Il Garante per i detenuti boccia il decreto immigrazione e sicurezza

Casa originale dell’articolo Cronache di ordinario razzismo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/garante-dei-detenuti-decreto-immigrazione/

L’articolo 13 della costituzione reca come titolo: “La libertà personale è inviolabile”. Nel sintetizzare il parere del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale sul testo del decreto immigrazione e sicurezza, è utile ricordare quel titolo. L’altro elemento da tenere a mente riguarda il fatto che quel decreto stabilisce limiti alla libertà di persone che  non hanno commesso reati. La legge prolunga i termini in cui è possibile trattenere persone prive di documenti per stabilirne l’identità e la nazionalità.

Il Garante interviene sulla materia perché tra i suoi compiti istituzionali c’è il monitoraggio dei luoghi in cui le persone vengono rinchiuse e quello del monitoraggio dei rimpatri forzati. Ricordiamolo ancora una volta: molti rimpatri avvengono semplicemente perché viene negata la richiesta di asilo e le persone non hanno altro titolo per rimanere sul territorio italiano. Il rispetto dei diritti umani di queste persone, che vale naturalmente anche per i detenuti che hanno commesso reati, in questo caso è cruciale. Cosa dice il parere? In estrema sintesi che diversi punti del decreto voluto con tanta forza dal ministro degli Interni presenta diversi lati oscuri che destano, come si legge nelle 18 pagine inviate alla Commissione Affari costituzionali del Senato, “forte preoccupazione”. Vediamo perché.

La prima preoccupazione deriva dal prolungamento del limite massimo di permanenza nei centri di detenzione per il rimpatrio fino a 180 giorni (che sono sei mesi). L’idea del decreto legge è la seguente: siccome non riusciamo a espellere tutti coloro che hanno ricevuto un decreto in base al quale devono lasciare il territorio italiano, li tratteniamo più a lungo così da smaltire gli arretrati. Funzionerebbe? I dati del Ministero, spiega il garante, indicano che no, non funzionerebbe. Se dal 1998 a oggi i termini di trattenimento sono passati da 30 a 180 giorni e persino a 18 mesi, la percentuale di persone rimpatriate rimane sempre uguale. I dati forniti dal Garante che qui riportiamo sono inequivocabili:

2011: 50% (max sei mesi/18 mesi)
2012: 50,6 %(max 18 mesi)
2013: 50% (max 18 mesi)
2014: 55 % (max 18 mesi/90 gg)
2015: 52 % (max 90 gg)
2016: 44% (max 90 gg)
2017: 59 % (max 90 gg)

Ammesso e non concesso che la cosa migliore per l’Italia sia rispedire tutti “a casa loro”, dunque, non è tenendo chiuse queste persone nei centri di permanenza che questo accadrà. Il Garante, tra l’altro segnala come oltre ad allungare i tempi di trattenimento, il testo non preveda alcuna spesa aggiuntiva. Mentre “a un’estensione dei tempi di permanenza all’interno dei Centri dovrebbero accompagnarsi misure dirette a garantire un aumento e una diversificazione delle attività a favore delle persone trattenute”.

Riguardo all’articolo 3 che allunga i tempi di trattenimento per la verifica della cittadinanza, il Garante segnala 5 elementi critici.

– Si tratta di una situazione nella quale si trova la maggior parte dei richiedenti asilo e la norma non stabilisce quali debbano essere i criteri per privare della libertà le persone che non hanno documenti. Troppo viene lasciato alla discrezionalità (e arbitrarietà) dell’autorità di pubblica sicurezza.

– Il testo non dice nulla su come debba avvenire la limitazione della libertà all’interno degli hotspot e degli hub regionali. E queste strutture non sono regolate da un’altra legge: sono dunque “strutture detentive senza una specifica regolazione delle condizioni di trattenimento delle persone ivi ospitate” (che, ricordiamolo, non hanno commesso reati).

Gli hotspot sono pensati come luoghi di permanenza temporanea breve e sono materialmente inadeguati a ospitare persone per tempi medio-lunghi.

– Il tempo di trattenimento non è ragionevole: “dal punto di vista pratico la misura per verificare l’identità è la consultazione di banche dati quali Eurodac, Interpol e simili, un’attività che non sembra necessitare di tempi così lunghi”.

– Secondo il Garante la norma deve esplicitamente escludere i minori. E non lo fa.

Nell’articolo 4 della legge si parla di esecuzione rapida dell’espulsione spiegando che le persone in attesa possono essere trattenute in “strutture diverse e idonee”. Quali sono? Che condizioni debbono avere? E se non rientrano nel mandato del Garante – come è il caso – chi vigila sulle condizioni di trattenimento in quei “luoghi idonei“? Quei luoghi vanno individuati, mappati, devono ottenere un giudizio di idoneità (spazio, aria, riposo, bisogni primari, possibilità di fare esercizio).

Il Garante fornisce anche una serie di rilievi sul Titolo II della legge in materia di DASPO e libertà di movimento che ne discende, sull’uso dei Taser e sull’inasprimento delle pene in caso di blocco stradale e occupazione di immobili. In questo ultimo caso ad essere contestata è la proporzionalità della pena.

 

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Gabbie – Voci dai CPR | Capitolo 2°: Diego

Un documentario prodotto da Melting Pot Europa e Borders of Borders in collaborazione con la campagna LasciateCIEntrare

Diego è il secondo capitolo del documentario “Gabbie – Voci dai C.P.R.“, una serie di interviste realizzate a persone che sono state trattenute dentro i famigerati Centri di Permanenza per il Rimpatrio, gli ex centri d’identificazione ed espulsione (C.I.E.).

Diego, il protagonista del video, è arrivato in Italia per amore tanti anni fa, è sposato e vive nella città di Grosseto. Dal Congo alla Toscana, la storia di Diego potrebbe essere la storia di tanti di noi: l’amore, il viaggio, le ingiustizie, gli errori e le lezioni di una vita a volte forse troppo dura.
La sua permanenza in Italia è scandita da alcuni episodi che lo fanno diventare un bersaglio degli abusi in divisa: ogni pretesto è buono per fermarlo, lui è visibilmente uno “straniero”, il nuovo arrivato. In un’occasione viene addirittura arrestato e picchiato per uno scambio di persona.
In agosto, nonostante sia inespellibile, e dopo ore di attesa in Questura, viene portato nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Potenza. Rinchiuso dentro questo “buco nero dei diritti” solo la caparbietà di sua moglie e il supporto della campagna LasciateCIEntrare gli evita una lunga permanenza e conseguenze peggiori.

Cosa sono i C.P.R.?

I C.P.R. (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) sono strutture detentive dove vengono reclusi i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno. Dalla relazione del Garante, nel 2017 sono stati privati della libertà 4.087 migranti, un trend in aumento rispetto ai 2.984 del 2016.

La detenzione amministrativa in Italia è stata istituita nel 1998 con la legge Turco-Napolitano, conosciuta come Testo Unico sull’immigrazione: sono passati 20 anni e da allora è cambiato l’acronimo con cui sono nominati i centri (da C.P.T. a C.I.E. fino agli attuali C.P.R.), i tempi di detenzione (il nuovo DL Salvini prevede 180 giorni, in alcuni casi particolari fino a un massimo di 12 mesi), il numero di strutture presenti nel paese – al momento 5 (Bari, Brindisi, Roma – Ponte Galeria, Torino, Potenza – Palazzo S. Gervasio). Invariate rimangono le condizioni di questi “luoghi orribili” e le segnalazioni di pesanti abusi e violazioni dei diritti nei confronti di persone che si ritrovano, da un momento all’altro, recluse.

Il neo-ministro dell’interno Salvini, confermando l’impianto repressivo della legge Minniti-Orlando, si appresta ad aprire un C.P.R. in ogni regione per una capienza complessiva di 1.600 posti. Il DL n. 113 del 4 ottobre 2018 ha aumentato il periodo di detenzione portandolo a ben 180 giorni. Ora è previsto l’iter parlamentare per la sua conversione in legge.

Dentro questo “buco nero dei diritti” potrebbero scomparire uomini e donne che fino al giorno prima stavano in mezzo a noi.

Crediti

Gabbie – Voci dai C.P.R.

Un documentario a capitoli prodotto da Melting Pot Europa e Borders of Borders in collaborazione con la campagna LasciateCIEntrare.

Autori: Raffaello Rossini, Stefano Bleggi
Regia, Fotografia, Montaggio, Musica: Raffaello Rossini, PettiRouge Prod.
Grafiche: Gloria Chillotti
Anno: 2018
Durata 2° capitolo – Diego: 27’
Paese: Italia

Un ringraziamento particolare ai veri protagonisti di queste storie: sembra scontato scriverlo, ma hanno un nome, un volto, dei sentimenti. E nessuno di loro è illegale.

Per ricordare i compagni e le compagne della Raf barbaramente trucidati dal capitalismo di Stato di Danilo Del Bello

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Nella notte tra il 17 e 18 ottobre 1977 avvenne l’assassinio dei combattenti rivoluzionari della RAF, Andreas Baader, Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, nel carcere di Stammheim. Unica sopravvissuta, Irmgard Möller, ferita gravemente da quattro coltellate, mentre l’anno prima, nel 1976, era stata “suicidata” la compagna Ulrike Meinhof.

In Italia, la reazione del movimento fu forte e determinata contro la barbarie della “democratica” Germania dell’Ovest: in tutte le città furono colpiti i luoghi e simboli delle multinazionali e dello Stato tedesco, esplosero la rabbia e la rivolta, il desiderio di liberazione da tutte le forme di dominio. Fu un momento triste, ma anche ricco di rivendicazioni.

