Not My Europe

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Il 25 marzo i leader europei celebreranno a Roma il 60° anniversario dei Trattati di Roma con cui nel 1957 fu istituita la Comunità Economica Europea.

L’Europa che sarà festeggiata il 25 marzo è cosparsa di muri e fili spinati, condanna le organizzazioni umanitarie che osano salvare le vite dei migranti in mare, si appresta a rafforzare i controlli alle frontiere esterne anche grazie ad accordi disumani con i paesi terzi, condanna donne. uomini e bambini in fuga da guerre, persecuzioni e povertà a fare viaggi sempre più spesso mortali o le respingono verso la sofferenza che si sono lasciati alle spalle, lascia che sul suo territorio il vento della xenofobia e del razzismo spiri sempre più forte. Non è la nostra Europa.

Per questo il 25 marzo numerose associazioni lanceranno un messaggio forte ai capi di Stato e di Governo riuniti a Roma: il destino di migranti e rifugiati ci riguarda. La strage continua nel Mediterraneo deve finire, attraverso l’apertura immediata di canali di ingresso regolare e protetto. L’Europa che vogliamo è accogliente e solidale. Un’azione di protesta porterà il Mediterraneo nel cuore di Roma, sulle acque del Tevere.

“Not My Europe” dà appuntamento, quindi, a Roma, sabato 25 marzo, alle ore 15.30 sulle rive del Tevere, sotto il Ponte di Castel Sant’Angelo.

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ORGANIZZAZIONI PROMOTRICI:

A Buon Diritto, Amnesty International – Italia, AMM – Archivio delle memorie migranti, Associazione Antigone, Arci nazionale, Baobab Experience, Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza – CNCA, Comitato 3 Ottobre, Giustizia per i nuovi “desaparecidos” del Mediterraneo, CRS – Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato, ENGIM internazionale, Figli delle chiancarelle, Gioventù federalista europea Gfe/Jef Italy, Intersos, Jugend Rettet e.V., K_Alma, Legambiente Onlus, Lunaria, MEDU – Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, R@inbow for Africa – R4A, Sea-Watch

Manifestazione contro Discriminazioni e Razzismo #21marzo

casa originale dell’articolo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/manifestazione-discriminazioni-razzismo-21marzo/

Il comitato Torino Mano nella Mano contro il Razzismo promuove una manifestazione che si terrà martedì 21 marzo, a partire dalle ore 17:00, in Piazza Castello, angolo via Garibaldi , a Torino.

Nella giornata di sabato 18 marzo, sono previste delle mobilitazioni cittadine a carattere culturale (con l’utilizzo del teatro, musica, flash mob), nei quartieri, nei mercati, nei luoghi di grande affluenza, per sensibilizzare la cittadinanza e invitarla a partecipare alla mobilitazione del 21 marzo 2017. Qui di seguito l’appello per una mobilitazione sociale, politica e culturale contro tutte le forme di violenza, di discriminazione, razzismo, xenofobia, omofobia, islamofobia, afrofobia e antisemitismo.

 

Negli ultimi anni donne e uomini appartenenti e non a minoranze etniche, religiose, culturali hanno saputo combattere per l’uguaglianza e per i diritti di tutte e tutti. Hanno costruito forza e mobilitazione nei luoghi di lavoro e nelle città, superando la paura e prendendo la parola insieme a tutti coloro che si battono contro razzismo, xenofobia, omofobia, islamofobia, antisemitismo e ogni forma d’intolleranza. Oggi questa consapevolezza è di nuovo attaccata. Di nuovo forze politiche, sociali e culturali provano a ricacciare le persone che sono bersaglio di razzismo e discriminazione nel silenzio e nella paura, ancora una volta strumentalizzando le tragedie del mondo e le difficoltà delle persone per trasformare in colpevoli le vittime delle guerre, della fame, dello sfruttamento e minaccia chiunque sia o appaia diverso, non omologato al pensiero e alla cultura della maggioranza.

Politici e intellettuali senza scrupoli cercano di identificare nel terrorismo fanatico che insanguina Africa e Medio Oriente e che ha colpito anche l’Europa la religione di un miliardo e mezzo di donne e uomini che nel mondo professano la fede musulmana, fingendo di ignorare che proprio i musulmani sono le prime e più numerose vittime.

