Stefano Cucchi e tutti gli altri. Lo squarcio sul “sistema”

Il processo bis in corso davanti alla Corte d’Assise di Roma sta demolendo l’assioma del “drogato che se l’è cercata”. Aldrovandi, Magherini, Uva, Sandri, Budroni… È lungo l’elenco dei morti mentre di Stato

L’assioma ideologico su cui si è basata fin qui la difesa degli imputati, sia nel primo che nel secondo processo, e che ha sempre potuto contare sul megafono dei vari Salvini e Giovanardi – Stefano Cucchi è morto sostanzialmente perché era un drogato, uno che cercava e seminava morte, dunque un cittadino di serie B, e se ha preso qualche ceffone la colpa era solo sua – si sta sciogliendo come neve al sole, man mano che si apre un varco nel muro di omertà e indifferenza che per nove anni ha impedito di arrivare alla verità.

«Sono un militare, non faccio domande», «siamo militari, rispettiamo gli ordini», «sono un militare, nessuno mi ha chiesto di raccontare e io non ho raccontato»… Sono le risposte più frequenti che risuonano all’interno dell’aula di Corte d’Assise del tribunale di Roma nelle ultime udienze del processo bis, da quando il pm Giovanni Musarò ha chiamato come testi alcuni carabinieri che a vario titolo sono entrati nella nuova inchiesta integrativa aperta sul depistaggio e l’occultamento delle prove.

Il valente magistrato antimafia sta cercando di capire fino a quale livello è coinvolta la scala gerarchica dell’Arma, ma ciò che si sta svelando fin da ora – a parte un’evidente quanto negata incompatibilità tra il ruolo di polizia giudiziaria e l’ordinamento militare – è un “sistema” (non si sa quanto diffuso) che contempla anche la violazione delle regole democratiche, e finisce col costruire omertà e impunità. Contaminando a volte anche ambiti professionali e istituzionali contigui, come si evince dal fatto che Stefano, dopo essere stato pestato e fino alla sua morte, entrò in contatto con circa 140 persone che ebbero modo di accorgersi delle sue condizioni di salute ma che si voltarono dall’altra parte.

Un “sistema” che sta emergendo grazie alla professionalità e all’inflessibilità di un giovane magistrato già nel mirino delle mafie, ma soprattutto al coraggio, alla caparbietà e all’amore dimostrato da Ilaria Cucchi e dai suoi genitori. Una famiglia che con altrettanta onestà e inflessibilità – e sotto un fuoco di fila che avrebbe spaventato chiunque – è rimasta fedele alla difesa dei diritti di Stefano e ha pure imparato ad usare le forme di comunicazione, anche quelle più di impatto mediatico, come le foto del cadavere esposte mentre si celebrava il primo processo.

Ilaria però non ha dimenticato che il caso di suo fratello Stefano è forse la punta di un iceberg che sta emergendo, tanto da aver fondato un’associazione che si occupa dei tanti – troppi – cittadini morti mentre erano nelle mani di uomini di Stato. La «Stefano Cucchi onlus» si prefigge infatti il compito di dare una mano alle famiglie che attendono ancora giustizia per la morte di un loro congiunto o che non credono a quella dichiarata in un’aula di tribunale.

«Pensiamo a Giulio RegeniGiuseppe UvaFederico AldrovandiRiccardo Magherini – scrive Ilaria sul sito dell’associazione -. Tutte queste storie, tutte le persone dietro a queste storie ci testimoniano, con la loro morte, che è una morte di Stato, che uno Stato di diritto senza diritto è una banda di predoni». Ma la lista potrebbe essere molto più lunga, anche al netto della media dei 160 morti in carcere l’anno dal 2000 ad oggi (fonte: Ristretti orizzonti), e dei 64 suicidi dall’inizio del 2018, mai così tanti negli ultimi sei anni.

Si potrebbero ricordare casi più o meno noti e ancora controversi come quello di Aldo Bianzino, il mite e sano falegname arrestato il 12 ottobre 2007 per detenzione di piante di marijuana e morto due giorni dopo in una cella del carcere Capanne, a Perugia. O di Michele Ferrulli, deceduto il 30 giugno 2011 durante un fermo di polizia, in strada, a Milano. O di Riccardo Rasman, uomo affetto da schizofrenia paranoide che nell’ottobre 2006 fu malamente immobilizzato nel suo appartamento di Trieste da tre agenti che vi fecero irruzione dopo una segnalazione, e così lo uccisero. O ancora di Gabriele Sandri, il tifoso morto nel 2007 sotto i colpi sparati a distanza da un poliziotto in un autogrill di Arezzo. O di Bernardino Budroni, morto nel luglio 2011 sotto i colpi sparati da un poliziotto al termine di un inseguimento sul Gra, a Roma.

O di Franco Matrogiovanni, deceduto nel 2009 durante un Trattamento sanitario obbligatorio nel reparto psichiatrico dell’ospedale Vallo della Lucania, dopo 82 ore di contenzione. O di Tony Drago, morto nel 2014 a soli 25 anni mentre prestava servizio militare a Roma, nello squadrone di rappresentanza del reggimento Lancieri di Montebello. Precipitato da una finestra, subito i commilitoni parlarono di suicidio. Tesi non condivisa dai familiari che credevano piuttosto ad un episodio di nonnismo, e rigettata per ultimo anche dai periti nominati dal gip che nel marzo 2017 hanno affermato che il giovane è stato ucciso. Solo in seguito, la Procura militare ha aperto un’inchiesta ipotizzando il reato di omicidio volontario.

