Arrestato un giovane immigrato a Torino. Testimoni accusano: “Picchiato dalla polizia”

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Per la seconda volta in una settimana la polizia di Torino è accusata di aver usato metodi violenti nei confronti di un giovane ormai inoffensivo durante un fermo. Un video, girato da un passante, mostra un uomo ammanettato circondato dal sangue.

Una pozza di sangue in mezzo alle bancarelle del mercato di Porta Palazzo, a Torino. Un agente di polizia intento ad ammanettare un ragazzo di colore, mentre un suo collega è al telefono con il 118 e chiede l’intervento di un’ambulanza. Sono le scene, piuttosto dure, di un fermo avvenuto intorno alle 13 di oggi a Torino: immagini diffuse dal collettivo di informazione Sistema Torino che documentano l’arresto di un giovane immigrato tra i banchi del mercato di Porta Palazzo. Dal video, che nel giro di poche ore è stato condiviso centinaia di volte, non è possibile definire con certezza la dinamica di quanto è successo: fonti interpellate da Fanpage.it tuttavia riferiscono di metodi violenti da parte dei poliziotti che, dopo aver inseguito e immobilizzato il ragazzo – probabilmente un minorenne di nazionalità senegalese – l’avrebbero colpito con delle manganellate – malgrado fosse ormai inoffensivo – procurandogli profonde ferite e una copiosa perdita di sangue. Sangue che poi sarebbe stato coperto con dei cartoni, nel tentativo di occultarne la presenza agli occhi dei tanti presenti. Il condizionale è d’obbligo, anche perché le stesse fonti riferiscono che il giovane sarebbe comunque caduto a terra prima di venire ammanettato. Non è da escludere, quindi, che possa essersi ferito accidentalmente al capo.
Il caso di Maya: “Sono stata picchiata dalla polizia in commissariato”

E’ la seconda volta in una settimana che la polizia di Torino viene posta sotto accusa per presunti metodi violenti. Sabato, infatti, l’attivista 19enne Maya – impegnata nel Movimento No Tav e nelle vertenze contro gli sfratti – ha raccontato in un video diffuso dal Centro Sociale Askatasuna di essere stata oggetto di violenze da parte di un agente di polizia durante l’identificazione nel commissariato di corso Tirreno:

La testimonianza di Maya, 19enne No Tav: “Sono stata picchiata dalla polizia

“Sono stata fermata a Torino da due agenti di polizia che stavo guardando mentre perquisivano due ragazzi: mi hanno chiesto i documenti, poi hanno chiamato i rinforzi. A un certo punto mi sono ritrovata circondata da otto agenti. Uno di loro, dopo aver preso i miei documenti, mi ha detto che non sarei tornata a casa ma ce avrei trascorso la notte al carcere Le Vallette”, ha raccontato la giovane. Una volta in commissariato “sono stata spinta contro una sedia. Mi è stato detto di stare zitta, poi lo stesso agente che mi aveva prelevato i documenti a Piazza Vittorio mi ha sferrato un pugno ripetendomi che sarei dovuta rimanere in silenzio. Il mio occhio nero è la conseguenza di quel pugno”, ha raccontato Maya, che ha deciso di denunciare alla magistratura i presunti abusi subiti e mostrato sui social network il referto medico del pronto soccorso e la prognosi di sei giorni.

Davide Falcioni

da fanpage

Il commento di Gianluca di Infoaut a Radio Onda d’Urto
Ascolta o scarica l’intervista

Giustizia coloniale

Dei tanti fatti che potrebbero definire i contorni del razzismo che permea in profondità la cultura occidentale, due in particolare in questi giorni illuminano sui retaggi coloniali del nostro paese, anzi: del nostro “emisfero occidentale”, come avrebbe detto Hannah Arendt, tronfia sostenitrice della supremazia liberale dell’Occidente sul resto del mondo. Scopriamo ieri mattina, in un trafiletto ignobile nascosto nelle pagine interne dei peggiori quotidiani illuminati, che Amedeo Mancini, il fascista di Fermo responsabile della morte di Emmanuel Chidi Nnamdi, è stato scarcerato. La morte di un uomo, se commessa da un bianco ai danni di un non bianco, vale per il nostro codice circa dieci mesi di carcere. Tanti ne ha dovuti scontare il fascista fermano, dopo aver patteggiato nel dicembre scorso una condanna di quattro anni. Al danno della mancata punizione per la morte di un uomo, la beffa della completa spoliticizzazione della vicenda. Ancora ieri, per tutti i media Amedeo Mancini era “l’ultrà”, non il fascista. I moventi dell’omicidio, psicologizzati oltre ogni limite (“il mostro”, il “poco di buono”, di cui sarebbe meglio “non incrociare lo sguardo”), hanno avuto come obiettivo quello di celare l’unica motivazione logica, cioè la relazione diretta e intima tra le idee politiche di Mancini e l’azione omicida nei confronti di un migrante. Arrivando al paradosso di una condanna che teneva conto delle “aggravanti razziali del delitto”, senza per ciò indicare in cosa consisterebbe questo razzismo, e cioè nella sua appartenenza politica, completamente ignorata nel processo e nel racconto pubblico della vicenda.

