A Fabrizio Ceruso, 19 anni

Polvere da sparo

FABRIZIO CERUSO, 19 ANNI. UCCISO DALLO STATO IL 5 SETTEMBRE 1974

Soltanto 19 anni per loro non eri nessuno 
soltanto 19 anni e per loro non eri che uno 
uno come tanti, un cameriere, un garzone d’officina 
un operaio, un disoccupato un emigrante 
eppure quella mattina 8 settembre 
a San Basilio hanno mandato 
più di 1000 uomini per ammazzarti 
più di 1000 uomini che credevano bastasse spararti 
e sono stati invece loro ad avere paura di te 
Perchè quella domenica giù a San Basilio 
eravamo in tanti a non essere nessuno 
in tanti a difenderci le case 
a farci la storia con le nostre mani 
il proletariato sarà sempre per la rivoluzione 
lo è stato Fabrizio Ceruso a 19 anni 
se credevate di ammazzarlo avete sbagliato 

Fabrizio è l’uomo nuovo che non muore mai 
Fabrizio vive…

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forza nuova lancia una marcia su Roma per il 28 ottobre . La sinistra: “Minniti la vieti” ·

La “Marcia dei patrioti” contro lo “Ius soli e per fermare le violenze e gli stupri degli immigrati”. Il corteo sarà organizzato nel giorno dell’anniversario dell’incursione dei fascisti che nel 1922 aprì le porta al Ventennio. I partiti di sinistra: “Viola la Costituzione, la legge Scelba e la legge Mancino”

Si chiama Marcia dei patrioti. Forza Nuova ha organizzato un corteo a Roma “contro un governo illegittimo, per dire definitivamente no allo Ius Soli e per fermare violenze e stupri da parte degli immigrati che hanno preso d’assalto la nostra Patria“. L’iniziativa del partito di estrema destra ha una data simbolica: il 28 ottobre, lo stesso giorno che nel 1922 vedeva sfilare per le strade della Capitale 25mila camicie nere del Partito nazionale fascista. La manifestazione cade nell’anno del 95esimo anniversario dell’evento che ha poi aperto le porte al Ventennio mussoliniano.

“Bandiere, striscioni, auto, pullman, benzina”, l’appello ai “patrioti” arriva dal profilo Facebook dell’organizzazione di ispirazione fascista. L’invito ha collezionato già moltissimi like. Si rivolge al “compatriota” e chiede un “sostegno concreto“. “Non si può mancare stavolta” si legge tra i commenti, “marciare per non marcire!” scrive un utente. “Il Molise ci sarà”, “Milano presente”, “e andiamo!”. Al momento non è chiaro se il partito guidato da Roberto Fiore abbia avuto il via libera per la sua “marcia”.

Insorgono le forze di sinistra. “No al fascismo in qualunque forma si esprima. Il governo vieti la marcia su Roma” twitta il capogruppo dei deputati di Sinistra Italiana Giulio Marcon. Tra i primi a reagire il segretario di Possibile, Pippo Civati, e il parlamentare dello stesso partito, Andrea Maestri: la manifestazione “non può svolgersi” a meno che non si accetti la violazione della “Costituzione, della legge Scelba” che regola l’apologia di fascismo e “della legge Mancino” che condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista. Civati e Maestri chiedono “al ministro dell’Interno Minniti, anche attraverso prefettura e questura di Roma, di vietare la marcia e di avviare la procedura di scioglimento di Forza Nuova”.

Fa riferimento “all’ennesima provocazione da parte dei fascisti di Forza Nuova nei confronti della Capitale e della Storia di questo paese” il deputato romano del Pd Marco Miccoli. Che non tralascia di ricordare gli ultimi fatti di cronaca che hanno visto i partiti di estrema destra al centro di diverse “azioni squadriste“, dalla “ronde contro gli immigrati” alle “minacce a parroci di periferia“. Per non dimenticare i recupero dei manifesti fascisti. Non ultimo il caso del “Tiburtino III: episodi inventati ad arte per scatenare la rabbia dei cittadini contro gli immigrati”. La marcia di Forza Nuova del 28 ottobre, secondo Miccoli è “un’offesa alla città della Fosse Ardeatine, delle deportazioni nei campi di sterminio e delle nobili pagine della Resistenza che ci ha donato la Libertà. Per tutto questo chiederemo al Ministro degli Interni di vietare il corteo”.

Solo qualche giorno fa, sul profilo di Fiore compariva un’altra iniziativa, “Passeggiate per la sicurezza, contro la criminalità extracomunitaria”. Nel post il partito dà mandato a tutte le proprie sezioni di organizzare ronde in tutte le città italiane nel fine settimana dall’8 al 10 settembre. Le adunate sono rivolte soprattutto a “tifosi delle squadre di calcio“, “pugili noti per coraggio e disciplina”. All’appello sono invitati anche i ” i tassisti, apprezzati per la loro conoscenza del territorio e l’impegno civico”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/06/forza-nuova-lancia-una-marcia-su-roma-per-il-28-ottobre-95-anni-dopo-mussolini-la-sinistra-minniti-la-vieti/3840070/

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Corea, Venezuela e la confusione nella sinistra

Un paio di mesi fa avevo pubblicato sul sito un articolo dal titolo inequivocabile: 1950-2017: Perché la Corea del Nord ha tutti i diritti di odiare gli USA, preoccupandomi soprattutto di arginare una prevedibile campagna di demonizzazione di un nuovo “Stato canaglia”. Questo compito non è cessato, i grandi quotidiani martellano con titoli tipo “La sfida di Kim al mondo” o “La bomba di Kim spaventa il mondo” e intervistano “esperti” per discutere seriamente se il leader coreano “è un pazzo con cui non si può negoziare”. Va detto che a volte estendono l’analisi al presidente degli Stati Uniti. Questo tipo di argomentazione ha fatto breccia, ma al massimo si discute se Trump sciupa occasioni per una soluzione diplomatica, mentre nessun commentatore si domanda che diritto hanno gli Stati Uniti (con Trump oggi, con Obama ieri) a decidere le sorti di tanti paesi.

Invece c’è sempre chi, nelle trasmissioni radiofoniche come “Prima pagina” di Radio3, dimostra di aver abboccato all’amo e fa la rituale domanda: “Ma dove sono i pacifisti? Se l’esperimento fosse stato fatto dagli Stati Uniti, avrebbero fatto un putiferio”.

Beata ingenuità! Peccato che gli USA non solo hanno fatto migliaia di esperimenti sotterranei e nell’atmosfera (sospesi poi un po’ per le proteste interne, un po’ perché ormai c’era rimasto poco da sperimentare), ma hanno lanciato le uniche due atomiche utilizzate finora nel mondo, colpendo quasi esclusivamente civili di un paese ormai sconfitto e disposto a trattare la resa.

Ma dimentichiamo per il momento gli effetti di una propaganda insidiosa. Non c’è dubbio che quel poco che resta del movimento contro la guerra è sempre più disorientato, ed è incerto se sia il caso di difendere la Corea del Nord da un eventuale attacco degli Stati Uniti, dati i toni roboanti della propaganda di Kim Jong-un. Cercando sul sito articoli che riguardavano la posizione del Che sulle armi nucleari , avevo trovato utile questo mio: Guevara, l’ONU e il nucleare iraniano riferito a un altro presunto “Stato canaglia”, l’Iran, che era stato a sua volta oggetto per anni di una denigrazione e una falsificazione quasi unanime. Tra l’altro era stato difficile spiegare perché andava difeso dalle pretese imperialiste, quando perfino una storica dirigente del PRC come Lidia Menapace lo definiva “fascista”.

Difficile far capire che bisogna opporsi a un attacco imperialista contro un paese anche se il suo gruppo dirigente non ci piace. Viceversa c’è anche il rischio che, per una specie di riflesso condizionato, della vittima designata si difenda anche l’indifendibile. Ad esempio cercando su Internet una citazione di Guevara sulla Corea che ricordavo e volevo controllare senza andare a cercarla nelle opere complete, ho scoperto che c’è un gruppo che ripropone oggi un suo discorso del 1961 sulla Corea, ingenuamente apologetico come altri di quei primi anni di apprendistato, fatto dopo il primo viaggio del Che nei paesi che credeva ancora socialisti, accompagnato da tanto di ringraziamenti e riferimenti elogiativi della redazione a Suslov, Smirnov e…Maduro! (http://cheguevara.forumfree.it/?t=68714339 ).

E così ho scoperto che c’è perfino chi partecipa a “gruppi di studio” sullo “Juché”, cioè sul pensiero di Kim il Sung e del suo singolare nipote ed erede, sempre abbinato al povero Che Guevara… http://www.jucheitalia.it/Dirigenti/KimIlSung/KimIlSung_CheGuevara/KimIlSung_CheGuevara.html

Forse questo spiega in parte perché ci sono sempre meno persone disposte a mobilitarsi contro un nuovo pericolo di guerra: non è entusiasmante dover accettare Kim Jong-un per rifiutare Trump (o anche Obama).

Credo che in parte ciò si debba alla confusione che regna nella sinistra quando (raramente e tardivamente) affronta tematiche internazionali. Invece di dire seccamente: “il paese aggressore non è la Corea del Nord” (che tra l’altro al massimo ha una decina di testate nucleari) “ma sono gli Stati Uniti” (che ne hanno 7 o 8.000, dislocate nelle basi militari intorno alla Corea come in ogni parte del mondo, sempre in terre lontanissime dal loro territorio) si discute se Kim è pazzo o no, o magari lo si santifica e trasforma in una guida. Sono questioni diverse, l’imperialismo va combattuto comunque, senza accettarne i pretesti, e senza concludere che chi per qualche ragione è diventato il suo bersaglio non possa più essere criticato. Criticato ovviamente da un altro punta di vista, del tutto opposto a quello dell’imperialismo: ad esempio per le privazioni che impone alla popolazione per le sue spese militari, al tempo stesso esagerate e insufficienti allo scopo che si prefigge. [Su questo, si veda anche https://anticapitalista.org/2017/09/06/usa-corea-del-nord-chi-minaccia-chi/, molto ben documentato].

È assurdo che, se nel mirino dell’imperialismo (insieme ad altri paesi, scelti volta a volta per le più varie ragioni, tra cui sempre la loro probabile maggiore vulnerabilità) è finito anche il governo del Venezuela, questo non possa più essere criticato. I nostalgici del “socialismo reale” possono considerare secondario il fatto che, come accadeva in quei paesi, chi detiene il potere politico nomini gli organi che dovrebbero controllarlo, e soprattutto attestare la regolarità del processo elettorale, ma non possono ignorare lo sfacelo economico del paese, senza paragone con la situazione di altri paesi, della stessa area e con stessa struttura sociale, con analogo governo.

L’argomento: “Maduro non è Allende, ma i nemici dei due sono gli stessi”, non regge. Prima perché sarebbe necessario tener conto dei gravi errori fatti anche dal pur generoso Allende soprattutto nel suo ultimo anno di governo (vedi qui), sia perché questa logica porterebbe a giustificare un gran numero di altri sfortunati paesi finiti in quel mirino. L’imperialismo prospera perché conquista consensi presentando la sua arroganza come una difesa da regimi detestati. Ne minaccia molti, ma quando ne colpisce uno lo sceglie per la sua debolezza, non per la pericolosità. O era davvero pericolosa la Repubblica Democratica Tedesca, con la sua enorme ma inutile Stasi? [Vedi Il muro e la Stasi]

Per questo difendiamo il Venezuela da qualunque attacco la minacci realmente, ma senza avallare una politica economica insensata che spinge ogni giorno decine di migliaia di venezuelani a cercare di emigrare, e senza giustificare la propaganda menzognera del clan Maduro-Cabello-Padrino, che dopo aver presentato a lungo come nazifascista un’opposizione variegata che rappresentava una vasta gamma di posizioni politiche e aveva comunque ottenuto una netta maggioranza nelle ultime elezioni svoltesi regolarmente nel 2015, ora ne lusinga una parte offrendole di partecipare alle elezioni regionali che dovevano essere tenute nel 2016, e che se e quando si faranno, saranno condizionate dal monopolio assoluto degli organi di controllo da parte della sedicente Assemblea costituente “monolitica”, che ha già deciso chi ammettere e chi escludere! Altro che prova di democrazia, è solo la prova della loro capacità di mentire, e della sicurezza di poter manipolare il voto, una volta concentrati tutti i poteri nelle loro mani violando la costituzione di Chávez. (a.m.)

http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2843:corea-venezuela-e-la-confusione-nella-sinistra&catid=20:ipocrisie-e-dimenticanze&Itemid=31

L’estate dei manganelli

Da Roma a Bologna sgomberi e violenze in nome del profitto

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

Il ministro di polizia Minniti ha dichiarato qualche settimana fa di nutrire “timori per la tenuta democratica del paese”. E, da buon ministro repubblicano, deve aver pensato che se la democrazia (bene prezioso!) è in pericolo, la cosa migliore da farsi sia prenderla a legnate, per poi magari restituirla alla prima occasione dietro presentazione di regolare ricevuta.

Ecco quindi spiegata questa estate in cui le ondate di calore si sono alternate agli sgomberi e alle cariche poliziesche, in particolare a Bologna e a Roma, come si riferisce nell’articolo a fronte. Nel mirino come sempre gli immigrati, richiedenti asilo, profughi o “economici” che siano, le occupazioni abitative e i centri sociali, senza scordare le manganellate dei carabinieri contro gli operai della Comital di Volpiano (Torino) in lotta contro lo smantellamento dell’azienda e i conseguenti 138 licenziamenti.