C’è anche chi è rimato vivo e ha potuto raccontare. Come Stefano Gugliotta, un giovane scambiato per un ultrà durante la finale di Coppa Italia del 2010 e pestato senza alcun motivo in strada, a Roma, nei pressi dello stadio Olimpico, da nove poliziotti. Il tifoso Paolo Scaroni invece rimase in coma due mesi, nel 2004, per i colpi di manganello, impugnato al contrario, sferrati da alcuni agenti (mai identificati) alla stazione di Verona, dopo la partita contro il Brescia. Dopo 11 anni Scaroni non ha ottenuto i nomi di chi lo ha ridotto invalido al 100% ma solo un risarcimento del Ministero dell’Interno di 1,4 milioni di euro.

Si potrebbe continuare a lungo, raccontando fatti che naturalmente non chiamano in causa solo le forze dell’ordine. Spesso la verità non è ancora venuta a galla, alcuni processi sono ancora in corso o i familiari chiedono – con qualche fondamento – di riaprire i casi. Non accade solo da noi ma in Italia, ottenuta finalmente una legge che punisce in qualche modo la tortura, anche se in modo del tutto non conforme ai trattati internazionali, il codice identificativo per gli agenti, per esempio, è ancora un tabù coccolato dalle destre. La democratizzazione dei corpi di polizia ha ancora bisogno di una spinta propulsiva. Almeno uguale e contraria alla militarizzazione che avanza.

Eleonora Martini

da il manifesto

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Uno sparo uccise Guerra, assolto il carabiniere Marco Pegoraro

Uno sparo uccise Guerra, assolto il carabiniere Marco Pegoraro
Il giudice del Tribunale monocratico di Rovigo ha assolto perchè il fatto non sussiste, il maresciallo dei carabinieri Marco Pegoraro. Il militare era alla sbarra per avere sparato e ucciso, il 29 luglio del 2015 a Carmignano di Sant’Urbano, il 33enne Mauro Guerra. Quel giorno gli uomini dell’Arma sono andati a casa del giovane laureato in economia aziendale per convincerlo a farsi ricoverare in psichiatria. Ma lui non ha voluto ed è scappato in mezzo ai campi.
A piedi scalzi, in mutande, sulla terra dura in una delle giornate più calde degli ultimi anni Mauro muore, ucciso da un proiettile sparato da un carabiniere
Dopo lo sparo, nel video, si sente nitida la voce di un altro carabiniere ancora che rivolgendosi a Pegoraro gli dice: “Lo hai beccato quel bastardo? Hai fatto bene maresciallo”. Non si è ancora capito cosa volessero davvero i carabinieri da Mauro Guerra, per quale motivo hanno preso questa iniziativa di imporgli un Tso senza avere l’autorizzazione di nessuno. Forse per cose che aveva scritto su Fb. Forse c’è un motivo scatenante che sfugge ai più. Ma non è questo l’importante, perché il fatto vero, la tragedia da cui non è più possibile tornare indietro è che nel deserto padano di Carmignano di Sant’Urbano, in questa Fargo di casa nostra, è Stato morto un altro ragazzo e si chiamava Mauro Guerra. E il su assassino è  libero

16 dicembre 1979: i morti di Sa Janna Bassa

La versione che le guardie danno di quella notte, racconta di una pattuglia di ignari tutori dell’ordine colta di sorpresa dalle sentinelle del gruppo, Francesco Masala e Giovanni Mario Bitti, che aprono il fuoco non appena la vedono. La storia continua con la toccante immagine del capitano che, seppur “Gravemente ferito da una scarica di pallettoni” e “Malgrado il dolore lancinante […] rifiutava ogni soccorso e disponeva i suoi uomini in posizione tatticamente idonea a contrastare eventuali sortite”. Parole scelte con cura per giustificare una medaglia al valor militare concessa per un’azione che, a detta dei presenti non affiliati all’arma, ha dei risvolti ben più tragici e assomiglia quasi ad un regolamento di conti.

Perchè la vicenda che vivono gli otto superstiti, compagni di Francesco e Giovanni, parla di conflitto a fuoco che si conclude con la cattura di dieci persone, di cui due vengono falciate sul posto da una mitragliatrice, dopo un rapido interrogatorio.

E secondo i militari di conti con lo stato i due latitanti ne hanno diversi da saldare, tanto che vale la pena caricarne i cadaveri su una campagnola e sbandierarli per tutta la città come fossero un trofeo.

Giovanni, secondo quanto racconta il fratello, è fuggito dal carcere di Alghero pochi anni dopo essere stato accusato di un omicidio che non ha comesso, poichè si è rifiutato in precedenza di collaborare all’arresto di alcuni latitanti.

In un documento firmato da dieci imputati al processo contro Barbagia Rossa nel 1983, la strage di  Sa Janna Bassu assume il ruolo di spartiacque per i comportamenti dello stato italiano nei confronti della militanza nei gruppi antagonisti dell’isola. “Sa janna Bassa è fine ed inizio del progetto della borghesia sul territorio. Fine perchè sancisce un punto di non ritorno, oltre il fallimento delle illusioni pacificatrici affidate alle soluzioni economiche; inizio perchè a partire da quel momento lo stato articolerà tutta una serie di iniziative […] tese a scorporare e disperdere la solidarietà dell’habitat sociale entro cui l’antagonismo esprimeva le sue iniziative e la propria identità.”

15 dicembre 1976 la polizia uccide Walter Alasia

Il 16 Settembre 1956 nasce a Sesto San Giovanni Walter Alasia. Nato da padre e madre operai, crebbe nell’ambiente della cultura operaia e comunista di Sesto, dove venne ucciso per mano dei carabinieri il 15 Dicembre 1976, all’età di vent’anni.

