arrivati in questo istituto. Oggi invece ci viene quasi imposto di mettere altre persone in cella, senza preoccuparsi se uno fuma, se uno ha problemi di salute o atri problemi, seri e gravi di salute. Ebbene, questo modo di agire presenta l’abuso di potere e viola palesemente l’Art.3 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.

Riguardo a questo drammatico problema del sovraffollamento ci preme ricordare un passaggio, tramite un colloquio verificatosi il 26 Settembre 2017, quando un gruppo di detenuti si sono incontrati con il garante dei diritti dei detenuti della Toscana, Dottor. Franco Corleone, in quella circostanza quel gruppo di detenuti, ha rappresentato al Dottor Corleone i problemi più grossi che erano costretti a subire. Il lavoro, le sale dei colloqui dove diventa un calvario stare seduti per più di un’ora in quei sgabelli piantati per terra, dove diventa difficile fare un colloquio con le proprie famiglie. L’ufficio educatori che è carente sia di personale e sia come quantità e qualità lavorativa, non si comprende come una educatrice si arroga il diritto del tutto arbitrario e gratuito, di rivestire il ruolo di magistrato di sorveglianza,di direttrice e di tanto altro ancora, fino al punto da decidere lei se una istanza di qualsiasi natura, possa essere inviata oppure no al magistrato di sorveglianza. Noi riteniamo che questo modo sia contrario alle norme vigenti e quindi illegale.

Questo modo di portare avanti l’area trattamentale è un modo come un altro per far stare quanto più possibile la gente in carcere, e ci riferiamo a tutti quelli che, essendo nei termini di poter usufruire dei benefici penitenziari, potrebbero accedere ai detti benefici e quindi alleggerire il famoso fenomeno di sovraffollamento dal quale molti traggono dei benefici in termini di speculazione, e questi non sono di certo i detenuti ristretti.

Oltre a questi sopra esposti di problemi, in quella occasione al Dottor. Corleone abbiamo rappresentato anche e soprattutto questo fenomeno delle tre persone a cella, malgrado questo reparto alla sicurezza è predisposto per due a cella. A quel punto il Dottor. Corleone ci riferiva quanto segue: ’’ Il direttore del D.R.P. davanti a me ha firmato una notifica nella quale si affermava che il carcere di Livorno non poteva ospitare oltre due persone per cella, io personalmente sono stato un testimone oculare di questa firma, perché si è svolto davanti ai miei occhi, quindi, appena esco da qui sarà la prima cosa che farò e ciò è di telefonare personalmente al direttore del D.R.P. per farmi spiegare come è possibile una cosa del genere e tra qualche giorno vi farò sapere ‘’ .

Un altro argomento è stato quello dei computer personali, due detenuti hanno violato le regole, sono stati puniti e trasferiti, a noi tutti ci sono stati ritirati e sequestrati. Due detenuti hanno proposto reclamo fino al tribunale di sorveglianza di Firenze e malgrado i loro computer erano in regola hanno avuto rigettato il reclamo, nel rigetto c’era scritto che la direzione aveva promesso che si impegnava a trovare un locale per adibirlo all’uso dei personal computer per quei detenuti che studiano e frequentano i corsi scolastici e universitari. Ad oggi, fine Febbraio 2018, ancora attendiamo che venga trovato questo locale.

Un altro argomento è il lavoro, ci erano state fatte delle promesse, nel mese di Dicembre 2017, tese ad aumentare sia le merce di e sia qualche posto di lavoro in più. Risultato? Sono diminuiti i posti di lavoro e sono diminuite le mercedi, cioè gli stipendi che prima si potevano chiamare più o meno soddisfacenti, nel senso che per ogni giornata lavorativa si veniva retribuiti con due e tre ore, nonostante se ne faceva qualcuna in più.

Oggi alla luce delle false promesse e caduta la maschera dell’ipocrisia, la realtà è che un detenuto è costretto a lavorare per 3-h-5 ore e viene retribuito con solo un’ora(1) al giorno. Questo vuol dire guadagnare 50 ,60 euro al mese.

In base alle norme europee, questo si chiama; ‘’ riduzione in schiavitù ‘’, e pur portata avanti con molta filosofia è sempre una violazione dell’Art.3 della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, C.E.D.U.

