Sei anni fa il pestaggio ai danni di Vittorio Morneghini

Quaranta fratture sul viso che resterà per sempre deformato dalle botte selvagge di quella notte del 20 maggio 2012. Una cicatrice fisica indelebile a testimoniare la violenza inaudita, anzi la «follia bestiale» dei due agenti di polizia, come l’ha definita il pm Tiziana Siciliano nell’ordinanaza di arresto. Vittorio Morneghini, la vittima del pestaggio, ex dipendente comunale racconta quella notte tragica. «L’incubo non è finito — dice — perché le ferite fisiche lentamente guariscono, ma dentro ti resta un misto di rabbia, devastazione e paura».

I FATTI:

Pestato un uomo di 63 anni a Milano. Per questo due poliziotti di 25 anni sono finiti in manette e dovranno rispondere di gravi capi d’accusa: falso ideologico perché hanno dichiarato il falso dicendo che il 63enne era caduto a seguito di una spinta e calunnia per aver detto di essere stati aggrediti dall’uomo. I due sono stati incastrati dalle immagini delle telecamere postenel luogo dove è avvenuto il pestaggio. I due poliziotti hanno provocato alla vittima un “fracasso di faccia”, lo si legge nell’ordinanza firmata dal Gip Alessandra Clemente che ha accolto la richiesta di custodia cautelare del secondo dipartimento della procura di Milano.
L’aggressione è avvenuta alle 3 in strada, non sono ancora chiari i motivi che hanno spinto i due agenti – in servizio alle volanti di Milano da un anno – ad aggredire con tanta violenza.
I poliziotti, che non erano in divisa perché liberi dal servizio, pare avessero fiori che offrivano alle passanti e il fatto di non averli offerti alla compagna dell’aggredito, una donna di 50 anni, potrebbe aver scatenato la lite. Dopo averlo picchiato a mani nude, i poliziotti hanno chiamato il 118 e atteso l’arrivo dei soccorsi. Successivamente hanno dichiarato il falso accusando l’uomo di resistenza a pubblico ufficiale (cosa per cui era stato denunciato) ma le telecamere di vigilanza urbana hanno dimostrato l’infondatezza del racconto. In primo grado gli agenti Spallino e Sunseri vengono condannati dal Gup rispettivamente a 3 anni e 10 mesi il primo e a 3 anni e 8 mesi il secondo per il pestaggio ai danni di Vittorio Morneghini. La Corte di Appello di Milano in secondo grado sconta ad entrambi gli imputati la pena di 10 mesi portando la condanna per Spallino a 3 anni e per Sunseri a 2 anni e 10 mesi.

Quattro anni fa il pestaggio ai danni di Vittorio Morneghini

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19 maggio 1991 – Roma

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Mani fasciste, appiccano un incendio al Centro Sociale Corto Circuito: Auro Bruni che dorme all’interno, muore.

La notte del 19 maggio 1991 Auro era rimasto a dormire al centro sociale Corto Circuito, aveva 19 anni , gli aggressori attesero che tutti i compagni fossero andati via dal Corto per eseguire l’attentato contro il centro sociale, forse la sua presenza non era prevista o forse si, fatto sta che quando lo trovarono all’interno decisero di neutralizzarlo con un colpo alla testa, cosparsero il corpo e i locali del centro di benzina.

L’incendio distrusse completamente il Centro Sociale e rese irriconoscibile il corpo di Auro. Immediatamente i compagni individuarono la matrice fascista dell’aggressione, ma le forze dell’ordine e la magistratura decisero di non prendere in considerazione gli ambienti dell’estrema destra indirizzando al contrario le indagini contro gli stessi frequentatori del Centro Sociale. Ancora oggi per la giustizia italiana questo omicidio non ha colpevoli. Il giorno successivo i “disoccupati italiani nazionalisti”, sigla riconducibile ad ambienti di estrema destra, rivendicarono l’omicidio con una telefonata al TG3. Ma né questa rivendicazione né gli attentati subiti nei mesi precedenti da altri centri sociali persuasero la magistratura. Ancora oggi per la giustizia italiana questo omicidio non ha colpevoli!

Auro Bruni (Roma, 26 febbraio 1972 – Roma, 19 maggio 1991) è stato un attivista italiano del Centro Sociale Corto Circuito.

Morì durante il rogo del Centro Sociale Corto Circuito causato da un gruppo di militanti di estrema destra, denominato Disoccupati Italiani Nazionalisti. Auro Bruni nacque a Roma, figlio di un operaio italiano e di un’immigrata eritrea, venuta in Italia dopo la seconda guerra mondiale, e proprio il contesto operaio e multirazziale spinse fin da giovanissimo Auro ad impegnarsi nel sociale ed in favore di operai ed immigrati, scoprendo fin da giovanissimo il pensiero dell’Operaismo Comunista.

All’inizio si avvicina al PCI, ma se ne allontana visto il dogmatismo ideologico del Partito stesso, e si schiera a favore dell’Autonomia Operaia, iniziando a frequentare i centri sociali, di sinistra, che stavano a Roma in quegli anni.

Il Centro Sociale che frequenta più assiduamente è il Corto Circuito, nato nel 1990, sia perché è uno dei più attivi in favore di operai, studenti ed immigrati, sia perché il Centro sociale si trova nel suo quartiere, così può prendere parte alle manifestazione operaie e studentesche organizzate dall’ Autonomia Operaia, che in quegli anni era molto attiva nelle periferie di Roma.

Inoltre egli si attiva anche portando la spesa e vestiti alle famiglie più povere che conosce, aiuta i lavoratori a trovare casa e lavoro, e ad inviare aiuti alimentari, materiali e culturali nelle periferie romane e nei paesi del terzo mondo, ed è anche impegnato nella protesta contro le morti bianche avvenute durante la costruzione degli stadi ad Italia 90, poiché i soldi spesi per gli stadi andavano usati per le scuole e le opere sociali a favore dei bisogni delle persone.

Proprio l’intensa attività del Centro Sociale a favore di operai ed immigrati e contro lo spreco di denaro pubblico, crea talvolta disordini con la Polizia Italiana, ma soprattutto crea tensioni con gli attivisti dell’estrema destra, poiché i gruppi nazionalisti italiani fanno a loro volta battaglie contro l’immigrazione in Italia, poiché reputano gli immigrati distruttori dell’identità nazionale, e portatori di delinquenza ai danni degli italiani.

