Accoglienza e repressione del Partito Chiesa

Il Partito democratico conferma, con la marcia di Milano guidata da Giuseppe Sala e presidiata da tutta la federazione lombarda del partito, la sua natura politica di istituzione totale. Come la Chiesa, nel suo seno vorrebbero essere ricondotte le esigenze del governo e quelle dell’opposizione; gli interessi delle élite finanziarie e le ragioni del lavoro; l’accoglienza dei migranti con la repressione della legge Minniti. Lungi dal costituire una contraddizione, la natura onnicomprensiva del Pd è in realtà un progetto politico di “governamentalità”, secondo un lessico foucaultiano. E’ un’arte del governare, in cui dovrebbero trovare posto tutte le esigenze della realtà, e in cui ogni contraddizione materiale viene piegata agli interessi dell’europeismo neoliberale. Alla Ue, d’altronde, serve un’ideologia, vista la strutturale incapacità economica di suscitare consensi. Improduttivo allora procedere al muro contro muro degli interessi divergenti. Ma il discorso è proprio questo: esistono ancora “interessi divergenti”? La strategia democratica punta proprio a smobilitare ideologicamente la contrapposizione degli interessi. Non è certo un fatto nuovo, ma il Partito democratico sta riuscendo nell’impresa di organizzare politicamente questo discorso, dandogli una forma pervasiva fino ad oggi mancata. Esattamente come la Democrazia cristiana del tempo che fu, non c’è contraddizione politica tra la “legge contro i poveri” approvata all’unanimità dal Governo, e la “marcia per i poveri” organizzata a Milano dal partito di governo. Non c’è contraddizione neanche che a promuoverla sia un personaggio, il sindaco di Milano, in teoria espressione della parte “destra” del partito, quella tecnica e fuori da ogni precedente impegno o militanza, attenta alla gestione delle finanze comunali più che alla promozione di politiche sociali. La coerenza è esplicita e rivendicata, senza ombra di imbarazzo: «non è che stiamo scivolando troppo a sinistra? Non è che diventerà una manifestazione antigoverno?», chiede qualche sprovveduto collaboratore di Sala, a leggere le parole riportate oggi sul Corriere. Ma sta tutta qui la natura strategica del progetto democratico, quello di incarnare governo e opposizione, delimitando i confini del politicamente consentito dal penalmente illegale. Benissimo apparire una forza “antigoverno” se si è al governo: è proprio questo l’obiettivo. Purché si rimanga solidamente dentro il recinto neoliberale, puoi governare con la legge Minniti o protestare col sindaco Sala, e farai sempre parte della grande famiglia democratica, che ammette tutto perché tutto torna utile alla narrazione egemone del presente. Bisogna ammettere che rispetto alla tattica frontista renziana dello scovarsi sempre dei nemici con cui polemizzare, questa, proprio in quanto radicalmente neodemocristiana, è decisamente più raffinata. Quel liberalismo trasversale che fino a poco tempo fa trovava espressione nel concetto di “arco parlamentare” oggi trova spazio in un unico partito-chiesa: dentro c’è l’istituzione e la dissidenza, il Papa e San Francesco (e quale capolavoro chiamare l’istituzione col nome della dissidenza: Papa Francesco). Ma se il significato politico duraturo della manifestazione di ieri è quello di rinforzare il partito di governo, anzi l’ideologia di governo, cosa ancor più grave, la domanda se sia più giusto parteciparci o contestarla (come pure è stato fatto da alcuni benemeriti compagni) è una domanda reale e necessaria.

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UN PARTITO DICHIARATAMENTE FASCISTA AMMESSO ALLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE

E’ con un certo ribrezzo che segnaliamo questa notizia ed evidenziamo questo simbolo.
Pur tuttavia è necessario segnalare l’episodio al fine di suscitare la necessaria riprovazione e indignazione ricordando che nella nostra Costituzione è presente la XII disposizione transitoria e finale al riguardo della quale riportiamo in calce una sintesi di interpretazione politica.
Questa la notizia assolutamente incredibile:

Dal Corriere della Sera – edizione di Brescia
Elezioni amministrative: a Mura ammesso «Fascismo e Libertà»

Nel programma elettorale l’abolizione degli autovelox, che in paese non ci sono. Ma anche di «contenere entro i limiti minimi possibili» ogni forma di tassazione che grava sul cittadino, come ad esempio l’addizionale Irpef.

