Il milione di migranti che non avete mai visto

Nando Sigona, Postcards From – 24 aprile 2017

Traduzione a cura di: Adriana Tidona, Antoniego Pietropolli

La storia secondo cui 1 milione di migranti africani sono pronti o in procinto di raggiungere l’Europa dalla Libia non è nulla di nuovo e le affermazioni di Joseph Walker-Cousins, riportate dal Daily Mail, sono già state sostenute in precedenza da altri osservatori “ben informati”.

La notizia riaffiora periodicamente nei media (2015, 2016, 2017), ma la ripetizione non è prova di validità; piuttosto, è un esempio di come i grafici e i numeri abbiano un ruolo importante nel plasmare la nostra concezione e le nostre opinioni della cosiddetta crisi dei rifugiati, nonché nel definire le risposte politiche europee alle migrazioni via mare.

Tutto ciò nonostante sia stato ampiamente dimostrato (ad esempio con i casi riguardanti i doppi conteggi di Frontex, la presunta generosità del Regno Unito verso i minori stranieri non accompagnati, e ancora Frontex) come i dati in circolazione siano spesso inesatti e parziali, o addirittura sistematicamente gonfiati per soddisfare un’ampia gamma di interessi, non da ultimo per legittimare le crescenti spese nelle strutture di controllo dei confini e nel loro pattugliamento, per favorire le elargizioni di importanti donatori privati e pubblici e per alimentare la retorica anti-immigrazione per un tornaconto politico.

La storia del “milione di migranti pronti a sbarcare in Europa dalla Libia” è esemplificativa del fenomeno. Da un lato, evidenzia il potere dei numeri di infiammare il dibattito pubblico e politico e di alimentare lo “stato di crisi” che pervade le risposte politiche alle migrazioni via mare; dall’altro, indica la mancanza di rigore scientifico e al tempo stesso la resilienza che si accompagna spesso ai numeri della “crisi” così diffusi dai media globali e tra i circoli politici; tali numeri sono impermeabili ad ogni tentativo di dimostrarne l’infondatezza (si veda l’articolo di Cristina Del Biaggio).

Se è lecito chiedersi per quali motivi il direttore di Frontex vi abbia fatto riferimento più volte in passato, c’è una domanda più ampia da porsi: cosa rende questi numeri così resilienti? In “Destination Europe?” sosteniamo che le risposte europee alle migrazioni via mare sulla rotta del Mediterraneo siano basate sul falso presupposto che tutti i migranti africani attualmente in Nord Africa vogliano raggiungere l’Europa, nonostante vi siano prove del fatto che la migrazione intra-africana sia significativa (si veda anche questo report su uno studio del 2014 del Danish Refugee Council). La resilienza della storia del “milione di migranti” è esattamente questa: essa è funzionale a confermare questa ipotesi pur essendone, paradossalmente, il diretto prodotto.

In altri termini, dal momento che si dà per scontata la volontà di ogni straniero in Libia di raggiungere l’Europa – dimenticandosi le prove della lunga storia della Libia come polo di immigrazione di lavoratori migranti (in un modo simile al Marocco di oggi) – consideriamo tutti gli stranieri in Libia e nella regione come potenziali migranti pronti a salire su una barca. Come Simon McMahon e io dimostreremo in un articolo di prossima pubblicazione, questo presupposto influisce sul modo in cui i leader europei si rapportano agli stati africani e sull’articolazione della politica europea di esternalizzazione dei confini.

http://www.meltingpot.org/Il-milione-di-migranti-che-non-avete-mai-visto.html#.WQRHLjclG6k

Gli attacchi alle Ong: fumo negli occhi per nascondere fallimento politiche UE

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Diversi esponenti di primo piano della politica italiana (fra i quali anche il Vice Presidente della Camera, Luigi Di Maio), nelle ultime settimane, hanno sferrato un attacco violento alle ONG impegnate nel Mediterraneo nelle operazioni di salvataggio in mare. Le accuse più diffuse contro le organizzazioni non governative impegnate nei soccorsi (Proactiva open arms, Medici senza frontiere, Sos Méditerranée, Moas, Save the children, Jugend Rettet, Sea watch, Sea eye e Life boat) sostanzialmente riguardano il fatto che le navi delle ONG si spingerebbero “troppo vicino” alle coste libiche e rappresenterebbero un presunto “fattore di attrazione” per i migranti, e che le ONG potrebbero essere in collegamento con i trafficanti e “porterebbero” i migranti in Italia per alimentare il business dell’accoglienza. Le reti di ONG e organizzazioni della società civile italiane impegnate in cooperazione internazionale, aiuto umanitario e accoglienza di rifugiati e migranti, reagiscono duramente e con forza a tali accuse. Qui di seguito proponiamo la lettura del comunicato del COSPE onlus a sostegno dell’operato di SOS Mediterranée.

