Le ong di nuovo sotto accusa

SOS MEDITERRANEE che noleggia la nave di ricerca e salvataggio Aquarius denuncia un nuovo attacco mediatico in Italia contro le ONG e gli attori coinvolti nel salvataggio in mare nel Mediterraneo centrale che rispondono così all’obbligo del diritto marittimo internazionale di fornire assistenza a persone in pericolo di morte.

L’organizzazione europea SOS MEDITERRANEE agisce nel quadro rigoroso delle normative nazionali e internazionali in totale trasparenza e non può dunque che dissociarsi categoricamente dall’interpretazione degli avvenimenti del 18 maggio 2017 avanzata dai giornalisti della trasmissione “Report” in un reportage andato in onda lunedì 20 novembre 2017 sulla emittente pubblica italiana RAI 3.
E’ deplorevole che in tale reportage i fatti non siano riportati con il rigore necessario prima di formulare accuse così gravi.

Fact checking

Il 18 maggio 2017 le squadre di SOS Mediterranee e Medici Senza frontiere, partner a bordo della nave Aquarius, hanno ricevuto dal MRCC di Roma l’istruzione di procedere verso una posizione e ricercare 4 imbarcazioni in difficoltà alle 4:40 ora universale. Tutte le operazioni si sono svolte sotto il coordinamento del MRCC di Roma con il quale il coordinatore dei soccorsi di SOS MEDITERRANEE e il capitano della Aquarius erano in costante contatto.

La Guardia Costiera italiana ha dichiarato in un comunicato pubblicato alla fine del pomeriggio del 18 maggio 2017 che quel giorno sono state salvate 2.300 persone in 22 operazioni di soccorso effettuate da unità della Guardia Costiera italiana, del dispositivo EUNAVFOR MED e dalle ONG.
SOS MEDITERRANEE si rammarica che nel reportage di “Report” non sia stata diffusa nessuna intervista esplicativa del coordinatore dei soccorsi di SOS MEDITERRANEE al fine di chiarire lo svolgimento di queste operazioni di salvataggio. Il reportage omette di precisare le preoccupazioni relative alla sicurezza che hanno condotto alla scelta di non esporre le squadre dei soccorritori a un rischio potenziale di fronte alla presenza di imbarcazioni non identificate.

Tutti i giornalisti e i fotografi imbarcati sulla nave Aquarius ricevono la stessa istruzione quando si trovano a bordo delle lance di salvataggio, di evitare qualsiasi azione, come quella di scattare foto, che potrebbe essere interpretata come una aggressione da parte dei membri dell’equipaggio di imbarcazioni non identificate che si presentano come “Guardia Costiera Libica” e che potrebbe provocare una reazione imprevedibile da parte loro. Questa istruzione era ancora più importante nel corso di una giornata di salvataggi di massa, per evitare di mettere in pericolo la vita dei soccorritori e delle persone in difficoltà.

SOS MEDITERRANEE ricorda che cinque giorni più tardi, il 23 maggio, uomini armati presentatisi come “Guardia Costiera Libica” sono intervenuti nel corso di un’operazione di salvataggio coordinata dalla nave Aquarius sparando colpi d’arma da fuoco in aria e minacciando i passeggeri di un gommone, costringendoli a saltare in acqua e mettendo a rischio le loro vite e quelle dei soccorritori.

SOS MEDITERRANEE sottolinea inoltre che nelle condizioni di intervento attuali, estremamente complesse nelle acque internazionali al largo della costa libica, la priorità assoluta rimane quella di garantire la sicurezza delle sue squadre. I rischi insiti nella presenza di persone che si presentano come “guardia costiera libica” sono stati costantemente denunciati dalla nostra organizzazione.

Dopo ogni salvataggio, quando le condizioni di sicurezza lo permettono, le squadre dei soccorritori della nave Aquarius distruggono sistematicamente i gommoni e affondano i motori. Dei video diffusi dall’agenzia di stampa internazionale Reuters mostrano che nel corso delle operazioni del 18 maggio questo è accaduto.
I marinai soccorritori della Aquarius sono quotidianamente testimoni della situazione di estremo pericolo nella quale si trovano i passeggeri dei gommoni, la stragrande maggioranza dei quali è sprovvista di giubbotti salvagente. Quando tuttavia alcuni ne sono equipaggiati, questi giubbotti salvagente non rispondono ad alcuna norma in vigore e non permetterebbero a una persona caduta in acqua di restare a galla più di qualche minuto. Alcuni giubbotti salvagente di cattiva qualità sono quindi talvolta abbandonati tra i relitti alla fine delle operazioni di salvataggio.

Trasparenza

Dall’inizio della sua missione SOS MEDITERRANEE esercita la sua missione in totale trasparenza e si è impegnata a testimoniare sulla situazione nel Mediterraneo.
Ad ogni partenza in mare sono accolti a bordo contemporaneamente fino a quattro giornalisti , per permettere alla Stampa libera, indipendente e professionale di essere a sua volta testimone diretta della complessa e drammatica situazione alle porte dell’Europa. Più di 100 giornalisti da tutto il mondo hanno partecipato a una missione di salvataggio della Aquarius.

Gli autori delle immagini invitati a bordo della Aquarius da SOS MEDITERRANEE come giornalisti della trasmissione Porta a Porta di Rai 1 non erano i soli giornalisti presenti a bordo della nave Aquarius il 18 maggio 2017 e tutti hanno potuto osservare e filmare in totale trasparenza lo svolgimento delle operazioni di salvataggio.

