Verso Renoize017

Il 27 Agosto sono 11 anni dalla morte di Renato Biagetti, ucciso a Focene da due fascisti. Come ogni anno, fra il 27 Agosto e il 2 settembre si terrà Renoize017, un’iniziativa che cerca di far vivere le memoria di Renato attraverso la musica, la cultura e l’aggregazione contro ogni fascismo.
I “banditi” hanno voluto ricordare Renato così, sui muri della nostra città.
UCCIDONO UN COMPAGNO…NE NASCONO ALTRI CENTO! ACHTUNG BANDITEN!

http://www.militant-blog.org/?p=14634

G20, Forenza: «Liberare gli italiani ancora detenuti ad Amburgo»

G20, ancora detenuti ad Amburgo, sei militanti italiani arrestati dopo il corteo dell’8 luglio dalla polizia tedesca. Giovedi, iniziative in molte città sotto le sedi diplomatiche

«La stampa non se ne occupa – scrive Eleonora Forenza, eurodeputata del Gue – ma Alessandro, Emiliano, Orazio, Maria, Fabio, Riccardo sono ancora detenuti ad Amburgo. Sono in carcere per aver manifestato contro il #G20, vittime di una UE sempre più securitaria e repressiva, e della folle gestione della Polizia di #Amburgo.

Giovedì 27 luglio alle 16 a Roma vi chiediamo di essere presenti al presidio – conferenza stampa che terremo davanti all’ambasciata #tedesca (via San Martino della Battaglia/piazza Indipendenza) per chiedere la loro liberazione. Non ci fermeremo finché non saranno liber@ tutt@. Se toccano un@ compagn@, toccano tutt@. #liberitutti #liberetutte». Anche in altre città d’Italia ci saranno sit-in, presidi, flash mob, iniziative sotto le sedi diplomatiche della Germania. Specie in quelle più vicine ai luoghi da cui provengono i sei manifestanti arrestati nelle retate seguite alle operazioni di repressione amburghesi. Un’idea annunciata anche durante le giornate genovesi di commemorazione del luglio 2001 e di rilancio delle ragioni del movimento antiliberista e delle battaglie contro la repressione. A Palermo c’è stata già una iniziativa sabato 22 luglio davanti alla Prefettura di Palermo per sollecitare l’intervento immediato delle istituzioni italiane e richiamare l’attenzione degli organi di stampa su questa vicenda gravissima. Due giorni prima, il 20 luglio, si è tenuta l’udienza di convalida che ha confermato la custodia cautelare in carcere per Emiliano Puleo, in linea con le decisioni che, nei giorni precedenti, hanno riguardato gli altri manifestanti italiani arrestati durante le contestazioni del G-20 ad Amburgo. Il giudice non ha accettato la proposta di liberazione su cauzione formulata dalla difesa; perciò, anche per Emiliano proseguiranno inesorabili i giorni di detenzione nelle carceri di Amburgo, nel silenzio assordante dei media nazionali. La vicenda sta acquisendo, giorno dopo giorno, contorni sempre meno giudiziari e sempre più politici e punitivi – spiega Valentina Speciale, segretaria del circolo di Rifondazione Comunista di Partinico -. Ciò trova conferma – aggiunge – nelle parole del parlamentare tedesco Martin Dolzer del partito Die Linke, il quale, dopo un colloquio avuto con Emiliano in carcere, ha affermato che attualmente in Germania contro gli italiani che hanno contestato il G-20 è in atto un vero e proprio accanimento».

Restano in carcere nella prigione di Billwerder, Orazio, di 31 anni, e Alessandro di 25, i due catanesi fermati dalle autorità tedesche, dicono i loro legali, Pierpaolo Montalto e Goffredo D’Antona. Intanto il Centro Sociale Liotru, del quale i due catanesi fanno parte, ha già organizzato un aperitivo benefit per le spese legali.

Scrive Riccardo, dalla Prigione di Billwerder (20 Luglio): «In questo momento mi trovo detenuto nel carcere Billwerder di Amburgo. Sono stato arrestato venerdì 7 Luglio alle ore 19.30 nei pressi del Rote Flora. Sono accusato di oltraggio allo Stato, di aver messo in pericolo la pubblica sicurezza, di aver svolto un ruolo attivo all’interno di un gruppo di quindici persone che ha fronteggiato la polizia, in particolare di aver tentato di ferire un poliziotto della Sezione Speciale di Bloomberg adibita ad effettuare arresti e recuperare reperti. Non riconosco il dualismo “colpevole – innocente” proposto dagli apparati giuridici dello Stato. Ciò che voglio dire a riguardo è di essere orgoglioso e felice di essere stato presente durante la sommossa di Amburgo contro il G20.

La gioia di vivere in prima persona la determinazione di persone di ogni età e da tutto il mondo che ancora non hanno ceduto alla tentazione di sottomettersi alla logica del denaro e del mondo capitalista non potrà mai essere sopita da nessuna misura cautelare. In un epoca storica in cui il capitalismo cerca di affondare il colpo definitivo e necessario al suo assestamento, in una continua oscillazione fra guerra interna (leggi speciali, chiusura delle frontiere, deportazioni) e guerra esterna (massacri indiscriminati, distruzione e avvelenamento del Pianeta Terra); la rivolta di Amburgo contro il G20 ha dimostrato ciò che è più importante per chi ha ancora a cuore la libertà: la possibilità della sua realizzazione.