Inoltre tra la fine degli anni 1980 e 1990, con la fine di alcuni paesi comunisti, l’estrema destra in Italia ed in Europa, ha una significativa ripresa elettorale, ed una forte adesione giovanile non solo tra i ceti sociali che storicamente votano a destra, quali militari e aristocratici, ma anche tra gli operai che votavano a sinistra in passato, poiché il crollo del comunismo crea una profonda delusione tra quei lavoratori che lo sostenevano e l’arrivo di immigrati in Italia crea forti tensioni razziali soprattutto nelle grandi città tra i ceti proletari in lotta per la sopravvivenza, e proprio questa nuova consistenza giovanile dei gruppi di estrema destra fa sì che possano fare azioni violente contro militanti di sinistra e agli immigrati considerati a loro vicini.

La notte del 19 maggio 1991, alcuni militanti dell’estrema destra decisero di assaltare il Centro Sociale Corto Circuito, mentre Auro si trovava a dormire dentro il Centro Sociale stesso.

Auro venne prima aggredito e stordito poi i militanti dell’estrema destra appiccarono il fuoco al Centro Sociale, causando la morte del giovane.

All’inizio la Polizia Italiana e la stampa pensarono ad una faida interna tra i giovani del Corto Circuito, ma la rivendicazione successiva dimostro che si trattava di estremisti di destra.

Auro è stato sepolto al Cimitero nonostante le continue aggressioni e minacce al Corto Circuito fatte dagli estremisti di destra, la Polizia sbagliò più volte le indagini, accusando ingiustamente gli amici di Auro, i quali vennero poi assolti.

Da quel giorno ad Auro vennero dedicate associazioni di volontariato ed un centro sportivo per ragazzi in difficoltà.

Sempre ad Auro Bruni è stato dedicato il filmGiamaica di Luigi Faccini

19 maggio 1944 La Strage del Turchino

La Strage del Turchino è il nome di un eccidio di prigionieri politici compiuto dalle SS, durante le prime ore del mattino del 19 maggio 1944 in località Fontanafredda, sulle pendici del Bric Busa, nelle vicinanze del passo del Turchino. Vi trovarono la morte 59 civili italiani.

La strage seguì di qualche giorno l’attentato al cinema Odeon di Genova, che era stato requisito per essere destinato ad uso esclusivo delle truppe tedesche. L’accesso ai civili italiani era rigorosamente vietato ed un presidio di militari controllava l’identità di chi entrava. Nell’attentato, compiuto alle ore 19 del 15 maggio da un gappista che si era travestito da tenente della Wehrmacht, morirono quattro marinai tedeschi ed altri sedici rimasero feriti, uno dei quali decedette nei giorni successivi.

Le modalità di esecuzione della rappresaglia furono particolarmente crudeli, andando tra l’altro oltre il rapporto di 10 a 1 previsto dal bando di Kesselring, già messo in opera nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Prelevate di notte dal carcere genovese di Marassi, le 59 vittime, molte non ancora ventenni, furono trasportate a bordo di camion al Passo del Turchino e di lì, dopo un percorso di un paio di chilometri, i prigionieri furono condotti fino ai prati del versante meridionale del Bric Busa. In questa località, a gruppi di sei, vennero fatti salire sopra delle tavole, disposte su una grande fossa che il giorno precedente un gruppo di ebrei era stato costretto a scavare, in modo che ognuno, prima di cadervi dentro dopo la scarica di mitra, potesse vedere i cadaveri dei suoi compagni.

Tra le 59 vittime, 17 erano scampate alla Strage della Benedicta compiuta solo un mese prima.
Per la Strage del Turchino e per quelle della Benedicta, di Portofino e di Cravasco, dove trovarono la morte complessivamente 246 persone, Friedrich Engel ex-capo delle SS a Genova, conosciuto anche come il «boia di Genova», è stato condannato all’ergastolo in Italia nel 1999, ma non ha mai scontato la pena in quanto la legge tedesca non ne permetteva l’estradizione. Nel 2002, ad ormai 93 anni, Engel è stato processato ad Amburgo e condannato a sette anni di reclusione per crimini di guerra che non ha scontato a causa dell’età ormai avanzata.

È morto nel 2006 a 97 anni senza aver mai fatto un solo giorno di carcere.
Nel luogo della strage, lungo la Strada Provinciale SP73 del passo del Faiallo, è stato costruito un monumento commemorativo conosciuto come “Sacrario dei Martiri del Turchino”.

I martiri del Turchino

« Hanno strappato i fiori ma non fermeranno la primavera »
(Anonimo, sul “Libro dei visitatori”, 5 luglio 1998)

Dieci dei martiri del Turchino non sono stati identificati; i nomi degli altri patrioti (quasi tutti giovanissimi) sono:
1. Aldo Matteo Alloisio (nato il 2/10/1921), III Brigata Liguria
2. Domenico Arecco (23/8/1913), Brigata Autonoma Militare
3. Valerio Bavassano (14/1/1923), III Brigata Liguria
4. Giuseppe Bottaro (24/3/1905), Brigata V.A.I. “Giovine Italia”
5. Angelo Briano (21/4/1922), Div. “Gin Bevilacqua”, Brig. “Crosetti” (Savona)
6. Attilio Briano (8/5/1923), Div. “Gin Bevilacqua”, Brig. “Crosetti” (Savona)
7. Renato Brunati (8/2/1903), II Div. “Felice Cascione”, V Brig. “Nuvolini” (Imperia)
8. Augusto Calzolari (28/9/1924), Div. Gramsci (La Spezia)
9. Giulio Cannoni (15/12/1920), III Brigata Liguria
10. Angelo Castellini (11/11/1924), Brigata Autonoma Muccini (La Spezia)
11. Pietro Cavallo (14/9/1924), III Brigata Liguria
12. Alessandro Cavanna (24/2/1922), C.L.N. S. Margherita Ligure e Brig. V.A.I. “Giovine Italia”
13. Gaetano Colombo (4/7/1900), Div. Gramsci, Brig. Colombo (Savona)
14. Mario Dagnino (19/3/1925), III Brigata Liguria
15. Orazio Esposto (22/4/1896), Comando IV Zona Operativa
16. Sandro Fallabrino (5/7/1925), Brigata S.A.P. Longhi (Genova)
17. Edoardo Ferrari (4/4/1922), appartenenza: non accertata
18. Gio Battista Ferrero (3/9/1924), appartenenza: non accertata
19. Francesco Fialdini (2/5/1924), III Brigata Liguria
20. Giovanni Fialdini (2/5/1924), III Brigata Liguria
21. Pietro Fraguglia (24/2/1924), III Brigata Liguria
22. Enrico Gaiti (23/6/1920), III Brigata Liguria
23. Bruno Ghiglione (18/10/1924), Brigata Autonoma Militare
24. Pietro Gibelli (4/5/1924), appartenenza: non accertata
25. Enrico Grenno (25/8/1925), Caduto civile
26. Luigi Grenno (11/11/1920), Caduto civile
27. Emilio Guerra (19/11/1905), III Brigata Liguria
28. Onorato Leone (30/4/1919), appartenenza: non accertata
29. Guido Lia (4/10/1908), appartenenza non accertata
30. Rino Mandoli (13/12/1912), III Brigata Liguria
31. Umberto Mantellato (29/3/1907), III Brigata Liguria
32. Salvatore Marozzelli (7/1/1904), Caduto civile
33. Giovanni Martini (22/2/1918), III Brigata Liguria
34. Antonio Massa (6/10/1924), III Brigata Liguria
35. Giancarlo Odino (9/8/1894), Brigata Autonoma Militare
36. Ubaldo Ottonello (2/2/1922), III Brigata Liguria
37. Isidoro Pestarino (20/9/1920), Brigata Autonoma Militare
38. Francesco Podestà (16/4/1923), Brigata Autonoma Militare
39. Luigi Ratto (15/6/1904), Div. Cichero, Brig. Balilla
40. Luigi Rocca (30/8/1905), C.L.N. S. Margherita Ligure
41. Domenico Santo (28/4/1902), Caduto civile
42. Angioletto Sasso (10/2/1922), II Div. “Felice Cascione”, IV Brig. “E. Guarrini” (Imperia)
43. Cesare Scolesite (11/11/1925), III Brigata Liguria
44. Rinaldo Sozo (15/10/1922), appartenenza: non accertata
45. Renzo Tassara (23/3/1925), III Div. Alpi, Brig. Valle Pesio
46. Pietro Turni (18/1/1905), appartenenza: non accertata
47. Bartolomeo Uberti (5/8/1907), appartenenza: non accertata
48. Walter Ulanowski (6/7/1923), III Brigata Liguria
49. Angelo Verdino (2/8/1907), Caduto civile

