Basta violenza dei tribunali contro le donne – 22 gennaio presidi a Torino e L’Aquila

Torino – Presidio contro la violenza dei Tribunali ore 11.30
 
Torniamo in presidio di fronte al tribunale di Torino per protestare:
contro le sentenze che assolvono violenti e stupratori, trasformando la parte lesa in parte imputata;
contro la repressione della solidarietà femminista.
Lo facciamo in solidarietà alle donne che, dopo aver seguito il processo di Rosa, stuprata brutalmente a Pizzoli dal militare Francesco Tuccia nel 2012, oggi saranno processate per diffamazione nel Tribunale dell’Aquila. Al processo di Rosa hanno partecipato molte donne e femministe da tutta Italia, per sostenerla e per vigilare sull’andamento delle udienze. Per aver solidarizzato con Rosa e aver denunciato nel 2015 la possibile presenza dell’avvocato di Tuccia (Antonio Valentini) in un convegno ospitato dalla Casa internazionale delle donne di Roma, ora queste donne si ritrovano a loro volta inquisite. Ci chiediamo come un avvocato di uno stupratore che ha impostato il processo colpevolizzando la sopravvissuta, possa pensare due anni dopo di varcare impunemente come ospite d’onore la soglia di una Casa delle donne!
A Torino invece l’anno è iniziato con due agghiaccianti sentenze:
· la seconda in cui il giudice garantisce una serie di attenuanti allo stupratore di una ragazzina, poiché si sarebbe comunque preso cura di lei
La violenza maschile contro le donne è una delle più frequenti forme di violenza di genere; in Italia ogni due giorni una donna muore per mano di mariti, compagni, padri ed ex. Nell’ambito delle relazioni intime la violenza maschile viene agita con premeditazione e in modo reiterato da aggressori lucidi, attraverso differenti forme (violenza fisica, sessuale, psicologica, economica) che minano l’autostima e la dignità delle donne, isolandole sovente da qualsiasi rete familiare e affettiva.
I centri antiviolenza laici e femministi, luoghi di accoglienza e progettualità per sostenere le donne in percorsi di fuoriuscita dalla violenza, vengono chiusi o mal finanziati dalle istituzioni.
I criteri adottati dalle e dai magistrati per interpretare le leggi ad hoc contro le violenze maschili se non sono scevri dalla cultura patriarcale (inferiorizzazione della donna, imposizione di ruoli di cura e riproduzione), generano una colpevolizzazione delle donne che non vengono credute e da parte lesa diventano parte imputata.
I processi per stupro, molestie e maltrattamenti sono spesso processi alle donne che denunciano: nei tribunali si cerca di dimostrare il consenso o la provocazione distruggendone la reputazione, le intenzioni, la vita, discutendo chi frequentano, come si vestono, e con quanta forza si sono opposte alla violenza.
Contro la violenza sulle donne non smetteremo di alzare la voce e solidarizzare.
La repressione non ci ferma!
LUNEDÌ 22 GENNAIO ore 11:30 PRESIDIO DI FRONTE AL TRIBUNALE DI TORINO
L’Aquila – Presidio ore 9:00 

Il 22 gennaio alle ore 9 inizia il processo per diffamazione nei confronti di 3 donne

Si va e si torna insieme
Prima avvennero lo stupro e le violenze, poi l’ignobile processo e infine la denuncia a quante avevano sostenuto la donna sopravvissuta.
Lo stupro e le violenze:
È il 12 febbraio del 2012 quando Rosa si trova con una sua amica in una discoteca a Pizzoli (L’Aquila). Nella discoteca non ci sono tante persone se non quei militari che il terremoto ha portato là per l’operazione “strade sicure”. Verso le 4 del mattino Rosa verrà ritrovata in mezzo alla neve, con una temperatura sotto lo zero, mezza nuda, sanguinante e in stato di non coscienza. Altri cinque minuti e sarebbe morta. Quello che Rosa ricorderà sarà solo che si trovava al guardaroba a parlare con la sua amica. Si risveglierà poi in sala operatoria. Lo stupro è evidente e anche la brutalità con la quale è stato commesso. Il militare del 33° reggimento artiglieria Aqui de l’Aquila, Francesco Tuccia, difeso dagli avvocati Antonio Valentini e Alberico Villani, sarà l’unico indagato e condannato per i fatti.
Il processo:
Da quando la violenza sessuale è entrata nei codici penali, tra Sette e Ottocento, i processi per stupro sono stati processi alle donne che li denunciavano, di cui si cercava di dimostrare il consenso o la provocazione distruggendone la reputazione, le intenzioni, la vita, discutendo chi frequentavano, come si vestivano, a che ora uscivano e con quanta forza si erano opposte. I movimenti delle donne negli ultimi cinquant’anni hanno fatto di quello che succedeva nelle aule dei tribunali uno dei terreni-chiave nella campagna contro la violenza. Si richiedeva, e lo si continua a fare, da una parte che le donne che denunciano e scelgono di intraprendere la via del processo penale non debbano essere sottoposte a processi di vittimizzazione ulteriore, vale a dire di colpevolizzazione, ritenute parzialmente o interamente responsabili di ciò che è accaduto loro; dall’altra che si riconosca che la condotta assunta in aula dagli avvocati che difendono gli stupratori e dai giudici che sostengono simili impianti è di natura politica, e in quanto tale implica una responsabilità individuale. Un avvocato che sceglie di difendere uno stupratore e insinua, come avvenuto in questo processo e come diversi avvocati hanno fatto nel corso della storia dei processi per stupro, che la donna fosse consenziente e avesse provato piacere durante le violenze compie una scelta precisa, niente affatto neutra o tecnica, figlia della stessa cultura dello stupro che dovrebbero processare.
Al processo di Rosa, come tante altre volte è successo in passato, hanno partecipato molte donne e femministe da tutta Italia, per sostenerla e per vigilare sull’andamento del processo.
La denuncia:
Nel novembre 2015 l’avvocato Valentini è invitato ad un convegno, organizzato dall’associazione Ilaria Rambaldi Onlus di Lanciano, presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, un luogo simbolico per la libertà delle donne.
Molte donne si mobilitano e alla fine la Casa delle donne di Roma segnala all’organizzazione del convegno che l’avvocato Valentini non può varcare quella soglia, perché indesiderato. Ma l’avvocato Valentini non ci sta e denuncia per diffamazione tre donne, colpevoli di avere diffuso una lettera di una aquilana in cui si cercava di spiegare alle donne romane chi fosse l’avvocato Valentini (ciriguardatutte.noblogs.org).
La posta in gioco:
A sembrarci grave non è la denuncia di per sé. A sembrarci grave è che un avvocato di uno stupratore che ha impostato il processo colpevolizzando la sopravvissuta, possa pensare che due anni dopo può impunemente varcare come ospite d’onore la soglia di una Casa delle donne; la cosa che ci sembra grave è che rifiutato, si senta nella posizione di forza e di diritto di intentare lui un processo contro tre donne; la cosa che ci sembra più grave è che uomini del genere invece di vergognarsi, nascondersi, defilarsi, continuino ad occupare la scena pubblica e a condizionare la vita delle donne.
Questa vicenda, lo abbiamo detto dall’inizio, ha un valore simbolico che non si può trascurare.
Vogliamo che diventi l’occasione per evidenziare cosa sono i processi per stupro, la responsabilità politica e individuale di chi partecipa al teatro della giustizia e chi colpisce le reti di solidarietà femminista.
Si va e si torna insieme abbiamo intitolato questo scritto.Alludendo al fatto che insieme siamo state al processo contro gli stupratori di Rosa e insieme ritorneremo a L’Aquila nel processo che coinvolgerà tre di noi per diffamazione. Il riferimento, però, è anche alla necessità di riprendere in mano, per le vecchie e nuove generazioni di donne, pratiche e strategie di autodifesa: in discoteca, nei centri sociali, per strada, ad una festa, si va e si torna insieme, ci si guarda le spalle e ci si protegge l’una con l’altra.
Appuntamento per tutte il 22 gennaio 2018 ore 9 presso il Tribunale dell’Aquila.
Assemblea Romana Ci Riguarda Tutte
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#NoistiamoconClaudia – L’infantilizzazione del movimento antifascista di Parma

Al di là del Buco

Dunque, la questione è questa. Ci viene segnalato un comunicato che parla di una iniziativa antisessista organizzata a Parma e nel comunicato si dice che organizzazione della iniziativa e varie non appartengono a persone così lontane da chi si posizionava contro Claudia, chiamandola infame perché aveva scelto la “giustizia borghese” (in realtà fu convocata da carabinieri che in una differente indagine rintracciarono il video in cui si vedeva lei e chi la stuprava). Claudia subì uno stupro di gruppo nella sede dell’allora rete antifascista di Parma. Gli accusati sono stati condannati in primo grado e alcune persone (compagn* pure quell*) sono state accusate di minacce e diffamazione, se non erro, perché l’avrebbero minacciata per il fatto di aver denunciato pretendendo che lei attenuasse il racconto e dunque la responsabilità delle persone accusate.

