Lettera da Dana: a vincere saremo noi!

Car* tutt*,

sono di nuovo qui a scrivere dopo qualche settimana di silenzio.

Ho preferito che a parlare fossero le lettere delle mie compagne di detenzione, puntuali nel descrivere la sofferenza a cui la popolazione detenuta è sottoposta in tempi di pandemia. Ma non solo, nella lettera pubblicata dal manifesto credo emerga in maniera netta la rivendicazione del diritto “all’affettività”; oltre che ad un trattamento che, lungi da essere “rieducativo”, in molti casi si sostanzia in qualcosa di punitivo e persecutorio. Semplicemente questo. Concorderete con me quanto sia ingiusto.

La chiusura dei colloqui con i propri cari e la parallela riduzione delle attività dentro ha quindi inevitabilmente provocato insofferenza e veicolato, nei più, sentimenti di rivalsa.

Non è un caso quindi che da lunedì stesso alcuni padiglioni del maschile siano in protesta, con le loro battiture ad orari fissi, più volte al giorno, che scandiscono il tempo di vita del carcere.

Non manca il sostegno da fuori, dai parenti che nei primi giorni della settimana si sono fatti sentire trovando i cancelli chiusi, ai presidi organizzati che, improvvisamente, diventano udibili dalle sezioni, infondendo forza e speranza.

Ovviamente, almeno per ora, nessun miglioramento significativo per la popolazione detenuta è stato proposto dai governanti e diverse richieste di uscita sotto i 18 mesi residui causa covid, non sono state ammesse. Sarebbe interessante conoscere i dati nazionali, ma sono sicura che il sovrappopolamento, prima causa di pericolo per noi detenuti, sia la realtà non solo qui, ma in tutte le carceri del Paese. Un provvedimento che ha il sapore di beffa, ancora più amara se si considera che di covid si muore ormai anche in carcere e le cronache lo confermano.

Di me posso dirvi che ho raggiunto i due mesi di detenzione, tempo che sulla carta appare “residuale”, ma che per me è significativo nella misura in cui si concretizza nel tempo rubato alla mia vita, ai miei affetti ed ovviamente alla lotta collettiva.

Sono tranquilla poiché ho strutturato ormai delle abitudini ed ovviamente una complicità, del tutto femminile ed affettiva, con le mie compagne di detenzione. Segno con attenzione tutto quello che accade fuori da qui e per questo voglio stringermi a tutti coloro che a causa del covid stanno soffrendo la malattia e la paura.

In tempi come questi le disuguaglianze sociali emergono in tutta la loro spietatezza, una società come questa non può che riservare a chi già in tempi normali faticava, isolamento e difficoltà di accesso a servizi e beni primari. Il peso dell’emergenza, come durante la prima ondata, è perlopiù scaricato sulle famiglie, in particolar modo sulle donne; tutto ciò dimostra ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, che certi meccanismi di sfruttamento siano cristallizzati in questo sistema.

Abbiamo molto lavoro da fare per ribaltare questa realtà e spero che la pandemia le sue drammatiche conseguenze faranno aprire gli occhi a molti.

Il presunto “patto sociale”, su cui il capitalismo ha costruito la sua fortuna, da tempo ha abdicato alle sue promesse di benessere collettivo. Guerre, crisi ecologica, malattie, povertà assoluta sono le cifre del suo fallimento. Non è un caso che i governanti siano più preoccupati di eventuali “rivolte sociali” piuttosto che mettersi serenamente in discussione cedere il passo. È tempo che sorga una nuova coscienza collettiva, in grado di disegnare un futuro giusto per i nostri figli e per il pianeta che viviamo.

E ora Permettetemi, come nella precedente lettera, una nota di colore…

Ho letto il co-titolare dell’inchiesta che mi ha portata qui in carcere, il PM con l’elmetto Padalino, è di nuovo al centro di gravi ed imbarazzanti (per la Procura) guai giudiziari. (Apro una parentesi, non dico che il che il “merito” della mia carcerazione sia solo della Procura, anzi: il Tribunale di Torino e la Questura si sono molto impegnati in questa persecuzione politica).