 

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18 maggio 1944: “gira per la città Dante di Nanni”

Il 18 maggio ricorre l’anniversario della morte di una figura storica dell’antifascismo italiano: quella di Dante Di Nanni, giovane militante dei GAP torinesi, ucciso nel 1944, all’età di 19 anni, dalle truppe nazifasciste.

Figlio di genitori di origine pugliese, fin da giovanissimo comincia a lavorare nelle fabbriche cittadine, proseguendo gli studi alla scuola serale; allo scoppio della seconda guerra mondiale si arruola nell’Areonautica, che abbandona subito dopo l’armistizio del 1943.
Rifugiatosi nelle montagne piemontesi, si unisce inizialmente ad un gruppo partigiano guidato da Ignazio Vian, per poi convergere nei GAP di Giovanni Pesce.
E’ il 17 maggio del ’44 quando Di Nanni, assieme ai compagni Giuseppe Bravin, Giovanni Pesce e Francesco Valentino, effettua un attacco ad una stazione radio che disturbava le comunicazioni di Radio Londra.
Prima dell’azione, il gruppo di Gappisti disarma i militari preposti alla difesa della stazione e decide di graziarli in cambio della promessa di non dare l’allarme; ma i nove soldati tradiscono l’accordo e, ad azione terminata, i quattro partigiani vengono sorpresi ed attaccati da un gruppo di nazifascisti.
Ne segue uno scontro a fuoco in cui Bravin e Valentino vengono feriti e catturati; portati alle carceri Le Nuove, saranno torturati a lungo ed infine impiccati il 22 Luglio: Bravin aveva 22 anni, Valentino 19.
Anche Pesce e Di Nanni vengono colpiti durante lo scontro, ma il primo riesce a portare in salvo il compagno più giovane, gravemente ferito da 7 proiettili.
Di Nanni viene trasportato nella base di San Bernardino 14, a Torino, dove un medico ne consiglia l’immediato ricovero in ospedale; Giovanni Pesce, allora, si allontana dall’abitazione per cercare aiuto e organizzare il trasporto del compagno, ma al suo ritorno trova la casa circondata da fascisti e tedeschi, avvertiti della presenza dei Gappisti dalla soffiata di una spia.
Nonostante le gravi condizioni in cui versava, Di Nanni rifiuta di consegnarsi al nemico e resiste a lungo all’attacco nazifascista, barricandosi nell’appartamento del terzo piano e riuscendo ad eliminare diversi soldati tedeschi e fascisti con le munizioni rimastegli.

La sua eroica resistenza è riportata dalle parole dello stesso Giovanni Pesce che assistette in prima persona alla scena:

«Ora tirano dalla strada, dal campanile e dalle case più lontane. Gli sono addosso, non gli lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l’ultima cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo migliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il mento, tirando il grilletto poi con il pollice. Forse a Di Nanni sembra una cosa ridicola; da ufficiale di carriera. E mentre attorno continuano a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile e attende, al riparo dei colpi. Quando viene il momento mira con cura, come fosse a una gara di tiro. L’ultimo fascista cade fulminato col colpo. Adesso non c’è più niente da fare: allora Di Nanni afferra le sbarre della ringhiera e con uno sforzo disperato si leva in piedi aspettando la raffica. Gli spari invece cessano sul tetto, nella strada, dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta fascisti e tedeschi. Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti e sconcertati, guardano il ragazzo coperto di sangue che li ha battuti. E non sparano. È in quell’attimo che Di Nanni si appoggia in avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato. Poi si getta di schianto con le braccia aperte nella strada stretta, piena di silenzio.»
(Giovanni Pesce, Senza tregua – La guerra dei GAP, Feltrinelli, 1967)
Nel 1945 viene insignito della Medaglia d’Oro al valor militare.
A 67 anni di distanza dalla sua morte, vogliamo ricordare Dante Di Nanni come un esempio a cui guardare per la determinazione e la forza con cui, assieme a tanti e tante antifascist*, scelse la strada della resistenza e della lotta contro l’oppressione nazifascista.

17 Maggio 1915 l’assassinio di Maria Margotti

Nata ad Alfonsine (Ravenna) il 9 settembre 1915, uccisa da un carabiniere durante una manifestazione a Marmorta di Molinella (Bologna) il 17 maggio 1949, operaia.