SOS MEDITERRANEE esprime pertanto la sua preoccupazione di fronte alla distorsione della realtà dei fatti ed è a disposizione dei giornalisti per ogni richiesta di chiarimento e rivolge un nuovo appello per la fine di questa vergognosa campagna di diffamazione contro le ONG che non fa che distogliere l’attenzione da una persistente catastrofe umanitaria per le migliaia di persone che fuggono dall’inferno libico.

vedi sito Link all’articolo originale

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Il C.A.S. pensato “per far riflettere i richiedenti asilo”: report della visita al centro Casotto di Pedemonte (VI)

Il giorno 2 novembre una delegazione di LasciateCIEntrare ha visitato il CAS di Pedemonte, un comune di 774 abitanti nell’Alto vicentino. La zona è isolata, poco prima degli altopiani trentini di Lavarone e di Luserna e ai piedi di una grande cava, pertanto l’ubicazione rende i collegamenti difficili e radi con i paesi limitrofi. Il centro d’accoglienza straordinaria è gestito dal Raggruppamento Temporaneo d’Impresa tra la srl Dimensione Impresa e la srl Casa Servizi, un unico ente gestore che nell’ultimo bando della prefettura [1] si è aggiudicato l’appalto di 170 posti per l’accoglienza suddivisi in diverse strutture. “Sulla carta è possibile ma servono delle competenze specifiche”, il pensiero di Enzo Miotti, socio fondatore di Dimensione Impresa in una intervista al giornale di Vicenza dell’agosto scorso [2].

L’accesso per verificare le condizioni della struttura non risulta agevole: l’ingresso è vietato anche se è presente un deputato, ordini dall’alto. Dopo un’attesa di due ore, intervallate dall’arrivo della responsabile del personale (dopo un’ora e mezza), e poi dalla direttrice, Antonella Ranzolin, e una funzionaria della Prefettura di Vicenza, la dott.ssa Daria Leonardi, viene spiegato alla delegazione che l’accesso è consentito solo al deputato e ad un suo collaboratore. La motivazione risiede nel fatto che “è vietato dalla legge” e che tempo fa, in un’altra struttura vicentina, Salvini “ci aveva fatto una piazzata”. Inoltre, temono l’incursione di gruppi fascio-leghisti che vivono in zona. Sicuramente la segretezza con cui sono gestite queste strutture e la difficoltà ad accedervi non facilita certo la trasparenza e l’inclusione.

La casa Casotto

La struttura appartiene ad un ordine di suore che ne aveva fatto una casa vacanze. Dall’agosto 2016, la srl Dimensione Impresa / Casa Servizi l’ha riconvertita in un CAS e si fa carico dei lavori di ristrutturazione che si rendono necessari. Gli ospiti sono 35 per 40 posti circa disponibili. Sono tutti uomini e provengono dall’Africa subsahariana ma anche dal Bangladesh e dal Pakistan.

Le camere sono piccole con un posto letto o, più grandi, con due. I muri sono abbastanza fatiscenti e umidi. I bagni/doccia sono 9, tre sono in ristrutturazione avanzata (piastrellatura), gli altri sono puliti, ma rabberciati. C’è comunque acqua calda e riscaldamento.

Diversi aspetti nell’accoglienza e nella gestione del CAS avevano scatenato le protesta di alcuni ospiti: la sala del refettorio era stata indicata come soggetta ad infiltrazioni di acqua in caso di pioggia, ma il soffitto di legno a trave e la bella giornata non hanno permesso di verificare la notizia.

E’ stato poi constatato l’assenza di personale qualificato. La direzione ha ribadito che ci sono sempre due operatori diurni (ne è stato visto solo uno, l’altro, che era anche il cuoco, è arrivato dopo, anche se non può essere considerato un operatore sociale qualificato) e uno notturno che dorme nella struttura. La mediazione linguistica risulta carente nonostante gli operatori siano tutti cittadini stranieri. Il problema principale ravvisato dagli ospiti è che non parlano l’italiano e comunque le provenienze sono tante ed, in particolare, i bengalesi non hanno referenti se non un operatore che conosce la lingua a livello molto basico.

Formazione ed assistenza legale

Gli ospiti lamentano l’assenza di corsi di italiano con personale sufficientemente preparato nella mediazione linguistica. La direzione ha sottolineato che vengono svolte 6 ore di lezione in tre giorni settimanali. Si svolge inoltre un corso di giardinaggio e paesaggistica (!), benché scarsamente seguito.

L’assistenza legale, sostengono i gestori, è fornita, seppure molti preferiscono affidarsi ad un loro avvocato (quando abbiamo rivolto questa domanda, evidentemente, ci riferivamo alla preparazione del colloquio in commissione territoriale); così come è offerta assistenza psicologica una volta alla settimana, anche se non arriva certamente alle 12 ore settimanali previste. Quest’ultima sarebbe importante, in quanto è piuttosto evidente il malessere dettato dalla sensazione di abbandono, di non accettazione del luogo ospitante, della difficoltà di intessere relazioni e di non poter parlare con nessuno.

Vestiti

La direttrice spiega che la settimana scorsa è stato consegnato a tutti un giaccone invernale ed ha mostrato anche alcuni maglioni ed un armadio pieno di scarpe usate, tuttavia molti ospiti indossano pantaloni corti ed infradito, forse per scelta personale. Le volontarie di Vicenza che accompagnano la delegazione nella visita sostengono di aver portato anche loro vestiti agli ospiti. Questi ultimi sostengono che è difficile reperire capi di abbigliamento e che sono stati costretti a cercare anche nella spazzatura. Molti hanno ricevuto dei capi invernali dopo oltre un anno di permanenza nel CAS.

