L’avvocato dei carabinieri stupratori di Firenze vuole denunciare Giorgio

“Chiunque partecipi a manifestazioni con l’intento di aggredire le forze dell’ordine va fermato con ogni costo e mezzo, compreso un proiettile in mezzo agli occhi” e “la gentaglia che vuole la guerra con i cittadini in uniforme trovi la guerra”, sono dichiarazioni dell’avvocato Giorgio Carta, a seguito della manifestazione di Piacenza.

L’avvocato dei carabinieri stupratori di Firenze vuole denunciare Giorgio

Si tratta di uno degli avvocati difensori dei due carabinieri che stuprarono quest’estate due ragazze a Firenze. La strategia del legale? “È un bel ragazzo e quindi non ha bisogno di violentare nessuno”.
Qualche giorno fa ci sono state le 12 ore di interrogatorio per le due studentesse, in cui gli avvocati degli stupratori hanno posto domande morbose, spregevoli e non inerenti al processo, cercando in tutti i modi di dimostrare che ci doveva pur essere qualcosa che queste ragazze hanno sbagliato.

Carta riporta sul suo profilo un post di Giorgio, giovane antifascista arrestato dopo il corteo per impedire l’apertura di una sede di Casa Pound a Piacenza, in cui il cuoco valsusisno esprime la sua indignazione riguardo all’interrogatorio. Insulti che a occhio e croce sembrano ricalcare il moto di disgusto che ha attraversato la gran parte di questo pase quando si è dovuto leggere sui giornali di un avvocato che si permette di chiedere a una donna stuprata cose come “lei portava le mutandine?”.

Essere messo davanti alla propria bassezza però proprio non va giù all’avvocato che quindi ha dichiarato di voler denunciare Giorgio per un calcolo infame: “Presenterò una denuncia nei suoi confronti al solo fine di evitare che possa eventualmente beneficiare della sospensione condizionale […]. L’eventuale risarcimento sarà interamente devoluto al brigadiere aggredito”. Quanta generosità!
Nel frattempo continuano a mescolarsi sul profilo personale di Carta post contro gli immigrati.Carta, con l’eccentricità del proprio personaggio, non fa che confermare un aspetto noto e strutturale: in barba a qualsiasi garantismo va tutelata l’autorità dell’Arma, anche quando stupra, anche quando abusa della propria divisa perché preserva quel tiepido fascismo in cui sguazzare nei secoli fedeli!

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Antifa caricati per lasciare spazio ai nazi

Alle 14 è arrivata la celere in piazza Galvani e nel giro di pochi minuti ha caricato i manifestanti, oltre un centinaio, che si erano radunati alle 12.30, diverse ore prima l’orario annunciato, per impredire il comizio di Forza Nuova di stasera. In piazza Galvani erano partite le prime spinte, poi uno scambio di manganellate da un lato e colpi sferrati con le aste dei cartelli dall’altro. Gli antifascisti sono stati spinti su via Farini e li’, mentre indietreggiavano,è partita una nuova violenta carica. Almeno sei o sette manifestanti feriti, alcuni colpiti in testa dagli sfollagente, mentre una cronista è stata manganellata sulla mano con cui teneva lo smartphone per riprendere la scena. “Una carica molto violenta, ma la giornata di lotta continua, i numeri stanno aumentando”, commenta a Zeroincondotta un antifascista. Poco prima delle 15 i manifestanti sono partiti in corteo in direzione di via Castiglione.

Poco prima gli attivisti avevano tenuto una improvvisata conferenza stampa, a cui hanno preso parola Crash, Cua, Tpo, Labas, Nodo sociale antifascista, Vag61 e Xm24, ribadendo che il comizio di stasera a Bologna e’ “una gravissima provocazione”. Poco importa l’autorizzazione delle autorità: “Noi siamo qui per rompere radicalmente questo meccanismo”. Ieri il prefetto ha dichiarato che tutti possono manifestare liberamente? “E noi stiamo manifestando liberamente. La nostra giornata di resistenza comincia adesso”.

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fiore in comizio, idranti e lacrimogeni su migliaia di antifascisti

Dopo lecariche in via Farini, i manifestanti scesi in piazza contro il comizio del leader forzanovista  hanno manifestato lungo via Castiglione, piazza di porta Ravegnana e via Rizzoli per raggiungere, intorno alle 15.30, piazza Maggiore, fermandosi a ridosso del Pavaglione. Per quattro ore hanno mantenuto il presidio tra interventi, cori e fumogeni, in un numero cresciuto progressivamente nel corso del pomeriggio. Dalle 17.30, con numeri più esigui, si è radunato il presidio convocato da Anpi, Pd, Arci e sindacati confederali.