 

Gli attacchi e le calunnie di questi giorni alle ONG impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso in mare di rifugiati e migranti nel Canale di Sicilia sono per COSPE inaccettabili ma purtroppo non sorprendono. Sorprende, questo sì, che al coro dei calunniatori si unisca con particolare accanimento un’alta carica istituzionale come il vice-presidente della Camera e leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio.
Questi attacchi, di cui l’on Di Maio si fa autorevole portavoce, non sono solo un volgare atto di sciacallaggio politico, ma si inseriscono in una strategia politica e mediatica che vede l’Unione Europea impegnata a spostare gli interventi e l’attenzione dell’opinione pubblica fuori dai nostri confini, come dimostrano lo scellerato accordo con la Turchia prima, quello con il fantomatico governo libico poi e quello con il Niger, che sono a nostro avviso la dichiarazione di fallimento di ogni tentativo di gestione seria del problema dei rifugiati e dei migranti
In questo quadro, le ONG rischiano di essere testimoni scomodi di politiche di esternalizzazione delle frontiere, di respingimenti operati dalla guardia costiera libica, di violazione sistematica dei diritti umani fondamentali lungo le rotte di transito dei rifugiati e dei migranti.
Questi tentativi d’intimidire e screditare l’operato delle Ong non ci fermeranno. Se la solidarietà diventa reato per questa Europa, allora siamo tutti colpevoli. Ma non rinunceremo mai alla difesa dei diritti delle persone e alla denuncia delle loro violazioni.
Come abbiamo fatto fin dall’inizio, continueremo a sostenere SOS Mediterranée un’operazione di soccorso in mare che esprime l’impegno unitario delle società civili italiana, francese, tedesca. E per questo giustamente definita “orgoglio dell’Europa” dallo scrittore Daniel Pennac due mesi fa a Palermo, nel ricordare un anno di prezioso lavoro svolto nel Canale di Sicilia dalla nave Aquarius di SOS Mediterranèe, che ha salvato la vita ad oltre 8.000 persone.

Giorgio Menchini –  Presidente COSPE

Not My Europe

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Il 25 marzo i leader europei celebreranno a Roma il 60° anniversario dei Trattati di Roma con cui nel 1957 fu istituita la Comunità Economica Europea.

L’Europa che sarà festeggiata il 25 marzo è cosparsa di muri e fili spinati, condanna le organizzazioni umanitarie che osano salvare le vite dei migranti in mare, si appresta a rafforzare i controlli alle frontiere esterne anche grazie ad accordi disumani con i paesi terzi, condanna donne. uomini e bambini in fuga da guerre, persecuzioni e povertà a fare viaggi sempre più spesso mortali o le respingono verso la sofferenza che si sono lasciati alle spalle, lascia che sul suo territorio il vento della xenofobia e del razzismo spiri sempre più forte. Non è la nostra Europa.

Per questo il 25 marzo numerose associazioni lanceranno un messaggio forte ai capi di Stato e di Governo riuniti a Roma: il destino di migranti e rifugiati ci riguarda. La strage continua nel Mediterraneo deve finire, attraverso l’apertura immediata di canali di ingresso regolare e protetto. L’Europa che vogliamo è accogliente e solidale. Un’azione di protesta porterà il Mediterraneo nel cuore di Roma, sulle acque del Tevere.

“Not My Europe” dà appuntamento, quindi, a Roma, sabato 25 marzo, alle ore 15.30 sulle rive del Tevere, sotto il Ponte di Castel Sant’Angelo.

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ORGANIZZAZIONI PROMOTRICI:

A Buon Diritto, Amnesty International – Italia, AMM – Archivio delle memorie migranti, Associazione Antigone, Arci nazionale, Baobab Experience, Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza – CNCA, Comitato 3 Ottobre, Giustizia per i nuovi “desaparecidos” del Mediterraneo, CRS – Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato, ENGIM internazionale, Figli delle chiancarelle, Gioventù federalista europea Gfe/Jef Italy, Intersos, Jugend Rettet e.V., K_Alma, Legambiente Onlus, Lunaria, MEDU – Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, R@inbow for Africa – R4A, Sea-Watch

Manifestazione contro Discriminazioni e Razzismo #21marzo

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Il comitato Torino Mano nella Mano contro il Razzismo promuove una manifestazione che si terrà martedì 21 marzo, a partire dalle ore 17:00, in Piazza Castello, angolo via Garibaldi , a Torino.

Nella giornata di sabato 18 marzo, sono previste delle mobilitazioni cittadine a carattere culturale (con l’utilizzo del teatro, musica, flash mob), nei quartieri, nei mercati, nei luoghi di grande affluenza, per sensibilizzare la cittadinanza e invitarla a partecipare alla mobilitazione del 21 marzo 2017. Qui di seguito l’appello per una mobilitazione sociale, politica e culturale contro tutte le forme di violenza, di discriminazione, razzismo, xenofobia, omofobia, islamofobia, afrofobia e antisemitismo.