Per ultimo ricordiamo che malgrado tutti questi disagi nei quali siamo costretti a vivere, hanno pensato bene ad aumentare i prezzi dei prodotti che acquistiamo al sopravvitto interno, alimentari, carni surgelati, frutta e verdura e altri prodotti. Complimenti da veri irresponsabili!

Ribadiamo che ‘’ la pena consiste nella privazione della libertà personale, non nella revoca di altri diritti ‘’.

Il 20 Febbraio si è assistiti a qualcosa di assurdo: in una cella della terza sezione, hanno provato con minacce a mettere un fumatore con due che non fumano, mezz’ora prima avevano messo un cinese, poi tolto e cercato di mettere il fumatore. I due detenuti hanno fatto i bagagli e chiesto di essere portati alle celle di isolamento. Le ritorsioni e le ripicche sono all’ordine del giorno, qui vige una falsa democrazia, celata da razzismo e abusi di potere.

Questa lamentela che vogliamo far conoscere a tutta l’Italia, è priva di firme, perché la maggior parte dei detenuti ha paura delle ritorsioni e ripicche.

Per favore bisogna far presto prima che degeneri del tutto la situazione all’interno di questo istituto. I garanti, che si immagina fossero sopra le parti, vengono circuiti, incredibile!

Le connivenze che esistono tra, direzione, magistrato di sorveglianza e tribunale di sorveglianza, sono quasi invisibili per non creare precedenti, però sappiate che esistono e il tutto a scapito dei detenuti. Ci sono tutte le circostanze per fare apparire un inchiesta e per favore avvisate di tutti questi abusi l’onorevole Eleonora Forenza.

Riguardo i due detenuti che si sono rifiutati di farsi calpestare la propria dignità, facendosi mettere in cella un fumatore, e per questo volevano essere portati in isolamento, e cambiate la condizione, cioè, gli è stato fatto un rapporto disciplinare che consiste nella chiusura del lavoro, per uno dei due che faceva lo spazzino, e il divieto di socialità, possono solo andare a scuola e per 4 ore al giorno i passeggi.

L’ultimo punto che facciamo notare è questo: a settembre 2017, a causa di una bomba d’acqua verificatasi nella città di Livorno, si sono allagati gli scantinati anche per la cattiva manutenzione, dov’erano stati posizionati tutte le strumentazioni elettroniche che facevano funzionare computer, ascensori, aperture delle celle automatiche ecc., ecc., ad oggi dei tre ascensori non ne funzione nemmeno uno, e nessuno se ne preoccupa.

Sapete cosa significa se uno, qui siamo al terzo piano, si sente male di notte e avesse bisogno dell’ascensore per essere salvato?

La spesa che facciamo bisogna salirla a piedi, 60-80 casse d’acqua, e tutto il resto di generi alimentari, carni, surgelati, frutta e verdura, tutto a mano e solo uno può farlo, e questo viene retribuito solo con 1 ora di retribuzione.

Non abbiamo parole, se uno rinuncia gli viene commiata la sanzione disciplinare e automaticamente la perdita di un semestre di liberazione anticipata per giorni 45.

Qui vige una dittatura velata da una falsa democrazia. Ogni commento e soprattutto l’aiuto per poter sopravvivere dignitosamente. Grazie!

Riguardo lo spazio per ogni detenuto in cella, qui stanno agendo con cattiveria, con forza e ripicca vogliono metterci a tre e questo magistrato di sorv. Di Livorno, per non creare dei precedenti rigetta tutti i reclami che gli arrivano, ci ha detto in faccia molto chiaramente che lei non tiene conto delle sentenze della corte europea, ma si attiene solo alla cassazione e qui, per il carcere di Livorno, non c’è una sentenza alla cassazione di invio per il numero di un ordinanza del tribunale di sorveglianza di Bologna che è molto chiara in materia e cioè, ordinanza n. 2018/234 (oppure 2018/734) perché non si capisce bene, del 04/01/2018 depositata in cancelleria il 17/01/2018, ma questo non vale niente?

A nostro avviso il clima qui dentro si sta facendo molto molto pesante. A proposito a chi si è rifiutato di mettersi a tre gli hanno fatto il rapporto e privato del campo sportivo, palestra e socialità. Adesso è successo che un detenuto trascorsa l’ora con la quale viene retribuito, si è fermato e ha detto che non intendeva proseguire il lavoro perché non sarebbe stato pagato, risultato? Gli hanno fatto il rapporto, è assurdo!!!