Al di là delle forme dell’organizzazione rivoluzionaria e delle pratiche di azione e di lotta, chi era dentro la RAF si sentiva parte viva del movimento rivoluzionario internazionalista, anticapitalista ed antimperialista, come ciascuno di noi, al di là delle differenze tattico-strategiche o delle diverse modalità di concepire l’azione rivoluzionaria.

Il senso di appartenenza va oltre ciò, è profondamente bio-politico, rispetto a chi ha messo la propria vita, il proprio essere, il proprio corpo a servizio della causa rivoluzionaria, fino in fondo, con irriducibile determinazione. Un messaggio etico-politico di straordinaria forza, al di là del tempo; una memoria viva, non codificata dagli apparati ideologici di stato: una memoria rivoluzionaria.

Walter Benjamin, nelle sue straordinarie metafore e nell’Angelus Novus, dipinto da Paul Klee, vedeva l’angelo trainato da un vento potentissimo verso il futuro, con la testa rivolta al passato, verso la serie di rovine e macerie che la storia si tira dietro, ma che diventano una cosa sola nel filo rosso della liberazione: quel “sogno che l’umanità ha sempre saputo di possedere”, ossia il comunismo.

L’”altra” storia è piena di esempi e significati: dalle rivolte contadine di Thomas Muntzer, alle lotte operaie e del proletariato metropolitano, alle rivoluzioni, insurrezioni, pratiche di guerriglia, alle attuali lotte dei campesinos, delle comunità indigene resistenti e costituenti in America latina o nelle metropoli contro il neo-colonialismo del capitalismo “estrattivista”, in tutte le sue articolazioni. Una lunga serie di resistenze, una lunga scia di sangue ma che va ricompresa in una sola memoria militante e rivoluzionaria. Non tristezza e depressione, al contrario: forza, potenza per ricominciare, un nuovo inizio rispetto alle mutate condizioni storico-sociali, forti di una tradizione, di un sogno, di un’utopia concreta, estremamente attuale nella miseria del tempo presente, in questo miserabile  tempo privo di storia e di memoria.

Non è solo questo: alcune analisi dei compagni e delle compagne della RAF sono di grande attualità, in particolare l’eclisse della dimensione dello stato nazione e l’internazionalizzazione di fatto di ogni dimensione politica; ma anche le trasformazioni che hanno interessato la composizione di classe dentro il cuore del sistema imperialista, l’attenzione posta sulle masse “senza volto”, il destino coloniale e neo-coloniale riservato alle classi sociali subalterne. Ciò che negli anni ’70 poteva sembrare un’eccezione, oggi è la regola.

Da alcune intuizioni della RAF, viene posta come centrale una possibile intersezione tra il pensiero strategico leniniano e le analisi sul colonialismo fatte da Frantz Fanon, che sembrano confermare lo scenario attuale del capitalismo globale, dove vengono meno i confini rigidi tra primo e terzo mondo e la ridefinizione di un modello neocoloniale anche all’interno delle metropoli occidentali.

Nelle periferie, nella povertà metropolitana.

Nel precariato come sistema di vita, nell’esclusione di moltitudini di uomini e donne dalla cittadinanza, dal riconoscimento, dalla presa di parola, nei flussi migratori si riconoscono i tratti di quelle “masse senza volto” di cui parlava la RAF; le potenziali forze di una rivoluzione globale contro l’impero globale del neoliberismo e come diceva Fanon contro tutte le articolazioni del dominio, dell’assoggettamento, della subalternità, le linee intrecciate di razza, di genere, di classe.

Su questa base sorge un nuovo diritto del “comune” contro il diritto della proprietà dei padroni del mondo e della vita: come diceva Marx, tra “eguali diritti” decide la forza e nessuna mediazione è possibile!

Padova – Fogli di via a sei antifascisti. Una misura inaccettabile

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Si è tenuta stamattina la conferenza stampa in cui gli attivisti del nord-est spiegano la natura illegittima dei fogli di via ricevuti per la manifestazione antifascista del 17 luglio 2017. Di conseguenza viene annunciata la violazione del provvedimento della Questura Di Padova, a partire da oggi. Un appello per denunciare l’uso di questi provvedimenti contro le lotte sociali. Per sottoscrivere questo appello e per inviarci prese di posizione vi preghiamo di contattarci alla mail: csopedro87@gmail.com o chiamando il numero 335.1711828.

In questi giorni la Questura di Padova sta notificando sei “fogli di via” contro attivisti residenti in altre città. Sono “misure di prevenzione personali”, provvedimenti di polizia amministrativa irrogati a discrezione del Questore. Senza entrare nel merito dei fatti e delle eventuali motivazioni delle azioni di ciascuno, viene comminata una pesantissima sanzione limitando la loro libertà di circolazione. Queste persone vengono bandite dalla città per aver preso parte ad una manifestazione antifascista lo scorso luglio, quando Forza Nuova intendeva sfilare per il centro cittadino contro l’accoglienza dei migranti e la revisione della legge sulla cittadinanza, l’introduzione del c.d. Ius Soli.

Le centinaia di persone che in piazza unite e solidali rigettavano la presenza di forze dichiaratamente neo-fasciste in città hanno poi proseguito quella presenza e quel pronunciamento: tutto lo scorso anno è stato caratterizzato dalle “passeggiate” del mercoledì sera, momenti di gioia e di socialità itineranti nel centro storico cittadino, all’insegna dell’antirazzismo e dell’eguaglianza universale, culminate il 25 aprile con una giornata di “festa per le libertà”: libertà di circolazione in primis, con la mente rivolta alle migliaia di migranti che, dopo aver sfidato la morte per mare, debbono reggere agli attacchi degli speculatori dell’odio xenofobo.

Ebbene, riteniamo inaccettabile che sia limitata la libertà di circolazione di chi si mette in gioco in prima persona affinché i diritti dell’uomo siano garantiti, e non esita ad additare con forza e vigore ogni ostacolo alla loro attuazione, come lo sono le istanze neo-fasciste di organizzazioni del tipo di Forza Nuova.

Riteniamo quindi inaccettabile il metodo e lo strumento con cui viene colpito chi era in piazza quel giorno. Rigettiamo il metodo della discrezionalità e delle sentenze senza processo: questi provvedimenti non permettono di discutere né i fatti invocati a loro fondamento, né l’effettiva condotta dei singoli né tantomeno le ragioni per cui essi hanno deciso di agire in un determinato modo!

Non siamo i soli a dirlo: a febbraio 2017 la Corte Europea dei Diritti Umani riunita in Grande Camera ha sferrato, nella sentenza “de Tommaso vs Italia”. un duro colpo contro la Repubblica Italiana proprio perché l’ordinamento giuridico prevede questo tipo di misure: essa le ritiene di fatto incompatibili con gli standard della Convenzione Internazionale sui Diritti Umani, canoni ai quali lo Stato Italiano deve sottostare. Dice la CEDU: le prescrizioni della legge sono formulate in termini “estremamente vaghi ed indeterminati”, ovvero sono leggi che consentono un uso discrezionale, potenzialmente improprio. Non solo: anche la Corte Costituzionale italiana più volte si è pronunciata a tutela della libertà personale, che deve essere inviolabile, imponendo un chiarimento alle prescrizioni delle leggi di pubblica sicurezza, nelle quali ancora vivono retaggi del ventennio fascista. Sicuramente il potere discrezionale dei Questori nel cacciare via da una città alcune persone fa parte di questa tetra eredità.

Con forte preoccupazione facciamo notare come l’uso del “rimpatrio con fogli di via obbligatorio” sia diventato uno strumento utilizzato sempre più spesso: pochi giorni fa, il Questore di Brescia in una conferenza stampa in pompa magna ha annunciato la cacciata di due antifascisti dalla città lombarda; a fine settembre è stato “proibito il ritorno” in alcuni Comuni della Valle di Susa a 22 persone, ree di dissentire attivamente alla devastazione del loro territorio. Ma una rassegna completa è impossibile!

Aggiungiamo infine la preoccupazione crescente nel vedere questa tipologia di provvedimenti non solo non arretrare, ma anzi moltiplicarsi: gli ultimi due Ministri degli Interni, Minniti prima ed ora Salvini, sono ideatori e promotori del “DASPO urbano”, che nulla è se non un tipo di “foglio di via” da punti specifici della città, può essere disposto dal Sindaco ed attuato dalla Polizia locale.

Questi provvedimenti vengono utilizzati quindi sempre più spesso e in maniera sempre più arbitraria contro le lotte sociali.

Cosa dobbiamo aspettarci, i check point per passare da un quartiere all’altro? I tornelli e la tessera a punti per andare in piazza a bere lo spritz? Figuriamoci allora quando la piazza diventa il luogo dell’espressione del dissenso, e in particolare – temiamo – del dissenso rispetto alla presenza dei fautori dell’odio, della xenofobia, del razzismo, di chi nega ogni principio di eguaglianza.

Chiediamo la sospensione immediata di queste misure, ne condanniamo l’impiego, riteniamo che debba aprirsi una riflessione pubblica sul loro superamento con una presa di parola amplia, forte, plurale

“Neanche se fosse stato ucciso un cane”, pena dimezzata all’assassino di Davide Bifolco

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Cancellati in appello i precedenti 4 anni e 4 mesi al carabiniere Gianni Macchiarolo che sparò al diciassettenne Davide Bifolco in sella a un motorino al Rione Traiano di Napoli la notte del 4 settembre 2014. I giudici hanno ridotto di due anni la pena sospendendola.

