Free Open Arms e Iuventa. Nessuno sia più respinto nell’inferno libico

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Free Open Arms e Iuventa Rompiamo il silenzio e l’indifferenza di fronte al naufragio dei diritti umani Nessuno/a sia più respinto/a nell’inferno libico!

Invitiamo ad aderire al seguente APPELLO:

Rompiamo il silenzio e l’indifferenza di fronte al naufragio dei diritti umani. Invitiamo a convocare presidi in tutta Italia per chiedere il dissequestro delle navi umanitarie Open Arms e Iuventa e consegnare alle prefetture il seguente APPELLO:

La nave della ONG Proactiva Open Arms è ancora sequestrata al porto di Pozzallo, così come la nave Iuventa della ONG Jugend Rettet al porto di Trapani. Ogni giorno in cui queste navi restano ferme è una condanna a morte per centinaia di persone che annegano o che vengono riportate indietro nell’inferno della Libia.

L’accusa di fondo è sempre la stessa: avere salvato vite umane nel Mediterraneo e, nel caso della Open Arms, avere rifiutato di consegnare le persone sottratte alla morte alla Guardia costiera libica, la cui condotta è stata definita dalle Nazioni Unite come “spericolata e violenta”. Accusa mossa da procure siciliane che sembrano avere ingaggiato una guerra aperta contro la solidarietà, come se fosse questo il problema criminale dell’Italia.

In mezzo al mare restano solo loro, i libici, a riportare indietro, donne, bambini, uomini migranti, poi rinchiusi in centri che nel memorandum di intesa firmato dall’ex premier Paolo Gentiloni con uno dei capi libici Al Serraj vengono definiti “di accoglienza” e che l’Alto commissariato Onu per i diritti umani ha definito invece “inaccettabili”, perché “La sofferenza delle persone detenute in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”.

Viviamo in un mondo alla rovescia, dove il governo italiano, con l’approvazione dell’Unione Europea, stringe accordi con un paese dominato da milizie e mafie cui demanda la gestione di migliaia di persone inermi, e dove chi lavora ogni giorno per salvare vite viene incriminato e messo nelle condizioni di non poterlo più fare.

Dalle Alpi al Mediterraneo, l’attacco alla solidarietà si sta intensificando in tutta Italia.

Come si chiedeva Piero Calamandrei quando, nel 1956, difendeva Danilo Dolci colpevole di lottare in modo pacifico per la giustizia sociale, noi chiediamo qui oggi: Dov’è il delitto, in che consiste il delitto, chi lo ha commesso? Che cosa avevano fatto di male questi imputati? In che senso avevano offeso la solidarietà sociale e mancato al dovere civico di altruismo?

E chiedendoci qual è il crimine e chi sono i veri criminali, ricordiamo che la Corte penale internazionale dell’Aja sta in questo momento indagando sull’ipotesi di crimini contro l’umanità per quanto avviene in Libia. E che l’Italia ha, in questo crimine, delle responsabilità dirette e inequivocabili: non sono sue le navi con cui le persone vengono respinte nell’orrore, ma le ha pagate e ha addestrato i militari che le guidano; non sono italiani i torturatori nei centri libici, ma sono persone che agiscono di concerto con chi con l’Italia ha stretto gli accordi e a cui è stato sostanzialmente detto: tenetevi i migranti, a qualunque costo, fate di loro ciò che volete.

Con questo APPELLO chiediamo alla politica italiana, ai giudici dei tribunali, alle persone comuni, di rispondere a una domanda semplice: siete d’accordo e volete essere complici di politiche che nel Mediterraneo hanno conseguenze dirette di torture, stupri, riduzione in schiavitù, uccisioni? E in nome di cosa paghereste questo prezzo? Complici che credono a un’invasione che non esiste? Complici di chi usa i migranti per costruire carriere sulla paura e la diffusione del razzismo, e per spostare l’attenzione dai veri problemi della gente che sono il lavoro e il reddito, la sanità e la scuola privatizzate e sotto attacco, la povertà e le diseguaglianze sempre crescenti? Cosa hanno a che vedere le migrazioni con tutto questo? In che modo distruggere il diritto dei diritti umani e legittimare una società incattivita e piena di odio potrà aiutarci a vivere meglio?

Rompiamo il silenzio e l’indifferenza di fronte al naufragio dei diritti umani.

· CHIEDIAMO conto di quanto sta accadendo in spregio alle convenzioni internazionali ed europee, ai nostri principi costituzionali, al diritto del mare, ma anche alla stessa cosiddetta civiltà giuridica europea

· CHIEDIAMO con forza l’immediato dissequestro delle navi Open Arms e Iuventa

· CHIEDIAMO la sospensione immediata dell’accordo Italia-Libia

· CHIEDIAMO accessi legali e sicuri ai paesi europei.

Dalla Sicilia parte questo appello a convocare presidi di fronte alle prefetture di tutta Italia, Sabato 14 aprile, per consegnare questa lettera e le nostre richieste ai rappresentanti del governo italiano su tutti i territori.

Le realtà antirazziste siciliane

Arci Palermo, Artemigrante Palermo, Associazione Onlus LAB.ZEN 2, Borderline Sicilia, Borderline-Europe Caffè Internazionale, Centro Salesiano S. Chiara, Ciai Palermo, CISS/Cooperazione Internazionale Sud Sud, CLEDU- Clinica Legale per i diritti umani Università di Palermo, Comitato Antirazzista Cobas Palermo, Cooperativa Libera…mente, Emmaus Palermo, Forum Antirazzista di Palermo, Giocherenda, Gris Sicilia, H.R.Y.O./Human Rights Youth Organization, Idee in movimento, Laici comboniani Palermo, Le Onde Onlus, Missionari comboniani Palermo, Rifondazione Comunista – Palermo, Sinistra Comune, Stato Brado

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Violazioni dei diritti in hotspot e CPR. Il dossier

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Martedi 10 aprile, la Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili  insieme ad Asgi e IndieWatch  hanno  presentato alla stampa un dossier sulle violazioni riscontrate nell’hotspot di Lampedusa e nei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR) in cui sono stati trasferiti i migranti in seguito alla chiusura dell’hotspot.

L’ avvocato del Cild Gennaro Santoro e i legali di Asgi Giulia Crescini e Cristina Cecchini, insieme al presidente del Cild Patrizio Gonnella e Fabrizio Coresi di IndieWatch, hanno elencato nel dettaglio le irregolarità e le violazioni riscontrate nell’hotspot di Lampedusa. Violazioni che ci hanno portato a presentare alcuni ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha ritenuto ammissibili le istanze e chiesto chiarimenti al Governo italiano.

