11 luglio 1998: muore Maria Soledad Rosas

L’11 luglio 1998 Maria Soledad Rosas (Sole) muore suicida, impiccandosi nei locali della comunità Sottoiponti di Benevagienna, dove si trovava agli arresti domiciliari.

Sole era nata a Buenos Aires il 23 maggio 1974 ed era giunta in Italia nel 1997.

Il 5 marzo 1998 era stata arrestata insieme al suo compagno Edoardo Massari (Baleno) e ad un altro militante rivoluzionario, Silvano Pellissero. La polizia aveva fatto irruzione nell’ex obitorio del manicomio di Collegno, occupato dal 1996, dove i tre arrestati vivevano.
Tra il 1996 e il 1998 in Val di Susa si erano verificati numerosi atti di sabotaggio, diretti contro centraline elettriche, trivelle, impianti della Sitaf, della Telecom, della Omnitel e contro un ripetitore Mediaset, tutti rivendicati dai fantomatici “Lupi Grigi”. Questi “attentati” non avevano mai procurato grandi danni, fatta eccezione per il furto di alcune attrezzature dal municipio di Caprie, cui era seguito un incendio. Gran parte delle azioni erano state fatte quando Soledad non era ancora arrivata in Italia.
Il 7 marzo il gip confermò l’arresto: le accuse erano di banda armata e associazione eversiva (art.270 bis). Il processo continuò sul piano giudiziario, guidato dai pm Laudi e Tatangelo, ma anche sul piano mediatico, dove con titoli altisonanti si enfatizzava il ritrovamento di prove inesistenti che mai verranno presentate al processo.
Il 26 marzo il tribunale respinse l’istanza di scarcerazione.
All’alba del 28 marzo Edoardo Massari venne trovato impiccato alla sua branda nel carcere delle Vallette.
La morbosità mass-mediatica si scatenò: alcuni giornalisti decisero di non rispettare la volontà della famiglia di Edoardo Massari, la quale aveva chiesto che al funerale non fossero presenti giornalisti, scatenando la rabbia degli amici di Edoardo; a farne le spese furono il cronista Daniele Genco e l’auto dell’allora inviato de “Il Manifesto” Paolo Griseri.

Il processo di primo grado si è chiuso il 31 gennaio 2000 con una condanna a 6 anni e 10 mesi per Pellissero: furto e devastazione al municipio di Caprie, associazione sovversiva, attentato alla cabina elettrica di Giaglione, detenzione di esplosivi eccetera.
Il 4 marzo 2002, alla scadenza dei quattro anni di detenzione, la magistratura ha emesso l’istanza di scarcerazione per decorrenza dei termini; Silvano è stato però effettivamente liberato solo il 12 marzo, in quanto i carabinieri lasciarono passare un’intera settimana prima di comunicare la notizia all’interessato.
Nel 2002 la Corte di Cassazione di Roma ha ridimensionato le tesi dei pm torinesi Laudi e Tatangelo: l’associazione eversiva è diventata associazione a delinquere. Venendo a cadere l’accusa più grave (le finalità eversive e terroristiche dei reati contestati) la Corte d’Appello di Torino ha ridotto la pena per Silvano Pellissero a 3 anni e 10 mesi.

Una scintilla di rivolta e sarà Sole in un Baleno

Sole

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8 luglio 1975 – Anna Maria Mantini viene assassinata dalla polizia

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Annamaria Mantini (nome di battaglia “Luisa”) militante dei Nuclei Armati Proletari, fu barbaramente uccisa a freddo da una squadra dell’antiterrorismo! Accadde a Roma, Annamaria aveva solo 22 anni!

Era la sorella di Luca Mantini, ucciso da un carabiniere il 29 ottobre del 1974 durante un esproprio in una banca. Il 29 ottobre è una ricorrenza fortemente dolorosa per Annamaria. Scritta con il sangue di suo fratello Luca, uno dei fondatori dei Nap.

L’organizzazione nasce nel Settantaquattro, e prende il simbolo di una brigata partigiana. A regalare il timbro è un tipografo milanese, ex partigiano.

Annamaria è sconvolta. Ma non perde la razionalità. L’ultimo saluto al fratello, all’obitorio, è una promessa di lotta: “Avanti sempre fino alla vittoria.”
Annamaria è tra i fondatori del Nucleo 29 ottobre. Nei primi mesi del Settantacinque lascia Firenze, la famiglia, l’università. Va a Roma. Soffre la lontananza della madre malata. Appena può corre in ospedale. E’ in “clandestinità”!

L’antiterrorismo aveva scoperto un appartamento-covo dei Nap in via Due Ponti alla periferia nord della città. La mattina del 7 luglio 1975 avevano ottenuto dalla Procura un mandato di perquisizione.
Finita la perquisizione i poliziotti che avevano circondato lo stabile si erano ritirati, erano rimasti all’interno due agenti della questura, due uomini dell’Antiterrorismo e il vicebrigadiere Antonio Tuzzolino.
All’una di notte circa, Annamaria Mantini aveva fatto ritorno a casa e aveva aperto la porta dell’appartamento.