L’ efficienza tecnologica, fisica e tattica della polizia tedesca è stata tanto impressionante e spaventosa, quanto, di fatto, inutile a disinnescare prima e reprimere successivamente l’esigenza di svolgere contro la società mondiale, assurda e catastrofica, che i venti patetici Capi di Stato stavano lì a sfoggiare con meschinità, blindati nel cuore della città. I rassegnati e i riformisti potranno dire che, visto i rapporti di forza sviluppatisi negli ultimi decenni tra il potere e i suoi sudditi, quello di Amburgo sia stato un ennesimo esperimento di massa per verificare la tenuta degli apparati di sicurezza internazionale. Del resto è quello che veniva detto anche dopo il G8 di Genova nel 2001.

I ribelli e i rivoluzionari, però, non fanno i conti con le dietrologie della politica, ma con i propri sentimenti e i propri progetti. In ogni caso, mi pare di poter ribadire che, se anche così fosse, questo esperimento sia fallito del tutto. Nelle strade di Amburgo ho respirato la libertà incontrollata, la solidarietà attiva, la fermezza di rifiutare un’ ordine mortifero imposto da pochi ricchi e altrettanti potenti sul resto dell’umanità. Non più infinite file di automobili e composte processioni che ogni giorno santificano la liturgia oppressiva ed assassina del sistema capitalista.

Non più masse indistinte costrette a piegarsi e sudare per un’anonima sopravvivenza in favore dell’arricchimento di qualche ingordo padrone. Non più migliaia di sguardi assenti diretti verso qualche asettico display che aliena e deforma le nostre esperienze di vita.

Ho visto individui alzare gli occhi al cielo per cercare di agguantarlo.
Ho visto donne e uomini dare corpo alla loro creatività e alle loro fantasie più represse.
Ho visto le energie di ciascuno impegnate a tendere una mano ad altre che non si ergono al di sopra di nessuno.
Ho visto il sudore gocciolare dalle fronti per soddisfare i propri desideri invece di quelli di qualche aguzzino. Nell’ora della rivolta nessuno resta mai veramente solo.

Un forte abbraccio a tutti i compagni e le compagne, a tutti/e i/le ribelli prigionieri/e dello Stato tedesco. Un saluto appassionato ad Anna, Marco, Valentina, Sandrone, Danilo, Nicola, Alfredo, i compagni e le compagne sotto processo per l’ Operazione “Scripta Manent” in Italia. Ai/alle rivoluzionari/e e ai/alle ribelli prigionieri/e nelle galere di tutto il mondo. Un bacio a Juan. Dove sei … dove sei … sei sempre con noi! Finché esisto: sempre contro l’autorità! Sempre a testa alta! Viva l’internazionale anticapitalista! Per Carlo! per Alexis! Per Remi! Per la libertà!».

La stessa Eleonora Forenza era stata bruscamente arrestata assieme ad altri 15 italiani l’8 luglio ad Amburgo. E le furono sequestrati documenti dagli agenti tedeschi compreso il tesserino parlamentare. In alcune foto e un video ha mostrato le immagini dell’intervento della polizia. Era andata anche lei a manifestare contro il vertice, per vigilare da parlamentare europea contro il dispositivo globale di repressione del dissenso

Insieme ad altri attivisti ha trascorso la notte fuori dalla caserma di Amburgo: «Ci hanno comunicato – raccontò a Marina Zenobio di Popoff – che eravamo in stato di arresto senza comunicarci la ragione, dicendo solo che avevano notizie di italiani pericolosi in arrivo ad Amburgo. Ci hanno sequestrato i documenti, tra cui il mio tesserino parlamentare, per oltre quattro ore. Ci hanno messo nelle celle di due furgoni e ci hanno sequestrato tutto: negli zaini non hanno trovato nulla ma alcuni di noi, tra cui me, avevano una felpa nera (!!!). Ci hanno tenuto oltre tre ore nella cella del cellulare, prendendoci in giro quando chiedevamo informazioni. Mi hanno fatto fare pipì con la porta aperta e sorvegliata da due poliziotte nonostante fossi già stata perquisita. Dopo quasi cinque ore hanno portato tutti nelle celle. A me, alle 21, hanno detto che ero rilasciata perché parlamentare (eppure avevano il mio tesserino dalle 16!!!). Mi sono rifiutata di andare via finché non rilasciano tutt@ i miei compagni e le mie compagne».

L’europarlamentare ha ricordato la due giorni di Bruxelles, pochissimi giorni prima del G20, contro la repressione e per il diritto al dissenso organizzata con Osservatorio Repressione.

Intanto, è attiva la campagna “Perché nessun* resti solo”: indicazioni e indirizzi per scrivere agli attivisti reclusi nelle carceri tedesche.

