Per non dimenticare Claudio Varalli e Giannino Zibecchi.

Nelle terribili giornate del 16 e 17 aprile del 1975, due compagni milanesi furono uccisi. Il primo Claudio Varalli dai fascisti, il secondo, Giannino Zibecchi, il giorno successivo venne schiacciato da un camion dei carabinieri che caricava la manifestazione di protesta contro l’assassinio di Varalli.

Ma negli stessi giorni in altre città come Torino e Firenze vennero uccisi altri due compagni: Tonino Miccichè ucciso da un vigilantes durante una occupazione di case e Rodoflo Boschi ucciso dalla polizia durante una delle manifestazioni di protesta di quelle giornate. Sono passati quaranta anni.

A questa ricorrenza intesa come “memoria dell’incompatibilità del conflitto di classe”, è dedicato questo contributo dei compagni del Csa Vittoria di Milano.

Nella società dei consumi e dell’ immagine tutto diventa “evento” senza contenuti ne approfondimento alcuno. Il bombardamento di informazioni fa si che tutto sia simile, che tutto appaia appiattito senza importanza ne spessore, un annichilimento delle coscienze in un sovrapporsi di eventi che si susseguono senza discontinuità.

Purtroppo, ogni tanto, ci sembra di vedere che anche a “sinistra”, molte cose si mastichino e si digeriscano senza che rimanga e sedimenti nulla di preciso.

Gli “eventi” passano e si consumano come un oggetto qualsiasi e persino il ricordo traumatico e doloroso di compagni ammazzati pare non diventare memoria storica e rabbia inesauribile ma pura memorialistica o quasi tristemente anedottica personale.

Quasi un “evento” tra gli altri.

Noi non vogliamo che il quarantennale dell’assassinio di Claudio e Giannino assomigli neanche lontanamente a qualcosa di simile, vorremmo che queste date potessero essere un’ occasione per mettere in discussione la genericità del presente.

Vorremmo potessero far saltare l’abitudine indotta e introiettata ad un gioco di ruoli perché le cose cambino senza che cambi mai nulla nella sostanza dei rapporti di classe.

Negli anni tutti e tutte noi abbiamo sentito tante definizioni: attivisti, mediattivisti, solidali, antifa, antagonisti…….. ma, senza che nessuno si debba sentire offeso, ci sentiremmo fortemente a disagio anche solo al pensiero di calare Claudio e Giannino in uno di questi ruoli.

Caselle e ruoli, separati uno dall’altro, per non sembrare troppo lontani e ritagliarsi un piccolo spazio nella realtà e nelle diverse contraddizioni che muovono il conflitto che invece ha relegato, per cause oggettive e responsabilità soggettive,  il protagonismo vitale di generazioni di compagni e compagne ad una marginalità politica e molte volte ad una autoreferenzialità che si ripropone con più forza a ridosso di scadenze più o meno importanti senza comprendere che la strada della risposta a…. della protesta contro … del contro vertice di ….. sono strade a senso unico se non si ci si pone nell’ottica di costruirsi ideologicamente e concretamente una prospettiva complessiva di trasformazione rivoluzionaria dell’esistente.

Se non si prova a volare più in alto, se non riprende in mano l’utopia, l’immaginario, l’idea di una società possibile e necessaria che nasca dalle ceneri della barbarie della società odierna

Il parlare di Claudio e Giannino, del loro assassinio ci può servire invece a riproporre il valore del sacrificio delle loro vite per far emergere la testimonianza dell’incompatibilità della loro militanza nella prospettiva di una trasformazione in senso comunista della società e degli attuali rapporti di produzione.

Militanza politica come scelta di vita, come convinzione assoluta che ognuno di noi ha un impegno da cui non può recedere nemmeno nei momenti più difficili, come assunzione soggettiva di una responsabilità di comprensione scientifica delle contraddizioni di classe, come chiarezza ideologica di un muro per separare aspirazioni e interessi inconciliabili con gli interessi del dominio di una classe su un’altra, e con chi ancora in fondo in fondo pensa che il capitalismo abbia, ancor oggi, qualcosa di buono da offrire mentre al contrario rende sempre più precarie le nostre vite e annienta risorse le vitali del pianeta.

Militanza comunista come strumento per un’ incompatibilità esplicita e strutturale con un sistema economico, politico e sociale fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’ uomo e dell’uomo sulla natura. Una frattura netta e frontale oggettiva a partire dalla quale si possano soggettivamente metter in moto e collettivizzare intelligenze  in grado di sporcarsi le mani nel presente ma nella prefigurazione di una società assolutamente antagonista all’attuale .

Di questo tipo di ragionamento avremmo anche oggi certamente bisogno per fugare o provare a dare sostanza alla quotidiana diffusa superficialità dell’ approccio alle contraddizioni che materialmente il proletariato di fabbrica e diffuso oggi vive.

Una quadratura che ci permetta di comprendere ogni pezzo di realtà come tassello di uno scontro più globale contro il capitalismo.

Nell’ era della “sparizione” indotta dell’ ideologia novecentesca propugnata da milioni di proletari nel mondo, riprendere in mano e riaggiornare invece la cassetta degli attrezzi che la lotta di classe del secolo scorso ci ha fornito e dare struttura e gambe per camminare ad un  immaginario di trasformazione radicale delle nostre vite.

Claudio e Giannino sono stati assassinati per questo

Perché interpretavano l’antifascismo come elemento parziale benchè importantissimo  di uno scontro più complessivo contro il dominio di classe e perché comprendevano che la lotta di classe includeva anche addossarsi la responsabilità soggettiva di organizzarsi per resistere alla violenza di stato.

Claudio assassinato a colpi di pistola da un fascista sanbabilino e Giannino assassinato dalla carica dei camion dei carabinieri utilizzati per disperdere il corteo che voleva radere al suolo la sede del Msi in via Mancini individuata come luogo di organizzazione delle bande neofasciste.

Un giorno dopo l’altro il 16 e il 17 aprile del 1975 Claudio e Giannino furono assassinati, e dopo 30 anni da quel 25 aprile del 1945 ancora compagni, ancora partigiani della nuova resistenza dovevano morire per mano della borghesia assassina.

La violenza utilizzata dalla sinistra rivoluzionaria fu diretta contro ogni sede, ogni bar, ogni luogo di ritrovo degli assassini, contro la stampa di regime e contro le forze repressive dello stato che questi proteggevano.  Non bastarono blindati e camion pieni di truppa per fermarla. Ma non fu solo sacrosanta vendetta proletaria, fu una violenza di massa forte compatta e organizzata finalizzata al togliere concretamente ogni spazio di agibilità politica e organizzativa alle bande neofasciste per molto tempo.