Secondo la versione della polizia, la ragazza, resasi conto della presenza degli agenti, avrebbe tentato immediatamente di richiudere la porta, bloccando così la mano del brigadiere che “per un tragico errore” aveva fatto partire un colpo.

Le successive rilevazioni sconfessarono rapidamente questa ricostruzione. La ragazza aprì la porta di casa e immediatamente il vice-brigadiere fece partire un proiettile che colpì, da circa 50 centimetri di distanza, la ragazza in piena faccia, appena sotto lo zigomo sinistro.

Questo è il comunicato con cui i Nap denunciarono l’omicidio!

“9 luglio 1975: Ieri in un agguato teso dalla polizia, è stata uccisa a freddo la compagna Annamaria. La volontà del potere di chiudere la partita con i compagni che si organizzano clandestinamente, ha armato la mano del killer di turno, che con la precisa coscienza di uccidere, ci ha privato di una compagna eccezionale.
Annamaria era uno dei compagni che hanno dato vita al nucleo “29 ottobre”. Ha fatto parte del gruppo che ha sequestrato sotto casa il magistrato Di Gennaro, e il contributo che ha dato alla costruzione ed esecuzione di questa azione, dimostrando il livello politico militare che aveva raggiunto. E’ enorme l’abisso che separa una compagna rivoluzionaria da uno sbirro. Non basterebbero la vita di cento Tuzzolino per pagare la vita di Annamaria.
Questo non significa che dimenticheremo i Tuzzolino, i Barberis, così come non abbiamo dimenticato i Conti e i Romaniello.
La mano che uccide un proletario ci è nemica come i porci che la armano. Ma lo ripetiamo, non è uccidendo uno o più sbirri che i proletari si possono ripagare del prezzo che stanno pagando per liberarsi. E per questo prezzo altissimo, in noi come in tutti i rivoluzionari, non c’è solo la rabbia ma anche la coscienza che il movimento si sta arricchendo in maniera definitiva del patrimonio di importantissime esperienze che questi compagni ci lasciano.
Le giornate di aprile, le innumerevoli azioni armate, gli espropri per autofinanziamento, le azioni nelle carceri, dimostrano la crescita di una nuova generazione di combattenti, e non bastano gli omicidi e gli arresti per distruggerla.
La nostra esigenza di comunismo è indistruttibile.
Luca Mantini, Sergio Romeo, Bruno Valli, Vito Principe, Gianpiero Taras, Margherita Cagol, Annamaria Mantini.
Non siete i soli e non sarete gli ultimi, ma rappresentate per tutti i rivoluzionari una scelta irrinunciabile.”

Lotta armata per il comunismo
Nucleo Armato 29 ottobre”.

da Mantini Anna Maria – Fondazione Pintor
fondazionepintor.net/corsivi/annamaria6

8 luglio 1962: la rivolta di Piazza Statuto

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L’otto luglio 1962, a Torino in Piazza Statuto si verificano violenti scontri tra gli operai metalmeccanici in sciopero e le forze dell’ordine. Gli scontri proseguivano dal giorno precedente e continueranno fino al 9. Lo sciopero era stato indetto per il 7 da Fiom e Fim in solidarietà alle lotte portate avanti alla Fiat dall’inizio di giugno.
Lo sciopero ebbe un successo assoluto: nella maggior parte delle fabbriche i picchetti bloccarono completamente la produzione, alcuni dirigenti vennero malmenati e fu impossibile per la polizia mantenere la situazione sotto controllo davanti ai cancelli.
A Mirafiori ed in altri stabilimenti si ebbero scontri sin dal primo mattino e proprio nella mattinata si diffuse la notizia che fece scoppiare la rivolta di piazza Statuto: la Uil e la Sida erano giunte ad un accordo separato con la dirigenza della Fiat. La risposta operaia fu rapida e determinata: in breve tempo circa 7’000 operai si radunarono in piazza Statuto per dare assalto alla sede della Uil.
Gli scontri iniziarono particolarmente intensi. Da un lato gli operai disselciano la piazza e spaccano le enormi e pesantissime lose dei marciapiedi, impugnano cartelli stradali e catene, dall’altro la polizia carica inondando di gas lacrimogeni la piazza e lanciando a folle velocità le jeep.
Importante è ricordare il ruolo che ebbero il Pci e la Cgil nello svolgersi degli avvenimenti. Di fronte ad uno scontro radicale, che non seppero né valutare lucidamente né controllare,. i dirigenti intervennero per cercare inutilmente di convincere gli operai a fermare gli scontri e liquidarono l’accaduto definendo i manifestanti “elementi incontrollati ed esasperati”, “piccoli gruppi di irresponsabili”, “giovani scalmanati”.
Alla fine dei disordini gli arrestati e i denunciati furono un migliaio.
La composizione di quella piazza, animata principalmente da operai giovani ed immigrati meridionali ci fa capire come le tre giornate di piazza Statuto segneranno un momento di svolta nella storia del movimento operaio. A due anni dai fatti di Genova, ritroviamo in piazza lavoratori che molto hanno in comune con i “ragazzi con le magliette a strisce”. Piazza Statuto fu senza dubbio il luogo nel quale si ebbe una delle prime e più significative esplosioni conflittuali di cui fu protagonista l’operaio massa.
Da quei tre intensissimi giorni gli operai non poterono che uscire avendo chiaro che, come scrisse Quaderni Rossi “decidere tocca a voi, voi dovete prendere in mano il vostro destino. Questo sciopero è una grande occasione per far fare un passo avanti alla organizzazione della classe. Da questa lotta potrete uscire avendo fatto di ogni squadra, di ogni reparto, di ciascuno degli stabilimenti Fiat la realtà di una organizzazione, di una disciplina operaia capace in ogni momento di contrapporsi allo sfruttamento, agli arbitrii, al dispotismo del padrone e dei suoi lacchè

