Paradosso all’Italiana. Quando il governo boicotta se stesso – FORUM PER CAMBIARE L’ORDINE DELLE COSE

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Lo scorso dicembre il Senato ha definitivamente approvato il decreto legge 130, convertito in legge n. 173/20. Sono stati così finalmente modificati i cosiddetti “decreti sicurezza” voluti dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Ma le modifiche per essere tali devono ripercuotersi sulla realtà e trovare effettiva applicazione, altrimenti restano carta morta. Per questo insieme a GREI250, Refugees Welcome  Italia, Fondazione Migrantes, Rete EuropAsilo, e alle decine di associazioni che fanno parte del Forum e che si muovono operativamente sul territorio nazionale (qui la mappatura in continuo aggiornamento), abbiamo realizzato un monitoraggio sul campo.
Sedici le città coinvolte – Reggio Calabria, Lecce, Brindisi, Bari, Foggia, Termoli, Napoli, Caserta, Roma, Firenze, Bologna,  Ancona, Parma, Trieste, Bolzano – dove abbiamo verificato le prassi degli uffici immigrazione delle Questure locali e delle Commissione territoriali per la protezione umanitaria, oltre che le posizioni assunte dai tribunali ordinari, concentrandoci in particolare sull’accesso alla protezione speciale prevista dal DL130. Il risultato è allarmante: centinaia di persone che avevano già subito le conseguenze dei decreti sicurezza continuano a essere intrappolati in  un pericoloso limbo giuridico e di irregolarità. 
Come Forum per cambiare l’ordine delle cose, insieme a molte altre realtà attive nella tutela dei diritti abbiamo atteso a lungo una modifica dei “decreti sicurezza” che, a dispetto del nome, avevano avuto l’effetto di aumentare l’insicurezza per oltre centomila persone, escluse dai percorsi di accoglienza e rese maggiormente vulnerabili a causa dell’eliminazione della protezione internazionale. Lo scorso dicembre l’approvazione in Senato del DL130 ha finalmente modificato tali decreti. Nonostante auspicassimo l’abrogazione, abbiamo salutato con soddisfazione la modifica, anche a fronte del denso percorso di advocacy e pressione politica promosso insieme a una rete di associazioni e attivisti.
E’ quindi con grande delusione che costatiamo come ad oggi la modifica normativa sia di fatto schiacciata e scavalcata da prassi illegittime e circolari.  Le richieste di protezione speciale sono bloccate, come i casi pendenti e i rinnovi dei permessi di soggiorno. Il motivo di questo stop al cambiamento, pur promosso dalla normativa recentemente approvata, è da rintracciare nell’assenza di indicazioni pratiche da parte dell’amministrazione centrale: una mancanza che lascia spazio a prassi illegittime da parte delle Questure e delle Commissioni territoriali. Istanze non ricevute, o ricevute ma non prese in esame; documentazioni integrative che non vengono prese in considerazione, nonostante così sancisca la legge 173/2020; richiesta, da parte delle Questure, di requisiti previsti dai ‘decreti sicurezza’ ma eliminati dalla legge attuale, sono solo alcune delle prassi che mantengono migliaia di persone in un limbo burocratico e giuridico.
Abbiamo scritto una lettera aperta al Ministro Lamorgese, aisottosegretari agli Interni, aicapo dipartimenti della Pubblica sicurezza, per le Libertà Civili e l’immigrazione e alpresidente della Commissione Nazionale Asilo. Per ora non abbiamo ricevuto alcuna risposta. 

Il DL130 era stato pensato per sanare una situazione che aveva escluso e marginalizzato migliaia di cittadini stranieri. Nonostante la sua approvazione, la situazione di queste persone è rimasta la stessa. E’ urgente un cambiamento reale, al passo con la legge. Per questo come Forum per cambiare l’ordine ci facciamo promotori di una campagna di sensibilizzazione e pressione politica. Dopo aver constatato la disapplicazione della legge, vogliamo informare e formare i/le migranti – le prime persone colpite da questa situazione – così come chiunque voglia capire meglio la normativa, anche per contrastare le prassi illegittime. Sosterremo concretamente operatori e operatrici, che invitiamo a rivolgersi a noi per un sostegno nella presentazione delle istanze. Vogliamo essere spazio di aggiornamento sulla situazione, di denuncia per chi vuole segnalare criticità e problematiche sul proprio territorio, e di sintesi di quanto osservato sul campo, attraverso la diffusione di un report di analisi delle criticità.
Chiediamo alle realtà impegnate sul campo di aderire alla campagna: è importante che chi ogni giorno è impegnato sui territori svolga un lavoro di monitoraggio del reale affinché si applichi, finalmente, la legge.

1 Maggio 1987 muore Mario Scrocca

Primo maggio del 1987, alle 21.30 viene dichiarata, dai medici del S. Spirito di Roma, la morte di Mario Scrocca. Era stato prelevato il giorno prima da casa, accusato di un pluriomicidio avvenuto quasi dieci anni prima; su sua espressa richiesta durante l’interrogatorio era stato sottoposto a vigilanza a vista. Il ragazzo (27 anni) costretto in isolamento era sorvegliato con la cella aperta. Per un “errore” nel cambio di consegna degli agenti penitenziari, la sorveglianza a vista si trasforma in controllo ogni dieci minuti dallo spioncino.

Scrocca fu arrestato per il duplice omicidio di due neofascisti in via Acca Larentia nel gennaio 1978 sulla base delle rivelazioni di una pentita Livia Todini (all’epoca dei fatti quattordicenne), che parlò di un certo Mario riccio e bruno ma non lo riconobbe nel corso del riscontro fotografico.

Alle 20 del primo maggio, orario del cambio di guardia, gli agenti trovano il giovane impiccato, non in una cella antisuicidio, ma in una cella anti impiccagione. Riuscì ad impiccarsi per uno scarto di 2 millimetri usufruendo dello spazio del water, incastrando la cima del cappio nella finestra a vasistas, cappio confezionato con la federa del cuscino scucita e legata alle estremità con i lacci delle sue scarpe (che erano stato confiscati insieme alla cintura al momento della carcerazione); lacci che torneranno magicamente sulle scarpe del ragazzo (uno regolarmente allacciato) quando arriverà al S.Spirito.