Il pugno duro di Minniti si è esteso anche alle acque del Mediterraneo, dove un accordo infame ha subappaltato alle bande che governano la Libia il compito di fermare, dietro adeguato compenso, i migranti che arrivano da sud. Invece di annegare nel Mediterraneo sotto gli occhi delle telecamere e delle associazioni impegnate nella solidarietà potranno morire nel deserto o nei campi di raccolta in Libia senza che sui telegiornali arrivino immagini disturbanti. Esultanza di Renzi e del Pd per il “calo del 18 per cento degli sbarchi.”

Non a caso Minniti viene riconosciuto come un buon ministro dal popolo della destra, tanto che Alessandra Mussolini su Radio 24 ha detto che “sta facendo cose che avremmo dovuto fare noi e non abbiamo fatto”.

La corsa a destra non riguarda solo il Pd. Il sempre più candidato premier grillino Luigi Di Maio, dopo avere difeso la sindaca Raggi che “deve occuparsi prima dei romani” (i romani già tremano al pensiero…) ha invocato la legalità e l’ordine, ha ribadito che gli immobili occupati vanno sgomberati ed elogiato le forze dell’ordine, definendo “una frase infelice” la direttiva di un funzionario di “spezzare le braccia”. Il povero Salvini e i quattro fascisti che si tira dietro si sbracciano per cercare di fare più rumore possibile e distinguersi (non è facile!) in tanto letamaio razzista e forcaiolo. Ci provano con dichiarazioni truculente sui negri che stuprano e sui terroristi che invadono il Belpaese, inscenando provocazioni attorno ai centri che accolgono i profughi e con le solite azioni vigliacche come l’aggressione contro un compagno dell’Arci di Ombriano (Crema), alla quale bene hanno risposto in pieno agosto 300 antifascisti scesi in piazza a chiarire che contro i fascisti la guardia va tenuta sempre alta.

Il governo e i media vorrebbero trasmettere l’idea che in fin dei conti si tratta di tensioni circoscritte, che riguardano settori socialmente e politicamente marginali della popolazione. Non è forse il Pd il partito del buonsenso e del giusto mezzo, come ha dichiarato Matteo Renzi?

Si vuole chiudere nel silenzio, nella paura, nell’individualismo, nell’affidamento passivo al “benevolo” potere statale milioni e milioni di persone che sono spinte sempre più in basso dalla crisi economica e sociale. Proprio perché c’è un soffio di ripresa economica, i padroni vogliono la gente a testa bassa e a lavorare (chi ha un lavoro) senza osare alzare la testa e rivendicare i propri diritti sul posto di lavoro e fuori. Non a caso si contano già 591 morti sul lavoro in sette mesi.

È lo stesso silenzio che vuole il governo, che prepara l’ultima finanziaria prima delle elezioni, una legge che, è facile prevederlo, conterrà i soliti regali alle aziende spacciati per “misure per l’occupazione”, la prosecuzione dell’austerità e qualche promessa mirabolante per i pensionati e i redditi più bassi, nel classico stile da venditori di fumo a cui Renzi ci ha abituato in questi anni.

La sostanza è già stata detta da un anonimo banchiere nel seminario padronale di Cernobbio: “…qualsiasi governo esprimerà un ministro dell’Economia che farà le cose in sintonia con l’Europa, come è sempre stato da quando c’è l’euro”. In sintonia con l’Europa significa: 64 miliardi di interessi annui da pagare alle banche e almeno una 15ina di miliardi da trovare tra tagli e tasse per scongiurare l’aumento dell’Iva nel 2018.

Ma non basteranno né le menzogne, né i manganelli per far regnare la pace sociale. La crisi ha accorciato troppo la coperta, milioni di persone hanno ormai capito che il loro futuro è già stato distrutto. È verso di loro che dobbiamo rivolgerci, per fare di questo autunno una stagione di lotta e della prossima campagna elettorale il momento dello smascheramento per un sistema politico in cui i tre schieramenti (Pd, destra e 5 Stelle) si scannano fra loro per poi correre tutti a orecchie basse quando la borghesia li richiama con un fischio.

4 settembre 2017

http://www.rivoluzione.red/lestate-dei-manganelli/

The High Castle

di Alessandra Daniele

Ce lo siamo chiesti tutti: se ci fossimo trovati nell’Italia fascista, nella Germania nazista, e avessimo scoperto che il nostro paese si stava rendendo responsabile d’uno sterminio di massa, che cosa avremmo fatto?
La domanda non è più ipotetica.
L’Italia è direttamente responsabile dei campi di concentramento libici nei quali finiscono massacrati i migranti a cui viene impedito di raggiungere le nostre coste.
Campi di concentramento non è una definizione generica, è documentata: fame, sete, torture, stupri, le condizioni di prigionia sono concepite apposta per falciare i più deboli, e trasformare i superstiti in schiavi. Il governo italiano paga le milizie libiche per questo compito, che definisce “fermare gli sbarchi”.
Questa è la Soluzione Finale che il nostro governo ha scelto per la cosiddetta emergenza immigrazione, cioè qualche migliaio di disperati che approdavano in un paese di 60 milioni di abitanti, e che l’establishment ha efficacemente adoperato come capro espiatorio verso cui deflettere la rabbia popolare, esattamente come fecero i nazifascisti cogli ebrei.
Il discrimine è essenzialmente razziale. Non tutti i prigionieri in Libia sono musulmani, anzi molti, come per esempio gli eritrei, sono cristiani. Qualcuno dovrebbe avvertire Papa Francesco che l’Italia partecipa attivamente alla persecuzione dei cristiani.
Col governo Gentiloni.

La domanda non è più accademica.
Qual è la nostra risposta?
Che cosa stiamo facendo?
Come risponderemo ai sopravvissuti che ce lo chiederanno?
Cosa abbiamo fatto mentre il nostro governo s’offriva come volenteroso carnefice della Fortezza Europa?
Non possiamo sperare di cavarcela con la balla del “Non sapevamo”, non nell’era del web, degli smartphone, e dei canali All News.
Forse speriamo che nessuno ce lo chieda mai.
Che non ci siano sopravvissuti.
Che le guerre, le carestie, le pandemie, gli sconvolgimenti climatici che abbiamo causato nel Terzo Mondo ci diano una mano a svuotarlo.
Che stavolta i nazifascisti vincano la guerra, e riscrivano la Storia.
Ma il deserto continuerà ad avanzare.
La guerra continuerà ad allargarsi.
La Fortezza Europa solleverà definitivamente il ponte levatoio, e ci lascerà fuori.

https://www.carmillaonline.com/2017/09/03/the-high-castle/

Fascismo manifesto

di Armando Lancellotti

Era il 1944 quando il Nucleo di Propaganda del Minculpop, che gestiva la progettazione e la produzione di volantini e manifesti, ne realizzò uno a colori – di 34.5 x 24.5 cm, con lo slogan Difendila! Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia – che in questi giorni è assurto agli onori delle cronache perché pedissequamente riproposto da Forza Nuova, che in tal modo ha facilmente centrato almeno un paio di obiettivi: far parlare di sé e corroborare il già forte stereotipo che identifica stranieri-migranti e stupratori.

Di certo vi è una buona dose di citazionismo nostalgico decisamente rétro nella scelta di riesumare un manifesto dalla grafica e dall’estetica superate; nostalgismo indirizzato a quei “camerati” che nei propri incontrollabili vagheggiamenti onirici desidererebbero forse più di ogni altra cosa un ritorno ad un ormai lontano passato in cui si poteva – o meglio, si doveva – discriminare, arrestare e consegnare gli ebrei; internare e deportare i “barbari slavi” nei Balcani; approfittare delle “faccette nere”, trasformate in “sciarmutte” e “madame”, nelle colonie africane dai soldati italiani.

Ma se citazioni repubblichine e nostalgie “in camicia nera” si rivolgono ad un destinatario tutto sommato politicamente e quantitativamente ridotto, il “contenuto” del messaggio del manifesto del ’44 riproposto dai fascisti di oggi è in grado di raggiungere, invece, una platea ben più allargata e pericolosamente in continua, rapida ed esponenziale crescita: un destinatario che del Minculpop del Ministro Ferdinando Mezzasoma e del capo di gabinetto Giorgio Almirante potrebbe anche sapere poco o nulla, così come della storia della Rsi, ma che sempre più si sta convincendo che sia in atto una “invasione” del paese e che ci si debba mobilitare e difendere dal pericolo di una qualche “conquista allogena”, o dalla “sottomissione” agli “stranieri”, se non addirittura da una fantomatica ed apocalittica “sostituzione etnica”.

Non c’è da stupirsi, allora, che i militanti di Forza Nuova e del neofascismo italiano in generale abbiano come riferimenti ideologici il nazionalismo, lo sciovinismo, il razzismo, il maschilismo machista e paternalista (difendere madri, mogli, sorelle e figlie è lavoro da uomo risoluto e forte, avvezzo all’uso del manganello, insomma da fascista) che traboccano da un manifesto di propaganda di settant’anni fa e che costituiscono l’armamentario ideale di ogni fascismo, passato e presente; c’è da preoccuparsi piuttosto che quelle idee bislacche, quelle sbracate deduzioni ed infami associazioni ormai circolino diffusamente, al punto da costituire quasi un automatismo mentale irriflesso.

I curatori del catalogo della mostra La menzogna della razza (Grafis edizioni, Bologna, 1994) scrivevano: «chi ha progettato il manifesto riteneva che la raffigurazione dello stupro avrebbe guadagnato in atrocità proprio sottolineando la diversità etnica di chi lo perpetra. Così il soldato nero ha sguardo lubrico, bocca e labbra ingigantite, mani ad artiglio, è tutto proteso nella brama di possesso simboleggiata dalla vampa di fuoco che sembra emanare dal suo corpo, materializzazione dello smodato desiderio erotico che il pregiudizio razzista ha spesso attribuito alle genti di colore. La donna bianca viene rappresentata come il suo opposto speculare: il volto atteggiato a severo sdegno ma composto nella sua dignità ferita, la veste candida della purezza, il corpo disperatamente teso nel virtuoso sforzo della repulsione» (p. 202).

Certo, allora, nel 1944, il pericolo era individuato nel soldato americano di colore ed “invasore”, ma basterebbe sostituire la camicia verde militare e il cappello tipo ranger con una moderna felpa con cappuccio ed ogni eventuale residuo ostacolo all’innesco dell’associazione straniero-nero-migrante = stupratore di donna-bianca-italiana verrebbe agevolmente superato.

E a proposito di automatismi irriflessi o parole senza pensiero, non è stata forse la Presidente del Friuli Venezia Giulia ed esponente di primo piano del Partito Democratico Debora Serracchiani a sostenere a maggio scorso che «la violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro paese» (il manifesto, 14 maggio 2107) ? E come se non fosse bastato, per parare le critiche che le sono piovute addosso, la stessa Serracchiani ha maldestramente affermato di avere detto semplicemente «cose di buon senso».

Di certo non si tratta di “buon senso”, di quel bon sens che Cartesio definiva come la facoltà di ben giudicare e di distinguere il vero dal falso e che – un po’ troppo ottimisticamente – riteneva essere la cosa nel mondo meglio ripartita; ma forse si tratta di senso comune, di un tanto generalizzato e pervasivo quanto acritico e stereotipato modo di giudicare senza pensare. Un senso comune italiano di inizio XXI secolo di cui rigurgiti razzisti, velleità nazionalistiche e sovraniste, rivendicazioni identitarie pseudoculturali-religiose, innescate da crisi economica, pauperizzazione crescente, disorientamento sociale e politico, costituiscono una parte essenziale.

Allora forse non ci si dovrà stupire se tra qualche settimana o qualche mese Forza Nuova et similia ripescheranno dagli archivi della memoria repubblichina altre immagini o manifesti, come quest’altro, che si presterebbe precisamente a fare da supporto al teorema della sottomissione culturale-religiosa, dopo un’opportuna e semplice operazione di maquillage, per la quale ci si potrebbe rivolgere agli stessi che un anno fa hanno preparato per il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, il manifesto propagandistico per il Fertility Day.
Nel manifesto di 100 x 70 cm disegnato da Gino Boccasile – Un soldato U.S.A. nero depreda una chiesa – «il soldato afro-americano, i cui tratti vengono contorti dal disegnatore in un grottesco ghigno satanico ed insieme subumano, diventa qui saccheggiatore di chiese, sacrilego nemico della religione nel nome del guadagno. È accovacciato in un angolo del manifesto, che così viene tragicamente dominato dalla figura di questo Cristo biondo e arianizzato, più corpo rattrappito che statua di culto, quasi ad incarnare una “razza bianca” pura ed innocente abbattuta dagli “inferiori”» (La menzogna della razza, cit, p. 202).
Si pensi di svestire l’uomo di colore di uniforme ed elmetto statunitensi e di fargli indossare abiti che lo connotino immediatamente come musulmano e il manifesto è pronto per il riutilizzo, magari in occasione di una delle sempre più frequenti mobilitazioni di cittadini contro il trasferimento e l’insediamento di migranti.

https://www.carmillaonline.com/2017/09/06/40484/

Rojava, il fiore del deserto. Intervista a Davide Grasso, combattente YPG in Siria

di Fabrizio Lorusso

Davide Grasso, militante e blogger trentasettenne, è un combattente italiano che nel 2016 s’è unito alle file delle Unità di Protezione del Popolo (YPG) nel nord della Siria per lottare contro lo Stato Islamico (ISIS) e difendere la rivoluzione del confederalismo democratico che i curdi stanno portando avanti nei tre cantoni (Kobane, Jazira e Afrin) che controllano al confine con la Turchia. Abdullah Öcalan, leader turco del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) in carcere dal 1999, formulò nel 2005 questo modello politico che si basa su autonomia, rispetto interculturale, laicismo e diritto all’autodifesa delle comunità e che, spiega nel suo libro “Confederalismo Democratico” (link), è “aperto verso altri gruppi e fazioni politiche” oltre che “flessibile, multiculturale, antimonopolistico e basato sul consenso”. “Durante la sua lunga incarcerazione sull’isola di İmralı, Öcalan ha approfondito lo studio del pensiero libertario, ecologista e municipalista, confrontandosi in particolare con le teorie dell’anarchico americano Murray Bookchin (1921 – 2006). Ne è derivata una “svolta” teorica del movimento, che oggi non aspira più a costruire uno stato-nazione curdo ma ad allargare zone di autonomia e autogoverno. Il nome dato a quest’impostazione è “confederalismo democratico”. I primi, importanti esperimenti in questo senso non stanno avendo luogo nel Kurdistan “turco” ma nel Kurdistan “siriano”, nel Rojava (che in curdo significa semplicemente Ovest)” (fonte: storify.com Wu Ming Foundation). Dopo la liberazione di Kobane dall’ISIS nel 2015, nel contesto della devastante guerra siriana, l’esperimento rivoluzionario curdo nel nord della Siria è un “fiore del deserto” che ha creato un immaginario potente e ha spinto tanti stranieri a sostenerlo anche con le armi. Di ritorno alla sua natale Torino Davide Grasso traccia un bilancio della sua esperienza personale e della situazione politico-sociale nello scacchiere siriano (Syria Live Map link) [F. L.].