Frequentò l’Itis di Sesto per due anni, per poi continuare gli studi in una scuola serale. Diventò poi operaio meccanico alla Farem, dalla quale si licenziò. Lavorò poi in un officina come installatore di apparecchiature telefoniche e infine alla stazione centrale di Milano, come scaricatore di pacchi postali. Iniziò a militare in Lotta Continua, per poi passare alla lotta clandestina nelle Brigate Rosse. Fu probabilmente uno tra gli appartenenti alle BR di cui più si parlò, sia per la sua tragica fine e la sua giovane età, sia per lo straordinario carattere e impegno che genitori, amici e compagni descrissero.

All’alba del 15 dicembre la polizia ha predisposto un’irruzione nell’ appartamento dove abita Walter Alasia.Quest’ultimo viene sorpreso e cercando di sfuggire alla cattura scatena una sparatoria con le forze dell’ordine: il maresciallo Sergio Bazzega e il vicequestore Vittorio Padovani muoiono.Saranno ambedue insigniti della Medaglia d’oro al Valor Civile alla Memoria.

Walter Alasia stesso viene ucciso nel cortile della sua abitazione dopo un tentativo di fuga dalla finestra. La colonna milanese delle Brigate Rosse prenderà il suo nome.Morì in casa della madre, che aveva peraltro dato indiretto appoggio alle azioni portate avanti dal figlio, nascondendo armi e documenti.Da subito la sua figura e quella della sua famiglia fu vittima di una campagna mediatica con cui lo si voleva per forza descrivere come un mostro, un assassino. In questa campagna di diffamazione, col quale si cercò di stravolgere, portare al negativo ogni frammento della sua vita, si distinse in maniera particolare Leo Valiani, giornalista del Corriere della Sera, che scrisse un articolo in cui si augurava che venissero identificati ed arrestati tutti i partecipanti al funerale di Walter. A quei funerali però partecipò Sesto San Giovanni, dai giovani agli anziani, dagli operai agli studenti. Questo perché, come dichiarò la sua fidanzata Ivana Cucco, Walter non era figlio di nessuna variabile impazzita. Era figlio del suo tempo e di Sesto San Giovanni, la rossa Sesto […]. Sono gli anni delle grandi lotte operaie, delle stragi di stato, delle rivolte studentesche, del Cile, del Portogallo, dell’antifascismo militante, dei gruppi extraparlamentari, delle occupazioni di case. Tutte esperienze che Walter ha attraversato fino alla scelta e alla militanza nella lotta armata, che era comunque una scelta di vita e non di morte. Una scelta ed un bisogno di liberazione tanto forte e irrinunciabile da arrivare anche a giocarsi la vita.”

Vogliamo ricordarlo riportando delle righe scritte di suo pugno

Non è neanche immergendosi nello studio e nei ‘lavori di casa’ che ti liberi e ti realizzi diversamente. Le cose che si vogliono bisogna prendersele […]. Io sono uno dei tanti che pensano di cambiare qualcosa – e non ritengo di essere un utopista come dice mio padre – quelli che dicono così vogliono nascondere la loro paura e il loro egoismo. Quindi pensa che la tua libertà te la devi costruire – questo l’unico consiglio, anche se troppo generico che posso dare.”

Salvini in visita in Israele: un inchino al sionismo

La visita del ministro è iniziata in maniera assai inusuale. Come prima tappa si è recato al confine con il Libano, direttamente dall’aeroporto di Tel Aviv con un elicottero militare israeliano. Diventa subito l’occasione per scattare alcune foto e video con le forze di occupazione Israeliana, a uso e consumo dei suoi seguaci sul web. In realtà l’agenda del ministro sembra essere più rituale e meno stravagante di quanto riportato dai giornali Italiani: arrivo a Gerusalemme, città di residenza, incontro con il patriarca latino di Gerusalemme, incontro con il ministro dell’Interno Israeliano ed a seguire una conferenza stampa, anche se unilaterale. Poi il muro del pianto, il santo sepolcro e lo Yad Vashem, il memoriale dell’olocausto, l’incontro con il primo ministro Israeliano Benjamin Netanyahu e con il ministro del turismo.

In tanti, tra giornalisti e commentatori, si sono soffermati esclusivamente sulle “gaffe” di Salvini definendolo “inesperto” “incauto” ed “inadatto” rispetto al definire Hezbollah come gruppo terroristico, ci teniamo a ricordare che Hezbollah è un partito Libanese e  che il Libano è ufficialmente ancora in guerra con Israele. D’altronde bisogna dirlo Salvini è sempre bravo a far notizia: questa visita altrimenti, anche sulla stampa nostrana, sarebbe passata inosservata. Bisognerebbe invece chiedersi perché Salvini si sia recato in Israele ed analizzare la sua agenda e le sue dichiarazioni senza piagnistei o peggio isterismi sulla sicurezza dei militari Italiani presenti in Libano.
Il segretario della lega ha fatto una scelta precisa di posizionamento perchè non è andato in visita come “rappresentante del popolo italiano” bensì come capo di un partito politico in forte ascesa in Italia. Inoltre ha preso la decisone forte di non andare nei territori Palestinesi, evitando anche Betlemme, tappa solitamente obbligatoria anche per i più strenui sostenitori del sionismo – ci andò anche Donald Trump.

Salvini ha deciso di schierarsi con Israele e contro il popolo Palestinese per varie ragioni, la prima delle quali è sicuramente quella di dover pagare un tributo ad uno stato neocoloniale occidentale estremamente influente in vista delle elezioni europee, momento cruciale per consolidare la propria posizione di potere.
Questa scelta è stata una mossa, a dire il vero, non troppo originale nel panorama italiano: prima di lui già Renzi (nel settembre 2015) e Fini (nel lontano 2003), tra gli altri, si recarono in Israele per consolidare la propria posizione di leader politici.

