Federico è ovunque !! Appello di Acad a tutte le tifoserie

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Riprendiamo e condividiamo da ACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa – Onlus– in seguito al divieto di far entrare la bandiera con il volto di Federico Aldrovandi – l’ appello a esporre in tutti gli stadi e in tutte le città l’immagine del ragazzo ucciso dalla polizia. Per rispondere insieme al divieto imposto ai tifosi della Spal.

Federico Aldrovandi, non cancellerete la nostra memoria. Federico è ovunque.

Il divieto di far entrare la bandiera con il volto di Federico Aldrovandi, imposto ai tifosi della Spal nella trasferta romana, è un fatto troppo grave; troppo grave per relegare la nostra rabbia solo ai post sui social, troppo grave da necessitare una risposta di tutti.

Federico fu ucciso nel settembre del 2005 a soli 18 anni. Fu ucciso da 4 poliziotti che gli spezzarono il cuore fino a soffocarlo, rompendogli addosso due manganelli fino a procurargli 54 lesioni. “Schegge impazzite” fu la definizione che diede un procuratore generale a quelle persone, prima della loro condanna definitiva in Cassazione.

Quello che ha subito Aldro è una verità storica, oltre che giudiziaria, incancellabile come lo furono i fatti vergognosi successivi alla sua morte: negli applausi dei sindacati di polizia agli agenti condannati, nelle offese alla madre, nelle querele alla madre, nelle dichiarazioni folli e disgustose di certi esponenti istituzionali che hanno negato per anni l’evidenza.

Il divieto imposto ai tifosi della Spal non ha alcuna giustificazione.

È un atto di prepotenza e arroganza. È un atto da Stato di Polizia.

Abbiamo deciso di non rassegnarci alla denuncia e al racconto: se non volevano Federico in una curva, Federico glielo faremo trovare ovunque.

A pochi giorni dai fatti di Vicenza, dove Luca, un ultrà della Sanbenedettese è finito in coma e tuttora è in ospedale, è necessario mandare un segnale forte contro la violenza e gli abusi di polizia di questi ultimi decenni, affinchè non vi siano mai più altri Federico.

ACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa – Onlus invita tutta la collettività a partire dalle tifoserie e dalle curve, oltre la propria fede e oltre i colori, ad esporre ove sia possibile l’immagine di Federico Aldrovandi con striscioni, magliette, foto, bandiere e qualsiasi mezzo ognuno ritenga più opportuno e ad accompagnare, dove realizzabile, il tutto con l’hashtag #FedericoOvunque.

Chiediamo a chiunque di far apparire Federico in ogni luogo possibile delle nostre città, con la dignità e il rispetto che la famiglia Aldrovandi ci ha sempre insegnato.

Sabato 9 dicembre e domenica 10 dicembre facciamogli vedere che non abbiamo dimenticato quello che hanno fatto a Federico, mostrando Federico ovunque, com’era da vivo.

#FedericoOvunque

#giustiziaeveritàperAldrovandi

#bastaabusi

Per informazioni, comunicazioni, adesioni:

Mail: infoacad@inventati.org

Facebook: ACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa – Onlus

Telefono: 3348016641

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La marea inonda ancora Roma

La marea inonda ancora Roma

È passato un anno dalla marea del movimento transfemminista del 26 novembre scorso. Nel frattempo la rete di Non una di Meno è cresciuta passando per altre assemblee nazionali, intensi tavoli di lavoro, lo sciopero globale dell’8 marzo e la stesura di un piano di lotta contro la violenza patriarcale sui generi. Oggi è di nuovo mobilitazione di piazza globale: Argentina, Cile, Ecuador, Messico, Bolivia, Spagna, Perù, Grecia, Italia…

Il corteo partito da piazza della Repubblica attraversa il centro di Roma. Al corteo seguirà domani l’assemblea nazionale della rete. Questa mattina invece un’iniziativa di solidarietà ha espresso vicinanza dall’esterno delle mura del cpr con tutte le donne recluse nel centro. Dal Cpr è partita una battitura in risposta all’iniziativa.

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Sono almeno centomila le persone presenti al corteo che dopo due ore di marcia iniziava a far partire la sua coda da piazza della Repubblica. Pullman e delegazioni da decine e decine di città hanno raggiunto Roma per questa manifestazione. Al concentramento, mentre migliaia di donne si apprestavano a partire, diverse decine di agenti polizia in borghese hanno accerchiato un gruppo di lavoratrici delle cooperative di cura e assistenza ai disabili del sud che esponevano cartelli contro le politiche di Minniti e le violenze della polizia sulle donne. Durante il corteo è stata letta una lettera di una compagna italiana unitasi alle YPJ in Rojava, le Unità di Protezione delle Donne che guidano la rivoluzione confederale in Siria del Nord. Mentre il corteo sfila nei pressi del ministero degli Interni una serie di sanzionamenti hanno raggiunto le zone nei pressi per contestare le politiche securitarie di Marco Minniti: “Casa e reddito per tutt* è la sicurezza che serve”.