Le violazioni nell’hotspot di Lampedusa

Una delegazione delle tre associazioni era stata in visita al centro di Lampedusa agli inizi di marzo.
Durante la permanenza sull’isola erano state raccolte numerose testimonianze che sottolineavano l’impossibilità per gli ospiti dell’hotspot di presentare richiesta di protezione internazionale e di abbandonare l’isola su cui erano costretti a restare, in un limbo giuridico, per periodi superiori alle 48 ore previste. Agli avvocati Santoro e Crescini era stato poi negato l’accesso al centro adducendo la necessità di un’autorizzazione da parte del Prefetto, che seppure inoltrata, non ha mai ottenuto risposta.
La delegazione inoltre, aveva avuto modo di constatare come il centro versasse in condizioni strutturali pessime, condizioni sottolineate anche dall’intervento di Mauro Palma – Garante nazionale dei detenuti- presente alla conferenza: “In generale si tratta di una situazione scarsamente accettabile per 48 ore quindi assolutamente inaccettabile se la situazione si prolunga. Non c’è una mensa, si mangia per terra o sui muretti”.

A queste illegittimità vanno aggiunti gli episodi di violenza, ampliamente documentati nel dossier, cui sarebbero sottoposti gli ospiti del centro da parte delle forze dell’ordine. Come quelle della notte tra il 7 e l’8 marzo, quando queste ultime sono intervenute in tenuta antisommossa caricando indiscriminatamente uomini, donne e bambini e in cui una bambina di 8 anni e una donna di 23 hanno avuto bisogno delle cure del pronto soccorso a causa dei colpi di manganello ricevuti.

A seguito di quanto registrato durante la visita, i legali delle associazioni hanno preceduto all’inoltro di 5 ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, tutti dichiarati ammissibili dalla Corte.

Il trasferimento nei CPR

A seguito delle denunce e a causa delle condizioni disumane dell’hotspot, il Ministero dell’interno, in data 13 marzo, ha dichiarato la chiusura temporanea dell’hotspot per effettuare lavori di ristrutturazione. I migranti presenti nella struttura, sono stati quindi trasferiti, con un decreto di respingimento differito, nei CPR di Torino, Brindisi e Palazzo San Gervasio (Potenza), in un regime di trattenimento e a rischio rimpatrio.
Una prassi da ritenersi illegittima secondo le associazioni, perché giustificata dai provvedimenti emessi dal Questore di Agrigento che riteneva tutti gli ospiti del centro socialmente pericolosi sulla base della semplice provenienza dall’hotspot. Mentre per i migranti trasferiti nel CPR di Torino, l’accusa di pericolosità sociale è caduta, traducendosi nella possibilità di lasciare il centro, permane invece per gli ospiti del CPR di Palazzo San Gervasio anche a causa delle gravissime violazione del diritto di difesa: agli interessati è stato impedito di essere assistiti dal proprio difensore durante le udienze di convalida.

Una testimonianza sulle condizioni del centro di Palazzo San Gervasio è arrivata anche da Yasmine Accardo della Campagna LasciateCIEntrare, che nei giorni scorsi era riuscita ad entrare, insieme all’europarlamentare Eleonora Forenza nel centro in provincia di Potenza. Tutti i cittadini di origine tunisina incontrati, provenivano da Lampedusa, dove erano stati trattenuti mediamente per 66 giorni, e dove pur avendo fatto richiesta, la loro domanda di asilo non era stata formalizzata.

Le interrogazioni parlamentari

I temi affrontati in conferenza stampa saranno oggetto di interrogazioni parlamentari, rivolte al ministro dell’Interno e a quello della Giustizia, da parte dei gruppi di Leu e del Pd alla Camera, come confermato durante la conferenza stampa anche dalla deputata democratica Giuditta Pini.

LEGGI IL DOSSIER

Houda e il suo velo rosa

Casa originale dell’articolo Cronache di ordinario razzismo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/houda-e-il-suo-velo-rosa/

Houda Latrech, 22enne di origine marocchina, vive da 17 anni in provincia di Varese e studia Giurisprudenza all’università a Milano. Fa parte di quel milione di giovani italiani “senza cittadinanza” che lo scorso 4 marzo non hanno potuto votare. Ogni mattino, prende il treno e poi la metropolitana per recarsi a lezione. La ragazza decide di raccontare, con un post pubblico, sul suo profilo Facebook, ciò che le è accaduto nella stazione della metropolitana della linea 2 di Porta Garibaldi, a Milano.

Alle 8.17, un uomo, uno sconosciuto, la spintona e inizia a insultarla perché musulmana e indossa il velo («Voi musulmani brucerete vivi noi e quindi noi vi bruceremo tutti per primi. Siete tutti feccia umana, delle merde, tornatevene ai vostri Paesi, faremo piazza pulita». E ancora mi diceva «Siete oppresse e amate esserlo, togliti quel velo, dobbiamo uscire da questo sonno e cacciare questi invasori»”, scrive Houda). L’uomo sale, poi, con lei sul treno, e le urla contro dandole dell’assassina, dicendole di tornare a casa. Houda, scossa e intimorita, trova la solidarietà degli altri passeggeri, che la proteggono fino a quando l’uomo non scende dal convoglio. “Non è un J’accuse quello che ho intenzione di fare, ma un ringraziamento. Perché non sono una vittima e non cadrò nel vittimismo, non cederò all’odio e alla paura”.

Ha scritto per ringraziare pubblicamente la ragazza che l’ha abbracciata e gli altri passeggeri: «In un attimo, tutti mi sostengono, l’uomo si sente escluso da questa manifestazione di sostegno, sbraita ancora di più, ancora più forte, ma io non ho più paura, sorrido ormai, tra le lacrime, sorrido perché sono a casa, sorrido perché sono di nuovo me stessa, sono di nuovo nel mio paese, sono di nuovo tra la mia gente. L’uomo scende, incollerito, scende avvolto dalla sua rabbia, mentre io sono avvolta solo dall’affetto di chi ha saputo aiutarmi». E con quel sorriso, Houda scaccia via ogni forma di odio razzista e islamofobo. Lei continuerà a portare il suo velo rosa con quel sorriso, sicura che un’altra Italia solidale e antirazzista esiste. Ancora ieri, sempre dal suo profilo Facebook, continua a ringraziare tutti coloro che l’hanno sostenuta, abbracciandoli virtualmente e affermando sicura: “l’odio non vincerà”.

Palazzo San Gervasio (Potenza): benvenuti all’inferno C.P.R.

La Campagna LasciateCIEntrare nel centro potentino: “un lager di stato”.Nonostante le numerose denunce, non si arrestano le deportazioni, la violazione dei diritti e le violenze ingiustificate della Polizia. I referenti: “Nuovo nome, vecchi abusi”. La relazione

In data 28 Marzo la CampagnaLasciateCIEntrare ed Osservatorio Migranti Basilicata, assieme all’EuroparlamentareEleonora Forenza, ha effettuato l’ingresso al C.P.R. di Palazzo San Gervasio.

Nel centro, gestito dalla società Engels SRL Italia, si trovano attualmente 82 persone, prevalentemente di nazionalità tunisina; ma vi sono anche nigeriani, marocchini, un egiziano, uno srilankese, un curdo-siriano, un ghanese, un guineano, alcuni bengalesi e pakistani.

