Le ong di nuovo sotto accusa

SOS MEDITERRANEE che noleggia la nave di ricerca e salvataggio Aquarius denuncia un nuovo attacco mediatico in Italia contro le ONG e gli attori coinvolti nel salvataggio in mare nel Mediterraneo centrale che rispondono così all’obbligo del diritto marittimo internazionale di fornire assistenza a persone in pericolo di morte.

L’organizzazione europea SOS MEDITERRANEE agisce nel quadro rigoroso delle normative nazionali e internazionali in totale trasparenza e non può dunque che dissociarsi categoricamente dall’interpretazione degli avvenimenti del 18 maggio 2017 avanzata dai giornalisti della trasmissione “Report” in un reportage andato in onda lunedì 20 novembre 2017 sulla emittente pubblica italiana RAI 3.
E’ deplorevole che in tale reportage i fatti non siano riportati con il rigore necessario prima di formulare accuse così gravi.

Fact checking

Il 18 maggio 2017 le squadre di SOS Mediterranee e Medici Senza frontiere, partner a bordo della nave Aquarius, hanno ricevuto dal MRCC di Roma l’istruzione di procedere verso una posizione e ricercare 4 imbarcazioni in difficoltà alle 4:40 ora universale. Tutte le operazioni si sono svolte sotto il coordinamento del MRCC di Roma con il quale il coordinatore dei soccorsi di SOS MEDITERRANEE e il capitano della Aquarius erano in costante contatto.

La Guardia Costiera italiana ha dichiarato in un comunicato pubblicato alla fine del pomeriggio del 18 maggio 2017 che quel giorno sono state salvate 2.300 persone in 22 operazioni di soccorso effettuate da unità della Guardia Costiera italiana, del dispositivo EUNAVFOR MED e dalle ONG.
SOS MEDITERRANEE si rammarica che nel reportage di “Report” non sia stata diffusa nessuna intervista esplicativa del coordinatore dei soccorsi di SOS MEDITERRANEE al fine di chiarire lo svolgimento di queste operazioni di salvataggio. Il reportage omette di precisare le preoccupazioni relative alla sicurezza che hanno condotto alla scelta di non esporre le squadre dei soccorritori a un rischio potenziale di fronte alla presenza di imbarcazioni non identificate.

Tutti i giornalisti e i fotografi imbarcati sulla nave Aquarius ricevono la stessa istruzione quando si trovano a bordo delle lance di salvataggio, di evitare qualsiasi azione, come quella di scattare foto, che potrebbe essere interpretata come una aggressione da parte dei membri dell’equipaggio di imbarcazioni non identificate che si presentano come “Guardia Costiera Libica” e che potrebbe provocare una reazione imprevedibile da parte loro. Questa istruzione era ancora più importante nel corso di una giornata di salvataggi di massa, per evitare di mettere in pericolo la vita dei soccorritori e delle persone in difficoltà.

SOS MEDITERRANEE ricorda che cinque giorni più tardi, il 23 maggio, uomini armati presentatisi come “Guardia Costiera Libica” sono intervenuti nel corso di un’operazione di salvataggio coordinata dalla nave Aquarius sparando colpi d’arma da fuoco in aria e minacciando i passeggeri di un gommone, costringendoli a saltare in acqua e mettendo a rischio le loro vite e quelle dei soccorritori.

SOS MEDITERRANEE sottolinea inoltre che nelle condizioni di intervento attuali, estremamente complesse nelle acque internazionali al largo della costa libica, la priorità assoluta rimane quella di garantire la sicurezza delle sue squadre. I rischi insiti nella presenza di persone che si presentano come “guardia costiera libica” sono stati costantemente denunciati dalla nostra organizzazione.

Dopo ogni salvataggio, quando le condizioni di sicurezza lo permettono, le squadre dei soccorritori della nave Aquarius distruggono sistematicamente i gommoni e affondano i motori. Dei video diffusi dall’agenzia di stampa internazionale Reuters mostrano che nel corso delle operazioni del 18 maggio questo è accaduto.
I marinai soccorritori della Aquarius sono quotidianamente testimoni della situazione di estremo pericolo nella quale si trovano i passeggeri dei gommoni, la stragrande maggioranza dei quali è sprovvista di giubbotti salvagente. Quando tuttavia alcuni ne sono equipaggiati, questi giubbotti salvagente non rispondono ad alcuna norma in vigore e non permetterebbero a una persona caduta in acqua di restare a galla più di qualche minuto. Alcuni giubbotti salvagente di cattiva qualità sono quindi talvolta abbandonati tra i relitti alla fine delle operazioni di salvataggio.

Trasparenza

Dall’inizio della sua missione SOS MEDITERRANEE esercita la sua missione in totale trasparenza e si è impegnata a testimoniare sulla situazione nel Mediterraneo.
Ad ogni partenza in mare sono accolti a bordo contemporaneamente fino a quattro giornalisti , per permettere alla Stampa libera, indipendente e professionale di essere a sua volta testimone diretta della complessa e drammatica situazione alle porte dell’Europa. Più di 100 giornalisti da tutto il mondo hanno partecipato a una missione di salvataggio della Aquarius.

Gli autori delle immagini invitati a bordo della Aquarius da SOS MEDITERRANEE come giornalisti della trasmissione Porta a Porta di Rai 1 non erano i soli giornalisti presenti a bordo della nave Aquarius il 18 maggio 2017 e tutti hanno potuto osservare e filmare in totale trasparenza lo svolgimento delle operazioni di salvataggio.

SOS MEDITERRANEE esprime pertanto la sua preoccupazione di fronte alla distorsione della realtà dei fatti ed è a disposizione dei giornalisti per ogni richiesta di chiarimento e rivolge un nuovo appello per la fine di questa vergognosa campagna di diffamazione contro le ONG che non fa che distogliere l’attenzione da una persistente catastrofe umanitaria per le migliaia di persone che fuggono dall’inferno libico.

vedi sito Link all’articolo originale

Annunci

Il C.A.S. pensato “per far riflettere i richiedenti asilo”: report della visita al centro Casotto di Pedemonte (VI)

Il giorno 2 novembre una delegazione di LasciateCIEntrare ha visitato il CAS di Pedemonte, un comune di 774 abitanti nell’Alto vicentino. La zona è isolata, poco prima degli altopiani trentini di Lavarone e di Luserna e ai piedi di una grande cava, pertanto l’ubicazione rende i collegamenti difficili e radi con i paesi limitrofi. Il centro d’accoglienza straordinaria è gestito dal Raggruppamento Temporaneo d’Impresa tra la srl Dimensione Impresa e la srl Casa Servizi, un unico ente gestore che nell’ultimo bando della prefettura [1] si è aggiudicato l’appalto di 170 posti per l’accoglienza suddivisi in diverse strutture. “Sulla carta è possibile ma servono delle competenze specifiche”, il pensiero di Enzo Miotti, socio fondatore di Dimensione Impresa in una intervista al giornale di Vicenza dell’agosto scorso [2].

L’accesso per verificare le condizioni della struttura non risulta agevole: l’ingresso è vietato anche se è presente un deputato, ordini dall’alto. Dopo un’attesa di due ore, intervallate dall’arrivo della responsabile del personale (dopo un’ora e mezza), e poi dalla direttrice, Antonella Ranzolin, e una funzionaria della Prefettura di Vicenza, la dott.ssa Daria Leonardi, viene spiegato alla delegazione che l’accesso è consentito solo al deputato e ad un suo collaboratore. La motivazione risiede nel fatto che “è vietato dalla legge” e che tempo fa, in un’altra struttura vicentina, Salvini “ci aveva fatto una piazzata”. Inoltre, temono l’incursione di gruppi fascio-leghisti che vivono in zona. Sicuramente la segretezza con cui sono gestite queste strutture e la difficoltà ad accedervi non facilita certo la trasparenza e l’inclusione.

La casa Casotto

La struttura appartiene ad un ordine di suore che ne aveva fatto una casa vacanze. Dall’agosto 2016, la srl Dimensione Impresa / Casa Servizi l’ha riconvertita in un CAS e si fa carico dei lavori di ristrutturazione che si rendono necessari. Gli ospiti sono 35 per 40 posti circa disponibili. Sono tutti uomini e provengono dall’Africa subsahariana ma anche dal Bangladesh e dal Pakistan.

Le camere sono piccole con un posto letto o, più grandi, con due. I muri sono abbastanza fatiscenti e umidi. I bagni/doccia sono 9, tre sono in ristrutturazione avanzata (piastrellatura), gli altri sono puliti, ma rabberciati. C’è comunque acqua calda e riscaldamento.

Diversi aspetti nell’accoglienza e nella gestione del CAS avevano scatenato le protesta di alcuni ospiti: la sala del refettorio era stata indicata come soggetta ad infiltrazioni di acqua in caso di pioggia, ma il soffitto di legno a trave e la bella giornata non hanno permesso di verificare la notizia.

E’ stato poi constatato l’assenza di personale qualificato. La direzione ha ribadito che ci sono sempre due operatori diurni (ne è stato visto solo uno, l’altro, che era anche il cuoco, è arrivato dopo, anche se non può essere considerato un operatore sociale qualificato) e uno notturno che dorme nella struttura. La mediazione linguistica risulta carente nonostante gli operatori siano tutti cittadini stranieri. Il problema principale ravvisato dagli ospiti è che non parlano l’italiano e comunque le provenienze sono tante ed, in particolare, i bengalesi non hanno referenti se non un operatore che conosce la lingua a livello molto basico.

