Disquilibrio di genere

La rete femminista DI.RE, che fa parte del movimento Non Una di meno, ha lanciato un appello per il ritiro del disegno di legge n.735,”Norme in materia di affido condiviso,mantenimento diretto e garanzia di bi genitorialità”, presentato dal senatore Pillon e altri. Un appello che va sottoscritto con convinzione, non solo e non tanto per una motivata e giustificata (dall’esperienza) diffidenza nei confronti degli esponenti della Lega soprattutto quando dissertano di donne e di famiglia, ma per profonde ragioni di merito. Intanto la violenza contro le donne va nominata come violenza maschile contro le donne, che non è certo una emergenza o un insieme di episodi isolati ma rappresenta un problema strutturale della società patriarcale, in Italia e nel mondo. Una violenza fisica, psichica, sessuale, praticata per strada, nei luoghi di lavoro, in rete, nel ‘sacro’ luogo famigliare, da uomini di ogni ceto sociale, di ogni grado di cultura, da stranieri e nativi, da uomini “normali”, da preti, da bravi padri di famiglia, mariti, compagni. Il disegno di legge, in linea con quanto contenuto nel famigerato ‘contratto di governo, interviene in difesa dell’unità della famiglia e della uguaglianza tra i genitori, imponendo una mediazione obbligatoria in tutte le separazioni, l’affidamento congiunto (contro cui gran parte del movimento femminista a suo tempo espresse forti perplessità), il doppio domicilio per i/le minori, una sorta di mantenimento condiviso per figli e figlie. In linea con le richieste di gran parte dei padri separati, il senatore Pillon sembra ignorare che la maggior parte delle separazioni derivano dalla violenza del coniuge su moglie e figli/e, che l’affidamento di figli e figlie diventa spesso elemento di ricatto e di controllo sulle donne. Inoltre, sulla questione del mantenimento, esiste notoriamente e nella stragrande maggioranza dei casi, un disquilibrio economico tra uomini e donne a favore degli uomini, una differenza nel welfare per le donne, che si dividono tra il lavoro (scarso) e le cure parentali (tante).

Il disegno di legge ignora la pratica concreta delle caserme e dei tribunali, dove è già difficile per le donne dimostrare la violenza subita dal compagno. Inoltre le scarse risorse economiche costringerebbero le donne a rinunciare a una separazione onerosa, a dover mediare obbligatoriamente con i loro tiranni per l’affidamento dei figli, in nome della sacralità della famiglia, che i leghisti vogliono una e ‘tradizionale’ composta di un papà e di una mamma, al di sopra e spesso contro la libertà e l’autonomia delle donne.

Le reti dei centri antiviolenza chiamano a una mobilitazione nazionale il 10 novembre contro questo disegno di legge e, in generale, contro la diffusione di una cultura patriarcale e fascista che trova in questo governo (e in particolare nel ministro leghista della famiglia) un forte supporto culturale, politico, legislativo.

Imma Barbarossa

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Lettera aperta a Enrico Mentana, Corrado Formigli e a tutti gli altri giornalisti che hanno sdoganato Casa Pound dopo il raid squadristico di Bari di Maurizio Acerbo*

«CasaPound è un partito fascista e va sciolto. La sua sede è la sede di un partito fascista e va chiusa. Questa è l’emergenza sicurezza di cui vogliamo sentir parlare». Lo ha detto l’eurodeputata di Potere al Popolo Eleonora Forenza, tra i manifestanti aggrediti ieri sera a Bari dopo un corteo antirazzista da parte di un gruppo di militanti di CasaPound. «Ci sono responsabilità politiche per quello che è successo ieri – ha continuato Forenza – devono essere arrestati coloro che ci hanno aggrediti, ma devono essere portati di fronte alle loro responsabilità anche i mandanti». «Oggi occorre una reazione della città, occorre che la Bari antifascista torni in piazza, che ricordi che questa è la città di Benedetto Petrone, senza farsi intimorire. Nei prossimi giorni ci mobiliteremo ancora perché non è un problema che riguarda solo Bari, ma nazionale. Chiediamo alle istituzioni – ha detto ancora l’europarlamentare – di chiudere le sedi fasciste. È inaccettabile che un covo di fasciati sia aperto in pieno centro a Bari. Questo Governo fa del razzismo e del fascismo un elemento della sua cultura politica». (ANSA)