Al nostro ingresso vediamo alcuni tunisini scortati da due poliziotti in quelli che sono i container dedicati ai colloqui con gli avvocati. Il detenuto che vediamo è accompagnato da due poliziotti, uno dei quali porta il manganello fuori dal fodero ed impugnato “al contrario”. Gli accompagnamenti successivi mostrano che si tratta di una modalità comune: ci viene infatti riferito dallo stesso avvocato in quel momento presente che i suoi assistiti sono fortemente intimiditi dalle modalità delle forze dell’ordine. Inoltre, l’avvocato ha difficoltà a parlare con il suo assistito che non conosce altra lingua che l’arabo. Si sottolinea che durante i colloqui la porta della stanza viene rigorosamente tenuta aperta.

43 dei tunisini presenti all’interno del CPR provengono dall’Hotspot di Lampedusa ed hanno tutti fatto domanda d’asilo. Gli altri sono nel Centro per scadenza del loro titolo di soggiorno o per identificazione in seguito ad un periodo di detenzione.

Tutti i cittadini tunisini incontrati provenivano dall’Hotspot di Lampedusa dove vi sono rimasti per una media di 66 giorni e dove hanno richiesto asilo. Ci raccontano che la formalizzazione della richiesta è stata fatta solo una volta arrivati al Cpr. Alcuni hanno dichiarato: “ho chiesto asilo il 2 febbraio e me l’hanno accettato qui il 15 marzo o non ancora ho compilato il C3”. Si ritiene quantomeno anomalo se non del tutto illegittimo che dopo un trattenimento a Lampedusa di oltre 65 giorni e l’arrivo nel CPR non tutti siano ancora riusciti a formalizzare richiesta di asilo.

Rimarcano tutti le pessime condizioni dell’hotspot di Lampedusa e della loro detenzione de facto all’interno del centro.

In particolare dicono “dopo aver chiesto asilo e prima di trasferirci ci è stato chiesto di firmare un foglio per accettare il trasferimento in un centro di accoglienza per richiedenti asilo, non sapevamo cosa c’era scritto né che saremmo stati condotti in un C.P.R.. Il mediatore a Lampedusa non ci ha mai fornito informazioni corrette o non ci ha tradotto i documenti a noi presentati”. Inoltre ci raccontano di aver visto il giudice per la convalida dopo circa 3 o 4 giorni dall’arrivo, contravvenendo quindi la normativa vigente che stabilisce che le convalide di trattenimento vengano fatte entro del 48 ore dall’arrivo. Le innumerevoli difficoltà di accesso del loro avvocato nominato ha fatto sì che in fase di convalida non fosse presente durante le udienze, contravvenendo anche in questo caso alle norme relative al diritto di difesa. Il venerdì 23 marzo alcuni trattenuti sono stati portati in serata, secondo quanto riferito dai cittadini tunisini ed alle 15 secondo quanto riportato sulle convalide (sarebbe da chiarire questa discrepanza attraverso i registri), al tribunale di Potenza, dove pare gli sia stato chiesto qualcosa sui fatti di Lampedusa e sui motivi che li hanno portati in Italia, dopodiché gli hanno chiesto di firmare un verbale; alla loro richiesta di traduzione non hanno dato documento tradotto e li hanno minacciati per spingerli alla firma: alcuni hanno firmato, altri pare di no. il mediatore avrebbe detto che dovevano firmare per forza e avrebbe detto contestualmente che “il loro avvocato non è proprio un avvocato”.

Uno di loro riferisce che dall’arrivo non è mai riuscito a parlare con i familiari ed anche qui al C.P.R., nonostante le ripetute richieste, non è ancora riuscito a chiamarli. Sono dunque tre mesi che non ha alcun contatto con il suo Paese: una situazione che lo ha fortemente provato e che lo ha spinto a chiedere dei calmanti per poter dormire. Non è l’unico a dover far uso dei calmanti: alcuni altri infatti presentano uno stato fortemente alterato dall’uso evidentemente eccessivo di queste sostanze. Dopo aver chiesto a più riprese di poter visionare i registri di carico/scarico farmaci e di ricevere informazioni dettagliati sull’eventuale uso di sostanze psicotrope, ci è stato riferito che non era possibile perché il medico non era presente al momento della visita (sono le ore 17). Dell’orario di presenza del medico non riusciamo ad avere informazioni precise né un dettaglio dei turni orario. Ci viene riferito che va via alle 17:00. La nostra delegazione è giunta alle 16:30 e già evidentemente non era più in struttura. Al suo posto vi è un infermiere, che non abbiamo però incontrato, nonostante più sollecitazioni a voler parlare con un referente dell’assistenza medica.

Tra i cittadini reclusi vi è un tunisino proveniente dall’hotspot di Lampedusa che presenta una tumefazione alla mano sinistra ed una “fasciatura” da lui improvvisata con l’uso di un maglietta: ci riferisce che lunedì 26 marzo, in seguito ad urla ad alta voce pronunciando Hurria (libertà) in risposta a delle voci che provenivano da un presidio esterno, sono stati immediatamente costretti nelle stanze e manganellati a casaccio dai poliziotti presenti nel Centro.

Nella fuga uno uomo sarebbe caduto e, secondo quanto riferitoci dalla responsabile, si è ferito a seguito della caduta e nessuno dei poliziotti ha alzato le mani contro di lui. Tutti i detenuti presenti smentiscono quanto viene riferito dalla responsabile e sono pronti a testimoniare. Tutti i detenuti hanno confermato la versione secondo cui i poliziotti sono entrati nelle stanze picchiando a casaccio i presenti. La responsabile non ha voluto mostrarci la lista della polizia di turno presente in quella data, chiarendo che non poteva farlo in presenza dei tunisini che potevano capire cosa stavamo dicendo. Si fa presente che era con noi un mediatore di nazionalità tunisina, indispensabile per poter parlare con i detenuti di quasi esclusiva lingua araba.

La struttura è costituita da gabbie non coperte nella zona tetto, alte circa 3 metro e mezzo. Le pareti sono lisce ed in materiale antiurto su cui è particolarmente difficile arrampicarsi.

In ogni caso il detenuto ha ricevuto, in seguito a visita medica, una pomata ma nessun antidolorifico: non sarebbe stata fatta alcuna radiografia, benché lo stesso lamenti di aver continuo dolore.

Dopo segnalazione all’avvocato Bitonti – che ringraziamo- la stessa ha sollecitato in data odierna una radiografia per il suo assistito ed è stata disposta una rx.

Della difficoltà di accesso ad assistenza sanitaria adeguata oltre che a quella legale riferiscono tutte le persone intervistate.

Tra i cittadini, vi è anche un cittadino tunisino con disabilità unilaterale destra, che ha con sé copia del tesserino di esenzione per prendere trasporti pubblici ed accedere ai servici sociali in Tunisia.

Nel centro è detenuto un trentenne, la cui compagna residente a Milano ed in stato di gravidanza ha fatto richiesta di poter sposare il padre del bambino in arrivo al più presto, per poter affrontare la gravidanza con maggiore serenità e garantire che il padre del piccolo le sia accanto.

In uno dei blocchi è presente un cittadino nigeriniano fortemente vulnerabile che andrebbe seguito in maniera adeguata e non certo in un C.P.R.. Alla richiesta di presenza di protocolli con strutture esperte in vittime di tortura o presenza di psicologi, ancora una volta le informazioni ricevute sono state sommarie e poco chiare; la responsabile del centro ha rimandato nuovamente ad una richiesta di accesso agli atti.