Pocket money e autobus

Ai richiedenti asilo viene consegnato un pocket money mensile pari a 75 euro (2,50 per 30 giorni), mentre non viene fornito l’abbonamento ai mezzi pubblici, il cui utilizzo è necessario per raggiungere i paesi limitrofi. I gestori assicurano che viene dato un biglietto dell’autobus a chi va a portare il curriculum o a sbrigare pratiche. Invece, per quanto riguarda spostamenti più lunghi, come ad esempio fino a Vicenza, questi sono a carico degli ospiti utilizzando il pocket money mensile. Il costo del viaggio di andata e ritorno tra Pedemonte e Vicenza è di circa 11 euro.

Assistenza medica

Questo è un punto controverso: è presente un medico di base che ha lo studio a 20 metri dal CAS. Un infermiere, assicura la gestione, passa una volta alla settimana ed è sempre reperibile, ma non garantisce le 12 ore settimanali, ed in più c’è una convenzione con un medico privato. Non è chiaro chi sia la figura medica sempre disponibile. C’è anche un armadietto con medicinali da banco (antidolorifici, tachipirina…) ma vengono somministrati solo dopo il parere del personale medico. In caso di malessere, gli ospiti vengono accompagnati in ospedale ed in alcuni casi è stata chiamata l’ambulanza. I volontari però spiegano che hanno dovuto accompagnare personalmente un paio di persone all’ospedale, perché non avevano ottenuto altre risposte. Di sicuro, l’assistenza non è velocissima, dovendo informare prima l’operatore (che magari non c’è), questi la responsabile del personale, e questa l’infermiere, e questo prendere una decisione dopo essersi consultato con la direttrice.

La prassi da seguire appare molto macchinosa.

Cucina e cibo (e anche i vicini)

La cucina è abbastanza pulita ed ordinata, ma le lamentele riguardano invece il cibo. La sera si cena con piatti tipici delle varie culture a rotazione. Il pranzo invece è italiano “per una questione di integrazione“, dice la direttrice, tuttavia, non essendo un piatto gradito agli stranieri, viene purtroppo gettato in gran parte nella spazzatura, sollevando lo stupore del vicinato. I richiedenti asilo hanno più volte fatto presente questo disagio, ma c’è una certa ostinazione nel non capire esigenze culturali, accorgimenti semplici che tralaltro sono inseriti nel capitolato speciale d’appalto (“nella scelta degli alimenti il Gestore dovrà porre la massima cura nel proporre menù non in contrasto con i principi e le abitudini alimentari degli ospiti […] [3]

I vicini confermano che la struttura non ha mai dato problemi al paese, seppure la presenza di stranieri ha agitato le acque della paura e “molte ragazze non passano più per di qua la sera“. “All’inizio non facevano la raccolta differenziata, sembravano lasciati a loro stessi, ma poi abbiamo parlato e ora l’ambiente esterno è migliorato. Sono gentili e ci salutano, i più timorosi sono i cittadini che non ci abitano vicino, noi abbiamo imparato a vederli tutti i giorni, a conoscerli”, replicano gli abitanti delle case vicine. Ci è parsa totalmente assente una proposta di incontro interculturale con la comunità di Pedemonte dell’ente gestore. Probabilmente basterebbe davvero poco…

Residenza e carta d’identità

L’attesa purtroppo è molto lunga: i gestori accusano velatamente il sindaco di allungare i tempi per non avere persone da “caricare” sui servizi sociali, la realtà comunque vede richiedenti asilo che attendono da 8 mesi/1 anno per il diritto all’iscrizione anagrafica.

Lavoro

Questo è uno dei punti più critici: la Dimensione Impresa srl lavora da vent’anni nel settore dell’occupazione. I gestori hanno spiegato che queste loro “conoscenze” sono un vantaggio per gli ospiti nel trovare lavoro. La direttrice spiega che i ragazzi lavorano volentieri per mandare qualcosa a casa e per avere qualche possibilità in più in fase di colloquio dimostrando il loro inserimento sociale (per questo fanno anche delle attività di “volontariato” spazzando strade e curando i boschi). Secondo la prefettura non è possibile pagarli più di 300 euro al mese perché se superano, con il pocket money, i 500 euro perdono il diritto all’accoglienza in struttura. Anche sui tempi di lavoro ci sono discordanze. La gestione cerca di assicurarsi che nei contratti di tirocinio non si superino le otto ore. I ragazzi dicono di lavorare, specie in una lavanderia di Canè, “dalle 8 di mattina alle 20 di sera, ma con la pausa pranzo“.

Alcuni giorni dopo la nostra visita, durante un incontro in prefettura, la dott.sa Daria Leonardi, spiegando l’isolamento del CAS di Pedemonte, utilizza un termine emblematico. Ci dice senza mezzi termini che è una struttura pensata “per far riflettere i richiedenti asilo”. Quale sia la “colpa” che devono espiare per finire in un centro così isolato e carente di servizi non ci è dato a saperlo.

23 Novembre 1970: aggressione neofascista nei licei di Torino

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Il 23 novembre 1970 è il giorno in cui si tiene il processo per i dieci neofascisti colpevoli dell’aggressione; gli antifascisti non si aspettano nulla da questa giornata, sanno già che molto probabilmente i loro aggressori verranno assolti, come troppe volte è già accaduto.

I giovani missini invece, decidono di passare all’attacco. All’entrata di molte scuole torinesi tentano di distribuire un volantino contro le “continue aggressioni dei comunisti”, predicando di contro la correttezza della “violenza nazionale rivoluzionaria”.

Due ore dopo una carovana di cinque auto con a bordo diversi fascisti armati di spraghe, catene e caschi integrali si dirige verso i licei Segrè e Sesto scentifico, distanti poche centinaia di metri l’uno dall’altro.

