Se

partigiano stella

Se l’Italia è il Paese che festeggia i naufragi
io non sono italiano.

Se l’Italia è il Paese che lincia chi denuncia i fascisti
io non sono italiano.
Se l’Italia è il Paese che usa il crocifisso come arma
io non sono italiano.
Se l’Italia è il Paese dove vincere le elezioni rende insidacabili
io non sono italiano.
Se l’Italia è il Paese dove si combattono gli scrittori anziché le mafie
io non sono italiano.
Se l’Italia è il Paese dove si possono far esplodere aerei, far saltare in aria treni, uccidere giornaliste, mettere bombe nelle stazioni, massacrare giudici impunemente
io non sono italiano.
Se l’Italia è il Paese dove trionfano i bulli, gli sciacalli, i caporali, i capibastone, i capimafia, i framassoni, le camarille, gli incesti politici, gli inciuci, le associazioni a delinquere
io non sono italiano.
Se l’Italia è il Paese dell’intolleranza
io non sono italiano.
Se l’Italia è il Paese che tollera l’ignoranza
io non sono italiano.
Se l’Italia è il Paese dei voltagabbana, degli annunciatori, dei venditori di sogni, dei traditori e degli omofobi
io non sono italiano.
Se l’Italia è il Paese dei bigotti, degli sciacalli, degli spietati, dei menefreghisti
io non sono italiano.
Se l’Italia è il Paese dove la sinistra distrugge i lavoratori e la destra le aziende
io non sono italiano.
Se l’Italia è il Paese delle parentopoli, dei familismi, delle spintarelle, degli amici che contano, dei cervelli in fuga, se è la tomba della meritocrazia
io non sono italiano.
Se l’Italia è il Paese che salva le banche che affondano ma non chi raccoglie pomodori
io non sono italiano
Se l’Italia è il Paese dei crolli, delle emergenze eterne, delle tragedie annunciate, delle ricostruzioni infinite
io non sono italiano.
Se l’Italia è il Paese senza speranza e senza rivoluzione
io non sono italiano.
Se l’Italia è
e resta
il Paese dei se
io non sono italiano.
(Andrea Melis Parolaio)
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GENOVA. LA VITA E IL PROFITTO

Il crollo del ponte di Genova non è un disgraziato incidente. L’unica cattiva sorte è quella che riguarda ogni vittima di questa tragedia. Il crollo di Genova è la cartina di tornasole del degrado generale delle opere pubbliche in Italia (e non solo) ad affidamento privato. È uno dei riflessi della società capitalista, dove domina il profitto, non la vita.

Ventisette concessionari, con in testa Autostrade per l’Italia (Aspi), gestiscono la rete autostradale. La grande famiglia dei Benetton, attraverso il controllo di Atlantia, ha il controllo di Aspi. I suoi profitti sono saliti verticalmente in questi anni, anche grazie all’aumento dei pedaggi: nel solo 2017 un utile di 2,4 miliardi su un ricavo complessivo di 3,9 miliardi. Un tasso di profitto superiore al 50%! In compenso, nello stesso arco di tempo, gli investimenti di Aspi in Italia sono crollati (da 718 milioni a 556 milioni), e migliaia di posti di lavoro (casellanti) sono stati distrutti. Però il gruppo Atlantia ha fatto affari in giro per il mondo: con gli stessi soldi risparmiati sulla manutenzione e accumulati coi pedaggi ha comprato l’aeroporto di Nizza, la società di controllo delle autostrade spagnole (Abertis), parte del gruppo societario che gestisce l’Eurotunnel. Ottimi affari privati, concessi dai poteri pubblici.

Concessi. Lo Stato potrebbe ricavare dalla gestione pubblica delle autostrade importanti risorse da investire ad esempio in manutenzione; invece ha privatizzato la rete autostradale vent’anni fa per offrire ai privati una ricca torta. Il centrosinistra di governo fu regista dell’operazione; la famiglia Benetton era ed è non a caso tra i suoi tradizionali supporter.

Ma non solo. Lo Stato ha assicurato ai Benetton e a tutti i concessionari privati accordi segreti, cioè accordi sottratti all’opinione pubblica e al suo controllo, senza che nessuno muovesse scandalo. Ha rinunciato a gestire in proprio l’intera attività di monitoraggio sulla tenuta della rete autostradale, affidandola in toto ai privati, che l’hanno pretesa come parte integrante della concessione. Infatti né gli enti locali né lo Stato intervengono in questo campo con propri tecnici e specialisti, gli unici tecnici sono quelli pagati da Autostrade per l’Italia. Dunque lo Stato ha messo la vita nelle mani del profitto in termini strettamente tecnici, non solo economici. Il crollo di Genova ci parla anche di questo.

Dopo la tragedia, l’intera stampa nazionale si straccia come sempre le vesti. Corriere, Repubblica, La Stampa, persino Il Sole 24 ore, tutti i campioni delle privatizzazioni nel nome del libero mercato e del progresso piangono lacrime di coccodrillo. “Tutti sapevano” (Corriere), “Stato di degrado delle nostre opere pubbliche” (La Repubblica), “Urgente piano di monitoraggio nazionale” (Il Sole). Ma dove stavano tutti questi soloni del pubblico interesse quando i governi da loro sostenuti affidavano ai Benetton le autostrade? Dalla parte dei Benetton, naturalmente, come di tutti i grandi azionisti. Se oggi recitano commozione e sdegno è solo perché devono vendere copie, in concorrenza tra loro, sul mercato dell’informazione. Perché anche l’informazione, come tutto, è mercato nella società borghese.

Non meno ipocriti sono i vertici del nuovo governo giallo-verde.

