2 dicembre 1968 Avola, i braccianti uccisi tra mandorli e agrumi

2 dicembre 1968: lo sciopero contro le gabbie salariali nel siracusano trasformato dalla polizia in una caccia a uomini disarmati

«Che cosa è successo? C’è stato un gran dispiacere perché non erano morte delle bestie, ma erano stati uccisi dei compagni.»
(Dalla testimonianza resa da un anziano operaio agricolo il 3 dicembre 1968 all’inviato di “Lotte agrarie”, periodico della Federbraccianti-Cgil.)

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Avola 1968

E’ l’Italia del ‘68, scossa dalle manifestazioni degli studenti, alla vigilia di un’imponente stagione di lotte operaie. Ma è anche l’Italia dove la destra cerca e innesca provocazioni proprio per bloccare un sempre più esteso e incontrollabile movimento di masse giovanili e operaie. E’ l’Italia del dimissionario governo balneare di Giovanni Leone (in cui Franco Restivo è ministro dell’Interno).

Si prepara il primo governo di centrosinistra di Rumor e Nenni mentre il socialista Sandro Pertini è stato appena eletto presidente della Camera. E, nell’appendice di questa Italia, i trentaduemila braccianti della provincia di Siracusa sono impegnati da molte settimane (ma chi lo sa? chi ne scrive?) in una durissima vertenza con un’agraria tra le più ricche, le più potenti ma anche le più intransigenti del Mezzogiorno. Non è una vertenza qualsiasi. Intanto per la duplice posta, di evidente valenza: la parificazione delle zone salariali dell’agrumeto e dell’ortofrutta (una sottospecie delle famigerate “gabbie”), e la fine del mercato delle braccia che ha i suoi sfacciati, liberi centri di contrattazione nelle piazze di tutta la provincia e persino nel cuore della città d’Aretusa, in piazza Stesicoro. E poi perché si sa che una vittoria (o una sconfitta) nelle campagne di Siracusa non solo sarebbe decisiva per quella lotta di quei braccianti, ma farebbe da traino (o da freno) alle analoghe vertenze aperte nelle altre zone dell’Isola: dall’altrettanto ricca piana catanese alle più povere province dell’interno, dove vegetano altri agrari, parassiti.

Per la vertenza di Siracusa si è ormai alle strette. Dopo tre settimane di sciopero, i risparmi degli operai agricoli sono agli sgoccioli. Aranci e limoni marciscono sugli alberi.

Le serre sono da troppo tempo prive del riscaldamento necessario per far maturare i primaticci. Alle porte di Avola, lungo lo stradone che da Cassibile (proprio in un agrumeto di quel paese fu firmato il 3 settembre del ’43 l’armistizio che sanciva la resa incondizionata dell’Italia alle potenze alleate) porta a Ragusa, c’è un bivio per Marina di Avola.

Avola 1968

Lì, il pomeriggio di venerdì 29 novembre, un centinaio di braccianti sta seduto in terra, blocca la strada. Il sindaco socialista di Avola Giuseppe Denaro, il deputato comunista Nino Piscitello, il pretore Cassata, il segretario della Federbraccianti siracusana Orazio Agosta convincono gli scioperanti a sospendere il blocco. Andranno loro, anzi torneranno loro, per l’ennesima volta, dal prefetto D’Urso perché si decida a convocare nuove, immediate trattative. Seppur poco convinti, i braccianti vanno a casa.

Ma il prefetto, ottenuto lo sgombero, rinvia la convocazione delle parti all’indomani: «Sono stanco», fa dire e se ne va a casa. E l’indomani gli agrari non si presentano. Il prefetto ne giustificherà l’assenza prendendo per buono, e facendo proprio, un pretesto impudente: «Che volete farci? Questi blocchi stradali a intermittenza impediscono ai proprietari – chi viene da una parte e chi dall’altra – di riunirsi e di preparare le controproposte». E allora nuovo rinvio dell’incontro, prima a martedì poi, dal momento che la tensione cresce di ora in ora, l’anticipo alla sera di domenica, quando però in rappresentanza dei padroni si presenta solo un funzionario privo di qualsiasi potere di trattare e men che mai di firmare un eventuale, comunque improbabile accordo. Piscitello tempesta di telefonate la presidenza della Regione a Palermo, e soprattutto i ministri del Lavoro e degli Interni a Roma dove figuriamoci se, a crisi aperta, c’è qualcuno che ha tempo da perdere dietro alla vertenza dei braccianti di una lontana provincia.

«Costi quel che costi»

Così lunedì 2 dicembre è inevitabile che nel siracusano sia proclamato lo sciopero generale, in appoggio ai braccianti. Tutto chiuso in città, tutto fermo in provincia.

Già all’alba, al solito bivio di Avola, c’è di nuovo raduno di braccianti, ben più grosso stavolta: sono almeno in cinquemila. Molti stanno seduti in strada, altri mangiano pane e formaggio nelle campagne intorno o sui muri a secco che dividono agrumeti e mandorleti. Racconterà il sindaco Denaro: «Il prefetto D’Urso mi aveva telefonato alle otto del mattino.

Avola 1968

Un vero e proprio avvertimento: il blocco di Avola deve sparire, i braccianti devono andarsene, costi quel che costi». E’ minaccia aperta, frutto non solo dell’arroganza di un funzionario (che pure rappresenta il potere centrale) ma certo anche di pressioni degli agrari su quello stesso governo sordo da settimane ai richiami sempre più allarmati di sindacati e partiti di sinistra. I braccianti non se ne vanno? E allora che siano fatti sloggiare, «costi quel che costi» come ha intimato il prefetto.

Detto e fatto: alla due del pomeriggio sei furgoni e alcune camionette della Celere scaricano al bivio di Avola novanta agenti, un’avanguardia di quel famigerato battaglione speciale di stanza a Catania che costituisce la forza d’urto sempre all’erta per le imprese peggiori (come quella del luglio ‘60, proprio nella città dell’Etna, dopo i morti di Reggio Emilia, Palermo, Licata). Il vicequestore Camperisi è pronto a dare l’ordine di sgombero. Il sindaco telefona al prefetto gridando: «Che la polizia non faccia sciocchezze! Qui stanno arrivando anche donne e bambini!». Per tutta risposta D’Urso intima a Denaro di indossare la fascia tricolore: «Lei pensi piuttosto a collaborare con la polizia! ».

Gli agenti sono già con gli elmetti, pronti a inastare i lacrimogeni sulle canne dei moschetti. Deciso a forzare il blocco con la violenza, e prevedendo la legittima reazione dei braccianti, il vicequestore Camperisi dispone persino che sia creata una trincea per l’imminente battaglia: un commando di poliziotti pone di traverso sullo stradone una betoniera. Il blocco, quello vero, ormai l’ha fatto la Celere. Ed è il via alla provocazione. I tradizionali squilli di tromba non valgono come usuale avvertimento: sono il segnale di dare il via all’aggressione senza perdere altro tempo.

Da dietro la betoniera partono a grappoli le bombe lacrimogene: dieci, venti, cinquanta.

I braccianti, colti di sorpresa, fuggono per le campagne a ripararsi dai fumi.

Ma presto si accorgono che non c’è bisogno di mettersi al riparo: il vento rispedisce al mittente i gas mettendo nei guai gli agenti, e rendendo furibondi ufficiali e vicequestore. Un lacrimogeno però esplode tra alcuni braccianti, colpendone uno.