La Polizia ha sbarrato la strada fin dal pomeriggio con blindati e grate di ferro e filtrato il passaggio sotto il portico. Altre grate sono state posizionate lungo via Farini, a chiudere una piazza Galvani che ha atteso i neonazisti silenziosa e semivuota, con negozi serrati e difficoltà a transitare anche per i semplici passanti. Alla fine i militanti forzanovisti sono arrivati, diciotto contati.

Alle 19.30 gli antifascisti hanno iniziato a muoversi dal Pavaglione, formando un lungo corteo di migliaia di persone lungo via Rizzoli, via Castiglione, piazza Santo Stefano e via Farini. Arrivati a poca distanza da piazza Galvani sono stati brutalmente respinti dal getto degli idranti (a Bologna non si erano visti neanche nel ’77!) e dai lacrimogeni delle forze di polizia. Hanno esploso in risposta alcuni petardi e lanciato oggetti verso gli antisommossa. Due fermati, a quanto si apprende, sarebbero stati subito rilasciati. Dopo alcuni minuti in piazza Minghetti, sono ripartiti in corteo lungo via Farini, via Castiglione, Strada Maggiore, piazza Aldrovandi, via San Vitale fino al Nettuno.

Nel corso della giornata, gli studenti del Cua hanno detto che un loro compagno, Lorenzo, portapizze per Just Eat, è stato arrestato per quanto avvenuto alla manifestazione antifascista di Piacenza, sabato scorso: “Anche per lui è importante essere in Piazza oggi! Fuori i fascisti dalla nostra città! Lorenzo, Giorgio e Mustapha liberi subito!”. Unanimi gli attestati di solidarietà delle altre realtà in piazza.

 

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Arrestati due giovani antifascisti per i fatti di Piacenza

Nella giornata di giovedì due compagni sono stati arrestati a seguito del corteo antifascista di Piacenza contro l’apertura di una sede di Casa pound. Uno è Moustafa, un operaio della provincia di Pavia che lavora nei magazzini della logistica. L’altro è Giorgio detto Brescia, giovane cuoco valsusino, compagno generoso da anni attivo nelle resistenze agli sfratti.

Arrestati due giovani antifascisti per i fatti di Piacenza

Che si stesse cercando il capro espiatorio per una giusta giornata di resistenza era già nell’aria con la squallida visita di Renzi al cippo commemorante l’eccidio nazista di Sant’Anna di Stazzema e la visita di Minniti al capezzale del carabiniere-martire di Piacenza. Si prepara l’ipocrita passeggiata elettorale del 24 febbraio a Roma.

Non sta a Minniti e Renzi decidere dei perimetri dell’antifascismo. Non dopo la vergognosa assenza del PD al corteo di Macerata di sabato. Non dopo anni in cui esponenti del PD sono andati a discutere con i rappresentanti dei partitini neo-fascisti  fin dentro Casa pound quando non li hanno invitati direttamente in sede. Questo non è più terreno su cui possono permettersi di prendere parola infangando chi da anni sta facendo materialmente da argine nelle strade, nelle scuole e nei posti di lavoro alla feccia neo-nazista.

Moustafa e Giorgio. Gente che la conosce bene, la violenza dei carabinieri. Moustafa, un operaio abituato, nelle decine di picchetti degli scioperi della logistica a cui ha partecipato, a sentire sulla schiena il manganello dei celerini al servizio dai padroni delle coop. Giorgio, un compagno che ha visto l’arma sbarcare decine di volte a buttare per strada le famiglie senza casa mentre partecipava ai picchetti anti-sfratto.

Mettiamocelo in testa. Non saranno attempati senatori “democratici” a combattere le aggressioni neo-naziste. Non saranno carabinieri col santino di Mussolini in caserma a difenderci dal terrorismo fascista.

Un giovane magazziniere egiziano, un giovane cuoco italiano. E la giusta rabbia. Questo è il nuovo antifascismo.

Chiediamo a tutte le realtà antifasciste di non lasciare soli gli arrestati.

Non sta a Renzi, non sta a Minniti e non sta al PD mettere il punto sulla giornata di sabato: da Macerata a Milano passando per Piacenza lo dobbiamo mettere noi.

Per lettere/telegrammi

Giorgio Battagliola 
Moustafa Elshennawi

casa circondariale “San Lazzaro”, via delle Novate 65, 29122 Piacenza.

10 febbraio: voci fuori dal coro istituzionale

Dino Erba

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o51018:e1

Casa pound Italia: il partito degli infami

A Piacenza, durante un corteo antifascista, un carabiniere si è preso qualche mazzata. Cosa che succedono.

