Liberi Tutti Liberi Subito

Giovedì 27 luglio si svolgeranno dei presidi a Roma, Milano e Venezia, sotto l’ambasciata e i consolati tedeschi, per chiedere la liberazione delle compagne dei compagni arrestati ad Amburgo nel corso delle manifestazioni contro il G20. Le iniziative seguono quelle di Catania e Palermo, effettuate nelle scorse settimane davanti le Prefetture.

Appuntamenti

Roma ore 16, Ambasciata tedesca, via San Martino della Battaglia, 4

Milano ore 17, Consolato tedesco, via Solferino 40

Venezia ore 16, Consolato onorario di Germania, Fondamenta Condulmer 251

Lettera di Maria dal carcere di Amburgo

Riprendiamo da BellunoPiù una lettera di Maria dal carcere amburghese di Billwerder, indirizzata ai suoi compagni e compagne del Postaz di Feltre (BL) e scritta il 14 luglio. Maria è una delle compagne arrestate in seguito alle mobilitazioni avvenute ad Amburgo durante il G20 che, come gli altri 5 attivisti italiani, rimarrà nelle carceri tedesche almeno fino alla fine del prossimo mese, in attesa di giudizio. Giovedì 27 luglio si terranno a Roma, Milano e Venezia iniziative sotto le sedi diplomatiche tedesche per chiedere la liberazione di Maria, Fabio, Orazio, Alessandro, Emiliano e Riccardo.

Venerdì 14 Luglio 2017

Oggi 2 secoli fa il popolo in armi espugnava la Bastiglia, oggi coloro che festeggiano questa data fondatrice delle attuali democrazie innalzano nuove bastiglie ovunque.
Nessuno deve più stare qui dentro, mai più, è troppo per una persona sola.
Ci sono minorenni, donne incinte, donne con neonati e donne che dovrebbero stare in ospedale, tutte nelle stesse tute grigie.
So che state facendo tutto il possibile per tirarmi fuori e vi ringrazio, mi dispiace farvi stare in pensiero.
Ho qui il vostro telegramma. In realtà speravo di uscire oggi e di ringraziarvi a voce, invece sono di nuovo qui. Il ricorso non è stato accolto, ma sicuramente ne saprete già (più di quanto?) vi arriverà questa lettera.
Eravamo cinque nella stessa situazione qui nel mio braccio, le due tedesche sono uscite mercoledì, oggi è uscita la ragazza del Venezuela, però con una cauzione di 10000 euro.
Sì, diecimila.
Restiamo io ed una ragazza curda. È così forte lei, sempre positiva, nonostante abbia due fratelli morti combattendo in Kurdistan. L’unica cosa positiva qui sono le relazioni che si creano. Sono tutte così gentile, altruiste, tutte sono pronte a darti un abbraccio.
Per il resto non ho più illusioni su nulla.
L’altro giorno ci hanno fatto uscire in tre con la scusa di parlare con l’avvocato. In realtà volevano prelevarci il DNA. Bisogna aspettarsi sempre il peggio qui, e non è nella mia natura.
La prima prigione in cui ci avevano messi era un prefabbricato con queste stanzine di 10 metri quadri, eravamo in 5 lì dentro per 2 giorni senza niente, senza finestre, dovendo chiedere per bere e per andare in bagno con la guardia che ti sorvegliava. Praticamente senza mangiare.
Qui è un po’ meglio, almeno ho un letto e un bagno. Lo saprete già che sono finita dentro solo perché mi sono attardata ad aiutare una ragazza con un piede rotto. Rotto davvero, con l’osso fuori ed il piede attaccato solo per metà. Non credo che me lo toglierò mai dalla mente, insieme alla polizia che picchia a mani nude. E non credevo fosse possibile finire dentro per questo, per non aver fatto davvero nulla, anche se tutte qui sono dentro per cose da nulla, furti soprattutto.
Ragazzi, scrivete qualcosa su quello che sta succedendo per favore. Non state in silenzio. Se volete pubblicate quello che vi scrivo.
Non so nulla di Fabio invece, gli ho scritto e non mi ha risposto, dovrebbe essere nel mio stesso carcere. Se avete sue notizie scrivetemele, e scrivetemi comunque. Se potete mettetemi dentro un francobollo per rispondere. Io almeno fino a mercoledì sarò qui, e poi non lo so.
Vi voglio un sacco di bene, a tutti voi un abbraccio.
Spero di tornare presto.

