2/3 settembre 2017 – Conoscere, capire, difendere la Valle dell’Astico

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Una ipotesi di autostrada, prevista da 40 anni e mai realizzata, torna prepotentemente alla ribalta per risaputi interessi privati, legati agli alti profitti che la concessione della A4 Brescia Padova produce, e che potrebbero essere messi in discussione dalle direttive europee in materia di gare di appalti. Proprio tramite la realizzazione di quest’ opera, la A31 Valdastico Nord, i titolari della concessione della A4, “gallina dalle uova d’oro”, potranno continuare ad accumulare ricchezza aggirando le normative europee. Per convincere l’opinione pubblica e gli amministratori che questa opera è di primaria importanza, il mantra che sentiamo continuamente recitare è quello dello sviluppo economico che porterà nella Valle dell’Astico, territorio di splendida bellezza e di pregiate caratteristiche naturalistiche, purtroppo economicamente depresso e non ancora fatto oggetto di una seria programmazione territoriale sostenibile ed ecocompatibile. La politica di convincimento alla bontà dell’ennesima grande mala opera si basa sull’assunto, tipico di un modello di sviluppo ormai tramontato e basato sul saccheggio dei territori, che come metodo, prima si fanno le grandi strade e infrastrutture, attorno alle quali si creerà poi spontaneamente un volano di attività economiche ad uso degli utenti che viaggeranno su quel nastro di asfalto. E così, via con la costruzione di centri commerciali e capannoni: quelle cose che da anni hanno contribuito a determinare un ormai insostenibile consumo di territorio.

La Valle dell’Astico si è interrogata su questo modello di sviluppo, si è chiesta da tempo se quest’opera inutile ma soprattutto dannosa, impedisca uno sviluppo economico e una modalità di vita che gli abitanti dei luoghi, con passione ed orgoglio, definiscono di vera sostenibilità, in armonia con l’ambiente in cui si inserisce e sviluppa.

Ora, che siamo in fase di stanziamento dei fondi regionali per iniziative di sviluppo economico in queste valli, come saranno investiti? all’ombra dei piloni o fuori dalle gallerie della Valdastico Nord? sarà ancora possibile parlare di sostenibilità vera, in questo territorio?

CONOSCERE, CAPIRE, DIFENDERE LA VALLE 2-3 SETTEMBRE 2017 a Forni di Valdastico

due giorni di camminate, cena e dibattito

SABATO 2 settembre

9.00-15.00 trekking guidato (possibilità campeggio)

20.00 cena GRAND GOURMET (su prenotazione, al 3281334258);

A seguire, concerto jazz con i BJC’s Jazzmen

DOMENICA 3 settembre

15.00 ASSEMBLEA DIBATTITO Le grandi opere portano sviluppo?con Erasmo Venosi, Tiziana Occhino, Lanfranco Tarabini

16.00 TAVOLA ROTONDA Quale sviluppo sostenibile per il territorio della Val d’Astico?Amministratori e operatori del territorio

INFO Lorenzo 392 146 8221

G20 AMBURGO: ANCORA 35 PERSONE IN CARCERE, 13 TEDESCHI E 22 INTERNAZIONALI

La repressione dopo le giornate di rivolta contro il G20 di Amburgo costringe al carcere soprattutto attivisti e attiviste internazionali. Dei 56 arresti, la permanenza in carcere è stata infatti confermata per 35 persone, tutte fermate durante le manifestazioni contro il summit di inizio luglio.

A farne le spese soprattutto gli arrestati senza cittadinanza tedesca: dei 35 in carcere, 13 sono tedeschi e 22 hanno invece altre nazionalità. Tra gli arrestati internazionali i più colpiti sono gli italiani, con 6 persone ancora in carcere, 3 poi i francesi e 2 gli olandesi.  Completano il quadro uno spagnolo, uno svizzero, un ungherese, un serbo, un senegalese, un rumeno , un autriaco, un polacco e un ceco.

Questa permanenza nelle carceri soprattutto degli internazionali è motivata, affermano gli avvocati del legal team tedesco, dal presunto “pericolo di fuga” che coinvolgerebbe soprattutto chi non ha cittadinanza tedesca.

Intanto le iniziative di solidarietà, in Germania e fuori dai confini, si moltiplicano: di quelle in Germania ne parla ai nostri microfoni una compagna che in queste settimane è rimasta ad Amburgo per seguire le vicende repressive e che ci offre anche un quadro rispetto alle condizioni di detenzione nelle carceri tedesche. Ascolta o scarica

Rinnovato anche l’appello a non far sentire soli i compagni e le compagne scrivendo loro direttamente in carcere. Prosegue quindi la campagna “scrivimi”, lanciata dall‘Osservatorio contro le repressione,  per solidarizzare con le compagne e i compagni italiani ancora in carcere.

RICCARDO LUPANO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

EMILIANO PULEO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

ORAZIO SCIUTO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

ALESSANDRO RAPISARDA
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

MARIA ROCCO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany

FABIO VETTOREL
Hahnofersand
21635 Jork
Germany

Inoltre vi proponiamo anche un comunicato diffuso dallo spazio autogestito Postaz di Feltre,  dal quale provengono due dei sei italiani arrestati.

APPELLO PER UNA CAMPAGNA DI LOTTA VERSO UNA MANIFESTAZIONE  INTERNAZIONALE AD AMBURGO PER LA LIBERAZIONE DI TUTTE LE PRIGIONIERE E I PRIGIONIERI DETENUTI

A più di due settimane dal G20, i tempi di detenzione degli arrestati di  Amburgo si allungano di giorno in giorno. Non c’è alcuna intenzione da  parte del tribunale ordinario di istruire i processi in tempi brevi – si  parla di un massimo di sei mesi. La procura ha impedito ogni richiesta di rilascio su cauzione e di arresti domiciliari invocando il pericolo  di fuga.

Pur reagendo con la solita, efferata violenza, il braccio armato del  potere è stato mandato in tilt dalla coralità delle pratiche dei
manifestanti durante le giornate antiG20. Per questo, la morsa della  repressione ora si stringe attorno ai corpi degli arrestati.
In questi giorni sono giunte le prime lettere da parte dei detenuti. Alla prima, quella di Riccardo
(https://ilmainasso.noblogs.org/post/2017/07/21/lettera-del-compagno-riccardo-dal-carcere-di-billwerder-amburgo/)
è seguita la testimonianza di Maria, compagna feltrina arrestata nella  mattinata del 7 luglio e detenuta a Billwerder.
La riportiamo qui sotto:

Venerdì 14 Luglio 2017

Oggi, due secoli fa, il popolo in armi espugnava la Bastiglia. Oggi,  coloro che festeggiano questa data fondatrice delle attuali democrazie  innalzano nuove Bastiglie ovunque. Nessuno deve più stare qui dentro.  Mai più. È troppo per una persona sola. Ci sono minorenni, donne  incinte, donne con neonati e donne che dovrebbero stare in ospedale, tutte nelle stesse tute grigie. So che state facendo tutto il possibile  per tirarmi fuori e vi ringrazio. Mi dispiace farvi stare in pensiero. Ho qui il vostro telegramma, in realtà speravo di uscire oggi e di  ringraziarvi a voce. E invece sono di nuovo qui, il ricorso non è stato
accolto. Ma sicuramente ne saprete già di più quando vi arriverà questa lettera. Eravamo in cinque nella stessa situazione qui nel mio braccio. Le due  tedesche sono uscite mercoledì, oggi è uscita la ragazza del Venezuela, però con una cauzione di 10 000 euro. Sì, diecimila. Restiamo io ed una  ragazza curda. È così forte lei. Sempre positiva, nonostante abbia due fratelli morti combattendo in Kurdistan. L’unica cosa positiva qui sono  le relazioni che si creano. Sono tutte così gentile, altruiste. Tutte
sono pronte a darti un abbraccio. Per il resto non ho più illusioni su nulla. L’altro giorno ci hanno fatto uscire in tre con la scusa di dover  parlare con l’avvocato, in realtà volevano prelevarci il DNA. Bisogna aspettarsi sempre il peggio qui, e non è nella mia natura. La prima prigione in cui ci avevano messi era un prefabbricato con  queste stanzine di 10 metri quadri. Eravamo in 5 lì dentro, per 2 giorni, senza niente, senza finestre, dovendo chiedere per bere e per andare in bagno con la guardia che ti sorveglia. Praticamente senza mangiare. Qui è un po’ meglio, almeno ho un letto e un bagno. Lo saprete già che sono finita dentro solo perché mi sono attardata ad aiutare una ragazza con un piede rotto. Rotto davvero, con l’osso fuori  e il piede attaccato solo per metà. Non credo che me lo toglierò mai dalla mente. Insieme alla polizia che picchia a mani nude. E non credevo fosse possibile finire dentro per questo, per non aver fatto davvero  nulla. Anche se tutte qui sono dentro per cose da nulla. Furti soprattutto. Ragazzi, scrivete qualcosa su quello che sta succedendo per favore. Non  state in silenzio. Se volete pubblicate quello che vi scrivo. Non so nulla di Fabio invece, gli ho scritto e non mi ha risposto. Dovrebbe essere nel mio stesso carcere. Se avete sue notizie scrivetemele e scrivetemi comunque. Se potete mettetemi dentro un francobollo per
rispondere. Io almeno fino a mercoledì sarò qui. E poi non lo so. Vi voglio un sacco di bene, a tutti voi. Un abbraccio, spero di tornare presto.

Maria

Maria non sa che Fabio è detenuto a Jork, trenta chilometri a est di Amburgo, che sta bene e che anche lui ha un buon rapporto con gli altri detenuti. Anche a lui il rilascio su cauzione è stato negato dalla procura di Amburgo dopo la proposta del tribunale.
Non sa che, a differenza loro, Alessandro, Orazio, Emiliano e Riccardo sono insieme nel braccio maschile del suo stesso carcere, Billwerder (questi ultimi due vicini di cella).

Queste sono invece le parole di un feltrino in contatto con le famiglie di Fabio e Maria, del 24 luglio:

“Oggi siamo arrivati ad Amburgo e abbiamo incontrato le loro mamme. Sembrano abbastanza serene anche se la situazione non è cambiata. Fabio stamattina era più sereno di mercoledì scorso. Ci sono dei comitati che hanno fatto una dimostrazione in favore degli arrestati e che cercano di contrapporsi alla situazione. Gli avvocati si danno molto da fare ma la giustizia tedesca fa di tutto per rendere tutto molto difficile. Domani andremo in carcere per portare dei vestiti a Maria e cerchiamo di
lasciare anche dei libri. Vediamo come andrà.”

È stato finora difficile consegnare ai detenuti libri, indumenti e altri effetti personali. È importante però scrivergli, usando gli indirizzi pubblicati per la campagna “Scrivimi”:  (http://www.osservatoriorepressione.info/scrivimi/#comment-217076)

Tante le iniziative in corso: i presidi sotto le ambasciate tedesche in Italia  (http://www.ondarossa.info/newsredazione/2017/07/27-luglio-presidio-davanti-lambasciata), la solidarietà tra compagne e compagni vicini agli arrestati italiani, in contatto dai primissimi giorni, le informative sulle piattaforme radio. Diversi, inoltre, i presidi e le manifestazioni a sostegno dei
prigionieri del G20 da Bilbao alle città tedesche; tra queste, una molto partecipata proprio ad Amburgo, nella zona del Rote Flora, come riporta Radio Blackout.

Il prossimo 6 agosto, invece, è previsto un nuovo presidio sotto il carcere di Billwerder. Tutto questo è importante, ma non sufficiente. Per questo ci rendiamo disponibili a raccogliere contributi, condivisioni, idee e proposte che portino a una grande manifestazione  internazionale ad Amburgo per la liberazione di tutte e tutti. Perché  nessuno venga lasciato solo, perché nessuno resti indietro.

TUTTE LIBERE! TUTTI LIBERI!

Compagne e compagni dello spazio autogestito PostaZ di Feltre

http://www.radiondadurto.org/2017/07/26/g20-amburgo-ancora-35-persone-in-carcere-13-tedeschi-e-22-internazionali/

alemanno Livorno ti schifa!

Martedì 18 luglio il fascista ex sindaco di Roma Gianni Alemanno era a Livorno, alcuni antifascisti erano presenti per dare un piccolo benvenuto a questo personaggio. Di seguito il testo del volantino diffuso:

“Oggi il fascista Alemanno è presente all’Hotel Palazzo per presentare l’ennesimo cartello elettorale di destra.

Da sindaco di Roma questo personaggio è stato il simbolo dei legami dell’estrema destra con criminalità organizzata e speculatori, saccheggiando la città e facendo affari d’oro.

Oggi Alemanno si presenta assieme ai relitti della destra cittadina nel più grande albergo di lusso della città.

Questo basta a mostrare quanto queste formazioni, ed i personaggi che la animano, sostengano politiche antipopolari e padronali.

Quindi quando questi soggetti parlano di “sovranità nazionale” non vogliono che rafforzare le politiche di sfruttamento che hanno sempre sostenuto.

Questi partiti sono infatti gli stessi che hanno sostenuto le politiche di precarizzazione e di cancellazione dei diritti conquistati dai lavoratori, politiche che hanno portato alla grave situazione di disoccupazione e povertà che viviamo oggi anche a Livorno.

Antifascisti livornesi

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In memoria di Filippo Filippetti Anarchico livornese, Antifascista, ucciso dai fascisti

Mercoledì 2 agosto 2017

ore 19 Commemorazione presso la lapide

Via Provinciale Pisana 354, Livorno (andando verso Via Firenze, alla ex-scuola di fronte al circolo ARCI “Tamberi”)

Filippo Filipetti, giovane anarchico, viene ucciso il 2 agosto 1922 dai fascisti mentre si oppone, assieme ad altri antifascisti, ad una spedizione punitiva contro Livorno.

Il 2 Agosto 1922 un gruppo di giovani antifascisti, tra i quali alcuni anarchici, ingaggia uno scontro armato nei pressi di Pontarcione con i camion dei fascisti. Muore nella sparatoria Filippo Filippetti, membro degli Arditi del Popolo, sindacalista dell’USI per il settore edile.

Nell’estate del 1922 si giocano le ultime carte per fermare la reazione antiproletaria: il paese è attraversato da un crescendo di aggressioni compiute dai fascisti nei confronti delle organizzazioni del movimento operaio e dei singoli militanti; si contano decine di morti fra gli antifascisti.