I primi soccorsi vengono effettuati direttamente a Regina Coeli, sembra, nella stessa cella, poi il detenuto viene portato all’ospedale che dista circa 500 metri dalla casa circondariale, che purtroppo sono contromano, 1.6 km per un tempo stimabile al massimo in 10 minuti. Il trasporto avverrà nel portabagagli di una 128 Fiat familiare, anziché sull’autoambulanza di servizio del carcere. Due agenti di custodia e un maresciallo, senza alcuna presenza del medico che avrebbe dovuto prestare teoricamente il primo soccorso; appare evidente ai sanitari dell’Ospedale che nulla è stato tentato per salvare Mario. Arriverà al S. Spirito alle 21.00 già cadavere. Non sarà permesso ai familiari (avvisati per altro al telefono e senza qualificarsi) di vedere il corpo fino alle 6 del mattino successivo, che non presenta tracce di lesioni se non per l’enorme ematoma sulla spalla destra e sul collo, solcato da larghi e profondi segni, dichiarati dagli stessi sanitari, non prodotti da stoffa.

Tre giorni dopo la morte di Mario, il Tribunale del Riesame revocherà il mandato di cattura.

Dopo la costituzione come parte civile, nel procedimento aperto contro ignoti, della moglie, spariranno tutti i fogli di consegna, di ricovero e requisizione degli oggetti al momento dell’arresto. A distanza di un anno il procedimento si chiuderà in primo grado senza responsabili se non lo stesso giovane.

L’accaduto è sempre stato volutamente nebuloso fin dall’arresto su dichiarazioni di seconda mano di una pentita che avrebbe appreso notizie da una persona non rintracciabile. Evidenti le irregolarità nella carcerazione, le stranezze della morte del giovane e nei referti autoptici.

Nessuno ha mai dato risposte se il giovane sia “stato suicidato” o se sia stato istigato al suicidio, reato che all’epoca non esisteva.

La responsabilità “reale” di quel giovane è stata avere un nome troppo comune, una famiglia, un bimbo di due anni, un lavoro stabile, essere militante di Lotta continua e poi tra i fondatori delle RdB del settore sanitario, amare il suo lavoro, la sua vita e le sue convinzioni politiche

primo maggio

Un giovedì di sangue con 5 lavoratori morti nelle province di Taranto(2), di Vicenza, di Potenza e in un Cantiere Amazon a Alessandria, dove sono rimasti feriti anche altri tre operai. Muore Mattia Battistelli un operaio di soli 23 anni, la tragedia a Montebelluna in Veneto

Dall’inizio dell’anno al 1° maggio ci sono stati 218 morti su luoghi di lavoro, 57 a Aprile, 435 con i morti sulle strade e in itinere

Torino: Primo maggio, per salvarci dobbiamo cambiare sistema!

Primo Maggio: H. 9,30 Piazza Vittorio Veneto – Crisi sanitaria, crisi sociale, crisi ecologica: per salvarci dobbiamo cambiare sistema

Ad oltre un anno dall’inizio dell’emergenza Covid-19, udiamo promesse, proclami e ipocrite campagne elettorali, mentre continuiamo a non vedere la luce in fondo al tunnel. La pandemia è uno dei frutti avvelenati del sistema sociale in cui viviamo, del modo in cui sono organizzate nella nostra società le relazioni tra esseri umani, nonché tra esseri umani e natura. Il persistere dell’emergenza e l’avvicendarsi delle ondate di contagio rende palese come il sistema che ha prodotto la pandemia sia lo stesso che non è in grado di risolverla.

Il contagio nasce in seno ad un capitalismo sempre più vorace che ignora i limiti ecosistemici presenti in natura. Agroindustria, deforestazione, devastazione di ambienti incontaminati sono i processi che permettono la promiscuità tra uomo e animale in cui i virus possono compiere dei salti di specie. Questi eventi non sono affatto casuali, ma sono ovvie conseguenze della tendenza del capitalismo a massimizzare il profitto e a concentrarlo nelle mani di pochi. Ed è sempre conseguenza di un capitalismo che si riproduce sui flussi del mercato globale, dove uomini, merci e denaro si spostano senza sosta da un lato all’altro del mondo, che il virus si è diffuso ad una velocità senza precedenti.

Mentre scriviamo questa indizione, i morti da Coronavirus sono oltre 3,09 milioni nel mondo, di cui 119mila solo in Italia – l’equivalente di una città delle dimensioni di Bergamo – e l’impressione che abbiamo è che, nonostante le vaccinazioni ed i lockdown, ci toccherà fare i conti con questa malattia ancora per molto tempo.
Il nostro sistema sanitario ha subito una radicale trasformazione negli ultimi trent’anni. Pensato originariamente come un modello pubblico ed universale, ma al contempo attento ai bisogni e alle specificità dei singoli territori, è stato progressivamente smantellato. Al suo posto abbiamo assistito a processi irreversibili di razionalizzazione, privatizzazione, aziendalizzazione e concentrazione esclusiva di risorse in grandi poli di eccellenza. La crisi del sistema sanitario di fronte all’esplosione del Coronavirus è stata la conseguenza fisiologica di scelte politiche che hanno messo in mano la salute dei e delle cittadine ad amministrazioni regionali sconsiderate, con un piano pandemico mai aggiornato, rimuovendo completamente il tema della prevenzione, in quanto poco remunerativo. Al di là del caso specifico del Covid, oggi in questo Paese vi sono milioni di persone che, in solitudine e nella totale invisibilità, devono affrontare difficoltà insormontabili ad accedere alle cure sanitarie per mancanza di reddito, perché straniere, perché prive di documenti. E vogliamo parlare dei vaccini, oggetto di un conflitto tra Stati, nonché fonte inesauribile di arricchimento per multinazionali del farmaco che piuttosto che cedere sui brevetti lascerebbero morire altri milioni di persone. Senza contare che il ritardo con cui si sta svolgendo la campagna vaccinale conferisce ampio vantaggio ad un virus che costantemente muta.
L’ informazione rispetto ai vaccini è confusa, i giornali cavalcano un’onda di allarmismo generale che sin dall’inizio della pandemia ne accompagna la gestione.
Anche questo è il frutto di scelte fatte molto tempo addietro, aver appaltato al libero mercato la ricerca e la produzione di farmaci, aver trasformato il benessere della popolazione in una possibilità di profitto per pochi, rinunciando ad investire in una ricerca scientifica pubblica per il bene comune.