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La marea non si ferma. Non una di Meno si conferma spazio di incontro, riconoscimento e organizzazione per decine di migliaia di donne e uomini in lotta contro il nodo della violenza patriarcale a tutti i livelli, dall’uomo alle istituzioni, nelle nostre società.

 

Alla Sapienza le studentesse in corteo verso il 25 Novembre

Oggi in tanti e tante alla Sapienza hanno dato vita ad una passeggiata rumorosa verso il corteo Nazionale del 25 Novembre. Riportiamo il racconto di Sapienza Clandestina.

Alla Sapienza le studentesse in corteo verso il 25 Novembre

Verso il corteo del 25 novembre le studentesse e gli studenti della Sapienza hanno attraversato il loro ateneo. Una passeggiata ha percorso tutta la città universitaria, lasciando lungo il percorso tracce del suo passaggio, andando a toccare luoghi e tematiche differenti. Negli ultimi mesi La Sapienza aveva dimostrato la sua incapacità di affrontare la questione di genere: dal rettore Gaudio che premia “Miss Sapienza”, alla campagna dell’ex-professoressa Lucetta Scaraffia sulla protezione delle donne sul Messaggero, all’ultimo evento tenutosi sotto la minerva con il patrocinio della Polizia di Stato proprio ieri.

In tutte queste occasioni le donne sono state descritte come deboli vittime, bisognose di protezione o valutate per il loro aspetto fisico (forse perchè si crede che nel mondo accademico questo è l’unico contributo che le donne possano dare).

Nonostante le ore di banchetto in cui la Sapienza si è “tinta di rosa” con la polizia, facendo finta di occuparsi della questione di genere, i servizi che offre in questo ambito sono nulli. Infatti l’unico asilo esistente è accessibile solo ai e alle docenti, la richiesta di un consultorio aperto e permanente non viene neanche discussa, non c’è uno sportello anti-violenza.
La paseggiata ha toccato tutti questi punti: la facoltà di lettere in cui insegnava la Scaraffia, l’asilo, il rettorato e perfino il policlinico (dove il tasso di obiezione di coscienza è superiore all’80%). In tutto il mondo della formazione la donna viene relegate a ruoli di cura (asili, materne, elementari) più i ruoli salgono d’importanza più sono relegati agli uomini (professori universitari, rettori). Quindi bisogna essere studiose e diligenti perchè è ciò che si “addice” alle donne, ma mai risaltare, né frequentare facoltà scientifiche perchè, si sa, le donne sono portate alle materie umanistiche.

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Gli stereotipi e i ruoli in cui, in quanto donne, siamo quotidianamente incastrate si alimentano quindi nel mondo della formazione, fin dalla prima infanzia. Questi sono gli stessi luoghi da cui crediamo che possa partire l’unico vero cambiamento, lo stravolgimento e il ribaltamento della retorica che viene portata oggi nelle aule dell’Università. Se è il luogo in cui dinamiche sessiste vengono alimentate, sarà lo stesso in cui vengono distrutte. La violenza non è solo quella fisica o sessuale, la violenza è anche istituzionale. E’quella di chi ci giudica per chi siamo, perchè se sono donna quel professore può alzarmi il voto; il mio datore di lavoro mi può assumere o abbassare lo stipendio e se voglio abortire è colpa mia perchè una “vera donna” deve essere anche madre. Tutto ciò viene costruito anche nell’università e nell’università verrà de-costruito.

L’unico cambiamento parte da noi, dal basso, dalla vita di tutte e tutti.
Per tutte quelle volte che hanno detto che ce la siamo cercata, che in fondo è colpa nostra, che ci devono proteggere, che da sole non possiamo affermarci, ci saranno tutte queste volte in cui alzeremo la testa!

25/11 Non Una di Meno torna in piazza a Roma per una manifestazione nazionale

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Ancora in piazza a un anno di distanza dalla marea femminista. La rete Non una di Meno ha prodotto un piano femminista di contrasto alla violenza maschile, si è organizzata capillarmente in decine e decine di nodi, ha vissuto delle lotte che hanno attraversato lo sciopero transfemminista globale dell’8 marzo. Un anno in cui la violenza mediatica e istituzionale nei confronti è balzata alle cronache anche grazie a una rinnovata capacità di ribellarsi e lottare per una giustizia sociale e di genere contro il dominio patriarcale strutturale nella società. Sabato scenderà in piazza la “forza di migliaia di donne, trans e queer unite che si riconoscono nel #Metoo, Anche Io, per trasformarlo in #WeToogether, Noi Insieme”. Pubblichiamo di seguito l’appello integrale dal sito della rete.