Dopo la morte del padre aveva trovato, giovanissima, lavoro come mondina e durante l’occupazione nazifascista aveva partecipato attivamente alla Resistenza nel Ravennate. Vedova di guerra e madre di due bambine, nel 1946 la Margotti, attiva comunista, si era impegnata come operaia in una fornace cooperativa di Filo di Argenta (Ferrara).
Alla guida delle lotte sindacali, Maria Margotti il 16 maggio 1949 era tra gli oltre seimila braccianti che provenienti dalle province di Ferrara, Ravenna e Bologna si raccolsero nella zona di Molinella per impedire l’attività dei crumiri che, appoggiati dai sindacati di orientamento socialdemocratico, rischiavano di rendere vane le proteste dei lavoratori.
Il giorno successivo intervennero in forze la Polizia e i Carabinieri; mentre un folto gruppo di operaie ed operai di Argenta stava ormai tornandosene pacificamente a casa, i lavoratori furono raggiunti da due scariche di mitra partite da un’autocolonna di Carabinieri, ferma in località Ponte Stoppino. Trenta persone furono colpite e tra queste Maria Margotti, che cadde fulminata.
Le indagini sulla tragedia furono affidate allo stesso ufficiale che quel giorno comandava le forze dell’ordine e dopo tre anni di battaglia giudiziaria, il 13 luglio 1953, la Corte d’appello di Bologna, confermando la sentenza di primo grado, condannò il carabiniere Francesco Galeati a sei mesi e 15 giorni di reclusione. La mite pena inflitta al carabiniere considerato responsabile dell’omicidio, si accompagnò al proscioglimento di tutti i suoi superiori.
Il nome di Maria Margotti divenne così simbolo della ferocia delle classi dominanti nei conflitti con i lavoratori.
Nel 1982 il Comune di Ravenna ha deciso di ricordare la giovane madre intitolandole il raccordo  della strada che collega Molinella ad Argenta.

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ALTRI OMICIDI DEL CAPITALISMO

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Siamo costretti ad aggiornare il bollettino della guerra quotidiana, del massacro quotidiano: miniere e ponti in costruzione che crollano, roghi in fabbrica, petroliere e piattaforme petrolifere in fiamme, impalcature di cantieri che si afflosciano, amianto che uccide giorno dopo giorno, malattie “professionali” che fiaccano i corpi… questa volta si aggiungono quattro operai bruciati vivi in Veneto e uno schiacciato in Liguria, siamo nei soli primi quattro mesi del 2018 a 400 morti. Sindacati e forze politiche esprimono il loro cordoglio, si costituiscono parte civile, promettono indagini a tappeto, forse anche (bontà loro!) proclameranno un qualche scioperuccio con relativo corteo funebre e discorso di circostanza… Palle: il loro compito da tempo immemorabile non è più quello di organizzare la difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, ma di seppellire pure il ricordo di coloro che sono stati calpestati e uccisi in nome del profitto.

Non si parli di “fatalità”, non si parli di “leggi male applicate”, non si parli di “risorse insufficienti”, non si parli di “errori umani” o di “morti bianche”: è tutto un modo di produzione che va buttato nella pattumiera della storia, perché lì – nei ritmi di lavoro, nella corsa al profitto, nei tagli delle spese improduttive, nello sfruttamento quotidiano della forza-lavoro – lì sta la ragione, da trecento anni a questa parte, di quell’omicidio di massa che ha nome “incidente sul lavoro” e che meglio sarebbe chiamare “omicidio di lavoro”. Gli operai, i proletari, devono tornare a difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro con la lotta, la lotta aperta e senza sconti, insofferente di ogni “se” e di ogni “ma” e soprattutto di ogni limitazione, di ogni condizionamento, di ogni regolamentazione. Devono tornare a mobilitarsi e organizzarsi, territorialmente, insofferenti delle gabbie che sindacati ufficiali e partiti democratici costruiscono ogni giorno sulla pelle loro e delle loro famiglie. La difesa è necessaria e urgente, ma non basta: ciò che deve tornare ad animare queste lotte indispensabili è la consapevolezza che o ci si prepara ad abbattere questo sistema fondato sul profitto e sullo sfruttamento (=miseria, disoccupazione, precarietà, malattia e morte) oppure questa guerra quotidiana contro i lavoratori continuerà imperterrita a fare vittime.

Milano, 14/05/2018

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
(il programma comunista)

«Massacrato dai carabinieri»: la verità al processo Cucchi

 

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Le dichiarazioni al processo d’appello dellappuntato dei carabinieri Riccardo Casamassima

«È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato. Il maresciallo Roberto Mandolini me lo disse portandosi la mano sulla fronte e precipitandosi a parlare con il comandante Enrico Mastronardi della stazione di Tor Vergata.Seppi da quella che è poi diventata la mia compagna, Maria Rosati, e che assistette al colloquio perché faceva da autista di Mastronardi, che stavano cercando di scaricare le responsabilità dei carabinieri sulla polizia penitenziaria. Lei capì il nome Cucchi ma all’epoca non era ancora una vicenda nota perché non era morto».

È iniziata così la testimonianza oggi in prima corte d’Assise dell’appuntato dei carabinieri Riccardo Casamassima, l’uomo che denunciando i suoi colleghi militari ha fatto riaprire il caso Cucchi, il geometra di 31 anni deceduto all’ospedale Pertini il 22 ottobre del 2009, sei giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti.

Nel processo bis sono imputati cinque carabinieri accusati a vario titolo di omicidio preterintenzionale, falso e calunnia. «Qualche giorno dopo incontrai il figlio di Mastronardi, Sabatino con il quale ebbi uno scambio confidenziale – ha continuato, rispondendo alle domande del pm Giovanni Musarò, Casamassima, che all’epoca dei fatti prestava servizio alla stazione di Tor Vergata e ora è in servizio all’VIII Reggimento –  anche lui si portò la mano sulla testa e parlando della morte di Cucchi disse che non aveva mai visto una persona così messa male. Lo aveva visto la notte dell’arresto quando il ragazzo venne portato a Tor Sapienza».

Un’udienza cruciale che fa seguito a quella in cui altri due carabinieri hanno ammesso l’esistenza di verbali manomessi per minimizzare le condizioni di salute di Cucchi, gravemente compromesse proprio dal pestaggio che sta venendo fuori da questa udienza.

Casamassima ha detto di aver deciso di parlare dopo quattro anni e mezzo, «perché all’inizio la vicenda Cucchi non mi aveva visto coinvolto in prima persona, ma troppe cose fatte dai miei superiori non mi erano piaciute, come l’abitudine di falsificare i verbali, e, provando vergogna per ciò che sentivo e vedevo, ho deciso di rendere testimonianza, temendo ritorsioni che poi si sono verificate. Quando è uscito il mio nome sui giornali, i superiori hanno cominciato ad avviare contro di me procedimenti disciplinari, tutti pretestuosi. Con Mandolini (accusato di falso e calunnia, ndr.) mi sono incrociato una mattina nell’ottobre del 2016: gli dissi solo di andare a parlare col pm e a dire quello che sapeva – ha concluso Casamassima – gli dissi che la Procura stava andando avanti e che aveva in mano una serie di elementi importanti. Lui mi rispose dicendomi che il pm ce l’aveva a morte con lui».

Ilaria Cucchi, dopo l’udienza, punta il dito senza più timore verso il maresciallo Mandolini. «è lui il principale responsabile – dice – e ricordo bene quando venne in aula nel primo processo, quello sbagliato, a raccontarci la storiella che quella era stata una serata piacevole e che Stefano era stato anche simpatico. Adesso è il processo giusto e si parla di pestaggio. Ogni volta in quest’aula ho la pelle d’oca».

