Con Moustafa

Ieri lo stato italiano ha firmato una pena esemplare sulla pelle abbronzata di un ragazzo incensurato, egiziano, di 22 anni. 4 anni e 8 mesi per Moustafa Elshennawi. Colpevole di resistere.

Con Moustafa

Fino al 10 febbraio del 2018 Moustafa era un lavoratore della logistica, un facchino iscritto al sindacato Si Cobas, consapevole, come tanti suoi colleghi, che solo con la lotta un lavoratore immigrato può sopravvivere nel ginepraio delle cooperative rosse, bianche e a pallini, in cui vige un regime di sfruttamento tale per cui l’arbitrio dei capetti è destinato a vincere se non ci si organizza e si lotta uniti contro quel sistema. Moustafa, a 20 anni, deve mantenere la sua famiglia, un padre e una madre disoccupati, un fratello e una sorella minorenni e un’altra sorella, solo col suo stipendio da facchino. Abita in una casa umida e malsana nella bassa pavese, dove paga 400 euro al mese ad un padrone che a un certo punto decide di sfrattarlo, forse perché non paga l’affitto. Forse lui, come tanti, si è trovato davanti alla fatidica scelta. Di solito è un padre di famiglia a dover decidere se dar da mangiare alla famiglia, comprare le scarpe, i vestiti, le medicine oppure pagare l’affitto. Questa volta è toccato a un ragazzo di vent’anni. E così è arrivato l’ufficiale giudiziario con un’ingiunzione di sfratto che Moustafa non ha voluto firmare, forse perché non comprendeva cosa ci fosse scritto o forse perché aveva capito che le carte timbrate sono sempre grane per quelli come noi, per quelli come lui. Non si può certo dire che Moustafa abbia molti motivi per avere fiducia nelle istituzioni. Ha vent’anni, ma già ne ha viste tante, compresi gli assistenti sociali che gli hanno portato via il fratello di 15 anni per rinchiuderlo in una comunità, col pretesto che fosse stato abbandonato dalla famiglia, mentre in realtà era con lui. Sa che neanche le forze dell’ordine non sono amiche di quelli come lui. Le ha viste, ne ha sentito parlare. Pestano lui e i suoi colleghi nei tanti picchetti durante gli scioperi che hanno costellato i magazzini della Bassa in questi anni. Sa che difendono il padrone e non i lavoratori che lottano per i propri diritti.

A Piacenza, il 10 febbraio, durante un corteo contro l’apertura della locale sede di Casa pound, vede le forze dell’ordine contrapporsi a lui e ai suoi compagni per difendere i nemici di quelli come lui. Quei razzisti che, nelle notti brave, rincorrono i ragazzini con la pelle nera, o caffellatte, minacciando di volerli smacchiare. Sicuramente ha sentito parlare, Moustafa, di quello che ha fatto un fascista razzista a Macerata pochi giorni prima e, possiamo immaginare, che quel “toccano uno tocca tutti” gli sia risuonato nella testa e gli abbia fatto capire che se un bianco spara a caso su dei cittadini neri e poi si avvolge nel tricolore, i tempi non sono belli per lui e per quelli come lui.. Non deve essere stato difficile, per lui, scegliere da che parte stare, anche perché i fronti erano già fatti. Come sempre. Per un ragazzo di vent’anni che ha già sperimentato la brutalità del sistema fa poca differenza un fascista o un padrone o un pubblico ufficiale. Un attimo che e una giovinezza buttata nel cesso a un egiziano immigrato che già in partenza non aveva niente da perdere. Cosi ha deciso il giudice, accogliendo in pieno le istanze del PM. Il sistema penale e la sua violenza sono innanzitutto questo. Creare equivalenze. Una bilancia. Loro vogliono pesare? E allora pesiamo anche noi. Su un piatto, i 4 anni e 8 mesi per Moustafa Elshennawi, colpevole, nel tentativo di raggiungere la sede di un partitino neo-fascista, di aver colpito un carabiniere ruzzolato per terra mentre i colleghi se la davano a gambe. Qualche acciacco e l’encomio del ministro dell’interno. Sull’altro, i 3 anni e 6 mesi di reclusione per Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, i quattro poliziotti colpevoli di aver ammazzato di botte, poco lontano, qualche anno prima, un ragazzo poco più giovane di Moustafa, Federico Aldrovandi. Una bara e una vita che non tornerà mai.