 

 

Siamo la marea che ha attraversato le strade di Roma lo scorso 26 novembre.Siamo le stesse che l’8 marzo hanno costruito il primo sciopero globale insieme alle donne di tutto il mondo, dalla Polonia all’Argentina, dagli Stati Uniti alla Turchia, dalla Spagna al Brasile. Il prossimo 25 novembre inonderemo di nuovo le strade di Roma, per lanciare un messaggio chiaro: non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza maschile e di genere in tutte le sue forme.

In un anno di mobilitazioni, campagne, assemblee nazionali e tematiche, mettendo in rete esperienze e saperi femministi, abbiamo scritto un Piano femminista contro la violenza maschile e di genere, uno strumento di lotta e di rivendicazione, un documento di proposta e di azione che porteremo in piazza a Roma il 25 novembre. Un documento politico femminista che considera la violenza maschile e di genere come fenomeno strutturale e sistemico, che non può essere affrontato aumentando le pene dei reati o con approcci emergenziali ma a partire dall’esperienza dei centri antiviolenza e del movimento femminista. Per contrastare la violenza maschile e di genere nella sua complessità, non vogliamo più polizia nelle strade e nemmeno assistenza, ma autonomia, libertà e giustizia sociale!

Combattere la violenza maschile e di genere significa mettere in discussione la cultura e i rapporti sociali che la sostengono. Non abbiamo bisogno di tutori o guardiani, non siamo vittime e non ce la siamo cercata. Lottiamo per un cambiamento strutturale, a partire dalla scuola, dal lavoro, dalla salute, dall’amministrazione della giustizia e dai media, pretendiamo il rispetto dei nostri percorsi di libertà e autodeterminazione e della nostra indipendenza. Per questo reclamiamo i mezzi e le risorse per autodeterminarci e scegliere sulle nostre vite.

Il Piano è il nostro programma di lotta contro la violenza patriarcale e capitalistica. Non ci fermeremo di fronte agli stupri e femminicidi quotidiani. Non ci fermeremo fino a quando non otterremo la libertà dalla violenza sessista che viviamo nei posti di lavoro, dalle molestie, dalle discriminazioni e dagli abusi di potere, ma anche quella quotidiana dello sfruttamento e della precarietà. Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza che viviamo quando i tagli di bilancio programmati dai governi nazionali ed europei impoveriscono le nostre vite e attaccano i centri antiviolenza e la loro autonomia. Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza sui social media e dei giornali, che ci colpevolizzano o vittimizzano silenziandoci.

Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza del razzismo istituzionale e dei confini, finché gli stupri saranno strumentalizzati per giustificare il razzismo in nome delle donne. Non ci fermeremo finché non saranno abolite le misure istituzionali che di fatto espongono le donne migranti a quotidiane violenze nei campi profughi, come gli accordi bilaterali con Libia e Turchia, e che aggrediscono migranti, prostitute e donne trans in nome di un inaccettabile “decoro”, come le leggi Minniti.

Inonderemo lo spazio pubblico per affermare la determinazione delle nostre rivendicazioni, delle nostre pratiche quotidiane di cambiamento, mutualismo e solidarietà: la forza di migliaia di donne, trans e queer unite che si riconoscono nel #Metoo, Anche Io, per trasformarlo in #WeToogether, Noi Insieme.

Saremo nelle strade a lottare per la nostra autonomia. Vogliamo libertà di movimento nelle città e attraverso i confini, il potere di decidere delle nostre vite negli ospedali e nei tribunali, di scegliere il nostro destino fuori da ruoli che ci vengono imposti. Vogliamo un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo, welfare e diritti, per essere libere di scegliere sui nostri corpi e le nostre vite.

Non ci fermeremo: abbiamo un Piano!

Il cammino tortuoso dei migranti in bilico tra dignità e disperazione

Ieri la giornata sembrava non iniziare mai, a Piove di Sacco, 18 km da Padova e altrettanti dal CAS di Cona, abbandonato dai cinquantaquattro migranti nella mattina di lunedì. Alloggiati per la notte in una struttura della parrocchia aperta ob torto collo forse solo obbedendo a ordini dei superiori ecclesiastici, la presenza del carabiniere accanto al cancello chiuso a chiave lasciava intendere senza dubbi che non era possibile parlare con loro.