Sintesi dell’analisi relativa alla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione Repubblicana e della “Legge Scelba” (tratta dal paper “La XII disposizione transitoria della Costituzione Repubblicana, a cura di Franco Astengo e Giovanni Burzio, agli atti dell’ANPI di Savona in occasione dell’iniziativa “Adotta un articolo della Costituzione” 2011)
La Costituzione Italiana nel prevedere, all’articolo 49, che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale ha inteso negare una forma generale di controllo sulle ideologie e sui programmi delle formazioni politiche, informando l’intero assetto costituzionale al principio pluralista.
L’Assemblea Costituente tuttavia, segnata dalla allora recente esperienza del partito unico, ha preferito non lasciare spazio a quelle formazioni politiche che, rappresentando un momento di continuità con gli ideali del partito fascista, risultassero portatrici di valori completamente antitetici rispetto a quelli contenuti nella nuova Carta Fondamentale.
La regola generale della libertà di associazione in partiti politici incontra, per tanto, un’eccezione nel divieto della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione di riorganizzare, sotto qualsiasi forma, il disciolto partito fascista.
La legislazione attuativa di tale disposizione, la legge 20 Giugno 1952 n.645 nota come “legge Scelba” ha finito poi con il delineare un’ipotesi più estesa, quella di un’associazione o un movimento che “persegue finalità antidemocratica propria del partito fascista” non soltanto per l’esaltazione, la minaccia e l’uso della violenza come metodo di lotta politica ma altresì per alcune ulteriori caratteristiche collegate ad una precisa connotazione ideologica: fra queste il fatto di propugnare la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o di denigrare la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o di svolgere propaganda razzista, ovvero di rivolgere la propria attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del partito fascista o di compiere manifestazioni esteriori di carattere fascista.
Il complesso delle disposizioni che mirano ad impedire la ricostituzione del disciolto partito fascista si prestano ad una lettura che, dal nostro punto di vista, vorremmo giudicare di tipo “estensivo”.
Nella disposizione transitoria XII della nostra Costituzione e nella relativa legislazione di attuazione si possono individuare due nuclei fondamentali: accanto ad un primo gruppo di disposizioni che sono il prodotto di quella determinata situazione storica, trovano spazio altre disposizioni caratterizzate dall’elemento dell’astoricità, destinate ad avere un valore indipendentemente dal contesto e dal momento storico.
In questo senso si può affermare che la XII disposizione transitoria rappresenta un corollario di quel metodo democratico contenuto nell’art.49.
L’Assemblea Costituente, in pratica, non avrebbe inteso vietare solamente la ricostituzione del partito fascista in quanto tale, ma ha inteso precludere la presenza, nell’ordinamento, di quelle formazioni che utilizzano la violenza come metodo di lotta politica o si servano dell’intimidazione quale mezzo per imporre le proprie decisioni o neghino in radice il pularalismo proponendosi all’interno del sistema come partito unico, rigettando lo strumento del dialogo quale forma del libero confronto democratico.
A questo modo si individuano, all’interno dell’ordinamento, una serie di valori supremi, intangibili quali la non violenza, la tolleranza e il pluralismo che rappresentano i pilastri fondamentali di una Repubblica che, come la Costituzione proclama, voglia definirsi come democratica.
Egualmente merita di essere, ancora, segnalato l’art. 3 della già citata legge 645/52 (poi sostitutito dall’arti.9 della legge 152/75) secondo cui “qualora con sentenza risulti accertata la riorganizzazione del disciolto partito fascista, il Ministero per l’Interno, sentito il Consiglio dei Ministri, ordina lo scioglimento e la confisca dei beni dell’associazione, del movimento o del gruppo.
Nei casi straordinari di necessità ed urgenza, il Governo, sempre che ricorra taluna delle ipotesi previste nell’art.1 adotta il provvedimento di scioglimento e di confisca dei beni mediante decreto legge”.
Come è noto, nel mentre la normativa in questione è stata applicata a proposito del movimento “Ordine Nuovo” (sciolto con decreto ministeriale 23 Novembre 1973, in G.U. 23 Novembre 1973, n.302) non si è mai ritenuto di doverla utilizzare nei confronti del MSI.

G.G.SETTE-TE!

E’ un vertice spuntato, questo G7 di Taormina.
Come spuntati sono ormai questi controvertici fuori tempo, e fuori luogo.
A formalizzazione padronale si vorrebbe contrapporre
la spettacolarizzazione movimentista.
Ad inutilità, inutilità.
Sempre e comunque a rimorchio dello spartito scritto e diretto dai potenti,
oggi molti più che in 7, a spartirsi il mondo.

G. G. SETTE-TE!

A metà strada tra l’adunata di combattenti, reduci ed ex primiattori ed un pallido tentativo di rilancio dopo le batoste di Trump, della Brexit e del No! antirenziano in Italia, si svolge, vuoto di contenuti e di forza propositiva, il G.7 del tramonto occidentale.
Cosi’ come in America il decisionismo protezionista Trumpiano deve fare i conti con le contraddizioni interne di sistema, in Europa nazionalismi e sovranismi ritardano, ma non fermano, il percorso costituente il blocco continentale U.E., per altro corroborato dai favorevoli risultati elettorali Francesi ed Olandesi.
Sia pur dentro uno storico processo di indebolimento dell’intero occidente sulla bilancia mondiale di potenza, si conferma l’inevitabilità del blocco imperialista come forma e strumento adeguato all’odierna competizione sul mercato globale.
Lo specchio deformato del G7, più che riduttivo, è un dejà vu, corrispondente ad un mondo passato, quello del dominio occidentale e della ex “new economy” giapponese.
La foto ingiallita del “club esclusivo” è già superata, soppiantata da quella ben più affollata, ed attuale, del G20, perché il cuore del potere globale non batte più ad ovest, o solo ad ovest, o soprattutto ad ovest, ma nell’ est della “fabbrica del mondo”.

