9 maggio 1976: morte di Ulrike Meinhof

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9 maggio 1976, il corpo di Ulrike Meinhof viene trovato senza vita, appeso alla finestra della sua cella nel braccio speciale del carcere di Stoccarda Stammheimer. Le perizie legali, sempre molto lacunose ed incomplete, si orientano tutte verso l’ipotesi del suicidio della militante rivoluzionaria. Ma ci sono elementi che non convincono; gli altri detenuti non credono alla versione ufficiale in cui poliziotti e medici legali si contraddicono senza pudore. E non sono solo i suoi compagni di prigionia ad avere dei dubbi: anche nell’opinione pubblica comincia a farsi spazio quest’idea che la Meinhof sia “stata suicidata” da terzi. Così nasce la Commissione internazionale di inchiesta sulla morte di Ulrike Meinhof, che comincia a portare alla luce tutte quelle discordanze prodotte dalle autopsie legali. Non ultimo il problema di un cappio troppo largo per sostenere il corpo. Citiamo dalla traduzione italiana: “Si può appendere un cadavere in un cappio troppo largo, solo se si approfitta della rigidità cadaverica per mettere la testa in una posizione fissa, che non permetta più al cappio di scivolare.”. 

Ulrike Meinhof è in prigione in attesa del processo che probabilmente la condannerà al carcere a vita. È membro fondatore della Rote Armee Fraktion (Fazione dell’Armata Rossa), un’organizzazione rivoluzionaria della Germania ovest, attiva dal 1970 al 1998. Incarcerati insieme a lei ci sono altri membri della prima generazione del gruppo: Andreas Baader, Gudrun Ensslin, Jan-Carl Raspe e Irmgard Möller. Anche loro, il 13 ottobre dell’anno successivo “decideranno” di suicidarsi. Baader e Esslin moriranno nelle loro celle, Raspe in ospedale, mentre la Möller non “riuscirà” a togliersi la vita con una serie di coltellate in petto, e avrà quindi la possibilità di raccontare in un libro, di come i suoi tre compagni abbiano subito la stessa sorte di Ulrike.

Il movimento nella Germania ovest è alquanto eterogeno. Molto forti sono le correnti libertarie e situazioniste; rara la militanza in forma organizzata. Tutte le proteste hanno come epicentro la sensazione che la denazificazione nella repubblica federale non sia stata neanche abbozzata. Le strutture e i volti del potere sono gli stessi che operavano sotto il regime hitleriano. È in questo clima che nel gruppo di Baader e Meinhof sorge spontanea la necessità di organizzarsi in una risposta armata al regime di cose presente. Si sceglie come nome Rote Armee Fraktion, per chiarire quel sentimento di appartenenza ad un movimento rivoluzionario più ampio e mondiale. Fin dall’inizio la RAF prende contatti con organizzazioni rivoluzionarie straniere: dalle BR, ai Tupamaros, all’FPLP, cui i militanti tedeschi devono l’addestramento militare in Cisgiordania. L’influenza che queste esperienze internazionali hanno sulla RAF è impressionante. L’organizzazione tedesca comincia a sperimentare sul suo campo di battaglia metodi e strutture saggiati dai movimenti uruguayano e palestinese. Un’organizzazione articolata in cellule di combattimento, simile anche se meno radicale della struttura di Settembre Nero; una teoria della guerriglia urbana mutuata dai teorici del Sud America fanno delle RAF una delle organizzazioni rivoluzionarie europee più longeve del secondo dopo guerra.

Infoaut

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Roma: Cariche della polizia davanti l’ambasciata della Turchia

L’Isis è tutt’altro che un pericolo superato. I popoli del Kurdistan sono gli unici che in questi anni hanno effettivamente combattuto e tolto forza all’Isis. In queste settimane ad Afrin i popoli del Kurdistan sono attaccati dalla Turchia alleata dei fondamentalisti islamici nel silenzio vigliacco e complice di Russia e Nato.

Questa mattina decine di attivisti a Roma hanno chiuso l’ambasciata turca incatenandosi all’entrata e appendendo foto con le atrocità commesse da Erdogan ad Afrin. Le forze dell’ordine sono intervenute in modo scomposto e violento, fermando anche alcuni attivisti, poi rilasciati.
Difendere i curdi e la rivoluzione confederale dopo i fatti di questa mattina è ancora più importante. I governi della comunità internazionale stanno permettendo all’Isis di riprendere forza in Medio Oriente e di commettere barbarie contro i civili in tutto il mondo.

Di seguito riportiamo il comunicato della Rete Kurdistan Italia (la cui pagina facebook è stata nuovamente bloccata):

Mentre in Francia è in atto una nuova prova di forza dello jihadismo di Isis, ancora una volta si tenta di mettere a tacere la voce dei e delle solidal@ con chi rappresenta l’unico baluardo della libertà in Medio Oriente.
La conferenza stampa annunciata per le 12 davanti all’ambasciata turca è stata annullata a causa dell’intervento violento e scomposto della polizia che ha allontanato i/le solidal@ tagliando le catene e strattonando chi era legat@ al cancello dell’ambasciata per chiuderne l’ingresso.
La violenza della polizia mostra nuovamente l’intoccabilità dei rapporti diplomatici ed economici tra la Turchia di Erdogan e l’Italia.
Quella di questa mattina è stata l’ultima azione di lancio del #globaldayactionforafrin che domani ci vedrà al corteo in memoria dell’eccidio delle Fosse Ardeatine con uno spezzone a sostegno della comunità curda e la sera a festeggiare il Newroz – capodanno curdo – al centro culturale Ararat (Testaccio).

Contro i governi che finanziano il terrorismo di Isis, difendere Afrin è difendere l’umanità e la libertà delle donne!

Corteo serale per la resistenza di Afrin: ”Contro Erdogan e chi lo sostiene”

Siamo scese in piazza ad Afrin a dare solidarietà alla resistenza che portano avanti da 50 giorni. Pur rischiando il massacro la popolazione civile sta rimanendo fino alla fine per resistere all’attacco dei turchi, che sono nella Nato, e quindi anche per protestare contro il nostro governo che continua impunemente ad avere rapporti con Erdogan”. Così a Zeroincondotta una manifestante delle donne di Rete Kurdistan, durante il corteo di centinaia di persone partito da piazza Nettuno, dove diverse realtà autogestionarie avevano raccolto l’invito a protestare contro la guerra condotta da Ankara al cantone curdo-siriano, e terminato in serata in piazza Verdi.