«Il ministro Salvini è il mandante politico di questo clima in cui i fascisti si sentono coperti dalla sua figura come ministro degli Interni, e si sentono incoraggiati ad agire in questa maniera». Così Antonio Perillo, assistente parlamentare dell’eurodeputata di Potere al Popolo (PaP) Eleonora Forenza, tra i feriti nell’aggressione di ieri sera a Bari da parte di un gruppo di militanti di CasaPound dopo il corteo antirazzista ‘Mai con Salvini’. «Ieri – sottolinea Perillo – abbiamo subìto una brutale aggressione fascista: io – racconta – sono stato aggredito alle spalle, ho una ferita di otto centimetri sulla testa». «Hanno colpito per fare male – rileva – e si sentono protetti dal governo nazionale». «È intollerabile – conclude Perillo – che al centro di una grande città ci sia un gruppo fascista con una sede che si sente nella possibilità di comportarsi in questa maniera». (ANSA)

L’aggressione squadrista a Bari ai danni della nostra europarlamentare Eleonora Forenza e di altri compagni di Rifondazione, Potere al popolo e SI non è certo un episodio isolato. Non è la prima volta che da sedi di Casa Pound partono gruppi che aggrediscono per poi giustificarsi dicendo con la difesa da immaginari assalti. Oggi Di Stefano ha replicato lo stesso spartito sostanzialmente rivendicando l’azione violenta dei suoi camerati. Certo l’aggressione a una parlamentare ricorda molto il clima degli anni ’20. C Dovrebbero riflettere i troppi esponenti del mondo dell’informazione che in questi anni hanno sdoganato formazioni neofasciste come Casa Pound che da tempo sono ospiti di trasmissioni televisive e o vengono presentati come agnellini.
L’aggressione squadrista di Bari è solo l’ultimo episodio che dovrebbe far riflettere giornalisti autorevoli che con eccessiva disinvoltura hanno legittimato i “fascisti del terzo millennio”. Mi rivolgo a Mentana e Formigli perché in rete mi sono imbattuto in loro affermazioni ma precisando che non sono gli unici. Quando viene inseguito e aggredito un gruppo di persone con mazze e cinghie solo perché accompagna una donna etiope con due bambini non è il caso di rimeditare affermazioni troppo ottimiste e patenti democratiche date con troppa superficialità?
“La cosa importante è ripudiare la violenza e ogni forma di razzismo. E io da loro questo l’ho sentito” (Enrico Mentana), “Inseriti nel gioco democratico, vitali e puliti” (Formigli).
Solo sostenitori di Casa Pound e della Lega come Fusaro possono sostenere che la minaccia fascista è inesistente. I dieci punti di sutura sulla testa del nostro compagno Antonio Perillo – come tante altre aggressioni – smentiscono queste affermazioni.
Questi figuri non hanno mai smesso di dirsi fascisti né hanno mai smesso di praticare la violenza.
Il fatto che i loro slogan e il loro discorso xenofobo siano stati fatti propri dal principale partito della destra che egemonizza il governo e il dibattito pubblico rende ancor più baldanzosi questi personaggi. E accade lo stesso per il clima europeo e americano.
Chi scrive rivendica da tempo con l’ANPI che queste organizzazioni vengano disciolte in applicazione della Costituzione ma dobbiamo constatare amaramente che si va in direzione opposta.
Chi fa informazione ha grandi responsabilità.

*segretario nazionale di Rifondazione comunista

Appello del Progetto Melting Pot alla mobilitazione e alla disobbedienza al decreto Salvini sull’immigrazione

Lunedì 24 settembre 2018 il Consiglio dei Ministri esaminerà la proposta di decreti legge su immigrazione e sicurezza presentati dal ministro dell’Interno Salvini.
Le anticipazioni emerse in questi ultimi giorni lo raffigurano come un testo che nemmeno nei peggiori incubi si sarebbe potuto immaginare.
La parte sull’immigrazione introduce solo elementi peggiorativi e elimina tutele e possibilità di permanenza regolare fino ad oggi riconosciute ai richiedenti protezione internazionale e non solo.

L’abrogazione del riconoscimento del permesso umanitario, l’allargamento delle possibilità di detenzione nei CPR anche per i richiedenti asilo, il prolungamento dei tempi di trattenimento per gli irregolari da 90 a 190 giorni, lo stravolgimento e l’attacco al sistema Sprar con il ritorno alla logica fallimentare dei “grandi centri”, la limitazione del diritto di difesa con l’eliminazione del gratuito patrocinio; inoltre una riforma della cittadinanza, ovviamente in senso restrittivo, che tra l’altro prevede la possibilità di revoca della stessa.

Senza entrare nel dettaglio di ogni singolo provvedimento, appare evidente come questo piano di azione mira a smantellare il sistema di protezione e accoglienza italiano, a rendere gli immigrati ancora più vulnerabili e ricattabili nel mondo del lavoro, facendo emergere la chiara volontà politica di rendere sans papiers migliaia di cittadini stranieri già presenti nel territorio italiano.

Non possiamo permettere di aspettare gli effetti nefasti che produrrà; non possiamo permettere che il prodotto di una politica fallimentare riversi in condizioni di irregolarità e marginalità molte persone che già sono inserite nel tessuto sociale e produttivo.