Quel sabato il grande corteo conclusivo delle mobilitazioni contro il G20 è stato bello, potente e variegato. Una manifestazione tranquilla, a parte gli attacchi della polizia in coda, respinti grazie alla solidarietà degli altri spezzoni. Fino alle provocazioni che gli agenti in tenuta anti-sommossa hanno realizzato nella piazza finale contro chi doveva intervenire dal palco o chi stazionava là intorno. Poi la caccia all’uomo mentre i gruppi defluivano, circondati dalle camionette. Solo in seguito abbiamo saputo, grazie al legal team, che quasi tutti i fermati erano stranieri. I legali riferiscono che si è trattato di un vero e proprio “racial profiling”, una caccia allo straniero, soprattutto, con un atteggiamento della polizei molto aggressivo, specie con chi dimostrava di non essere intimorito o provava a usare il cellulare per avvisare il legal team. «Dopo la prima identificazione e perquisizione – ha raccontato Shendi è un’attivista dei Berlin Migrant Strikers, collettivo di italiani a Berlino – ci hanno fatto salire su due blindati, al cui interno c’erano delle celle. Insieme a noi, era presente anche l’europarlamentare Eleonora Forenza, che ha provato in tutti i modi a ostacolare l’operazione della polizia. Senza riuscirci. Anzi, anche lei è stata portata via con noi. Finché eravamo in stato di fermo nei furgoni il morale era molto alto. Perché stavamo tutti insieme, sebbene divisi tra uomini e donne. Facevamo cori, continuavamo a chiedere di andare in bagno, anche per infastidire la polizia. A un certo punto ci hanno portato nella struttura detentiva di Gesa (Gefangenensammelstelle), costruita apposta per il vertice del G20. Lì ci siamo resi conto di essere effettivamente in stato di arresto e abbiamo iniziato a sperimentare le diverse tattiche di controllo proprie dell’ambiente carcerario. Per prima cosa, siamo stati pian piano separati e isolati. Uno alla volta scendevamo dal furgone ed entravamo nell’edificio, attraverso una scala circondata dal filo spinato. Più che un vero e proprio carcere, sembrava un magazzino di Amazon. E noi la merce inscatolata nei piccoli scaffali. La logistica della repressione poteva avere inizio. Il flusso di soggetti era continuo, sia in uscita che in entrata, e gli addetti allo smistamento tendevano a comprimere il più possibile le soggettività per garantire il massimo dell’efficenza. Quasi subito, è diventato chiaro che un’arma nelle loro mani era il pieno possesso delle informazioni, mentre noi, al contrario, non sapevamo dove stavamo andando, dov’erano gli altri, se e quando saremmo usciti. Non sapevamo nemmeno di cosa eravamo accusati, perché si rifiutavano di dircelo».

Gli agenti hanno provato a far firmare un foglio in cui gli arrestati ammettevano che la polizia di Amburgo li avrebbe trattenuti perché considerati soggetti pericolosi fino alla fine del vertice, alle sei di mattina del lunedì.  Una mappa della città o un capo di vestiario sospetto, perfino la consapevolezza di come comportarsi in caso di arresto poteva significare la conferma delle accuse mosse dai tedeschi proprio mentre la politica, a cominciare dalla Merkel, ammetteva l’errore di aver fatto piovere il circo del G20 al centro della scena antagonista tedesca.

Su Dinamo Press una interessante riflessione di bilancio, intanto è attiva la campagna “Perché nessun* resti solo”: ecco le indicazioni e gli indirizzi per scrivere agli attivisti reclusi nelle carceri tedesche dopo le giornate di Amburgo.

«Ci sono tante cose di cui si ha bisogno quando si è rinchiusi in una cella. Si ha bisogno di vino, di tramonti, si ha bisogno di vento e di abbracci. Ma soprattutto si ha bisogno di parole. Parole per riempire un lunghissimo silenzio e rompere il proprio isolamento.

Giovanissime compagne e giovanissimi compagni sono ancora rinchiusi senza processo nella prigione di Hamburg dopo il G20. Sono sole e soli, non hanno cellulare, computer, possono fare solo una telefonata giornaliera. Il nostro compito è essere al loro fianco, condividere con loro lo spazio asettico di una cella di una nazione lontana.

Quando diciamo nostro, parliamo di tutte e tutti noi, chi c’era e chi no ad Hamburg. Con un piccolo sforzo ognuno di noi può essere la boccata d’aria di chi è recluso. Scriviamo e spediamo una lettera a chi è ancora in prigione per il G20 di Amburgo.

La solidarietà sui social network purtroppo non arriva nell’inferno del carcere, nelle ore che scorrono tutte uguali, interminabili. Spendere qualche centesimo in francobolli per inviare uno scritto, un saluto, una poesia, una canzone, una lettera, qualunque cosa è un atto prezioso di cura, un atto rivoluzionario. La solidarietà è un’arma, ma a volte anche una penna». Qui di seguito gli indirizzi:

RICCARDO LUPANO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

EMILIANO PULEO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

ORAZIO SCIUTO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

ALESSANDRO RAPISARDA

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

MARIA ROCCO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

FABIO VETTOREL

Justizvollzugsanstalt

Hahnöfersand

Hinterbrack 25 21635 Jork,

Germania

http://popoffquotidiano.it/2017/07/24/g20-forenza-liberare-gli-italiani-ancora-detenuti-ad-amburgo/

26 luglio 1953: assalto alla caserma Moncada

La caserma Moncada è una delle roccaforti dell’esercito cubano, e viene scelta seguendo una logica politica che dovrebbe portare ad un’intensificazione della mobilitazione anti-regime e insurrezionale.