“Neanche se fosse stato ucciso un cane”, pena dimezzata all’assassino di Davide Bifolco

“Due anni, solo due anni, neanche se fosse stato ucciso un cane” protesta il padre rivolgendosi alla stampa e attaccando il carabiniere responsabile della morte del figlio. La madre di Davide dopo il pronunciamento della sentenza è stata colta da un malore, mentre i familiari e gli amici del ragazzo riuniti in presidio si trovavano fuori dal tribunale. La vicinanza del Rione Traiano alla famiglia non è mai mancata così come la battaglia per ottenere verità e giustizia per Davide.

Prove inquinate e indagini sommarie per garantire l’impunità al carabiniere che sparò a Davide in una vicenda assurda. Il motorino su cui Davide viaggiava con due suoi amici venne scambiato per il mezzo di un latitante e finì coinvolto in un inseguimento. Braccati e stretti, nelle fasi del fermo il militare sparò contro i ragazzi colpendo al petto e uccidendo Davide che si rialzava dalla caduta dal motorino. “E’ stato un omicidio volontario e invece lo hanno giudicato colposo, gli hanno dato il massimo della pena e adesso in Appello solo due anni. E’ tutto falsato”.

 

La catena di comando, il caso Cucchi e altre domande

Chi sa parli”: così ha affermato il Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, generale Giovanni Nistri, intervenendo alla trasmissione Porta a Porta sulla morte di Stefano Cucchi.

Il generale si è detto “lieto che uno dei militari presenti quella sera (il brigadiere Tedesco, n.d.r) abbia detto la sua verità: questo vuol dire che questa verità adesso potrà entrare a pieno titolo nel processo insieme con tutte le altre evenienze che sono state accertate nel frattempo dall’autorità giudiziaria, e dunque questo sarà un passo in più verso una definizione della vicenda”.

Alla domanda di Bruno Vespa se l’istruttoria disciplinare nell’Arma andrà avanti ad ogni livello il generale Nistri ha risposto che: “Questo è poco ma sicuro. Intanto siamo lieti che l’autorità giudiziaria stia procedendo perché infine si avrà una perimetrazione completa delle responsabilità. Che si tratti di responsabilità commissive piuttosto che di responsabilità omissiva nei controlli eventualmente piuttosto che in altre ipotesi anche diciamo di disattenzione o di agevolazione”.

Come sta emergendo nel processo per la brutale uccisione di Stefano Cucchi, ad essere indagati ora non sono solo i carabinieri “fuori servizio” che lo pestarono, provocandone poi la morte, ma anche i carabinieri che ebbero a che fare con la trascrizione nei rapporti ufficiali sullo stato di salute di Cucchi. Tra loro Francesco Di Sano, in servizio alla stazione di Tor Sapienza – dove fu trattenuto Stefano successivamente al pestaggio nella caserma dell’Appio – e il luogotenente Massimiliano Colombo, comandante della stessa caserma.

Colombo sarà presto interrogato e l’atto istruttorio punta ad individuare eventuali comunicazioni sulla vicenda tra lui e i suoi superiori dell’epoca. In particolare, si tratta di sapere chi fosse l’interlocutore di una telefonata avvenuta alla presenza del carabiniere Tedesco, nella quale il maresciallo Mandolini (nella caserma dei carabinieri dell’Appio e non di quella di Tor Sapienza) chiede di modificare le annotazioni redatte dai militari in servizio presso la stazione di Tor Sapienza nella notte del 16 ottobre 2009, quando fu fermato Cucchi. Atti che in effetti furono riscritti togliendo dettagli rivelatori sulle condizioni di salute di Stefano.

Ad ammettere che fossero state apportate modifiche era stato in aula il carabiniere in servizio alla stazione di Tor Sapienza, Di Sano, precisando che si era trattato di “un ordine gerarchico”. Le indagini vogliono capire se e fino a quale livello è stata coinvolta la scala gerarchica dell’Arma dei Carabinieri nella attuazione di falsi documenti e omissioni. E chi partecipò ad una riunione sul caso Cucchi, convocata “da un Alto ufficiale dell’Arma”, dopo la morte di Stefano, così come raccontato dal carabiniere Tedesco.

Una cosa da chiarire, ad esempio, è quella sorta di calvario tra la caserma di via Appia e quella di Tor Sapienza messa bene in evidenza anche nel film “Sulla mia pelle”. Perché hanno dovuto trasferire Stefano Cucchi da una caserma all’altra prima di portarlo in carcere? Una specie di scaricabarile per non avere rogne o un modo per disperdere in più luoghi le tracce di quello che era avvenuto?

Alla fine la determinazione di una giovane donna e del suo avvocato ha incrinato il “muro”. Eppure c’è ancora moltissimo da picconare per far si che quel muro venga giù non solo per la morte di Stefano Cucchi. E’ decisivo, in tal senso, non dimenticare le parole di uno dei carabinieri inquisiti per i misfatti della caserma di Aulla: “Quello che succede all’interno della macchina… rimane all’interno della macchina, non deve scoprirlo nessuno, specialmente dai gradi che vanno dopo il brigadiere”.

Un’affermazione che sembrerebbe mettere la parte “alta” della catena di comando al riparo dalle conseguenze delle azioni dei loro sottoposti. Ma, vorremmo chiedere al generale Nistri, se la sente di affermare che è proprio così?

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C’è poi un secondo filone di domande che sorge da quanto rivelato sul Corriere della Sera da Giovanni Bianconi, ieri mattina.

Giosuè Bruno Naso, 71 anni, noto penalista romano, “legale di Massimo Carminati nelle sue lunghe peripezie giudiziarie fino a «Mafia capitale»”. ha accusato un suo collega di essere un “traditore”. Si tratta dell’avvocato Francesco Petrelli, difensore del “carabiniere pentito” – Francesco Tedesco – che ha confessato di essere stato presente al pestaggio mortale di Stefano Cucchi, indicando i nomi degli autori e la scomparsa dagli archivi dell’Arma di una sua relazione in cui raccontava la verità.

In cosa consisterebbe il “tradimento” di un avvocato che cura – com’è normale – gli interessi del suo cliente? Lasciamo la parola a Bianconi:

Una mossa (la confessione di Tedesco,ndr) che ha una sola ragione  «inconfessabile ma assolutamente chiara», ha scritto Naso a Petrelli, di cui è (anzi era, a giudicare dalla lettera) amico di vecchia data: «La promessa derubricazione dell’imputazione nei confronti del tuo cliente in favoreggiamento, reato già prescritto, anche a costo di aggravare la posizione di tutti gli altri imputati». Un patto occulto col pm, insomma, siglato sulla pelle degli altri carabinieri alla sbarra. Con una aggravante: «Non hai avvertito il bisogno, la necessità, la opportunità di informare i colleghi, tutti i colleghi e me in particolare!».

Qui c’è, involontariamente, una confessione dell’avvocato Naso: i processi contro carabinieri o poliziotti imputati di violenze o omicidi avvenuti in una caserma (comissariato, ecc) “normalmente” sono gestiti collettivamente dagli avvocati degli agenti. Che si coordinano, si avvertono delle mosse che faranno, fino a “combinare il processo”, presentando al magistrato una versione blindata e minimizzatrice delle responsabilità degli agenti.

Anche gli “accordi incoffessabili con il pubblico ministero”, in questo scenario, una pratica ovvia, scontata, abituale. “Si fa così, tra noi, no?”

L’avvocato Petrelli non è un avvocaticchio che non conosca le regole di quel mondo, visto che è il segretario uscente dell’Unione camere penali. E infatti ricorda subito dopo a Naso che «È inaccettabile sovrapporre indebitamente la figura del difensore a quella dell’assistito, e confondere i rapporti personali e professionali fra colleghi con le scelte processuali degli imputati».

Anche qui una confessione involontaria, dietro la semplice conferma di una ovvietà che dovrebbe essere nel dna di qualsiasi avvocato: c’è un mondo opaco in cui i “rapporti professionali tra avvocati” e “le scelte processuali degli imputati” (miranti all’assoluzione o alla pena minore) sono da tempo immemorabile assolutamente “sovrapposti”. Al punto da far dimenticare un principio cardine della deontologia professionale degli avvocati.

Naturalmente questo mondo è quello in cui forze dell’ordine, alcuni avvocati e fascisti giocano di sponda l’uno con l’altro. Non è un’illazione, visto che – per esempio – Carminati era riuscito (e l’ha ammesso) a scassinare nientepopodimeo che le cassette di sicurezza della banca interna al Tribunale di Roma, il ben noto “bunker di Piazzale Clodio”. Sorvegliato 24 su 24 dai carabinieri, “distratti” soltanto in quell’occasione. Così come si potrebbe ricordare che i terroristi fascisti dei Nar, ai tempi, circolavano con documenti di identità da ufficiali dei carabinieri…

Solo dentro un mondo cosiffatto si può tirar fuori l’epiteto di “traditore” per un avvocato che difende il suo cliente senza “concertare” con gli altri avvocati una linea comune. Un mondo chiuso, dove “chi è dentro è dei nostri, chi è fuori è nemico”. Come nelle bande o nelle cosche, nelle confraternite massoniche, o anche nei gruppi politici illegali (di destra o rivoluzionari).

Tutto normale, quando ci si misura con le culture storiche dell’antagonismo al sistema o con le subculture della malavita.

Solo che qui, ufficialmente, abbiamo a che fare con il funzionamento dello Stato. Non con combattenti politici o lumpenproletariato criminale.

E abbiamo a che fare con un intreccio davvero osceno, per quanto “abituale” nell’Italia delle stragi di Stato e dell’impunità per il potere (e dunque anche per gli uomini che lo difendono). Avvocati, carabinieri violenti ed omicidi, a volte anche magistrati con cui si possono fare “accordi innominabili”. Tutto già visto, certo, un sistema antico. Ma ancora in gran forma.