Esasperati, i suoi compagni si difendono come possono, scardinano i muretti e ne scagliano le pietre sulla strada per impedire almeno i forsennati caroselli che le camionette hanno cominciato a fare per creare panico. Allora via radio il vicequestore Camperisi chiede immediati rinforzi. Tempo mezz’ora, da dietro un curvone alle spalle dei braccianti sbuca un altro centinaio di poliziotti, tutti armati sino ai denti come quelli che già fronteggiano gli scioperanti.

«Li stiamo ammazzando»

Ormai è guerra. Gli operai sono presi letteralmente tra due fuochi. Vomitano piombo di fronte a loro e alle loro spalle i mitra Beretta, i moschetti, e le pistole di almeno due calibri diversi, il 9 e il 7,65. Colpi a raffica, centinaia di proiettili: l’indomani Nino Piscitello scaricherà alla Camera due chili e mezzo di bossoli. Sono colpi precisi, diretti con cura ad alzo zero da quando un ufficiale – per dare l’esempio ad agenti esitanti – ha strappato di mano il moschetto ad un graduato ed ha sparato dritto contro un gruppo che tentava di ripararsi dietro un muretto.

Paolo Caldarella alza una mano in segno di tregua: un colpo gliela trapasserà. Poi cade Giorgio Garofalo: una fucilata gli ha forato in otto punti le anse intestinali (si salverà grazie a tre operazioni).

Un’altra fucilata spezza un femore ad Antonino Gianò. E Sebastiano Agostino è colpito al petto poco lontano da Orazio Agosta.

Quando non sono i moschetti e i mitra a farlo, sono le pistolettate che feriscono gravemente Giuseppe Buscemi, Paolo Caldarella, Rosario Migneco, Orazio Di Natale.

E’ un crescendo di violenza selvaggia, talmente insensata che a notte, all’ospedale di Siracusa, un agente colpito alla testa da una pietra continuerà per ore a gridare nel delirio: «Comandante! Comandante! E’ un’infamia… E’ il tiro al bersaglio… Lasci stare la pistola! Così li stiamo ammazzando!».

E infatti due braccianti moriranno tra atroci sofferenze.

Così viene ucciso Angelo Sigona, 25 anni da Cassibile: inseguito, braccato tra gli alberi, fucilato davanti ad un muretto. Raccolto in un lago di sangue da due compagni, non basteranno a salvarlo due interventi, prima all’ospedale di Noto e poi a quello di Siracusa. Così è ammazzato anche Giuseppe Scibilia, 47 anni da Avola, pure lui inseguito a trecento metri dal luogo degli scontri e centrato al petto. Non si saprà mai se ad ucciderlo sia stato quell’ufficiale visto da tutti (ma da nessuno identificato) mentre gridava ai suoi uomini che gli passassero i caricatori per il suo personale, allucinante western. Forse è lui il “comandante” citato nel delirio dall’agente ferito.

O forse no, perché in effetti, come racconterà più tardi Orazio Agosta, «tutti, ma proprio tutti, sparavano.

Ho visto poliziotti sparare anche contro i serbatoi delle motociclette dei braccianti perché prendessero fuoco e provocassero ancor più casino ». Venticinque minuti dureranno sparatorie e incendi e caroselli: da un lato duecento armi, dall’altro mille pietre. Da un lato, tra i braccianti, due morti e una diecina di feriti gravi; dall’altro, tra i poliziotti, quattro contusi ed un ferito, quello che nel delirio avrebbe confermato tutto l’orrore dell’impresa.

Fulminea, la notizia della tragedia scuote l’Italia intera.

Avola 1968

Immediata la proclamazione per l’indomani di uno sciopero generale dei braccianti in tutto il Paese e di tutti i lavoratori in Sicilia. Non c’è bisogno di direttive: già nella stessa serata dell’eccidio ci sono state le prime manifestazioni di protesta.

Grande è l’imbarazzo nel governo dimissionario e soprattutto tra quanti lavorano – tra difficoltà di opposta natura – alla costituzione del governo di centrosinistra. E ancor più grande è l’irritazione, tra i socialisti, quando in un primo momento la presidenza del Consiglio prova a far ricadere sui braccianti la responsabilità dell’eccidio: ovvio, sassaiola dei lavoratori in sciopero e legittima reazione di «alcuni agenti» che «trovatisi isolati, di loro iniziativa hanno fatto uso delle armi». E’ la tesi fatta accreditare ufficialmente nel telegiornale della sera, e che non spiega la gravità degli eventi.

Sono davvero soltanto di “alcuni agenti” i chili di bossoli raccolti sul luogo della battaglia? E poi: il fuoco non è stato aperto su lavoratori che stavano avendo la meglio sulla polizia ma su centinaia di persone disarmate e in fuga disperata per i campi. Insomma, se pure non c’è stato un ordine specifico (ma non è inteso così quello sconsiderato «sgomberare, costi quel che costi» intimato dal prefetto?), evidente era la volontà – denunciano i sindacati – di dare una lezione ai braccianti, di far loro pagare una lunga vertenza.

La “grana” di Avola

L’irritazione in casa socialista ha anche un altro motivo: Aldo Moro ha già fatto sapere che la Dc non intende rinunciare agli Interni (che resteranno in sua mano, ininterrottamente, sin dopo Tangentopoli) e meno che mai è disposta a dimissionare Franco Restivo in seguito alla “grana di Avola”, come l’ha subito definita il giornale più autorevole di un’inquieta borghesia e di un padronato reso ancor più inquieto dalle avvisaglie dell’accordo Dc-Psi. Comunque, o proprio per questo, dura poco, molto poco, il tentativo così grossolano e tanto insostenibile di cambiare le carte in tavola. Giocano molti fattori ad imporre un intervento più realistico del Viminale e del ministro Restivo in persona: la proclamazione dello sciopero generale, la preoccupazione evidente di non aggravare la tensione già altissima, un avvertimento di Sandro Pertini (discreto ma energico, com’è suo costume, ed autorevolissimo ché presiede la Camera) che anche i socialisti non intenderanno mettere il bollo su pretestuose giustificazioni, la durissima reazione dell’opposizione di sinistra che reclama la convocazione straordinaria del Parlamento.

E allora, qualche minuto dopo le dieci di sera di quello stesso 2 dicembre, uno scarno ma inequivoco comunicato del Viminale smentisce la prima, più avventata versione: salta il questore di Siracusa Politi, rimosso dal ministro Restivo e collocato a disposizione proprio «in relazione ai luttuosi fatti di Avola». Bene, ma perché solo lui e non anche il vicequestore Camperisi che ha guidato la repressione? E perché solo il questore e non anche il prefetto D’Urso che è stato l’alleato costante degli agrari e che, con quella sua telefonata al sindaco di Avola, ha anticipato la determinazione di soffocare ad ogni costo la lotta dei braccianti? All’annuncio della rimozione del questore, Leone e Restivo fanno poi seguire una nota ufficiosa non solo per esprimere «il più profondo dolore per l’accaduto» ma anche per manifestare «il fermo intendimento di fare piena luce sugli avvenimenti ». La luce non sarà mai fatta, e gli interrogativi resteranno senza risposta.