7 luglio 1960: i morti di Reggio Emilia

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E’ il 7 Luglio del 1960 e a Reggio Emilia ormai da diversi mesi l’insofferenza verso il governo Tambroni si sta traducendo in un crescendo di scioperi e manifestazioni, puntualmente caricati dalla polizia che altrettanto puntualmente viene respinta dalla rabbia popolare.

Il clima di tensione viene ulteriormente confermato da alcune indiscrezioni riferite al segretario emiliano del Pci, Renato Nicolai, a cui viene comunicato che la Questura di Reggio Emilia ha ricevuto precise disposizioni da Roma in merito all’atteggiamento da tenere durante lo sciopero generale indetto per il 7 Luglio in seguito ai fatti di Licata (dove due giorni prima la linea dura imposta da Tambroni ha già ucciso il venticinquenne Vincenzo Napoli) e Porta San Paolo: per i poliziotti l’ordine è di arrivare in assetto da guerra e di “dare una lezione” ai manifestanti.

Il comizio del Pci previsto per quel giorno in una sala di Piazza della Libertà si trasforma così in una manifestazione di massa a cui affluiscono decine di migliaia di persone; mentre molti stazionano al di fuori della sala straripante di gente, alcune motociclette sfilano per il centro con cartelli che recitano “Abbasso il fascismo”, “Viva la Resistenza”, “Via il governo Tambroni”.

La polizia assedia a lungo la piazza e le vie adiacenti, in attesa di un pretesto qualsiasi per iniziare le violenze ma il momento sembra non arrivare; così, quando sono ormai le 16, la Questura decide di attaccare e dà ordine di disperdere gli scooteristi coi cartelli: nel giro di pochi secondi partono cariche e lacrimogeni e nella piazza invasa dal fumo la gente corre tra idranti e caroselli, riparando nelle strade circostanti.

Dopo un primo momento di smarrimento, però, i manifestanti si organizzano e rientrano nella piazza respingendo polizia e blindati con una fitta sassaiola.

Ma ecco che ad un tratto nel fragore della lotta si sente un rumore inusuale, inaspettato, un colpo secco: la polizia spara sui manifestanti.

Il primo a cadere è Lauro Ferioli, muratore di 22 anni, colpito in pieno petto mentre si lancia incredulo verso la polizia in un disperato tentativo di fermarli.

Marino Serri, 40 anni, operaio ed ex partigiano, ha assistito alla scena e col volto rigato da lacrime di rabbia si espone gridando “Assassini, assassini!” ma non fa in tempo a concludere perché una nuova raffica colpisce a morte anche lui.

Ovidio Franchi, operaio di 19 anni, è ferito all’addome; si aggrappa ad una serranda mentre un compagno cerca di soccorrerlo ma un agente sopraggiunge e con disgustosa freddezza spara su entrambi, uccidendo Ovidio.

Segue Emilio Reverberi, 39 anni, anche lui operaio ed ex partigiano; ed infine Afro Tondelli, operaio di 35 anni, assassinato da un poliziotto inginocchiato e concentrato nel prendere la mira.

Gli spari si susseguono per quaranta minuti, almeno 500 i colpi esplosi in mezzo allo sgomento ed al terrore che serpeggiano per la piazza.

Pasquale Alvarez, uno dei feriti, riporterà in seguito: “Fischiavano le pallottole da tutte le parti. Era tremendo, indescrivibile. La folla, per fuggire alle cariche forsennate delle camionette che inseguivano la gente sotto i portici, mi ha spinto verso via Crispi. Credevo sparassero in aria. Poi ho visto un ragazzo cadere. Più tardi ho saputo che era Franchi”.

La folla continua a lottare eroicamente per due ore; a fine giornata si contano 5 morti e centinaia di feriti tra i manifestanti.

Non paghi della violenza cieca ed inaudita esercitata in piazza, gli agenti si schierano poi di fronte agli ospedali per impedire ai donatori di sangue di accedere alle strutture e costringendoli quindi a nascondersi a bordo di ambulanze fingendosi feriti.

Il Vicequestore Giulio Cafari Panico, accusato di omicidio colposo plurimo, e l’agente Orlando Celani, imputato d’omicidio volontario per aver sparato ad Afro Tondelli, vengono entrambi assolti nel 1964, il primo per non aver commesso il fatto, il secondo per insufficienza di prove.

