La direttiva di Matteo Salvini sulle frontiere non ha valore

“Il tempo e le condizioni del mare non sono buone e i naufraghi sono ancora sotto shock, dopo essere stati soccorsi al largo della Libia e aver passato la notte con il mare in tempesta”, racconta Lucia Gennari, avvocata dell’Asgi imbarcata a bordo della nave Mare Jonio, l’imbarcazione che batte bandiera italiana ed è in rada davanti all’isola di Lampedusa, a cinquecento metri dalla Cala dei francesi, con 49 persone a bordo, tra cui dodici minori. L’imbarcazione, gestita dall’organizzazione italiana Mediterranea Saving Humans, chiede di attraccare nel porto dell’isola, dopo aver soccorso i naufraghi il 18 marzo in un’operazione di salvataggio avvenuta a 42 miglia dalle coste libiche. La nave ha trovato un gommone in avaria, su indicazione dell’aereo Moonbird, e ha informato sia la guardia costiera libica sia la guardia costiera italiana che avrebbe provveduto al soccorso.

“Siamo arrivati a soccorrere i naufraghi che erano in difficoltà, i libici non erano sul posto, sono arrivati successivamente”, afferma Gennari, 32 anni, originaria di Mestre. “Poi ci siamo diretti verso nord perché la situazione atmosferica era pessima. Al momento la situazione a bordo è tranquilla, abbiamo viveri per qualche giorno, ma gli spazi sono ristretti, la nave è lunga 32 metri e le persone nella notte sono state male a causa delle cattive condizioni atmosferiche”, racconta la ragazza, che fa parte del gruppo di legali che seguono Mediterranea Saving Humans a partire dalla sua fondazione nell’autunno del 2018.

La nave batte bandiera italiana e quindi a differenza di altre imbarcazioni non gli può essere impedito di attraccare in porto. Tuttavia il ministro dell’interno Matteo Salvini ha già detto che la nave non potrà arrivare in un porto italiano e nella notte tra il 18 e il 19 marzo ha diffuso una circolare diretta alle autorità portuali, ai carabinieri, alla polizia, alla guardia di finanza e alla marina militare che invita a impedire l’ingresso nelle acque e nei porti italiani alle navi private che abbiano operato attività di ricerca e salvataggio nelle acque internazionali.

Secondo la circolare, i salvataggi che avvengono in acque internazionali che non sono coordinate dall’Italia, non possono concludersi nel paese. La circolare crea un’ambiguità sul significato di zona di ricerca e soccorso libica. Da una parte infatti le autorità internazionali hanno riconosciuto alla Libia la capacità di compiere soccorsi nelle acque internazionali, d’altro canto però la Libia non può essere considerato un posto sicuro in cui riportare le persone soccorse. Dopo la diffusione della circolare, a bordo della Mare Jonio sono saliti degli agenti della guardia di finanza. “Alle 8 di mattina a bordo è salita la guardia di finanza che sta raccogliendo informazioni sul salvataggio”, racconta Lucia Gennari. La procura di Agrigento ha aperto un fascicolo di indagine sul caso.

Linea dura
Il ministro dell’interno ha accusato i soccorritori di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: “Possono essere curati, vestiti, gli si danno tutti i generi di conforto, ma in Italia per quello che mi riguarda e con il mio permesso non mettono piede. È chiaro ed evidente che c’è un’organizzazione che gestisce, aiuta, e supporta il traffico di essere umani. O c’è l’autorità giudiziaria, che ovviamente prescinde da me che riterrà che questo non sia stato un soccorso e decide di intervenire legalmente, oppure il ministero dell’interno, che deve indicare il porto di approdo, non indica nessun porto”.

Secondo Salvini, la nave “ha raccolto questi immigrati in acque libiche, in cui stava intervenendo una motovedetta libica. Non hanno ubbidito a nessuna indicazione, hanno autonomamente deciso di dirigersi verso l’Italia per motivi evidentemente ed esclusivamente politici. Non hanno osservato le indicazioni delle autorità e se ne sono fregati dell’alt della guardia di finanza”. Il ministro su Twitter ha poi attaccato uno dei soccorritori della nave, Luca Casarini, ex leader dei movimenti del nordest attivi durante il G8 di Genova nel 2001. Per Lucia Gennari il governo deve dare l’autorizzazione all’attracco il prima possibile: “La direttiva Salvini è solo un’indicazione politica del ministero dell’interno, per applicarla le autorità portuali dovrebbero pubblicare un decreto di attuazione che sarebbe impugnabile perché viola diverse norme internazionali”.