Inutile pensare a cosa sarebbe accaduto se le parti della vicenda fossero state ribaltate. Bastano, per questo giochetto rivelatore della mentalità razzista e colonialista, le parole della governatrice democratica del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani: “lo stupro è più odioso se commesso da un profugo”. Questa la sostanza del ragionamento che permea l’ideologia dominante e che rimanda a una mentalità coloniale ancora integra nel “nostro” Occidente: bianchi e “non bianchi” non possono essere uguali nel discorso politico ufficiale e nel nostro ordinamento giuridico. Questa differenza smaschera gli istinti di una civiltà liberale fondata e mantenuta sulla diversità tra gli uomini. Nonostante i propositi kantiani dei nostri giuristi, “l’ultrà di Fermo” sta lì a ricordarci la verità fondamentale dell’Occidente, quella per cui gli uomini nascono, vivono e muoiono a livelli di eguaglianza differenti. Questa diseguaglianza è la cifra filosofica del liberalismo euro-atlantico.

http://www.militant-blog.org/?p=14410

20 MAGGIO: MILANO COME BARCELLONA?VOCI A CONFRONTO PER UN DIBATTITO

Prendendo spunto dal corteo anti-razzista e contro le politiche del governo spagnolo in tema di migrazioni che ha attraversato Barcellona, il 18 febbraio, la giunta di Milano ha deciso di lanciare una manifestazione per sabato 20 maggio: “Milano Senza Muri”.

Davanti alla proposta è nato il dibattito politico. Il mondo dell’antirazzismo milanese, e non solo, ha iniziato a ragionare sulla giornata e presto sono stati individuati alcuni limiti, il principale evidenziato anche da CGIL, CISL, e UIL o da ARCI: l’assenza di una critica netta e radicale al pacchetto Minniti-Orlando e alle politiche del governo.

Spettri di equilibrismo politico in seno alla maggioranza nel comune di Milano e interni al Partito Democratico sono elemento persistente nel dibattito/scontro tra le parti. 

Una parte del mondo dell’antirazzismo ha comunque deciso di aderire alla manifestazione e al documento generale, spesso indicando le mancanze. Il 20 maggio c’è chi ha deciso di partecipare al corteo ma non di riconoscere l’appello ufficiale come sufficiente: è la piattaforma comune “Nessuna Persona e’ Illegale”, che riprendendo uno degli slogan cardine del corteo Catalano ha scelto di portare un proprio documento politico come base minima di discussione.

Poi esiste una parte della città antirazzista e solidale che ha deciso che il 20 maggio la piazza non sia luogo da legittimare, attraversare e vivere. 

Con diversi confronti proviamo ad entrare nei temi del corteo e del dibattito politico.

Venerdì 19 maggio: Chiudiamo la nostra serie di contributi in vista del corteo milanese con l’intervento di Luciano Muhlbauer, della piattaforma comune Nessuna Persona è Illegale. Ascolta o scarica. E di Daniele, del Centro Sociale CasaLoca di Milano, centro sociale che ha deciso di non partecipare alla manifestazione di sabato 20 maggio. Ascolta o scarico

Giovedì 18 maggio: Due interviste distinte a Emma Bonino, Partito Radicale, fondatrice Non c’è Pace senza Giustizia ed ex Ministro degli Esteri Ascolta o scarica e a Valeria Verdolini, Antigone Lombardia Ascolta o scarica

Martedì 16 maggio: confronto tra Maso Notarianni, sostenitore del comitato organizzatore del manifestazione “Milano senza Muri”, e Roberto Firenze, Centro Sociale Ri-Make di Milano.  Ascolta o scarica

Lunedì 15 maggio: confronto telefonico tra Davide, piattaforma comune “Nessuna Persona è Illegale”, e Piefrancesco Majorino, Assessore Politiche sociali, Salute e Diritti per il comune di Milano Ascolta o scarica

 

Condividiamo sulla nostra pagina lo street video che i Punkreas hanno realizzato, con il supporto di MetrixVideoCrew, per la piattaforma comune “Nessuna Persona è Illegale”

 

Milano, 20 maggio – Nessun bambin* è illegale – If the kids are united!

If the kids are united – Nessun bambin* è illegale

ore 11.30 Piazza Oberdan

Se esiste una legge che prevede che la presenza di un essere umano nel luogo in cui risiede è illegale, va cambiata la legge e non deportato l’essere umano.
Nessuna persona è illegale: basterebbe questo semplice principio a cambiare radicalmente il segno al dibattito sulla migrazione che è spesso ambiguamente razzista sul piano dell’opinione pubblica e cavillosamente crudele sul piano istituzionale.

Per verificare quanto questo principio sia semplice esiste una prova efficacissima: chiedete ad un bambino o ad una bambina, riconoscerà un’amica, un compagno, difficilmente vi indicherà un clandestino.

Siamo famiglie multietniche, solidali, meticce, chiamateci come volete, siamo la città così come sarà sempre di più in futuro e come dovrebbero diventare le metropoli d’Europa: non puzzle di ghetti etnici, ma luoghi di incontro e cultura. Noi siamo, ancor prima di voler costruire, la città che respinge il razzismo e i seminatori d’odio.

Sappiamo bene inoltre, poiché lo viviamo sulla nostra pelle e nel cuore che il razzismo non è fatto di parole ma di diritti negati, alcuni ad esempio:
- Quello ad essere cittadini del paese in cui si è nati o cresciuti, che ancora è negato a causa dell’assenza della legge sullo ius soli.
- Quello all’istruzione, messo a rischio dalle normative che rendono irregolari i cittadini (Bossi Fini, Minniti Orlando innanzitutto) e dunque anche i loro bambini, ma anche dalla burocrazia e dai tagli al welfare.
- Quello ad essere inseriti, tramite percorsi di mediazione culturale continuativa all’interno della scuola e delle istituzioni educative della comunità.
- Quello ad avere un tetto sopra la testa e non rischiare di svegliarsi una mattina con il trauma indelebile nella memoria di uno sgombero coatto.

Affinché questi e altri diritti siano al più presto sicuri, assieme a tanti, saremo in piazza il 20 Maggio sapendo che per vivere senza muri bisogna saperli abbattere e riconoscere, anche quando si nascondono dietro le leggi ingiuste.