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Parte la guerra d’Africa: truppe in Libia, Niger e Tunisia

Il 17 gennaio la Camera ha approvato il rinnovo delle missioni militari all’estero. Oltre al rinnovo di quelle già in atto, è stato deciso un nuovo impegno strategico in Africa, per la difesa della sicurezza degli interessi nazionali. Libia, Niger (con intervento anche in Mauritania e Benin), Tunisia, Sahara Occidentale, Repubblica Centrafricana. Questi i paesi dove saranno inviate le truppe.

Gli interessi economici sono enormi. Il più noto è certo l’uranio in Nigeria, ma anche il mercato ampio e appetibile delle ex-colonie francesi (e non solo), un mercato che ha pure una moneta unica, il franco CFA, erede e continuatore della politica coloniale francese. Dalla Tunisia inoltre passa il gasdotto che porta in Italia il gas algerino.

Gli interessi politici sono altrettanto forti. Basti pensare al ruolo politico della presenza di un numero consistente di militari italiani in Tunisia finalizzato alla costruzione di un Quartier generale NATO. In un paese come la Tunisia, dove è ancora vivo l’insegnamento dell’insurrezione vittoriosa contro Ben Ali, dove le generazioni che hanno animato la “rivoluzione interrotta” non sono state schiacciate dalla repressione come in Egitto, dove ancora esistono le organizzazioni di base di donne e giovani disoccupati, dove attualmente sono in corso grandi proteste contro il carovita, represse nel sangue, dove ancora c’è la possibilità di un rovesciamento del governo sotto la pressione delle proteste popolari, inviare delle truppe costituisce un atto politico. Il Governo Italiano con le sue truppe fa da garante al Fondo Monetario Internazionale sulla stabilità politica interna della Tunisia, la quale dovrebbe varare nuove riforme strutturali su richiesta del FMI.

Sia chiaro, mire neocoloniali e interessi italiani in Africa non sono mai finiti. L’invio delle truppe e l’avvio di una strategia militare sono però una nuova pericolosa e criminale impresa, un punto di non ritorno per una politica militare aggressiva. Anche questa volta, come nel passato monarchico e fascista, non ci sarà nessun “posto al sole”. La “salvaguardia degli interessi nazionali” non può far sperare in alcun effetto positivo diretto o indiretto per la grande maggioranza della popolazione, non ci saranno aumenti di salari, riduzioni dei canoni d’affitto o delle bollette, non ci sarà un aumento dei posti di lavoro, o dei servizi sociali e si continuerà ad andare in pensione sempre più tardi e si continuerà ad emigrare o a morire prima per colpa dei tagli alla sanità. Chi ci guadagnerà veramente, se ha fatto bene i propri calcoli, è la classe dirigente, gli industriali, i finanzieri, i generali. Se i calcoli sono sbagliati saremo comunque noi a dover pagare, con ulteriori sacrifici. Intanto le prime stime di spesa, solo per le nuove missioni africane, parlano di 118.798.581 euro. Che vanno ad aggiungersi al resto della spesa militare, per il 2017 64 milioni al giorno, per un totale di oltre 23 miliardi. A noi dunque resteranno solo tasche vuote, peggiori condizioni di vita e di lavoro e un aumento dei rischi e delle restrizioni connesse alla guerra: maggiore controllo sociale, restrizione delle libertà, militarizzazione del territorio, gerarchizzazione della società, repressione del dissenso, aumento della propaganda paranoide sul rischio terrorismo, coinvolgimento più o meno diretto nella guerra e nei suoi più tragici effetti.

Chi oggi alla Camera ha votato a favore dell’avvio delle nuove missioni, è responsabile dell’avvio ufficiale della nuova fase di ingerenza militare italiana in Africa. Ma questa decisione non è un’improvvisata, è stata preparata negli ultimi anni, quantomeno dalla partecipazione dell’Italia alla guerra d’aggressione alla Libia nel 2011, quando il governo tenne segreto il ruolo italiano nei bombardamenti aerei sul territorio libico. Quindi non è responsabilità del solo governo Gentiloni, ma di quel blocco PD-Forza Italia che con fasi alterne ha governato il paese negli ultimi 25 anni. Le politiche di guerra che hanno dato un nuovo “protagonismo internazionale” all’Italia tra anni ‘90 e 2000, hanno avuto come fautori e sostenitori personaggi che ora si presentano alle prossime elezioni arruolati in liste “alternative”, anche se fino a ieri erano arruolati nelle file del governo. Tra questi D’Alema, oggi esponente del Movimento Democratico Progressista, è il più noto, ma vi sono anche alcuni dei relitti di Rifondazione Comunista. Chi prima ha voluto e votato la guerra contro Federazione Jugoslava nel 1999 e chi ha sostenuto poi col voto parlamentare l’occupazione dell’Afghanistan, ha contribuito a preparare la nuova avventura coloniale dell’Italia.

Il fatto che il voto parlamentare su questioni di tale rilevanza sia avvenuto con una convocazione straordinaria della Camera dopo lo scioglimento del Parlamento in vista delle elezioni di marzo, in piena campagna elettorale, mostra quanto siano illusorie le pretese di rappresentanza diretta o di potere popolare, specie all’interno di queste istituzioni. Il Movimento 5 Stelle e Liberi Uguali, che avrebbero avuto per alcuni il “merito” di ottenere che la questione venisse sottoposta al voto parlamentare, hanno utilizzato il Parlamento come semplice tribuna di campagna elettorale.

L’urgenza di oggi, ora più che mai di fronte alle nuove missioni in Africa, è quella di partire dalle situazioni di lotta, dagli organismi di base, dalle realtà autogestite e solidali in cui siamo presenti per rilanciare un intervento antimilitarista nuovo, ancorato alle più calde questioni sociali, in una prospettiva rivoluzionaria di liberazione sociale. L’urgenza è opporsi alla guerra, alle varie forme in cui essa si riproduce a livello interno, specie in termini di militarizzazione e controllo sociale, così come alle missioni di guerra all’estero di cui le nuove missioni colonialiste in Africa sono l’ultimo e più grave sviluppo.

Dario Antonelli

israele attua una deliberata politica per terrorizzare i minori palestinesi

Agenzia stampa Infopal – http://www.infopal.it

Di Kamel Hawwash. All’inizio della seconda intifada, nel 2000, è emersa l’icona di Muhammad al-Durra, un ragazzino palestinese di 12 anni, che veniva protetto dal fuoco israeliano da suo padre che implorava i soldati di smettere di sparare. I proiettili, tuttavia, continuarono e al-Durra morì a causa delle ferite riportate.

Quasi un mese dopo, l’immagine di un altro minore palestinese, presa nel conflitto, divenne virale.

Fares Odeh, 14 anni, è stato ripreso da una telecamera senza paura mentre lanciava pietre contro un carro armato israeliano nella Striscia di Gaza. Odeh fu ucciso dalle forze israeliane l’8 novembre dello stesso anno.