Da mesi l’Unione Anarchica Italiana e il giornale “Umanità Nova” si battono a sostegno del movimento degli Arditi del Popolo, per costituire un fronte unico proletario che organizzi la difesa.

Su iniziativa del Sindacato Ferrovieri Italiano è costituita l’Alleanza del Lavoro, a cui partecipano tutti i sindacati, con l’appoggio dell’Unione Anarchica, del Partito Repubblicano, del Partito Comunista e del Partito Socialista.

L’Alleanza del Lavoro indice uno sciopero generale ad oltranza per fermare le violenze fasciste a partire dalla mezzanotte del 31 luglio.

I fascisti finanziati da agrari e industriali, armati da Carabinieri ed Esercito, protetti dalla monarchia e dalla chiesa, aggrediscono le roccaforti operaie.

In molte città, fra cui Piombino, Ancona, Parma, Civitavecchia, Bari i fascisti vengono respinti anche grazie all’azione degli Arditi del Popolo. Nel momento in cui la resistenza operaia cresce, CGL e PSI, sperando in un ennesimo compromesso, si ritireranno dalla lotta, aprendo la strada alla rappresaglia armata del Governo.

Livorno è uno dei centri dello scontro. Tra il 1° e il 2 Agosto 1922 squadre fasciste provenienti da tutta la Toscana lanciano la caccia agli antifascisti livornesi, facendo irruzione nei quartieri popolari che resistono all’invasione.

Molti furono gli assassinati in quei giorni. Popolani, militanti comunisti, anarchici, repubblicani e socialisti, tra i quali Luigi Gemignani, Gilberto Catarsi, Pietro Gigli, Pilade Gigli, Oreste Romanacci, Bruno Giacomini e Genoveffa Pierozzi.

Negli scontri in periferia viene ucciso il giovane anarchico Filippo Filippetti.

Gli anarchici invitano tutti gli antifascisti a partecipare alla commemorazione.

 

Federazione Anarchica Livornese
cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

Collettivo Anarchico Libertario
collettivoanarchico@hotmail.it
http://collettivoanarchico.noblogs.org/

Liberi Tutti Liberi Subito

Giovedì 27 luglio si svolgeranno dei presidi a Roma, Milano e Venezia, sotto l’ambasciata e i consolati tedeschi, per chiedere la liberazione delle compagne dei compagni arrestati ad Amburgo nel corso delle manifestazioni contro il G20. Le iniziative seguono quelle di Catania e Palermo, effettuate nelle scorse settimane davanti le Prefetture.

Appuntamenti

Roma ore 16, Ambasciata tedesca, via San Martino della Battaglia, 4

Milano ore 17, Consolato tedesco, via Solferino 40

Venezia ore 16, Consolato onorario di Germania, Fondamenta Condulmer 251

G20, Forenza: «Liberare gli italiani ancora detenuti ad Amburgo»

G20, ancora detenuti ad Amburgo, sei militanti italiani arrestati dopo il corteo dell’8 luglio dalla polizia tedesca. Giovedi, iniziative in molte città sotto le sedi diplomatiche

«La stampa non se ne occupa – scrive Eleonora Forenza, eurodeputata del Gue – ma Alessandro, Emiliano, Orazio, Maria, Fabio, Riccardo sono ancora detenuti ad Amburgo. Sono in carcere per aver manifestato contro il #G20, vittime di una UE sempre più securitaria e repressiva, e della folle gestione della Polizia di #Amburgo.

Giovedì 27 luglio alle 16 a Roma vi chiediamo di essere presenti al presidio – conferenza stampa che terremo davanti all’ambasciata #tedesca (via San Martino della Battaglia/piazza Indipendenza) per chiedere la loro liberazione. Non ci fermeremo finché non saranno liber@ tutt@. Se toccano un@ compagn@, toccano tutt@. #liberitutti #liberetutte». Anche in altre città d’Italia ci saranno sit-in, presidi, flash mob, iniziative sotto le sedi diplomatiche della Germania. Specie in quelle più vicine ai luoghi da cui provengono i sei manifestanti arrestati nelle retate seguite alle operazioni di repressione amburghesi. Un’idea annunciata anche durante le giornate genovesi di commemorazione del luglio 2001 e di rilancio delle ragioni del movimento antiliberista e delle battaglie contro la repressione. A Palermo c’è stata già una iniziativa sabato 22 luglio davanti alla Prefettura di Palermo per sollecitare l’intervento immediato delle istituzioni italiane e richiamare l’attenzione degli organi di stampa su questa vicenda gravissima. Due giorni prima, il 20 luglio, si è tenuta l’udienza di convalida che ha confermato la custodia cautelare in carcere per Emiliano Puleo, in linea con le decisioni che, nei giorni precedenti, hanno riguardato gli altri manifestanti italiani arrestati durante le contestazioni del G-20 ad Amburgo. Il giudice non ha accettato la proposta di liberazione su cauzione formulata dalla difesa; perciò, anche per Emiliano proseguiranno inesorabili i giorni di detenzione nelle carceri di Amburgo, nel silenzio assordante dei media nazionali. La vicenda sta acquisendo, giorno dopo giorno, contorni sempre meno giudiziari e sempre più politici e punitivi – spiega Valentina Speciale, segretaria del circolo di Rifondazione Comunista di Partinico -. Ciò trova conferma – aggiunge – nelle parole del parlamentare tedesco Martin Dolzer del partito Die Linke, il quale, dopo un colloquio avuto con Emiliano in carcere, ha affermato che attualmente in Germania contro gli italiani che hanno contestato il G-20 è in atto un vero e proprio accanimento».

Restano in carcere nella prigione di Billwerder, Orazio, di 31 anni, e Alessandro di 25, i due catanesi fermati dalle autorità tedesche, dicono i loro legali, Pierpaolo Montalto e Goffredo D’Antona. Intanto il Centro Sociale Liotru, del quale i due catanesi fanno parte, ha già organizzato un aperitivo benefit per le spese legali.

Scrive Riccardo, dalla Prigione di Billwerder (20 Luglio): «In questo momento mi trovo detenuto nel carcere Billwerder di Amburgo. Sono stato arrestato venerdì 7 Luglio alle ore 19.30 nei pressi del Rote Flora. Sono accusato di oltraggio allo Stato, di aver messo in pericolo la pubblica sicurezza, di aver svolto un ruolo attivo all’interno di un gruppo di quindici persone che ha fronteggiato la polizia, in particolare di aver tentato di ferire un poliziotto della Sezione Speciale di Bloomberg adibita ad effettuare arresti e recuperare reperti. Non riconosco il dualismo “colpevole – innocente” proposto dagli apparati giuridici dello Stato. Ciò che voglio dire a riguardo è di essere orgoglioso e felice di essere stato presente durante la sommossa di Amburgo contro il G20.

La gioia di vivere in prima persona la determinazione di persone di ogni età e da tutto il mondo che ancora non hanno ceduto alla tentazione di sottomettersi alla logica del denaro e del mondo capitalista non potrà mai essere sopita da nessuna misura cautelare. In un epoca storica in cui il capitalismo cerca di affondare il colpo definitivo e necessario al suo assestamento, in una continua oscillazione fra guerra interna (leggi speciali, chiusura delle frontiere, deportazioni) e guerra esterna (massacri indiscriminati, distruzione e avvelenamento del Pianeta Terra); la rivolta di Amburgo contro il G20 ha dimostrato ciò che è più importante per chi ha ancora a cuore la libertà: la possibilità della sua realizzazione.