*Educatrici ed educatori della scuola di via Paravia
*Insieme Adesso, educatrici Comune di Milano
*Spazio c’era due volte, SMS Spazio di Mutuo Soccorso
*Comitato Abitanti Di San Siro
*Casa in movimento di Cologno
*Associazione Boca del Pozo
*Bdp Onlus – Banda dei Pirati
*Massa marmocchi • Milano
*UNITED For Intercultural Action – European Network against nationalism, racism, fascism and in support of migrants and refugees
*Asilo Soprasotto
*Oasi del Piccolo Lettore
*Terre di mezzo Editore
*Lo Stampatello Casa Editrice
*Il razzismo è una brutta storia

«Non vogliono le Ong davanti alla Libia»

«Ci vogliono cacciare da quelle acque, toglierci di mezzo come testimoni scomodi di ciò che succede in Libia, l’ho intuito non appena è scoppiata questa campagna denigratoria e ogni giorno ne sono più convinto perché nonostante le smentite la campagna continua».

Riccardo Gatti italiano trapiantato a Barcellona, è capo missione dell’ong spagnola Proactiva OpenArms nelle operazioni di salvataggio dei migranti nel Mediterraneo centrale e comandante del motovascello Astral. Accetta di parlare faccia a faccia dal festival Sabir dopo aver rifiutato altre interviste con altre testate arrivate all’indomani della sua audizione davanti alla commissione Difesa del Senato. ProactivaOpenArms è nata dall’indignazione di due bagnini spagnoli per la foto del corpicino senza vita di Aylan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, nel 2015, cresciuta con donazioni piccole e grandi come quelle dell’allenatore Pepe Guardiola e ora che si è trasferita dall’Egeo al Mediterraneo è stata la prima ong a finire nell’occhio del ciclone delle polemiche, quella contro cui è stato puntato il dito perché si spinge a ridosso delle acque territoriali libiche per arrivare prima sul luogo dei naufragi dei gommoni stracarichi e spesso semi sgonfi già dalla partenza.

Procure e senatori nelle loro inchieste le hanno mai fatto domande circostanziate su specifici salvataggi?
No, sempre domande generali.

Vorrei chiedere cosa è successo il 12 ottobre 2016, perché mi risulta che i primi a dare il via a questa campagna contro le ong sulla base di quel salvataggio siano stati i blogger del sito olandese Gefira che adotta il teorema della «sostituzione etnica degli europei» attraverso «l’invasione dall’Africa».
Ricordo tutto di quella notte, è stato uno dei salvataggi più rischiosi in cui mi sono trovato. C’era il mare grosso, forza quattro, forse persino di più, onde altre due-tre metri, vento a quasi trenta nodi e un gommone già forato con gente a mare in acque libiche. Tutte le condizioni peggiori. Ci è arrivata la chiamata per richiesta di intervento da Roma, dal centro di coordinamento della Guardia costiera, che ha scelto la Phoenix del Moas come nave di coordinamento delle operazioni nella zona. La Phoenix ha un drone, che è partito e ha avvistato i naufraghi, abbiamo comunicato alla Guardia costiera di Tripoli che stavamo per entrare nelle loro acque per effettuare il soccorso. I primi ad arrivare siamo stati noi della Astral e i tedeschi della Juventa di Jugend Rettet, a seguire sono arrivate la Phoenix e la Golfo Azzurro dove so che c’era una giornalista olandese a bordo. Eravamo a sette miglia dalla costa libica, una fiancata del gommone era squarciata, tra le onde, ma lo abbiamo saputo solo alla fine, c’erano anche una ragazzina di 16 anni e una neonata, che sono state inghiottite. Quando sei lì tutto è questione di attimi, è sempre sorprendente la velocità con cui si affonda in mare. Le nostre lance veloci, le Rhib (rigid hull inflatable boat), hanno portato su 113 naufraghi ma ci hanno poi detto che erano partiti in 130, quindi 17 persone mancavano all’appello, siamo rimasti in zona a cercarli ma non li abbiamo trovati.

E di tutta questa storia tragica l’unica cosa che è stata rimarcata, anche da giornali di destra italiani che hanno ripreso i video di Donadel e di Gefira, è che siete entrati in acque libiche e che i trafficanti vi avrebbero chiamato perché la giornalista ha detto una cosa del genere, tutta euforica.
Così pare. Come se ci fosse tanta differenza in mare tra 11 miglia e mezzo e 12 dalla costa in caso di emergenza. Come se poi fosse proibito entrare in acque libiche per salvare vite, come se avessimo bisogno di sotterfugi per farlo. Con la Astral siamo entrati in acque libiche tre volte, ma non per sport. Siamo obbligati dalle leggi internazionali sul salvataggio in mare e anche dal codice penale italiano. In caso di morti per mancato soccorso un comandante rischia dai tre agli otto anni di carcere.

Quando entrate in acque libiche? Come funziona?
Non è che la Guardia costiera libica ti dia una autorizzazione formale, non avrebbe senso data l’urgenza. E neanche si chiede. Si informa Tripoli e si comunica il nome della nave che sta entrando per operare il soccorso.

Perché definisce «grave» l’episodio che tre giorni fa ha coinvolto una nave dell’omg Sea Watch?
Perché dal video postato la motovedetta libica, una di quelle donate dall’Italia, ha fatto una manovra che dire azzardata è poco, a livello nautico: non segue neanche le basilari norme di precedenza visto che per mare come in auto la precedenza va da destra. Ma è tanto più grave perché proprio quel giorno la Guardia costiera di Tripoli, in prima assoluta, coordinava le navi nei soccorsi. C’erano circa 300 persone nel barcone di legno in avaria, due navi per prenderli sarebbero state certamente meglio di una, se l’obiettivo resta quello di salvare vite umane.

