Sabato 10 febbraio tutt* a Macerata: contro il razzismo, contro i divieti del ministero dell’Interno. Per l’antifascismo, per la democrazia.

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«Ringrazio Anpi, Cgil, Libera, Arci e le altre associazioni per avere rinviato la manifestazione del 10 febbraio raccogliendo l’appello del sindaco di Macerata. Hanno fatto un atto di amore verso la comunità. Mi auguro che anche le altre organizzazioni che hanno fatto richiesta di svolgimento manifestazioni accolgano la richiesta del sindaco. Se risponderanno positivamente sarà dimostrazione di responsabilità da parte loro, se così non fosse ci penserà il ministero dell’Interno a impedire che si faccia la manifestazione». (Marco Minniti).

Queste sono le incredibili e gravissime parole del Ministro dell’Interno. È opportuno brevemente riepilogare gli accadimenti delle ultimi folli ore.

Le realtà di movimento delle Marche nel volgere di poche ore, dopo il gravissimo attentato di sabato hanno indetto la manifestazione nazionale che si terrà a Macerata sabato 10 febbraio. Già nel presidio spontaneo tenutosi nel pomeriggio del 4 febbraio la manifestazione è stata annunciata e messa a disposizione di chiunque condividesse la necessità urgente di scendere in piazza dietro lo slogan semplice e chiaro “contro ogni fascismo contro ogni razzismo”.

Il lancio della manifestazione si è immediatamente diffuso determinando larghissime adesioni in tutta Italia e persino dall’estero. Nonostante questa larghissima e immediata risposta la CGIL, per ragioni di posizionamento e opportunismi puramente interni all’organizzazione non solo ha deciso di non partecipare aderendo all’invito del Sindaco ad annullare ogni manifestazione, ma ha anche avviato una gravissima operazione di boicottaggio facendo circolare la notizia falsa che la manifestazione era stata annullata! Le scelte della CGIL sono state, purtroppo, condivise anche dai vertici di ANPI, LIBERA e ARCI.

Nonostante ciò, tanti attivisti di base, sezioni e circoli territoriali di queste organizzazioni hanno espresso la volontà  di non abbandonare la piazza di Macerata e di essere, comunque, presenti.

In questo contesto, cogliendo l’occasione creata ad hoc dal sindaco di Macerata e dalle organizzazioni non a caso ringraziate da Minniti per la loro collaborazione, si è inserita l’intimidazione del Ministro dell’Interno e la scelta tutta politica di vietare la manifestazione.

Si tratta di una evidente sospensione della democrazia nel nostro Paese, della brusca materializzazione di un fascismo che nelle strade si esprime con le pistole e nelle istituzioni con l’imposizione autoritaria del silenzio. Il divieto dopo una tentata strage fascista di esprimere liberamente e pacificamente la propria indignazione, è un atto che non ha precedenti nella storia della Repubblica.

Questo divieto è inaccettabile. L’equiparazione fascismo e antifascismo, razzismo e antirazzismo è inaccettabile. Per questo ribadiamo con fermezza che andremo comunque in piazza per ripristinare l’agibilità democratica e riaffermare quanto sarà scritto nello striscione di apertura del corteo “movimenti contro ogni fascismo ogni razzismo“. Invitiamo quindi a non farsi intimidire dal clima creato ad arte dal Ministero dell’Interno e a raggiungere Macerata per una grande manifestazione popolare. Non è il tempo di stare a casa. Non basta esprimersi sui social. Sono in gioco le nostre libertà fondamentali.

LE REALTÀ DI MOVIMENTO DELLE MARCHE

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Numeri identificativi? Chi sono i veri violenti

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A seguito dei fatti di ieri – cariche della polizia nei confronti di tre iniziative antifasciste in tre diverse città (Padova, Pavia, Firenze) – condividiamo una riflessione del collettivo FuoriNorma di Padova:

Eccoli i veri violenti, schierati in tenuta antisommossa il mercoledì sera nelle piazze della vita universitaria, a difesa di qualche fascistello presente per l’iniziativa organizzata da Fratelli d’Italia.

Ci chiediamo come sia possibile che dopo un gravissimo fatto quale l’attentato di matrice fascio-leghista di Macerata vengano concesse sale ai mandanti morali di tale attentato in cui svolgere le loro iniziative, ovviamente ben protetti dalla polizia, o gli venga anche solo permesso di continuare a proferire parola.

Solo nella serata di ieri la polizia ha caricato tre iniziative promosse dagli antifascisti in tre diverse città: Padova, Pavia e Firenze.

In questo clima di barbarie urge una seria riflessione sui numeri identificativi per le forze dell’ (dis)ordine: i casi di abusi in divisa, è utile ribadirlo, non sono “casi isolati”, non si tratta di qualche violento impazzito come vorrebbero farci credere per Luca Traini, si tratta invece un problema strutturale della polizia italiana, profondamente attraversata da rigurgiti fascisti.

L’impunità totale di cui godono gli appartenenti alle forze di polizia, resa possibile dall’assenza dei numeri identificativi e dalla vicendevole copertura tra colleghi in perfetto spirito corporativista-fascista, insieme all’assenza di garanzie a tutela di chi denuncia violenze da parte della polizia, non fa altro che implementare e dilatare a dismisura l’area degli abusi in divisa. L’isteria securitaria ormai diffusa in tutto il Paese e alimentata da praticamente tutti i partiti, dal PD alla Lega Nord, che vorrebbe più sicurezza per i “cittadini onesti” e più poteri alle forze di polizia appare quasi come un paradosso: l’uomo che ha sparato a Macerata contro i migranti al grido di “Viva l’Italia”, ricordiamo, era cittadino italiano, uomo bianco, vicino alla Lega Nord di Matteo Salvini.

Ieri anche noi eravamo in Piazza dei Signori a Padova e abbiamo assistito per l’ennesima volta alla storia che si ripete: fascisti barricati dentro una sala, polizia schierata in loro difesa, ripetute manganellate nei confronti degli antifascisti di ritorno da una “passeggiata” per le vie del centro che intendeva anche portare solidarietà alle vittime del terrorismo fascio-leghista: Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson, Festus e Omar.

FUORI I FASCISTI E I LORO PROTETTORI DALLE CITTA’!
CI VEDIAMO IL 10 TUTTE E TUTTI A MACERATA! Macerata – Manifestazione nazionale contro fascismo e razzismo
sempre ai nostri posti ci troverete!

Delle “bombe sociali” e altre amenità

Casa originale dell’articolo cronachw di ordinario razzismo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/delle-bombe-sociali-amenita/

Che nemmeno gli spari su vittime inermi riescano a fermare anche solo per un attimo la propaganda, in questa povera e squallida campagna elettorale, è davvero inconcepibile e disumano. C’è ancora qualcuno che parla di una “bomba sociale” che sarebbe rappresentata dai 600mila migranti giunti negli ultimi anni.

In Italia almeno dal 1998 le frontierenon sono aperte: chi dice che può entrare chiunque voglia imbroglia l’opinione pubblica.