Checchino Antonini da left

16 maggio 1944: la rivolta dei gitani ad Auschwitz

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16 maggio 1944, le SS decidono di smantellare il Familienzigeunerlager, il “campo per famiglie zingare” ad Auschwitz. “Smantellare il campo” è una triste formula che porta con sé allegato il significato di “eliminare tutti gli internati”. E’ consuetudine, ad Auschwitz, che ad una decisione presa dai nazisti segua docile la sua messa in atto, senza ostacoli o impedimenti. Non ci si aspetta che qualcuno tra i reclusi nel lager possa alzarsi in piedi a dire di no: non è mai successo, e diversi anni di esperienza nei campi hanno insegnato questa usanza a prigionieri e secondini.

Ma quel 16 maggio, all’ordine di uscire dalle baracche e dirigersi verso le camere a gas, segue sorda la risposta di chi non ha mai voluto imparare costumi e usanze del posto. In 4.000 escono dai capannoni. Hanno dipinti sul volto i segni della fame e dei soprusi, ma negli occhi brilla ancora una scintilla di dignità che impedisce loro di andare a morire in silenzio. Uomini donne e bambini. Chi armato di spranga, chi di bastone. Alcuni raccolgono da terra pietre e calcinacci, altri si gettano sugli aguzzini a mani nude. Le SS sono costrette a desistere di fronte alla rivolta, sconcertate da una reazione che non pensavano potesse verificarsi e che non si verificherà più.

Lo Zigeunerlager viene liquidato il 2 agosto dello stesso anno, e tutti i detenuti all’interno uccisi. I nazisti hanno smesso di passare i rifornimenti al campo, e i Gitani presi per fame vengono ridotti all’obbedienza e alla fossa.

Si parla poco della morte di oltre 500.000 tra Rom, Sinti e Manush sotto il regime nazista e fascista, e della predilezione che il dottor Mengele aveva nei suoi esperimenti per i bambini zigani. Durante il Processo di Norimberga i superstiti non vengono neanche ammessi come parte civile, e pochi stati attualmente annoverano il Porrajmos (termine che il lingua romani significa “divoramento”) subito dai gitani come parte dei crimini nazisti.

Infoaut

Fonte

Roma, al liceo Benedetto da Norcia “raid squadrista” di Blocco studentesco. Aggrediti due studenti ·

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Roma, al liceo Benedetto da Norcia “raid squadrista” di Blocco studentesco. Aggrediti due studenti
Prima gli insulti, poi gli spintoni e infine le mani addosso. Fino a farsi male. È accaduto ieri mattina davanti al liceo classico Benedetto da Norcia, al Prenestino: tutto è cominciato quando esponenti del Blocco Studentesco (le giovanili di CasaPound) si sono presentati fuori dal liceo per affiggere abusivamente uno striscione sui muri antistanti la scuola. Ma alla protesta dei rappresentanti d’istituto, i militanti hanno reagito violentemente, con “attacchi fisici, addirittura avrebbero utilizzato caschi”, spiegano dalla Rete degli Studenti Medi.

“Ieri alle ore 8.05 – raccontano i ragazzi del Collettivo Benedetto da Norcia – davanti alla sede succursale si sono presentati circa venti militanti di varia età, alcuni anche ultra 25enni, dell’organizzazione neofascista Blocco Studentesco. Alla richiesta di spiegazioni da parte del nostro rappresentante d’istituto riguardo uno striscione intimidatorio, attaccato davanti la scuola, la risposta dei militanti è stata fortemente violenta. Il nostro rappresentante d’istituto è stato attaccato con un casco da motorino ed un’altra persona è rimasta coinvolta nella rissa. È necessario sottolineare quanto questi eventi non ci siano sconosciuti: già altre volte nei mesi passati sono avvenuti fatti di matrice fascista e squadrista nei confronti degli studenti del liceo. E già precedentemente la scuola non è rimasta in silenzio. Noi, ragazzi e ragazze del collettivo studentesco condanniamo aspramente i fatti di ieri mattina e tutti i precedenti, ribadendo per l’ennesima volta che non cadremo nelle provocazioni di chi è incapace di esistere senza l’imposizione violenta. La risposta dell’intero istituto ci è sembrata abbastanza chiara: tolleranza zero a chi compie atti squadristi fuori dalle nostre scuole”.

Il preside Fabio Foddai ha prontamente riportato tutto alle autorità competenti, mentre le famiglie dei ragazzi malmenati hanno fatto un esposto ai carabinieri. D’altronde invita tutti a “non rimanere in silenzio”, il dirigente scolastico. “Gli studenti sono stati vittima di una aggressione di stampo chiaramente intimidatorio e fascista”, aggiunge condannando “fermamente l’uso di ogni forma di violenza” e manifestando “solidarietà e vicinanza ai ragazzi”. “Era la prima volta che succedeva, da quando ci sono io”, conclude.

“Non possiamo che condannare fermamente quanto accaduto – dichiara Gabriella Venezia, Segretaria Generale dello SPI CGIL Rieti, Roma Est e Valle dell’Aniene – il nostro impegno per far conoscere ai ragazzi e alle ragazze la Memoria e quello che è stato uno dei periodi più bui della storia del nostro Paese continua a rappresentare per noi una priorità assoluta. La scuola oggi dovrebbe essere un luogo che promuove il confronto e il dibattito, non uno in cui gli studenti debbano aver paura di subire violenza esprimendo un’idea.”

Continua Giacomo Santarelli, Coordinatore della Rete degli Studenti Medi di Roma: “Siamo vicini agli studenti, vittime di questo vile attacco: azioni di questo genere non possono avere alcuno spazio nelle nostre scuole e nelle nostre città e vanno combattute con fermezza. Crediamo profondamente nel confronto democratico delle idee e chiunque si ritenga superiore alle regole dello stare insieme civilmente è fuori dal perimetro democratico e deve essere perseguito con tutta la forza delle autorità competenti.

“D’accordo anche Mario Rusconi, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi del Lazio: “Questi atteggiamenti sono inammissibili in ambienti scolastici, anche se davanti al cancello antistante l’istituto. È giusto che si denunci: hanno fatto bene il preside a riportare tutto alle autorità competenti e le famiglie a fare un esposto ai carabinieri”.

 

14 maggio 1977: Milano, una sparatoria “tranquilla”

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Milano, 12 maggio 1977; mentre a Roma le forze speciali infiltrate di Kossiga sparano ai manifestanti di Piazza Navona e uccidono Giorgiana Masi, il sostituto procuratore della Repupplica Luigi De Liguori ordina l’arresto di alcune persone, tra le quali due noti avvocati di Soccorso Rosso, Giovanni (Nanni) Cappelli e Sergio Spazzali. L’imputazione più grave nei loro confronti è quella di promozione di associazione sovversiva. I gruppi della sinistra extraparlamentare e i collettivi dell’area dell’autonomia indicono per il pomeriggio del 14 maggio una manifestazione contro la repressione.