Tornando Padalino e ai PM con l’elmetto, come movimento No Tav, per anni abbiamo denunciato una persecuzione spropositata, del tutto politica, per tentare prima di dividerci e poi di intimidirci.

Abbiamo parlato del sistema TAV e dei suoi ruoli all’interno dei principali poteri dello Stato, di giustizia a doppia velocità, di nostre denunce archiviate e delle loro pene spropositate. Ora che due tra i nostri principali detrattori sono stati “smascherati” (ce n’è un altro che compare e “non compare” nelle varie inchieste, ma per ora se la cava), credo che la verità di ciò che abbiamo sempre affermato sia finalmente e chiaramente sotto gli occhi di dei più.

Qualcuno potrebbe dire che poco cambia, io invece credo che, tassello dopo tassello, la credibilità di un sistema convergente in pochi valori, che guardano all’interesse dei soliti e comportano la devastazione e il saccheggio dei territori in cui viviamo, sia irrimediabilmente pari allo zero.

La superiorità etica, morale e politica del nostro sguardo e del nostro agire è netta ed indiscutibile. Noi che desideriamo una società più giusta e che tentiamo di proteggere i territori in cui viviamo e il pianeta, ci troviamo perseguiti da questi personaggi, ma alla lunga, sono sicura, a vincere saremo noi.

È questa consapevolezza che ogni mattina mi dà la forza di sorridere, il sapere che insieme, e in un futuro spero non troppo lontano, marceremo sulla testa dei Re!

Prima di concludere vorrei ringraziare tutte le compagne e i compagni, gli amici e tutti coloro che stanno seguendo ed amplificando la campagna per la mia liberazione, dalle lettere, alle iniziative, alla raccolta “fondi”, in tanti mi date quel sostegno che, vi assicuro, fa la differenza.

Il mio tempo in carcere è appena iniziato, ma con la solidarietà che ricevo potrò continuare a tenere alto lo sguardo e non farmi fare del male.

Siate saldi,

Avanti No Tav!

Ps.: Qui di seguito copio un messaggio scritto da alcune mie compagne di detenzione:

Per quanto riguarda Padalino e gli altri detrattori che “perdono la faccia”, anche noi detenute comuni teniamo a dire la nostra: il giustizialismo e il rigorismo si applicano solo verso i “poveri cristi”. Essere in galera e leggere di scandali riguardanti chi ha perseguito, fa solo montare di più la rabbia e l’insofferenza. Grazie del sostegno!

#cercavi giustizia, trovasti la “legge”!

L’antifascismo non si processa. Solidarietà a Matteo, operaio e musicista.

Matteo Parlati, bassista della Banda POPolare dell’Emilia Rossa e operaio metalmeccanico alla Ferrari di Maranello, è stato condannato a 6 mesi di reclusione (con pena sospesa) e al pagamento di 3 mila euro come ammenda pecuniaria più le spese legali.

La sua colpa è aver partecipato ad una manifestazione antifascista che il 28 ottobre 2011 si voleva opporre alla celebrazione della marcia su Roma indetta dall’organizzazione neofascista Fiamma Tricolore.

Come troppo spesso accade, le istituzioni e la polizia anziché impedire l’ennesima apologia di fascismo si sono schierati a difesa dei fascisti ed hanno represso la manifestazione antifascista a colpi di manganello con cariche ripetute. Per buona pace di una retorica che vorrebbe la Costituzione essere nata dalla Resistenza al nazifascismo. In sede di processo, per colpevolizzare gli antifascisti, si è tentato di accusare Matteo di aver aggredito i celerini. L’accusa era talmente priva di fondamento che il tribunale è stato costretto a “limitarsi” a condannare Matteo, assieme ad altri 3 manifestanti, per “concorso morale”. Il reato di Matteo, secondo la “giustizia” italiana, è stato aver semplicemente partecipato ad una manifestazione antifascista.

Dunque nella forma penale dell’istigazione penale a tutti gli effetti siamo di fronte ad un reato di opinione. Di più, con questa sentenza si sancisce per l’ennesima volta che colpevoli non sono gli squadristi, ma gli antifascisti che li contrastano. Quanto è lontana dai tribunali l’affermazione di Matteotti secondo cui il fascismo è un crimine e non un’opinione.