Perché saranno esseri umani, persone spogliate di ogni diritto e dignità a pagarne il prezzo. Perché perderanno il diritto all’accoglienza, il permesso di soggiorno e la loro libertà di scelta.

Non possiamo permettere che si continui a indicare nel migrante la figura colpevole della rovina di questo paese. Non possiamo permettere che si perseveri in politiche di criminalizzazione, respingimento ed esclusione: dagli accordi con le milizie libiche inaugurati da Minniti, ai porti chiusi, fino ai proclami che creano un clima di legittimazione del razzismo anche quello più violento, ci troviamo davanti ad una escalation di azioni che ricordano gli anni più oscuri della storia.

Quindi è precisamente questo il momento per dire tutti insieme che in questo paese c’è chi dice NO alle politiche razziste e discriminatorie di Lega e 5stelle.

Lanciamo un appello affinché singoli, gruppi formali e informali, associazioni, realtà del terzo settore, Ong facciano il possibile per opporsi a questi provvedimenti.

Abbiamo bisogno di costruire mobilitazione e disobbedienza civile alla barbarie che abbiamo davanti!

È il momento di agire, di coprire le urla e gli slogan razzisti, di difendere i diritti acquisiti e rivendicarne di nuovi, a partire da una regolarizzazione di tutti gli immigrati presenti in Italia.

La redazione del Progetto Melting Pot

Aggressione fascista dopo il corteo anti-salvini. Mazze e bastoni contro i manifestanti

Al termine del corteo contro le politiche del min. dell’interno, Casa pound aspetta i manifestanti e li aggredisce con mazze e bastoni. La polizia interviene per difendere la sede fascista.

Ieri sera più di un migliaio di persone sono scese in piazza, a Bari, contro le politiche di Salvini, al razzismo di stato e alla guerra tra poveri propagandata a reti unificate. Un corteo che voleva far sentire una voce contraria dopo che Salvini, pochi giorni fa, aveva fatto una comparsata a favor di telecamere in città quando, con maquillage fotografici da circo, aveva millantato una folla ad attenderlo mentre c’erano solo poche decine di attempati fan in estasi mistica. Una prova in più che a Bari il rincoglionimento da social non ha cancellato i 20 anni di odio leghista contro il sud e le politiche statali contro il meridione di cui si è fatta promotrice.

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Alla fine del corteo è scattata l’aggressione contro un gruppo di manifestanti che si stava allontando. Il pestaggio è partito dalla locale sede di casa pound situata in via Eritrea, dove i militanti neo-fascisti stavano aspettando la fine della manifestazione per aggredire con mazze e bastoni chi tornava a casa. Come riferiscono gli aggrediti il tutto è avvenuto tra i passanti in mezzo al rione Libertà, coinvolgendo anche bambini e passeggini che si trovavano nelle vicinanze.

Come da copione la polizia, che era magicamente sparita al momento dell’aggressione, è ricomparsa pochi istanti dopo schierandosi in assetto anti-sommossa per proteggere la sede neofascista. Alcuni manifestanti sono finiti all’ospedale con punti in testa e diversi giorni di prognosi ma nessuno, per fortuna, è grave.

Per oggi  alle 12 di oggi è stata convocata una conferenza stampa in piazza del Redentore:  “faremo di tutto affinchè la lotta antirazzista continui e ci veda uniti nonostante le aggressioni e le provocazioni” si legge nel comunicato.

(video dalla pagina fb di Non solo marange)