F.L. – Qual è la tua storia? Cosa facevi prima di partire per la Siria?

D.G. – Non ho mai avuto un unico lavoro, sono stato prima studente e poi dottorando. Ho lavorato con cooperative di pubblicità e sociali, e anche con collaborazioni part-time con l’università. Prima di partire ero operatore sociale a Torino con i senzatetto e i disabili e da quando son tornato in questi ultimi mesi mi sono occupato fondamentalmente di fare informazione su quello che accade in Medioriente.

– E come militante?

– Sono sempre stato interessato alle questioni sociali e politiche. Per quanto riguarda l’Italia ho partecipato ai movimenti studenteschi come l’Onda Anomala, al movimento No-Tav e per il Medioriente mi son speso all’università spesso in attività per l’approfondimento della questione palestinese, seminari contro la guerra in Iraq e in Afghanistan, quindi ho sempre agito in questo senso.

– Com’è nata l’esperienza in Siria?

– In realtà è nata già nel 2014 quando ho saputo dei fatti di Sinjar [4 agosto 2014, ISIS fa strage o schiavizza migliaia di yezidi, comunità religiosa curdofona in Iraq, link p. 3-4] di cui oggi è l’esatto anniversario, il terzo. Mentre l’informazione ufficiale dava una certa versione, ho scoperto grazie a un sito di cui anch’io ero redattore, Infoaut, e poi anche a Wu Ming, che c’era una versione diversa dei fatti, cioè chi stava cercando di resistere a questi massacri che compiva l’ISIS nel 2014 in Iraq non era la fazione curda dei peshmerga [militari curdi-iracheni filo USA] sostenuta dal governo italiano. Era invece la fazione di sinistra che il governo considerava terrorista. Quindi da lì in poi ho cominciato a seguire molto più da vicino quel che accadeva in Iraq e Siria, ma in generale, come tutti da quando è emerso il fenomeno dell’ISIS, ho ripreso un interesse che anni prima avevo lasciato un po’ cadere sul Medioriente. Poi tutto è andato in crescendo. Ci son stati i massacri compiuti dal governo turco a Cizre [ai danni dei curdi], di cui ho saputo nel settembre del 2015, e quindi, siccome scadeva il mio contratto di lavoro proprio in quei giorni, ho usato la liquidazione per andare in Turchia e visitare Cizre. Lì ho conosciuto diversi ragazzi che combattevano, alcuni dei quali sono morti poco dopo. Quindi quando son rivenuto in Italia, già ero molto incline a tornare, però, visto che quando son tornato ci son stati gli attentati del Bataclan [13 novembre 2015], quelli sono stati decisivi. Mi son reso conto che a quel punto questa organizzazione [ISIS, DAESH o Stato Islamico] stava letteralmente venendo a cercare strada per strada quelli come me, come noi, cioè un certo tipo di giovani europei, con un certo stile di vita, e quindi ho pensato che fosse necessario tornare lì per fare informazione diversa e per combattere, se ne avessi trovato il coraggio, tra le altre cose.

– Come sei arrivato proprio dai curdi della Siria?

– Sono andato in Iraq. Ho organizzato un reportage per cui c’è stato un autofinanziamento con dei concerti in Italia nell’autunno 2015. Nel febbraio 2016 son partito, son stato prima in Palestina, poi in Iraq, passando per la Giordania. In tutti questi paesi ho raccontato quello che ho visto, ho fatto delle interviste e poi l’obiettivo finale era proprio andare nella Siria del nord. Lì però già i peshmerga iracheni non permettevano ai giornalisti, come accade tuttora, di entrare in Siria, ed è una cosa gravissima. Una lesione gravissima del diritto internazionale d’informazione. Quindi son dovuto entrare con un espediente e, una volta arrivato all’interno, ho preso contatto con la società civile, le istituzioni e i media center del Rojava. Così è nato il contatto, non ne avevo prima di arrivare lì.

– Quando sei entrato in Siria e quanto sei rimasto?

– In Siria sono rimasto sette mesi. Da inizio marzo a inizio ottobre 2016.

– Avevi intenzione di combattere sin dall’inizio?

– Ne avevo l’intenzione, ma non ero certo che avrei trovato il coraggio di farlo. Credevo fosse giusto che qualcuno che non si era trovato per caso al Bataclan o negli altri locali colpiti a Parigi, che sono luoghi e quartieri che comunque io conosco, come molti di noi, cioè qualcuno che non s’era trovato lì disarmato, per terra, a venire trucidato da questi individui, sarebbe dovuto andare lì in prima persona e prendere le armi contro questi individui. Soprattutto per non delegare ai nostri governi di farlo e specialmente a quello francese, in questo caso, perché chiunque abbia un po’ di consapevolezza del mondo di oggi sa che i nostri governi sono i primi responsabili di questa situazione e non possono che peggiorarla con le loro politiche e i loro interessi. Quindi avevo già l’intenzione, solo che fino all’ultimo momento sono stato in bilico perché entrare nella guerra civile siriana come combattente, senza un’esperienza militare, cioè essendo sempre stato un civile, è un atto da cui è facilissimo non tornare indietro per cui diciamo che la decisione definitiva è stata maturata quando ero già in Siria.

– Com’è stato quindi questo passo? Con che persone ti sei relazionato?

– Ho conosciuto persone di vario tipo. Abitanti del Rojava, sia curdi che arabi, che vivono le condizioni della guerra e della rivoluzione, ognuno a modo loro. Ho conosciuto dei militanti politici curdi e degli attivisti internazionali, soprattutto europei, che erano lì per conoscere queste rivoluzione o per sostenerla. Questi sono stati determinanti perché mi hanno sicuramente spronato perché vedere l’esempio altrui è sempre importante e poi ho anche conosciuto combattenti internazionali delle YPG (Unità di Protezione del Popolo curde) che erano giovanissimi e non erano assolutamente politicizzati, anzi conducevano una vita completamente apolitica nei loro paesi ed erano andati lì a rischiare la vita perché indignati da quel che accadeva in un Paese lontano dal loro. Quindi di fronte a tutto questo diventa difficile non prendere le armi a tua volta.

– Come ti sei unito alle Unità di Protezione del Popolo curde (YPG)?

– C’è stato un addestramento, una formazione di diverse settimane durante le quali ho ricevuto molte lezioni di lingua curda, di ideologia confederale, cioè della forma di socialismo portata avanti dalle YPG, e anche di storia del Medioriente e del Kurdistan. E poi la formazione tecnica per l’uso delle armi, degli abbozzi di tattica. Bisogna anche tenere conto che la guerra civile in Siria è un evento talmente tragico e caotico per cui comunque queste milizie non hanno la possibilità di sobbarcarsi un genere di formazione come quella degli eserciti regolari.

– Che armi avevate in dotazione?

– I dettagli non si possono dire per ragioni militari, però si può dire che il problema delle milizie curde e delle forze siriane democratiche è che hanno prevalentemente, al 99%, armi leggere e questo non è un mistero. DI fatto la stragrande maggioranza dei combattenti ha a disposizione un kalashnikov e per fortuna non m’è sembrato ci fosse grossa penuria di munizioni perché mi pare che almeno su quello la coalizione, gli Stati Uniti, han dato de contributi e anche la Russia ha dato qualcosa. Sono per le munizioni, ma per le armi si tratta di armi leggere, vecchi, sicuramente superate in un contesto generale. Poi in realtà in Siria non lo sono perché la maggior parte degli scontri a fuoco in una battaglia siriana, a meno che non sia coinvolto l’esercito regolare, è sempre con armi automatiche di quelle di fabbricazione sovietica, quindi mitragliatrici tipo Pkm e Pks, la Dushka o Dshk o il Kalashnikov. Sono queste le armi più usate.

– Hai parlato di “Rivoluzione”. Cosa sta succedendo nel Nord della Siria?

–  Nella Siria settentrionale e in generale in tutto il Paese dal 2011 è in atto una rivoluzione. La rivoluzione siriana s’è sviluppata in due grandi tendenze contrapposte. Una è andata molto male perché ha preso un’evoluzione islamista e una invece è andata molto bene perché ha preso un indirizzo socialista illuministico e femminista. Quest’ultima è la rivoluzione confederale che ha attecchito inizialmente nei territori curdi ma ormai in tutto il Nord della Siria in zone prevalentemente arabe o cristiane. Invece la parte islamista s’è poi spaccata in vari tronconi: l’ISIS lungo l’Eufrate e i gruppi islamisti diversi dall’ISIS ormai nella provincia di Idlib in questo momento. E quindi la rivoluzione siriana s’è evoluta in due diverse rivoluzioni che si combattono tra di loro ed entrambe combattono anche contro il regime di Bashar al-Assad.

– Che missioni e attività hai avuto?

– All’inizio ero sul fronte di Ain Issa che all’epoca era il fronte di Raqqa, mentre oggi questo fronte, per fortuna, è dentro la stessa Raqqa perché è sceso fin dentro la città, però un anno fa si trovava 63 km a nord di Raqqa. E lì c’era la città di Ain Issa dove stava la mia unità e il nostro compito era quello di proteggere il cantone di Kobane dall’ISIS, mentre nello stesso momento c’era l’offensiva a nord di Aleppo da parte delle forze siriane democratiche a ovest dell’Eufrate che stava guadagnando tutte le campagne attorno a una città strategica che si chiama Mambij: era andare a liberarle per tagliare le comunicazioni tra Raqqa e la Turchia. Quella città era l’ultima comunicazione tra Raqqa e la Turchia, quindi tra Raqqa e il mondo esterno. Non ho partecipato all’inizio a quest’offensiva, piuttosto m’occupavo di difendere il cantone mentre questa offensiva andava avanti. Poi a fine giugno la mia unità è stata mandata a Mambij e quindi a luglio anche noi abbiamo combattuto in questa operazione per la liberazione della città.

– C’erano altri stranieri e italiani?

– C’erano molti stranieri quando ero io lì, ma non italiani. Ero l’unico. Si sapeva che c’erano stati altri italiani comunque, in particolare io chiedevo sempre di Karim Franceschi perché avevo letto il suo libro. Però in quel momento non ce n’erano altri. C’erano molti stranieri che venivano soprattutto da Europa, Nord America, dall’Australia e Nuova Zelanda, dai Balcani. Ho conosciuto anche un ragazzo di origine cilena e so che ci son stati anche alcuni sudamericani nelle YPG.

– Ti identifichi col termine foreign fighter?

– Attualmente in pratica ci sono espressioni sulle quali non è possibile rispondere solo “sì” o “no”. Mi definirei foreign fighter, anche se l’uso mediatico ne ha di fatto modificato il senso, però esiste un senso originario che è diverso. Nel senso mediatico del termine, non mi identifico perché i mass media hanno gettato una cattiva luce, l’hanno associato unilateralmente a chi combatte per lo Stato Islamico. Ma per quello che è il senso originario, penso sia l’espressione più bella che si possa immaginare. Quindi di sicuro nel senso stretto di quello che significa, del resto è abbastanza tautologico che io lo sia stato. E penso che tra l’altro la contraddizione nell’uso mediatico la si vede anche nel fatto che io e gli altri internazionali che abbiamo combattuto a Mambij, tagliando quell’ultima via di comunicazione con la Turchia dell’ISIS, abbiamo azzerato definitivamente l’afflusso di foreign fighters dell’ISIS in Siria che prima era molto grosso. Da quando appunto un anno fa la città è stata liberata, è diventato pari a zero. Quindi foreign fighters sì, ma dipende da che parte stanno.

– Si parla magari di “internazionalisti”?