La legislazione in materia di immigrazione è costituita dal Testo unico 286/98 (approvato con il primo governo Prodi) così come modificata dalla Legge Bossi-Fini nel 2002(secondo Governo Berlusconi). In materia di immigrazione e sicurezza, le modifiche più importanti sono state introdotte dal pacchetto sicurezza Maroni (quarto governo Berlusconi) e dai decreti Minniti-Orlando approvati l’anno scorso. Se di fallimento delle politiche migratorie si deve parlare, si tratta di un fallimento politicamente trasversale frutto di un trentennio di politiche sbagliate il cui unico e preminente obiettivo è stato quello di impedire gli arrivi. Di solito quando si sbaglia si cambia rotta, in Italia si è semplicemente detto avanti tutta.

L’evoluzione dei flussi di ingresso nel nostro paese dei migranti provenienti dal continente africano è stata influenzata essenzialmente da tre elementi.

A partire dal 2009 è stata praticamente chiusa la programmazione degli ingressi per motivi di lavoro. La gran parte dei cittadini stranieri giunti negli anni precedenti sono arrivati per cercare lavoro nel nostro paese e, soprattutto in una seconda fase, per ricongiungimento familiare. Oggi sono stabilmente residenti in Italia 5 milioni di persone arrivate qui prevalentemente dalla seconda metà degli anni ’70 in poi. E contribuiscono, tra l’altro, a rallentare il processo di invecchiamento della popolazione, che ha conseguenze negative sulla sostenibilità del nostro sistema di welfare per la crescita della domanda di servizi sociali e sanitari e della spesa pensionistica. Sono mediamente più giovani, hanno menobisogno di cure e di assistenza, si concentrano nella fascia di popolazione attiva e dunque contribuiscono all’equilibrio del nostro sistema pensionistico nonchè alle entrate fiscali.

Italia. Popolazione totale e popolazione straniera per fasce di età. Anno 2017

I cambiamenti politici e i conflitti interni a molti paesi africani, insieme agli effetti prodotti dai cambiamenti climatici, hanno fatto crescere le migrazioni forzate e il numero di persone che cercano protezione in altri continenti. Da qui l’aumento del numero di persone che arrivano via mare: non potendo giungere per vie “legali” sono costrette a viaggiare “illegalmente”, rischiando la vita su quelli che sono tutto fuorché “taxi del mare”.

Di fronte all’aumento delle persone che giungono nel nostro paese, costrette a chiedere protezione internazionale, le alternative sono due: o il Governo decide di respingerle (come ha cercato di fare in passato l’Italia ricevendo condanne dalla Corte Europea per i Diritti dell’uomo) o si organizza per accoglierle. Da qui la necessità di ampliare il sistema di accoglienza italiano, purtroppo ancora prioritariamente sbilanciato a favore dell’accoglienza emergenziale.

Blocchi temporanei degli arrivi dei migranti via mare sono stati ottenuti stringendo accordi con i governi di alcuni paesi africani, in primo luogo la Libia. Si tratta di accordi economici che pretendono di fermare il viaggio di migliaia di donne e uomini con la forza. Se ci riescono, il prezzo in termini di sofferenze e vite umane è altissimo, ma la verità è che a causa dei conflitti interni e della corruzione che caratterizzano molti dei paesi “partner”, sono accordi che quasi mai funzionano a lungo. L’accordo stretto dal governo Berlusconi con la Libia ha provocato la diminuzione degli arrivi tra il 2008 e il 2010, ma l’abbattimento del regime di Gheddafi e il conseguente conflitto interno al paese hanno in seguito determinato un nuovo aumento delle partenze e degli sbarchi.

Nel 2017, il Governo in carica ha stretto nuovi accordi e oggi rivendica la diminuzione del numero di persone che sbarcano nel nostro paese. Le partenze non si sono comunque fermate e, come i fatti degli ultimi giorni purtroppo ci raccontano, le persone continuano a morire in mare.

A proposito poi del presunto pericolo per la nostra “sicurezza” che comporterebbe l’aumento della presenza di cittadini stranieri nel nostro paese, è forse utile ricordare che, nel contesto di una progressiva diminuzione del numero reati compiuti nel nostro paese negli ultimi anni (da circa 2,9 milioni del 2007 a circa 2,4 milioni nel 2016, dati Istat), l’incidenza dei detenuti stranieri sul numero complessivo delle persone che si trovano in carcere è anch’essa diminuita: dal 37,1% del dicembre 2009 è scesa al 34,1% nell’aprile 2017 (ultimi dati disponibili Osservatorio Antigone).

Italia. Popolazione dei detenuti e detenuti stranieri. Anni 2009 e 2017

La propaganda continuerà a fare il suo lavoro sporco sulla pelle di migliaia di persone. Noi continuiamo a fare il nostro.

QUANDO I FASCISTI SPARAVANO DAL PALCO DEI LORO COMIZI

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L’episodio accaduto ieri a Macerata con la sparatoria attuata da un dichiarato razzista che ha messo a ferro e fuoco il centro della cittadina marchigiana colpendo alcuni immigrati di colore, ha portato alla ribalta il clima d’odio che sta esacerbando questa bruttissima campagna elettorale, tutta incentrata sul personalismo e della concezione assoluta del potere.

Si è ceduto troppo, nel corso degli anni, allo smarrimento di una cultura politica fondata sui valori dell’antifascismo, della convivenza civile, della costituzione repubblicana.

Si è ceduto oltre misura all’idea del “né di destra, né di sinistra”, alla presunta obsolescenza dei valori della Resistenza, all’indifferenza, alla concessione dell’equidistanza tra i partigiani e i “ragazzi di Salò”.
Si è sdoganato tutto in fretta e soprattutto, con la proposta di deforma costituzionale per fortuna respinta il 4 dicembre 2016, si è aperta la strada all’idea della possibilità di modificare la Carta Costituzionale, quasi come se si trattasse di un fatto politico tra i tanti, una delle tante “modernizzazioni”.

Si è dimenticato il periodo delle stragi fasciste, da piazza della Fontana a quella della Loggia, e si è dimenticato quando i fascisti sparavano dal palco dei loro comizi.

Colgo l’occasione allora, allo scopo di rinfrescare la memoria di tutti, per ricordare ancora una volta un episodio del 1976, a testimonianza di un clima di violenza fisica e morale che non può essere dimenticata per allora e che deve indurci, ancor oggi, al massimo di vigilanza democratica.
Non possiamo e non dobbiamo allentare la guardia, mollare la presa. Ieri la grande manifestazione di Genova lo ha dimostrato: mai come in questo momento l’antifascismo militante è fattore decisivo e dirimente per una possibile ripresa democratica.

Ecco il ricordo di quell’episodio, in apparenza lontano nel tempo, ma nella realtà molto vicino al dramma della nostra epoca (ogni accenno all’attualità sul piano della presenza di agenti del servizi intenti alla provocazione fascista è puramente casuale…):

“Il 28 maggio del 1976, a Sezze Romano, cittadina in provincia di Latina, è previsto il comizio di Sandro Saccucci, importante esponente del Movimento Sociale Italiano. Ex paracadutista e sospettato di aver partecipato al tentato golpe orchestrato nel dicembre del 1970 dal principe Junio Valerio Borghese con l’aiuto di settori «deviati» di istituzioni e servizi segreti, il Saccucci giunge nel centro pontino con un manipolo di fedelissimi. La scelta della città è quanto mai provocatoria: Sezze è un centro tradizionalmente antifascista.