Al megafono, un attivista di Ya Basta: “Siamo fino alla vittoria con i compagni e le compagne curde che combattano con le unghie e con i denti contro le truppe di Erdogan. Migliaia di persone nelle piazze di tutto in mondo stanno rispondendo all’appello. Nel frattempo ad Afrin sotto le bombe migliaia di civili rischiano la loro vita. La città sta resistendo circondata da tutti i lati dalle truppe turche e dai jihadisti loro alleati. Siamo qui per dare il nostro appoggio incondizionato alle compagne e ai compagni che difendono il confederalismo democratico, alle donne e agli uomini che portano avanti la rivoluzione!”.

Dallo spezzone studentesco: “Abbiamo un debito con queste donne e uomini che hanno preso le armi contro il fascismo, l’oscurantismo, l’estremismo islamico. Siamo qui a far sentire la nostra solidarietà a chi è sotto attacco. Contro chi vuole distruggere l’esperienza del confederalismo democratico, che tiene insieme nei territori liberati persone di diverse religioni rifiutando anche il nazionalismo, e lo vorrebbe fare nel silenzio della comunità internazionale” ma anche “contro il governo italiano e tutti i governi europei che sostengono, anche col commercio di armi, il regime di Erdogan, tiranno e criminale”.

Gli studenti erano arrivati al Nettuno in corteo da piazza Verdi. Lungo la strada hanno “sanzionato la sede Unicredit di piazza Aldrovandi”, scrive su Facebook il Collettivo universitario autonomo, spiegando che la banca è “finanziatrice del genocidio che Erdogan sta portando avanti contro la gente di Afrin! Vernice rossa davanti all’ingresso, chi vorrà entrare in questa banca dovrà sporcarsi di rosso, rosso come il sangue delle migliaia di civili che in queste settimane hanno perso la vita nel cantone di Afrin a causa dell’avanzata dell’esercito turco!”.

Tra le altre realtà cittadine in piazza che hanno testimoniato la loro partecipazione sui social si contano Vag61, Nodo sociale antifascista, Hobo.

http://www.zic.it/corteo-serale-per-la-resistenza-di-afrin-contro-erdogan-e-chi-lo-sostiene-fotovideoaudio/amp/?__twitter_impression=true

15 anni senza Dax. Il ricordo di mamma Rosa

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Il 16 marzo 2003 nel quartiere Ticinese, zona sud di Milanomoriva sotto i colpi delle lame fasciste Davide Cesare, da tutti conosciuto con il soprannome di “Dax“. Venerdì prossimo, 16 marzo 2018, saranno passati esattamente 15 anni da quei tragici fatti.

Dax cadde vittima di un aggressione di tre neofascisti, un padre e due figli: Giorgio, Federico e Mattia Morbi. I tre volevano vendicare una scazzottata che aveva visto coinvolto Federico Morbi una settimana prima. Dalla colluttazione il camerata ne uscì con danni minimi, guaribili in pochi giorni, ma ciò lo convinse di due cose: il fatto di farsi giustizia da solo e che il suo aggressore fosse sicuramente una “zecca” del posto.

I tre nostalgici del ventennio aggredirono Dax, ed altri tre suoi amici, davanti al centro sociale autogestito O.R.So. (Officina di Resistenza Sociale) situato in via Brioschi. Due degli aggrediti la pagarono cara: Alex, un amico di Davide, venne colpito da numerose coltellate nelle parti vitali e dovette subire una complicata operazione chirurgica che durò tutta la notte; per Dax, invece, non ci fu nulla da fare ed arrivò all’ospedale San Paolo già cadavere.

Nel frattempo i compagni, cui era giunta notizia dell’aggressione, si recarono numerosi presso la struttura ospedaliera milanese per accettarsi delle condizioni di salute dei loro amici. Una volta giunti sul posto, però, subirono ripetute cariche,da parte dei poliziotti presenti sul posto, nell’atrio dell’ospedale.

Nessuno seppe mai giustificare il perchè di una decisione così violenta.Durante i disordini, come fatto venire a galla durante il processo che ne seguì, furono usate, da parte dei poliziotti, delle mazze da baseball per disperdere gli antifascisti. Per questi motivi i celerini vennero denunciati e le normali funzioni ospedaliere del San Paolo sospese per l’intera notte.

Molti degli appartenenti alle forze dell’ordine che subirono un processo vennero scagionati o condannati a pene irrisorie: tali sentenze furono confermate dalla Corte di Cassazione nel 2009. Due compagni di Dax, invece, sono stati condannati ad una pena di un anno e otto mesi per ciò che avvenne all’ospedale San Paolo. Lo stesso spazio sociale davanti a cui è avvenuta l’aggressione è stato sgomberato nell’ottobre 2006.

In questi anni Dax è stato ricordato da molti: tramite canzoni scritte per lui, ma anche attraverso opere di street art in varie città, non solo italiane. La stessa madre del giovaneRosa Piro, non ha mai smesso di portare avanti la memoria del figlio in vari modi. Ad esempio è entrata in contatto con Stefania Zuccari, la madre di Renato Biagetti: un altro giovane ucciso dalle lame fasciste nell’estate del 2006, per testimoniare la storia di Dax all’interno del comitato di “Madri per Roma Città Aperta“.

Alcuni giorni fa abbiamo avuto il piacere di intervistare la stessa signora Rosa per farci raccontare che persona era Dax.

1) Il prossimo 16 marzo saranno 15 anni dall’omicidio di suo figlio Davide. Come vive questo periodo signora Rosa?

A marzo arriva la primavere rinizia la vita nelle piante,le giornate si fanno più lunghe ed il sole inizia a scaldarci un pò. 

Come lo vivo? Io vivo, e credo lo viviamo, unendomi a chi ha amato mio figlio, come un periodo che purtroppo arriva e mi ricorda ancora di più quello che ogni mattino è il primo pensiero: Davide non c’è più.

Poi vedo la mia famiglia, i miei figli, mio marito, i miei nipoti, gli amici che in tutta Italia, e non solo, mi hanno fatto sentire la vicinanza e la solidarietà.