– Beh, per forza di cose. Anche se nelle YPG colloquialmente si dice anche che siamo “internazionalisti”, è vero pure che la teoria politica che ispira le YPG in realtà più che di “internazionalismo” parla di “universalismo”. Perché? Per un ragionamento forse sofisticato ma importante secondo cui l’epoca dell’internazionalismo, quella in cui si pensava che il riferimento fossero gli stati-nazione anche per i socialisti, è finita per cui internazionalismo era la solidarietà del secolo scorso e invece le YPG preferiscono “universalismo” perché oggi siamo in una realtà davvero globale in cui di fatto tutto il mondo è una metropoli perciò, se vogliamo, ancora più internazionalismo di prima.

– Per la tua esperienza contro l’ISIS cosa puoi dire del mito della loro invincibilità sul campo?

– Sul campo devo dire, senza voler fare propaganda, sinceramente ho visto l’imbattibilità delle YPG, mentre dell’ISIS ho visto il fatto che son stati battuti quando ero là l’estate scorsa. E’ stato faticoso, ma ti spiego perché. Me l’hanno confermato anche dei combattenti americani che avevano avuto un’esperienza lunga nel loro esercito, avevano combattuto anche in Iraq e dicevano che, paragonando la lotta contro l’ISIS ad altre fasi molto cruente della guerra irachena e di questi tipi di conflitti, l’ISIS è una forza militarmente molto competente e organizzata in cui si vede davvero che ci sono delle menti a livello strategico abbastanza avanzate sugli standard contemporanei. La loro strategia è causare il maggior numero di morti nelle file nemiche col minor numero di morti nelle proprie. Quindi fanno uso fondamentalmente delle mine, delle trappole esplosive, dei cecchini e hanno anche un’ideologia religiosa che fa sì che affluiscano nelle loro file centinaia di persone che sperano di morire il prima possibile perché sono convinte che pranzeranno con Dio e avranno non so quante vergini a disposizione. L’ISIS può fare un uso abbastanza continuo di persone che si fanno saltare, camion bomba e autobombe guidate a tutta velocità contro il nemico.

Questo è un vantaggio, però questo mito che han creato i media è totalmente sbagliato come molte cose che creano i media perché è un fenomeno del tutto analizzabile coi suoi limiti e potenzialità. Ci sono sicuramente tanti dell’ISIS che si suicidano, però bisogna anche dire che per esempio sul nostro fronte di Ain Issa ci son stati anche degli attacchi che erano suicidi dal punto di vista di chi li faceva ma anche da quello militare, nel senso che quando uno manda anche 30 miliziani a fare un attacco completamente sporadico senza nessun significato nell’economia della guerra, in cui tutti e trenta vengono uccisi e muore soltanto uno delle YPG, è chiaro che queste persone erano in lista per essere mandate al martirio perché avranno anche i loro problemi di “aspiranti al martirio” che vogliono andarci… Ma bisogna anche vedere che poi questo militarmente è follia. Infatti ci sono aspetti anche, come dire, contraddittori che tutti assieme fanno venir fuori l’immagine di una forza che, come tutte, ha i suoi difetti e i suoi pregi dal punto di vista della guerra.

– Molti si chiedono come sia possibile sconfiggere l’ISIS. C’è stata una mancanza di volontà politica o militare o è davvero complicato?

– E’ difficile ma non militarmente. E’ difficile politicamente. Militarmente va notato che in sostanza il territorio che aveva conquistato tra Siria ed Iraq è quasi esaurito, quindi in tre anni, che è comunque un tempo sempre molto minore di quella che è stata l’occupazione dell’Iraq o è tuttora la guerra civile siriana, questo fenomeno a livello militare è stato represso. Però quello che è difficile è l’aspetto politico. Primo perché ci sono aspetti politici che rallentano le operazioni militari perché comunque, vuoi o non vuoi, mi risulta che in molti conflitti, anche se sempre meno col passar del tempo, c’è un riferimento minimo a delle regole di guerra, a un diritto internazionale della guerra e a delle convenzioni.

Questo l’ISIS non lo riconosce in alcun modo poiché tutte queste leggi sono frutto di una sovranità popolare, democratica o liberale che per loro è peccato, nel senso che l’unica legge che esiste è quella di Dio. Di conseguenza loro non rispettano nessuna etica di guerra e usano i civili come scudi umani. Dico, si potrebbe accusare qualsiasi forza partigiana di nascondersi nella popolazione però un conto è nascondersi nella popolazione come forza partigiana e un conto è fare della popolazione carne da macello appositamente, anche perché prevale una logica del “tanto peggio, tanto meglio” su cui punta l’ISIS. Dunque questa è la prima difficoltà politica. L’ho vista coi miei occhi, quando cercavamo di avanzare dentro una città in cui l’ISIS impediva ai civili di lasciare le proprie case. Significa che bisogna praticamente rallentare le operazioni per riuscire chirurgicamente ad accerchiare gli edifici, a proteggerli, a far uscire i civili e a mandarli via e poi dopo procedere a snidare i miliziani ovunque si trovino. Anche dal punto di vista della guerra aerea questa è una complicazione enorme perché comunque si chiede sempre l’evacuazione di civili quando si sa che si inizia una guerra con operazioni aeree e, se una realtà come ISIS non lo fa, si possono immaginare le conseguenze ma anche il rallentamento delle operazioni.

L’altra difficoltà politica è che esiste un problema di fatto che non è solo dell’Iraq o della Siria ma del mondo intero: esistono degli squilibri di ricchezza, di potere, di egemonia culturale nel mondo e ci sono problemi di povertà in molti sensi, quindi ci sono centinaia di milioni di persone, soprattutto in Africa e Asia che hanno bisogno di una logica, di un’ideologia di riscatto e a volte anche di vendetta ed espressione della rabbia. Quindi lo Stato Islamico è in realtà, purtroppo, un’insurrezione globale che riempie il vuoto della fine dei comunismi, dei socialismi, e quindi, finché non s’eliminano le contraddizioni sociali o non si riesce a creare un’alternativa politica a questo genere di insurrezioni, un’alternativa in cui ci sia una forma di sollevazione razionale e non irrazionalistica, si può anche sconfiggere militarmente ma ritornerà in forme sempre peggiori.

– Recentemente sono aumentati gli sconfinamenti dell’esercito turco anche nei cantoni curdi. Qual è il ruolo della Turchia al confine con la Siria?

– Quando mi trovavo a Kobane, nel settembre 2016, in effetti è stato uno dei momenti peggiori perché la Turchia interveniva con la scusa di costruire un lunghissimo muro tra la Siria del nord rivoluzionaria e i suoi territori, che in gran parte realmente sono territori di comunità che avrebbero anche una loro autonomia, tra cui ci sono curdi. Con questa scusa provocava ampiamente alla periferia di Kobane, proprio sul confine, con i carri armati. Ha provocato nove giorni di rivolta della popolazione di Kobane al confine che sono costati anche due morti e moltissimi feriti. Questo era già stato un primo episodio. Ora ce n’è stato un altro che per fortuna è durato solo una notte in cui i mezzi turchi di nuovo hanno sconfinato nei pressi di Kobane occupando due villaggi e sono stati ricacciati indietro dalle YPG. Però Kobane, anche per il suo valore simbolico, è in realtà la città che ha subito di meno da parte della Turchia perché ci sono altre città come per esempio Tel Abyad, che viene mitragliata a distanza di 10 minuti tutti i giorni ormai da un anno e mezzo dalla Turchia e spesso ci sono anche lanci di colpi di mortaio, così come Tel Abyad (Gire Spi per i curdi), Qamisho, Amude, Serekani (Ras al-Ayn per gli arabi), su cui più volte sono stati lanciati dei razzi quando io ero lì.

E poi soprattutto il caso più grave è quello di Afrin, che è il cantone rivoluzionario isolato perché staccato da Kobane e confina con la Turchia o con territori della Siria controllati dagli islamisti. Ed è Afrin che sta subendo l’aggressione peggiore. Ormai sono tre mesi che la Turchia sta bombardando senza sosta Afrin, quindi ci sono già centinaia di morti civili, combattenti e delle forze di sicurezza nel silenzio internazionale più totale. Ed Erdogan minaccia anche d’invadere completamente questo cantone per cui vorrebbe entrare in Siria e affrontare la sinistra curda anche in Siria oltre che in Turchia.

Solo che è difficile. A parte che ci ha già provato in Iraq recentemente e questo non s’è saputo: meno di un mese fa la Turchia ha tentato un’invasione di larga scala nelle montagne dell’Iraq dove c’è il PKK (Partito dei Lavoratori Curdi) e ha dovuto ritirarsi dopo decine di morti nelle sue fila. Il problema per loro è che gli Stati Uniti proteggono il Rojava e, in forma molto più ambigua, lo fa in qualche misura anche la Russia, che tende a non autorizzare questi interventi della Turchia. E’ questo l’unico motivo per cui ancora non c’è stato un bagno di sangue perché comunque il governo turco è estremista dal punto di vista politico e il clima nella società turca è degenerato particolarmente quindi di certo la possibilità di un’invasione decisiva è sempre presente.

– Kobane è definita come un “fiore del deserto”, perché?

–  Nella contemporaneità tutto sembra volgere al peggio. Un paese come il Messico lo sa bene per certi aspetti, così come paesi come la Siria o la Turchia, ma anche in Europa sembra che il senso comune si sposti sempre più verso posizioni retrive e in tutto il mondo prevalgano le concezioni più reazionarie, identitarie, i nazionalismi e i fanatismi settari e religiosi. Comunque il potere grazie a tutto questo rimane sempre saldo nelle mani di una minoranza ricchissima a discapito della stragrande maggioranza. Quindi ha colpito tutti il fatto che emerga una rivoluzione nel senso che il potere viene assunto concretamente in un territorio da delle forze che portano avanti una logica completamente opposta, perché la loro è cosmopolita, di uguaglianza sociale, di rispetto reciproco e tolleranza religiosa, e soprattutto di centralità e riscatto della donna in una delle regioni dove le donne patiscono di più il patriarcato. Nessuno se lo aspettava ed è una messa in discussione del dogma secondo cui in questo secolo le rivoluzioni non sono più possibili e per questo credo che si sia usata quell’espressione.

– Confederalismo democratico, autonomia, interculturalità sono parole associate alla rivoluzione curda. Cercano l’indipendenza dalla Siria?

– Allora intanto va detto che i curdi sono divisi tra una destra curda e una sinistra. La destra nazionalista vuole effettivamente uno stato curdo, lo vuole sia in Iraq che in Siria, in Iran e Turchia. La sinistra curda, con forze come le YPG, le YPJ (Unità di Protezione delle Donne) o il PKK, non vogliono uno stato curdo perché son convinti che sia necessaria una rivoluzione che vada al di là del capitalismo e intendono che questo non sia possibile attraverso “lo Stato”, che lo Stato sia qualcosa di negativo in sé ed è contradditorio chiederne uno. Dunque loro tendono a sviluppare delle forme di autonomia che sono anche sociali, con la trasformazione dei rapporti sociali e di genere, all’interno degli stati in cui si trovano per poter anzi influenzare le popolazioni non curde e trascendere la “dimensione curda” della rivoluzione. Questo è quello che sta succedendo già in Siria.

Bisogna dire che rispetto alla destra curda nazionalista, che io avverso per molte ragioni, comunque un curdo o una curda al giorno d’oggi che volessero uno stato curdo, che, ripeto, non è la posizione per cui mi sono speso io, non possono essere condannati perché il Kurdistan geograficamente esiste. Per esempio uno stato come la Siria o l’Iraq son stati creati dalle potenze coloniali senza nessun rispetto per la geografia sociale dell’ex Impero Ottomano quindi in ogni caso dico questo per quelli che pensano di poter puntare l’indice contro i curdi o altre popolazioni, come per esempio gli amazigh [berberi] in Marocco o altre nel mondo che vogliono autonomia o indipendenza: non credo si possa negare in ogni caso.

– I curdi hanno anche adottato una Costituzione nel nord della Siria che è molto avanzata e democratica. Che ne pensi? Sta funzionando?

–  Si dice colloquialmente Costituzione. In realtà si chiama Carta del Contratto Sociale proprio perché “Costituzione” prefigurerebbe la creazione di uno Stato. Però sicuramente quel testo è molto avanzato sotto tutti gli aspetti. Bisogna tener conto del processo materiale di questa rivoluzione. L’obiettivo è una forma di comunismo e di estinzione dello Stato, che chiamano confederalismo democratico perché per loro la democrazia è comunista senza Stato o non è, ed è confederale perché è basata sull’autonomia di tutte le comunità che devono federarsi in maniera volontaria tra loro e non per l’imposizione dall’alto.

Quindi puntano a questo ma son consapevoli che non si può raggiungere dall’oggi al domani per cui hanno forgiato anche il concetto di autonomia democratica, che è il modo in cui il movimento del confederalismo democratico si concilia ogni volta con lo Stato esistente. Per esempio questi cantoni e i consigli cantonali che mantengono la separazione dei poteri, e in qualche modo assomigliano a uno Stato, sono l’autonomia democratica, cioè sono una proposta per la Siria per una sistemazione istituzionale che ponga fine alla guerra e, però, non cancelli la rivoluzione.

Questo è il senso delle istituzioni create che non sono “il confederalismo democratico” ma “l’autonomia democratica” perché il confederalismo nel Nord della Siria è quello rappresentato dalle comuni, dalle comuni agricole ed economiche, da quelle cittadine, dal contropotere esercitato anche a livello armato da queste istituzioni, dalle cooperative, dal nuovo rapporto che c’è tra le donne e la società. Questa è la rivoluzione. Non può trovare uno sbocco definitivo, perciò loro, non volendo ripercorrere il modello bolscevico perché infine ha fallito, non concepiscono la “presa del potere” nel senso di “creazione di uno Stato socialista” che poi s’estingue. Sono parte invece di un movimento che ogni volta crea delle istituzioni per conciliarsi con lo Stato in cui è emerso e per poi evidentemente rimetterlo sempre in discussione e continuare questo processo.