L’attacco viene preparato per mesi e clandestinamente, dal movimento rivoluzionario che ha ormai addestrato molte centinaia di militanti all’uso delle armi. L’addestramento viene svolto all’interno di fattorie, abitazioni e università. A Cuba, dal golpe del 10 marzo del ’52, fioriscono sempre di più organizzazioni rivoluzionarie armate per il rovesciamento del regime.L’attacco alla Moncada viene guidato da: Fidel Castro,Abel Santamaría, José Luis Tasende, Renato Guitart Rosell, Antonio López Fernández (Ñico),Pedro Miret e Jesús Montané Oropesa, i quali sono anche ai vertici dell’organizzazione rivoluzionaria. L’attacco viene sferrato il giorno seguente alla festa patronale di Santiago per poter contare sulla stanchezza dei soldati. Simultaneamente vengono attaccati il Palazzo di giustizia da una decina di uomini guidati da Raul Castro, e  l’ospedale militare da una ventina sotto le direttive di Abel Santamaria.

È Fidel Castro a guidare l’attacco alla caserma. Mentre le altre due azioni riescono pienamente, la prima, la principale e con più uomini impegnati, circa un centinaio: è un fallimento totale sul piano tattico e militare. Molti rivoluzionari vengono uccisi,  altri fatti prigionieri, e in quasi una sessantina riescono a fuggire. Fidel Castro viene incarcerato e durante il suo processo farà il suo storico discorso: “la storia mi assolverà”.

L’azione del 26 luglio e il processo giudiziario, politico e di mobilitazione in solidarietà agli arrestati, è un detonatore della rivoluzione cubana che da quel giorno non fa che aumentare ed intensificarsi fino al 59 quando travolge il regime militare. Il programma scritto per l’occasione dell’attacco è un modello politico programmatico per la rivoluzione, e le sue rivendicazioni portano moltissime persone ad arruolarsi nel movimento 26 julio e a partecipare attivamente al processo rivoluzionario.

Davide Delogu è sotto tortura

Se il carcere è un abominio che punisce il detenuto per la sua condotta deviante, quella che sta subendo Davide in questi mesi, e che in passato ha già subito per brevi periodi, non si dovrebbe stentare a chiamarla tortura.

Davide Delogu, anarchico cagliaritano condannato per rapina e tentato omicidio, in questi anni si è distinto per la tenacia nel proseguire le lotte all’interno delle strutture carcerarie che lo detenevano, su infoaut abbiamo più volte dato risalto alla sua vicenda per dare risalto alla sua lotta dentro le mura del carcere. Trasferito dalla Sardegna in Sicilia, con diversi spostamenti nelle strutture di quest’ultima, è stato prima di tutto allontanato dalla sua terra ma soprattutto dai suoi cari e dai suoi compagni, cercando in questo modo di fiaccarne la resistenza. Per lo statuto speciale della Regione Sardegna i detenuti sardi dovrebbero “giovare” della territorialità della pena, una misura che se non viene rispettata diventa una doppia condanna, per Davide in primis che non ha la possibilità di vedere il suo avvocato ma che si deve appoggiare a un secondo legale, in secondo luogo per chi vuole avere colloqui con lui che sarà costretto a viaggi interminabili e un dispendio notevole di risorse economiche. Il trasferimento lontano dalle carceri sarde era già avvenuto precedentemente per altri detenuti politici, in particolare ricordiamo quelli della operazione Arcadia militanti di A Manca pro S’Indipendentzia e non ultimo Bruno Bellomonte, assolto dopo aver scontato anni di detenzione cautelare.

Davide è adesso nuovamente sotto regime di 14 bis, da due mesi per un totale di 6 mesi, all’indomani del tentativo fallito di evasione del 1° Maggio. Il 14 bis è un regime speciale di sorveglianza particolare che prevede la detenzione in isolamento. Davide in questo momento si trova in cella liscia e sotterranea, senza tv e senza radio. Dispone di due ore di aria al giorno in un’altra cella. Non può vedere la luce del sole né altri detenuti. La corrispondenza gli viene fatta arrivare. Nonostante il reclamo inoltrato dai legali l’amministrazione carceraria non risponde e non modifica le condizioni di detenzione.

I compagni di Davide sono venuti a sapere dopo molto tempo dell’inizio del 14 bis, nonostante questo da subito è partita una chiamata alla solidarietà diffusa, recepita già da alcune città in particolare da Cagliari. Nel capoluogo sardo, oltre ad una campagna muraria, la campagna è iniziata con un presidio sotto il tribunale cagliaritano, prevede per venerdì 28 un presidio alle 15 davanti alla sede del più venduto quotidiano isolano, L’Unione Sarda, con il tentativo di dare risalto alla sua vicenda.