Bari non ha paura

Venerdì 21 settembre oltre 1000 persone sono scese per le strade della città di Bari per manifestare la propria opposizione a questo governo e alle sue retoriche securitarie, razziste e fasciste, finalizzate solo a ottenere facile consenso elettorale e a dare in pasto un nemico agli abitanti dei quartieri vessati dalla povertà.
[Antefatto]
Giovedì 13 settembre ore 9:00, la celere e la digos fanno irruzione nella casa di una compagna per sequestrare uno striscione con su scritto – Salvini Bimbominkia – procedendo quindi ad una lunga perquisizione della sua abitazione oltre al solito corollario di abusi e minacce trasformati in due denunce, una per vilipendio delle istituzioni e l’altra per resistenza, per lei e suo figlio.
Ore 10:50, il ministro degli interni Matteo Salvini viene a Bari per sponsorizzare politicanti locali appena saliti sul carro della Lega quali Romito, Sasso e in ultimo Cipriani e per soffiare sul fuoco dell’intolleranza e della xenofobia in un quartiere multietnico e complesso come il quartiere Libertà a Bari. Mentre Salvini veste felpe e rilascia interviste a favore di telecamera circondato a malapena da un centinaio di sostenitori, a circa 500 metri, in piazza del Redentore si svolge un presidio antirazzista convocato dal collettivo di Ex-Caserma Liberata e dalla rete informale Mai con Salvini – Bari non si Lega. Dopo circa un’ora il presidio si muove spontaneamente per le strade del quartiere per protestare contro la presenza strumentale del ministro degli interni per le strade della città di Bari e per ribadire che non sarà certo la presenza di più pattuglie di polizia a risolvere i reali problemi di un quartiere dove la dignità delle persone che lo abitano viene quotidianamente calpestata dalla totale assenza dello stato sociale e di strumenti di sostegno alle famiglie povere. Durante il corteo viene confermata la mobilitazione per sabato 21 settembre. Nei giorni successivi, a ritmo incalzante, le assemblee politiche e quelle organizzative tracciano contenuti e modalità per il corteo e nel mezzo giunge a 22 tra compagne e compagni di Ex-Caserma Liberata una denuncia per manifestazione non autorizzata e turbativa dell’ordine elettorale per aver contestato la presenza a Bari di Di Stefano, leader di casa pound lo scorso 13 Febbraio.
[Venerdì 21 Settembre]
Sono le ore 18:30 quando il corteo si muove per le strade della città di Bari per contestare apertamente le retoriche e le politiche securitarie, razziste e fasciste del governo 5 stelle – lega. Oltre mille persone hanno risposto all’appello alla manifestazione e compongono un lungo corteo che ha attraversato le strade del quartiere Libertà tra interventi, cori e slogan, musica e la partecipazione attiva e sentita di tutte e tutti coloro che erano in strada. Un corteo che ha coinvolto le soggettività meticce del quartiere con i loro cari insieme ai gruppi politici e alle comunità migranti.
Verso le 22:00 il corteo giunge a piazza del Redentore, nel quartiere Libertà, dove gli interventi finali lasciano lo spazio alla musica dal vivo e ad una cena multietnica organizzata da alcuni nuclei familiari del quartiere; sventolano le bandiere di DAX. Sono circa le 23 quando arriva la prima telefonata – “aiuto i fascisti ci hanno aggredito con le mazze sotto la sede di casa pound, c’è un compagno a terra privo di sensi con la testa rotta”.
Il quartiere Libertà era militarizzato dal primo mattino. Le case dei compagni con la pattuglia al portone, mentre sia la sede di Cipriani – Riprendiamoci il futuro – in via Trevisani che la sede di casa pound in via Eritrea, entrambe site nel quartiere erano pesantemente militarizzate dalle FDO dall’ora di pranzo.
I compagni e le compagne si muovono compatti da piazza del Redentore verso Via Eritrea dove trovano due reparti della celere. Tre cariche per allontanare tutti e tutte da via Eritrea. Dall’altro lato della strada i feriti con le autoambulanze, nel mezzo una trentina di fascisti si sono asserragliati nella loro sede.
[L’aggressione]
Ore 23:00 Alcuni compagni si muovono verso la stazione per tornare a casa quando incontrano una donna eritrea con sua figlia nel passeggino, spaventata dalla presenza dei fascisti all’inizio di via Eritrea “sono armati e non mi hanno fatto passare per andare a casa, mi hanno terrorizzata”. Giacomo, Antonio, Claudio e Eleonora avanzano e si accorgono che circa una trentina di fascisti armati di spranghe presidiano l’ingresso della strada, la polizia è sparita dall’altra parte dell’isolato. Nel giro di pochi secondi vengono inseguiti e aggrediti con spranghe, cinghie e tirapugni. Rimangono a terra due compagni, uno ha perso i sensi e ha la testa vistosamente aperta, uno sanguina ovunque mentre gli altri sono leggermente contusi o feriti. I fascisti si raggruppano davanti alla loro sede mentre la celere si frappone e impedisce l’arrivo dell’ambulanza, ferma dall’altro lato dell’isolato per incomprensibili motivi di sicurezza. Il sangue cola ancora sull’asfalto mentre compagne e compagni arrivati dall’altro lato dell’isolato vengono ripetutamente caricati. I fascisti restano rintanati nella loro sede con un’ingente presenza di Fdo in assetto antisommossa a proteggerli dalla rabbia di compagne e compagni. Tra cori, slogan e diversi momenti di tensione lo stallo si sblocca verso l’una di notte. I fascisti vengono fatti sparire e il corteo ricompattatosi si muove verso l’Ex-Caserma Liberata. Sono le 3 di notte quando viene convocata una conferenza stampa per il giorno successivo.
[Bari, la città di Benedetto Petrone]
Come nel 28 novembre del 1977 quando una squadraccia fascista armata, di fronte la polizia immobile, in piazza Prefettura, aggredì un gruppo di compagni isolati lasciando morto sull’asfalto il compagno Benedetto Petrone; così ieri una squadraccia fascista armata si è mossa di fronte alla polizia di stato immobile e complice di questo vile agguato, come risposta alla riuscita manifestazione antirazzista e antifascista appena conclusa. Circa un’ora prima in piazza del Redentore la polizia aveva allontanato una famiglia con queste parole: “Signora meglio se si allontana perchè ci sono i fascisti in giro e qui fra poco ci saranno gli scontri”.
Giacomo di Alternativa Comunista è stato dimesso con 9 punti in testa, diversi ematomi e un dito rotto, mentre Antonio di Potere al popolo è stato dimesso con 8 punti sulla testa e diversi ematomi. Diversi tra compagni e compagne hanno subito le cariche dei carabinieri in assetto antisommossa. A tutte e tutti loro va la nostra solidarietà.
Se l’obiettivo dell’agguato voleva essere quello di spaventare le persone e distogliere l’attenzione dalla riuscita e partecipata manifestazione di venerdì scorso, possiamo già dichiararlo fallito. Non sarà possibile ridurre questa lotta a una semplice contrapposizione fisica fra fascisti e antifascisti, non dopo che migliaia di persone hanno ribadito la propria opposizione e questo ennesimo governo fantoccio, che si illude i imbonire la gente con le sue retoriche securitarie, senza preoccuparsi di intervenire minimamente sulle problematiche reali dei quartieri, la mancanza di stato sociale, di accesso ai diritti primari; ma invece si prodiga per attaccare le libertà personali di scelta, di espressione e di movimento delle persone, incurante anche dei diritti umani e della libertà delle persone.
L’unica risposta possibile è la costruzione di una mobilitazione generale di tutte le forze antifasciste che ribadisca le tematiche antirazziste, anticapitaliste e antisessiste della manifestazione del 21, in opposizione totale a questo governo e ai suoi tirapiedi.
Rilanciamo i seguenti appuntamenti:
Lunedì 24 settembre, ore 18:00 in Ex-Caserma Liberata – Assemblea politica aperta a tutte le realtà cittadine promotrici del corteo del 21 e di tutte e tutti coloro che intendono contribuire alla discussione sulle forme della mobilitazione
Martedì 25 settembre, ore 18:30 in piazza Prefettura – Bari contro la violenza fascista – Assemblea pubblica per la costruzione di una mobilitazione generale che ribadisca che Bari non ha paura.
Collettivo Ex-Caserma Liberata
Bari