Di conseguenza, più che contestare un vertice che, tra l’altro, non deciderà nulla (neanche in termini di previsioni e di spesa, come successo in passato), sarebbe utile capire la realtà di un movimento reale caotico ed in via di trasformazione.
Un vertice buono solo per se stesso, e per i suoi protagonisti, costato 45 milioni di dollari (di cui solo 15 in infrastrutture permanenti!); il resto andrà nella gigantesca pappatoria dei catering, delle sale conferenze, dei traduttori, degli alberghi, dei ristoranti, delle gite e delle regalie varie per capi di stato e servitori al seguito.
Aggiungiamoci migliaia di poliziotti, con annessa strumentazione armata, muri di contenzione e “zone rosse” militarizzate, ed il vertice inutile è servito.
Una vetrina internazionale datata (difficilmente infranta….) giocata sul terreno della soluzione di problemi e tensioni interne agli U.S.A., alla U.E., ed ai singoli componenti i blocchi imperialisti, piu’ che come rilancio complessivo del “sogno occidentale”.
In Italia il ventriloquo renziano Gentiloni si gioca la carta del prestigio da paese ospitante come lasciapassare all’attività di governo fino alla scadenza naturale del 2018 (alla faccia della vittoria del no al referendum costituzionale!).

Le mutate condizioni esterne ed interne ai “movimenti alternativi e pacifisti”, l’assenza dei papa-boys e la carsicità della “società civile”, non consentono “annunci di guerra” già uditi, e falliti, in passato.
Ma non consentono neanche la “strategia” del controvertice come “occasione” per “rialzare le teste”.
Le teste bisognerebbe alzarle davvero, abbandonando improvvisazioni, repliche e giochi di prestigio.

Alzare testa e sguardo davvero significa avere una visione del mondo figlia di una analisi scevra da miti e nostalgie,
adeguata al livello delle mutazioni in atto,
autonoma nella elaborazione come nelle scadenze,
che riproponga l’urgenza della
scelta di campo rivoluzionaria.

Perché, come F.ENGELS ci ha insegnato,
noi dobbiamo fare “quello che DOBBIAMO fare”,
cioè contarci, riconoscerci, parlarci, capirci, organizzarci!

Ovunque siamo!
Ad invecchiare in qualche luogo di lavoro in attesa di una pensione misera e post-mortem, o alla ricerca inutile di un posto precario, o disoccupati.
Rinchiusi in galera, o in qualche condominio metropolitano,
malati, in ospedale o schiacciati dal ciclo produci-consuma-crepa.
Uomini sul’orlo di una crisi di nervi e d’identità e
donne sempre più amate “da morire”.
CONTIAMOCI! RICONOSCIAMOCI!

Ovunque siamo!
Delusi dalla politica dominante, a pagare le eterne tessere-pizzo
ad un qualche sindacato di stato,
ininfluenti nei sindacati-nani autonomi o di base, arrugginiti in gruppetti,
micro-sette ed orticelli iperpoliticisti e rinseccoliti.
Stanchi di votare e cambiare voto, di pagare o cambiare cosca sindacale, di non contare nulla con “scioperi di testimonanza”,
dei rituali di un “movimento” alla ricerca della scadenza altrui.
PARLIAMOCI! CAPIAMOCI!

Ovunque siamo!
Facciamo come preti, padroni e servitori di questa società che ci sfrutta.
Loro l’hanno capito, che senza stare insieme, senza organizzarsi,
non possono continuare a sfruttarci.
Magari discutono, competono, litigano anche tra di loro,
ma contro di noi sono tutti d’accordo, tutti uniti, e organizzati.
Adesso stanno tentando di uscire dalla crisi del loro mondo,
facendocela pagare puntualmente a noi, e rinnovando, sveltendo,
armando e ristrutturando la propria organizzazione di classe, lo stato, pagando e dotando di più mezzi i loro difensori in divisa.
Contro di loro non bastano più slogan e sfilate.
ORGANIZZIAMOCI!

Pino ferroviere

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FCA Pomigliano: le donne operaie e il loro 8 marzo contro il “modello Marchionne”

LA CAUSA IL 20 GIUGNO DAL GIUDICE DEL LAVORO DEL TRIBUNALE DI NOLA

La vicenda è relativa allo sciopero di 3 ore dello scorso 8 marzo al reparto-confino WCL di Nola ed alla concomitante assemblea del Comitato Mogli Operai in occasione della giornata internazionale della donna dove le operaie FCA di Pomigliano e Nola denunciarono pubblicamente il modello-Marchionne “prefigurante il dominio del capitale sul lavoro e la trasformazione in tal senso dell’intera società con la progressiva eliminazione della democrazia sindacale e politica e dei diritti dei lavoratori, nonché di quelli sociali, civili e costituzionali”: info www.comitatomoglioperai.it

Su ricorso degli avv.ti Arcangelo Fele e Daniela Sodano del sindacato Slai cobas e con la procedura d’urgenza prevista dall’art. 28 dello Statuto dei Lavoratori, il Tribunale di Nola, Sezione Lavoro, giudice dott.ssa Francesca Fucci, ha fissato l’udienza per il prossimo 20 giugno.