A metà mattina esce un portavoce, la voce bassa e il berretto calato su uno sguardo forte e determinato. Sono stanchi, vogliono riposare ancora un poco ma soprattutto chiedono al gruppetto dei solidali notizie di ciò che sta accadendo a Cona, cosa stanno facendo i loro fratelli rimasti al campo. Mezzogiorno, ancora nulla. Il portavoce esce più volte, domanda, ma non dice le intenzioni del gruppo.

La situazione è estremamente confusa, molti sembrano sul punto di andarsene, i bagagli in equilibrio precario sulla testa o sulle biciclette. Alla fine non partirà nessuno, almeno per oggi: non c’è organizzazione, alcuni fremono, ma nelle telefonate febbrili tra Piove e Cona i leader del gruppo d’avanscoperta convincono gli altri a non muoversi alla spicciolata.

Non resta che rimettersi in marcia verso Padova, meta prescelta il giorno prima ma ancora lontana quattro o cinque ore di cammino. Si sta facendo tardi, mezzogiorno e mezzo, i migranti escono da un passaggio secondario, l’auto dei carabinieri pronta a scortarli in direzione della città, ma bisognerà andare a passo svelto, si farà buio prima di arrivare. Dal gruppo dei solidali qualcuno propone di prendere l’autobus di linea, «public transport, not prefettura bus», non si fidano di trasporti organizzati da istituzioni o cooperative, hanno paura di ritrovarsi a Cona.

Entrano in Padova al tramonto, e solo ora inizia la vera giornata di lotta. Si ripropone in fotocopia lo schema già visto: tutti fermi alla stazione degli autobus, una delegazione di due o tre a colloquio col prefetto. Si ottiene di arrivare tutti in prefettura, mentre un cartello di organizzazioni cittadine pubblica un appello all’amministrazione comunale affinché si faccia carico della situazione dei cinquantaquattro e compia un passo concreto verso la chiusura definitiva di Cona.

Inizia così una lunghissima trattativa, quattro ore o più coi due portavoce che escono a più riprese a riferire l’andamento dell’incontro e ricevere nuovo mandato per andare avanti.

Nel pomeriggio si era riunito il tavolo per l’ordine e la sicurezza, sindaco questore e prefetto a discutere ed ora ad incontrare i migranti. L’incontro si avvia sotto i peggiori auspici: La proposta iniziale, sempre quella, «tornate a Cona>>, respinta dal solito coro «no going back», la chiusura da parte della diocesi ribadita nel pomeriggio in conferenza stampa, la percezione di essere in un cul de sac.

«Avete sbagliato interlocutore», il prefetto competente sulle vostre vite è a Venezia, che può fare Padova? La seconda linea di difesa ha il sapore della foglia di fico imposta dall’alto.

Loro continuano, non mollano e ribadiscono l’insostenibilità delle condizioni materiali di vita nel campo, un anno di vita buttato via.

Coup de theatre, arriva il vicesindaco, si mescola al gruppo in presidio, ripartono due ore di trattativa. La diocesi torna sui suoi passi, una palestra è a disposizione ma fino alle 8.30, poi un pulmann porterà tutti alla stazione, biglietto pagato per Mestre, per parlare ancora una volta col prefetto di Venezia.

Si ricomincia …

Il cammino tortuoso dei migranti in bilico tra dignità e disperazione

Ieri la giornata sembrava non iniziare mai, a Piove di Sacco, 18 km da Padova e altrettanti dal CAS di Cona, abbandonato dai cinquantaquattro migranti nella mattina di lunedì. Alloggiati per la notte in una struttura della parrocchia aperta ob torto collo forse solo obbedendo a ordini dei superiori ecclesiastici, la presenza del carabiniere accanto al cancello chiuso a chiave lasciava intendere senza dubbi che non era possibile parlare con loro.

A metà mattina esce un portavoce, la voce bassa e il berretto calato su uno sguardo forte e determinato. Sono stanchi, vogliono riposare ancora un poco ma soprattutto chiedono al gruppetto dei solidali notizie di ciò che sta accadendo a Cona, cosa stanno facendo i loro fratelli rimasti al campo. Mezzogiorno, ancora nulla. Il portavoce esce più volte, domanda, ma non dice le intenzioni del gruppo.

La situazione è estremamente confusa, molti sembrano sul punto di andarsene, i bagagli in equilibrio precario sulla testa o sulle biciclette. Alla fine non partirà nessuno, almeno per oggi: non c’è organizzazione, alcuni fremono, ma nelle telefonate febbrili tra Piove e Cona i leader del gruppo d’avanscoperta convincono gli altri a non muoversi alla spicciolata.