Particolarmente significativa è anche la tappa allo Yad Vashem, memoriale dell’olocausto, durante la quale alcuni attivisti Israeliani hanno intitolato una manifestazione contro la visita di Salvini “Yad Vashem lavatrice Israeliana”. Questo santuario per conservare la memoria dei crimini nazisti contro il popolo ebraico infatti ha il potere di lavare i panni sporchi di coloro i quali, più o meno ambiguamente, si accostano a movimenti di estrema destra, razzisti e antisemiti.
Matteo Salvini ha il problema oggi diripulirsi dalle accuse di antisemitismo per le amicizie ambigue di quei “bravi ragazzi” che si definiscono fascisti del terzo millennio. Quale migliore lavatrice allora se non il monumento alla memoria dell’olocausto e la benedizione della nazione ebraica “in terra santa”? D’altronde sappiamo bene che non c’è nessuna contraddizione sostanziale tra estrema destra e sionismo. Infatti come ben sottolinea un articolo di Ramzy Baroud e Romana Rubeo per Aljazeera c’è un forte legame tra l’alt-right Americana, l’estrema destra Europea e il sionismo.

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In un solo tweet il vicepremier riporta tutta la retorica dell’estrema destra Europea: i nemici sono gli islamici i quali, sia ben chiaro, sono terroristi e pericolosi. Israele, stato neocoloniale di insediamento, deve esistere ed essere baluardo del modello europeo in medio oriente. 
È interessante anche soffermarsi su alcune delle dichiarazioni rilasciate da Matteo Salvini durante la prima conferenza stampa che ha tenuto ieri a Gerusalemme. L’identificazione di Hezbollah come il terrorismo islamico infatti non è un’affermazione diplomatica in polemica con il partito libanese, quanto piuttosto l’affermazione dell’obiettivo comune una non troppo chiara “guerra al terrorismo”. Quando Matteo Salvini dice: “bisogna frenare il rafforzamento del terrorismo Islamico e dell’immigrazione clandestina”, rispetto alla collaborazione tra Italia e Israele, mette in relazione due fenomeni il terrorismo e l’immigrazione. Ma mette in relazione anche due luoghi, Italia ed il confine nord di Israele, questi sarebbero luoghi nei quali, attraverso tunnel o barconi si riversa una minaccia per la “civiltà occidentale”. In questo senso l’inusuale visita al confine nord con il Libano assume un altro significato: la difesa dei propri territori.
La guerra al terrorismo è diventata la battaglia che i governi di mezzo mondo combattono contro il mondo arabo-musulmano da quel 11 dicembre del 2001 per giustificare crescenti misure repressive interne e vere e proprie espansioni neocoloniali.

Oltre a questa identificazione di un nemico comune che lega le destre europee ed americane alla Nazione Ebraica bisogna sottolineare che Matteo Salvini dichiara di essere in Israele anche per parlare di“una maggiore presenza Italiana al livello industriale, commerciale, culturale, universitario, formativo in territorio Israeliano, argomentando che Israele destina il 4% del Pil alla ricerca e che cresce del 4% annuo” Sucessivamente all’incontro con il primo ministro Benjamin Netanyahu sembrerebbe che questa maggiore presenza Italiana si potrebbe tradurre in un gasdotto che dalle coste Israeliane arriverebbe sino al sud Italia quindi al Tap. Questa presa di posizione, in linea con quanto proposto dal governo Renzi e con la stessa retorica, per la quale Israele sarebbe un paese ad alto sviluppo tecnologico e con un’invidiabile cultura della democrazia con il quale portare avanti uno scambio tecnologico, etico e culturale. Ricordiamo, a tal proposito quanto sostenuto dall’allora primo ministro Matteo Renzi il 22 luglio 2015:
“Il vostro destino è il nostro destino, la vostra sicurezza è la nostra sicurezza, insieme costruiremo un mondo migliore – e proseguiva così nel suo intervento alla Knesset – (il parlamento Israeliano) “Chi pensa di boicottare Israele non si rende conto di boicottare se stesso, di tradire il proprio futuro. Possiamo avere opinioni diverse, è accaduto e continuerà ad accadere. Ma l’Italia sarà sempre in prima linea nel forum europeo e internazionale contro ogni forma di boicottaggio sterile e stupido”.

I governanti Italiani da diversi anni si trovano infatti in una pericolosa continuità per un sostegno incondizionato ad Israele, soprattutto per costruire, sulla pelle dei Palestinesi, la propria carriera politica. Tuttavia non ci sembra che questo sia il momento di indignarsi, sappiamo bene e da tempo a cosa puntano i politicanti nostrani vecchi o nuovi che siano.
Piuttosto occorre rilanciare con le lotte tanto invise e temute dallo stato di Israele come il BDS, che dal basso è stato in grado di costruire un fronte globale compatto di opposizione dell’Apartheid Israeliana e delle sue politiche di espansionismo coloniale ai danni dei Palestinesi e degli altri popoli arabi che vivono oltre i confini dello stato sionista. Occorre inoltre ricordarsi che combattere il sionismo ed i suoi alleati significa prima di tutto combattere i fascismi, l’antisemitismo gli altri razzismi.

Milano 15 dicembre 1969 – Una finestra aperta in questura… l’omicidio di Pinelli

Terminate le scuole elementari, Giuseppe “Pino” Pinelli dovette andare a lavorare, prima come garzone, poi come magazziniere. L”inizio della sua militanza politica risale al periodo della Resistenza: fu giovane staffetta partigiana.

Il 12 dicembre 1969 a Milano nella sede della banca nazionale dell’agricoltura in piazza Fontana, alle 16,37, scoppiò una bomba che causò la morte di 16 persone e il ferimento di altre 88. Nella stessa ora a Roma scoppiarono altre bombe. Infine, nella banca Commerciale di Milano venne trovata una borsa contenente una bomba che venne fatta esplodere in tutta fretta, eliminando una prova preziosa per le indagini.