Maria

La nave anti-migranti C-star fermata per traffico di esseri umani

La nave anti-migranti di Generazione identitaria, prima bloccata a Suez perché senza documenti ora indagata per favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

Sapevamo, con gioia, ormai da giorni del fermo della Nave nera a Cipro, ma chi sperava che sarebbe ripartita alla caccia dei barconi dovrà amaramente ricredersi. Ultimissimi aggiornamenti arrivano proprio oggi, giorno in cui, in teoria, la nave sarebbe dovuta ripartire.

La c-star rimarrà bloccata dentro il porto di Famagouste a Cipro: il capitano della nave, già preso in custodia dalla polizia cipriota, ed il proprietario Tomas Egerstrom, fermato al suo arrivo in aeroporto di Nicosia, sono accusati di traffico di esseri umani.

Proprio così, la campagna Defend Europe si autoschiaffeggia e arena definitivamente.

Infatti l’equipaggio composto da sri-lankesi di etnia Tamil ha richiesto, appena fermato a Cipro, la protezione internazionale e lo status di rifugiati politici. Pare che i marinai, assoldati sulla C-Star, abbiano in realtà dovuto pagare per essere presi a bordo e trasportati altrove. Ironia del destino?

Una cosa è certa: la crociera fascista sembra proprio conclusa, con buona pace dei boccaloni che hanno donato migliaia di euro per questa buffonata pubblicitaria.

Anti-nazi’s karma.

da InfoAut

27 luglio 1972 – Torino

Oltre 300 militanti e simpatizzanti di Lotta Continua vengono denunciati per “attività sovversive” ai danni dello Stato dai carabinieri del Nucleo informativo di Torino.

Il dossier di oltre 100 pagine consegnato alla Procura conteneva i nomi di alcuni appartenenti di spicco della sinistra extraparlamentare

A Calais gas al peperoncino su adulti e bambini inermi

Rapporto di Human Rights Watch sugli abusi della polizia francese contro i migranti

Utilizzo ingiustificato e reiterato di gas al peperoncino su adulti e bambini inermi, confisca arbitraria delle coperte, divieto di accesso all’acqua, ostacolo alla distribuzione dei pasti. Queste sono solo alcune delle accuse che l’organizzazione Human Rights Watch rivolge alle forze dell’ordine francesi (in particolare i reparti Crs) in servizio tra i migranti accampati a Calais, nell’attesa di tentare la traversata verso l’Inghilterra.

È UN QUADRO DESOLANTE, fatto di inutile e arbitrario accanimento, quello che esce dal rapporto pubblicato ieri dalla Ong con il titolo «È come vivere all’inferno – Abusi polizieschi a Calais contro i migranti, bambini e adulti». Lo studio, realizzato tra la fine di giugno e l’inizio di luglio scorsi, si appoggia sulle interviste dettagliate di 61 richiedenti asilo, la metà dei quali minori non accompagnati, raccolte a Calais e nei dintorni, dove, dopo lo smantellamento del campo chiamato la Giungla nell’autunno scorso, i migranti stanno cominciando a tornare.

Sarebbero alcune centinaia di persone (tra le 400 e le 500, secondo i dati di Hrw) a dormire nei boschi intorno alla cittadina del nord della Francia, aspettando l’occasione per passare la Manica. A testimoniare sono stati cittadini eritrei, afghani, etiopi (alcuni dei quali si sono qualificati come Oromo, l’etnia numericamente più importante in Etiopia), iracheni e curdi. Ed è proprio dai loro racconti che emerge la drammatica condizione dei migranti a Calais.