La mattina del 14 maggio i quattro referenti dei servizi d’ordine delle diverse anime dell’Autonomia milanese si riuniscono alla Statale per valutare le azioni di piazza. Ci sono Pietro Mancini (Piero), Raffaele Ventura (Coz) e Maurizio Gibertini (Gibo) per il gruppo che si riuniva intorno alla rivista “Rosso”, Oreste Scalzone per i gruppi vicini a Potere Operaio, Andrea Bellini per il 14 maggio 2“Casoretto” e infine una delegazione del partito marxista-leninista. Si decide per un corteo duro, che ad un certo punto si stacchi dai gruppi della sinistra extraparlamentare (Democrazia Proletaria in testa) per proseguire intorno al carcere di San Vittore e portare la solidarietà agli avvocati arrestati due giorni prima. Un corteo “duro”, questo si, ma che non preordina in alcun modo uno scontro a fuoco con la polizia, né alcuna altra provocazione. Niente molotov, né spranghe, né fionde e neanche sassi, niente di niente. Ai primi disordini si abbandona il corteo, l’accordo è questo.

La sera prima però, anche la componente armata del collettivo Romana-Vittoria, composta da Marco Barbone, Enrico Pasini Gatti, Giuseppe Memeo, Marco Ferrandi, Luca Colombo e Giancarlo De Silvestri si riunisce per definire il piano per la manifestazione del giorno successivo. Bisogna provocare la polizia nei pressi di San Vittore, sciogliere il corteo per poi ricomporlo nella zona di Porta Genova, da presidiare militarmente il più a lungo possibile. Il Romana-Vittoria aprirà il corteo.

14 maggio 3Il corteo parte alle 16,45 da piazza Santo Stefano, i partecipanti sono più di 10.000. All’incrocio via San Vittore-Via Olona lo spezzone dell’autonomia, composto da circa 1000 manifestanti, abbandona il troncone principale come previsto. Cominciano subito gli slogan: “Da San Vittore all’Ucciardone, un solo grido: evasione”, “Carabiniere, sbirro maledetto, te l’accendiamo noi la fiamma sul berretto”.

Ad un certo punto la colonna di polizia (fino a quel momento tenutasi molto distante dal corteo) del III° reparto Celere si schiera in assetto di ordine pubblico (un cordone di scudi e un secondo con i lancia-lacrimogeni) all’angolo tra via Olona e via De Amicis. Dopo un breve consulto, la squadra armata di Romana-Vittoria decide per l’attacco, e forza facilmente i cordoni di contenimento capeggiati da Bellini e Scalzone, accortisi di quanto stava per accadere.

14 maggio 4S’alza un grido secco: “Romana fuori!” seguito da un successivo: “Sparare!”. Nel giro di un solo minuto Ferrandi, Memeo, Barbone, Pasini Gatti, De Silvestri e Colombo, accostati da alcuni studenti del Cattaneo armati di molotov, dal collettivo di Viale Puglie e dal collettivo Barona ingaggiano un violento scontro a fuoco con le forze dell’ordine, durante il quale rimane ferito a morte il vicebrigadiere Custra. Altri due agenti vengono lievemente feriti, mentre un passante, Marzio Golinelli, perde un occhio e un’altra passante, Patrizia Roveri, viene ferita in maniera non grave al capo.

Via De Amicis è oscurata dal fumo dei lacrimogeni, delle molotov e della carcassa del filobus 96 dato alle fiamme. Tutti coloro che si erano inoltrati nella strada raggiungono di corsa via Carducci dove alcuni manifestanti stanno improvvisando una barricata con del materiale edile di un cantiere.

14 maggio 5La sera del 14 nell’abitazione di Colombo si riuniscono alcuni dirigenti di Rosso a confronto con Ferrandi, Barbone, Memeo, Pasini Gatti, Colombo e De Silvestri. La notizia che l’agente Custra è clinicamente morto è stata diffusa radiogiornali e dai telegiornali. I dirigenti di Rosso si rendono disponibili a fornire soldi e documenti falsi per il prudenziale allontanamento di Pasini Gatti, Ferrandi e di tre studenti del Cattaneo. Ne nasce poi un violento diverbio tra Mancini, molto critico rispetto all’azione della Romana-Vittoria, e Alunni, che invece ne prende la difesa. In seguito a questo e ad altri personali contrasti, nel mese di luglio Alunni, Marocco, Ricciardi, Barbone, Colombo, De Silvestri daranno vita, con altri e altre militanti, alle Formazioni Comuniste Combattenti. In seguito, Ferrandi aderirà a Prima Linea; 14 maggio 6Memeo ai Proletari armati per il comunismo; Pasini Gatti alla Brigata Antonio Lo Muscio.

Durante il processo per i fatti del 14 maggio, gli imputati Ferrandi, Barbone e Pasini Gatti si presenteranno col profilo, già assunto al momento dell’arresto, dei cosiddetti “pentiti”.

13 maggio 1985: la polizia reprime il MOVE

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L’organizzazione MOVE, formata per la maggior parte da neri, invoca il ritorno ad uno stile di vita naturale e si schiera apertamente in difesa dell’ambiente , contro le istituzioni e contro la tecnologia, di fatto attirando l’attenzione e la repressione da parte delle forze di polizia statunitensi.

Nel 1978, durante un tentativo di irruzione all’interno di un edificio occupato dal MOVE, l’ufficiale James J. Ramp rimane ucciso da un proiettile che lo colpisce alla testa, di provenienza ancora ignota. Sette altri agenti di polizia, cinque vigili del fuoco, tre occupanti e tre passanti sono rimasti feriti in scontri a fuoco. Per questo episodio nove membri del MOVE verranno condannati per omicidio, ma continueranno a dichiarare di non essere responsabili della morte dell’agente.

Nel 1981 MOVE si trasferisce in Osage Avenue, nella zona Ovest di Filadelfia. Quattro anni più tardi, il 13 maggio 1985, un’operazione di polizia assalta l’edificio, per sgomberarlo.

Le forze dell’ordine si apprestano all’irruzione lanciando lacrimogeni e aprendo gli idranti contro la casa, quindi vi entrano per procedere allo sgombero. In questo frangente di circa due ore vengono sparati dai poliziotti circa diecimila colpi, e appiccati diversi incendi. Infine un elicottero della polizia sgancia sull’edificio, senza alcun avvertimento, due bombe al plastico e Tovex, che distrugge la sede del MOVE e che scatena un incendio che distrugge anche altre sessanta case limitrofe.