Nel frattempo dal Segrè esce un nutrito gruppo di studenti (circa 200) che costringe i fascisti ad allontanarsi e si dirige verso via Figlie dei Militari, dove si stanno riunendo i collettivi del Sesto. La polizia però, vieta l’ingresso agli studenti, che decidono di attendere fuori dall’edificio l’uscita dei compagni.

Verso le 11,30 gli studenti dei due licei decidono di scendere in corteo alla ricerca dei missini, che si trovano non lontano in via Aporti. Immediatamente i 30 neofascisrti vengono circondati e si scatena la guerriglia; alcuni studenti vengono aggrediti a colpi di cinghie e catene, altri sono costretti a ripararsi all’interno delle abitazioni. Alcuni passanti, solidali con gli antifascisti, fermano Mauro Bari mentre tenta di accanirsi a colpi di catena su una studentessa di 15 anni, Antonella Romeo.

Il bilancio della giornata è di 7 studenti e 2 neofascisti arrestati. Nei giorni successivi seguiranno diverse iniziative di solidarietà con gli antifascisti: i licei Castellamonte, Regina Margherita, Quinto istituto commerciale e Plana entrano in sciopero, mentre al Cavour due studenti vengono sospesi per aver interrotto le lezioni in solidarietà con i denunciati.

Alla Sapienza le studentesse in corteo verso il 25 Novembre

Oggi in tanti e tante alla Sapienza hanno dato vita ad una passeggiata rumorosa verso il corteo Nazionale del 25 Novembre. Riportiamo il racconto di Sapienza Clandestina.

Alla Sapienza le studentesse in corteo verso il 25 Novembre

Verso il corteo del 25 novembre le studentesse e gli studenti della Sapienza hanno attraversato il loro ateneo. Una passeggiata ha percorso tutta la città universitaria, lasciando lungo il percorso tracce del suo passaggio, andando a toccare luoghi e tematiche differenti. Negli ultimi mesi La Sapienza aveva dimostrato la sua incapacità di affrontare la questione di genere: dal rettore Gaudio che premia “Miss Sapienza”, alla campagna dell’ex-professoressa Lucetta Scaraffia sulla protezione delle donne sul Messaggero, all’ultimo evento tenutosi sotto la minerva con il patrocinio della Polizia di Stato proprio ieri.

In tutte queste occasioni le donne sono state descritte come deboli vittime, bisognose di protezione o valutate per il loro aspetto fisico (forse perchè si crede che nel mondo accademico questo è l’unico contributo che le donne possano dare).

Nonostante le ore di banchetto in cui la Sapienza si è “tinta di rosa” con la polizia, facendo finta di occuparsi della questione di genere, i servizi che offre in questo ambito sono nulli. Infatti l’unico asilo esistente è accessibile solo ai e alle docenti, la richiesta di un consultorio aperto e permanente non viene neanche discussa, non c’è uno sportello anti-violenza.
La paseggiata ha toccato tutti questi punti: la facoltà di lettere in cui insegnava la Scaraffia, l’asilo, il rettorato e perfino il policlinico (dove il tasso di obiezione di coscienza è superiore all’80%). In tutto il mondo della formazione la donna viene relegate a ruoli di cura (asili, materne, elementari) più i ruoli salgono d’importanza più sono relegati agli uomini (professori universitari, rettori). Quindi bisogna essere studiose e diligenti perchè è ciò che si “addice” alle donne, ma mai risaltare, né frequentare facoltà scientifiche perchè, si sa, le donne sono portate alle materie umanistiche.

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Gli stereotipi e i ruoli in cui, in quanto donne, siamo quotidianamente incastrate si alimentano quindi nel mondo della formazione, fin dalla prima infanzia. Questi sono gli stessi luoghi da cui crediamo che possa partire l’unico vero cambiamento, lo stravolgimento e il ribaltamento della retorica che viene portata oggi nelle aule dell’Università. Se è il luogo in cui dinamiche sessiste vengono alimentate, sarà lo stesso in cui vengono distrutte. La violenza non è solo quella fisica o sessuale, la violenza è anche istituzionale. E’quella di chi ci giudica per chi siamo, perchè se sono donna quel professore può alzarmi il voto; il mio datore di lavoro mi può assumere o abbassare lo stipendio e se voglio abortire è colpa mia perchè una “vera donna” deve essere anche madre. Tutto ciò viene costruito anche nell’università e nell’università verrà de-costruito.

L’unico cambiamento parte da noi, dal basso, dalla vita di tutte e tutti.
Per tutte quelle volte che hanno detto che ce la siamo cercata, che in fondo è colpa nostra, che ci devono proteggere, che da sole non possiamo affermarci, ci saranno tutte queste volte in cui alzeremo la testa!

Milano, irruzione degli studenti durante il discorso della Fedeli: “Finisca il liceo lei anziché non farlo finire a noi”

Ieri, 21 Novembre, si teneva all’Università Milano Bicocca l’apertura dell’anno accademico. Gli studenti hanno “accolto” la ministra a modo loro.

Milano, irruzione degli studenti durante il discorso della Fedeli: “Finisca il liceo lei anziché non farlo finire a noi”

Tra i partecipanti spiccava infatti la presenza della Ministra dell’istruzione, Fedeli. Le studentesse e gli studenti, dell’università e delle scuole superiori, hanno deciso di ritrovati nel pomeriggio per sottolineare l’ipocrisia di tali eventi e soprattutto per contestare la ministra, artefice dell’applicazione definitiva dell’alternanza scuola-lavoro. Nell’ultimo mese le mobilitazioni studentesche sono state molto concentrate sul dispositivo dell’alternanza scuola lavoro, istituito con la legge “buona scuola” dal governo Renzi; dopo le denunce, inascoltate, dei collettivi nei mesi scorsi, nelle ultime settimane è balzato alle cronache nazionale ciò che l’alternanza ha apportato al mondo della scuola media-superiore, configurandosi nei fatti come sfruttamento delle nuove generazioni per favorire manodopera gratuita agli imprenditori nostrani e alle multinazionali come McDonald.