Formazione ed assistenza legale

Gli ospiti lamentano l’assenza di corsi di italiano con personale sufficientemente preparato nella mediazione linguistica. La direzione ha sottolineato che vengono svolte 6 ore di lezione in tre giorni settimanali. Si svolge inoltre un corso di giardinaggio e paesaggistica (!), benché scarsamente seguito.

L’assistenza legale, sostengono i gestori, è fornita, seppure molti preferiscono affidarsi ad un loro avvocato (quando abbiamo rivolto questa domanda, evidentemente, ci riferivamo alla preparazione del colloquio in commissione territoriale); così come è offerta assistenza psicologica una volta alla settimana, anche se non arriva certamente alle 12 ore settimanali previste. Quest’ultima sarebbe importante, in quanto è piuttosto evidente il malessere dettato dalla sensazione di abbandono, di non accettazione del luogo ospitante, della difficoltà di intessere relazioni e di non poter parlare con nessuno.

Vestiti

La direttrice spiega che la settimana scorsa è stato consegnato a tutti un giaccone invernale ed ha mostrato anche alcuni maglioni ed un armadio pieno di scarpe usate, tuttavia molti ospiti indossano pantaloni corti ed infradito, forse per scelta personale. Le volontarie di Vicenza che accompagnano la delegazione nella visita sostengono di aver portato anche loro vestiti agli ospiti. Questi ultimi sostengono che è difficile reperire capi di abbigliamento e che sono stati costretti a cercare anche nella spazzatura. Molti hanno ricevuto dei capi invernali dopo oltre un anno di permanenza nel CAS.

Pocket money e autobus

Ai richiedenti asilo viene consegnato un pocket money mensile pari a 75 euro (2,50 per 30 giorni), mentre non viene fornito l’abbonamento ai mezzi pubblici, il cui utilizzo è necessario per raggiungere i paesi limitrofi. I gestori assicurano che viene dato un biglietto dell’autobus a chi va a portare il curriculum o a sbrigare pratiche. Invece, per quanto riguarda spostamenti più lunghi, come ad esempio fino a Vicenza, questi sono a carico degli ospiti utilizzando il pocket money mensile. Il costo del viaggio di andata e ritorno tra Pedemonte e Vicenza è di circa 11 euro.

Assistenza medica

Questo è un punto controverso: è presente un medico di base che ha lo studio a 20 metri dal CAS. Un infermiere, assicura la gestione, passa una volta alla settimana ed è sempre reperibile, ma non garantisce le 12 ore settimanali, ed in più c’è una convenzione con un medico privato. Non è chiaro chi sia la figura medica sempre disponibile. C’è anche un armadietto con medicinali da banco (antidolorifici, tachipirina…) ma vengono somministrati solo dopo il parere del personale medico. In caso di malessere, gli ospiti vengono accompagnati in ospedale ed in alcuni casi è stata chiamata l’ambulanza. I volontari però spiegano che hanno dovuto accompagnare personalmente un paio di persone all’ospedale, perché non avevano ottenuto altre risposte. Di sicuro, l’assistenza non è velocissima, dovendo informare prima l’operatore (che magari non c’è), questi la responsabile del personale, e questa l’infermiere, e questo prendere una decisione dopo essersi consultato con la direttrice.

La prassi da seguire appare molto macchinosa.

Cucina e cibo (e anche i vicini)

La cucina è abbastanza pulita ed ordinata, ma le lamentele riguardano invece il cibo. La sera si cena con piatti tipici delle varie culture a rotazione. Il pranzo invece è italiano “per una questione di integrazione“, dice la direttrice, tuttavia, non essendo un piatto gradito agli stranieri, viene purtroppo gettato in gran parte nella spazzatura, sollevando lo stupore del vicinato. I richiedenti asilo hanno più volte fatto presente questo disagio, ma c’è una certa ostinazione nel non capire esigenze culturali, accorgimenti semplici che tralaltro sono inseriti nel capitolato speciale d’appalto (“nella scelta degli alimenti il Gestore dovrà porre la massima cura nel proporre menù non in contrasto con i principi e le abitudini alimentari degli ospiti […] [3]

I vicini confermano che la struttura non ha mai dato problemi al paese, seppure la presenza di stranieri ha agitato le acque della paura e “molte ragazze non passano più per di qua la sera“. “All’inizio non facevano la raccolta differenziata, sembravano lasciati a loro stessi, ma poi abbiamo parlato e ora l’ambiente esterno è migliorato. Sono gentili e ci salutano, i più timorosi sono i cittadini che non ci abitano vicino, noi abbiamo imparato a vederli tutti i giorni, a conoscerli”, replicano gli abitanti delle case vicine. Ci è parsa totalmente assente una proposta di incontro interculturale con la comunità di Pedemonte dell’ente gestore. Probabilmente basterebbe davvero poco…

Residenza e carta d’identità

L’attesa purtroppo è molto lunga: i gestori accusano velatamente il sindaco di allungare i tempi per non avere persone da “caricare” sui servizi sociali, la realtà comunque vede richiedenti asilo che attendono da 8 mesi/1 anno per il diritto all’iscrizione anagrafica.

Lavoro

Questo è uno dei punti più critici: la Dimensione Impresa srl lavora da vent’anni nel settore dell’occupazione. I gestori hanno spiegato che queste loro “conoscenze” sono un vantaggio per gli ospiti nel trovare lavoro. La direttrice spiega che i ragazzi lavorano volentieri per mandare qualcosa a casa e per avere qualche possibilità in più in fase di colloquio dimostrando il loro inserimento sociale (per questo fanno anche delle attività di “volontariato” spazzando strade e curando i boschi). Secondo la prefettura non è possibile pagarli più di 300 euro al mese perché se superano, con il pocket money, i 500 euro perdono il diritto all’accoglienza in struttura. Anche sui tempi di lavoro ci sono discordanze. La gestione cerca di assicurarsi che nei contratti di tirocinio non si superino le otto ore. I ragazzi dicono di lavorare, specie in una lavanderia di Canè, “dalle 8 di mattina alle 20 di sera, ma con la pausa pranzo“.

Alcuni giorni dopo la nostra visita, durante un incontro in prefettura, la dott.sa Daria Leonardi, spiegando l’isolamento del CAS di Pedemonte, utilizza un termine emblematico. Ci dice senza mezzi termini che è una struttura pensata “per far riflettere i richiedenti asilo”. Quale sia la “colpa” che devono espiare per finire in un centro così isolato e carente di servizi non ci è dato a saperlo.

Quanto succede in Libia è anche colpa nostra.

Casa originale dell’ articolo cronache di ordinario razzismo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/libia-schiavi-europa-presidio/

Pochi giorni fa, dall’emittente statunitense Cnn ci arrivavano le terribili immagini di una vera e propria compravendita di esseri umani. Un’inchiesta – durata tre anni, e condotta da Nima Elbagir, giornalista sudanese – ha svelato l’orrore oltre l’orrore, la presenza, in Libia, della schiavitù. Una scena “inspiegabile nel 2017, un’esperienza orribile, una delle cose peggiori mai viste” l’ha definita la giornalista. Un ritorno a un passato oscuro, a una barbarie che pensavamo fosse ormai alle nostre spalle: ma la storia si ripete, e ci chiama a essere protagonisti.
Vogliamo accettare tutto questo passivamente? Anche questo ennesimo orrore passerà nel tritacarne dell’informazione rapida, per essere dimenticato? Sembrerebbe di si. Non che siano mancate le reazioni da parte di diversi esponenti istituzionali: il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si è detto “inorridito”, e ha chiesto “a tutte le autorità competenti di indagare su queste attività senza indugio e di consegnarne i responsabili alla giustizia”. “Quanto abbiamo visto accadere in Libia per i rifugiati e per i profughi è assolutamente inaccettabile”, ha dichiarato il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, che ha annunciato l’invio di una delegazione ufficiale di deputati europei, dal 16 al 22 dicembre, per “verificare la situazione nel paese, con particolare riguardo agli sforzi delle autorità libiche per avviare un processo di stabilizzazione”. Più puntuali le parole dell’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Zeid Raad Al Hussein: “La politica dell’Unione europea di assistere le autorità libiche nell’intercettare i migranti nel Mediterraneo e riportarli nelle terrificanti prigioni in Libia è disumana”. “La nostra priorità è sempre stata e continuerà a essere quella di salvare vite, proteggere le persone e combattere i trafficanti”, ha risposto una portavoce dell’Unione europea, sottolineando che “i campi di detenzione in Libia devono essere chiusi perché la situazione è inaccettabile”. Ma le priorità espressa dalla portavoce europea sono state smentite da Zeid: “Gli interventi crescenti dell’Ue e dei suoi stati membri non sono stati finora indirizzati a ridurre il numero di abusi subiti dai migranti. Osservatori dei diritti umani si sono recati a Tripoli dall’1 al 6 novembre per visitare i centri di detenzione e intervistare i migranti detenuti, e sono rimasti sconvolti da ciò che hanno visto: migliaia di uomini, donne e bambini emaciati e traumatizzati, ammassati l’uno sull’altro, bloccati in capannoni, spogliati della loro dignità”.