Salvini, Toninelli, Conte hanno fatto a gara nel promettere la punizione dei colpevoli, la revoca delle concessioni ad Autostrade, «un grande piano di monitoraggio e manutenzione dell’intero patrimonio pubblico nazionale» (Toninelli). Bene, bravi, bis. Lo stesso M5S che nel 2013 difendeva le rassicurazioni della società Autostrade sul fatto che “il ponte Morandi durerà altri cento anni” ora revoca la concessione ad Autostrade perché inaffidabile? Possibile. Tutto e il contrario di tutto pur di incassare voti, questa è da sempre la cifra del grillismo. A proposito di inaffidabilità.

Ma per il “grande piano” di Toninelli? Per un grande piano come quello promesso occorrono diverse centinaia di miliardi. Li possono trovare quelli che si impegnano a concedere alle grandi ricchezze il più grande regalo fiscale del dopoguerra, cioè flat tax più condono?

Di più. Nello stesso giorno in cui l’ex carabiniere Toninelli proclama il suo piano a reti unificate, il sottosegretario a Palazzo Chigi Stefano Buffagni, grande emergente del M5S, promette solennemente, sul quotidiano di Confindustria, che “l’Italia non tradirà i creditori”. «Questo governo non ha alcuna intenzione di disattendere gli impegni presi coi creditori del Paese», dichiara Buffagni (Il Sole 24 ore, 15 agosto). Inoltre rivendica come medaglia nazionale l’avanzo primario migliore d’Europa. Ma l’avanzo primario migliore d’Europa è solo la misura dei risparmi pubblici (manutenzione inclusa) al netto del pagamento degli interessi sul debito. E gli impegni presi coi creditori sono l’impegno a continuare a pagare alle banche il debito pubblico con tanto di interessi (70-80 miliardi annui, oltretutto in crescita) e la riduzione progressiva del debito attraverso il suo pagamento. Come? Anche con «nuove privatizzazioni», assicura l’ultima nota congiunta fra Tria, Di Maio e Salvini, per rassicurare i mercati.

Sarebbe questo il governo del cambiamento? Da un lato promette la revoca della concessione ai Benetton – con l’occhio al pallottoliere elettorale, dall’altro assicura nuove privatizzazioni per pagare il debito alle banche e detassare i profitti?

La verità è che tutti i governi borghesi, giallo-verde incluso, amministrano le regole del gioco dettate dal profitto; e le regole del profitto sono quelle che producono il crollo di opere pubbliche, che trasformano i terremoti in ecatombi, che causano il dissesto idrogeologico di gran parte del territorio.

Per realizzare una svolta vera occorre rovesciare la dittatura del profitto.

Recuperare il controllo pubblico sulle opere sociali, sulla viabilità, sui mezzi di trasporto. Revocare tutte le concessioni ai privati (non solo ai Benetton) in fatto di autostrade e strade. Nazionalizzare la grande industria edilizia e del cemento, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, a garanzia della sicurezza pubblica. Investire un grande volume di risorse pubbliche per monitoraggio, manutenzione, ricostruzione di buona parte della rete autostradale e non, ricavando tali risorse nell’unico modo possibile: abolendo il debito pubblico verso le banche, e dunque nazionalizzandole sotto controllo sociale; e imponendo una tassazione progressiva sui grandi patrimoni, profitti, rendite, che hanno lucrato per decenni sullo sfruttamento dei salariati e sul saccheggio del territorio.

È un programma esattamente opposto a quello di Salvini e Di Maio, come a quello di tutti i governi precedenti. È un programma che solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione, potrà realizzare.

Fuori da questa prospettiva, c’è spazio solo per l’inganno. E per i morti.

 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Per ora un esposto… ma a Piazzale Loreto c’è ancora posto

Da NUDM Verona
Martedì 14 agosto è stato presentato alla procura di Verona il primo dei due esposti contro il consigliere di maggioranza Andrea Bacciga che lo scorso 26 luglio in aula si è rivolto ad alcune componenti del movimento Non una di Meno alzando il braccio destro teso dando vita ad una manifestazione fascista. Il gesto, ripetuto nell’aula, è stato visto da diverse persone: consiglieri comunali di opposizione e di maggioranza, esponenti della cittadinanza e naturalmente dalle esponenti del movimento Non una di meno, presenti in aula quel giorno perché era prevista la discussione di due mozioni proposte da due consiglieri della Lega Nord volte a dare ampio spazio alle associazioni cattoliche per contrastare l’aborto libero e gratuito e per sistematizzare il programma di “sepoltura dei bambini mai nati”, anche senza il consenso della donna coinvolta e a carico della sanità pubblica.
Alcune attiviste di Non Una di Meno, movimento che a livello nazionale aveva deciso di opporsi all’approvazione delle due mozioni attraverso un’azione di pressione sui social network, avevano quel giorno deciso di mettere scena, così come già avvenuto in molte altre città e paesi del mondo, una protesta pacifica, il cui messaggio era trasmesso dall’abbigliamento. Indossavano cioè vestiti simili a quelli della serie tv The Handmaid’s Tale, cioè tuniche e mantelli rossi e copricapo bianchi. Nel libro e nella serie, le donne vestite in questo modo vivono come schiave sessuali e incubatrici viventi.
In seguito ai fatti accaduti nel corso della seduta del 26 luglio 2018 il consigliere Bacciga ha rivendicato il suo gesto in un tweet nel quale (a seguito del clamore derivato dal suo gesto e dalla denuncia pubblica di Non Una di Meno che ne ha chiesto le immediate dimissioni e che ha anticipato che avrebbe agito per vie legali) citava Benito Mussolini: “Se mi assolvete mi fate un piacere se mi condannate mi fate un onore”.
Sulla sua pagina Facebook il consigliere Bacciga ha anche pubblicato i numeri di telefono cellulare di due donne appartenenti al movimento Non Una di Meno, numeri tuttora visibili così come i commenti sessisti e denigratori nei loro confronti.
Nell’esposto presentato in procura dall’avvocata Federica Panizzo si ritiene che la condotta del Consigliere Comunale Andrea Bacciga integri il reato di cui all’art. 5 della legge n. 645 del 1952 (la cosiddetta legge Scelba). Bacciga, ostentando il saluto romano, ha messo in atto una manifestazione del disciolto partito fascista, comportamento che risulta ancora più grave visto che si è svolto all’interno dell’aula del Consiglio Comunale e che è stato fatto da una persona che è stata democraticamente eletta secondo le norme della Repubblica dello Stato Italiano e della sua Costituzione.
Il primo esposto è stato presentato da Non Una di Meno, il secondo sarà presentato tra qualche giorno da decine di cittadini e cittadine, alcuni e alcune delle quali appartenenti ad associazioni che hanno saputo, dai media, quanto accaduto nella seduta del Consiglio Comunale del 26 luglio.
Tra le associazioni ci sono, per ora: Circolo Pink, Arcigay Pianeta Milk Verona – LGBT Pianeta Center A.P.S., l’associazione sindacale Orma, il Circolo della Rosa, l’ANED (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti), Isolina e.