E’ stata inoltre iniziato un bombardamento di lettere alla struttura carceraria che invitiamo a seguire inviando la posta a Davide Delogu – Contrada Piano Ippolito, 1, 96011 Augusta (Siracusa).

C-Star: quando i fascisti a caccia di migranti si incagliano in Africa

La C-Star è una nave presa in affitto da un’organizzazione di neonazisti che si fa chiamare “The Identitarians” che ha base principalmente in Germania e in Francia e, da poco in Italia, con nome “Generazione Identitaria”.

Viene da loro ideato un progetto, tramite il quale raccolgono 75 mila euro in donazioni: “Defend Europe” la creazione di una nave pattuglia che gira nel Mediterraneo, e che dovrebbe cercare di impedire gli sbarchi delle navi trasportanti i migranti sulle coste italiane, respingendoli verso le coste libiche, ma soprattutto monitorare da vicino il lavoro delle ONG. La C–Star si era prefissata l’approdo per la scorse settimana sulle coste catanesi, ma, ironia del destino, al momento è ferma a Suez per controlli, sembrerebbe essere stata fermata per assenza di alcuni documenti indispensabili alla navigazione.Nel frattempo a Catania si è sviluppato un dibattito intenso sull’arrivo della nave: lettere e appelli rivolti sia al Sindaco che alla Capitaneria di Porto, per richiedere che non venisse rilasciato il permesso di approdo al Porto, un presidio fisso e numeroso durante i giorni in cui era previsto l’arrivo della nave, e una conferenza stampa in cui è stato annunciato da associazioni, realtà sociali, collettivi e sindacati la volontà di impedire in ogni modo l’approdo della nave a Catania. L’annuncio dell’approdo di questa nave ha ricreato un dibattito cittadino sul tema, ma soprattutto ha portato a una ridiscussione dei problemi che i fenomeni migratori, gli sbarchi e le forme di accoglienza, creano oggi sui nostri territori agli occhi delle comunità che li abitano. Se infatti quest’approdo da un lato ha obbligato sia la Capitaneria di Porto sia il Sindaco a esprimere contrarietà e dissociazione da un fenomeno ai limiti del diritto della navigazione, dall’altro ha aperto un altro solco di discussione molto più profondo che negli anni passati sulla questione delle migrazioni.

Il progetto Defend Europe tenta di capitalizzare politicamente il tritacarne mediatico che contro i migranti organizza una vera e propria guerra tra poveri capace di schierare in prima fila, anche in molte città meridionali, ampi strati popolari e proletari… per governarli. Per rispondere anche solo allo sciacallaggio dei fascisti servono nuovi strumenti militanti. Tra nuovi piani Hotspot in Sicilia e Sardegna nell’impossibile rincorsa di Minniti a contenere e controllare i flussi, con l’esplosione del mercato dell’accoglienza tra sovraccarico ed economia corrotta, oltre ogni buonismo, c’è da recuperare il doppio fronte dell’autonomia dello sguardo migrante nel condurre le proprie battaglie nei propri interessi e dunque di un ruolo militante non ritagliato sull’assistenzialismo ma adatto a rompere le gerarchie dell’assistito, dell’assistente e del proletario terzo incomodo come assistito tradito. Come sempre è la percezione di essere soggetti deboli che occorre rigettare perché è la stessa su cui sorge il rancore del razzismo comune.Abbiamo una nostra partita da giocare. Sviluppare il bisogno di lottare contro questi ruoli per costruire una forza. Ai fascisti, per ora, l’ironia di una barcaccia ferma sulle coste africane. Chissà come ci si sente a stare senza documenti, fermi in mezzo al mare, senza poter tornare a casa, senza andare avanti.
Affondati.

Giovedì 27, libere/i tutti. Presidio all’ambasciata tedesca

La stampa non se ne occupa. Ma Alessandro, Emiliano, Orazio, Maria, Fabio, Riccardo sono ancora detenuti ad Amburgo. sono in carcere per aver manifestato contro il #G20, vittime di una UE sempre più securitaria e repressiva, e della folle gestione della Polizia di #Amburgo.
Giovedì 27 luglio alle 16 a Roma vi chiediamo di essere presenti al presidio – conferenza stampa che terremo davanti all’ambasciata #tedesca (via San Martino della Battaglia/piazza Indipendenza) per chiedere la loro liberazione.
Non ci fermeremo finché non saranno liber@ tutt@.
Se toccano un@ compagn@, toccano tutt@.
#liberitutti #liberetutte

28 settembre: le donne in piazza per l’aborto

Non Una Di Meno - Milano

Le donne in piazza per l’aborto, ancora? #28Settembre #Liberedi…

Il 28 settembre 2017 saremo a Milano, così come in molte altre città del mondo, per rivendicare il diritto delle donne a scegliere sul proprio corpo e sulla propria vita. Qui vi diamo i nostri buoni motivi.