Cosa si può prevedere che succederà in quel tratto di mare nei prossimi mesi estivi?
Mi sembra che continuino a cercare di allontanarci da quell’area, probabilmente vogliono che a dirigere le operazioni ci sia la Guardia costiera di Tripoli, non solo entro le 12 miglia ma anche nella zona contigua fino alle 24 miglia dove resta una competenza territoriale dello stato rivierasco.

Rachele Gonnelli

da il manifesto

Migranti, il medico del naufragio: “Così l’Italia ha lasciato annegare i miei bambini

Mohanad Jammo è l’uomo che nel 2013 lanciò l’allarme dal peschereccio dei profughi, senza ottenere soccorso dalla Guardia costiera italiana e da Malta: “Che shock risentire quelle telefonate”

Il dottor Mohanad Jammo insieme ai suoi tre figli: i due maschietti sono morti in mare

Il dottor Mohanad Jammo non risponde al telefonino. Subito dopo manda un selfie su WhatsApp in cui appare in camice verde, mascherina su naso e bocca, la cuffia da chirurgo in testa. E il messaggio: “Mi scusi, sto per entrare in sala operatoria”. La sua voce, nel videoracconto “Il naufragio dei bambini” pubblicato da L’Espresso e Repubblica, ha fatto il giro del mondo: “La barca sta andando giù, ti giuro, c’è circa mezzo metro d’acqua nella parte bassa. Stiamo morendo, per favore”, grida al telefono satellitare il dottor Jammo dal peschereccio su cui lui, sua moglie, i loro tre bambini e altri 480 profughi siriani stanno affondando. E l’ufficiale nella sala operativa della Guardia costiera italiana, impassibile: “Vai, vai, chiama Malta. Loro sono lì, sono vicini”.

Ma non è vero. La nave più vicina è un pattugliatore militare italiano. Si chiama Libra, è a poche miglia, meno di un’ora e mezzo di navigazione. Malta è a 118 miglia. Lampedusa a 61. Il mare quasi calmo. È il pomeriggio dell’11 ottobre 2013. Il peschereccio si rovescia dopo cinque ore di telefonate e di inutile speranza, con la Libra all’orizzonte in attesa di ordini. Duecentosessantotto morti, sessanta bambini annegati tra i quali Mohamad, 6 anni, e il fratellino Nahel, 9 mesi, due dei tre figli di Mohanad Jammo.

Un disastro che ci ricorda quanto sia pericolosa la mancanza di collaborazione tra governi europei, comandi militari e autorità di soccorso nell’affrontare la tragedia del nostro tempo.

“Penso che ci abbiano lasciati affondare e che credessero che così poi nessuno avrebbe raccontato la storia. Non mi so dare altre spiegazioni”, dice al telefono Mohanad Jammo, 44 anni, non appena esce dalla sala operatoria dell’ospedale dove oggi lavora. Ad Aleppo dirigeva l’unità di terapia intensiva e il servizio di anestesia e antirigetto del team per i trapianti. Ora vive in Germania, la patria che l’ha accolto con la moglie e l’unica figlia sopravvissuta, gli ha insegnato il tedesco e gli ha dato i mezzi perché tornasse a fare bene quello che sa fare.

Ha visto il video, ha risentito la sua voce?
“Sì, ho visto il film. Ma mi lasci dire, anche se sapevo che c’era stata qualche negligenza nei soccorsi, mi ha scioccato. Non immaginavo che qualcuno potesse sostenere di voler salvare centinaia di persone con la sua sola decisione, semplicemente lasciandole morire”.

Nelle sue chiamate lei ripete più volte di essere un medico. Cosa si aspettava di ottenere?
“Credibilità. Continuavo a dichiarare che sono un medico, sperando di ottenere credibilità perché sentivo che il destinatario delle mie chiamate non prestava molta attenzione a quello che stavo dicendo”.

Sono molti i medici a bordo di quel peschereccio. Partono alle dieci della sera prima da Zuwara in Libia. E vengono presi a mitragliate nella notte da miliziani libici che, su una motovedetta fresca di fabbrica, vogliono fermare il barcone per rapinare o rapire alcuni passeggeri. I proiettili sparati sotto la linea di galleggiamento aprono i buchi nello scafo da cui comincia a entrare l’acqua. Due bambini sono gravemente feriti. È la prima ondata di massa di profughi, le cui case sono finite in mezzo ai combattimenti tra i ribelli e l’esercito di Damasco.

e ne vanno insegnanti, professori universitari, la borghesia di Aleppo. La Svezia ha appena annunciato che ai richiedenti asilo siriani sarà dato un permesso di soggiorno permanente. Mohanad Jammo, che allora ha 40 anni e i suoi amici e colleghi Mazen Dahhan, 36, neurochirurgo, e Ayman Mustafa, 38, chirurgo, si informano. E scoprono che però per arrivare in Svezia, così come in Germania o in Italia, non esistono vie legali. C’è soltanto la rete dei trafficanti libici.

Loro sono già tutti in Libia con le famiglie perché, dopo i primi due anni di guerra ad Aleppo, rispondono all’invito della comunità medica libica che vuole riaprire gli ospedali. È un periodo di pace apparente. E infatti la guerra riesplode anche in Libia. I nuovi integralisti infastidiscono le loro mogli. Un capobanda locale vede la famiglia Jammo e pretende che, per il suo primogenito, Mohanad gli prometta in sposa la figlia di cinque anni. La piccola è bionda, la guardano tutti. Non resta che partire.

Il 3 ottobre leggono su Internet che un barcone è affondato davanti a Lampedusa e ci sono centinaia di morti. La paura fa cambiare idea. Ma arrivano notizie di combattimenti sempre più vicini. Le famiglie dei medici passano le giornate barricate in casa. E l’amico Ayman Mustafa una mattina in ospedale fa capire che non c’è altra soluzione: “Qual è la percentuale di rischio della traversata?” chiede a un certo punto. La calcolano: 366 morti a Lampedusa, su trentamila persone sbarcate in Italia dall’inizio dell’anno. L’1,2 per cento. “Siamo chirurghi”, concludono subito dopo: “E in chirurgia un margine di rischio dell’1,2 per cento è praticamente nullo”.