Non resta che rimettersi in marcia verso Padova, meta prescelta il giorno prima ma ancora lontana quattro o cinque ore di cammino. Si sta facendo tardi, mezzogiorno e mezzo, i migranti escono da un passaggio secondario, l’auto dei carabinieri pronta a scortarli in direzione della città, ma bisognerà andare a passo svelto, si farà buio prima di arrivare. Dal gruppo dei solidali qualcuno propone di prendere l’autobus di linea, «public transport, not prefettura bus», non si fidano di trasporti organizzati da istituzioni o cooperative, hanno paura di ritrovarsi a Cona.

Entrano in Padova al tramonto, e solo ora inizia la vera giornata di lotta. Si ripropone in fotocopia lo schema già visto: tutti fermi alla stazione degli autobus, una delegazione di due o tre a colloquio col prefetto. Si ottiene di arrivare tutti in prefettura, mentre un cartello di organizzazioni cittadine pubblica un appello all’amministrazione comunale affinché si faccia carico della situazione dei cinquantaquattro e compia un passo concreto verso la chiusura definitiva di Cona.

Inizia così una lunghissima trattativa, quattro ore o più coi due portavoce che escono a più riprese a riferire l’andamento dell’incontro e ricevere nuovo mandato per andare avanti.

Nel pomeriggio si era riunito il tavolo per l’ordine e la sicurezza, sindaco questore e prefetto a discutere ed ora ad incontrare i migranti. L’incontro si avvia sotto i peggiori auspici: La proposta iniziale, sempre quella, «tornate a Cona>>, respinta dal solito coro «no going back», la chiusura da parte della diocesi ribadita nel pomeriggio in conferenza stampa, la percezione di essere in un cul de sac.

«Avete sbagliato interlocutore», il prefetto competente sulle vostre vite è a Venezia, che può fare Padova? La seconda linea di difesa ha il sapore della foglia di fico imposta dall’alto.

Loro continuano, non mollano e ribadiscono l’insostenibilità delle condizioni materiali di vita nel campo, un anno di vita buttato via.

Coup de theatre, arriva il vicesindaco, si mescola al gruppo in presidio, ripartono due ore di trattativa. La diocesi torna sui suoi passi, una palestra è a disposizione ma fino alle 8.30, poi un pulmann porterà tutti alla stazione, biglietto pagato per Mestre, per parlare ancora una volta col prefetto di Venezia.

Si ricomincia …

Roma, contro la violenza delle istituzioni le occupanti assediano le politiche sociali

A Roma mobilitazione delle occupanti verso la manifestazione nazionale di Non Una di Meno del 25 Novembre.

Roma, contro la violenza delle istituzioni le occupanti assediano le politiche sociali

Stamattina, all’interno del processo di costruzione del corteo nazionale di Non una di meno, che si terrà questo sabato nella città di Roma, un gruppo di donne occupanti, sgomberate e sfrattate è andato a chiedere conto all’assessora Laura Baldassarre, a capo del Dipartimento delle politiche sociali di Viale Manzoni della determina firmata insieme alla sindaca Virginia Raggi, con cui si offrirebbe a chi viene sfrattato o sgomberato un trasferimento all’interno di strutture prefabbricate in Via Ramazzini (zona Portuense).

Ricevute dalla direzione del dipartimento, a cui spetterebbe l’onere dell’accoglienza e dell’inclusione, è stata loro contestata la decisione adottata dalla giunta di farsi promotrice di un netto aggravamento dell’emergenza abitativa sofferta da migliaia di persone in questa città.
Questo Villaggio degli sgomberati, infatti, non è che un provvedimento punitivo verso chi ha un’unica colpa, quella di non avere una casa.
Il presidio di donne ha rispedito al mittente l’etichetta “fragile “utilizzata dall’amministrazione comunale e dalle sue istituzioni per governare i corpi delle donne che si trovano a vivere ad oggi in situazioni di difficoltà economica e abitativa, indicate come soggetto debole, annunciando che si riconvocheranno sotto al dipartimento martedì 28 Novembre quando verranno ricevute dall’assessora Baldassarre per discutere la revoca immediata della determina.

Questo il testo diffuso durante l’iniziativa dalle donne occupanti:

La vera violenza è quella delle istituzioni sulle donne! Fragili ci sarete voi!
Negli ultimi dieci anni la violenza maschile sulle donne è aumentata in maniera spropositata, tanto quanto la capacità delle donne di denunciare con forza questa realtà. Il movimento “Non una di meno” ha raccolto l’appello di migliaia di donne argentine, e insieme a decine di altri paesi ha redatto il piano anti violenza, un documento con cui si definisce la violenza e la sua esplicitazione in diversi ambiti, proponendo anche punti e
misure d’intervento.