Si cerca di nuovo di sfruttare paura e ignoranza additando come minaccia terroristica le migliaia di profughi che cercano di raggiungere l’Europa, rischiando e troppo spesso perdendo le loro vite proprio per sfuggire agli uccisori e alle persecuzioni perpetrate.

Gli Stati dell’Unione europea preferiscono proteggere le frontiere piuttosto che le persone, accettando di assistere senza intervenire alla trasformazione del Mediterraneo, luogo di vita e civiltà e crocevia di culture e religioni, in un cimitero senza croci e senza nomi.

In Italia donne e uomini migranti sono costretti da leggi restrittive e discriminatorie ad accettare condizioni di vita e di lavoro incivili e insopportabili, fino alla schiavitù e al peggiore sfruttamento; bambine e bambini, ragazze e ragazzi nascono e crescono in questo Paese senza poter accedere alla pienezza dei loro diritti di cittadinanza; la falsa sicurezza dei cittadini viene costruita distruggendo la sicurezza dei migranti e delle loro famiglie, negando i loro diritti sociali e civili. Persone che per colore della pelle, aspetto, religione, cittadinanza e lingua sono diverse dalla maggioranza subiscono quotidianamente lo stesso razzismo, le stesse discriminazioni sul lavoro, nell’accesso alla casa e ai servizi, nei rapporti con certe pubbliche amministrazioni e con le forze dell’ordine, nella vita quotidiana in ogni suo aspetto.

Per queste ragioni è urgente dare vita a una seria e continua mobilitazione antirazzista e non violenta, capace di contrastare manipolazioni produttrici di identità discriminanti e strategie di “sicurezza” sostanzialmente espulsive, che da troppi anni stanno ostacolando, a livello locale, nazionale ed europeo, l’attuazione di vere politiche dei diritti, di accoglienza e di integrazione: le uniche che possono costruire una società in cui i semi di tutti i terrorismi e di tutti i razzismi siano preventivamente sconfitti.

Hanno aderito:
Convergenza delle Culture, LVIA, Centro Studi Sereno Regis, Anolf, Coordinamento immigrati CGIL, AFD Interntional – Italia, Asai, Associazione Islamica delle Alpi, Rete Senza Asilo, Associazione Radicale Adelaide Aglietta, Acmos, Associazione donne Africa subsahariana e II generazione, Associazione Mamre, Associazione Zona Franca, Associazione Panafricando, Comunità Somala in Piemonte, Associazione Almateatro

Per aderire alla Rete 21 marzo è necessario iscriversi al seguente indirizzo e-mail: torinomanonellamano@gmail.com

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Assemblea pubblica: No ai decreti Minniti-Orlando su immigrazione e sicurezza

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GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO IL RAZZISMO

No ai decreti Minniti-Orlando su immigrazione e sicurezza

Roma, Assemblea pubblica martedì 21 marzo, ore 15

Università La Sapienza, P.le Aldo Moro, Edificio Fermi, aula 4 di Fisica

Il prossimo 21 marzo, Giornata internazionale contro il razzismo, organizzazioni sociali e sindacali, impegnate sui diritti dei migranti e contro ogni forma di razzismo, promuoveranno un’assemblea pubblica per discutere del decreto legge Minniti-Orlando sull’immigrazione e del decreto “sicurezza”, emanati nei giorni scorsi. Per i promotori i due provvedimenti rappresentano un passo indietro sul piano dei diritti e della civiltà giuridica del nostro Paese, come spiegheranno nel corso dell’assemblea. Per questo chiederanno a tutti un impegno concreto per impedirne la conversione in legge nell’attuale formulazione da parte del Parlamento.

L’incontro pubblico è stato infatti convocato sulla base di un appello molto critico verso i due provvedimenti, appello che ha ricevuto molte e importanti adesioni.

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Di seguito il testo dell’appello che vi invitiamo a sottoscrivere, scrivendo a nodecretominniti@gmail.com, e a diffondere.

 

NO AI DECRETI MINNITI-ORLANDO SU IMMIGRAZIONE E SICUREZZA

Appello per un’assemblea pubblica il 21 marzo 2017

Giornata Internazionale contro il razzismo

Il Decreto Legge Minniti-Orlando e il Decreto ‘Sicurezza’, entrati recentemente in vigore ed in fase di conversione in Parlamento, rappresentano un passo indietro sul piano dei diritti e della civiltà giuridica del nostro Paese. Attraverso un uso improprio della legislazione di urgenza, i due decreti, anziché intervenire sulle tante contraddizioni e i limiti dell’attuale legislazione, introducono nuove norme di discutibile efficacia, senza peraltro migliorare l’efficienza del sistema. Ad esempio si rilancia il ruolo dei Centri Permanenti per il Rimpatrio, nuova denominazione per gli attuali CIE, senza che ne venga modificata la funzione e assicurato il pieno rispetto dei diritti delle persone trattenute.