Intorno alle 19,30 un corteo di otto automobili entra in paese e si dirige verso piazza IV Novembre, dove è previsto il comizio. A bordo degli automezzi, tra gli altri, vi sono fascisti di dichiarata fede come Pietro Allatta, Angelo Pistolesi, Gabriele Pirone, Miro Renzaglia e Franco Anselmi. A rendere ancora più ambigua la comparsata neofascista è il curriculum politico di Saccucci: ex paracadutista e membro dell’ ufficio informazioni del corpo dei paracadutisti nell’ambito del tentato golpe organizzato nel dicembre 1970 ad opera del principe Junio Valerio Borghese.
Ad attendere Saccucci c’è una piazza gremita di antifascisti, dal movimento studentesco a Lotta Continua, fino ad arrivare alla Fgci. Il palco è presidiato da camerati armati di bastoni e pistole, mentre le forze dell’ordine, disinteressate da quanto sta accadendo, rimangono isolate ai lati della piazza. Non appena Saccucci accenna a parlare viene ricoperto da fischi e insulti, e quando tenta di ricondurre le stragi neofasciste di Stato alla sinistra extraparlamentare viene raggiunto dal lancio di bastoni, pietre e bottiglie.
«Non volete sentirmi con le buone, mi sentirete con questa»
Dopo aver pronunciato queste parole, l’ex parà estrae di tasca una pistola e comincia a sparare sulla folla. Seguono attimi di caos, mentre Saccucci ripara in auto e fugge via a tutta velocità per sottrarsi alla rabbia degli antifascisti; i manifestanti tentano di bloccare le vie d’uscita alle automobili, e per tutta risposta vengono esplosi tre colpi di pistola dall’auto di Saccucci. Antonio Spirito, studente-lavoratore militante di Lotta Continua viene colpito alla gamba sinistra, mentre Luigi Di Rosa, 21 anni, iscritto alla Fgci, viene colpito prima alla mano e poi al ventre, rimanendo ucciso.
Pochi giorni dopo vengono emanate le autorizzazioni a procedere per l’arresto di Pietro Allatta e Sandro Saccucci, “tempestivamente” espulsi dall’Msi del repubblichino Almirante soltanto due settimane dopo i fatti di Sezze Romano.
Il 13 giugno 1976 Saccucci viene arrestato a Londra e accompagnato alla frontiera francese per l’estradizione; la scarcerazione però, si legge in una rogatoria, avviene in tempi brevissimi e grazie agli interventi di don Sixto di Borbone, del prefetto di Parigi e di un tale Jacques Susini, amico di Stefano Delle Chiaie, altro personaggio controverso già coinvolto nella stage di Piazza Fontana e «collega» ai tempi del golpe Borghese. Saccucci troverà riparo in America latina, specialmente in Argentina, dove potrà contare su protezioni e aiuti anche a livello “pubblico”, e in Cile, dove alcune voci lo vogliono coinvolto nella gestione del regime fascista del generale Pinochet.

Pietro Allatta è stato riconosciuto colpevole di aver impugnato l’arma che ha colpito prima Spirito e poi Di Rosa, anche se le prove balistiche hanno dimostrato che Luigi ha ricevuto due colpi di calibro diverso, avvalorando la tesi secondo cui Saccucci sarebbe uno degli autori materiali dell’omicidio. Le indagini non hanno mai chiarito inoltre la presenza a Sezze di un ex maresciallo dei Carabinieri e agente del Sid, Francesco Troccia, indicato come colui che guidò i missini fuori dal paese, evitando che fossero bloccati dalla popolazione.
La memoria di Luigi Di Rosa negli anni non è mai venuta meno, nonostante le assoluzioni e i depistaggi di Stato nei confronti degli autori della strage e i ripetuti attentati al monumento posto, ad un anno dal suo omicidio, in ricordo di tutte le vittime dell’antifascismo e culminato con la spregevole profanazione della sua tomba avvenuta nel 1978”.

Franco Astengo

Si chiama terrorismo

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Di colpo, il buio. A Macerata, ieri, siamo caduti in uno dei punti più oscuri della nostra storia recente. Di quelli in cui sembrano materializzarsi i peggiori incubi, da «scene di caccia in Bassa Baviera». Il folle tiro al bersaglio su base etnica, i corpi che cadono uno dopo l’altro, la corsa dell’auto alla ricerca di nuove vittime di colore, la città paralizzata, rinchiusa in casa, tutto questo ci dice che un nuovo gradino dell’orrore è stato sceso.

Non è il primo caso di violenza sanguinosa di tipo razzista: il 13 dicembre del 2011, in Piazza Dalmazia a Firenze, due giovani senegalesi,  Samb Modou e Diop Mor, caddero sotto i colpi della 357 Magnum di Gianluca Casseri, un fascista di Casa Pound che poco dopo, braccato dalla polizia, si suicidò. Ed è di appena un anno e mezzo fa l’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi, nigeriano, massacrato a botte da un energumeno di estrema destra mentre cercava di difendere la fidanzata a Fermo, non molto lontano da Macerata.

Ma questo di Macerata sta ancora un passo oltre. Per la modalità e il movente del fatto: l’intento di vendicare l’atroce morte di Pamela Mastripietro, secondo le cadenze tipiche del linciaggio nell’America dell’apartheid, colpendo indiscriminatamente i presunti compatrioti del presunto assassinio (e dimenticando, fra l’altro, che la rapidissima cattura di questo si deve alla preziosa testimonianza non di un italiano ma di un africano).

Per le caratteristiche del protagonista, ancora un fascista, candidato senza fortuna nella Lega, ma prima già vicino a Forza nuova e Casa Pound come Casseri, che però a differenza di quello non si è suicidato ma ha inscenato una teatrale rappresentazione, salendo sulla base del monumento ai caduti avvolto nel tricolore, quasi a lanciare un proclama alla nazione. Prontamente accolto, d’altra parte, da un impressionante seguito sui social, ed è questo il terzo fattore che colloca Macerata «oltre»: energumeni della tastiera che invocano «Luca Traini Santo Subito», invitano a fare altrettanto e proclamano che «questo non è che l’inizio» scaricando su «chi apre le porte all’invasione» degli africani la colpa sia dell’uccisione di Pamela che della reazione del «giustiziere» di Corridonia. Un argomento quest’ultimo, sostanzialmente in linea con le prime esternazioni di Matteo Salvini, che nel segno di una feroce campagna d’odio sta conducendo il proprio giro elettorale.

Non possiamo più ignorarlo. Macerata non è un fatto isolato. Né semplicemente opera di un disadattato. Macerata si inserisce in un quadro spaventosamente degradato. Ci parla di un vero sfondamento antropologico del nostro Paese. Viene dopo le oscene esternazioni della sindaca di Gazzada sul giorno della memoria nella terra del leghismo. Dopo la pubblicazione in rete di un aberrante fotomontaggio in cui la testa mozzata della Presidente della Camera Boldrini appare sotto la scritta  «Sgozzata da un nigeriano inferocito, questa è la fine che deve fare così per apprezzare le usanze dei suoi amici», e dopo il rogo del manichino che la rappresentava, da parte dei «giovani padani» di Busto Arsizio. Dopo un lungo rosario di dichiarazioni, atti, ordinanze di sindaci leghisti, sfregi da parte di squadristi fascisti di cui si va perdendo il conto.