Alessandro Metz, armatore della Mare Jonio, ha risposto alle accuse dicendo: “La direttiva è subordinata alle leggi e alle convenzioni internazionali, quindi o il governo decide di ritirare la propria firma da quelle convenzioni, trovandosi in una condizione di isolamento e rinnegando quella cultura giuridica che l’Italia rappresenta, essendo un popolo di naviganti”. Per Metz il governo deve indicare subito “un porto sicuro” di sbarco.

MARE JONIO HA SALVATO 49 PERSONE DA UN NAUFRAGIO: ADESSO L%E2%80%99ITALIA CI INDICHI UN PORTO SICURO. %3Ca href=%22https://twitter.com/hashtag/SavingHumans?src=hash&ref_src=twsrc%255Etfw%22%3E#SavingHumans%3C/a%3E%3Ca href=%22https://t.co/439immr0p2%22%3Ehttps://t.co/439immr0p2%3C/a%3E %3Ca href=%22https://t.co/uZnTEaUvZv%22%3Epic.twitter.com/uZnTEaUvZv%3C/a%3E

— Mediterranea Saving Humans (@RescueMed) ?

Molti esperti hanno commentato la circolare diffusa dal ministero dell’interno sulla chiusura dei porti alle navi private che soccorrono persone in mare. Mario Morcone, ex capo di gabinetto del Viminale e direttore del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), si è detto estremamente preoccupato dalla direttiva Salvini: “È una circolare che esercita un astratto e un po’ ipocrita formalismo nell’analisi delle norme. Accetta il presupposto che i porti libici possano essere considerati sicuri e che l’attracco presso i porti tunisini e maltesi sia possibile. È una direttiva che non prende in alcuna considerazione il drammatico contesto reale”.

Anche Luigi Manconi e Valentina Calderone, presidente e direttrice di A buon diritto, hanno commentato: “Non esiste alcun provvedimento del consiglio dei ministri che abbia approvato una simile misura, illegale sotto il profilo normativo e costituzionale. Dunque i porti italiani erano e restano aperti, tanto più se a chiedere l’approdo è una nave italiana, battente bandiera italiana con equipaggio interamente italiano. E con 49 profughi soccorsi in mare in una zona più vicina alle coste italiane che ad altre coste (quelle di Malta, per esempio). Ovviamente, consegnare quelle persone alla guardia costiera libica e, di conseguenza, ai centri di detenzione di quel paese, avrebbe costituito una grave violazione del diritto internazionale”.

Per il giurista Fulvio Vassallo Paleologo della clinica dei diritti di Palermo, esperto di diritto del mare, “la direttiva tradisce puntualmente tutte le convenzioni internazionali, citate solo per le parti che si ritengono utili alla linea di chiusura dei porti adottata dal governo italiano, ma che non menziona neppure il divieto di respingimento affermato dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, norma destinata a salvaguardare il diritto alla vita e alla integrità fisica delle persone. Questa omissione si traduce in una ennesima violazione del diritto interno e internazionale.Gravi le conseguenze per quelle autorità militari che dovessero dare corso a un provvedimento ministeriale manifestamente in contrasto con le Convenzioni internazionali e con il diritto dei rifugiati. Secondo l’Unhcr il diritto dei rifugiati va richiamato con funzione prevalente rispetto alle norme di diritto internazionale del mare e alle norme contro l’immigrazione irregolare”.

Infine per Vincent Cochetel, inviato speciale dell’Unhcr per il Mediterraneo centrale, “la legge del mare è molto chiara, la Libia non è un place of safety, un posto che può essere considerato sicuro. L’Italia e gli altri paesi del Mediterraneo sono sicuri”.