Matteo è ora costretto, oltre ad avere la fedina penale sporca come se fosse un criminale, a pagare ben 3 mila euro più le proprie spese legali. Una cifra decisamente ingente per un operaio. Per questo chiediamo a tutte e tutti di sottoscrivere e contribuire in base alle proprie disponibilità a questa raccolta fondi per aiutare Matteo a pagare questa cifra.

E’ un gesto di solidarietà militante ma è anche e soprattutto un modo per affermare e ribadire che l’antifascismo non si può e non si deve processare!

Modena City Ramblers 

99 Posse

Zerocalcare 

Daniele Sepe

Gang

Punkreas 

Banda Bassotti

Radici nel cemento 

Kento

Malasuerte 

Tupamaros 

Banda degli Ottoni a scoppio

Per sottoscrivere:

https://www.produzionidalbasso.com/project/l-antifascismo-non-si-processa-solidarieta-a-matteo-operaio-e-bassista-della-banda-popolare-dell-emilia-rossa/

Il movimento antifascista mostra la sua forza nelle strade di Madrid

In netto contrasto con il raccoglimento in chiave depressiva determinato dalla pandemia, dalle politiche pubbliche e dall’atmosfera mediatica, il movimento antifascista di Madrid ha mostrato un segnale importante di vitalità in un campo dove c’è poco spazio per i malintesi : le strade. 

L’11 novembre 2007, Josué Estébanez de la Hija, un militare neonazista, ha pugnalato il giovane Carlos Palomino in un vagone della metropolitana alla stazione di Legazpi, causandone la morte. Carlos e altri attivisti intendevano boicottare una manifestazione razzista promossa dal partito di estrema destra della Democracìa Nacional di cui l’assassino era membro, condannato poi a 26 anni di carcere per il reato. Dalla scorsa settimana, gruppi antifascisti hanno organizzato una serie di eventi commemorativi nella città di Madrid, culminati in una grande manifestazione di circa un migliaio di persone – per lo più giovani – che hanno marciato ieri sera lungo il Paseo de Las Delicias, da Atocha a Legazpi.

Disposti in fila, tenendosi a distanza l’uno dall’altro e indossando le mascherine, i manifestanti sono partiti alle 19.30 preceduti da uno striscione che recitava “Carlos vive, la lotta continua, il miglior omaggio è continuare la lotta” e sul fondo, la data del suo assassinio: 11/11/2007. Durante la marcia molti erano gli slogan che venivano cantati : La lotta è l’unica via, Madrid sarà la tomba del fascismo, Fuori i fascisti dei nostri quartieri, Ecco gli antifascisti, Da nord a sud, da est a ovest, la lotta continua ad ogni costo. I più cantati erano quelli che si riferivano al militante antifascista: “Carlos vive, la lotta continua”, “Carlos, fratello, noi non dimentichiamo”, tra gli altri.

I collettivi antifascisti hanno voluto mostrare la loro determinazione con azioni di diverso tenore, svoltesi nell’arco di diversi giorni. Così, al Centro Sociale Occupato La Traba, giovedì 5, è stato proiettato – tutto esaurito – il film La Mort de Guillem, che evoca il ricordo di Guillem Agulló, un giovane valenciano assassinato nel 1993 da un gruppo di estrema destra. Si è parlato anche di Richard, un attivista di Alcorcón che fu assassinato da un gruppo di neonazisti e che divenne uno dei primi simboli della lotta antifascista a Madrid. Successivamente, nella notte di lunedì 9, alcuni gruppi di giovani particolarmente organizzati hanno svolto una commovente iniziativa in memoria di Carlos nella metropolitana di Legazpi, in cui hanno lasciato un poster commemorativo, circondato da fiori attaccati sulle pareti della stazione. Infine, martedì 10, sempre la sera, dimostrando abilità e destrezza, hanno srotolato uno striscione sulla Gran Vía di Madrid, davanti alla piazza Callao, per rivendicare la memoria del giovane, dove hanno letto “Sempre con te, Carlos”, accompagnato dall’ormai classica immagine del volto del ragazzo con il suo cappellino. Nel comunicato che convocava la manifestazione di ieri sera [11 novembre ndr], i collettivi hanno voluto sottolineare come i due aspetti, di evocazione e al tempo stesso lotta, andassero tenuti insieme per mettere in luce l’immagine dell’attivista assassinato.