All’interno del CPR vi è un cittadino curdo-siriano con lo status di rifugiato ottenuto in Germania, che si trova nel Centro per non ben chiari motivi rispetto ad indagini nei suoi riguardi. Non esiste formale condanna, a quanto da lui riferitoci, per la quale dovrebbe eventualmente ritrovarsi in un carcere e non in un CPR, né ci sono stati forniti elementi utili a comprendere la sua presenza nel CPR.  Ribadiamo ancora una volta che il CPR è un centro di detenzione amministrativa e non un Centro dove vengono rinchiusi autori di crimini, né, tanto meno, persone eventualmente indagate.

Un cittadino srilankese con cui è difficile comunicare, perché non conosce l’italiano e parla poco inglese, presenta notifica della polizia italiana da cui si evince che dovrebbe essere stato dublinato in Francia nel mese di Febbraio, ma è stato invece condotto al CPR di Palazzo San Gervasio. Egli stesso mostra la notifica chiedendo spiegazioni perché non ha evidentemente compreso, per assenza di mediazione e traduzione nella lingua a lui nota al momento della notifica, quanto ordinato, sia rispetto al rientro in Francia per regolarizzare la sua posizione che al motivo per cui si trova al CPR. Riteniamo indispensabile che questa persona abbia accesso a mediazione adeguata per poter comprendere la sua situazione e lo stato dei suoi diritti.

L’assenza di mediatori di lingua bangla risulta critica anche per alcuni cittadini bengalesi ivi presenti, che non comprendono l’urdu, la lingua parlata dal mediatore presente al momento della visita.

Ci preme riportare che nel CPR è presente un cittadino pakistano, che vi si trova detenuto dopo aver scontato pare 12 anni di carcere per omicidio (non abbiamo avuto modo di verificare alcuna documentazione) e che è in evidente stato di confusione ed avrebbe necessità di assistenza di tipo differente vista la sua situazione di vulnerabilità psichica.

Vi sono inoltre alcuni ex richiedenti asilo che dopo il diniego dell’ultimo grado di giudizio sono stati portati direttamente nel CPR, almeno a quanto riferitoci. In questi casi i trasferimenti sarebbero avvenuti direttamente dal CARA di Bari e gli stessi ci comunicano di non aver compreso dove sarebbero stati portati. Sono cittadini nigeriani, ghanesi e guineani. In questo caso nessuno di loro è  stato sufficientemente edotto relativamente al significato del loro iter giuridico né hanno ricevuto corretta informazione ad esempio relativamente alla possibilità di rimpatrio assistito, previsto dalla normativa e che rientra nelle possibilità di libertà di scelta della persona, che, informata in tempo ed adeguatamente,  avrebbe potuto scegliere quanto meno un rientro non coatto o altre vie, come ad esempio la reiterazione di domanda d’asilo.

Va evidenziato che tutti i cittadini tunisini provenienti da Lampedusa son stati accusati dell’incendio all’hotspot di Lampedusa dell’8 marzo, senza che vi fosse mai stata un’istruttoria, come si evince dalle convalide in loro possesso. Per l’incendio sono stati arrestati 4 tunisini, di cui solo uno è rimasto nel carcere di Agrigento, poiché ritenuto colpevole dei fatti accaduti, mentre gli altri sono stati rilasciati in data 17 marzo 2018.

Nello specifico, nei provvedimenti di trattenimento dei cittadini tunisini emessi dal Questore di Agrigento, adottato ai sensi dell’art. 6 comma 2 lett. C del Dlgs n.142/2015, si evidenzia il motivo dell’invio al CPR: “ il cittadino straniero costituisce un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, in quanto lo stesso, nella giornata dell’8 marzo, unitamente ad altri connazionali inscenava una vibrata protesta all’interno dell’hotspot di Lampedusa, che culminava con l’incendio di alcuni locali posti al primo piano di un padiglione, poneva comportamenti diretti ad impedire il soccorso degli ospiti rimasti nelle stanze del piano terra del fabbricato, nonché bloccava insieme ad altri connazionali l’accesso all’interno dell’area interessata dall’incendio delle autopompe dei vigili del fuoco impedendone l’intervento per oltre 10 minuti, bloccando finanche l’evacuazione del personale civile in servizio nella struttura stessa, creando con il suo comportamento una turbativa concreta per l’ordine e la sicurezza pubblica all’interno del centro”.

Tale accusa è presente in tutti i provvedimenti ed è uguale per tutti i cittadini tunisini presenti nell’hotspot, che in convalida hanno negato di aver preso parte ai fatti dell’8 marzo descritti dal provvedimento del questore. Nonostante le loro dichiarazioni, date anche durante la raccolta di interviste nella visita odierna, il Giudice del tribunale di Potenza  ha ritenuto di convalidare i trattenimenti presso il CPR di Palazzo San Gervasio, diversamente da quanto fatto dal Giudice di Torino che scrive: “la motivazione posta a fondamento della ritenuta pericolosità per l’ordine e la sicurezza pubblica si risolve in una descrizione dei fatti generica, per altro riferita ad un grande  numero di richiedenti asilo priva di qualsiasi riferimento della posizione del singolo, come invece impone l’art. 6 co. 2 D L.vo 142/2015, che prevede una valutazione caso per caso”. Questa valutazione non è stata evidentemente effettuata, eppure tutti i tunisini ora trattenuti al CPR di Palazzo San Gervasio, continuano ad essere ritenuti “pericolosi”, in dispregio alle leggi precedentemente citate. Per questo motivo l’avvocato nominato ha presentato riesame delle convalide di trattenimento.

Esprimiamo forte preoccupazionerelativamente alla facilità con cui viene dichiarata pericolosa una persona per il solo motivo di trovarsi in un luogo, senza che venga ascoltata la versione del singolo o ricostruita una dinamica degli accadimenti.  Consideriamo inoltre che gli eventi sono accaduti nell’hotspot di Lampedusa in cui le persone si trovavano trattenute da oltre 65 giorni, pur dovendovi restare un massimo di 72 ore, in condizioni di vita disumane e degradanti, come si evince dalle foto a più riprese pubblicate e dai loro racconti

Inoltre, rileviamo che i tempi di liberazione in caso di regime penale sono stati rapidissimi, a differenza di quanto sta accadendo al CPR di Palazzo San Gervasio, in cui il giudice decidendo di convalidare il trattenimento sta costringendo le persone ad un’ulteriore privazione della libertà, che sta fortemente provando i richiedenti asilo tunisini.

Quanto sta accadendo ai tunisini trattenuti al CPR di Palazzo San Gervasio è di enorme gravità e auspichiamo che i riesami siano celeri e sottraggano le persone da quest’ingiusta e prolungata detenzione.

Infine si fa presente che molte delle lamentele riguardavano l’impossibilità di spegnere la luce durante la notte, non essendovi predisposta possibilità di spegnimento per ogni stanza di detenzione.