Odio puro.

Mercoledì scorso, l’esercito israeliano ha ucciso Musab Firas al-Tamimi, 17 anni, del villaggio di Deir Nitham, in Cisgiordania, facendo di lui il primo Palestinese ucciso a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane nel 2018.

La crudeltà israeliana e ciò che i Palestinesi considerano un puro odio per i loro figli, è stato esemplificato dall’uccisione, nel 2004, della tredicenne Iman Darweesh Al Hams. Fu uccisa dai soldati dell’esercito israeliano da un posto di osservazione in quello che Israele affermava essere una “zona di nessuno”, vicino a via Filadelfia, a Rafah.

Come se ciò non bastasse, il comandante dell’esercito israeliano sparò l’intero caricatore del suo fucile automatico contro il corpo di Hams. Un anno dopo,  durante il processo quel comandante non espresse rammarico per le sue azioni e disse che avrebbe “fatto lo stesso anche se la ragazza fosse stata una bimba di tre anni”.

Fu discolpato da tutte le maggiori accuse.

Secondo la Defense for Children International-Palestine (DCIP), 595 minori sono stati uccisi nella seconda intifada, durante la quale ebbero luogo le uccisioni summenzionate.

Negli ultimi anni, i minori di Gaza hanno sofferto in continuazione per mano dell’esercito israeliano, in particolare durante le ultime tre guerre. La guerra del 2008-2009 ha provocato la morte di 280 minori. Il bilancio delle vittime della guerra del 2012 è stato di 33 minori e nella più recente guerra, nel 2014, i minori uccisi dal fuoco israeliano furono 490.

Nel periodo tra il 2000 e il 2017, il DCIP riferisce che 2.022 minori palestinesi persero la vita per mano delle forze israeliane, in media 25 al mese. Durante lo stesso periodo, 137 minori israeliani furono uccisi dai Palestinesi.

Ovviamente non si tratta di contare i numeri, ma ciò fornisce un’indicazione del terribile impatto dell’occupazione israeliana e delle ripetute guerre contro i Palestinesi, in particolare sui minori.

È importante notare che, a differenza dei minori israeliani uccisi nel conflitto, la maggior parte di quelli palestinesi uccisi da Israele sono anonimi e diventano parte del numero dei morti. I media israeliani assicurano che i nomi e le immagini dei bambini israeliani morti siano trasmessi il più ampiamente possibile. I Palestinesi non hanno la stessa possibilità.

Minori nei tribunali militari.

Al momento non ci sono minori israeliani detenuti dai Palestinesi. Tuttavia, ci sono circa 450 minori palestinesi che sono stati incarcerati da Israele. Sono processati in tribunali militari, portati dinanzi ai giudici militari in catene – come il mondo ha visto dopo che la sedicenne Ahed al-Tamimi era stata rapita nelle prime ore del 20 dicembre dell’anno scorso.

Secondo il DCIP, da 500 a 700 minori palestinesi sono detenuti da Israele ogni anno. L’accusa più comune è il lancio di pietre. Il DCIP, tuttavia, afferma che dal 2000 almeno 8.000 minori palestinesi sono stati arrestati e perseguiti nel sistema carcerario militare israeliano.

Il DCIP riporta che in 590 casi documentati tra il 2012 e il 2016, il 72% dei minori palestinesi detenuti aveva riportato violenze fisiche e il 66% e subito abusi verbali e umiliazioni.

Secondo Khaled Quzmar, direttore generale del DCIP, “nonostante il costante impegno con gli organismi dell’ONU e le ripetute richieste di rispettare la legge internazionale, l’esercito e la polizia israeliani continuano gli arresti notturni, la violenza fisica, la coercizione e le minacce contro i minori palestinesi”.

Una volta radunati in un veicolo dell’esercito israeliano, sono malmenati e in alcuni casi sono portati in Israele, che è contro il diritto umanitario internazionale. Spesso vengono interrogati senza la presenza di un genitore o di un avvocato e viene loro chiesto di firmare la confessione, in ebraico, che non sanno leggere.

Colpiti in modo sproporzionato.

I minori a Gerusalemme e a Hebron sembrano essere presi di mira in modo sproporzionato. Un video dell’esercito israeliano che deteneva un bambino di cinque anni a Hebron ha fatto notizia in tutto il mondo. Un altro bambino di sei anni è stato detenuto per cinque ore nel campo profughi di Jalazun, in Cisgiordania.

Tareq Abukhdeir, un adolescente palestino-americano picchiato selvaggiamente dalla polizia israeliana, non ricevette alcuna assistenza dal consolato USA a Gerusalemme Est. Suo cugino Mohammed venne bruciato vivo da terroristi ebrei nel 2014.

Sembra che Israele stia attuando una politica deliberata per terrorizzare i minori palestinesi dissuadendoli dall’impegnarsi nella resistenza palestinese mentre raggiungono l’età adulta.

In molti casi l’arresto inizia con il primo rapimento nelle prime ore del mattino, strappandoli dai loro letti.

Per un minorenne, il letto, la sua casa sono il luogo in cui dovrebbe sentirsi sicuro, ma ciò non accade per i bambini palestinesi. Bussare alla porta, urlare un nome, entrare a forza in una camera da letto, è quanto può capitare a qualsiasi bambino palestinese, e senza preavviso. Non c’è nessun rispetto per l’età o le circostanze.

Molti bambini palestinesi sono ora sui “libri di Israele”. Ciò rende più facile per Israele chiamarli in qualsiasi momento sia per sospetto coinvolgimento nel lancio di pietre sia per estrarre prove contro altri.

Una lunga lista.

L’adolescente palestinese Ahed Tamimi si unisce ora a una lunga lista di detenuti. Invece di cercare di capire perché Ahed si è scagliata contro il soldato che è entrato non invitato nel suo villaggio occupato illegalmente, il ministro israeliano dell’Istruzione ha suggerito che lei e altre ragazze palestinesi dovrebbero “passare il resto dei loro giorni in prigione”.

Mentre il famoso giornalista israeliano Ben Caspit ha scritto che “nel caso delle ragazze, dovremmo esigere un prezzo in qualche altra occasione, al buio, senza testimoni e telecamere”.

Israele spesso accusa i Palestinesi di incitamento che incoraggia bambini e giovani adulti a resistere all’occupazione, anche attraverso la violenza. L’incitamento è stato aggiunto a un elenco crescente di accuse israeliane rivolte ai Palestinesi.

Tuttavia, i bambini non hanno bisogno di incitamento da parte di nessuno quando sperimentano quotidianamente l’occupazione e l’umiliazione.

Mentre molti minori palestinesi ispirano gli altri attraverso la loro fermezza e resistenza, altri minori palestinesi rappresentano anche un faro di speranza mentre lottano su diversi fronti, vincendo competizioni internazionali. La diciassettenne Afaf Sharif ha battuto 7,4 milioni di concorrenti per vincere il titolo di quest’anno come campionessa della “Sfida di Lettura Araba”.

Nel 2015 Dania Husni al-Jaabari, 14 anni, e Ahmad Ayman Nashwieh, di otto, hanno raggiunto rispettivamente il primo e il secondo posto nel Concorso dell’”Intelligenza  mentale aritmetica” a Singapore, battendo 3.000 altri bambini.

Due anni prima, il 14enne Areej El Madhoon ha vinto la stessa competizione.

Anche i bambini palestinesi nati nella diaspora hanno ispirato altri. La quindicenne britannico-palestinese Leanne Mohamad ha vinto una sfida regionale di Speak Out del 2015-16 a Londra parlando degli effetti della Nakba sui Palestinesi. Non sapremo mai se avrebbe vinto la competizione principale in quanto il suo premio è stato ritirato dagli organizzatori sotto pressione di gruppi pro-Israele.

Il padre fondatore di Israele, David Ben-Gurion, una volta disse dei Palestinesi: “I vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno”. Quanto sbagliava sul popolo palestinese.