Pensavamo di riuscire a sconfiggere il fascismo ? Assolutamente no: il fascismo è solo una forma del dominio di classe e fin quando non sarà abbattuto il sistema economico che ne è matrice ci saranno purtroppo sempre aggressioni violenze e morti.

Questo è ciò per cui Claudio e Giannino sono morti.

Claudio Varalli, un compagno molto giovane e  Giannino Zibecchi un compagno più formato e maturo che hanno provato a dare alla società italiana un’ indirizzo rivoluzionario.

Con dedizione, studio, organizzazione e capacità di lavorare su se stessi per trovare nella loro coscienza politica il coraggio di affrontare con lucidità e determinazione le situazioni difficili causate dallo scontro di classe degli anni della strategia della tensione, delle bombe, degli agguati e delle aggressioni fasciste e poliziesche.

Senza mitomania ma con la disponibilità ad essere conseguenti alla propria scelta di vita

Due compagni. Due militanti politici rivoluzionari che provavano a dare basi scientifiche allo sforzo della costruzione di un’idea di società comunista.

Per il futuro di ogni proletario e di ogni proletaria.

A chi interessasse segnaliamo un link ad un breve documentino sugli assassinii di quegli anni:

http://www.csavittoria.org/antifascismo/claudio-e-giannino.html

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Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, le giornate d’Aprile del 1975

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Il 16 Aprile 1975, Claudio Varalli, giovanissimo studente e militante di sinistra, tornando da una manifestazione per il diritto alla casa insieme a un gruppo d’amici, viene ucciso a colpi d’arma da fuoco da un gruppo di fascisti in Piazza Cavour.

La notizia fa immediatamente il giro della città e già in serata si inizia a scendere in piazza. Al corteo antifascista del giorno successivo partecipano decine di migliaia di persone. Una parte della manifestazione raggiunge la sede provinciale del Movimento Sociale Italiana, l’allora “famigerata” Via Mancini, dove gli antifascisti si scontrano duramente con le Forze dell’Ordine che presidiano la sede fascista.

Gli incidenti divampano in tutta la zona attorno a Corso XXII Marzo. Per sbloccare la situazione viene fatta intervenire un’autocolonna di Carabinieri che, arrivando da Piazza Cinque Giornate entra ad alta velocità sul corso per “spazzarlo” dai manifestanti. Alcuni camion militari dei CC salgono sui marciapiedi per sgomberarli dagli antifascisti. Uno dei mezzi travolge e uccide Giannino Zibecchi.

Nei giorni successivi le mobilitazioni non calano di intensità in quelle che verranno definite “le Giornate d’Aprile”. In quei giorni di Primavera si paleserà per la prima volta il soggetto giovanile che sarà successivamente protagonista della rivolta del ’77 e che a Milano sarà il soggetto sociale egemone delle lotte del biennio ’75-76 che culmineranno con l’assalto alla Prima della Scala del 7 Dicembre ’76.

Le piazze della città continueranno a riempirsi per lo sciopero generale antifascista, per i funerali di Zibecchi culminando con la giornata del 25 Aprile ’75.

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Gaza nella notte fra il 14 e il 15 aprile del 2011 veniva ucciso Vittorio Arrigoni

Vittorio Arrigoni fu barbaramente assassinato a Gaza governata da Hamas, da un gruppo salafita. Il capo del gruppo, il giordano Adbel Rahman Breizat, e il suo braccio destro Bilal Omari, furono uccisi in uno scontro a fuoco con al polizia, mentre gli altri tre, condannati per il rapimento e l’assassinio di Vik, stanno scontando la pena nel carcere di Gaza city.
Gli arrestati hanno raccontato che volevano solo dargli una “lezione”, punirlo per la sua frequentazione con ragazze islamiche, ma che sarebbero stati usati da Breizat il quale, invece, in cambio della liberazione di Vittorio avrebbe preteso la liberazione dello sceicco Maqdisi, teorico di Tawhid wal Jihad, incarcerato a Gaza. Resta il fatto che sul caso, sul perché Vittorio sia stato ucciso, non è mai stata fatta piena luce.
Attivista del Movimento di Solidarietà Internazionale (ISM nell’acronimo inglese), a Vittorio non piaceva la parola cooperante, il suo lavoro non era umanitario ma politico. Rifiutava anche parole come equidistanza e neutralità, è stato un combattente per la pace, per una pace con giustizia sociale. Fu assassinato in una casa abbandonata nella Striscia di Gaza, forse una di quelle che lui stesso contribuì ad evacuare durante i bombardamenti dell’esercito israeliano, in quella che fu definita operazione “Piombo fuso”, tra il 2008 e il 2009. Durante le tre settimane che durò l’operazione Vik restò sempre in prima linea a soccorrere i feriti, a consolare i familiari dei morti, a scattare foto, a raccontare la tragedia che si stava consumando contro la popolazione di palestinesi gazawi attraverso il suo blog Guerrilla Radio. Vittorio è stato lo straniero che più a lungo ha vissuto nella Striscia di Gaza, cercando di formare un gruppo stabile di attivisti che partecipassero alla resistenza non violenta dei palestinesi contro l’occupazione israeliana.
Nel 2003, dopo l’assassinio da parte dell’esercito israeliano di Rachel Corrie e Tom Hurndall, per motivi di sicurezza l’ISM decise di ritirare i suoi attivisti dalla zona. Vittorio all’epoca era impegnato in attività in Cisgiordania, non ha nessuna intenzione di andarsene ed inizia a lavorare alla formazione del nucleo originario del movimento “Free Gaza”, con l’obiettivo di rompere il blocco marittimo israeliano attraverso il passaggio di imbarcazioni che, partendo da Cipro cariche di giornalisti e attivisti, avrebbero raggiunto la costa della Striscia assediata. Nell’agosto del 2008 fece parte della traversata inaugurale della prima barca straniera che attraccava al porto di Gaza, era dal 1967, anno dell’inizio dell’occupazione israeliana, che non accadeva. Lì Vittorio e altri attivisti ISM cominciarono a stabilire contatti, a realizzare insieme ai palestinesi azioni di resistenza non violenta. Ogni giorno saliva sulle barche dei pescatori palestinesi per offrire loro la sua presenza e il suo passaporto come scudo umano, per evitare che le pattuglie israeliane sparassero, e quando ciò comunque avveniva Vittorio registrava tutto e lo raccontava al mondo.
Arrestato e torturato dall’esercito israeliano, Vik fu espulso e rimpatriato in Italia ma due settimane dopo riesce a tornare, via mare, a Gaza, dove ha continuato fino al suo ultimo giorno, attraverso il blog, pubblicazioni e videoregistrazioni, a denunciare la ferocia dell’occupazione israeliana e i diritti violati del popolo palestinese, con l’onestà di chi è disposto a perseguire fino in fondo i propri principi e le proprie convinzioni “restando umano”.