 

Negli ultimi anni donne e uomini appartenenti e non a minoranze etniche, religiose, culturali hanno saputo combattere per l’uguaglianza e per i diritti di tutte e tutti. Hanno costruito forza e mobilitazione nei luoghi di lavoro e nelle città, superando la paura e prendendo la parola insieme a tutti coloro che si battono contro razzismo, xenofobia, omofobia, islamofobia, antisemitismo e ogni forma d’intolleranza. Oggi questa consapevolezza è di nuovo attaccata. Di nuovo forze politiche, sociali e culturali provano a ricacciare le persone che sono bersaglio di razzismo e discriminazione nel silenzio e nella paura, ancora una volta strumentalizzando le tragedie del mondo e le difficoltà delle persone per trasformare in colpevoli le vittime delle guerre, della fame, dello sfruttamento e minaccia chiunque sia o appaia diverso, non omologato al pensiero e alla cultura della maggioranza.

Politici e intellettuali senza scrupoli cercano di identificare nel terrorismo fanatico che insanguina Africa e Medio Oriente e che ha colpito anche l’Europa la religione di un miliardo e mezzo di donne e uomini che nel mondo professano la fede musulmana, fingendo di ignorare che proprio i musulmani sono le prime e più numerose vittime.

Si cerca di nuovo di sfruttare paura e ignoranza additando come minaccia terroristica le migliaia di profughi che cercano di raggiungere l’Europa, rischiando e troppo spesso perdendo le loro vite proprio per sfuggire agli uccisori e alle persecuzioni perpetrate.

Gli Stati dell’Unione europea preferiscono proteggere le frontiere piuttosto che le persone, accettando di assistere senza intervenire alla trasformazione del Mediterraneo, luogo di vita e civiltà e crocevia di culture e religioni, in un cimitero senza croci e senza nomi.

In Italia donne e uomini migranti sono costretti da leggi restrittive e discriminatorie ad accettare condizioni di vita e di lavoro incivili e insopportabili, fino alla schiavitù e al peggiore sfruttamento; bambine e bambini, ragazze e ragazzi nascono e crescono in questo Paese senza poter accedere alla pienezza dei loro diritti di cittadinanza; la falsa sicurezza dei cittadini viene costruita distruggendo la sicurezza dei migranti e delle loro famiglie, negando i loro diritti sociali e civili. Persone che per colore della pelle, aspetto, religione, cittadinanza e lingua sono diverse dalla maggioranza subiscono quotidianamente lo stesso razzismo, le stesse discriminazioni sul lavoro, nell’accesso alla casa e ai servizi, nei rapporti con certe pubbliche amministrazioni e con le forze dell’ordine, nella vita quotidiana in ogni suo aspetto.

Per queste ragioni è urgente dare vita a una seria e continua mobilitazione antirazzista e non violenta, capace di contrastare manipolazioni produttrici di identità discriminanti e strategie di “sicurezza” sostanzialmente espulsive, che da troppi anni stanno ostacolando, a livello locale, nazionale ed europeo, l’attuazione di vere politiche dei diritti, di accoglienza e di integrazione: le uniche che possono costruire una società in cui i semi di tutti i terrorismi e di tutti i razzismi siano preventivamente sconfitti.

Hanno aderito:
Convergenza delle Culture, LVIA, Centro Studi Sereno Regis, Anolf, Coordinamento immigrati CGIL, AFD Interntional – Italia, Asai, Associazione Islamica delle Alpi, Rete Senza Asilo, Associazione Radicale Adelaide Aglietta, Acmos, Associazione donne Africa subsahariana e II generazione, Associazione Mamre, Associazione Zona Franca, Associazione Panafricando, Comunità Somala in Piemonte, Associazione Almateatro

Per aderire alla Rete 21 marzo è necessario iscriversi al seguente indirizzo e-mail: torinomanonellamano@gmail.com

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Assemblea pubblica: No ai decreti Minniti-Orlando su immigrazione e sicurezza

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GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO IL RAZZISMO

No ai decreti Minniti-Orlando su immigrazione e sicurezza

Roma, Assemblea pubblica martedì 21 marzo, ore 15

Università La Sapienza, P.le Aldo Moro, Edificio Fermi, aula 4 di Fisica

Il prossimo 21 marzo, Giornata internazionale contro il razzismo, organizzazioni sociali e sindacali, impegnate sui diritti dei migranti e contro ogni forma di razzismo, promuoveranno un’assemblea pubblica per discutere del decreto legge Minniti-Orlando sull’immigrazione e del decreto “sicurezza”, emanati nei giorni scorsi. Per i promotori i due provvedimenti rappresentano un passo indietro sul piano dei diritti e della civiltà giuridica del nostro Paese, come spiegheranno nel corso dell’assemblea. Per questo chiederanno a tutti un impegno concreto per impedirne la conversione in legge nell’attuale formulazione da parte del Parlamento.

L’incontro pubblico è stato infatti convocato sulla base di un appello molto critico verso i due provvedimenti, appello che ha ricevuto molte e importanti adesioni.