Kamel Hawwash è un professore di ingegneria britannico-palestinese con sede presso l’Università di Birmingham e un sostenitore di lunga data per la giustizia, in particolare per il popolo palestinese. Appare regolarmente sui media come commentatore delle questioni mediorientali. Il suo articolo è stato pubblicato sul Middle East Eye.

L’ACCUSA E’ “DIFFAMAZIONE”, LA “COLPA” E’ LA SOLIDARIETA’ FEMMINISTA

Il 22 gennaio a L’Aquila, tre femministe saranno processate per aver difeso uno spazio di donne dall’ingresso di Antonio Valentini, difensore di Francesco Tuccia, ex militare stupratore e quasi assassino di “Rosa”.

Nel Novembre 2015, l’associazione “Ilaria Rambaldi Onlus” invita a partecipare l’Avvocato Antonio Valentini ad un convegno su Commissione Grandi Rischi, organizzato presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, un luogo simbolico per la libertà delle donne. Molte donne si mobilitano e alla fine la Casa delle donne di Roma segnala all’organizzazione del convegno che Valentini non può varcare quella soglia, perché indesiderato.

Ma l’avvocato non ci sta e querela, manu militari, 3 donne, colpevoli di aver diffuso la lettera di una compagna del MFPR dell’Aquila, in cui si denunciava: il securitarismo emergenziale con cui lo Stato nascose le sue responsabilità sulla mancata prevenzione del terremoto e degli affari delle cricche; la persistente militarizzazione del territorio con cui favorì la desertificazione della città e l’atteggiamento predatorio di chi, in virtù di quella divisa, si sentiva padrone delle sue strade e in diritto di stuprare in nome dello Stato; il pesante clima
di ostilità nei confronti di Rosa e della solidarietà femminista; il clima di un processo per stupro, scandito in aula dalla condotta provocatoria del penalista, tutta tesa a screditare la parte lesa, a negare l’evidenza della violenza, a colpevolizzare la ragazza stuprata e quasi uccisa e a vittimizzare il suo carnefice.

Coi nostri corpi e le nostre voci abbiamo accompagnato Rosa, che con coraggio affrontava il girone infernale di un processo per stupro!

Con delle mails abbiamo respinto dalla Casa Internazionale delle donne di Roma il degno avvocato del suo stupratore!

Ma su mandato della Procura dell’Aquila, costui è “entrato in casa nostra” con i carabinieri, sequestrando pc, telefoni e altro materiale informatico.

E adesso il processo per diffamazione, per cercare di zittirci, dividerci, cancellare con una sanzione la memoria storica della lotta femminista in Italia.

Ma noi non dimentichiamo le atrocità commesse sul corpo di Rosa da un militare impiegato nell’operazione “strade sicure”

Non dimentichiamo la doppia violenza esercitata sulla nostra pelle di donne dalle parole dell’avvocato Valentini: “Tra i due ragazzi vi fu consenso esplicito”, “se i pantaloni erano slacciati non ci fu violenza”, “il fisting è una pura invenzione” ecc.

Il 12/02/2012 Rosa venne stuprata e lasciata in una pozza di sangue a morire sulla neve. Lo stupratore, Francesco Tuccia, era in compagnia di 2 altri commilitoni e della fidanzata minorenne di uno di loro, ma costoro non vennero neanche indagati. Da quella notte, fino al suo arresto il 23 febbraio, Tuccia ha continuato a prestare servizio nel 33/o reggimento Artiglieria Acqui. Rosa invece è stata oggetto di minacce fin dentro l’ospedale da parte di una ragazza non identificata. Fu la ASL di L’Aquila a chiedere il piantonamento del reparto dopo quell’episodio. Alle prime udienze per stupro, le compagne, le donne arrivate da tutta Italia percepirono netta la sensazione che a L’Aquila lo stupratore si trovasse in un ambiente amico: qui c’erano i suoi commilitoni, anche a presidiare il Tribunale dalla solidarietà delle donne.

Pochi giorni dopo la sentenza di primo grado, Simona Giannangeli, legale del Centro Antiviolenza dell’Aquila, trovò sul parabrezza della sua auto un biglietto di minacce: “Ti passerà la voglia di difendere le donne…. Stai attenta e guardati sempre le spalle, da questo momento questo posto non è più sicuro per te”. Il senso del messaggio era chiaro: colpire la solidarietà femminista!

Colpire la solidarietà femminista è ciò che oggi lo Stato, che non ha mai chiesto scusa a Rosa, vuole fare, processando 3 di noi per condannare tutte al silenzio.

Ma noi non accettiamo l’ingiusta repressione di questo Stato, né la vendetta di questo avvocato, perché abbiamo fatto ciò che era giusto e necessario fare – difendere i nostri corpi, le nostre vite i nostri spazi – e continueremo a farlo:

Il 22 gennaio 2018 alle ore 9, davanti al tribunale di L’Aquila saremo in presidio e numerose, perché ci riguarda tutte la violenza di un uomo, che in virtù della sua toga, continua ad invadere e a condizionare la vita e la libertà delle donne.

MFPR-AQ

9 GENNAIO 1950: IL SANGUE DELLA CLASSE OPERAIA

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9 gennaio 1950. Eccidio di Modena.
Una tragedia nella storia del movimento operaio che non deve essere dimenticata.
Questi i nomi degli uccisi dalla “Celere”, in quel giorno fatidico per la storia d’Italia.
Angelo Appiani [30 anni, partigiano, metallurgico] colpito in pieno petto. Immediatamente dal terrazzo della fabbrica altri carabinieri spararono con la mitragliatrice sulla folla di lavoratori che si trovava sulla Via Ciro Menotti oltre il passaggio a livello chiuso per il transito di un treno.
Arturo Chiappelli [43 anni, partigiano, spazzino] e Arturo Malagoli [21 anni bracciante] vennero colpiti a morte, molti furono feriti, alcuni gravemente. La gente scappava, cercava riparo dai colpi della mitraglia che continuava a sparare, altri cercavano di assistere i feriti con medicazioni improvvise e li trasportavano al riparo.
Roberto Rovatti [36 anni, partigiano, metallurgico] si trovava in fondo a Via Santa Caterina, vicino alla chiesa, dal lato opposto e distante 500 metri dai primi caduti, aveva una sciarpa rossa al collo. Mezz’ora era passata dalla prima sparatoria veniva circondato da un gruppo di carabinieri scaraventato dentro un fosso e massacrato con i calci del fucile, un linciaggio mortale. Ennio Garagnani [21 anni, carrettiere] veniva assassinato in Via Ciro Menotti dal fuoco di un’autoblinda che sparava sulla folla.
Lo sciopero generale partì spontaneamente appena si diffuse la notizia del massacro. Un’automobile della Cgil con l’altoparlante avvertiva i lavoratori di concentrarsi in Piazza Roma. Poco dopo mezzogiorno Renzo Bersani [21 anni metallurgico] attraversava la strada a piedi, in fondo a Via Menotti, all’incrocio con Via Paolo Ferrari e Montegrappa, un graduato dei CC distante oltre un centinaio di metri s’inginocchiò a terra, prese la mira col fucile e sparò per uccidere.
E’ necessario ricostruire qual’era il clima sociale dell’epoca, in un’Italia uscita in ginocchio dalla seconda guerra mondiale, nel periodo di avvio della guerra fredda, con la ripresa della tracotanza padronale, all’indomani del trionfo elettorale della DC del 18 aprile 1948 e dell’ingresso nella NATO.
La CGIL, poche settimane dopo l’eccidio pubblicò un supplemento al n. 3 di Lavoro, che riportava su pagine di carta povera i fatti e i documenti, le foto e le testimonianze dal vivo di quei giorni cruenti che non è possibile dimenticare.

Nel solo 1948, l’anno del 18 aprile e della DC trionfante, sono 17 i lavoratori uccisi, centinaia i feriti, 14.573 gli arrestati (tra essi 77 segretari di Camere del lavoro). L’impiego della polizia nelle vertenze sindacali è una prassi costante.