Ma l’eccidio non resterà senza conseguenze. L’indignazione è così generale, le preoccupazioni talmente diffuse, la pressione delle confederazioni sindacali tanto forte, l’allarme nel padronato così evidente che da Roma parte l’ordine della Confagricoltura di tornare a trattare. Così, proprio mentre ancora è in corso lo sciopero generale e si preparano i funerali di Scibilia e Sigona, a Siracusa si riprendono – in pratica si aprono – le trattative sempre rifiutate o rinviate dagli agrari. Si tratta ad oltranza, con l’intervento dei segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil. Quindici ore ci vogliono per piegare le resistenze padronali, e alla fine l’accordo segnerà l’abolizione delle differenze salariali tra le due zone, l’aumento delle paghe, la rinuncia al mercato delle braccia (anche se tanto tempo dopo si ricomincerà, e stavolta saranno gli extracomunitari a patirne le conseguenze). Ma c’è anche e soprattutto un punto fermo: Avola diverrà la scintilla di una stagione politica che, comunque la si riguardi a tanti anni di distanza, porrà fine all’intervento della polizia nei conflitti sindacali. Un intervento che dal ‘47 ad allora aveva provocato quasi cento morti. Un elenco chiuso, appunto, dai nomi di Giuseppe Scibilia e di Angelo Sigona.

* * *

Quando, tanti anni dopo, Bruno Ugolini ricorderà per il suo giornale quella tragica giornata, scriverà: «Oggi, spulciando su Internet, in un sito dedicato alla storia di Avola, leggo: “Cittadina di 32mila abitanti, situata nel golfo di Noto,in territorio pittoresco e dirupato”. Non trovo cenno di quei suoi figli, Sigona e Scibilia. Eppure è merito loro se quel nome, Avola, suscita ancora tante emozioni».

Foto dell’epoca tratte dal sito della Cgil di Siracusa

Giorgio Frasca Polara
Roma, 2 dicembre 2004
da “Liberazione”

Fidel Castro è morto

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L’annuncio del fratello Raul alla televisione cubana: E’ morto il comandante in capo della Rivoluzione cubana, Fidel Castro Ruiz. Un articolo di bilancio di Antonio Moscato

È morto a L’Avana Fidel Castro. Il «lider maximo» aveva 90 anni. Lo ha annunciato il fratello Raul, parlando alla Tv di Stato di Cuba. «Il 25 novembre alle 10.29 di sera è morto il Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz – ha detto Raul, che dal 2008 era succeduto al fratello, molto malato, alla guida del Paese -. In base alla volontà espressa del compagno Fidel, i suoi resti saranno cremati i suoi resti. Nelle prime ore del mattino di sabato 26 il comitato organizzatore del funerale fornirà alla nostra gente informazioni dettagliate sull’organizzazione per l’omaggio che sarà tributato al fondatore della Rivoluzione cubana». Raul Castro ha concluso l’annuncio con la frase simbolo della rivoluzione cubana «Hasta la victoria siempre!» («Fino alla vittoria sempre»).

di Antonio Moscato

Fidel Castro l’uomo che ha retto per oltre sessant’anni sulla scena mondiale vedendo succedersi undici dei presidenti degli Stati Uniti, che avevano promesso di cancellare la rivoluzione cubana, ha chiuso la sua lunga e straordinaria vita, meno di un mese dopo la vittoria di Donald Trump, che ha sconfitto non solo Hillary Clinton ma anche il suo mentore Barack Obama, che aveva dovuto ammettere l’inutilità dell’embargo ma non aveva voluto o saputo eliminarlo.

Fidel Castro è stato venerato sinceramente dalla maggioranza dei cubani, ma anche considerato da altri responsabile di tutti i problemi dell’isola, anche di quelli ricevuti in eredità dalla dominazione spagnola, dal neocolonialismo statunitense, dall’influenza dell’URSS. In ogni caso è stato indubbiamente un grande trascinatore. Guevara, anche nel momento in cui stava lasciando Cuba, aveva ribadito la sua grande ammirazione per lui, rispetto al quale si era collocato sempre in una posizione di discepolo. Eppure la sua cultura politica ed economica era molto più rigorosa e sistematica di quella di Fidel.

Anche nei decenni successivi alla morte di Guevara su diverse questioni di fondo Castro ha dimostrato comunque capacità notevoli, che hanno permesso di superare scogli pericolosi. Ha ad esempio mantenuto una relativa ma sostanziale autonomia dall’URSS perfino negli anni in cui ai critici ostili e prevenuti sembrava diventato un vero e proprio fantoccio di Mosca. In realtà per un lungo periodo Castro è stato sottoposto a una fortissima pressione esterna (con la frequente minaccia sovietica di una riduzione delle forniture indispensabili per aggirare il bloqueo) ma anche interna allo stesso partito cubano, in cui – soprattutto dopo il catastrofico fallimento della grande zafra del 1970 – fu costretto ad accettare un notevole ridimensionamento del suo ruolo, che continuava ad essere esaltato formalmente, ma era condizionato dall’obbligo di una preventiva approvazione “collegiale” dei suoi discorsi.

Nonostante questi condizionamenti, Fidel Castro fu capace di staccarsi dall’URSS tre o quattro anni prima del suo crollo, sia sul piano ideologico con la campagna directificación de errores, che si contrapponeva polemicamente alla perestrojka, sia preparandosi ad affrontare quello che fu definito il “periodo speciale in tempo di pace”, accumulando scorte di combustibile e studiando varie forme di risparmio energetico per sopravvivere all’eventualità di quel taglio quasi totale delle forniture di petrolio e di altri prodotti strategici da parte dell’URSS e dei paesi del Comecon che effettivamente vi fu, in forma particolarmente acuta tra il 1989 e il 1994.

Riuscì così a salvare il suo paese, nonostante l’embargo statunitense si fosse aggravato proprio dopo il crollo dell’URSS (cosa che dimostrava quanto fosse stato falso il pretesto addotto dagli USA per giustificare il blocco). Basta pensare comunque alla sorte penosa della maggior parte dei partiti comunisti filosovietici, compreso quello italiano, dopo il tracollo dell’URSS, per capire l’importanza della capacità di resistenza della piccola Cuba.

Il sostanziale consenso di cui Fidel Castro ha goduto e continua a godere a Cuba anche dopo aver lasciato per malattia le leve di comando, appare comunque incomprensibile a chi dimentica che per i cubani egli è stato prima di tutto un eroe dell’indipendenza nazionale, capace di sfidare prima gli Stati Uniti, poi l’URSS in diverse occasioni, dalla crisi dei missili ai due casi Escalante, dalle numerose polemiche sulle dubbie relazioni sovietiche con dittature latinoamericane, fino al tempestivo sganciamento finale.

E la sfida agli Stati Uniti non è stata una questione da poco: contrariamente alla versione di Washington, l’ostilità statunitense cominciò non solo prima di qualsiasi contatto di Castro e Guevara con l’URSS ma anche quando nessuna proprietà USA era stata ancora toccata. Molti celebri giornalisti italiani continuano a ripetere la leggenda di una rivoluzione pilotata dall’URSS, dimenticando che perfino i rapporti diplomatici tra Mosca e l’Avana furono ristabiliti solo nel maggio 1960, un anno e mezzo dopo la vittoria dei barbudos, e che a maggior ragione non c’era stato fino a quel momento nessuno scambio economico.