Intanto al largo di Sabratha, in Libia, c’è stato un nuovo naufragio: a darne notizia è l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Secondo Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Oim in Italia, ci sono stati solo quindici sopravvissuti, ma i morti potrebbero essere decine. Secondo Di Giacomo dall’inizio del 2019 “oltre 1.280 persone sono partite dalle coste del Nordafrica verso l’Europa” e i morti sono stati almeno 154. “Un aumento esponenziale dei morti rispetto ai migranti sbarcati”, afferma Di Giacomo.

Annalisa Camilli

da Internazionale

A Lorenzo, partigiano ucciso dallo Stato Islamico

Con tanta rabbia questa mattina abbiamo appreso che il combattente YPG italiano Heval Tekoşer, Lorenzo Orsetti, è stato ucciso dai macellai di ISIS sul fronte di Baghouz, nella Siria del Nord-Est.

A Lorenzo, partigiano ucciso dallo Stato Islamico

Orso era partito un anno e mezzo fa da Firenze, deciso ad unirsi alle YPG, a schierarsi dalla parte dei popoli che in Siria del Nord stanno portando avanti una rivoluzione. Deciso a difendere in prima linea le popolazioni civili della Siria e tutti quanti noi dalla barbarie dello Stato Islamico. Nel corso di questo anno e mezzo, Orso ha combattuto anche contro un altro nemico: il secondo esercito più grande della Nato, quello turco. Il boia Erdogan, oltre ad aver reso la Turchia corridoio di fuga per decine e decine di jihadisti nel corso di questi anni, ha schierato tutte le sue truppe all’attacco della rivoluzione del Rojava, bombardando civili in tutto il territorio del Kurdistan, dall’Iraq alla Siria, invadendo la città di Afrin e gettandola in pasto a milizie jihadiste che hanno saccheggiato villaggi, violentato e schiavizzato donne e uomini. E Orso, anche ad Afrin, ha combattuto in prima linea.

Orso è andato incontro a testa alta a una scelta difficile e grande, la scelta più grande: essere disposti a dare la vita per una causa giusta. Orso ha dato la vita per la libertà dei popoli della Siria, per una rivoluzione che parla a tutto il mondo di un’altra società possibile, che mette al centro le persone, che valorizza le differenze, che fa della lotta delle donne e dell’ecologia i suoi presupposti.

È grazie al coraggio di una scelta come la sua, che tantissime altre donne e uomini hanno fatto  in questi ultimi anni, che questa rivoluzione e le sue forze di difesa, le YPJ e le YPG, sono riuscite a resistere al secondo esercito della Nato, quello turco e a costringere lo Stato Islamico nella sua ultima roccaforte, Baghouz. Proprio lì, a un passo dall’annientamento di questi barbari tagliagole, Orso è caduto martire.

Orso era un ragazzo, come tante e tanti di noi. E il messaggio che ci manda ci dice una cosa molto semplice, ma la più vera: abbiamo la responsabilità di schierarci. Abbiamo la responsabilità di tracciare una linea tra noi e loro, tra la possibilità di una società giusta e la barbarie dell’oggi. Perché “ogni tempesta comincia con una sola goccia”, e insieme possiamo scatenare una tempesta addosso ai nostri nemici. Non può esistere libertà finché non saremo tutte e tutti liberi, non può esistere giustizia finché, insieme, non costruiremo un mondo più giusto, costi quel che costi. E la scelta di Orso ci insegna questo. Per questo lo ringraziamo.

Tutti noi abbiamo la responsabilità di portare avanti il suo esempio e la sua memoria, insieme a quella di Heval Hiwa Bosco, Giovanni Francesco Asperti, caduto lo scorso dicembre e quella di tutti i caduti della rivoluzione. Abbiamo la responsabilità di difendere il loro esempio e la loro memoria dagli sciacalli e dall’ipocrisia di chi alle nostre latitudini criminalizza coloro che hanno il coraggio di combattere dalla parte giusta.

Ciao Lorenzo, Orso, Heval Tekoşer Piling – partigiano dell’oggi. 
La rivoluzione è un fiore che non muore. I martiri non muoiono mai.

Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo. Beh, non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli, e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. 
Quindi, nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo, e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio.
Vi auguro tutto il bene possibile, e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo.
Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. 
Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai!
Neppure per un attimo.
Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, e di infonderla nei vostri compagni.
E’ proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve.
E ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi 
quella goccia.
Vi amo tutti, spero farete tesoro di queste parole.
Serkeftin!