Al potere padronale ripreso in pieno dopo la parentesi dei giorni immediatamente seguenti la Liberazione il potere politico democristiano affiancò quello che fu definito “scelbismo”, dal nome del Ministro dell’Interno, Mario Scelba.
Ogni agitazione di lavoratori, che vivevano in condizioni di precarietà e di sfruttamento insostenibili nel quadro di un paese affamato, con le case distrutte, le vie di comunicazione tutte da ricostruire, era vista come la lunga mano della cospirazione comunista in agguato e le “forze dell’ordine” eranochiamate a sparare sui braccianti e sugli operai per difendere una presunta “libertà” minacciata.
Indelebile, sotto questo aspetto, l’eccidio perpetrato da mafia e poteri occulti il 1 Maggio del 1947 a Portella della Ginestra.

Nei soli due mesi prima di Modena, ci sono tre eccidi – Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso – poveri braccianti stroncati dal piombo sul lungo, sanguinoso cammino dell’occupazione delle terre.
Ma non ci sono metodi meno pesanti nel Nord delle industrie, sono considerati illegittimi e perseguibili a colpi di fucile anche gli scioperi a scacchiera o a singhiozzo, il picchettaggio delle fabbriche “serrate” dai padroni, persino la propaganda sindacale. 185mila militi tra poliziotti, carabinieri, guardie di finanza sono pronti in campo, 50mila in più che sotto il regime fascista.
Il massacro di Modena è però come una deflagrazione che scuote tutta Italia. Le Fonderie Riunite sono il cuore della città operaia, e il padrone, il conte Adolfo Orsi, ex boss fascista, pezzo grosso della Confindustria, proprietario di altre fabbriche metalmeccaniche, di grandi imprese commerciali, di cave nel Bresciano, di vasti possedimenti terrieri, è un vero padrone delle ferriere.

Vuole mano libera di cacciar fuori tutti i 565 dipendenti e assumerne quanti gli pare e piace e quando vuole lui; la Commissione interna non gli va e non la vuole; i sindacalisti devono stare fuori dai piedi; la lettera di licenziamento per tutti parte il 3 dicembre, e il 5 dello stesso mese con un’altra missiva fa presente che ne riassumerà nemmeno la metà. Il 19 gennaio parte lo sciopero provinciale, i cortei degli operai marciano con le bandiere, le Fonderie Riunite in “serrata” sono presidiate dalla Celere in armi: 800 militi di rinforzo sono stati chiamati da Bologna.

“Affoga nel sangue il governo del 18 aprile”, titola a tutta pagina l’Avanti! del giorno dopo. Il governo del 18 aprile: quello dell’atlantismo, della divisione sindacale, della soggezione agli USA, della crociata anticomunista. Il fondo a firma di Pietro Nenni (PSI e PCI sono ancora legati da una Giunta di intesa, che però si scioglierà di lì a pochi anni), è un violentissimo attacco, politico e morale: «Il governo cattolico di De Gasperi e Scelba non ha neppure la comprensione umana e sociale di un Giolitti. La logica interna della sua politica di fame,di odio,di paura lo ha ormai condotto al delitto in permanenza».

Il servizio da Modena è gridato con gli stessi accenti di esecrazione. «Il gonfalone del Comune di Modena, medaglia d’oro della lotta di liberazione, sventola a mezz’asta dal balcone del palazzo municipale. Il più brutale massacro che sia avvenuto dopo la liberazione, massacro paragonabile soltanto agli indiscriminati eccidi compiuti dai nazisti, ha gettato nel lutto la popolazione modenese».

E Fernando Santi (socialista, segretario generale della CGIL} dalle stesse colonne non esita a dichiarare: «La verità è che a Modena – centro proletario per eccellenza – da due anni le autorità stanno svolgendo un’azione di intimidazione e di illegalità allo scopo di indebolire quel formidabile schieramento proletario».
“Tutta l’Italia si leva contro il nuovo eccidio!”; è il titolo a 8 colonne dell’Unità dello stesso giorno, 10 gennaio.
Lo sciopero generale è in atto in tutta Italia, i metallurgici di tutta Italia sono in sciopero per 24 ore, informa il giornale; e il fondo di Pietro Ingrao, sotto il titolo accusatore “Premeditazione” ha questa conclusione: «Bisogna fermare la mano degli assassini e far intendere a chi ne fosse tentato che sulla strada di Crispi e di Mussolini non si torna. I pazzi sono avvertiti».
Non sono soltanto i giornali della sinistra a condannare, Modena è una visione inquietante. Sulla Stampa prendono posizione contro l’eccidio Vittorio Gorresio e Luigi Salvatorelli. «Già sentiamo incalzanti – scrive Gorresio – le interpretazioni che ci parlano di piani di agitazioni nella provincia rossa modenese. Sono frusti argomenti che non esauriscono il problema». Rampognato dal Popolo per aver rilasciato nientemeno che una dichiarazione al settimanale comunista Vie Nuove, Gorresio risponde sul Mondo: «È un ragionamento da caporali e non da uomini politici. Fu concepito dai caporali zaristi il 9 gennaio 1905, quando spararono contro gli operai davanti al palazzo d’inverno dl Pietroburgo».
Gaetano Baldacci sul Corriere della Sera, ha così commentato la pratica delle cariche di polizia: «C’è una realtà disonorevole per il nostro paese: la rivoltante uccisione di contadini affamati, la Celere come capitolo della scienza economica, mentre i proprietari di immense terre se ne stanno a Roma o a Capri, a intrigare con la politica o con l’alta società». E ” Il mitra facile e la poltrona comoda”; è il titolo del Giornale della Sera.
“Ai vivi in nome dei morti “; così il fondo di Sandro Pertini sull’Avanti il giorno prima dei funerali: «Cristo per opera di costoro è oggi nuovamente crocifisso”.
Mercoledì 11 gennaio è il giorno dei funerali. Il quotidiano del PCI invia Gianni Rodari, uno scrittore e un poeta più che un cronista. “300 mila lavoratori ai funerali delle sei vittime”; è il titolo. «La città gloriosa, ammutolita dal dolore e stretta intorno ai suoi assassinati del 9 gennaio si è riempita stamani di passi pesanti che popolavano le sue strade, le sue piazze…»
Dalle otto del mattino alle 8 di sera, tanto è lunga la giornata del grande lutto di Modena «I sei Caduti allineati l’uno a fianco dell’altro nelle bare avvolte in bandiere; uno per uno essi avevano l’espressione contratta del dolore e dello spaventoso stupore in cui li sorprese la morte. I tre ragazzi di 20 anni sembravano ancora vivi e la terribile espressione dei loro volti sembrava dovuta a un sogno angoscioso e passeggero… Sulle fotografie i volti sembravano anche più giovani. Garagnani e Malagoli avevano una luce quasi infantile».
Il discorso di Togliatti muove onde di commozione, si piange tra la folla. Da Modena, da quei funerali di popolo, si leva l’appello per una nuova politica.
Anche dall’estero arrivavano giudizi significativi, come quello espresso da Elisabetta Wiskermann sulla rivista inglese Illustratect «Il governo democristiano ha creato una polizia organizzatissima e violenta (arruolando molti degli appartenenti alla polizia di Mussolini) e così la classe dei ricchi si è sentita sicura”).
Il dopoguerra è stato quello del “centrismo” di De Gasperi, con la pacificazione postfascista e l’approvazione di una Costituzione ancor oggi da applicare in alcune parti fondamentali, la ricostruzione sotto la tutela a stelle e strisce del Piano Marshall, la politica deflazionistica e di contenimento della spesa pubblica di Luigi Einaudi, la polizia del ministro degli Interni Mario Scelba.