Vogliamo ricordare Vittorio Arrigoni attraverso la trascrizione di un suo videomessaggio (datato 10 ottobre 2010, sei mesi prima di essere ucciso) in risposta ad alcune affermazioni fatte dallo scrittore Roberto Saviano nel corso di una manifestazione pro-Israele. In quell’occasione l’autore di “Gomorra” definì Israele “terra di grande accoglienza e tolleranza”.

 

 

 

 

«Caro Roberto Saviano, ti do del tu perché siamo più o meno coetanei. Mi sento il dovere di inviarti questo videomessaggio per compensare il dolore che ho subito nell’aver saputo del tuo appoggio, della tua partecipazione a questo scempio, a questa manifestazione organizzata dai coloni israeliani l’altra sera a Roma, come per festeggiare l’impunità di Israele dinnanzi a più di 60 anni di occupazione di colonizzazione e di pulizia etnica della Palestina. (.) L’accoglienza di Tel Aviv per me è un ricordo indelebile, caro Saviano, perché ne porto le cicatrici sulla carne, perché per il mio impegno per i diritti umani per due volte sono stato imprigionato nelle galere di Tel Aviv e per due volte mi hanno torturato, e i segni che ho sulla pelle sono i segni delle catene quando mi trascinava, in corridoi di dolore. Esattamente quello che è successo settimana scorsa al premio Nobel per la pace Mairead Maguire che ha assaggiato qual è l’accoglienza di Israele. L’hanno fermata a Tel Aviv, l’hanno arresta, l’hanno rinchiusa sei giorni in carcere e poi l’hanno deportata in Irlanda… l’accoglienza di Tel Aviv. (.) Se sei arabo, caro Roberto – e voglio ricordarti che le popolazioni arabe di Israele sono circa il 20%, oltre che è interessante sempre ricordare che in Israele verte questa strana situazione in cui gli extracomunitari legiferano e fanno leggi razziali contro la popolazione autoctona che, appunto, è rappresentata dal 20% di arabi -, ebbene se sei arabo a Tel Aviv non ci sono luci e non c’è assolutamente nessuna accoglienza, così come in tutto Israele che è uno stato di apartheid.
Caro Saviano, se avessi preso un po’ di tempo per te, in disparte dalle cerimonie di gala in tuo onore messe in piedi dai tuoi amici sionisti, fra i quali il criminale di guerra Simon Perez, e avessi camminato con le tue gambe per Tel Aviv, ti saresti probabilmente reso conto delle vere luci della città, che sono le sue ombre; ti saresti reso conto dei ghetti dove vivono segregati gli arabi israeliani, che sono gli stessi ghetti dove venivano segregati i neri durante il regime razzista dell’apartheid in Sud Africa; ti saresti accorto della differenza fra le scuole a cui hanno diritto di accesso gli ebrei e le scuole frequentate dagli arabi; ti saresti accorto degli ospedali che frequentano gli arabi, che danno assistenza sanitaria agli arabi, ti saresti accordo dei diritti quotidianamente calpestati dei cittadini arabi israeliani, non hanno diritto alla proprietà, e anche a Tel Aviv non possono decidere con chi sposarsi liberamente. Nelson Mandela dopotutto ripeteva che l’oppressione ai danni dei palestinesi da parte degli israeliani è molto peggio di quella che subivano loro, neri, da parte di una cerchia di bianchi razzisti.
Caro Saviano sto parlando di Nelson Mandela non di Fabio Fazio. Nelson Mandela sono anni che denuncia il razzismo di Israele contro gli arabi israeliani e contro le minoranze etniche. E se non avessi avuto il tempo di girare per le strade ti sarebbe bastato ascoltare un minuto di un cd di questo gruppo che si chiama Dam che racconta, appunto, la vita di segregazione e di apartheid nella tua amata Tel Aviv (..) Tu parli di accoglienza di Israele e proprio settimana scorsa il ministro degli esteri israeliano, Lieberman, in un discorso alle Nazioni Unite era tornato a parlare di transfer, del trasferimento forzato di un milione e mezzo di arabi israeliani fuori dai confini israeliani, esattamente quello che è successo del 1948. Quindi da una parte tu parli di accoglienza e dell’altra parte il ministro degli esteri parla di un’altra Nakba, di un’altra tragedia, di un altro olocausto palestinese. Ricordo che fra l’altro Lieberman, ministro degli esteri israeliano, è quello che ogni tanto viene fuori con delle uscite come quando ha dichiarato di voler lanciare una bomba atomica qui a Gaza per ripetere quello che gli Stati uniti hanno fatto a Hiroshima e Nagasaki… un bel biglietto da visita. (.)
Un’altra parte del tuo discorso che ha veramente gettato nello sdegno molte persone, è questo cercare di portare la questione mediorientale, l’occupazione, la pulizia etnica della Palestina a una questione meramente di omofobia. Certamente una piaga concreta e esecrabile di queste parti, ma io vorrei ricordarti, caro Saviano, che nel 1948 non é stato un attacco di omofobia che ha pulito etnicamente la Palestina: più di 800 mila persone sono state cacciate dalle loro terre, decine di migliaia sono state uccise. Vorrei ricordarti che qui a Gaza, l’anno scorso, 1500 vittime non sono state uccise da pazzi omofobi ma sono state massacrate dall’esercito israeliano, più di 350 erano bambini. Secondo il rapporto Goldston delle Nazioni Unite l’85% di queste vittime erano civili… il massacro della Freedom Flotilla… Queste parole non ti portano nulla alla mente? Potrei continuare all’infinito… 73 risoluzioni ONU trasgredite da Israele, queste cose non ti richiamano nulla alla mente, caro Saviano? Tu parli di omofobia come fosse veramente la piaga di questa regione, non parli di un popolo che è stato cacciato dalla loro terra. Ci sono milioni di profughi a tutt’oggi in giro per il mondo, una risoluzione Onu, la 194, dovrebbe permettere loro di tornare laddove in questo momento c’è Israele, dovrebbero tornare nelle loro case, questa è la legalità, è quello che dicono le leggi internazionali, caro Saviano. Oltre a questo vorrei ricordati le decine di migliaia di prigionieri politici, non prigionieri, prigionieri politici rinchiusi e torturati ogni giorno all’interno delle carceri israeliane, almeno secondo quanto denunciano Amnesty International, Human Rights Watch… fra questi prigionieri ci sono tantissimi bambini, centinaia di bambini che subiscono abusi di ogni tipo. Eppure per te queste cose non contano assolutamente nulla, Israele è uno stato democratico, luminoso ed accogliente.
Caro Saviano dovresti spiegarmi che differenza passa fra Busca che brucia un bambino nell’acido e il tuo amico Perez che i bambini nell’acido, per meglio dire nel fosforo bianco, ne ha bruciati più di 350 l’anno scorso. E no, la giustizia, i diritti umani non possono essere selettivi, caro Saviano, non puoi porti come baluardo della giustizia e della legalità a Scampia e nei d’intorni più degradati di Napoli e poi fottertene altamente dei crimini, dell’illegalità, dell’ingiustizia promossi da Israele o, molto peggio, fare come stai facendo adesso, vale a dire farti elemento di propaganda di questi crimini, di questa ingiustizia e di questa illegalità promossa dal tuo caro stato di Israele. (.) Tu citi la biografia di Perez come fosse la Bibbia, un uomo che ti assicuro, i posteri, indicheranno come criminale di guerra e responsabile di innumerevoli stragi. Io mi permetto di consigliarti il libro di un altro ebreo israeliano, Ilan Pappe “La pulizia etnica della Palestina”, un libro che racchiude in sé tutta la storia di Israele fino ai giorni d’oggi. Ilan Pappe non può più vivere in Israele perché Israele è veramente uno stato così accogliente che l’ha costretto a fuggire in esilio in Inghilterra.
Caro Saviano tu che hai la fortuna di incontrare le personalità più influenti e gli intellettuali più apprezzati del mondo, come io incontro i contadini e i pescatori gazawi, alla fine di questo mio videomessaggio voglio invitarti a re-incontrare le pagine di un premio Nobel per la letteratura che ci ha appena lasciato, José Saramago, e per l’occasione voglio leggerti un paio di passi dei suoi libri. “Vivere nell’ombra dell’olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese. Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni.” “Quello che sta accadendo in Palestina è un crimine che possiamo paragonare agli orrori di Auschwitz”.
Caro Saviano, lascia la parte dei carnefici, scendi dal carro armato e viene ad abbracciare le vittime. Ti aspettiamo a braccia aperte. Restiamo umani».