Chi ha la memoria corta potrà anche dire che la sentenza esemplare di ieri è tutta colpa di Salvini, ma noi non dimentichiamo che i dispositivi a protezione di tutte le adunate fasciste dello scorso febbraio sono stati comandati e voluti da Minniti, da quel democratico che in molti già rimpiangono, quel democratico che oggi, insieme ad altri democratici, grida all’avvento del governo giallo verde di fascisti, dimenticando che l’agibilità politica agli amichetti di Centinaio e del felpa l’hanno data proprio loro.

Non si sente, infatti, ancora nessuna voce “democratica” indignarsi contro quest’uso spregiudicato della legge, oggi che un tribunale è diventato sede di regolamento di conti tra un ragazzino egiziano e lo stato italiano. Oggi che il grande Minotauro non si è fatto scrupolo di sbranare vita e libertà di Moustafà… tanto per quello che conta. Oggi che ci tocca rispolverare persino un conservatore come Cicerone. Summum ius, summa iniuria, diceva Cicerone. È il paese dei cambi di casacca da capogiro, dei coccodrilli che fino a un minuto prima hanno sbranato i loro figli.

E poi diciamocelo, Salvini o non Salvini, Moustafa era il capro espiatorio perfetto per un delitto imperfetto. Negher, sindacalizzato, forse anche antifascista, violento contro le forze dell’ordine. Il mostro giusto da sbattere in prima pagina. Una nuova versione del black bloc, di quella strana specie odiata tanto a destra quanto a sinistra che va a portare scompiglio tra i bravi manifestanti democratici antifascisti. Black non per la bardatura, ma per il colore della pelle, perché, non lo dimentichino i giudici, Moustafa era a volto scoperto in piazza, la sua pelle era l’unica cosa che copriva la sua faccia. È forse quella una delle sue colpe principali, assieme alla sua rabbia.

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Parola d’ordine del governo: Vietare!!!

I ddl della maggioranza: Stop ai medicanti e carcere per chi ricorre all’estero alla maternità surrogata

Dal divieto di chiedere l’elemosina in maniera «molesta» a quello di indossare il burqa o il niqab. Passando, e non è certo un particolare da poco, a prevedere il carcere per le coppie che si recano all’estero per ricorrere alla gestazione per altri e alla castrazione chimica per gli stupratori. Per non parlare, infine, della richiesta di istituire una commissione parlamentare che indaghi sulle presunte responsabilità del governo Monti (2012) nella vicenda dei due fucilieri della Marina Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.

A leggere solo alcuni degli oltre mille disegni di legge depositati da marzo a oggi alla Camera e al Senato, più che all’avvio di una legislatura sembra di assistere all’inizio di una resa dei conti da parte di chi, dopo aver passato qualche anno all’opposizione, una volta al governo in nome della «sicurezza» vorrebbe intervenire su tutto.

Tralasciando la dozzina di disegni di legge che si propongono di allargare la definizione di legittima difesa, ecco una piccola lista dei più significativi.

STOP A MENDICANTI E AMBULANTI Essere poveri non può essere una colpa riconoscono i leghisti, che ricordano però come una sentenza della Consulta abbia stabilito come il reato di accattonaggio «sia compatibile con la Carta costituzionale se chi mendica lo fa simulando infermità, arrecando disturbo o in modo invasivo». Da qui la proposta – primo firmatario Molteni – di introdurre il reato di accattonaggio molesto, un crimine capace di provocare «l’insicurezza dei cittadini e quindi un problema di ordine pubblico». Per i trasgressori, così come per i venditori ambulanti, è previsto quindi l’arresto da tre a sei mesi e un’ammenda da 3.000 euro, destinati a salire fino a un anno di carcere e a 10.000 euro di multa se il fatto «provoca disagio alle persone o intralcio alla circolazione, sia delle macchine che dei pedoni».

MATERNITA’ SURROGATA La legge 40 sulla procreazione assistita prevede già una pena da tre mesi a due anni e una sanzione da 600 mila e un milione di euro per chi «realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità» nel territorio nazionale. Il ddl presentato da Fratelli d’Italia punta ad estendere le stesse pene anche a quelle copie italiane che non potendo avere figli «si avvalgono della tecnica della surrogazione di maternità in un Paese estere in cui la stessa è consentita».

CASTRAZIONE CHIMICA Un solo articolo (primo firmatario il leghista Molteni) che prevede l’introduzione del «trattamento farmacologico di blocco androgenico totale per coloro che commettono reati sessuali, in particolare a danno di minori», considerato una misura «allo stesso tempo deterrente, preventiva e risolutiva». A disporre il trattamento è il giudice che – «previa valutazione della pericolosità sociale e della personalità del reo», indica il metodo da utilizzare e la struttura sanitaria pubblica nella quale eseguirlo. Il trattamento è obbligatorio in caso di recidiva e nel caso le vittime siano dei minori.