Il Legislatore prevede un’unica procedura per le espulsioni, valida tanto per chi proviene da percorsi di criminalità e lunghi periodi di carcerazione, quanto per il lavoratore straniero privo di permesso di soggiorno, quando sarebbe al contrario opportuno prevedere percorsi di regolarizzazione individuale per chi si è di fatto inserito positivamente nel nostro Paese.

Esprimiamo forte contrarietà rispetto all’abolizione del secondo grado di giudizio per il riconoscimento del diritto di asilo e alla sostanziale abolizione del contraddittorio nell’unico grado di giudizio, limitato da una procedura semplificata (rito camerale) priva del dibattimento. In tal modo non solo viene violato il diritto di difesa di cui all’art.24 della Costituzione, ma si preclude al giudice la valutazione in concreto della persona del ricorrente e del suo eventuale percorso di inclusione sociale ai fini della valutazione sul rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Gestire e governare in modo efficace e lungimirante il fenomeno migratorio non significa – noi crediamo – limitarsi ad irrealistiche azioni di deterrenza. Occorrono, invece, norme che favoriscano i flussi d’ingresso e la permanenza regolare dei cittadini stranieri, contrastando così il lavoro nero e lo sfruttamento. Ribadiamo inoltre l’urgenza di aprire corridoi umanitari e aumentare considerevolmente i reinsediamenti, per consentire alle persone che fuggono da guerre, persecuzioni, fame e povertà di entrare in Italia e in Europa senza mettere in pericolo la loro vita.

Riteniamo inaccoglibile la pretesa di ricondurre la materia del “decoro urbano” al tema della sicurezza, avallando una concezione dell’ordine pubblico che non produce vera sicurezza ma, al contrario, rischia di creare maggiore insicurezza criminalizzando la marginalità sociale senza preoccuparsi di intervenire per combattere la povertà e la marginalità di un numero crescente di cittadini.

Riteniamo inopportuno il ricorso alla decretazione d’urgenza per riformare materie, come il diritto di asilo e le discipline sulla sicurezza urbana, che richiederebbero un più articolato confronto democratico. Nel merito, riteniamo, comunque, che i due Decreti Legge non debbano essere convertiti nella forma attuale: i firmatari chiedono dunque che si apra un confronto ampio e approfondito al fine di dare al Paese una nuova disciplina più bilanciata e condivisa

Per questo facciamo appello a chi intende impegnarsi per impedire la conversione in legge di questi provvedimenti del Governo così formulati a partecipare a un’assemblea pubblica il prossimo 21 marzo, Giornata internazionale contro il razzismo.

Appuntamento a Roma il 21 marzo 2017, ore 15, presso l’Università La Sapienza, in P.le Aldo Moro, edificio Fermi, aula 4 di Fisica.

A Buon Diritto, ACLI, ANOLF, Antigone, ARCI, ASGI, CGIL, Centro Astalli, CILD, CISL, Comunità Nuova, Comunità Progetto Sud, Comunità di S.Egidio, CNCA, Focus – Casa dei Diritti Sociali, Fondazione Migrantes, Legambiente, Lunaria, Oxfam Italia, SEI UGL, UIL

Per adesioni: nodecretominniti@gmail.com

28 febbraio 1978: i Nar uccidono Roberto Scialabba

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Il 28 febbraio 1978 è per i neofascisti romani una data significativa: tre anni prima era morto durante gli scontri alla sezione missina del rione Prati Mikis Mantakas, giovane militante del Fuan. L’episodio aveva segnato un vero e proprio punto di svolta per alcuni giovani neofascisti, tra i quali i fratelli Fioravanti, Francesca Mambro a Alessandro Alibrandi, che avevano quindi deciso di impugnare le armi: così erano nati i Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), che si renderanno negli anni responsabili di almeno 33 omicidi e che a tutt’oggi sono ritenuti responsabili della strage di Bologna.