Mentre lobbies imprenditoriali e grandi multinazionali influenzano indisturbate le scelte di governo, milioni di lavoratori si recano ogni giorno in fabbrica, nei magazzini della logistica o in ufficio, rischiando di ammalarsi. Altre centinaia di migliaia sono cadute nel giro di pochi mesi nella spirale della disoccupazione, dell’impoverimento e dell’insicurezza sociale.
E questo è solo l’inizio, a fronte di un governo che ha intenzione nei prossimi mesi di rimuovere il blocco dei licenziamenti.
Nel mentre di una crisi sociale già in atto, assistiamo all’ascesa di uno dei governi più vergognosi della storia repubblicana, dove la gran parte dell’arco istituzionale si è accordato per spartirsi i fondi del Recovery Fund. Il “Governo Draghi” rappresenta la quintessenza degli interessi imprenditoriali, predatori e speculatori del nostro paese, la ragion di stato di Confindustria. Supportato da un’ Europa sempre più incapace di garantire il benessere promesso ai propri e alle proprie cittadine – a esclusione di chi il titolo di cittadinanza non ce l’ha – mimetizza i propri interessi dietro la retorica della “transizione ecologica” e de “il Governo dei migliori”.

“Transizione ecologica” che stiamo vedendo all’opera, in tutta la sua violenza ecocida, in Val di Susa. A San Didero sta venendo raso al suolo un intero bosco per sostituirlo con una colata di cemento. Il progetto prevede un nuovo autoporto per camion che dovrebbero trasportare merci che non esistono. Nel mentre, è in corso la militarizzazione di un intero territorio e viene messa in pericolo la salute dei e delle cittadine. Il bosco di San Didero è pesantemente inquinato da pcb e diossine, emesse dall’acciaieria Beltrame che ha interrotto la sua produzione nel 2014. Rivoltare quel terreno vorrebbe dire rimettere in circolo particelle che provocano malattie cardiovascolari e all’apparato polmonare. Sempre per citare i “benefici” del TAV Torino Lione, si stima che nel corso di dieci anni di lavori verrebbero rilasciate nell’aria quasi 10 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Un’emissione che non verrebbe recuperata nemmeno se la linea lavorasse a pieno regime per 20 anni, cosa pressoché impossibile secondo il rapporto “Creuzet”.

Il costo spropositato di quest’opera – 8 miliardi di euro, secondo i promotori, ma destinati a moltiplicarsi – potrebbe essere investito per le vere emergenze che la pandemia ha messo in luce. Qualche suggerimento? Sicurezza sul lavoro ed un reddito minimo garantito per chi è stato penalizzato dalla crisi; potenziamento della sanità territoriale – che sia davvero accessibile e universale – e di ricerche sulla prevenzione, investimenti per scuole ed università finite nel dimenticatoio insieme ad un futuro per i e le giovani, messa in sicurezza dei territori e bonifica di quelli inquinati e devastati. Su questo devono essere redistribuite le risorse, qui è la posta in gioco per avere un futuro. Tutto il resto è propaganda di un sistema che ci costringe ogni giorno a lottare per la nostra sopravvivenza, in quanto individui e in quanto specie.

NETWORK ANTAGONISTA TORINESE

25 APRILE 1945 – 2021RESISTENZA AL NAZIFASCISMO E LOTTA PER IL SOCIALISMO!

Per i comunisti il 25 Aprile non è solo la vittoria e la conclusione della guerra contro il fascismo e l’occupazione nazista, ma il momento più alto dell’obiettivo delle classi subalterne: rovesciare il sistema borghese capitalista, creatore e finanziatore di quei regimi, nazismo e fascismo, principali responsabili della devastazione della II Guerra mondiale e della carneficina di milioni di esseri umani.
La Resistenza ha visto decine di migliaia di operai, contadini, lavoratori, giovani e donne del popolo, opporsi in armi contro l’oppressione del nazifascismo e del sistema che lo aveva generato e sostenuto contro lo sviluppo delle idee e del movimento rivoluzionario della classe proletaria, rafforzatosi dopo la vittoriosa Rivoluzione bolscevica del 1917.

I Partigiani italiani, al contrario da quanto espresso dal revisionismo borghese sono stati, a maggioranza, diretti dall’allora Partito Comunista, avanguardia rivoluzionaria che lottava per assumere la gestione della società, liberarsi dal capitalismo e avviarne la trasformazione in senso socialista. Nelle file delle Brigate partigiane comuniste, i Commissari politici diffondevano idee rivoluzionarie e formavano i combattenti rivoluzionari al marxismo-leninismo.

Rivendicare oggi il ruolo svolto dai Partigiani e recuperare i loro insegnamenti, lo spirito rivoluzionario e l’abnegazione, significa lottare per una causa universale: l’abbattimento dei regimi borghesi e la costruzione di una nuova e più elevata società basata sull’abolizione dello sfruttamento, fino al passaggio alla società senza classi.

Anche quest’anno, a causa delle misure restrittive decise da governi, che non hanno prodotto ciò di cui vi è bisogno per contrastare il diffondersi della pandemia ‘Covid-19’, siamo costretti a celebrare la vittoria contro il nazifascismo in forme contenute e limitate.