Ma è stato anche quello degli operai delle grandi fabbriche del Nord e dei braccianti del Sud.
Non dobbiamo dimenticare questo pezzo della storia del nostro popolo.
La memoria di questi avvenimenti è ancora parte essenziale della nostra ricerca di convivenza solidale, civile, di profonda trasformazione democratica.
Rispetto a questo ricordo incancellabile noi che intendiamo ostinatamente mantenerlo non ci sentiamo per nulla superati dalla storia: anzi, proprio la capacità di conservare la memoria ci offre occasioni, anche adesso, di progettare il futuro.

9 gennaio 1970 congresso costitutivo di Potere Operaio

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Dopo la fine della vertenza contrattuale, che aveva accompagnato le lotte autunnali e che aveva visto una sostanziale vittoria del sindacato, si aprì all’interno del gruppo di Potere Operaio una discussione interna su come proseguire il percorso di lotte, visto il venir meno del terreno su cui il gruppo era cresciuto. Già da qualche mese si era aperto un dibattito interno sulla necessità di dotarsi di un’organizzazione e di una struttura più rigide, in grado di permettere il superamento delle fasi di stanca delle lotte, quale quella che si stava attraversando.
Proprio questa questione sarà alla base e il sostanziale motivo della convocazione del primo congresso nazionale di organizzazione di Potere operaio, che ne rappresenta sostanzialmente la creazione.
Dal 9 all’11 Gennaio 1970 si tenne a Firenze , nei locali del circolo Faliero Pucci in via Marconi, il convegno costitutivo di Potere Operaio.
Ad introdurre fu Sergio Bologna con la sua relazione “Classe e capitale dopo l’autunno” in cui sosteneva, tra le altre cose, che il capitale avrebbe in tutti modi cercato di sfaldare la ricomposizione di classe che si era creata dopo l’autunno, innanzitutto tentando di porre un freno all’immigrazione verso le vecchie aree di industrializzazione.
Dopo di lui parlò Toni Negri che iniziò il suo intervento dall’idea che “l’autonomia ha raggiunto il tetto” e che la classe operaia, di per sé stessa, non avesse la forza per compiere il passo decisivo verso la rivoluzione. Egli poneva così il problema dell’organizzazione, che, diceva Negri, “non abbiamo mai visto in termini di avanguardia esterna; lo poniamo invece tutto dentro i livelli di classe, lo poniamo tutto dentro quelle che sono una possibilità e una capacità soggettive di rappresentare di volta in volta cosciente,mente le varie fasi dello scontro e della massificazione”
Negri sosteneva che il capitale si trovava in una situazione di difficoltà e che per recuperare la sua stabilità avrebbe da un lato aumentato la produttività, dando un duro colpo alle condizioni dei lavoratori, dall’altro lato aumentato l’inflazione come conseguenza ad un aumento dei prezzi, riprendendosi così quello che aveva dovuto concedere a seguito delle lotte.
Negri concluse il suo intervento ponendo l’attenzione sulla proposizione “rifiuto del lavoro”, spiegando in particolare i tre significati che questi termini assumevano: il rifiuto operaio ad accettare il lavoro come sistema di fabbrica, il rifiuto del sistema capitalistico in quanto tale e quindi dello sviluppo, il rifiuto della fatica che abbruttisce le vite, e si soffermò quindi sulla conseguente volontà di aspirare ad una società nuova.
Durante il convegno Franco Piperno esplicitò questa questione interna, dicendo che lo scontro era tra i favorevoli e i contrari alla struttura del partito: a Toni Negri e agli autonomisti che sostenevano che il partito fosse ormai una cosa vecchia, Piperno rispose che esso era effettivamente vecchio, ma lo era come una forchetta, di cui però non si può fare a meno.
La risposta a Bifo e a quelli che la pensavano come lui, in particolare i militanti delle sedi di Porto Marghera, Padova, Ferrara, Bologna e Torino, arrivò in un articolo, intitolato “Lotta di massa e lavoro del partito” nel numero successivo del giornale in cui si sosteneva che davanti all’attacco di capitale e Stato, la lotta autonoma della classe non era più sufficiente.
Il dibattito quindi non si concluse certo qui, ma continuò sulle pagine del giornale e non solo, tra alti e bassi e cambiando spesso sfumature, ma accompagnando il gruppo fino al suo scioglimento.

La decisione di costituirsi in organizzazione non era totalmente condivisa, e il dibattito continuò a lungo anche sulle pagine del giornale. Sfavorevole era in particolare l’area veneto-bolognese.

A schierarsi in contrasto fu in particolare Franco Berardi che, nel suo intervento al congresso, sostenne che l’organizzazione andava vista dentro la tattica e la classe sotto la strategia. Secondo Bifo l’organizzazione era quindi la tattica e la classe la strategia.

“C’è una proposizione che ha circolato molto nel nostro discorso: l’organizzazione come tattica, la lotta operaia come strategia. Bene oggi non più. Oggi veramente l’organizzazione è diventata un elemento strategico.” E continuava: “Questo vuol dire conquistare il leninismo, conquistare la pratica della disciplina rivoluzionaria, conquistare la pratica dell’uso coordinato, continuo, sistematico della strategia e della tattica; avere la capacità di cogliere in tutti i momenti dello sviluppo capitalistico la possibilità di inserire la rottura operaia, il cuneo dell’organizzazione rivoluzionaria…”

Lo stesso congresso si concluse con il proposito di tenere successivamente convegni in altre città per approfondire i problemi che erano stati posti e superare le situazioni di contrasto che si erano delineate.

Sfratti: Confedilizia organizza le squadracce contro i morosi

Confedilizia lancia a Firenze l’appello alla formazione di una “squadra supporto sfratti” per intervenire contro gli inquilini morosi e liberare gli immobili. L’appello è stato pubblicato sul mensile ufficiale dell’associazione e definito “un esempio da imitare”.

Sfratti: Confedilizia organizza le squadracce contro i morosi

Siamo di fronte ad una vera e propria provocazione rivolta alle centinaia di famiglie che si trovano ad affrontare i costi della crisi economica e della disoccupazione, a tutti coloro che non possono più sostenere quei canoni di affitto esorbitanti che, dall’abolizione dell’equo canone ad oggi, hanno fatto le fortune e le ricchezze dei multi-proprietari. Gli stessi multi-proprietari che oggi lamentano di essere stati “dimenticati dallo Stato e dalle istituzioni”. Siamo all’assurdo.

Per caso si riferiscono a quello Stato che gli ha consegnato il “libero mercato” per imporre – “liberamente” – affitti assolutamente sproporzionati alla capacità reddituale media delle famiglie? Oppure al Tribunale di Firenze che ha trasformato le cause per sfratto in una catena di montaggio di convalide, senza mai dare ascolto alle ragioni degli inquilini? O meglio ancora, agli Ufficiali Giudiziari che – su mandato degli stessi proprietari – applicano sistematicamente l’art.610 per consentire lo sfratto “a sorpresa” degli inquilini? A chi permette la locazione di case fatiscenti e inabitabili? O forse alla Questura, che ha trasformato le famiglie in difficoltà economica in un problema di ordine pubblico, mettendo a disposizione reparti antisommossa per mandare in strada uomini, donne e bambini e difendere i loro “sacrosanto diritto di proprietà”? Siamo seri.

La realtà è che “squadre supporto sfratti”, purtroppo, già esistono e indossano le divise delle forze dell’ordine, pagate con i soldi degli stessi cittadini che si ritrovano sotto sfratto e che dalle istituzioni, invece, ricevono solo porte chiuse in faccia, umiliazioni, promesse. Le soluzioni abitative dignitose, quando arrivano, sono le conquiste di un altro tipo di appello, quello alla formazione di “squadre di supporto all’antisfratto”. L’appello a lottare contro i grandi proprietari rappresentati da Confedilizia contro le squadracce in divisa o quelle raccattate dai padroni.

9 gennaio 1950 – Eccidio di Modena

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I lavoratori del complesso siderurgico Orsi, dopo il licenziamento di 200 operai su 800 ed una serrata padronale di 40 giorni, si avvicinano ai cancelli nell’intento di riprendere il lavoro.