Anche la sfida a Batista non era stata cosa da poco. Anche se l’assalto alla Caserma Moncada era stato mal preparato, agli occhi di varie generazioni di cubani quell’impresa era apparsa un gesto di coraggio non comune, e gli errori dei giovani rivoluzionari erano passati in secondo piano di fronte al loro coraggio nello sfidare un dittatore sanguinario, che per giunta consolidò subito la sua fama facendo uccidere atrocemente quasi tutti gli insorti caduti nelle sue mani.

La tenacia nel trasformare una sconfitta militare in successo politico, preannunciando orgogliosamente nuovi tentativi di abbattere il tiranno, fin dalla famosa autodifesa in Tribunale più volte ripubblicata col titolo La storia mi assolverà, creò la premessa per una popolarità nazionale che permise a Fidel di non soccombere a un’altra impresa ugualmente mal preparata, la spedizione del Granma, caratterizzata da una notevole improvvisazione, che aveva fatto rischiare una catastrofe definitiva. La popolarità di quel giovane avvocato che aveva osato sfidare Batista gli aveva assicurato subito una rete di protezione da parte dei primi contadini incontrati sulle pendici della Sierra Maestra. Così poco più di una dozzina di sopravvissuti avevano continuato senza esitare in un’impresa che sembrava impossibile contro un esercito di 50.000 soldati, riforniti costantemente dalla base USA di Guantanamo. È questo il grande merito di Fidel riconosciuto da Guevara, e ancor oggi da molte generazioni di cubani: il rifiuto di ogni rassegnazione all’ineluttabilità dell’esistente, la capacità di lottare controcorrente per creare le condizioni che ancora non sono mature.

Quello sbarco quasi catastrofico si era presto rivelato una forzatura necessaria: aveva suscitato entusiasmo nelle città, disorientamento nelle forze batistiane, che avevano inizialmente dati per morti Fidel Castro e “il medico comunista Ernesto Guevara”. I primi sopravvissuti erano riusciti a superare la prima fase difficilissima perché, se la preparazione tecnica e militare era del tutto inadeguata, quella politica si basava su un’analisi corretta delle contraddizioni del paese e su un minimo di organizzazione precedente della popolazione della zona. Non si chiamava “partito”, ma il movimento 26 luglio (che aveva preso il nome dalla data dell’assalto al Moncada) ne svolgeva di fatto le funzioni nella “pianura” e a Santiago. Per questo i guerriglieri hanno potuto reggere ad attacchi condotti da forze militari enormemente superiori, dotate di aerei e mezzi corazzati.

Quando Fidel arriverà all’Avana, una settimana dopo Guevara e Camilo Cienfuegos, una colomba bianca si poserà sulla sua spalla: una conferma che gli dei del panteon afrocubano lo proteggevano. Popolarmente verrà chiamato Caballo: simbolo di forza e sinonimo di numero 1 nella cabala.

* * *

Fidel Castro era nato il 13 agosto del 1926 a Birán, nella provincia cubana di Oriente. Il padre, immigrato dalla Spagna, era diventato abbastanza benestante (aveva circa diecimila ettari), pur rimanendo a lungo analfabeta e sempre un po’ “padre padrone”. L’ambiente di formazione iniziale, a contatto con la natura, era durato molto poco, perché la madre aveva incoraggiato il suo trasferimento nel capoluogo della provincia, Santiago, per studiare dapprima privatamente e poi in un collegio salesiano. Più volte richiamato per indisciplina, aveva poi ottenuto nel 1939 l’iscrizione a un istituto tenuto dai gesuiti a Santiago, per passare nel 1942 al prestigioso collegio Belén, sempre dei gesuiti, all’Avana.

I biografi concordano nel segnalare che già in quegli anni eccelle in diversi sport, e si fa notare anche per i risultati nello studio. Quando Fidel arriva all’Università, dove si iscrive a Giurisprudenza, emerge come dirigente studentesco. Ma guarda anche fuori dell’isola. Nel 1948 si era trovato a Bogotà per un convegno studentesco internazionale che non si poté tenere perché esplose una violentissima protesta popolare, con migliaia di morti, in risposta all’uccisione del leader della sinistra colombiana Jorge Eliecer Gaitán. Fidel fu descritto su vari giornali colombiani e cubani come il vero organizzatore del “Bogotazo”, che era stata invece un’insurrezione assolutamente spontanea, in risposta a un crimine che avviò la lunga stagione della violencia in Colombia. In ogni caso, quell’episodio gli diede una notevole popolarità nell’università, e una spinta ulteriore a un impegno politico.

Fidel Castro tendeva sempre a retrodatare la sua formazione marxista e il suo orientamento comunista, ma non a caso, quando aveva deciso di entrare in politica nel 1947, aveva scelto di iscriversi a una formazione nazionalista vagamente di sinistra, il partito rivoluzionario “ortodosso”, guidato da Eddy Chibás, in cui si era fatto rapidamente strada. Nel 1951 Chibás, che era considerato sicuro vincitore delle elezioni presidenziali dell’anno successivo, si era suicidato in diretta durante una trasmissione radiofonica, per non essere riuscito a fornire prove indiscutibili della corruzione di un ministro, di cui era certo, senza poter però rivelare le sue fonti. Fidel Castro non era il numero due di Chibás, ma certo potè beneficiare dei riflessi di una popolarità grandissima del suicida. Comunque le elezioni non si tennero, per il colpo di Stato di Batista, e Fidel assunse il ruolo di continuatore di Chibás, che aveva come simbolo elettorale una scopa, e denunciò il dittatore alla corte suprema, chiedendo che lo condannasse a un secolo di reclusione. Naturalmente la corte rispose che non era suo compito, e Castro decise di far cadere Batista con una insurrezione popolare. Fu allora che Castro cominciò a pensare a preparla con un gesto clamoroso, come l’assalto al Cuartel Moncada. Intanto, subito dopo la laurea, aveva cominciato a presentarsi come una specie di “avvocato dei poveri”.

Nelle sue ricostruzioni recenti degli anni universitari e dei due anni che intercorrono tra la laurea e la clamorosa entrata in politica con la sfida al colpo di Stato di Batista, Fidel ha sempre insistito nel presentarsi già allora come “marxista-leninista”, e nell’amplificare la portata dei suoi studi marxisti. Ma in tutti i suoi scritti di quegli anni, anche a non credere alle sue frequenti proclamazioni di “non comunismo” ribadite durante la guerriglia e poi per almeno un anno dopo la vittoria, e che potrebbero essere state “tattiche” come lui sostiene (cioè fatte “per non spaventare i cubani”…), non ci sono molte tracce di un linguaggio e di un programma marxista. Ma evidentemente sapeva però ascoltare e interpretare i sentimenti e le aspirazioni delle masse.

Il problema maggiore di Fidel era l’economia: il volontarismo che era servito a tentare l’impossibile sfidando Batista, non funzionava altrettanto per organizzare Cuba. Bastano alcuni esempi: la cosiddetta “offensiva rivoluzionaria” del 1968, e soprattutto le ripetute chiusure dei mercati contadini per ragioni ideologiche. Per anni le vendite clandestine (non percepite dalla popolazione come un crimine) hanno consolidato la loro linea sotterranea di distribuzione, e il risultato peggiore è stato che, vietando tutto, è stato permesso o tollerato tutto. Le vendite dirette di prodotti da parte dei piccoli contadini sono state in sostanza messe sullo stesso piano di illegalità delle ben più gravi sottrazioni di prodotti statali venduti di contrabbando da lavoratori e soprattutto direttori di negozi e imprese (analoghi a quelli che hanno caratterizzato l’Unione sovietica e i paesi affini negli ultimi decenni della loro esistenza).