Macerata ci dice che l’azione dei tanti «imprenditori dell’odio» in felpa o in camicia bianca, sta tracimando oltre il terreno delle propaganda, e generando vere e proprio azioni terroristiche. Perché quello che si è visto a Macerata è in senso proprio un episodio di terrorismo, non diverso da quelli organizzati dall’Isis o dai suoi cani sciolti a Barcellona, Londra o Bruxelles, con le persone inermi fatte bersaglio e le città chiuse nel terrore. Come tale va trattato l’attentatore di Macerata. E come tale il mondo democratico dovrebbe trattare l’evento, organizzando subito una risposta di massa, lì dove il fatto è avvenuto, mobilitando chi ancora crede che quella deriva possa essere arrestata. E che la notte della memoria non è del tutto caduta su di noi. Se non ora, quando?

Marco Revelli da il manifesto

Non è un pazzo. È un fascista.

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Macerata: terrorismo leghista al servizio del sistema dei partiti

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I sette feriti di oggi a Macerata per mano del leghista Luca Traini (ai quali va la nostra completa solidarietà, in una giornata in cui nessuna carica o ente istituzionale ha speso la benché minima parola in tal senso) segnano un salto di qualità pericoloso nella narrazione e nell’operatività di un’ideologia suprematista, nativista e autoritaria che accomuna – a diversi livelli ma su un piano sistemico – la quasi totalità dei partiti dell’arco costituzionale.

Da alcuni anni, ce ne siamo accorti tutti, c’è uno slittamento che dalla retorica delle ruspe conduce a Gorino, da quella delle “scimmie africane” all’assassinio di Emanuel a Fermo, dal fango sulla Resistenza alle adunate fasciste nelle città martiri del loro credo malato. E che ora porta, con uno scarto temporale sempre minore, dalle deliranti parole del candidato leghista Attilio Fontana sulla difesa della “nostra” razza bianca nei giorni scorsi, alla città marchigiana – al centro di un’attenzione non solo nazionale.

Tutto ciò – è risaputo anch’esso – grazie ad un’informazione mainstream che con la pomposità citrulla di tutti i Charlie del mondo presenta dei crimini come delle opinioni, e dei criminali come degli interlocutori. Grazie anche a chiunque nelle tribune politiche si presti al sempreverde contraddittorio tra “estrema destra ed estrema sinistra”, dimenticando che la giusta distanza di dialogo con fascisti e xenofobi è quella del bastone.

Forse è proprio a forza di vederli in televisione, al di là della schiacciante evidenza dell’appartenenza politica di Luca Traini, che in questa occasione i media sono stati più contenuti sulla narrazione del “folle”, e meno avari del solito di “dettagli” come saluti romani, presenza della bandiera italiana, epilogo sul monumento ai caduti del ventennio (già pronto per la strage di italiani che avrebbe compiuto il fascismo nella seconda guerra mondiale): in un contesto di avanzamento delle formazioni della destra paleo e neofascista, ancora più utili al consolidamento di un immaginario fatto di “cacce al negro”, di “sovranismo”, di “giustizia per gli italiani”.

Non solo. C’è l’elemento della “tranquilla” città di provincia, peraltro terra natia della Boldrini: un contesto in cui è sempre più urgente elaborare forme di presenza, organizzazione ed iniziativa per non condannare quei territori, che pur sempre “circondano” le città, al destino dei Trump e delle Brexit. Ma anche quello del format spettacolare della cronaca nera berlusconiana, che si “lega” al triste copione dell’evento-attentato per intorbidire un’altra verità schiacciante: il primo attentato terrorista sul suolo italiano in stile ISIS è opera di un leghista, con il simbolo neofascista di Terza Posizione ben tatuato in fronte.

E’ in questo contesto che gli strateghi della campagna elettorale – momento supremo dell’attività politica istituzionale nel collasso delle strutture e delle progettualità partitiche – ci sovrastano, materializzandosi nelle strade del centro marchigiano. Dalla visita-lampo di Minniti, che dietro la facciata ministeriale cela la propria natura di vero e proprio imprenditore del terrore e candidato dal PD nelle Marche; alle contorsioni di Salvini che in modo grottesco prospetta di “far ritornare l’Italia alla sicurezza ed alla tranquillità” e “mettere fine all’immigrazione clandestina” (status in cui almeno formalmente migliaia di migranti si trovano proprio per l’approvazione leghista della Bossi-Fini e dei trattati di Dublino), dicendo oggi che “chi spara è un delinquente” mentre fino a poco fa era legittima difesa; a figure della vecchia Lega come Maroni e Fava che, distanziandosi da Salvini su questo terreno, lanciano segnali alle future, possibili grandi coalizioni; alla spartizione del rancore tra Casa Pound e le sue mire istituzionali e Forza Nuova, interessata a fare proseliti a destra con la dichiarazione eclatante e la politica dello scandalo.

Ultimo elemento di un gioco delle parti ormai consumato è dato dalle dichiarazioni di Renzi, Saviano e Gentiloni dopo gli spari alla sede del PD da parte di Traini: facciamo appello alla responsabilità e allo Stato, è l’azione di uno squilibrato, Salvini è il mandante morale. Perché meglio ripulire le città con i DASPO ed i campi di concentramento libici di un governo definito buonista che con le pistole. Ma nei fatti Luca Traini, come Amedeo Mancini e Gianluca Casseri prima di lui, è la risorsa salviniana perfetta per la convergenza degli interessi securitari di entrambi i finti schieramenti del teatrino politico.

Perché quando diciamo servi dei servi dei servi intendiamo proprio questo: l’arma retorica suprematista made in Lega che ha mosso la sua mano è a sua volta stata approntata per uso e consumo di quel partito xenofobo dal PD e dai poteri forti che lo trascendono, e che vogliono approfittare di questo inutile idiota e dello spettro della guerra civile che agita per rinsaldarsi al comando. Mentre il nostro giudizio è inappellabile: già oggi a Genova e nelle prossime occasioni chi darà riconoscimento ed agibilità ai paladini dell’odio razziale e della guerra tra poveri si collocherà automaticamente nel campo avverso al nostro.

La metà degli italiani crede alla propaganda razzista sui migranti

30° rapporto Eurispes: più del 50% ne sovrastima la presenza. Ritratto di un paese dove i penultimi fanno la guerra agli ultimi

Smontare le fake news che alimentano la propaganda contro i migranti e per il rafforzamento delle politiche securitarie. Per di più in campagna elettorale dove le destre razziste e liberiste sono lanciatissime. Succede nel trentesimo rapporto Euripses, pubblicato ieri da cui risulta che più della metà del campione interpellato «sovrastima» la presenza di immigrati nel nostro Paese.

PARTIAMO DAI DATI conosciuti. Gli stranieri residenti in Italia sono oltre 5 milioni, pari all’inizio del 2017 all’8,3% della popolazione residente. Se agli stranieri regolari si sommano quelli che la legge «Bossi Fini» definisce «clandestini (tra le 500-800 mila unità) si arriva al massimo al 10% sulla popolazione. Ancor prima delle politiche, discutibilissime di Minniti, secondo l’Istat le immigrazioni si sono ridotte del 43% Negli ultimi dieci anni, passando da 527mila nel 2007 a 301mila nel 2016. La percezione di questa realtà è completamente diversa grazie al ruolo propagandistico a favore del neo-razzismo di molti media e delle conseguenti decisioni della politica «democratica» che cerca di inseguire il panico mediatico con strumenti che, invece di calmarlo, lo consolidano. Risultato: pur in presenza di dati inequivocabili, il sistema mediatico e quello politico cancellanola realtà della situazione.