BLOCCARE IN OGNI MODO IL DDL PILLON

A questo link la petizione lanciata da D.i.Re, di cui sotto uno stralcio del testo  https://chn.ge/2NUtcq6 
In questi giorni il Parlamento inizierà ad esaminare la nuova proposta di legge in materia di diritto di famiglia, DDL Pillon, che se approvata renderà particolarmente difficile per molte donne, madri e minori riuscire a tutelarsi da situazioni di violenza domestica. Le Donne in Rete contro la Violenza chiedono che il DDL Pillon venga bocciato e che non si torni al Medioevo del diritto di famiglia.
In questi giorni, mentre i media riportano quotidianamente storie di femminicidi, di stupri, di violenze, di abusi in una sequenza cronicizzata di orrore, non solo continuiamo a sentir parlare del problema come di un’emergenza sociale a dispetto dell’evidenza dei dati che dimostrano ampiamente come la violenza maschile contro le donne sia un problema strutturale e profondamente radicato nel nostro paese, ma registriamo l’avanzare indisturbato di proposte di legge che, se approvate, favorirebbero inevitabilmente il persistere della violenza, in particolare quella intra familiare.
Il DDL fa pensare che chi ha redatto il testo sia completamente decontestualizzato e non tenga conto di cosa accade nei tribunali, nei territori e soprattutto tra le mura domestiche.
Il testo sembra quasi completamente ignorare la pervasività e l’insistenza della violenza maschile chedetermina in maniera molto significativa le richieste di separazioni e genera le situazioni di maggiori tensioni nell’affidamento dei figli che diventano per i padri oggetto di contesa e strumento per continuare ad esercitare potere e controllo sulle madri.
Ignora inoltre il persistente squilibrio di potere e di accesso alle risorse proponendo un’equiparazione tra i genitori, il doppio domicilio dei minori, l’eliminazione dell’assegno di  mantenimento e dando per scontate disponibilità economiche molto spesso impossibili da garantire per le donne in un paese con elevatissimi tassi di disoccupazione femminile, dove è ancora presente il gap salariale, che continua ad espellere dal mercato del lavoro le madri, ne penalizza la carriera e garantisce sempre meno servizi in grado di conciliare le scelte genitoriali con quelle professionali, mentre scarica i crescenti tagli al welfare sulle donne schiacciate dai compiti di cura.
Già oggi nei tribunali le donne incontrano difficoltà enormi nel denunciare le violenze subite, non sono credute, devono affrontare una pesante ri-vittimizzazione da parte di un sistema giuridico e sociale che ancora tende a spostare la responsabilità degli atti violenti sulla vittima del reato piuttosto che sull’autore. Inoltre colpevolizza in ogni caso le madri, accusate di inadeguatezza genitoriale per non essere riuscite a tenere insieme la famiglia, per non aver tutelato i minori dalla violenza diretta e assistita o per non consentire ai padri di continuare a mantenere una relazione con i figli generando in essi “estraniazione”, “avversità”, “alienazione”.
Un tale dispositivo normativo, se approvato, comporterebbe quindi per una gran parte delle donne, in particolare per quelle con minori opportunità e risorse economiche, l’impossibilità di fatto a chiedere la separazione e a mettere fine a relazioni violente determinando il permanere in situazioni di pregiudizio e di rischio in aperta contraddizione con l’attenzione alla sicurezza tanto centrale per questo governo.
Il dispositivo proposto appare una presa di posizione consapevole e di parte che alimenta il senso di frustrazione e di rivalsa dei padri separati, rischia di sostenere gli interessi della parte peggiore di ordini professionali, oltre che supportare una cultura patriarcale e fascista che, fingendo di mettere al centro la famiglia come istituto astratto e borghese, tenta di schiacciare la soggettività e la libertà delle donne ancorché dei minori.
Per tutto questo noi come centri antiviolenza con la nostra esperienza trentennale di lavoro con le donne, come movimento delle donne, come singole, riteniamo assolutamente inaccettabile che tale provvedimento possa procedere nel suo iter di approvazione e ci opporremo con tutte le modalità possibili per bloccarlo dichiarandone il suo vero intento liberticida e il pericolo che rappresenta.