NO A BURQA E NIQAB Anche in questo caso la proposta arriva dal Carroccio e mira a introdurre nell’ordinamento giuridico «un divieto esplicito a indossare in luogo pubblico o aperto al pubblico indumenti atti a celare il volto, non soltanto per motivi di ordine pubblico e sicurezza ma anche, come nel caso di burqa e del niqab, in quanto considerati atteggiamenti inconciliabili con i principi fondamentali della Costituzione, primo fra tutti il rispetto della dignità della donna». Coprirsi il volto, anche per motivi religiosi, potrebbe quindi comportare da un’ammenda da 1.000 a 2.000 a alla reclusione – nel caso di chi obbliga una donna a indossare i due indumenti – da uno a a due anni e una multa da 10 mila a 30 mila euro. la pena aumenta della metà se il fatto è commesso «a danno di un minore o una persona disabile».

Carlo Lania

da il manifesto

Quando il cambiamento uccide i diritti, uccide il futuro di un paese: siamo tutti Soumayla Sacko

Il nuovo Governo nasce da un patto e da un “contratto” scellerato. Nasce e si insedia con le dichiarazioni di un Ministro dell’Interno che non segna una discontinuità con le politiche sociali ed in particolare sul tema dei diritti e dell’immigrazione, che hanno invece reso evidente il fallimento di una politica cieca e “contraria” allo sviluppo di un paese civile e democratico.

Un Governo che inneggia alle ruspe e ai respingimenti non potrà mai essere un esecutivo in linea con i tempi e con il rispetto dei diritti umani. Un Governo che è pro-frontiere e “contro” la mobilità umana è un Governo che contrasta il futuro di un paese, e che torna ai tempi e ai proclami scellerati di epoca “fascista”.

Un Governo e movimenti e partiti che annunciano di governare per la sicurezza del paese, eliminando o riducendo lo spazio democratico non sarà un Governo che porterà alla prosperità di un paese e di una collettività che ha bisogno oggi più che mai di diritti e di politiche illuminate.

Inneggiare a respingimenti improbabili e inattuabili, inneggiare ai nuovi centri di detenzione per ripulire le piazze e le strade dai migranti, sventolare e azionare le ruspe sdogana gli istinti peggiori ed è il chiaro segnale di una politica che non sa fare politica, che preme sulla “pancia” di sentimenti populisti e della peggiore destra di recente memoria.

Non sono casi isolati gli spari sui migranti, il blocco delle navi che soccorrono, le irruzioni dei nuovi camerati nelle sedi delle associazioni e nelle piazze pubbliche e nelle biblioteche, i titoloni di alcuni giornali nazionali che inneggiano alla nuova “guerra” ai migranti. Tutto questo è un “piano strategico” già visto. Vecchio, pericoloso, ottuso e soprattutto che colpirà nel profondo un paese che è molto diverso da quello che ci vogliono far credere.

Annunciare di tagliare fondi all’accoglienza è propaganda. Investire nell’accoglienza è politica e sviluppo e lo dimostrano paesi che da anni hanno governato i flussi migratori con lungimiranza e democrazia.

Stiamo assistendo al ritorno di un oscurantismo che colpirà nel profondo un sistema ed un paese che ha bisogno di diritti, di nuovi cittadini, di coesione sociale, di sviluppo, di formazione e lavoro legale, combattendo davvero nel profondo le iniquità, le ingiustizie di classe e di razza. Tornare indietro sul tema dei diritti civili, sociali, politici è un grave passo indietro che pagheremo tutti, perché l’immigrazione è la cartina tornasole del grado di democrazia di un paese sano ed al passo con i tempi.

Questo cambiamento noi non lo vogliamo. Lo denunceremo. Lo contrasteremo con la forza dei diritti, con la forza degli esseri umani che sono contro ogni forma di fascismo.

Perché il cambiamento vero è in chi non si riconosce in propagande nazionaliste, in chi non tenta di ricostruire politiche razziste e xenofobe, in chi si occupa di ricostruire un tessuto sociale sano ed inclusivo. In chi denuncia da anni che il business dell’immigrazione è in mano a sfruttatori organizzati e autorizzati. In chi denuncia un business organico ad un sistema che quando elimina o delimita lo spazio dei diritti umani è uno spazio che toglie democrazia e sviluppo ad un paese intero.