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Di seguito il testo dell’appello che vi invitiamo a sottoscrivere, scrivendo a nodecretominniti@gmail.com, e a diffondere.

 

NO AI DECRETI MINNITI-ORLANDO SU IMMIGRAZIONE E SICUREZZA

Appello per un’assemblea pubblica il 21 marzo 2017

Giornata Internazionale contro il razzismo

Il Decreto Legge Minniti-Orlando e il Decreto ‘Sicurezza’, entrati recentemente in vigore ed in fase di conversione in Parlamento, rappresentano un passo indietro sul piano dei diritti e della civiltà giuridica del nostro Paese. Attraverso un uso improprio della legislazione di urgenza, i due decreti, anziché intervenire sulle tante contraddizioni e i limiti dell’attuale legislazione, introducono nuove norme di discutibile efficacia, senza peraltro migliorare l’efficienza del sistema. Ad esempio si rilancia il ruolo dei Centri Permanenti per il Rimpatrio, nuova denominazione per gli attuali CIE, senza che ne venga modificata la funzione e assicurato il pieno rispetto dei diritti delle persone trattenute.

Il Legislatore prevede un’unica procedura per le espulsioni, valida tanto per chi proviene da percorsi di criminalità e lunghi periodi di carcerazione, quanto per il lavoratore straniero privo di permesso di soggiorno, quando sarebbe al contrario opportuno prevedere percorsi di regolarizzazione individuale per chi si è di fatto inserito positivamente nel nostro Paese.

Esprimiamo forte contrarietà rispetto all’abolizione del secondo grado di giudizio per il riconoscimento del diritto di asilo e alla sostanziale abolizione del contraddittorio nell’unico grado di giudizio, limitato da una procedura semplificata (rito camerale) priva del dibattimento. In tal modo non solo viene violato il diritto di difesa di cui all’art.24 della Costituzione, ma si preclude al giudice la valutazione in concreto della persona del ricorrente e del suo eventuale percorso di inclusione sociale ai fini della valutazione sul rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Gestire e governare in modo efficace e lungimirante il fenomeno migratorio non significa – noi crediamo – limitarsi ad irrealistiche azioni di deterrenza. Occorrono, invece, norme che favoriscano i flussi d’ingresso e la permanenza regolare dei cittadini stranieri, contrastando così il lavoro nero e lo sfruttamento. Ribadiamo inoltre l’urgenza di aprire corridoi umanitari e aumentare considerevolmente i reinsediamenti, per consentire alle persone che fuggono da guerre, persecuzioni, fame e povertà di entrare in Italia e in Europa senza mettere in pericolo la loro vita.

Riteniamo inaccoglibile la pretesa di ricondurre la materia del “decoro urbano” al tema della sicurezza, avallando una concezione dell’ordine pubblico che non produce vera sicurezza ma, al contrario, rischia di creare maggiore insicurezza criminalizzando la marginalità sociale senza preoccuparsi di intervenire per combattere la povertà e la marginalità di un numero crescente di cittadini.

Riteniamo inopportuno il ricorso alla decretazione d’urgenza per riformare materie, come il diritto di asilo e le discipline sulla sicurezza urbana, che richiederebbero un più articolato confronto democratico. Nel merito, riteniamo, comunque, che i due Decreti Legge non debbano essere convertiti nella forma attuale: i firmatari chiedono dunque che si apra un confronto ampio e approfondito al fine di dare al Paese una nuova disciplina più bilanciata e condivisa

Per questo facciamo appello a chi intende impegnarsi per impedire la conversione in legge di questi provvedimenti del Governo così formulati a partecipare a un’assemblea pubblica il prossimo 21 marzo, Giornata internazionale contro il razzismo.

Appuntamento a Roma il 21 marzo 2017, ore 15, presso l’Università La Sapienza, in P.le Aldo Moro, edificio Fermi, aula 4 di Fisica.

A Buon Diritto, ACLI, ANOLF, Antigone, ARCI, ASGI, CGIL, Centro Astalli, CILD, CISL, Comunità Nuova, Comunità Progetto Sud, Comunità di S.Egidio, CNCA, Focus – Casa dei Diritti Sociali, Fondazione Migrantes, Legambiente, Lunaria, Oxfam Italia, SEI UGL, UIL

Per adesioni: nodecretominniti@gmail.com

Standing Rock – Sgomberato il campo di Oceti Sakowin

Mercoledì 22 febbraio, alle 2pm (ora locale) è stato sgomberato a Standing Rock il campo di Oceti Sakowin. L’ultimatum era stato dato 48 ore prima dallo United States Army Corps of Engineers e dal governatore del North Dakota Doug Burgum. Oceti Sakowin era il principale campo di resistenza delle comunità Sioux nei confronti del Dakota Access Pipeline, un grande oleodotto che dovrebbe servire a portare sotterraneamente il greggio dalla Bakken Formation – una zona al confine tra Montana e North Dakota, due stati degli Stati Uniti che confinano con il Canada – fino all’Illinois, attraversando South Dakota e Iowa.