– Parlare di autonomia in Messico rimanda agli zapatisti e l’EZLN ha mostrato simpatia per la rivoluzione dei curdi siriani.

– So che in generale lo zapatismo e il Chiapas sono visti come un punto di riferimento in Rojava e in tutto il Kurdistan perché il movimento curdo ha iniziato la sua trasformazione teorica negli anni 2000 quando ormai già da diversi anni in Messico c’era stato un lavoro di discussione ed elaborazione di una prospettiva. Oltretutto in molti casi in Messico son stati raggiunti risultati concreti. Là ho visto che quello è un punto di riferimento. Ti racconto un po’ in termini di “pettegolezzo” che per vie assolutamente non ufficiali, in modo un po’ random e colloquiali, era arrivata la voce che in realtà ci fossero stati dei tentativi di comunicare e creare un rapporto più concreto ma erano caduti nel vuoto. Qualcuno mi ha provato a spiegare che magari è perché tra Rojava e Chiapas sono tutti e due dei popoli che prima di andare a leggere la mail chissà quanto tempo passa perché c’è un ritmo di vita diverso da quello a cui siamo abituati in Europa. Si diceva un po’ per scherzare… Se questi rapporti aumentassero, penso sarebbe positivo. Quando alcuni mesi fa s’è tenuta ad Amburgo la conferenza internazionale organizzata dal Rojava è stata ospitata una tavola rotonda anche sul Messico e sui cartelli della droga perché c’è proprio un’attenzione speciale da parte del Rojava sull’America Latina, sul Centroamerica, sul Messico.

– Che aneddoti particolari puoi raccontarci del periodo come combattente?

– Sono tanti. Per esempio una grossa delusione… Avevo conosciuto una ragazza curda che mi era molto simpatica e con cui ero rimasto in contatto per un periodo. Poi quando ero andato a trovarla dalla sua famiglia per una festività musulmana che si celebra in settembre, discutendo con loro, avevo scoperto che era una sostenitrice dei nazionalisti curdi, della destra curda, e quindi s’era, diciamo, abbandonata a dei commenti assolutamente inaccettabili sugli arabi, per esempio. E soprattutto sui compagni curdi e anche sullo stesso Oalan. E lì per dire è stato uno dei casi particolarmente brutto perché io non avevo capito, lei non era stata chiara forse su questa cosa, ma più che altro perché dà bene l’idea di com’è la situazione in Rojava. Ci sono tante persone che magari stanno un po’ nell’ombra o nel silenzio ma che lavorano contro la rivoluzione, che cercano di sabotarla o di indebolirne il morale proprio perché hanno idee islamiste o nazionaliste. Quindi in realtà la rivoluzione, come sempre nella storia, è portata avanti da persone determinate e appassionate che devono fare i conti con un contesto molto difficile.

– Un’esperienza più carica di speranza?

– Ce ne sono molte anche in questo caso. Posso contrapporre un’altra persona che ho conosciuto che è un ragazzo di Raqqa, arabo. Lui ha deciso volontariamente di lasciare Raqqa. Era un operaio d’officina, avrà avuto 15 anni, e, mentre stava lavorando, è stato avvicinato da uno di questi miliziani, che in molte città della Siria spadroneggiano, il quale gli aveva detto: “Fammi vedere come preghi”. E dopo che lui aveva pregato, l’altro gli aveva detto: “Tu sei un falso, un miscredente, e non preghi nel modo giusto”. Al che il ragazzo aveva risposto: “Io sono qua nella mia città, sto lavorando, e viene qua uno che non è nemmeno di Raqqa a disturbarmi e a dirmi che non so pregare”. Quindi aveva deciso di andarsene e di migrare verso nord. Alla fine è entrato nelle YPG perché aveva visto i curdi come gente che si comportava nel modo opposto a quello che aveva vissuto lui.

E’ stato uno dei primissimi arabi che sono entrati in una forza che era inizialmente curda al 100%. Io l’ho conosciuto, qualche anno dopo che questo era accaduto, e siamo stati nella stessa Unità. E’ una persona impressionante. A parte il fatto che mi ha spiegato il suo progetto, che era quello di partecipare alla liberazione del Rojava che poi deve diventare la liberazione di tutta la Siria. E voleva andare a combattere anche in Turchia, in Iran e Iraq. “Dopo finalmente potremo andare in Palestina a liberarla e così anche il Libano”, diceva. E se ci fosse stato bisogno anche in Italia, sarebbe venuto anche qui a combattere. E’ una persona quasi analfabeta, che non ha mai visto niente se non Raqqa, Kobane e poco altro, però ha una visione genuina e una volontà. Parlo al presente anche se purtroppo non posso esser certo che sia ancora vivo perché l’ho lasciato a settembre e in Siria la speranza di vita è abbastanza breve. Ho combattuto al suo fianco e come combattente è semplicemente impressionante, indescrivibile. Certe scene a un occidentale come me non potevano altro che far pensare che potevano solo esistere in un film, una persona che combatte in questo modo. Da proletario e da persona non istruita, condannata dalla sua vita a una limitatezza di fatto delle esperienze, è un rivoluzionario ai livelli più alti della storia che si possano immaginare. Così so che nel nord della Siria ce ne sono migliaia e questo ha un valore inestimabile.

– Come si chiama?

– Si può dire il suo nome di combattimento, Zagros Raqqa, perché nessuno in Rojava usa il suo vero nome.

– Qual era il tuo?

– Era Tiresh Gabar.

– Unità di Protezione delle Donne (YPJ), che rapporti hanno con le unità delle YPG?

– La mia unità era mista quindi c’erano sia YPJ che YPG. La maggior parte delle unità sono miste. Come tutto ciò che riguarda le donne nella rivoluzione, quindi anche le comuni e i congressi delle donne, hanno sempre una loro autonomia. Hanno catene di comando, di coordinamento e di decisione autonome, così come in qualunque comune o assemblea di quartiere si riunisce sempre a parte la comune delle donne. Così la nostra unità per esempio era unica ma le donne realizzavano i loro seminari e riunioni prima di venire nelle assemblee nostre, per cui esiste una forma di autonomia delle donne che non è una forma di separatismo ma un sistema intelligente ed equilibrato. Mi sembra che riesca bene a conciliare la questione della liberazione femminile con quella della liberazione di tutti. Naturalmente accordando una priorità alla liberazione femminile, che si vede già in questa autonomia e nella loro ideologia e consiste nel riconoscere alle donne il ruolo di avanguardia politica nella rivoluzione mondiale.

– Come sono i rapporti con la popolazione civile locale?

– E’ sempre diverso a seconda di chi è la popolazione locale. Ci sono persone che supportano e altre che avversano. C’è chi avversa in maniera, diciamo, “dialogante” e altri che vogliono avversare con le armi o sostengono forze esterne. Quindi il rapporto con la popolazione è quello di qualsiasi forza che governa un territorio, però nel mezzo di una guerra civile e di una rivoluzione. Ma tra l’altro ci sono tante forze che son ben riuscite a trasformarla in una guerra settaria, razziale e linguistica e sono questi crimini che producono rancore e non so quando potranno essere sopiti. Quindi per esempio se, come YPG, si cammina per strade di Kobane o Qamishli, la popolazione ti ama in maniera enorme. Per i combattenti internazionali c’è una forma di venerazione da parte dei civili. Mentre invece in una città come Tel Abyad io ero passato al mercato in uniforme, perché dovevamo accompagnare un compagno dal medico, e la sensazione lì’ è quella che può provare un poliziotto che passa in un quartiere di Palermo più o meno. Non è gradita la sua presenza perché a lì c’è una maggioranza araba e al suo interno c’è una maggioranza di sostenitori dell’ISIS e una minoranza di sostenitori della rivoluzione, quindi come città ha bisogno, come anche altre, di sviluppare soprattutto nei giovani o tra le donne una coscienza politica che è molto minore che in altre zone.

– Pensi di ritornare?

– Sì, certo, ci ho pensato. Non credo sia possibile per me non tornare mai più in Rojava.

– Che insegnamenti hai riportato con te in Italia?

– Gli insegnamenti più grandi sono due. Il primo è che esiste un divario, e già lo sapevo, tra l’Occidente e il Medioriente, o forse tra l’Occidente e il resto del mondo. E’ talmente terribile che non si può immaginare, descrivere, e purtroppo non è neanche sufficiente che uno vada a combattere lì per colmarlo, nel senso che è un divario tra chi ha tutto e chi non ha niente, tra chi sta bene e chi soffre. Questa è una consapevolezza della gravità di questa situazione che ha soprattutto chi va in quelle zone in certe situazioni di guerra.

Un altro è che la rivoluzione è giusta e necessaria, però quando si dice “rivoluzione” bisogna essere consapevoli del peso di questa parola in termini di sofferenze, tragedie e dolore che provoca perché una rivoluzione è comunque un rivolgimento della società che non avviene in maniera pacifica, anche se è necessaria, e quindi non bisogna usare questo termine con leggerezza. Non bisogna immaginare semplicemente che sia “una cosa bella”. Quelli che pensano così è meglio che abbandonino la politica e facciano altro, mentre sarebbe utile che ci fossero persone che si rendono conto di quanto è brutto dover fare una rivoluzione ma che continuano a pensare che è necessaria.

In chiusura vorrei denunciare che ci sono due ragazzi, una coppia, della Repubblica Ceca in una prigione turca: lei si chiama Marketa, lui Miroslav. Sono stati varie volte in Siria, Iraq e Turchia per motivi umanitari e sono stati appena condannati in Turchia a 6 anni e 3 mesi di carcere a testa perché accusati d’essere stati nelle YPG e YPJ. E’ una cosa scandalosa. Marketa è un’amica, la conosco, e non è mai stata nelle YPJ, sono accuse totalmente false. E’ l’ennesimo crimine della Turchia, non lasciamo sole queste due persone che affrontano adesso una prospettiva molto dura.

– Come avvicinarsi a quel che succede ai curdi in Siria?

– Ci si può informare su vari siti internet, e soprattutto si può donare alla Mezzaluna Rosa Curda che sta a Livorno. E si può andare in Rojava a portare solidarietà attiva anche senza combattere. Le cose più importanti sono gli aiuti sanitari ed educativi. Malgrado le difficoltà se più giovani dall’Europa andassero in Medioriente, anche questo divario di cui parlavo prima comincerebbe almeno ad attutirsi. Dico sempre che per prima cosa è meglio andare lì se si può e se non si può allora va bene donare e informarsi. Queste tre cose.

https://www.carmillaonline.com/2017/09/05/rojava-fiore-nel-deserto-intervista-davide-grasso-combattente-ypg-guerra-siria-rivoluzione/

Crash: dal Comune nessuna proposta, ”è il solito gioco”

Solo una settimana fa il presidente del Navile Daniele Ara affidava alle cronache locali la disponibilità a ragionare di uno spazio in convenzione per dare continuità all’esperienza dello spazio sociale sgomberato a inizio agosto in via della Cooperazione.

Gli attivisti di Crash avevano risposto a stretto giro dicendosi “in astratto concordi” ma, come hanno ricordato ieri in un nuovo comunicato, “sollevando la problematica prassi dell’amministrazione cittadina di non far seguire agli intenti i fatti”.

E infatti “è trascorsa una settimana e da Palazzo d’Accursio – continua il collettivo – non è stata fatta alcuna proposta di incontro per discutere del percorso tracciato dal presidente Ara. Insomma è il solito gioco con cui l’amministrazione ha gestito per anni la vicenda del Laboratorio Crash e più in generale le istanze sociali, politiche e culturali avanzate dai ceti sociali di riferimento della nostra esperienza di aggregazione e riscatto collettivo: a volte si pronunciano intenti, ma poi segue sempre il disimpegno, lasciando alla procura e alla questura il compito di risolvere a modo loro, e quindi reprimendo, le istanze avanzate. Politicamente non possiamo che denunciare questo gioco che d’altro canto non sta lasciando aperti scenari alternativi e che ci fa dire chiaramente che quanto accadrà sarà di responsabilità di chi si sta rifiutando di dare seguito concreto alle intenzioni pronunciate. La nuova stagione di conflitto sociale è ormai alle porte e se non ci sarà una casa per il Laboratorio Crash vorrà dire che la nostra esperienza vivrà nelle strade e nelle piazze del centro storico e della periferia, fino alla prossima occupazione”.

Intanto, prosegue Crash, “con la solidarietà di Ascanio Celestini, Elio Germano, Stefano Benni, Skiantos, Bernardo Iovene, e Massimo Zamboni a cui si aggiungo altre 250 firme dal mondo dell’arte, della musica, del cinema e dell’informazione aggiorniamo la sottiscrizione all’appello Crash Again pubblicato giorni fa”.

http://www.zic.it/crash-dal-comune-nessuna-proposta-e-il-solito-gioco/

Non dimentichiamo mai “Cip”, l’operaio che fece arrestare il generale

Ricorrono oggi 25 anni dalla morte di Luigi Cipriani, figura eclettica della sinistra sessantottina e post sessantottina, scomparso dopo un improvviso infarto miocardico. Se ne andò in pochi minuti, eppure in punta di piedi, quasi preparando il suo addio. Negli ultimi tempi infatti, pur non risparmiandosi nei suoi studi e nelle sue ricerche, si era un po’ fatto da parte, disgustato da molte delle evoluzioni della politica di quegli anni, in dissenso con alcune delle scelte del suo partito, Democrazia Proletaria.