Il numeroso presidio aveva il chiaro obiettivo di prendere parola durante l’evento dell’ateneo, ciò era impedito, come al solito, da uno spropositato schieramento delle forze dell’ordine. Gli studenti, non facendosi intimidire, sono comunque riusciti ad entrare; immediata la risposta degli agenti della celere e della digos che, evidentemente imbarazzati dall’essere stati beffati dai ragazzi che erano riusciti a intrufolarsi, hanno cercato malamente di contenere i manifestanti con una carica scomposta. Gli studenti sono comunque riusciti ad arrivare all’ingresso dell’aula magna e ad aprire le porte facendosi largo tra gli agenti in borghese, in seguito, ottenuto il microfono, hanno contestato la ministra, che non sapendo come rispondere alle accuse dei giovani li ha accusati di non essere democratici e di non rispettare l’evento. Come al solito “la politica” si è sottratta al confronto, dimostrando una volta di più l’estrema distanza tra le istituzioni e i giovani.

 

25/11 Non Una di Meno torna in piazza a Roma per una manifestazione nazionale

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Ancora in piazza a un anno di distanza dalla marea femminista. La rete Non una di Meno ha prodotto un piano femminista di contrasto alla violenza maschile, si è organizzata capillarmente in decine e decine di nodi, ha vissuto delle lotte che hanno attraversato lo sciopero transfemminista globale dell’8 marzo. Un anno in cui la violenza mediatica e istituzionale nei confronti è balzata alle cronache anche grazie a una rinnovata capacità di ribellarsi e lottare per una giustizia sociale e di genere contro il dominio patriarcale strutturale nella società. Sabato scenderà in piazza la “forza di migliaia di donne, trans e queer unite che si riconoscono nel #Metoo, Anche Io, per trasformarlo in #WeToogether, Noi Insieme”. Pubblichiamo di seguito l’appello integrale dal sito della rete.

 

 

Siamo la marea che ha attraversato le strade di Roma lo scorso 26 novembre.Siamo le stesse che l’8 marzo hanno costruito il primo sciopero globale insieme alle donne di tutto il mondo, dalla Polonia all’Argentina, dagli Stati Uniti alla Turchia, dalla Spagna al Brasile. Il prossimo 25 novembre inonderemo di nuovo le strade di Roma, per lanciare un messaggio chiaro: non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza maschile e di genere in tutte le sue forme.

In un anno di mobilitazioni, campagne, assemblee nazionali e tematiche, mettendo in rete esperienze e saperi femministi, abbiamo scritto un Piano femminista contro la violenza maschile e di genere, uno strumento di lotta e di rivendicazione, un documento di proposta e di azione che porteremo in piazza a Roma il 25 novembre. Un documento politico femminista che considera la violenza maschile e di genere come fenomeno strutturale e sistemico, che non può essere affrontato aumentando le pene dei reati o con approcci emergenziali ma a partire dall’esperienza dei centri antiviolenza e del movimento femminista. Per contrastare la violenza maschile e di genere nella sua complessità, non vogliamo più polizia nelle strade e nemmeno assistenza, ma autonomia, libertà e giustizia sociale!

Combattere la violenza maschile e di genere significa mettere in discussione la cultura e i rapporti sociali che la sostengono. Non abbiamo bisogno di tutori o guardiani, non siamo vittime e non ce la siamo cercata. Lottiamo per un cambiamento strutturale, a partire dalla scuola, dal lavoro, dalla salute, dall’amministrazione della giustizia e dai media, pretendiamo il rispetto dei nostri percorsi di libertà e autodeterminazione e della nostra indipendenza. Per questo reclamiamo i mezzi e le risorse per autodeterminarci e scegliere sulle nostre vite.

Il Piano è il nostro programma di lotta contro la violenza patriarcale e capitalistica. Non ci fermeremo di fronte agli stupri e femminicidi quotidiani. Non ci fermeremo fino a quando non otterremo la libertà dalla violenza sessista che viviamo nei posti di lavoro, dalle molestie, dalle discriminazioni e dagli abusi di potere, ma anche quella quotidiana dello sfruttamento e della precarietà. Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza che viviamo quando i tagli di bilancio programmati dai governi nazionali ed europei impoveriscono le nostre vite e attaccano i centri antiviolenza e la loro autonomia. Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza sui social media e dei giornali, che ci colpevolizzano o vittimizzano silenziandoci.

Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza del razzismo istituzionale e dei confini, finché gli stupri saranno strumentalizzati per giustificare il razzismo in nome delle donne. Non ci fermeremo finché non saranno abolite le misure istituzionali che di fatto espongono le donne migranti a quotidiane violenze nei campi profughi, come gli accordi bilaterali con Libia e Turchia, e che aggrediscono migranti, prostitute e donne trans in nome di un inaccettabile “decoro”, come le leggi Minniti.

Inonderemo lo spazio pubblico per affermare la determinazione delle nostre rivendicazioni, delle nostre pratiche quotidiane di cambiamento, mutualismo e solidarietà: la forza di migliaia di donne, trans e queer unite che si riconoscono nel #Metoo, Anche Io, per trasformarlo in #WeToogether, Noi Insieme.