12 SETTEMBRE 1944 nasce LEONARD PELTIER

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LEONARD PELTIER è un attivista per i diritti dei nativi americani, che oggi compie 74 anni.

La sua storia è poco conosciuta in Italia, ma rappresenta un’ingiustizia che ancora oggi non è mai stata sanata.

Latier si trova in carcera dal 1976, in seguito a due condanne per omicidio che sono state sentenziate con prove poi risultate non vere.
Peltier è accusato di aver favoreggiato l’omicidio di due agenti della FBI uccisi nel 1975.

Negli anni 70 Peltier diventò un esponente dell’AIM, il movimento che si batte per i diritti dei nativi americani.

In quel periodo si è svolta una dura lotta tra una tribù dei Lakota, che vivevano in una riserva del South Dakota, e lo Stato federale, che voleva controllare i ricchi giacimenti di quei petroli.
Uno scontro costato molte vite umane.

Durante un’operazione a sorpresa del FBI Peltier fu coinvolto in un prolungato scontro a fuoco, che uccise un indiano americano e due giovani agenti.

Tre persone furono accusate d’omicidio, ma solo Peltier fu condannato, dopo che l’estradizione dell’attivista dal Canada dove si era rifugiato.

Leonard Peltier ha sempre professato la sua innocenza, e negli anni successivi alla sua condanna sono emerse prove che corroborano questa tesi.

Andrea De Lotto, un insegnante italiano che vive a Barcellona e si batte per la liberazione di Leonard Peltier, descrive sinteticamente le contraddizione della sentenza contro l’attivista dei nativi americani. “ Dopo cinque anni, accurati esami balistici riuscono a provare che i proiettili che uccisero i due agenti non appartenevano all’arma di Leonard, e alcuni dei testimoni che lo avevano accusato ritirano le loro dichiarazioni, confessando di essere stati minacciati dall’FBI. A Leonard è stata negata la possibilità di avere una revisione del processo, nonostante le prove che dimostrano la sua innocenza”.

Il regime di carcerazione è stato particolarmente pesante nei suoi confronti. ” Per almeno due volte si è cercato di ucciderlo in carcere, mentre le sue condizioni di salute sono difficili.

Operato ad una mascella solo grazie alle pressioni popolari, quasi cieco da un occhio, malato di diabete e di prostata, ma Leonard Peltier resiste e non rinnega nulla della sua lotta”. Una battaglia per i diritti del suo popolo che è costata la libertà all’attivista, come rimarca Andrea De Lotto. “

Leonard Peltier è in carcere perché lottava per i diritti del suo popolo e la sua storia è un esempio delle tante ingiustizie che avvengono in ogni parte del mondo e che vengono taciute perché “scomode”.

Peltier in Italia è praticamente sconosciuto, la sua storia non riempie le pagine dei giornali.

Eppure è una storia che merita attenzione, perché ci parla dell’apartheid oggi, che non si esprime più nelle forme feroci che si sono vissute in Sudafrica, ma che continua ad esistere anche nei paesi cosiddetti civili. L’apartheid non è soltanto brutale e gratuita violenza verso chi ha la pelle di diverso colore.