Nei giorni precedenti all’anniversario della morte di Mantakas, Fioravanti e i suoi accoliti discutono molto su quale azione mettere in atto per ricordare il camerata ucciso, fino a quando un neofascista appena uscito dal carcere riporta la notizia che a sparare ad Acca Larentia, il 7 gennaio, sono stati quelli del centro sociale di Via Calpurnio Fiamma.

Detto, fatto: quella sera in otto salgono su tre macchine e si dirigono verso il quartiere Tuscolano. Arrivano davanti all’edificio occupato, ma lo trovano chiuso, perché la mattina stessa è stato sgomberato da un’operazione di polizia.

Il gruppetto comincia a perlustrare la zona, entra in un parchetto e vede un gruppo di ragazzi, che dal vestiario sembrano appartenere alla sinistra ezìxtraparlamentare. I neofascisti scendono da una delle macchine, e cominciano subito a sparare.

Le pistole però si inceppano, ma per terra rimane, ferito, Roberto Scialabba, colpito al torace, mentre gli altri ragazzi, alcuni feriti, riescono ad allontanarsi.
L’agguato potrebbe concludersi senza vittime, ma Valerio Fioravanti salta addosso a Roberto e gli spara: uno, due colpi alla testa. È il primo omicidio di Valerio Fioravanti, ma lui stesso si rende conto che i ragazzi di Piazza San Giovanni Bosco non avevano nulla a che fare con Acca Larentia.

Alcune ore dopo, una telefonata all’Ansa rivendica l’omicidio: “La gioventù nazional rivoluzionaria colpisce dove la giustizia borghese non vuole. Abbiamo scoperto noi chi ha ucciso Ciavatta e Bigonzetti. Onore ai camerati caduti.”

Ci vorranno però quattro anni, dopo le dichiarazioni del pentito Cristiano Fioravanti, perché la magistratura riconosca la matrice politica del delitto, che fino allora era stato considerato un “regolamento di conti tra piccoli spacciatori”.

In una scritta, quando il 30 settembre di un anno prima era stato ucciso Walter Rossi, Roberto, pur non conoscendolo direttamente, lo aveva così ricordato: «Una lacrima scivola sul viso, una lacrima che non doveva uscire, il cuore si stringe, si ribella, i suoi tonfi accompagnano slogan che si alzano verso il cielo “non basta il lutto pagherete caro pagherete tutto”».

Così, all’indomani della morte, i compagni di Cinecittà lo ricordavano: «Roberto era un compagno che lottava, come tutti noi, contro un’emarginazione che Stato e polizia gli imponevano. E’ caduto da partigiano sotto il fuoco fascista».
MA GLI ANTIFASCISTI NON DIMENTICANO!      Né oblio, né perdono!
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¡Movilízate por tus derechos! Las marchas de la Dignidad volvemos a las calles el 25 de febrero (llamamiento, convocatorias y vídeos)

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Nunca nos regalaron nada la clase trabajadora, todo hubo que conquistarlo luchando, desde las Marchas de las Dignidad somos conscientes y por ello llamamos a la mayoría social a denunciar públicamente en la calle a expresar nuestra indignación y denuncia de la injusticia con el grito colectivo de “Pan, trabajo, Techo y Dignidad”. Llamamos a los colectivos sociales, sindicales y políticos a sumarse a esta acción y salir a la calle todas juntas por el presente y el futuro.

El próximo 25 de febrero, y el 28 en Andalucía, las Marchas de la Dignidad volvemos a las calles de todo el estado para exigir nuestros derechos y para mostrar la solidaridad con todas las personas y colectivos que luchan por una vida con dignidad y por la recuperación de los derechos robados por este sistema corrupto, volvemos a las calles para luchar por los derechos de las generaciones presentes y futuras.

Volvemos a las calles para defender el sistema público de pensiones atacado por los poderes económicos y políticos neoliberales para hacer de nuestro derecho a las pensiones su negocio. Para defender una pensión digna de 1080 euros al mes con 14 pagas y que este derecho esté garantizado por los Presupuestos Generales del Estado, también que su revalorización sea automática anualmente para que no se pierda poder adquisitivo. Porque sí hay dinero para salvar a bancos y autopistas de la quiebra, también lo hay para rescatar la vida de las personas y que podamos vivir con dignidad. Volvemos a las calles para exigir la derogación de las reformas de las pensiones impuestas por los partidos del régimen monárquico, por el PSOE en el 2011 y por el PP en el 2013, y para defender el Sistema Público de Pensiones.

