A Portoferraio Pietro Gori fa ancora paura!

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Portoferraio, Isola d’Elba, sabato 3 febbraio. Tante e tanti, per affermare che l’affronto alla memoria collettiva di una giunta comunale non può eliminare il valore storico e attuale di una figura come quella del compagno anarchico Pietro Gori. Importante la presenza delle elbane e egli elbani con garofani rossi, cartelli e canti per esprimere la propria contrarietà alla scelta della giunta comunale di Portoferraio. Presenti anche alcune compagne e compagni della Federazione Anarchica Elbano Maremmana, di Livorno, Pisa e Empoli

[seguirà un resoconto più dettagliato]

Riportiamo il testo del volantino diffuso:

Pietro Gori fa ancora paura!

A Portoferraio, Isola d’Elba, la giunta di destra ha deciso di cambiare la toponomastica: la piazza intitolata al compagno Pietro Gori sarà dedicata a un sindaco di centrodestra.

La vicenda è diventata oggetto di polemica e strumentalizzazione tra i vari partiti in vista delle elezioni nazionali del 4 marzo. Che lascino Pietro Gori fuori dalle loro campagne elettorali!

La decisione della giunta è un affronto all’Elba libertaria, è un atto contro il movimento anarchico, da parte di una fazione politica che non è certo nuova a simili attacchi.

Gli anarchici, i rivoluzionari, danno fastidio a chi governa anche se sono morti da oltre centanni, specie se si tratta di Pietro Gori.

Pietro Gori, nato nel 1865 da padre elbano, muore a Portoferraio nel 1911. Anarchico militante e intellettuale, è una delle personalità più rilevanti del movimento anarchico italiano che tra Ottocento e Novecento è impegnato nello sforzo organizzatore e nel progressivo radicamento tra i lavoratori. In questo contesto Pietro Gori è costretto dalla repressione a vivere esule in varie parti del mondo, mette la sua capacità comunicativa a disposizione della propaganda, mette la sua professione di avvocato a disposizione dei lavoratori e dei militanti colpiti dalla repressione. Pietro Gori è un agitatore politico, è un organizzatore sindacale, è un internazionalista che individua nel movimento operaio l’elemento di trasformazione sociale, è una persona che riesce ad unire la passione politica allo slancio espressivo ed artistico.

L’anarchismo di Pietro Gori dimostra ancora oggi la propria forza dirompente. Pietro Gori, grazie al suo pensiero e alla sua azione, è un punto di riferimento nelle lotte attuali. Ieri come oggi la lotta contro la guerra, contro lo sfruttamento, contro la distruzione del territorio, sono elementi centrali dell’azione degli anarchici. Ieri come oggi gli anarchici sono al fianco di tutti gli sfruttati e di coloro che vogliono una reale trasformazione sociale.

Invano si tenta di cancellare la storia del movimento operaio, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle lotte popolari. Invano si tenta di negare le radici storiche di chi ancora oggi lotta per l’emancipazione e per la liberazione sociale.

Un atto burocratico non riuscirà a cancellare la memoria collettiva.

Federazione Anarchica Elbano Maremmana

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Solidarietà ai Mapuche! Le maglie della Benetton sono sporche di sangue

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Solidarietà ai Mapuche! Le maglie della Benetton sono sporche di sangue” con questo striscione anche a Livorno gli anarchici hanno manifestato di fronte al locale negozio Benetton per la settimana di lotta in solidarietà con il popolo Mapuche e con il movimento anarchico argentino lanciata dall’Internazionale di Federazioni Anarchiche. Nel pomeriggio di venerdì 2 febbraio le compagne e i compagni del Collettivo Anarchico Libertario e della Federazione Anarchica Livornese hanno mantenuto un presidio di fronte al negozio della multinazionale diffondendo volantini e confrontandosi con le tante persone che si sono fermate, per avere maggiori informazioni o per esprimere il proprio sostegno all’iniziativa. Da segnalare un buffo intervento di due vigili urbani che volevano multare i manifestanti per un cartello del presidio appeso ad una colonna, a loro dire era necessario il timbro dell’ufficio affissioni del comune, ma pure alcuni passanti hanno contestato ai vigili questo comportamento difendendo la libertà di manifestare degli organizzatori del presidio. L’iniziativa comunque ha dimostrato che in città c’è molto interesse sulla questione, per questo saranno probabilmente organizzate altre attività di solidarietà e sostegno a chi lotta in Agentina contro la sanguinaria repressione del governo Macri, al fianco dei Mapuche e di tutti gli sfruttati.