Immediatamente, a dimostrazione di un disegno già preordinato, le indagini, pur senza alcun indizio, seguirono la pista anarchica. Il commissario Luigi Calabresi, già alle 19,30 (3 ore dopo la strage), fermò alcuni anarchici davanti al circolo di via Scaldasole.

Nella notte del 12/12/1969 vennero illegalmente fermate circa 84 persone, tra cui Giuseppe Pinelli.

La sera del 15, dopo 3 giorni di continui interrogatori, Giuseppe Pinelli morì volando dal 4° piano della questura.

Subito la polizia, per bocca del questore Marcello Guida (nel 1942 uomo di fiducia di Benito Mussolini e direttore del confino politico di Ventotene), comunicò che Pinelli si era buttato di sotto perchè “l’alibi era crollato”.

Qualche giorno dopo si scoprì che a mezzanotte meno due secondi (2 minuti prima della caduta di Pinelli) venne chiamata un’autoambulanza. Inoltre, la stanza dell’interrogatorio, larga 3,56×4,40 metri e contenente vari armadi e scrivania e la presenza di 6 persone, rendeva impossibile uno scatto di Pinelli verso la finestra. La stranezza fu che la finestra fosse aperta, trattandosi di dicembre e di notte. Pinelli cadde scivolando lungo i cornicioni. Non si dette quindi nessuno slancio; cadde senza un grido e senza portare le mani a protezione della testa, come se fosse già inanimato.

Tutti questi elementi raccolti in una controinchiesta portata avanti dai compagni e dalle compagne portarono poi alla luce la verità, e cioè che Pinelli fu assasinato.

Noi accusiamo la polizia di essere responsabile della morte di Giuseppe Pinelli, arrestato violando per ben due volte gli stessi regolamenti del codice fascista. Accusiamo il questore e i dirigenti della polizia di Milano di aver dichiarato alla stampa che il suicidio di Pinelli era la prova della sua colpevolezza, e di aver volontariamente nascosto il suo alibi dichiarando che “era caduto”. Gli stessi inquisitori hanno dichiarato di non aver redatto alcun verbale edi interrogatorio di Pinelli, pertanto ogni eventuale verbale che venisse in seguito tirato fuori è da considerarsi falso. Accusiamo la polizia italiana di aver deliberatamente impedito che l’inchiesta si svolgesse sotto il controllo di un magistrato con la partecipazione degli avvocati della difesa.”

14 Dicembre 1979 – Torino

Alberto Pautasso era un compagno della Valle di Susa, dove faceva parte dei collettivi autonomi valligiani, in particolare del Centro di Documentazione di Condove. Era nato ad Avigliana il 9 agosto del 1958 in una famiglia operaia; la madre malata di sclerosi multipla, due fratelli e una sorella, tutti abitavano alle case popolari di Condove.

Berto iniziò a lavorare a 14 anni come operaio generico nelle boite della valle e si diede anima e corpo alla politica fin da subito. Militò attivamente nel movimento dell’Autonomia, sia in valle che a Torino, proponendosi, grazie a generosità e capacità, come punto di riferimento delle lotte e delle avanguardie valsusine. Insieme ad altri compagni e compagne aprì il centro di documentazione di Condove, sede del collettivo operai e studenti, gruppo che si distinse in Valle come collettivo autonomo radicato nelle lotte sociali. Senza Padroni fu il giornale che i compagni e le compagne producevano.

Roberto Pautasso è descritto come un compagno propositivo e capace di costruire intorno a sé organizzazione. Spinse sempre se stesso e i compagni e le compagne che aveva attorno al lavoro territoriale, al radicamento sociale, e questo significava un impegno totale della propria vita.

Fu arrestato una prima volta per qualche mese nel 1978 insieme ad altri tre compagni, perché sorpreso ad affiggere manifesti che chiedevano la liberazione di alcuni compagni dell’autonomia.

Fu ucciso davanti ad una fabbrica a Rivoli il 14 dicembre del 1979 in uno scontro a fuoco con i Carabinieri. Il Pci e la stampa borghese tentarono di gettare fango su una figura politica ritenuta scomoda dai detentori dell’ordine.

Non è importante sapere cosa avrebbe fatto Berto se quel proiettile non lo avesse fermato, di sicuro sarebbe stato uno di noi, anche oggi,  per lui alziamo i nostri pugni e le nostre bandiere al cielo.

Da InfoAut

Rinasce Avanguardia nazionale, le nuove leve del neofascismo

il ruolo centrale di Avanguardia Nazionale negli attentati del dicembre 1969. L’organizzazzione oggi si è ricostituita da tre anni, nella più assoluta indifferenza istituzionale

Avanguardia nazionale fu sciolta per decreto, sulla base della Legge Scelba, per ricostituzione del partito fascista l’8 giugno 1976, tre soli giorni dopo la sentenza della settima sezione penale del Tribunale di Roma che aveva condannato 31 “avanguardisti” a 26 anni complessivi di reclusione. Due furono gli anni comminati al fondatore Stefano Delle Chiaie. Non si attese la conclusione dell’iter giudiziario che comunque sia in appello, nel 1981, che in Cassazione, nel novembre 1982, confermò le condanne.

Il ruolo di Avanguardia nazionale negli attentati del 12 dicembre 1969, segnatamente nella strage di piazza Fontana, è stato spesso sottovalutato. In primo piano, infatti, dal punto di vista giudiziario, finirono gli uomini di Ordine nuovo, a partire dalla cellula padovana di Franco Freda e Giovanni Ventura. Eppure alcuni fatti dimostrerebbero la centralità di questa organizzazione.