Il periodo si affronta a testa alta con un peso sul cuore ma con la convinzione che bisogna affrontarlo con la massima determinazione per far sì che ciò che è successo a Davide non succeda più a nessun altro“.

2) Che persona era Dax? Quale era una sua qualità che ricorda in particolare?

Davide era un ragazzo con uno splendido sorriso, con una voglia incredibile di mettere la sua vita a disposizione delle lotte che gli riempivano il cuore. Credo che questo lo capivano in tanti vedendo quante persone, dopo il 16 marzo, ci hanno voluto bene“.

3) Quei neofascisti che le hanno ammazzato il figlio, in questi ultimi tempi di campagna elettorale, sono tornati prepotentemente alla ribalta a suon di coltellate e di aggressioni agli antifascisti. Pensa che sia cambiato qualcosa tra i camerati che ammazzarono Dax e quelli del giorno d’oggi?

Dal 2003 ad oggi ci sono stati altri morti: Renato a Roma, Abba a Milano, Niccolò a Verona e mi fermo qui perchè l’elenco sarebbe lungo ma soprattutto, purtroppo, incompleto perchè oramai si muore di fascismo nei posti di lavoro tra precarietà, sfruttamento e ricatti, nelle strade e soprattutto tali aggressioni iniziano ad avvenire anche nelle scuole: un luogo dal quale dovrebbe iniziare la formazione per il futuro dei nostri ragazzi.

Si muore anche di polizia perchè è un’altra faccia del fascismo di stato.

No, non è mai cambiato nulla, anzi, si è radicata la violenza nei linguaggi di certi esponenti politici che sono i mandanti morali di tali aggressioni. La loro coscienza è sporca e dovrebbero riflettere perchè ogni parola ha un suo peso. Non ultima la tentata strage di Macerata e l’omicidio di Firenze. Ti viene dello sgomento, ma l’importante è definirli camerati e fascisti e non pazzi come qualcuno prova a dipingerli“.

4) Le istituzioni politiche nazionali attuali, basti pensare a Marco Minniti e ad Attilio Fontana, portano avanti inquietanti argomenti che richiamano molto gli ideali del Ventennio. La cosa la preoccupa?

Preoccupata? Quando sei un partito che si definisce di sinistra e dai risposte a problemi con atti dichiaratamente di destra ottieni quello che ottieni. Chi è Minniti?Chi arriverà dopo di lui sarà peggio e credo che sia un riflessione che il PD deve fare sentendosi responsabile del futuro che ci aspetta“.

5) In un primo momento anche l’omicidio di Dax, come quello di Renato Biagetti, venne descritto non come un fatto politico ma come una bravata di alcuni ragazzi. Un suo commento al riguardo?

Come tutte le aggressioni fasciste degli ultimi anni mi viene da dire che solo il lavoro dei compagni a ridosso degli avvenimenti ha smascherato tutto. Ovviamente con un prezzo dato che tanti di loro hanno le vite rovinate da procedimenti penali ed amministrativi. Ma noi abbiamo l’arma della solidarietà e la usiamo“.

6) Le istituzioni locali, in questi 15 anni, le hanno mai offerto un qualche tipo di supporto?

” 15 anni fa le istituzioni locali, nel giorno dei funerali, hanno proclamato il lutto cittadino ed hanno sostenuto tutte le spese, ma allora c’era una giunta di sinistra. Rifondazione Comunista mi ha dato un supporto legale. I compagni di tutta Italia, e di altre parti d’Europa, hanno avviato una campagna di solidarietà a favore di Jessica per aiutarla a completare gli studi. Naturalmente il mio grazie va a tutti“.

7) Ogni 16 marzo migliaia di persone, in tutta Italia, ricordano suo figlio. La cosa la sorprende? Si aspettava questa forte solidarietà?

” La frase “Dax vive nella lotta” non so se me la aspettavo perchè non credo che una mamma imposti la sua vita pensando che possa succedere un fatto simile. Ti senti investita, ed anche se la perdita di un figlio crea un buco incolmabile, tale solidarietà, forse, ti dà una forza particolare in certi momenti difficili“.

8) Riuscirà mai a perdonare gli assassini di suo figlio?

” Il perdono è un sentimento molto difficile da esprimere. Nessuno mi ha chiesto il perdono da quella famiglia.

Oltre a non perdonare, quindi, non dimentichiamo l’accaduto evitando di perdere il pensiero in tale sentimento. Preferisco unirmi ad altre mamme e papà che hanno vissuto il nostro dolore ed insieme ci prendiamo la responsabilità di lottare contro il fascismo sempre un passo avanti.

Come faceva mio figlio“.

In chiusura del pezzo ricordiamo che venerdì 16 marzo 2018 i compagni e le compagne di Dax hanno organizzato un corteo che sfilerà per le strade del capoluogo lombardo per commemorare questo giovane antifascista meneghino a 15 anni dalla scomparsa e per ricordare i fatti di quella che viene descritta come “la notte nera di Milano“. Il corteo ricorderà anche la figura di Rachel Corrie: ragazza americana di 23 anni morta nella città palestinese di Rafah, nelle stesse ore in cui spirava Dax, dopo essere stata travolta da un tank israeliano mentre stava lottando contro lo sgombero abitativo di alcuni palestinesi.

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L’intento, quest’anno, è di ricordarla e di attraversare i confini per condividere storie di donne. I volti di Dax e Rachel si affiancano a quelli di altre donne che nel mondo hanno lottato contro fascismo, patriarcato e capitalismo.

Il concentramento del corteo è per le ore 19 a via Brioschi 32. La partenza fissata intorno alle 20:30.

Roberto Consiglio

da OltreMedia

9 marzo 1985. Pedro, omicido di stato. Pedro vive nelle lotte

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Il 9 marzo 1985 in via Giulia a Trieste lo stato italiano esegue la condanna a morte del militante comunista Pietro Maria Walter Greco, conosciuto da tutti come “Pedro”.