Free Open Arms e Iuventa. Nessuno sia più respinto nell’inferno libico

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Free Open Arms e Iuventa Rompiamo il silenzio e l’indifferenza di fronte al naufragio dei diritti umani Nessuno/a sia più respinto/a nell’inferno libico!

Invitiamo ad aderire al seguente APPELLO:

Rompiamo il silenzio e l’indifferenza di fronte al naufragio dei diritti umani. Invitiamo a convocare presidi in tutta Italia per chiedere il dissequestro delle navi umanitarie Open Arms e Iuventa e consegnare alle prefetture il seguente APPELLO:

La nave della ONG Proactiva Open Arms è ancora sequestrata al porto di Pozzallo, così come la nave Iuventa della ONG Jugend Rettet al porto di Trapani. Ogni giorno in cui queste navi restano ferme è una condanna a morte per centinaia di persone che annegano o che vengono riportate indietro nell’inferno della Libia.

L’accusa di fondo è sempre la stessa: avere salvato vite umane nel Mediterraneo e, nel caso della Open Arms, avere rifiutato di consegnare le persone sottratte alla morte alla Guardia costiera libica, la cui condotta è stata definita dalle Nazioni Unite come “spericolata e violenta”. Accusa mossa da procure siciliane che sembrano avere ingaggiato una guerra aperta contro la solidarietà, come se fosse questo il problema criminale dell’Italia.

In mezzo al mare restano solo loro, i libici, a riportare indietro, donne, bambini, uomini migranti, poi rinchiusi in centri che nel memorandum di intesa firmato dall’ex premier Paolo Gentiloni con uno dei capi libici Al Serraj vengono definiti “di accoglienza” e che l’Alto commissariato Onu per i diritti umani ha definito invece “inaccettabili”, perché “La sofferenza delle persone detenute in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”.

Viviamo in un mondo alla rovescia, dove il governo italiano, con l’approvazione dell’Unione Europea, stringe accordi con un paese dominato da milizie e mafie cui demanda la gestione di migliaia di persone inermi, e dove chi lavora ogni giorno per salvare vite viene incriminato e messo nelle condizioni di non poterlo più fare.

Dalle Alpi al Mediterraneo, l’attacco alla solidarietà si sta intensificando in tutta Italia.

Come si chiedeva Piero Calamandrei quando, nel 1956, difendeva Danilo Dolci colpevole di lottare in modo pacifico per la giustizia sociale, noi chiediamo qui oggi: Dov’è il delitto, in che consiste il delitto, chi lo ha commesso? Che cosa avevano fatto di male questi imputati? In che senso avevano offeso la solidarietà sociale e mancato al dovere civico di altruismo?

E chiedendoci qual è il crimine e chi sono i veri criminali, ricordiamo che la Corte penale internazionale dell’Aja sta in questo momento indagando sull’ipotesi di crimini contro l’umanità per quanto avviene in Libia. E che l’Italia ha, in questo crimine, delle responsabilità dirette e inequivocabili: non sono sue le navi con cui le persone vengono respinte nell’orrore, ma le ha pagate e ha addestrato i militari che le guidano; non sono italiani i torturatori nei centri libici, ma sono persone che agiscono di concerto con chi con l’Italia ha stretto gli accordi e a cui è stato sostanzialmente detto: tenetevi i migranti, a qualunque costo, fate di loro ciò che volete.

Con questo APPELLO chiediamo alla politica italiana, ai giudici dei tribunali, alle persone comuni, di rispondere a una domanda semplice: siete d’accordo e volete essere complici di politiche che nel Mediterraneo hanno conseguenze dirette di torture, stupri, riduzione in schiavitù, uccisioni? E in nome di cosa paghereste questo prezzo? Complici che credono a un’invasione che non esiste? Complici di chi usa i migranti per costruire carriere sulla paura e la diffusione del razzismo, e per spostare l’attenzione dai veri problemi della gente che sono il lavoro e il reddito, la sanità e la scuola privatizzate e sotto attacco, la povertà e le diseguaglianze sempre crescenti? Cosa hanno a che vedere le migrazioni con tutto questo? In che modo distruggere il diritto dei diritti umani e legittimare una società incattivita e piena di odio potrà aiutarci a vivere meglio?