Casa pound Italia: il partito degli infami

D’altronde non che manchino le ragioni per avercela con l’Arma. Per una volta, però, niente umiliazioni durante i fermi, niente torture, niente cariche ai picchetti, niente prepotenze allo stadio. Per una volta le botte le prendono loro. Gente sbagliata, nel posto sbagliato. Facevano da servizio d’ordine per conto di Casa pound, cercando alla bene e meglio di contenere centinaia di cittadini esasperati che proprio non ne volevano sapere che una sede del partitino neo-fascista apra in città. Gente senza fronzoli, quella del corteo antifascista di Piacenza. Tanti giovani, tanti facchini, spesso nordafricani, che in questi anni hanno conquistato a suon di scioperi migliori salari per tutti. Persone che ogni giorno resistono agli sbirri e alle squadracce dei crumiri, poco impressionate dalla cagnara mediatica intorno a chissà quale marea fascista montante e poco impressionabile con qualche camionetta di agenti in assetto anti-sommossa.

Le immagini della fuga del plotone e alla rovinosa caduta del carabiniere hanno strappato più di un sorriso in giro per l’Italia ma hanno anche subito fatto partire l’isteria dei benpensanti. Dal Salvini a Matteo Renzi, da Minniti a Gasparri passando per tutti gli editorialisti d’Italia, scioccati da cotanta violenza. Li avessimo sentiti quando i carabinieri hanno ammazzato di botte Stefano Cucchi, quando sono state rese pubbliche le torture sistematiche nei commissariati della provincia di Massa o quando qualche appartenente all’arma usa la divisa per stuprare delle studentesse. Com’è, come non è, al piagnisteo si è unita prontamente Casa pound, che ha cominciato a frignare all’unisono dietro al potere costituito. D’altronde non è forse lui che gli garantisce l’agibilità politica manu militari in giro per l’Italia, fornendo truppe e mezzi per la campagna elettorale? Per ringraziare le proprie guardie del corpo, i bravi ragazzi di CPI si sono quindi spinti un pò più in là.

Nella prima serata di ieri è apparso sull’account twitter di Nina Moric – essere mitologico, mezza soubrette mezzo ufficio stampa direttamente gestito dall’esecutivo di Casa pound – un messaggio che rappresenta bene la caratura dei viaglicchetti di Via Napoleone III e che riproduciamo qui sotto (dopo aver oscurato il volto del manifestante presente nel twit originale).

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Dal profilo di uno dei portavoce ufficiosi dei fascisti del terzo millennio appare, insomma, una delazione con tanto di fotosegnalamento di una delle persone che, secondo loro, avrebbe colpito il carabiniere utilizzando in maniera creativa lo scudo impiegato nelle operazioni di ordine pubblico.

Che i rapporti tra la questura e CPI fossero solidi e ben oliati è cosa nota fin da quando Casa pound era una delle sezioni romane di un partitino alleato con Silvio Berlusconi chiamato Fiamma tricolore. Qui arriviamo però a dei livelli di bassezza che repellono chiunque ha un po di dignità umana, ancora prima che politica. SPIA in fondo è il peggior insulto dal cortile della ricreazione fino a quello di qualsiasi casa popolare.

Gli spioni di Caserma pound, forse resosi conto dell’enormità, hanno cancellato qualche ora dopo il twit, anche se su alcuni account facebook dei militanti continuano a campeggiare le foto diffuse dalla showgirl, a riprova della morale introiettata da questi omuncoli dalla dirigenza fino all’ultimo pretoriano.

Meno male che c’è il carapace a non far vedere cosa c’è sotto: non tartarughe ma vermi. Casa pound = il partito degli infami.

La calda accoglienza di Rovereto per l’arrivo di Salvini

Rovereto, Salvini arriva in città per un comizio in un teatro. Fuori un centinaio di antifascisti e antirazzisti si sono scontrati con la polizia.

La calda accoglienza di Rovereto per l’arrivo di Salvini

A Macerata il 3 Febbraio Luca Traini, il fascista candidato della Lega Nord, sparava da un auto contro qualsiasi persona etichettabile come extracomunitaria.
E’ passata una settimana di dibattito folle. Da una parte chi voleva silenziare un’attentato fascista abbassando i toni, dall’altra chi spostava l’attenzione sul tema dell’immigrazione.
Le istituzioni di questo paese hanno lavorato duramente affinchè non si potesse parlare del vero problema da estirpare, i fascisti.
Nessuno che si preoccupasse dei feriti. Tutti a trasformare il gesto lucido e freddo di un fascista, in quello di una persona al limite dell’esasperazione sociale.