LA RIUNIONE DI PADOVA

Come noto gli inquirenti che si occuparono della “pista nera” indicarono come momento di svolta nell’escalation degli attentati del 1969, la riunione di Padova del 18 aprile. Quella in cui si decise di colpire in «luoghi chiusi» con ordigni potenziati posti in «contenitori metallici» che li avrebbero resi particolarmente micidiali. Dalle intercettazioni disposte dall’allora Procuratore della Repubblica Aldo Fais, si scoprì che a questa riunione di Ordine nuovo, era atteso «il camerata Pino». L’identità dell’ospite verrà svelata tre anni dopo da uno dei partecipanti, Marco Pozzan. Si trattava di Pino Rauti, il capo riconosciuto di Ordine nuovo. Ma insieme a Rauti arrivò un secondo personaggio, che Freda, rispondendo alle insistenze di Pozzan, confidò « È un uomo del Sid». Che a questa riunione avesse partecipato «un collaboratore del Sid», lo confermò anni dopo il generale Gianadelio Maletti. Si trattava di Guido Giannettini, reclutato fin dal 1966 dal Servizio informazione della difesa. A quell’incontro, dissero alcuni, vi intervenne anche come emissario di Stefano Delle Chiaie. D’altro canto nei documenti della Questura di Roma Giannettini era in quegli anni segnalato come «elemento di rilievo di Avanguardia nazionale».

«DELLE CHIAIE ERA PRESENTE!»

Sarà però Giovanni Ventura, il 17 marzo 1973, in un lunghissimo interrogatorio di undici ore, nel carcere di Monza, che confessò che alla riunione di Padova era invece presente in prima persona Delle Chiaie. Lo ribadì il 2 novembre in un confronto con lo stesso Freda: «Il Delle Chiaie a quella riunione» – disse – «era venuto». Era da anni amico di Freda e si era più volte incontrato con lui. Vuotando il sacco a metà, Ventura, parlò anche dei finanziamenti che venivano «con prevalenza assoluta» proprio «da Stefano Delle Chiaie».

Il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio non gli credette giungendo alla conclusione che Delle Chiaie non poteva essere stato a Padova, avendo subito la mattina successiva una perquisizione domiciliare a Roma. Ma non andò a fondo. Un errore, visto che il commissario di polizia che eseguì quella perquisizione la effettuò alle 11 della mattina. Orari ferroviari alla mano, Delle Chiaie avrebbe potuto benissimo partire da Padova dopo mezzanotte ed essere nella sua abitazione prima delle 10. Lo sostenne, inascoltato, l’avvocato Odoardo Ascari al processo che si tenne nel 1978 a Catanzaro.

LE BOMBE DI ROMA

Ordine nuovo e Avanguardia nazionale a Padova decisero anche di spartirsi il territorio per le azioni terroristiche da compiere: l’organizzazione di Rauti al Nord e quella di Delle Chiaie al Centro-Sud. An, tra il settembre e il dicembre 1968 aveva già compiuto a Roma ben undici attentati, quattro con bombe. Ora si doveva alzare il tiro. Puntare alla strage.

Nel giorno in cui a Milano, alle 16.37, scoppiò la bomba in piazza Fontana, a Roma ne scoppiarono altre tre: una in un corridoio sotterraneo della Banca nazionale del lavoro (tra via Veneto e via di San Basilio) e due all’Altare della Patria. Alcuni testimoniarono di aver visto uomini di Avanguardia nazionale aggirarsi da quelle parti. Diversi furono anche gli esponenti neofascisti che nel corso degli anni addebitarono ad An quegli attentati. Qualcuno (Alfredo Sestili) fece anche il nome di Mario Merlino.

ANCORA GLI STESSI

Avanguardia nazionale si è ormai ricostituita da quasi tre anni nella più assoluta indifferenza istituzionale. Un’organizzazione a tutti gli effetti fuori legge. Il simbolo è rimasto lo stesso, l’Odal, una lettera dell’alfabeto runico a forma di rombo con i lati inferiori incrociati, espressione della continuità della stirpe, a suo tempo utilizzata anche da una divisione delle Waffen-SS. Anche i dirigenti sono rimasti gli stessi, a partire da Delle Chiaie, il capo incontrastato. Tra gli altri figura ancora lo stesso Mario Merlino, l’“agente provocatore” che si infiltrò tra gli anarchici. L’idea è quella di aprire sedi e mettersi a disposizione delle nuove leve del neofascismo. Già accade a Brescia dove si intimidisce chi denuncia la loro attività e dove, tra un saluto romano e l’altro, alle riunioni si sono fatti fotografare la candidata sindaca di Azione sociale/Forza nuova alle ultime elezioni amministrative e i leader dei comitati più attivi nel minacciare i profughi e chi li accoglie.

Saverio Ferrari

da il manifesto

I detenuti che muoiono

Contributo dei membri dell’associazione Yairaiha della sezione As1 di Voghera

Quella che stiamo per raccontarvi è la storia di Peppe, detenuto ergastolano da circa trent’anni. La sua storia non è unica ma piuttosto rappresentativa di tanti come lui, sparsi per le molteplici sezioni di “Alta Sicurezza” nelle patrie galere della nostra bella Italia.

Peppe è un sessantenne che ha trascorso metà della sua vita in carcere. Finito dentro per reati di criminalità organizzata per i quali i giudici, ritenutolo colpevole, lo hanno condannato al carcere a vita senza possibilità di benefici.

L’ho incontrato per la prima volta circa 15 anni fa nel carcere di Voghera. Ero stato trasferito qui perché giorni prima avevo ottenuto la revoca del 41bis, il cosiddetto “carcere duro”. Peppe era giunto a Voghera circa un paio di anni prima di me e si era ambientato ed adattato discretamente, come ebbi a notare fin da subito.