Vendono le loro cose. Pagano di più per essere imbarcati su un peschereccio sicuro. Il pomeriggio prima di partire i trafficanti li rinchiudono dentro una casa in costruzione. Un solo rubinetto e forse un buco da qualche parte per centinaia di persone. Due giorni senza mangiare e senza poter nemmeno far pipì. Mohanad Jammo ha comunque pensato a tutto. Anche al biberon e al latte in polvere per il piccolo Nahel. In un saccone di cellophane ha messo i giubbotti di salvataggio che ha comprato per tutta la famiglia. Ma nella notte s’addormentano sfiniti e glieli rubano. La scatola di latte in polvere gliela sequestrano all’imbarco: “Non vi serve, tanto tra poche ore sarete in Italia”, gli dice un libico.

Come ha spiegato a sua figlia quello che è successo?
“Chiedo scusa, ma non voglio parlare della mia famiglia. Hanno fin troppi ricordi e troppo dolore “.

Come vi trovate ora?
“Qui in Germania ci troviamo bene. Ho cominciato a studiare tedesco fin dal mio arrivo a fine 2013. Ho poi superato un esame e nel novembre 2014 sono tornato a fare il mio lavoro di medico. L’autorità tedesca ha riconosciuto i titoli di studio che avevo in Siria”.

Cosa le è rimasto dentro di quel viaggio?
“Senta, io sono scappato dalla guerra perché non sono un fighter, un combattente. Io non posso combattere contro nessuno. Un essere umano non è un nemico. No, io sono un medico. Lavoro nel mio campo, conosco a fondo la mia specializzazione e questo è tutto ciò che posso fare. Ma vivere nel mezzo dei combattimenti, no, non posso. Non c’è nulla che possa valere la pena tanto da lasciare le nostre famiglie per andare in guerra”.

Salirebbe a bordo di un barcone se si trovasse oggi dall’altra parte del Mediterraneo?
“La mia meta era trovare una vita migliore per i miei bambini. Ora, nonostante quello che è successo, la penso allo stesso modo e prenderei le stesse decisioni. Non cambierò i miei principi e non darò mai il mio sostegno a nessuna parte in nessuna guerra. Non credo nella guerra”.

Il dottor Dahhan ha perso nel naufragio la moglie e i tre bambini di 9, 4 e un anno. Il dottor Mustafa la moglie e la figlia di 3 anni. È ancora in contatto con loro?
“Mazen e Ayman sono amici che erano con me sulla barca. Siamo in contatto e so che anche loro stanno lavorando duro per riavere la vita che meritano”.

In tutta Europa molti pensano che stiano arrivando troppi profughi.
“Mi spiace, ma non credo in queste definizioni, così come non credo nei confini. Chi dà a lei il diritto di vivere e lavorare qui e di respingermi? Chi pensa che i problemi nelle altre parti del mondo siano isolati da quello che succede qui si sbaglia. Così come credo che i governi di molte nazioni europee abbiano un ruolo enorme, negativo o positivo, in ciò che sta succedendo là”.

Il dottor Jammo torna al suo lavoro. I suoi piccoli Nahel e Mohamad sono rimasti per sempre a 61 miglia a Sud di Lampedusa. Come quasi tutti gli altri sessanta bambini annegati, mai più ritrovati. E come Mabruk, significa augurio. È nato pochi minuti prima delle 17,07, l’ora del ribaltamento.

Il terrore di quei momenti ha provocato il parto. Quando sentono le grida della madre, la pediatra Ola Mouaffek Shihab Eddin, 32 anni, e la ginecologa Naya Raslan, più o meno la stessa età, lasciano le loro famiglie e scendono sotto coperta per far nascere Mabruk. Sanno come finirà, ma non si tirano indietro. Annegheranno anche loro. Due gesti di eroismo in un mare pieno di vigliacchi.

Fabrizio Gatti

da La Repubblica

Milano città aperta. Nessuna persona è illegale

casa originale dell’articolo : Cronache di ordinario razzismo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/milano-citta-aperta-nessuna-persona-illegale/
La rete “Nessuna persona è illegale“, composta da numerosi soggetti di diverso tipo, quali associazioni, spazi sociali, comitati, collettivi, partiti politici, dopo la proposta della manifestazione “20 maggio senza muri” da parte del Comune di Milano, ha maturato la volontà di utilizzare l’evento come un’opportunità per far emergere una proposta alternativa, attraverso la creazione di una piattaforma antirazzista. Pertanto, gli aderenti a tale rete considerano la loro iniziativa del 20 maggio come distinta e autonoma ma non ostile rispetto all’appello ufficiale. A tal fine, è stata convocata un’assemblea pubblica per martedì 9 Maggio alle 18.00, in piazza Scala a Milano (qui il link all’evento Facebook).

Inoltre, lungo il percorso di costruzione della rete, a una settimana dai vergognosi avvenimenti di martedi 2 maggio, la Milano che ripudia il razzismo invita a partecipare numerosi ad una grande giornata di musica, sport e festa contro i rastrellamenti eseguiti in stazione centrale. Appuntamento per il 12 maggio, dalle ore 16 in poi (qui il link all’evento Facebook con tutti gli aggiornamenti), presso la Stazione Centrale di Milano.


Per ulteriori adesioni alla piattaforma comune, scrivere a: nessunapersonaeillegale@gmail.com.