L’ efficienza tecnologica, fisica e tattica della polizia tedesca è stata tanto impressionante e spaventosa, quanto, di fatto, inutile a disinnescare prima e reprimere successivamente l’esigenza di svolgere contro la società mondiale, assurda e catastrofica, che i venti patetici Capi di Stato stavano lì a sfoggiare con meschinità, blindati nel cuore della città. I rassegnati e i riformisti potranno dire che, visto i rapporti di forza sviluppatisi negli ultimi decenni tra il potere e i suoi sudditi, quello di Amburgo sia stato un ennesimo esperimento di massa per verificare la tenuta degli apparati di sicurezza internazionale. Del resto è quello che veniva detto anche dopo il G8 di Genova nel 2001.

I ribelli e i rivoluzionari, però, non fanno i conti con le dietrologie della politica, ma con i propri sentimenti e i propri progetti. In ogni caso, mi pare di poter ribadire che, se anche così fosse, questo esperimento sia fallito del tutto. Nelle strade di Amburgo ho respirato la libertà incontrollata, la solidarietà attiva, la fermezza di rifiutare un’ ordine mortifero imposto da pochi ricchi e altrettanti potenti sul resto dell’umanità. Non più infinite file di automobili e composte processioni che ogni giorno santificano la liturgia oppressiva ed assassina del sistema capitalista.

Non più masse indistinte costrette a piegarsi e sudare per un’anonima sopravvivenza in favore dell’arricchimento di qualche ingordo padrone. Non più migliaia di sguardi assenti diretti verso qualche asettico display che aliena e deforma le nostre esperienze di vita.

Ho visto individui alzare gli occhi al cielo per cercare di agguantarlo.
Ho visto donne e uomini dare corpo alla loro creatività e alle loro fantasie più represse.
Ho visto le energie di ciascuno impegnate a tendere una mano ad altre che non si ergono al di sopra di nessuno.
Ho visto il sudore gocciolare dalle fronti per soddisfare i propri desideri invece di quelli di qualche aguzzino. Nell’ora della rivolta nessuno resta mai veramente solo.

Un forte abbraccio a tutti i compagni e le compagne, a tutti/e i/le ribelli prigionieri/e dello Stato tedesco. Un saluto appassionato ad Anna, Marco, Valentina, Sandrone, Danilo, Nicola, Alfredo, i compagni e le compagne sotto processo per l’ Operazione “Scripta Manent” in Italia. Ai/alle rivoluzionari/e e ai/alle ribelli prigionieri/e nelle galere di tutto il mondo. Un bacio a Juan. Dove sei … dove sei … sei sempre con noi! Finché esisto: sempre contro l’autorità! Sempre a testa alta! Viva l’internazionale anticapitalista! Per Carlo! per Alexis! Per Remi! Per la libertà!».

La stessa Eleonora Forenza era stata bruscamente arrestata assieme ad altri 15 italiani l’8 luglio ad Amburgo. E le furono sequestrati documenti dagli agenti tedeschi compreso il tesserino parlamentare. In alcune foto e un video ha mostrato le immagini dell’intervento della polizia. Era andata anche lei a manifestare contro il vertice, per vigilare da parlamentare europea contro il dispositivo globale di repressione del dissenso

Insieme ad altri attivisti ha trascorso la notte fuori dalla caserma di Amburgo: «Ci hanno comunicato – raccontò a Marina Zenobio di Popoff – che eravamo in stato di arresto senza comunicarci la ragione, dicendo solo che avevano notizie di italiani pericolosi in arrivo ad Amburgo. Ci hanno sequestrato i documenti, tra cui il mio tesserino parlamentare, per oltre quattro ore. Ci hanno messo nelle celle di due furgoni e ci hanno sequestrato tutto: negli zaini non hanno trovato nulla ma alcuni di noi, tra cui me, avevano una felpa nera (!!!). Ci hanno tenuto oltre tre ore nella cella del cellulare, prendendoci in giro quando chiedevamo informazioni. Mi hanno fatto fare pipì con la porta aperta e sorvegliata da due poliziotte nonostante fossi già stata perquisita. Dopo quasi cinque ore hanno portato tutti nelle celle. A me, alle 21, hanno detto che ero rilasciata perché parlamentare (eppure avevano il mio tesserino dalle 16!!!). Mi sono rifiutata di andare via finché non rilasciano tutt@ i miei compagni e le mie compagne».

L’europarlamentare ha ricordato la due giorni di Bruxelles, pochissimi giorni prima del G20, contro la repressione e per il diritto al dissenso organizzata con Osservatorio Repressione.

Intanto, è attiva la campagna “Perché nessun* resti solo”: indicazioni e indirizzi per scrivere agli attivisti reclusi nelle carceri tedesche.

Quel sabato il grande corteo conclusivo delle mobilitazioni contro il G20 è stato bello, potente e variegato. Una manifestazione tranquilla, a parte gli attacchi della polizia in coda, respinti grazie alla solidarietà degli altri spezzoni. Fino alle provocazioni che gli agenti in tenuta anti-sommossa hanno realizzato nella piazza finale contro chi doveva intervenire dal palco o chi stazionava là intorno. Poi la caccia all’uomo mentre i gruppi defluivano, circondati dalle camionette. Solo in seguito abbiamo saputo, grazie al legal team, che quasi tutti i fermati erano stranieri. I legali riferiscono che si è trattato di un vero e proprio “racial profiling”, una caccia allo straniero, soprattutto, con un atteggiamento della polizei molto aggressivo, specie con chi dimostrava di non essere intimorito o provava a usare il cellulare per avvisare il legal team. «Dopo la prima identificazione e perquisizione – ha raccontato Shendi è un’attivista dei Berlin Migrant Strikers, collettivo di italiani a Berlino – ci hanno fatto salire su due blindati, al cui interno c’erano delle celle. Insieme a noi, era presente anche l’europarlamentare Eleonora Forenza, che ha provato in tutti i modi a ostacolare l’operazione della polizia. Senza riuscirci. Anzi, anche lei è stata portata via con noi. Finché eravamo in stato di fermo nei furgoni il morale era molto alto. Perché stavamo tutti insieme, sebbene divisi tra uomini e donne. Facevamo cori, continuavamo a chiedere di andare in bagno, anche per infastidire la polizia. A un certo punto ci hanno portato nella struttura detentiva di Gesa (Gefangenensammelstelle), costruita apposta per il vertice del G20. Lì ci siamo resi conto di essere effettivamente in stato di arresto e abbiamo iniziato a sperimentare le diverse tattiche di controllo proprie dell’ambiente carcerario. Per prima cosa, siamo stati pian piano separati e isolati. Uno alla volta scendevamo dal furgone ed entravamo nell’edificio, attraverso una scala circondata dal filo spinato. Più che un vero e proprio carcere, sembrava un magazzino di Amazon. E noi la merce inscatolata nei piccoli scaffali. La logistica della repressione poteva avere inizio. Il flusso di soggetti era continuo, sia in uscita che in entrata, e gli addetti allo smistamento tendevano a comprimere il più possibile le soggettività per garantire il massimo dell’efficenza. Quasi subito, è diventato chiaro che un’arma nelle loro mani era il pieno possesso delle informazioni, mentre noi, al contrario, non sapevamo dove stavamo andando, dov’erano gli altri, se e quando saremmo usciti. Non sapevamo nemmeno di cosa eravamo accusati, perché si rifiutavano di dircelo».