Per aggiungere i tuoi e per costruire insieme la mobilitazione, vieni all’assemblea del 6 settembre (luogo da definire)! [CONDIVIDI L’EVENTO SU FACEBOOK]

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25 Luglio 1943: la caduta di mussolini

Dice di aver convocato il Gran Consiglio non per discutere la situazione interna, ma bensì per informarlo della situazione bellica del momento e poter prendere una decisione a livello di strategia militare, da applicare in seguito allo sbarco degli alleati anglo-americani in Sicilia e alle difficoltà riscontrate.

Mussolini, che appare fiducioso e sicuro di sé, da tempo però cova il malcontento di alcuni gerarchi, che trovano in Dino Grandi il loro portavoce.

La situazione è grave e richiede decisioni chiare e capaci di creare una reale svolta nella guida del governo.

Terminata la relazione introduttiva, seguita da non poche critiche, prende la parola Grandi che si appresta a leggere il documento preparato e firmato dai dissidenti.

Si tratta di un attacco diretto alla persona di Mussolini e di sfiducia nel suo operato, che si trova così con le spalle al muro, costretto ad ammettere tutta la sua colpevolezza.

Si apre la frattura: si parla di abolizione del regime totalitario, ritorno allo Statuto, ripristino del Parlamento e restituzione alla corona di tutte le sue prerogative.

L’errore più grave che gli viene imputato è quello d’aver accettato la germanizzazione del partito e del paese, avviando l’Italia a intraprendere l’ascesa in guerra.

Nel dibattito interviene anche Galeazzo Ciano.

Mussoline viene quindi disarmato dagli stessi appartenti al PNF, tenta un ultimo misero tentativo di riabilitazione della sua immagine, ma ormai la sorte è certa, non può evitare la messa in votazione del documento.

L’esito dello scrutinio avviene all’alba del 25 luglio ed è senza appello: diciannove sì contro sette no.

I favorevoli sono: Grandi, Bottai, Federzoni, Ciano, De Vecchi, De Marsico, Albini, Acerbo, Alfieri, Marinelli, Pareschi, De Bono, Rossoni, Bastianini, Bignardi, De Stefani, Gottardi, Balella, Cianetti.

Nonostante l’esito della votazione, Mussolini crede ancora di poter ottenere la fiducia del re; ma questi lo fa arrestare, mentre sale al potere come nuovo capo del governo Pietro Badoglio.

La radio trasmette il seguente comunicato: “Sua Maestà il re e imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro e segretario di Stato, presentate da S.E. il Cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato capo del governo, primo ministro e segretario di Stato S.E. il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio”.

Alle ore 22.45 il maresciallo legge alla radio un proclama alla nazione nella quale dichiara che “la guerra continua”.

Vi è una confusione generale ma  il popolo non può fare a meno di esultare e riversarsi nelle piazze per festeggiare.

Non possono immaginare quello che di lì a poco accadrà.

Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un commando nazista tedesco e trasportato in Germania dove darà vita alla Repubblica sociale italiana.

Coloro che avevano firmato l’ordine del giorno Grandi saranno processati e condannati a morte nel processo di Verona dell’8-10 gennaio 1944.

I 5 arrestati (Ciano, De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi), giudicati colpevoli d’alto tradimento, saranno giustiziati mediante fucilazione.

Mussolini fece la storia degli avvenimenti militari gettando la colpa dei suoi crimini e delle sue sconfitte su tutti, salvo che su se stesso.

La liberazione da lui si sancì solamente con la sua uccisione il 28 Aprile del 1945.

Ma quel 25 Luglio rimane nella memoria per la caduta definitiva del suo govern

E manifestar m’è impossibile in questa Italia

Cosa significa organizzare una manifestazione, oggi, in Italia alla luce del decreto Minniti? E cosa si rischia?

Buongiorno. Sono qui per presentare la richiesta di autorizzazione per una manifestazione.
Prego. Un corteo o un presidio?
Un presidio. Anzi, un’assemblea
Si accomodi. Dobbiamo compilare un bel po’ di moduli e approntare le misure di sicurezza.
Misure di sicurezza??? Ma se si tratta solo di un presidio nella piazza del Comune…
Eh, ma sa … dopo quello che è successo a Torino durante la finale di Champions League siamo costretti ad aumentare i controlli.
Del tipo?
Beh, intanto dovremo perquisire tutti i manifestanti che arriveranno con uno zaino. Che poi c’è anche l’ordinanza anti-alcol. E se qualcuno dovesse avere una bottiglia di vetro potrebbe succedere un dramma come a Torino.
Che c’entra Torino? Che c’entra la finale di Champions League? Ma poi, scusi, sulla piazza del Comune ci sono ogni giorno migliaia di turisti con lo zaino sulle spalle. Come fate a capire chi è un turista e chi un manifestante?
Per che cos’è la manifestazione?
Contro il decreto Minniti. Contro la repressione. Contro le politiche sull’immigrazione dell’Italia e dell’Europa.
Il titolo della manifestazione?
Il motivo della manifestazione intende. Lo slogan… “Nessuno è illegale”.
Beh, allora è semplice capire chi è un manifestante e chi un turista. Avrete tutti la felpa nera. E poi sarà pieno di immigrati.
Ma è metà luglio. Ci saranno 35 gradi. Chi vuole che venga con una felpa?
Voi mettete sempre le felpe nere.
Vabbè … E poi, scusi, come fate a capire chi è un immigrato e chi un turista? E se ci fossero turisti egiziani? Marocchini? Degli Emirati Arabi.
Lo capiamo, stia tranquillo.
Da cosa?
Saranno vicini a gente con la felpa nera.
(Ancora con questa felpa nera …) Ma, poi, che tipo di controlli farete?
Normali perquisizioni. Come allo stadio con gli ultras.
Scusi, come ‘normali’ perquisizioni? Da quando in qua si perquisisce chi si reca a una manifestazione?
Sa, i fatti di Torino ….
Ancora … Ma a Torino, di grazia, cosa sarebbe successo? Cosa c’entra Torino, la partita tra Juve e Real Madrid, con una manifestazione sotto il Comune? A questo punto dobbiamo aspettarci la “tessera del manifestante”?