Le parole dell’Alto commissario Onu inchiodano l’Europa e i paesi membri alle loro responsabilità, e di fronte alle immagini diffuse dalla Cnn le dichiarazioni dei rappresentanti istituzionali suonano vuote e di circostanza. Sono anni che si parla dell’inferno subito dalle persone nelle carceri libiche, sono anni che circolano immagini di persone ferite e torturate. Da anni si sa che la Libia, territorio di conflitti aperti e mai sanati, è un paese insicuro per i migranti che lo attraversano provando a raggiungere l’Europa. Per quanto riguarda la compravendita di esseri umani, la testimonianza della Cnn è fondamentale, perchè mostra delle immagini chiare e nette sull’accaduto. Purtroppo, già in passato altri avevano denunciato la situazione parlando esplicitamente di schiavitù: testimonianze a cui non era seguito nulla. Lo scorso agosto, un uomo intervistato da La Repubblica aveva dichiarato di essere stato venduto due volte. Lo scorso maggio, il fotoreporter Narciso Contreras diffondeva Lybia: A Human Marketplace, un reportage dal titolo tristemente evocativo. Ancora prima, lo scorso aprile, l’Oim denunciava la presenza di un vero e proprio “mercato degli schiavi”.

Il governo libico d’unità nazionale ha avviato un’inchiesta per far luce su quanto emerso grazie alla Cnn. Ma sinceramente le autorità europee non possono più permettersi di accomodarsi su questa presa di posizione libica. L’Europa, e a cascata i paesi membri – Italia compresa- hanno delle responsabilità, e non è più possibile individuare negli altri i colpevoli: i trafficanti nel caso delle terribili stragi in mare, i carcerieri delle prigioni libiche nei casi di torture, e ora le persone che hanno preso parte alla compravendita di esseri umani denunciata dall’emittente statunitense. Sono, queste, persone che hanno ovviamente delle colpe. Ma situazioni di questo tipo si sono andate creando di fronte a scelte politiche europee ben precise. L’Europa ha preferito stanziare fondi per il controllo delle frontiere, piuttosto che per l’inclusione. Ha sollecitato i respingimenti verso paesi non sicuri, ad esempio la Nigeria. Ha siglato accordi con paesi governati da dittature, ad esempio con il Sudan. Nello specifico,L’Italia ha firmato un patto con la Libia per trattenere i migranti sul proprio territorio in cambio di soldi – quanti, non è mai stato definito (per approfondimenti si veda qui). Un patto vergognoso, sancito sulla pelle delle persone.

A Parigi moltissime persone, soprattutto di origine africana, sabato 18 novembre hanno manifestato contro quanto denunciato dalla Cnn – subendo tra l’altro la repressione della polizia. La manifestazione è stata organizzata dal neonato Collettivo contro la schiavitù e ha visto l’appoggio concreto del mondo rap francese.  Anche in molti paesi africani tante gente si è sollevata contro questa barbarie (solo per fare degli esempi, in Mali e in Burkina Faso), nonostante il silenzio dei mass media nostrani.

E noi, in Italia, come ci comporteremo di fronte a questa regressione dell’umanità? Non possiamo accontentarci di dichiarazioni istituzionali che di fronte a barbarie come quelle testimoniate dalla Cnn risultano sterili. Come società civile dobbiamo prendere atto delle responsabilità europee, dobbiamo pretendere delle reazioni vere e concrete. Dobbiamo alle persone che arrivano in Europa giustizia e rispetto. Lo dobbiamo alle ferite – fisiche e psicologiche – con cui arrivano. Lo dobbiamo ai morti che piangono, spesso senza nemmeno avere una tomba su cui farlo. Glielo dobbiamo per un senso di umanità che non possiamo perdere, e anche perchè, pragmaticamente, i contesti da cui scappano spesso sono legati a doppio filo con il benessere di cui godiamo noi, ne rappresentano l’altra faccia della medaglia. Non possiamo più girarci dall’altra parte.

Per iniziare a urlare il proprio dissenso, venerdì 24 novembre ci sarà un presidio sotto l’Ambasciata libica a Roma. L’appuntamento è alle ore 15.30 in via Nomentana 365. Qui è possibile avere aggiornamenti e informazioni. 

Il cammino tortuoso dei migranti in bilico tra dignità e disperazione

Ieri la giornata sembrava non iniziare mai, a Piove di Sacco, 18 km da Padova e altrettanti dal CAS di Cona, abbandonato dai cinquantaquattro migranti nella mattina di lunedì. Alloggiati per la notte in una struttura della parrocchia aperta ob torto collo forse solo obbedendo a ordini dei superiori ecclesiastici, la presenza del carabiniere accanto al cancello chiuso a chiave lasciava intendere senza dubbi che non era possibile parlare con loro.

A metà mattina esce un portavoce, la voce bassa e il berretto calato su uno sguardo forte e determinato. Sono stanchi, vogliono riposare ancora un poco ma soprattutto chiedono al gruppetto dei solidali notizie di ciò che sta accadendo a Cona, cosa stanno facendo i loro fratelli rimasti al campo. Mezzogiorno, ancora nulla. Il portavoce esce più volte, domanda, ma non dice le intenzioni del gruppo.

La situazione è estremamente confusa, molti sembrano sul punto di andarsene, i bagagli in equilibrio precario sulla testa o sulle biciclette. Alla fine non partirà nessuno, almeno per oggi: non c’è organizzazione, alcuni fremono, ma nelle telefonate febbrili tra Piove e Cona i leader del gruppo d’avanscoperta convincono gli altri a non muoversi alla spicciolata.

Non resta che rimettersi in marcia verso Padova, meta prescelta il giorno prima ma ancora lontana quattro o cinque ore di cammino. Si sta facendo tardi, mezzogiorno e mezzo, i migranti escono da un passaggio secondario, l’auto dei carabinieri pronta a scortarli in direzione della città, ma bisognerà andare a passo svelto, si farà buio prima di arrivare. Dal gruppo dei solidali qualcuno propone di prendere l’autobus di linea, «public transport, not prefettura bus», non si fidano di trasporti organizzati da istituzioni o cooperative, hanno paura di ritrovarsi a Cona.

Entrano in Padova al tramonto, e solo ora inizia la vera giornata di lotta. Si ripropone in fotocopia lo schema già visto: tutti fermi alla stazione degli autobus, una delegazione di due o tre a colloquio col prefetto. Si ottiene di arrivare tutti in prefettura, mentre un cartello di organizzazioni cittadine pubblica un appello all’amministrazione comunale affinché si faccia carico della situazione dei cinquantaquattro e compia un passo concreto verso la chiusura definitiva di Cona.

Inizia così una lunghissima trattativa, quattro ore o più coi due portavoce che escono a più riprese a riferire l’andamento dell’incontro e ricevere nuovo mandato per andare avanti.

Nel pomeriggio si era riunito il tavolo per l’ordine e la sicurezza, sindaco questore e prefetto a discutere ed ora ad incontrare i migranti. L’incontro si avvia sotto i peggiori auspici: La proposta iniziale, sempre quella, «tornate a Cona>>, respinta dal solito coro «no going back», la chiusura da parte della diocesi ribadita nel pomeriggio in conferenza stampa, la percezione di essere in un cul de sac.

«Avete sbagliato interlocutore», il prefetto competente sulle vostre vite è a Venezia, che può fare Padova? La seconda linea di difesa ha il sapore della foglia di fico imposta dall’alto.

Loro continuano, non mollano e ribadiscono l’insostenibilità delle condizioni materiali di vita nel campo, un anno di vita buttato via.

Coup de theatre, arriva il vicesindaco, si mescola al gruppo in presidio, ripartono due ore di trattativa. La diocesi torna sui suoi passi, una palestra è a disposizione ma fino alle 8.30, poi un pulmann porterà tutti alla stazione, biglietto pagato per Mestre, per parlare ancora una volta col prefetto di Venezia.

Si ricomincia …

Il cammino tortuoso dei migranti in bilico tra dignità e disperazione

Ieri la giornata sembrava non iniziare mai, a Piove di Sacco, 18 km da Padova e altrettanti dal CAS di Cona, abbandonato dai cinquantaquattro migranti nella mattina di lunedì. Alloggiati per la notte in una struttura della parrocchia aperta ob torto collo forse solo obbedendo a ordini dei superiori ecclesiastici, la presenza del carabiniere accanto al cancello chiuso a chiave lasciava intendere senza dubbi che non era possibile parlare con loro.

A metà mattina esce un portavoce, la voce bassa e il berretto calato su uno sguardo forte e determinato. Sono stanchi, vogliono riposare ancora un poco ma soprattutto chiedono al gruppetto dei solidali notizie di ciò che sta accadendo a Cona, cosa stanno facendo i loro fratelli rimasti al campo. Mezzogiorno, ancora nulla. Il portavoce esce più volte, domanda, ma non dice le intenzioni del gruppo.

La situazione è estremamente confusa, molti sembrano sul punto di andarsene, i bagagli in equilibrio precario sulla testa o sulle biciclette. Alla fine non partirà nessuno, almeno per oggi: non c’è organizzazione, alcuni fremono, ma nelle telefonate febbrili tra Piove e Cona i leader del gruppo d’avanscoperta convincono gli altri a non muoversi alla spicciolata.

Non resta che rimettersi in marcia verso Padova, meta prescelta il giorno prima ma ancora lontana quattro o cinque ore di cammino. Si sta facendo tardi, mezzogiorno e mezzo, i migranti escono da un passaggio secondario, l’auto dei carabinieri pronta a scortarli in direzione della città, ma bisognerà andare a passo svelto, si farà buio prima di arrivare. Dal gruppo dei solidali qualcuno propone di prendere l’autobus di linea, «public transport, not prefettura bus», non si fidano di trasporti organizzati da istituzioni o cooperative, hanno paura di ritrovarsi a Cona.