Saremo nelle strade a lottare per la nostra autonomia. Vogliamo libertà di movimento nelle città e attraverso i confini, il potere di decidere delle nostre vite negli ospedali e nei tribunali, di scegliere il nostro destino fuori da ruoli che ci vengono imposti. Vogliamo un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo, welfare e diritti, per essere libere di scegliere sui nostri corpi e le nostre vite.

Non ci fermeremo: abbiamo un Piano!

Delitto di Arce: Serena Mollicone potrebbe essere stata uccisa nella caserma dei carabinieri

Sedici anni dopo sta emergendo una verità negata su quello che sembrava un “delitto di paese”. In base alla perizia del medico legale firmata da Cristina Cattaneo e consegnata nei giorni scorsi alla procura di Cassino, le lesioni al capo di Serena Mollicone, una ragazza di 19 anni di Arce (Forsinone) uccisa nel settembre del 2001, sarebbero “compatibili” con l’urto su una porta sequestrata in un alloggio della locale caserma dei carabinieri, ma la morte della ragazza sarebbe stata provocata successivamente da una asfissia causata dalla “chiusura delle vie aeree con del nastro adesivo (possibilmente anche insieme al sacchetto di plastica intorno al capo)”.

Per la morte di Serena Mollicone gli unici indagati, con le ipotesi di omicidio volontario e occultamento di cadavere, sono l’ex maresciallo dei carabinieri di Arce, Franco Mottola, la moglie e il figlio.

Serena Mollicone, potrebbe dunque essere stata uccisa ad Arce nella caserma .dei Carabinieri per aver denunciato lo spaccio di droga che vedeva coinvolto il figlio del Maresciallo Franco Mottola. Proprio sul comportamento dei Carabinieri locali si sono concentrati i dubbi di una puntata di “Chi l’ha visto” di alcuni mesi fa che aveva messo in evidenza le incongruenze tra quanto raccontato nel corso di questi anni, anche tramite depistaggi e false accuse che avevano coinvolto anche il papà di Serena, e la realtà che ha visto un muro di omertà alzarsi attorno alla morte della ragazza.

I rilevamenti sul corpo di Serena, pur a molti anni di distanza, sembrano combaciare con la possibilità che la ragazza sia stata uccisa nella caserma, così come appare evidente dalla ricostruzione che adesso viene ritenuta la più plausibile per trovare finalmente la verità sul delitto di Serena Mollicone.

da Contropiano

 

Quanto succede in Libia è anche colpa nostra.

Casa originale dell’ articolo cronache di ordinario razzismo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/libia-schiavi-europa-presidio/

Pochi giorni fa, dall’emittente statunitense Cnn ci arrivavano le terribili immagini di una vera e propria compravendita di esseri umani. Un’inchiesta – durata tre anni, e condotta da Nima Elbagir, giornalista sudanese – ha svelato l’orrore oltre l’orrore, la presenza, in Libia, della schiavitù. Una scena “inspiegabile nel 2017, un’esperienza orribile, una delle cose peggiori mai viste” l’ha definita la giornalista. Un ritorno a un passato oscuro, a una barbarie che pensavamo fosse ormai alle nostre spalle: ma la storia si ripete, e ci chiama a essere protagonisti.
Vogliamo accettare tutto questo passivamente? Anche questo ennesimo orrore passerà nel tritacarne dell’informazione rapida, per essere dimenticato? Sembrerebbe di si. Non che siano mancate le reazioni da parte di diversi esponenti istituzionali: il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si è detto “inorridito”, e ha chiesto “a tutte le autorità competenti di indagare su queste attività senza indugio e di consegnarne i responsabili alla giustizia”. “Quanto abbiamo visto accadere in Libia per i rifugiati e per i profughi è assolutamente inaccettabile”, ha dichiarato il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, che ha annunciato l’invio di una delegazione ufficiale di deputati europei, dal 16 al 22 dicembre, per “verificare la situazione nel paese, con particolare riguardo agli sforzi delle autorità libiche per avviare un processo di stabilizzazione”. Più puntuali le parole dell’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Zeid Raad Al Hussein: “La politica dell’Unione europea di assistere le autorità libiche nell’intercettare i migranti nel Mediterraneo e riportarli nelle terrificanti prigioni in Libia è disumana”. “La nostra priorità è sempre stata e continuerà a essere quella di salvare vite, proteggere le persone e combattere i trafficanti”, ha risposto una portavoce dell’Unione europea, sottolineando che “i campi di detenzione in Libia devono essere chiusi perché la situazione è inaccettabile”. Ma le priorità espressa dalla portavoce europea sono state smentite da Zeid: “Gli interventi crescenti dell’Ue e dei suoi stati membri non sono stati finora indirizzati a ridurre il numero di abusi subiti dai migranti. Osservatori dei diritti umani si sono recati a Tripoli dall’1 al 6 novembre per visitare i centri di detenzione e intervistare i migranti detenuti, e sono rimasti sconvolti da ciò che hanno visto: migliaia di uomini, donne e bambini emaciati e traumatizzati, ammassati l’uno sull’altro, bloccati in capannoni, spogliati della loro dignità”.