La pena consiste nella privazione della libertà personale, non nella revoca di tutti i diritti.

Un caro saluto a tutti dalla minoranza di detenuti di questo lager di Livorno.

Buon lavoro e speriamo bene che passi questa riforma.

Grazie per tutto.

I detenuti di Alta Sicurezza del carcere di Livorno

“Ho perso un occhio durante uno sgombero della polizia”. La storia di Mustafà

Il 21 marzo 2018 è stato sgomberato uno stabile in via di Vannina, a Roma, occupato da migranti e rifugiati che vivevano in condizioni precarie: la storia di Mustafà

“In Libia è stato terribile, ma è in Italia che ho perso un occhio. E non me lo sarei mai aspettato”. Mustafà è un giovane rifugiato del Gambia. Il 12 giugno 2017 si trova a via di Vannina 78, dietro la stazione Tiburtina, a Roma, in un edificio occupato da migranti provenienti da Congo, Gambia, Ghana, Guinea Conakry, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo.

Qualche giorno prima, l’8 giugno, una violenta operazione di sgombero ha riguardato a via di Vannina sia il civico 74 sia il 78, a quei tempi occupati da circa 500 persone che vivono in condizioni estremamente precarie.

Dopo questo primo sgombero, il capannone al civico 74 rientra in possesso dei proprietari, e le circa duecento persone che vivono al suo interno si spostano al civico 78.

Quattro giorni dopo, il 12 giugno, la polizia interviene per procedere a un nuovo sgombero dell’edificio.

Secondo l’associazione Alterego – Fabbrica dei diritti, che forniva assistenza legale ai migranti a via di Vannina, entrambi gli sgomberi sono effettuati senza alcun preavviso e senza la presenza della Sala Operativa Sociale (S.O.S.) del comune di Roma, nonostante l’ente abbia sostenuto il contrario.

“Nessuna presa in carico è stata fatta delle persone sgomberate”, conferma a TPI Federica Borlizzi di Alterego, “nonostante tra queste vi fossero anche nuclei familiari con minori di uno o due anni, giovani donne, anziani e malati”.

Lo sgombero di via di Vannina 78, pur non avendo la risonanza di quello avvenuto a via Curtatone ad agosto 2017, è caratterizzato da momenti di violenza.

La storia di Mustafà

Prima di arrivare a Roma, Mustafà ha vissuto in Libia e ha attraversato il Mediterraneo.

Una volta uscito dal circuito dell’accoglienza in Sicilia, ha sperimentato lo sfruttamento nei campi di Rosarno, in Calabria. Su quel periodo non spende molte parole “è stata una parte troppo difficile”, dice. “I miei amici che sono ancora a Rosarno vivono molto male”.

“In Libia non stavo bene, non ero tranquillo”, racconta Mustafà. “Ogni giorno potevano venire a prenderti: quella non era polizia, erano criminali. Lì pensavamo che l’Italia fosse un paese libero, dove c’era umanità. Ma se c’è umanità a via Vannina non esiste”.

Dopo essere arrivato dalla Calabria a Roma, Mustafà dorme per due notti alla stazione Tiburtina, prima che un connazionale gli parli di via Vannina. Se non vuole continuare a dormire per strada, non ha scelta: così si stabilisce anche lui in quel capannone occupato e inizia a lavorare distribuendo volantini.

Nel frattempo, si rende conto che la vita in Italia non è come pensava.

“Davanti alle altre persone noi non siamo esseri umani. Siamo vivi, stiamo in piedi, ma non siamo altre persone”, dice Mustafà, “Eppure noi siamo innocenti”.

Quel 12 giugno, quando arriva la polizia, Mustafà capisce che non è uno sgombero normale. “I poliziotti erano armati, perché pensavano che noi avessimo le armi, invece noi non avevamo niente”.

All’arrivo della polizia, i migranti, alcuni dei quali sono anche piccoli spacciatori, si danno alla fuga. Un amico di Mustafà, che salta da un piano, si fa male a una mano.