Nell’emergenza sanitaria il sistema borghese ha dimostrato tutto il suo marciume; nel sistema sanitario pubblico, penalizzato da decenni di neoliberismo, si è consumata l’inefficienza, l’inadeguatezza e la corruzione, che la privatizzazione della sanità ha prodotto, gravando sulla vita dei lavoratori e delle loro famiglie. Se la strage degli anziani è il crimine più evidente, le centinaia di migliaia di licenziamenti, il dilagare della povertà, la militarizzazione della società, le restrizioni delle residue libertà democratiche, hanno svelato il vero volto delle politiche dei governi borghesi.

Mentre il bilancio sanitario è deficitario anche ad affrontare il ‘Covid19’, sono in aumento le spese militari. Il governo acquista nuovi sistemi di armi d’attacco aumentando del 6% la spesa bellica, accetta l’aumento della quota di appartenenza alla Nato, invia militari all’estero in zone dove (con altri paesi imperialisti) depredare risorse naturali e sfruttare le popolazioni locali, finanzia e sostiene regimi criminali come Libia e Ucraina. Anziché aumentare gli operatori sanitari e le loro retribuzioni, vengono elogiati militari, polizia e carabinieri, impiegati per tenere la popolazione a debita distanza … sociale!

Il passaggio del governo da Conte2 a Draghi ha comportato uomini “forti”, generali, commissari e super-poliziotti, con esperienze di controllo sociale e politico, di guerre imperialiste. Il governo non intende gestire l’emergenza ‘Covid19’, ma abituare la popolazione alla presenza militare sul territorio in preparazione di misure sempre più autoritarie su occupazione, sanità, istruzione, servizi sociali, trasporti, pensioni, ecc.

Sfratti, licenziamenti, arresti di operai e giovani in lotta in difesa del salario, del posto di lavoro, dell’ambiente, la cassa integrazione, la disoccupazione, l’aumento della povertà, sono oramai fatti quotidiani.

Il governo dell’oligarchia finanziaria mira non solo a impedire potenziali ribellioni, ma a privare il movimento operaio e sindacale di diritti politici, sindacali e sociali, conquistati a caro prezzo: dal diritto di sciopero al diritto di manifestazione, di organizzazione e di rappresentanza sindacale, fino all’utilizzo antisindacale di strumenti giudiziari.

Come mostrano tante sentenze sui licenziamenti, sull’amianto e per ultimo quella vergognosa emessa dalla IV sezione della Cassazione sulla strage ferroviaria di Viareggio che condanna i lavoratori RLS che hanno “osato” costituirsi parte civile a pagare 80.000 euro di spese legali e processuali. A 4 mesi dalla sentenza sulla strage di Viareggio, i familiari sono ancora in attesa delle motivazioni. A 30 anni dalla strage del traghetto ‘Moby Prince’ a Livorno, le istituzioni si sono ridotte a invocare piena luce (140 Vittime, zero colpevoli!). Due stragi di lavoro dove 172 Vittime sono bruciate vive!

La borghesia – che nonostante la pandemia ha aumentato i profitti – combatte per mantenere il proprio dominio politico ed economico contro la classe lavoratrice avvalendosi anche della versione autoritaria del leghismo e del nazionalismo di Fratelli d’Italia, e della versione squadristica di Casa Pound, Forza Nuova, Lealtà e Azione e altre lugubri formazioni, che alzano il tiro (con l’obiettivo di strumentalizzare il malcontento del ceto medio), ritenendosi legittimate da anni di propaganda revisionista e da operazioni “pacificatorie” della sinistra borghese.

Armi, eserciti, decreti Salvini, missioni “umanitarie” di guerra, non garantiranno maggiore sicurezza, ma l’aumento dell’oppressione e dello sfruttamento in una situazione caratterizzata da una profonda crisi economica e sociale del sistema capitalista-imperialista; una crisi causata dalle contraddizioni insite nel sistema, le cui conseguenze pesano sulle spalle della classe operaia e degli strati popolari.

Quanto sta accadendo ha precisi responsabili: i “padroni del vapore” e i loro lacchè. Deve nascere in ogni proletario un profondo sentimento di odio di classe, come spinta necessaria ad affrontare la lotta di resistenza a questo marcio sistema.

I valori tramandati dalla Resistenza, gli ideali rivoluzionari che spinsero i Partigiani a combattere il nazifascismo per un’altra società, sono un patrimonio da utilizzare per una nuova Resistenza, contro il potere del capitale a livello mondiale, per la ripresa del conflitto di classe e una fase di lotte rivoluzionarie.

Oggi come ieri, l’unità, la lotta e l’organizzazione dei comunisti sono condizioni per la vittoria.

ORA E SEMPRE RESISTENZA!