Denunciamos el robo de la llamada hucha de las pensiones, bolsa de garantía con los excedentes que genera el sistema, que ha caído un 52 % desde su puesta en marcha en 2002 por el saqueo del gobierno para invertirla en su propia deuda pública la cual se ha demostrado no es rentable, denunciamos la congelación de la cuantía de la pensión a través de la última reforma del PP.  Hay que tener en cuenta que el último recurso de las familias sin ingresos son las pensiones de sus mayores, lo que agrava aún más la ya difícil situación de la personas sin recursos. Del mismo modo, denunciamos la campaña para la ampliación de la edad de jubilación y por los recortes en las pensiones desde los poderes económicos y políticos del régimen, los mismos que se ponen pensiones millonarias y cómplices del robo de los bancos a la población.

Salimos a las calles a cuerpo, para mostrar una realidad que se quiere ocultar y para demostrar  la solidaridad con quienes sufrimos los efectos de las políticas capitalistas que, utilizando la crisis como excusas, confiscan derechos y riqueza a las clases populares y trabajadoras en beneficio de una minoría privilegiada. Ocupamos las calles para defender los servicios públicos como la sanidad, la enseñanza, etc. para denunciar la situación de pobreza de más del 30% de la población, el aumento de la pobreza infantil.  Esta situación tiende a convertirse en crónica y afectara al ser humano durante toda su vida, salimos a las calles a exigir un trabajo y un salario digno y una prestación suficiente a través de una renta básica.

Ocupamos las calles para decir NO al pago de la deuda, NO al cumplimiento de los objetivos de déficit impuestos por la Unión Europea y el FMI a través del pacto del PSOE y el PP,con el que reformaron el artículo 135 de la C. E. por el que se da prioridad al pago de la deuda, a los especuladores internacionales, antes que a las necesidades de la población; también contra el tratado de la Zona Euro: un verdadero corsé para los intereses de las clases trabajadoras y la mayoría social. Mostramos nuestro rechazo a los tratados internacionales que nos quitan derechos como el recién aprobado CETA y lucharemos para que no se firmen el TISA y el TTIP.

Salimos a la calle para defender los derechos de las generaciones presentes y futuras y esto nos lleva también a exigir la derogación de las reformas laborares del PSOE y del PP, que han empeorado la situación social y en el trabajo de la mayoría social con precariedad, inseguridad, salarios de miseria, bajas o ninguna cotización, etc. que hace que en el futuro o no se pueda acceder al derecho a una pensión pública o que esta tenga una cuantía de miseria.

El próximo 25 de febrero y el 28 en Andalucía nos movilizamos contra la represión, contra el recorte de las libertades y para exigir Amnistía y la libertad de todas las personas encarceladas, procesadas o multadas por luchar, exigimos la ¡¡ Derogación YA !! de las Leyes Mordaza.

Nunca nos regalaron nada la clase trabajadora, todo hubo que conquistarlo luchando, desde las Marchas de las Dignidad somos conscientes y por ello llamamos a la mayoría social a denunciar públicamente en la calle a expresar nuestra indignación y denuncia de la injusticia con el grito colectivo de “Pan, trabajo, Techo y Dignidad”. Llamamos a los colectivos sociales, sindicales y políticos a sumarse a esta acción y salir a la calle todas juntas por el presente y el futuro.

 ¡¡No tenemos nada que perder salvo las cadenas!!

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Funerali di Valerio Verbano – Verano 25 febbraio 1980

Questo non è un corteo
perchè va un po’ più lento
si sentono i singhiozzi
da lontano un lamento

Questo non è un corteo
c’è troppo silenzio
Valerio dove sei
t’avemo ognuno drentro

Questo non è un corteo
ma neppure un funerale
stamo tutti a pesà
quanto sta vita vale

In questo strano giardino
di fiori e di morte
rimbombano gli slogan
speranze non risorte

Il fumo dei lacrimogeni
si fa sempre più acre e amaro
pagherete tutto si
pagherete caro

na na na na na nai
na na na na na na na…..

Camminando sulle tombe
di morti senza storia
ritorna il ricordo si
ritorna la memoria
di vecchi partigiani
e di grandi imprese
questo ci ha regalato
questo sporco paese

Questo non è un corteo
ma neppure un funerale
stamo tutti a pesà
quanto sta vita vale

Il fumo dei lacrimogeni
si fa sempre più acre e amaro
pagherete tutto si
pagherete caro

na na na na na nai
na na na na na na na…..