I boia Maurizio Nunzio Romano – del Sisde – e gli agenti della Digos Giuseppe Guidi, Maurizio Bensa e Mario Passanisi spararono più di dodici colpi di arma da fuoco, crivellandolo prima nel portone di casa e poi finendolo sul marciapiede.
Per non dimenticare. Pedro vive nelle lotte!

http://www.radiazione.info/2016/03/9-marzo-1985-pedro-vive-nelle-lotte/

 

 

 

 

 

8 Marzo: non lasciamoci zittire!

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Lavinia è una maestra precaria, una coerente antifascista che alcuni giorni prima delle elezioni politiche è scesa in piazza a Torino per cercare di impedire un comizio dei neofascisti.
Assieme agli altri manifestati, ha subito le manganellate e gli idranti della polizia. Esasperata, ha protestato a viva voce contro i poliziotti, esprimendo tutta la sua rabbia e la sua indignazione contro un apparato militare schierato per reprimere chi ripudiava il fascismo e il razzismo.
Nei giorni seguenti, Lavinia è stata sottoposta al linciaggio mediatico, aggredita da tutti i politicanti borghesi, insultata e minacciata da esponenti delle “forze dell’ordine”.
Ora Lavinia è indagata e rischia il licenziamento politico per antifascismo, su ordine di Renzi (che intanto è stato licenziato da milioni di lavoratrici e di lavoratori). E’ una minaccia alla sua vita lavorativa, al suo salario, ai suoi diritti, ai diritti di tutte le lavoratrici e i lavoratori. E’ una grave forma di violenza di Stato, aggravata dal fatto che Lavinia è una donna, lavoratrice e precaria.
Invece chi fa apologia del fascismo, chi commette atti fascisti, chi riorganizza partiti fascisti, vietati dalla Costituzione democratico-borghese, non subisce alcuna conseguenza. E’ un segno inequivocabile dell’avanzare dell’autoritarismo e della reazione.
Il caso di Lavinia è emblematico. Viviamo in una società in cui sulla donna ricade gran parte del lavoro domestico e di cura dei figli e degli anziani. Le donne ricevono salari più bassi. Sono segregate in settori caratterizzati da bassi salari e minori tutele, nei livelli inferiori delle differenti categorie. Sono discriminate e oppresse nei posti di lavoro e in famiglia. Quando alzano la testa, quando lottano contro i padroni, quando si oppongono al maschilismo e al fascismo, alle violenze che subiscono, sono represse, punite, aggredite, licenziate in tronco, come si vuol fare con la coraggiosa maestra antifascista.
Le operaie, le braccianti, le lavoratrici dei servizi e della scuola, le casalinghe povere, sono state negli ultimi anni un bersaglio delle politiche di austerità e neoliberiste, dell’offensiva dei capitalisti e dei loro governi, dell’oscurantismo clericale.
Parallelamente si è inasprita la violenza contro le donne: femminicidi, stupri, attacchi di ogni tipo. I dati dimostrano che questo fenomeno avanza in forma inquietante in tutti i paesi, inclusi i più “democratici” e sviluppati. La violenza assume diverse forme (economica, sociale, politica, sessuale, psicologica, sanitaria, etc.) e colpisce un’alta percentuale di donne. Lo Stato borghese fa poco o nulla per arginare questa violenza, spesso la giustifica, la incoraggia e la pratica.
Il caso di Lavinia parla chiaro: la violenza politica contro le donne è un’espressione diretta della trasformazione reazionaria dello Stato e della società. E’ un mezzo utilizzato dalla classe dominante per mantenere soggiogate le donne oppresse e gli sfruttati mentre avanzano i progetti antidemocratici. Una violenza che la macchina statale, la Chiesa, i mezzi di comunicazione, etc. producono e riproducono costantemente.
Vogliono zittire Lavinia per zittire tutte le donne. Ma Lavinia ci insegna che ribellarsi è giusto e necessario, che la lotta contro la violenza sulle donne deve essere una lotta contro la disuguaglianza e lo sfruttamento, contro un sistema che genera costantemente miseria, guerra e fascismo, ma che allo stesso tempo produce e sviluppa le condizioni affinché le donne si lancino nella lotta per le loro rivendicazioni specifiche e uniscano la loro lotta a quella di tutti i lavoratori.
L’Otto Marzo scioperiamo, manifestiamo, sviluppiamo il movimento e l’organizzazione delle donne per l’uguaglianza economica e sociale, per l’occupazione sicura, con tutele e migliori condizioni di lavoro, per servizi sociali e sanitari pubblici e gratuiti, per la difesa dei diritti conquistati con decenni di lotte, contro la violenza statale, padronale e maschilista, contro la reazione politica e l’oscurantismo clericale, per l’edificazione di una società fondata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, condizione per la piena emancipazione delle donne.
Solidarietà a Lavinia, no ai licenziamenti politici!
Viva l’Otto Marzo, giornata internazionale di lotta delle donne!
Marzo 2018

Si riparte da Macerata! Ma per andare dove?

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Note sulla frammentazione dell’antifascismo istituzionale e la ricostruzione di un nuovo antifascismo. Un contributo alla discussione di Antifà Macerata

Partiamo da un punto base. Gli eventi di Macerata nelle scorse due settimane non sono stati pure casualità né, tantomeno, imprevedibili atti di follia. Sono l’espressione della crescente, putrida marea da cui riemerge il neo-fascismo. Questa marea ha origine nell’abbandono istituzionale, nella repressione sociale e nell’assistenzialismo de-umanizzante e produce un conflitto tra poveri. Incoraggiato dai media come dalle forze parlamentari, questo conflitto ci spinge a farci a pezzi tra di noi per qualche briciola. Il fetore della marea si sta espandendo in tutta Europa ma, abbiamo imparato nostro malgrado, trova le sue espressioni più pungenti nelle provincie insospettabili: in territori apparentemente pacificati, nelle chiese brulicanti, nell’associazionismo democristiano, in gruppi Facebook apparentemente innocui e campanilistici e nei bacini elettorali che si definiscono “di sinistra”. Eppure, il 10 Febbraio ci suggerisce che è proprio da queste stesse province che dobbiamo ripartire perche’ territori dove le relazioni umane sono più fitte, l’opinione pubblica più facilmente influenzabile, le assemblee popolari più visibili e le forze in campo, incluse quelle statali, meno strutturate. Qui l’antifascismo militante si fa anche semplicemente stando in strada, andando a lavoro o sedendo al bar e gli scazzi si gestiscono, volenti o nolenti, davanti a quello stesso bancone.