L’opera, fermata da Obama al termine del suo mandato e sbloccata da Trump nei primi giorni del suo operato presidenziale, rischia di devastare completamente la riserva indiana di Standing Rock, un’area tra le più ricche di acqua e biodiversità dell’intero continente americano. Per questa ragione i Sioux che si oppongono all’oleodotto sono chiamati anche Water Protectors.

Nei giorni scorsi, per vie di condizioni climatiche molto problematiche, diverse persone avevano già lasciato il campo, per andare a presidiare altri luoghi vicini alla zona dove dovrebbe passare l’oleodotto. Fonti indipendenti parlano di circa un centinaio di persone che ieri erano ancora stanziate ad Oceti Sakowin .

Nell’abbandonare l’accampamento alcuni attivisti hanno dato fuoco ai teepee e alle baracche in segno di protesta, mentre una decina di persone sono state fermate dalla polizia. Tra queste è stato arrestato brutalmente il mediattivista Eric Poemz, semplicemente per aver fatto alcune riprese video.

Lo sgombero di Oceti Sakowin, dopo sei mesi di occupazione e resistenza, non ferma la lotta dei Sioux. Decine di campi di resistenza si stanno formando in tutta Standing Rock ed altre iniziative di lotta sono previste nelle prossime settimane. Attorno ai Water Protectors si è stretta una rete solidale che diventa sempre più numerosa, pronta a dar battaglia contro l’arroganza di Trump e di Burgum.

UPDATE. Giovedì 24 febbraio prosegue lo sgombero di Oceti Sakowin Camp. In azione mezzi blindati, swat, esercito e polizia in tenuta antisommossa. Segui la diretta su Unicorn Riot

http://www.globalproject.info/it/mondi/standing-rock-sgomberato-il-campo-di-oceti-sakowin/20658

Cittadinanza: non aspettiamo più! #28F manifestazione a Roma

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“Siamo 1 milione e 200mila italiani. Italiani senza cittadinanza. Di cui 800mila hanno meno di 18 anni. Persone italiane di fatto, ma non abbastanza per il governo”. Ecco la voce delle italiane e degli italiani che lo stato non riconosce come tali. Persone che per legge non possono avere gli stessi diritti dei cittadini italiani: votare, ad esempio, ma anche, banalmente, ottenere la patente di guida, fare un viaggio fuori dall’Italia senza chiedere il visto, partecipare ai concorsi pubblici. Eppure sono nate in Italia, o sono qui fin da bambini. Hanno frequentato le scuole italiane, imparato a parlare in italiano e spesso anche in dialetto, hanno appreso le norme. Hanno pagato le tasse in Italia, contrariamente a quanto si pensa: “C’è chi le paga già da undici anni, le tasse”, spiega una ragazza, intonando poi, insieme ad altri e altre, Bella Ciao.

E’ questa la realtà in cui vivono più di 1 milione di nostri concittadini: e tutto questo a causa dell’immobilismo politico delle classi dirigenti che si sono succedute sino ad oggi. Le tappe compiute sono diverse: sono passati sei anni da quando, tra il settembre 2011 e il marzo 2012, le organizzazioni della campagna L’Italia sono anch’io hanno raccolto più di 200mila firme su due proposte di legge di iniziativa popolare sulla riforma della cittadinanza e il riconoscimento del diritto di voto amministrativo dei cittadini stranieri. A firmare sono stati i cittadini italiani, che hanno così espresso la propria volontà di cambiamento. Sono passati diversi anni, e finalmente il 13 ottobre 2015 la Camera ha approvato la proposta di riforma della legge sulla cittadinanza n.91/92. Da allora la proposta giace al Senato in attesa dell’avvio del dibattito nella Commissione Affari Costituzionali.
Sono passati ormai cinque anni da quando Lamia, dodici anni, spiegava alla Camera dei Deputati il suo sentirsi italiana, seguita da un lungo applauso. Agli italiani senza cittadinanza però non servono gli applausi, le strette di mano, le pacche sulle spalle: serve, ed è urgente, che lo stato li riconosca come cittadini. Serve che sulle loro vite non si decida più per mero calcolo politico.

Per questo il 28 febbraio dobbiamo scendere tutti e tutte in piazza, per una grande manifestazione nazionale a fianco dei nostri concittadini e concittadine. E’ un loro diritto essere riconosciuti come italiani e italiane, ed è un diritto di chi è già cittadino quello di vivere in un paese al passo coi tempi.

L’obiettivo è dietro l’angolo: chiediamo alla politica di fare il proprio dovere. Il 28 febbraio, alle ore 15.30, tutti e tutte in piazza del Pantheon a Roma: non possiamo più aspettare!