«QUASI OGNI NOTTE – confida Nebay T., giovane eritreo di 17 anni- i poliziotti si avvicinano mentre dormiamo e ci spruzzano addosso il gas. Ce lo buttano su tutto il viso, negli occhi». Dello stesso tenore la storia di Moti W., oromo di 17 anni. «Stamattina -racconta- dormivo sotto il ponte. I poliziotti sono arrivati. Ci hanno cosparso (di gas, ndr) il viso, i capelli, gli occhi, i vestiti, i sacchi a pelo, il cibo. C’erano molte persone che dormivano. La polizia ha ricoperto ogni cosa di gas al peperoncino». Talvolta, riporta lo studio di Hrw, le forze dell’ordine invitano i migranti a liberare la zona prima di fare ricorso al gas. Spesso, però, come rivelato dalle due testimonianze appena citate, le azioni della polizia non prevedono alcun avviso preliminare.

LA ONG CONDANNA l’utilizzo di sostanze urticanti in situazioni nelle quali interventi del genere non siano strettamente necessari e proporzionati all’obiettivo legittimo. Nei casi esaminati, però, le iniziative intraprese contro persone inermi costituiscono, per l’organizzazione, nient’altro che un abuso al quale le autorità francesi devono porre immediatamente termine.

MA NON SI FERMANO QUI le tecniche utilizzate per impedire che i migranti sostino a Calais e nei suoi immediati dintorni. Numerose testimonianze parlano di negazione dell’accesso all’acqua o ai punti di distribuzione dei pasti. «Era circa mezzanotte -racconta Birhan G, sedicenne eritreo- ed ero venuto a prendere da mangiare. I poliziotti erano lì e hanno intimato (agli operatori umanitari, ndr) di non darci da mangiare. Avevamo fame.

Avevamo sete. Ma i poliziotti hanno iniziato a spruzzarci contro il gas e noi siamo scappati».

GLI EFFETTI di questo tipo di gas possono andare dal semplice bruciore agli occhi fino alle crisi d’asma e l’ipertensione. Nei casi più gravi, soprattutto se non c’è acqua a disposizione, si deve ricorrere al ricovero in ospedale. Tra le persone ascoltate anche operatori umanitari. Una volontaria dell’associazione Utopia 56 racconta di aver consegnato due bidoni d’acqua a un gruppo di uomini e ragazzi. Il giorno seguente, ricorda, gli stessi le hanno spiegato che i poliziotti ci avevano spruzzato all’interno del gas. Come sottolinea Hrw, inoltre, esiste un costante ostacolo – illegale – da parte della polizia all’azione delle organizzazioni umanitarie.

SULLO SFONDO resta la posizione ambigua del governo francese. Se, nei giorni scorsi, Macron aveva espresso l’intenzione di assicurare un’accoglienza degna, il suo ministro dell’interno, Gérrard Collomb appoggia più o meno apertamente l’ostilità dimostrata dalle autorità locali

Francesco Di Taranto

da il manifesto

Livorno: Interviene la celere per rimuovere uno striscione anti Minniti

La consueta manifestazione culturale estiva “Effetto Venezia” nella città di Livorno ha visto l’irruzione della celere per rimuovere uno striscione contro le politiche securitarie del ministro Minniti appeso sugli scali del Refugio.

“L’unica sicurezza è quella sociale, un lavoro e una casa dove stare! Attaccate poveri e migranti per coprire le vostre colpe. Il vero nemico siete voi e non chi fugge dalla fame e dalle bombe. Minniti Boia!”. Questo il testo dello striscione incriminato che ha portato la polizia a intervenire nel mezzo della folla, tra i canali del quartiere Venezia e nei pressi del Teatro Officina Refugio che ospitava la manifestazione “Effetto Refugio”, appuntamento tradizionale delle realtà di movimento livornesi.

La polizia ha fatto strada all’intervento dell’autoscala dei vigili del fuoco, provocando tensione nella piazza. Una volta rimosso, lo striscione è stato recuperato dai manifestanti del Refugio e portato sul palco di piazza del Luogo dove si teneva la presentazione del Livorno Calcio raccogliendo l’applauso di tanti e delle tante livornesi presenti contrariati dalla prova di forza della questura e della sua arroganza censoria.