Questa considerazione, seppur radicata in un contesto di provincia, ha origine nelle riflessioni condivise con tutte quelle realtà urbane che negli anni hanno portato avanti la lotta con costanza e senza le quali il corteo del 10 febbraio non sarebbe stato possibile. Nelle scorse due settimane, a Macerata, ci siamo trovati a gestire una situazione che sembrava essere fuori dalla nostra portata — di Noi Antifa Maceratesi come di tutti collettivi e le realtà territoriali con cui abbiamo collaborato — e l’unico modo per affrontarla è stato quello di assumere un atteggiamento di irremovibile umiltà. Irremovibile perché non abbiamo voluto cedere di un passo e abbiamo messo i nostri corpi in campo di fronte alle minacce di Minniti o ai tentativi di gruppi neo-fascisti di trovare spazi d’azione nel nostro territorio. E al contempo di umiltà perché siamo tornati a collaborare con realtà territoriali con cui, lo ammettiamo, non dialogavamo da anni, accettando che queste fossero in grado o disposte a percorrere strade che noi, per nostra indole, non ci sentiamo di intraprendere.

Come abbiamo detto dopo il 10 febbraio – e le piazze di Piacenza, Bologna, Venezia, Napoli, Torino, e Palermo hanno dimostrato, e molte altre continueranno a dimostrare – SI RIPARTE DA MACERATA! Ma ora l’euforia del corteo è passata e l’energia va trasformata in lavoro quotidiano. Le domande sono molteplici. Con la stessa irremovibile umiltà vogliamo provare ad offrire delle risposte a partire dalla nostra esperienza. La nostra speranza e’ che queste risposte possano risuonare in altri territori e stimolare azioni dirette, le cui declinazioni siano di volta in volta radicate nel sentire e nel metodo di ognuno.

CON CHI RIPARTIAMO?

Gli eventi di Macerata, con il preambolo del corteo antifascista a Genova e le successive mobilitazioni a Piacenza, Bologna, Venezia, e Napoli, hanno messo fine alla farsa dell’antifascismo istituzionale italiano, sia nelle sue forme organizzative verticiste e centralizzate (ANPI, ARCI, CGIL e LIBERA), che in quelle più propriamente rappresentative (partiti politici parlamentari e istituzioni locali). Il quadro si fa mano a mano sempre più chiaro. Il ministro Minniti, a parole antifascista, non solo ha lasciato spazio alle organizzazioni neo-fasciste che hanno rivendicato la tentata strage di Macerata ma le ha protette dai cortei antifascisti con manganelli, cannoni d’acqua e lacrimogeni. Le istituzioni locali, in un territorio con una forte storia di Resistenza come il nostro, hanno risposto creando un clima di paura e tensione nei confronti del corteo antifascista e non verso chi ha rivendicato l’attentato. Non pago, di fronte al presunto arrivo dei “vandali”,il Sindaco Romano Carancini ha chiuso le scuole, incoraggiato la cittadinanza a barricarsi in casa e invitato i commercianti a nascondersi dietro pannelli di compensato e persiane chiuse. Da parte loro, i politicanti delle segreterie nazionali di Anpi, Arci, CGIL e Libera hanno messo in campo una goffa manovra politica finendo esclusivamente per spezzare le loro organizzazioni. In un primo momento, hanno cercato di appropriarsi della massa di gente che si sarebbe riversata su Macerata. Fallita questa mossa, si sono svincolati dall’organizzazione per lasciarci in pasto ad una potenziale mattanza. Infine, di fronte alla defezione di tante delle loro sezioni locali,hanno tentato di risalire sul carro dei vincitori a corteo compiuto.

Crediamo che la frammentazione dell’antifascismo istituzionale avvenuta a Macerata altro non sia che la logica conclusione di una contraddizione sempre esistita al loro interno e finalmente aperta: quella tra l’autonomia locale e le logiche da mercante in fiera con cui le loro sedi centrali si spartiscono favori politici, poltrone e finanziamenti. Questa contraddizione è stata forse più evidente negli scorsi decenni in seno ai sindacati confederati (CGIL,CISL e UIL). Seppure nelle realtà territoriali alcuni membri partecipassero attivamente alle lotte dei  lavoratori, le segreterie hanno non solo permesso, ma attivamente partecipato allo smantellamento dei diritti del lavoro, alla precarizzazione delle nostre vite, all’allungamento dell’età pensionabile e – proprio in questi giorni attraverso lo sfruttamento del margine interpretativo della L.146/90 – alla limitazione sistematica del diritto di sciopero.

Questa contraddizione non si ferma ai sindacati ma percorre tutto l’ecosistema dell’antifascismo istituzionale. È evidente nella codardia delle segreterie nazionali di Anpi e Arci di fronte alla mobilitazione antifascista del 10 febbraio che tuttavia ha trovato una risposta coraggiosa in alcune sezioni locali (ma non quella di Macerata) che hanno rifiutato, non senza logoramento, il diktat delle autorità centrali. È evidente nel sistema dell’accoglienza, fatto di lavoratori, spesso in condizioni contrattuali precarie ma coinvolti in movimenti antirazzisti territoriali, che si scontrano con l’approccio assistenzialista portato avanti dalle proprie organizzazioni, fatto di appalti milionari e programmi che infantilizzano i migranti, alimentano il conflitto tra poveri e generano profitti attraverso la creazione di forme di dipendenza impedendo ogni possibilità di emancipazione e auto-determinazione. Ed è evidente persino nei più ampi spazi delle forze parlamentari cosiddette di “sinistra,” il PD in particolare, oramai tenuto a galla solo grazie alla deriva della logica del “votare il male minore” ma palesemente percorso da un totale scollamento dalla sua base elettorale. La risultante frammentazione potrebbe sembrare un fattore di indebolimento per le nostre forze, eppure – come hanno dimostrato le larghe presenze in piazza nelle scorse tre settimane – pensiamo che questi eventi fossero necessari a dissolvere le ipocrisie e a chiarire chi sono gli antifascisti oggi.

In breve, crediamo che su questo fronte oggi esistano solo due aree politiche: chi risponde con forza alla responsabilità che la storia ci invita a prendere e chi,nascondendo la testa sotto la sabbia,quella stessa responsabilità la rifiuta. Ciò non significa che al nostro interno rinneghiamo le differenti tradizioni politiche, modalità organizzative e pratiche di piazza e di quartiere. Significa piuttosto che, come la Resistenza ci ha insegnato, di fronte a momenti storici come quello che stiamo vivendo ora si può lottare solo nella certezza che chi ti sta accanto proteggerà il tuo fianco. A Macerata abbiamo capito chi, pur con metodi diversi, quel fianco lo tiene e chi, invece, fregiandosi di rappresentare la memoria dei partigiani, si abbandona alle proprie tendenze autoritarie, si lascia imbrigliare dai propri vertici o sconfiggere della propria codardia e ignavia. I primi sono i nostri compagni di viaggio, i secondi fanno parte delle forze a noi nemiche.

