INDIVISIBILI – IN MIGLIAIA INVADONO ROMA CONTRO IL GOVERNO E IL DL SALVINI

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Circa cento mila persone in piazza in una giornata densa di significati, tra i vari slogan «no ai respingimenti, alle espulsioni, agli sgomberi. Contro il razzismo dilagante, la minaccia fascista, la violenza sulle donne, l’omofobia e ogni tipo di discriminazione». Da Indivisibili: «abbiamo appreso solo ora dalle agenzie di stampa della morte di un manifestante per un malore. Ci muoveremo immediatamente per capire come e se possiamo essere d’aiuto.

 

10 / 11 / 2018
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10 Novembre 1995: muore il poeta Ken Saro Wiwa

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Membro dell’etnia degli Ogoni, fin dagli anni ottanta Saro Wiwa ne diventò il portavoce, conducendo una feroce e determinata campagna contro le multinazionali (Shell in primo luogo) responsabili di continue perdite di petrolio e conseguenti danni alle colture e all’ecosistema della zona.

Wiwa fu inoltre molto critico nei confronti del governo nigeriano che vedeva riluttante ad avvalorare delle regolamentazioni ambientali per le compagnie petrolifere operanti nell’aerea del delta del fiume.

Presidente del movimento per la sopravvivenza della popolazione Ogoni (MOSOP), Saro Wiwa continuò la sua battaglia per i diritti culturali, ambientali e per dare maggiore autonomia all’etnia della sua famiglia e dei suoi concittadini: nel gennaio 1993, a seguito della sua scarcerazione ottenuta dopo l’arresto e la detenzione avvenuti senza che si fosse svolto alcun processo, il MOSOP organizzò infatti una grandissima manifestazione a cui parteciparono 300.000 Ogoni – più di metà degli abitanti di Ogoniland – attirando l’attenzione di tutto il mondo sull’impegno di questa popolazione.

Lo stesso anno il governo occupò e militarizzò l’intera regione.

Il 21 maggio 1994, quattro oppositori del MOSOP furono brutalmente assassinati; a Saro Wiwa fu negato l’accesso alla città di Ogoniland e venne arrestato e accusato di incitamento alla violenza: egli smentì le accuse che lo vedevano complice dell’omicidio, ma ciò nonostante venne imprigionato per più di un anno prima di essere dichiarato colpevole e condannato a morte da un tribunale speciale.

Il 10 novembre 1995, Ken Saro Wiwa venne impiccato insieme ad altri 8 attivisti del MOSOP.

Nel 1996 Jenny Green, avvocato del Centre for Constitutional Rights di New York avviò una causa contro la Shell per dimostrare il coinvolgimento della multinazionale petrolifera nell’esecuzione di Saro-Wiwa.

Il processo ebbe poi inizio nel maggio 2009 e la Shell subito patteggiò accettando di pagare un risarcimento di 15 milioni e mezzo di dollari. La Shell però precisò che aveva accettato di pagare il risarcimento non perché colpevole del fatto ma per aiutare il “processo di riconciliazione”.

 

Non è il tetto che perde

Non sono nemmeno le zanzare che ronzano

Nella umida, misera cella.

Non è il rumore metallico della chiave

Mentre il secondino ti chiude dentro.

Non sono le meschine razioni

Insufficienti per uomo o bestia

Neanche il nulla del giorno

Che sprofonda nel vuoto della notte

Non è

Non è

Non è.

Sono le bugie che ti hanno martellato

Le orecchie per un’intera generazione

È il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida

Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari

In cambio di un misero pasto al giorno.

Il magistrato che scrive sul suo libro

La punizione, lei lo sa, è ingiusta

La decrepitezza morale

L’inettitudine mentale

Che concede alla dittatura una falsa legittimazione

La vigliaccheria travestita da obbedienza

In agguato nelle nostre anime denigrate

È la paura di calzoni inumiditi

Non osiamo eliminare la nostra urina

È questo

È questo

È questo

Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero

In una cupa prigione.

 

La vera prigione” – Ken Saro Wiwa

8 Novembre 1990: Giuseppe Bonfatti uccide un fascista a Viadana

Il partigiano “Remo”, nato nel 1924, ai primi di Ottobre del 1943 aveva formato con altri giovani la Libera Associazione Giovanile di Mantova.

La sua vita è costellata da avvenimenti: in primo luogo viene arrestato per il lancio di volantini antifascisti, rimanendo in carcere per tre mesi tra il ’43 ed il ’44.