Come donne siamo consapevoli che la violenza non è esclusivamente quella fisica, gravissima: la crisi economica e le politiche di austerity degli ultimi dieci anni hanno colpito soprattutto proprio le donne, ledendo in maniera preoccupante la libertà di decidere per sé, quindi per noi, e di acquisire quell’autonomia e indipendenza indispensabili per sfuggire alle violenze quotidiane. Le donne – noi donne- nella nostra società sono condannate a essere sfruttate due volte: nell’ambito lavorativo, accettando salari più bassi e il sottodimensionamento, e nell’ambito riproduttivo, in cui ci occupiamo della cura della famiglia a 360°.
Sorreggiamo la riproduzione sociale dell’intera società, senza poter non solo avere la giusta redistribuzione della ricchezza che produciamo, ma subendo di continuo la violenza istituzionale.
Una violenza che a Roma viene esercitata da Governo, Comune di Roma e Prefetto, che vorrebbero forzatamente imporre le proprie decisioni a migliaia di donne che, opponendosi a questa violenza, vivono nelle case occupate, decidendo di garantirsi un futuro lottando per sé, per le proprie famiglie, e perché il diritto all’abitare venga rispettato per tutti e tutte. Ci chiamano fragili e illegali, ma sono proprio le istituzioni ad esserlo, e a far ricadere la propria fragilità su di noi. 

La retorica della legalità targata 5 Stelle e Pd è solo un modo per nascondere questa verità ed ergersi a stato-padre-padrone che decide al posto delle donne.
Nessuno può decidere sui nostri corpi. Nessuno può imporre, come ha fatto il ministro dell’interno Minniti, gli sgomberi di decine di stabili nella Capitale – ad esempio Piazza Indipendenza e via Quintavalle-, senza nemmeno fornire alcuna alternativa concreta alle e agli sgomberati. Nessuno può stabilire, come l’art.5 del piano casa Renzi/Lupi, che vivere negli stabili occupati comporta la perdita del diritto alla residenza.
Nessuno può dichiarare che vivere nei container, come vorrebbe fare la giunta Raggi insieme alla cordata di donne in carriera, Castiglione-Baldassarre,-Micheli, e la “prefetta” Basilone, sia meglio che vivere nelle case
occupate. 

La Determina firmata dalla dirigente dell’unità per la gestione dell’emergenza e inclusione sociale, Michela Micheli, istituisce infatti un bando pubblico per la gestione di un villaggio di container per persone sgomberate: un bando peraltro rivolto a molte cooperative già coinvolte nell’inchiesta Mafia Capitale. 
La verità è che in questi mesi stiamo subendo la violenza di alcune donne -che ricoprono cariche istituzionali- su altre donne, che invece pretendono legittimamente di decidere sulla propria vita, e che insieme ad altre migliaia di persone si rifiutano di dichiararsi delle vittime. Il Movimento 5 stelle tutto e la giunta Raggi hanno parlato e parlano ancora di rappresentare il nuovo che avanza, ma le proposte pratiche che mettono in campo sono quelle di ritornare a una 

Roma fatta di baracche e abitata da baraccati.
Noi non ci stiamo.
Noi siamo le donne migranti, a cui non viene dato il sacrosanto diritto di vivere una vita migliore in paesi che si dichiarano esportatori di democrazia.
Noi siamo le donne che non possono e non vogliono più accettare la violenza delle istituzioni.
Noi siamo le donne che vogliono decidere per se e per i propri corpi.
Noi siamo le donne che per sconfiggere la violenza maschile vogliono quello che ci spetta.
Noi siamo le donne che vogliono essere libere di scegliere.
NON UNA DI MENO
CONTRO LA VIOLENZA NOI ABBIAMO UN PIANO!
#25N MANIFESTAZIONE NAZIONALE PIAZZA DELLA REPUBBLICA
ORE 14 ROMA

La detenzione di Fabio Vettorel, un orrore giudiziario che deve far vergognare l’Italia, la Germania e l’Europa

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È stato incarcerato a luglio, durante il vertice del G20 di Amburgo ed è ancora in galera, unico rimasto di 73 arrestati. Un pericoloso criminale? No, un diciannovenne con capi d’imputazione ridicoli e testimoni imbarazzanti. Perché il governo italiano non fa niente?

È riduttivo definire paradossale e kafkiana la storia di Fabio Vettorel, diciannovenne di Feltre in carcere in via preventiva ad Amburgo da quattro mesi abbondanti, la cui scarcerazione è stata prima accolta e poi respinta dopo il ricorso del Pubblico Ministero.Se ne riparla venerdì prossimo, a quanto pare. Forse.