CHI SONO I NOSTRI NEMICI?

La prima risposta a questa domanda viene da sé: le forze neo-fasciste che agiscono sui nostri territori, Casa Pound, Forza Nuova e la Lega Nord in primis. A queste aggiungiamo chi ha supportato, permesso e lasciato spazio alle loro azioni e attività territoriali, a partire da intere sezioni del PD che per anni hanno tutelato queste organizzazioni. Ciò nonostante, in relazione agli eventi delle scorse settimane sia nel nostro territorio che in altri, queste risposte non ci sembrano sufficienti a descrivere la portata della marea neo-fascista che dobbiamo respingere. Specialmente a Macerata abbiamo visto gli effetti chiari del radicamento di una “cultura neo-fascista” che ci ha lasciato, francamente, spiazzati e impreparati a gestire la sistematica alterazione della realtà che questa “cultura” porta avanti, perpetrata dall’universo mediatico e dalle parole di politici locali e nazionali.

L´indegno omicidio di una donna presuntamente compiuto da alcune persone di origine nigeriana è stato trasformato in un atto sintomatico degli effetti di un’immigrazione incontrollata e farcito dal macabro tentativo mediatico di collegarlo a pratiche tribali o a fantomatiche reti mafiose nigeriane. Una tentata strage di matrice fascista – resa innegabile nelle sue origini politiche dalla bandiera italiana avvolta intorno al collo di Luca Traini, dal saluto romano messo in scena da lui davanti ad un monumento fascista, dal Mein Kampf sul sedile della sua macchina, dal visibilissimo tatuaggio di terza posizione sopra il suo sopracciglio destro e dalla rivendicazione della legittimità delle sue azioni da parte di Forza Nuova – è stata rappresentata per le prime ore come un regolamento di conti tra nigeriani e poi, una volta appurata l’identità del carnefice, come l’effetto della frustrazione di uno squilibrato, giustificandone di fatto le ragioni ma condannandone i modi e riducendolo ad un atto di follia. Le vittime di questa tentata strage, Gideon, Festus, Jennifer, Mahmadou, Wilson, Omar, differentemente da quanto successo in altri attentati, sono state cancellate e ridotte alla categoria informe e de-umanizzante di immigrati di colore, senza nome, senza volto e senza storia. Un corteo pacifico, multicolore, composito, e unito – che ha portato 30,000 persone nella nostra città – è stato descritto per giorni come una pericolosa riunione di fanatici e facinorosi, equiparato alla violenza dell’attacco fascista, minacciato con mezzi para-legali, colpito da attacchi mediatici e infine, senza altro a cui ricorrere, ridotto a un presunto coro sulle Foibe.

Di fronte a questa sistematica distorsione della realtà, abbiamo compreso che i nostri nemici sono e devono essere tutti coloro che collaborano alla produzione e circolazione di quella “cultura neo-fascista” su cui atti come la tentata strage di Macerata si radicano. Questo significa:

  • Il gruppetto sparuto di fanatici a braccio alzato – pericolosi senza dubbio ma pur sempre insignificanti nella loro pochezza politica nonché umana – e chi lascia loro spazio per convenienza politica, codardia o ignoranza.
  • Le sezioni dei media tradizionali (nel nostro territorio in particolare il Resto del Carlino e il Corriere Adriatico), le nuove pagine giornalistiche che sono emerse negli ultimi anni a livello locale (nel caso di Macerata, Cronache Maceratesi e Picchio News) e gli amministratori di gruppi di discussione sui social network (l’esempio locale è “Sei di Macerata Se…”). Questi soggetti, per un po’ di visibilità, qualche click e i profitti di sponsorizzazione che ne derivano, si appellano agli istinti più subdoli della natura umana, speculano sulla paura del diverso, l’odio e l’intolleranza, e si fanno promotori e diffusori della cultura neo-fascista che di questi sentimenti si nutre.
  • Chi per interessi politici ed economici ricorre alla stessa strategia messa in campo dal fascismo storico negli anni ’30: l’utilizzo della crisi economica per fomentare una “guerra tra poveri” che mette lavoratori e disoccupati bianchi contro lavoratori e disoccupati di altre etnie, giovani contro anziani, uomini contro donne. E così facendo adotta la tecnica tipica di ogni autoritarismo – il divideet impera – per annientare il pericolo che forme di organizzazione collettive e autonome possono portare al loro fragile potere.

IN QUALE DIREZIONE VOGLIAMO RIPARTIRE?

Fatta un po’ di chiarezza su chi siamo Noi antifascisti oggi e chi i nostri avversari, sentiamo il bisogno di un momento di autocritica. Gli eventi avvenuti a Macerata così come in altre città ci hanno risvegliato da un torpore in cui noi stessi ci siamo lasciati cadere, credendo che il nostro antifascismo si potesse limitare solamente ai nemici più dichiaratamente esposti e lasciando gli altri agire più o meno impunemente. In questo senso, va riconosciuto il ruolo che separazione, isolamento e velleità identitarie, così come la mancanza di una riflessione più estesa e sostenuta sulla “cultura neo-fascista” e i suoi promotori, hanno avuto nel permettere l’ espansione di questa cultura nei nostri territori. In particolare i suoi promotori, libera di agire indisturbati, hanno alimentato quel clima di intolleranza, ignoranza e suprematismo che stanno dietro a ogni attacco fascista cosi come alla sua normalizzazione politica e mediatica. Le ultime settimane ci hanno insegnato una lezione: il fascismo si combatte sia con il corpo che con la mente, uniti, e attraverso pratiche quotidiane e territoriali di lotta, attraverso il lavoro per strada, nelle piazze, nei posti di lavoro, sui fogli di giornale e persino sui territori immateriali dei social. Questo significa, a nostro parere, arginare i gruppi neo-fascisti con i nostri corpi. Ma significa anche, e su questo abbiamo ancora molta strada da fare, respingere l’espansione agghiacciante “cultura neo-fascista” che si nutre di de-umanizzazione del “diverso”, di suprematismo e  conflitto tra poveri. Per ottenere questo dobbiamo riuscire a creare alternative territoriali a questa narrazione della realtà che ci viene imposta, spazi autonomi in cui renderle operative e forme organizzative che rispondano a queste esigenze. Con questi obiettivi in mente riusciamo a vedere tre grandi spazi di azione antifascista, ognuno necessario e forse ognuno adattabile ad una varietà di approcci, metodi, e obiettivi che possono contenere tutta la diversità che l’antifascismo militante ha e deve continuare ad avere al suo interno.