Ma è anche passata una settimana in cui i dispostivi adottati dalle istituzioni sono completamente saltati.
Pavia, Padova, Firenze, Massarosa, Roma, Milano, Piacenza, Macerata, Cosenza, Torino, Rovereto. In molte città di questo paese decine di migliaia di persone hanno deciso di rispondere e di attaccare fascisti, leghisti e razzisti.
Ieri è stata la volta di Rovereto dove un centinaio di persone si sono scontrate con le forze dell’ordine per l’arrivo di Salvini in città.

Lanci di oggetti e scontri hanno accolto il leader della Lega in Trentino.
L’aria che si respira in Italia è pungente.
Minniti continua a proteggere i fascisti con le proprie forze armate. Le decine di migliaia di persone che si sono mobilitate in tutta Italia hanno però dimostrato come sia possibile rompere e superare i dispositivi securitari.
Si prevedono tempi difficili per la Lega Nord, Forza Nuova e Casapound per le strade delle città.

Jin, jiyan, azadi: appello per la solidarietà con le donne curde

Il 17 febbraio si svolgerà a Roma la manifestazione per la liberazione di Ocalan e di tutt* le/i prigionier* politic* per la pace e la giustizia in Kurdistan e, in particolare, contro gli attacchi criminali del governo turco contro Afrin. L’appello delle  Donne partecipanti all’assemblea di Rete Kurdistan

Jin, jiyan, azadi: appello per la solidarietà con le donne curde

Invitiamo tutte le donne a scendere in piazza nello spezzone che sarà dietro lo striscione “jin, jiyan, azadi”, per essere vicine alle nostre amiche e compagne curde che in questo momento sono oggetto di attacchi da parte degli stati patriarcali: resistono nella loro terra e sono protagoniste di una rivoluzione. Le aggressioni del sistema fascista contro le donne si manifestano nell’imposizione di matrimoni alle bambine, nella chiusura forzata delle associazioni e dei quotidiani femminili, nello stupro usato come arma di guerra, nei femminicidi, nelle molestie, anche sessuali, nelle carceri, nell’accanirsi contro i corpi delle combattenti uccise, negli assassinii mirati contro le compagne; …e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Come tutte le guerre anche questa è una guerra principalmente contro le donne; per questo diventa centrale la resistenza e la lotta delle donne.

Una lotta che, strada per strada, casa per casa, organizza e libera le donne liberando una società che si autogestisce; una resistenza sia alla violenza statale nelle carceri della Turchia che nelle montagne liberate del Kurdistan. La lotta per cui le città del Kurdistan turco rivendicano la loro autonomia è la stessa lotta che porta in piazza le donne e i popoli dell’Iran, che vogliono autodeterminarsi ed è la stessa lotta che sta costruendo, passo dopo passo, la rivoluzione in Rojava: la rivoluzione delle donne.

È la stessa resistenza di Sakine Cansiz, Fidan Dogan, Leyla Suylemez, assassinate 5 anni fa a Parigi, nel cuore d’Europa, dai servizi segreti turchi; è la stessa di Seve Demir, Pakize Nayir, Fatma Uya, assassinate a Silopi durante il coprifuoco di 2 anni fa.

Abdullah Ocalan, filosofo e leader del PKK, ha sempre appoggiato questa resistenza e lotta delle donne. Nella sua analisi la sottomissione della donna, il patriarcato e l’oppressione statale/capitalista, sono tre facce dello stesso fenomeno e per questo la liberazione attraverso l’autorganizzazione delle donne è, allo stesso tempo, strumento trasversale e condizione necessaria per la liberazione della società.

L’attacco dello Stato fascista turco contro il cantone di Afrin è un attacco alla rivoluzione del Rojava, alla rivoluzione delle donne. Mantenendo in carcere Ocalan lo stato turco imprigiona un uomo che ha lottato e lotta senza interruzione per la libertà della donna e, quindi, della società.

Questo appello è rivolto a tutte le donne che, nelle proprie lotte e resistenze, si sentono solidali al popolo curdo e, in particolare, con le donne. Ne chiediamo la massima diffusione su qualsiasi sito, lista mail, blog, ecc. Invitiamo inoltre tutte le realtà ad aderire formalmente all’appello, scrivendo all’indirizzo 

solidarietadonnekurde@gmail.com

 

Libertà per Ocalan e per tutt* i/le prigionier* politic*!

Pace e giustizia in Kurdistan!