Unione di lotta per il Partito comunista

Salviamo Melting Pot! Da 25 anni online per i diritti

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Oltre il genere

La logica binaria che sottende la divisione degli umani in generi distinti implica uno iato tra il più ed il meno, il pieno e il vuoto, il vaso e il seme, lo spazio dei sentimenti e quello della ragione. Questa logica, che si pretende naturale, fonda l’ordine patriarcale.
L’universale umano nasce e resta a lungo saldamente maschile. Un maschile cui vengono iscritte le qualità “naturali” che “spiegano” la gerarchia tra i generi, all’interno della gabbia normativa familiare.
La “famiglia” come nucleo etico rappresenta l’elemento normalizzatore delle anomalie, che le lotte delle donne, delle persone omosessuali, asessuali, transessuali, hanno reso visibili e pericolose per ogni pretesa di socializzazione autoritaria dei bambini, delle bambine, dei bambinu.
A sua volta il binarismo tra etero e omo sessualità ripropone maschere rigide cui le persone sono chiamate ad adeguarsi.
Le famiglie arcobaleno sono la mimesi delle famiglie eterosessuali, sia nel rapporto tra coniugi, che nella loro relazione con i bambin*, che per legge vivono con loro.
La storia della libertà delle persone le cui identità non sono conformi all’universale maschile nell’ultimo secolo ha tracciato nuovi sentieri dell’umano.
Tuttavia il mero afflato paritario sul piano dei diritti si limita a riempire il vuoto, inserire l’eguale, dare corpo al vaso, attenuare la dicotomia tra ragione e sentimento, ma non spezza la logica binaria, che, anzi, si insinua anche dove le differenze sono l’humus culturale in cui cresce la possibilità di passare dal genere all’individuo. La pratica in cui ciascuno approda, transitoriamente, a se stesso in un divenire fluido di continua sperimentazione.
Sul piano teorico è nodale l’apporto pionieristico di Foucault, che considera le “identità sessuali”, anche nel loro farsi storico, non un conglomerato concettuale da cui partire, ma semmai la questione stessa.
Il costruzionismo queer riprende da Foucault la strategia di decostruire le identità che passano come naturali considerandole invece come complesse formazioni socio-culturali in cui si intrecciano discorsi diversi.
Un approccio libertario deve e può andare oltre la decostruzione delle narrazioni che costituiscono le identità di genere, perché vi innesta l’elemento di rottura rappresentato dall’agire politico e sociale di soggetti, che si costituiscono a partire dalle proprie molteplici alterità, rivendicate ed esperite sul piano della lotta. Soggetti capaci di una autonoma produzione di senso, di relazioni, di pratiche sovversive rispetto all’ordine patriarcale, alla logica binaria, alla naturalizzazione delle relazioni sociali.
A Foucault il merito di aver riconosciuto l’importanza delle relazioni di potere e la necessità di riconoscerle come tali per poterle spezzare.
L’ordine patriarcale non si fonda solo sulla pretesa che la gerarchia sia biologicamente fondata ma anche sulla prospettiva culturale di identità costanti, fisse, socialmente definite. Questa pretesa consente alla gerarchia di riprodursi in ogni relazione umana.
L’attacco frontale alle identità rigide ed escludenti attuato da chi vive al di là e contro i generi, i ruoli, le maschere ha una forza dirompente.
La critica all’essenzialismo si nutre della decostruzione dell’identità di genere. Concepire l’identità, ogni identità, come costruzione sociale, confine mobile tra inclusione ed esclusione, è un approdo teorico che si alimenta della rottura operata dai movimenti transfemministi ed lgtbtq.
All’interno delle nostre società questi percorsi fanno paura. Per le destre la riconquista dell’identità, o la difesa dell’identità minata, diviene il centro nevralgico dell’azione politica e di governo. Ogni locuzione, ogni motto si regge su un piedistallo “identitario”.
Il lutto per le identità forti, smarrite e da ritrovare, attraversa anche certa sinistra, orfana di una narrazione che dia senso al proprio mondo.
La deriva identitaria non è mero patrimonio delle destre sovraniste, localiste, fasciste, misogine, omofobe, razziste, perché sfiora anche ambiti di movimento, che si pretendono distanti dall’approccio essenzialista della destra.
La reazione alla violenza del capitalismo, all’anomia della merce, alla feroce logica del profitto, alla paura dell’onnipotenza della tecnica rischiano di produrre mostri peggiori di quelli da cui si fugge.
L’anarchismo si sta confrontando con un mondo dove, in pochi decenni, si sono dati cambiamenti epocali. La mia generazione è stata catapultata dal pallottoliere al web, dalla macchina fotografica alle immagini satellitari, dalle lettere alle chat, dai sorveglianti umani agli occhi elettronici, dal posto fisso alla incertezza strutturale, dal lavoro alla catena alle catene del telelavoro.
Un lungo processo di straniamento.
Il moloch tecnologico, assunto come nemico totale, ha aperto la strada ad un anarchismo che fugge in un passato immaginario, dove germogli un futuro che nega l’umano, così come si è costruito nel processo di civilizzazione, identificato tout court con la nascita e il consolidarsi della gerarchia, del dominio, della violenza dei pochi sui molti. Il futuro diviene “primitivo”, nel senso etimologico del termine, un tempo-spazio dove si torna al primus, ad una dimensione in cui l’umano si (ri)naturalizza, in una concezione essenzialista e non culturale della “natura”.
Una fuga nichilista che riflette l’impotenza di fronte ad una complessità che non si riesce a capire, né a controllare: il moloch può essere distrutto solo a prezzo di rinunciare alla libertà, per rifugiarci tra le braccia esigenti e soffocanti della natura-madre.
Il processo di rinaturalizzazione dell’umano operato da queste correnti nega i percorsi costruiti dalle identità fluide, disancorate, in viaggio che si reinventano fuori e contro la logica binaria dei generi.
Fuggire al dominio della merce, al controllo dello stato, alla paura della tecnica che non si immagina di poter controllare, porta quest’approccio a negare la diversità e pluralità dei percorsi individuali. Manca la gerarchia formale ma non c’è traccia di libertà. L’unica libertà è quella di adeguarsi ad essere quello che “spontaneamente” saremmo, se le incrostazioni della “civiltà” non si avessero snaturat*.
Da qui a negare l’aborto, le tecniche contraccettive non “naturali”, l’utilizzo di ormoni e tecniche chirurgiche per modificare il proprio corpo, il passo è stato breve.
La negazione dei percorsi di decostruzione del genere conduce ad approdi non troppo distanti da quelli di preti e fascisti.
Le questioni di genere vengono relegate ai margini di un discorso di trasformazione sociale, che, nella migliore delle ipotesi, le considera inessenziali.
Eppure.
I corpi fuori norma, i corpi fuori luogo, che scientemente si sottraggono alla logica identitaria, per fare i conti con le cesure che il genere, la classe, la razza hanno imposto ai singoli, sono pericolosamente sovversivi.
Le dislocazioni, i transiti e le ricombinazioni che rompono con qualsiasi pretesa di pietrificare le identità, frantumano l’essenzialismo ed aprono una sfida su più fronti. Sfida allo Stato (etico), al patriarcato reattivo e al capitalismo. Una sfida che, non è mera astrazione o suggestione filosofica, ma si attua in pratiche di intersezione delle lotte, delle prospettive e degli immaginari capaci di dar vita ad una prospettiva inedita. Una sfida che a tutte le latitudini del pianeta si deve confrontare con la violenta reazione del patriarcato, che si traduce sia in gabbie normative, sia in violenza sistemica nei confronti delle identità mobili, irriducibili ad ogni logica binaria.
L’intersezionalità tra diverse cesure identitarie, che spesso coincidono con varie forme di esclusione, permette una contestazione permanente di ogni forma di privilegio. Nessuna posizione può pretendere di riassumere in se l’oppressione e i relativi percorsi di liberazione, se non divenendo, a sua volta, escludente.
In questa prospettiva il relativismo dei posizionamenti, viene superato dall’universalismo della spinta ad una radicale trasformazione della società.
Maria Matteo (articolo uscito sull’ultimo numero di Umanità Nova)