  • Antifascismo di arginamento

Questo è il campo d’azione votato alla sottrazione di ogni spazio d’azione alle forze neo-fasciste. Immaginiamo che questo assuma le forme che ognuno di noi reputa più consone. Dalla chiusura e il sabotaggio dalle loro sedi, all’occupazione popolare degli spazi pubblici in cui tenteranno di inscenare i loro eventi, dal bloccaggio e boicottaggio degli spazi commerciali che offriranno sale, alla sottrazione di ogni legittimità giuridica alle loro organizzazioni, dall’impedire l’apertura di nuove filiali al rendere innocui i loro referenti locali. Dobbiamo bloccare la strategia del fascismo contemporaneo che mira a inquinare spazi fisici e non, complice il permissivismo di istituzioni e media. Non saranno le nostre bandiere, i nostri proclami o le nostre idee ad impedire tutto ciò: ma i nostri corpi. Non crediamo che la violenza sia la prima né la privilegiata modalità di risposta alla cultura neo-fascista e a chi la produce ma crediamo che, quando queste forze lanciano continui attacchi alla nostra umanità, abbiamo il diritto, e persino il dovere, di difenderci. Questa è la lezione che la Resistenza ci ha insegnato e su cui, purtroppo, chi si taccia di rappresentarla oggi sta glissando. Noi crediamo che sia una lezione che vada riesumata. A maggior ragione dal momento in cui le forme istituzionali, anche dichiaratamente antifasciste, non limitano lo spazio d’azione del neo-fascismo ma piuttosto se ne fanno difensori, diffondendo odio e facendo repressione contro le forze anti-fasciste. Dal nostro punto di osservazione, vediamo persone lasciate a morire in mare quasi ogni giorno, vediamo campi di concentramento che vengono eretti in Libia per tenere fuori dall’Europa esseri umani, vediamo nuovi colonialismi prendere forma in Niger, e vediamo neo-fascisti aggredire, accoltellare, e aprire il fuoco contro noi e i nostri fratelli e sorelle migranti nelle città dove viviamo e negli spazi che creiamo. A questa escalation di violenza faremo fronte difendendoci con ogni mezzo possibile, strada per strada, quartiere per quartiere.

  • Antifascismo comunicativo

Questo secondo campo d’azione è quello in cui, nelle scorse settimane, abbiamo sentito maggior urgenza di intervento, ma sul quale siamo probabilmente più impreparati. Ci troviamo di fronte ad una tattica attuata storicamente dai fascismi: ricavarsi spazi attraverso il ricorso a linguaggi semplicistici, messaggi bi-dimensionali e connivenze implicite e dichiarate con mezzi di comunicazione vecchi e nuovi. Anche qui ci sentiamo solo di abbozzare delle linee di intervento che vanno dal boicottaggio alle azioni dirette, dall’occupazione sia fisica che mentale dei mezzi di comunicazione, dall’hackeraggio di pagine e siti al bloccaggio forzato di profili che sputano odio, fino alla partecipazione attiva come produttori di opinioni, eventi culturali, e materiali sia su piattaforme già esistenti che attraverso la creazione di nuovi spazi comunicativi, dalle fanzine murarie alle free-press, dai blog alle pagine facebook. Qui, riteniamo che sia necessario auto-formarci, dal punto di vista politico, analitico e tecnico. Vediamo la necessità di re-imparare a parlare al di fuori dei circoli dell’antifascismo militante e sviluppare linguaggi che sappiano raggiungere quelli di noi che non fanno parte di queste realtà. È ora di abbandonare i linguaggi triti dell’attivismo regressista, le parole oramai vuote dei suoi comunicati e la spocchia che ci ha a lungo spinto a non sporcarci le mani nel dibattito pubblico. Siamo coscienti che su scala nazionale questo rimane per ora molto al di sopra delle nostre possibilità, ma abbiamo scoperto che nelle realtà territoriali in cui operiamo l’universo mediatico a cui la popolazione è esposta è spesso limitato a poche testate e gruppi facebook. Crediamo che un’attenzione speciale vada rivolta verso la comunicazione su internet, un terreno che gruppi neo-fascisti e promotori di “cultura neofascista” hanno spesso saputo interpretare e fare proprio più di noi. Questi spazi virtuali, abbiamo visto sul nostro territorio, rappresentano l’ultima frontiera per i neo-fascisti che, pur essendo fantocci numericamente esigui nel mondo reale, qui si presentano come squadracce digitali, moltiplicandosi in rete attraverso il posting ossessivo e il trollaggio. A tutto questo dobbiamo opporci con la stessa forza e disciplina con cui lo facciamo in piazza.

  • Antifascismo popolare

Questo terreno, notiamo con piacere, sta già vivendo grossi interventi nei territori. Questi interventi si declinano quotidianamente in attività di mutualismo, solidarietà e lotta per la rivendicazione dei diritti dei lavoratori, dei migranti, degli occupanti per necessità, delle donne, degli anziani e di tutti gli esclusi. Il loro intento e’ quello di rovesciare la guerra tra poveri e dimostrare concretamente che la collaborazione, la solidarietà, e l’auto-organizzazione sono l’unica vera risposta alla condizione attuale e al dilagare della “cultura neo-fascista”. Anche qui i metodi sono e devono rimanere compositi: dalle camere contro lo sfruttamento agli sportelli legali, dalle università popolari dove fare auto-formazione ai dopo-scuola, dalle cliniche autogestite alle palestre popolari. Dobbiamo pero’ fare attenzione a non riprodurre dinamiche autoritarie e di assistenzialismo. Il nostro scopo non e’ di fornire servizi laddove lo stato sta smettendo di farlo ma di creare fucine di lotta, auto-determinazione e costruzione di soggetti politici. Se vogliamo davvero dar forma ad un altro tipo di realtà e di collettività è necessario che tutti mettiamo al bando sfiducia e il sospetto nei confronti di chi la pensa diversamente: già ci ha pensato la società a far sì che ci conformassimo a modelli autoritari, a etichettature e a confini. Dobbiamo lavorare per uscirne. Così come nell’antifascismo comunicativo, crediamo che prima ancora di intervenire sulla scala nazionale dobbiamo concentrarci sui nostri territori e i loro abitanti, fornendo alternative possibili.