Alla luce di quanto riscontrato, abbiamo prontamente inviato richiesta alle autorità competenti affinchè vengano attuate tutte le misure necessarie a favorire la liberazione dei tunisini provenienti dall’hotspot di Lampedusa illegittimamente ivi trattenuti.

E’ quanto mai urgente che venga tutelato il diritto alla difesa e disposte tutte le misure utili ad un colloquio tranquillo con il proprio avvocato e che venga a tutti data la possibilità di contattare i propri familiari.

E’ fondamentale che venga messa a disposizione una figura di mediatore adeguata all’avvocato durante i colloqui o che possano disporre di proprio mediatore di fiducia, non limitandone l’accesso. E’ necessaria adeguata mediazione per tutti i cittadini ivi detenuti e che vengano tutelate le persone che hanno subito violenza da parte delle forze dell’ordine del Centro.

Si ringrazia l’On. Eleonora Forenza per la presa in carico delle segnalazioni e per la disponibilità mostrata. A lei esprimiamo la nostra solidarietà per gli ignobili attacchi del Sindacato di Polizia. Ringraziamo, inoltre, l’Avv. Angela Bitonti per l’instancabile lavoro di tutela dei diritti dei cittadini reclusi.

LasciateCIEntrare

Appello: Nessuno sia respinto, liberate Open Arms

Sciopero della fame e della sete per la liberazione della nave Open Arms e per bloccare i respingimenti in Libia

La situazione della Libia oggi è quella di un paese in guerra il cui territorio è diviso e controllato da diverse fazioni spesso in lotta tra loro.

E’ ormai noto a tutti che, per quasi tutte le persone (donne uomini e bambini) che scappano dalla guerra o dalla dittatura o dall’oppressione socioculturale del loro paese, la Libia è un vera e propria tappa obbligata,inferno in terra ,fatto di stupri,torture e carceri dalle condizioni disumane

Un esempio per tutti quello di Segen il ragazzo eritreo di 22 anni salvato dalla nave open arms e morto per le conseguenze della fame dopo lo sbarco a Pozzallo. Era stato 19 mesi in prigionia in Libia.

Ogni giorno che passa e che la nave open arms rimane sequestrata significa la sofferenza di decine di persone che vengono ricacciate in quell’inferno che chiamiamo Libia; picchiate maltrattate e torturate da criminali che chiamiamo guardiacoste libici o poliziotti libici,oppure la morte affogati in mare.

Tenere ancora ferma la open arms così coma la iuventa (bloccata da mesi a Trapani) ci rende responsabili di tutte queste vite martoriate o perdute. L’operato diella open arms così come quello di Iuventa è internazionalmente riconosciuto. Migliaia di vite sono state salvate grazie alla loro generosa professionalità.

Per queste ragioni…

Chiediamo che il salvataggio delle persone in mare sia effettuato solo da navi che rispettano la legge internazionale marittima e che possano condurre le persone che cercano rifugio in europa nel primo porto sicuro diaponibile.

Chiediamo che la nave open arms sia subito liberata e che il procuratore di Ragusa si renda conto dell’importanza del lavoro gratuito,professionale e umanitario di tutti i volontari dell’organizzazione Proactiva Open Arms,e che deliberi in tempi brevissimi ,per permettere che nessuna vita sia lasciata morire in mare e che nessuna vita sia costretta a perpetuatre l’orrore che si vive in territorio libico.

A seguire chiediamo che si rivaluti al più presto anche la posizione della nave Iuventa,bloccata da mesi a Trapani.

Consapevoli dell’urgenza del momento si inizierà un azione di pressione in forma di sciopero della fame il giorno 4 aprile dalle ore 9 30 ;sciopero della fame pubblico che diventerà sciopero della sete dal giorno 6 aprile ad oltranza.

Parallelamente ci sarà una alternanza di persone che parteciperanno in forma di staffetta.

I luoghi di questa azione saranno davanti alla procura di Ragusa durante la mattinata , in piazza a Ragusa il pomerggio e la sera.

Il giorno 7 e 8 aprile lo sciopero della fame e della sete si sposterà a Pozzallo per congiungersi ad altre iniziative per poi tornare nei luogi sopraindicati dal mattino del 9 aprile.

E’ il momento di fermare questa tragedia che si consuma in violazione di ogni sentimento di umanità e rispetto della dignità dell’essere umano.

Il governo italiano,il ministro degli interni Minniti devono prendere coscienza delle conseguenze della politica degli accordi con il governo Serraj e mettere fine a questa pagina obbrobriosa e vergognosa della storia dell’umanità, dell’europa e dell’Italia.

Per questa ragione l’azione dello sciopero della fame e della sete riporta simbolicamente in vita Segen ,ne mostra senza veli e pubblicamente il volto inquietante dell’oppressione e auspica che questa e tutte le altre tragedie finiscano subito e per sempre

Nicola Alessandro Arboscelli alias Irpo

Questo appello è un invito alla mobilitazione e un riassunto di quello che si sta cercando di mettere in campo in sicilia ….consapevoli dell’urgenza di una mobilitazione nazionale e si diciamolo…pure internazionale.

Qui invece cerco di fare il punto su quello che si sta mettendo in piedi in sicilia e alcune idee per potere agire coordianti e uniti a livello più ampio.

sappiamo che siamo in un momento difficile in cui ci sentiamo impotenti di fronte a un ‘onda di violenza istituzionale devastante.

per questa ragione la scelta di questa azione dello sciopero della fame e della sete in un momento in cui mi sento ,ci sentiamo imprigionati dal sentimento dell’oppressione.un oppressione che ci rende spesso immobili.

Un azione che nasce nel pieno dell’oppressione e vuole attivare e unirsi a moti di liberazione,a un processo di liberazione dalla paura e dall’isolamento per farci ritrovare la nostra vera essenza di popolo solidale.

Ora schematicamente riassumiamo i passi del nostro agire collettivo qui in terra di sicilia

-mercoledì 4 inizio dell’azione di sciopero della fame a Ragusa davanti al tribunale e in piazza…a sostegno, possibile staffette, controllo medico, volantinaggio e sensibilizzazione della popolazione, possibile presenza di personalità solidali, membri e portavoci di differenti asociazioni etc

-venerdì 6 inizio dello sciopero della sete e ipotesi su presidio bello tosto alla prefettura a palermo e catania se ci sono le condizioni per una buona riuscita….è possibile ipotizzare anche in altre provincie siciliane ma per ora sono ipotesi remote visto il livello attuale di vitalità…ma nulla è impossibile

-Sabato 6 domenica 7 Stiamo cercando di coordinarci per un presido di due giorni a pozzallo con manifestazione la domenica (probabilmente ma stiamo ancora confrontandoci) e volantinaggi e azioni di sensiilizzazione(anche artistiche e musicali se ci sono le persone) a Pozzallo il sabato e se ci sono forze su Modica e ….??

da lunedì9 è ancora aperto tutto ma la curva della pressione dovrebbe alzarsi (tralatro sarà il quarto giorno di sciopero della sete) …questo però si deve interfacciare con la reale disponibilità delle persone e le energie disponibili visto che è settimana lavorativa.