ECCO I RISULTATI. Per il 35% degli interpellati dall’Eurispes sarebbe presente sul territorio nazionale una quota di stranieri pari al 16% della popolazione totale. Per il 25,4% degli interpellati un residente su quattro in Italia sarebbe non italiano. La realtà è, invece, un’altra. L’incidenza di stranieri sulla popolazione è, come detto, all’incirca del 10%. Il problema è che lo sa solo il 28,9% degli interpellati. Va un po’ meglio il dato sulla conoscenza di quanti cittadini stranieri di religione musulmana sono presenti nel nostro paese: il 31,2% è consapevole che si tratta di una quota minima: allo stato è il 3%. In tutti gli altri casi (68,7%) gli interpellati rivelano una percezione distorta di una presenza in fondo molto minoritaria. Per non parlare della presenza in Italia di immigrati di origine africana. Stando alla rilevazione risulta che solo il 15,4% degli italiani è consapevole del fatto che la loro presenza è esigua rispetto alla popolazione residente (l’1,7%). Non si conosce esattamente nemmeno da quale nazione africana provengano queste donne e uomini. Per il 27,4% degli interpellati arrivano dall’«Africa del Nord». In realtà, le statistiche riportano un dato del tutto diverso: i cittadini arrivati da questa zona sono meno della metà: solo il 12,9% degli stranieri in Italia.

QUESTI DATI sono già emersi nel lavoro della commissione «Jo Cox», istituita alla Camera, e sono stati citati nel quindicesimo «Rapporto Diritti globali 2017», curato da Sergio Segio. Qui si è appreso che l’Italia è il paese con il più alto tasso di ignoranza sullo stato dell’immigrazione. La maggioranza pensa che gli immigrati siano il 30% della popolazione, anziché l’8%, e che i musulmani siano il 20%, mentre sono solo il 3%. Sui richiedenti asilo la situazione è la seguente: nel 2016 sono stati registrati in Italia 123.600 richiedenti asilo. Nel 60% dei casi la loro richiesta è stata respinta. In Germania sono stati 722.300, il 60% del totale all’interno dell’Ue. Alla faccia dell’invasione.

QUESTO SENSO COMUNE è alimentato dal «razzismo istituzionale e democratico», che ha gradatamente permeato la società italiana impedendo – anche a causa della gestione politica timorosa del Pd e del governo Gentiloni, l’approvazione di una misura molto condizionata di «ius soli». Secondo l’Eurispes solo il 17,7% degli interpellati conosce i contenuti della proposta. E solo il 17,7% la associa non solo alla nascita, ma anche alla frequentazione della scuola italiana. In realtà la prima proposta risale al 1992 e prevedeva che chiunque nasca in uno Stato ne ottenga automaticamente la cittadinanza.

DAL RAPPORTO EURISPES emerge, in generale, il ritratto di un paese deluso e confuso,tradito da un «sistema» che non riesce più a garantire crescita,stabilità, sicurezza economica e prospettive per il futuro. In questo paese quattro persone su 10 arrivano a fine mese usando i risparmi e solo il 30,5% riesce a far quadrare i conti. Il 18,7% riesce a risparmiare, mentre il 29,4% ha difficoltà a pagare le utenze. Inoltre, il 23,2% ha difficoltà ad affrontare spese mediche, il 25,4% a sostenere il mutuo e il 38% a pagare l’affitto.

È IL RITRATTO di un paese dove i penultimi odiano gli ultimi e il «sistema» contrappone poveri a disperati, giovani a genitori, attivi a pensionati.

Roberto Ciccarelli

da il manifesto

Dichiarare guerra ai poveri in nome del “decoro” e della “sicurezza urbana”

Un approfondimento e una cronologia sulla “sicurezza urbana”

Con l’abbassamento delle temperature, l’inverno ormai alle porte, i media riscoprono come di consueto l’esistenza delle persone senza dimora. Questa stagione è iniziata, contrariamente al solito, con articoli diversi dal racconto del pericolo di vita per chi è costretto a dormire all’aperto. Verso fine novembre abbiamo letto la notizia dell’applicazione del Daspo Urbano – previsto dal decreto Minniti-Orlando, convertito nella legge 48 del 2017 – comminato a una decina di persone homeless nella città di Bologna. Con la loro presenza queste persone  avrebbero ostacolato il passaggio dei pedoni; sono state, quindi, forzatamente costrette ad andarsene in nome del decoro e della sicurezza urbana. Cosa si intende per sicurezza urbana? «Per sicurezza urbana si intende il bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città, da perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione e recupero delle aree, l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale, la prevenzione della criminalità, la promozione del rispetto della legalità e l’affermazione di più elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile».

Successivamente è il turno di un altro sindaco, questa volta della città di Como, che con un’ordinanza rende illegale «mendicare in forma dinamica ponendo in essere forme di accattonaggio molesto ed invasivo tali da coartare l’autodeterminazione delle persone a compiere atti di liberalità; mendicare in forma statica occupando spazio pubblici anche con l’utilizzo di cartoni, cartelli ed accessori vari che arrecano disagio al passaggio dei pedoni».

A suo dire la città da tempo manifesta bisogno di decoro e contrasto all’accattonaggio molesto. Mi colpiscono il linguaggio e di conseguenza le rappresentazioni che tale linguaggio suggerisce: l’accattonaggio viene descritto come molesto e invasivo al punto da costringere, limitare l’autodeterminazione delle persone. In che modo potrebbe realmente limitare l’autodeterminazione delle persone? Anche il termine persone è indicativo: viene utilizzato solo per “gli altri”, non per chi mendica. E l’autodeterminazione di chi si trova a chiedere l’elemosina? O di chi vuol portare cibo e bevande a chi si trova per strada e non può perché è stato dichiarato illegale? La solidarietà, la gentilezza sono illegali durante il periodo dello shopping natalizio. Essere poveri e farsi vedere, è illegale durante il periodo dello shopping natalizio, è quel che si evince leggendo che è vietato mendicare il forma statica. I poveri devono sparire dalla vista.

Al di là della cronaca proviamo, dunque, a fare qualche prima riflessione che successivamente andrà senz’altro sviluppata e ampliata.

Il rapporto complesso tra disagio abitativo e disagio sociale caratterizza le politiche a contrasto della povertà in Italia e, nello specifico, le politiche rivolte alle persone senza dimora. Storicamente nel nostro paese “il diritto alla casa”  per chi non ha un tetto sopra la testa ha occupato un posto estremamente marginale nel dibattito politico istituzionale mentre il concetto di esclusione sociale ha avuto senza dubbio un ruolo di primo piano. Tale concetto viene spesso usato in maniera impropria senza essere problematizzato. Castel (e.g. 2007), ad esempio, ha sempre messo in evidenza, tra gli altri, il rischio che la nozione di esclusione porti a ragionare in termini di condizioni e stati determinati anziché di processi. In tempi recenti a dire il vero anche alcune politiche di contrasto alla povertà stanno timidamente muovendo qualche passo nella direzione del superamento della dicotomia inclusi/esclusi ma si tratta ancora, appunto, di primi passi.