Allo stesso tempo, il testo mette in evidenza la sua impronta irriducibilmente anticapitalista e antirazzista: “Può sembrare che molto sia cambiato da allora nella società, perché in tredici anni grandi eventi hanno scosso le nostre vite, ma ci sono cose che rimangono identiche a quegli anni. Mentre i giovani della classe operaia si organizzano per rifiutare ogni accenno di odio tra la gente che vive nei loro quartieri, nelle trincee della borghesia, convivono sottomessi all’élite finanziaria e alla polizia, ai militanti di estrema destra, ai media e alle istituzioni, lo slogan è chiaro: la legge è lì perchè bisogna obbedire e vale tutto contro chiunque la metta in discussione, la critichi o la combatta, per quanto ingiusta possa essere”, dichiara.

Il testo denuncia anche “il degrado dei servizi pubblici, la mancanza di opportunità e la crescente miseria che affliggono i nostri quartieri danno terreno fertile alla criminalità e al degrado”. E, nell’evocare le circostanze dell’assassinio di Carlos, non risparmia le critiche al Partito socialista che accusano di permissività di fronte al fascismo, riferendosi al delegato del governo dell’epoca, Soledad Mestre, disvelandone la facciata internazionalista e antirazzista.

Il comunicato si è concluso ribadendo l’intenzione di mobilitazione e auto-organizzazione, di matrice antifascista: “Siamo stati, siamo e saremo nelle strade e ovunque sia necessario combattere chi vuole imporre l’impero del terrore e dell’avidità. Oggi, come ieri, non c’è spazio per il fascismo.

La manifestazione si è conclusa senza incidenti alla stazione della metropolitana di Legazpi, dove è stata posta una corona di fiori nel luogo in cui è stato ucciso Carlos Palomino.

Da https://www.elsaltodiario.com/antifascismo/el-movimiento-antifascista-exhibe-su-pulso-en-las-calles-de-madrid-

Alberto Azcárate

Álvaro Minguito

Dani Gago

Laura Carrasco Ortíz

LA REPRESSIONE COLPISCE EDDI ANCHE…SUI SOCIAL! OSCURATI I PROFILI INSTAGRAM E FACEBOOK

Torniamo a occuparci di Eddi, compagna e già volontaria Ypj in Siria del Nord. Ieri, presso il Tribunale di Torino, si è l’udienza di appello contro la misura repressiva della sorveglianza speciale che la sta colpendo ormai dal marzo scorso in merito alla quale la Corte si è riservata di decidere nei prossimi giorni.

Meno di 24 ore dopo l’udienza, i profili social di Eddi, da dove era stato annunciato un video per spiegare come fosse andata la giornata, sono stati oscurati, per non meglio specificate…violazioni.

Eddi, privata in questi mesi della possibilità di parlare in pubblico, ha potuto continuare a fare informazione sulla Rivoluzione Confederale in Siria del nord-est, a cui ha preso parte tra le fila dell’Unità di difesa delle donne (YPJ) , e far conoscere la sua vicenda soltanto tramite i social network, denunciando l’assurdità della misura a cui è sottoposta, e ribadendo l’importanza di lottare per la libertà da ogni forma di oppressione e per un mondo in cui la libertà delle donne e la difesa e l’autonomia dei territori sono centrali.

Ma, nonostante l’oscuramento, Eddi ha comunque realizzato un video, chiedendo di condividerlo a profili e pagine solidali, come quelli di Radio Onda d’Urto, dove trovate il suo intervento.