Forte di un appoggio popolare indiscusso, Fidel Castro ha concentrato nelle sue mani un potere immenso, ma dopo la morte del Che e della sua compagna Celia Sánchez, lo ha gestito in solitudine. Ha “allevato” giovani collaboratori, ma li ha sostituiti bruscamente appena li ha visti troppo autonomi: Carlos Aldana, Roberto Robaina, Felipe Pérez Roque, Carlos Lage Dávila, José Luis Rodríguez García e tanti altri ministri. D’altra parte aveva la convinzione di doversi occuparepersonalmente di tutto, dal colore dei taxi dell’Avana alla costruzione di infrastrutture per il turismo.

La visita del papa Giovanni Paolo II ha rappresentato un trionfo su chi aspettava il crollo di Cuba, ma a lunga scadenza la Chiesa ha ottenuto di più, e si è visto quando è arrivato Benedetto XVI, che ha trovato un terreno più fertile, e si è mosso con arroganza. Il nuovo presidente, Raúl, è più debole e ha bisogno del sostegno della gerarchia cattolica: deve pagare quindi un prezzo maggiore, accettando che essa svolga un ruolo di opposizione di fatto, moderata ma autonoma. Con Francesco è apparso più chiaro il ruolo aperto di mediazione della Chiesa, ormai rafforzata, nelle trattative tra il governo cubano e l’amministrazione degli Stati Uniti.

Papa Benedetto XVI e Francesco hanno reso comunque omaggio a Fidel, che ormai dopo la malattia era solo un privato cittadino, anche se circondato da un grande amore popolare. D’altra parte in ogni occasione di visite di lavoro a Cuba, non mancavano di visitare Fidel tutti i leader latinoamericani, non solo i “radicali” Chávez o Morales, ma anche i moderati Lula o Kirchner.

Negli ultimi anni Fidel Castro, appena rimessosi dalla fase più acuta del suo male, ha ripreso a scrivere le sue “Riflessioni”, a volte brevi come un epigramma, a volte lunghe come un saggio, spesso discutibili. Ma nessuno aveva osato limitare la sua libertà di comunicare ai cubani il suo pensiero, tanto grande era l’eco del suo grande prestigio storico, e la differenza tra il suo carisma e quello dello scialbo successore.

Di fronte alla minaccia rappresentata dall’elezione di Trump, Raúl Castro ha annunciato grandi manovre militari. Tuttavia, nonostante il relativo isolamento per i bruschi cambi di governo in Argentina e Brasile e le difficoltà di quello del Venezuela, la difesa dell’isola sarà più facile se ritroverà le caratteristiche originali che avevano permesso il trionfo della rivoluzione, e l’avevano trasformata per molti anni in un punto di riferimento non solo nel continente americano, mentre l’imperialismo statunitense aveva dovuto rinunciare ai tentativi di aperta riconquista. E sarà più facile farlo richiamandosi al ruolo che nel primo decennio dopo la vittoria ebbero, insieme, Fidel Castro e Che Guevara.

da Movimento Operaio, il blog di Antonio Moscato

Roma, 22 novembre 1975 – L’assassinio di Pietro Bruno

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Si svolge una grande manifestazione per chiedere il riconoscimento da parte dell’Italia della Repubblica Popolare dell’Angola, appena liberatasi dal colonialismo portoghese.

Mentre il corteo si snoda per via Labicana, una decina di manifestanti si stacca, all’altezza dell’Ambasciata dello Zaire, con l’intenzione di compiere un’azione dimostrativa contro un regime attivo nell’aggressione imperialista in Angola.

Appena affacciatosi in largo Mecenate, il gruppo ha chiaro sentore di una trappola. Dopo aver lanciato alcune molotov per coprirsi la fuga, i giovani iniziano a correre. Contro di loro poliziotti e carabinieri scatenano un vero e proprio tiro al bersaglio.

Piero Bruno, 18 anni, studente dell’itis Armellini e militante di Lotta continua, crolla sull’asfalto, raggiunto alla schiena da un proiettile esploso dal carabiniere Pietro Colantuono. Altri due giovani sono colpiti di striscio alla testa ma non si fermano. Verso il ferito, che giace a terra agonizzante, e un suo compagno che prova a tirarlo via, un poliziotto in borghese, poi identificato nella guardia di ps Romano Tammaro, spara di nuovo a breve distanza. Piero viene colpito alla gamba destra, mentre il soccorritore è raggiunto a un braccio. Quindi l’agente si avvicina a Piero, lo strattona, lo insulta, gli punta una pistola alla tempia e preme il grilletto dell’arma ormai scarica. Per simulare un’inesistente situazione di pericolo, le forze di polizia trascinano il ferito verso l’ambasciata. Piero morirà il pomeriggio successivo, piantonato in ospedale.

Mentre tutta l’Italia è attraversata da una forte mobilitazione contro il regime democristiano, il governo Moro e la Legge Reale, appena entrata in vigore, le indagini prendono avvio fra dichiarazioni contraddittorie, ritardato o mancato sequestro di armi e gravi manomissioni di prove. Nessuno dei membri delle forze dell’ordine presenti, agli ordini del vicequestore Ignazio Lo Coco, fu arrestato. Oltre a Colantuono e Tammaro, ad aprire il fuoco fu certamente anche il sottotenente dei cc Saverio Bossio.

Nel dicembre 1976 il giudice istruttore Lacanna, sulla base delle argomentazioni del sostituto procuratore Vecchione, emise la sentenza di archiviazione. Nell’ordinanza di proscioglimento scriverà: «Se per la difesa dei superiori interessi dello Stato, congiuntamente alla difesa personale, si è costretti ad una reazione proporzionata alla offesa, si può compiangere la sorte di un cittadino la cui vita è stata stroncata nel fiore degli anni ma non si possono ignorare fondamentali principi di diritto. La colpa della perdita di una vita umana è da ascrivere alla irresponsabilità di chi, insofferente della civile vita democratica, semina odio tra i cittadini».

Nel settembre 1977 Fabio Agostini, uno dei tre feriti curati fuori da strutture pubbliche per evitare l’arresto, si è tolto la vita.

Scheda di Paola Staccioli tratta dal libro In ordine pubblico.

La questura di Bologna amministra il razzismo contro la legge

Proseguiamo la campagna di denuncia delle malepratiche di Questura e Prefettura contro i richiedenti asilo, parlando questa volta degli ostacoli che chi ottiene la protezione umanitaria affronta per aver il permesso di soggiorno. Leggi qui i comunicati #1#2#3 e #4

Se sei un richiedente asilo a Bologna non basta dover attendere i tempi di Questura e Commissione territoriale, senza poter decidere nulla della tua vita, senza documenti e quindi senza poter lavorare. Il razzismo istituzionale della Questura non si ferma neanche dopo che la Commissione ti ha concesso la protezione umanitaria, ovvero ha riconosciuto che ritornare nel tuo paese mette in pericolo la tua vita. Concretamente questo significa che hai diritto a un permesso di soggiorno. Solo che la Questura prima ritarda la consegna del permesso e poi usa il pretesto del domicilio per non consegnartelo. Ma va contro la legge perché chiede ai migranti di presentare, oltre alla dichiarazione di ospitalità, anche il consenso scritto del proprietario di casa e il contratto di locazione (o addirittura la tassa di registrazione del contratto), quando la legge prevede solo un’autocertificazione del tuo domicilio. Quando c’è da rendere la vita impossibile ai migranti, la Questura riesce ogni volta a superarsi!