Processato e condannato poi a cinque anni, viene trasferito nel campo di concentramento di Fossoli di Carpi, dal quale riesce a scappare nel Giugno dello stesso anno grazie all’aiuto di un amico.

Entrerà poi nella prima brigata partigiana “Giustizia e Libertà”.

Bonfatti e la brigata hanno il compito di tendere un’imboscata a Fertonani, un comandante delle camicie nere, che però non va a buon fine.

Per questo verrà fatto un rastrellamento, in cui verranno arrestati e inviati al campo di concentramento 35 partigiani.

Inoltre, alla scoperta dell’autore del tentato agguato, verrà fatta una rappresaglia a casa del suddetto.

Una squadra delle brigate nere entra e appicca il fuoco, mentre all’interno si trovavano la madre e le sorelle. Le donne verranno poi picchiate e il bestiame presente all’interno, ucciso.

L’8 Novembre, anni dopo, dopo una lunga permanenza in Brasile, Bonfatti riconosce in un bar del centro di Viadana uno dei volontari della rappresaglia.

Giuseppe Oppici viene invitato ad uscire dal bar, ed ucciso a colpi di piccone, mentre risuonano le parole “Sono tornato apposta per fartela pagare.”

Quando poco dopo Bonfatti viene fermato è calmo, una volta arrivato in caserma si dichiara prigioniero di guerra.

Quando gli viene chiesto perché ha ucciso Oppici, dichiara nuovamente di essere tornato appositamente per vendicarsi dell’oltraggio fatto verso i suoi parenti e verso di lui ed il suo ideale.

Dopo svariate sentenze verrà rimesso in libertà a causa di un cancro al cervello.

Nel periodo di permanenza in carcere continuerà a scrivere ai compagni di Brescia.

Non si dimostrerà mai pentito e con orgoglio continuerà a ritenersi comunista fino alla morte, che lo raggiungerà nel 1995.

Catastrofi clima. Contro l’impotenza, indicare il nemico

Le immagini in arrivo dagli antipodi della Penisola, dal Veneto alla Sicilia, mostrano quanto era già stato reso chiaro dal crollo del ponte Morandi lo scorso agosto.

Catastrofi clima. Contro l’impotenza, indicare il nemico

Ovvero, che l’Italia è un paese seduto su una bomba a orologeria, quella di un mix decennale di disinvestimento sulle opere utili e di mancata prevenzione rispetto ai disastri ambientali.

In questo caso è sì utile parlare di realismo capitalista, citando Fisher. Da questo punto di vista, in mancanza di lotte sociali ampie sul tema dell’uso delle risorse, la situazione è destinata ad andare sempre verso il peggio, o quantomeno a rimanere in stallo.

Non c’è da aspettarsi alcun ritorno di un capitalismo etico, o di una prospettiva di rinnovamento e rigenerazione dall’alto di un pianeta sempre più prostrato da due secoli di iper sfruttamento umano come delle risorse territoriali.

Perché oggi come oggi, il capitalismo della shock economy è basato proprio sulla possibilità che la tragedia si crei, per poterci poi guadagnare. In questo senso nel nostro paese poco è cambiato da Bertolaso a oggi. Ma è una dinamica globale, in cui ogni giorno ad ogni angolo del pianeta c’è un disastro differente.

L’interesse alla massimizzazione degli utili, al profitto prima di ogni cosa stravolge lo sguardo di lungo periodo sul cui l’ingenuità degli apologeti del “capitalismo verde” continua a posarsi.

È una questione soprattutto di classe. Le differenze nella distribuzione della ricchezza permettono a pochi di potersi permettere anche il diritto alla sicurezza rispetto alla devastazione ambientale, mentre milioni di persone in Italia vivono in aree soggette a rischio idrogeologico.

Se c’è un ambientalismo da salotto, come affermato da Salvini nell’ennesima dichiarazione da titolone sui giornali, è quello di chi non capisce che ormai capitalismo e riproduzione ambientale vanno da due direzioni diverse.

Certo, andrebbe capito come riuscire a fare pagare ai responsabili di queste tragedie il prezzo dei loro comportamenti. Quel Salvini che si scaglia in stile trumpiano contro gli ambientalisti è lo stesso che tramite la Lega governa il Veneto da 23 anni. Riuscire in casi come questi ad uscire dalla retorica dell’impotenza di fronte al disastro è fondamentale, al fine di poter poi indicare politicamente il nemico.