Facciamo un breve riassunto per chi non la conoscesse: succede che la polizia tedesca – così come la nostra a Genova nel 2001: tutto il mondo è Paese – si fa trovare impreparata in occasione del G20 di Amburgo dello scorso 7-8 luglio. Succede che arresta 73 persone e che tra loro ci siano undici italiani. Succede che i tedeschi siano immediatamente rilasciati, a differenza degli italiani. Succede che anche gli italiani, ma mano che il tempo passa, vengano rimessi in libertà, il penultimo dei quali, il catanese Alberto Rapisarda, o scorso 25 ottobre. Succede che a un certo punto della storia in galera ci rimane solo lui,Fabio Vettorel.

Un pericoloso criminale, penserete. Il capo dei facinorosi. A quanto pare no. Le accuse sono – eufemismo – evanescenti. Racconta Tonia Mastrobuoni su La Repubblica che i testimoni dell’accusa, sfilati in tribunale a giustificare l’arresto di Vettorel, sono «cinque poliziotti che non hanno mai visto Fabio (…) uno più imbarazzante dell’altro». Uno di loro, ad esempio, sostiene di aver visto partire 15 grandi pietre dallo spezzone di corteo in cui si trovava Vettorel. Il suo collega testimonia il contrario. E per le telecamere della polizia che filmano quel luogo in quell’ora, di pietre non ne hanno inquadrata mezza.

Niente da fare. Fabio Vettorel rimane in galera, da cinque mesi, con capi d’imputazione come il disturbo alla quiete pubblica, il tentativo di causare danni mediante mezzi pericolosi e resistenza a pubblico ufficiale. Non esattamente un assassino: seccondo i giornali rischia meno di un anno di galera, dovesse essre condannato. Uno di quelli che sono stati arrestati con lui, il siciliano Orazio Sciuto, è stato condannato a un anno di reclusione con la condizionale. Eppure dal 3 agosto è sottoposto a un sistema di carcere restrittivo che gli impedisce di avere contatti frequenti e di scambiare posta. Ennesimo mistero.

Finita? No, nemmeno per sogno: il 2 ottobre, sua madre Jamila – che si è trasferita da tre mesi ad Amburgo per stare vicina al figlio – va a trovarlo nel carcere di Hanoverstad, ma scopre che suo figlio non sta più lì. È stato trasferito in un altro carcere, ma nessuno ha avvisato né lei, né il padre, né l’avvocato. Perché nessuno ha detto loro niente? Perché nessuno continua a non dire loro niente per giorni? Ennesima violazione dei diritti, ennesimo mistero.

Abbastanza per attivare Amnesty International e alcuni politici sensibili al tema degli abusi carcerari come Laura Puppato del Partito Democratico, che ha presentato un’interrogazione in Senato, e come Luigi Manconi: “Secondo la Raccomandazione 2006/13 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, il fatto che una persona sospettata di aver commesso un reato non sia cittadino o non abbia la residenza dello Stato in cui è avvenuto il presunto reato non è un motivo sufficiente per stabilire che vi sia quel rischio di fuga che giustificherebbe la detenzione preventiva”, si legge. «Su una questione delicatissima e cruciale per il livello di democrazia dell’Ue, come la libertà personale, i diritti e le garanzie non sono uguali per tutti i cittadini europei», ribatte Manconi.

Per Renzi, Gentiloni, Alfano niente da dichiarare. Lo stesso per Salvini, Meloni e destre assortite, che invece per i Marò incarcerati in India avevano fatto fuoco e fiamme. Silenzio anche dall’Unione Europea, che come suo solito fatica a essere consequenziale ai suoi principi, anche quando si tratta di diritti umani. E silenzio pure dal governo tedesco, che evidentemente se nessuno lo sollecita continuerà a fare orecchie da mercante. E intanto un adolescente italiano, poco più che maggiorenne, è ancora in galera. Vivissimi complimenti.

Francesco Cancellato

da Linkiesta

20 novembre 1974: Bombe neo-fasciste a Savona

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Cinque chilogrammi di dinamite esplosero nella scala interna che portava al cortile di un palazzo al numero 22 di via Giacchero, nel centro cittadino. La bomba provocò la distuzione di quattro appartamenti e il ferimento di 14 persone, una delle quali morì appunto il giorno successivo.

Fu il più grave tra gli attentati neo-fascisti che dal marzo di quell’anno alla primavera dell’anno successivo si verificarono a Savona e nella provincia.

La prima risposta alle bombe neo-fasciste fu uno sciopero indetto dai sindacati confederali. Più di trentamila persone scesero per le vie della città; le industrie, il porto, il commercio, le scuole e i trasporti si fermano. Durante il corteo, un operaio attaccò al portone di via Giacchero un cartello: “Vili e neri sono i bombardieri”, dal momento che anche prima delle rivendicazioni era chiara a tutti la matrice neo-fascista delle bombe.