Rompiamo il silenzio e l’indifferenza di fronte al naufragio dei diritti umani.

· CHIEDIAMO conto di quanto sta accadendo in spregio alle convenzioni internazionali ed europee, ai nostri principi costituzionali, al diritto del mare, ma anche alla stessa cosiddetta civiltà giuridica europea

· CHIEDIAMO con forza l’immediato dissequestro delle navi Open Arms e Iuventa

· CHIEDIAMO la sospensione immediata dell’accordo Italia-Libia

· CHIEDIAMO accessi legali e sicuri ai paesi europei.

Dalla Sicilia parte questo appello a convocare presidi di fronte alle prefetture di tutta Italia, Sabato 14 aprile, per consegnare questa lettera e le nostre richieste ai rappresentanti del governo italiano su tutti i territori.

Le realtà antirazziste siciliane

Arci Palermo, Artemigrante Palermo, Associazione Onlus LAB.ZEN 2, Borderline Sicilia, Borderline-Europe Caffè Internazionale, Centro Salesiano S. Chiara, Ciai Palermo, CISS/Cooperazione Internazionale Sud Sud, CLEDU- Clinica Legale per i diritti umani Università di Palermo, Comitato Antirazzista Cobas Palermo, Cooperativa Libera…mente, Emmaus Palermo, Forum Antirazzista di Palermo, Giocherenda, Gris Sicilia, H.R.Y.O./Human Rights Youth Organization, Idee in movimento, Laici comboniani Palermo, Le Onde Onlus, Missionari comboniani Palermo, Rifondazione Comunista – Palermo, Sinistra Comune, Stato Brado

Violazioni dei diritti in hotspot e CPR. Il dossier

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Martedi 10 aprile, la Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili  insieme ad Asgi e IndieWatch  hanno  presentato alla stampa un dossier sulle violazioni riscontrate nell’hotspot di Lampedusa e nei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR) in cui sono stati trasferiti i migranti in seguito alla chiusura dell’hotspot.

L’ avvocato del Cild Gennaro Santoro e i legali di Asgi Giulia Crescini e Cristina Cecchini, insieme al presidente del Cild Patrizio Gonnella e Fabrizio Coresi di IndieWatch, hanno elencato nel dettaglio le irregolarità e le violazioni riscontrate nell’hotspot di Lampedusa. Violazioni che ci hanno portato a presentare alcuni ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha ritenuto ammissibili le istanze e chiesto chiarimenti al Governo italiano.

Le violazioni nell’hotspot di Lampedusa

Una delegazione delle tre associazioni era stata in visita al centro di Lampedusa agli inizi di marzo.
Durante la permanenza sull’isola erano state raccolte numerose testimonianze che sottolineavano l’impossibilità per gli ospiti dell’hotspot di presentare richiesta di protezione internazionale e di abbandonare l’isola su cui erano costretti a restare, in un limbo giuridico, per periodi superiori alle 48 ore previste. Agli avvocati Santoro e Crescini era stato poi negato l’accesso al centro adducendo la necessità di un’autorizzazione da parte del Prefetto, che seppure inoltrata, non ha mai ottenuto risposta.
La delegazione inoltre, aveva avuto modo di constatare come il centro versasse in condizioni strutturali pessime, condizioni sottolineate anche dall’intervento di Mauro Palma – Garante nazionale dei detenuti- presente alla conferenza: “In generale si tratta di una situazione scarsamente accettabile per 48 ore quindi assolutamente inaccettabile se la situazione si prolunga. Non c’è una mensa, si mangia per terra o sui muretti”.

A queste illegittimità vanno aggiunti gli episodi di violenza, ampliamente documentati nel dossier, cui sarebbero sottoposti gli ospiti del centro da parte delle forze dell’ordine. Come quelle della notte tra il 7 e l’8 marzo, quando queste ultime sono intervenute in tenuta antisommossa caricando indiscriminatamente uomini, donne e bambini e in cui una bambina di 8 anni e una donna di 23 hanno avuto bisogno delle cure del pronto soccorso a causa dei colpi di manganello ricevuti.

A seguito di quanto registrato durante la visita, i legali delle associazioni hanno preceduto all’inoltro di 5 ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, tutti dichiarati ammissibili dalla Corte.

Il trasferimento nei CPR

A seguito delle denunce e a causa delle condizioni disumane dell’hotspot, il Ministero dell’interno, in data 13 marzo, ha dichiarato la chiusura temporanea dell’hotspot per effettuare lavori di ristrutturazione. I migranti presenti nella struttura, sono stati quindi trasferiti, con un decreto di respingimento differito, nei CPR di Torino, Brindisi e Palazzo San Gervasio (Potenza), in un regime di trattenimento e a rischio rimpatrio.
Una prassi da ritenersi illegittima secondo le associazioni, perché giustificata dai provvedimenti emessi dal Questore di Agrigento che riteneva tutti gli ospiti del centro socialmente pericolosi sulla base della semplice provenienza dall’hotspot. Mentre per i migranti trasferiti nel CPR di Torino, l’accusa di pericolosità sociale è caduta, traducendosi nella possibilità di lasciare il centro, permane invece per gli ospiti del CPR di Palazzo San Gervasio anche a causa delle gravissime violazione del diritto di difesa: agli interessati è stato impedito di essere assistiti dal proprio difensore durante le udienze di convalida.

Una testimonianza sulle condizioni del centro di Palazzo San Gervasio è arrivata anche da Yasmine Accardo della Campagna LasciateCIEntrare, che nei giorni scorsi era riuscita ad entrare, insieme all’europarlamentare Eleonora Forenza nel centro in provincia di Potenza. Tutti i cittadini di origine tunisina incontrati, provenivano da Lampedusa, dove erano stati trattenuti mediamente per 66 giorni, e dove pur avendo fatto richiesta, la loro domanda di asilo non era stata formalizzata.

Le interrogazioni parlamentari

I temi affrontati in conferenza stampa saranno oggetto di interrogazioni parlamentari, rivolte al ministro dell’Interno e a quello della Giustizia, da parte dei gruppi di Leu e del Pd alla Camera, come confermato durante la conferenza stampa anche dalla deputata democratica Giuditta Pini.