Nei giorni successivi molte altre città italiane sono teatro di proteste e ovunque vengono applicati con freddezza i dettami di Tambroni, che portano alla morte di Francesco Vella, Giuseppe Malleo, Andrea Gangitano e Rosa La Barbera a Palermo e di Salvatore Novembre a Catania.

Ma il sangue versato, a Reggio Emilia come altrove, non fa che accrescere la rabbia che percorre l’Italia intera e che porterà Tambroni alle dimissioni prima della fine di Luglio.

I fatti del 7 Luglio sono stati ricordati da Fausto Amodei nella canzone “Per i morti di Reggio Emilia”:

Compagno cittadino fratello partigiano

teniamoci per mano in questi giorni tristi

Di nuovo a reggio Emilia di nuovo la’ in Sicilia

son morti dei compagni per mano dei fascisti

Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera

Fischia il vento infuria la bufera

A diciannove anni e’ morto Ovidio Franchi

per quelli che son stanchi o sono ancora incerti

Lauro Farioli e’ morto per riparare al torto

di chi si è gia’ scordato di Duccio Galimberti

Son morti sui vent’anni per il nostro domani

Son morti come vecchi partigiani

Marino Serri e’ morto e’ morto Afro Tondelli

ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti

Compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro

versato a Reggio Emilia e’ sangue di noi tutti

Sangue del nostro sangue nervi dei nostri nervi

Come fu quello dei Fratelli Cervi

Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso

e’ sempre quello stesso che fu con noi in montagna

Ed il nemico attuale e’ sempre ancora eguale

a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna

Uguale la canzone che abbiamo da cantare

Scarpe rotte eppur bisogna andare

Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli

e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli

Dovremo tutti quanti aver d’ora in avanti

voialtri al nostro fianco per non sentirci soli

Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa

fuori a cantar con noi Bandiera Rossa!

Il racconto di Osman arrestato con false accuse di terrorismo: “Carabiniere gridava: ora c’è Salvini, vi facciamo il culo”

Osman è il ragazzo ghanese colpito da un falso arresto per terrorismo da parte di 3 Carabinieri di Giugliano (Napoli). 

3 militari sono stati arrestati nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Napoli Nord: volevano ottenere un encomio ed erano già attenzionati per altre vicende giudiziarie.

È finita, è finita, è finita! Devi morire in galera. Tu sei musulmano. Ora Renzi non ci sta più. È arrivato Salvini, ti devo fare un culo così”. Secondo il racconto di Osman, i carabinieri che lo hanno fermato hanno inveito così nei suoi confronti prima della chiamata in caserma per i rinforzi. Poi l’ingresso in casa e il ritrovamento, ancora finto, di un corano e di un piano per compiere un attentato nel centro commerciale di Mugnano. Tutto organizzato dai tre uomini in divisa.
Hanno scassato tutta la casa con una mazza– dice Osman – me li sono visti addosso all’improvviso e mi hanno portato dietro l’abitazione dove hanno fatto finta di ritrovare una pistola. Hanno cominciato a inveire contro di me. “Ma quella pistola non è mia l’avete messa voi”, gli ho detto. Ho cercato di urlare. Di fronte a noi abita un maresciallo e così ho cominciato a chiamarlo ad alta voce. Ma loro mi hanno bloccato”.

Osman parla a Fanpage della sua terribile esperienza. 

Concorso morale. Una storia Antifascista

Da ormai 3 mesi Nicolò si trova rinchiuso nel carcere delle Vallette, a Torino, per aver partecipato alla manifestazione antifascista contro Casapound del 22 febbraio scorso nel capoluogo piemontese.

Concorso morale. Una storia antifascista

Dopo diverse richieste di scarcerazione, il GIP (giudice per le indagini preliminari) gli ha concesso i domiciliari, vincolandoli però all’assegnazione del braccialetto elettronico, che non essendo però disponibile al momento fa sì che Nico rimanga in carcere. Questo accade perché i braccialetti elettronici vengono disposti come misure alternative al carcere ben sapendo che non sono disponibili in numero sufficiente, e molti detenuti si trovano in questa assurda situazione.

Nicolò è accusato principalmente di reati in concorso, coi quali non gli vengono contestate azioni specifiche se non la sua semplice presenza al corteo antifascista. Tutta l’operazione, orchestrata dalla Procura di Torino e richiesta a gran voce da tutti i partiti e dall’allora ministro degli interni Minniti, tuttora colpisce diversi altri antifascisti e antifasciste di Torino con firme, obblighi di dimora e arresti domiciliari. La frettolosità e l’inconsistenza dell’apparato probatorio dell’accusa delinea un’inchiesta dal forte carattere punitivo, politico e strumentale. Un vero e proprio esempio di che cosa voglia dire realmente la giustizia in questo paese: uno strumento di controllo del conflitto sociale e un’arma in mano alla classe dirigente.

Difficile non accorgersi dell’ipocrisia di chi qualche mese fa invocava, agitando le manette, punizioni esemplari per gli antifascisti, e ora si scandalizza delle politiche razziste del governo giallo-verde paventando un imminente ritorno del ventennio.