Delle tredici persone all’interno dell’edificio ne sopravvivono solo due: John Africa, il carismatico leader del movimento viene ucciso insieme ad altri cinque adulti e cinque bambini.

Nei giorni successivi all’assalto verrà incaricata una commissione investigativa, che nel 1986 stenderà un rapporto di denuncia nei confronti delle istituzioni cittadine, ma nonostante questo nessuno sarà accusato penalmente. In una causa civile del 1996 la giuria ordinerà un rimborso di un milione e mezzo di dollari ai sopravvissuti ed ai parenti delle vittime, per l’eccessivo uso di forza da parte delle forze dell’ordine, la perquisizione e il sequestro immotivato dei membri del MOVE.

Grande sostenitore del MOVE è da sempre Mumia Abu Jamal, giornalista radio e militante delle Pantere Nere, in carcere dal 1981, ingiustamente accusato e  condannato  a seguito di un’inchiesta discutibile e discussa, per l’assassinio di un poliziotto.

9 maggio 1976: morte di Ulrike Meinhof

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9 maggio 1976, il corpo di Ulrike Meinhof viene trovato senza vita, appeso alla finestra della sua cella nel braccio speciale del carcere di Stoccarda Stammheimer. Le perizie legali, sempre molto lacunose ed incomplete, si orientano tutte verso l’ipotesi del suicidio della militante rivoluzionaria. Ma ci sono elementi che non convincono; gli altri detenuti non credono alla versione ufficiale in cui poliziotti e medici legali si contraddicono senza pudore. E non sono solo i suoi compagni di prigionia ad avere dei dubbi: anche nell’opinione pubblica comincia a farsi spazio quest’idea che la Meinhof sia “stata suicidata” da terzi. Così nasce la Commissione internazionale di inchiesta sulla morte di Ulrike Meinhof, che comincia a portare alla luce tutte quelle discordanze prodotte dalle autopsie legali. Non ultimo il problema di un cappio troppo largo per sostenere il corpo. Citiamo dalla traduzione italiana: “Si può appendere un cadavere in un cappio troppo largo, solo se si approfitta della rigidità cadaverica per mettere la testa in una posizione fissa, che non permetta più al cappio di scivolare.”. 

Ulrike Meinhof è in prigione in attesa del processo che probabilmente la condannerà al carcere a vita. È membro fondatore della Rote Armee Fraktion (Fazione dell’Armata Rossa), un’organizzazione rivoluzionaria della Germania ovest, attiva dal 1970 al 1998. Incarcerati insieme a lei ci sono altri membri della prima generazione del gruppo: Andreas Baader, Gudrun Ensslin, Jan-Carl Raspe e Irmgard Möller. Anche loro, il 13 ottobre dell’anno successivo “decideranno” di suicidarsi. Baader e Esslin moriranno nelle loro celle, Raspe in ospedale, mentre la Möller non “riuscirà” a togliersi la vita con una serie di coltellate in petto, e avrà quindi la possibilità di raccontare in un libro, di come i suoi tre compagni abbiano subito la stessa sorte di Ulrike.

Il movimento nella Germania ovest è alquanto eterogeno. Molto forti sono le correnti libertarie e situazioniste; rara la militanza in forma organizzata. Tutte le proteste hanno come epicentro la sensazione che la denazificazione nella repubblica federale non sia stata neanche abbozzata. Le strutture e i volti del potere sono gli stessi che operavano sotto il regime hitleriano. È in questo clima che nel gruppo di Baader e Meinhof sorge spontanea la necessità di organizzarsi in una risposta armata al regime di cose presente. Si sceglie come nome Rote Armee Fraktion, per chiarire quel sentimento di appartenenza ad un movimento rivoluzionario più ampio e mondiale. Fin dall’inizio la RAF prende contatti con organizzazioni rivoluzionarie straniere: dalle BR, ai Tupamaros, all’FPLP, cui i militanti tedeschi devono l’addestramento militare in Cisgiordania. L’influenza che queste esperienze internazionali hanno sulla RAF è impressionante. L’organizzazione tedesca comincia a sperimentare sul suo campo di battaglia metodi e strutture saggiati dai movimenti uruguayano e palestinese. Un’organizzazione articolata in cellule di combattimento, simile anche se meno radicale della struttura di Settembre Nero; una teoria della guerriglia urbana mutuata dai teorici del Sud America fanno delle RAF una delle organizzazioni rivoluzionarie europee più longeve del secondo dopo guerra.

Infoaut

9 maggio 1978: l’uccisione di Peppino Impastato

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Nella notte tra l’otto e il nove maggio 1978, il corpo di Peppino Impastato, posto sulla linea ferroviaria Palermo – Trapani, è dilaniato da una carica di tritolo. Il suo funerale, partecipato da centinaia di giovani provenienti da tutta la Sicilia, viene aperto da uno striscione con la scritta “Con le idee e il coraggio di Peppino, noi continuiamo”.

E proprio dalle idee che lo spinsero a schierarsi apertamente contro la “borghesia mafiosa” della provincia palermitana è bene cominciare, per comprendere a pieno il profilo di un compagno per lungo tempo dimenticato e attualmente riciclato in uno dei tanti santini dell’antimafia da salotto.

Giuseppe Impastato nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato, quest’ultimo ben inserito nel contesto mafioso della provincia di Palermo (era stato inviato al confino durante il periodo fascista, mentre una delle sorelle aveva sposato il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963). Ancora ragazzo, Peppino rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e comincia a dedicarsi all’attività politica: nel 1965 fonda il giornale “L’Idea socialista” e aderisce al Psiup. Dal 1968 in poi partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.) e al cui interno trovano particolare spazio il “Collettivo Femminista” e il “Collettivo Antinucleare”

Lui stesso descrive questa intensa fase con le seguenti parole :“Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E’ riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività”.

Nell’estate del 1973 aderisce a Lotta Continua e conosce Mauro Rostagno, di cui apprezza in particolar modo le posizioni libertarie. Nel 1976 fonda Radio Aut, emittente privata e autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Il programma più ascoltato è “Onda pazza”, trasmissione condotta da Peppino stesso, durante la quale denuncia  quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo primario nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, e viene eletto nel Consiglio comunale di Cinisi appena pochi giorni dopo essere stato assassinato.

Fin da subito, stampa, forze dell’ordine e magistratura parlano di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, di un suicidio “eclatante”. Il 9 maggio del 1979 il Centro siciliano di documentazione (nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Giuseppe Impastato) organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il paese. Dopo diverse archiviazioni, depistaggi e ostruzioni da parte della polizia, il caso dell’omicidio viene riaperto nel 1996 grazie alle forza e alla determinazione dei compagni e della madre di Peppino e del Centro di documentazione Impastato; il 5 marzo 2001 la Corte d’Assise ha riconosciuto come colpevoli dell’omicidio Gaetano Badalamenti nel ruolo di mandante e Vito Palazzolo in quello di esecutore.