Gli agenti hanno provato a far firmare un foglio in cui gli arrestati ammettevano che la polizia di Amburgo li avrebbe trattenuti perché considerati soggetti pericolosi fino alla fine del vertice, alle sei di mattina del lunedì.  Una mappa della città o un capo di vestiario sospetto, perfino la consapevolezza di come comportarsi in caso di arresto poteva significare la conferma delle accuse mosse dai tedeschi proprio mentre la politica, a cominciare dalla Merkel, ammetteva l’errore di aver fatto piovere il circo del G20 al centro della scena antagonista tedesca.

Su Dinamo Press una interessante riflessione di bilancio, intanto è attiva la campagna “Perché nessun* resti solo”: ecco le indicazioni e gli indirizzi per scrivere agli attivisti reclusi nelle carceri tedesche dopo le giornate di Amburgo.

«Ci sono tante cose di cui si ha bisogno quando si è rinchiusi in una cella. Si ha bisogno di vino, di tramonti, si ha bisogno di vento e di abbracci. Ma soprattutto si ha bisogno di parole. Parole per riempire un lunghissimo silenzio e rompere il proprio isolamento.

Giovanissime compagne e giovanissimi compagni sono ancora rinchiusi senza processo nella prigione di Hamburg dopo il G20. Sono sole e soli, non hanno cellulare, computer, possono fare solo una telefonata giornaliera. Il nostro compito è essere al loro fianco, condividere con loro lo spazio asettico di una cella di una nazione lontana.

Quando diciamo nostro, parliamo di tutte e tutti noi, chi c’era e chi no ad Hamburg. Con un piccolo sforzo ognuno di noi può essere la boccata d’aria di chi è recluso. Scriviamo e spediamo una lettera a chi è ancora in prigione per il G20 di Amburgo.

La solidarietà sui social network purtroppo non arriva nell’inferno del carcere, nelle ore che scorrono tutte uguali, interminabili. Spendere qualche centesimo in francobolli per inviare uno scritto, un saluto, una poesia, una canzone, una lettera, qualunque cosa è un atto prezioso di cura, un atto rivoluzionario. La solidarietà è un’arma, ma a volte anche una penna». Qui di seguito gli indirizzi:

RICCARDO LUPANO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

EMILIANO PULEO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

ORAZIO SCIUTO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

ALESSANDRO RAPISARDA

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

MARIA ROCCO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

FABIO VETTOREL

Justizvollzugsanstalt

Hahnöfersand

Hinterbrack 25 21635 Jork,

Germania

http://popoffquotidiano.it/2017/07/24/g20-forenza-liberare-gli-italiani-ancora-detenuti-ad-amburgo/

Giovedì 27, libere/i tutti. Presidio all’ambasciata tedesca

La stampa non se ne occupa. Ma Alessandro, Emiliano, Orazio, Maria, Fabio, Riccardo sono ancora detenuti ad Amburgo. sono in carcere per aver manifestato contro il #G20, vittime di una UE sempre più securitaria e repressiva, e della folle gestione della Polizia di #Amburgo.
Giovedì 27 luglio alle 16 a Roma vi chiediamo di essere presenti al presidio – conferenza stampa che terremo davanti all’ambasciata #tedesca (via San Martino della Battaglia/piazza Indipendenza) per chiedere la loro liberazione.
Non ci fermeremo finché non saranno liber@ tutt@.
Se toccano un@ compagn@, toccano tutt@.
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Genova 2001, una storia che non dovrebbe scrivere il capo della polizia

Genova 2001. In molti trovano coraggiose le parole di Gabrielli, quasi nessuno riesce l’insidia delle sue parole. Nell’anniversario dell’omicidio di Carlo si torna in Piazza Alimonda

Genova 20 luglio, sedici anni fa un carabiniere sparava e uccideva Carlo Giuliani al termine di ore di scontri determinati dalle cariche illegittime dei carabinieri contro un corteo regolarmente autorizzato. Il reparto era comandato da ufficiali esperti di teatri della guerra globale e il carabiniere che si accusò dell’omicidio non avrebbe mai avuto un processo. Carlo Giuliani, come risulta da una mole di materiali filmati, raccolse un estintore da terra solo quando si accorse che aveva un revolver puntato contro. Impugnato da un carabiniere che gridava che avrebbe ammazzato tutti i maledetti comunisti. Così si raccontò all’epoca. Però un giudice stabilì che era l’uomo con la pistola a essersi difeso e non il ragazzo di minuta corporatura che era stato ucciso. Nemmeno ebbe da dire la procura sugli evidenti tentativi di depistaggio (abusando del corpo di Carlo e manomettendo la scena del crimine) per mettere in scena una morte per colpa di un sasso. Anzi, verrà inventata una teoria del masso vagante che avrebbe deviato un colpo sparato in aria. Giuliano Giuliani è costretto a raccontarlo ancora dal palco di Piazza Alimonda perché non sia quella sciagurata archiviazione a scrivere la storia di Carlo che avrebbe quasi quarant’anni se non l’avesse ucciso quel carabiniere.

L’omicidio di Carlo, le violenze di strada da parte di sciami di militari, secondini, finanzieri, forestali e agenti, la decisione di impedire l’identificazione dei responsabili, la mancata inchiesta parlamentare: tutto resta in ombra sedici anni dopo grazie a un’operazione di Repubblica che potremmo titolare “Fai scrivere alla polizia la storia del G8″.

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E dopo Gabrielli tocca a Scajola, ministro degli interni di Berlusconi, l’onore di rendere la sua versione dei fatti: «La mattina successiva alla fine del G8 di Genova, il capo della polizia Gianni De Gennaro venne da me e mi presentò le sue dimissioni. Io le rifiutai, convinto, allora come oggi, che in quei momenti, assai delicati per la tenuta del Paese, le dimissioni del capo della polizia sarebbero state destabilizzanti per le istituzioni». «Avrebbe dovuto dimettersi anche lui! Altro che respingere le dimissioni di De Gennaro – dice Vittorio Agnoletto, all’epoca portavoce del Genoa social forum – Scajola fu quello che si vantò, anni dopo, di aver autorizzato a sparare». Rispetto a Gabrielli, Agnoletto prende atto delle ammissioni: che fu una catastrofe, che le responsabilità furono del capo della polizia e che il lavoro dei magistrati fu serio, non ideologico. Fine del bicchiere mezzo pieno. «Quello che Gabrielli non dice è che furono catastrofiche le scelte politiche finalizzate alla repressione del movimento. Le scuse non sono mai arrivate, Gabrielli dovrebbe farle alle vittime della Diaz e di Bolzaneto, personalmente, e motivandole». Insomma, secondo Agnoletto dire che la polizia è sana come era sana nel 2001 vuol dire restare alla teoria delle mele marce, «non è cambiato nulla», «casomani, ci sono persone sane in un’istituzione che è ancora malata». Tardive anche le dichiarazioni su codici alfanumerici e legge sulla tortura. Per i numeretti sulle divise degli agenti basterebbe un atto amministrativo del capo della polizia il quale ha anche la possibilità di radiare i condannati del G8 ora che sono scaduti i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. E sulla tortura ha avuto mesi di tempo per parlare prima che venisse approvata una legge controversa, frutto delle pressioni delle lobby di polizia.