Questa edizione di Effetto Venezia ha attraversato notevoli complicazioni a causa delle direttive della circolare Gabrielli successiva ai fatti di piazza San Carlo a Torino: varchi di accesso al quartiere Venezia presidiati da steward, divieto di introdurre nell’area bottiglie di vetro e biciclette. Un piano sicurezza che ha congestionato il quartiere ospitante il festival. L’arrivo della polizia in tenuta antisommossa più che risolvere un problema ne ha prodotto uno nuovo. Ma nessuno tocchi Minniti!

da InfoAut

Verso Renoize017

Il 27 Agosto sono 11 anni dalla morte di Renato Biagetti, ucciso a Focene da due fascisti. Come ogni anno, fra il 27 Agosto e il 2 settembre si terrà Renoize017, un’iniziativa che cerca di far vivere le memoria di Renato attraverso la musica, la cultura e l’aggregazione contro ogni fascismo.
I “banditi” hanno voluto ricordare Renato così, sui muri della nostra città.
UCCIDONO UN COMPAGNO…NE NASCONO ALTRI CENTO! ACHTUNG BANDITEN!

http://www.militant-blog.org/?p=14634

G20, Forenza: «Liberare gli italiani ancora detenuti ad Amburgo»

G20, ancora detenuti ad Amburgo, sei militanti italiani arrestati dopo il corteo dell’8 luglio dalla polizia tedesca. Giovedi, iniziative in molte città sotto le sedi diplomatiche

«La stampa non se ne occupa – scrive Eleonora Forenza, eurodeputata del Gue – ma Alessandro, Emiliano, Orazio, Maria, Fabio, Riccardo sono ancora detenuti ad Amburgo. Sono in carcere per aver manifestato contro il #G20, vittime di una UE sempre più securitaria e repressiva, e della folle gestione della Polizia di #Amburgo.

Giovedì 27 luglio alle 16 a Roma vi chiediamo di essere presenti al presidio – conferenza stampa che terremo davanti all’ambasciata #tedesca (via San Martino della Battaglia/piazza Indipendenza) per chiedere la loro liberazione. Non ci fermeremo finché non saranno liber@ tutt@. Se toccano un@ compagn@, toccano tutt@. #liberitutti #liberetutte». Anche in altre città d’Italia ci saranno sit-in, presidi, flash mob, iniziative sotto le sedi diplomatiche della Germania. Specie in quelle più vicine ai luoghi da cui provengono i sei manifestanti arrestati nelle retate seguite alle operazioni di repressione amburghesi. Un’idea annunciata anche durante le giornate genovesi di commemorazione del luglio 2001 e di rilancio delle ragioni del movimento antiliberista e delle battaglie contro la repressione. A Palermo c’è stata già una iniziativa sabato 22 luglio davanti alla Prefettura di Palermo per sollecitare l’intervento immediato delle istituzioni italiane e richiamare l’attenzione degli organi di stampa su questa vicenda gravissima. Due giorni prima, il 20 luglio, si è tenuta l’udienza di convalida che ha confermato la custodia cautelare in carcere per Emiliano Puleo, in linea con le decisioni che, nei giorni precedenti, hanno riguardato gli altri manifestanti italiani arrestati durante le contestazioni del G-20 ad Amburgo. Il giudice non ha accettato la proposta di liberazione su cauzione formulata dalla difesa; perciò, anche per Emiliano proseguiranno inesorabili i giorni di detenzione nelle carceri di Amburgo, nel silenzio assordante dei media nazionali. La vicenda sta acquisendo, giorno dopo giorno, contorni sempre meno giudiziari e sempre più politici e punitivi – spiega Valentina Speciale, segretaria del circolo di Rifondazione Comunista di Partinico -. Ciò trova conferma – aggiunge – nelle parole del parlamentare tedesco Martin Dolzer del partito Die Linke, il quale, dopo un colloquio avuto con Emiliano in carcere, ha affermato che attualmente in Germania contro gli italiani che hanno contestato il G-20 è in atto un vero e proprio accanimento».

Restano in carcere nella prigione di Billwerder, Orazio, di 31 anni, e Alessandro di 25, i due catanesi fermati dalle autorità tedesche, dicono i loro legali, Pierpaolo Montalto e Goffredo D’Antona. Intanto il Centro Sociale Liotru, del quale i due catanesi fanno parte, ha già organizzato un aperitivo benefit per le spese legali.