Incursioni xenofobe non casuali. Dalle parole ai fatti

Casa originale dell’articolo Cronache di ordinario razzismo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/incursioni-xenofobe-non-casuali-dalle-parole-ai-fatti/

In queste ultime settimane, stiamo assistendo ad una campagna denigratoria e a continui attacchi nei confronti della solidarietà e cooperazione internazionale non governativa e non profit. Attacchi che hanno come bersaglio prioritario le ONG impegnate nei soccorsi in mare dei migranti. Gli attacchi verbali razzisti indiscriminati alle ONG, (che hanno fatto seguito alle dichiarazioni del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro e poi alla definizione di “Taxi del Mediterraneo” del deputato del M5S Luigi di Maio, e infine agli attacchi del segretario della Lega Nord, Matteo Salvini), da mera campagna mediatica virulenta, si sono trasformati in azioni violente: dapprima contro la sede romana dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), il 4 maggio, da parte di alcuni esponenti di Forza Nuova, e poi, a due giorni di distanza, da parte di un gruppo di rappresentanti del Movimento Nazionale e Gioventù Identitaria nel corso dell’incontro “Confini e orizzonti: la nuova geopolitica del Mediterraneo” organizzato a Prato, nell’ambito di Mediterraneo Downtown.

I manifestanti di Forza Nuova – erano tra i venti e i trenta – sono riusciti a entrare nello spazio esterno della sede romana dell’OIM, occupandola. Sono rimasti circa due o tre ore, hanno appeso uno striscione contro le ONG che effettuano operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, hanno acceso fumogeni, hanno urlato slogan contro l’immigrazione, autoproclamandosi “fascisti”. Ricordiamo per inciso che l’OIM non è una ONG, ma un’agenzia parte del sistema della Nazioni Unite che si occupa, in Italia, di varie attività relative al fenomeno migratorio, dall’assistenza ai punti di sbarco alla realizzazione di programmi di migrazione e sviluppo in Africa e al sostegno al ritorno volontario e assistito per quei migranti che intendono tornare nel loro paese di origine.

Inquietante la successiva rivendicazione di Forza Nuova: “Questo è stato solo un primo avvertimento. Non lasceremo che quanto denunciato dal Procuratore di Catania Zuccaro venga insabbiato”.

Un fatto analogo è successo a Prato, il 6 maggio, dove una quindicina di membri di Movimento Nazionale e Gioventù Identitaria, al grido di “Ong scafiste” e “Lo fate per profitto” ed esibendo uno striscione con scritto “Ong mercanti di uomini”, sono entrate con violenza nella sala dove si svolgeva l’incontro.

Dura la condanna di COSPE, Amnesty International Italia, Legambiente, Libera, Comune di Prato, Regione Toscana, promotori del Festival di Prato, che in una nota hanno definito il blitz “un’azione violenta messa a punto da una quindicina di persone, arrivate da Roma, con il preciso intento di cercare visibilità e provocare i partecipanti.”

Non possiamo non unirci nell’unanime condanna di questi atti di violenza razzista, che purtroppo si stanno susseguendo ad una velocità inaudita ed hanno una valenza simbolica molto forte. Segno inequivocabile e preoccupante che si sta superando ogni limite.

E ci chiediamo se dovremo continuare ad assistere ad azioni prevaricatorie e strumentali, portate avanti sulla scia di dichiarazioni gravi da parte di rappresentanti delle istituzioni e fatte senza l’ausilio di alcuna prova, senza che non vi sia una ferma condanna da parte del Governo.

http://www.cronachediordinariorazzismo.org/incursioni-xenofobe-non-casuali-dalle-parole-ai-fatti/

Un deserto umano chiamato decoro

Quando alcuni “giornalisti” del “Giornale” associano la tragica scelta di interrompere una vita alla sporcizia delle strade.

Milano in questi ultimi giorni ondeggia tra amore e morte. In entrambi i casi, due tra gli stati umani più elementari, naturali e tragici si trasformano in peccato. Così Alberto Giannonie Marta Bravi ci dipingono questo “girone infernale” fatto di morti suicidi e giovani senza casa che, in mancanza d’altro spazio di intimità, si lasciano trascinare dal piacere sessuale en plein aire. I due giornalisti del “Giornale” di Sallusti, quotidiano noto per la sua intolleranza xenofoba e islamofoba, non tardano a classificare sotto la comune etichetta di “degrado” la tragica morte per impiccagione di un ragazzo maliano, il girovagare di “migranti” senza documenti né certezze, l’atto d’amore di due senzatetto o la richiesta di una moneta ai passanti. Per tutti invocano implicitamente la rimozione dallo sguardo della “gente perbene” di queste figure fastidiose e di loro gesti, presenze “indesiderate” nello spazio vitale dei cittadini decorosi.

A questa “volontà di decoro” risponde chiaramente il “decreto Minniti” sulla sicurezza urbana, dove il concetto di sicurezza è inteso come esclusione e rimozione dei soggetti che minano l’etica di Stato del decoro: richiedenti asilo, ambulanti, senzatetto, marginali, “dublinanti”. Con una parola: abbandonati.

A Milano, città simbolo del capitalismo finanziario definita dal “Giornale” la capitale morale d’Italia, il 2 maggio scorso è stato portato avanti un grande blitz – con schieramento di agenti in tenuta antisommossa, a cavallo e in elicottero – ordinato dal Questore allo scopo di controllare i documenti dei migranti per scovare i cosiddetti “irregolari” da predisporre al rimpatrio. Una mega retata su base etnica, motivata dal solito frame del “degrado” della zona, che alla fine ha prodotto un risultato paradossale: le persone sono state portate in commissariato principalmente per ricevere il permesso di soggiorno per protezione umanitaria, perché ne erano titolari senza aver ricevuto comunicazione dalla Commissione competente.