Passiamo alle idee per rafforzare e ampliare la mobilitazione.

-Presidi in settimana si possono fare in tutte le città di italia alle prefetture (si potrebbe coordinare e unire i presidi in vari giorni topici che sò venerdì e lunedì…con chi può solo venerdì e chi solo lunedì e chi ha le forze per entrambi i giorni ….Da lunedì si potrebbe pensare a  presidi permanenti laddove ci siano le forze.

-pressione sulla procura con mail e lettere e tele fax …(avevo fatto già girare un appello con titolo “liberiamo la nave che salva dall’inferno libico”

-Tutte quelle realtà che gestiscono sprar e che sono genuine e solidali (ho in mente alcune cooperative vere sul territorio italiano) possono coinvolgere le persone richiedenti in forme di pressione blande o meno blande  a seconda della motibìvazioe delle persone (molte sono state salvate dalla stess open arms …tutte sanno che vuol dire libia e eseere rispediti in quell’inferno.)

anche le realtà autoorganizzate meticce e migranti già consolidate sui territori e non più attaccabili dai vari decreti minniti e pratiche ricattatorie che ben conosciamo, possono metere in campo marce ,azioni,manifestazioni etc.

-Sempre nel campo richiedenti, un appello a chi come a napoli riesce a esercitare controllo sui cas e a favorire la creazione di collettivi coesi e attivi a pensare forme di protesta e pressione.

.-Qualsiasi altra azione di pressione efficace si può mettere in atto questa settimana e quelle a venire.

Altre idee sorgeranno nelle menti e nei cuori creativi e svegli dei molti che amano la libertà e la vita degna e gioiosa.

dobbiamo trovare un modo di condividere …molte persone in gamba con mailing list ,coordinamento in rete possono già pensare come condividere le proposte e le iniziative e come favorire processi di comunicazione e azione coordinata a distanza.

Presto verrà fuori l’evento,locandina del fine settimana a Pozzallo…ci tocca ancora incontrarci e sentirci per definire bene cosa faremo e poi qualcuno o vari si occupera di creare l’evento,appello,locandina .

Infine un appello a chi abbia contatti vivi di realtà attive fuoritalia a mettersi in contatto ,chiedere solidarietà ,coordinarsi,agire congiuntamente .

 con affetto

Irpo

Guerra psicologica e preparativi di guerra vera e propria

I guerrafondai scaldano i muscoli. Tutto serve a preparare gli ingenui ai prossimi sviluppi. Ogni fattaccio di cronaca nera torna utile a far sentire imminente una vera e propria “guerra al terrorismo”. È successo a Parigi, dove una rapina finita male è stata data in gestione alla comunità ebraica, che ha approfittato del caso dell’assassinio di Mireille Knoll per cacciare dalla piazza non solo Marine Le Pen, ma anche il moderatissimo Jean-Luc Melenchon presentandolo come estremista antisemita per alcune sue blande critiche all’oltranzismo israeliano. Succederà in Italia dove già viene portata avanti una campagna isterica contro una presunta invasione di imam estremisti che prepara il terreno a una più massiccia ondata di espulsioni, e a una serie di sgomberi di immigrati da rifugi di fortuna come l’Hotel House di Porto Recanati, mentre la cosiddetta “opinione pubblica” viene preparata alla fine di ogni convenzione internazionale, con la soppressione dell’immunità per un gran numero di rappresentanti diplomatici, pur evidentemente estranei al presunto tentato omicidio avvenuto in Gran Bretagna.

Pochissimi hanno espresso dubbi sull’episodio che ha innescato l’escalation. Solo Fulvio Scaglione, ex vicedirettore di “Famiglia cristiana” ha rilevato le incongruenze della versione fornita: «curioso che di colpo Vladimir Putin (perché gli inglesi hanno detto che l’ordine veniva dal Cremlino) si ricordi di Skripal. Ancor più curioso che gli venga di colpo voglia di ucciderlo. Straordinariamente curioso, poi, è che si pensi di ammazzarlo con gas nervino. Il buon vecchio colpo alla testa non è più di moda? Oppure si vuole lasciare un’impronta così grossa da far gridare a tutti “aiuto, arrivano i russi!”? […]. E poi si scopre che Skripal padre e figlia avevano spento per quattro ore i rilevatori satellitari dei cellulari, e chissà che avevano fatto in quelle ore. E chissà come stanno i due Skripal, che non sono morti ma nemmeno riapparsi: non una foto, una notizia, un bollettino medico.»

Ma l’articolo da cui avevo stralciato la citazione, appena apparso sul sito di “linkiesta.it” è subito stato cancellato con questa enigmatica doppia motivazione: «si è verificata una violazione dei protocolli di rete impossibile da risolvere. La pagina richiesta non può essere visualizzata a causa di un errore rilevato durante la trasmissione dei dati».

Prepariamoci dunque anche alla censura, e a sentir bollare come estremista perfino un Melenchon che ha avuto una lunga carriera, anche come ministro, nel partito socialista, e che ha posizioni non molto diverse da quelle di LeU in Italia, anche se ha espresso qualche simpatia per la coalizione di “Potere al popolo” (che comunque per varie ragioni è stata molto vaga sui temi internazionali e dei preparativi di guerra). E non è una novità, d’altra parte, che si liquidi come antisemita la più blanda critica allo Stato di Israele, alleato indispensabile di qualsiasi progetto di guerra, e non nel solo Medio Oriente. (a.m.)

Palazzo San Gervasio: quel Cpr di cui nessuno parla

Casa originale del articolo Cronache di ordinario razzismo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/palazzo-san-gervasio-quel-cpr-di-cui-nessuno-parla/

Lo scorso 12 gennaio è stato aperto (o tristemente riaperto), attraverso una “procedura negoziata per l’affidamento urgente del servizio della gestione straordinaria”, il CPR di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, in Basilicata. Il Centro è stato affidato alla Engel Italia srl, azienda ben nota alle cronache nazionali già dal 2014, per gravi irregolarità nella gestione di un centro di accoglienza, l’Hotel Engel, a Paestum, emerse dopo le visite ispettive di alcuni parlamentari e dopo le denunce della Cgil di Avellino e della campagna LasciateCIEntrare (per un approfondimento leggi qui).

Le associazioni locali, guidate dall’Osservatorio Migranti Basilicata, e affiancate dalla Campagna LasciateCIEntrare e l’Asgi, già lo scorso dicembre hanno tentato di sensibilizzare l’intorpidita opinione pubblica lucana all’imminente riapertura del centro con un comunicato congiunto e un appello per dire no al CPR, fatto seguire da una richiesta d’accesso alla struttura, poi negata senza grosse motivazioni dalla Prefettura. “Se per il governo è urgente aprire il Centro di permanenza per i rimpatri di Palazzo San Gervasio – concludevano le associazioni- per tutti noi la vera urgenza è quella di ritrovare il senso di umanità che stiamo smarrendo. Invitiamo tutti a riflettere su questo tema e a contribuire alla costruzione di iniziative di contrasto e resistenza alla dilagante deriva razzista e autoritaria”.