Nè dio.né stato, né patriarcato

Venerdì 5 marzo
Femministe, anarchiche, rivoluzionarie
Incontro online con Eulalia Vega, storica e autrice di Pioniere e rivoluzionarie – Donne anarchiche in Spagna dalla rivoluzione sociale alla resistenza al franchismo, edizioni Zero in condotta
Meeting alle 21 in Zoom al link: https://us02web.zoom.us/j/89085856759

Evento curato da La Miccia di Asti, Perlanera di Alessandria, Federazione Anarchica Torinese, Wild C.A.T. Torino

Domenica 7 marzo
Ruoli in gioco. Rappresentazione De-Genere
in piazza Carlo Alberto dalle 15,30
manifestazione antisessista
Interventi, azioni performanti, musica

Lunedì 8 marzo
Né dio, né stato, né patriarcato

giornata di lotta in giro per la città

Contatti:

Wild C.A.T. Collettivo Anarco-Femminista Torinese
corso Palermo 46 – @Wild.C.A.T.anarcofem

Gravissimo atto di violenza istituzionale alla Casa delle Donne Lucha y Siesta.

Lucha y Siesta

Chiediamo l’immediata archiviazione del procedimento giudiziario.

Il 18 gennaio 2021, alle 7.30 del mattino, senza alcun preavviso e approfittando del cancello aperto da uno dei figli delle donne che stanno facendo il loro percorso di fuoriuscita dalla violenza nella Casa delle donne Lucha y Siesta, le forze dell’ordine sono penetrate nella struttura, gli agenti sono saliti fin nelle camere e hanno identificato una per una tutte le persone presenti.

Una procedura violenta e ingiustificata, considerato che i nomi di donne e minori accoltз da Lucha y Siesta sono ben noti, grazie a rapporti con il servizio sociale e a screening sanitari precedenti l’ingresso nella struttura, ma soprattutto perché sono statз inviatз a Lucha y Siesta da altre strutture – pubbliche o convenzionate – che non hanno posti sufficienti per accoglierlз.

La Casa delle donne Lucha y Siesta a Roma esiste da 13 anni in uno stabile dell’ATAC, Azienda Tramvie e…

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Petizione · Luca Zaia: Dimissioni di Elena Donazzan per apologia di fascismo · Change.org

https://www.change.org/p/luca-zaia-dimissioni-di-elena-donazzan-per-apologia-di-fascismo?recruiter=false&utm_source=share_petition&utm_medium=twitter&utm_campaign=psf_combo_share_initial&utm_term=psf_combo_share_initial&recruited_by_id=c5b50440-5710-11eb-8c29-7b8b75bf5d7f

10 gennaio 1934 : Incendio del Reichstag

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Marinus van der Lubbe nacque a Leida il 13 gennaio 1909. Suo padre, Franciscus Cornelis van der Lubbe, era un forte bevitore di alcool e lasciò la famiglia quando aveva sette anni. Sua madre morì cinque anni dopo. È stato poi cresciuto da una sorella maggiore ed è stato allevato in estrema povertà. La sua pagella diceva che era un “ragazzo di talento di applicazione limitata”. Dopo aver lasciato la scuola Lubbe lavorò come muratore ma dopo un incidente sul lavoro, ebbe entrambi gli occhi danneggiati e trascorse cinque mesi in ospedale. Non si è mai ripreso completamente e ora non era in grado di lavorare e doveva vivere con una piccola pensione di invalidità. Van der Lubbe si interessò alla politica e trascorse la maggior parte del suo tempo libero a leggere e divenne una figura familiare nella Biblioteca pubblica di Leida. Questo includeva libri di Karl Marx e nel 1926 si unì al Partito Comunista dei Paesi Bassi . “Inutile dire che le fondamenta della sua conoscenza da autodidatta erano piuttosto instabili, così che il suo odio per il capitalismo si basava meno sulla scienza marxista che sul suo entusiasmo giovanile e sui sogni utopici del cielo e della terra”.

Marinus van der Lubbe divenne presidente della Lega della Gioventù Comunista di Leida nel novembre 1928. “Scrisse volantini e pubblicò opuscoli di fabbrica e scolastici, in cui attaccava il militarismo e il capitalismo; era presente a ogni riunione di sciopero e manifestazione politica tenutasi a Leida. , e ha lavorato instancabilmente per la causa rivoluzionaria. Le sue attività di oratore pubblico e agitatore lo hanno presto reso una figura ben nota, in particolare tra i disoccupati, che ha guidato durante una serie di manifestazioni per la città “. Nel 1931 van der Lubbe andò in viaggio. Quell’anno è andato in Jugoslavia e Romania. L’anno successivo ha visitato l’Austria e la Polonia. Nell’aprile 1932 fu arrestato. Scrisse al suo amico Koos Vink: “Quando riceverai questa lettera, avrò passato un’intera settimana in una prigione polacca. Mi sono state inflitte tre settimane per l’ingresso illegale e poi verrò rispedito in Olanda. “

Al suo ritorno ha iniziato a frequentare diversi gruppi politici di sinistra. Ha respinto le idee politiche di Stalin e divenne solidale con quelle di Leon Trotsky . Alla fine si unì al Partito dei Comunisti Internazionali (a volte noto come Rade Communists). Questo partito, con una piccola presenza in Olanda, “era critico all’idea stessa di disciplina , e vedeva il riscatto della classe operaia solo nell’azione spontanea”.