I poliziotti, secondo il racconto di Mustafà, intervengono picchiando alcuni di loro. “Perché lo fate?”, chiede lui, che riesce a farsi capire in italiano. “Stiamo controllando”, si sente rispondere. “Ma non si controlla così”, dice lui.

Poiché Mustafà parla diverse lingue, comincia a dire agli altri migranti di non scappare, di tornare, perché i poliziotti stanno solo controllando.

Proprio in quel momento, mentre sta facendo questa traduzione, un poliziotto lo colpisce con il manganello sul volto e Mustafà cade a terra.

“In quel momento, davvero, ho avuto troppo male”, racconta. “Mentre ero a terra mi hanno colpito di nuovo, io mi sono alzato e in quel momento avrei potuto fare un casino, e farmi ammazzare. Avrei voluto morire”.

Nonostante Mustafà dica ai poliziotti che si sente male, che gli gira la testa e che ha bisogno di andare in ospedale, viene prima condotto in questura e trattenuto per un’ora.

Una volta arrivato in ospedale, gli dicono che per il suo occhio destro non c’è nulla da fare, ha perso la vista.

L’organizzazione internazionale Medici senza Frontiere, intervenuta a via di Vannina a luglio 2017, riscontra sette casi con esiti da trauma, tutti collegati allo sgombero. Quattro persone hanno fatto ricorso alle cure nei presidi ospedalieri con vari tipi di ferite, quello di Mustafà è il caso più grave.

Lo sgombero del 21 marzo

Dopo questi fatti, via di Vannina torna ad essere occupata fino al 21 marzo 2018, quando, a nove mesi di distanza, c’è un nuovo sgombero.

Anche stavolta, come riferiscono le associazioni Alterego e A Buon Diritto, i cui operatori giungono sul posto circa un’ora dopo l’inizio dello sgombero, l’operazione avviene senza la presenza della Sala Operativa Sociale (S.O.S.) e senza alcuna possibile alternativa di dimora per le persone sgomberate.

“Lo sgombero del 21 marzo è stato compiuto in violazione della normativa vigente”, sostiene Federica Borlizzi. “Dopo lo sgombero di via Curtatone di agosto 2017, il ministero dell’Interno ha emanato una circolare datata primo settembre in cui si forniscono indicazioni ai prefetti sulle modalità in cui gli sgomberi di occupazioni abitative devono avvenire”.

“In questa circolare si stabilisce che nel pianificare gli interventi di sgombero e nel bilanciamento degli interessi contrapposti, l’autorità deve privilegiare l’interesse dei soggetti portatori di fragilità”, prosegue. “Inoltre questa circolare definisce imprescindibile il coinvolgimento da parte del Prefetto degli enti locali e delle regioni, ma anche delle associazioni attive nel sociale, in una fase preventiva, per prendere informazioni sulle condizioni delle strutture da sgomberare. A nostro avviso tutte queste norme sono state disattese”.

Sabato 21 aprile 2018, esattamente un mese dopo l’ultimo sgombero, le associazioni di assistenza ai migranti che operavano a via di Vannina si sono ritrovate a Casetta Rossa, Garbatella, per fare il punto della situazione e per presentare il rapporto Uscire dal ghetto, sulle attività legali, sanitarie e di orientamento lavorativo svolte a via di Vannina 78.

Oltre alle associazioni Alterego e A Buon Diritto, che si sono occupate dell’assistenza legale, al rapporto hanno lavorato anche Medu (Medici per i diritti umani) per l’assistenza sanitaria, la cooperativa sociale BeFree contro la tratta, e Women’s international league for peace and freedom (WILPF), la lega internazionale delle donne per la pace e per la libertà, che si è occupata di offrire assistenza al lavoro.

“Ci troviamo di fronte a una politica deliberata di creazione di ghetti in cui vivono queste persone”, sostiene Valentina Calderone di A Buon Diritto. “In riferimento allo sgombero del 21 marzo, la Prefettura ci ha fatto sapere in modo informale che per loro non si è trattato di uno sgombero, ma di una operazione di identificazione, e che le persone si sono allontanate volontariamente. Abbiamo chiesto l’accesso agli atti per capirne di più”.