LEGGI IL DOSSIER

Sgomberi di spazi sociali a Modena e Padova

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Sgomberato a Modena il cinema Cavour occupato, che era stato restituito lo scorso dicembre alla città in risposta allo sgombero dell’ex cinema Olympia da parte di compagne e compagni del collettivo Guernica.

Questurini e celerini sono entrati nello stabile, a seguito dell’autorizzazione ricevuta dalla Procura su pressione della fondazione privata Auxilium, legata alla Curia, che pochi giorni fa aveva strillato contro il mancato sgombero, supportata dal sindaco Pd Muzzarelli. Compagne e compagni, che avevano chiesto a lungo un confronto sugli spazi sociali, hanno lanciato per stasera una prima assemblea post-sgombero al laboratorio Scossa. Già in mattinata si è tenuta una conferenza stampa fuori dal cinema Olympia, che era stato occupato e poi sgomberato nei mesi scorsi.

Da Modena Emanuele, compagno delcollettivo Guernica. Ascolta o scarica.

Padova secondo sgombero in due giorni da parte di Ater (l’Azienda regionale per la casa) ai danni delle realtà sociali nel quartiere di Rione Palestro. Ieri, mercoledì, polizia e funzionari Ater avevano cambiato la serratura della casa dell’Asd Quadrato Meticcio, la polisportiva popolare del quartiere padovano (clicca qui).

Stamattina, giovedì, scena analoga nella stesso quartiere, stavolta ai danni dell’Infospazio Chinatown. Un ingente dispiegamento di polizia ha bloccato tutto le vie d’accesso per chiudere un luogo che dal 1998 è riconosciuto dal quartiere per le sue attività sociali, politiche e culturali: dal doposcuola per i bambini (nato nel 2011) alla biblioteca, dalle presentazioni di libri alle iniziative popolari per il quartiere.

In mattinata attiviste e attivisti si sono mossi in corteo spontaneo, arrivato sotto la sede Ater “per chiedere – dicono compagne e compagni – un incontro (come stiamo facendo da due anni ricevendo in riposta sempre solo un muro di silenzio).

I criminali sono loro che continuano a chiudere spazi per specularci sopra. L’InfoSpazio non si tocca!!!!”

Da Padova con noi Alessia, di Infospazio Chinatown. Ascolta o scarica qui.

da Radio Onda d’Urto

Un’altra aggressione omofoba, questa volta a Parma

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A meno di 24 ore dalla notizia dell’aggressione omofoba e fascista di Roma, dobbiamo darvi conto di un’altra violenza nei confronti di un ragazzo.
Questa volta il teatro dell’episodio è Parma dove nella notte tra lunedì 9 e martedì 10 aprile un giovane è stato. Prima è stato insultato con epiteti omofobi e poi picchiato.

Tutto è cominciato dopo un bacio

A riporta la notizia è ParmaToday secondo cui i fatti sono avvenuti nelle vicinanze di un locale di Via D’Azeglio.
Il sito riporta la testimonianza diretta di G. che la notte scorsa era con alcuni amici. Dopo un po’ un gruppo di altri ragazzi ha iniziato prima ad offenderli e poi hanno iniziato a picchiare G.
“Ieri sera mi trovavo in compagnia di un amico all’interno di un locale in via d’Azeglio che ogni tanto frequento – ha raccontato G. a ParmaToday -. L’atmosfera tra di noi era tranquilla e ad un certo punto abbiamo iniziato a baciarci. Un gruppetto di ragazzi, che si trovavano anche loro nel locale, hanno iniziato a insultarci con epiteti omofobi molto pesanti”. Nonostante i due avessero deciso di non reagire alle offese, la violenza è diventata da verbale a fisica.
Il pugno in faccia

“Uno di loro mi ha sferrato un pugno – racconta ancora il ragazzo -, che mi ha colpito al labbro, provocandomi una ferita”. G. era insieme anche ad altre tre persone, mentre gli aggressori erano in nove. Il ragazzo ha raccontato che, per giustificare la rabbia, uno dei nove avrebbe detto che “io avevo offerto da bere a una ragazza del loro gruppo ma ovviamente non era vero”. G, spiega infatti che “hanno insultato in quanto gay ed aggredito proprio per quel motivo”.

Il messaggio di Aula Tsunami

A denunciare l’accaduto è la pagina Facebook di Aula Tsunami, il collettivo studentesco di cui il ragazzo fa parte. Il collettivo ha pubblicato la foto del labbro spaccato di G. insieme ad un messaggio. Eccolo:

“A pochi giorni dal pestaggio di un ragazzo alla stazione Tiburtina di Roma da parte di un gruppo di naziskin, ieri sera durante una serata tranquilla tra amici un nostro compagno è stato aggredito per il solo motivo di esser gay. Pensiamo che questi non siano casi isolati, ma che siano un sintomo dell’ondata di intolleranza e xenofobia che ormai da qualche anno ha investito il nostro paese e che oggi più che mai è stata sdoganata anche a livello istituzionale. Chi fino a pochi anni fa si limitava a esprimere la propria ignoranza solo a parole, oggi si trova legittimato e sicuro di poter passare dalle parole alle azioni pensando di rimanere impunito. Da parte nostra non ci faremo intimidire e continueremo a contrastare l’omofobia e tutte le altre forme di xenofobia attraverso percorsi di sensibilizzazione, ma stando attenti anche a costruire un piano di autodifesa adeguato ai tempi che viviamo”.

http://www.gaypost.it/aggressione-omofoba-parma

Condannato Tonelli, il leghista-poliziotto che irride Cucchi e Aldrovrandi

 

IMG_20180412_082108_983.jpgDiffamazione nei confronti della sorella e dei genitori di Stefano Cucchi. Questa l’accusa nei confronti del segretario aggiunto del sindacato di polizia Sap e neoeletto in parlamento con la Lega Nord

Il tribunale di Bologna ha condannato a 500 euro di multa Gianni Tonelli, segretario aggiunto del sindacato di polizia Sap e neoeletto in parlamento con la Lega Nord, per diffamazione nei confronti della sorella e dei genitori di Stefano Cucchi, il giovane morto nel 2009 nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini di Roma.

Al centro della vicenda, che ha portato a un decreto penale di condanna, un post che Tonelli aveva pubblicato su Facebook. In particolare il leghista aveva scritto: “Tutti assolti, come è giusto che sia. Esprimo piena soddisfazione per l’assoluzione in appello di tutti gli imputati per la morte di Stefano Cucchi. In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie“.