Della figura di Peppino a noi interessa però sottolineare l’importanza della sua antimafia sociale, contro un sistema di relazioni in cui sono strettamente intrecciate mafie, politica, amministrazione, finanza. Come ha scritto Giovanni Russo Spena, L’antimafia sociale contro la borghesia mafiosa, contro processi di accumulazione mafiosa che sono veri e propri percorsi di valorizzazione del capitale globale (…) Noi ci impegniamo a ricostruire, pur dentro alle difficoltà del presente, partecipazione, protagonismo, autorganizzazione, intorno ad una antimafia, come quella che Peppino ha incarnato, non ipocrita, non di facciata, ma viva, vera, sociale; lottare contro le mafie è, per tanti giovani e tante ragazze, anche lotta contro la precarietà, per il salario sociale, il reddito di cittadinanza. Per questo Peppino è parte fondativa del nostro vissuto politico. Per questo rifiutiamo interpretazioni edulcorate e centriste: Peppino fu uomo del ’68, non va dimenticato. Fu militante anticapitalista che organizzava conflitti sociali, dagli studenti ai braccianti, ai contadini poveri. E fu precursore, anche come organizzatore culturale, di un’intensa e moderna criticità come rovesciamento e senso comune di massa. Radio Aut fu la struttura comunicativa più moderna del Mezzogiorno, negli anni Settanta, esempio straordinario di inchiesta e controinformazione. La metafora, il sarcasmo, la desacralizzazione dei capi mafiosi diventarono, con Peppino, strumento di lotta politica”.

Perciò fa strano vedere la figura di Peppino innalzata a fredda icona di tanti professionisti dell’antimafia, come l’associazione Libera e l’universo legalitario che le gravita attorno (per non parlare del Movimento 5 Stelle, del partito di Repubblica, di Travaglio e compagnia cantante). E’ utile ricordare inoltre la recente diffida del Centro di documentazione Impastato nei confronti di Roberto Saviano, reo di aver inventato di sana pianta che fu il film “I cento passi” e non i compagni, i familiari e il Centro stesso a far riaprire le indagini sul caso di Peppino, quasi a voler cancellare le lotte, le idee e il ricordo del compagno che meglio ha incarnato lo slogan “nè con la mafia nè con lo Stato”.

Al contrario, bisogna legare l’antimafia alla lotta per l’uso razionale delle risorse sottraendole ai reticoli clientelari, per la difesa del territorio e contro il nucleare, per la partecipazione non intesa soltanto come liturgia delle elezioni e delle primarie. L’antimafia che attualmente cerca di coniugare la difesa delle istituzioni (la Costituzione, i magistrati impegnati, la legislazione antimafia) con la decriminalizzazione del potere, dimentica completamente la portata fondamentale della lotta sociale che Peppino Impastato ha combattuto nelle piazze e nel Movimento

Una denuncia a orologeria

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L’8 marzo scorso a Parma si sono presentati in casa di una compagna i carabinieri per “invitarla” in caserma.

In caserma le hanno notificato l’avvio di un’indagine per minacce e diffamazione nei confronti di Francesco Concari, uno degli stupratori di Claudia, e alla fine le hanno fatto gli auguri per la “festa della donna”.

La ragione di questa denuncia sta nella presa di posizione della compagna contro lo stupro di Claudia, compiuto da Francesco Cavalca, Francesco Concari e Valerio Pucci il 12 settembre 2010 nella sede della RAF in via Testi.

La ragione di questa denuncia sta nella solidarietà femminista.
La ragione di questa denuncia sta nella pratica antissessista e antifascista militante, perché l’una è imprescindibile dall’altra.
E l’intento di questa denuncia è colpirle entrambe, perché chi stupra è un fascista a prescindere e quindi è un infame. E lo è ancor più se a stuprare è un sedicente “compagno” – questa denuncia, se ancora ce ne fosse bisogno, lo dimostra ancora una volta!
La complicità e l’omertà che ha coperto l’intera vicenda dello stupro di branco di Parma (vedi “Circa i fatti di Parma nella sede della RAF: come riparare 4 crepe prima che qualcosa si rompa per sempre“), l’isolamento e l’accusa di infamia nei confronti di Claudia e della solidarietà femminista, la strumentalizzazione politica che se ne è fatta – come sempre avviene da parte dei fascisti sul corpo delle donne – e ora quest’ennesima denuncia alla solidarietà femminista, dimostrano ancora una volta che occorre una rivoluzione nella rivoluzione, che solo la lotta rivoluzionaria organizzata delle donne a 360° può sconfiggere l’ideologia fascista e maschilista degli uomini che odiano le donne. Un’ideologia che affonda le sue radici in questo sistema sociale irriformabile.
Solidarietà a Claudia e alla compagna denunciata, senza sé e senza ma
MFPR – AQ

Modena: Manganelli e lacrimogeni contro gli operai di di Opera srl in lotta

Davanti i cancelli del comparto ceramica di Opera srl di Camposanto, nella provincia di Modena, un picchetto di operai è stato sgomberato dalla celere con un utilizzo indiscriminato di lacrimogeni e ripetute cariche

Questa è l’ottava giornata di sciopero organizzato dai lavoratori autorganizzati del SI Cobas da quando lo dicembre scorso l’azienda ha licenziato il delegato sindacale (dipendente dell’azienda da più di un decennio) attraverso una serie di richiami e accuse fasulle, come dimostrato dalle carte presentate dall’avvocato e dal sindacato che confermano la natura politica del licenziamento.

In seguito all’ultimo sciopero avvenuto lo scorso venerdì dalle prime ore di questa mattina il picchetto ha continuato a ingrossarsi con la solidarietà dei lavoratori in solidarietà dalla provincia di Modena, Parma e Bologna.

Proseguita la chiusura totale rispetto a qualsivoglia tavolo per l’ottenimento di un reintegro portata avanti da padroni e sostenuta di fatto dalla prefettura che ha negato ogni irregolarità, intorno alle 13 la questura ha richiesto l’intervento della celere che ha sgomberato il picchetto con un fitto lancio di lacrimogeni.

Un dato che rende evidente come gli organi di gestione del territorio insieme a Confindustria cerchino in tutti i modi di ostacolare qualsiasi forma combattiva di vertenza all’interno dei posti di lavoro. Come già visto nella logistica e nel settore carni, cercando di bloccare qualsiasi agibilità nei posti di lavoro.

Ai tentativi di repressione i lavoratori hanno risposto rilanciando i prossimi scioperi e mobilitazioni nella città.