I fatti: all’indomani dell’8 Marzo la FCA cambiò senza motivazione i turni di Antonietta e Carmela (entrambe operaie Fiat e da 8 anni trasferite a Nola, iscritte a Slai cobas ed attiviste del Comitato Mogli Operai), esponendole a seri problemi familiari nonché a quelli relativi allo spostamento casa-lavoro per l’inesistenza di servizi di trasporto pubblico e aziendali tra residenza e posto di lavoro. L’intento repressivo è evidenziato dal fatto che in questi anni l’azienda ha sempre adottato l’accoppiamento per lo stesso turno dei lavoratori automuniti con quelli sprovvisti e/o impediti all’utilizzo di propri mezzi di trasporto come nel caso di Antonietta e Carmela. Il provvedimento viola inoltre lo stesso Contratto di Lavoro di FCA che testualmente recita: “E’ condivisa la volontà di riconoscere ampia attenzione ai problemi degli spostamenti casa-lavoro che hanno rilevanti effetti sull’equilibrio complessivo del benessere del lavoratore e sulla possibilità di conciliare esigenze e tempo di vita e di lavoro”.

Intanto si prepara la mobilitazione in occasione dell’udienza del prossimo 20 giugno: un contenzioso giudiziale senza precedenti giuridici e ad alto valore simbolico che vedrà “le donne operaie ed il loro 8 marzo” scontrarsi col “modello-Marchionne e la FCA di Pomigliano” denunciata per repressione di genere ed antisindacale”!

“Le forti implicazioni politiche, sociali e culturali, sono evidenti”… dichiarano le donne del Comitato Mogli Operai Pomigliano… “come evidente è lo scontro tra chi oggi vorrebbe riportarci tutti, uomini e donne, indietro di 100 anni, sottoponendoci alla moderna schiavitù economica, e chi vuole riorganizzare a tutto campo le ragioni dei lavoratori e quelle sociali, e far ‘ricontare’ la classe operaia”.

Pomigliano d’Arco, 19 maggio 2017

Comitato Mogli Operai Pomigliano

La lotta contro la devastazione dei territori è lotta contro il capitale

No tap e No triv ovunque!

Come sempre accade, agli alleati occulti dei padroni serve solo un po’ di tempo che finiscono per smascherarsi da soli, quelli del Salento poi, si sono addirittura… consegnati spontaneamente durante una farsesca manifestazione circa una decina di gironi fa in piazza Montecitorio a Roma. Accompagnati dal presidente della regione Puglia Emiliano, direttore di scena di una pochade quasi tutta istituzionale.
I “coraggiosi” sindaci salentini, infatti, che si erano guadagnati applausi, sia nelle puntate al presidio di San Basilio che nella gremita Piazza Sant’Oronzo di Lecce, diventando, per qualcuno, un simbolo del movimento No Tap, hanno improvvisamente cambiato prospettiva, trasformando, con i soliti giochi di prestigio, quel motto che da sempre ha accompagnato il Comitato No Tap “né qui né altrove” in una locuzione più consona alle loro esigenze politiche: “tavolo per il dialogo sulla possibile ricollocazione del gasdotto”.
Così, all’improvviso, quello che era il male di tutti i mali, si è trasformato nel male che fa male solo se approda sulla spiaggia di San Foca, mentre torna ad essere un progetto su cui si può dialogare se lo si sbatte in faccia ai già martoriati brindisini.
Insomma, nulla di nuovo all’orizzonte, istituzioni borghesi che si riprendono il proprio ruolo, ricchi medici che svestono i panni del Che e riprendono a mangiare, un presidente di regione a cui i panni del Che vanno addirittura stretti e tra una promessa sudata all’Ilva e un ammiccamento ai lavoratori di Manfredonia quatto quatto prova a piazzare l’ennesimo insediamento energetico a rischio a Brindisi.
Tutto questo nella più totale indifferenza rispetto a quello che Tap rappresenta, una evidente operazione speculativa del capitale, mista a commistioni con mafie e malaffare, nonché un progetto che, lungi dall’essere necessario, sta incontrando forti opposizioni anche negli altri Paesi coinvolti (in particolare Turchia, Grecia e Albania), contrariamente alle notizie diffuse dai media nazionali.
Fortunatamente, però, il Comitato No Tap, quello che ha sfilato compatto nel corteo barese contro il G7 finanziario pochi giorni fa, ha ben chiaro che coloro che parlano di spostamenti e riconversioni sono nemici tanto quanto Tap: e, pur nella consapevolezza che non sarà una battaglia facile e tanto meno breve, continuerà a ribadire il “né qui né altrove”, che è lo slogan politico che unisce le lotte No Tap con quelle No Tav, con quelle No Carbone di Brindisi e ancora con quelle No Triv della Basilicata e con tutte quelle che considerano l’attacco ai territori una espressione del sistema capitalistico: per questo “tavoli” e “dialoghi” con le istituzioni del capitale sono proposte fatte in malafede.
In questo panorama che ciclicamente si ripropone, netta è la condanna del Partito di Alternativa Comunista che, nello stigmatizzare l’ennesimo tentativo di tradimento della volontà di chi lotta, esprime la piena solidarietà ad attiviste ed attivisti del Comitato No Tap e invita a sostenere attivamente il presidio permanente di San Basilio nonché a proseguire senza indugio nel percorso di unificazione delle lotte dei territori e più concretamente ad offrire presenza e solidarietà al corteo organizzato dalla Rete appulo-lucana “Salva l’acqua dal petrolio” in programma a Matera il 27 maggio prossimo.