Si capiscono, a valle di questa vicenda, il modo in cui maturano certe incredibili assoluzioni, sentenze di due anni per omicidio, torturatori che restano in servizio e vengono promossi anche quando sono sotto processo.

E’ uno spaccato dell’Italia. Quella che tutti vorremmo veder scomparire per sempre. E ogni giorno che passa è un giorno di troppo.

da contropiano

17 ottobre 1977 la strage di Stammheim

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Nel 1976 e nel 1977,  lo stato della Germania dell’Ovest, per cercare di stroncare la guerriglia interna, assassinò nelle sue carceri i prigionieri della Raf: Ulrike Meinhof nel 1976;  e l’anno successivo,  nel carcere di Stammheim, Andreas Baader, Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, i primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Möller (a volte scritto anche Moeller), anche lei prigioniera a Stammheim, è stata l’unica sopravvissuta a quel massacro: fu ferita gravemente da quattro coltellate. (da un’intervista alla Moeller di prossima pubblicazione su questo Blog)

Questa è la sua testimonianza su quella notte. La Moeller smentisce tutte le menzogne che hanno sostenuto la tesi di regime del “suicidio”. Tesi sostenuta anche da “pentiti” e “dissociati” in cambio di congrui sconti di pena. Queste falsità sono presenti nel bruttissimo film di Uli Edel  “La banda Baader Meinhof” del 2007, e nel libro pieno di falsità del “pentito e dissociato” Peter Jürgen Boock “L’ autunno tedesco” (vedi qui cosa ne dice il militante della Raf, Klaus Viehmann).
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*Nel 1976 Ulrike Meinhof è morta in carcere. Come hai appreso la notizia?
Di mattina alla radio, con il supplemento che disse che si era suicidata. In quel periodo ero ancora ad Amburgo Holstenglacis ed avevo l’ora d’aria con Ilse Stachowiak o Christa Eckes o Margrit Schiller. Eravamo come elettrizzate. La notizia era identica a quella del BILD del luglio 1972 nel quale era corsa voce che Ulrike si fosse suicidata per tensioni nel gruppo. Per questo pensammo all’inizio “ non può essere vero”, lei vive, era poi stata da noi. Quando non ci furono più dubbi sulla morte avemmo la consapevolezza che fosse stata assassinata. Conoscevamo le sue lettere che fino all’ultimo aveva scritto ad ognuno di noi. Da esse si capiva la stretta relazione che aveva con noi e sapevamo altresì del suo lavoro sul processo di Stammheim dove si trattava di chiamare a testimoniare testi del governo USA, membri del governo e rappresentanti del pentagono, membri del governo RFT di tutto il decennio della guerra del Vietnam, ex membri della CIA, polemologi  cioè tutti quelli che avrebbero potuto dire qualcosa sull’escalation e la partecipazione del governo federale tedesco alla guerra di aggressione contro il Vietnam.
Infine aveva lavorato ad una istanza per chiamare a testimoniare Willy Brandt e chiedergli del suo rapporto con la CIA. Era particolarmente ferrata e dirompente nella storia della repubblica federale.
Ulrike sapeva che c’era un azione di liberazione ma come noi non sapeva esattamente né quando né come. Si trattava concretamente di due azioni, l’una dietro l’altra ed entrambe preparate da più organizzazioni. La prima fu il sequestro aereo del giugno 1976 conclusosi ad Entebbe, azione che , per come si svolse, non ebbe il nostro assenso. La seconda per gli sviluppi in Libano saltò. Che un’azione di liberazione ci dovesse essere lo sapevano anche i servizi segreti. Il ministro Maihofer lo dichiarò pubblicamente per giustificarsi di fronte al caso Traube (è il caso del fisico Walter Traube, socialdemocratico collaboratore di una società di costruzione di centrali nucleari, che fu licenziato dopo un anno di controlli telefonici da parte del Verfassungsschutz-servizi segreti- per i suoi contatti con attivisti antinucleare). Dopo la storia di Stoccolma, il governo Schmidt era deciso a fare l’impossibile per evitare nuove azioni di liberazione. Il modo più efficiente è alla fine quello di uccidere i prigionieri. Dopo le torture nel braccio morto e il tentativo di psichiatrizzare Ulrike per impedirgli di pensare, sembrò essere la soluzione migliore. Sin dall’inizio Ulrike fu l’obiettivo centrale delle azioni contro la RAF. La sua storia particolare di vent’anni di resistenza antifascista, la sua rottura rivoluzionaria con le forme borghesi della politica comunista e il legalismo senza esito dell’opposizione alla guerra in Vietnam, il movimento studentesco, la sua notorietà internazionale furono le coordinate della trama e del calcolo per l’azione che, inscenando un “suicidio”, avrebbe avuto un effetto demoralizzante  nei gruppi di guerriglia e nei movimenti di liberazione, ma anche che facesse apparire un’azione di liberazione inutile e che fosse  “l’eliminazione dei capi per sgretolare il gruppo” per usare le parole del capo del Verfassungsschutz di Amburgo Horchem. Che con noi fosse diverso, è un’altra questione.
Ci fu una commissione d’inchiesta indipendente sulla sua morte nella quale si sono riuniti personalità internazionali. Nel resoconto finale arrivarono alla conclusione “ Non è stato prodotto un solo dubbio che superi tutte le prove che Ulrike non fosse più viva al momento dell’impiccagione. Al contrario si può dimostrare che fosse già morta”.
*La procura ha sostenuto che Ulrike si fosse suicidata per le tensioni all’interno del gruppo, prima tra tutte Gudrun Ensslin
Come prova portarono bigliettini singoli forniti dalla procura e dal ministero della giustizia del Baden Württemberg tra Ulrike e Gudrun, ma risalivano a  un particolare periodo nel 1975, quindi già vecchi. Inoltre non erano completi… La polemica interna era già stata risolta da tanto tempo al momento della sua morte. Quando fummo assieme a Stammheim ne parlammo a lungo, anche di come un prigioniero possa vedere la morte come unica possibilità contro la lenta distruzione. Eravamo sicuri che se Ulrike si fosse sentita così ce ne avrebbe parlato. Ad Andreas e agli altri. Non c’era motivo di nascondere questi sentimenti in una tale situazione, anzi il contrario.