In solidarietà ad Eddi, i comitati torinesi in soldiarietà con la rivoluzione confederale del Rojava, gli stesssi che ieri avevano organizzato il presidio all’esterno del tribunale hanno lanciato una iniziativa che presentiamo con Jacopo, compagno torinese Ascolta o scarica

NICOLETTA E’ LIBERA!!!

Dopo quasi un anno tra carcere e arresti domiciliari, da domani, #Nicoletta sarà di nuovo libera!

Undici mesi a testa alta, tre mesi di carcere, anche lei nella terza sezione, proprio come #Dana, e poi altri otto a Bussoleno, nella sua casa. Con tutte le problematiche connesse, anche legate al covid-19, che poi hanno portato i magistrati a condurla agli arresti domiciliari.

Se lo scopo della carcerazione, come abbiamo potuto leggere nella sentenza di Dana, era una fantomatica “rieducazione”, crediamo che nessuna donna abbia bisogno di conoscere l’educazione della privazione dell’umanità e della libertà, per poter poi vivere abbassando la testa di fronte alle ingiustizie.

Se lo scopo era quello, cari magistrati non ha funzionato! Al massimo siete voi a dover imparare dalla dignità di Nicoletta, di Dana e di tutte/i le/i #notav.

Nicoletta, una donna tenace, modello di resistenza e coraggio per tutte e tutti. Siamo felici di sapere che prestissimo potrà tornare sui sentieri della amata Val Clarea.

“Non posso essere davvero contenta, se da sola…. Aspetto altre liberazioni. Vi abbraccio tutte e tutti”

Ora vogliamo anche Dana, Emilio, Stefano liberi! Libertà per le/i No Tav! Tutte e tutti liberi!

Avanti No Tav!

30 Agosto 1868: La Brigantessa

Michelina De Cesare nacque a Caspoli, in provincia di Caserta il 28 ottobre 1841. Secondo la testimonianza che il sindaco del suo paese rese alle autorità militari, Michelina fin da giovanissima aveva tenuto un atteggiamento ribelle. Egli la definì come refrattaria alla legge e ai buoni costumi, educata al furto fin da bambina. Ci resta tale testimonianza, non si sa se effettivamente rispondente ai fatti o ricostruita ex post a uso della giustizia.

Si sa che nel 1861 Michelina sposò tale Rocco Tanga, da cui rimase vedova appena un anno dopo.

Successivamente incontrò Francesco Guerra, capo di una banda che imperversava nella Terra del Lavoro, denominazione con cui era allora indicato il territorio che comprendeva ampie zone dell’attuale Lazio Meridionale, della Campania e del Molise.

Michelina decise di seguire Guerra, e ne divenne la consigliera. Forte della sua conoscenza dei luoghi, lo aiutò a programmare gli attacchi rivolti ai soldati italiani, ma anche a molte persone che erano state identificate come “ricche”.

La sorte che attendeva Michelina è stata simile a quella della maggior parte delle donne che avevano fatto la sua stessa scelta e che, a seguito di essa, hanno conosciuto la morte o la carcerazione. La strada del brigantaggio non permetteva ripensamenti.

Michelina, però, riuscì per ben tre anni a sfuggire al suo destino, nonostante la caccia molto determinata che venne data alla banda di Guerra.

La donna fu presa solo il 30 agosto 1868 a seguito della delazione di un massaio di Mignano. Egli, attirato dal compenso promesso a chi avesse passato informazioni utili alla cattura della banda Guerra aveva avvisato la Guardia nazionale della loro posizione. La Guardia nazionale aveva a sua volta allertato il fratello di Michelina, Giovanni De Cesare. Come spesso avveniva nella storia del brigantaggio, furono i conti sospesi in famiglia – liti, vecchi rancori, rappresaglie covate nel tempo, che determinarono l’esito. Anche in questo caso fu essenziale l’apporto di un familiare: fu proprio Giovanni che condusse nel posto indicato la Guardia nazionale e un gruppo di soldati del 27° fanteria agli ordini del maggiore Lombardi.

La cronaca della cattura viene riportata in un rapporto del Comando generale.