Cip venne assunto dalla Pirelli a 19 anni, dopo aver frequentato una scuola di formazione. Soffriva la realtà della fabbrica, il lavoro di cronometrista per cui era stato assunto lo angosciava. Si sentiva alienato, introiettava le sofferenze altrui, fece pure un esaurimento nervoso. La sua sofferenza interiore per la durezza del lavoro venne in parte combattuta con la passione del rugby che lo portò addirittura a giocare con la maglia della nazionale italiana. Poi, con altri, fondò i CUB, e in fabbrica diede battaglia. Sempre in prima linea, quando si trattava di fare un picchetto o una manifestazione, usando la sua imponente stazza per rassicurare i compagni e proteggerli, ponendosi come avamposto quando la polizia pareva dovesse caricare. Fu in questi anni che costruì dei percorsi di lotta alla Pirelli e nelle fabbriche vicine: a quei tempi esisteva anche la solidarietà tra i lavoratori, oggi invece è merce rara.

Dalla militanza in fabbrica, coi CUB e con Avanguardia Operaia, a poco a poco per Cipriani arrivò il momento di divenire dirigente a tempo pieno. Il suo lavoro, la passione per lo studio, la capacità di leggere le situazioni, lo portarono ad essere sempre più stimato. Cip era anche uno rigoroso nello stile di vita in anni in cui non si navigava nell’oro. Teneva ad essere umile ed austero, a lottare per i proletari da proletario. Con la moglie viveva in un appartamento in affitto di 35 metri quadri. Badava all’essenziale, le fedi matrimoniali – ricorda la moglie – furono realizzate da un tornitore della Pirelli in acciaio. I tempi per i leader della sinistra in cachemire o barca a vela non erano ancora maturi.

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Cipriani era uno che c’andava giù dritto. O gli stavi simpatico o gli stavi antipatico, e se gli stavi antipatico in qualche modo te lo faceva capire. Non badava a giri di parole, per dire le cose non prendeva il giro largo. Era essenziale, andava al sodo, forse anche per questo dai suoi compagni era un po’ temuto e tenuto a distanza. Esempio significativo fu quando nel 1987, al congresso di DP a Riva del Garda attaccò senza tanti complimenti Mario Capanna, che in quel periodo aveva già cominciato a strizzar l’occhio ai Verdi: «I pensionati della rivoluzione in Parlamento non ci servono» disse Cipriani al microfono. E la voragine che si stava creando tra le due anime di DP anziché ricomporsi si allargava ulteriormente. Cipriani era schietto e diretto, diceva quel che pensava senza fingere.

Nel 1987 venne anche eletto Deputato alla Camera con Democrazia Proletaria, nel collegio Milano-Pavia con quasi 7000 preferenze. E’ qui che Cip, col suo impegno estenuante, diede il meglio di sé: lavorava e studiava giorno e notte, presentava interrogazioni, girava l’Italia e dava voce in Aula alle vertenze provenienti dai territori. La Commissione parlamentare stragi, in particolare, lo portò allo studio, all’analisi e all’inchiesta nella minuzia del dettaglio, convinto come era che le verità offerte a megafoni spiegati erano di comodo e nascondevano ben altro. L’intreccio tra apparati dello Stato, i servizi segreti, la criminalità, neofascisti e terroristi, davano un gran lavoro per cui Cip instaurava rapporti, rimediava confidenti, scavava come nessun altro seppe fare: fu grazie al suo rigore che, 12 anni dopo, scoprì che in via Fani mentre veniva rapito Aldo Moro un colonnello del Sismi era presente nell’angolo della strada: ci vollero altri 19 anni ed una confessione anonima per avere ulteriori riprove sul ruolo svolto nell’occasione dai servizi segreti. Fu grazie all’insistenza di Cipriani che si giunse all’arresto del generale Tascio che ebbe un ruolo fondamentale nei depistaggi conseguiti alla strage di Ustica: per arrivarci Cip imparò anche a leggersi plot e tracciati radar.

Averne come Cip. Averne persone tanto generose, tanto rigorose ed oneste. Perché la politica, specie in questi anni di disaffezione, astensionismo e ostilità, non può che prescindere da generosità, rigore ed onestà. Luigi Cipriani, da militante, da dirigente, da Parlamentare, da membro della commissione stragi, incarnava queste caratteristiche. Cippone andrebbe ricordato e preso da esempio. Per la sinistra italiana – franata su insuccessi, leaderismi, cedimenti a destra – e per i suoi leaders, ritrovare questo personaggio di carisma potrebbe essere una lezione utile per riflettere sui propri errori e su un poco promettente presente.

(Luigi Cipriani, Milano, 3 agosto 1940 – Cremona, 5 settembre 1992)

http://popoffquotidiano.it/2017/09/05/non-dimentichiamo-mai-cip-loperaio-che-fece-arrestare-il-generale/

Possiamo non essere d’accordo con Maduro, ma non possiamo appoggiare una destra violenta

Da mesi stiamo assistendo in Venezuela ad una crisi politica e sociale senza precedenti nella recente storia del Paese. Una crisi divenuta più acuta e complessa dopo le elezioni per l’Assemblea Costituente, fortemente volute da Nicolás Maduro e tenutesi domenica 30 luglio. In un contesto ambivalente, in cui la campagna di boicottaggio continuo del regime venezuelano, messa in atto dai principali media occidentali, fa il paio con la difesa fideistica del chavismo, è quanto mai necessario dotarsi di uno sguardo laico, per comprendere al meglio una delle vicende destinate a modificare assetti geopolitici e apporti di potere di un intero continente. Qui di seguito la traduzione di un’intervista allo scrittore franco-americano Marco Terruggi, autore, tra le altre cose, de “Lo que Chávez sembró. Testimonios desde el socialismo comunal”.

Nel quadro dell’inasprimento delle mobilitazioni anti-governative in Venezuela e di fronte alle elezioni dell’Assemblea Nazionale Costituente convocata dal governo di Nicolás Maduro, raggiungiamo il giornalista e sociologo Marco Teruggi, residente a Caracas, affinché ci dia la sua versione riguardo ciò che sta succedendo.                        

Terruggi è una voce che non fa appello all’imparzialità, se non che si fa carico del suo impegno con uno dei due blocchi in conflitto in questo paese fratello, ed è proprio per questo motivo che abbiamo deciso diffondere qui il suo messaggio, nell’interesse di coloro che leggono questo articolo affinché possano avere un punto di vista differente rispetto a quelli raccontati dai mezzi di comunicazione dominanti, salvo qualche rara eccezione.     

In questo ampio documento ci si presenta una chiara e ben dettagliata radiografia di ciò che l’intervistato chiama “l’ingegneria del conflitto” che la destra venezuelana ha attuato contro il blocco governativo e il chavismo in generale. Una destra che ha organizzato, in maniera ricorrente, “episodi insurrezionali per strappare il governo di Nicolás Maduro con la forza” mediante una battaglia sul fronte economico e delle comunicazioni, quando non attraverso la violenza aperta, incluso il paramilitarismo, negando, però, in ogni momento il proprio coinvolgimento.         

Nella parte centrale Teruggi sottolinea che in questa disputa gioca un ruolo fondamentale la “struttura comunicativa internazionale”, la quale legittima i metodi dell’opposizione attribuendovi “un carattere epico, un carattere democratico, libertario. Insomma, presentano questa violenza come una violenza legittima e la benedicono”; questo succede soprattutto quando si consacrano gli incidenti accaduti e le cosiddette “guardie”.      

Richiama all’attenzione l’enfasi con cui il nostro intervistato pone l’accento su ciò che si qualifica come “la metodologia di bruciare le persone in strada”, segnalando che in cento giorni di conflitto “ci sono più di venti casi in cui le persone coinvolte sono poveri, o neri, o chavisti, che per loro [la destra] sono praticamente la stessa cosa. Per gli occhi dei classisti di destra è lo stesso che tu sia nero, povero o chavista”.            

Contro le istituzioni civili e armate sulle quali fa affidamento il governo di Maduro e contro la sua base sociale popolare, afferma Marco Teruggi, il blocco della destra “mostra due debolezze principali riguardanti la loro strategia per un colpo di stato: la prima è che non hanno l’appoggio delle Forze Armate Nazionali Bolivariane”, la seconda è che non hanno l’appoggio dei settori popolari, dei quartieri, per lo più chavisti. “Sanno che questo rappresenta un problema perché non si può rimuovere un governo senza le forze armate, né senza l’appoggio delle classi popolari”, ciò significa che l’opposizione, associata a settori della criminalità organizzata, sferra continui attacchi nei quartieri per “cercare di costruire una realtà che non c’è”.

Prima delle votazioni del 30 luglio per l’Assemblea Nazionale Costituente Teruggi presenta due scenari: “Il primo è in qualche modo un tradimento nei confronti della destra in modo che la discussione ritorni al terreno elettorale democratico e al dialogo, ovvero, si cerca di pianificare uno scenario che non è niente di meno che la discussione delle basi di una costituzione nazionale, e con questa apertura fare in modo che la destra si trovi in difficoltà, per così dire, tra mantenere un’agenda violenta, o unirsi a un processo aperto di iscrizione dei candidati e delle candidate per l’Assemblea Nazionale Costituente”, per poi affermare che la destra si rifiuta di partecipare e in cambio punta “alla formazione di uno Stato parallelo, cominciando con nominare i nuovi magistrati del Tribunale Supremo di Giustizia e annunciare che ci sarà l’elezione di un nuovo presidente per le elezioni primarie”.   

Che cosa succederà poi? Marco ci dice: “Qual è l’ipotesi possibile? Che una volta fatte le elezioni di domenica, che verranno precedute da ondate di violenza molto forti, l’opposizione venezuelana e la comunità internazionale non riconosceranno né il governo del presidente Nicolás Maduro né l’Assemblea Nazionale Costituente, mentre invece riconoscerà questo governo parallelo, conferendo loro finanziamenti, diplomazia, armi ecc… Questo implica un conflitto di carattere prolungato e loro si stanno preparando per questo”.                          

In questo modo “l’unica maniera che la destra ha per riuscire a spezzare il rapporto di forza è attraverso un’azione che proviene soprattutto dalla comunità internazionale, come per dire, dagli Stati Uniti”, poiché “oggi a livello nazionale non hanno la forza per il loro piano”.          

Quanto precede implica che “in Venezuela la destra ha optato per uscire dalla legalità e questo è ciò che vedremo d’ora in avanti”. Questo ci fa capire come sia stata significativa la dichiarazione del presidente americano, pare infatti che “Donald Trump abbia minacciato il Venezuela con sanzioni economiche nel caso in cui si darà l’Assemblea Nazionale Costituente. È significativo perché si può interpretare anche come un segnale che il piano non si sta sviluppando come vogliono; e io credo che questo sia un messaggio che è emerso il giorno 16 quando si è visto che molti di quelli che sono andati a votare appartenevano alle fila del chavismo. Significa che, dopo tanti anni di attacchi contro il chavismo, questo continua ad esistere e ha preso parte alle manifestazioni di domenica”.                           

Tuttavia, Teruggi ci ricorda di tener presente che lo scenario di un intervento esterno non si deve escludere, in quanto il Venezuela confina con la Colombia che ha sette basi militari statunitensi e conta di un’enorme presenza di paramilitari che potrebbero giocare un ruolo importante nello scenario di confronto con il governo bolivariano.                 

Sulla base di tutti questi elementi, Marco Teruggi conclude: “Uno può essere d’accordo oppure no con il progetto del chavismo, gli può sembrare che il progetto sia buono, sia cattivo, sia folle, che sia giusto, corretto oppure no. Però è un progetto politico che sta lì grazie ai voti e come tale deve governare. Di fronte c’è una destra che da quando questo blocco chavista è al governo, ha tentato un colpo di stato nel 2002, ha cercato di provocare insurrezioni e negli ultimi quattro anni si è dedicata a togliere rifornimenti alle persone, a nascondere i medicinali, con l’appoggio diretto e il finanziamento degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump non ha alcun interesse affinché questo conflitto si risolva ai voti. Quindi, uno può o non può appoggiare il governo di Nicolás Maduro, ma ciò che non può appoggiare è quello che c’è dall’altra parte. Quindi in ogni caso, bene, io non sono d’accordo con ciò che Maduro sta progettando, ma non posso essere d’accordo con una destra che afferma che l’unico modo per cambiare il governo in Venezuela sia attraverso un’insurrezione armata che ci porta a questa quantità di morti, che brucia la gente nelle strade, che attacca ospedali, che attacca istituzioni, che attacca le caserme, che viene difesa dagli Stati Uniti, che mette in campo paramilitari. Uno non può essere d’accordo con questo.. non lasciamoci ingannare e in ogni caso, se uno non appoggia il governo di Nicolás Maduro, sotto nessun punto di vista può essere d’accordo o supportare un colpo di stato che l’unica cosa che porta è più violenza, povertà e uno scenario catastrofico per il Venezuela. Non ci si aspetta nulla di buono dal governo che succederà al chavismo in Venezuela, lo dico assumendomi tutte le responsabilità. Quello che sta avvenendo è una rivincita, un tentativo di castigare la gente per aver osato sognare un altro tipo di progetto politico, di aver partecipato al piano di uno stato sovrano, indipendente, socialista. Quello che si sta dando è un processo di rivincita delle classi dominanti venezuelane: l’oligarchia, la borghesia, il settore finanziario, i partiti politici, a discapito del popolo perché commise il peccato storico di aver detto no ad un modello di sviluppo e alla ripartizione diseguale delle ricchezze, dove avrebbe sempre occupato la posizione dei poveri. Questo è ciò che si avrebbe nel caso vincesse la destra. Da parte nostra, sotto nessun punto di vista, possiamo accettarlo.”