=cronaca di quel periodoL’autunno tedesco e le sue conseguenze
Il 1977 fu un anno di crisi. A febbraio lo Spiegel pubblicò i documenti del caso Traube titolando “stato di diritto o stato atomico?”. Si scoprì inoltre che nel biennio 1975/76 si erano effettuate intercettazioni nelle celle di prigionieri, soprattutto della RAF.
Il movimento antinucleare si trovò di fronte al confronto con la questione della violenza. Se a febbraio a Brokdorf c’era stata una manifestazione pacifica dove i manifestanti non si lasciarono dividere tra buoni e cattivi, a Malville in Francia  la polizia fece un morto e numerosi feriti gravi.
Il 23 e 24 settembre si manifestò contro il reattore di Kalkar, 20.000 furono bloccati dagli sbarramenti della polizia con carri armati, elicotteri e un intero apparato militare. L’impreparazione  a tale apparato militare venne definita “Kalkar Schock”. Il movimento antinucleare non fu solo indebolito dall’aspro confronto con la polizia, si era anche orientato in maniera diversa nei contenuti. Non si parlava più del significato militare della cosa, ma di quello ecologico, del pericolo di fronte ad una catastrofe nucleare.
La RAF intanto cercava di liberare i suoi prigionieri. Durante il 1977 si consuma la seconda offensiva della RAF. Il 7 aprile ‘77 a Karlsruhe il ”Kommando Ulrike Meinhof “ assalta l’auto dove viaggia il procuratore generale Sigfried Buback uccidendo a raffiche di mitra lui, il suo autista ed un poliziotto della scorta.
Il 28 dello stesso mese si conclude il lungo processo a carico di Baader, Ensslin, Raspe per gli attentati del 1972: tutti e tre vengono condannati all’ergastolo.
Il 30 luglio il presidente della Dresdner Bank, Juergen Ponto viene ucciso nella sua casa in un tentativo di sequestro.
Il 5 settembre ‘77 a Colonia il commando “Siegfried Hausner” della RAF sequestrò il presidente della Arbeitgeber Hans Martin Schleyer uccidendo i tre agenti della scorta e l’ autista. In cambio della liberazione di Schleyer il commando chiedeva la liberazione di 8 detenuti della RAF e il trasporto in un paese a loro scelta, così come la somma di 100.000 Marchi ciascuno.
Due giorni dopo, 72 prigionieri vengono posti in isolamento con il blocco totale dei contatti sia tra prigionieri sia con l’esterno, radio tv e giornali vengono altresì proibiti.  L’ operazione viene legalizzata da una legge ad hoc approvata il 29 settembre. Occorre far notare che con le due unità di crisi vengono uniti potere legislativo ed esecutivo e che gli ordini del tribunale che sanciscono l’incostituzionalità dei provvedimenti e che  permettono un incontro tra prigionieri ed avvocati vengono ignorati.
A metà settembre il commando con l’ostaggio si trasferisce da Colonia a l’Aia per sfuggire alla pressione investigativa. Alla fine del mese il commando si divide : una parte si trasferisce con l’ ostaggio a Bruxelles e gli altri membri vanno a Baghdad per incontrarsi con membri della resistenza palestinese con la mediazione di un membro delle R.Z. (Cellule Rivoluzionarie). Nella capitale irachena Abu Hani propone un dirottamento aereo a supporto del sequestro Schleyer.
Visto che le autorità non cedevano allo scambio il 13 ottobre un commando palestinese del S.A.W.I.O, con la supervisione di Abu Hani del PFLP/SC dirottò il Landshut, un Boeing 707 della Lufthansa della  linea Maiorca Francoforte, con 86 passeggeri a bordo chiedendo la liberazione di una lista di prigionieri politici , tra i quali il vertice della RAF.
I giornali reazionari come il BILD chiedono l’ esecuzione di “terroristi” per rispondere a quella di ostaggi, pure sul giornale liberale FAZ si legge “non sarebbe il tempo di istituire un diritto d’emergenza contro i terroristi?” settori della  CSU chiedono la pena di morte.
Il 17 ottobre verso la mezzanotte un commando delle truppe speciali tedesche, il GSG 9, assaltò l’ aereo uccidendo tre dei quattro dirottatori e ferendo la quarta. La mattina seguente nelle loro celle di massima sicurezza del carcere di Stammheim (Stoccarda) vennero trovati morti Andreas Baader,  Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, I primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Moeller invece era ferita gravemente da quattro coltellate al petto. La versione ufficiale parla di suicidi a seguito della notizia del fallimento del  dirottamento aereo, senza però riuscir a spiegare come avevano potuto saperlo e come potevano avere due pistole e un coltello in un carcere di massima sicurezza, trovandosi inoltre in isolamento da due mesi. Per l’estrema sinistra furono omicidi di stato.
Oltre alla seguente testimonianza della Moeller ci sono numerose incongruenze nella versione. Perché il mancino Baader teneva la pistola nella mano destra? Come ha fatto a spararsi da trenta a quaranta centimetri nella nuca? Perché il cavo elettrico con la quale la Ensslin si sarebbe impiccata si rompe al tentativo di sollevarla? Inoltre vennero rinvenute ferite che non avevano a che fare con l’impiccagione. Appare altresì strano che non ci fossero impronte sulla pistola di Raspe.
A seguito di questi avvenimenti venne ucciso Schleyer. Il suo cadavere fu scoperto dietro segnalazione, nel portabagagli di un Audi 100 a Mulhouse, in Francia. 
Il mese successivo venne trovata impiccata nella sue cella, anche Ingrid Schubert, un’altra prigioniera della RAF di cui era stata chiesta la liberazione. Permangono gli stessi dubbi, tanto più che lei, a differenza dei tre che avevano preso da poco un ergastolo, sarebbe uscita nel 1982. Nei due anni successivi nel corso di operazioni di polizia, vennero uccisi altri tre membri della RAF:  Willy Peter Stoll (a Duesseldorf il 6 settembre1978), Michael Knoll (24 settembre1978 presso Dortmund) ed Elizabeth Von Dyck (a Norimberga il 4 maggio 1979). Rolf Heissler scampò invece alla morte solo perché riuscì a ripararsi la testa con una cartellina che deviò il  colpo mortale.
Nella società tedesca si assistette ad un operazione di massiccia censura di tutto ciò che mostrasse simpatia per i movimenti di liberazione, persino un pezzo teatrale come “Antigone” (di Sofocle) venne censurato. L’interdizione dall’impiego, la limitazione dei diritti della difesa e la censura furono criticati dal tribunale Russell.
*Quando avete saputo a Stammheim che Schleyer era stato rapito?
La sera stessa dalla TV. Poco dopo venne un commando di polizia. Dovemmo spogliarcinudi, i nostri vestiti vennero vagliati minuziosamente e poi fummo chiusi in celle vuote ad aspettare la fine della perquisizione di sbirri e magistrati. Alla prima occhiata mancavano la radio, tv, giradischi e tutti gli accessori. A questo punto eravamo 4 nel braccio morto, Nina era stata spostata a Stadelheim il 18 agosto e doveva tornare subito da noi. Fino ad allora avevamo delle mensole davanti alle celle (nel corridoio) con degli oggetti che usavamo in comune come libri, roba da toilette ecc. il 6 settembre il corridoio venne sgomberato e tutta la roba fu messa sotto chiave. Da allora in avanti non potevamo usare più nulla in comune né consolarci a vicenda. Il blocco dei contatti era già stato attivato, non solo contro di noi, ma contro tutti i prigionieri politici nella RFT. Erano più di 90.
*Prima del rapimento Schleyer avete vissuto in celle d’isolamento?
Prima a notte potevamo rimanere assieme, uomini e donne divisi. Da agosto ero assieme a Gudrun, anche perché era estremamente indebolita dagli scioperi della fame e della sete e pensavamo che non ce la facesse a sopravvivere. Nella notte fummo divise e rimanemmo tutti in celle d’isolamento.
*Avete riavuto le cose confiscate nella perquisizione?
No. Dopo alcuni giorni riavemmo solo il giradischi. Ciò che poteva servire per  l’informazione se lo sono tenuto.
*Avevate saputo in anticipo che Schleyer sarebbe stato rapito? C’erano stati accordi tra di voi e le persone che formarono il commando Siegfried Hausner?
Non c’erano stati accordi col commando. È stato detto che i prigionieri gestivano le azioni dalla cella, ma non è così. Come avremmo potuto farlo? Avemmo però il presentimento che qualcosa sarebbe avvenuto. Il 7/4/77 il commando Ulrike Meinhof uccise il procuratore generale  Buback mentre ci trovavamo in sciopero della fame per ottenere la revoca dell’isolamento e la riunione in un gruppo di 15 persone. Durante questo sciopero, dopo l’uccisione di Buback, fummo isolati per la prima volta, senza poter ricevere nemmeno gli avvocati, allora non c’era una base legale che lo permettesse. Per protesta siamo entrati in sciopero della sete. Il blocco dei contatti è stato rimosso, ma le nostre richieste non sono state accolte. In questo periodo ci fu un enorme solidarietà internazionale, teologi, giudici americani, belgi, francesi e inglesi avvocati e giuristi sostennero le nostre richieste di riunione. Il 30 aprile abbiamo ottenuto la promessa che altri prigionieri sarebbero stati trasferiti a Stammheim. Poi il 30 luglio venne ucciso Ponto (….). In quel periodo era chiaro che il processo di Stammheim si avviava alla fine e che ci sarebbe stata la sentenza. Era una fase nella quale è successo molto e l’atmosfera era tesa. Per questo ci aspettavamo che succedesse qualcosa, anche se non sapevamo cosa. Quando abbiamo sentito che Schleyer era stato rapito abbiamo pensato che potesse avere a che fare con noi. Le richieste furono divulgate il giorno successivo, allora fummo isolati completamente.
*C’era comunicazione tra di voi?
Potevamo gridarci qualcosa. Principalmente la notte. Quando se ne sono accorti ci hanno inchiodato materassi di gommapiuma davanti alla porta. Inoltre le grida erano difficili da capire perché, dopo che il corridoio era stato svuotato, rimbombava assai
*Oltre alla comunicazione a voce c’erano altre possibilità di comunicazione?
No, non avevamo nessuno a cui poter dire le cose.
[….]
Avevo dormito pochissimo nei giorni precedenti, anche di giorno; niente pisolini. Fisicamente ero esaurita per lo sciopero della fame, perché non mangiavo quella roba e ci era proibito acquisto di viveri. Non avevo più riserve per rimanere attiva, ma mi aiutava a stare sveglia. Poi ho chiamato Jan tardi in nottata. La cella dove allora stavo era abbastanza sformata e se ci si sdraiava si poteva chiamare da sotto la porta. Jan era davanti a me, a  un paio di metri di distanza di lato. Mi ha sentito e risposto ho detto “He, um” per sapere che succedeva. Poi mi son messa sotto le coperte e mi sono addormentata. Quando non so dirlo, con esattezza , ma fu nelle ore successive.
La mia prima sensazione fu un rumore in testa, mentre qualcuno mi apriva le palpebre sotto la luce accecante del corridoio, molte figure attorno a me che mi hanno afferrato. Dopo ho sentito una voce che ha detto “Baader ed Ensslin sono morti”. Infine ho perso i sensi. Mi sono risvegliata completamente giorni dopo nell’ospedale a Tubinga. Un giudice sedeva accanto al letto e voleva sapere cosa fosse successo. Da lui ho sentito che anche Jan era morto. Da lui ho anche appreso che l’aereo era stato assaltato e che i dirottatori, tranne una donna, erano stati uccisi. La mia avvocatessa mi ha detto che ha tentato senza successo di arrivare a me per tutto il tempo.
Ma non potrei raccontarti il senso di quel discorso. Prova a immaginarti che dopo settimane di blocco totale, era il primo contatto con una persona di fiducia. Inoltre ero gravemente ferita ed avevamo solo un ora di tempo. Ero nel reparto ustionati e tutto era piastrellato e sterile. Ero attaccata ad una flebo che gorgogliava, avevo dolori terribili, c’erano sbirri ovunque, persino i dottori di questo reparto erano sorvegliati.
Inizialmente non seppi che ferite avevo. Me lo disse dopo un medico di fiducia. Di 4 coltellate al petto, una aveva colpito il pericardio e ferito un polmone che si era riempito di sangue. A Tubinga mi dovettero incidere la gabbia toracica e posizionarvi un drenaggio per aspirare tutto il liquido della ferita. Il corpo contundente doveva essere stato conficcato con violenza ed essere stato fermato da una costola che presentava un’incisione.
Nel reparto rianimazione rimasi una settimana, là una fisioterapista mi ha aiutato a recuperare la capacità respiratoria. Ho ricevuto forti dosi di tranquillanti e sedativi e mi ricordo poco di quel giorno. Ma un immagine mi è rimasta impressa: giorno e notte c’erano due o tre sbirri con i berretti, mantelli e soprascarpe  sterili, mentre davanti alla finestra pattugliavano altri armati di mitra. Il fine settimana mi riportarono in carcere a Hohen Asperg  con l’elicottero. Là rimasi 4 settimane per molto tempo non fui in grado di camminare ed ebbi dolori per anni a respirare,tossire, sdraiarmi di fianco e persino a ridere.