Le parole dell’Alto commissario Onu inchiodano l’Europa e i paesi membri alle loro responsabilità, e di fronte alle immagini diffuse dalla Cnn le dichiarazioni dei rappresentanti istituzionali suonano vuote e di circostanza. Sono anni che si parla dell’inferno subito dalle persone nelle carceri libiche, sono anni che circolano immagini di persone ferite e torturate. Da anni si sa che la Libia, territorio di conflitti aperti e mai sanati, è un paese insicuro per i migranti che lo attraversano provando a raggiungere l’Europa. Per quanto riguarda la compravendita di esseri umani, la testimonianza della Cnn è fondamentale, perchè mostra delle immagini chiare e nette sull’accaduto. Purtroppo, già in passato altri avevano denunciato la situazione parlando esplicitamente di schiavitù: testimonianze a cui non era seguito nulla. Lo scorso agosto, un uomo intervistato da La Repubblica aveva dichiarato di essere stato venduto due volte. Lo scorso maggio, il fotoreporter Narciso Contreras diffondeva Lybia: A Human Marketplace, un reportage dal titolo tristemente evocativo. Ancora prima, lo scorso aprile, l’Oim denunciava la presenza di un vero e proprio “mercato degli schiavi”.

Il governo libico d’unità nazionale ha avviato un’inchiesta per far luce su quanto emerso grazie alla Cnn. Ma sinceramente le autorità europee non possono più permettersi di accomodarsi su questa presa di posizione libica. L’Europa, e a cascata i paesi membri – Italia compresa- hanno delle responsabilità, e non è più possibile individuare negli altri i colpevoli: i trafficanti nel caso delle terribili stragi in mare, i carcerieri delle prigioni libiche nei casi di torture, e ora le persone che hanno preso parte alla compravendita di esseri umani denunciata dall’emittente statunitense. Sono, queste, persone che hanno ovviamente delle colpe. Ma situazioni di questo tipo si sono andate creando di fronte a scelte politiche europee ben precise. L’Europa ha preferito stanziare fondi per il controllo delle frontiere, piuttosto che per l’inclusione. Ha sollecitato i respingimenti verso paesi non sicuri, ad esempio la Nigeria. Ha siglato accordi con paesi governati da dittature, ad esempio con il Sudan. Nello specifico,L’Italia ha firmato un patto con la Libia per trattenere i migranti sul proprio territorio in cambio di soldi – quanti, non è mai stato definito (per approfondimenti si veda qui). Un patto vergognoso, sancito sulla pelle delle persone.

A Parigi moltissime persone, soprattutto di origine africana, sabato 18 novembre hanno manifestato contro quanto denunciato dalla Cnn – subendo tra l’altro la repressione della polizia. La manifestazione è stata organizzata dal neonato Collettivo contro la schiavitù e ha visto l’appoggio concreto del mondo rap francese.  Anche in molti paesi africani tante gente si è sollevata contro questa barbarie (solo per fare degli esempi, in Mali e in Burkina Faso), nonostante il silenzio dei mass media nostrani.

E noi, in Italia, come ci comporteremo di fronte a questa regressione dell’umanità? Non possiamo accontentarci di dichiarazioni istituzionali che di fronte a barbarie come quelle testimoniate dalla Cnn risultano sterili. Come società civile dobbiamo prendere atto delle responsabilità europee, dobbiamo pretendere delle reazioni vere e concrete. Dobbiamo alle persone che arrivano in Europa giustizia e rispetto. Lo dobbiamo alle ferite – fisiche e psicologiche – con cui arrivano. Lo dobbiamo ai morti che piangono, spesso senza nemmeno avere una tomba su cui farlo. Glielo dobbiamo per un senso di umanità che non possiamo perdere, e anche perchè, pragmaticamente, i contesti da cui scappano spesso sono legati a doppio filo con il benessere di cui godiamo noi, ne rappresentano l’altra faccia della medaglia. Non possiamo più girarci dall’altra parte.

Per iniziare a urlare il proprio dissenso, venerdì 24 novembre ci sarà un presidio sotto l’Ambasciata libica a Roma. L’appuntamento è alle ore 15.30 in via Nomentana 365. Qui è possibile avere aggiornamenti e informazioni. 

Il cammino tortuoso dei migranti in bilico tra dignità e disperazione

Ieri la giornata sembrava non iniziare mai, a Piove di Sacco, 18 km da Padova e altrettanti dal CAS di Cona, abbandonato dai cinquantaquattro migranti nella mattina di lunedì. Alloggiati per la notte in una struttura della parrocchia aperta ob torto collo forse solo obbedendo a ordini dei superiori ecclesiastici, la presenza del carabiniere accanto al cancello chiuso a chiave lasciava intendere senza dubbi che non era possibile parlare con loro.

A metà mattina esce un portavoce, la voce bassa e il berretto calato su uno sguardo forte e determinato. Sono stanchi, vogliono riposare ancora un poco ma soprattutto chiedono al gruppetto dei solidali notizie di ciò che sta accadendo a Cona, cosa stanno facendo i loro fratelli rimasti al campo. Mezzogiorno, ancora nulla. Il portavoce esce più volte, domanda, ma non dice le intenzioni del gruppo.

La situazione è estremamente confusa, molti sembrano sul punto di andarsene, i bagagli in equilibrio precario sulla testa o sulle biciclette. Alla fine non partirà nessuno, almeno per oggi: non c’è organizzazione, alcuni fremono, ma nelle telefonate febbrili tra Piove e Cona i leader del gruppo d’avanscoperta convincono gli altri a non muoversi alla spicciolata.

Non resta che rimettersi in marcia verso Padova, meta prescelta il giorno prima ma ancora lontana quattro o cinque ore di cammino. Si sta facendo tardi, mezzogiorno e mezzo, i migranti escono da un passaggio secondario, l’auto dei carabinieri pronta a scortarli in direzione della città, ma bisognerà andare a passo svelto, si farà buio prima di arrivare. Dal gruppo dei solidali qualcuno propone di prendere l’autobus di linea, «public transport, not prefettura bus», non si fidano di trasporti organizzati da istituzioni o cooperative, hanno paura di ritrovarsi a Cona.