Orso,
Tekoser,
Lorenzo.

Milano non dimentica Fausto e Jaio assassinati dai fascisti – 18 marzo

18 marzo, ore 16 @ via Mancinelli. Sembra quasi di conoscerli tanto è il tempo che si passa al Leoncavallo; sono Compagni che al Leo non si vedono da tantissimo tempo.
Ci ribolle il sangue tanto è il dolore e la rabbia per l’ingiustizia che due amici hanno subito.
Succede sempre.
E’ una storia che sempre riguarderà il Leoncavallo e tutti coloro che attivamente lo vivono.
Un fondo di amarezza permea ogni nostra azione: per la giustizia negata: ieri con Fausto e Iaio, recentemente con Carlo e oggi con Federico e Stefano, perché la verità è ancora nascosta da questo Stato fascista e repressivo.
Saremmo come siamo se Fausto e Iaio non fossero stati ancora dei nostri?
E insieme cosa avremmo fatto in tutti questi anni?
Tutti gli anni in via Mancinelli ricordiamo chi ci ha dato una forza che non avremmo voluto. La forza e la tenacia di lottare contro l’ingiustizia e contro uno stato mandante di violenza e morte.
“Hei Fausto!”. “Iaio sta arrivando”.
Nell’impossibile di queste parole è così che sono nella nostra mente: compagni di una quotidianità che è stata tolta quarant’anni fa.
E’ la storia di questa città e del Leoncavallo. La storia di Fausto e Iaio e la nostra storia ogni giorno.
In tutta Milano squillano i telefoni: “E’ successo qualcosa a Fausto e Iaio del Leoncavallo”.

www.faustoeiaio.org

Lunedì 18 marzo, dalle 16.00 presidio antifascista in via Mancinelli.

Milano 18 marzo 1978 – Assassinati Fausto e Iaio

Sabato 18 marzo 1978, via Mancinelli. A colpi d’arma da fuoco vengono uccisi Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, militanti del centro sociale Leoncavallo.

Dopo un pomeriggio con gli amici, verso le 19.30, Fausto e Iaio si incontrano alla Crota Piemunteisa di via Leoncavallo, uno dei luoghi di ritrovo abituale dei giovani del quartiere Casoretto, e del vicino centro sociale Leoncavallo. Nella sala biliardo del locale, diranno in seguito vari testimoni, ci sono tre giovani che nessuno aveva mai visto. Fausto e Iaio si ritrovano li, come abitualmente facevano, per andare a cenare a casa Tinelli: Danila, la mamma di Fausto, ha preparato il risotto. Alle 21 sarebbero tornati al Leo per assistere al concerto in programma.

Fra le 19.30 e le 19.45 si incamminano: non fanno il percorso abituale- via Leoncavallo, via Mancinelli e quindi Casoretto, ma si incamminano lungo via Lambrate in direzione di piazza S. Materno, per poi risalire lungo via Casoretto. In via Lambrate c’è un residence dove risiedono personaggi particolari, fra cui Gianni Mazzeo di origine trentina, come Fausto.

Fausto e Iaio giungono all’edicola situata qualche metro prima dell’angolo tra via Casoretto e via Mancinelli: l’edicolante li sente commentare i titoli dei giornali sul sequestro Moro. Sono le 19.55 circa, e qualcosa in via Mancinelli attira la loro attenzione …

Poco più avanti, davanti alla Anderson School, ci sono tre persone. Nonostante Danila li stesse aspettando, i due ragazzi raggiungono il gruppo – testimoni parlano di uno scambio di battute. Quindi si ipotizza che Fausto e Iaio siano stati chiamati da qualcuno di conosciuto.

Marisa Biffi, che vede la scena, parla di una discussione animata e nota alcuni particolari, fra cui dei sacchetti di plastica in mano a qualche membro del gruppo: due indossano impermeabili chiari, il terzo un giubbotto marrone. All’improvviso sente dei colpi, come di petardi. Due figure si accasciano al suolo, mentre gli altri tre si allontana lungo via Mancinelli. A terra rimangono Iaio, ucciso sul colpo, e Fausto, che morirà durante il trasporto verso l’ospedale.