*Hanno trovato l’arma con la quale sei stata ferita?
Nella versione officiale si parla del coltellino in dotazione, ma non quadra perché la ferita è piuttosto profonda. Quello era un coltellino che si utilizza per spalmare il burro e, assieme alle forbicine per ritagliare giornali che erano in un angolo, fu l’unico oggetto “da taglio” ritrovato in cella. Ma non si trattava di esse, loro dissero che era stato il coltello smussato.
*Il tuo avvocato ha parlato con i medici per sapere se le ferite sarebbero state compatibili con un coltellino del genere.?
Hanno provato a parlare con i medici e il personale d’assistenza, ma hanno sempre trovato porte chiuse. Gli era proibito parlare con il mio avvocato. Alcune infermiere hanno tentato di fargli arrivare notizie, ma non ha funzionato granché. Il personale aveva paura. Anche gli avvocati erano stati intimiditi. Vennero istituiti numerosi procedimenti disciplinari contro i nostri avvocati, non erano certo buone premesse per chiarire qualcosa. Io stessa ho provato ad avere gli atti e la documentazione, inutilmente. Le lastre non ho mai potuto vederle. Anche in seguito, quando ero a Lubecca ed avevo ancora dolori al respiro, il medico della prigione le ha richieste. Pensavamo che da prigione a prigione potesse funzionare. Ma nulla, le due prigioni non le hanno spedite (Hoheasperg e Stammheim).
*Quando hai raccontato per la prima volta ciò che ti è successo?
Prima ho parlato con un avvocato, poi ho fatto le mie  dichiarazioni davanti alla commissione di inchiesta. Era il 16 gennaio 1978. avrebbero già voluto farlo nel dicembre 1977, ma ero troppo debole e mi trovavo in sciopero della fame perché volevo assolutamente essere raggruppata con gli altri. Fu tremendo. Giacevo in divisa carceraria sul materasso in terra ed ero sorvegliata continuamente. Venne poi un funzionario della commissione d’inchiesta e mi disse che ero tenuta a rilasciare una dichiarazione e di tenermi pronta per l’8 dicembre. La dichiarazione si sarebbe svolta a porte chiuse. Ma in questo modo mi sono rifiutata. Così hanno stabilito il termine per gennaio 1978.
Ci andai perché volevo dichiarare pubblicamente di fronte alla stampa. L’audizione si svolse nella sala dove c’era stato il processo. C’erano 200 posti ed erano tutti gremiti. Risposi alle loro domande. Il protocollo si può anche leggere. Gli atti della commissione non li ho ricevuti fino ad oggi. Non ho potuto correggere, cambiare o aggiungere cose al contenuto della mia dichiarazione perché nessuno me l’ha data. La versione stampata non è autorizzata e neppure completa.
*Com’era la situazione per te?quella notte ti sei alzata ed eri gravemente ferita. Che hai pensato?
Per me fu tutto confuso. C’era il dolore terribile che gli altri non fossero più con me. Non avevo però neppure il tempo di rattristarmi, dovevo chiarirmi la situazione. Riflettei ai segnali che c’erano stati di una tale escalation. Volevo chiarire un po’ di cose. Nel corso degli anni c’erano state minacce di morte contro Andreas, Ulrike era morta, avevamo pensato che tali omicidi potessero succedere, non ci siamo mai sentiti sicuri in galera. Questo era un motivo per il quale volevamo restare uniti e non lasciarci dividere, per proteggerci a vicenda. Ma sapere che questo può avvenire, è ben altro che viverlo in realtà. Da sola dovevo venirne a capo. Era un dolore totale che mi stordiva più della paura che qualcuno ci riprovasse.
Poi ho tentato meglio che potevo per arrivare alle informazioni. Ciò ha caratterizzato il corso dei miei giorni allora. Fu terribilmente difficile perché non avevo giornali, non avevo gli atti e non potevo avere visite. Gli avvocati venivano ma avevamo appena il tempo di discutere solo le cose più necessarie e urgenti. Non avevo nulla da verificare o controllare. All’Hohen Asperg hanno tolto il blocco dei contatti a fine ottobre. La radio non me l’hanno ridata perché dissero che avrei potuto usare il filo per impiccarmi. Con questa scusa mi hanno tolto tutto. In questo periodo, quando giravano la gran parte delle informazioni ed ho tentato con urgenza di sapere le cose. Non avevo accesso al modo.
*Non avevi neppure giornali? Con quelli è difficile impiccarsi..
Tagliavano tutto ciò che potesse aver a che fare con Stammheim o il Landshut nel senso più ampio. Li ho avuti 20 anni dopo quando sono uscita di carcere nella cassa dei “beni”. Allora dai giornali leggevo solo lo sport e forse un paio di articoli del Feuilleton.
*Non hai potuto ricevere testi o informazioni per posta dai difensori?
Gli avvocati non hanno spedito nulla. Avevano paura che tutto fosse illegalizzato come sistema d’informazione. Di fronte al clima arroventato era anche un timore giustificato. In Germania due avvocati erano già in galera e Klaus Croissant era in Francia in attesa di estradizione.
*Quando avesti di nuovo contatti con qualcuno del tuo gruppo?
Per lungo tempo non avvenne. Avevo voglia di essere riunita con gli altri, in particolare con Nina (Ingrid Schubert). A Hohen Asperg sentii da lontano un brano della radio: Ingrid Schubert si era impiccata a Hohen Asperg. Ero come tramortita. Questo era il 12 novembre. Si parlò subito di suicidio per quanto tutti i fatti parlassero contro. Ho letto molto più tardi le sue lettere dell’ultima settimana e descrive di come fu assalita il 18 ottobre e sottoposta a perquisizione ginecologica. I suoi piani per il futuro prossimo erano quelli di tornare con noi. Dalla pubblica discussione è uscita subito perché non è morta a Stammheim e perché nonostante le stranezze non ci fu nessuno che continuò le indagini. Gli atti furono chiusi nel 1978.
[…]
*Altra domanda fondamentale è come avreste potuto procurarvi armi. K.H. Roth in un’intervista al “Konkret” sostiene che c’erano armi in cella e la cosa era risaputa dalle autorità senza che si sapesse però esattamente quali fossero.
Non avevamo armi. Dire che avessimo nascosto armi in cella ha poco senso perché durante il blocco dei contatti dovemmo spostarci più volte e non sapevamo in anticipo né quando né dove.
Se avessimo avuto armi ne avremmo fatto altro uso che quello di suicidarsi. Ci saremmo difesi o tentato di uscirne e certamente non ci saremmo uccisi isolatamente
*Vista così avrebbe senso lo scenario ipotizzato da Schmidt a una conferenza: Baader avrebbe tentato di portare qualcuno della cancelleria da voi in prigione per prenderlo in ostaggio
Ma non l’ha fatto! Se avessimo progettato un’azione di liberazione da Stammheim avremmo tramato ben altro. Scenari del genere sono, di fronte agli scenari che avevamo davanti, totalmente irrealistici. Siamo stati perquisiti continuamente, tutto era sorvegliato. Non avevamo armi. Come poi? Andreas, come risulta anche dalla documentazione del governo, aveva uno scopo politico. Non era un’azione mascherata. Certo che di solito piace girarci intorno, ma porta poco lontano. La realtà del 1977 ha lasciato poco spazio a questi pensieri artistici. Vivevamo in una condizione estrema, il blocco dei contatti appunto.
*Il fatto che avevate armi in cella non è sostenuto solo dalla commissione, ma anche alcuni testimoni che dicono di aver aiutato a imboscare le armi. A questa storia di Volker Speitel c’è anche una variante di Peter Jürgen Boock che sostiene di aver preparato più armi.
È sempre difficile dimostrare che qualcosa non è successo. Su Volker Speitel non posso dire molto perché io stessa non ebbi a che fare con lui. Ma Hanna Krabbe lo conosceva perché originariamente voleva partecipare all’azione di Stoccolma. Ma se l’è svignata un paio di settimane prima per riapparire poi nell’ufficio dell’avvocato Klaus Croissant. Dice di aver preparato le armi ed esplosivi nella primavera del 1977 che sarebbero poi state portate da Arndt Müller nascoste in un coperchio degli atti e poi passate durante il dibattimento a Jan, Andreas e Gudrun che le portarono dal tribunale in cella. Chi sa come venivano controllati i nostri avvocati non può credere a questa versione. Ci fu fin dall’inizio la propaganda che gli avvocati fossero nostri corrieri, ambasciatori e galoppini. Per questo venivano perquisiti a fondo ed in maniera pignola. Ogni foglio veniva spiato, in queste condizioni introdurre armi sarebbe stata pura pazzia. Inoltre per come era fattaStammheim sarebbe stato poco probabile uscirne anche se si avevano tre pistole e dell’esplosivo. Ci aspettavamo di essere liberati da fuori dalla RAF.
Le storie di Speitel non sono per niente credibili. Inizialmente ha dichiarato di aver ricevuto le armi dagli illegali, tramite un corriere nel marzo del 1977, dopo ha sostenuto che gli illegali stessi gli avessero dato le armi, in ogni caso non si poteva ricordare chi fosse il corriere o gli illegali che gliele dettero. Dopo disse che fu Sieglinde Hoffmann a dargli una pistola e l’anno successivo si ricordo esattamente che erano due. Ricorda poi che potrebbe essere stato il Giugno 1977, ma in quel periodo il processo era alla fine e gli avvocati, anche se lo avessero voluto, non avrebbero più potuto introdurre le armi nel modo indicato dalla commissione. Le favole di Boock non sono migliori:  Speitel, che sostiene di aver preparato le armi, non appare nel racconto di Boock e Boock, che sostiene di aver preparato le armi per il trasporto,non appare nel racconto di Speitel.
*Ci sono altre due “interne” che dichiarano che voi vi sareste suicidati. Susanne Albrecht e Monika Helbing, che nel 1977 erano nella RAF e che in seguito andarono da fuoriuscite nella DDR hanno dichiarato che ci sarebbe stato tra i quadri della RAF un “azione suicida” nel caso che non ci fossero più state altre possibilità di uscire. Entrambe si riferiscono a Brigitte Mohnhaupt che fu rilasciata nella primavera del 1977 e che rientrò subito in clandestinità
Entrambe hanno escogitato la cosa in un momento nel quale erano testimoni in un processo e volevano ottenere uno sconto di pena. Questo sui motivi. Posso dire che tra noi non c’era nulla del genere né come discussione né come piano.
[…]
*Per voi quindi il solo sopravvivere era una vittoria?
Sicuro. Nel momento in cui devi essere schiacciato ma sopravvivi, qualcosa l’hai raggiunto e ci rimani attaccato. Ciò che avevamo in testa era di fare un ulteriore sciopero della fame per accelerare alla decisione in quella settimana. Si trattava anche di prendere dalle mani del governo la decisione su di noi, come dicemmo in quei giorni, che non si tratta certo di annunciare il nostro suicidio come interpretarono avidamente governo e polizia. Perché poi avremmo dovuto annunciarlo? Per dargli la gioia dell’attesa?. Sapevamo bene che ci avrebbero visto più volentieri morti che vivi. Inoltre era chiaro che fino a che eravamo dentro e vivi, ci sarebbero stati quelli fuori che avrebbero voluto liberarci.
[…]
*Negli anni , hai riflettuto di un possibile scenario, di cosa poté essere successo in quella notte?
Ero e sono convinta che fu un’azione dei servizi. Il BND poteva entrare ed uscire liberamente da Stammheim ed aveva installato da noi le apparecchiature per le intercettazioni ambientali. Era anche risaputo che il personale del carcere non era ritenuto abbastanza degno di fiducia per un’azione del genere. Alcuni hanno sempre raccontato qualche nostra ridicola storia al “Bunten”, “Quick” o allo “Stern” e se qualcosa doveva succedere doveva essere fatta senza coinvolgerli. In relazione a ciò è importante che il personale fu cambiato, anche se non tutto, durante il blocco dei contatti. Le telecamere del corridoio poi non funzionavano la notte.
*Pensi che il governo federale fosse coinvolto in quest’azione omicida o è solo opera autonoma dei servizi?
Penso che il governo fosse coinvolto e che anche all’interno della NATO se ne fosse discusso. Al tempo c’era l’unità di crisi anche negli USA, che si teneva in continuo contatto con Bonn. Loro avevano un grosso interesse che noi non ci fossimo più. Il metodo di far apparire un omicidio per un suicidio è proprio della CIA.
*Nella discussione all’interno della sinistra su Stammheim, c’è per lo meno da parte della sinistra la tendenza a non considerare importante la risposta alla domanda se si tratti di omicidio o suicidio. In ogni caso la morte dei tre è da attribuirsi allo stato che o ha provveduto direttamente o ha portato i tre a suicidarsi.
Le condizioni carcerarie erano terribili e nello sciopero della fame vennero uccisi prigionieri con la sottoalimentazione, Holger Meins per esempio. Ma è comunque una grossa differenza se qualcuno si spara, si impicca si pianta un coltello nel petto o se lo fanno gli altri. Si tratta dei fatti. Non volevamo morire, volevamo vivere.