Entrano in Padova al tramonto, e solo ora inizia la vera giornata di lotta. Si ripropone in fotocopia lo schema già visto: tutti fermi alla stazione degli autobus, una delegazione di due o tre a colloquio col prefetto. Si ottiene di arrivare tutti in prefettura, mentre un cartello di organizzazioni cittadine pubblica un appello all’amministrazione comunale affinché si faccia carico della situazione dei cinquantaquattro e compia un passo concreto verso la chiusura definitiva di Cona.

Inizia così una lunghissima trattativa, quattro ore o più coi due portavoce che escono a più riprese a riferire l’andamento dell’incontro e ricevere nuovo mandato per andare avanti.

Nel pomeriggio si era riunito il tavolo per l’ordine e la sicurezza, sindaco questore e prefetto a discutere ed ora ad incontrare i migranti. L’incontro si avvia sotto i peggiori auspici: La proposta iniziale, sempre quella, «tornate a Cona>>, respinta dal solito coro «no going back», la chiusura da parte della diocesi ribadita nel pomeriggio in conferenza stampa, la percezione di essere in un cul de sac.

«Avete sbagliato interlocutore», il prefetto competente sulle vostre vite è a Venezia, che può fare Padova? La seconda linea di difesa ha il sapore della foglia di fico imposta dall’alto.

Loro continuano, non mollano e ribadiscono l’insostenibilità delle condizioni materiali di vita nel campo, un anno di vita buttato via.

Coup de theatre, arriva il vicesindaco, si mescola al gruppo in presidio, ripartono due ore di trattativa. La diocesi torna sui suoi passi, una palestra è a disposizione ma fino alle 8.30, poi un pulmann porterà tutti alla stazione, biglietto pagato per Mestre, per parlare ancora una volta col prefetto di Venezia.

Si ricomincia …

Migranti, caso Gricignano: le testimonianze inedite che inchiodano il centro d’accoglienza

Tentato omicidio e porto abusivo di arma da fuoco: queste le accuse nei confronti di Carmine della Gatta, uno dei soci del centro di accoglienza “La Vela” di Gricignano di Aversa che ha sparato al 19enne Bobb Alagie. Attraverso testimonianze inedite e un report esclusivo, la Campagna LasciateCIEntrare fa chiarezza circa la situazione del centro e ripercorre i tragici fatti della notte tra il 10 e l’11 novembre

IL REPORT

Il CAS di Gricignano è gestito dall’ATI “La Vela”. Ci sono in questo luogo due palazzine: in una sono presenti 160 persone e nell’altra 50. Alagie vive in una camera della palazzina dove sono presenti 160 richiedenti asilo. Le testimonianze raccolte in questi giorni ci chiariscono della situazione nel centro.

Tutti i richiedenti asilo con i quali abbiamo a lungo parlato ci raccontano che il centro era sovraffollato. Nel tempo ogni giorno arrivavano sempre più persone costringendo i ragazzi nelle camere ad accogliere quotidianamente i nuovi arrivati e quindi ad una situazione di sovraffollamento. Ci sono tre operatori, alcuni diranno otto, ma in struttura sono presenti sempre 3 operatori ed un unico mediatore di origine afghane. Va in particolare sottolineato che i cittadini bengalesi con i quali abbiamo parlato non riescono mai a farsi seguire adeguatamente dagli operatori e dal personale della struttura. Lamentano diverse inadempienze, in primis la mancanza di adeguata assistenza sanitaria ed il non accoglimento delle loro richieste di cura. E’ una problematica che riguarda però non solo i bengalesi ma tutti gli ospiti tra i quali lo stesso Alagie Bobb, come vedremo in seguito. Nel centro le nazionalità presenti sono varie, maliani, gambiani, guineaini, pakistani,afghani, bengalesi, ed altri.  La mancanza di mediatori che coprano le loro richieste è sentita da tutti. L’abbandono in cui si sentono è denunciato da tutti. I presenti lamentano delle pessime condizioni del cibo in particolare, spesso avariato ed immangiabile. A volte ci dicono c’erano addirittura i vermi dentro. Queste sono le testimonianze raccolte.

Sono davvero pochi quelli che parlano italiano, ed alcuni si trovano al centro da almeno due anni in attesa degli esiti del ricorso e degli appelli. E’ quasi inutile sottolineare che nessuno ha avuto una preparazione per la Commissione, nessuno sapeva per bene cosa fosse la Commissione prima di esserci andato. Gli ospiti devono appunto talvolta provvedere da soli a cucinare, acquistando spesso da soli il cibo con i soldi del pocket money, che a volte tarda ad arrivare, aspettano a volte anche tre mesi. Molti degli ospiti del centro ci hanno mostrato foto delle stanze, non ci sono armadi nei quali riporre le loro cose ed alcuni hanno sopra i propri letti di tutto: magliette, pantaloni, asciugamani, persino le scarpe.

Molti di quelli che lavorano da più tempo in zona trovano lavoro nei diversi settori dall’agricoltura all’edilizia. Ci parlano di sfruttamento e della privazione di qualsiasi tutela.

Gli ospiti del centro hanno un’unica insegnante di italiano che deve coprire le esigenze di 210 persone. Ed il risultato è evidente. Chi era analfabeta lo è rimasto, chi non parlava italiano ancora non lo parla. Nonostante l’appalto consideri la necessità che le persone debbano avere 6 ore di corso a testa questo comunque non avviene sempre e con regolarità. Considerato appunto di un’unica insegnante di italiano per 210 persone.

In questo quadro di accoglienza in cui non si tiene in alcun conto della storia dei singoli inseriamo quanto accaduto a Bobb Alagie. E’ opportuno sottolineare che la responsabile del centro, di cui non scriviamo qui il nome, era la responsabile di una struttura mista per minoriche ha funzionato così male da determinarne la chiusura. Il racconto che ci ha fornito una delle persone collegate al centro per minori ci racconta che il centro fu chiuso perché una delle ragazzine accolte, dell’età di 14 anni fosse rimasta incinta. Pare che di notte alcune persone entrassero nel centro, senza nessun controllo e che le minori non ricevessero nessuna tutela. Motivo appunto per il quale fu chiuso. Era un centro per ragazze minori non accompagnati italiani e di altra nazionalità. In tal senso, la Campagna sta effettuando ricerche più specifiche. Chiaramente aprire al posto di un centro per minori un CAS significa meno controlli, più convenienza. Soprattutto nessuna attenzione alle dovute competenze di chi deve gestire un centro di accoglienza.

Alagie Bobb viene colpito con arma da fuoco da Carmine Della Gatta, che è un socio dell’ATI “La Vela”. In seguito a questo episodio questa estrometterà l’associazione a lui referente. L’ATI La Vela gestisce e controlla altri centri di accoglienza tra Acerra e Benevento nei quali come Campagna LasciateCIEntrare abbiamo evidenziato carenze di assistenza nel passato. In particolare nel centro di Telese, dove i servizi all’accoglienza si sono dimostrati sempre molto scarsi, in particolare riguardo l’assistenza sanitaria. A Telese infatti gli attivisti della campagna hanno dovuto più di una volta accompagnare i richiedenti asilo in ospedale, perché del tutto trascurati nell’assistenza, come denunciammo con un report specifico. Perché Alagie ha incendiato le sue coperte.

Circa 5 mesi fa il giovane gambiano trova lavoro presso persone di Gricignano. Alcuni riferiscono in campo agricolo alcuni nel settore dell’edilizia. Alagie si reca a lavorare dal mattino molto presto fino alle 3 del pomeriggio. Quel giorno però alle ore 12.00 Alagie è esausto e chiede di finire di lavorare e di essere pagato. I suoi datori non sono d’accordo, non vogliono farlo. Alagie protesta ed inizia una colluttazione durante la quale viene colpito violentemente alla testa con una bottiglia di vetro. Secondo quanto ci viene raccontato Alagie si sarebbe recato immediatamente alla polizia per denunciare l’aggressione, ma secondo quanto descritto gli sarebbe stato risposto che non avrebbero potuto fare nulla e di rivolgersi direttamente ai suoi datori di lavoro. Alagie è arrabbiato, torna dai suoi datori di lavoro, e comincia a scagliare pietre ai vetri delle finestre. Dopodichè torna al centro di accoglienza.

Arrivato al CAS chiederà alla sua responsabile di essere curato. Tutte le testimonianze raccolte ci dicono che fin dall’inizio di questa vicenda Alagi nonè stato adeguatamente curato.

Si è continuamente lamentato e ha chiesto più volte assistenza, mentre la sua condizione fisica e psicologica peggiora nei mesi. In particolare lamenterà un dolore al braccio destro ed un fortissimo dolore alla testa. Altre delle persone ascoltate ci diranno che Alagi ad un certo punto non riuscirà neanche più a parlare, a comunicare con l’esterno. E’ depresso, è arrabbiato, è cambiato. Non sorride più ed alcuni raccontano che Alagi era una persona molto allegra, faceva anche spesso scherzi agli amici.

La responsabile della struttura appenderà un giorno un foglio vicino all’ufficio del centro di accoglienza, sul quale è spigata la possibilità di un rimpatrio assistito e nel caso si accetti alle persone verranno date 500 euro. Alagie è stanco di non ricevere cure, di andare continuamente a protestare per la mancanza di cure dalla responsabile senza ottenere risultati e decide di tornare a casa. Chiede a più riprese di essere rimpatriato. I racconti che ci vengono forniti evidenziano che la responsabile del centro fece prelevare i documenti di Alagie, dicendogli che cos’ si sarebbe avviata la partica di rimpatrio assistito. Alagi non vede succedere né cambiare nulla. E’ passata un’altra settimana, l’ennesima. Alagie non ce la fa più. Qualche settimane prima di essere sparato Alagie si reca nella sala comune e nuovamente scaglia delle pietre contro i vetri delle finestre.