La signora Biffi non è stata l’unica a notare la situazione. Tiziano, un ragazzo che abitava in via Casoretto n.8, esce proprio in quei minuti da casa. Riconosce Fausto e laio che imboccano via Mancinelli e racconta che, pochi secondi dopo, vede due persone correre come se si stessero allontanando dall’ingresso di via Mancinelli. I due corrono piuttosto velocemente: il primo, giubbotto scuro, capelli castani e ricci, riesce a prendere al volo l’autobus 55. L’altro si allontana verso via Accademia.

Il gruppo che ha fatto fuoco, uccidendo Fausto e Iaio, intraprende una via di fuga diversa. Anziché uscire subito da via Mancinelli e prendere via Casoretto, pecorre completamente via Mancinelli in direzione dell’incrocio con via Leoncavallo dove c’è il deposito ATM e, una trentina di metri prima, l’ingresso ad un garage pubblico che da sul retro del centro sociale Leoncavallo. Diverse persone dicono di aver notato la presenza di questi ragazzi: ventenni, impermeabili chiari e giubbotto scuro. Discordanti sono le versioni sulla direzione che gli assassini prendono. Dal deposito ATM la voce prevalente parla di un tipo col giubbotto scuro che si immette velocemente nella piccola via Chavez, mentre gli altri due sarebbero entrati in una lavanderia situata a ridosso dell’incrocio stesso –guarda la cartina.

In queste pagine abbiamo pubblicato la sintesi di anni di inchieste, giudiziarie e indipendenti, e i collegamenti con la destra eversiva e la malavita. In questa storia troviamo personaggi e organizzazioni che ricorrono frequentemente negli affari e misteri italiani: Massimo Carminati, la Banda della Magliana, i N.A.R. . Una storia che affonda le sue radici nelle leggi speciali, nella repressione dei movimenti, e nel libero mercato dell’eroina dove, negli anni, si sono realizzati formidabili e redditizi sodalizi, come dimostrano i libri e i contributi prodotti. Una storia in cui la Magistratura, e quindi lo Stato, hanno la responsabilità di non aver voluto tirare le fila dei chiari elementi a disposizione.

Ma la storia di Fausto e Iaio è anche una storia di amore e di passione, e sopratutto è un esempio straordinario sulla realtà dei rapporti sociali in questo paese, sulla natura dello Stato, della Magistratura e, ovviamente, chiarisce da che parte stare.

da http://www.faustoeiaio.info

Il terrorismo nazista contro i musulmani e la “natalità” usata per fare pulizia etnica

Al di là del Buco

Brenton Tarrant è un terrorista nero. Uno stragista nazista e xenofobo che dice cose già dette e scritte da molti altri terroristi bianchi, sovranisti, che seminano morte e paura senza che essi siano mai considerati come organizzazione terroristica. Il terrorismo che i fascisti nostrani riconoscono o è “islamico” o non esiste. E questo odio istigato contro le persone musulmane provoca islamofobia e morte ovunque si legittimi la guerra contro lo “straniero. Strano davvero come le testate giornalistiche facciano attenzione a non usare il termine terrorismo. C’è complicità in questo. E il motivo è semplice, altrimenti i media che fanno da megafono ai fascisti e razzisti dovrebbero ammettere la propria responsabilità morale in quello che sta succedendo nel mondo.

View original post 543 altre parole

Greta Thunberg: contro di lei cyberbullismo abilista e sessista

Al di là del Buco

gretathunberg-1129360607

Di Leda B.

Grazie alla risonanza mediatica ottenuta dai “Fridays for Future”, Greta Thunberg è stata recentemente al centro del dibattito pubblico, che è giunto al culmine nelle ultime 48 ore.

View original post 889 altre parole

Tutti gli stupratori sono terribili, ma alcuni sono più terribili di altri

Al di là del Buco

Articolo di Iris Pase, in lingua originale QUI. Traduzione di Roberta.

I media in Italia hanno due narrazioni di stupro molto diverse a seconda di chi è l’aggressore. Se è italiano, è probabile che sia colpa della vittima. Se è un immigrato, la sua colpevolezza non è mai in dubbio.