Non importa che i colpi che hanno ucciso Soumalya Sacko e ferito altre due persone siano stati sparati solo “perché” contro dei neri, oppure che siano stati sparati perché quei neri erano un fastidio o rischiavano di far scoprire altro (il sito di interramento di rifiuti illegale). Ciò che importa è che di sicuro quei colpi sono stati resi più facili, che il dito sul grilletto si è spinto con minori remore, dal fatto che gli obiettivi erano dei neri o dei migranti che lavoravano nelle campagne. Non delle persone, ma più semplicemente degli “immigrati”, se non dei “clandestini” (non importa se con permesso o senza; questo è il loro status, secondo la vulgata) la cui vita vale molto meno delle altre.

È la percezione che si ha del migrante come sub-persona che conta, non che con coscienza e volontà si sia inteso uccidere un nero perché nero (non è Traini, ma se vogliamo è quasi peggio, perché più “normale”). Ed è una percezione che oggi viene definitivamente ed istituzionalmente sdoganata con affermazioni di chiaro stampo xenofobo del Ministro dell’Interno.

A qualcuno di noi, a chi c’era, può ricordare le giornate di Genova nelle quali, con evidenti riferimenti al nuovo governo di allora (infarcito di personaggi che non facevano mistero delle loro idee xenofobe e di esaltazione del fascismo), si sentiva dire ai picchiatori in divisa che le cose ormai erano cambiate, che per lezecche “non ce n’è più”. Allora, con fatica, gli anticorpi si sono attivati, e il peggio è stato (forse) scongiurato. Quegli anticorpi che oggi più che mai, nella recente storia repubblicana, devono immediatamente azionarsi.

Siamo tutti Soumayla Sacko.

Le mani e le voci che hanno politicamente armato il suo assassino sono anche tra le mani e voci che siedono in Parlamento, anche tra una parte di quanti hanno proclamato il Governo del Cambiamento, ma sono anche nelle parole e nelle politiche di chi, negli ultimi anni, ha fatto propaganda contro le navi delle Ong, contro le cosiddette invasioni, lasciando nell’abbandono parti di territorio nazionale e, con esse, tante persone, di cittadinanza italiana e non italiana, costrette allo sfruttamento nelle campagne.

Il cambiamento siamo noi e non la vostra politica.

Campagna LasciateCIEntrare, Legal Team Italia, Progetto Melting Pot Europa, Ass. La Kasbah, Garibaldi 101, Presidio Piazzale Trento – Cagliari, Co.S.Mi, Collettivo Mamadou, Ambasciata dei Diritti delle Marche, Osservatorio Migranti BasilicataAntenne Migranti

Legittima difesa? ok

Priorità del governo, ma, in fondo in fondo, non solo del governo…

Legittima difesa? ok

Sono una persona semplice ed effettivamente questa legge sulla legittima difesa mi interessa, ma ho delle difficoltà a capire, vale solo per il furto di gioielli o per qualsiasi furto?
Non ho paura che qualcuno mi svaligi la casa, non c’è niente, probabilmente se ne andrebbe lasciandomi qualcosa in frigo, al contrario vengo continuamente derubata prima di investire i soldi in gioielli…

Per esempio il datore di lavoro che ruba le mezzore (se calcolo in una settimana 2 ore, 52 settimane, 6 euro l’ora…ovviamente se te li danno 6 euro ora!) in un anno sono più di 600 euro. Rubati
Poi i voucher ho perso il conto di quanti ne ho preso, su 10 euro 2,50 andavano all’inps (ovviamente a carico mio) ma non mi dava diritto né alla disoccupazione né alle maturazioni a fini pensionistici e quindi altre centinaia di euro volatilizzati. Rubati.

Poi per il progetto P.I.O. – una specie di reddito di cittadinanza sparato subito dopo il 4 marzo dalla regione Toscana giusto per far concorrenza a quegli altri – l’Inps ad oggi mi deve 1500 euro in erogazione da Marzo, non pervenuti… nel frattempo continuano a torchiarmi con i colloqui al centro per l’impiego, alle agenzie interinali, le attività e i corsi da fare al sindacato.

Il padrone di casa che mi affitta un tugurio pieno di infiltrazioni e muffa di 30 mq a 600 euro in periferia. Un furto.
Le bollette? Se di media tra luce, gas e acqua spendo minimo 180 euro ogni due mesi, sono almeno altri 400 euro annui di tasse.
Dei conti indecifrabili dell’amministratore di condominio ne vogliamo parlare?! Dell’assicurazione della macchina?! Furti, con lo Stato a coprire e ad orchestrare.
Della partita iva? Me l’hanno fatta fare perché facevo la promoter. Figurati. Sai che fatturati… non è un furto?
E le banche che si prendono poi i soldi che mi sono stati estorti cosa sono?

Ricapitolando secondo Salvini sarà legittimo che io e tutti gli altri derubati prendiamo a bastonate i ladri, con un bel mattarello. Ci sto! Mi rimane un dubbio, solo gli esecutori o anche i mandanti, quelli che fanno da palo e chi fa l’autista/scorta?