Dietro a questa caccia al migrante è celato un processo discriminatorio dell’ormai non più nuovo governo che, in perfetta linea con il precedente, porta avanti simili pratiche intimidatorie con l’obiettivo di “ripulire” strade e frontiere scegliendo in maniera selettiva chi merita di restare e chi deve essere messo al margine della società, del welfare, dell’accoglienza e dell’assistenza. Nella prima linea di queste nuove “crociate conto lo straniero” c’è il vessillo di un’etica del decoro sempre più declinata nei termini della “criminalizzazione della povertà”. Infatti, come in ogni guerra le morti sono all’ordine del giorno. Queste nuove crociate non brandiscono alcuna spada, ma categorie burocratiche, come quella che definisce l’irregolarità di una persona su un territorio, o riflessi razzisti mai cancellati, legati a quella linea del colore che ricalca la linea della classe.

Sono le deportazioni, le retate indiscriminate, il razzismo istituzionale e diffuso che dietro la maschera della sicurezza creano soggettività sempre più vulnerabili e ricattabili, una moltitudine di uomini e donne che attraversano strade sconosciute alla ricerca di un accampamento di fortuna o di un documento, un pezzo di carta sempre più difficile e lontano da raggiungere, perché sempre più lunga e discriminatoria è la procedura da seguire.

Dopo neanche una settimana dal blitz, sempre a Milano, proprio nei pressi della stazione centrale, un migrante trentunenne originario del Mali si è impiccato appendendosi con un cappio a un pilone lungo la massicciata ferroviaria, dal lato della strada di via Ferrante Aperti.

In pochi giorni, la stessa stazione centrale di Milano è stata quindi luogo di farsa e di tragedia, di rappresentazione sicuritaria per le masse e di un gesto concreto di disperazione individuale.

Questa morte allunga la lista dei suicidi prodotti da esclusione sociale, incertezza e marginalizzazione. Sembra un’assurdità, ma si continua a morire anche quando si pensa di essersi salvati: a gennaio scorso, Pateh Sabally, un gambiano di 22 anni ha perso la vita buttandosi nel Canal Grande di Veneziadopo aver ricevuto la revoca del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Ancora a marzo di quest’anno, un giovane profugo somalo, Maslah Mohamed, si è impiccato ad un albero in un parco di Pomezia, dopo essere stato rimpatriato dal Belgio all’Italia con l’applicazione del regolamento Dublino sul primo Paese d’arrivo. Tante altre se ne potrebbero ricordare di storie di uomini e donne che dopo lo sbarco vengono presi sotto la tutela dello Stato, ma in realtà finiscono abbandonati senza alcuna garanzia di dignità.

A un complesso di leggi e regolamenti funzionali a “irregolarizzare” alcuni corpi, a un sistema d’accoglienza utile a isolare ed escludere, si aggiungono le accelerazioni securitarie e repressive delle ultime settimane, da parte di un governo che insegue le più becere retoriche razziste, della Lega come dei 5 Stelle. Ci troviamo davanti all’applicazione di una precisa logica che accomuna le nuove leggi in materia di immigrazione e di sicurezza urbana: una stretta securitaria mirata alla selezione di chi è assimilabile a un’ideale di normalità e produttività e di chi, invece, in nome del decoro, deve essere reso invisibile, respinto ed espulso. In particolar modo, con il decreto sulla sicurezza urbana, viene sistematizzata la strategia di “pulizia” della città già fortemente implementata dai processi di gentrificazione e disciplinamento dentro lo spazio urbano.

E infatti, ciò che disturba i giornalisti del “Giornale” è la presenza e il verificarsi di questi fenomeni – in particolar modo dell’atto sessuale – nel “perbene” corso Garibaldi, zona un tempo popolare ma oggi vissuta da vip, starlette e famiglie, considerate portatrici di un inattaccabile diritto alla sicurezza e all’esistenza in spazi urbani decorosi. In fondo, il decoro rimane sempre questione di classe: riguarda sempre e solo l’occhio offeso da un corpo penzolante o da un orgasmo in pubblico e mai quel degrado sociale che lascia le persone senza speranze, senza affetti o senza casa.

Per noi non è difficile dire se quella coperta di “gemiti rosa” sia più offensiva e scabrosa del corollario di banche, enoteche, ristoranti e bar finalizzati a soddisfare la Milano che consuma e quindi conta. Noi ci schieriamo dalla parte dei cosiddetti indesiderati ed irregolari, il cui diritto all’esistenza, a dire degli editorialisti del “Giornale”, vale meno della salvaguardia dello stile di vita della classe media milanese e della sua movida.

L’associazione tra mendicanti, venditori ambulanti, senzatetto e “profughi che si impiccano lungo i binari” è il riflesso automatico di una società impazzita dietro a un’idea di decoro che dissolve problemi sociali e sofferenze individuali dentro una categoria di offesa estetica allo sguardo dei ricchi. Contro questo discorso, contro questo regime di produzione di verità, contro le leggi Minniti-Orlando che ne ratificano giuridicamente il valore e l’effettività occorre affermare volontà di accoglienza, diritto per tutti e tutte di attraversare le città e i confini, capacità collettiva di abbattere tutte le frontiere, quelle che producono morte ai confini dell’Europa e di quelle altre che lo fanno nel cuore delle sue città.

Daniela Gallé da dinamopress.it

Migranti: “Così l’Italia ha lasciato annegare 60 bambini”

Venerdì 11 ottobre 2013, Mediterraneo centrale, 61 miglia a sud di Lampedusa, 118 miglia a ovest di Malta, solo una settimana dopo la strage del 3 ottobre, con 366 migranti morti a poca distanza dal porto di Lampedusa e la successiva, ipocrita, sfilata di istituzioni italiane e europee sull’isola siciliana.

Venerdì 11 ottobre 2013: un barcone carico di migranti, in gran parte siriani, 480 in totale, lancia l’Sos alla Guardia Costiera Italiana.

Il loro peschereccio imbarca acqua, colpito da raffiche di mitra appena lasciata la costa libica, e chiedono per questo soccorso immediato.