Il giorno dell’episodio e della sparatoria, Alagie si reca all’ultimo piano dell’edificio con i suoi vestiti, le valigie, e con le sue coperte. Alcuni raccontano che va in una stanza molto piccola del centro, per altri si tratta addirittura di un bagnetto. Qui Alagie da fuoco alla sua coperta, altri diranno i suoi vestiti.

Gli amici lo stavano cercando, non sapevano dove fosse ed erano molto preoccupati perché appunto il suo stato psichico continuava a peggiorare. Gli amici salgono al piano superiore e da l’ intravedono il fumo. La prima cosa che fanno è aprire la porta dietro la quale trovano Alagie, per altri invece Alagie era già fuori la stanza. Chiamano immediatamente gli operatori presenti dicendo loro di chiamare i vigili del fuoco. Per alcuni dei testimoni non si tratta di un grande incendio, infatti riportano che sia stato spento quasi subito. Gli operatori però probabilmente non avvertiranno i vigili del fuoco, ma chiameranno invece Carmine Della Gatta. I testimoni ci raccontano che Carmine Della Gatta arriva in macchina e scende con l’arma in pugno. Secondo alcune testimonianze pare ci sia stata anche una persona anziana, un vicino che abita adiacente alla struttura che abbia tentato di fermarlo e non essendoci riuscito si sia poi ritirato in casa.

Carmine Della Gatta si avvicina minacciosamente ad Alagie, che in quel momento è fuori dalla struttura e lo colpisce con il calcio della pistola, con grande violenza. Alagie si difende e reagisce sferrandogli un pugno in faccia. A quel punto Carmine spara.

C’è chi dice che lo sparo lo abbia raggiunto subito e lo abbia fatto cadere a terra, c’è chi dice che lo sparo lo abbia sfiorato e che per istinto Alagie si sia buttato a terra. Sta di fatto che Carmine Della gatta spara una seconda volta, quando Alagie è a terra. Questo secondo proiettile lo prende in viso.

Due degli operatori presenti nel centro scappano, il mediatore afghano corre verso Alagie per tamponare la ferita e Carmine scappa in macchina. I testimoni raccontano che è stata chiamata una autoambulanza che arriverà venti munti dopo.

Nei giorni successivi, esattamente due giorni dopo, iniziano i trasferimenti degli ospiti dalla palazzina che ospitava le 160 persone.  Gli altri 50 si trovano ancora oggi nella seconda palazzina.

Alcuni dei richiedenti asilo spostati riferiscono di trovarsi ora in luoghi che sono stati di fatto abbandonati dai gestori e riferiscono di diverse problematiche. in particolare in uno degli appartamenti  abbiamo ricevuto testimonianze (video e foto) di pioggia all’interno. Hanno chiesto anche dopo lo spostamento di riuscire a risolvere la situazione ma il gestore anche in questo nuovo centro gli ha risposto “ o così o ve ne andate”.

I ragazzi sono tutti spaventati, hanno vissuto un trauma molto forte e la domanda che poniamo è “Come mai chi fugge da abusi così gravi, dal passaggio nel deserto, il passaggio dalla Libia, le tensioni, le torture, gli abusi subiti, l’arrivo in Italia dovrebbe essere un approdo sicuro, e invece anche qui hanno dovuto subire un ulteriore abuso?”

Alagie è finito in un ospedale in rianimazione, con una pallottola in gola.

Adesso è fuori pericolo e speriamo davvero si riprenda presto.

Tutti gli altri sono ancora terrorizzati, convinti un tempo di essere arrivati in un paese di diritto, e invece è ancora un paese dove vengono perseguitati e brutalmente sparati

Ci teniamo a sottolineare che negli anni le inchieste portate avanti dal territorio, dall’associazione Garibaldi 101 e della Campagna LasciateCIEntrare hanno più volte evidenziato la presenza di gestori minacciosi,  di gestori inadeguati, che non avrebbero mai dovuto rientrare nell’accoglienza.

Le nostre richieste ed inchieste non sono mai state accolte, se non in rarissimi casi. In alcuni casi le indagini sono state archiviate, lo mostra il caso di Paestum. In altri luoghi continuano ad esserci gestori che portano con se delle armi, che non minacciano direttamente, ma i migranti sanno che le possiedono.

Considerata la forte criticità del territorio campano rispetto soprattutto alle delinquenze locali e alle camorre ci chiediamo come sia possibile che ancora e nonostante sette anni di denunce del territorio da parte dell’Associazione Garibaldi 101 soggetti ed enti del genere siano ancora ammessi ai bandi e alle assegnazione pubbliche e che la Prefettura non compia gli adeguati controlli

Ci chiediamo in che maniera verranno tutelate da questo evento traumatico  che lo ha vissuto alcuni dei quali non riescono a dormire, non riescono a mangiare.

Abbiamo inviato alle Prefetture di tutta la Campania la richiesta di controllo per quanto riguarda l’Associazione La Vela, ma anche di ricominciare un monitoraggio che abbia un senso perché anche altri luoghi  continuano un’accoglienza di tipo criminale, inaccettabile.

La palazzina che ospita 50 persone a Gricignano è ancora lì ed il gestore è ancora La Vela e che l’estromissione di uno dei componenti non equivale ancora a poter gestire un’appalto. Perché La Vela non può accogliere. Chiediamo con forza che Alagie venga accolto quando uscirà dall’ospedale, perché Alagie sopravviverà. E che venga accolto in maniera adeguata, che venga seguito e sostenuto perché un trauma del genere ha ovviamente delle grosse difficoltà di superamento. Non accetteremo uno spostamento in realtà improvvisate così come non accettiamo lo spostamento presso realtà di accoglienza improvvisate in cui attualmente sono state spostate le persone che hanno assistito al tentato (a questo fatto) omicidio di Alagie.

Che non solo moniteremo la zona del casertano ma continueremo con i monitoraggi in tutti i centri ove riscontrassimo criticità.

Campagna LasciateCIEntrare, Yasmine Accardo (Associazione Garibaldi 101),Daouda Niang (Associazione Senegalesi di Salerno), Antonio Esposito

Cona, la marcia dei migranti che delegittima l’intero sistema di accoglienza

L’esodo di centinaia di persone autorganizzate disvela il fallimento delle grandi strutture, mettendo sotto scacco sia chi ha gestito dall’alto lo smistamento dei migranti, sia le trame di interessi ad esso connesse. Il coro «Stop business», urlato a gran voce dai richiedenti asilo mentre la polizia bloccava la marcia sul ponte di Bojon a Campolongo, sintetizza una radicale volontà di emancipazione da chiunque stia facendo affari e profitti sulla loro pelle.

Nel primo pomeriggio di ieri i 230 migranti che martedì scorso hanno abbandonato il CAS di Cona, nella bassa pianura tra Venezia e Padova, sono stati ricollocati in altre strutture disseminate in tutta la regione del Veneto. Tre giorni di marcia come atto estremo di una lunga lotta per la dignità, per «essere considerati», come recitava l’unico cartello portato in corteo. Tre giorni che hanno riprodotto la Balkan Route nella bassa pianura veneta: persone che camminano, le poche cose raccolte in bagagli di fortuna, dormendo all’addiaccio ed incontrando popolazioni ostili, la polizia che costringe a muoversi lungo strade di campagna, fino al blocco al “confine” tra le province di Padova e Venezia. Il pomeriggio di giovedì, trascorso davanti ad uno schieramento di polizia degno dei cortei più conflittuali, sembrava stringere i migranti nella morsa di una scelta inaccettabile: trascorrere la terza notte all’aperto, sull’argine del fiume Brenta come la notte precedente, oppure fare ritorno nei capannoni di PVC a Cona. La situazione si sblocca solo grazie alla disponibilità delle strutture di alcune parrocchie di Mira offerte dal Patriarca di Venezia. Nella mattinata di oggi la conferma: i 230 non torneranno «mai più a Cona!», gli autobus organizzati dalla Prefettura di Venezia sono in arrivo.

«Cimitero»: così il Centro di Accoglienza Straordinaria viene definito da coloro che lo abitano. Un luogo dove si muore, a poco a poco, le lunghe giornate divorate dalla nebbia o dalla calura, nessuna attività possibile per i 1200 richiedenti asilo ammassati lontano da ogni centro abitato (la frazione di Conetta, immediatamente adiacente, conta appena 190 abitanti) e senza collegamenti diretti con Padova o Venezia. Forse scelta appositamente per questo, l’ex base missilistica è priva di strutture in muratura. Le carenze strutturali sono solo la cornice alla pessima gestione attuata dalla cooperativa Ecofficina-Edeco di Padova, a carico della quale sono aperte svariate inchieste per truffa, falso e maltrattamenti, tutte inerenti l’operato in questa struttura. «Solo tre di noi parlano italiano», spiegavano i migranti ieri al Prefetto. Nessuna delle azioni di sostegno e promozione della persona che i capitolati tecnici prevedono è stata mai attuata, dalle scuole di italiano alla preparazione del colloquio con la commissione territoriale di valutazione delle domande di asilo politico, né tantomeno alle azioni di scoperta e valorizzazione di conoscenze e capacità della persona.