Lettera Di Un No Tav Su Recenti Strumentalizzazioni Giornalistiche

Alla luce della polemica alimentata dai giornali sulle presunte dichiarazioni (in realtà mail personale) di Alberto Perino rispetto alle azioni del governo in carica rispetto alla Torino-Lione,  pubblichiamo (con il suo consenso) il contributo di un No Tav, poiché pensiamo analizzi in maniera puntuale la questione e possa porre fine alle numerose sollecitazioni strumentali a cui molti giornali ci stanno sottoponendo.

Alcune riflessioni van fatte su questo scoop di Repubblica subito rilanciato ovviamente da Corriere e Stampa.

Questa polemica, costruita ad arte, sintetizza al meglio il modo in cui i media hanno seguito il PD renziano nel tunnel involutivo della cattiva politica e della cattiva informazione: sempre alla continua ricerca di diversità di pensiero da trasformare in rotture polemiche e spaccature. Gossip malevolo; l’informazione è altra cosa.

Ma non credo proprio che si debba rinunciare al confronto e alla diversità delle posizioni per timori di provocazioni.

Le provocazioni sono sempre dietro l’angolo e si appigliano ad ogni minimo pretesto……si dovrebbe quindi rinunciare a molte cose….ma non è proprio il caso di rinunciare alla dialettica o ad altra caratteristica del Movimento.

Comunque spesso le carognate si ritorcono contro le aspettative degli autori, e credo che questo caso ne sarà un buon esempio.

Proprio questa polemica, costruita a tavolino, potrebbe dare una scossa positiva all’attuale fase facendo capire al Movimento 5 Stelle che è tempo di accelerare verso lo smantellamento del tunnel di base pena una secca perdita di credibilità.

E poi c’è un altra questione: molti proprio non riescono a capire che il Movimento NO TAV in questi anni ha saputo costruire un alto livello di consapevolezza e di maturità per cui, sia a livello individuale sia a livello collettivo, non siamo e non possiamo accettare di essere considerati burattini spostabili da una parte o dall’altra.

Il punto di riferimento del Movimento è solo al suo interno, sintesi che non sempre è perfetta ma sintesi delle varie anime che lo compongono.

Quindi per essere chiaro: non siamo strattonabili.

Per questo con amarezza ho letto le dichiarazioni di Locatelli sul Corriere della Sera; frasi che partecipano all’enfatizzazione di una provocazione mediatica di rotture delusioni spaccature del Movimento.

Non abbiamo bisogno di questo: di dichiarazioni che in fondo mirano solo a un tentativo di aumentare la credibilità della propria parte politica senza rendersi conto del danno che fanno al Movimento stesso.

C’è spazio per tutti ma a condizione di essere al servizio della causa comune e non della propria visione politica.

Non c’è alcuna fine dell’idillio ne alcuna spaccatura nei confronti del M5S, anche se non mancano i motivi di critica, per il semplice motivo che partecipano da tempo a questa lotta, sono una componente del Movimento ma non ne sono il punto di riferimento come non può esserlo alcuna altra forza politica.

Cordialmente

Giovanni V.

Rabbia infinita. Sul crollo del ponte Morandi

Sul crollo del ponte Morandi, dalla pagina Facebook di una compagna di Genova.

Rabbia infinita. Sul crollo del ponte Morandi

Rabbia infinita, questo è quello che provo da ore, stando attaccata alla televisione, aspettando aggiornamenti, con la paura che il telefono squilli portando brutte notizie.

Rabbia infinita e preoccupazione, mentre i numero delle vittime sale, che in mezzo a quelle macerie ci sia qualcuno che conosco, qualche amica o qualche amico da piangere.

Accanto a mia sorella, sul divano, qualche kilometro ci divide dal ponte crollato. In mezzo, la città dove siamo cresciute, da anni martoriata da alluvioni, frane, incurie che portano a disastri e morti.

“Incredibile” è la parola che viene usata più spesso dai giornalisti su Primocanale, in diretta da questa mattina. Incredibile, malgrado tutte le persone che stanno chiamando in trasmissione continuino a sostenere che il “ponte di Brooklyn” da anni faceva paura, sembrava pericoloso.

Alle persone che intervengono incazzate, con la voce rotta dal pianto per segnalare che anche il ponte del Lagaccio sembra messo male, che non hanno più voglia di vivere in una città in cui non ci sono lavori di manutenzione delle strade, dei viadotti, dei greti dei fiumi viene risposto che le loro lamentele sono fuori luogo, che questo è il momento in cui bisogna rispettare i famigliari delle vittime.

Incredibile…incredibile mi sembra la presunzione delle autorità che, senza dare nessuna spiegazione, senza prendersi mezza responsabilità si permettono anche di bacchettare chi, giustamente, esprime disgusto.
Incredibile è aprire il sito di Autostrade per l’Italia e non trovare mezza dichiarazione o quantomeno delle scuse da parte dell’azienda proprietaria del viadotto crollato. Società che, vale la pena fare notare, paghiamo lautamente tutte le volte che dobbiamo spostarci in macchina e attraversiamo un casello.