La Questura di Bologna amministra il razzismo contro la legge

Referendum. Ecco perché un lavoratore dovrebbe votare No

Craxi, poi Monti e la Jp Morgan, infine Renzi che riprende e porta a conclusione tutti i progetti di riforma autoritaria. Ecco perché chi lavora dovrebbe votare No

di Giorgio Cremaschi

Perché una lavoratrice o un lavoratore in quanto tali, e non come semplici cittadini, dovrebbero essere interessati ad esprimere con tutta la forza possibile, nelle urne e nel paese, il loro No alla controriforma costituzionale di Renzi? A questa domanda dobbiamo rispondere se vogliamo suscitare quella risposta di popolo che oggi non è affatto scontata e sulla cui assenza conta il fronte del Sì per vincere il referendum.

Per giungere a questo risultato dobbiamo smontare i due concetti principali usati dalla propaganda avversaria: che la controriforma sia un cambiamento rispetto all’immobilismo degli ultimi trent’anni e che comunque essa, per quanto profonda, non intacchi i principi della Prima parte della Costituzione.

Sull’uso spregiudicato della parola cambiamento la critica per certi versi è semplicissima, in particolare nel mondo del lavoro. Non c’è un solo cambiamento in questi ultimi trent’anni che sia stato favorevole a chi lavora, vorrebbe lavorare, finisce di lavorare. La stessa parola riforma, che negli anni ’70 del secolo scorso individuava l’affermazione dei diritti sociali e del lavoro, oggi propone un fine opposto. Riforme sono quel pacchetto di misure liberiste, riduzione dei salari e dei diritti del lavoro, tagli allo Stato sociale, privatizzazioni, che vengono chieste dalla Troika e dalla finanza internazionale e fatte proprie dai governi. Oggi se sentono parlare di riforme, lavoratori e pensionati spaventati subito mettono la mano a protezione del portafoglio. Per questo mi sembra più giusto usare la parola controriforma.

Che il cambiamento non sia un valore in sé lo sanno benissimo gli operai ai quali l’impresa spiega che deve per forza cambiare, che è costretta a delocalizzare e che purtroppo lo status dei suoi dipendenti cambia, da quello di risorse a quello di esuberi. Si può cambiare in meglio o in peggio, nessuna persona sana di mente accetterebbe di cambiare comunque, a meno di non essere tratta in inganno dai quei patti diabolici di cui sono piene le favole.

Tuttavia si può rispondere alla retorica del cambiamento con una contestazione più mirata. La controriforma di Renzi, non cambia, ma piuttosto conclude un processo trentennale di smantellamento dei principi e delle regole della Costituzione del 1948. La legge Renzi-Boschi sistematizza un processo di riduzione dei poteri e dei diritti popolari e del lavoro, di centralizzazione del potere iniziato negli anni ’80 del secolo scorso con i governi di Bettino Craxi. Non a caso è in quegli anni che si comincia a parlare di governabilità e decisionismo. Allora si lanciò il progetto di una ‘grande riforma’ che superasse il sistema costituzionale uscito dalla sconfitta del fascismo e rafforzasse il potere di decidere del governo e del suo capo. Craxi accompagnò questo suo disegno con il taglio per decreto legge del salario determinato dalla scala mobile. Questo per chiarire quale fosse il segno sociale ed economico del decisionismo rivendicato. Nel mondo della globalizzazione dei mercati e della speculazione finanziaria dominante sarebbe stato necessario un nuovo tipo di governo, più simile all’amministrazione di una impresa che debba competere con la concorrenza, che al governo democratico della società.

Contemporaneamente allo smantellamento di quei lacci e lacciuoli, per usare la definizione di Guido Carli, che limitavano mercato e potere d’impresa, negli anni ’80 si diede il via alla piena affermazione del potere della finanza sul bilancio pubblico. Nel 1981 venne decisa la separazione del Tesoro dalla Banca d’Italia, per cui da quel momento l’amministrazione pubblica per i suoi bisogni avrebbe dovuto indebitarsi con le banche e la finanza internazionale a prezzi di mercato, invece che ricorrere alla Banca d’Italia come nei decenni di crescita precedenti. Insomma negli anni ’80 si misero in campo tutte le basi delle politiche liberiste contro il lavoro e i diritti sociali, poi sviluppatesi nei trenta anni successivi. La grande riforma politica, che avrebbe dovuto ristrutturare le istituzioni democratiche in funzione del mercato e della impresa, invece segnò il passo e subì l’interruzione traumatica di tangentopoli.

Ora Renzi riprende e porta a conclusione tutti i progetti di riforma autoritaria della democrazia nati trent’anni fa, contemporaneamente ed assieme all’affermazione delle politiche economiche e sociali liberiste. Il suo quindi non è un cambiamento, ma il compimento sul piano istituzionale delle politiche che da trenta anni colpiscono il lavoro.

Roberto Benigni e altri sostengono però che la legge Renzi-Boschi possa essere accettata proprio perché inerisce alla organizzazione del potere e non ai suoi fini, che resterebbero ancora quelli definiti nella prima parte, che non viene toccata. La Costituzione più bella del mondo resterà, dicono costoro, sarà solo più efficiente.

Anche qui basterebbe un poco di buonsenso per contestare una affermazione che chiaramente non sta in piedi. Come si possono cambiare 47 articoli della Costituzione in una volta sola e poi sostenere che la Carta in fondo è sempre la stessa? Se in una automobile lascio tutta la carrozzeria esterna e cambio motore e parti meccaniche io ho un’altra vettura e anche la carrozzeria ne risentirà, sempre che non si vada a sbattere.

Ma la questione è in realtà molto più grave.

La Prima parte della Costituzione, cioè i principi sul lavoro, sulla salute, sul rapporto pubblico privato, sull’ambiente, da tempo viene devastata dalle normali leggi dei governi. Forse che acquistare un operaio come un pacchetto di sigarette dal tabaccaio, con i voucher, ha qualcosa a che vedere con il concetto costituzionale di lavoro? E la distruzione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e tutte le forme di precarietà previste per legge, non espellono forse i diritti costituzionali dai luoghi di lavoro? Di Vittorio chiedeva di far entrare la Costituzione nelle fabbriche per realizzarla davvero, oggi la si estromette dal rapporto di lavoro ridotto a merce, per poi renderla vuota e inutile ovunque. E lo Sblocca Italia, la Buona Scuola, i tagli alla sanità che costringono milioni di poveri a non curarsi, quelli alle pensioni, le privatizzazioni non devastano ogni principio della prima parte della Costituzione? E la guerra in violazione plateale dell’articolo 11?

Da tempo la politica quotidiana dei governi viola i principi della Prima parte della Carta, la controriforma della sua Seconda parte istituzionalizza e rende permanente il pratico smantellamento della Prima.