Giacomo Biancofiore – Partito di Alternativa Comunista

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L’Italia delle diseguaglianze

Un commento sul Rapporto annuale dell’ISTAT

Società diseguale e stagnazione economica sono i due principali elementi che emergono dal Rapporto annuale dell’ISTAT, la cui elaborazione dei dati si riferisce al 2016. Non ci sono grandi novità rispetto agli anni precedenti, se non una maggiore consapevolezza, da parte dello stesso istituto, di un quadro economico-sociale che ha di fatto cristallizzato gli effetti nefasti di un decennio di crisi.

L’indice relativo al “rischio di povertà ed esclusione sociale” rimane invariato rispetto all’anno precedente, attestandosi al 28,7%, mentre aumenta nelle famiglie che hanno almeno un cittadino straniero al loro interno, a testimonianza di un peso sempre più marcato che il dato etnico sta assumendo all’interno del panorama delle diseguaglianza. Un dato, questo, che smonta in maniera oggettiva quella campagna nazional-populista, che da tempo si nutre della retorica del “privilegio” degli stranieri nei confronti degli autoctoni. Si rende evidente, invece, come la subalternità economica investa pesantemente anche gli stranieri con regolare permesso di soggiorno e con un contratto di lavoro.

Tornando all’analisi del rapporto si constata l’aumento, passando in un anno dal 11,5% ad 11,9%, dell’indice di “grave deprivazione”,  legato a nuclei familiari che vivono in maniera costante almeno 4 dei 9 sintomi cosiddetti di disagio[1].

A fronte di questo aumenta in maniera inesorabile la concentrazione della ricchezza verso le élite (denominate nel rapporto “classi dirigenti”), che si traduce, ad esempio, in una differenza di oltre 2.400 euro nella capacità di spesa mensile tra le famiglie della fascia di reddito più alta e quelle meno abbienti[2]. Per avere un quadro d’insieme che prenda in esame una scala temporale più ampia, possiamo incrociare i dati ISTAT con quelli, relativi all’Italia, dell’ultimo rapporto Oxfam, pubblicati nel dicembre 2016. Lo scorso anno la capacità patrimoniale dell’1% più ricco della popolazione italiana (che possiede un quarto della ricchezza nazionale netta) è stata oltre 30 volte superiore a quella del 30% più povero ed addirittura 415 volte del 20% più indigente. Per quanto riguarda il reddito, tra il 1988 ed il 2011 il 10% più ricco della popolazione ha avuto un incremento superiore a quello della metà più povera degli italiani.

Tutto questo si inserisce in un contesto che, in un’ottica economica globale, molti analisti definiscono di “stagnazione secolare”. La flessione dell’economia statunitense e la frenata, ormai conclamata, della crescita nel BRICS, in particolare della Cina, fanno segnare il più basso incremento del prodotto interno lordo mondiale dal 2010. L’Italia in particolare si rivela come il Paese più in difficoltà tra quelli ad ”economia avanzata”, facendo segnare uno scarso 0.9% di tasso di crescita.

Distribuzione della ricchezza e guerra orizzontale

Questi dati rischiano di diventare pura retorica algebrica, ed assumono un effetto addirittura stucchevole, se non diventano oggetto reale di disamina pubblica e politica. Ma, come è ormai prassi in questi ultimi anni, il dibattito mainstream che riguarda le condizioni materiali degli italiani ha assunto anch’esso un carattere sensazionalistico, che si traduce in alcuni titoli ad effetto delle principali testate e tanto materiale per un opinionismo spicciolo e di facciata. Qualsiasi dato economico-sociale non è, per sua natura, neutro perché è sempre il prodotto di precise scelte politiche fatte a monte dalla governance finanziaria e riprese dai governi nazionali. Se negli anni Ottanta è terminata la fase di espansione dei diritti sociali, dovuta, in particolare nel nostro Paese, a tre decenni di lotta di classe che hanno mobilitato tutti i comparti della società, il superamento definitivo di quel sistema di garanzie si è compiuto proprio nella fase più acuta della crisi. È in questi anni che si è assistito ad una vera e propria inversione di tendenza della lotta di classe, che ha consentito al capitale non solo di distribuire la ricchezza verso l’alto, ma anche di introiettare all’interno di una massa impoverita sempre più frammentata in termini di classe la logica della scarsità.