Scrive Riccardo, dalla Prigione di Billwerder (20 Luglio): «In questo momento mi trovo detenuto nel carcere Billwerder di Amburgo. Sono stato arrestato venerdì 7 Luglio alle ore 19.30 nei pressi del Rote Flora. Sono accusato di oltraggio allo Stato, di aver messo in pericolo la pubblica sicurezza, di aver svolto un ruolo attivo all’interno di un gruppo di quindici persone che ha fronteggiato la polizia, in particolare di aver tentato di ferire un poliziotto della Sezione Speciale di Bloomberg adibita ad effettuare arresti e recuperare reperti. Non riconosco il dualismo “colpevole – innocente” proposto dagli apparati giuridici dello Stato. Ciò che voglio dire a riguardo è di essere orgoglioso e felice di essere stato presente durante la sommossa di Amburgo contro il G20.

La gioia di vivere in prima persona la determinazione di persone di ogni età e da tutto il mondo che ancora non hanno ceduto alla tentazione di sottomettersi alla logica del denaro e del mondo capitalista non potrà mai essere sopita da nessuna misura cautelare. In un epoca storica in cui il capitalismo cerca di affondare il colpo definitivo e necessario al suo assestamento, in una continua oscillazione fra guerra interna (leggi speciali, chiusura delle frontiere, deportazioni) e guerra esterna (massacri indiscriminati, distruzione e avvelenamento del Pianeta Terra); la rivolta di Amburgo contro il G20 ha dimostrato ciò che è più importante per chi ha ancora a cuore la libertà: la possibilità della sua realizzazione.

L’ efficienza tecnologica, fisica e tattica della polizia tedesca è stata tanto impressionante e spaventosa, quanto, di fatto, inutile a disinnescare prima e reprimere successivamente l’esigenza di svolgere contro la società mondiale, assurda e catastrofica, che i venti patetici Capi di Stato stavano lì a sfoggiare con meschinità, blindati nel cuore della città. I rassegnati e i riformisti potranno dire che, visto i rapporti di forza sviluppatisi negli ultimi decenni tra il potere e i suoi sudditi, quello di Amburgo sia stato un ennesimo esperimento di massa per verificare la tenuta degli apparati di sicurezza internazionale. Del resto è quello che veniva detto anche dopo il G8 di Genova nel 2001.

I ribelli e i rivoluzionari, però, non fanno i conti con le dietrologie della politica, ma con i propri sentimenti e i propri progetti. In ogni caso, mi pare di poter ribadire che, se anche così fosse, questo esperimento sia fallito del tutto. Nelle strade di Amburgo ho respirato la libertà incontrollata, la solidarietà attiva, la fermezza di rifiutare un’ ordine mortifero imposto da pochi ricchi e altrettanti potenti sul resto dell’umanità. Non più infinite file di automobili e composte processioni che ogni giorno santificano la liturgia oppressiva ed assassina del sistema capitalista.

Non più masse indistinte costrette a piegarsi e sudare per un’anonima sopravvivenza in favore dell’arricchimento di qualche ingordo padrone. Non più migliaia di sguardi assenti diretti verso qualche asettico display che aliena e deforma le nostre esperienze di vita.

Ho visto individui alzare gli occhi al cielo per cercare di agguantarlo.
Ho visto donne e uomini dare corpo alla loro creatività e alle loro fantasie più represse.
Ho visto le energie di ciascuno impegnate a tendere una mano ad altre che non si ergono al di sopra di nessuno.
Ho visto il sudore gocciolare dalle fronti per soddisfare i propri desideri invece di quelli di qualche aguzzino. Nell’ora della rivolta nessuno resta mai veramente solo.

Un forte abbraccio a tutti i compagni e le compagne, a tutti/e i/le ribelli prigionieri/e dello Stato tedesco. Un saluto appassionato ad Anna, Marco, Valentina, Sandrone, Danilo, Nicola, Alfredo, i compagni e le compagne sotto processo per l’ Operazione “Scripta Manent” in Italia. Ai/alle rivoluzionari/e e ai/alle ribelli prigionieri/e nelle galere di tutto il mondo. Un bacio a Juan. Dove sei … dove sei … sei sempre con noi! Finché esisto: sempre contro l’autorità! Sempre a testa alta! Viva l’internazionale anticapitalista! Per Carlo! per Alexis! Per Remi! Per la libertà!».