Il dolore che proviamo per questo disastro ha dei responsabili, gli stessi che preferiscono investire i soldi pubblici in grandi opere inutili, dimenticandosi sempre della sicurezza dei territori.

La rabbia che stiamo provando è rabbia giusta, ricordiamocelo!

Genova, 14/08/2018

Sfatando un mito: “Aiutandoli a casa loro” aumenteremo l’emigrazione

Il famoso motto ‘Aiutiamoli a casa loro’ è stato predicato e sbandierato in campagna elettorale da politici di diverso orientamento, i quali sostenevano l’importanza degli aiuti allo sviluppo per ridurre le partenze dei migranti verso l’Europa. Sembra logico pensare che gli aiuti allo sviluppo migliorino le condizioni di vita di molte persone nei paesi poveri, rendendo meno interessante l’opzione di emigrare verso i paesi più ricchi. Purtroppo, quest’assunzione, intuitivamente semplice, si scontra con la realtà.

‘Aiutiamoli a casa loro’ così non verranno a casa nostra

Per ridurre l’emigrazione, gli aiuti dovrebbero essere rivolti alle cause dell’emigrazione. Concentriamoci su due di questi fattori (che alcuni definirebbero ‘miti’) spesso citati da giornalisti e politici, ovvero la disoccupazione giovanile e la condizione di povertà economica. Secondo molti, le persone emigrano perché sono povere e senza lavoro. Gli aiuti allo sviluppo dovrebbero quindi contribuire alla crescita economica a lungo termine e dovrebbero creare posti di lavoro per i giovani.

Photo credit: Karpov / Sos Mediterranee

Già negli anni settanta, il geografo americano Wilbur Zelinsky, con la teoria della transizione della mobilità, sosteneva ci fosse una relazione inversa tra migrazione e sviluppo, con la prima che aumenta insieme alla seconda, per poi stabilizzarsi ed invertirsi. Michael Clemens [1], economista dello sviluppo americano, in un report per il Center for Global Development di Washington, spiega che, fino a quando un paese non arriva ad un reddito annuo pro capite equivalente a 10 mila dollari l’anno, la crescita economica non incide sulla tendenza ad emigrare. 10 mila dollari l’anno è una soglia molto alta.

Per spiegare la dinamica dell’emigrazione dalle nazioni povere, Michael Clemens fa l’esempio di un ipotetico cittadino del Niger. Se decidesse di restare nel suo paese, avrebbe un reddito annuo di circa 1.000 dollari. Partendo per l’Europa, invece, potrebbe arrivare a guadagnarne anche 13000-14000. Ora, continua Clemens, se anche il suo reddito in Niger potesse raddoppiare grazie agli aiuti allo sviluppo concentrati sull’economia del paese, avrebbe a disposizione 2000 dollari. Che cosa farebbe il cittadino del Niger? Clemens sostiene che partirebbe comunque. Anzi, avrebbe il doppio dei soldi per finanziarsi il viaggio, ovvero per pagare il visto, i documenti necessari e i pagamenti ai trafficanti per poter raggiungere l’Europa.

Come si può vedere dalla mappa, basata sui dati più recenti del Fondo Monetario Internazionale, la maggioranza dei paesi dell’Africa sub-sahariana si trova al di sotto della soglia dei 10 mila dollari l’anno. La maggior parte si trova infatti al di sotto della soglia dei 5 mila dollari l’anno. Secondo le stime di Bruegel, una think tank belga, ai ritmi attuali di sviluppo, il 20 per cento dei paesi più poveri del mondo raggiungerebbe la soglia di 10 mila dollari l’anno nel 2198. Anche immaginando che gli aiuti potessero raddoppiare a questo ritmo, la soglia verrebbe toccata nel 2097.

Mappa economica dell’Africa: il reddito pro capite basato sui dati del FMI

Gli aiuti allo sviluppo aumentano i posi di lavoro per i giovani? Molti studiosi sono scettici sulla risposta. David McKenzie [2] in un report per la Banca Mondiale ha esaminato le politiche attuate nel mercato del lavoro da parte dei governi dei paesi in via di sviluppo. Gli studi mostrano “che queste politiche sono generalmente molto meno efficaci di ciò che i politici e gli economisti generalmente si aspettano”. È vero che gli aiuti allo sviluppo possono contribuire parzialmente alla creazione di posti di lavoro per giovani, ma in nessun caso è stato dimostrato che le politiche di occupazione giovanile sostenute dagli aiuti allo sviluppo abbiano ridotto la disoccupazione giovanile su vasta scala.

Molti studiosi suggeriscono che, nei paesi poveri, gli aiuti allo sviluppo incoraggiano l’emigrazione. Può sorprendere, ma il punto è semplice: non sono i poveri, i poverissimi, i disperati ad emigrare. Non si spiegherebbe, ad esempio, come mai tra i paesi di origine dei migranti al secondo posti vi sia la Nigeria, considerato come il paese africano che sta vivendo una crescita economica più alta rispetto ad altri paesi. Emigra chi ha abbastanza risorse per tentare l’avventura. Coloro che migrano sono infatti quelle che, nel contesto africano, chiamiamo le classi medie emergenti. Più aiuti allo sviluppo, più reddito, più classi medie, più migranti.

Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi

Il problema delle migrazioni è complesso e non verrà risolto con soluzioni di breve periodo, semplici e a basso costo. Ciò che continua a mancare nel dibattito sulle migrazioni è una presa di coscienza delle dinamiche complessive, che permetterebbe di affrontare i nodi chiave del problema. Il Global Compact on Migration, l’accordo sulla migrazione delle Nazioni Unite firmato nel 2016 a New York, dovrebbe essere adottato ad ottobre. Servirà per stimolare un dibattito a livello internazionale o rappresenterà un’altra opportunità mancata?