Jin jiyan azadi! Donne vita libertà! #WomenRiseUpForAfrin

Lista adesioni in aggiornamento:

– associazione femminista IFE/FAE

– WILPF Italia (Womens International League for Peace and Freedom)

– Rete femminista “No muri, no recinti”

– Casa delle donne di Milano

– Associazione Cultura è Libertà

– Attac Italia

– Ponte Donna

– Donne per la rivoluzione gentile

– Toponomastica femminile

– Collettivo Donne e Diritto di Milano

– k_alma

– campagna lasciatecientrare

– Le mafalde di Prato

– associazione senza paura genova

– AdaTeoriaFemminista/Napoli

– donne in nero Bologna

– Dumbles feminis furlanis libertariis

– donne in nero Varese

– Rete delle città vicine

– associazione città felice

– Progetto Degage Roma

– Sapienza Clandestina

– Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario di Palermo, Taranto, Milano, L’Aquila, Bologna, Bergamo

– casa delle donne Lucha y Siesta

– Laboratoria Autogestita/Assemblea Degenere di Udine

– Mala Servanen Jin di Pisa

– Alma Teatro di Torino

– non una di meno

– non una di meno Napoli

– non una di meno Roma

– amazora

«Tempo di riscatto e insubordinazione». Oltre 30.000 a Macerata contro ogni fascismo, sessismo e razzismo.

Migliaia di persone – giunte da tante città d’Italia e da ogni angolo delle Marche – hanno raggiunto i giardini Diaz a Macerata per la grande manifestazione contro ogni fascismo, sessismo e razzismo, convocata dai movimenti dopo la tentata strage fascista della scorsa settimana. Sono tantissimi anche gli abitanti di Macerata, ribaltando quella ricostruzione fatta ad hocdai media mainstream, di una «città chiusa, blindata e ostile».

L’unico a voler blindare, e addirittura impedire, la piazza di Macerata di oggi è stato il ministro dell’Interno Marco Minniti. Ma, nonostante il tentativo d’intimidazione e la minaccia politica, oggi Macerata è attraversata da una moltitudine di persone che hanno scelto di esprimere la propria indignazione, la propria indipendenza, ripristinando dal basso l’agibilità democratica.

«Ci sono momenti in cui la storia si comprime, dove tutto sembra accadere in un lasso di tempo troppo breve perfino per rendersene conto. L’ultima settimana maceratese ci ha forse insegnato che della storia occorre esserne parte, senza tirarsene indietro, declinando la tanto sbandierata responsabilità in altri termini». Questo dicono i compagni e le compagne del centro sociale Sisma, che per primi hanno respirato l’angoscia di questi giorni, ma anche il senso di un riscatto collettivo, che da subito si è messo in moto.

Mentre ancora dovevano arrivare decine di pullmann, i giardini Diaz già erano stracolmi di gente. «Siamo tantissimi e tantissime e stiamo aspettando ancora che arrivino numerosi. Siamo qui per dire che noi siamo la vita, loro sono la morte, loro l’odio noi la gioia. Loro sono quelli che respingono, noi quelli che accolgono». dicono dal camion d’apertura prima della partenza del corteo.

Macerata

La manifestazione di oggi è una grande vittoria almeno per due ragioni: innanzitutto perché contro tutto e conto tutti si è riusciti a strapparla a chi cavalca il clima di paura anziché dare la possibilità a chi vuole combatterlo di scendere in strada.
La seconda ragione è che è stata una vittoria collettiva, costruita insieme alle tante e ai tanti insubordinati che hanno continuato ad inviare appelli e adesioni nonostante le minacce velate del ministero, ai tanti che si sono rifiutati di cedere ai diktat di chi dall’alto voleva imporre “la rinuncia” e anche grazie ai tanti maceratesi che hanno riscattato la storia della città partecipando alla costruzione di questa giornata.

Paolo dei centri sociali delle Marcheinterviene alla partenza del corteo: «tantissime persone stanno invadendo le strade nonostante i tentativi istituzionali di fermare questa manifestazione, nonostante i tatticismi elettorali delle grandi organizzazioni della “sinistra”, subordinate al Pd. Quello che è accaduto, una sparatoria fascista su donne e uomini migranti e tutto quello che ne è conseguito, ci ha portato a indire questo corteo. Lo abbiamo fatto per dire che siamo tutti antirazzisti, perché siamo convinti che solo il legame sociale fra gli ultimi, fra chi subisce questo sistema economico, può rappresentare la forza per cambiare il mondo. Perché solo i movimenti sociali reali possono cambiare la realtà». E ancora: «Caro Minniti se il tentativo era imporci il silenzio, ci sembra che tu abbia fallito. L’insubordinazione che abbiamo visto in questi giorni è qualcosa di inedito e di estremamente potente».