La stessa Eleonora Forenza era stata bruscamente arrestata assieme ad altri 15 italiani l’8 luglio ad Amburgo. E le furono sequestrati documenti dagli agenti tedeschi compreso il tesserino parlamentare. In alcune foto e un video ha mostrato le immagini dell’intervento della polizia. Era andata anche lei a manifestare contro il vertice, per vigilare da parlamentare europea contro il dispositivo globale di repressione del dissenso

Insieme ad altri attivisti ha trascorso la notte fuori dalla caserma di Amburgo: «Ci hanno comunicato – raccontò a Marina Zenobio di Popoff – che eravamo in stato di arresto senza comunicarci la ragione, dicendo solo che avevano notizie di italiani pericolosi in arrivo ad Amburgo. Ci hanno sequestrato i documenti, tra cui il mio tesserino parlamentare, per oltre quattro ore. Ci hanno messo nelle celle di due furgoni e ci hanno sequestrato tutto: negli zaini non hanno trovato nulla ma alcuni di noi, tra cui me, avevano una felpa nera (!!!). Ci hanno tenuto oltre tre ore nella cella del cellulare, prendendoci in giro quando chiedevamo informazioni. Mi hanno fatto fare pipì con la porta aperta e sorvegliata da due poliziotte nonostante fossi già stata perquisita. Dopo quasi cinque ore hanno portato tutti nelle celle. A me, alle 21, hanno detto che ero rilasciata perché parlamentare (eppure avevano il mio tesserino dalle 16!!!). Mi sono rifiutata di andare via finché non rilasciano tutt@ i miei compagni e le mie compagne».

L’europarlamentare ha ricordato la due giorni di Bruxelles, pochissimi giorni prima del G20, contro la repressione e per il diritto al dissenso organizzata con Osservatorio Repressione.

Intanto, è attiva la campagna “Perché nessun* resti solo”: indicazioni e indirizzi per scrivere agli attivisti reclusi nelle carceri tedesche.

Quel sabato il grande corteo conclusivo delle mobilitazioni contro il G20 è stato bello, potente e variegato. Una manifestazione tranquilla, a parte gli attacchi della polizia in coda, respinti grazie alla solidarietà degli altri spezzoni. Fino alle provocazioni che gli agenti in tenuta anti-sommossa hanno realizzato nella piazza finale contro chi doveva intervenire dal palco o chi stazionava là intorno. Poi la caccia all’uomo mentre i gruppi defluivano, circondati dalle camionette. Solo in seguito abbiamo saputo, grazie al legal team, che quasi tutti i fermati erano stranieri. I legali riferiscono che si è trattato di un vero e proprio “racial profiling”, una caccia allo straniero, soprattutto, con un atteggiamento della polizei molto aggressivo, specie con chi dimostrava di non essere intimorito o provava a usare il cellulare per avvisare il legal team. «Dopo la prima identificazione e perquisizione – ha raccontato Shendi è un’attivista dei Berlin Migrant Strikers, collettivo di italiani a Berlino – ci hanno fatto salire su due blindati, al cui interno c’erano delle celle. Insieme a noi, era presente anche l’europarlamentare Eleonora Forenza, che ha provato in tutti i modi a ostacolare l’operazione della polizia. Senza riuscirci. Anzi, anche lei è stata portata via con noi. Finché eravamo in stato di fermo nei furgoni il morale era molto alto. Perché stavamo tutti insieme, sebbene divisi tra uomini e donne. Facevamo cori, continuavamo a chiedere di andare in bagno, anche per infastidire la polizia. A un certo punto ci hanno portato nella struttura detentiva di Gesa (Gefangenensammelstelle), costruita apposta per il vertice del G20. Lì ci siamo resi conto di essere effettivamente in stato di arresto e abbiamo iniziato a sperimentare le diverse tattiche di controllo proprie dell’ambiente carcerario. Per prima cosa, siamo stati pian piano separati e isolati. Uno alla volta scendevamo dal furgone ed entravamo nell’edificio, attraverso una scala circondata dal filo spinato. Più che un vero e proprio carcere, sembrava un magazzino di Amazon. E noi la merce inscatolata nei piccoli scaffali. La logistica della repressione poteva avere inizio. Il flusso di soggetti era continuo, sia in uscita che in entrata, e gli addetti allo smistamento tendevano a comprimere il più possibile le soggettività per garantire il massimo dell’efficenza. Quasi subito, è diventato chiaro che un’arma nelle loro mani era il pieno possesso delle informazioni, mentre noi, al contrario, non sapevamo dove stavamo andando, dov’erano gli altri, se e quando saremmo usciti. Non sapevamo nemmeno di cosa eravamo accusati, perché si rifiutavano di dircelo».