Cordialissimo, fu il primo detenuto ad accogliermi in sezione facendomi sentire a mio agio ed attenuando, non di poco, tutti i disagi dovuti al cambiamento sia del carcere che delle persone nuove che bisogna imparare a conoscere ma, soprattutto,  rendendomi meno duro l’impatto drastico conseguente al passaggio da una situazione di totale isolamento ad una di maggiore apertura che, se non vissuta con moderata adesione si rischia il disorientamento.

La prima impressione che ebbi di Peppe fu quella di un uomo energico, atletico e per nulla abbattuto dai circa 15 anni di carcere fino ad allora scontati. Notai successivamente che frequentava regolarmente la palestra e quasi tutti i giorni faceva la corsetta ai passeggi del carcere. Si manteneva in forma per intenderci.

Ricordo il suo viso rubicondo, incorniciato da una barba nera spruzzata qua e la da qualche tonalità di grigio che cominciava ad incedere. Insomma, per farla breve, Peppe era allora un uomo che, come è solito dirsi, sprizzava salute da tutti i pori. Trascorso poco più di un anno dal mio arrivo a Voghera, fui trasferito in un altro carcere e questo determinò l’ovvia conseguenza di perdere di vista Giuseppe.

Passarono molti anni da allora e, per una strana coincidenza del destino, mi ritrovai di nuovo qua, nella stessa sezione da cui ero partito anni prima. E chi ritrovo? Peppe! Molte cose erano cambiate da allora però. Per prima cosa stentai parecchio a riconoscere nella figura che ora avevo davanti quella di Peppe: non era possibile, dissi fra me e me, che quella era la stessa persona conosciuta anni prima. Innanzi a me avevo, ormai, l’immagine di Peppe sbiadita. È stato come ritornare su un luogo dopo tempo e rivedere un vecchio manifesto affisso alla parete di cui a mala a pena si riesce a distinguere i contorni dell’immagine ritratta.

Il viso, ora pallido, portava i segni di un certo patimento che non sarebbero sfuggiti neanche ad un occhio poco esperto. La barba, ora bianchissima e non più curata come un tempo, conservava soltanto qualche residua ed impercettibile macchiolina di pepe. I pochi capelli rimasti, bianchi e radi, come radi erano ormai i denti, incorniciavano il corpo esile che un tempo fu energico e vitale.

Ma ciò che mi scosse profondamente fu notare il leggero e continuo tremolio delle sue braccia e il balbettio che accompagnava i suoi discorsi. Dapprima non ebbi il coraggio di chiedergli il perché sia per pudore che per discrezione. Lascia che fosse lui a parlarmene quando ne avrebbe avuto voglia di farlo. Lo fece quasi subito: gli avevano diagnosticato il morbo di Parkinson. Era ancora nella fase iniziale (così gli avevano detto i medici) e la buona cura che gli avevano prescritto avrebbe rallentato la degenerazione della patologia che, come sappiamo, è questa una delle sue caratteristiche.  Oggi lo stadio della sua malattia è molto degenerato tanto che ha serie difficoltà nella deambulazione, nell’uso della parola e delle mani. Ormai al limite dell’autosufficienza al punto che gli è stato assegnato un “piantone”, ovvero un altro detenuto che con regolare mansione lavorativa, lo affianca per le quotidiane esigenze inerenti l’igiene e l’alimentazione.

Peppe, oltre alle cure mediche e del corpo, avrebbe bisogno di un’altra cura, altrettanto importante e fondamentale: la cura dell’anima e dello spirito che solo le persone a lui care sarebbero in grado di assicurargli. Ma, a causa delle disastrose condizioni economiche, non vede la moglie e i figli da diversi anni. L’unica fonte di reddito che fino a qualche anno fa assicurava una sopravvivenza accettabile alla sua famiglia era il lavoro della figlia, ora disoccupata. Riescono a malapena a vivere grazie alla pensione dell’anziana madre, provvidenziale ammortizzatore sociale, in questa società dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Peppe ha già scontato una congrua pena, non sarebbe il caso di valutare un graduale rilascio per consentirgli di curarsi meglio e circondato dall’affetto dei suoi familiari? Il diritto alla salute è garantito (dovrebbe) dalla nostra costituzione. Ma siamo certi che in questo caso, come in tanti altri, sia rispettato? O bisogna ancora perseverare nella cinica ed ipocrita linea, adottata da diverso tempo ormai, secondo la quale i detenuti malati, spesso terminali, vengono rilasciati pochi mesi, se non giorni, prima del decesso.

L’amara riflessione che ci suscita questa dolente storia è che, purtroppo, Peppe non si chiama Dell’Utri e non ha al suo fianco uno stuolo di valenti e combattivi avvocati pronti a battersi, giustamente, per il proprio assistito. Speriamo solo che Peppe non vada ad allungare la lunga lista dei decessi in carcere o quelli che avvengono a pochi giorni dal rilascio, sarebbe una ulteriore sconfitta dello stato di diritto ma, ancor di più del senso di Humanitas che, purtroppo, pare passare sempre più in secondo piano rispetto al continuo sventolio della bandiera dell’esigenza della sicurezza.

A chi potrebbe nuocere un uomo affetto da morbo di Parkinson in stato avanzato?