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Appello della campagna #Overthefortress contro il piano Gentiloni-Minniti

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A seguito delle ultime vicende politiche in materia di immigrazione, il cosiddetto piano Minniti e l’accordo stipulato tra l’Italia e la Libia, la campagna #Overthefortress invita alla mobilitazione: l’appuntamento è per il 4 marzo.

Riportiamo di seguito il testo dell’appello, a cui ci associamo.

Apriamo una stagione dei diritti contro il piano Gentiloni-Minniti

L’impossibilità di entrare regolarmente e muoversi liberamente in Europa costringe migliaia di uomini e donne che scappano da guerre, ingiustizie e povertà a rischiare la vita in mare o lungo i confini europei. Il 2016 è stato un anno contraddistinto da un peggioramento delle politiche europee in materia di diritti fondamentali, un anno nel quale si è sostanziata una vera e propria guerra ai migranti con oltre 5mila persone che hanno perso la vita cercando di raggiungere i paesi del vecchio continente e con una serie di dispositivi, come l’accordo Ue-Turchia, messi in atto per arginare o bloccare le migrazioni.
Anche se non sono cambiate le ragioni e le motivazioni che spingono i migranti a lasciare le loro case, ciò che risulta oggi concretamente trasformato è l’apparato legislativo di riferimento, inquinato da accordi bilaterali come quello con la Libia e composto di norme vessatorie e di chiara connotazione securitaria.

Per “salvare” Schengen, ovvero la libera circolazione delle merci e dei cittadini europei, e per raccogliere il consenso dei populismi, tutti i Paesi membri dell’Unione hanno deciso di costruire muri materiali o immateriali per limitare l’accesso dei migranti nei propri territori e di orientare in modo repressivo le proprie politiche nazionali. L’Italia e la Grecia sono diventati due paesi a stanzialità forzata, in attesa che si compia il processo di esternalizzazione delle frontiere verso sud.
L’unica “apertura” dei confini attraverso il meccanismo della relocation, legata a due sole nazionalità, quella siriana ed eritrea, è miseramente fallito. Perfino il cosiddetto approccio hotspot – il quale prevede l’identificazione forzata nel primo paese europeo di approdo – e la strumentale selezione tra “migrante economico” e “profugo di guerra” non sono stati sufficienti a limitare le migrazioni e il movimento autodeterminato verso nord dei migranti, e ora tutta l’attenzione dell’agenda europea è rappresentata dal binomio blocco/espulsione.

Il risultato di ciò sia a livello europeo che italiano è un sistema di gestione delle migrazioni complesso e difficile da approcciare nella sua totalità, che si caratterizza come un laboratorio in costante mutamento, dove l’attuale fase è essenzialmente di criminalizzazione dei e delle migranti e di una generale contrazione del diritto d’asilo.
L’Italia assunto questo paradigma sta svolgendo a pieno regime il ruolo riservatole dalla governance europea: da una parte la volontà di bloccare le partenze dai paesi nordafricani fa sottoscrivere infami accordi come quello con la Libia, mentre dall’altra il piano Minniti vuole dare l’avvio alla costruzione di nuovi CIE – i Cpr (Centri permanenti per il rimpatrio) – funzionali ad intraprendere una stagione di deportazioni. Allo stesso tempo, in tutto il Paese, si assiste ad un aumento spietato dei dinieghi delle Commissioni territoriali alle richieste di protezione internazionale ed a crescenti difficoltà nella tutela giudiziaria; l’inadeguatezza degli standard minimi delle strutture di accoglienza – dove sono del tutto assenti progetti di inclusione sociale ma ben presenti lauti profitti e scandali giudiziari – è talmente evidente da non suscitare più scalpore e la revoca dell’accoglienza viene usata come una ritorsione nei confronti dei richiedenti asilo che osano protestare per l’assenza di servizi o contro la privazione delle loro libertà.

Tutti questi sono, a intensità differenti, ingranaggi di un meccanismo terribilmente efficiente nella produzione di uomini e donne senza diritti costretti a vivere sotto ricatto in una condizione di irregolarità ed emarginazione sociale.
Ora più che mai, dopo il nuovo decreto di Gentiloni & Minniti, sentiamo l’urgenza di sincronizzare azioni che possano boicottare sia il nuovo atto di guerra ai migranti, sia la fabbrica europea che produce “clandestinità” e povertà.

L’unica via legittima e ragionevole per dare una risposta ai tanti migranti costretti all’irregolarità da questo sistema, è l’immediata attivazione di una forma di protezione che disinneschi questo meccanismo di emergenza permanente, che restituisca una reale possibilità di essere liberi e libere di scegliere il proprio futuro e di muoversi ovunque in base alle proprie necessità.

Sentiamo improrogabile la costruzione di un appuntamento assembleare di confronto per costruire una campagna politica che cammini al fianco dei migranti e provi ad aprire una stagione dei diritti da contrapporre al plotone d’esecuzione della coppia Gentiloni-Minniti.