Gli agenti hanno provato a far firmare un foglio in cui gli arrestati ammettevano che la polizia di Amburgo li avrebbe trattenuti perché considerati soggetti pericolosi fino alla fine del vertice, alle sei di mattina del lunedì.  Una mappa della città o un capo di vestiario sospetto, perfino la consapevolezza di come comportarsi in caso di arresto poteva significare la conferma delle accuse mosse dai tedeschi proprio mentre la politica, a cominciare dalla Merkel, ammetteva l’errore di aver fatto piovere il circo del G20 al centro della scena antagonista tedesca.

Su Dinamo Press una interessante riflessione di bilancio, intanto è attiva la campagna “Perché nessun* resti solo”: ecco le indicazioni e gli indirizzi per scrivere agli attivisti reclusi nelle carceri tedesche dopo le giornate di Amburgo.

«Ci sono tante cose di cui si ha bisogno quando si è rinchiusi in una cella. Si ha bisogno di vino, di tramonti, si ha bisogno di vento e di abbracci. Ma soprattutto si ha bisogno di parole. Parole per riempire un lunghissimo silenzio e rompere il proprio isolamento.

Giovanissime compagne e giovanissimi compagni sono ancora rinchiusi senza processo nella prigione di Hamburg dopo il G20. Sono sole e soli, non hanno cellulare, computer, possono fare solo una telefonata giornaliera. Il nostro compito è essere al loro fianco, condividere con loro lo spazio asettico di una cella di una nazione lontana.

Quando diciamo nostro, parliamo di tutte e tutti noi, chi c’era e chi no ad Hamburg. Con un piccolo sforzo ognuno di noi può essere la boccata d’aria di chi è recluso. Scriviamo e spediamo una lettera a chi è ancora in prigione per il G20 di Amburgo.

La solidarietà sui social network purtroppo non arriva nell’inferno del carcere, nelle ore che scorrono tutte uguali, interminabili. Spendere qualche centesimo in francobolli per inviare uno scritto, un saluto, una poesia, una canzone, una lettera, qualunque cosa è un atto prezioso di cura, un atto rivoluzionario. La solidarietà è un’arma, ma a volte anche una penna». Qui di seguito gli indirizzi:

RICCARDO LUPANO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

EMILIANO PULEO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

ORAZIO SCIUTO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

ALESSANDRO RAPISARDA

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

MARIA ROCCO

Jva billwerder

Dweerlandweg n° 100

22113 hamburg

Germany

FABIO VETTOREL

Justizvollzugsanstalt

Hahnöfersand

Hinterbrack 25 21635 Jork,

Germania

http://popoffquotidiano.it/2017/07/24/g20-forenza-liberare-gli-italiani-ancora-detenuti-ad-amburgo/

26 luglio 1953: assalto alla caserma Moncada

La caserma Moncada è una delle roccaforti dell’esercito cubano, e viene scelta seguendo una logica politica che dovrebbe portare ad un’intensificazione della mobilitazione anti-regime e insurrezionale.

L’attacco viene preparato per mesi e clandestinamente, dal movimento rivoluzionario che ha ormai addestrato molte centinaia di militanti all’uso delle armi. L’addestramento viene svolto all’interno di fattorie, abitazioni e università. A Cuba, dal golpe del 10 marzo del ’52, fioriscono sempre di più organizzazioni rivoluzionarie armate per il rovesciamento del regime.L’attacco alla Moncada viene guidato da: Fidel Castro,Abel Santamaría, José Luis Tasende, Renato Guitart Rosell, Antonio López Fernández (Ñico),Pedro Miret e Jesús Montané Oropesa, i quali sono anche ai vertici dell’organizzazione rivoluzionaria. L’attacco viene sferrato il giorno seguente alla festa patronale di Santiago per poter contare sulla stanchezza dei soldati. Simultaneamente vengono attaccati il Palazzo di giustizia da una decina di uomini guidati da Raul Castro, e  l’ospedale militare da una ventina sotto le direttive di Abel Santamaria.