Cittadinanza: non aspettiamo più! #28F manifestazione a Roma

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“Siamo 1 milione e 200mila italiani. Italiani senza cittadinanza. Di cui 800mila hanno meno di 18 anni. Persone italiane di fatto, ma non abbastanza per il governo”. Ecco la voce delle italiane e degli italiani che lo stato non riconosce come tali. Persone che per legge non possono avere gli stessi diritti dei cittadini italiani: votare, ad esempio, ma anche, banalmente, ottenere la patente di guida, fare un viaggio fuori dall’Italia senza chiedere il visto, partecipare ai concorsi pubblici. Eppure sono nate in Italia, o sono qui fin da bambini. Hanno frequentato le scuole italiane, imparato a parlare in italiano e spesso anche in dialetto, hanno appreso le norme. Hanno pagato le tasse in Italia, contrariamente a quanto si pensa: “C’è chi le paga già da undici anni, le tasse”, spiega una ragazza, intonando poi, insieme ad altri e altre, Bella Ciao.

E’ questa la realtà in cui vivono più di 1 milione di nostri concittadini: e tutto questo a causa dell’immobilismo politico delle classi dirigenti che si sono succedute sino ad oggi. Le tappe compiute sono diverse: sono passati sei anni da quando, tra il settembre 2011 e il marzo 2012, le organizzazioni della campagna L’Italia sono anch’io hanno raccolto più di 200mila firme su due proposte di legge di iniziativa popolare sulla riforma della cittadinanza e il riconoscimento del diritto di voto amministrativo dei cittadini stranieri. A firmare sono stati i cittadini italiani, che hanno così espresso la propria volontà di cambiamento. Sono passati diversi anni, e finalmente il 13 ottobre 2015 la Camera ha approvato la proposta di riforma della legge sulla cittadinanza n.91/92. Da allora la proposta giace al Senato in attesa dell’avvio del dibattito nella Commissione Affari Costituzionali.
Sono passati ormai cinque anni da quando Lamia, dodici anni, spiegava alla Camera dei Deputati il suo sentirsi italiana, seguita da un lungo applauso. Agli italiani senza cittadinanza però non servono gli applausi, le strette di mano, le pacche sulle spalle: serve, ed è urgente, che lo stato li riconosca come cittadini. Serve che sulle loro vite non si decida più per mero calcolo politico.

Per questo il 28 febbraio dobbiamo scendere tutti e tutte in piazza, per una grande manifestazione nazionale a fianco dei nostri concittadini e concittadine. E’ un loro diritto essere riconosciuti come italiani e italiane, ed è un diritto di chi è già cittadino quello di vivere in un paese al passo coi tempi.

L’obiettivo è dietro l’angolo: chiediamo alla politica di fare il proprio dovere. Il 28 febbraio, alle ore 15.30, tutti e tutte in piazza del Pantheon a Roma: non possiamo più aspettare!

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1980 – 2017 Valerio Vive, un’idea non muore!

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Il 22 febbraio del 1980 un commando di neofascisti assassinava a colpi di pistola Valerio Verbano in casa sua. Giovane militante autonomo di soli 18 anni, studente del liceo Archimede, è stato assassinato davanti agli occhi dei genitori per la sua militanza antifascista e rivoluzionaria. In particolare, Valerio indagava sui rapporti tra apparati dello Stato e destra eversiva.

A distanza di 37 anni da quell’omicidio rimasto senza colpevoli, daremo corpo ancora una volta, attraversando le strade di quelli che furono anche i sui quartieri, Tufello e Montesacro, ad una memoria e un ricordo che non sono liturgia o reducismo, ma storia viva dei movimenti della città di Roma. Una storia che si è fatta arma da scagliare contro chi ci dice che il fascismo è archiviato, contro chi ci invita alla riconciliazione o ci parla di opposti estremismi.

Oggi, quegli stessi quartieri vogliono raccontare ancora la figura di Valerio Verbano, la sua vita e le sue lotte, una storia orgogliosamente partigiana, che vive ogni giorno negli spazi liberati, nelle battaglie degli studenti e delle studentesse, nelle vertenze per la casa e contro gli sfratti. Così come nelle piazze delle donne che in Italia e in tutto il mondo si ribellano contro il patriarcato e la violenza maschile, urlando da un capo all’altro del globo “non una di meno”. Una storia che pulsa in ogni battaglia contro lo sfruttamento per la dignità umana.