E’ nostra intenzione allargare l’invito a tutte le realtà sociali e a tutte le esperienze solidali incontrate in tutti questi mesi, fin da quando overthefortress ha mosso i suoi primi passi sulla Balkan route, ancora oggi ora uno spazio nel quale si contrappone una forte solidarietà alle politiche violente di controllo, fino all’ultima carovana che ha attraversato il sud Italia, lungo la rotta del Mediterraneo centrale.
Di fronte, inoltre, abbiamo degli appuntamenti come il 25 marzo, con le celebrazioni per il 60° anniversario dei Trattati di Roma costitutivi della Comunità Europea, e il G7 di Taormina dove il tema delle migrazioni sarà al centro del dibattito e dove, crediamo, si possano aprire delle possibilità di mobilitazione.

Proponiamo di affrontare insieme la costruzione e l’organizzazione di una campagna contro il piano Minniti e la partecipazione a queste giornate incontrandoci sabato 4 marzo alle 11.30 allo Spazio Comune Autogestito TNT di Jesi (AN).

Campagna overthefortress
Info: overthefortress@meltingpot.org

Per info e ospitalità: 3347997546 (Stefania) – 3398102187 (Valentina)

“Pulizia di massa per i migranti. Anche con le maniere forti”. Non possiamo tacere

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A Recco per la campagna di tesseramento del Carroccio, Matteo Salvini torna a usare toni forti sui migranti. Secondo il leader della Lega Nord, occorre effettuare una pulizia “via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve, perché ci sono interi pezzi d’Italia fuori controllo”. “Non vedo l’ora – aggiunge – una volta al Governo, di controllare i confini come si faceva una volta e usare le navi della Marina Militare per soccorrere e riportare indietro i finti profughi”, sottolineando la propria ammirazione per la politica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il sito dell’Associazione Carta di Roma mette in evidenza un bell’articolo curato da Articolo 21 Veneto sulla presa di distanza da parte di movimenti e partiti politici rispetto alle affermazioni fatte da Matteo Salvini. Anche l’informazione non resta in silenzio. Qui di seguito l’articolo.

 

“Pulizia di massa per i migranti, via per via, quartiere per quartiere, anche con le maniere forti”: a parlare è Matteo Salvini, leader della Lega Nord, sul Tgr Liguria. In un quadro sociale molto teso dove l’incitamento all’odio (hate speech) contro i soggetti deboli è denunciato costantemente dalla Carta di Roma in tutte le sedi, questa frase suona come un colpo di pistola.

L’accento esplicitamente razzista non è sfuggito ai giornalisti liguri, che peraltro hanno stigmatizzato l’assenza di un contraddittorio di fronte a tale enormità, da parte del giornalista delle rete nazionale del servizio pubblico, appunto, la Rai della Liguria. “Salvini ormai ci ha abituato ad un’escalation di violenza verbale che in Italia non ha pari – afferma Alessandra Costante, giornalista del Secolo XIX, componente, della Segreteria generale della Fnsi e Segretario dell’Associazione ligure dei Giornalisti – Ritengo che a questo punto ogni commento sia del tutto inutile, le parole di Salvini rasentano e superano l’apologia del razzismo, incitano alla violenza. La risposta migliore dovrebbe arrivare da una magistratura attenta e democratica”.

A questo proposto Annamaria Alborghetti, penalista di Padova, interpellata da Articolo 21, sezione veneta, dice: “Le frasi, anche per il ruolo politico di chi le ha pronunciate e il contesto pubblico di diffusione, potrebbero configurare la violazione della legge Mancino che sanziona penalmente chi incita a commettere violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali”.

Sul profilo Facebook “Liguri tutti” di Marco Preve, giornalista di Repubblica, ci si chiede perché il cronista della Rai ligure non abbia azzardato un minimo di contradditorio con il leader della Lega ponendogli almeno la più banale delle domande: “Ma scusi onorevole, non le sembra di usare toni che richiamano la pulizia etnica?”.

Proteste e prese di distanze anche dai partiti politici, riprese dai quotidiani locali: Raffaella Paita, capogruppo Pd in Regione Liguria: “Le parole di Salvini sugli immigrati sono allucinanti. Il segretario della Lega, parlando di pulizia di massa quartiere per quartiere, evoca periodi molto bui della nostra storia. Frasi irresponsabili, che non possiamo tollerare”. Nichi Vendola: “Salvini è un fascista, è la vergogna d’Italia”. Irritato anche il Centrodestra sia a livello locale, sia a livello nazionale con Schifani: “I metodi evocati da Salvini non fanno parte della cultura del buon governo di Forza Italia”.

Al di là dell’epilogo di questa ennesima brutta vicenda che coinvolge l’informazione, va comunque rilevata l’urgenza di una puntuale applicazione, in ambito giornalistico, della Carta di Roma. A lei è intitolata l’associazione, fondata dalla Fnsi e dall’Ordine dei Giornalisti, nel dicembre del 2008 per dare attuazione al protocollo deontologico per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione.