Nelle elezioni generali del novembre 1932, il Partito Comunista Tedesco (KPD) vinse 100 seggi al Reichstag . Il Partito socialdemocratico (SDP). ha fatto leggermente meglio con 121 seggi ma è stato il partito nazista con 196, che ha avuto il maggior successo. Tuttavia, quando Adolf Hitler fu nominato cancelliere, nel gennaio 1933, i nazisti avevano solo un terzo dei seggi in Parlamento. Marinus van der Lubbe ha letto di questi eventi sui giornali olandesi. Ha detto al suo amico, Koos Vink, che credeva che la Germania fosse sull’orlo della rivoluzione. Decise di voler svolgere un ruolo in questi eventi e il 3 febbraio 1933 decise di andare a piedi a Berlino . È arrivato quindici giorni dopo. Fu deluso nello scoprire che il KPD non stava resistendo attivamente al governo di Hitler. Ha deciso di prendere in mano la situazione dando fuoco a una serie di edifici pubblici. “Forse una volta che le masse intimidite hanno visto queste roccaforti del capitalismo andare in fiamme, potrebbero scrollarsi di dosso il loro letargo anche a quest’ora tarda.” La mattina del 25 febbraio, van der Lubbe comprò fiammiferi e quattro pacchetti di accendifuoco. Quella notte ha cercato di appiccare il fuoco a un bagno pubblico, al municipio e al palazzo imperiale. In ogni caso, l’incendio è stato scoperto subito dopo e non è stato fatto alcun danno reale.

Reichstag Fire

Tre giorni dopo Marinus van der Lubbe incendiò con successo l’ edificio del Reichstag . Ian Kershaw ha suggerito che Lubbe fosse motivato da un senso di ingiustizia: “Era … un individuo solitario, estraneo a nessun gruppo politico, ma possedeva un forte senso di ingiustizia per la miseria della classe operaia per mano del sistema capitalista. In particolare, era determinato a compiere un atto solitario e spettacolare di protesta di sfida contro il governo … per galvanizzare la classe operaia alla lotta contro la sua repressione “. Marinus van der Lubbe è stato arrestato nell’edificio. Van der Lubbe è stato subito interrogato dalla Gestapo . Secondo Rudolf Diels : “Alcuni del mio dipartimento erano già impegnati nell’interrogare Marinus Van der Lubbe. Nudo dalla vita in su, imbrattato di sporcizia e sudato, sedeva di fronte a loro, respirando affannosamente. Ansimava come se avesse completato un compito tremendo. C’era un bagliore selvaggio e trionfante negli occhi ardenti del suo viso giovane e pallido. “

L’ispettore investigativo Walter Zirpins ha condotto le indagini iniziali. Verso le 21,03 Hans Flöter, un giovane studente di teologia, stava passando l’angolo sud-occidentale del Reichstag quando udì il rumore di vetri rotti. Quando si voltò vide un uomo con un oggetto in fiamme in mano. È corso via e ha trovato un agente di polizia, il sergente Karl Buwert. Quando i due uomini raggiunsero la scena del crimine, videro un uomo che si precipitava dalla finestra agitando una torcia fiammeggiante.

Buwert è stato raggiunto da molti altri poliziotti e alla fine è entrato nell’edificio. E ‘stato l’agente Helmut Poeschel ad arrestare van der Lubbe alle 9,27. In seguito riferì di essere “un giovane alto e ben fatto, completamente senza fiato e spettinato”. Poeschel lo ha perquisito e tutto ciò che ha trovato è stato un “coltellino tascabile, un portafoglio e un passaporto”.

L’ispettore-investigatore Helmut Heisig riporto Marinus all’edificio del Reichstag . “Van der Lubbe ci ha guidato. Non abbiamo indicato la direzione né lo abbiamo influenzato in alcun modo. Era quasi felice di mostrarci il percorso che aveva fatto . Ha detto che aveva un eccellente senso dell’orientamento a causa della sua scarsa vista.

I giornali stranieri hanno riferito che probabilmente il governo nazista era stato dietro l’incendio. Willi Frischauer , corrispondente da Berlino per il quotidiano di Vienna , Wiener Allgemeine Zeitung , ha commentato : “Non vi può essere alcun dubbio che l’incendio che ora sta distruggendo il Reichstag fu effettuato da scagnozzi del governo hitleriano. A quanto pare, gli incendiari usarono un passaggio sotterraneo che collegava il Reichstag al palazzo del suo presidente, Hermann Göring “. Van der Lubbe ha negato di aver fatto parte di una cospirazione comunista e di non avere alcun collegamento con il Partito socialdemocratico (SDP) o il Partito comunista tedesco (KPD). Ha insistito che ha agito da solo e che l’incendio del Reichstag è stata una sua idea. Ha continuato affermando: “I lavoratori dovrebbero ribellarsi contro l’ordine statale. I lavoratori dovrebbero pensare che sia un simbolo di una rivolta comune contro l’ordine statale”. Hermann Göring , che aveva il controllo delle indagini, ha ignorato ciò che aveva detto van der Lubbe e il 28 febbraio ha rilasciato una dichiarazione affermando di aver impedito una rivolta comunista. Il 3 marzo, van der Lubbe fece una piena confessione: “Io stesso sono un uomo di sinistra, e sono stato membro del Partito Comunista fino al 1929. Poiché gli operai non avrebbero fatto nulla, dovevo fare qualcosa da solo. Consideravo l’incendio un metodo adatto. Non volevo danneggiare i privati ​​ma qualcosa che appartiene al sistema stesso . Ho deciso per il Reichstag. Quanto alla questione se ho agito da solo, dichiaro con forza che è stato così “. Il 9 marzo 1933, anche tre bulgari, Georgi Dimitrov , Blagoi Popov e Vassili Tanev , furono arrestati dopo che un cameriere sospetto aveva informato la polizia che si erano comportati in modo strano. Dimitrov era stato un attivista sindacale prima di aiutare a formare il Partito Comunista Bulgaro nel 1919. Dimitrov andò a vivere in Unione Sovietica ma nel 1929 si trasferì a Berlino dove divenne capo della sezione centroeuropea del Comintern . Tuttavia, il governo nazista non sapeva che Dimitrov era una delle figure più importanti del “movimento comunista internazionale”. L’ispettore investigativo Walter Zirpins si convinse che questi uomini avessero detto a van der Lubbe di effettuare l’attacco al Reichstag. “Sono convinto che lui (Marinus van der Lubbe) abbia fatto tutto da solo … Un uomo che è disposto a portare avanti intrighi rivoluzionari per proprio conto è proprio ciò di cui ha bisogno il Partito Comunista. Nelle mani del Partito, van der Lubbe divenne uno strumento disponibile, uno che, pur credendo di cambiare da sé, veniva usato da dietro le quinte. Non c’è da stupirsi quindi che il Partito Comunista fosse così felice di usarlo “.