Macerata

«Siamo migliaia, siano insubordinati, siamo semplici cittadini. Grazie a tutti, era necessario dare una risposta forte. Stiamo dimostrando insieme che Macerata è una città degna della tradizione antifascista che porta» dice Simone del centro sociale Sisma, dando il benvenuto alle tantissime persone giunte a Macerata.

Mentre il corteo giunge in fondo a via Pantaleoni, avendo percorso già diverse centinaia di metri, molte persone ancora devono partire dai giardini Diaz. Dal palco viene annunciata la presenza di oltre 20.000 manifestanti; anche se i numeri sono destinati ad aumentare, visto che diversi autobus ancora devono arrivare a Macerata.

Macerata

Determinazione e insubordinazione sono concetti che emergono anche in altri interventi dal camion, che si susseguono  in continuazione.  «La determinazione delle tante e dei tanti che sono oggi a Macerata ha smascherato i tentativi di normalizzare il fascismo. Grazie a tutte e tutti quelli che sono qui», dice Pierpaolo dell’Ambasciata dei diritti delle Marche.

Intervengono anche diversi iscritti ai circoli Anpi, che nei giorni scorsi hanno disobbedito al tentativo della loro organizzazione di sabotare la manifestazione di oggi. «Ringrazio i compagni delle Marche per non aver ceduto alle minacce di Minniti. Io sono iscritto all’Anpi e sono qua per mio padre, che era partigiano, e per respingere il fascismo. Un fascismo al servizio di chi vuole tutelare i privilegi e chi vuole che gli sfruttati si combattano tra di loro» sono le parole di un iscritto del Veneto.

Anche un esponente della sezione Walter Rossi, vittima dei Nar, dell’Anpi di Romaribadisce che l’antifascismo non può essere barattato con il consenso elettorale. «Qualcuno pensava di dirci quello che dobbiamo fare, ma noi non abbiamo padroni. Quando abbiamo firmato questa tessera lo abbiamo fatto in nome dell’antifascismo e se qualcuno non è d’accordo ce lo deve venire a dire. Dove ci sarà un’iniziativa antifascista noi ci saremo sempre, ore e sempre resistenza».

Nel frattempo giungono notizie di manifestazioni di solidarietà a quella di Macerata che in questo momento si stanno svolgendo in diverse città d’Italia e d’Europa. A Cosenza, proprio in questi minuti, antifascisti e antifasciste stanno contestando la presenza del leader di Forza Nuova Roberto Fiore.

Nel corso del corteo tantissime persone si affacciano dalle finestre e dai balconi per salutare i manifestanti. Con la manifestazione giunta quasi a metà percorso, la coda si è appena messa in marcia: sono presenti oltre 30.000 persone, un numero impressionante per una città “di provincia”.

Continuano gli interventi. Mamadou, del movimenti migranti e rifugiati di Caserta, ricorda i 7 migranti uccisi a Castel Volturno nel 2008, vittime della criminalità organizzata e del razzismo.

In piazza ci sono centri sociali provenienti da tutta Italia. Marco Baravalle, dei centri sociali del Nord-Est, ricorda Pamela «che è stata uccisa due volte e la seconda è quando hanno strumentalizzato la sua morte. Anche questo è decidere sul corpo delle donne».

Da Napoli Eleonora del centro sociale Insurgencia: «Quello che è successo oggi è la cosa più bella e potente che poteva succedere. Vogliono farci credere che il fascismo ha conquistato la società. Oggi abbiamo dimostrato che quando i fascisti scendono in strada sono quattro gatti, quando lo facciamo noi siamo migliaia. Oggi il Ministro Minniti dovrebbe dare le dimissioni! Grazie Macerata per aver rimesso le cose apposto e per averci ricordato che l’unica lotta che ha senso è dal basso verso l’alto».

Luca dei centri sociali di Roma: «Dobbiamo ribaltare il paradigma di un paese che prova ad alimentare la guerra tra poveri. A Roma nelle prossime settimane sono previste diverse iniziative antifasciste e antirazziste. Ci difenderemo dalla barbarie con ogni mezzo necessario».

«Oggi Macerata dà una grande risposta moltitudinaria contro i fascisti e contro chi istituzionalmente fa il loro gioco. E oggi è successo l’impensabile, perchè la base di Anpi, Arci e Cgil oggi ha realmente disobbedito ai loro vertici, scendendo in piazza con noi» dice Alessandro dello spazio sociale Arvultura di Senigallia.

Anche da Bologna in tanti e tante a Macerata. Angelo del Laboratorio Sociale Crash: «Questo corteo è una boccata d’aria contro razzismo e fascismo delle destre, ma anche del centrosinistra. Dieci anni di crisi hanno fatto sì che i peggiori rigurgiti uscissero allo scoperto.  Chi di noi non è qui è in questo momento a Piacenza contro Casapound e Lega e sta resistendo alle cariche della polizia».