Per concludere, queste riflessioni non hanno alcuna volontà di sovra-determinare o indirizzare le forme, i linguaggi, e i metodi dell’antifascismo militante oggi. Qui nessuno ha oracoli o illuminati ma solo persone che a forza di galleggiare nella merda hanno voglia di sporcarsi le mani e cominciare a spalarla. Questa lotta politica si gioca nei territori ed e’ legata alle loro specificita’, sfide, e realta’. L’antifascismo non è un progetto a termine e percio’ riteniamo fondamentale creare alternative in una prospettiva a lungo termine. Sentiamo la necessità di costruire nuovi spazi di socialità che siano il più possibile  aperti a tutti quelli che si offrono di essere al nostro fianco, accoglienti della diversità che contraddistingue le società contemporanea, ma coerenti nel costruire un’alternativa reale alla frammentazione politica e alla “cultura neo-fascista.” Questo documento e’ un piccolo passo in quella direzione, un tentativo di condividere le nostre riflessioni derivate dall’esperienza di trovarsi di fronte al peggiore tentativo di strage fascista negli ultimi trent’anni in un contesto sociale che ha avuto grosse difficoltà a condannarlo inequivocabilmente, come ci si sarebbe dovuti aspettare. Noi ripartiamo da qui, coscienti che questo processo richiederà continue rivalutazioni, riflessioni e cambi di rotta, ma anche certi che ognuno di noi saprà fare quanto necessario per difendere la propria liberta’.

Antifà Macerata

il documento in formato pdf SI RIPARTE DA MACERATA!

Manifestazioni Anifasciste 24 Febbraio #Antifa #fuoriifascistidallecitta

Brescia

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Palermo

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Trieste

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Milano

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Giornata di antifascismo a Milano: scontri al corteo contro Casa Pound

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In Largo la Foppa il presidio antifascista ha provato a muoversi in corteo verso via Volta scontrandosi con la polizia. In mattinata tensioni in largo Cairoli per impedire il comizio di Fratelli d’Italia. Di Stefano al castello Sforzesco con un centinaio di militanti ha rinnovato la continuità con l’ideale fascista e repubblichino. Anche la Lega sceglie Milano per chiudere la campagna elettorale in piazza Duomo.

Giornata di antifascismo a Milano: scontri al corteo contro Casa Pound

La polizia ha provato a respingere gli antifascisti con una carica e lanci di lacrimogeni. L’espolosione di alcune bombe carta ha fermato gli agenti. Più di un migliaio di antifascisti è riuscita poi a muoversi in corteo verso piazza XXV aprile. Si conferma ancora la linea del Viminale tesa a garantire piena agibilità alle formazioni fasciste ricomprese nel gioco democratico, servite e protette da polizia e carabinieri nonostante un pezzo di paese ribadisca un’indisponibilità partigiana a concedere qualsiasi spazio ai fascisti di oggi.

Trieste, 24 febbraio: nessuno spazio per il fascismo

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Sabato forza nuova dovrebbe svolgere in piazza della borsa un comizio elettorale alla presenza del segretario Roberto Fiore.

Noi ribadiamo che A TRIESTE NON C’È SPAZIO PER IL TERRORISMO FASCISTA.

Per adesioni scrivere a trieste.antifa@gmail.com o messaggio alla pagina facebook di Trieste Antifascista – Antirazzista.

Realtà aderenti:

Arci Trieste
Collettivo Cronopios
Collettivo Tilt – R.A.P.
Comitato Danilo Dolci
Confederazione COBAS FVG
Eurostop
Liberi e uguali
Non Una di Meno – Trieste
NCdL Trieste CGIL
P.C.I.
Potere al popolo
Sinistra Anticapitalista
Sinistra Classe Rivoluzione Trieste
Unione degli studenti
U.S.B.

CI VEDIAMO SABATO 24 ALLE 10:30 IN PIAZZA PONTEROSSO per dar vita a una grande piazza antifascista e antirazzista, ripudiare Forza Nuova e allontanare il terrorismo fascista dalla nostra città.

Ora più che mai è necessario fermare l’ondata neofascista, dopo l’attentato terroristico di matrice fascista, razzista e sessista di Macerata si è data una risposta imponente e significativa non solo nella stessa città colpita, attraversata da una grande manifestazione di solidarietà composta da 30.000 persone, ma anche in molte altre città. È soprattutto, ma non solo, da quei fatti tremendi che si sono moltiplicate manifestazioni, presidi, proteste, petizioni, campagne che hanno promosso una presa di posizione netta che contrasti il riemergere di movimenti e partiti che propagandano odio razziale, discriminazioni e violenze verso ogni tipo di diversità etniche, culturali, di genere.
Sappiamo bene chi è Luca Traini, non un pazzo bensì un terrorista fascista, candidato con la Lega di Salvini nel 2017 e con il simbolo di Terza Posizione tatuato sulla fronte. Proprio quella stessa associazione terroristica fondata dall’attuale segretario di forza nuova Roberto Fiore che ora si è detto pronto, a nome del partito, a pagare le spese legali del fascista assassino di Macerata.

Davanti a tutto questo nessuna singola persona o organizzazione che si dichiari antifascista può pensare di sentirsi estranea o non prendere una posizione netta. Scendiamo in piazza in massa, mostriamo che odio e paura non hanno posto in questa città, riaffermiamo il primato dell’antifascismo. Tutto ciò che potrà venire dopo questo sabato sarà frutto della presenza, della vitalità, delle possibilità, dei linguaggi ed immaginari che saremo in grado di portare e trasmettere in piazza.

SABATO 24 FEBBRAIO // ORE 10:30 // TUTTE E TUTTI IN PIAZZA PONTEROSSO!

Trieste Antifascista – Antirazzista