Tonelli – ha commentato Ilaria Cucchi, sorella di Stefano – specialista del fango sulle famiglie di vittime di abusi e ora promosso a parlamentare, ha fatto e fa politica sulla nostra pelle. Ora aspetto di incontrarlo al Tribunale di Roma, dove sarà a processo per imputazione coatta assieme ai sui colleghi Maccari e Capece per aver offeso più volte me e la mia famiglia“.

Anche sul caso Aldrovandi, Gianni Tonelli è intervenuto svariate volte. Sostanzialmente accusò, nemmeno troppo velatamente, il ragazzo morto mentre era in custodia degli agenti e difese a spada tratta, applaudendoli al congresso del Sap, Paolo Forlani, Luca Pollastri e Enzo Pontani, tre dei quattro agenti condannati in via definitiva per la morte del 18enne di Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre del 2005. “È un delitto solidarizzare con colleghi che consideriamo innocenti? Ero al congresso e ho applaudito convintamente i miei colleghi condannati ingiustamente“, specificò Tonelli.

Tornando alla condanna. il deputato leghista ha annunciato che farà opposizione al provvedimento. “Per me sarebbe più comodo pagare per estinguere il reato – ha detto Tonelli – ma non mi faccio intimidire. Continuerò a sostenere la stessa posizione perché gli atti processuali sono chiari”.

da Globalist

11 aprile 1979: Tre compagni autonomi muoiono a Thiene

Una studentessa universitaria si è uccisa a Napoli salendo sul tetto della facoltà di ingegneria e gettandosi nel vuoto. Si sarebbe dovuta laureare quel giorno ma non era riuscita a confessare di essere indietro con gli esami. La tragica notizia ha stimolato la penna di un docente di Teramo, Guido Saraceni, un accademico avvezzo a fare l’opinionista su internet. La lettera del docente è stata considerata una “struggente lettera alla studentessa suicida” e pubblicata sul Corriere in tripudio di morale e paternalismo. Ma qualcosa stona. Riportiamo la lettera inviataci da una studentessa.

Perché la lezioncina del prof sulla studentessa suicida è un’offesa

Salgono in cattedra anche dopo che ti ammazzi.

Questi docenti universatari, tronfi e fieri, non ce la fanno proprio a trattenersi. Ce l’hanno lì e la devono fare, la lezioncina.
La lezioncina di vita, anche.
Loro sì che sanno come si fa.

La giornata delle lauree celebra la maturazione, la fatica e l’impegno dei nostri studenti. Ha il sapore della speranza nel futuro.
L’Università non è una gara, non serve per dare soddisfazione alle persone che ci circondano, non è una affannosa corsa ad ostacoli verso il lavoro.
Studiare significa seguire la propria intima vocazione.
Il percorso di studi pone lo studente davanti a se stesso.”

Queste sono alcune delle frasi del professor Guido Saraceni di Teramo dopo il suicidio di Giada. Queste parole mi risuonano nella testa. Mi sembra che non abbiano più valore delle frasi motivanti ai colloqui di lavoro di qualche impresa che ti offre un posto lavoro finto. Tipo quelli in cui mi hanno offerto di fare la promoter di non-abbiamo-capito-nemmeno-cosa. “Non hai studiato marketing?”.
No, studio storia e non lo sento il delizioso sapore di futuro. Chi lo sentirebbe…

Vorrei dire a questo professore che se noi non ce la facciamo più è anche colpa di questo atteggiamento ipocrita, che i pezzi grossi (e quelli che provano a ingrossarsi) dell’università assumono con nonchalance.
A nessuno di questi dotti davanti alla tragica notizia della morte di Giada è venuto in mente di rispondere “scusate, siamo anche noi parte del problema“.
Non lo dicono perché pensano “insegniamogli bene che non è una gara perché non l’hanno capito“.
Siamo sempre noi che non capiamo?
O è la gente come lei, PROFESSORE, che non si rende conto che invece l’università ora È una gara, È una corsa ad ostacoli e ci fa venire voglia di appallottolarla e buttarla nel cesso la nostra vocazione. Ed è sopratutto colpa vostra.
Ora sì che sentiamo che sentiamo un sapore familiare. L’amaro in bocca.

Per noi non c’è mai del rispetto. Invece da parte nostra dovremmo averci le scorte nello zaino e distribuirlo generosamente.
La nostra esistenza per voi comincia all’appello prima dell’esame e finisce con “grazie, arrivederci”, o se ci va male “torni la prossima volta”.
Quando dobbiamo andare a lavoro e non possiamo andare alla lezione obbligatoria, quando dobbiamo prendere il treno e ci serve passare prima per dare un esame, quando dobbiamo chiedere qualcosa noi… ci sembra di dover andare al patibolo perché si sta chiedendo l’impossibile. Solo scherno indietro: il commento umiliante del docente, il risolino dell’assistente, lo sbuffare dei colleghi.

Sei crediti per sei libri, un libro per credito. Perché il vostro esame è più figo e importante degli altri. Ma se pensate di essere al centro del mondo non è perché vi consideriamo dei saggi in grado di restituirci agli autentici valori delle cose, è perché ve lo permettiamo anche noi, perché vi consegniamo quel poco di autorità che vi permette di darci quello che ci serve: quei crediti, quell’idoneità o quel calcio in culo che ci proietta sul prossimo ostacolo. Così ogni volta sempre. La corsa è per arrivare al traguardo. Non ci stiamo ingannando è la vostra gara che ci fa perdere il gusto di andarci all’università…

La nostra vita da studenti non è quasi mai appagante. Faticosa sì.
Ce la mettiamo tutta e non ci torna mai niente in cambio. Nessuna sicurezza o serenità.
In questa situazione, forse una delle poche cose che ci rasserena è invece proprio dare qualche soddisfazione ai nostri genitori che ci pagano le tasse o la casa. Ci incoraggiano ad inziare, a partire, credendo ci faccia bene quello che si crede ci debba far bene. Studiare. Ma questa università non ci fa star bene. E no, non è per colpa nostra che non abbiamo capito. Basta raccontarci balle.

Invece, quando le bugie le diciamo noi, ci costano carissime.
Un prezzo troppo alto. La nostra vita non vale l’ennesimo giudizio, quello che ancora ci ripete che ci siamo ingannati, anche se una ragazza come noi muore.

Professori oggi la lezioncina è per voi: non valete così tanto come credete di valere, non date quasi niente di quello che cerchiamo. Non dico il senso della vita, non dico il senso delle cose ma un po’ di equilibrio tra quello che facciamo e la possibilità di controllarlo anche noi, non solo di subirlo.

Penso alla Francia, ci sono centinaia di studenti che si mobilitano questi giorni in università. Vorrei che succedesse anche qui. Per darvi una lezione.