Riflettere  sul rapporto tra disagio abitativo e sociale è fondamentale poiché a seconda dell’accento posto sul primo o sul secondo termine le soluzioni attivate nella pratica differiscono significativamente le une dalle altre. Se si parte dal presupposto che le persone abbiano un disagio legato alla mancanza di un’abitazione, gli interventi implementati andranno nella direzione di colmare questa mancanza fornendo materialmente un tetto sopra la testa a chi ne è sprovvisto. Diversamente, se si mette in evidenza il disagio sociale che caratterizzerebbe gli individui senza dimora, si giustifica la messa in moto della macchina dell’accoglienza. Le persone vengono esposte (relegate?) alla “presa in carico sociale” ovvero dormitori, container provvisori allestiti nei mesi invernali, mense ecc. In questa concezione chiamata modello a gradini la casa è il traguardo finale di un lungo percorso di rieducazione. «Per la sua stessa strutturazione il modello può configurarsi come un dispositivo di controllo ancor più che un attivatore di diritti; la casa, collocata alla fine del percorso, risulta essere il “premio” al termine di un lungo percorso in salita, anziché un diritto di base» (Porcellana, 2016, p. 50). Nella letteratura anglosassone questo sistema di intervento viene definito treatment first e può essere contrapposto alla concezione housing first i cui fautori sostengono che si debba partire dal fornire alla persona una casa per farle recuperare sicurezza e da lì ripartire.

Non è mia intenzione negare che il disagio sociale e problematiche sanitarie, psicologiche, psichiatriche spesso affliggano le persone senza dimora, ma la domanda che ritengo sia importante porre è se tali problematiche siano la causa o la conseguenza della vita in strada.

Bisogna, inoltre, richiamare all’attenzione il fatto che per coloro che rifiutano, o non sono in grado di rapportarsi con l’assistenza sociale, è prevista l’espulsione. Sapersi orientare e relazionare con la galassia variegata di attori e realtà che compongono il sistema d’accoglienza è tutt’altro che facile. Ci sono parecchie regole che vanno apprese, strategie di resistenza da saper inventare e attuare, relazioni da costruire, ruoli da saper giocare (Meo, 2000).

La volontà di espulsione, seppure non sia una condizione generalizzata che riguarda tutte le città, è una tendenza che si sta manifestando in diverse realtà urbane di cui gli ultimi due esempi recentemente sulle cronache dei giornali si sono verificati a Bologna e Como. In nome del “decoro”, termine passepartout, si giustificano misure di una violenza inaudita e si criminalizzano delle persone non perché stanno compiendo atti criminosi, ma in quanto senza dimora.

Il fenomeno dell’homelessness è complesso – la popolazione che vive questa condizione è estremamente variegata – e si può analizzare usando diverse chiavi interpretative: dall’ottica delle disuguaglianze sociali a quella dell’accesso ai diritti di cittadinanza. In questa riflessione si è scelto di focalizzarsi sui processi di governo della povertà.

In questa prospettiva l’obiettivo è di andare oltre il discorso sull’esclusione, che può essere considerato un meccanismo d’occultamento dei dispositivi di controllo sociale (Castel, 2007), per far emergere alcuni tratti essenziali delle forme di governamentalità neoliberale che investono le persone marginalizzate. Parlare di esclusione, quando si definiscono con termini negativi gli individui esclusi, equivale a cancellare lo spazio sociale in cui tali individui sono inseriti (Baroni, Petti, 2014). Dando risalto esclusivamente alla loro presunta desocializzazione, alla minaccia potenziale al decoro, si dà l’avvio a un pericoloso processo di criminalizazione (Sahlin, 2004). Esempio perfetto purtroppo sono le persone senzatetto, senza visibilità né voice (Hirschman, 1970). Allo stesso tempo non si vuol descrivere l’homelessness come una traiettoria individuale, invece che come una figura attraverso la quale si organizza il controllo politico dei gruppi sociali marginalizzati (Baroni e Petti, 2014).

Per far questo è necessario mettere in relazione le politiche sulla sicurezza urbana, che sono parte della gestione dell’homelessness, con la ridefinizione delle modalità di azione dello stato. Smantellamento del sistema di welfare, ruolo sempre più importante degli enti del Terzo Settore, delle fondazioni, degli enti caritatevoli nel sistema di accoglienza che sanciscono il passaggio dal diritto al paternalismo discrezionale, rafforzamento dello stato penale: queste trasformazioni sono il risultato della conversione della classe dirigente all’ideologia neoliberale e sono «le componenti di un nuovo macchinario istituzionale per la gestione della povertà» (Wacquant, 2006, p. 273).

La legge 48 del 2017 e le sue applicazioni pratiche ad opera di alcuni sindaci dichiarano guerra aperta ai poveri anziché alla povertà.

Daniela Leonardi

da Effimera

Bibliografia

Baroni, W., Petti, G., (2014), Cultura della vulnerabilità. L’homelessness e i suoi territori, Torino, Pearson.

Castel, R., (2007), “Inquadrare l’esclusione”, in G. Covoli (a cura di), Gli esclusi, Macerata, Quodlibet, pp. 47-65.

Hirschman, A., (1970), Exit, Voice, and Loyalty: Responses to Decline in Firms, Organizations and States, Cambridge, Harvard University Press, trad. it., Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello stato, Milano, Bompiani, 2002.

Meo, A., (2000), Vite in bilico. Sociologia della reazione a eventi spiazzanti, Napoli, Liguori Editore.

Porcellana, V., (2016), Dal bisogno al desiderio. Antropologia dei servizi per adulti in difficoltà e senza dimora a Torino, Milano, FrancoAngeli.

Sahlin, I., (2004), “Enclosure or Inclusion? Urban Improvement and Homelessness Policies”, in Open House International ,29, 2, pp. 24-31.

Wacquant, L., (2006), Punire i poveri. Il nuovo governo dell’insicurezza sociale, Roma, DeriveApprodi.

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L’Italia ha vissuto il boom del protagonismo delle città sulla sicurezza con l’ondata delle ordinanze seguite a un’innovazione legislativa nazionale, quella legge n. 125 del 2008 che all’articolo 54 attribuisce ai sindaci il potere di deliberare in difesa della incolumità pubblica e della sicurezza urbana. Per la prima volta questo termine è accreditato in una legge dello Stato, per altro rimanendo nel limbo di una definizione vaga, o meglio, come sottolinea la criminologa Tamar Pitch, tautologica: «Bene pubblico da tutelare attraverso attività poste a difesa, nell’ambito delle comunità locali, del rispetto delle norme che regolano la vita civile, per migliorare le condizioni di vivibilità nei centri urbani, la convivenza civile e la coesione sociale» (Pitch, 2013).