da  

Processo Bifolco. Due anni con pena sospesa al carabiniere che ammazzò Davide

DpqA55HWsAAQEUy.jpg largeLo Stato è il carabiniere.
Perché tutti i codici, tutte le dottrine, tutte le leggi sono nulle,
se a un dato momento il carabiniere colla sua forza fisica
non fa sentire  il peso indistruttibile delle leggi.
[Benito Mussolini, 1923]

Meno di due anni fa qualcuno ha provato a spiegarci che “giustizia” era “il carcere”. Quattro anni e quattro mesi di galera per un uomo che senza motivo aveva sparato a un ragazzo. Lo aveva scambiato per un altro tizio, l’aveva inseguito, scaraventato via dal suo motorino e ammazzato. Quattro anni e quattro mesi era tutto quanto si poteva fare, in quella situazione. Tutto quello che concedeva la legge. A deciderlo, però, era stato un processo pieno di ambiguità, punti oscuri, prove sparite, comportamenti anomali e indagini approssimative. D’altra parte, nonostante sembrasse tutto un grosso imbroglio, pareva anche che fossero state giocate le carte giuste per restare nel gioco.

Il (non) processo di ieri ha mostrato invece che “giustizia” è compensazione tra poteri, è mettersi attorno a un tavolo e decidere. Ha detto che la vita di Davide Bifolco non vale nulla, che la sola ammissione di avergliela tolta è condizione sufficiente per non parlarne più. Sebbene l’evidenza dicesse il contrario, si è continuato ad affermare che “legge” è uguale a “giustizia”, e forse noi tutti, da osservatori di una vicenda che sembrava via via più assurda, ci abbiamo creduto, anche solo accettando quelle regole di cui non ci accorgiamo nemmeno, e che tolleriamo fino a quando non fanno a pezzi il nostro mondo. Come quando al Monopoli non riesci a trovare un motivo valido per dover ripartire dal via.

Ieri, più o meno a mezzogiorno, si è concluso il processo a Gianni Macchiarolo, carabiniere nonché assassino di Davide Bifolco, adolescente del Rione Traiano. Iniziata l’udienza, la difesa del carabiniere ha presentato una richiesta di concordato in Appello, in cui chiedeva al procuratore generale e alla corte, previa ammissione della colpa, una riduzione della pena da quattro anni e quattro mesi a due anni con pena sospesa. Il procuratore generale ha concordato sulla pena proposta dall’imputato a modifica di quella del primo grado, ritenendo equivalenti (e dunque non calcolate) l’aggravante all’epoca riconosciuta e le attenuanti generiche, che invece in primo grado non erano state concesse. Dopo una lunga ma sostanzialmente inutile arringa della parte civile, il collegio si è ritirato per decidere. Un’ora e la notizia era ufficiale: Gianni Macchiarolo, reo confesso di omicidio colposo ai danni di Davide Bifolco, è stato condannato a ventiquattro mesi con pena sospesa. Non andrà in prigione né ai domiciliari. Non sarà interdetto dai pubblici uffici. E il processo? Niente confronto, niente udienze, niente discussione. Nemmeno l’illusione di poter mostrare le proprie carte. Nemmeno la frustrazione di poter chiedere invano giustizia. Dice bene Giovanni, il papà di Davide, quando dice che non è una roba per poveri.

Il resto della giornata è Flora, la mamma di Davide, che rimane a terra disperata fuori dall’aula, sapendo che non c’è più niente da fare se non andar via; sono gli attimi lunghissimi all’uscita di Annachiara, Tommaso e Alberto, i fratelli del ragazzo, e poi dietro Flora e Giovanni, quasi di corsa, senza sapere dove andare, mentre dicono ai pochi parenti che erano riusciti ad arrivare fuori la porta: «È finita!», «È finita!», «Due anni, è finita!»; sono le trenta persone in presidio, e gli striscioni all’esterno del Palazzo di giustizia, protetto da un manipolo di guardie, che non sanno bene cosa fare, pensando che la cosa più saggia probabilmente è mantenere la calma e tornare a casa.

Forse era già chiaro come sarebbe andato questo processo, forse la consapevolezza di difendere una causa giusta non ha messo in guardia rispetto alla forza così diversa che i due pesi esercitavano su quella bilancia sempre difettata. Mentre Tommaso, fratello di Davide, a casa continuava a ripetere che è per quello che la gente studia. Per farsi furba e governare le regole.

Ma se le regole sono queste, allora, qual è il modo giusto per mandare all’aria il tabellone? Una rete di persone, attivisti, cittadini, in questi anni ha provato a farlo nel quartiere con pazienza, lavorando con i più piccoli, mostrandogli un percorso alternativo, con meno sassi e ostacoli; è stato scritto un libro, sono stati organizzati incontri con gli studenti, percorsi chilometri di autostrada per raccontare quella storia in modo diverso; si è provato a parlare con tutti, a coinvolgere persone, a organizzare musica, teatro, a unire energie differenti, preti, studenti e disoccupati. Con la consapevolezza che quella fosse una goccia nel mare, ma che un lavorio costante e accurato avrebbe forse potuto fare un buco nel muro.

Eppure ieri, ancora una volta, il processo tenuto a Napoli non è stato fatto al carabiniere che ha ucciso Davide, ma alla vittima, ai suoi genitori e fratelli, amici e compagni di calcio, scuola, scorribande, ai pochi militanti presenti al fianco della sua famiglia. Le altre pedine hanno fatto il proprio, più o meno inconsapevolmente: la poliziotta buona che consola la mamma addolorata; i giornalisti indignati per lo scandalo giudiziario, che dimenticano il fango con cui avevano ricoperto fino a ieri il quartiere e la famiglia; quelli determinati a raccogliere una lacrima in alta definizione, uno scivolone rabbioso sulla camorra, una frase troppo violenta persino per la circostanza; quelli che «vi siamo sempre vicini ma muovetevi a farci intervistare il papà, che dobbiamo andare a seguire la conferenza della squadra femminile dell’Afro-Napoli».