 

L’Aquila: Inizia il processo contro tre attiviste femministe

Se c’è violenza sessista anche in aula di Tribunale. Inizia il processo che mette sul banco dell’accusa le femministe che avevano documentato il trattamento riservato a una donna stuprata

Questa mattina si apre dinanzi al Tribunale de l’Aquila il dibattimento per tre attiviste femministe chiamate a rispondere di diffamazione aggravata nei confronti del difensore dell’ex militare Francesco Tuccia, condannato definitivamente a sette anni e otto mesi di detenzione per violenza sessuale ai danni di una giovane studente, ridotta quasi in fin di vita dallo stupratore.

Secondo quanto documentato dalle attiviste femministe che hanno presenziato alle udienze del processo, ogni grado del giudizio ha esposto la giovane donna a nuove e ulteriori umiliazioni, come accade ancora a troppe donne, lasciate in balia di molteplici forme della cosiddetta vittimizzazione secondaria, cioè collegata alle regole procedurali, ma anche alle prassi e al trattamento discriminatorio loro riservato sin dalla presentazione della denuncia e poi lungo tutto l’iter giudiziario.

GLI OSTACOLI ALL’ACCESSO alla giustizia delle donne sono stati ripetutamente denunciati dalla società civile italiana da ultimo dinanzi al Comitato Cedaw che nel luglio 2017 ha di nuovo invitato le autorità italiane ad attivarsi per «migliorare il trattamento delle vittime di violenza contro le donne basata sul genere e a eliminare stereotipi sessisti nel contesto giudiziario».

ANCHE LA COMMISSIONE parlamentare «sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere» del Senato della Repubblica nella sua relazione conclusiva approvata il 6 febbraio scorso ha rilevato la necessità di promuovere la formazione sistematica di tutte le figure professionali coinvolte nella risposta alla violenza nei confronti delle donne.

NONOSTANTE CIÒ, esercitare un legittimo diritto di critica contro le prassi discriminatorie e lesive dei diritti delle donne che denunciano violenza di genere espone al rischio di censura e stigmatizzazione: accanto al caso delle attiviste oggi convocate dinanzi al tribunale de L’Aquila, segnalo ad esempio la levata di scudi contro l’avvocata che ha richiesto l’avvio del procedimento disciplinare dinanzi al Consiglio dell’ordine degli avvocati di Firenze per le modalità di conduzione del controesame di due donne americane che hanno denunciato lo stupro da parte di due carabinieri. Il Consiglio dell’ordine degli avvocati di Firenze, infatti, in risposta alle censure mosse all’operato della difesa dei due carabinieri indagati, ha ritenuto «inammissibile qualsivoglia forma di ingerenza esterna in un rapporto di dialettica processuale, governato dalle norme del codice di rito», dimenticando però che il codice di procedura penale vieta domande sulla vita privata o sulla sessualità della persona offesa (articolo 472 del codice di procedura penale) e modalità di conduzione dell’esame testimoniale non rispettose della persona o che risultino violare lealtà dell’esame e correttezza delle contestazioni (art. 499 c.p.p.).

NEL CASO FIORENTINO, proprio in ragione di queste disposizioni è ripetutamente intervenuta l’autorità giudiziaria che, secondo quanto riportato dalla stampa, avrebbe ritenuto inammissibili molte delle domande poste perché riguardanti la sfera intima, non consentendo così al collegio difensivo degli imputati «di tornare indietro di cinquant’anni», per citare proprio la giudice che ha assunto l’esame testimoniale delle due donne dinanzi al Tribunale di Firenze.

LE NORME MENZIONATE sono state introdotte dalla legge 15 febbraio 1996 n. 66 contro la violenza sessuale e prevedono dei correttivi richiesti a gran voce proprio dal movimento delle donne e ciò perché le donne, nel corso dei processi penali per violenza sessuale, da parte lesa venivano sistematicamente messe sotto accusa per le loro abitudini e la loro vita sessuale, per il loro vestiario, per la condotta “sregolata” che, secondo il pregiudizio diffuso, sarebbe da ritenersi una provocazione dell’aggressione sessuale, così come documentato dallo storico film Processo per stupro del 1979 di Loredana Rotondo.

I FILTRI DEL CODICE DI RITO sono stati integrati negli ultimi anni dal diritto internazionale (convenzione di Istanbul) e dal diritto dell’Unione europea (direttiva 2012/29/UE), ma l’esperienza di molte donne che oggi denunciano conferma la validità di quanto scriveva Lia Cigarini alla vigilia dell’approvazione della legge 66/1996: per quanto si possa scrivere una legge buona, «la macchina della giustizia è tutta un’altra cosa: in tribunale, in un processo si riproducono rapporti di forza determinati e sfavorevoli alle donne», e ciò anche a causa dell’incultura di una parte degli operatori del diritto, compresa l’avvocatura, che intende la libertà della difesa nei termini di “licenza di offesa” nei confronti delle donne che denunciano violenza sessuale, ma anche maltrattamenti e atti persecutori subiti da parte di partner o ex partner.

LE VICENDE RICORDATE portano a dubitare del fatto che l’adesione espressa a più riprese dalle autorità ai più importanti atti internazionali in tema di diritti delle donne e di prevenzione della violenza sessista sia motivata da un’autentica condivisione di quel progetto di cambiamento culturale e sociale necessario per assicurare una risposta pubblica efficace e rispettosa dei bisogni e desideri delle donne.

Anzi, davanti alla refrattarietà degli operatori alla concreta implementazione delle norme poste a salvaguardia dell’integrità psicofisica delle donne che denunciano violenza di genere, si aggiunge una forte spinta reazionaria alimentata dalla diffusa attitudine a giustificare gli autori di violenza con le più disparate motivazioni (ha agito in preda ad un raptus, per disperazione, gelosia, ecc.), arrivando così ad alimentare una narrazione pubblica che ancora condona la violenza di genere, anzi la rinforza attraverso la violenza sessista che agisce a livello del simbolico, intendendo come tale quella che si dispiega attraverso la riproduzione di prassi discriminatorie che rendono alle donne difficile non solo ottenere giustizia, ma anche avere il coraggio di richiederla.

Per aggiornamenti sul processo che si apre oggi a L’Aquila ciriguardatutte.noblogs.org

Ilaria Boiano – Avvocata dell’associazione Differenza Donna, autrice del libro Femminismo e processo penale. Come può cambiare il discorso giuridico sulla violenza maschile contro le donne, Ediesse 2015