Segue immediata una carica della polizia, mentre gli operai vengono mitragliati con fuoco incrociato da altri reparti appostati al di là dei cancelli: sono uccisi:

Angelo Appiani [30 anni, partigiano, metallurgico] colpito in pieno petto. Immediatamente dal terrazzo della fabbrica altri carabinieri spararono con la mitragliatrice sulla folla di lavoratori che si trovava sulla Via Ciro Menotti oltre il passaggio a livello chiuso per il transito di un treno.

Arturo Chiappelli [43 anni, partigiano, spazzino] e Arturo Malagoli [21 anni bracciante] vennero colpiti a morte, molti furono feriti, alcuni gravemente. La gente scappava, cercava riparo dai colpi della mitraglia che continuava a sparare, altri cercavano di assistere i feriti con medicazioni improvvise e li trasportavano al riparo.

Roberto Rovatti [36 anni, partigiano, metallurgico] si trovava in fondo a Via Santa Caterina, vicino alla chiesa, dal lato opposto e distante 500 metri dai primi caduti, aveva una sciarpa rossa al collo. Mezz’ora era passata dalla prima sparatoria veniva circondato da un gruppo di carabinieri scaraventato dentro un fosso e massacrato con i calci del fucile, un linciaggio mortale.

Ennio Garagnani [21 anni, carrettiere] veniva assassinato in Via Ciro Menotti dal fuoco di un’autoblinda che sparava sulla folla.

Lo sciopero generale partì spontaneamente appena si diffuse la notizia del massacro. Un’automobile della Cgil con l’altoparlante avvertiva i lavoratori di concentrarsi in Piazza Roma. Poco dopo mezzogiorno Renzo Bersani[21 anni metallurgico] attraversava la strada a piedi, in fondo a Via Menotti, all’incrocio con Via Paolo Ferrari e Montegrappa, un graduato dei CC distante oltre un centinaio di metri s’inginocchiò a terra, prese la mira col fucile e sparò per uccidere.

E’ necessario ricostruire qual’era il clima sociale dell’epoca, in un’Italia uscita in ginocchio dalla seconda guerra mondiale, nel periodo di avvio della guerra fredda, con la ripresa della tracotanza padronale, all’indomani del trionfo elettorale della DC del 18 aprile 1948 e dell’ingresso nella NATO.

La CGIL, poche settimane dopo l’eccidio pubblicò un supplemento al n. 3 di Lavoro, che riportava su pagine di carta povera i fatti e i documenti, le foto e le testimonianze dal vivo di quei giorni cruenti che non è possibile dimenticare.

Nel solo 1948, l’anno del 18 aprile e della DC trionfante, sono 17 i lavoratori uccisi, centinaia i feriti, 14.573 gli arrestati (tra essi 77 segretari di Camere del lavoro). L’impiego della polizia nelle vertenze sindacali è una prassi costante.

Al potere padronale ripreso in pieno dopo la parentesi dei giorni immediatamente seguenti la Liberazione il potere politico democristiano affiancò quello che fu definito “scelbismo”, dal nome del Ministro dell’Interno, Mario Scelba.

Ogni agitazione di lavoratori, che vivevano in condizioni di precarietà e di sfruttamento insostenibili nel quadro di un paese affamato, con le case distrutte, le vie di comunicazione tutte da ricostruire, era vista come la lunga mano della cospirazione comunista in agguato e le “forze dell’ordine” erano chiamate a sparare sui braccianti e sugli operai per difendere una presunta “libertà” minacciata.

Indelebile, sotto questo aspetto, l’eccidio perpetrato da mafia e poteri occulti il 1 Maggio del 1947 a Portella della Ginestra.
Nei soli due mesi prima di Modena, ci sono tre eccidi – Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso – poveri braccianti stroncati dal piombo sul lungo, sanguinoso cammino dell’occupazione delle terre.

Ma non ci sono metodi meno pesanti nel Nord delle industrie, sono considerati illegittimi e perseguibili a colpi di fucile anche gli scioperi a scacchiera o a singhiozzo, il picchettaggio delle fabbriche “serrate” dai padroni, persino la propaganda sindacale. 185mila militi tra poliziotti, carabinieri, guardie di finanza sono pronti in campo, 50mila in più che sotto il regime fascista.

Il massacro di Modena è però come una deflagrazione che scuote tutta Italia. Le Fonderie Riunite sono il cuore della città operaia, e il padrone, il conte Adolfo Orsi, ex boss fascista, pezzo grosso della Confindustria, proprietario di altre fabbriche metalmeccaniche, di grandi imprese commerciali, di cave nel Bresciano, di vasti possedimenti terrieri, è un vero padrone delle ferriere.

Vuole mano libera di cacciar fuori tutti i 565 dipendenti e assumerne quanti gli pare e piace e quando vuole lui; la Commissione interna non gli va e non la vuole; i sindacalisti devono stare fuori dai piedi; la lettera di licenziamento per tutti parte il 3 dicembre, e il 5 dello stesso mese con un’altra missiva fa presente che ne riassumerà nemmeno la metà. Il 19 gennaio parte lo sciopero provinciale, i cortei degli operai marciano con le bandiere, le Fonderie Riunite in “serrata” sono presidiate dalla Celere in armi: 800 militi di rinforzo sono stati chiamati da Bologna.

Affoga nel sangue il governo del 18 aprile“, titola a tutta pagina l’Avanti! del giorno dopo. Il governo del 18 aprile: quello dell’atlantismo, della divisione sindacale, della soggezione agli USA, della crociata anticomunista. Il fondo a firma di Pietro Nenni (PSI e PCI sono ancora legati da una Giunta di intesa, che però si scioglierà di lì a pochi anni), è un violentissimo attacco, politico e morale: «Il governo cattolico di De Gasperi e Scelba non ha neppure la comprensione umana e sociale di un Giolitti. La logica interna della sua politica di fame, di odio, di paura lo ha ormai condotto al delitto in permanenza».

Il servizio da Modena è gridato con gli stessi accenti di esecrazione. «Il gonfalone del Comune di Modena, medaglia d’oro della lotta di liberazione, sventola a mezz’asta dal balcone del palazzo municipale. Il più brutale massacro che sia avvenuto dopo la liberazione, massacro paragonabile soltanto agli indiscriminati eccidi compiuti dai nazisti, ha gettato nel lutto la popolazione modenese».
E Fernando Santi (socialista, segretario generale della CGIL} dalle stesse colonne non esita a dichiarare: «La verità è che a Modena – centro proletario per eccellenza – da due anni le autorità stanno svolgendo un’azione di intimidazione e di illegalità allo scopo di indebolire quel formidabile schieramento proletario».

Tutta l’Italia si leva contro il nuovo eccidio!”; è il titolo a 8 colonne dell’Unità dello stesso giorno, 10 gennaio.

Lo sciopero generale è in atto in tutta Italia, i metallurgici di tutta Italia sono in sciopero per 24 ore, informa il giornale; e il fondo di Pietro Ingrao, sotto il titolo accusatore “Premeditazione” ha questa conclusione: «Bisogna fermare la mano degli assassini e far intendere a chi ne fosse tentato che sulla strada di Crispi e di Mussolini non si torna. I pazzi sono avvertiti».

Non sono soltanto i giornali della sinistra a condannare, Modena è una visione inquietante. Sulla Stampa prendono posizione contro l’eccidio Vittorio Gorresio e Luigi Salvatorelli. «Già sentiamo incalzanti – scrive Gorresio – le interpretazioni che ci parlano di piani di agitazioni nella provincia rossa modenese. Sono frusti argomenti che non esauriscono il problema». Rampognato dal Popolo per aver rilasciato nientemeno che una dichiarazione al settimanale comunista Vie Nuove, Gorresio risponde sul Mondo: «È un ragionamento da caporali e non da uomini politici. Fu concepito dai caporali zaristi il 9 gennaio 1905, quando spararono contro gli operai davanti al palazzo d’inverno dl Pietroburgo».