Mentre continuiamo a vivere nella più lunga crisi economica e sociale dal dopoguerra, mentre le guerre bussano alla porta di un’Europa sempre più blindata, alimentando a dismisura vecchie e nuove povertà, leader politici e imprenditori della paura e dell’orrore in giacca e cravatta (o felpa, poco importa) nei salotti mediatici soffiano sul fuoco della “guerra tra poveri” e dello “scontro di civiltà”, utilizzando politiche criminali e di austerità e come braccio armato nei nostri quartieri le organizzazioni neofasciste.
Contro tutto questo mettiamo in campo ogni giorno pratiche culturali, di mutualismo e di solidarietà, ed anche la legittimità di un’azione resistente che, a partire dai nostri quartieri, dai lotti delle case popolari e dalle periferie, non lasci un solo centimetro di terreno a chi ci vuole indifferenti, nemici, gli uni contro gli altri.

Anche quest’anno sfileremo nelle nostre strade per ricordare Valerio e sua mamma Carla, con cui abbiamo condiviso tanta strada insieme, e dare vita ancora una volta a una giornata di lotta.

Mercoledì 22 febbraio
ore 16.00 via Monte Bianco ‘Un fiore per Valerio’
ore 17.00 CORTEO

Contro ogni sessismo, razzismo e fascismo: solidarietà, resistenza e liberazione!

I compagni e le compagne di Valerio

https://www.facebook.com/events/1357605544309950/

Roma 22 febbraio 1980 – L’omicidio di Valerio Verbano

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Venerdì 22 Febbraio 1980, a Roma, intorno all’una di pomeriggio, tre uomini bussano alla porta di un appartamento al quarto piano di via Monte Bianco 114, abitazione di Valerio Verbano, studente di 19 anni, militante dell’Autonomia Operaia. In quel momento in casa si trovavano solamente i genitori di Valerio. La madre, dichiarandosi i tre uomini amici di Valerio apre la porta.
Subito i tre uomini, armati e resi irriconoscibili da dei passamontagna, la immobilizzano e la legano insieme al marito in camera da letto, e successivamente perquisiscono accuratamente tutto l’appartamento. Intorno alle 13:40 Valerio torna da scuola, apre la porta di casa e ad aspettarlo trova i suoi aguzzini. Subito si accorge della loro presenza, e dopo averne disarmato uno, cerca di fuggire dalla finestra, ma viene raggiunto da un colpo di pistola alla schiena. Morirà poco dopo in ambulanza, mentre viene trasportato in ospedale.
Alle 21 dello stesso giorno arriva la rivendicazione dell’omicidio da parte dei NAR, che verrà confermata in un ulteriore volantino ritrovato alle 12 del giorno successivo.
Nell’ambiente dell’Autonomia, questo omicidio viene visto come parte di un processo repressivo ampio, portato avanti dalle questure fortemente legate al terrorismo nero. Proprio su questo legame Valerio aveva svolto un ampio e preziosissimo lavoro di indagine, raccolto in un dossier che sparirà dopo essere stato sequestrato dalle forze dell’ordine.
Inutile dire come, in questo caso, tutta quella macchina mediatica che si avviava in quegli anni per rendere onore alle “vittime del terrorismo”, non si sia messa in moto e si sia invece impegnata a descrivere Valerio come un militante indeciso, sul punto di abbandonare i suoi ideali.
A mettersi in moto è comunque il movimento: alla diffusione della notizia dell’uccisione di Valerio seguirono cortei, che si concludono con scontri con le forze dell’ordine, che arrivano persino ad inseguire i manifestanti, il giorno del funerale, fin dentro il cimitero del Verano, sparando lacrimogeni e raffiche di mitra.