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Ma sono le reazioni a sinistra le più sconcertanti: «Gabrielli è coraggioso», dice Luca Casarini, ex tuta bianca, ex disobbediente e sedici anni dopo segretario di Si in Sicilia. «Un’ottima intervista (quella di Gabrielli)», dice Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, promotore del Campo progressista e sedici anni prima legale della famiglia Giuliani. Fratoianni, ex giovane comunista disobbediente e leader di Si mescola le parole di entrambi: «intervista coraggiosa». Sfugge a tutti e tre la rivendicazione del 25 marzo da parte di Gabrielli Franco, capo supremo della polizia che da quarantottore partecipa alla clamorosa operazione di Repubblica. A tutti, eccetto Haidi Giuliani che, con Italo Di Sabatodell’Osservatorio Repressione, coglie anche l’elemento dell’intervista legato alla «guerra di posizione» tra i vertici della polizia. «L’aspetto che va più analizzato – dicono – è l’applicazione della dottrina Minniti da parte di Gabrielli, più che un’intervista coraggiosa sembra l’annuncio della costruzione dello stato d’eccezione».

Nessuno dei tre politici trova il tempo per tornare a piazza Alimonda tra gli amici e i compagni di Carlo, le madri per Roma città aperta, gli antifascisti genovesi, militanti anticapitalisti, molti “reduci” di quelle giornate giunti da varie città, bandiere rosse di Rifondazione, di centri sociali, striscioni sulla ringhiera della chiesa, ragazzi di Acad. Tra i personaggi politici Paolo Ferrero, ora vicesegretario del Partito della sinistra europea e Arturo Scotto di Articolo Uno: “non è solo una piazza della memoria ma un luogo che aggiorna una lotta per la verità” ma anche lui pensa che «le parole pronunciate dal capo della polizia sono molto importanti perché restituiscono ad una intera generazione che sfilava per le piazze di Genova il diritto alla giustizia”.

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Vale la pena riprendere un passaggio dell’intervista del capo del Viminale a Bonini: «Guardiamo cosa è accaduto ad Amburgo. E guardiamo cosa invece è accaduto a Roma, in occasione dei 60 anni della firma dei trattati di Roma, e a Taormina con il G7. Il nostro sistema di prevenzione e sicurezza è oggi quello che conosciamo anche perché c’è stata Genova. E da lì è cominciata la nostra traversata nel deserto. Oggi, il nostro baricentro è spostato sulla prevenzione prima che sulla repressione. Sul prima, piuttosto che sul poi. Lavoriamo perché le cose non accadano. O quantomeno per ridurre la possibilità che accadano». Traduzione: invece dei “pattuglioni” poi, meglio limitare prima e a priori la libertà di movimento, dare fogli di via, obblighi di dimora, daspo, sradicare le persone dai propri contesti di vita e di lotta. E’ la dottrina Minniti, nipote di Pecchioli, figlio di D’Alema, ministro di polizia con Renzi. «Non abbiamo bisogno di una ‘memoria condivisa’ – avverte invece Lorenzo Guadagnucci, vittima della Diaz e fondatore del comitato Verità e giustizia per Genova – abbiamo bisogno di un’assunzione piena di responsabilità e di azioni conseguenti. Su questo, Gabrielli è molto lontano dall’essere conseguente. Mi sembra più intenzionato a captare la benevolenza dell’opinione pubblica piuttosto che affrontare le vere questioni».  Guadagnucci ha risposto a un’intervista pubblicata su Altreconomia.

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Infatti, oltre a chiudere l’era De Gennaro (una faccenda di regolamenti di conti interni alle catene di comando, supponiamo), spicca il ruolo politico, una sorta di investitura per Gabrielli dopo le prove generali nella stagione di commissario post-sisma a L’Aquila e di prefetto di Roma per traghettare la Giunta Marino fuori dalle secche di mafia capitale.

Perché da sedici anni siamo ancora nel passaggio dallo «stato sociale minimo allo stato penale massimo», spiega Italo Di Sabato dell’Osservatorio Repressione che è tornato a Genova per presentare l’idea di una rete europea per il diritto di dissenso che ha preso corpo in una due giorni a Bruxelles a fine giugno.

Esiste infatti una dimensione europea dei dispositivi autoritari: ley mordaza nello stato spagnolo, etat d’urgence in Francia, decreti Minniti-Orlando in Italia. E poi i muri e gli abusi fuori legge. Durante le proteste contro la legge al Khomri, il jobs act alla francese, i gendarmi si toglievano il codice alfanumerico dalla giubba per non incappare in qualche telecamera. In Italia nemmeno esiste una misura così elementare di garanzia per tutti. Sull’altra sponda dello Ionio, il governo Tsipras sta lavorando a una legge sulla censura mentre Macron, idolo dei “democratici” europeisti, si appresta a introdurre in Costituzione le controverse norme dello stato d’emergenza.

Ovunque le norme introdotte per contrastare il terrorismo o per garantire il decoro si rivoltano contro i movimenti sociali e il dissenso come dimostra la cascata di misure preventive che s’è abbattuta, grazie ai decreti Minniti, su militanti e sindacalisti alla vigilia di ogni tappa del G7. Subito dopo è iniziato il pressing di governo e giornali amici per limitare ulteriormente il diritto di sciopero.

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Nella Fortezza Europa esiste un problema di libertà di movimento e di legittimità del dissenso. La possibilità stessa di inceppare i meccanismi del liberismo da parte dei movimenti sociali viene rimessa ogni giorno in discussione con un bilancio sociale pesantissimo.

Siamo nell’epoca del diritto penale del nemico e prende piede una nuova economia della pena e  della sicurezza di cui la militarizzazione stile Valsusa, Taormina o Amburgo è solo il pezzo più visibile: meno carcerazioni, più misure preventive, fogli di via, daspo, obblighi di dimora, sgomberi, decreti penali, pene pecuniarie. Una costituzione materiale fondata sull’emergenza che si sovrappone alla costituzione formale anche quando, com’è successo il 4 dicembre, non riesce a cancellare le norme garantiste, gli impianti del diritto nato dalle resistenze e dalle lotte sociali.

Dallo stato sociale minimo c’è un passaggio brusco allo stato penale massimo. Su tutto una sovrapposizione dell’astrazione della legalità sull’idea stessa di legittimità. L’emergenza sicurezza è quella che vivono milioni di poveri, di lavoratori, disoccupati ma la fabbrica della paura riesce a dirottare l’attenzione sulla miriade di conflitti orizzontali o sulle guerre fra poveri.

Decine di migliaia di persone sono sotto processo per reati connessi all’esercizio del diritto di manifestare. Un salto di qualità, quello dei decreti Minniti Orlando che piombano su un tessuto sociale frammentato, degradato nei legami sociali, impaurito, reso passivo.

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Italo Di Sabato parla tra le mura del circolo Arci 30 giugno, un casale del quattrocento dove prendono vita pratiche di mutualismo e antifascismo. Proprio per antifascismo, alcuni attivisti genovesi hanno subìto un tentativo di daspo urbano annullato solo dopo un costoso ricorso. Alcuni di loro erano a Bruxelles e hanno voluto riprodurre il lavoro di costruzione di una rete europea proprio nei giorni dell’anniversario del luglio genovese.