Per quanto concerne espressamente Michelina esso dice:

«… il compagno che con lui (Guerra) si intratteneva, appena visto l’attacco, tentò di fuggire; una fucilata sparatagli dietro dal medico di Battaglione Pitzorno lo feriva, ma non al punto di farlo cadere, che continuando invece la sua fuga, s’imbatteva poi in altri soldati per opera dei quali venne freddato: Esaminatone il corpo, fu riconosciuto per donna e quindi per Michelina De Cesare druda del Guerra».

Anche in questo scritto per indicare la compagna di un brigante viene utilizzata l’espressione dispregiativa “druda”, tratta dal gaelico. Essa sta a indicare l’amante disonesta, la femmina di malaffare: le cronache del tempo infatti erano spietate nel giudicare le donne che trasgredivano alle leggi, ma soprattutto alle regole imposte al loro sesso. Nei documenti civili e militari dello Stato unitario, nei resoconti processuali e nelle cronache dei giornali del Nord esse venivano descritte come femmine lussuriose e spietate. La condanna nei loro confronti era inappellabile: esse avevano trasgredito alle leggi dello stato e anche a quelle, non scritte, dei comportamenti di genere.

E, nel caso di Michelina, alle parole fu aggiunto un ultimo oltraggio: il suo corpo fu esposto nudo nella piazza centrale di Mignano. Oltraggio e monito

30 agosto 1941: inizia la resistenza di Leningrado

La data del 30 agosto 1941 segna l’effettivo inizio dell’assedio della città di Leningrado; giorno in cui si ebbe l’ultimo collegamento ferroviario con la città e in cui i soldati tedeschi raggiunsero il fiume Neva.

Ancora prima dell’invasione della Russia da parte delle forze naziste, il 22 giugno del 1941, furono messi a punto con l’Operazione Barbarossa i piani che portarono verso Leningrado forze consistenti in più di un milione di uomini, 600 carri armati e 1000 aerei. L’armata nazista prese il controllo di Leningrado nell’arco di quattro settimane, già dal 21 luglio del 1941: Hitler sembrava infatti ben deciso ad una rapida presa della città per utilizzare le stesse forze militari in vista di un attacco a Mosca. All’inizio dell’azione tutte le previsioni e le tappe vennero rispettate e mano a mano che i nazisti conquistavano territori, le truppe russe venivano messe in fuga.

Al comando dell’operazione c’era il feldmaresciallo Von Leeb al quale Hitler aveva ordinato di provocare all’esercito russo perdite assai più devastanti di quelle causate all’esercito francese; Leningrado era infatti destinata a diventare la prima grande città russa conquistata dai tedeschi.

In tutta la sua lunga storia Leningrado non era mai stata attaccata e ora i suoi abitanti si preparavano a difenderla. Sin dai primi giorni della guerra centinaia di migliaia di leningradesi si arruolarono nell’esercito formando intere divisioni militari.

La prima linea di difesa passava sulla Lugà, a un centinaio di miglia a ovest della città: questa linea fermò i tedeschi per qualche settimana. La seconda linea di difesa era collocata presso l’istmo di Karelia a circa 25 miglia da Leningrado, mentre il sistema di difesa estremo era collocato a circa 22 miglia dalla città per tutto il suo circondario.

I primi attacchi aerei sulla città cominciarono nella giornata del 6 di settembre e proseguirono per tutto il giorno. I russi attaccavano decisamente sulla linea della Lugà e i tedeschi ripiegavano verso nord, dove il cerchio si stringeva sempre di più attorno alla città. Nei primi di settembre i fascisti penetrarono nelle linee di difesa e, nonostante la resistenza, riuscirono comunque a giungere fino al lago Ladoga. Leningrado fu accerchiata.

Von Leeb cominciò l’attacco a Leningrado in condizioni di netta superiorità numerica di carri armati e aerei senza però riuscire a conquistarla per 900 giorni. Il maresciallo russo Žukov chiese l’invio di nuove riserve e riuscì a mettere insieme una notevole forza di 50.000 uomini cominciando il contrattacco. Egli ordinò: “Resistere o morire”.