Per saperne di più sul Global Compact on Migration: https://www.iom.int/global-compact-migration (in inglese)

Si muore nei confini, si muore in mare, si muore nei campi e si muore anche nei Cas

Il bollettino di questa estate dei migranti morti sembra non avere più fine, 1.443 è il numero delle persone che hanno perso la vita in mare cercando di raggiungere le coste europee dall’inizio del 2018 al 15 luglio scorso, secondo i dati forniti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim).

A questi si aggiungono i decessi nei campi del mezzogiorno dove secondo stime del rapporto Agromafie del’Osservatorio Placido Rizzotto lavorano circa 500.000 migranti, anche se il numero potrebbe essere notevolmente più alto, considerato che circa la metà dei braccianti non sono registrati e lavorano nelle fila del caporalato in condizioni drammatiche di sfruttamento.

Le campagne sono ormai un grande cimitero, ci sono racconti di ragazzi che si impiccano nelle fabbriche diroccate e di braccianti investiti mentre tornano dal lavoro in bicicletta su strade non illuminate, gli incidenti causati dai veicoli meccanici sono di gran lunga la prima causa di morte nel settore agricolo ma poi si parla anche di centinaia di desaparecidos, braccianti morti asfissiati o carbonizzati, a bastonate e coltellate, persino annegati nelle vasche per la raccolta del’acqua.
Negli ultimi 6 anni sono almeno 1.500 i lavoratori deceduti nei campi.

Si muore anche nei confini, a Ventimiglia come a Como e lungo la rotta del Brennero. Investiti, soffocati, precipitati, fulminati, i migranti muoiono di ipotermia tentando di attraversare le Alpi oppure si perdono e si feriscono in luoghi pericolosi. Sono 194 le morti attestate nel corso del 2017.

Ma si muore anche all’interno dei Centri di Accoglienza Straordinaria, basta ricordare la drammatica vicenda di Sandrine Bakayoko, ragazza della Costa D’Avorio morta per una trombosi polmonare nel lager di Conetta per non aver ricevuto cure e soccorso medico adeguato, o Salif Traore migrante sempre della Costa D’Avorio travolto a Codevigo mentre cercava di raggiungere i circa 150 compagni che nel novembre del 2017 abbandonarono spontaneamente il campo di Conetta con borse e bagagli in protesta per le condizioni di vita e di sovraffollamento nell’ex base militare (la maggior parte di loro era accampata in tende, al freddo, priva di indumenti caldi e coperte adeguate).

La protesta viene ricordata come la marcia della dignità e che si concluse positivamente grazie alla mediazione del Patriarca di Venezia e la ricollocazione dei partecipanti alla protesta in altre strutture d’accoglienza dell’area metropolitana. C’è in corso un’inchiesta giudiziaria a carico della società di gestione del CAS.

Di ieri è la notizia della morte di un giovane afgano di 34 anni ospite da un mese alla ex Caserma Cavarzerani di Udine. Centro di Accoglienza Straordinaria gestito dalla Croce Rossa Italiana e più volte attenzionato per le cattive condizioni di vita degli ospiti all’interno di una struttura che secondo accordi doveva ospitare al massimo 350 persone e che invece ne è arrivata ad ospitare più di 1.000 nel corso del 2016.

Nel 2017 la struttura è stata oggetto di due visite, concesse dopo oltre un anno di richieste da parte della Campagna LasciateCIEntrare a cui parteciparono l’Onorevole Luigi Manconi, l’Avvocato Alessandra Ballerini, Genni Fabrizio e Dalia Vesnic di Tenda per la pace, Lisa Cadamuro per Ospiti in Arrivo, Fabio Di Lenardo, direttore della tendopoli, Sergio Meinero, Presidente del Comitato locale di CRI, il prefetto Vittorio Zappalorto, la vice-prefetto Gloria Allegretto.

Nel corso delle visite furono accertate irregolarità sia dal punto di vista amministrativo, l’affidamento a CRI è stato reso possibile alla luce della dichiarazione dello stato d’emergenza del luglio 2015, dichiarazione che per più di un anno non venne ritirata.

Croce Rossa Italiana ha ricevuto 570.000 euro dalla Regione per sistemare alcune aree della caserma e riceve 25 euro pro capite al giorno, fino al gennaio del 2017 non prevedeva il pocket money di 2 euro al giorno per i suoi ospiti contravvenendo peraltro alla legge che lo rende obbligatorio.

Per lunghi periodi circa la metà degli ospiti era accolto nella tendopoli, allestita sotto l’ex autorimessa e in parte dentro un capannone in gruppi di circa 10 persone per tenda. Voci da confermare segnalano che ad oggi la convenzione è scaduta.

Il servizio sanitario vedeva la presenza di un ambulatorio interno garantito dall’Azienda Sanitaria dov’erano presenti due medici del distretto e uno al bisogno, in tutta la struttura una sola psicologa per circa 600 persone presenti nel 2017 era disponibile.

La seconda visita che si svolse nel giugno del 2017 vide un miglioramento delle condizioni di vita del Centro, dettato più che altro da una diminuzione considerevole del numero degli ospiti non più alloggiati nella tendopoli ma all’interno degli edifici dell’ex caserma e in moduli prefabbricati di alluminio, l’assistenza legale pressoché assente.

Questo nuovo morto non ha ancora un nome, sappiamo che è vittima degli accordi di Dublino e che circa un mese fa è stato deportato dall’Austria dove risiedeva, a Vienna era seguito da un centro di salute mentale del servizio pubblico nazionale, informazione che non è stata trasmessa o che si è voluto ignorare, fatto sta che il ragazzo era afflitto da una forte depressione.

Ieri si è impiccato all’interno di un fabbricato in disuso dell’enorme area delle caserma, il suo corpo è stato rivenuto da un operatore a tarda sera perché non era rientrato in camerata, perché nessuno si era accorto che non c’era. 
Una tragedia annunciata che mette ancora una volta a nudo il dramma degli hot-spot, dell’industria dell’accoglienza, delle gare d’appalto, dell’esternalizzazione a ribasso dei servizi alla persona, di luoghi di emarginazione e di segregazione sociale, all’interno di ex complessi militari circondati da alte mura, eredità della guerra fredda e così diffusi quì nel nordest.
Luoghi dove sono negati i diritti fondamentali, dove si muore di noia e anche di solitudine.