L’esodo da Cona rappresenta un salto di qualità ed una innovazione nelle forme di lotta dei migranti. Ormai non si contano più le proteste interne ai centri, volte di fatto ad ottenere miglioramenti delle condizioni materiali di vita quotidiana. Questa volta è diverso, il messaggio va decisamente al di là delle condizioni legate ad una specifica struttura. I tre giorni di marcia mettono all’angolo le istituzioni, prefetti e questori si contraddicono quando indicando sempre il ritorno a Cona come unica soluzione immediatamente praticabile, mentre i fatti dimostrano come per identificare ed attuare una strategia concreta 24 ore sono state ampiamente sufficienti.

C’è un ultimo elemento da evidenziare, la disponibilità al conflitto, specialmente nelle forme più radicali, la capacità di resistenza e la coesione nel gruppo in marcia, che mostrano i tratti di una forma di soggettività politica a tutti gli effetti. Sono sicuramente i soggetti più vulnerabili, privi tanto di mezzi di sussistenza autonomi quanto di una personalità giuridica definita: la maggior parte di loro ha già ricevuto il cosiddetto diniego alla domanda di protezione internazionale, e sta tentando di ribaltare il verdetto ricorrendo alla giustizia ordinaria. La spada di Damocle della permanenza sul territorio d tutti gli Stati UE come irregolari pende sulla testa di ciascuno di loro, lo sanno bene e per questo reclamavano, marciando nelle strade di campagna e di fronte alla polizia, «papiers non policiers», «5 ans pour tous» pensando all’agognato permesso per protezione umanitaria.

I richiedenti asilo di Cona si sono giocati tutto, hanno portato a casa una partita molto più grande della loro stessa lotta. La marcia vittoriosa raggiunge un duplice risultato: da una parte rompe il dispositivo di disumanizzazione, emarginazione ed oblio dentro a cui i migranti sono imprigionati, e che si sta estendendo alla popolazione impoverita da dieci anni di crisi; dall’altra affossa irreversibilmente il modello dell’accoglienza basato sui grandi centri disumanizzanti.

Dare una sistemazione a chi ha abbandonato Cona significa recepire le critiche ed ammettere fino in fondo le responsabilità, e se a farlo è il prefetto allora è lo Stato centrale stesso a riconoscere il proprio fallimento. L’accoglienza va sviluppata a partire dai territori, implementando i programmi SPRAR a livello comunale. Le maxi-strutture imposte dal Ministero degli Interni vanno svuotate e chiuse, il sistema dei bandi prefettizi per l’assegnazione della gestione dei centri smantellato, la gestione tecnica ed economica dei progetti deve essere pubblica e trasparente. Certo questo è un programma ambizioso, che può trovare attuazione solo a partire dal protagonismo dei territori e dalla cooperazione tra enti locali e gangli della società civile organizzata. Uno degli elementi che è emerso in questi giorni, e che andrà valorizzato in termini politici, è stata l’attivazione spontanea di una rete solidale che ha immediatamente sostenuto in varie forme i migranti in marcia. Una composizione che spesso viene oscurata dall’immagine di un Veneto razzista e livoroso, ma che si è manifestata in tutta la sua capacità di empatizzare con chi sta lottando per i propri diritti.

La marcia partita da Cona fa esplodere in maniera dirompente una questione di giustizia sociale e libertà di movimento, che sarà al centro della manifestazione di Roma prevista per il 16 dicembre, frutto di un percorso assembleare scaturito dalle assemblee convocate dopo gli sgomberi dei rifugiati da Piazza Indipendenza  e di famiglie da Cinecittà. Lo spazio politico di costruzione di questa piazza non potrà non tenere conto della nuova disponibilità alla lotta che i migranti hanno dimostrato.

(Immagine di copertina di Carmen Sabello, tratta da Meltingpot.org)

Libia, dal business del traffico a quello della detenzione.

Le politiche del Ministro Minniti e di tutto il governo italiano hanno rapidamente trasformato il mercato del traffico di esseri umani. In un Paese come la Libia dove non esiste alcuna forma di stato di diritto e le persone vengono detenute, vendute o uccise come nulla fosse.

In Libia i miliziani sono passati «dal business del traffico al business della detenzione», hanno capito che l’Italia e l’Europa li paga per arrestare i migranti. Così Nancy Porsia, free lance e profonda conoscitrice di Nord Africa e Medio Oriente, descrive la situazione in Libia. In questi giorni, il Paese che si affaccia sull’altra sponda del Mediterraneo è tornato sulle prime pagine dei giornali italiani mostrando gli effetti perversi degli accordi stipulati da Minniti con i vari gruppi armati che controllano il territorio. Ieri poi, sono state diffuse le immagini di un vero e proprio mercato degli schiavi, dove uomini e donne vengono venduti e acquistati. Commentando i video dello scontro in mare tra Ong e Guardia costiera libica che ha causato decine di morti in mare, la reporter non ha paura di definire «scandaloso» il permesso riconosciuto ai mezzi libici di pattugliare il mare fino a 30 miglia di distanza dalla costa, ben al di fuori delle acque nazionali. La sua testimonianza è molto utile per mettere nel posto giusto i pezzi del complesso puzzle libico, dove gli attori in gioco sono molteplici e le loro alleanze e interessi estremamente variabili.

Ieri sono successi due fatti importanti prima il responsabile dell’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ha definito «disumani gli accordi tra Italia, Europa e Libia», poi la CNN ha mostrato il video dei migranti venduti dai trafficanti. Cosa sta succedendo?

Le Nazioni Unite sono a conoscenza di chi gestisce le carceri, ci sono due gruppi: uno formato dagli ufficiali storici che risalgono ai tempi di Gheddafi; l’altro dai miliziani che recentemente sono passati dal business del traffico a quello della detenzione. Come noi in Italia abbiamo il business dell’accoglienza, in Libia avevano quello del traffico. Oggi, hanno capito che l’Italia e l’Europa pagano per incarcerare i migranti e che, al tempo stesso, continuare con le attività di traffico è diventato troppo pericoloso. L’Italia e l’Europa avevano bisogno di un governo fantoccio come quello di Serraj per poter far partire il piano di un potenziale contrasto dei trafficanti.

Secondo te quale messaggio ha voluto mandare l’Unhcr e perché si è espressa solo ora, dopo che gli accordi sono già stati conclusi da molto tempo?

L’Unhcr dice che l’accordo Europa-Italia-Libia è disumano perché sanno benissimo quali sono le condizioni nelle carceri. Il comunicato del Commissario Al Hussein attacca direttamente il blocco navale creato dalla Guardia Costiera libica nel Mediterraneo con il supporto dell’Italia. È assurdo: non si può creare un blocco navale quando non esistono le condizioni a terra per garantire un minimo di rispetto dei diritti dei migranti. Anche in un’ottica di amministrazione e di rispetto dei confini devi comunque premurarti che le condizioni a terra siano quanto meno accettabili. Il governo italiano sapeva che il blocco navale avrebbe creato nell’immediato un’impennata del numero di persone nelle carceri. È stata una follia. Minniti ha pressato talmente tanto che ha invertito le azioni, i numeri dei migranti sul territorio libico sono saliti e la Libia non è ancora pronta.

Quando parli di blocco navale a cosa ti riferisci?

In seguito agli accordi del “Minniti Compact”, tra il governo italiano e la Guardia Costiera libica, è stato di fatto creato un blocco navale. Per la prima volta questa estate le navi libiche hanno iniziato a operare un pattugliamento serrato,con l’obiettivo di non far passare nessun barcone. Fino a luglio del 2017, la Guardia Costiera libica fermava qualche barcone, ma sempre e solo per una questione di opportunismo politico, ossia quando aveva la necessità di battere cassa con l’Italia e l’Europa. Oppure faceva operazioni di salvataggio. Non dobbiamo dimenticare che quando un pescatore libico chiamava la Guardia Costiera perché un natante era in difficoltà, le autorità marittime si mobilitavano per il salvataggio. Il salto di qualità c’è stato nel pattugliamento che prima non avveniva. Il pattugliamento non veniva fatto anche per mancanza di risorse e di mezzi. Dalla fine della rivoluzione, che ha portato al defenestramento del regime di Gheddafi, quelle poche imbarcazioni che la Guardia Costiera aveva in dotazione sono andate distrutte nei bombardamenti NATO. Tanto è vero che anche le famose quattro imbarcazioni veloci, le cosiddette speed boat, quelle che erano state date da Maroni nel 2008 in ottemperanza al “Patto d’amicizia Italo-Libico” erano state restituite all’Italia per essere riparate. Nel febbraio 2017, quando Serraj è andato in visita a Roma, l’Italia ha riattivato il trattato di amicizia al solo fine di restituire queste imbarcazioni.

Ci sono delle collaborazioni in mare tra navi italiane e libiche nel mar Mediterraneo?

Gli italiani hanno aspettato che ci fosse un governo legittimo o presunto tale, come quello di Serraj, per poter esternalizzare il controllo dei confini su quella frontiera mobile che è il Mediterraneo. La Marina italiana offre supporto logistico, ha inviato una nave da guerra all’interno delle acqua libiche e in caso di necessità interviene per sostenere i mezzi libici. Ad esempio, durante il primo salvataggio, operato un mesetto fa, sono stati gli italiani a fornire i giubbotti salvagente. Si tratta di una sorta di affiancamento, un modo per aggirare il divieto di respingimenti in mare. Negli anni passati, il governo italiano è già stato condanno dalla CEDU (Corte Europea per i Diritti dell’Uomo) per i respingimenti di massa, al fine di evitare possibili ripercussioni da parte della comunità internazionale, le autorità italiane hanno messo la Guardia Costiera libica nelle condizioni di fare i respingimenti. L’Italia ha fornito i mezzi che erano bloccati nei cantieri navali della penisola e l’Europa ha offerto i training alla Guardia Costiera per svolgere questa attività. La criminalizzazione delle Ong è stata un’operazione preventiva, in quanto puntava a eliminare occhi scomodi che potessero essere testimoni di ciò che avveniva.