La nostra non è una costituzione liberale che stabilisce semplicemente le regole del gioco per l’accesso al potere politico. Quello era lo Statuto Albertino, che permise vent’anni di dittatura fascista nel rispetto delle sue regole. La nostra è una Costituzione democratica a forte caratterizzazione sociale, è una Costituzione sociale.

Voglio ricordare quello che secondo me è l’articolo che meglio caratterizza il senso e lo scopo della nostra Carta, l’articolo 3.

All’inizio quell’articolo afferma semplicemente il principio dell’eguaglianza formale: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”, fin qui siamo nel solco delle costituzioni liberali e borghesi. Ma poi nel secondo comma cambia tutto, leggiamolo: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Ecco, qui la nostra Costituzione afferma che senza eguaglianza sociale non c’è davvero neppure quella formale. Marchionne che guadagna 50 milioni di euro all’anno ed un operaio Fiat che ne prende 25000 non sono eguali. Uno ha infinitamente più potere dell’altro.

Per questo il diritto del lavoro non è eguale a quello commerciale, perché la compravendita della prestazione di lavoro non avviene tra contraenti con pari forza contrattuale. Il diritto del lavoro parte dal presupposto che i rapporti di forza tra impresa e lavoratore vadano riequilibrati a favore di quest’ultimo; ed è proprio per questo che le riforme liberiste degli ultimi trent’anni smantellano il diritto del lavoro e lo sostituiscono con il diritto commerciale. Secondo la controriforma liberista il lavoro va trattato come qualsiasi altra merce e non deve essere sostenuto da leggi e tutele speciali, altrimenti verrebbero violate le sacre leggi del mercato.

L’articolo 3  riconosce la disparità sociale delle classi come limite assoluto della democrazia e affida alla Repubblica il compito di ‘rimuovere’, apprezziamo bene la forza di questa parola, gli ostacoli economici all’eguaglianza. Chi sono i soggetti a cui la Repubblica deve offrire la sua tutela particolare, i cittadini svantaggiati genericamente intesi? No, sono proprio i lavoratori perché evidentemente per la nostra Costituzione il grado di libertà reale del paese si misura innanzitutto con quello del lavoro. Una costituzione classista? No, democratica nel senso ampio assunto da questa parola dopo la sconfitta del fascismo.

Si noti bene poi che il compito di rimuovere gli ostacoli all’eguaglianza non è affidato al governo o al suo capo, ma alla Repubblica. Cioè al governo, al Parlamento, alla magistratura, agli enti locali, a tutte le istituzioni politiche che compongono la Repubblica, comprese le organizzazioni che la Costituzione riconosce come fondamentali, sindacati, partiti, libere associazioni. Tutto questo è la Repubblica, che si dà il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono la reale eguaglianza. La repubblica prefigurata ed organizzata dalla controriforma di Renzi è invece tutta un’altra cosa.

Prima di tutto nella Costituzione renziana c’è un uomo solo al comando. Il Parlamento è composto di nominati, direttamente il Senato, indirettamente ma egualmente la Camera. Che viene eletta con una legge elettorale che concede il potere assoluto alla più grande delle minoranze, che potrà decidere quello che vuole, o meglio quello che vuole il suo capo, contro la maggioranza del paese che non l’ha scelta per governare. Un colpo di Stato permanente, frutto del golpe bianco che ha prodotto la stessa legge di riforma. Non dimentichiamo infatti che un Parlamento dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale, con una maggioranza che rappresenta poco più del 20% del paese reale, ha smontato un Costituzione votata nel 1947 da oltre il 90% di una Assemblea eletta dal 90% dei cittadini.

Il potere autoritario che scaturisce dai 47 nuovi articoli della Costituzione renziana distrugge l’autonomia di tutte le istituzioni della Repubblica, dal Parlamento, alla magistratura, agli enti locali. I sindaci diventano impiegati del governo, visti i vincoli nazionali ed europei cui sono sottoposti secondo il nuovo articolo 119. I sindacati, anche per le complicità di CGIL-CISL-UIL, vengono anche essi soggiogati al sistema di potere. Che a sua volta deve obbedire a vincoli e ordini superiori, quelli dettati dal vincolo europeo.

In sintesi la controriforma della Costituzione è un tavolo a tre gambe. Quella centrale, su cui siamo chiamati ad esprimerci con il referendum, organizza il sistema di potere attorno al capo. Un’altra gamba è l’Italicum, la legge elettorale truffa che determina chi sarà il capo. Ed infine il nuovo articolo 81, che impone al capo un vincolo superiore: quello del fiscal compact europeo, il pareggio di bilancio obbligatorio costituzionalmente. Una Repubblica autoritaria a sovranità limitata, questo è ciò che sta sul tavolo della controriforma costituzionale. Noi col nostro voto possiamo far saltare solo una di queste tre gambe, ma con le restanti due il tavolo non starebbe in piedi e farlo crollare definitivamente dovrà essere il nostro obiettivo.

Altro che rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e la partecipazione dei lavoratori, la nuova Repubblica si dà un altro mandato, quello di rimuovere gli ostacoli alla libertà d’impresa. Nel nome del mercato e dell’austerità europea, il capo supremo deve fare sì che la Repubblica sia sempre più appetibile per gli investimenti della finanza e delle multinazionali, che devono essere attirati come dice la propaganda liberista dominante. È la Repubblica del TTIP, il trattato internazionale che vorrebbe concedere il diritto alla extraterritorialità giudiziaria alle multinazionali, prima di tutto sui diritti del lavoro e sulla tutela della salute e dell’ambiente.

Le fonti ispiratrici di questa costituzione di mercato sono chiaramente rintracciabili nei centri del potere finanziario europeo e multinazionale. Basta rileggersi la lettera del 5 agosto 2011, indirizzata al governo italiano da Draghi e Trichet, cioè dalla Banca d’Italia e dalla Banca Centrale Europea. Quel testo definiva un preciso programma di governo di riforma costituzionale, realizzato poi in gran parte dagli esecutivi che si sono succeduti da allora alla guida del Paese. Ma soprattutto bisogna ricordare il documento del 28 maggio 2013 stilato dalla banca JP Morgan, una delle grandi istituzioni della finanza speculativa mondiale.

La Banca Morgan scriveva che le riforme liberiste nei paesi europei periferici, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, non si erano potute realizzare pienamente a causa degli ostacoli frapposti dalle relative costituzioni nazionali. Dell’elaborazione di quelle costituzioni, figlie della sconfitta del fascismo, la banca sottolineava la parte rilevante avuta in essa dalle forze di sinistra socialiste e comuniste. Per questa ragione storica le Costituzioni antifasciste tutelano il lavoro, danno troppo potere alle opposizioni così come alle regioni e ai comuni, garantiscono i sindacati e in definitiva danno potere di veto a chiunque scenda in piazza per difendere i propri interessi. Finché ci sarà l’ostacolo di queste Costituzioni, le riforme liberiste della economia e della società non potranno mai dispiegarsi con tutta la loro efficacia, quindi se si vorranno realizzare davvero quelle riforme, bisognerà cambiare quelle costituzioni, concludeva allora la banca.