La struttura, confiscata alla criminalità organizzata, era stata dal 1999 utilizzata prima come tendopoli per i braccianti stranieri stagionali delle campagne circostanti (specie nell’agro di Boreano e Mulini Matinelle, tristemente noti per i ghetti informali e la presenza di caporali), poi come centro accoglienza per richiedenti asilo ed infine, nell’aprile 2011, trasformato in pochissimi giorni in un CIE, attivo per alcuni mesi prima della chiusura.

La giornalista Raffaella Cosentino, con una sua inchiesta, era riuscita ad entrare nel centro e a portare alla luce quanto accadeva al suo interno (qui un video). La successiva ispezione dei parlamentari Touadì, Calipari e Giulietti, constatava una situazione inaccettabile: una sessantina di cittadini tunisini reclusi in condizioni disumane. E il CIE chiudeva vergognosamente i battenti.

Dopo l’annuncio del 13 marzo scorso dello svuotamento progressivo dell’hotspot di Lampedusa in vista dei lavori di ristrutturazione, anche grazie alle segnalazioni e agli esposti di Cild, Asgi e IndieWatch (noi ne avevamo parlato qui), circa 200 tunisini sono stati smistati nei vari CPR italiani. Stiamo parlando, lo ricordiamo, di richiedenti asilo illegittimamente trattenuti nell’Hotspot di Lampedusa, ben oltre i tempi costituzionalmente prestabiliti e esposti al rischio rimpatrio.

Per 24 di loro, è stato disposto dal questore di Agrigento il trattenimento nel CPR di Corso Brunelleschi, a Torino, in attesa di essere espulsi. Il 22 marzo, tuttavia, il Giudice del Tribunale di Torino ha rigettato la richiesta fatta dalla Questura, di convalida di trattenimento nel CPR, sul duplice presupposto dell’inammissibile “standardizzazione” dell’elemento della pericolosità affermato per tutti i 24 ricorrenti e della assoluta mancanza di prova sulla sussistenza di tale requisito (a questo proposito si veda l’approfondita analisi pubblicata su ADIF).

Palazzo San Gervasio, 20/05/2011: CIE, Centro Identificazione ed Espulsione
©Andrea Sabbadini

Secondo le scarne notizie circolate nei circuiti informali delle associazioni, altri 20 cittadini tunisini sono stati invece trasferiti nei CPR di Palazzo San Gervasio. Dopo pochi giorni, domenica 18 marzo, è iniziato uno sciopero della fame che è durato per almeno due giorni. Sino a quando è stato concesso loro di vedere finalmente il legale di fiducia da loro nominato. Il 21 marzo, in tarda serata, è giunta la notizia dell’arrivo di almeno altri 20 cittadini tunisini, sempre provenienti da Lampedusa.  Uno di loro, tentando di scavalcare il muro di cinta del CPR, alto oltre tre metri, si è ferito cadendo ed è stato portato in ambulanza all’ospedale San Carlo di Potenza.

Dunque, ai 30 detenuti iniziali (all’apertura del CPR, ndr) si sono poi aggiunte oltre 40 persone, detenute in una sorta di cantiere a cielo aperto (da portare ad una capienza massima di 150 persone, ndr), con una sola ala in funzione e il reticolato che circonda solo una parte del muro di cinta.

Intanto, la situazione è stata segnalata a più riprese al Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, mentre il referente dell’Asgi Basilicata, ha provato ad incontrare anche la Prefettura per illustrare le difficoltà riscontrate nell’accedere al Centro, pur essendo il legale di fiducia, oltre all’estremo ritardo dell’invio delle nomine (cosa che ha condotto a delle convalide del trattenimento in presenza di un mero avvocato d’ufficio).

Nel frattempo è ripreso lo sciopero della fame, la tensione è salita ed è giunta anche la visita al CPR del neoeletto senatore leghista lucano, Pasquale Pepe, il primo rappresentante del Parlamento (!) a visitare il centro per sedare le “numerose preoccupazioni trasferite da gente del posto e non solo”, solidarizzare con le Forze dell’Ordine e chiedere che i migranti detenuti nel centro siano “rimpatriati il prima possibile nei loro Paesi di origine”.

Nel pomeriggio di ieri, un gruppo di attivisti del CSOA Anzacresa, ha protestato all’ingresso del CPR. Gli slogan gridati al di là delle griglie metalliche della “voliera” hanno però avuto l’effetto di incitare alla protesta all’interno e infiammare gli animi. Questo ha provocato l’immediata reazione delle Forze dell’ordine che hanno caricato i detenuti, provocando alcuni feriti (secondo quanto riportato dai familiari stessi dei tunisini).

Questo pomeriggio, invece, all’avvocato di fiducia della gran parte dei tunisini detenuti nel centro è stato negato l’accesso al Centro. Il gestore, con fare molto aggressivo, ha detto che avrebbe dovuto prendere “un appuntamento via mail, secondo regolamento”, ledendo in modo palese il legittimo diritto alla difesa. L’esistenza di questa incredibile “regola” era stata smentita anche dalla Prefettura potentina durante l’incontro dei giorni scorsi. Oltretutto, Si continua a non capire il perché di tanto ritardo nell’attribuzione delle nomine.

Ovviamente di tutto ciò non si parla. Parlare di luoghi di detenzione, nei quali non si sa più dov’è il diritto, è scomodo. Le notizie che trapelano giungono soltanto grazie alle associazioni locali che stanno presidiando la situazione insieme ai familiari dei detenuti.

Si attendono, adesso, gli esiti del riesame delle convalide presso il Tribunale di Potenza, sperando che almeno la giurisprudenza si allinei dal lato dell’umanità e della ragionevolezza, come a Torino.

Morti bianche

Destiny è morta. È morta circa una settimana fa dopo aver partorito. Tutti la davano già per morta. Ma ha lottato. Non solo per lei. Incinta, aveva cercato di varcare il confine per arrivare in Francia dalla sorella, sapendo di essere molto malata. La gendarmeria francese l’aveva respinta indietro.

Morti bianche

Sorpresa sul colle della Scala mentre provava a valicare il confine per raggiungere la sorella in Francia, l’hanno scaricata assieme a suo marito davanti alla stazione di Bardonecchia. Nemmeno una telefonata per avvertire della presenza di una donna in gravi condizioni di salute.

Una medica volontaria l’aveva poi portata in ospedale, al Sant’Anna di Torino dove è rimasta ricoverata più di un mese.

La davano già per morta, Destiny. Aveva un linfoma nel petto a causa di una precedente trasfusione infetta: non riusciva a stare seduta e ormai neanche a respirare. Le hanno fatto il taglio cesareo il più tardi possibile per non rischiare che non ce la facesse nemmeno il bambino.

È una tragedia dei nostri confini. Non quelli che si perdono nell’orizzonte sul mare, lontano, ma quelli delle nostre montagne, sui sentieri su cui possiamo camminare anche noi. Ma è una tragedia per noi, perché invece per le donne e gli uomini migranti è quello a cui sanno già che probabilmente andranno incontro.