Interviene anche Vittoria di Veneto Accoglie: «la scorsa settimana siamo andati in migliaia a Chioggia  e oggi siamo a Macerata perché su diritti e accoglienza si gioca una battaglia decisiva per l’umanità. A chi ci vuole divisi rispondiamo oggi uniti. Nessuno spazio ai razzisti, ai fascisti, a Minniti, a Salvini!»

In piazza anche le realtà di lotta per il diritto all’abitare. Per Paolo dei Blocchi Sociali Metropolitani di Roma: «non possiamo lasciare il disagio sociale nelle mani dei fascisti e dei leghisti. Italiani e migranti sono un unico fronte sociale e l’insubordinazione di chi è oggi in piazza è comune»

Tutti gli interventi rimarcano la questione del sessismo e la necessità di riaprire ancora di più spazi di lotta femminista nella nostra società. Attiviste di Non una di Menoprendono la parola: «oggi le femministe di tutta Italia hanno raccolto l’invito di Macerata. Le attiviste che hanno aderito al corteo sono state minacciate e oggetto di stalking. Vogliamo spazi che siano abitabili per tutte e tutti e non solo per l’uomo bianco e ricco. Antirazzismo e antisessismo sono nel nostro DNA».

L’antirazzismo si intreccia con le pratiche solidali e di mutualismo. Per questa ragione anche le Brigate di Solidarietà Attiva hanno aderito al corteo di oggi.

C’è un fortissimo legame tra la piazza di oggi e la resistenza del popolo curdo, in particolare ad Afrin contro l’attacco militare curdo. Questo viene ribadito da un’esponente di Rete Kurdistan, che invita al corteo che ci sarà a Roma il 17 febbraio, e da Karim Franceschi.

Interviene anche una ragazza afro-italiana, maceratese: «io sono nata qua, ma Macerata non è mai stata così bella! Quando ci dicono di tornare a casa nostra rispondiamo che è questa la nostra casa. Il vero degrado è non sentirsi a casa bella propria città. Basta Razzismo!

Prima del termine del corteo anche Stefano, di Potere al Popolo Macerata, ha ringraziato le tantissime persone giunte nella cittadina marchigiana.

Il corteo ritorna ai giardini Diaz. Si conclude una manifestazione immensa, che potrà realmente sovvertire l’involuzione reazionaria che stiamo vivendo, in Italia e non solo. Nell’intervento finale Nicola, dei centri sociali delle Marche, ringrazia le donne e gli uomini liberi e antifascisti che, con questa piazza, mettono una pietra tombale su chi diceva che l’antifascismo era minoritario. «Noi ci siamo! Ringraziamo chi ha resistito al ministro Minniti, al Partito Democratico, ai fascismi! Ringraziamo chi è venuto qua a metterci corpo e faccia. Ringraziamo tutti quelli che sono qua. Speriamo che oggi da Macerata possa nascere qualcosa di nuovo. Oggi non abbiamo voluto un palco, perché non è una fine, ma un inizio. Dobbiamo ripartire dai territori, dalle periferie, dal lavoro e dalle scuole. Questo paese è ancora antifascista e da oggi cominciamo a riprendercelo con ogni mezzo necessario».

Il caso di Alina Bonar Diachuk: 9 le richieste di incarcerazione

Casa originale dell’ articolo cronache di ordinario razzismo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/caso-alina-bonar-diachuk-9-le-richieste-incarcerazione/

Alina-Bonar-Diachuk

A distanza di circa sei anni, si torna a parlare del Commissariato degli orrori di Opicina. Il pubblico ministero ha avviato, nei giorni scorsi, il rito abbreviato chiedendo l’incarcerazione per sette dei nove poliziotti dell’Ufficio immigrazioneindagati (dirigenti compresi), due dei quali sono chiamati a rispondere di omicidio colposo per la morte della giovane Alina Bonar Diachuk, sulla quale peraltro nessuno aveva vigilato, mentre agonizzava in cella, nonostante le telecamere installate in commissariato. Per l’ex responsabile dell’Ufficio stranieri della Questura, il pm ha proposto 5 anni, 9 mesi e 10 giorni, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Per il suo vice 5 anni, 3 mesi e 14 giorni e, analogamente al collega, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Per altri cinque imputati sono richieste pene che vanno da un minimo di un anno, 1 mese e 10 giorni a un massimo di 2 anni e 6 mesi. Per le tre guardie del commissariato incaricate della sorveglianza di Alina, accusate di omicidio colposo per il decesso della trentaduenne, la posizione giudiziaria è diversa: per l’agente scelto, a cui viene contestata anche l’omessa vigilanza, il pm ha domandato 1 anno, 5 mesi e 10 giorni. Per un altro agente che sarà giudicato in rito ordinario, è stato disposto il rinvio a giudizio (e l’interdizione dai pubblici uffici per l’intera durata della pena). Per un terzo agente, infine, è stato chiesto il proscioglimento: non aveva doveri di servizio nella circostanza che ha portato alla morte della donna.