View original post 3.572 altre parole

Strage, ex capo Sisde indagato per depistaggio

Iscritto a registro Quintino Spella, nel 1980 dirigente dei servizi: disse alle fiamme gialle di non avere appreso prima del 2 agosto delle parole del neofascista Presillo rispetto a un attentato imminente. Revocata la chiamata a testimoniare al processo Cavallini.

A gennaio scorso, alla Guardia di Finanza che lo sentiva come persona informata sui fatti, negò di avere avuto un colloquio con l’allora giudice di sorveglianza Tamburino in merito alle dichiarazioni rese a quest’ultimo dal neofascista Luigi Vettore Presillo, che aveva parlato, prima del 2 agosto 1980, di un attentato con una bomba “di cui avrebbero parlato i giornali di tutto il mondo”. Una circostanza che invece lo stesso Tamburino ha confermato in più sedi. Così l’ex generale Quintino Spella, nel 1980 capocentro del Sisde di Padova e oggi novantenne, è stato iscritto a registro per il reato di depistaggio.

Secondo l’Associazione dei parenti delle vittime “non un depistaggio qualsiasi”, anche perché la sua scoperta conferma che il filone di indagine sui mandanti della strage “sta andando avanti: indubbiamente direi che il fatto che ci sia un generale che allora era capocentro del Sisde di Padova accusato di depistaggio è una cosa grossa”.

L’ex ufficiale oggi non si è presentato, per motivi di salute, in Corte d’Assise a Bologna, dove sarebbe dovuto essere sentito al processo per concorso nella strage a carico di Gilberto Cavallini, ex militante dei Nuclei armati rivoluzionari. La Corte ha poi deciso di revocare la sua testimonianza, perché “superflua”, in quanto “ha dichiarato di non sapere nulla in ordine a quanto richiestogli e ha fatto sapere che si avvarrà della facoltà di non rispondere”.

17 marzo 2001: le quattro giornate di Napoli

Le 4 giornate di Napoli. Così sono stati soprannominati (come il celebre film di Nanni Loy riferito all’isurrezione che nel 1943 liberò Napoli dai fascisti) i 4 giorni di mobilitazione in cui per la prima volta il movimento contro la globalizzazione ha espresso il suo potenziale in Europa. 30.000 persone hanno attraversato le strade di Napoli con un obbiettivo comune: violare la zona rossa e smascherare la Banca Mondiale e l’Ocse.

Le 4 giornate si sono susseguite con una serie di iniziative. Mercoledì 14 Marzo avviene ad opera dei Movimenti di lotta dei disoccupati l’occupazione dei binari della circumvesuviana alle ore 10, alle ore 19 in piazza del Gesù ha luogo la Street Parade dal nome “in-festa-zione” con una partecipazione di 2000 persone, le forze dell’ordine sfrecciano in mezzo al corteo provocando un generale fuggi-fuggi e ferendo alcuni manifestanti. Giovedì 15 marzo alle ore 11:30 la rete No Global promuove un corteo in cui alcune centinaia di attivisti sfilano per il centro di Napoli neutralizzando le innumerevoli telecamere situate in quelle strade. Verso la fine del corteo centinaia di celerini hanno circondato i manifestanti e li hanno scortati fino ad Architettura. Alle 13:30 viene occupata la facoltà dagli studenti universitari, facoltà che diventerà il centro logistico delle mobilitazioni. Alle 14:50 vengono occupati contemporaneamente i centri telematici delle facoltà di Lettere e Filosofia, dell’Università Orientale e di Architettura. Si attrezza un net-strike verso il sito della Fineco che lo rende inoperativo per quindici minuti. Venerdì 16 marzo alle ore 16 ha luogo il convegno internazionale su “movimenti e globalizzazione”. E infine Sabato 17 marzo 2001 migliaia di persone riempiono piazza Garibaldi. Un afflusso consistente da tutta Italia e da tutta Europa. Quando la testa del corteo è in piazza Borsa la coda si è appena mossa. Il corteo arriva in piazza municipio e vuole arrivare fino a piazza Plebiscito, ma si trova davanti lo sbarramento delle forze dell’ordine che senza indugio caricano. Gli scontri si susseguono per oltre 20 minuti. Dal comunicato del Network Campano per i diritti globali: “Un’impressionante apparato di “sicurezza” ha voluto non solo impedire che il corteo dimostrasse fin sotto le finestre dei globalizzatori, ma ha coscientemente attaccato migliaia di persone che inizialmente provavano a scardinare la soglia della zona rossa solo con strumenti difensivi. Le cariche da dietro e dal lato del corteo hanno scatenato gli incidenti. Ad un certo punto tutta la piazza era chiusa come una mostruosa tonnara…”