In seguito ai primi attentati, il movimento popolare, in una città storicamente e culturalmente fortemente anti-fascista, organizzò una vigilanza popolare con l’obiettivo di controllare i punti più sensibili della città. Attraverso le reti già presenti, come i sindacati, l’Anpi, i partiti, ma anche e soprattutto con la creazione di comitati e assemblee nei quartieri, nelle scuole e nelle fabbriche la popolazione cercò di autorganizzare turni di guardia e orari di vigilanza.

Particolarmente presente ed organizzato fu il consiglio di fabbrica all’interno dell’Italsider, la più grande fabbrica del savonese. Significativa fu poi l’esperienza del Porto, contraddistinta da una forte organizzazione gerarchica che non lasciava spazio alle forze dell’ordine. I consigli di quartiere, già presenti in altre città, furono particolarmente vissuti e partecipati.

Poco tempo dopo fu creato il Comitato Unitario Antifascista, che se da un lato doveva coordinare la vigilanza, dall’altro finì per permettere a partiti e sindacati l’inquadramento delle forme più spontanee e popolari.

L’autorganizzazione popolare della vigilanza fu la risposta all’operato delle forze dell’ordine. Nonostante le rivendicazioni da parte di Ordine Nuovo e altre organizzazioni neo-fasciste, le indagini non arrivarono a nessun risultato, dopo aver seguito le piste più diverse (piste rosse, piste estere…).

“Liberate Fabio Vettorel”. L’appello dei Giuristi Democratici

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I Giuristi Democratici ritengono che la carcerazione preventiva di Fabio Vettorel, giovanissimo manifestante italiano in attesa di giudizio per fatti contestati nel corso della dimostrazione di dissenso del 7 luglio 2017 a Rondenbarg, Amburgo, contro il vertice dei G20, sia ingiustificata.

La partecipazione alle udienze del 14 e 15 novembre scorsi dell’Avv. Margherita D’Andrea, in qualità di osservatrice internazionale (con anche l’associazione europea ELDH), consente di assumere con cognizione una posizione netta in ordine alla insussistenza di qualsivoglia indizio di colpevolezza a carico dell’imputato ed in ordine alla sproporzione della misura detentiva, anche alla luce dell’assenza del pericolo di fuga.

Tale ultima contestazione dall’accusa non è plausibile. Infatti, tutti i poliziotti condotti come testimoni hanno dichiarato di non aver visto Fabio Vettorel compiere atti violenti nel corso della manifestazione di Rondenbarg. Né i numerosi video girati e portati dall’accusa in giudizio indicano il contrario. Pertanto, Fabio ha tutto l’interesse a che i fatti siano chiariti nella loro interezza, al fine di dimostrare ciò che ha sostenuto e continua a ribadire al prezzo del rischio per la propria libertà personale, ovvero la più completa estraneità a quanto contestato.

La detenzione preventiva, inoltre, dovrebbe porsi sempre quale extrema ratio nell’ambito di uno stato di diritto che abbia tra i principi cardine la presunzione di innocenza. Nel caso Vettorel, invece, la volontà di tutelare l’operato delle forze dell’ordine sembra adombrare i diritti dell’imputato, con il rischio concreto di una violazione degli stessi, di gravissima portata.

Infine, ritengono vada fortemente stigmatizzata, dal punto di vista giuridico, la modifica ai paragrafi 113 e 114 del codice penale tedesco, operata a ridosso del vertice del luglio scorso. Tali disposizioni, infatti, consentono di incriminare non già coloro che abbiano comunque avuto una condotta violenta nei confronti di un pubblico ufficiale (reati di presunto attacco ad agenti di Polizia in situazione di particolare gravità e disturbo della quiete pubblica), ma anche coloro che abbiano solo partecipato a una manifestazione sfociata in scontri, come forma di “complicità” e indipendentemente dal fatto di aver recato una qualche offesa.

Come giuriste e giuristi ci auspichiamo un pronto intervento della Corte Costituzionale, in modo che tali norme non possano rischiare di violare il diritto fondamentale alla libera manifestazione del dissenso e lo stesso principio di legalità, in ragione dell’eccessiva vaghezza e indeterminatezza, che le rende idonee a colpire in modo arbitrario tipologie di comportamenti del tutto leciti.

Chiedono quindi l’immediata scarcerazione di Fabio Vettorel e lo svolgimento del giudizio nel più breve tempo possibile, affinché siano accertati definitivamente i fatti e rispettato lo stato di diritto.