A seguire l’intervista completa.

Cosa significa per il Venezuela e cosa significa per l’America Latina il processo dell’Assemblea Nazionale Costituente convocata dal governo di Nicolás Maduro e in particolare la giornata del 30 luglio?        

Bene, credo che per comprendere il momento attuale che sta attraversando una fase di acutizzazione degli scontri, è necessario prendere in considerazione vari elementi per capire come si è arrivati a questa situazione e perché domenica – 30 luglio ndr – si va a votare per l’Assemblea Nazionale Costituente. Credo che il primo elemento da comprendere è che da quando quattro anni fa Nicolás Maduro ha assunto il potere, ha subito un processo continuo di destabilizzazione che si è dato su tutti i piani, a volte con maggior priorità per uno mentre a volte in maniera simultanea. Quindi da quattro anni ci troviamo davanti ad un attacco sul fronte economico, comunicativo, un attacco in termini di violenza (per dirlo in termini semplici), un attacco sul piano diplomatico, sul piano civico, della popolazione. Tutto questo si sta combinando in maniera permanente, e ciò che è insopportabile è l’attacco economico, poiché è il fattore che più logora la popolazione.                      

La destra ha regolarmente organizzato episodi insurrezionali per distruggere il governo di Nicolás Maduro con la forza. Il primo episodio fu lo stesso giorno in cui ottenne la presidenza nell’aprile del 2013, giorno in cui Capriles Radonski disse alla gente di scendere nelle strade e che si concluse con undici morti. Il secondo episodio fu nel 2014, da febbraio ad aprile; questa volta con Leopoldo Lopez e il saldo finale fu di 43 morti. E questo che stiamo vivendo ora sarebbe il terzo tentativo di rovesciare il governo con la forza.                    

Qual è il calcolo che fanno?

Bene, la situazione economica, oltre al logoramento provocato dalle difficoltà nel ricevere medicine, i prezzi che aumentano, la pressione internazionale, gli attacchi comunicativi contro il governo, tutto ciò fa sì che la gente sia sufficientemente disperata per scendere nelle strade e cercare di togliere con la forza in governo a Nicolás Maduro. Questo cominciò agli inizi di aprile, ma il conflitto è in costante evoluzione nel senso che ad aprile c’era uno schema conosciuto basato sulla logica del conflitto venezuelano: c’erano blocchi nelle strade, attacchi con molotov, c’erano persone uccise durante le manifestazioni, ma si trattava delle dinamiche di conflitto utilizzate da sempre dalla destra nello scenario nazionale. Non era nulla di nuovo. Diciamo che a partire dal 20 aprile per arrivare ad oggi, abbiamo avuto un’evoluzione di questo quadro, segnato da tappe molto forti. La prima è che hanno iniziato ad aver luogo attacchi di tipo militare, soprattutto attacchi alle caserme, ai commissari, attacchi armati contro i corpi di Sicurezza dello Stato, nello specifico una bomba esplosa a distanza. Pochi giorni fa si è vista una persona armata di un fucile R15 in centro a Caracas che assaltava una stazione di polizia. Queste sono le novità dell’inasprimento di questa escalation, oltre ai tentativi di mantenere varie parti del paese sotto assedio di una violenza molto forte per due o tre giorni. In dieci o quindici città venezuelane ci sono stati questi attacchi e sono durati per due o tre giorni, portati avanti da gruppi di paramilitari o da altri gruppi addestrati per questo. Queste sono cose che il mondo esterno non conosce molto, ma quando una persona visita il paese si rende conto che questa struttura armata di cui la destra si è dotata sta operando con estrema forza e rappresenta, per dirlo con termini classici, il suo braccio armato, ovvero ciò che lavora nell’ombra e che rimane nascosto ai mezzi di comunicazione.

Proprio questo è ciò che vorrei puntualizzassi per le persone che non conoscono lo scenario venezuelano: chi è la destra? Come si struttura?                    

Ci sono differenti livelli all’interno della destra. Abbiamo la grande borghesia, l’oligarchia, soprattutto la Federazione Nazionale degli Allevatori, la Chiesa, i partiti di destra che a loro volta hanno delle differenze al loro interno. La destra di Unidad Democrática guidata da Henry Ramos Allup non è la stessa del nuovo partito di Unidad Popular o di Primero Justicia, rispettivamente guidati da Leopoldo Lopez e Henrique Capriles Radonski.      

Dopo di che abbiamo la base sociale storica della destra, la quale è una base composta principalmente dalla classe media, medio-alta, che è quella che si è opposta continuamente al chavismo per tutto il tempo in cui è stato al governo dal 1999. Sono coloro che hanno collaborato al colpo di stato del 2002 e che odiano tutto ciò che assomiglia al chavismo. A loro volta sono riusciti a sviluppare delle formazioni per affrontare gli avversari nelle strade.                                      

Ci sono quindi livelli che si vedono mentre altri no. Cos’è che si vede nelle strade e nei mezzi di comunicazione?

I dirigenti di destra, la loro base sociale storica che si mobilita e a poco a poco comincia a mostrarsi anche coloro che vengono chiamati “gli scudieri”, che sono la prima linea durante gli scontri – che alle telecamere si mostra molto forte – gente ben preparata con scudi, già definiti come eroi. Questi rappresentano il primo livello e fino a loro arrivano le telecamere, le quali li mostrano sempre come vittime delle aggressioni dello Stato. Questi dispongono di una vasta serie di modi per confrontarsi negli scontri: bombe molotov, diversi tipi di mortai, i blocchi stradali, olio per far scivolare le moto ecc. .                                

Allo stesso tempo ci sono altri livelli che sono questi fili che nessuno nomina, livelli che hanno la capacità, ad esempio, di assaltare le caserme, i commissariati, di sottomettere le popolazioni con armi pesanti e altre più leggere, di porre un assedio totale, che sono coloro che operano quando la destra indice “degli scioperi fittizi”, non approvati o istituiti con il solito iter ma che si configurano nell’obbligare i commercianti a chiudere i negozi. Guidano moto incappucciati, con armi da fuoco, danno fuoco agli autobus che circolano per obbligarli a fermarsi. Ha a che vedere con un processo che da molti anni si vede in Venezuela, frutto di circa dieci anni di radicamento del paramilitarismo in diversi settori nazionali. Negli stati di Tachiram e di Barinas si è formata una struttura paramilitare con una propria logistica e intelligence, legata ai partiti di destra che stanno iniziando ad emergere nello scenario di conflitto.                          

Questo è ciò che nessuno mostra, quello che nessuno desidera nominare e ciò che in realtà è più preoccupante perché è ciò che sta emergendo e ciò che sta accompagnando nell’ombra tutto il processo di mobilitazione della destra.        

È evidente come la destra non si assuma la responsabilità, ma uno vede come tutto questo si attua nei territori e si vede come ci sia un braccio armato che sta operando.      

Ciò che preoccupa è la presenza di una struttura comunicativa, soprattutto internazionale, che legittima tutto questo. Diciamo che le conferisce un carattere epico, un carattere democratico, libertario. Insomma, presentano questa violenza come una violenza legittima e la benedicono, consacrando gli incidenti accaduti e le cosiddette “guardie”.       

Ora, nessuno si rende responsabile dei fatti che provoca. Per esempio, una cosa che è successa fin dall’inizio è che hanno adottato la metodologia di incendiare le persone nelle strade. Ci sono più di venti casi in cui le persone coinvolte sono poveri, o neri, o chavisti, che per loro [la destra] sono praticamente la stessa cosa. Per gli occhi dei classisti di destra è lo stesso che tu sia nero, povero o chavista. Tutto questo, per la destra, è un errore storico che deve essere eliminato e così ha iniziato ad applicare questa metodologia.                

Quindi questa è la struttura reale della protesta della destra che fuori viene presentata come democratica e che non si assume nessuno dei suoi atti e nessuno le riconosce ciò che sta facendo. Se qualcuno chiede loro se hanno organizzato il colpo di stato del 2002, qualcosa che è stato filmato, studiato, dimostrato, nessuno dei dirigenti che lo commisero affermerà di averne preso parte e si presenteranno come democratici e pacifisti.

E come potresti darci un’idea delle correlazioni che intercorre tra le forze in campo, nella base sociale a cui fanno riferimento il chavismo e la destra? Perché qualcuno potrebbe chiedersi perché non c’è una risposta collettiva a questa violenza della destra. Come ce lo spiegheresti?

Il blocco della destra, come l’ho descritto in precedenza, mostra due debolezze principali riguardanti la loro strategia per un colpo di stato: la prima è che non hanno l’appoggio delle Forze Armate Nazionali Bolivariane, ovvero non hanno un esercito per compiere il colpo di stato, la seconda è che non hanno l’appoggio dei settori popolari che vivono nei quartieri.                  Per la situazione economica molto complessa che sta attraversando il Venezuela, ci sono persone appartenenti ai quartieri popolari che si sono alleate al chavismo, gente delusa, concentrata unicamente nella risoluzione dei loro problemi giornalieri come trovare cibo, medicine, prodotti per l’igiene; persone che è più preoccupata e coinvolta nei tentativi di risolvere la vita quotidiana invece che pensare alla battaglia politica. Come sempre ci sono poi persone appartenenti all’opposizione.      

Quindi bene, i quartieri, i settori popolari. Con questo quadro uno potrebbe dire “i quartieri sono chavisti”, come se fossero qualcosa di monolitico, se non che all’interno ci sono differenti punti di vista. I quartieri non si sono uniti alle proteste della destra. L’epicentro della protesta continua ad essere la zona della classe media, medio-alta, delle principali città. Lì è dove si sviluppano gli scontri, gli scenari di violenza, gli incendi ecc..

Secondo uno schema grafico: Caracas è divisa nel suo centro in Ovest e Est, ad Ovest c’è la zona della classe popolare mentre a Est la zona della classe media e medio-alta. Ad Est ci sono anche quartieri importanti, ma tutta la zona di conflitto si trova nel centro della parte Est di Caracas. Io vivo nell’Ovest della città, tutti i giorni esco, faccio le mie compere, cammino, prendo l’autobus, la metropolitana e non vedo nessun episodio di violenza. Tutto succede in quella parte della città dove c’è la base sociale della destra.             

La destra sa che c’è un problema perché non posso prendere il potere senza le forze armate e l’appoggio delle classi popolari. Cos’è che hanno tentato di fare e cosa hanno organizzato?

Incursioni notturne nei quartieri popolari. Lì hanno stretto alleanze con alcuni settori della criminalità organizzata, coloro che si palesano generalmente attorno alle otto, nove, dieci di sera per scontrarsi con la polizia o con i commercianti all’interno dei quartieri. Un modo per dimostrare che in queste zone ci sono forme di ribellione popolare. Quello che c’è, in realtà, è un piano orchestrato che si muove in città come se fosse una mappa e che afferma “questa notte andiamo in questo e quel luogo” e in simultanea avvengono questi scontri organizzati. Nelle reti social si diffondono le notizie, soprattutto su Twitter, che cercano di mostrare che lì ci sono le prove di una violenza genuina e spontanea della gente.        Si tratta di un’architettura del conflitto, una strategia per cercare di costruire una realtà che non c’è.             

Nei fatti questo è un paese che funziona con molti tempi alla volta. C’è il tempo dove nelle loro zone pianificano il conflitto, dopo di che il resto del paese vive nella normalità. Oggi (25 luglio 2017), per esempio, un giorno prima del nuovo “sciopero civico” – che non sarà civico se non un esercizio di violenza e appoggio delle imprese – la città è immersa nella tranquillità, uno la attraversa e non succede nulla. Succede qualcosa solo quando escono dai loro settori radicalizzati per scendere in strada.               

È bene notare che hanno una quantità di appoggio considerevole, ma non è aumentato in più di cento giorni di violenza. Questo è un tema che pone anche loro in uno scenario più complesso, perché significa che hanno sì ottenuto la legittimazione della loro violenza in certi settori, soprattutto anche sul piano internazionale, ma all’interno della società venezuelana, a causa della gravità di queste espressioni violente da loro commesse, ha provocato un certo logorio. Diciamo che non può passare inosservato il fatto di dare fuoco a venti persone in un paese come il Venezuela. È difficile affermare che sia stato il Governo, anche se loro continuano a negare di essere i colpevoli. Per esempio, si è visto come una settimana fa un agente del servizio di intelligence legato a questo universo [di destra] realizzò un attacco con un elicottero sopra il Tribunale Supremo di Giustizia. La destra afferma che è stato un auto-attentato del governo. È ciò che dicono di tutto ciò che sta succedendo, non si rendono responsabili di nulla e incolpano il governo di tutte le azioni che loro commettono. Ma c’è un limite a questo. Dopo cento giorni di conflitto la gente pone dei dubbi di fronte all’ipotesi, ormai insostenibile, di un’opposizione pacifica e democratica.        