Era il 16 aprile 2012 quando Alina, cittadina ucraina di 32 anni, si è suicidata nel commissariato di Villa Opicina, piccola frazione vicino Trieste (noi ne avevamo parlato qui  e qui, oltre che nel nostro terzo libro bianco sul razzismo in Italia), legando una corda al termosifone della cella in cui era stata rinchiusa a chiave due giorni prima. La notizia non aveva suscitato molto clamore, anzi era stata frettolosamente derubricata ad un “banale” fatto di cronaca nera. Ma con il passare dei giorni, le informazioni cominciavano a filtrare e a riportare a galla l’orrore di ciò che si era consumato in quella cella. Vi era stata persino un’interrogazione parlamentare il 21 maggio 2012 (Atto Camera. Interrogazione a risposta scritta 4-16190 presentata da Ettore Rosato, seduta n.635).

Ma in quel Commissariato, certo, Alina aveva avuto la peggio, ma non era stata la sola. Infatti sono stati ben 175 i casi accertati, ed inseriti nel faldone dei giudici, di violenze e abusi sui cittadini stranieri, in attesa di espulsione e trattenuti illegalmente nelle celle di Opicina, analogamente ad Alina. Una “prassi” durata anni e emersa con la tragica fine della donna: ovvero trattenere senza alcun provvedimento restrittivo dell’Autorità giudiziaria numerosi cittadini stranieri, comunitari e non, ritenuti (a volte erroneamente) irregolari sul territorio nazionale.

Fulcro della vicenda, lo ricordiamo, è l’ex capo dell’ufficio immigrazione, definito “Ufficio Epurazione”, con un cartello affisso vicino alla sua scrivania, in bella mostra insieme a una foto di Benito Mussolini e a un fermacarte con il motto fascista “Boia chi molla”. Nel corso di una perquisizione, dopo la morte della donna, a casa del dirigente vennero ritrovati libri come il “Mein Kampf” di Adolf Hitler, “La difesa della razza” di Julius Evola o “Come riconoscere e spiegare l’ebreo” di un certo George Montandon, un busto e vari poster di Mussolini e altri materiali inequivocabili. Ma l’interesse del dirigente per certi temi fu “giustificato” da alcuni sindacati di polizia affermando che erano un’eredità di quando il dirigente lavorava per la Digos.

Le indagini si chiudono nel gennaio 2015: la Procura della Repubblica di Trieste notifica l’avviso di conclusione delle indagini all’allora dirigente dell’Ufficio Immigrazione, accusato di sequestro di persona aggravato, e a tre agenti del Commissariato, accusati invece di “violata consegna” e  “morte come conseguenza di altro reato”. Un fascicolo “pesante” da oltre 10.000 pagine di atti, più altri 246 fascicoli personali di altrettanti cittadini stranieri; all’interno di questi atti è contenuto anche il drammatico video che riprende le fasi del suicidio. L’avvocato dei familiari di Alina chiede un risarcimento di 500mila euro al Ministero degli Interni. Ma anche il risarcimento viene successivamente “patteggiato” alla somma di 150mila euro, accordati poi nel 2016.

Nella stessa occasione del riconoscimento del risarcimento, viene anche fuori un vecchio verbale del 2006: un documento relativo all’incontro tra i vertici della Prefettura e della Procura stessa, che, insieme alle successive e conseguenti circolari della Questura, dimostrerebbe in modo inequivocabileche gli agenti dell’Ufficio immigrazione hanno per sei anni (dal 2006 al 2012, ndr) eseguito le indicazioni emerse da quella riunione. E questo significa che la stessa Procura era a conoscenza della “procedura” che dopo il 2012, con la morte di Alina, è stata ritenuta correttamente fuori legge.

Ciò che è ancor più triste constatare in tutta questa gravissima vicenda, è che, alla fine, dopo la morte di una donna, e ben 6 anni trascorsi, soltanto quattro cittadini stranieri sui 175 casi accertatisi sono costituiti parte civile, in attesa di un risarcimento per detenzione abusiva.

E in ogni caso: può un risarcimento in denaro restituire la dignità e la serenitàa queste persone violate e abusate illegalmente nella cella di un commissariato?