In cantiere ci sono proposte come quella di un’osservatorio europeo che potrebbe produrre un libro bianco e l’idea di pratiche realmente comunicative e capaci di condivisione, rivendicazione, solidarietà. Perché se è reale la connessione tra repressione e liberismo, dovrà esserci collegamento tra lotte sociali e battaglie di libertà e liberazione. Una piattaforma che pretenda una legge realmente contro la tortura, l’identificazione degli agenti con un codice alfanumerico, l’abolizione dei decreti Minniti-Orlando, del Codice Rocco e della legge Reale deve diventare parte integrante di ogni programma politico e sindacale che si proponga di disarticolare i meccanismi del neoliberismo.

Supporto legale sempre pronto. E in ogni caso nessun rimorso

Sono passati 16 anni dal g8 di Genova del 2001 e ancora 2 persone sono in carcere, 2 manifestanti.

Questo è il dato da cui desideriamo partire per rispondere alle richieste di presa in carico dell’archivio processuale del G8 da parte di chi ad oggi lo detiene.
Partiamo da qui perché la permanenza in carcere di queste persone ha, nostro e loro malgrado, fatto sì che il lavoro di SupportoLegale non si sia mai fermato.
Abbiamo lavorato con e dentro la Segreteria Legale durante tutto il tempo dei processi, abbiamo raccolto ingenti fondi per finanziare la difesa dei manifestanti e l’accusa delle forze dell’ordine, abbiamo coperto tutta l’informazione sui processi, abbiamo organizzato centinaia di incontri informativi e di mobilitazioni di sostegno fino alla grande manifestazione “NESSUN RIMORSO” del 17 novembre 2007 a Genova a ridosso delle sentenze finali dei processi.
Speravamo di poterci fermare, ma non lo abbiamo fatto. Abbiamo continuato a raccogliere fondi e sostenere le persone in carcere. In silenzio, spesso NEL silenzio totale, quello di troppi che di Genova parlano solo a Luglio.
Siamo ancora qua.
Ed è per questo motivo che ci dichiariamo PRONTI A PRENDERCI IN CARICO E IN GESTIONE l’archivio che oggi cerca casa.
Siamo contrari a che sia gestito da un soggetto privato, siamo contrari a che venga consegnato a una qualsivoglia istituzione, in particolar modo a quel Comune di Genova (o una sua articolazione) che non solo non si è costituito parte civile contro le forze dell’ordine ma che si è costituito parte civile invece contro i manifestanti.
Riteniamo che non abbia senso affidarlo a un archivio storico quel che sia basta che se lo piglia, riteniamo invece che sia storicamente, filologicamente e politicamente corretto consegnarlo a chi ha contribuito a crearlo, a utilizzarlo nel modo più corretto nei processi e che potrà conservarlo con lo stesso spirito che ci ha animato fino a qui:
nessuna differenziazione tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi
totale equidistanza da forze politiche e istituzioni

Checchino Antonini da popoff

No, non avete spento il sole!

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Di Antonio Pio Lancellotti

Tra continue provocazioni ed immaginari indelebili, Genova 2001 continua ad esercitare la sua potenza, nei movimenti, nella società, nelle alte sfere del potere. Cerchiamo di comprendere quale sia, a sedici anni di distanza, il senso politico di questa storia comune.

Dal 19 al 22 luglio 2001 centinaia di migliaia di persone si riversano a Genova per contestare il summit del G8, che si prefiggeva di prendere importanti decisioni sul piano delle politiche economiche mondiali, in una fase chiave dell’espansione globale del capitalismo.

Le giornate di Genova rappresentano l’apice di uno dei principali movimenti che la storia contemporanea abbia mai conosciuto, in grado di costruire, dall’Europa agli Stati Uniti, dall’America Latina ad altri Paesi in via di sviluppo, forme radicali e moltitudinarie di opposizione al pensiero unico neoliberista.

In una città militarizzata come mai accaduto in precedenza, il 20 luglio 2001 diversi cortei si prefiggono di raggiungere e violare (in varie forme) la “zona rossa”, area interdetta a qualsiasi tipo di manifestazione al fine di “proteggere l’ordine e la sicurezza del vertice”. Il corteo delle Tute Bianche, partito dal Carlini, viene brutalmente attaccato dai carabinieri all’altezza di via Tolemaide, con violente cariche, lacrimogeni e mezzi blindati che si lanciano ad alta velocità sulla massa di attivisti che tenta strenuamente di resistere. Nel corso degli scontri che si susseguono viene ucciso da un colpo di pistola Carlo Giuliani, segnando il punto più altro dell’escalation di violenza compiuta dalle forze dell’ordine in quei giorni. Il giorno seguente in tantissimi scendono nuovamente in piazza, per manifestare la rabbia e lo sdegno nei confronti di chi, per proteggere l’ordine costituito, ha generato morte e violenza nei confronti di chi lottava per la giustizia sociale. Il massacro della scuola Diaz, le torture sistematiche contro gli arrestati avvenute nel carcere di Bolzaneto completano molto sommariamente il quadro di cronaca di quelle giornate. Questa cronaca è diventata quasi immediatamente storia di parte, patrimonio realmente comune al di sopra delle piccole beghe di struttura e soprattutto in grado di non essere mai scalfito da anni di vulgata mainstream e di narrazioni dominanti che, anzi, hanno contribuito a sedimentare.

Gli anni seguenti, segnati da grandi stravolgimenti geopolitici – in particolare dopo l’11 settembre dello stesso anno – e da una crisi sistemica che ha accelerato i processi di impoverimento per miliardi di persone, hanno chiaramente mostrato la profonda validità delle ragioni portate in piazza da quel movimento. È bene rimarcare questo concetto perché, proprio all’interno di quelle parole d’ordine, si intravedevano meccanismi di rottura del capitalismo post-fordista, non tanto nei suoi dispositivi di valorizzazione, quanto nell’incapacità di riprodurre quel trickle down che il “patto sociale” novecentesco era riuscito in parte a garantire. La redistribuzione verso l’alto della ricchezza, l’indebitamento diffuso, la messa a valore del Welfare e della produzioni “dell’uomo per l’uomo”, la svalutazione del lavoro, sia in termini salariali che di diritti, la crisi ecologica: erano queste le condizioni materiali che già diventavano terreno di scontro e di riconquista. Questo non perché fossimo veggenti, ma perché già vivevamo soggettivamente le contraddizioni della “prima precarietà” e, complessivamente, quelle legate al ciclo di sviluppo neoliberale.

La potenza di quel movimento era ben nota, nelle sue manifestazioni articolate e radicali di lotta e di discorso, nella sua capacità di contaminare e contagiare, di tenere in bilico quell’ordine sociale e politico nato dalle ceneri del Muro di Berlino e della Guerra Fredda. Per questa ragione Genova segna un cambio di paradigma. Lo segna innanzitutto nella gestione poliziesca della piazza, se intendiamo il termine nella sua accezione complessa, che deriva dal concetto stesso di sovranità nello Stato moderno, di affermazione del monopolio della forza nell’esercizio del potere costituito. Quello che cambia, nel luglio del 2001, è il soggetto che esprime sovranità, che non è più solamente lo Stato, ma è la governance globale che proprio nel “potere di polizia” esprime la forma coercitiva del suo imperium[1]. Ma il passaggio non è stato lineare, è fatto di solchi e vuoti determinati dal mutamento di rapporti di forza che i movimenti stavano provocando all’interno della società, che a Genova si è espresso in forme conflittuali inedite. Una detonazione che mette la controparte alle strette, producendo quello ius-stitium che è fondativo dello Stato d’eccezione, manifestatosi in quei giorni nelle sue modalità più cieche e militarmente violente.