Entrano in Padova al tramonto, e solo ora inizia la vera giornata di lotta. Si ripropone in fotocopia lo schema già visto: tutti fermi alla stazione degli autobus, una delegazione di due o tre a colloquio col prefetto. Si ottiene di arrivare tutti in prefettura, mentre un cartello di organizzazioni cittadine pubblica un appello all’amministrazione comunale affinché si faccia carico della situazione dei cinquantaquattro e compia un passo concreto verso la chiusura definitiva di Cona.

Inizia così una lunghissima trattativa, quattro ore o più coi due portavoce che escono a più riprese a riferire l’andamento dell’incontro e ricevere nuovo mandato per andare avanti.

Nel pomeriggio si era riunito il tavolo per l’ordine e la sicurezza, sindaco questore e prefetto a discutere ed ora ad incontrare i migranti. L’incontro si avvia sotto i peggiori auspici: La proposta iniziale, sempre quella, «tornate a Cona>>, respinta dal solito coro «no going back», la chiusura da parte della diocesi ribadita nel pomeriggio in conferenza stampa, la percezione di essere in un cul de sac.

«Avete sbagliato interlocutore», il prefetto competente sulle vostre vite è a Venezia, che può fare Padova? La seconda linea di difesa ha il sapore della foglia di fico imposta dall’alto.

Loro continuano, non mollano e ribadiscono l’insostenibilità delle condizioni materiali di vita nel campo, un anno di vita buttato via.

Coup de theatre, arriva il vicesindaco, si mescola al gruppo in presidio, ripartono due ore di trattativa. La diocesi torna sui suoi passi, una palestra è a disposizione ma fino alle 8.30, poi un pulmann porterà tutti alla stazione, biglietto pagato per Mestre, per parlare ancora una volta col prefetto di Venezia.

Si ricomincia …

Il cammino tortuoso dei migranti in bilico tra dignità e disperazione

Ieri la giornata sembrava non iniziare mai, a Piove di Sacco, 18 km da Padova e altrettanti dal CAS di Cona, abbandonato dai cinquantaquattro migranti nella mattina di lunedì. Alloggiati per la notte in una struttura della parrocchia aperta ob torto collo forse solo obbedendo a ordini dei superiori ecclesiastici, la presenza del carabiniere accanto al cancello chiuso a chiave lasciava intendere senza dubbi che non era possibile parlare con loro.

A metà mattina esce un portavoce, la voce bassa e il berretto calato su uno sguardo forte e determinato. Sono stanchi, vogliono riposare ancora un poco ma soprattutto chiedono al gruppetto dei solidali notizie di ciò che sta accadendo a Cona, cosa stanno facendo i loro fratelli rimasti al campo. Mezzogiorno, ancora nulla. Il portavoce esce più volte, domanda, ma non dice le intenzioni del gruppo.

La situazione è estremamente confusa, molti sembrano sul punto di andarsene, i bagagli in equilibrio precario sulla testa o sulle biciclette. Alla fine non partirà nessuno, almeno per oggi: non c’è organizzazione, alcuni fremono, ma nelle telefonate febbrili tra Piove e Cona i leader del gruppo d’avanscoperta convincono gli altri a non muoversi alla spicciolata.

Non resta che rimettersi in marcia verso Padova, meta prescelta il giorno prima ma ancora lontana quattro o cinque ore di cammino. Si sta facendo tardi, mezzogiorno e mezzo, i migranti escono da un passaggio secondario, l’auto dei carabinieri pronta a scortarli in direzione della città, ma bisognerà andare a passo svelto, si farà buio prima di arrivare. Dal gruppo dei solidali qualcuno propone di prendere l’autobus di linea, «public transport, not prefettura bus», non si fidano di trasporti organizzati da istituzioni o cooperative, hanno paura di ritrovarsi a Cona.

Entrano in Padova al tramonto, e solo ora inizia la vera giornata di lotta. Si ripropone in fotocopia lo schema già visto: tutti fermi alla stazione degli autobus, una delegazione di due o tre a colloquio col prefetto. Si ottiene di arrivare tutti in prefettura, mentre un cartello di organizzazioni cittadine pubblica un appello all’amministrazione comunale affinché si faccia carico della situazione dei cinquantaquattro e compia un passo concreto verso la chiusura definitiva di Cona.

Inizia così una lunghissima trattativa, quattro ore o più coi due portavoce che escono a più riprese a riferire l’andamento dell’incontro e ricevere nuovo mandato per andare avanti.

Nel pomeriggio si era riunito il tavolo per l’ordine e la sicurezza, sindaco questore e prefetto a discutere ed ora ad incontrare i migranti. L’incontro si avvia sotto i peggiori auspici: La proposta iniziale, sempre quella, «tornate a Cona>>, respinta dal solito coro «no going back», la chiusura da parte della diocesi ribadita nel pomeriggio in conferenza stampa, la percezione di essere in un cul de sac.

«Avete sbagliato interlocutore», il prefetto competente sulle vostre vite è a Venezia, che può fare Padova? La seconda linea di difesa ha il sapore della foglia di fico imposta dall’alto.

Loro continuano, non mollano e ribadiscono l’insostenibilità delle condizioni materiali di vita nel campo, un anno di vita buttato via.

Coup de theatre, arriva il vicesindaco, si mescola al gruppo in presidio, ripartono due ore di trattativa. La diocesi torna sui suoi passi, una palestra è a disposizione ma fino alle 8.30, poi un pulmann porterà tutti alla stazione, biglietto pagato per Mestre, per parlare ancora una volta col prefetto di Venezia.

Si ricomincia …