 

Penetentzia

7 giugno 2013 Parigi

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Dopo due giorni di coma muore Clément Méric, studente diciottenne iscritto a scienze politiche e membro di Action antifasciste Paris-banlieu e del sindacato di base Sud-solidaires.

Nel pomeriggio del 5 giugno in rue de Caumartin viene allestito un mercato di abiti: Clément lo raggiunge insieme a tre suoi amici e compagni antifascisti. Intorno alle 18.00 arrivano anche otto neonazisti iscritti alla Jeunesse nationalistes revolutionnaires; in breve tempo la loro aggressione verbale nei confronti dei quattro antifascisti si trasforma in un vero e proprio attacco fisico e organizzato: compaiono armi da taglio e tirapugni di ferro, proprio con uno di questi Esteban Morillo colpisce in pieno volto il giovanissimo Clément che cade a terra battendo nuovamente la testa.

Fin da subito si parla di rissa anziché di aggressione, tanto che nel corso del processo gli avvocati di Morillo invocano la legittima difesa cercando di produrre testimonianze secondo cui a tirare il primo pugno sarebbe stato proprio Clément. Un copione che conosciamo bene e sembra comparire tristemente identico a se stesso a distanza di tempo e di spazio geografico: “rissa fra balordi” è stata l’unica definizione che i media mainstream hanno saputo dare dell’uccisione di Renato Biagetti, ma non solo. Nonostante venga invocata in nome di una presunta e inammissibile equidistanza, la legittima difesa sembra comparire solo quando serve a discolpare chi ancora oggi è affezionato a ideali di odio e morte: per gli antifascisti non c’è legittima difesa che tenga. Lo mostra il caso di Rodrigo Lanza – del quale abbiamo già scritto – che da quasi sei mesi è detenuto in condizioni di isolamento nelle carceri spagnole con l’accusa di omicidio volontario per aver reagito ad un’aggressione fascista.

Il 7 maggio di quattro anni fa i compagni e le compagne di Clément hanno scritto una lettera che ci sembra ancora molto attuale; la citiamo interamente (è tratta dal sito https://www.dinamopress.it/news/clement-un-anno-dopo-con-la-rabbia-nel-cuore/ che ne ha curato la traduzione dal francese):

“Clément non è stato ucciso soltanto da una banda di fascisti. Non è stato assassinato solo dall’estrema destra in senso stretto. Clément in senso più generale è vittima della crescita repentina delle idee più terribili e nauseabonde e della loro banalizzazione, in Francia come altrove in Europa. Clément è stato ucciso dal razzismo, ed in particolare dall’islamofobia, dalla xenofobia, dall’omofobia di Stato. Qui in Francia negli ultimi mesi abbiamo visto l’omofobia sfilare per le strade senza alcun problema. Sono alcuni anni che l’islamofobia occupa lo spazio politico e mediatico, accompagnata da minacce, pestaggi, aggressioni sempre più violente. La “Bestia immonda” non nasce mai da sola. La fiducia di cui gode l’estrema destra è dovuta e si alimenta attraverso pratiche razziste, xenofobe, omofobe che provengono dalle istituzioni. Clément era un uomo eterosessuale, cisgenere, bianco, uno studente di SciencesPo. E’ stato ucciso perché era un militante antifascista. E’ stato ucciso come poteva accadere a una lesbica, a un trans, a un gay che aveva la sfortuna di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliaTo. E’ stato ucciso come poteva succedere a un/a non bianc*, immigrat*, indigen*, musulman*, oggetto del razzismo meno dissimulato.

La sua morte ha indignato come raramente la morte delle vittime non bianche dei crimini polizieschi, delle aggressioni e degli altri omicidi a sfondo razzista abbiano mai fatto. Nonostante il peso del nostro dolore, noi non possiamo ignorare queste cose che, se è possibile, aumentano la nostra rabbia e la nostra determinazione a lottare. Clément era antifascista: si batteva per la difesa di un’uguaglianza radicale dei diritti ed era al fianco di tutte quelle e tutti quelli che l’estrema destra considera i nemici da abbattere: le minoranze sessuali e i trans, i migranti, i/le musulmani/e, i /le militanti politici.
Clément denunciava senza sosta la banalizzazione, ovvero l’istituzionalizzazione delle idee e delle pratiche dell’estrema destra. Fino a quando, anche fra di noi, anche fra la sinistra radicale vale a dire rivoluzionaria, non elimineremo dai nostri discorsi ogni traccia di nazionalismo, fino a quando non combatteremo costantemente e incessantemente il razzismo, l’islamofobia, la caccia ai Rom, e ai Sans Papier, l’omofobia, il sessismo, noi , anche noi stessi, scaveremo il letto della “bestia immonda” che come un fiume vediamo crescere sempre di più. E’ questa la lotta che dobbiamo continuare. Contro il fascismo, con ogni mezzo necessario.”