Sono da poco passate le 12: i soccorsi arriveranno solo attorno alle 17.30, cinque ore dopo.  In mezzo, lo scaricabile tra le autorità navali italiane e quelle di Malta, continue chiamate sempre più disperate da parte degli stessi migranti, 268 dei quali moriranno, tra cui 60 bambini.

A tornare con forza, attraverso le telefonate originali e immagini, su quanto accaduto quasi quattro anni fa è il settimanale L’Espresso, attraverso il videodocumentario  realizzato da Fabrizio Gatti (clicca qui):  dieci minuti, tragici e disperati, che riassumono un pomeriggio da incubo per quasi 500 migranti, abbandonati a loro stessi dalle “autorità” maltesi e italiane, con i militari italiani “preoccupati – scrive Gatti – di dover poi trasferire i profughi sulla costa più vicina”, ossia Lampedusa. Per questo “non mettono a disposizione la loro unità, nonostante le numerose telefonate di soccorso e la formale e ripetuta richiesta delle Forze armate maltesi di poter dare istruzioni alla nave italiana, il pattugliamento militare Libra perché intervenga…quel pomeriggio la Libra è tra le 19 e le 10 miglia dal barcone. Lampedusa è a 61 miglia. Ma la sala operativa di Roma della Guardia costiera ordina ai profughi di rivolgersi a Malta che è molto più lontana, a 118 miglia. iN  quattro anni, dopo le denunce dei sopravvissuti, nessuna Procura italiana ha portato a termine le indagini”.

Abbiamo tradotto il videoracconto de “L’Espresso” in italiano, dando voce, attraverso redattori e redattrici di Radio Onda d’Urto – per quanto possibile – a una delle tante tragedie del Mediterraneo, che grida vendetta, al cospetto delle politiche (anti)migratorie ancora oggi perpetrate dalla Fortezza Europa e dai suoi…interpreti italiani.

Clicca qui per ascoltare o scaricare l’audio-racconto di Radio Onda d’Urto tratto dal lavoro di Fabrizio Gatti de “L’Espresso”, dal titolo “Così l’Italia ha lasciato annegare 60 bambini”.

Intanto proprio oggi, martedì 9 maggio, il governo annuncia 11 nuovi Cie, ora chiamati Cpr, centri permanenti per il rimpatrio, in altrettante regioni italiane. Per la Lombardia il Corriere della Sera cita la caserma Serini di Montichiari, dove non sono mai arrivati gli annunciati richiedenti asilo da ospitare nell’hub per la cosiddetta accoglienza: arriveranno, invece, i migranti da rispedire fuori dalla Fortezza Europa. A dirlo il Viminale, mentre nelle ultime 48 ore sono 245 i migranti morti. Dopo la morte di un centinaio di persone in un naufragio avvenuto due giorni fa al largo della Libia, oltre 130 persone sono disperse in mare dopo il naufragio di un gommone avvenuto al largo di Az Zawiyah, mentre tra Salerno e Palermo sono sbarcati in 1.600. A Salerno anche il cadavere di un bambino di meno di tre anni, di cui ancora non si conosce la provenienza e su cui domani è attesa l’autopsia. Pochi chilometri a sud, in Libia, arrivano invece notizie “di violenze incredibili, di stupri a donne e uomini, torture, di migranti costretti a seppellire vivi altri migranti che si sono feriti. E si tratta di violenze razziali perché le vittime sono tutte di colore. Anche ieri i colleghi mi hanno riferito che sugli ultimi sbarcati ci sono segni di violenze e torture”. Lo spiega, in un’intervista a La Stampa, il portavoce dell’Oim Flavio Di Giacomo, sottolineando che “dall’inizio dell’anno ci sono stati 1.222 morti in mare contro i 960 dello stesso periodo dell’anno scorso”.

Sulla videoinchiesta de L’Espresso e l’annuncio dei “nuovi” (vecchi) Cpr/Cie abbiamo intervistato Antonio Ciniero, docente di sociologia delle migrazioni all’università del Salento, collaboratore diMeltingpot.org e curatore del blogMigrAzioni. Ascolta o scarica qui.

Il commento, soprattutto in merito al possibile ruolo della caserma Serini di Montichiari (Brescia) come lager per migranti da espellere, anche con Sandro, dell’associazione Diritti per Tutti di Brescia. Ascolta o scarica qui.

da Radio Onda d’Urto

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14 MORTI AL GIORNO NEL MEDITERRANEO SOLO NEL 2017

Nel Mediterraneo si continua a morire: è di 245 persone il bilancio finale dei morti o dispersi nel fine settimana in due naufragi avvenuti nel mediterraneo centrale. Lo rende noto l’Unhcr, che aggiorna oggi le cifre che si basano sui racconti dei superstiti.

Con questi due naufragi, il numero totale di persone che hanno perso la vita o che risultano disperse nel 2017 nel tentativo di raggiungere la fortezza Europa raggiunge quota 1.300, contro i 960 nello stesso periodo dello scorso anno. La media dei morti quindi di oltre dieci al giorno.

Per chi arriva invece sono pronte le galere speciali. Il governo ha annunciato infatti 11 nuovi Cie, ora chiamati Cpr, centri permanenti per il rimpatrio, in altrettante regioni italiane. Per la Lombardia il Corriere della Sera parla della caserma Serini di Montichiari, dove non sono mai arrivati gli annunciati richiedenti asilo da ospitare nell’hub per la cosiddetta accoglienza: arriveranno, invece, i migranti da rispedire fuori dalla Fortezza Europa. 1.100 i posti da recuperare in poche settimane.

Con noi Barbara Molinario dell’Alto Commisariato delle Nazioni Unite, sotto la sigla UNHCR. Ascolta o Scarica.

da Radio Onda d’Urto