Il Rapporto ISTAT, per la prima volta, prende ampiamente in esame il tema della scomposizione di classe rilevando in particolare una percezione soggettiva molto evidente del fenomeno. Non lo scopriamo certo adesso, ma non è irrilevante il fatto che le trasformazioni che hanno riguardato il rapporto tra capitale e lavoro negli ultimi 30 anni rendano ora evidente l’assenza di legami sociali connessi alle condizioni materiali di vita. Entrando più nei dettagli, ci troviamo di fronte ad una duplice spinta all’interno della società italiana. Se da un lato la classe operaia novecentesca, che da tempo mantiene una posizione di rendita rispetto ad alcuni diritti e tutele acquisiti nei decenni passati, è sulla via dell’esaurimento demografico, dall’altro si assiste ad una sempre più marcata “proletarizzazione” del vecchio e nuovo “ceto medio”. I pensionati provenienti dal ceto impiegatizio (in particolare chi è rimasto senza coniuge), che stanno assumendo una rilevanza statistica notevole per via dell’invecchiamento della popolazione, i lavoratori del terziario, il variegato mondo dei lavoratori della conoscenza, le partite IVA, il precariato giovanile: sono queste le figure più soggette a processi di impoverimento. La loro “proletarizzazione” si afferma, però, in maniera differente da quella che ha caratterizzato il mondo agricolo ed artigianale agli albori del capitalismo industriale, perché è connessa a fenomeni di atomizzazione sociale e non di omogenizzazione. Non è un caso che spesso sono proprio questi soggetti, non solamente nel contesto italiano, ad infatuarsi più facilmente delle retoriche populiste, proprio come risposta al crollo delle aspettative individuali.

Sono proprio i due elementi che si evidenziavano sopra, l’interiorizzazione della scarsità, di ricchezza e diritti, con la conseguente competizione per accaparrarsi queste risorse limitate, e la fine di qualsiasi forma di legame di classe, che compongono l’humus all’interno del quale si alimenta la guerra orizzontale tra soggetti poveri ed impoveriti. Una guerra in cui il razzismo e  il sessismo assumono connotati politici sempre più precisi e diventano parte integrante di una strategia del comando che tende a fare delle discriminazioni il fondamento di un disciplinamento biopolitico immanente al corpo sociale stesso.

Da tempo ci stiamo interrogando su come indirizzare la guerra del basso contro il basso in una lotta generalizzata del basso contro l’alto. È palese che ragionare solamente in termini di nuova ricomposizione in astratto, senza considerazione della disposizione dei soggetti di classe, rischia di diventare un’operazione asettica, buona per intellettualismi più o meno naïf  o per battaglie che non vanno oltre il puro spirito evocativo. Per tentare di rompere quella competizione orizzontale che si fa sempre più “guerra” probabilmente bisognerebbe partire dagli effetti biopolitici che questa comporta. Razzismo e sessismo sono gli elementi più invasivi su cui si edifica la riproduzione capitalistica contemporanea e per questa ragione, nel combatterli, è essenziale esprimere ed organizzare un attacco al capitalismo stesso. Non si tratta di un passaggio che accade in automatico, ma è compito dei movimenti sociali stimolarlo e sviscerarlo in ogni momento e di assumere l’intersezionalità come elemento basilare della propria prassi e strategia.

[1] Secondo un format statistico europeo i 9 sintomi di “disagio” sono: 1. non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; 2. non poter sostenere una spesa imprevista (il cui importo, in un dato anno, è pari a 1/12 del valore della soglia di povertà rilevata nei due anni precedenti); 3. non potersi permettere un pasto proteico (carne, pesce o equivalente vegetariano) almeno una volta ogni due giorni; 4. non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa; 5. non potersi permettere un televisore a colori; 6. non potersi permettere una lavatrice; 7. non potersi permettere un’automobile; 8. non potersi permettere un telefono; 9. essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito.

[2] ISTAT, Rapporto annuale 2017, p. 96

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/litalia-delle-diseguaglianze/20828

Venezia – Oltre 500 in corteo per la casa

L’orario era un po’ ostico alla partecipazione, ammettono gli organizzatori, è stato scelto perché ancora orario d’ufficio – quindi lavorativo per coloro che siedono sugli scranni del consiglio regionale. Invece Palazzo Ferro Fini, sede della giunta del Veneto, venerdì pomeriggio è chiuso, vuoto, mentre le calli della città storica si sono riempite – questa volta non delle orde di turisti ma di cittadine e cittadini, di ogni età, desiderosi di portare la loro voce presso le istituzioni, di marcare la loro esistenza in una città, Venezia, troppo spesso considerata una sorta di parco tematico a usufrutto esclusivo dei visitatori.

corteo asc

In oltre 500 ieri si sono riprese, e ripresi, le calli del lusso, dei grandi marchi, rispondendo all’appello dell’ASC. Calli difficilmente attraversate e vissute dai residenti, che solitamente scorrono veloci per raggiungere i posti di lavoro sgomitando tra turisti di fronte alle vetrine. Hanno portato con loro tavole e vino, insieme a cicchetti e filo per stendere i panni. Hanno portato la vita dei quartieri popolari, ancora abitati da veneziane e veneziani doc, o d’adozione.

corteo asc

tavolata asc

I cartelli che hanno esposto durante tutto il percorso sono categorici – “diritto di residenza”, “amo Venezia quindi occupo per rimanere” – così come gli slogan urlati ritmicamente per le calli. Ad aprire il corteo, colorato e determinato, i bambini – figlie e figli degli occupanti di casa. Che si sono ritrovati ancora una volta a giocare assieme, pur venendo da zone, scuole e background differenti. In molti di loro si conoscono dalle assemblee a cui li hanno portati i genitori, fin da quando dovevano ancora muovere i primi passi. Sono cresciuti assieme, tra assemblee e picchetti antisfratto. Per loro tutto è un gioco, e rimanere a vivere a Venezia assolutamente normalità.