Chiediamo a tutti i sinceri antifascisti e antifasciste di sottoscrivere e alimentare questa campagna per la liberazione di Nicolò e di tutti gli antifascisti sottoposti a misure cautelari. Vi chiediamo di diffondere il video-racconto della vicenda che trovate al fondo dell’articolo, di inviare foto con l’hashtag #NicoLibero e la scritta “L’antifascismo non si arresta”, e di mandare cartoline e lettere di solidarietà al carcere delle Vallette dove si trova rinchiuso Nicolò.

Per scrivergli:

Nicolò Mirandola

Casa circondariale Lorusso e Cutugno

Via Maria Adelaide Aglietta, 35

10149 – Torino

 

Infoaut 2017 – Facciamo Movimento per il Movimento infoaut

Licenza Creative Commons

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SALVINI VIENI A PRENDERMI

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Io sono anarchico
Io sono agnostico
Io sono antifascista
Io sono antirazzista
Io sono antisessista
Io sono antimilitarista
Io sono anticapitalista
Io sono antimperialista
Io sono per i diritti civili
Io sono favorevole all’aborto
Io sono contro i confini
Io sono per il disarmo
Io sono cresciuto nei centri sociali
Io sono per il numero identificativo degli sbirri
Io sono per un europa equa e solidale
Io sono per la redistribuzione del benessere
Io sono per la patrimoniale
Io sono per il diritto allo studio e alla sanità per tutti
Io sono per la liberalizzazione delle droghe leggere
Io non ho uno stipendio da parlamentare
Io non ho amici mafiosi
Io non ho diamanti in Tanzania
Io non ho lauree comperate
Io non ho soldi nei paradisi fiscali
Io non ho fatto fortuna con l’odio
Io brucerei le banche e i covi dei fascisti
SALVINI VIENI A PRENDERMI

Con Moustafa

Ieri lo stato italiano ha firmato una pena esemplare sulla pelle abbronzata di un ragazzo incensurato, egiziano, di 22 anni. 4 anni e 8 mesi per Moustafa Elshennawi. Colpevole di resistere.

Con Moustafa

Fino al 10 febbraio del 2018 Moustafa era un lavoratore della logistica, un facchino iscritto al sindacato Si Cobas, consapevole, come tanti suoi colleghi, che solo con la lotta un lavoratore immigrato può sopravvivere nel ginepraio delle cooperative rosse, bianche e a pallini, in cui vige un regime di sfruttamento tale per cui l’arbitrio dei capetti è destinato a vincere se non ci si organizza e si lotta uniti contro quel sistema. Moustafa, a 20 anni, deve mantenere la sua famiglia, un padre e una madre disoccupati, un fratello e una sorella minorenni e un’altra sorella, solo col suo stipendio da facchino. Abita in una casa umida e malsana nella bassa pavese, dove paga 400 euro al mese ad un padrone che a un certo punto decide di sfrattarlo, forse perché non paga l’affitto. Forse lui, come tanti, si è trovato davanti alla fatidica scelta. Di solito è un padre di famiglia a dover decidere se dar da mangiare alla famiglia, comprare le scarpe, i vestiti, le medicine oppure pagare l’affitto. Questa volta è toccato a un ragazzo di vent’anni. E così è arrivato l’ufficiale giudiziario con un’ingiunzione di sfratto che Moustafa non ha voluto firmare, forse perché non comprendeva cosa ci fosse scritto o forse perché aveva capito che le carte timbrate sono sempre grane per quelli come noi, per quelli come lui. Non si può certo dire che Moustafa abbia molti motivi per avere fiducia nelle istituzioni. Ha vent’anni, ma già ne ha viste tante, compresi gli assistenti sociali che gli hanno portato via il fratello di 15 anni per rinchiuderlo in una comunità, col pretesto che fosse stato abbandonato dalla famiglia, mentre in realtà era con lui. Sa che neanche le forze dell’ordine non sono amiche di quelli come lui. Le ha viste, ne ha sentito parlare. Pestano lui e i suoi colleghi nei tanti picchetti durante gli scioperi che hanno costellato i magazzini della Bassa in questi anni. Sa che difendono il padrone e non i lavoratori che lottano per i propri diritti.