Di seguito il volantino distribuito durante il presidio

SOLIDARIETÀ ALLA POPOLAZIONE MAPUCHE E AL MOVIMENTO ANARCHICO ARGENTINO
SANTIAGO MALDONADO E RAFAEL NAHUEL VIVONO NELLE NOSTRE LOTTE

La Benetton è tra le principali responsabili del saccheggio delle terre della popolazione Mapuche, nella Patagonia argentina e cilena. In Argentina il governo tenta di mettere al bando i movimenti sociali, le organizzazioni politiche e sindacali che solidarizzano con la popolazione Mapuche che lotta contro la devastazione dei propri territori da parte della Benetton e altre multinazionali. La polizia e le bande paramilitari usano la violenza più brutale, sparando sui manifestanti, rapendo e uccidendo oppositori.

I Mapuche e le compagne e i compagni che sostengono localmente la loro lotta chiedono il nostro supporto. Il “Rapporto RAM”, reso pubblico a dicembre 2017, preparato dal Ministero della Sicurezza Nazionale argentino congiuntamente ai governi delle province patagoniche, prepara la strada ad una gravissima montatura repressiva sostenendo l’esistenza di un complotto terroristico che coinvolge organizzazioni Mapuche, organizzazioni politiche, sociali e sindacali, tra cui anche la Federazione Libertaria Argentina, che fa parte dell’Internazionale di Federazioni Anarchiche.
Il 1 di agosto nella provincia di Chubut nella Patagonia argentina, persone appartenenti alla comunità indigena Mapuche, assieme a solidali, hanno bloccato una strada vicina alla sede locale della Benetton (tra le più importanti nel paese) per protestare contro l’acquisizione del territorio Mapuche da parte della grande multinazionale. La polizia ha attaccato la manifestazione sparando colpi di pistola mentre i manifestanti cercavano di difendersi come potevano. Durante l’operazione di polizia l’anarchico Santiago Maldonado è stato arrestato, caricato con violenza su un furgone bianco -come testimoniato da molte persone- e portato via; da allora è risultato disperso, desaparecido. Il suo corpo è stato trovato in un fiume in Patagonia due mesi dopo, un brutale ricordo delle 30.000 persone che risultarono desaparecidas durante il periodo della Junta (la dittatura militare guidata dai generali Videla, Massera e Agosti), un marchio indelebile nella storia Argentina, conservato nella memoria collettiva allo stesso modo dei crimini nazisti.
Un altro compagno, Rafael Nahuel, è stato anch’egli ucciso, era un giovane di origine Mapuche membro di un gruppo chiamato Coletivo Al Margen. Aveva preso parte alle proteste a sostegno delle rivendicazioni Mapuche. Il 25 novembre 2017, in occasione del funerale di Santiago Maldonado, le forze di polizia hanno organizzato uno sgombero nel territorio Mapuche. Le persone presenti sono state colpite da proiettili di gomma e di piombo, mentre venivano spruzzate di spray al peperoncino. Una donna e Rafael Nahuel sono stati colpiti. La donna è sopravvissuta, Rafael è stato ucciso.

In diversi paesi del mondo in questi giorni si stanno svolgendo azioni e iniziative contro la repressione assassina dello Stato argentino, in solidarietà con il movimento anarchico di quel paese e con tutti coloro che lottano contro la violenza statale e padronale. L’Internazionale di Federazioni Anarchiche (IFA) ha lanciato un appello per concentrare nella settimana tra il 29 gennaio e il 7 febbraio iniziative di lotta e solidarietà contro le sedi di rappresentanza del governo argentino e la multinazionale dell’abbigliamento Benetton.

Il marchio “United Colours of Benetton” vorrebbe presentare la multinazionale come multietnica e antirazzista. In realtà Benetton sta acquistando enormi appezzamenti di terreno in Argentina, sottratti inizialmente alla popolazione indigena Mapuche di Cile e Argentina. La multinazionale quindi è complice e responsabile di quanto sta accadendo.

SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE!

Federazione Anarchica Livornese – FAI
cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

Collettivo Anarchico Libertario
collettivoanarchico@hotmail.it
collettivoanarchico.noblogs.org

https://collettivoanarchico.noblogs.org/post/2018/02/05/solidarieta-ai-mapuche-le-maglie-della-benetton-sono-sporche-di-sangue/

Padova, Pavia, Firenze: la polizia carica tre iniziative contro il “fascio-leghismo”

Una giornata convulsa, quella di ieri. Che riflette al meglio il clima che si respira nel Paese, tra torsioni reazionarie e desideri di riscatto.  Mentre si assisteva al tentativo di vietare la manifestazione di sabato prossimo a Macerata, a Padova, Firenze e Pavia tre iniziative diverse contro il terrorismo di matrice “fascio-leghista” sono state caricate dalla polizia.

Ma ripercorriamo i fatti con ordine cronologico.