Nei giorni scorsi sui principali siti di informazione sono stati pubblicati alcuni video che mostravano come molti migranti siano affogati durante uno scontro tra la Ong Sea Watch e la Guardia Costiera libica. Il tutto è avvenuto sotto la supervisione di un elicottero della Marina italiana. Questo è un primo tragico effetto del blocco navale di cui parli.

Quanto è successo il 6 novembre è ancora da capire in tutte le sue parti, i libici hanno abbandonato la zona di soccorso quando c’erano ancora uomini in mare. È scandaloso che ai libici sia permesso il pattugliamento a 30 miglia dalla costa, io credevo che, almeno per decenza, sarebbero rimasti nelle acque libiche, ossia fino alle 24 miglia. Il fatto che il soccorso sia avvenuto nelle 30 miglia vuol dire che gli italiani stanno spingendo questa delega fino alle sue estreme conseguenze. La dinamica dell’incidente è molto complessa, ci sono dei video che mostrano come i libici avessero agganciato il gommone. Da quello che ho visto io, l’operazione si stava compiendo in una dinamica classica. All’arrivo di Sea Watch, i migranti hanno creato il parapiglia a bordo perché avevano capito che dall’altra parte c’era la loro unica possibilità di raggiungere l’Europa. C’è un video in cui si sente chiaramente che i libici dicono via radio al comando europeo di tenere alla larga la Ong altrimenti ci sarebbero stati problemi.

Nei tuoi articolo parli di «industrializzazione» nella gestione dei migranti in Libia, di una struttura mafiosa che in accordo con le milizie libiche controlla i confini e le frontiere. Ci puoi definire questo concetto da un punto di vista pratico?

È chiaro che il vuoto di potere in Libia ha creato terreno fertile per organizzazioni criminali pre-esistenti a livello regionale. In Libia, queste organizzazioni criminali, che si possono considerare di tipo mafioso, sono ancora in via di assestamento. Quindi lo sfruttamento del territorio libico è in mano a mafie già consolidate come quella nigeriana, quella etiope, quella eritrea e quella sudanese. Negli ultimi due anni, abbiamo assistito a un incremento esponenziale del numero di donne nigeriane vittime di tratta. In realtà, i libici hanno un po’ preso lezioni da queste mafie già ben strutturate, che, come sappiamo, sono presenti anche in Europa. Sono organizzazioni che vantano una filiera che va dall’Africa al Nord Europa. Io parlo di industrializzazione, poiché ritengo che la Libia sia diventata un’area privilegiata per chiunque voglia fare business sul traffico.

Un’opportunità sfruttata dalla mafia nigeriana e sudanese che hanno portato quello che era un mercato ancora di dimensioni ridotte a un mercato industriale. A partire dal Sudan e dal Niger, la mafia si era organizzata per offrire vari pacchetti di viaggio da quello più economico a quello più costoso. I libici sono a libro paga di questa mafia. Per come leggo la realtà, i libici lavorano al dettaglio ma i grossisti sono i nigeriani o i sudanesi. Lavorano come se fossero un’agenzia, prima vendono il pacchetto e poi hanno i loro collaboratori lungo tutto il percorso, un controllo del territorio che arriva fino in Germania. In un contesto criminale di questo tipo, i libici hanno iniziato a vederci l’opportunità di guadagno e si sono organizzati per avere la propria fetta di torta. Nell’assenza totale di apparati di governo gli ufficiali, come quelli che ho denunciato pubblicamente, della Guardia Costiera di Zawiya si sono ritrovati sulla linea del fronte e ne hanno approfittato entrando in affari con i trafficanti. La loro zona di mare fino a poco tempo fa era la più battuta. Ora, dopo la famosa guerra di Sabrata, la pressione è diminuita. Zawiya non è più così importante, perché è una zona indefinita e non si parte più da lì.

Antonio Sanguinetti, Daniela Galiè da DinamoPress

********************************

Libia, mercato degli schiavi: ottocento dinari, il prezzo di una vita

Le immagini del mercato degli schiavi in Libia, prodotto dalle politiche di Minniti, si riflettono nello sguardo di una ragazza di origini ghanesi, nata e cresciuta in Italia (e ancora in attesa di cittadinanza). Quanto vale un essere umano?

Credo di essere una bella ragazza.

Attraente, slanciata, culo grosso, tette grosse, 1.77 di altezza, belle labbra carnose e, un’accozzaglia di caratteristiche fisiche che ti creano sempre il pubblico da Zoo intorno.

Sono la classica ragazza africana che la gente comune non si farebbe alcun problema a definire panterona, leonessa, tigre, secondo i dettami del lessico zoologico che si utilizza per definire la “bellezza selvaggia” delle donne nere.

Quanto paghereste per comprarmi?

Quanto spendereste per potermi avere in un qualunque momento della giornata, che io lo voglia o no?

Tu che leggi, che guardi le mie e foto, che mi mandi messaggi privati complimentandomi con me per la mia bellezza, a te chiedo, quanto andresti a prelevare dal bancomat per poter fare del mio corpo quello che vuoi senza che io possa dire una sola parola?

Quanti soldi mettereste sul tavolo per comprarvi una nera come me? Fisicamente resistente, piuttosto istruita, che parla bene l’italiano e se la cava con l’inglese?

Quanto?

Potreste picchiarmi, farmi preparare la cena, mandarmi a prendere i bambini a scuola o tenere in ordine la casa. Potreste violentarmi o chiedermi anche un massaggio ai piedi, o semplicemente un po’ di compagnia. Farei volentieri la badante ai vostri anziani, magari a quelli malati che sono soli e vorrebbero unicamente qualcuno che li accudisse.

Io, se qualcuno mi comprasse, lo farei perché non sarei più una donna ma una cosa per cui è stato stabilito un prezzo. E le cose, quando le compri sono tue. Ci puoi fare quello che vuoi.

Se non vi viene in mente un prezzo, pensate che in Libia anche oggi, una ragazza come me, verrà venduta ad un prezzo che non supererà i mille euro. Tanto costa la vita di un migrante, quando i barconi vengono respinti e si ritorna in Libia, non più come donne e uomini liberi, ma come schiavi.

Pensavo a questo ieri sera, a quanto costerebbe la mia vita e il mio corpo se un domani perdessi sulle coste libiche quel pezzettino di carta che mi hanno rilasciato in posta l’altro giorno e che attesta il mio nome, cognome e luogo di nascita.

Ma sono sicura che, anche se avessi delle carte, qualcuno mi prenderebbe e mi venderebbe, semplicemente. E questo perché i neri in Libia valgono meno della lota che si azzecca a terra alla fine di un concerto.

E non lo dico perché questa mattina mi va di fare la vittima o di far incazzare qualcuno. Lo ha detto la CNN, con un reportage che denuncia la vendita di donne e uomini africani a Tripoli; che i migranti, gli africani in particolare, ogni giorno vengono venduti sulle coste Libiche, in una vera e propria asta di uomini a cielo aperto.

Mentre guardavo il video, si riuscivano a distinguere le voci dei venditori, voci ferme di uomini d’affari che ti rassicuravano sulla qualità e la resistenza del corpo nero.

Può lavorare, guarda come è forte, non si stanca, ha braccia forti, è resistente…

Immaginavo me stessa in quell’asta. Cercavo di cacciare dalla testa quel pensiero ma era difficile guardarmi allo specchio senza riconoscermi in quegli uomini.

Cosa avrebbero detto di me per convincere qualcuno a comprarmi? Che cosa dicono Delle migliaia di ragazze giovanissime, delle bambine che ogni giorno, dopo essere state respinte in mare dalla nuova Italia di Minniti, spariscono tra i cunicoli le sabbie libiche?

Che se verranno stuprate non piangeranno perché sono abituate già alle carceri libiche, a uomini che ti stuprano per tutto il giorno finché non muori o ti ammazzi da sola?

Ho la nausea per quello che scrivo perché so che è vero, ed è difficile da digerire persino per me.

Dovevo immaginarmi nei loro panni per fissare meglio nella mente l’odio che provo per ciò che l’Italia sta facendo ai migranti, ma per me è facile perché come ho detto, quando mi guardo allo specchio mi chiedo se somiglio davvero a tutte quelle persone, a tutti quegli africani e quelle africane non raggiungeranno mai l’Italia, che verranno venduti e che spariranno nel circuito della tratta. E voi, bianchi, italiani, quando vi guardate allo specchio cosa vedete riflesso davanti a voi?

Il volto di Minniti che si complimenta con se stesso per una politica dell’immigrazione che provoca assassini e stupri su larga scala? Osservate la pelle pallida e le mani, pensando che siano sporche di sangue quanto quello del Ministero degli Interni?

Che cosa vedete? Che cosa provate?

Io credo che le corrispondenze cromatiche non bastino a spiegare come stanno veramente le cose in Italia e, cosa pensino gli italiani di tutta questa faccenda e del modo in cui stiamo creando l’ennesima pagina di Storia popolata di mostri ed incubi che attingono ad un passato fascista, schiavista, neocoloniale, criminale.

Minniti non rappresenta l’Italia, perché io la conosco bene ed è stato in questo Paese che ho imparato cosa significhi essere solidali, rinunciando a riconoscersi solo attraverso quei privilegi di razza e classe che ti consentirebbero verosimilmente di comprare una persona come me.

Minniti con le sue politiche è riuscito a trasformare la lotta al traffico dei migranti in un traffico peggiore: quello degli schiavi.