È Fidel Castro a guidare l’attacco alla caserma. Mentre le altre due azioni riescono pienamente, la prima, la principale e con più uomini impegnati, circa un centinaio: è un fallimento totale sul piano tattico e militare. Molti rivoluzionari vengono uccisi,  altri fatti prigionieri, e in quasi una sessantina riescono a fuggire. Fidel Castro viene incarcerato e durante il suo processo farà il suo storico discorso: “la storia mi assolverà”.

L’azione del 26 luglio e il processo giudiziario, politico e di mobilitazione in solidarietà agli arrestati, è un detonatore della rivoluzione cubana che da quel giorno non fa che aumentare ed intensificarsi fino al 59 quando travolge il regime militare. Il programma scritto per l’occasione dell’attacco è un modello politico programmatico per la rivoluzione, e le sue rivendicazioni portano moltissime persone ad arruolarsi nel movimento 26 julio e a partecipare attivamente al processo rivoluzionario.

Davide Delogu è sotto tortura

Se il carcere è un abominio che punisce il detenuto per la sua condotta deviante, quella che sta subendo Davide in questi mesi, e che in passato ha già subito per brevi periodi, non si dovrebbe stentare a chiamarla tortura.

Davide Delogu, anarchico cagliaritano condannato per rapina e tentato omicidio, in questi anni si è distinto per la tenacia nel proseguire le lotte all’interno delle strutture carcerarie che lo detenevano, su infoaut abbiamo più volte dato risalto alla sua vicenda per dare risalto alla sua lotta dentro le mura del carcere. Trasferito dalla Sardegna in Sicilia, con diversi spostamenti nelle strutture di quest’ultima, è stato prima di tutto allontanato dalla sua terra ma soprattutto dai suoi cari e dai suoi compagni, cercando in questo modo di fiaccarne la resistenza. Per lo statuto speciale della Regione Sardegna i detenuti sardi dovrebbero “giovare” della territorialità della pena, una misura che se non viene rispettata diventa una doppia condanna, per Davide in primis che non ha la possibilità di vedere il suo avvocato ma che si deve appoggiare a un secondo legale, in secondo luogo per chi vuole avere colloqui con lui che sarà costretto a viaggi interminabili e un dispendio notevole di risorse economiche. Il trasferimento lontano dalle carceri sarde era già avvenuto precedentemente per altri detenuti politici, in particolare ricordiamo quelli della operazione Arcadia militanti di A Manca pro S’Indipendentzia e non ultimo Bruno Bellomonte, assolto dopo aver scontato anni di detenzione cautelare.

Davide è adesso nuovamente sotto regime di 14 bis, da due mesi per un totale di 6 mesi, all’indomani del tentativo fallito di evasione del 1° Maggio. Il 14 bis è un regime speciale di sorveglianza particolare che prevede la detenzione in isolamento. Davide in questo momento si trova in cella liscia e sotterranea, senza tv e senza radio. Dispone di due ore di aria al giorno in un’altra cella. Non può vedere la luce del sole né altri detenuti. La corrispondenza gli viene fatta arrivare. Nonostante il reclamo inoltrato dai legali l’amministrazione carceraria non risponde e non modifica le condizioni di detenzione.

I compagni di Davide sono venuti a sapere dopo molto tempo dell’inizio del 14 bis, nonostante questo da subito è partita una chiamata alla solidarietà diffusa, recepita già da alcune città in particolare da Cagliari. Nel capoluogo sardo, oltre ad una campagna muraria, la campagna è iniziata con un presidio sotto il tribunale cagliaritano, prevede per venerdì 28 un presidio alle 15 davanti alla sede del più venduto quotidiano isolano, L’Unione Sarda, con il tentativo di dare risalto alla sua vicenda.

E’ stata inoltre iniziato un bombardamento di lettere alla struttura carceraria che invitiamo a seguire inviando la posta a Davide Delogu – Contrada Piano Ippolito, 1, 96011 Augusta (Siracusa).