Le dichiarazioni di Salvini fanno venire il sangue agli occhi, quasi quanto quelle di chi di fronte ad una situazione come questa riesce ancora a parlare di costruire la TAV in Val Susa. Oppure di cementificare nuove aree invece che di redistribuire il patrimonio immobiliare esistente.

Ma perché queste retoriche anche di fronte a queste tragedie non si placano? Per un semplice motivo: non c’è “sviluppo” senza grandi opere inutili, ovvero senza grandi commesse ai grandi gruppi industriali che hanno sequestrato il diritto di scegliere da parte degli uomini e le donne che vivono i territori. Qui si, There Is No Alternative.

In quest’ottica vanno letti gli appelli appelli alla costruzione di relazioni e mobilitazioni su questo tema, così come le lotte che si sviluppano in territori come la Terra dei Fuochi, presa in giro – come sempre – anche oggi come tutto il sud (vedi TAP) dal CinqueStelle e dal Ministro Costa.

O si abbatte questo modello di sviluppo, o quello che stiamo vedendo è purtroppo solo l’inizio.

Approvato in Senato il decreto sicurezza

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Il Senato ha dato via libera al decreto Sicurezza con 163 Sì, 59 no e 19 astenuti. I presenti sono stati 288, i votanti 241.

Un’aggressione giuridica senza precedenti contro il diritto di asilo, riconosciuto dalle convenzioni internazionali e dalla Costituzione. Un messaggio politico carico di rancore e razzismo che precipita sulla vita di ogni di giorno di migliaia di persone.

Il “decreto Salvini”, 43 articoli, noto perché cancella il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie e perché lede i diritti di chiunque voglia manifestare il proprio dissenso, è stato dunque approvato sia alla camera che in senato

Quattro Senatori del M5S (De Falco, Nugnes, Fattori e Montero) non hanno votato il decreto e sono usciti dall’aula. Ma all’appello mancano i voti di altri quattro senatori del M5S: si tratta di Vittoria Bogo Deledda e Michele Giarrusso (che però erano in congedo dunque assenti giustificati), Virginia La Mura (assente ma che aveva firmato alcuni emendamenti al decreto assieme a De Falco) e l’ex M5S Carlo Martelli( che si è astenuto).

Contro il decreto hanno votato il Partito Democratico, Liberi e Uguali e le Autonomie. A destra invece Forza Italia, che ha dichiarato di apprezzare il contenuto del provvedimento, è uscita dall’aula al momento del voto. Mentre Fratelli d’Italia, pur sostenendo il provvedimento sull’immigrazione, ha scelto l’astensione.

Contro il Decreto Salvini, sabato 10 novembre è stata convocata una manifestazione nazionale a Roma da parte di numerose organizzazioni e associazioni antirazziste. Gli organizzatori affermano di voler scendere in piazza “contro gli attacchi del governo, a cui Minniti ha aperto la strada, contro l’escalation razzista e il decreto Salvini che attacca la libertà”. Le associazioni promotrici richiedono quindi il “ritiro immediato del Decreto immigrazione e sicurezza e del disegno di legge Pillon”. Mentre si dichiarano a sostegno di “accoglienza e regolarizzazioni e in solidarietà al sindaco di Riace Mimmo Lucano”. Fra i punti qualificanti del corteo romano vi è anche l’opposizione ai “respingimenti, espulsioni, sgomberi e alla minaccia fascista”.

Il Decreto Salvini E Il Reato Di Blocco Stradale

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Il 5 ottobre scorso, il giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, è entrato in vigore il decreto legge 113/2018, il cosiddetto decreto Salvini sulla sicurezza, che, in particolare sul tema dell’immigrazione, rappresenta una ulteriore pesante regressione rispetto ai diritti dei migranti e ai principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.

Nonostante la pluralità e la eterogeneità delle norme contenute nel decreto, è possibile appezzare una sua coerenza interna, del tutto in sintonia con la scelta governativa di orientare e direzionare il disagio sociale, indotto dalla crisi e dai tagli alla spesa sociale, verso specifiche categorie di soggetti, i migranti, gli occupanti di case, chi protesta per le strade.

Nelle pieghe del decreto, infatti, recuperando lo spirito di un paio di proposte di legge presentate da alcuni parlamentari del centro-destra nella scorsa legislatura, vi sono anche delle norme che si occupano del blocco della circolazione su strade e autostrade.

Viene reintrodotto il reato di blocco stradale (che era stato depenalizzato nel 1999), sanzionato, se il fatto è commesso da più persone, con la pena della reclusione da 2 a 12 anni.