bimbi asc

Negli ultimi anni l’Assemblea Sociale per la casa è cresciuta, causa la stagnazione di una crisi che sembra non avere fine. Molti residenti della città storica si sono trovati in difficoltà con gli affitti e non hanno avuto aiuto da parte delle istituzioni comunali – tra commissariamenti e tagli a welfare e servizi per andare a pari con il bilancio cittadino. Pezzi della città sono stati svenduti o messi all’asta per fare cassa, nel frattempo centinaia di case di proprietà dell’ATER (Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale) rimangono sbarrate e abbandonate al degrado, perché non ci sono i finanziamenti necessari per risistemarle e metterle a norma. Non si effettuano nemmeno più bandi di assegnazione, le liste sono bloccate e i cittadini in attesa. La legge regionale 10/96 – che determina i punteggi delle graduatorie – è obsoleta, e ferma a una fotografia della società che non esiste più – dal posto fisso ai nuclei familiari numerosi. Il sindacato Unione Inquilini, dal microfono, racconta delle chiamate notturne di anziani, e malati, sotto sfratto. Spaventati di vedersi togliere la casa, di finire in strada.

unione inquilini

panda venezia

Nella città storica le case occupate dall’Assemblea Sociale per la Casa sono oltre 60, abitate da famiglie o da giovani precari, da studenti e single, italiani e stranieri. Persone, cittadine e cittadini, che hanno sempre vissuto in “isola”, o che qui hanno studiato e hanno deciso di restare. Hanno rimesso a posto le proprie abitazioni, spesso ritrovate in condizioni pietose, dedicando ad esse tempo e denaro. Aiutandosi a vicenda, in maniera cooperante – che fosse per pitturare o per aspettare l’ufficiale giudiziario in occasione degli sfratti. Erano tutte e tutti qui, ieri, a manifestare. Partiti dal Campo hanno raggiunto calle larga XXII Marzo. Con loro i cittadini e le cittadine che negli ultimi mesi hanno messo in campo decine e decine di iniziative per la salvaguardia della città e dei suoi abitanti, dal Comitato No Grandi Navi a Venessia.com, al Gruppo25 aprile, da Generazione 90 al collettivo di fotoreporter Awakening. Insieme, residenti o in attesa di diventarlo, per chiedere delle politiche capaci di sostenere chi a Venezia decide di rimanere, e non si arrende all’idea che diventi una città “morta”, svuotata di residenti e vita, un parco giochi pronto a “chiudere” quando i visitatori “escono”.

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Le soluzioni ci sono, e in diverse città italiane ed europee sono anche state sperimentate. L’ASC sono anni che propone un progetto di assegnazione e autorecupero per rimettere a valore il patrimonio pubblico abbandonato e determinare nuove pratiche di cooperazione e residenza, lontane dalla speculazione e dall’idea di messa a profitto del patrimonio comune. Il progetto ieri lo hanno consegnato in Regione, non all’Assessora alla casa – assente – ma con la promessa di mettere in piedi un incontro.

Chi ieri era per le calli dimostrava e raccontava un’idea diversa di città. Una città che sfida quotidianamente la conta mortifera dei residenti – 1600 in meno dall’insediamento della giunta Brugnaro. Una città che s vuole viva ed abitata, non solamente attraversata. Una città che necessita di essere presa in cura e difesa  – da chi vuole speculare su di essa, o da chi vuole svuotarla e renderla una bella e fragile vetrina.

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Milano – I centomila volti dell’antirazzismo. Contestato il PD.

Centomila persone in piazza per l’accoglienza sono un dato politico di grande rilevanza nella fase che stanno attraversando l’Italia e l’Europa. I numeri e la composizione della piazza milanese, in cui è stato realmente tangibile il protagonismo migrante, costituiscono un’eccedenza rispetto a qualsiasi tentativo dell’amministrazione comunale, organizzatrice del corteo, di utilizzare la giornata in chiave di un antirazzismo di facciata.

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Centomila voci hanno contrapposto un antirazzismo che parte dalle condizioni materiali di vita e aspira a riaprire un terreno di riconquista di diritti ad una operazione politicista, dettata dai posizionamenti interni al morente Partito Democratico. Non è un caso che tante delle persone presenti in piazza oggi provengano dal mondo degli occupanti di case e di quel tessuto sociale che le politiche della governance cittadina costringono all’illegalità ed alla marginalità sociale. La piazza ha vissuto della ricchezza apportata da coloro che non esitano a sottrarsi al ricatto del regime dei confini –  tanto quelli geografici tra Stati, quanto quelli interni allo spazio urbano – e che, anzi, lo rompono compiendo il più radicale atto di critica al paradigma legalitario e securitario. Proprio in questa contraddizione si è di fatto affermato il ribaltamento della piattaforma istituzionale che in maniera strampalata ha tentato di intrecciare accoglienza  e sicurezza.

20m milano

Lo spazio di contraddizione è stato agito fin dall’inizio dallo spezzone “Nessuna persona è illegale”, promosso da associazioni, centri sociali, polisportive popolari e tante altre realtà accomunate da una critica radicale alle leggi Minniti (in merito a sicurezza urbana e “protezione internazionale”). Realtà che propongono quotidianamente pratiche di accoglienza, diritti e libera circolazione delle persone.