Clandestino, extracomunitario, vucumprà, nomade, e altri, purtroppo molti altri luoghi comuni utilizzati per descrivere il fenomeno migratorio dovrebbero essere banditi dal linguaggio giornalistico e sostituiti dalle indicazioni del glossario che Carta di Roma, attraverso i propri rappresentanti, sta divulgando nel corso di numerosi pubblici dibattiti, seminari e corsi di formazione. Da segnalare, a questo proposito, l’iniziativa di un gruppo di intellettuali, tra cui il presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti e il presidente di Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu, che si sono rivolti alle istituzioni, nella persona del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, affinché dal protocollo d’intesa tra Italia e Libia in tema – tra le altre cose – di contrasto all’immigrazione illegale e al traffico di esseri umani, venga rimossa la parola “clandestino”, termine in primo luogo giuridicamente infondato quando viene utilizzato per indicare – anche prima che abbiano potuto presentare domanda d’asilo e che la domanda sia stata valutata dalle apposite commissioni territoriali – i migranti che tentano di raggiungere o raggiungono, il territorio dell’Unione europea.

http://www.cronachediordinariorazzismo.org/pulizia-massa-migranti-anche-le-maniere-forti-non-possiamo-tacere/

CONTRO LA BUONA SCUOLA: FLC CGIL PROCLAMA LO SCIOPERO PER L’8 MARZO

La Flc- Cgil (scuola università e ricerca) ha proclamato sciopero di 8 ore l’8 marzo: sciopero che intreccia le ragioni della giornata di mobilitazione della Rete in occasione della giornata internazionale della donna con quelle piu’ strettamente sindacali di opposizione alla cosiddetta ” buona scuola ” . Una scelta importante quella della sigla sindacale dei lavoratori della scuola, in quanto la CGIL, a livello nazionale, aveva scelto di defilarsi lasciando alle Camere territoriali la possibilità di dare copertura allo sciopero.

Il servizio con Francesco Locantore, del direttivo nazionale FLC  Ascolta

“La Flc Cgil ha proclamato sciopero di 8 ore l’8 marzo! Bene! Brave e bravi! Dovrebbero farlo anche le altre categorie. Altro che la Fiom, che invece dello sciopero ha avuto la pessima idea di convocare una assemblea nazionale unitaria con Fim e Uilm..” commenta ai nostri microfoni Eliana Como del Direttivo Centrale della Fiom e dell’area Il Sindacato è un’altra cosa  Ascolta

IL COMUNICATO DI ADESIONE DI FLC-CGIL

“Ni una menos” è la sfida lanciata dalle donne argentine in tutto il mondo, per chiamare alla lotta e allo sciopero globale contro la violenza maschile sulle donne.

Riteniamo importante che nel nostro Paese alla generale mobilitazione contro la violenza si affianchi la rivendicazione di un’effettiva parità di genere, in un momento in cui l’attacco ai diritti del lavoro e di cittadinanza vede soccombere soprattutto le donne sul piano del salario e del ruolo sociale.

Mentre vengono tagliati i servizi, continuano a mancare gli asili nido e il pagamento delle mense, non più sostenibile per un numero sempre crescente di famiglie, mette in discussione la frequenza della scuola dell’infanzia e del tempo pieno nella scuola primaria, il lavoro di cura rimane prepotentemente sulle spalle delle donne, ostacolandone la piena realizzazione professionale e sociale.

Nei nostri comparti della conoscenza la mancanza del rinnovo del Contratto nazionale di Lavoro ha poi contribuito ad indebolire la potestà di tutela, mettendo in difficoltà soprattutto le donne che non sempre possono contare sulla contrattazione per il riconoscimento dei diritti che discendono dalla Costituzione.

In questo contesto, per educare alla parità di genere e sradicare la cultura della violenza sulle donne, la formazione riveste un ruolo centrale e strategico: dall’asilo nido all’università, l’educazione alle differenze deve essere una pratica diffusa che superi la cultura formale delle pari opportunità.

Affrontare in modo critico il tema delle violenze di genere e far emergere le relazioni di potere che si instaurano attraverso gli stereotipi maschili e femminili deve essere obiettivo della scuola pubblica.

Nell’ambito di queste considerazioni si rafforzano le motivazioni che continuano a vederci determinati contro la legge 107, una riforma che impedisce alla scuola di essere un laboratorio di civiltà, all’interno del quale sperimentare punti di vista condivisi nel rispetto di tutte le differenze.

Aderire allo sciopero mondiale dell’8 marzo per i lavoratori della Conoscenza significa parlare di tutti i temi che abbiamo messo in campo in questi anni, restituire all’Istruzione e alla Ricerca obiettivi di qualità e a tutto il personale dei nostri comparti la dignità sociale e professionale che deve connotare le lavoratrici e i lavoratori dei settori pubblici, avamposto dello stato sociale.

http://www.radiondadurto.org/2017/02/21/cattive-maestre-contro-la-buona-scuola-flc-cgil-proclama-lo-sciopero-per-l8-marzo/