Si stanno celebrando in queste settimane alcuni processi per i blocchi effettuati sull’autostrada Torino – Bardonecchia nel febbraio-marzo 2012, dopo la caduta di Luca Abbà da un traliccio dell’alta tensione, e nell’agosto 2013.

Si è trattato di vicende a cui hanno partecipato centinaia di persone, nell’ambito di manifestazioni che esprimevano, le une, la rabbia per quanto accaduto a Luca e per la militarizzazione crescente della Val di Susa, le altre, la volontà di impedire l’arrivo di alcuni componenti della talpa che doveva effettuare i lavori nel tunnel geognostico di Chiomonte.

Bene, se quelle manifestazioni venissero fatte oggi, i partecipanti rischierebbero pene elevatissime e, con ogni probabilità, l’applicazione di misure cautelari, visto i criteri guida utilizzati negli ultimi anni dagli uffici giudiziari torinesi. Tutto ciò in perfetta armonia con le roboanti dichiarazioni, ahimè quasi giornaliere, del ministro dell’interno, che sembra avere in odio qualsiasi forma di protesta o di conflitto sociale.

Non è il caso di gridare allo scandalo.

Soprattutto se si confronta tale riforma con le ripetute prese di posizione di un governo che spara ad alzo zero sulle occupazioni di case, che si contrappone con ferocia all’esodo dei migranti, che trasforma in crimine umanitario il salvataggio di disperati in fuga dalle proprie case, che ogni giorno ci permette di constatare come l’umanità, il senso di solidarietà e di giustizia continuino pericolosamente ad arretrare nella coscienza degli italiani.

Siamo di fronte all’ennesimo giro di vite che produrrà un po’ di carcere in più per gli appartenenti ai movimenti sociali, che dovranno fare i conti con una repressione resa più intensa ed efficace da norme come questa.

Ciò nonostante, vale la pena di segnalare come siano evidenti i profili di incostituzionalità della nuova disposizione legislativa, non solo perché fanno difetto i requisiti di necessità urgenza connaturati all’emanazione di un decreto legge, non tanto per lo scarso nesso funzionale tra la norma in questione e i contenuti e le finalità dello stesso decreto, quanto, soprattutto, per l’adozione di minimi e di massimi edittali assolutamente spropositati, in rapporto alla finalità rieducativa della pena, prevista dal terzo comma dell’art. 27 della Carta costituzionale.

In diverse pronunce la Corte Costituzionale si è espressa in passato nel senso che tale finalità costituisca “una delle qualità essenziali e generali che caratterizzano la pena nel suo contenuto ontologico, e l’accompagnano da quando nasce, nell’astratta previsione normativa, fino a quando in concreto si estingue”, il che richiede una costante proporzione tra quantità e qualità della sanzione e offesa del bene giuridico tutelato.

In particolare, secondo La Corte “la palese sproporzione del sacrificio della libertà personale” provocata dalla previsione di una sanzione penale manifestamente eccessiva rispetto al disvalore dell’illecito “produce … una vanificazione del fine rieducativo della pena prescritto dall’art. 27, comma 3°, Cost., che di quella libertà costituisce una garanzia istituzionale in relazione allo stato di detenzione”.

Nel caso del nuovo di reato di blocco stradale è prevista la possibilità di irrogare delle pene detentive, come detto da 2 a 12 anni, ben più alte di quelle previste per reati che, secondo la coscienza collettiva, appaiono sicuramente più gravi.

Basti pensare, saltando di fiore in fiore, che per i partecipanti ad un’associazione per delinquere il nostro codice penale prevede sanzioni da 1 a 5 anni di reclusione, per i capi e promotori da 3 a 7, per un attentato ad impianti di pubblica utilità da 1 a 4, per l’adulterazione di cose in danno della pubblica salute da 1 a 5.

Il massimo edittale di 12 anni, indicato nel nuovo reato di blocco stradale è uguale a quello di chi recluta o induce alla prostituzione dei minorenni o di chi commette violenza sessuale contro un minore di 14 anni o di chi compie violenza sessuale di gruppo. E’ più alto di quello del reato di sequestro di persona, della rapina semplice, della violenza sessuale su un adulto.

Inoltre, per il reato di blocco stradale non sarà possibile far ricorso a quegli istituti, non facilissimi da collocare sul piano sistematico ma di sicura natura deflattiva e spesso assai vantaggiosi sul piano difensivo, quali la messa alla prova e l’esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto.