L’ex fabbrica di penicillina

L’assenza di alternative abitative dopo l’ultimo sgombero ha comportato che la maggior parte delle circa cento persone rimaste a via di Vannina si siano spostate in un altro ghetto della zona: l’enorme ex fabbrica di penicillinaa via Tiburtina 1040, dove già vivono circa cinquecento persone secondo il rapporto “Fuori Campo” di Medici Senza Frontiere.

L’ex fabbrica presenta delle condizioni igienico-sanitarie molto difficili, a causa della presenza di amianto, residui chimici e rifiuti speciali abbandonati. A questo si aggiungono i frequenti roghi all’interno dello stabile.

Data la difficile e pericolosa situazione che si è venuta a creare nell’ex fabbrica, le associazioni chiedono di essere sentite prima possibile dal Comitato dell’Area Metropolitana di Roma Capitale, per presentare la propria relazione, e di essere informate dei lavori svolti dalla Cabina di regia presso il ministero degli Interni per capire se è possibile trovare una soluzione alloggiativa per le persone attualmente presenti nell’ex fabbrica.

“Siamo davanti a delle favelas, dove le persone non hanno scelto di vivere, ma si sono trovate costrette a vivere per una serie di fattori”, dice Federica Borlizzi. “Come associazioni noi abbiamo provato a denunciare da tempo e a interfacciarci con le istituzioni, ma non è stato predisposto di fatto alcun intervento sociale. Abbiamo visto solo una risposta repressiva, con l’ultimo e definitivo sgombero del 21 marzo”.

La situazione dell’ex fabbrica, sebbene particolarmente grave per le condizioni igienico sanitarie, non è l’unico insediamento informale a Roma da parte di migranti.

L’organizzazione Medici Senza Frontiere ha una clinica mobile che agisce in cinque di questi insediamenti, ma ha mappato 19 insediamenti per un totale di circa 3mila persone.

Il problema della residenza

Uno dei problemi principali per le centinaia di migranti regolari, cioè dotati di permesso di soggiorno, che vivono nei ghetti come quello di via di Vannina e quello dell’ex fabbrica, è la questione della residenza.

Avere un indirizzo di residenza è infatti fondamentale per accedere a servizi come l’iscrizione al Sistema sanitario nazionale o presso i Centri per l’impiego.

Un cittadino extracomunitario può chiedere l’iscrizione anagrafica in un comune, e quindi avere la residenza in quel comune, se ha un permesso di soggiorno in corso di validità.

Nel caso in cui si tratti di una persona senza fissa dimora, viene assegnato un indirizzo virtuale, che a Roma è quello di “via Modesta Valenti”. Il nome utilizzato appartiene a una donna senza fissa dimora che morì nella Capitale nel 1983, dopo che si era sentita male e che gli operatori di un’ambulanza accorsa sul posto avevano deciso di non prestarle soccorso.

Fino a marzo 2017 la procedura di iscrizione a via Modesta Valenti era svolta da cinque associazioni che operavano nel sociale, ma con la delibera 31 del 2017, la giunta Capitolina ha deciso di affidare questo compito ai singoli municipi.

La procedura introdotta dalla delibera, tuttavia, si dimostra complessa e richiede un periodo di tempo tra i tre e i cinque mesi.

Questo è particolarmente grave nel caso dei migranti, perché la Questura di Roma – Ufficio Immigrazione, per rinnovare il permesso di soggiorno richiede un indirizzo di residenza.

In questo modo si viene a creare un circolo vizioso per cui prima che si ottenga l’indirizzo di residenza scade il permesso di soggiorno, che non può essere rinnovato, appunto, se non si fornisce la residenza.

Questo problema ha rappresentato il principale ostacolo per le associazioni impegnate a via di Vannina, come conferma anche Marie Aude Tavoso, responsabile di Medu, che si occupa di prestare assistenza sanitaria ai migranti.

“La residenza ha iniziato ad essere richiesta spesso anche per servizi che dovrebbero essere aperti a tutti”, sottolinea Giuseppe De Mola, ricercatore e operatore umanitario di MSF Italia. “Tra questi ci sono i consultori e i SERT (Servizi per le Tossicodipendenze). Non bisogna dimenticare infatti che la dipendenza da alcol e sostanze rappresenta una problematica a cui vanno spesso incontro persone senza fissa dimora, a prescinedere dalla loro provenienza”.

 

da tpi.it