Divieti. Prescrizioni. Vere e proprie militarizzazioni. Scendere in piazza per manifestare, in Italia, non è mai stato così difficile. L’apice della follia del controllo è stato raggiunto lo scorso 13 luglio quando per salire su piazza del Campidoglio per partecipare al presidio “Nessuno è illegale” i manifestanti hanno dovuto attraversare veri e propri check-point. E pensare che, in teoria, l’ordinamento italiano non prevederebbe meccanismi autorizzativi per scendere in piazza. Ma una volta l’emergenza traffico, una volta l’allerta terrorismo, un’altra il rischio zaini-bottiglie-felpe hanno, di fatto, creato una prassi talmente consolidata che anche un corteo spontaneo nato, ad esempio, dopo un tavolo “saltato” tra manifestanti e amministratori sia automaticamente bollato come manifestazione non autorizzata. Con tanto di multe fino a 5.000 euro recapitate a casa dei “leader” (come amano chiamarli le Questure). Un modo, quello della sanzione amministrativa, sempre più usato per cercare di arginare il dissenso e punire là dove può far più male, nel portafogli sempre più vuoto, chi non si arrende a una vita precaria. Non solo: l’ultima trovata di chi sta portando avanti questa guerra al dissenso è fatta di una vera e propria “caccia all’uomo”. Al singolo manifestante. Le cronache degli ultimi mesi sono piene di tre strumenti repressivi utilizzati in maniera indiscriminata dalle Questure: avvisi orali, fogli di via, sorveglianze speciali. Nel mirino soprattutto attivisti dei movimenti e sindacalisti. Chi, per farla breve, è giudicato “potenzialmente pericoloso” viene così punito senza alcun processo: oggi sono sufficienti delle denunce di polizia, o anche solo delle segnalazioni, per costringerti a restare lontano dalla piazze, fuori dai confini di una città (o addirittura di un quartiere), confinato a casa nelle ore notturne.

In un relativo breve lasso di tempo, dal 2008, anno dell’Onda studentesca e dell’emergenza traffico per i cortei selvaggi, al 2017, anno del decreto Minniti e dell’emergenza sicurezza e decoro, è saltato quel labile patto che prevedeva, al momento della notifica di una manifestazione in questura, che ci si limitasse a contrattare la caratteristica (se un corteo o un presidio), il luogo del concentramento, il percorso.

Oggi, invece, una notifica viene accettata, e una manifestazione autorizzata, solo se gli organizzatori acconsentono a sottostare a pesanti prescrizioni e a mettersi in gioco in prima persona, facendosi garanti di migliaia di persone. La chiamano prevenzione. Il risultato, però, rasenta l’anti-democratico. L’anti-costituzionale.

Basta analizzare quanto accaduto durante le ultime due mobilitazioni più significative, quella del 25 marzo a Roma per il 60esimo anniversario dei Trattati fondativi della Comunità Economica Europea e quella di fine maggio durante il G7 di Taormina. La “macchina della sicurezza”, come ama chiamarla il ministro dell’Interno Marco Minniti, ormai si muove ben prima della partenza di un corteo. Il motore si accende già nei giorni precedenti, si scalda, sale di giri per entrare a regime a poche ore dal concentramento, quando gli attivisti iniziano a muoversi verso il cuore della protesta.

Così oggi in Italia è tristemente normale che dei pullman siano bloccati lungo le autostrade, gli attivisti perquisiti da capo a piedi e fermati anche solo per una felpa nera.

Così, oggi, in Italia è tristemente normale – come accaduto a Roma – che dei manifestanti ricevano avvisi orali o fogli di via dopo aver trascorso diverse ore chiusi in una caserma perché nel proprio zaino sono trovati dei fumogeni, dei giubbotti con cappuccio o un coltellino da formaggio.

Così, oggi, in Italia è tristemente normale – come accaduto a Taormina – che le forze dell’ordine facciano irruzione all’interno di una manifestazione sparando lacrimogeni e caricando gli attivisti alle spalle a fini “preventivi” anziché, in caso di disordini, fronteggiare la testa del corteo.