A Piacenza, il 10 febbraio, durante un corteo contro l’apertura della locale sede di Casa pound, vede le forze dell’ordine contrapporsi a lui e ai suoi compagni per difendere i nemici di quelli come lui. Quei razzisti che, nelle notti brave, rincorrono i ragazzini con la pelle nera, o caffellatte, minacciando di volerli smacchiare. Sicuramente ha sentito parlare, Moustafa, di quello che ha fatto un fascista razzista a Macerata pochi giorni prima e, possiamo immaginare, che quel “toccano uno tocca tutti” gli sia risuonato nella testa e gli abbia fatto capire che se un bianco spara a caso su dei cittadini neri e poi si avvolge nel tricolore, i tempi non sono belli per lui e per quelli come lui.. Non deve essere stato difficile, per lui, scegliere da che parte stare, anche perché i fronti erano già fatti. Come sempre. Per un ragazzo di vent’anni che ha già sperimentato la brutalità del sistema fa poca differenza un fascista o un padrone o un pubblico ufficiale. Un attimo che e una giovinezza buttata nel cesso a un egiziano immigrato che già in partenza non aveva niente da perdere. Cosi ha deciso il giudice, accogliendo in pieno le istanze del PM. Il sistema penale e la sua violenza sono innanzitutto questo. Creare equivalenze. Una bilancia. Loro vogliono pesare? E allora pesiamo anche noi. Su un piatto, i 4 anni e 8 mesi per Moustafa Elshennawi, colpevole, nel tentativo di raggiungere la sede di un partitino neo-fascista, di aver colpito un carabiniere ruzzolato per terra mentre i colleghi se la davano a gambe. Qualche acciacco e l’encomio del ministro dell’interno. Sull’altro, i 3 anni e 6 mesi di reclusione per Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, i quattro poliziotti colpevoli di aver ammazzato di botte, poco lontano, qualche anno prima, un ragazzo poco più giovane di Moustafa, Federico Aldrovandi. Una bara e una vita che non tornerà mai.

Chi ha la memoria corta potrà anche dire che la sentenza esemplare di ieri è tutta colpa di Salvini, ma noi non dimentichiamo che i dispositivi a protezione di tutte le adunate fasciste dello scorso febbraio sono stati comandati e voluti da Minniti, da quel democratico che in molti già rimpiangono, quel democratico che oggi, insieme ad altri democratici, grida all’avvento del governo giallo verde di fascisti, dimenticando che l’agibilità politica agli amichetti di Centinaio e del felpa l’hanno data proprio loro.

Non si sente, infatti, ancora nessuna voce “democratica” indignarsi contro quest’uso spregiudicato della legge, oggi che un tribunale è diventato sede di regolamento di conti tra un ragazzino egiziano e lo stato italiano. Oggi che il grande Minotauro non si è fatto scrupolo di sbranare vita e libertà di Moustafà… tanto per quello che conta. Oggi che ci tocca rispolverare persino un conservatore come Cicerone. Summum ius, summa iniuria, diceva Cicerone. È il paese dei cambi di casacca da capogiro, dei coccodrilli che fino a un minuto prima hanno sbranato i loro figli.

E poi diciamocelo, Salvini o non Salvini, Moustafa era il capro espiatorio perfetto per un delitto imperfetto. Negher, sindacalizzato, forse anche antifascista, violento contro le forze dell’ordine. Il mostro giusto da sbattere in prima pagina. Una nuova versione del black bloc, di quella strana specie odiata tanto a destra quanto a sinistra che va a portare scompiglio tra i bravi manifestanti democratici antifascisti. Black non per la bardatura, ma per il colore della pelle, perché, non lo dimentichino i giudici, Moustafa era a volto scoperto in piazza, la sua pelle era l’unica cosa che copriva la sua faccia. È forse quella una delle sue colpe principali, assieme alla sua rabbia.

Parola d’ordine del governo: Vietare!!!

I ddl della maggioranza: Stop ai medicanti e carcere per chi ricorre all’estero alla maternità surrogata

Dal divieto di chiedere l’elemosina in maniera «molesta» a quello di indossare il burqa o il niqab. Passando, e non è certo un particolare da poco, a prevedere il carcere per le coppie che si recano all’estero per ricorrere alla gestazione per altri e alla castrazione chimica per gli stupratori. Per non parlare, infine, della richiesta di istituire una commissione parlamentare che indaghi sulle presunte responsabilità del governo Monti (2012) nella vicenda dei due fucilieri della Marina Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.

A leggere solo alcuni degli oltre mille disegni di legge depositati da marzo a oggi alla Camera e al Senato, più che all’avvio di una legislatura sembra di assistere all’inizio di una resa dei conti da parte di chi, dopo aver passato qualche anno all’opposizione, una volta al governo in nome della «sicurezza» vorrebbe intervenire su tutto.

Tralasciando la dozzina di disegni di legge che si propongono di allargare la definizione di legittima difesa, ecco una piccola lista dei più significativi.

STOP A MENDICANTI E AMBULANTI Essere poveri non può essere una colpa riconoscono i leghisti, che ricordano però come una sentenza della Consulta abbia stabilito come il reato di accattonaggio «sia compatibile con la Carta costituzionale se chi mendica lo fa simulando infermità, arrecando disturbo o in modo invasivo». Da qui la proposta – primo firmatario Molteni – di introdurre il reato di accattonaggio molesto, un crimine capace di provocare «l’insicurezza dei cittadini e quindi un problema di ordine pubblico». Per i trasgressori, così come per i venditori ambulanti, è previsto quindi l’arresto da tre a sei mesi e un’ammenda da 3.000 euro, destinati a salire fino a un anno di carcere e a 10.000 euro di multa se il fatto «provoca disagio alle persone o intralcio alla circolazione, sia delle macchine che dei pedoni».

MATERNITA’ SURROGATA La legge 40 sulla procreazione assistita prevede già una pena da tre mesi a due anni e una sanzione da 600 mila e un milione di euro per chi «realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità» nel territorio nazionale. Il ddl presentato da Fratelli d’Italia punta ad estendere le stesse pene anche a quelle copie italiane che non potendo avere figli «si avvalgono della tecnica della surrogazione di maternità in un Paese estere in cui la stessa è consentita».