Sulla nostra pelle

La prima cosa che viene alla mente dopo aver visto “Sulla mia pelle”, il film di Alessio Cremonini sulla vicenda di Stefano Cucchi, è che l’omicidio poliziesco del geometra romano ci parla di una enorme questione politica. Per quanto possa sembrare scontato, è giusto ribadirlo con forza, contro il tentativo di definirlo un semplice “caso mediatico” e la riduzione a fenomeno ”di costume” di una vicenda che è molto altro.

Sulla nostra pelle

Non solo perché solo l’enorme numero di proiezioni autorganizzate e il battage mediatico che hanno preceduto l’uscita del film hanno fatto capire benissimo che non stiamo parlando di un caso di cronaca nera, ma di qualcosa che ha inciso su livelli ben più profondi della società, nella sua coscienza collettiva, anche se magari come rimosso.

Ma anche perché la vicenda di Stefano esprime la realtà che tanti in questo paese vivono: quella della marginalità, della voglia di rifuggirla, e degli ostacoli incontrati nel percorso. Il film descrive una cosa chiara ad ogni uomo o donna, fuori da ogni ipocrisia: la polizia è il primo ostacolo. Un ostacolo che si frappone non solo su chi la sfida apertamente, ma potenzialmente su chiunque.

È questo uno dei meriti del film, e ci fa comprendere perché – anche prima di vederlo, che coda di paglia! – le associazioni e i sindacati polizieschi già strepitassero rancorosi. La polizia, tutta la polizia, è nemica di tutti coloro che non hanno alcun guadagno dalla tenuta di questo ordine.

Non c’è retorica sulla mela marcia, nel film. Attraverso le molteplici forme in cui Stefano esprime la sua totale sfiducia nelle istituzioni, nella polizia, nel carcere, nel settore sanitario capiamo che il tratto dominante in un ragazzo vissuto in questi ultimi dieci-quindici anni è quello della mancanza di fiducia, la disillusione verso un sistema ritenuto nemico.

E la sfiducia va in primis verso chi ti può attaccare, altro che proteggere. Anche mentre stai parlando con un amico una sera. Ovvero sempre la polizia. È un film che sancisce una realtà talmente riconosciuta da essere palese agli occhi di tutti. Stefano Cucchi non è un caso di cronaca nera.

Stefano Cucchi è una delle tante vittime della guerra ai poveri in corso nel nostro paese. Quella che conduce a dotare di taser le forze dell’ordine, quella che necessita di battaglie mediatiche a favore di chi già gode della totale impunità. Quella che sgombera centinaia di senza casa che vivono nelle periferie dominate dalla speculazione, come si intravede in una delle prime scene del film quando Stefano cammina tra palazzi in costruzione che probabilmente non verranno completati mai.

Non c’è, non ci può essere una polizia democratica: perché la polizia di per sé è istituto a servizio dello Stato, il quale è costruito per servire gli interessi dei grandi gruppi economici, che sono contrapposti a quelli della stragrande maggioranza della popolazione. Non a caso uno dei cori più cantati nei cortei è diventato ‘Tout le monde deteste la police’.

E tra i grandi gruppi economici ci sono anche le mafie. Lo diciamo perché la scusa dell’essere uno spacciatore o un tossico è stata usata contro Stefano tante volte negli anni, per screditarne la memoria, per inquinare il racconto dei fatti. Ed è una cartina di tornasole dello stato di cose odierne, dove dobbiamo fare lo sforzo di dire che un giovane pusher è da includere non dentro la categoria della devianza o del crimine. Bensì in quella dello sfruttamento di classe, dove Stato e cartelli del narcotraffico costruiscono in simbiosi le condizioni affinché migliaia di persone debbano ricorrere all’economia informale per sopravvivere.

Persone costrette a vivere di illegalità da un sistema che se ne nutre per costruire una identità al suo nemico, che si rinforza attraverso la continua costruzione di un deviante che ne legittimi il ruolo repressivo. Dietro la vicenda di Stefano c’è tutto questo, la volontà di ridurre uno come tutti noi ad un criminale.

Stefano non era un santo, come nessuno di noi lo è, e il racconto crudo del suo personaggio aiuta. Non è un personaggio positivo, né negativo. È uno come noi, stritolato da un orizzonte di merda. La scena in cui un fantastico Alessandro Borghi chiede di consegnargli della cioccolata vogliamo pensare che sia fatta apposta per rendere Stefano quello che è. Una vittima di un conflitto quotidiano che crea un nemico al fine di dare un senso al suo vuoto.