Questa vaghezza darà ai sindaci ampio spazio di manovra, consentendo loro di sanzionare i comportamenti più diversi, arrivando a una arbitrarietà tale da costringere la Corte costituzionale, nel 2011, a porre un freno con una sentenza che stigmatizza alcune ordinanze come incompatibili «con il quadro costituzionale che tutela la libertà individuale da limitazione e abusi». Ma se la legge libera il potere dei sindaci di tutte le appartenenze politiche e produce una mole immensa di ordinanze, l’onda repressiva contro alcuni gruppi sociali data da ben prima, dagli anni Novanta del Novecento, quando il tema della sicurezza urbana entra nelle agende politiche soprattutto del Nord e del Centro Italia: il Comitato Città Sicure nasce a Bologna nel 1992, all’inizio cerca – anche grazie al contributo di studiosi e criminologi non certo adepti del securitarismo – soluzioni di tipo partecipativo e negoziale e ancorate a una idea di welfare capace di includere rispettando i diritti di tutti, «una sicurezza dei diritti di tutti voleva significare la priorità data a politiche locali inclusive, dove la prevenzione sociale si coniugasse sì ad azioni di controllo territoriale – la cosiddetta prevenzione situazionale – ma rimanesse centrale nel disegno degli interventi» (Pitch, 2013).

Buona intenzione franata molto rapidamente sotto i colpi del declino del welfare stesso, che selezionava e non includeva più, e gli imperativi della politica locale, dove, è bene ricordarlo, i sindaci vengono ora eletti direttamente dai cittadini. Politica locale basata su due concetti cardine, l’insicurezza percepita, che via via perde l’appiglio con i dati di realtà, alimentando paure pur smentite dai fatti, per esempio dai dati (in quegli anni decrescenti) della microcriminalità; e il decoro urbano, concetto anch’esso vago, che chiama in causa non reati o comportamenti aggressivi, ma il disturbo, la nuisance anglosassone, che può essere visivo, uditivo, fisico, morale (la decenza). Sempre Pitch: «Da quando i sindaci vengono eletti direttamente, il loro protagonismo si è moltiplicato e il loro impegno più visibile, soprattutto negli ultimi anni (non a caso quelli in cui le risorse per le politiche sociali sono drasticamente diminuite) si esplica attraverso ordinanze volte a ripulirela città in nome del decoro». E che cos’è una città pulita? «Per loro una città decorosa è una città dove miseria e marginalità non si vedono, dove germi e batteri portatori di contagio si identificano nei rom, nei mendicanti, nei lavavetri, nei venditori abusivi di strada, nelle prostitute, nel proliferare di negozi di cibo etnico» (Pitch, 2013).

Le metafore della pulizia entrano nella scena politica, si bonificano i quartieri dalle persone, si puliscono le strade dai corpi ingombranti, si vietano luoghi e spazi, si caccia e si confina.

Sindaci securitari. Cronologia del potere sulla sicurezza urbana

L’assunzione da parte della città del potere di penalizzare le povertà e “ripulirsi” dal disturbofisico (all’ambiente) e sociale (relativo ai comportamenti) ha una storia che include sperimentazioni autonome, negoziazioni con il potere centrale, ampliamento di poteri locali, censure da parte dell’Alta Corte.

Queste le tappe principali:

  • 1994-1998: pressione dei sindaci per l’utilizzo delle polizie locali in funzione anticriminalità, conflitto con i poteri centrali di Prefetture e Interni;
  • 1998-1999: si apre il dialogo con il governo centrale, è l’epoca dei protocolli d’intesa tra Comuni e Prefetture e dei progetti per la sicurezza a livello comunale; ● 1998-2001: anni di negoziazione tra Comuni e Stato centrale, si approda alla riforma del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, in cui entrano di diritto sindaci e presidenti delle Province;
  • 2000-2005: a livello centrale approvazione del Pacchetto sicurezza, che inasprisce le pene sui reati predatori, incentiva operazioni di ordine pubblico sui territori e stipula di accordi di programma sulla sicurezza urbana tra città e Stato centrale;
  • 2006-2008: una vera escalation del discorso securitario nelle città, stipula dei Patti per la sicurezza tra governo e alcune città metropolitane (ne saranno firmati 70);
  • 2008, la svolta: nuovi poteri ai sindaci con il Pacchetto sicurezza del 2008 (Legge 24 luglio 2008, n. 125 di conversione del Decreto Legge 23 maggio 2008, n. 92, recante “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”) che decreta i poteri dei sindaci in materia di: comportamenti di spaccio e consumo di droghe, prostituzione, accattonaggio, fenomeni di violenza, sfruttamento di minori e disabili, danneggiamento al patrimonio pubblico e privato, incuria, degrado, occupazioni abusive, pubblica viabilità, decoro urbano;
  • 2011: la Corte costituzionale (sentenza 7 aprile 2011, n. 115, sollevata dal TAR del Veneto) dichiara che il sindaco quale ufficiale del governo non può emanare dei provvedimenti in maniera che non sia contingibile e urgente, cioè non possono essere norme permanenti, perché creerebbero diseguaglianza di trattamento tra cittadini sul territorio nazionale e potrebbero essere in contraddizione con le leggi dello Stato. Tuttavia, l’emergenzacontinua a legittimare ordinanze securitarie che vengono adottate e reiterate con continuità, soprattutto nei Comuni più grandi;
  • dopo il 2011, nel processo di messa a regime delle politiche urbane securitarie, assumono crescente rilevanza i Regolamenti di polizia municipale, alla cui riforma ad hoc – a oggi non attuata – si rimanda per ovviare in via ordinaria ciò che le ordinanze possono fare solo extra legem e temporaneamente (Giovannetti, 2012).

 

Bersagli del decoro urbano e corpi da nascondere. Prostitute, tossici, rom e altri umani

In realtà, se è vero che i più poveri e i più marginali sono il “nemico perfetto”, apripista delle ordinanze, prima, e oggetto privilegiato dei Regolamenti di polizia locale, poi, è anche vero che l’approccio securitario investe comportamenti di massa quali quelli giovanili e le loro modalità di uso dello spazio pubblico, che la politica non è in grado (o non vuole) di governare con strumenti sociali e partecipativi. Leggendo, infatti, i dati relativi alla prima ondata di ordinanze che fece seguito ai nuovi poteri dei sindaci (2008), se il bersaglio principale sono le prostitute (il 15% delle ordinanze) e i mendicanti (l’8,4%), le ordinanze contro i giovani non sono da meno: consumo di bevande alcoliche e schiamazzi (la movida) e vandalismo (i graffiti) assommano a circa il 30% delle ordinanze (Cittalia-ANCI, 2009). Ma il restante 70% delle ordinanze e delle sanzioni è destinato a loro, quelli che sporcanole città: prostitute, tossicodipendenti, mendicanti, immigrati, questi ultimi in parte inclusi trasversalmente nei diversi target, in parte come attori di comportamenti specifici di sopravvivenza: commercianti abusivi e/o di merce contraffatta, venditori di bevande in strada, gestori di negozi etnici.