CASTRAZIONE CHIMICA Un solo articolo (primo firmatario il leghista Molteni) che prevede l’introduzione del «trattamento farmacologico di blocco androgenico totale per coloro che commettono reati sessuali, in particolare a danno di minori», considerato una misura «allo stesso tempo deterrente, preventiva e risolutiva». A disporre il trattamento è il giudice che – «previa valutazione della pericolosità sociale e della personalità del reo», indica il metodo da utilizzare e la struttura sanitaria pubblica nella quale eseguirlo. Il trattamento è obbligatorio in caso di recidiva e nel caso le vittime siano dei minori.

NO A BURQA E NIQAB Anche in questo caso la proposta arriva dal Carroccio e mira a introdurre nell’ordinamento giuridico «un divieto esplicito a indossare in luogo pubblico o aperto al pubblico indumenti atti a celare il volto, non soltanto per motivi di ordine pubblico e sicurezza ma anche, come nel caso di burqa e del niqab, in quanto considerati atteggiamenti inconciliabili con i principi fondamentali della Costituzione, primo fra tutti il rispetto della dignità della donna». Coprirsi il volto, anche per motivi religiosi, potrebbe quindi comportare da un’ammenda da 1.000 a 2.000 a alla reclusione – nel caso di chi obbliga una donna a indossare i due indumenti – da uno a a due anni e una multa da 10 mila a 30 mila euro. la pena aumenta della metà se il fatto è commesso «a danno di un minore o una persona disabile».

Carlo Lania

da il manifesto

Quando il cambiamento uccide i diritti, uccide il futuro di un paese: siamo tutti Soumayla Sacko

Il nuovo Governo nasce da un patto e da un “contratto” scellerato. Nasce e si insedia con le dichiarazioni di un Ministro dell’Interno che non segna una discontinuità con le politiche sociali ed in particolare sul tema dei diritti e dell’immigrazione, che hanno invece reso evidente il fallimento di una politica cieca e “contraria” allo sviluppo di un paese civile e democratico.

Un Governo che inneggia alle ruspe e ai respingimenti non potrà mai essere un esecutivo in linea con i tempi e con il rispetto dei diritti umani. Un Governo che è pro-frontiere e “contro” la mobilità umana è un Governo che contrasta il futuro di un paese, e che torna ai tempi e ai proclami scellerati di epoca “fascista”.

Un Governo e movimenti e partiti che annunciano di governare per la sicurezza del paese, eliminando o riducendo lo spazio democratico non sarà un Governo che porterà alla prosperità di un paese e di una collettività che ha bisogno oggi più che mai di diritti e di politiche illuminate.

Inneggiare a respingimenti improbabili e inattuabili, inneggiare ai nuovi centri di detenzione per ripulire le piazze e le strade dai migranti, sventolare e azionare le ruspe sdogana gli istinti peggiori ed è il chiaro segnale di una politica che non sa fare politica, che preme sulla “pancia” di sentimenti populisti e della peggiore destra di recente memoria.

Non sono casi isolati gli spari sui migranti, il blocco delle navi che soccorrono, le irruzioni dei nuovi camerati nelle sedi delle associazioni e nelle piazze pubbliche e nelle biblioteche, i titoloni di alcuni giornali nazionali che inneggiano alla nuova “guerra” ai migranti. Tutto questo è un “piano strategico” già visto. Vecchio, pericoloso, ottuso e soprattutto che colpirà nel profondo un paese che è molto diverso da quello che ci vogliono far credere.

Annunciare di tagliare fondi all’accoglienza è propaganda. Investire nell’accoglienza è politica e sviluppo e lo dimostrano paesi che da anni hanno governato i flussi migratori con lungimiranza e democrazia.

Stiamo assistendo al ritorno di un oscurantismo che colpirà nel profondo un sistema ed un paese che ha bisogno di diritti, di nuovi cittadini, di coesione sociale, di sviluppo, di formazione e lavoro legale, combattendo davvero nel profondo le iniquità, le ingiustizie di classe e di razza. Tornare indietro sul tema dei diritti civili, sociali, politici è un grave passo indietro che pagheremo tutti, perché l’immigrazione è la cartina tornasole del grado di democrazia di un paese sano ed al passo con i tempi.

Questo cambiamento noi non lo vogliamo. Lo denunceremo. Lo contrasteremo con la forza dei diritti, con la forza degli esseri umani che sono contro ogni forma di fascismo.

Perché il cambiamento vero è in chi non si riconosce in propagande nazionaliste, in chi non tenta di ricostruire politiche razziste e xenofobe, in chi si occupa di ricostruire un tessuto sociale sano ed inclusivo. In chi denuncia da anni che il business dell’immigrazione è in mano a sfruttatori organizzati e autorizzati. In chi denuncia un business organico ad un sistema che quando elimina o delimita lo spazio dei diritti umani è uno spazio che toglie democrazia e sviluppo ad un paese intero.