La sconfitta è quella di non essere riusciti, in questi anni, ad alzare abbastanza la voce perché il processo non fosse fatto a Davide, alla famiglia Bifolco, agli adolescenti senza casco del rione, alle ragazzine madri quindicenni, agli scantinatisti e ai pali delle basi, ai tossici, agli emarginati, a quel mondo di sotto di cui il resto della città si accorge solo quando, in un modo o nell’altro, qualcuno alza il tombino. Abbiamo combattuto non capendo che su quel tavolo gli assi erano stati già divisi. Ciò non vuol dire che non si debba continuare, ma è necessario farlo con una consapevolezza in più: che le lotte più dure prescindono da ogni speranza. (riccardo rosa)

http://napolimonitor.it/la-legge-non-giustizia-due-anni-pena-sospesa-al-carabiniere-ammazzo-davide-bifolco/

Benetton scaricato dall’Università di Buenos Aires

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Mentre  imperversa la campagna pubblicitaria ‘NUDI COME …’ la cui presentazione termina con ‘… il Cantico delle Creature che avvicina al cielo e sottomette il mondo“, vengono messe a nudo le criticità di un imbarazzante collaborazione con tendenza a …. ‘sottomettere’.

La Facoltà di Agraria dell’Università di Buenos Aires (FAUBA)  rescinde l’accordo di collaborazione con la Compañía de Tierras Sud Argentino S.A. per una ricerca scientifica congiunta sulla sostenibilità dell’attività zootecnica nell’area Patagonica.

Siamo ancora negli sconfinati territori di proprietà del Gruppo Benetton, tristemente noti per le prepotenze nei confronti del popolo mapuche, bersaglio di decine di denuncie presentate alla gendarmeria che hanno dato origine alle numerose e violente incursioni nel Pu Lof di Cushamen, culminate con la sparizione di Santiago Maldonado e la successiva tragica ricomparsa.

Comanda la Compañía de Tierras Sud Argentino S.A. e le parole d’ordine sono: estrarre il massimo profitto da ogni rapporto, da ogni collaborazione, ignorando l’etica delle cose e delle relazioni, far desistere ad ogni costo gli occupanti del territorio ancestrale dal loro intento.
Palesando un delirio di onnipotenza che spesso contraddistingue i comportamenti dell’Impresa.

L’accordo

La Facoltà aveva stipulato un accordo, firmato il 30 maggio 2017 e inquadrato nel precedente siglato il 23 giugno 2015 secondo la risoluzione C.S. 1133/10, che ratificava una pluriennale collaborazione con un obiettivo importante: la valutazione sistematica della disponibilità di risorse foraggere nel corso dell’anno, proponendo un piano di gestione sostenibile per il pascolo patagonico e la produzione zootecnica, nel rispetto dell’ecosistema locale, attraverso una corretta rotazione, a tutela delle specie autoctone.

Un progetto di grande interesse, con il compito di ‘mantenere in salute’ un territorio, bene dell’umanità intera, sul quale vi è  esercitata un attività di allevamento a carattere industriale.

La contestazione

A schierarsi contro l’opportunità di continuare tale rapporto ci ha pensato, il “Gruppo di studio e di lavoro con le comunità Qom nella regione del Chaco” (Get-Qom), coordinato  dalla professoressa insegnante della Facoltà, ingegnere agronomo, Libertad Mascarini, che ha presentato, all’inizio dell’anno, la proposta di recessione immediata  dall’accordo di ricerca che l’istituzione ha mantenuto per oltre trent’anni con la Compagnia, ancora prima di essere in mano al Gruppo Benetton.

I motivi che hanno portato a questa proposta sono stati la “mancata applicazione da parte della società, dei risultati ottenuti in quasi 80 anni di lavoro della Facoltà, dissipando così gli sforzi fatti dall’istituzione pubblica” con studi condotti, nei terreni oggi posseduti da Benetton, già dal 1940 e continuati fino ad oggi attraverso équipe di importanti ricercatori.

Anziché rispettare i principi dettati dal pluriennale impegno di ricerca, la multinazionale trevigiana avrebbe solo beneficiato dell’esperienza e del lavoro svolto nell’ambito dell’accordo di riferimento, usufruendo anche della formazione avvenuta per il proprio personale.

 

Il mandato dell’università

Tale condotta ha fatto venir meno la missione della facoltà di Agronomia, che ha il dovere di rendere i frutti della ricerca, in primo luogo a servizio dei settori più vulnerabili ed esclusi, come i popoli indigeni e piccoli agricoltori, piuttosto che al servizio delle grandi aziende che spesso violano i diritti di questi settori.

Viene evidenziato inoltre, che negli accordi di riferimento tra FAUBA e Compañia del gruppo Benetton,  non ci sia traccia di alcuna discussione storica, sociale o politica, avallando in questo modo un passato di genocidi, espropriazioni e ingiustizia che si consolida nel tempo, riproducendo negli studenti una formazione acritica in merito alla portata delle loro azioni, ricerche e pubblicazioni prodotte.
E’ messa in evidenza la lampante incompatibilità del mantenimento di queste convenzioni in circostanze in cui l’esistenza di conflitti di terra e violazioni dei diritti umani, è fortemente ripudiato da ampi settori della società.

 

La risoluzione

Questi aspetti del contesto che non potevano essere ignorati dal Consiglio Direttivo della FAUBA nel valutare l’opportunità di mantenere la continuità della sua relazione con la Compañia e decidere della sua risoluzione, hanno dato luogo a un processo di riflessione che rafforza l’istituzione creando un esempio e un precedente prezioso in direzione di un’università pubblica più democratica, attenta alle esigenze della società e al servizio delle persone e non delle imprese.

Un ruolo importante ha avuto la determinazione con la quale organizzazioni sociali e sindacali, hanno sostenuto la proposta del Get-Qom, obbligando le autorità a deliberare un parere che ha portato il consiglio a decidere per la risoluzione del contratto, segnando il percorso della controversa multinazionale.
A ciò  ha contribuito anche la presa di posizione del premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel, secondo il quale “la Compañia rappresenta un’impresa commerciale, come Benetton, che fin dalla sua installazione nel paese ha avuto un comportamento molto sprezzante nei confronti degli abitanti originari dei territori che ha occupato “.

Salvini ha paura. Per questo l’assedio a Riace e a Mimmo Lucano

In queste ore il ministro dell’Interno Matteo Salvini alza il tiro. Contro tutti. In particolare contro Riace perché – twitta – «chi sbaglia paga». Nel frattempo, il Tribunale dei ministri lavora per capire se ha sbagliato pure lui, mentre il tempo scorre e si avvicina il momento in cui i pm dovranno decidere se chiedere l’archiviazione oppure chiedere al capo dei pm di presentare un’istanza di autorizzazione a procedere a Palazzo Madama, essendo Salvini un senatore.

Matteo Salvini, è il caso di ricordare, è stato indagato dalla Procura di Agrigento per il caso Diciotti, la nave della Guardia costiera italiana ormeggiata per giorni nel porto di Catania con il divieto di far scendere a terra i migranti. L’avviso di garanzia gli è stato recapitato il 25 agosto. Il fascicolo contro Salvini è stato trasferito dalla procura di Agrigento a quella di Palermo, e da quella di Palermo al Tribunale dei ministri, che – a partire dal 7 settembre – ha 90 giorni di tempo per prendere una decisione.

Il conto alla rovescia è già partito, la clessidra dei 90 giorni è stata rovesciata, i giorni passano e si avvicina pericolosamente la decisione. Sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale. Questi i capi d’accusa contro Salvini e il capo di Gabinetto del Viminale Matteo Piantedosi. I migranti soccorsi dalla Diciotti, secondo i magistrati, sarebbero stati privati illegalmente della propria libertà personale.

Se il tribunale dei ministri decidesse di procedere, una volta che gli atti sono giunti alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, ed entro 60 giorni la Camera dovrà riunirsi. L’articolo 605 del codice penale, sul sequestro di persona, stabilisce che «chiunque priva taluno della libertà personale è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni. La pena è della reclusione da uno a dieci anni». Chiunque, anche Matteo Salvini. Che però verrà salvato da questo Senato che, con ogni probabilità, negherà l’autorizzazione a procedere.

Riace e Mimmo Lucano, intanto, sono sotto assedio. Stretti tra i fuochi incrociati di Viminale e procura. «Non di sola disobbedienza civile si deve ora parlare», hanno avvertito i Giuristi democratici commentando quanto accade a Riace. «Ma di determinato rispetto della Costituzione repubblicana. Che dai soggetti che dovrebbero rappresentare le Istituzioni e che oggi occupano i loro vertici, non è considerato il primo dei loro doveri».

Su Riace si fa vero e proprio terrorismo con un’ordinanza che minaccia – non ordina, perché ci sono 60 giorni di tempo per fare ricorso al Tar e chiedere la sospensione immediata – le deportazioni. Nessuna deportazione avverrà nel paese dell’accoglienza, quel piccolo borgo ci insegna che l’accoglienza è un atto umano e naturale. Che l’accoglienza (com’è stato per tre anni, dal 1998 al 2001) può essere spontanea, può trovare sostentamento dalla solidarietà internazionale che è già esplosa in ogni dove. Chi vorrà restare a Riace potrà farlo, uscendo dal sistema Sprar, e rimanendo così a casa sua, a Riace.

E rinunciare allo Sprar non sarebbe un passo indietro per Riace, ma per l’Italia intera che con il Decreto Salvini rinuncia di fatto a costruire una convivenza pacifica. Se questo governo – e il suo apparato – decideranno davvero di andare avanti su questa strada, si assumeranno la responsabilità di sacrificare pace sociale e sicurezza sociale sull’altare della propaganda. Con buona pace degli interessi economici e criminali che festeggeranno per i rinnovati ghetti e grandi centri.