Ciò a causa dei limiti edittali, particolarmente elevati, previsti nella nuova fattispecie, con il paradosso che, ad esempio, per reati come la resistenza aggravata contro le forze dell’ordine (come il lancio di sassi nel corso di una manifestazione) il secondo istituto sarebbe astrattamente applicabile, pur essendo il fatto, in tutta evidenza, più grave di un semplice blocco stradale.

Il conformismo, lo scarso coraggio interpretativo che allignano di questi tempi nella magistratura italiana non consentono di sperare che si giunga in tempi brevi ad una dichiarazione di incostituzionalità della norma.

Inutile dire, poi, che, con ogni probabilità, la lettura che di essa daranno le Questure, prima, e le Procure, successivamente, potrebbe estendere ulteriormente il suo ambito di applicazione, soprattutto in relazione alle manifestazioni che si tengo nei centri urbani.

Non resta che sperare in un sussulto di dignità di quei parlamentari che dovranno votare nei prossimi mesi per la conversione del decreto in legge.

Ma anche questa, visti i maneggi, le retromarce, i compromessi governativi di questi giorni, appare una pia illusione.

Sui siti No Tav si è detto in più occasioni che non esistono governi amici.

Un governo che approva norme di questo tipo, che coltiva con pervicacia una prospettiva di incremento della repressione verso i movimenti appare un governo che, nei fatti, si muove in una logica di ostilità nei confronti delle lotte e del conflitto sociale. Con buona pace di tutti coloro che, approdati in sedi istituzionali, continuano a sostenerlo, pur avendo condiviso e/o apprezzato in questi anni le ragioni delle mobilitazioni No Tav.

Avv.Claudio Novaro

Arrivederci alla prossima emergenza!

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Ma qualcuno direbbe che anche questo ritardo è tutta colpa degli ambientalisti da salotto. Qualcuno come la Lega che ha Governato il Veneto negli ultimi decenni ed ha portato la Regione in testa all’hit parade mondiale di consumo di suolo con un volume record di capannoni dismessi di oltre 21 milioni di metri quadri e, come sottolinea l’ultimo rapporto Ispra, ben 580 siti contaminati. Di investire in bonifiche non se ne parla nemmeno. Meglio dare i soldi ai cacciatori, che non sono “ambientalisti da salotto”. E nemmeno guardie forestale. Tanto per citare una categoria di lavoratori che ha subito tutti i tagli possibili, che all’ambiente potrebbe essere soltanto che utile ma che il presidente della Regione, Luca Zaia, si rifiuta anche di incontrare. 

Ci stiamo preparando ad affrontare la subentrante epoca del nuovo clima con i pantaloni abbassati e senza un soldo per le bretelle.
Viene anche da domandarsi come si faccia ad essere così cialtroni. E la risposta è semplice: perché conviene. Naomi Klein l’ha battezzata “shock economy”. Per un certo modello di economia – lo stesso che ci ha regalato i cambiamenti climatici – è più remunerativo ricostruire che riparare. Mettere a norma di sicurezza  una scuola costa meno che realizzarne una tutta nuova. E, vista così, non è nemmeno un caso che la Regione Veneto abbia stanziato più soldi per i presepi che per gli standard antisismici. Ma dall’Aquila terremotata alla Siria in guerra, dai disastri ambientali a quelli causati direttamente dall’uomo, l’economia che marcia e che fa guadagnare di più è quella della ricostruzione dopo la devastazione. La messa in sicurezza idrogeologica dei nostri fiumi ha il difetto di costare troppo poco. La finanza è un animale predatorio e si nutre di più a realizzare una nuova villa abusiva, magari esattamente nello stesso posto in cui la piena aveva spazzato via la precedente. Tanto poi si può sempre contare in uno di quei condoni in stile “e allora il piddi?” per i quali i 5 Stelle sono una garanzia. Perché a cambiare una guarnizione si guadagna di meno che sistemare una cantina allagata. 

Lo sanno gli idraulici e lo sanno anche i nostri politici. Il giro di soldi che sta dietro una catastrofe va tutto a loro vantaggio. E non parliamo solo di eventuali tangenti. I disastri e le ricostruzioni portano clientele e visibilità che si traducono in consenso elettorale. Programmare interventi di risistemazione ambientale che, per forza di cose, devono essere studiati a lungo termine, no. Se poi questi interventi prevedono l’abbattimento di strutture abusive, la limitazione del traffico su strada, la lotta agli sprechi domestici, la riconversioni di fabbriche inquinanti, l’applicazione di politiche atte a limitare i cambiamenti climatici e altre cosa da “ambientalisti da salotto”, stiamo anche certi che di voti se ne perdono!