Noi lo facciamo per sport, paghiamo per fare le passeggiate in montagna e affondare nella neve a 1900 metri. Loro lo fanno per sopravvivere. Non è per fare la morale ma per prendere la misura delle cose.

“I migranti per le autorità francesi valgono meno dei pacchi di merce”, sono le parole dei volontari italiani che operano al confine. È vero, ma un confine si sorveglia in due. A un pugno di metri dalla gendarmeria francese c’è la polizia italiana.

Cinque anni di carcere sono il prezzo che la magistratura francese ritiene di dover far pagare ad una guida alpina per aver portato all’ospedale di Briaçon un’altra donna migrante incinta, facendole quindi passare il confine francese.

Questa donna è stata uccisa.

Quanto deve costare a queste donne e a questi uomini il fatto di poter sopravvivere?
Quanto deve costare loro mettere al mondo un altro/a di loro? La loro stessa vita?

Tutto questo non è accettabile.

… ma darei la vita pur di farti mangiare il gelato

“Il cliente ha sempre ragione”, sarà anche per una massima da bottegai come questa che un servaggio di massa ammorba il nostro paese. Una giovane gelataia milanese (in prova) si rifiuta di servire il gelato Salvini. Fiordilatte e fragola. Perché è un razzista, e non nasconde un cuore tenero. “Perché gioca con il razzismo”, ha detto. Si è rifiutata. Glielo serva un altro.

Qualcosa si rompe. Più di uno schiaffo, più di un’offesa. Qualcosa si rompre più nella morale bigotta e lavorista dell’ultimo sfigato della conciliazione a tutti i costi che nelle preoccupazioni di Salvini il quale, al contrario, il solco della guerra agli altri, ai sottoposti, lo scava con cura. È soprattutto a sinistra che ci si indigna, attanagliati dal perdere la cifra di una regola sociale. Il rapporto di lavoro.  “Non ha fatto il suo dovere”, dicono i più. Il dovere di lavorare che è quello di servire. Il presupposto di qualsiasi addomesticamento sociale: rinunciare a se stessi in cambio dell’opportunità di mantenersi. Vendersi. Svendersi. Dimostrare di accettare tutto. Non ha passato il periodo di prova pur di poter scegliere lei a chi servire il gelato.
Il politicamente corretto della “lotta contro le disciriminazioni” diventa allora la clava per difendere un ricco politico bianco dal gesto di una ragazza col papà algerino. A sinistra dicono che è “ideologica”. E non si discrimina sulle idee. Come se i proiettili che spara Salvini in prima serata non avessero conseguenze materialissime sul quotidiano delle persone con la pelle un pò troppo scura che vivono nel nostro paese. Come se quelle idee non si fossero già trasformati in proiettili veri, a Macerata, a Firenze.

Ma in fondo è solo una ragazzata, dice Gramellini, che invita Salvini a passare un altro colpo di telefono in gelateria per far richiamare a lavoro la ragazza fanatica. Per grazia. Ha vent’anni e a tutti si perdonano le ragazzate. In più è mezza magrebina e sarà pure musulmana quindi l’attenuante di fanatismo va concessa come handicap razziale. Sembra una freddura di quelle sul Cucciolone, ma non c’è un cazzo da ridere. La subalternità culturale della sinistra al razzismo di Salvini passa dall’incapacità di sottrarsi al ricatto di ritenere normale il mondo che lo accetta, lo giustifica e promuove.  E invece c’è qualcuno che non accetta tutto. Un gesto bello, che non dovrebbe essere, che non è un gesto individuale.

Grazie, ma non lo mangiamo con voi il gelato.

Sabato 10 febbraio tutt* a Macerata: contro il razzismo, contro i divieti del ministero dell’Interno. Per l’antifascismo, per la democrazia.

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«Ringrazio Anpi, Cgil, Libera, Arci e le altre associazioni per avere rinviato la manifestazione del 10 febbraio raccogliendo l’appello del sindaco di Macerata. Hanno fatto un atto di amore verso la comunità. Mi auguro che anche le altre organizzazioni che hanno fatto richiesta di svolgimento manifestazioni accolgano la richiesta del sindaco. Se risponderanno positivamente sarà dimostrazione di responsabilità da parte loro, se così non fosse ci penserà il ministero dell’Interno a impedire che si faccia la manifestazione». (Marco Minniti).

Queste sono le incredibili e gravissime parole del Ministro dell’Interno. È opportuno brevemente riepilogare gli accadimenti delle ultimi folli ore.

Le realtà di movimento delle Marche nel volgere di poche ore, dopo il gravissimo attentato di sabato hanno indetto la manifestazione nazionale che si terrà a Macerata sabato 10 febbraio. Già nel presidio spontaneo tenutosi nel pomeriggio del 4 febbraio la manifestazione è stata annunciata e messa a disposizione di chiunque condividesse la necessità urgente di scendere in piazza dietro lo slogan semplice e chiaro “contro ogni fascismo contro ogni razzismo”.

Il lancio della manifestazione si è immediatamente diffuso determinando larghissime adesioni in tutta Italia e persino dall’estero. Nonostante questa larghissima e immediata risposta la CGIL, per ragioni di posizionamento e opportunismi puramente interni all’organizzazione non solo ha deciso di non partecipare aderendo all’invito del Sindaco ad annullare ogni manifestazione, ma ha anche avviato una gravissima operazione di boicottaggio facendo circolare la notizia falsa che la manifestazione era stata annullata! Le scelte della CGIL sono state, purtroppo, condivise anche dai vertici di ANPI, LIBERA e ARCI.

Nonostante ciò, tanti attivisti di base, sezioni e circoli territoriali di queste organizzazioni hanno espresso la volontà  di non abbandonare la piazza di Macerata e di essere, comunque, presenti.

In questo contesto, cogliendo l’occasione creata ad hoc dal sindaco di Macerata e dalle organizzazioni non a caso ringraziate da Minniti per la loro collaborazione, si è inserita l’intimidazione del Ministro dell’Interno e la scelta tutta politica di vietare la manifestazione.

Si tratta di una evidente sospensione della democrazia nel nostro Paese, della brusca materializzazione di un fascismo che nelle strade si esprime con le pistole e nelle istituzioni con l’imposizione autoritaria del silenzio. Il divieto dopo una tentata strage fascista di esprimere liberamente e pacificamente la propria indignazione, è un atto che non ha precedenti nella storia della Repubblica.

Questo divieto è inaccettabile. L’equiparazione fascismo e antifascismo, razzismo e antirazzismo è inaccettabile. Per questo ribadiamo con fermezza che andremo comunque in piazza per ripristinare l’agibilità democratica e riaffermare quanto sarà scritto nello striscione di apertura del corteo “movimenti contro ogni fascismo ogni razzismo“. Invitiamo quindi a non farsi intimidire dal clima creato ad arte dal Ministero dell’Interno e a raggiungere Macerata per una grande manifestazione popolare. Non è il tempo di stare a casa. Non basta esprimersi sui social. Sono in gioco le nostre libertà fondamentali.

LE REALTÀ DI MOVIMENTO DELLE MARCHE