Attivisti ed attiviste di questo spezzone, molti dei quali migranti, hanno contestato la presenza dell’assessore alla sicurezza Carmela Rozza, che aveva pubblicamente sostenuto l’operazione di rastrellamento etnico avvenuta alcune settimane fa alla stazione centrale. “Via la peggior destra dal corteo” hanno urlato allo spezzone del Pd, partito che ha votato tra le peggiori leggi sull’immigrazione della storia italiana, come appunto le leggi Minniti-Orlando. 

Dopo momenti di tensione con i vigilantes addetti al servizio d’ordine della parte istituzionale del corteo, gli attivisti hanno conquistato la testa della manifestazione, esponendo lo striscione “Pd – la peggior destra”

Peggior Destra

Al termine del corteo, al parco Sempione, gli striscioni “nessuna persona è illegale” e “no Minniti-Orlando” sono apparsi sotto al palco dove si è tenuto il comizio finale.

Durante l’intervento del sindaco Sala e del presidente del Senato Grasso sono stati esposti i tanti cartelli ed urlati cori che esprimevano contrarietà  alle politiche governative sulla questione migratoria.

Dopo gli interventi di rito, alcuni dei quali particolarmente retorici, dal palco sono stati in diversi a criticare da una parte l’approccio securitario del partito che governa l’Italia e la città di Milano, dall’altra le politiche di diritto differerenziale ed esternalizzazione delle frontiere dell’Europa Fortezza.

La giornata di oggi rappresenta un punto di partenza, per Milano e non solo, per chi interpreta l’antirazzismo innanzitutto come forma di riscatto politico e sociale.

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Firenze – Nove mesi a Checco, arrestato al corteo #cechidiceno a novembre

Si è concluso ieri il processo a carico di Checco, compagno del Centro Sociale Rivolta di Marghera, arrestato a Firenze il 5 novembre durante le cariche che impedirono al corteo #cechidiceno di dirigersi verso la Leopolda dove era in corso la grande kermesse per il SI al referendum costituzionale, indetta dall’allora premier Matteo Renzi.

Nove mesi di reclusione per resistenza aggravata, questa la sentenza, mentre le richieste della Procura andavano ben oltre i tre anni. Checco, unico fermato in piazza, è divenuto il capro espiatorio sulla testa del quale emettere una sentenza esemplare: questo il clima che si è respirato nelle aule del dibattimento.

Tra novanta giorni saranno pubbliche le motivazioni della sentenza, quando toccherà ai legali lavorare al ricorso in appello, ma prima e al di là di ogni elemento tecnico-giuridico ora dobbiamo stringerci attorno ad un compagno generoso e tenace e gridare a tutta forza, di nuovo, Checco libero! Libertà di dissentire!

A Checco è toccato lo spiacevole ruolo dell’uno da colpire “per educarne altri cento”. Questo è stato chiaro fin da subito, dai fatti di piazza che possono essere compresi se e solo se li si legge calati nel clima politico della campagna di consenso che Renzi stava imponendo prima del referendum sulla riforma costituzionale.

Manifestare a Firenze è stata una conquista: ricordiamo settimane di tira-e-molla con la Questura, l’aggressione della DIGOS alla conferenza stampa davanti la Leopolda, il “divieto completo a manifestare” comunicato dalla Questura due giorni prima di una manifestazione indetta da mesi, la piazza conquistata dalla determinazione delle migliaia di persone che non vollero accettare alcun bavaglio, infine l’aggressione allo striscione portata avanti da parte di un imponente schieramento di celere al primo accenno di movimento.

Il regime autocratico di Renzi aveva già deciso come doveva finire e come bisognava narrare la contestazione fiorentina, ricordiamo le parole di Diego Nardella, sindaco e alter-ego in città di Renzi: “In piazza c’erano solo persone incappucciate desiderose di usare violenza contro la città e che volevano solo sfasciare Firenze”. Ebbene, proprio la radicalità espressa quel giorno è stata volano per la grande manifestazione di Roma svoltasi il 27 novembre, con cinquantamila persone in piazza a dare corpo a quel NO! sociale così ben radicato nei territori e nelle lotte sostenute dai più variegati segmenti della società.

Renzi ha poi subito la dèbacle nelle urne del 4 dicembre, proprio laddove cercava la propria legittimazione politica come leader ed unico detentore del potere. Contestato da ogni piazza attraversata, sconfitto nel voto da lui stesso voluto, non gli rimasero che le dimissioni: entrambe le manifestazione sono state decisive, in termini di indicazione politica e di consenso sociale.

Reclamare l’immediata assoluzione di Checco non è solo un atto di giustizia chiesto dai suoi compagni e compagne o dalle realtà di movimento. Questa assoluzione andrebbe concessa innanzitutto per “meriti politici”: ci sembra il minimo da sostenere per chiunque si sia riconosciuto nelle battaglie per il NO sociale.

Oggi è il 35° giorno di sciopero della fame per circa 1500 prigionieri palestinesi nelle carceri di Israele.

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