I Barconi carichi di persone, dal momento esatto in cui vengono respinti diventano Navi Negriere, come quelle disegnate con inchiostro di china che abbiamo imparato a conoscere e dimenticare in quelle due misere pagine di Storia dedicate alla tratta degli schiavi africani.

Nessuno è al sicuro dai rigurgiti della Storia, non lo sono io e probabilmente non lo sarete nemmeno voi.
Ma di una cosa sono certa: 800 dinari libici è il prezzo che l’Europa e che, questa Italia del PD ha dato alla vita dei migranti.

Andate a convertirli in euro e conoscerete il prezzo della vita di migliaia di persone, il prezzo della mia stessa vita se dovessero espellermi in Ghana e decidessi di fare ritorno in Italia passando dalla Libia come migliaia di miei connazionali.

Ottocento dinari, il prezzo di una vita.

Il racconto è tratto dal profilo facebook di Djarah Akan

Storie di frontiera: quotidianità a Ventimiglia

Viviamo in una società in cui vige la piena libertà di circolazione delle merci e dei capitali, ma non delle persone, dei migranti, ai quali invece rimane solo la violenza delle frontiere e della polizia.

In questo momento mi trovo aVentimiglia, città di confine. Confine che separa, allontana e blocca tutti i ragazzi che sperano un giorno di arrivare dall’altra parte, in Francia.

Questa frontiera è per molti di loro invalicabile. C’è chi prova a varcarla attraverso sentieri di montagna e c’è chi spera di raggiungere la Francia provando a viaggiare in treno, tentando di fare ciò che italiani e francesi fanno senza avvedersene tutti i giorni.
Nella stazione dopo Ventimiglia, precisamente quella di Mentone Garavan, ad attendere gli shebab(ragazzi, in arabo) c’è però la polizia francese, la gendarmerie. Un poliziotto sale in testa ed uno in coda alla carrozza, controllano che non ci sianoneri nascosti sotto i sedili o nei bagni, e quando ne trovano uno, chiedono i documenti. Coloro che non li hanno sono costretti a scendere, indipendentemente che siano donne oadolescenti; sono costretti a ritornare a Ventimiglia anche a piedi, in violazione delle norme del diritto internazionale a tutela dei minori.

Le persone, così obbligate a ritornare in territorio italiano, si accampano sotto il cavalcavia che collega l’Italia alla Francia, lungo il greto del fiume Roja. Sono circa cinquecento i ragazzi, la maggior parte dei quali sudanesi, in età compresa tra i 12 e i 30 anni.
Le condizioni igienico-sanitarie sono drammatiche; mancano i bagni e i ragazzi sono costretti a lavarsi nel fiume. Molti di loro bevono quest’acqua, rischiando di compromettere la propria salute: a fine luglio infatti, contemporaneamente ad un intervento fatto passare come un’azione di pulizia della zona (effettuata con ruspe e sotto il controllo delle forze dell’ordine) due rubinetti di fortuna, unica fonte per approvvigionarsi, sono stati chiusi.

Sono evidenti le intenzioni del sindaco del PD di Ventimiglia di evitare la formazione di campi informali, che disturbino il decoro cittadino. La volontà della Giunta comunale è quella di spingere i ragazzi all’interno del campo gestito dalla Croce rossa, situato nell’estrema periferia di Ventimiglia, vicino alla tangenziale, lontano dagli sguardi dei turisti e dei cittadini.
Inoltre, da inizio agosto, la prefettura ha deciso di chiudere la chiesa delle Gianchette, da sempre punto di riferimento per minori e famiglie lì ospitate, ora trasferiti all’interno del Campo Roja (gestito dalla Croce Rossa Italiana), del tutto privo di spazi protetti per minori e ragazze, che vivono in promiscuità con adulti ed esposti ad abusi e sfruttamento. La maggior parte dei ragazzi non ha intenzione di entrare in questo campo, piuttosto preferisce rimanere sotto il cavalcavia; per potervi accedere è necessario rilasciare ancora una volta le proprie generalità e le impronte digitali. Questo significa che i migranti, qualsiasi cosa decidano di fare, devono forzatamente essere identificati.

Il campo è completamente militarizzato e circondato dalla polizia, che presiede la zona ventiquattr’ore su ventiquattro. I migranti, all’interno di esso, vengono privati della propria libertà di autodeterminarsi e di auto-gestirsi.

Come quasi tutti i campi governativi, queste strutture spersonalizzano gli individui: essi non solo non gestiscono la propria vita all’interno di questi spazi, ma non possono nemmeno cucinare, devono sottostare a degli orari di entrata e di uscita e non gli viene proposta alcuna attività ricreativa. “There is no freedom in the camp.” mi spiega Mohamed, prima di riprovare per l’ennesima volta ad arrivare in Francia.

Quasi tutti i ragazzi che stazionano lungo il fiume vogliono lasciare l’Italia per raggiungere la Germania o la Gran Bretagna, e ricongiungersi con amici o familiari. Alcuni di loro hanno conseguito un titolo di studio nel loro paese d’origine, altri invece sperano di proseguire gli studi in Europa. Martin vorrebbe diventare un medico, Ali un agricoltore, Hussein un avvocato: ognuno persegue il proprio sogno nel cassetto nella speranza di poterlo realizzare.
Molti di loro però prima di giungere in Francia devono fare i conti con la frontiera, con la violenza poliziesca e con le deportazioni arbitrarie verso l’hotspot di Taranto. Quasi ogni giorno in stazione, in spiaggia o sotto il cavalcavia vengono compiuti rastrellamenti sulla base dei tratti somatici; le forze dell’ordine caricano i ragazzi sui pullman della Riviera Trasporti (RT), e scortati da una camionetta della polizia, si dirigono verso Taranto. Queste operazioni costano circa cinquemila euro allo Stato, che utilizza i trasferimenti coatti per alleggerire la pressione al confine. Oltre ad essere onerosi per le casse del governo, vengono effettuati senza alcuna procedura legale e sono inutili perché dopo solo quattro o cinque giorni i ragazzi tornano al punto di partenza, Ventimiglia. Le deportazioni avvengono circa tre volte a settimana (se non di più) e i rastrellamenti non vengono messi in pratica solo a Ventimiglia ma anche a Como e Milano, sebbene in misura minore.Come emerge da alcune testimonianze, ad essere trasferiti non sono solo gli irregolari, ma talvolta i richiedenti asilo, i titolari di un permesso di soggiorno e spesso anche dei minori, che sono soggetti vulnerabili.
I ragazzi vengono trattati come pacchi postali, pedine di un gioco deleterio, oggetti da scovare, prendere, caricare e deportare. C’è chi ha dovuto attraversare tutta l’Italia anche cinque, sei o sette volte. Gli shebab vengono sottoposti quotidianamente ad una vera e propria violenza psicologica: “mi mancava davvero poco e sarei arrivato dall’altra parte ma sono stato preso e, a pedate, fatto ritornare indietro”, “non siamo criminali, per quale motivo ci trattate in questo modo? ” mi ripete Wiz con gli occhi lucidi. Oltre a dargli tutta la mia solidarietà, non so come rispondere, mi sento così impotente e allo stesso tempo arrabbiata.

La violenza perpetrata dalle istituzioni ed il clima di ostilità nei confronti di queste persone è la normalità: “vai al tuo Paese”, “vai in Africa”, “torna nel Burundi, fuori dai coglioni” sono le parole con le quali un poliziotto si rivolge ad un ragazzo alla stazione di Ventimiglia.
Per non parlare poi della repressione attraverso fogli di via, minacce e identificazioni da parte della polizia nei confronti dei solidali e di chi cerca di opporsi a queste politiche ingiuste. Per il solo fatto di chiacchierare con i ragazzi sotto il cavalcavia o al parcheggio, dove in serata viene distribuita la cena, ripetutamente ci vengono chiesti i documenti.

L’indifferenza e il razzismo sono all’ordine del giorno: un vecchio insulta i ragazzi passandogli accanto in bici, un negozio espone delle calamite con l’immagine del duce in vetrina. La gendarmeria francese perpetua forme di violenza fisica attraverso le manganellate ed i gas lacrimogeni. La frontiera stessa di per sé è violenza e tutto questo avviene nel disinteresse e nell’indifferenza generale: mi sento di vivere in un’epoca in cui l’uomo non conta nulla: è un documento, un semplice pezzo di carta, a contare tutto.
Nonostante ciò, i tentativi di superare la frontiera avvengono giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. I ragazzi non si arrendono, non perdono la speranza. La strada in montagna è lunga e pericolosa, costituita da impervi e stretti sentieri, che gli shebabpercorrono di notte, rischiando di essere beccati dalla polizia o di inciampare e cadere nel “passo della morte”, un dirupo nel quale hanno perso la vita molti ragazzi. Fulminati o investiti, i ragazzi morti mentre cercavano di varcare il confine sono numerosi.

L’Europa democratica è artefice di questa violenza, continuamente perpetuata attraverso leggi ingiuste ed accordi con governi dittatoriali, che hanno il solo fine di bloccare giovani che si dirigono prima in Libia, poi in Europa.
Per questo, dopo aver vissuto quest’esperienza a Ventimiglia, credo che sia assolutamente necessario non solo creare corridoi umanitari per evitare ulteriori tragedie in mare, ma anche concedere permessi di soggiorno per la ricerca di un lavoro e rivedere gli accordi di Dublino, in modo che vi sia la libera circolazione delle persone e venga promossa un’inclusione sociale.

Eloisa Pantano