La continuità dell’eccezione e la sua normazione sono state, da Genova in avanti, strumenti che il potere ha utilizzato non solamente nella gestione dei conflitti, ma nella regolazione stessa della vita. Quel vulnus giuridico, in termini di sospensione dei diritti, ha sperimentato la trasformazione stessa del diritto, che negli anni successivi è divenuta leitmotiv di una prassi istituzionale. Il resto è storia recente, nella quale si assiste ad una radicale modifica dello stesso Stato di diritto, che si va compiendo dall’alto.

Alla “normazione” di Genova contribuiscono, su varie scale spaziali e temporali, diversi elementi. Primo tra tutti il già citato 11 settembre, quel tentato golpe all’interno dell’Impero che ridetermina uno spostamento nell’asse dei rapporti di forza tra potere e movimenti. La crisi, la fine di un ciclo di sviluppo e la nascita di nuovi blocchi di potere, di stampo nazional-protezionistico, sono motori di un comando capitalistico che tende sempre di più a sottomettere la vita, più che a governarla.

È in questo contesto che vanno lette le dichiarazioni del capo della polizia Gabrielli, che sedici anni dopo parla di Genova come una «catastrofe» e come «un’esperienza da non ripetere». Dietro al fumo del calumet della pace si nasconde una duplice intenzione: da un lato quella di valorizzare il ruolo dell’azione penale preventiva e dei suoi effetti in termini di sottrazione organica di diritti e libertà, dall’altro quella di pacificare una storia che ha ferite ancora aperte. Ferite che non bruciano solamente in termini di risentimento, ma che lasciano ancora aperto quello spazio di immaginazione e di possibilità ai movimenti sociali. Per questa ragione la critica alle esternazioni di Gabrielli, per quanto queste possano sicuramente aprire delle contraddizioni all’interno dei corpi di polizia, non ha una pura valenza ideologica, ma ha connotati politici. In altri termini: quello che dice Gabrielli non è pericoloso perché lo dice un poliziotto, anzi il capo dei poliziotti, ma perché sono la normazione di Genova che si fa parola. Il reintegro di alcuni dei poliziotti e funzionari condannati per i pestaggi, i falsi verbali e le prove fasulle relativi all’irruzione nella scuola Diaz è l’altra faccia di questa normazione, quella che assume i tratti della beffa anche per chi non ha mai fatto della giustizia formale il proprio campo di battaglia. Ed è in questo lato più oscuro che riemerge in maniera lampante la dinamica del potere che protegge sé stesso, rendendolo immune da qualsiasi responsabilità politica e giudiziaria legata ai fatti del G8 ed in generale rispetto agli “abusi di polizia”. Una dinamica che si è esplicitata recentemente in una legge sulla tortura che, nonostante i 4 anni di iter parlamentare, risulta insufficiente e di difficile applicazione.

Senza tralasciare, peraltro, la partita che Gabrielli si sta giocando all’interno del corpo di polizia.Non solo vuole destare consenso nella cittadinanza per gli agenti nell’epoca dello stato di emergenza permanente, ma anche silurare tutti coloro che non rappresentano il suo gruppo di potere, tra cui troviamo il vecchio capo della polizia De Gennaro. L’operazione di Gabrielli è però molto accurata. Nel prendere pubblicamente le distanze dal suo predecessore per sconfessare chi ancora ne è affiliato sostiene allo stesso tempo che la responsabilità penale dei singoli agenti per i fatti della Diaz abbia funzionato come “fusibile sacrificabiei”. Come dice Lorenzo Guadagnucci – vittima e testimone della Diaz – in un’intervista ad Altraeconomia, sembra che il vertice della polizia strizzi l’occhio ai condannati per dare un messaggio di comprensione e fidelizzarli al suo nuovo governo.

Per tutte queste ragioni è importante prestare sempre molta attenzione quando si parla di questa storia, come di tutte le storie contese. Perché è proprio nell’elemento della contesa che si sedimentano nuove battaglie e nuovi orizzonti. La rievocazione fine a sè stessa rischia di diventare stucchevole, sia quando tende a riabilitare le vittorie, sia quando mira a riscattare le sconfitte. Ciò che va continuamente ristabilita è l’attitudine a sottrarsi di fronte a qualsiasi tentativo di imporre la visione della contemporaneità come “fine della storia”. A questo non potremmo mai piegarci, soprattutto in una fase in cui l’ordine costituito presenta notevoli tratti di liquidità. Non lo hanno spento quel sole; proviamo a farlo diventare nuovamente cocente.

L’antifascismo non si processa!

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Lunedì 17 luglio, durante lo svolgimento della manifestazione antifascista organizzata dalla sinistra politica e di movimento padovana contro la presenza di Forza Nuova che manifestava liberamente per le vie della città, due compagni e una compagna – Eva, Giò e Mars – sono stati fermati.

Successivamente, il compagno Mars è stato liberato, mentre Giò ed Eva, che tra l’altro è stata selvaggiamente picchiata dalla polizia, sono stati rilasciati nella mattinata di martedì 18 e rinviati a giudizio per il prossimo settembre.

Il Partito Comunista dei Lavoratori di Padova – presente alla manifestazione in maniera attiva con i propri militanti – esprime la massima solidarietà alla compagna e ai compagni arrestati, e ne chiede l’immediata assoluzione da qualsiasi capo di imputazione.

Non è accettabile che i fascisti di Forza Nuova possano liberamente scorrazzare per le vie della città inneggiando slogan fascisti e razzisti e che invece chi vuole difendere Padova dal fascismo, dal fascio-leghismo, dal razzismo e dal populismo reazionario venga brutalmente represso.

Dai giornali di oggi apprendiamo le grottesche dichiarazioni del sindaco Giordani e del vicesindaco Lorenzoni: “Condanniamo in maniera totale e ferma ogni forma di violenza, non è per noi accettabile che Padova viva scene come quelle che si sono viste ieri sera nelle piazze..”.

Noi vorremmo sapere dal “democratico” Giordani e dal suo secondo, il “sinistro” Lorenzoni, di quale forma di violenza stiano parlando: per noi la violenza sta nel fatto che è stato permesso alle forze neofasciste di poter manifestare liberamente per la città.

Per i comunisti e gli antifascisti contrastare ogni forma di fascismo e razzismo non è solo giusto ma necessario.

Quindi i neoeletti Giordani e Lorenzoni, e chi politicamente li ha appoggiati durante la campagna elettorale, hanno tutta la responsabilità politica di quello che è successo per il semplice fatto di non aver contrastato la parata fascista in città.

Il Partito Comunista dei Lavoratori fa quindi appello all’ANPI e a tutte le forze della sinistra politica, sindacale, sociale e di movimento, per la costruzione di un ampio fronte unico antifascista che contrasti qualsiasi agibilità politica dei fascisti e delle organizzazioni neofasciste sul nostro territorio.

ORA E SEMPRE, RESISTENZA!

ANTIFASCISMO È ANTICAPITALISMO!

Partito Comunista dei Lavoratori – Sezione di Padova