Questo modello di accoglienza deve finire, perché i danni causati da queste società per azioni ricade nella collettività, perché dopo due anni dentro a questi luoghi non si formano cittadini ma schiavi, perché non vogliamo più morti.

Cronaca di un disastro annunciato

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Sono ancora morti e lacrime, rabbia e dolore, a segnare questa infausta estate. Intorno alle 12.00, sul cavalcavia sulla autostrada A-10, che collega Genova verso la Riviera di Ponente e la A-26, accade l’apocalisse: il collasso dei piloni, il crollo, tir e auto che si schiantano da 50 metri di altezza, fumo e macerie sul fiume e sulle abitazioni sottostanti. Ai piedi del ponte Morandi c’è tutta la fragilità del nostro Paese. Un Paese che sempre più spesso è costretto a contare i morti in quelli che ex post vengono definiti disastri evitabili, addirittura annunciati. Trentacinque le vittime accertate fino ad ora, ma si teme che il bilancio possa essere ancora più grave.

Ci sarà il tempo per le analisi approfondite, per la legittima battaglia politica. Per adesso crediamo sia doveroso stringerci attorno alle vittime, ai loro cari, ai feriti e a chiunque abbia perso qualcosa in questa catastrofe ancora dai contorni poco nitidi.

A caldo, appare inequivocabile che ci sia un problema di sicurezza nella rete di trasporto italiana, sia ferroviaria che stradale. Le stragi di Viareggio, Andria, Pioltello – per citare solo gli episodi più recenti – si sommano ai viadotti crollati su strade e autostrade. Quello genovese è il quarto in meno di due anni, dopo i crolli avvenuti il 28 ottobre 2016, lungo la statale 36 Milano-Lecco, ad Osimo il 9 marzo 2017 sulla A14, con due morti e due feriti, sulla tangenziale di Fossano – in provincia di Cuneo – il 18 aprile 2017.

Incuria, scarsa manutenzione, minimizzazione dei costi per la verifica costante delle opere; sono tutte concause dei macro-processi di privatizzazione e finanziarizzazione che hanno investito tutte le infrastrutture viabilistiche del Paese negli ultimi decenni. La A-10, come la maggior parte delle autostrade italiane, è in concessione al colosso multinazionale Atlantia (fino al 2007 Autostrade S.p.A), il cui maggiore azionista è la famiglia Benetton. Proprio il Ponte Morandia sarebbe stato lo snodo principale della Gronda di Genova, una grande opera relativa alla costruzione d’una nuova autostrada dal capoluogo ligure verso nord, finanziata nel 2017 dal governo Gentiloni per 4,5 miliardi di euro. Ma la tenuta del ponte da tempo suscitava perplessità tra gli addetti ai lavori e proprio in queste ore stanno balzando agli onori della cronaca alcune dichiarazioni fatte dall’ing. Antonio Brencich, professore associato di Costruzioni in C.A. e C.A.P. dell’Università di Genova. L’ingegnere, in una intervista rilasciata nel 2016 a Primo Canale, parlava di criticità strutturali relative a tre ponti costruiti in Italia da Riccardo Morandi negli anni Sessanta a Genova, Catanzaro e Agrigento. Diceva il professore in un’altra intervista, rilasciata al sito Ingegneri.info: «Il Viadotto Morandi ha presentato fin da subito diversi aspetti problematici, oltre l’aumento dei costi di costruzione preventivati, è necessario ricordare un’erronea valutazione degli effetti differiti (viscosità) del calcestruzzo che ha prodotto un piano viario non orizzontale. Ancora nei primi anni ’80 chi percorreva il viadotto era costretto a fastidiosi alti-e-bassi dovuti a spostamenti differiti delle strutture dell’impalcato diversi da quelli previsti in fase progettuale. Solo ripetute correzioni di livelletta hanno condotto il piano viario nelle attuali accettabili condizioni di semi-orizzontalità»

Al di là di queste brevi note di carattere ingegneristico, registriamo che il dibattito pubblico in queste ore è frenetico, come sempre accade dopo episodi simili. Ma rischia di rimanere opinionismo d’accatto, o al peggio speculazione tout court, se non mette in evidenza le responsabilità sistemiche di una cultura economica e politica che continua a tenere la barra dritta verso il modello delle grandi opere, della devastazione ambientale e umana, della speculazione finanziaria sui territorio che è nemica della loro messa in sicurezza.

Per questa ragione vogliamo dare voce a quelle realtà che nei territori si battono da anni, per salvaguardare e proteggere l’ambiente e la vita delle persone.

–          Da Notav.info.

Crollo del ponte Morandi, no fatalità ma precise responsabilità!