Fucilate alla testa e pugni in faccia

Pisa, il duomo e la torre sono a due passi. L’estate non decolla, ancora non fa troppo caldo ma qui l’inizio della stagione è segnato dall’ingrossarsi del fiume dei turisti. Buoni clienti. Ne hanno fatto un mercato di questa piazza in cui solo alcuni possono fare affari. Dentro le mura, sotto la torre, hanno lasciato solo quelli dell’Opera primaziale: i bancarellai volevano espellere i senegalesi dall’area sono poi diventati i negri di turno e ora sono fuori anche loro. Tutti in piazza Manin. Ancora più in là, in via Cammeo, i senegalesi che vendono merce contraffatta: borse, bracciali, accendini. Qualche chincaglieria da “abusivi” perché ormai anche in conceria in Valdarno ti assumono come interinale e d’estate sei a casa oppure gli stipendi sono in arretrato, come l’affitto da pagare… e se l’affitto non lo paghi per quella casa di merda con altri cinque connazionali ti prendi le bastonate in mezzo alla via, come successo qualche settimana fa a Castelfranco di Sotto. A 30 km da Pisa, verso Firenze.

Poi ci sono gli sbirri. Di ogni ordine e grado, i vigili, i finanzieri la polizia di Stato. Si assicurano che le distanze vengano mantenute. I neri il più lontano possibile, poi il resto. Gli autorizzati e quelli abusivi. Se il criterio della legalità non basta a distinguere basta guardare i visi: i secondi sono sempre neri. Non sbaglia, la legge. “È che quelli qui proprio non ci devono stare”. In tutti i sensi. “Esplusioni per i clandestini”… ripete come un disco rotto mister Viminale. Sono sempre clandestini anche se si spaccano la schiena qui da trent’anni con regolare permesso di soggiorno… ma bla bla, la carta è solo carta. È proprio vero, quella è bianca e se ce l’hai non cambia il colore della pelle.

Stavolta è il turno dei carabinieri. Come al solito: sequestro della merce. Serve per le statistiche del questore. C’è rabbia. Qualche mese fa i senegalesi si difesero dai vigili e salvarono la merce. Con questi è diverso. Fanno per andare via, sono già in macchina. Qualcuno protesta, forse batte i pugni sulla macchina. Un carabiniere scende, petto in fuori. Si scaglia su una donna. Parapiglia. Fa per tornare indietro ma un cazzotto gli spacca il naso. Monta in macchina, ingrana la marcia e sfreccia.

Salvini lancia l’hashtag #tolleranzaZero e si riempie la bocca di ripristino della legalità. Il video dell’accaduto diventa virale. È tutto documentato ma nessuno parla della prepotenza del carabiniere che scatena il pugno. È quella la regola, non il pugno. Purtroppo, in un paese dove il nero è usato per fare il tiro a bersaglio: in pasto al discorso pubblico, non parla mai. È oggetto delle parole degli altri, dei loro sfoghi, delle invettive: “bestie”, “animali” “pacchia e stra-pacchia”. Ma che cazzo ne sa questo coglione che hanno fatto ministro della vita che conduce questa gente. È nero e sapere non serve perché a quello che si conosce si deve rispetto. Ma è solo un oggetto da prendere di mira. Fino anche a fargli saltare la testa. A fucilate. Era solo un “furfante abbronzato” come ha scritto FeltriFeltri. Manco i cani.

moustafa picchetto

Prepotenza, umiliazione, denigrazione. È questo che vive la gente nera in questo paese. Proletari o graziati dalla sorte. Non importa. Sono vite che valgono meno. Moustafa può anche farsi quattro anni e otto mesi di galera per aver atterrato un carabiniere a Piacenza. Una piccola cambiale dopo anni di dure lotte in cui i carabinieri parlavano ai picchetti la stessa lingua violenta dei crumiri, dei capi e dei fascisti: quella delle offese e delle bastonate. Ma è un nero, Moustafa. Una condanna spropositata non rovina una vita che già non vale un cazzo anche se con una busta paga sola manteneva una famiglia di cinque persone. Come tutti i proletari. Non importa quanto si facciano il culo. Restano dei negri. Gente che vale meno. Come Balotelli, non più ricco collega di stimati professionisti, come si ama dire di quel mestiere da showbiz in cui hanno trasformato il calcio, ma solo uno che si “diverte dietro al pallone” e che neanche quando parla di sé, della sua gente e del paese in cui nato è degno di essere ascoltato. Restano dei negri per i quali un pugno in faccia sferrato all’ennesimo razzista di merda non sarà mai un rimborso sufficiente.