Non importa che i colpi che hanno ucciso Soumalya Sacko e ferito altre due persone siano stati sparati solo “perché” contro dei neri, oppure che siano stati sparati perché quei neri erano un fastidio o rischiavano di far scoprire altro (il sito di interramento di rifiuti illegale). Ciò che importa è che di sicuro quei colpi sono stati resi più facili, che il dito sul grilletto si è spinto con minori remore, dal fatto che gli obiettivi erano dei neri o dei migranti che lavoravano nelle campagne. Non delle persone, ma più semplicemente degli “immigrati”, se non dei “clandestini” (non importa se con permesso o senza; questo è il loro status, secondo la vulgata) la cui vita vale molto meno delle altre.

È la percezione che si ha del migrante come sub-persona che conta, non che con coscienza e volontà si sia inteso uccidere un nero perché nero (non è Traini, ma se vogliamo è quasi peggio, perché più “normale”). Ed è una percezione che oggi viene definitivamente ed istituzionalmente sdoganata con affermazioni di chiaro stampo xenofobo del Ministro dell’Interno.

A qualcuno di noi, a chi c’era, può ricordare le giornate di Genova nelle quali, con evidenti riferimenti al nuovo governo di allora (infarcito di personaggi che non facevano mistero delle loro idee xenofobe e di esaltazione del fascismo), si sentiva dire ai picchiatori in divisa che le cose ormai erano cambiate, che per lezecche “non ce n’è più”. Allora, con fatica, gli anticorpi si sono attivati, e il peggio è stato (forse) scongiurato. Quegli anticorpi che oggi più che mai, nella recente storia repubblicana, devono immediatamente azionarsi.

Siamo tutti Soumayla Sacko.

Le mani e le voci che hanno politicamente armato il suo assassino sono anche tra le mani e voci che siedono in Parlamento, anche tra una parte di quanti hanno proclamato il Governo del Cambiamento, ma sono anche nelle parole e nelle politiche di chi, negli ultimi anni, ha fatto propaganda contro le navi delle Ong, contro le cosiddette invasioni, lasciando nell’abbandono parti di territorio nazionale e, con esse, tante persone, di cittadinanza italiana e non italiana, costrette allo sfruttamento nelle campagne.

Il cambiamento siamo noi e non la vostra politica.

Campagna LasciateCIEntrare, Legal Team Italia, Progetto Melting Pot Europa, Ass. La Kasbah, Garibaldi 101, Presidio Piazzale Trento – Cagliari, Co.S.Mi, Collettivo Mamadou, Ambasciata dei Diritti delle Marche, Osservatorio Migranti BasilicataAntenne Migranti

Legittima difesa? ok

Priorità del governo, ma, in fondo in fondo, non solo del governo…

Legittima difesa? ok

Sono una persona semplice ed effettivamente questa legge sulla legittima difesa mi interessa, ma ho delle difficoltà a capire, vale solo per il furto di gioielli o per qualsiasi furto?
Non ho paura che qualcuno mi svaligi la casa, non c’è niente, probabilmente se ne andrebbe lasciandomi qualcosa in frigo, al contrario vengo continuamente derubata prima di investire i soldi in gioielli…

Per esempio il datore di lavoro che ruba le mezzore (se calcolo in una settimana 2 ore, 52 settimane, 6 euro l’ora…ovviamente se te li danno 6 euro ora!) in un anno sono più di 600 euro. Rubati
Poi i voucher ho perso il conto di quanti ne ho preso, su 10 euro 2,50 andavano all’inps (ovviamente a carico mio) ma non mi dava diritto né alla disoccupazione né alle maturazioni a fini pensionistici e quindi altre centinaia di euro volatilizzati. Rubati.

Poi per il progetto P.I.O. – una specie di reddito di cittadinanza sparato subito dopo il 4 marzo dalla regione Toscana giusto per far concorrenza a quegli altri – l’Inps ad oggi mi deve 1500 euro in erogazione da Marzo, non pervenuti… nel frattempo continuano a torchiarmi con i colloqui al centro per l’impiego, alle agenzie interinali, le attività e i corsi da fare al sindacato.

Il padrone di casa che mi affitta un tugurio pieno di infiltrazioni e muffa di 30 mq a 600 euro in periferia. Un furto.
Le bollette? Se di media tra luce, gas e acqua spendo minimo 180 euro ogni due mesi, sono almeno altri 400 euro annui di tasse.
Dei conti indecifrabili dell’amministratore di condominio ne vogliamo parlare?! Dell’assicurazione della macchina?! Furti, con lo Stato a coprire e ad orchestrare.
Della partita iva? Me l’hanno fatta fare perché facevo la promoter. Figurati. Sai che fatturati… non è un furto?
E le banche che si prendono poi i soldi che mi sono stati estorti cosa sono?

Ricapitolando secondo Salvini sarà legittimo che io e tutti gli altri derubati prendiamo a bastonate i ladri, con un bel mattarello. Ci sto! Mi rimane un dubbio, solo gli esecutori o anche i mandanti, quelli che fanno da palo e chi fa l’autista/scorta?

 

Penetentzia