Di seguito potrete leggere una lista parziale dei detenuti deceduti a poco tempo di distanza dalla scarcerazione o sospensione della pena:

  • Giuseppe Caso, ergastolano, 24 anni di carcere. Ultimo carcere Catanzaro. Pena sospesa e morto in ospedale dopo pochi giorni;
  • Franco Morabito, ergastolano, morto di tumore a 48 anni, con tutti gli organi in metastasi, nell’ospedale di Voghera a distanza di un mese dalla sospensione della pena. In carcere veniva curato per coliche renali;
  • Luigi Venosa, ergastolano, morto per cancro dopo 27 anni di carcere. Pena sospesa il giorno prima del decesso;
  • Giuseppe Vetro, ergastolano ricorrente, detenuto in regime di 41 bis. In carcere dal 2000, deceduto nel 2008 presso la sezione clinica/detentiva di Milano Opera a causa di un carcinoma in fase terminale (speranze di vita prossime all’1%). il tumore gli venne diagnosticato trenta giorni prima di morire, non gli venne concessa la sospensione della pena ne di essere assistito o nemmeno salutato dai propri familiari. Questi ultimi vennero informati dell’avvenuto decesso due giorni dopo;
  • Antonio Verde, era detenuto nel carcere di Catanzaro, tumore al pancreas trascurato e diagnosticato tardivamente. Morì dopo quattro mesi dalla sospensione della pena.
  • Giovanni Pollari, morte istantanea dopo circa 20 anni di carcere;
  • Michele Rotella, detenuto nel carcere di Catanzaro e morto in ospedale, da detenuto, per Clostidrium difficilis. Aveva perso oltre 20 kg al momento del ricovero in ospedale. Morì dopo poche ore dal ricovero. I familiari seppero della morte recandosi a colloquio.
  • Sebastiano Sciuto, ergastolano, morto per cancro dopo 27 anni di carcere. Pena sospesa 9 giorni prima del decesso;
  • Sebastiano Rampulla, morto dopo pochi giorni dalla sospensione della pena;
  • Gaspare Raia, ottantenne ergastolano, morto nel 2017 dopo più di 25 anni di carcere. Tumore in fase avanzata, arresti domiciliari concessi pochi giorni prima della morte;
  • Cosimo Caglioti, di anni 30, un’incompatibilità carceraria diagnosticata e sottovalutata, le cure approssimative, i soccorsi che non arrivano, il defribillatore chiuso a chiave. Muore a soli 30 anni nel carcere di Secondigliano.
  • Salvatore Veneziano, arrestato nel 1993, morto nel novembre del 1997 per AIDS (contagiato in carcere). Ad agosto era uscito dal carcere di Spoleto dove era stato sottoposto al regime di 41 bis. Scontava una pena di 8 anni;
  • Salvatore Bottaro, ergastolano detenuto dal 1990, affetto da cancro al pancreas, pena sospesa nel 2004. Apprese dai medici che gli rimanevano 6 mesi di vita, si suicidò;
  • Salvatore Profeta, morto in ospedale ai primi di settembre dopo 10 giorni di ricovero. Detenuto ingiustamente per 18 anni in 41bis con l’accusa, da parte di un falso pentito, di essere tra gli esecutori della strage di via D’Amelio, venne scagionato, rilasciato nel 2015 e arrestato nuovamente nel 2016, sempre sulla base di dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia. Al momento della morte era detenuto presso il carcere di Tolmezzo con una condanna non definitiva ad 8 anni. Il questore di Palermo ha vietato il funerale pubblico. Un dispositivo questo di negare il funerale in chiesa ormai consolidato negli anni.

L’elenco sarebbe ancora lunghissimo e, pertanto, ci siamo limitati a riportare solo alcuni fra i tanti di morte per pena in carcere. La maggior parte della popolazione condannata alla pena dell’ergastolo ostativo o ad una pena trentennale ha una età che supera i 70/80 anni, gran parte è sottoposta al regime di 41bis con tutte le restrizioni che  vanno ad impedire una precoce diagnosi e, quando questa avviene, ormai le possibilità di intervento sono ridotte al minimo. Chiudiamo ribadendo quanto detto all’inizio: il diritto alla salute dovrebbe essere garantito a tutte le persone per Costituzione e le recenti sentenze della Corte europea sono state chiarissime anche per quanto riguarda i detenuti in 41 bis, ma in Italia si preferisce pagare le penali piuttosto che attuare lo stato di diritto. Il prossimo 10 dicembre, 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti Umani, digiuneremo per l’abolizione dell’ergastolo e per il rispetto di tutti i Diritti Umani violati.

I membri dell’associazione Yairaiha del circuito AS1 di Voghera    

Una marea NOTAV ha invaso Torino e battuto tutti sui numeri

Scriviamo al termine di una giornata storica, la giornata che verrà ricordata per essere la più grande manifestazione notav a Torino.

La piazza del 10 novembre ci aveva lanciato la sfida e un coro di tifosi (dai giornali ai politici) ha continuato a sostenere che quella piazza era la novità e che aveva cambiato il corso della storia sulla Torino Lione.

Ah si? Allora adesso fate i conti con questa di manifestazione, una delle tante che abbiamo fatto in tutti questi anni, ma tra le più importanti e in una delle date che per noi ha un enorme valore. Oltre 70.000 hanno scelto di essere oggi a Torino per rafforzare il nostro lungo NOTAV e dimostrare chiaramente quale sia il futuro che vogliamo per la nostra Valle e per il nostro Paese: un futuro di sviluppo consapevole dove la priorità sarà sempre data ai bisogni colllettivi.

Fermiamo la Torino Lione, un’opera inutile e dannosa, e investiamo nell’esistente, in tema di trasporti, e in tutto quello che porta sicurezza vera al nostro Paese: scuola, cura del territorio, sanità, welfare.

È possibile e non è un sogno da retrogradi. È il futuro che vogliamo e per cui da 30 anni lottiamo, oggi con una consapevolezza in più, che siamo veramente in tanti a volerlo!

Ci vediamo a Roma il 23 marzo!