Ma a proposito di cambiamenti climatici, sapete dirmi quanti euro sono stati destinati su questo fronte nella “finanziaria del popolo”?
Bravi! Proprio così. Zero su zero!
Ci vediamo alla prossima emergenza maltempo!  

La grande balla delle penali per TAV, TAP, ecc.

Ogni giorno viene sparata dalla grande stampa una cifra nuova per le presunte penali da pagare in caso di interruzione dei lavori per il TAV o l’oleodotto TAP. Non è una novità, ad esempio l’argomento era stato usato da decenni ogni volta che si discuteva se fermare il Ponte sullo Stretto, e aveva un minimo di fondamento, dato che nei contratti di appalto era previsto sempre un indennizzo in caso di non completamento dei lavori (che per giunta era facilmente prevedibile e probabilmente preventivato, essendo poco verosimile che si portasse a termine un’opera così insensata e pericolosa in zona soggetta a terremoti catastrofici). Ma quella penale non era così enorme come quella annunciata da Di Maio e gonfiata poi da Conte, che è assurdamente superiore al costo dichiarato dell’opera, e non era prevista da nessuna gara d’appalto. Ma non è tutto, dall’informazione sulla necessità dell’opera sono spariti molti “piccoli particolari”: ad esempio che Trump aveva fatto a Conte una richiesta formale di sostituire petrolio e gas russi (già più che sufficienti per le necessità italiane) con quelli dell’Azerbaigian. Anche alla Merkel Trump ha chiesto – nel quadro della trattativa sui dazi – di acquistare gas statunitense invece di quello russo, indipendentemente dal costo e come “prezzo da pagare” per migliorare i rapporti. Un governo molto servizievole, quindi, che a torto era sospettato di “sovranismo”…

Ancor meno si è detto che la richiesta dei NO TAP (appoggiati in questo anche dal governatore della Puglia) non era la soppressione dell’oleodotto, ma lo spostamento del suo terminale di una cinquantina di chilometri, portandolo cioè all’interno della zona industriale di Brindisi, dove non modificherebbe la destinazione dell’area: il gas arriverebbe direttamente via mare anziché via terra (come accadrebbe comunque col progetto attuale, che dovrebbe avere anche una deviazione – via terra – per Taranto e un’altra per Cerano, alle porte di Brindisi). La variazione di costo sarebbe insignificante, e la zona più bella del litorale adriatico del Salento sarebbe salva.

Strano che nessuno abbia notato un assurdo: non ci sarebbe affatto bisogno di altro gas se fosse vero che ci s’impegna a ridurre drasticamente i combustibili fossili nei prossimi anni, come promettono quasi tutti i governi europei soprattutto in occasione di catastrofi “naturali” attribuibili al riscaldamento globale. Non si capisce comunque perché tanto accanimento nel voler imporre a una popolazione intera lunghi lavori che sconvolgerebbero un ambiente naturale bellissimo e già minacciato dalla crisi degli ulivi secolari attaccati dalla Xilella (che secondo l’UE dovrebbero essere semplicemente estirpati e non curati come sostengono invece molti coltivatori locali). O si deve pensare che dietro ci sia altro, cioè ci sia qualcosa di analogo a quanto emerso già un paio d’anni fa, con la scoperta di tangenti milionarie pagate dal governo di Baku a politici italiani per tutelare la sua immagine? [https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/25/corruzione-tangente-da-due-milioni-dallazerbaijan-indagato-a-milano-ex-udc-volonte/2859414/ ]

Il movimento NO TAP aveva appoggiato ingenuamente il M5S e ora pensa di essere stato tradito. In realtà sulla questione dell’oleodotto come su gran parte delle misure adottate dal governo il M5S paga il prezzo dell’alleanza pericolosa e asimmetrica con un partito ben strutturato e ben inserito nelle istituzioni come la Lega, che sta vincendo facilmente ogni conflitto con la pattuglia di dilettanti allo sbaraglio che credono di poter contrastare l’influenza crescente della abile propaganda di Salvini con le ridicole esaltazioni della “portata storica” di qualsiasi modesta misura annunciata, senza capire che la viscosità del potere reale potrà vanificarla facilmente. L’inconsistenza e la debolezza della maggior parte dei rappresentanti dei cinque stelle dipende dalla loro insufficiente analisi della società italiana, che ha visto come nemico solo la “casta”, a cui è stato magari facile fare il dispetto del taglio dei vitalizi (utile propagandisticamente ma insignificante come ricavato), mentre i nuovi inquilini dei palazzi del potere erano del tutto impreparati a fare i conti sia con la continuità dello Stato borghese indipendentemente da chi occupa le poltrone ministeriali, sia con la rappresentanza diretta dei cosiddetti “poteri forti” all’interno dello stesso governo. Le alte grida contro i presunti “complotti” di Mario Draghi o di Tito Boeri quando preannunciano pressoché automatiche reazioni dei “mercati” a misure sgradite sono rivelatrici di questa incapacità di comprensione delle regole del gioco incautamente accettate.