Il grande lavoro di denuncia di Ilaria Cucchi ha permesso che una vicenda che poteva rimanere privata abbia un significato e un impatto pubblico. Il film suggerisce anche a chi, malgrado tutto, vede nello Stato e nella legalità dei pilastri della convivenza civile, che forse la vicenda è un po’ più complessa. Per questo non possiamo che consigliarne la visione.

14 settembre 2008: Milano, l’omicidio di Abba

La mattina del 14 settembre, dopo aver trascorso la notte in un locale di Milano, Abdul, John e Samir si dirigono con i mezzi pubblici in via Zuretti, vicino alla Stazione Centrale, con l’intenzione di proseguire la serata al centro sociale Leoncavallo.

Durante una breve sosta ad un bar vengono raggiunti da un furgone da cui scendono due uomini; Fausto Cristofoli di 51 anni e il figlio Daniele di 31, che ripetutamente accusano i tre ragazzi di averli derubati.

In questo gesto si può già distinguere il movente razzista che si nascondeva dietro a questi personaggi e dietro a tutta la vicenda intera: la famiglia Cristofoli infatti accusava i giovani solamente del furto dell’intero incasso della notte e non di altri articoli in vendita nel loro negozio.

Padre e figlio cominciano quindi a minacciare Abba e i suoi amici con una sbarra di ferro, lanciando epiteti tra cui “Ladri”, “Sporchi negri vi ammazziamo”, “Negri di merda”.. costringendo i tre ragazzi a difendersi con bottiglie e bastoni.

Purtroppo Abba non riesce a sfuggire alle sprangate di Daniele Cristofoni che, dopo averlo colpito ripetutamente con l’asta di ferro usata per chiudere la serranda del negozio, lo lascia a terra agonizzante, scappando il più in fretta possibile insieme al padre.

Abdul, in coma, viene portato all’ospedale Fatebenefratelli, dove è dichiarato morto intorno alle 13:30.

I due aggressori vengono fermati qualche giorno dopo l’omicidio e condannati a quindici anni e quattro mesi, con l’obbligo di un risarcimento di centomila euro alla famiglia di Abba.

Nonostante questo episodio sia stato definito da molti una ”lite degenerata per futili motivi”, si riconosce fin da subito la vera natura della famiglia Cristofoli, caratterizzata da un feroce odio razziale.

Il giorno dopo i risultati dell’autopsia, molti sono coloro che decisero di ricordare Abba in un corteo partecipatissimo, condotto dagli stessi amici del ragazzo, facendo esplodere la rabbia per la sua morte in tutte le vie di Milano. In corrispondenza di via Zuretti, molti dei partecipanti iniziano a correre per raggiungere il bar della famiglia Cristofoli, prontamente difeso da un vasto schieramento di forze dell’ordine, riuscendo a forzare in parte il cordone e raggiungere il luogo in cui Abba era stato ucciso.

La giornata terminan con l’ascolto in piazza delle canzoni preferite da Abba, ballate e cantate a gran voce, e con il cambio del nome della via, ribattezzata ”Via Abba”.

Sassari, violento pestaggio. Vittima un giovane guineano

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Mentre ieri l’Onu lanciava un “allarme razzismo” in Italia, si è consumato l’ennesimo episodio di violenza verso un giovane cittadino straniero. Un’altra aggressione, probabilmente a sfondo razzista, stavolta in Sardegna, a Sassari: un giovane di 22 anni della Guinea, arrivato in città come richiedente asilo e oggi studente ospite di uno Sprar, è stato picchiato con estrema violenza da un gruppo di almeno cinque ragazzi, tutti giovanissimi, in tarda serata. Il fatto è accaduto all’incrocio tra viale Berlinguer e corso Cossiga: lo studente si è fermato al semaforo per attraversare la strada ed è stato avvicinato dai ragazzi. Uno di loro gli ha sferrato improvvisamente una gomitata al fianco. Lo studente, sbigottito, ne ha chiesto la motivazione: «A casa mia faccio quello che voglio, se non ti sta bene tornatene a casa tua», avrebbe risposto l’aggressore, dandogli un pugno in faccia. E poi è partito il pestaggio, al quale hanno partecipato attivamente tre giovani, mentre altri restavano nelle vicinanze. I violenti pugni al volto della vittima sono stati fortunatamente interrotti da alcuni passanti, intervenuti per allontanare gli aggressori, che si sono subito dileguati, continuando ancora a inveire con offese nei confronti del giovane straniero. Il 118 ha portato il ragazzo al pronto soccorso. I medici gli hanno prescritto 10 giorni di cure per fratture al volto, in particolare al naso, e diverse contusioni. Gli agenti della Polizia locale, nel frattempo, hanno raccolto le numerose testimonianze delle persone che hanno assistito al pestaggio, e, in queste ore, stanno cercando ulteriori riscontri per risalire all’identità degli aggressori