Riportiamo due passi tratti da “I Volsci” del Febbraio 1980:

Questo attacco si inserisce in quello più generale contro l’antagonismo organizzato, contro l’Autonomia. Dove non riescono galere, delatori, brigatisti pentiti, giudici cervellotici e piccisti, dove non riesce la campagna di linciaggio politico gestita dal potere, preparata ed avvallata dal Pci, si arriva all’eliminazione fisica dei compagni”

La potenza repressiva dello Stato è stata invece un elemento complementare dell’assassinio e della logica che lo ha prodotto. Come i compagni hanno fin da subito messo in evidenza, i fascisti hanno colpito dopo che la repressione aveva spianato loro la strada. Ma non basta. Ciò che è avvenuto dopo l’uccisione di Valerio, sia sulla stampa di regime che nelle piazze, ha infatti dimostrato che non solo ai fascisti era stato suggerito e permesso di prendere l’iniziativa, ma che l’assassinio stesso di Valerio veniva gestito dallo stato come un ammonimento per i compagni. Eppure Valerio era stato ucciso inerme, dentro casa sua, davanti ai genitori” (da InfoAut)

Anche quest’anno sfileremo nelle nostre strade per ricordare Valerio e sua mamma Carla, con cui abbiamo condiviso tanta strada insieme, e dare vita ancora una volta a una giornata di lotta.

Mercoledì 22 febbraio
ore 16.00 via Monte Bianco ‘Un fiore per Valerio’
ore 17.00 CORTEO

Contro ogni sessismo, razzismo e fascismo: solidarietà, resistenza e liberazione!

I compagni e le compagne di Valerio

IL 4 FEBBRAIO 1971 VENIVA UCCISO GIUSEPPE MALACARIA

malacaria

Nella notte fra il 3 e il 4 febbraio 1971, presso la sede della Provincia, a Catanzaro, dove avevano provvisoriamente sede gli uffici della Regione Calabria, viene collocata una bomba. Sfidando il divieto delle autorità di pubblica sicurezza, nel tardo pomeriggio successivo i partiti antifascisti organizzano una manifestazione in piazza Grimaldi. In prossimità della vicina sede del Movimento Sociale Italiano vengono esplose delle bombe a mano. E’ una di queste bombe a causare la morte del muratore socialista Giuseppe Malacaria, di 35 anni, e il ferimento di altre nove persone.

Il contesto della morte di Giuseppe Malacaria, che gli amici chiamavano Pino, in piazza per protestare contro l’attentato del giorno prima,  è quello della « rivolta di Reggio Calabria » (luglio 1970 – febbraio 1971), con i fascisti che scorazzano armati per le strade. Le indagini portano all’arresto di quattro militanti del Movimento sociale italiano di un paese vicino a Catanzaro, fra i quali il locale segretario del partito. La magistratura li proscioglierà per « assoluta mancanza di indizi » nonostante che il funzionario di polizia che ha diretto le indagini ribadisca pubblicamente il suo convincimento sulla colpevolezza dei neofascisti.

Qualche mese prima, il 26 settembre 1970, quattro giovani anarchici calabresi, Gianni Arico’, Angelo Casile, Franco Scordo e Luigi Celso e una giovanissima tedesca, Anneliese Borth, erano morti in un « incidente » stradale a Ferentino, alle porte di Roma, dove dovevano consegnare all’avvocato Edoardo Di Giovanni alcuni documenti. Due mesi prima, a Gioia Tauro, un treno era deragliato per una carica di esplosivo piazzata sui binari prima del suo passaggio, provocando la morte di sei persone.I cinque avevano indagato sulla tragedia, scoprendo un collegamento fra neofascisti reggini e ‘ndrangheta che portava dritto a Junio Valerio Borghese.

La Mini sulla quale viaggiavano i cinque ragazzi si incastra sotto un TIR dei fratelli Aiello, dipendenti di Borghese, in vista del castello di Artena, di proprietà dell’ex comandante della Decima Mas. Gli oggetti personali e le agende dei ragazzi non saranno mai restituiti ai familiari. Ricorda Tonino Perna, cugino di Arico’ : “Ho sempre di fronte l’immagine di mio cugino due giorni prima di partire.  L’ho visto scuro in viso, veramente terrorizzato. Credo che un paio di giorni prima di partire per Roma avevano capito di aver toccato un nervo vitale. Avevano paura”.

Il 4 febbraio 2007 l’amministrazione comunale di Catanzaro rendeva omaggio alla memoria a Giuseppe Malacaria facendo apporre una targa per ricordarlo nell’anniversario della sua morte. Ma ci sono due città  di Catanzaro: quella che discute attraverso il confronto civile e che fa politica alla luce del sole e quella che si nutre di violenza, di intolleranza ed agisce nel buio della notte. Dopo appena tre giorni dalla sua apposizione la targa viene  sfregiata con una svastica nazista.

Giuseppe Malacaria sarà assassinato una seconda volta.

Giustiniano Rossi

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