Ovviamente non ho dubbi che la casta sia nociva, ma lo è soprattutto perché è funzionale al capitalismo, che è responsabile dell’appropriazione e del saccheggio dei beni comuni, ma questo sfugge totalmente al M5S. E le giustificazioni date da Di Maio o dalla Lezzi sulla vicenda dell’oleodotto degli ulivi, al di là delle tenaci proteste dei cittadini interessati, prefigurano una rinuncia totale a qualsiasi cambiamento, una volta accettate le regole del gioco, fingendo che non siano truccate. Infatti ogni atto di un nuovo governo o di una nuova maggioranza in un comune o in una regione sarebbe condannato a ricalcare quelli della maggioranza precedente, che ovviamente aveva già agito e predisposto contratti e appalti, sulla cui intoccabilità è già pronta a sentenziare gran parte della magistratura. Solo con un’impostazione radicalmente anticapitalista è possibile sfuggire a questa morsa mortale: se c’è sempre un giudice pronto (magari anche in buona fede) a dichiarare nullo un esproprio o la rescissione di un contratto con un’impresa che ha lasciato senza manutenzione un ponte da anni logorato, e che per giunta pretende una penale che si è premunita di far inserire in una clausola segreta del contratto, l’unica risposta è la mobilitazione della popolazione sdegnata intorno alla denuncia politica del crimine permesso da un uso iniquo di una legge ingiusta, senza accettare come sacra ogni decisione delle istituzioni, magistratura inclusa. Senza riuscire a concepire questo gesto di rottura, il M5S finirà stritolato in poco tempo dall’alleanza tra la Lega (che non è solo la propaganda razzista di Salvini), la Confindustria e i boiardi delle partecipate. Sulla questione del Ponte Morandi si è già visto l’aperitivo, con l’affidamento di compiti di commissari straordinari a Toti e Bucci, entrambi difensori dell’ordine e dei capitali Benetton, e anelli di congiunzione con quanto rimane intorno a Berlusconi, che non è molto ma sufficiente a preparare una bella sorpresa elettorale agli sprovveduti grillini. Lo sbilanciamento pressoché unanime della grande stampa che concentra in ogni occasione il fuoco sul M5S, ed è sempre più silenziosa o benevola verso la Lega, fa capire qual è l’obiettivo: arrivare a un governo di unità nazionale che garantisca la continuità con le politiche consolidate da almeno tre decenni e che una parte dell’elettorato aveva creduto di poter respingere con un voto di protesta.

(a.m.)

PS Una ulteriore conferma: l’esitante tentativo del M5S di mantenere l’appoggio promesso ai NO TAV con una delibera del consiglio comunale di Torino, è stato bombardato oggi da uno schieramento compatto di stampa e di TV, con livelli di faziosità paragonabili ai peggiori esempi del passato: ad esempio dando voce solo ai sostenitori del TAV, intervistati a bizzeffe e sostenuti anche da una dichiarazione del leghista Giorgetti, mentre della contemporanea manifestazione dei NO TAV non si riportava neppure una parola.

http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=3017:la-grande-balla-delle-penali-per-tav-tap-ecc&catid=20:ipocrisie-e-dimenticanze&Itemid=31

Sherwood Open Minds | ¡Que Corra La Voz! Chiapas, Messico, Mondo

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torna domenica 4 novembre Sherwood Open Minds, la trasmissione di radio Sherwood aperta al pubblico che tratta temi di approfondimento politico, con tanti ospiti dal vivo. Quest’anno l’evento, che ci accompagnerà ogni prima domenica del mese, è organizzato insieme a SherBooks – La libreria di Sherwood.
Il primo appuntamento è dedicato al Chiapas e al Messico.

▂ ▃ ▅ ▆ ▇ PROGRAMMA ▇ ▆ ▅ ▃ ▂

►ore 19:00 «¡Que Corra La Voz! Chiapas, Messico, Mondo», con Miria Gambardella (20zln), Luca Martinelli (giornalista), Christian Peverieri e Camilla Camilli (Associazione Ya Basta! Êdî bese!)