Ma il movimento contro la globalizzazione ha conquistato comunque una grande coscienza di sé stesso e del proprio potenziale tracciando un ponte verso quello che sarà poi il G8 di Genova. Come Sta scritto nel documento del “Centro di documentazione Senza Pazienza”: “Quanto è accaduto a Napoli è stato un vero scontro sociale che si è trasformato in battaglia di piazza capace di rispondere ai divieti, alle provocazioni e alla violenza della polizia. Si è saputo così dipanare il filo rosso che da continuità e lega unitariamente le mobilitazioni di Seattle, Praga, Nizza e Davos. […] Questo primo risultato politicamente positivo rappresenta quindi sicuramente un esempio da seguire per preparare la prossima mobilitazione del movimento antiglobalizzazione che si misurerà anche con una partecipazione internazionale nel prossimo luglio a Genova contro il G8.”

17 marzo 2001 – Napoli

Le forze di polizia caricano il corteo organizzato dalla rete campana ‘No global’ che sta contestando il Global Forum nella sua giornata conclusiva.

In Piazza Municipio mentre diverse centinaia di persone protette da scudi ed da una pannocchia gigante provavano a sfondare in Via Leoncavallo, la polizia ed i carabinieri, guidati dall’allora Questore Nicola Izzo, chiusero completamente la piazza e caricarono da tutti e quattro i lati. Una vera e propria tonnara dentro la quale centinaia di persone ci rimisero ferite, punti di sutura, ed 83 furono invece arrestati.

La storia ci dice che nella Caserma “Raniero”, caserma dei carabinieri nei pressi di Piazza Carlo III, venne predisposta la “camera delle torture”. I feriti vennero prelevati dagli ospedali dove erano giunti dopo le cariche. Senza alcun motivo vennero sottratti alle cure mediche e vennero condotti nella Caserma Raniero, dove subirono per ore insulti, sputi, percosse, vessazioni di ogni tipo.

Il questore Izzo fu sommerso di polemiche, ma se la cavo’…ando’ via solo due anni dopo per essere promosso.
La storia ci dice che due anni più tardi, quando scattarono i primi provvedimenti della magistratura che mise sotto accusa 21 poliziotti, ci fu un episodio singolare mai avvenuto nella storia della Repubblica. I poliziotti uscirono dalla Questura di Napoli e formarono una catena umana in solidarieta’ con i loro colleghi. Un fatto del tutto anomalo che all’epoca segno’ una frattura tra Procura e Questura. Appariva inaccettabile che chi “aveva eseguito gli ordini”  venisse arrestato mentre la straordinaria solidarietà sociale che aveva accompagnato in quei giorni la rete no global sembrava preservarla dalla macchina repressiva (ma poi non sarebbe stato così…). I codici apparivano ribaltati: bisognava difendere i “colleghi”.Quei colleghi  accusati dal pm Marco Del Gauido anche di sequestro di persona. Colleghi come Fabio Ciccimarra la cui richiesta di condanna del pm Del Gauido e’ di 2 anni e 8 mesi, proprio quel Ciccimarra presente alla scuola Diaz, quel Ciccimarra coinvolto nelle inchieste del G8 ed uscito indenne per la prescrizione del reato.

Sara’ un caso. Cosi’ come un caso, unico e rarissimo fu il comportamento dell’allora capo della Digos della Questura di Napoli Paolo Tarantino. Il dirigente del quinto piano di Via Medina consegno’ gli ordini di servizio ai giudici che indagavano sulle violenza alla caserma Raniero. Un atto inqualificabile per chi pensa di vivere nell’impunità, per uno stato che non processa mai se stesso. Paolo Tarantino il giorno dopo i fermi dei poliziotti fu immediatamente trasferito a dirigere il commissariato di Pomigliano d’Arco. Sbattuto fuori perche’ non aveva “coperto” i massacratori.