Se il boom delle ordinanze appartiene al 2008-2009, e i due anni successivi vedono un calo complessivo tra tutti gli 8094 Comuni italiani, le grandi città continuano invece a utilizzare la deliberazione locale come strumento emergenziale, e su questo non a molto è valsa la censura della Corte costituzionale, che dal 2011 vieta loro di fare delle ordinanze uno strumento ordinario di governo. Il fatto è che nell’approccio securitario l’emergenza (inclusa la sua temporaneità) è l’ordinario. La “pulizia” di luoghi e spazi pubblici attraverso l’espulsione di gruppi sociali e individui indesiderati è predominante nelle ordinanze comunali: all’interno di 500 provvedimenti esaminati da una ricerca di Cittalia-ANCI sull’anno 2010, vi sono 700 divieti o prescrizioni (che dunque implicano sanzioni) relativi a ciò che viene definito ordine sociale (le cui lesioni si chiamano inciviltà contro l’ordine sociale), che null’altro sono se non comportamenti umani, individuali o collettivi che urtano la sensibilità e la paura sociale e che, non essendo reati, vengono normati dalle ordinanze comunali. Colpiscono «comportamenti e condotte che possono violare, o favorire la violazione degli standard di convivenza concernenti lo spazio pubblico e una certa regolazione convenzionale del tempo sociale nonché standard di cura e mantenimento del territorio» e riguardano «nel 68% dei casi, il mercato dell’intrattenimento e l’uso dello spazio pubblico da parte delle masse giovanili, le richieste dei questuanti, i comportamenti non penalmente rilevanti di tossicodipendenti, spacciatori, prostitute di strada, nonché vagabondi» (Giovannetti, 2012).

Il fatto che comportamenti non penalmente rilevanti diventino sanzionabili significa che i Comuni si fanno ormai stabilmente protagonisti di un processo pervasivo di penalizzazione della società e dei suoi gruppi più fragili.

Questo testo è un estratto dal 13° Rapporto sui diritti globali, realizzato dalla associazione Società INformazione e dalla sua redazione. Il Focus del secondo capitolo, curato da Susanna Ronconi,  è dedicato alla criminalizzazione delle povertà di cui riproponiamo qui alcuni paragrafi

Le ong di nuovo sotto accusa

SOS MEDITERRANEE che noleggia la nave di ricerca e salvataggio Aquarius denuncia un nuovo attacco mediatico in Italia contro le ONG e gli attori coinvolti nel salvataggio in mare nel Mediterraneo centrale che rispondono così all’obbligo del diritto marittimo internazionale di fornire assistenza a persone in pericolo di morte.

L’organizzazione europea SOS MEDITERRANEE agisce nel quadro rigoroso delle normative nazionali e internazionali in totale trasparenza e non può dunque che dissociarsi categoricamente dall’interpretazione degli avvenimenti del 18 maggio 2017 avanzata dai giornalisti della trasmissione “Report” in un reportage andato in onda lunedì 20 novembre 2017 sulla emittente pubblica italiana RAI 3.
E’ deplorevole che in tale reportage i fatti non siano riportati con il rigore necessario prima di formulare accuse così gravi.

Fact checking

Il 18 maggio 2017 le squadre di SOS Mediterranee e Medici Senza frontiere, partner a bordo della nave Aquarius, hanno ricevuto dal MRCC di Roma l’istruzione di procedere verso una posizione e ricercare 4 imbarcazioni in difficoltà alle 4:40 ora universale. Tutte le operazioni si sono svolte sotto il coordinamento del MRCC di Roma con il quale il coordinatore dei soccorsi di SOS MEDITERRANEE e il capitano della Aquarius erano in costante contatto.

La Guardia Costiera italiana ha dichiarato in un comunicato pubblicato alla fine del pomeriggio del 18 maggio 2017 che quel giorno sono state salvate 2.300 persone in 22 operazioni di soccorso effettuate da unità della Guardia Costiera italiana, del dispositivo EUNAVFOR MED e dalle ONG.
SOS MEDITERRANEE si rammarica che nel reportage di “Report” non sia stata diffusa nessuna intervista esplicativa del coordinatore dei soccorsi di SOS MEDITERRANEE al fine di chiarire lo svolgimento di queste operazioni di salvataggio. Il reportage omette di precisare le preoccupazioni relative alla sicurezza che hanno condotto alla scelta di non esporre le squadre dei soccorritori a un rischio potenziale di fronte alla presenza di imbarcazioni non identificate.

Tutti i giornalisti e i fotografi imbarcati sulla nave Aquarius ricevono la stessa istruzione quando si trovano a bordo delle lance di salvataggio, di evitare qualsiasi azione, come quella di scattare foto, che potrebbe essere interpretata come una aggressione da parte dei membri dell’equipaggio di imbarcazioni non identificate che si presentano come “Guardia Costiera Libica” e che potrebbe provocare una reazione imprevedibile da parte loro. Questa istruzione era ancora più importante nel corso di una giornata di salvataggi di massa, per evitare di mettere in pericolo la vita dei soccorritori e delle persone in difficoltà.

SOS MEDITERRANEE ricorda che cinque giorni più tardi, il 23 maggio, uomini armati presentatisi come “Guardia Costiera Libica” sono intervenuti nel corso di un’operazione di salvataggio coordinata dalla nave Aquarius sparando colpi d’arma da fuoco in aria e minacciando i passeggeri di un gommone, costringendoli a saltare in acqua e mettendo a rischio le loro vite e quelle dei soccorritori.

SOS MEDITERRANEE sottolinea inoltre che nelle condizioni di intervento attuali, estremamente complesse nelle acque internazionali al largo della costa libica, la priorità assoluta rimane quella di garantire la sicurezza delle sue squadre. I rischi insiti nella presenza di persone che si presentano come “guardia costiera libica” sono stati costantemente denunciati dalla nostra organizzazione.

Dopo ogni salvataggio, quando le condizioni di sicurezza lo permettono, le squadre dei soccorritori della nave Aquarius distruggono sistematicamente i gommoni e affondano i motori. Dei video diffusi dall’agenzia di stampa internazionale Reuters mostrano che nel corso delle operazioni del 18 maggio questo è accaduto.
I marinai soccorritori della Aquarius sono quotidianamente testimoni della situazione di estremo pericolo nella quale si trovano i passeggeri dei gommoni, la stragrande maggioranza dei quali è sprovvista di giubbotti salvagente. Quando tuttavia alcuni ne sono equipaggiati, questi giubbotti salvagente non rispondono ad alcuna norma in vigore e non permetterebbero a una persona caduta in acqua di restare a galla più di qualche minuto. Alcuni giubbotti salvagente di cattiva qualità sono quindi talvolta abbandonati tra i relitti alla fine delle operazioni di salvataggio.

Trasparenza

Dall’inizio della sua missione SOS MEDITERRANEE esercita la sua missione in totale trasparenza e si è impegnata a testimoniare sulla situazione nel Mediterraneo.
Ad ogni partenza in mare sono accolti a bordo contemporaneamente fino a quattro giornalisti , per permettere alla Stampa libera, indipendente e professionale di essere a sua volta testimone diretta della complessa e drammatica situazione alle porte dell’Europa. Più di 100 giornalisti da tutto il mondo hanno partecipato a una missione di salvataggio della Aquarius.

Gli autori delle immagini invitati a bordo della Aquarius da SOS MEDITERRANEE come giornalisti della trasmissione Porta a Porta di Rai 1 non erano i soli giornalisti presenti a bordo della nave Aquarius il 18 maggio 2017 e tutti hanno potuto osservare e filmare in totale trasparenza lo svolgimento delle operazioni di salvataggio.

SOS MEDITERRANEE esprime pertanto la sua preoccupazione di fronte alla distorsione della realtà dei fatti ed è a disposizione dei giornalisti per ogni richiesta di chiarimento e rivolge un nuovo appello per la fine di questa vergognosa campagna di diffamazione contro le ONG che non fa che distogliere l’attenzione da una persistente catastrofe umanitaria per le migliaia di persone che fuggono dall’inferno libico.

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