https://www.infoaut.org/migranti/fucilate-alla-testa-e-pugni-in-faccia

Il 22 maggio 1901 Gaetano Bresci, trovato morto in carcere

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Il 22 maggio 1901 un dottore verrà chiamato nella sua cella per constatarne la morte: la versione ufficiale sarà suicidio, ma le circostanze della sua morte desteranno non poche perplessità. Le voci interne al penitenziario sosterranno che tre guardie avrebbero fatto irruzione nella cella, lo avrebbero immobilizzato con una coperta, e lo avrebbero massacrato di botte (nel gergo carcerario questo si chiama “fare il santantonio”).
Un delitto di Stato sarebbe quindi la pena per un delitto contro lo Stato, nonostante la pena di morte fosse stata abolita dal Codice Zanardelli nel 1889.

“Io non ho ucciso Umberto. Ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio”.

ALTRI OMICIDI DEL CAPITALISMO

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Siamo costretti ad aggiornare il bollettino della guerra quotidiana, del massacro quotidiano: miniere e ponti in costruzione che crollano, roghi in fabbrica, petroliere e piattaforme petrolifere in fiamme, impalcature di cantieri che si afflosciano, amianto che uccide giorno dopo giorno, malattie “professionali” che fiaccano i corpi… questa volta si aggiungono quattro operai bruciati vivi in Veneto e uno schiacciato in Liguria, siamo nei soli primi quattro mesi del 2018 a 400 morti. Sindacati e forze politiche esprimono il loro cordoglio, si costituiscono parte civile, promettono indagini a tappeto, forse anche (bontà loro!) proclameranno un qualche scioperuccio con relativo corteo funebre e discorso di circostanza… Palle: il loro compito da tempo immemorabile non è più quello di organizzare la difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, ma di seppellire pure il ricordo di coloro che sono stati calpestati e uccisi in nome del profitto.

Non si parli di “fatalità”, non si parli di “leggi male applicate”, non si parli di “risorse insufficienti”, non si parli di “errori umani” o di “morti bianche”: è tutto un modo di produzione che va buttato nella pattumiera della storia, perché lì – nei ritmi di lavoro, nella corsa al profitto, nei tagli delle spese improduttive, nello sfruttamento quotidiano della forza-lavoro – lì sta la ragione, da trecento anni a questa parte, di quell’omicidio di massa che ha nome “incidente sul lavoro” e che meglio sarebbe chiamare “omicidio di lavoro”. Gli operai, i proletari, devono tornare a difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro con la lotta, la lotta aperta e senza sconti, insofferente di ogni “se” e di ogni “ma” e soprattutto di ogni limitazione, di ogni condizionamento, di ogni regolamentazione. Devono tornare a mobilitarsi e organizzarsi, territorialmente, insofferenti delle gabbie che sindacati ufficiali e partiti democratici costruiscono ogni giorno sulla pelle loro e delle loro famiglie. La difesa è necessaria e urgente, ma non basta: ciò che deve tornare ad animare queste lotte indispensabili è la consapevolezza che o ci si prepara ad abbattere questo sistema fondato sul profitto e sullo sfruttamento (=miseria, disoccupazione, precarietà, malattia e morte) oppure questa guerra quotidiana contro i lavoratori continuerà imperterrita a fare vittime.

Milano, 14/05/2018

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
(il programma comunista)

«Massacrato dai carabinieri»: la verità al processo Cucchi

 

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Le dichiarazioni al processo d’appello dellappuntato dei carabinieri Riccardo Casamassima

«È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato. Il maresciallo Roberto Mandolini me lo disse portandosi la mano sulla fronte e precipitandosi a parlare con il comandante Enrico Mastronardi della stazione di Tor Vergata.Seppi da quella che è poi diventata la mia compagna, Maria Rosati, e che assistette al colloquio perché faceva da autista di Mastronardi, che stavano cercando di scaricare le responsabilità dei carabinieri sulla polizia penitenziaria. Lei capì il nome Cucchi ma all’epoca non era ancora una vicenda nota perché non era morto».

È iniziata così la testimonianza oggi in prima corte d’Assise dell’appuntato dei carabinieri Riccardo Casamassima, l’uomo che denunciando i suoi colleghi militari ha fatto riaprire il caso Cucchi, il geometra di 31 anni deceduto all’ospedale Pertini il 22 ottobre del 2009, sei giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti.