L’inverno del 1941 arrivò presto e fu particolarmente rigido. Tutto ciò peggiorò in maniera significativa le condizioni degli abitanti di Leningrado, già svantaggiati dai blocchi delle vie di rifornimento. A novembre, la gente cominciò a morire di fame. Ma l’inverno, inaspettatamente, aprì la via della salvezza: il lago Ladoga a nord di Leningrado aveva una parte completamente congelata e da quel corridoio, denominato ”la strada della vita” i convogli facevano arrivare prodotti e portavano via persone.

La primavera del 1942 portò nuova speranza, ma non cancellò il ricordo: la città si ravvivò, benché non fosse una resurrezione quanto piuttosto una nuova fiducia nella vita. Molti cattivi profeti già prevedevano una repentina caduta dell’impero sovietico, invece i semplici cittadini, anche solo continuando le loro solite occupazioni diedero un grande impulso morale alla resistenza.

Era passato quasi un anno e Leningrado, nonostante tutto, viveva. L’armata tedesca si preparava ad affrontare il suo secondo inverno nei boschi intorno alla città e non sarebbe stato neanche l’ultimo.

Il primo grande attacco dell’esercito sovietico fu posto in essere da circa 200.000 soldati da nord su due fronti nel gennaio del 1944. La linea difensiva tedesca fu distrutta e furono portati attacchi da tre direzioni. Quando le truppe russe si ricongiunsero, fu ricostituito un golfo e Leningrado terminò di essere un’isola. L’assedio era finalmente terminato.



Dalla nera polvere, dal posto

Della morte e delle ceneri, risorgerà il giardino come prima.

Così sarà. Credo fermamente nei miracoli.

Sei tu che mi hai dato questa fede, mia Leningrado.


Ol’ga Berggol’c

EBRU TIMTIK, MILITANTE E AVVOCATA, UCCISA DALLO STATO TURCO

Era in sciopero della fame da 238 giorni perché voleva un processo equo, dopo che era stata condannata a 13 anni di reclusione per “appartenenza a un’organizzazione criminale”. Giovedì sera è deceduta in un ospedale di Istanbul. Il caso riguarda l’avvocata Ebru Timtik, 42 anni.

A dare notizia della sua morte è stato il suo studio legale. “Ebru Timtik, socia del nostro studio, è morta da martire”, si legge in un tweet. Insieme al collega Aytac Unsal, pure lui in sciopero della fame, Timtik faceva parte dell’Associazione contemporanea degli avvocati, specializzata nella difesa di casi politici. Le autorità turche accusano questa associazione di essere legata all’organizzazione marxista-leninista Dhkp-C.

Ebru Timtik aveva difeso la famiglia di Berkin Elvan, adolescente morto nel 2014 per le ferite riportate durante le proteste a Gezi Park nel 2013. Il mese scorso, un tribunale di Istanbul, aveva rifiutato di scarcerare la donna, nonostante un referto medico indicasse che il suo stato di salute non le permetteva più di restare in carcere. Analoga richiesta è stata depositata anche ad agosto alla Corte costituzionale, senza successo. Invece di essere scarcerati, Timtik e il collega Unsal sono stati trasferiti in due diversi ospedali carcerari. L’avvocata, che ha consumato solo acqua zuccherata, tisane e vitamine, pesava 30 kg al momento del decesso. Lla polizia ha caricato la marcia di avvocati e solidali a Istanbul.

Della caserma degli orrori di Piacenza non se ne parla più..

Arresti per fare carriera, un problema. Magari poi con email riassuntiva ai giornali locali, che grati tolgano con trafiletto e foto degli eroi in divisa. Non solo a Piacenza.

“Il “caso Piacenza” è sparito dai radar. A distanza di un mese esatto dai fatti, è calato il silenzio sulla maxi retata alla stazione di Piacenza-Levante.

Nell’indagine coordinata dal procuratore Grazia Pradella erano rimasti coinvolti dodici carabinieri: cinque in carcere, un maresciallo ai domiciliari, altri cinque militari sottoposti all’obbligo di presentazione alla pg, divieto di lasciare la città per il comandante della locale compagnia.

Lungo l’elenco delle accuse.