Gaetano Baldacci sul Corriere della Sera, ha così commentato la pratica delle cariche di polizia: «C‘è una realtà disonorevole per il nostro paese: la rivoltante uccisione di contadini affamati, la Celere come capitolo della scienza economica, mentre i proprietari di immense terre se ne stanno a Roma o a Capri, a intrigare con la politica o con l’alta società». E ” Il mitra facile e la poltrona comoda“; è il titolo del Giornale della Sera.

Ai vivi in nome dei morti “; così il fondo di Sandro Pertini sull’Avanti il giorno prima dei funerali: «Cristo per opera di costoro è oggi nuovamente crocifisso”.

Mercoledì 11 gennaio è il giorno dei funerali. Il quotidiano del PCI invia Gianni Rodari, uno scrittore e un poeta più che un cronista. 300 mila lavoratori ai funerali delle sei vittime“; è il titolo. «La città gloriosa, ammutolita dal dolore e stretta intorno ai suoi assassinati del 9 gennaio si è riempita stamani di passi pesanti che popolavano le sue strade, le sue piazze…»

Dalle otto del mattino alle 8 di sera, tanto è lunga la giornata del grande lutto di Modena «I sei Caduti allineati l’uno a fianco dell’altro nelle bare avvolte in bandiere; uno per uno essi avevano l’espressione contratta del dolore e dello spaventoso stupore in cui li sorprese la morte. I tre ragazzi di 20 anni sembravano ancora vivi e la terribile espressione dei loro volti sembrava dovuta a un sogno angoscioso e passeggero… Sulle fotografie i volti sembravano anche più giovani. Garagnani e Malagoli avevano una luce quasi infantile».

Il discorso di Togliatti muove onde di commozione, si piange tra la folla. Da Modena, da quei funerali di popolo, si leva l’appello per una nuova politica.

Anche dall’estero arrivavano giudizi significativi, come quello espresso da Elisabetta Wiskermann sulla rivista inglese Illustratect «Il governo democristiano ha creato una polizia organizzatissima e violenta (arruolando molti degli appartenenti alla polizia di Mussolini) e così la classe dei ricchi si è sentita sicura“).

Il dopoguerra è stato quello del “centrismo” di De Gasperi, con la pacificazione postfascista e l’approvazione di una Costituzione ancor oggi da applicare in alcune parti fondamentali, la ricostruzione sotto la tutela a stelle e strisce del Piano Marshall, la politica deflazionistica e di contenimento della spesa pubblica di Luigi Einaudi, la polizia del ministro degli Interni Mario Scelba.
Ma è stato anche quello degli operai delle grandi fabbriche del Nord e dei braccianti del Sud.

Non dobbiamo dimenticare questo pezzo della storia del nostro popolo.

La memoria di questi avvenimenti è ancora parte essenziale della nostra ricerca di convivenza solidale, civile, di profonda trasformazione democratica.

Rispetto a questo ricordo incancellabile noi che intendiamo ostinatamente mantenerlo non ci sentiamo per nulla superati dalla storia: anzi, proprio la capacità di conservare la memoria ci offre occasioni, anche adesso, di progettare il futuro. (Dal blog di Franco Astengo)

Elezioni e destre neofasciste: daremo battaglia anche nella tribuna elettorale

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Mentre i governi del PD si adoperano a mettere in pratica le leggi “razziali” Minniti-Orlando, contro migranti e poveri, e le aggressioni imperialistiche in Medio Oriente e Africa, passate presenti e future (Iraq, Afghanistan, Bosnia, Kossovo, Libia, Niger), in territorio italiano si sviluppa su questo brodo di coltura il radicamento delle forze politiche neofasciste.
Radicamento che si lascia appresso una scia di misfatti, minacce, intimidazioni e aggressioni fisiche in continua crescita quantitativa e qualitativa, attivando peraltro una macabra spirale concorrenziale tra i vari soggetti in campo di questa galassia reazionaria: CasaPound, Forza Nuova, Lealtà e Azione, Fronte Veneto Skinhead, Generazione Identitaria, Fiamma Tricolore etc.

Come al solito si confermano, nella prassi degli obiettivi di questi atti, le finalità di queste organizzazioni. Così, colpendo migranti e profughi, fanno leva sulla concorrenza interna alla classe proletaria per ricostruire un irregimentazione delle masse sfruttate nella prospettiva nazionalistica, imperialistica, razzista che accompagna i timori e le aspirazioni di una piccola borghesia in difficoltà e di un ceto medio impoverito e terrorizzato, tanto dalla gran massa di povertà quanto dal grande capitale finanziario e industriale, a cui poi finisce per asservirsi.
Allo stesso tempo si colpiscono i sindacalisti più combattivi, i militanti della sinistra e in particolare di quella antagonista, anticapitalista, rivoluzionaria – come nel caso della nostra compagna e ex candidata a sindaco per Genova Cinzia Ronzitti, attualmente RSU CGIL-FILCAMS impegnata nella vertenza contro la chiusura de La Rinascente – ossia le realtà che più di tutte possono incarnare la reale prospettiva per le masse sfruttate e oppresse, per la classe lavoratrice nel suo complesso e internazionalmente.

Le elezioni politiche si avvicinano, e queste organizzazioni neofasciste cominceranno – e in parte già hanno cominciato – a cercare atti eclatanti, provocazioni, nuove azioni squadriste per lanciare le proprie candidature, liste e organizzazioni.
Una delle prime realtà ad annunciare la propria presenza elettorale sarà proprio CasaPound, con il proprio neosegretario e candidato premier Simone Di Stefano. La stessa CasaPound che ha già macinato notevoli risultati elettorali come il 9% a Ostia, il terzo posizionamento a Lucca, l’elezioni di svariati consiglieri comunali e di municipio, l’adesione formale del sindaco del comune di Trenzano (BS). CPI è tra le realtà più attive e coinvolte nelle aggressioni – di CasaPound erano gli squadristi che tentarono l’atto intimidatorio alla festa genovese del PCL aggredendo la compagna Ronzitti; sempre di CasaPound era Gianluca Casseri, il militante che ammazzò a Firenze Samb Modou, Diop Mor e ferì gravemente Moustapha Dieng.

È ragione di maggior attenzione, decisione e determinazione la presenza alle elezioni di una forza coerentemente antifascista, nel pieno significato che assume quel termine, che deve riassumere in sé la necessità di contrastare le organizzazioni e le ideologie, così come quelle delle forze politiche dominanti che vi danno copertura e che se ne fanno strumento, accompagnando un’aspra battaglia e un duro lavoro per la costruzione di un programma che unisca tutta la classe lavoratrice, senza distinzioni di nazionalità, etnia, religione, orientamento sessuale e genere, in un fronte unico di classe e di massa contro i responsabili della macelleria sociale di cui siamo vittime: le borghesie nazionali e internazionali e i governi, espressione delle tendenze dominanti entro le prime.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, dentro il cartello della lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, si candida a portare avanti questo programma e a contrastare queste organizzazioni su ogni terreno – nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri e anche nelle tribune elettorali – senza mediazioni o titubanze. In questo quindi, invitiamo tutte le organizzazioni della sinistra, tutte le organizzazioni sindacali, tutti i centri sociali, le associazioni locali e nazionali – come l’ANPI e l’ARCI – tutti i militanti e gli attivisti sinceramente antifascisti alla massima attenzione e alla salvaguardia di tutti i compagni e le compagne che in questa campagna elettorale si esporranno sotto le insegne dell’antifascismo e dell’anticapitalismo. Farlo costruendo mobilitazioni, organizzando l’autodifesa militante di scioperi, cortei e comizi, e sviluppando un piano di propaganda e intervento che riduca gli spazi di agibilità di queste organizzazioni dando slancio all’unica reale alternativa per gli sfruttati e gli oppressi: la rivoluzione per il governo dei lavoratori e delle lavoratrici e l’instaurazione del socialismo su scala internazionale, partendo dagli Stati uniti socialisti d’Europa.

3 Gennaio 2018

Partito Comunista dei Lavoratori