Nel processo bis sono imputati cinque carabinieri accusati a vario titolo di omicidio preterintenzionale, falso e calunnia. «Qualche giorno dopo incontrai il figlio di Mastronardi, Sabatino con il quale ebbi uno scambio confidenziale – ha continuato, rispondendo alle domande del pm Giovanni Musarò, Casamassima, che all’epoca dei fatti prestava servizio alla stazione di Tor Vergata e ora è in servizio all’VIII Reggimento –  anche lui si portò la mano sulla testa e parlando della morte di Cucchi disse che non aveva mai visto una persona così messa male. Lo aveva visto la notte dell’arresto quando il ragazzo venne portato a Tor Sapienza».

Un’udienza cruciale che fa seguito a quella in cui altri due carabinieri hanno ammesso l’esistenza di verbali manomessi per minimizzare le condizioni di salute di Cucchi, gravemente compromesse proprio dal pestaggio che sta venendo fuori da questa udienza.

Casamassima ha detto di aver deciso di parlare dopo quattro anni e mezzo, «perché all’inizio la vicenda Cucchi non mi aveva visto coinvolto in prima persona, ma troppe cose fatte dai miei superiori non mi erano piaciute, come l’abitudine di falsificare i verbali, e, provando vergogna per ciò che sentivo e vedevo, ho deciso di rendere testimonianza, temendo ritorsioni che poi si sono verificate. Quando è uscito il mio nome sui giornali, i superiori hanno cominciato ad avviare contro di me procedimenti disciplinari, tutti pretestuosi. Con Mandolini (accusato di falso e calunnia, ndr.) mi sono incrociato una mattina nell’ottobre del 2016: gli dissi solo di andare a parlare col pm e a dire quello che sapeva – ha concluso Casamassima – gli dissi che la Procura stava andando avanti e che aveva in mano una serie di elementi importanti. Lui mi rispose dicendomi che il pm ce l’aveva a morte con lui».

Ilaria Cucchi, dopo l’udienza, punta il dito senza più timore verso il maresciallo Mandolini. «è lui il principale responsabile – dice – e ricordo bene quando venne in aula nel primo processo, quello sbagliato, a raccontarci la storiella che quella era stata una serata piacevole e che Stefano era stato anche simpatico. Adesso è il processo giusto e si parla di pestaggio. Ogni volta in quest’aula ho la pelle d’oca».

Checchino Antonini da left

16 maggio 1944: la rivolta dei gitani ad Auschwitz

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16 maggio 1944, le SS decidono di smantellare il Familienzigeunerlager, il “campo per famiglie zingare” ad Auschwitz. “Smantellare il campo” è una triste formula che porta con sé allegato il significato di “eliminare tutti gli internati”. E’ consuetudine, ad Auschwitz, che ad una decisione presa dai nazisti segua docile la sua messa in atto, senza ostacoli o impedimenti. Non ci si aspetta che qualcuno tra i reclusi nel lager possa alzarsi in piedi a dire di no: non è mai successo, e diversi anni di esperienza nei campi hanno insegnato questa usanza a prigionieri e secondini.

Ma quel 16 maggio, all’ordine di uscire dalle baracche e dirigersi verso le camere a gas, segue sorda la risposta di chi non ha mai voluto imparare costumi e usanze del posto. In 4.000 escono dai capannoni. Hanno dipinti sul volto i segni della fame e dei soprusi, ma negli occhi brilla ancora una scintilla di dignità che impedisce loro di andare a morire in silenzio. Uomini donne e bambini. Chi armato di spranga, chi di bastone. Alcuni raccolgono da terra pietre e calcinacci, altri si gettano sugli aguzzini a mani nude. Le SS sono costrette a desistere di fronte alla rivolta, sconcertate da una reazione che non pensavano potesse verificarsi e che non si verificherà più.

Lo Zigeunerlager viene liquidato il 2 agosto dello stesso anno, e tutti i detenuti all’interno uccisi. I nazisti hanno smesso di passare i rifornimenti al campo, e i Gitani presi per fame vengono ridotti all’obbedienza e alla fossa.

Si parla poco della morte di oltre 500.000 tra Rom, Sinti e Manush sotto il regime nazista e fascista, e della predilezione che il dottor Mengele aveva nei suoi esperimenti per i bambini zigani. Durante il Processo di Norimberga i superstiti non vengono neanche ammessi come parte civile, e pochi stati attualmente annoverano il Porrajmos (termine che il lingua romani significa “divoramento”) subito dai gitani come parte dei crimini nazisti.

Infoaut

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