►ore 20:00 Aperitivo e cena con specialità messicane (i fondi raccolti andranno a sostenere il progetto di potenziamento del segnale delle radio comunitarie, Radio Despertar, Radio Móvil e Radio San Pedro nel Caracol Hacia la Esperanza de La Realidad https://www.produzionidalbasso.com/project/viaggio-in-messico-la-voz-de-los-de-abajo-luglio-2018/)

► ore 21:30 Kuranderos, poesie e musica dall’America Latina con Camilo Lihué e Raúl Rivero

▂ ▃ ▅ ▆ ▇ DESCRIZIONE ▇ ▆ ▅ ▃ ▂
► Nel corso della trasmissione «¡Que Corra La Voz! Chiapas, Messico, Mondo» discuteremo, insieme agli ospiti, dell’attualità della rivoluzione zapatista, e in generale dell’autonomia indigena, nell’attuale quadro politico messicano. Un quadro oggetto di profonde trasformazioni sia sul piano politico, in particolare in seguito alla vittoria di Andrés Manuel López Obrador – il cui mandato entrerà in vigore il 1 dicembre – alle elezioni presidenziali dello scorso luglio, sia sul piano sociale, per via della centralità del Paese negli imponenti flussi migratori che da tutto il centro America cercano di raggiungere gli Stati Uniti. È di questi giorni la notizia dello sfondamento, da parte di migliaia di migranti onduregni, della frontiera meridionale del Messico. Proprio a novembre si tiene il Forum Sociale delle Migrazioni a Città del Messico, che quest’anno avrà una grandissima importanza, proprio in vista dell’insediamento di Obrador alla presidenza del Paese.

► Aperitivo e cena con specialità messicane: Aperitivo con salse messicane, guacamole (con avocados di provenienza Mexico) e nachos. Piatto unico con tortillas vegetariana (tinga poblana de hongos) o di carne con achiote e chile chipotle ahumado, Frioles refritos e riso alle verdure. Aqua de flor de jamaica, e arroz con leche mexican (pudding al riso) con cannella e vaniglia della foresta calda e umida della Chinantla una provincia della regione di Oaxaca

► “Kuranderos” è un progetto musicale che dà nuova vita alle poesie di Lihue Camilo Rivero Méndez tratte dal libro “Un viaje dentro de un viaje. Cuentos, Prosas Y Relatos Insurgentes”. La raccolta di Camilo nasce come annotazione di viaggio, con alla radice un’esperienza vissuta in Chiapas. Qui il giovane autore argentino si ritrova immerso in una realtà nuova, dove la comunità indigena Maya e la lotta del movimento Zapatista s’intrecciano in una miscela affascinante e suggestiva. Con le sue poesie Camilo prova recuperare la parola perduta di un popolo troppe volte dimenticato da stati e governi, evocandone le cerimonie e i rituali antichissimi. Ad accompagnarlo in questo viaggio c’è anche Raúl Rivero, padre di Camilo, nonché voce e chitarra di “Kuranderos”. Secondo il duo, musica e poesia possono contribuire al benessere del corpo e della mente: “Kuranderos è una nascita cosciente come esseri umani, che scelgono di essere cura e non malattia per la Madre Terra”.
Per seguire meglio lo spettacolo, sarà disponibile per il pubblico una traduzione a stampa del libro di Camilo. Le traduzioni italiane sono a cura di Giulia Tusset.

FIGLI PER LA PATRIA

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Nell’ultima bozza della legge di bilancio è previsto che il governo concederà terreni gratis e in cambio chiederà di fare un terzo figlio tra il 2019 e il 2021.

Nel tentativo di implementare la crescita demografica e il ripopolamento delle campagne nella bozza della «manovra del popolo» ieri è spuntata una norma che punta alla riscoperta della famiglia contadina e garantisce la concessione gratuita di terreni demaniali agricoli per almeno 20 anni. Previsto anche un mutuo ventennale a tasso zero fino a 200 mila euro per l’acquisto della prima casa a chi vorrà insediarsi per coltivare i terreni nelle vicinanze.

Sembra, come scrivono alcuni, un ritorno alla memoria della battaglia del grano nel ventennio.

 

Questo provvedimento si alimenta, e alimenterà a sua volta evidentemente, dell’attacco al diritto d’aborto, della concezione di una famiglia quanto più conservatrice, del ruolo della donna come sfornatrice di figli.