Il risultato è che oggi, in Italia, per andare a una manifestazione conviene svestirsi, scendere dal pullman e presentarsi in mutande al cospetto degli agenti per la foto di rito che chiude la perquisizione. Alla fine, hanno ragione i ragazzi di Napoli che, dopo essere stati fermati per la terza volta lungo l’infinita strada che portava a Taormina, hanno pensato: “Scendiamo nudi. Facciamo prima”.

Daniele Nalbone

da il salto

Pugni alla macchina del caffè Arrestato: si suicida in cella

Un ragazzo di trent’anni, Roman Horoberts, di origine ucraina, si è ucciso in cella qualche giorno fa, poche ore dopo essere stato arrestato. Perché era finito in cella? Per una crisi nervosa che aveva avuto davanti a una macchina che distribuisce il caffè, nell’atrio di una palestra di Ferrara. Aveva colpito la macchina a pugni, furioso perché gli si era rovesciato addosso un bicchierino di caffè. Qualcuno ha chiamato la polizia e lo hanno arrestato. Il questore dice che si erano accorti che era molto agitato. e allora, perché in cella e non all’ospedale? Si è impiccato alle sbarre verso le 6 della mattina. E’ il ventisettesimo suicidio quest’anno. Uno ogni settimana. Una macelleria.

Se fosse stato portato in ospedale, forse non si sarebbe tolto la vita. Giallo sul suicidio del 30enne ucraino che si è impiccato il 17 luglio scorso nel carcere di Ferrara. Spunta la testimonianza indiretta pubblicata su Facebook, della presidente di Circomassimo e Arcigay Ferrara, Manuela Macario. È operatrice e socia di una cooperativa specializzata in progetti di formazione e inserimento al lavoro dedicati a persone in condizione di svantaggio sociale, con problemi di salute mentale o di tossicodipendenza. Conosce, quindi, molto bene il disagio psichico e sa come ci si debba comportare. Macario, 45 anni, fa una denuncia forte: «Alcuni presenti ( in palestra al momento dell’intervento della polizia, ndr) raccontano di aver visto picchiare il ragazzo e fare anche il segno della vittoria portandolo via. Ancora una volta nessuno è disposto a testimoniare». Secondo la polizia che era intervenuta, il ragazzo sarebbe andato in escandescenze picchiando la macchinetta del caffè situata nella palestra. L’hanno, infatti, tratto in arresto con l’accusa di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e minacce aggravate. Manuela Macario frequenta una palestra di via Reggiani, McFit, dove Roman Horoberts – il ragazzo suicidato -, domenica mattina, si è rovesciato un caffè addosso e poi ha scatenato la sua rabbia contro la macchinetta distributrice dicendo che il caffè era “troppo caldo” e sollevan- le preoccupazioni dei responsabili dell’impianto sportivo, che poi hanno chiamato le forze dell’ordine. «Sono iscritta da poco – ha raccontato Manuela Macario al giornale locale “La Nuova Ferrara” – e al momento dei fatti non ero in palestra». Secondo il racconto fatto dai testimoni e raccolto dalla polizia, Horoberts è andato in escandescenze verso la tarda mattinata di domenica. Gli agenti sono arrivati in palestra qualche minuto dopo la telefonata da parte dei responsabili. «Delle botte sono state 2- 3 persone a parlare. Ma riporto cose che mi sono state riferite, voglio che sia chiaro», prosegue Manuela Macario.

Il questore, Antonio Sbordone, si dice stupito delle affermazioni contenute nel post di Mado nuela Macario. «Quel giovane ha ribadito – è stato portato in questura e appariva effettivamente agitato. In questura è rimasto circa un’ora, non aveva segni di percosse addosso e tutto quello che è avvenuto lì è stato registrato. In effetti sembrava piuttosto su di giri e questo ci ha spinto a chiedere l’intervento di un medico del 118 che l’ha visitato. Il giovane aveva detto che assumeva farmaci, il medico ha escluso però che dovesse essere sedato o ricoverato. È stato quindi affidato al personale del carcere in attesa dell’audienza in tribunale».

Secondo la dinamica riferita dagli operatori penitenziari, il trentenne è entrato in carcere domenica pomeriggio ed è rimasto agitato tutta la notte, tanto che il compagno di cella era riuscito ad addormentarsi solo attorno alle 6, per essere poi svegliato un’ora dopo dall’urlo dell’agente penitenziario che ha ritrovato il ragazzo impiccato. Qualche ora dopo avrebbe dovuto svolgersi l’udienza per direttissima e probabilmente il giovane sarebbe stato liberato. Nel frattempo, ieri, è stata effettuata l’autopsia che ha confermato la dinamica. Oltre a presentare una lesione nel cranio riconducibile però a giorni prima, vengono riscontrate leggere escoriazioni sul dorso delle mani: sono lievi ferite compatibili con i pugni che il ragazzo diede contro la macchinetta del caffè. Il corpo non presenta altri segni particolari. Per quanto riguarda invece la causa della morte non ci sono dubbi sulla causa: soffocamento.

Damiano Aliprandi da il dubbio