Arrivano come un pugno nello stomaco le immagini del crollo del ponte Morandi a Genova, mentre i soccorritori scavano tra le macerie cercando le persone scomparse e si spera che la conta delle vittime non salga ulteriormente.
Una tragedia che colpisce ancora una volta il nostro paese, lasciando dietro di se morti e devastazione e tante domande che rimangono senza risposta.
Alcune cose però le sappiamo, una di queste è che le fatalità non esistono.
Le cose accadono perché sussistono le condizioni affinché si realizzino e ciò che è reale e determinante in questa tragica storia sono le priorità politiche che questo paese si è sempre dato e la messa in sicurezza dei territori non è mai stata una di queste.
Prioritario, e lo dimostra la tarantella sulle grandi opere che 5 stelle, leghisti e pd stanno facendo da quando questo governo è stato eletto, è l’equilibrismo politico, quello dei grandi interessi, il business delle grandi opere inutili figlie degli interessi dei soliti noti. Il denaro è ciò che muove il business delle grandi opere, non la sicurezza dei cittadini, un sistema che il governo “del cambiamento” aveva detto avrebbe disarticolato ma noi lo vediamo ancora vivo e vegeto, pronto a drenare altri soldi pubblici ed indirettamente sottrarre a tutti noi il denaro necessario per vivere senza rischiare di morire nei nostri territori.
Non c’è solo qualcosa che non funziona, non si tratta di fare tarantelle polemiche, è un sistema marcio che continua a vivere e rinnovarsi, nonostante le roboanti dichiarazioni dei volti politici della tv.
I politici nostrani tramite tweet e brevi dichiarazioni si accusano a vicenda, provando a tenere per ora bassi i toni nonostante la campagna elettorale perenne e convergendo su un generico “le responsabilità verranno accertate dalla magistratura”.
Abbiamo sperimentato in questo ultimo anno sulla nostra pelle cosa vuol dire svegliarsi in mezzo alle fiamme o avere la montagna che ti crolla sulla testa, pensiamo a quello che accade nel nostro paese ogni volta che piove un po’ più del dovuto, quando la terra trema, quando i treni deragliano. Tutti questi morti sono nostri, sono famiglie, gente comune, persone che vanno a lavorare, che portano i figli a scuola, che tirano avanti per come si può.
Per questo oggi pretendere che vengano bloccate le opere inutili e dannose non è una battaglia di parte, ma è punto di partenza se si vuole davvero dare le giuste priorità a questo paese. Con pochi centimetri di Tav quanti chilometri di strade e autostrade potrebbero essere messe in sicurezza? Questa domanda oggi pesa come un macigno e andrebbe posta a tutti coloro che occupano poltrone nelle istituzioni e che in questi minuti hanno il coraggio di mostrarsi in tv.
Siamo vicini a tutte le famiglie colpite da questa ennesima tragedia.
Anche per loro continueremo a lottare.

–          Da No Tav Terzo Valico

La tragedia di Genova dimostra, ancora una volta, che le fatalità non esistono. Esistono le priorità politiche. La messa in sicurezza delle infrastrutture esistenti non è mai stata una priorità di chi ci governa. Si preferisce lucrare sulle grandi opere e investire somme folli su progetti tanto faraonici quanto inutili. Questo è ciò che muove il sistema grandi opere. Come ogni volta che piove, come ogni volta che smotta, come ogni volta che esonda, come ogni volta che deraglia le morti le contiamo noi. Miliardi per le opere inutili, briciole per le nostre vite.

–          Da 3e32

Chiediamo da quasi dieci anni la messa in sicurezza delle opere pubbliche e private, nei territori a rischio sismico e idrogeologico. Oggi le ennesime vittime, e domani? I soldi per un piano pluriennale ci sono: basta prendere i miliardi previsti per le grandi opere inutili, pericolose e dannose, come Tav, Tap e Rete Adriatica Snam. Vogliamo vivere!

–          Da Comunità di San Benedetto al Porto (Genova)

Quello che è accaduto oggi è una tragedia di cui ancora si devono capire le proporzioni e senza precedenti nella nostra città, siamo tutti in lutto.
Scriviamo queste righe per ringraziare le persone che ci stanno scrivendo da tutta Italia per sapere come stiamo , così come le stanno ricevendo ognuno di noi , e ognuno sta facendo con i proprio cari. Queste foto che postiamo sono della Fabbrica del Riciclo una struttura dove ogni giorno persone della comunità San Benedetto operano gestendo con AMIU il recupero dei mobili usati.
Come vedete la parte terminale è stata gravemente colpita ma non ci sono vittime, tra le persone della comunità attendiamo notizie dal personale di Amiu. Le due donne presenti all’interno rimaste sotto le macerie sono state tratte vive e in salvo. Abbiamo appena appreso dal presidente Roberto Perugi che non ci sono persone ferite tra il personale della Il Rastrello Cooperativa Sociale edificio successivo a quello dove operiamo noi. Grazie a tutti dell’effetto ora ci aspettano qui a Genova giorni molto difficili davanti.

Dalle spiagge ai treni: l’escalation delle ronde nere illegali nel silenzio del governo.

antifa
Le ronde di CasaPound sulla spiaggia di Ostia sono solo l’ultimo caso. Cresce, purtroppo in Italia, questa voglia di giustizia fai da te, di falsa sicurezza, soprattutto ai danni dei migranti.

Un vento nero su cui soffia, ben contento, il ministro Salvini. Ai primi di luglio militanti di Forza Nuova e Onr, movimento di estrema destra polacco hanno pattugliato le spiagge di Rimini in un’operazione definita ‘per la sicurezza’ e ‘conclusa con successo’ secondo gli stessi esponenti di Forza Nuova che hanno rivendicato il merito di aver fatto sentire qualcuno ‘più sicuro e per un attimo padrone a casa propria’.
A Brescia sono partiti i gruppi di pattugliamento di Forza Nuova con tanto di divisa: vestiti con maglie nere con la scritta “Trincea urbana” hanno l’obiettivo di vigilare sui “quartieri della vergogna” nelle periferie.
Ma FN arriva sui treni – con le sempre più frequenti “passeggiate sui convogli” – sulla linea Cesena-Forlì, ma anche in diverse altre linee del Nord. O nei cimiteri, contro i presunti satanisti in provincia di Biella.
La loro una campagna nazionale da Recanati a Castelvolturno, da Jesolo a Sanremo allo scopo di alimentare l’ostilità soprattutto nei confronti degli stranieri. Cittadini immigrati ma non solo.
Nel mirino di CasaPound sono finiti anche i parcheggiatori abusivi: gli ultimi blitz anche in Sardegna, a Cagliari. E non più tardi del 10 luglio è morto un cittadino marocchino inseguito da una ronda ad Aprilia.
Nonostante l’interrogazione a luglio di Nicola Fratoianni di Leu in Parlamento il Governo non ha mai risposto. “Gruppi fascisti e neonazisti non possono in alcun modo avere la libertà di affermare di ‘sostituirsi’ allo Stato nel presidiare i territori – aveva detto Fratoianni – organizzando delle vere e proprie ‘ronde nere’ per dar sfogo ai loro sentimenti xenofobi e antidemocratici”.