Marinus van der Lubbe, Ernst Torgler, Georgi Dimitrov, Blagoi Popov e Vassili Tanev sono stati incriminati con l’accusa di aver incendiato il Reichstag. Il processo iniziò il 21 settembre 1933. Il presidente della Corte era il giudice Dr. Wilhelm Bürger della Corte suprema.

Il professor Emile Josse, docente di termodinamica al Berlin Technical College, ha sostenuto in tribunale che Marinus van der Lubbe non avrebbe potuto dare fuoco al Reichstag da solo. Georgi Dimitrov , che si difendeva in tribunale, ha commentato: “Sono lieto che anche gli esperti ritengano che van der Lubbe non avrebbe potuto agire da solo. Questo è l’unico punto dell’accusa con cui sono in accordo … desidero chiedere ancora una volta e per l’ultima volta a van der Lubbe. Come già detto, non era solo. La sua condotta, il suo silenzio rendono possibile che persone innocenti siano accusate insieme a lui. Non vorrei chiedere a van der Lubbe dei suoi complici, se il suo atto fosse stato rivoluzionario, ma è controrivoluzionario “. Van der Lubbe si rifiutò di rispondere. Van der Lubbe ha ammesso di aver compiuto tre tentativi falliti di incendio doloso il 25 febbraio in diversi edifici di Berlino. Dimitrov ha chiesto a van der Lubbe: “Perché non sei riuscito a dare fuoco al piccolo istituto di beneficenza, ma sei riuscito a dare fuoco al grande edificio in pietra del Reichstag, e in appena un quarto d’ora? … Il movimento comunista internazionale chiede piena chiarezza sulla questione dell’incendio del Reichstag. Milioni di persone aspettano una risposta!

Il 6 dicembre 1933, Time Magazine riferì che Marinus van der Lubbe aveva fatto un’importante confessione: “Marinus van der Lubbe, che è rimasto seduto per settimane come , balzò improvvisamente in piedi, con gli occhi lucidi e ribollente di proteste che ha scagliato contro il presidente Dr. Wilhelm Bünger. : “Questo processo è iniziato a Lipsia, poi si è trasferito a Berlino, e ora siamo di nuovo a Lipsia, ma non succede mai niente. Non sono d’accordo! Ho bruciato il Reichstag e voglio la mia condanna: vent’anni di prigione o morte! Sono stato interrogato per più di otto mesi. Voglio che succeda qualcosa! Questo processo dura ormai da due mesi. Quanto tempo ci vorrà per ottenere un verdetto? ” Il procuratore capo ha dichiarato: “Questo processo è durato così a lungo perché non riveli i tuoi complici.”Lubbe rispose:” Ho appiccato il fuoco da solo. Nessuno di questi altri imputati ha avuto niente a che fare con questo. Douglas Reed , riferendo il processo per il Times , ha commentato: “I tentativi della corte di strappare a van der Lubbe il segreto dei suoi complici, tuttavia, sono stati infruttuosi. Rimanevano solo due possibilità: che van der Lubbe non avesse complici o che non sapesse chi fossero. L’unico uomo dal quale, si pensava, il segreto potesse ancora essere strappato, non lo avrebbe fatto……

Il 16 dicembre 1933, Georgi Dimitrov fu autorizzato a fare il suo discorso finale alla corte. “Mi sto difendendo. Sto difendendo il mio onore politico, il mio onore di rivoluzionario. Sto difendendo la mia ideologia comunista, i miei ideali. Sto difendendo il contenuto e il significato di tutta la mia vita. Per questi motivi quello che dico in questo processo è una parte di me, ogni frase è l’espressione della mia profonda indignazione per l’ingiusta accusa, per aver messo sul conto dei comunisti questo crimine anticomunista, l’incendio del Reichstag “.

Il 23 dicembre 1933, il giudice Wilhelm Bürger annunciò che Marinus van der Lubbe era colpevole di “incendio doloso e di aver tentato di rovesciare il governo”. Bürger ha concluso che il Partito Comunista Tedesco (KPD) aveva effettivamente pianificato l’incendio per avviare una rivoluzione, ma le prove contro Ernst Torgler , Georgi Dimitrov , Blagoi Popov e Vassili Tanev , erano insufficienti per giustificare una condanna. Il 9 gennaio 1934, quando il pubblico ministero informò Marinus van der Lubbe che il suo appello di clemenza era stato respinto e che sarebbe stato decapitato la mattina seguente, egli rispose: “Grazie per avermi detto: ci vediamo domani . ” Quando è stato condotto fuori dalla sua cella, sembrava calmo e pacifico. Il giudice Wilhelm Bürger ha assistito e ha visto il boia, vestito di frac, cappello a cilindro e guanti bianchi, eseguire la decapitazione.

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