C’è quindi una tensione: bisogna legittimare la violenza, bisogna mostrarla come giusta, questo è quello che vogliono fare con la loro base sociale che è convinta che sia necessario uccidere i chavisti, affermando che se vedono un chavista in strada sono pronti a linciarlo e che credono che il chavismo sia un enorme errore storico da eliminare completamente in tutto il Venezuela. Ma per il resto del paese è difficile pensare che dietro alla chiamata della destra a rovesciare il regime, come lo definiscono loro, di Nicolás Maduro ci sia un vero progetto democratico, una soluzione possibile per il Venezuela. Si trovano quindi in trappola in quanto vorrebbero togliere il potere a Maduro con la forza, ma non ne dispongono a sufficienza. 

E ovviamente questi cento giorni di violenza hanno come obiettivo, diciamo, il processo dell’Assemblea Nazionale Costituente. Ci puoi spiegare come rientra tutto questo nella proposta della Costituente?

La proposta dell’Assemblea Nazionale Costituente compare il primo di maggio, a meno di un mese dall’inizio del conflitto, anche se aveva già raggiunto proporzioni dirompenti. Credo che quando si convoca l’Assemblea Nazionale Costituente si aprono due scenari. Il primo è in qualche modo un tradimento nei confronti della destra in modo che la discussione ritorni al terreno elettorale democratico e al dialogo, ovvero, si cerca di pianificare uno scenario che non è niente di meno che la discussione delle basi di una costituzione nazionale, e con questa apertura fare in modo che la destra si trovi in difficoltà, per così dire, tra mantenere un’agenda violenta, o unirsi a un processo aperto di iscrizione dei candidati e delle candidate per l’Assemblea Nazionale Costituente. Questo è un piano che ha a che vedere con il creare uno spazio possibile in un piano di disputa comune prima del propagarsi della violenza e, dall’altra parte, ha a che vedere con l’aprire nuovamente le porte all’interno del processo rivoluzionario, perché si sa che il processo giunge con delle difficoltà annesse alla crisi economica, in quanto ci sono attacchi dei grandi impresari ma che presenta anche delle debolezze da parte del chavismo stesso. Ci sono persone deluse dalle logiche della direzione politica, ad ogni modo, ci sono una serie di problemi che la Costituente pianifica di aprire come delle porte in modo che ognuno possa entrare, segnarsi come candidato e contribuire a riavviare il dibattito interno in Venezuela e portare nuove forze al progetto politico.                    

Qual è il problema che è successo e che poteva rivelarsi una possibilità?

È che la destra si rifiutò di fatto di partecipare all’Assemblea Nazionale Costituente e non solamente questo – in quanto aveva la possibilità di non segnare i suoi candidati – in quanto cercò di fare in modo che questa assemblea non avesse luogo. Si apre così un confronto più ampio portato avanti dalla destra sostenuta dagli Stati Uniti, l’Unione Europea, i presidenti di destra dell’America Latina, gli ex presidenti. Tutto questo blocco politico si oppone all’Assemblea Nazionale Costituente.    

Quindi, tutto si concentra nella disputa attorno alla data del 30 luglio, dove la destra afferma “non ci saranno convocazioni”, e il governo dice “facciamo una convocazione democratica, aperta a tutto il paese”. Ci sono più di mille candidati e candidate iscritti per il 30 luglio.                

È attorno a questa data che si sta sviluppando un’aspettativa di confronto circa l’Assemblea Nazionale Costituente, che a sua volta viene alimentata da nuovi elementi: il principale è questo piano della destra di creare uno Stato parallelo che ha già iniziato a nominare nuovi magistrati per il Tribunale Supremo di Giustizia e che ha annunciato che verrà eletto un nuovo presidente per le elezioni primarie. Uno scenario che si è già visto in alcuni paesi del Medio Oriente. Ha senso questo governo parallelo? Per il Venezuela nessuno perché non pone un governo reale se non una designazione a livello mediatico. Avrebbe senso a livello internazionale.

Qual è l’ipotesi possibile?

Che una volta fatte le elezioni di domenica, che verranno precedute da ondate di violenza molto forti, l’opposizione venezuelana e la comunità internazionale non riconosceranno né il governo del presidente Nicolás Maduro né l’Assemblea Nazionale Costituente, mentre invece riconoscerà questo governo parallelo, conferendo loro finanziamenti, diplomazia, armi ecc…Questo implica un conflitto di carattere prolungato e loro si stanno preparando per questo.            

Ora, anche se venerdì sono stati eletti i magistrati del Tribunale Supremo di Giustizia non ha avuto alcun effetto in Venezuela. Non è che con l’auto-proclamazione che qualcosa può effettivamente risolversi. Il potere deve essere esercitato e la destra non ne ha la forza. È la sua trappola, diciamo: parlano di cose che poi non possono sostenere ma che possono utilizzarle a livello internazionale.             

Quello che si può notare in questi cento giorni di conflitto è che l’unico modo che la destra ha per spezzare la correlazione tra le forze è attraverso un’azione proveniente soprattutto dalla comunità internazionale, ovvero dagli Stati Uniti. Oggi, a livello nazionale, non ha la forza per sostenere il suo piano.

La simulazione di plebiscito che ha fatto la destra nei giorni scorsi e che ha ottenuto tutto il sostegno possibile dalla stampa internazionale e dalle varie oligarchie, non è un avviso in un certo senso? Cosa ci puoi dire di questa simulazione?

Perché da qui lo vediamo come una strategia che ha avuto risultati in termini di presenza sulla stampa internazionale, la quale lo sta incoraggiando. Ovvero, un avviso di come saranno le cose.

Prima di tutto, in Venezuela la destra ha optato per uscire dalla legalità e questo è ciò che vedremo d’ora in avanti. Quindi il plebiscito evidentemente non era legale, ma questo non è il dibattito che c’è ora in Venezuela. Invece, il dibattito riguarda il fatto che avevano bisogno di costruire una giornata per dare legittimità a ciò che sarebbe venuto dopo. Quello che verrà dopo, che si chiami violenza o che si chiami governo parallelo, è il motivo del plebiscito, per dire: “Guardate, abbiamo ottenuto tanti voti. Ci sono milioni persone che sono d’accordo con quello che stiamo dicendo”. Nessuno sa quanti voti furono in realtà, ci sono delle discordanze nei numeri. Esistono errori giganteschi per giustificare la quantità che hanno presentato, ma questo non importa. Ciò che importa è che dal punto di vista internazionale hanno ragione. Inoltre, quel giorno c’è stato un processo elettorale per l’Assemblea Nazionale Costituente, e a livello internazionale è emerso solo il plebiscito, ovvero il fatto che milioni di persone hanno fatto una prova elettorale per le elezioni che avranno luogo questa domenica. Chiunque si trovasse in Venezuela quel giorno avrà visto entrambe le cose, così come è evidente che i mezzi di comunicazione hanno scelto di raccontare una parte del paese e dirla in maniera falsa.                  

Quindi questo plebiscito lo utilizzeranno come una legittimazione delle azioni che si verificheranno più avanti. Diranno: “abbiamo già fatto un esercizio di democrazia enorme, con una partecipazione gigantesca”. Non importa che nessuno sappia dei numeri che di cui dispongono perché i media internazionali li appoggiano e a partire da questo seguiranno i loro passi. In questo plebiscito c’era già un punto dei nuovi poteri e del governo parallelo. Questo è ciò che afferma. Lo useranno per darsi un ruolo di prestigio democratico a partire da questa consultazione.

Hai detto che l’unico modo che la destra ha di realizzare il suo piano è grazie ad un appoggio esterno. Che tipo di appoggio sarà e da dove verrà? Che parte avranno gli Stati Uniti? Già abbiamo visto il ruolo penoso di alcuni governi come il Messico e la Colombia, solo per fare due esempi, che hanno conferito valore alle azioni della destra venezuelana. Cosa ci puoi dire di questi fattori esterni e che ruolo giocheranno durante e dopo la giornata del 30 luglio?

È significativo che, il giorno dopo il plebiscito, lo stesso presidente Donald Trump abbia minacciato il Venezuela con sanzioni economiche nel caso in cui si darà l’Assemblea Nazionale Costituente. È significativo perché si può interpretare anche come un segnale che il piano non si sta sviluppando come vogliono; e io credo che questo sia un messaggio che è emerso il giorno 16 quando si è visto che molti di quelli che sono andati a votare appartenevano alle file del chavismo. Significa che, dopo tanti anni di attacchi contro il chavismo, questo continua ad esistere e ha preso parte alle manifestazioni di domenica.     

Hanno già annunciato che si schiereranno contro le sanzioni economiche, viste come un piano d’attacco, ma che possono essere giustificate diplomaticamente, come il blocco economico nei confronti di Cuba che va avanti da cinquant’anni. L’obiettivo è soffocare la popolazione, fare in modo che l’economia nazionale non abbia la capacità di risolvere i problemi più gravi che le si presenteranno.       

Credo che per prima cosa  dobbiamo togliamoci l’idea dell’intervento, come se un giorno apparissero in cielo e atterrassero nel paese una quantità di marines dicendo “siamo marines e siamo venuti per invadere il Venezuela”. Non credo che tutto questo succederà. Se uno guarda i conflitti recenti, prendiamo come esempio la Siria, si rende conto che in realtà gli Stati Uniti, salvo la bomba che lanciò il governo Trump qualche mese fa, non sono mai entrati come tali nel paese, se non con una guerra condotta da fuori attraverso gruppi interni da loro finanziati.        

Qual è il vantaggio di cui dispongono gli Stati Uniti nel quadro venezuelano?

Considerando che vicino c’è la Colombia, che significa che ci sono basi militari (sette), che c’è un esercito colombiano disposto ad appoggiare gli Usa, che c’è uno sviluppo enorme del paramilitarismo in Colombia, che ha acquistato maggior forza nelle zone di frontiera a seguito della smobilitazione delle FARC e che stanno occupando questo spazio. Partendo da questo si può immaginare uno scenario di conformazione di una forza militare capace di pianificare uno scontro maggiore contro lo stato venezuelano.             

Credo che l’intervento sia già iniziato. Quello che succede è sufficiente per destabilizzare il paese, chiudere le città, assassinare le persone e tutto ciò che vediamo in questi giorni. Ma non è sufficiente per spezzare il legame di forza.                     

La domanda è: gli Stati Uniti saranno disposti a esporsi maggiormente e a lanciare un’offensiva che potrebbe generare uno scontro armato diretto lungo la frontiera con la Colombia, un’offensiva militare nel sud dell’Amazzonia, con la Exxon Mobil che sta operando nella zona di Guyana e che ha una disputa con il Venezuela? Faranno un passo in più? Come sarà questo passo? Finanzieranno apertamente i settori paramilitari interni? Questi settori avranno una loro identità?

Questo, per esempio, è interessante perché nelle ultime settimane si è creata una tensione tra la dirigenza di destra, la MUD (Mesa de Unidad Democratica), e qualcosa che si chiama “La resistenza”, la quale ha lavorato sulla propria identità, legata ai settori che non corrispondono alla destra e che si vedono come una forza autonoma. Questa forza autonoma può svilupparsi come un braccio armato militare, come è già successo in Medio Oriente, una forza ribelle che opera in territorio venezuelano con l’obiettivo di liberare alcune zone? Questo di vedrà con il tempo. Nei fatti, oggi, quello che si sa è che la destra può avere un vantaggio nella battaglia dei sensi, della comunicazione, ma al momento non ha la capacità per sostenere le sue posizioni. Oggi, per quello che sappiamo, la destra non può, per esempio, prendere la testa di uno stato o di un municipio, occuparlo con la forza e dire: “A partire da oggi questo è un territorio liberto”, e per esempio trasferire il governo parallelo in questa zona. Questo non sembra possibile se si guarda lo sviluppo della sua forza territoriale, materiale.                      

È una nuova guerra, che da una parte continua a mantenere l’elemento classico della guerra, di cui mancano le forze. In Siria c’era l’esercito dello Stato che si rivoltò e si fallì, c’erano settori organizzati con un gran potere militare. In Venezuela non c’è la Forza Armata Nazionale Bolivariana, questo è bene dirlo. Quello che ha al giorno d’oggi sono alcuni gruppi paramilitari che non dispongono della forza necessaria. Per questo insisto nel dire che senza gli Stati Uniti è difficile che la destra venezuelana esca da questo pantano.

A pochi giorni dal 30 luglio, secondo quello che dici, la destra non tiene modo di dominare questo processo. Quindi, qual è lo scenario che vedi per la consolidazione dell’Assemblea Nazionale Costituente?

Lo scenario più probabile per i prossimi giorni riguarderà un’ escalation della violenza. Non ci dovranno sorprendere azioni militari di altro tipo o di altra portata. Ma, a mano che non abbiano un asso nella manica che nessuno di noi conosce, queste azioni non impediranno le elezioni di domenica.                                           Queste elezioni sicuramente avverranno in un quadro conflittuale molto esteso. Una volta che accadrà potremo analizzare vari elementi: per prima cosa quante persone avranno votato per l’Assemblea Nazionale Costituente, punto chiave per darle legittimità. Quante più persone avranno votato maggiore sarà la sua legittimità e più difficile sarà per la destra affermare che l’Assemblea Nazionale Costituente non ha alcun sostegno politico. Sarà una sfida per il chavismo e il governo.    

Per il momento non do alcun pronostico perché la situazione è complessa. 

Traduzione a cura  dell’Associazione Ya Basta! Êdî Bese!

http://www.globalproject.info/it/mondi/possiamo-non-essere-daccordo-con-maduro-ma-non-possiamo-appoggiare-una-destra-violenta/20991