Non può esservi dubbio che la legge Renzi-Boschi corrisponda meticolosamente agli indirizzi di riforma costituzionale rivendicati dalla banca Morgan e che la sua messa in opera cancellerebbe la sostanza della Costituzione antifascista. Per questa semplice ragione il mondo del lavoro deve votare No alla controriforma, affinché l’Italia sia ancora una Repubblica democratica fondata sul lavoro e non sulle banche.

http://popoffquotidiano.it/2016/11/21/referendum-ecco-perche-un-lavoratore-dovrebbe-votare-no/

Pomodoro/Basilicata: si chiude la stagione tra lavoro grigio e caporalato

Da agosto a ottobre 2016, il team Terragiusta di Medici per i Diritti Umani (MEDU), in collaborazione con Arci Iqbal Masih di Venosa, ha operato in Basilicata, nell’area del Vulture-Alto Bradano, in numerosi insediamenti informali ubicati nei comuni di Venosa, Palazzo San Gervasio e Montemilone. Con una clinica mobile, il team ha prestato prima assistenza medica e orientamento socio-sanitario a circa 200 migranti provenienti per la gran parte dall’Africa sub sahariana occidentale. La quasi totalità dei braccianti visitati (90%) dichiara di essere stato assunto regolarmente, ma allo stesso tempo molti lavoratori lamentano di aver ricevuto solo la comunicazione dell’avvenuta assunzione senza aver mai firmato un contratto di lavoro e per quanto concerne l’intermediazione di manodopera, il 70% dei braccianti intervistati ha dichiarato di lavorare per conto di un caporale. Nonostante l’apertura di due centri di accoglienza a Palazzo San Gervasio e a Venosa, MEDU stima che anche quest’anno circa 1000 lavoratori stranieri abbiano trovato rifugio in case abbandonate, baracche e tende nei comuni di Venosa, Palazzo San Gervasio e Montemilone, costituitesi dopo lo sgombero del cosiddetto “ghetto” di Boreano (noi ne avevamo parlato in particolare qui e qui). Si tratta di edifici fatiscenti, dislocati in luoghi isolati e privi di acqua, luce e servizi igienici. Per il terzo anno quindi i centri hanno funzionato da semplici dormitori, peraltro con standard insufficienti, invece di assolvere alla funzione per la quale erano stati concepiti, quella cioè di offrire servizi a tutela dei lavoratori e di agevolare l’incontro tra questi e i datori di lavoro. La Basilicata ha rappresentato nel corso degli ultimi anni, e in particolare a partire dal 2014, un laboratorio di pratiche volte al superamento dell’illegalità e dello sfruttamento lavorativo in agricoltura. Molti dei provvedimenti adottati, seppur virtuosi nell’intento, si sono dimostrati però solo parzialmente efficaci, rappresentando l’avvio di un percorso e non la soluzione al problema.

Clicca qui per leggere tutto il report di Medici per i diritti umani (Medu)

Pomodoro/Basilicata: si chiude la stagione tra lavoro grigio e caporalato

Una questione di umanità

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa a seguito dell’ennesimo sgombero dell’accampamento che tentava di dare accoglienza ai migranti transitanti di Roma. E’ da tempo che seguiamo la vicenda del Baobab (ne abbiamo parlato, in particolare, qui e qui), e come Lunaria, cosi come tutte le altre realtà firmatarie di questo comunicato, non possiamo esimerci dall’esprimere la nostra solidarietà ai migranti transitanti ed ai volontari e alle volontarie del Baobab, e non possiamo esimerci dal chiedere la fine degli sgomberi e la rapida predisposizione di una soluzione che possa garantire una accoglienza degna.

 

UNA QUESTIONE DI UMANITA’: Solidarietà ai migranti transitanti e agli attivisti del Baobab

Mercoledì mattina è andato in scena l’ennesimo sgombero – il sesto in poco più di un mese e mezzo – dell’accampamento informale organizzato dai volontari del Baobab per tentare di dare accoglienza ai migranti transitanti della Capitale. La gravità della violenza di mercoledì mattina è accresciuta dal fatto che dalle forze dell’ordine è stato intimato agli attivisti che “se si azzardano a montare nuove tende, verranno sgomberati ogni giorno”.
Come se non bastasse gli effetti personali dei migranti sono stati, per l’ennesima volta, gettati nella spazzatura insieme alle donazioni fatte dalla cittadinanza. Inoltre, a causa della presenza di un gazebo, è partita una ridicola e vessatoria denuncia per occupazione di suolo pubblico.

Giovedì, invece, piazzale Spadolini è stato recintato, adducendo come giustificazione la necessità di compiere dei lavori di ristrutturazione. Ricordiamo che poco più di una settimana fa è stato murato l’accesso al parcheggio coperto sul lato Est della Tiburtina, da tempo inutilizzato ed usato dai migranti per ripararsi dal freddo. In seguito, dopo uno sgombero a Piazzale Spadolini, si era ricreato un accampamento informale davanti all’Hotel Africa ma, anche questo, nell’arco di ventiquattro ore è stato smantellato. Inoltre, questa mattina, dei blindati sono tornati a Piazzale Spadolini per impedire la ricostituzione di un presidio di solidarietà, mettendo in fuga i migranti lì presenti.
Si tratta del quarto intervento delle forze dell’ordine in circa dieci giorni. Siamo davanti ad un accanimento che colpisce per violenza e gratuità.

Intanto stanotte centinaia di migranti, venuti da viaggi in cui hanno perso amici e familiari, dormiranno sotto la pioggia, esposti al freddo autunnale, con vestiti inadeguati e avendo come unico presidio sanitario quello organizzato da Medici per i diritti umani.

Proprio poco giorni fa Medu ha evidenziato come “con il freddo in aumento, centinaia di migranti in transito, tra cui molti minori, dormono in questi giorni all’addiaccio, sui marciapiedi, sull’asfalto, sotto i cavalcavia, in condizioni di gravissima precarietà con rischi per la loro sicurezza e per la salute”.

E’ evidente come il problema dei transitanti in questa città non possa essere delegato alla polizia né essere affrontato come una mera questione di ordine pubblico.

Il Campidoglio e la Regione Lazio devono assumersi le responsabilità politiche di questa situazione, garantendo e predisponendo una accoglienza dignitosa. Nel frattempo troviamo assurdo che si utilizzi un atteggiamento repressivo verso chi, come gli attivisti del Baobab, da mesi stanno solo cercando di sopperire alle mancanze della politica.

Non permettere  loro di dar vita a degli accampamenti informali significa condannare centinaia di transitanti a non avere alcun tipo di assistenza. Una situazione di fatto assurda. Non solo, infatti, le istituzioni non si fanno carico di questa problematica ma impediscono anche ai volontari di predisporre dei presidi umanitari.

Come organizzazioni sociali operanti nella città non possiamo esimerci dall’esprimere tutta la nostra solidarietà ai migranti transitanti ed ai volontari e alle volontarie del Baobab; non possiamo esimerci dal chiedere la fine degli sgomberi degli accampamenti informali organizzati dalla cittadinanza e la predisposizione, nel più breve tempo possibile, di una soluzione che possa garantire una accoglienza degna.

Arci Roma, Gli Asini rivista, Ass. culturale Laura Lombardo Radice, A Sud, Casetta Rossa, Cinecittà Bene Comune, Coordinamento Legale Migranti in transito: A Buon Diritto, Action Diritti, Consiglio Italia per i Rifugiati, Radicali Roma; Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, CSOA La Strada, Da Sud, Fiom Roma e Lazio, Flc Roma e Lazio, Link Roma, Lunaria, Medu, Rete Miseria Ladra –  promossa da Libera e Gruppo Abele.