Fra i reati contestati, falso ideologico, lesioni personali aggravate, ricettazione e spaccio di sostanze stupefacenti, arresto illegale. E poi, per la prima volta nella secolare storia dell’Arma, una intera caserma sottoposta a sequestro in quanto “corpo del reato”.

Personaggio centrale dell’inchiesta, l’appuntato Giuseppe Montella, secondo gli investigatori un soggetto capace di ogni nefandezza pur di ottenere i risultati sperati. Dopo l’iniziale clamore mediatico, si ricorderà la pirotecnica conferenza stampa degli inquirenti con la proiezione di alcune slide in power point con i colori della guardia di finanza, il silenzio ha avuto la meglio.

I vertici di viale Romania hanno subito trasferito l’intera scala gerarchica, inviando a Piacenza il meglio che era a disposizione. Il nuovo comandante provinciale, il colonnello Paolo Abrate, figlio del capo di gabinetto dell’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa, è il primo del suo corso. Il comando provinciale della città emiliana era stato oggetto dal 2017 di un forte turn over, con ben tre comandanti che si erano succeduti nell’incarico: i colonnelli Corrado Scattaretico, Michele Piras e Massimo Savo.

Uno all’anno.

A parte rinnovare i vertici, però, più nulla, se non la notizia che sarebbe stata avviata “una indagine interna” di cui al momento non si conoscono né i tempi né i modi.

Come mai questi silenzi? C’è forse “imbarazzo” per come è stata gestita la caserma di Piacenza-Levante negli anni?

E già, perché questa stazione, fino allo scoppio del bubbone, era considerata il fiore all’occhiello dei comandi dell’Emilia Romagna.

L’attività operativa della stazione piacentina era stata addirittura premiata nel 2018 durante la festa dell’Arma a Bologna. La motivazione recitava che “il comando si è distinto per l’espletamento del servizio istituzionale”, in particolare nell’attività di contrasto al traffico di stupefacenti.

Arresti, quasi tutti di cittadini extracomunitari accusati di spaccio, che avevano fatto schizzare verso l’alto le statistiche e prodotto di conseguenza note caratteristiche eccellenti per i vari comandanti che si erano succeduti.

Tornano, allora, in mente le parole pronunciate da Italo Ghitti, presidente del Tribunale di Piacenza dal 2013 al 2017, all’indomani degli arresti dei carabinieri. «Durante un’udienza per direttissima di uno dei tantissimi piccoli spacciatori extracomunitari che venivano arrestati dissi che erano arresti troppo facili, quasi sempre per pochi grammi di stupefacente».

«Arresti a strascico – aggiunse – chiaramente per gonfiare le statistiche e conquistare elogi ed encomi dai superiori». «Prendere dei ragazzini con in tasca dell’hashish non significa certo colpire gli spacciatori. Io rilevai – prosegue Ghitti – nella sede propria del mio lavoro fatti che vedevano tutti». «Non avevo il dovere di segnalare nulla.

Se avessi capito tutto, avrei denunciato, non avrei detto solo che i troppi arresti da quattro soldi mi facevano arrabbiare perché lontani da un modo serio di provvedere alla sicurezza del territorio», concluse amaro Ghitti.

Arresti, dunque, “facili”.

Come scrive nell’ordinanza a carico dei carabinieri il gip Luca Milani, il “massimo risultato” con il “minimo sforzo” per “mere ragioni di carriera professionale”. Quanti sono, allora, i superiori che hanno “beneficiato” della fabbrica degli arresti messa in piedi da Montella&soci?

Una domanda che merita una risposta quanto prima.

Prima che l’oblio non travolga tutto.”

4 maggio 1970 – La sparatoria della Kent State University (Ohio).

Gli studenti avevano organizzato una protesta contro la spedizione militare in Cambogia lanciata dal presidente Nixon; in risposta al dissenso furono inviati i soldati della guardia nazionale che risposero agli slogan con gli spari ferendo nove persone e uccidendone quattro: due attivisti Jeffrey Miller e Allison Krause, e due studenti che si stavano spostando da un’aula all’altra Sandra Scheuer e William Schroeder.