Sul caso di Ostia sia la presidente M5S del municipio che LeU chiedono l’intervento del ministro Salvini “perchè non spetta a loro il controllo delle regole”. “No alle ronde intimidatorie, no ai blitz fai da te” dice la presidente pentastellata del municipio di Ostia, Giuliana Di Pillo, condannando il blitz con tanto di pettorine con la scritta Casapound ed immortalato in un video dal consigliere municipale della formazione di destra Luca Marsella.

Il Gruppo della Polizia Locale ha messo a disposizione un numero per denunciare tale fenomeno. A stigmatizzare l’episodio, che si era verificato anche lo scorso anno, anche Stefano Fassina, consigliere di Sinistra per Roma deputato LeU. Nel video postato da Marsella su Facebook si vedono membri di Casapound allontanare un venditore di cocco tra i bagnanti. E tutto questo accade mentre il Viminale con una campagna demagogica vara sulle spiagge la campagna “Estate sicura” contro gli ambulanti.

Non è razzismo è “goliardia”. Così continua la semina dell’odio camuffando i suoi orrendi risultati.

Blog Diritti Umani – Human Rights

Leggiamo quotidianamente notizie che riportano di gravi atti di violenza e intolleranza verso gente di colore, immigrati e italiani. Ma si camuffano e si ridimensionano questi episodi come “goliardia”e si diffondono “fake news”, rilanciare da membri del Governo, tutte indirizzate a dare un’immagine negativa degli immigrati. La semina dell’odio contro migranti, rom, poveri mendicanti, e vedremo a chi toccherà in futuro, sta cambiando la testa è il cuore della gente. La verità è che se si contaminano i pozzi si beve tutti acqua avvelenata.

Pubblichiamo un’interessante riflessione su questo tema di Valerio Cataldi, presidente Associazione Carta di Roma.
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Associazione Carta di Roma
L’importanza delle parole e il valore della verità dei fatti, “perché è necessario ed urgente porre un argine all’odio”
Di Valerio Cataldi, presidente Associazione Carta di Roma

La goliardia, recita il vocabolario Treccani, è “il complesso delle abitudini e dei comportamenti, cui tradizionalmente si è attribuita una consuetudine di vita spensierata e gaudente ma anche spirito di spontanea generosità”. Cosa c’entra questo con dei ragazzini che sparano, seppur a salve, contro un uomo?
Come si fa ad utilizzare quella parola per definire un gesto di incredibile violenza come alzare una pistola, prendere la mira e sparare?

Sminuire, minimizzare, togliere importanza al gesto. A questo serve quella parola, se è una goliardata diventa facile dire; “avete visto? neanche in questo caso si è trattato di razzismo”, è goliardia “vita spensierata”, invece. E voi, cosa state qui a cercare di mettere in fila violenze che non sono violenze, ogni volta che accadono.
Dicono che è “solo per attaccare il governo”, che “il razzismo non c’è più di quanto non ci fosse già”. Quindi il problema non esiste. Se un ragazzino prende un’arma e spara contro un uomo chiamandolo “negro” è solo una goliardata, una bravata, una ragazzata. Siamo noi che siamo in malafede.

Con le parole si cambia il senso e le immagini che possono dimostrare i fatti, non si vedono.
Le immagini del pestaggio razzista di Partinico, non le abbiamo mai viste. I Carabinieri hanno diffuso un video di 30 secondi in cui si vedono persone in bicicletta, ma non si vede neanche uno schiaffo. Eppure l’informativa degli stessi Carabinieri aveva documentato con estrema precisione quei 145 secondi di pestaggio violentissimo raccontato da due telecamere di sorveglianza. Ma, alla stampa, ai telegiornali è stato diffuso un video senza violenza. E senza razzismo.

Sembra una operazione precisa, un ossequio alla versione istituzionale di ciò che accade. Una versione che cancella i fatti e rilancia le fake news, le bugie.
Il caso di Vicenza fa scuola. La notizia che compare sul Giornale di Vicenza di una protesta di richiedenti asilo che “vogliono avere Sky”, è una notizia falsa, smentita dalla prefettura e dalla questura, ma comunque resta li sui social network a nutrirsi di odio e di livore e a riprodursi sui profili istituzionali. Come quello del ministro dell’interno, che rilancia la notizia del giornale di Vicenza, poi ripresa da il Giornale, quando era già stata smentita.
Si perde il senso, si discute di nulla, si perde di vista la verità sostanziale dei fatti. Si parla di goliardia e si cerca di annacquare la violenza. Si sminuisce, si ridicolizza, si mette sotto processo la vittima.

Sia ben chiaro che nessuno più dell’Associazione Carta di Roma ha a cuore l’articolo 21 della Costituzione. Nessuno vuole limitare la libertà di espressione, ma certo è che deve essere netto il confine tra la verità dei fatti e le bugie funzionali ad alimentare un clima di tensione e di paura. Per questo stiamo lavorando ad un esposto all’Ordine dei Giornalisti per la fake news del Giornale di Vicenza. Perché è necessario ed urgente porre un argine all’odio.

Il razzismo c’era anche prima, certo. Quello che non c’era prima è un ministro dell’interno che irride le leggi, sbeffeggia la costituzione, usa parole violente per ripetere ossessivamente le stesse cose: che siamo invasi, che nel mediterraneo si fanno crociere, che gli italiani hanno meno diritti degli invasori, che gli invasori portano crimini e malattie e che lui è li per mettere fine alla “pacchia”.

Una discussione surreale che si misura con il numero virtuale di like ma che non tiene conto dei numeri reali che indicano che l’invasione non c’è, che i reati sono in diminuzione da anni, che le malattie viaggiano in aereo e non sui barconi.
Non c’è alcun problema di libertà di espressione, c’è invece un problema di regole, di leggi, di buonsenso e di ruolo istituzionale.