Il sindaco di Macerata Romano Carancini (PD) ha diffuso nel pomeriggio di ieri un appello, invitando a sospendere la manifestazione di sabato prossimo, per non turbare il processo di guarigione dei cittadini marchigiani. «Credo che ci sia un tempo per il silenzio e un tempo per manifestare, tutti insieme, a favore della vita, per la nostra Costituzione, per i diritti alla legalità. Questo è il tempo della riflessione e dell’impegno a riprendersi e ritrovarsi, tra noi, verso quello che siamo».

Le parole del primo cittadino hanno tuttavia trovato subito l’adesione di diverse sigle della “sinistra istituzionale” – Anpi, CGIL,  Arci e Libera – che hanno dichiarato di aver annullato la manifestazione in ottemperanza alle gentili sollecitazioni.

Due dichiarazioni, di Carancini prima e delle associazioni poi, da cui si sono immediatamente dissociate le realtà di movimento, che hanno invece ribadito l’urgenza di una massiccia partecipazione alla mobilitazione del 10 febbraio.

Uno statement che non ha tardato a suscitare un’altra dichiarazione, quella del ministro degli Interni Minniti che, sensibile alla necessità di «pace e tranquillità» del capoluogo marchigiano, si è detto sinceramente grato per la devota risposta di Anpi, CGIL, Arci e Libera. «Al tempo stesso mi auguro che anche altre organizzazioni che hanno annunciato manifestazioni accolgano l’invito del sindaco di Macerata. Se questo non avverrà, ci penserà il Ministro dell’Interno ad evitare tali manifestazioni».

Un’intollerabile minaccia quella di Minniti, in continuità con la negazione de iure degli spazi del dissenso, che hanno caratterizzato il suo operato in questi mesi.

Lungi dall’ottenere una prona risposta, la sommatoria degli interventi di ieri ha dimostrato che esiste nel Paese una volontà di riscatto collettivo, non solo nei confronti del “fascio-leghismo”, ma anche di un’ideologia securitaria che comprime in modo organico il quadro dei diritti e delle libertà.

Ecco perché ad esempio a Pavia, dove pure la questura aveva vietato il corteo antifascista e antirazzista chiamato dopo l’aggressione avvenuta poche ore prima dell’attentato di Macerata da parte di una ventina di naziskin ai danni di cinque ragazzi, ieri si è scelto di scendere comunque in piazza. Così a Firenze, dove il segretario della Lega Salvini era atteso per un appuntamento elettorale, in centinaia hanno partecipato al presidio antifascista convocato da Iniziativa Antagonista Metropolitana. A Padova ancora è stata la «passeggiata antifascista», che da alcuni mesi diverse realtà e singolarità cittadine fanno nelle vie del centro ogni mercoledì sera, ad aver assunto un significato più ampio, dopo i fatti di Macerata.

Tre città, tre contingenze, tre contestazioni peculiari, due tratti in comune: antifascismo e cariche. A Pavia il corteo è stato violentemente respinto dai reparti mobili (guarda il video di Local Team), così come è accaduto a Firenze (guarda il video di RepTv), città in cui la celere era stata spiegata proprio in opposizione alle mobilitazioni. APadova è stata una provocazione di alcuni neofascisti in piazza dei Signori, prontamente respinta dai partecipanti alla “passeggiata”, ad aver scatenato la celere contro gli antifascisti e le antifasciste. La polizia era presente in piazza per via di un convegno organizzato da Fratelli d’Italia.

«La polizia difende i fascisti e carica chi porta in piazza la solidarietà alle vittime del terrorismo fascio-leghista» hanno detto gli attivisti al megafono, mentre rimanevano in piazza, facendo indietreggiare la pattuglia.

Non può essere considerato casuale il dispiegamento di forze di sicurezza attuato ieri, soprattutto se messo in relazione con le patetiche richieste avanzate dal sindaco di Macerata e, ancor di più, con le intimidazioni di Minniti. Ci si domanda infatti a quali dispositivi ricorrerà sabato 10, perché èevidente che a nulla siano valse le minacce ministeriali, e che anzi abbiano suscitato una più convinta determinazione a riempire le vie e le piazze della città.

Padova: Antifascisti caricati dalla polizia in piazza

Nella serata di ieri la celere, schierata in Piazza dei Signori, ha deciso di caricare un gruppo di attivisti che avevano appena svolto la consueta passeggiata antifascista per le vie del centro. Manganellate senza una motivazione e continue provocazioni da parte del reparto mobile a difesa di qualche fascista presente in piazza. Alcuni compagni sono rimasti contusi.
Riportiamo di seguito la testimonianza di Sconfinamenti Padova:

Da mesi ormai a Padova ogni mercoledì sera ha luogo la consueta passeggiata antifascista che vede unite e coinvolte molte delle realtà e delle soggettività antirazziste e antifasciste che ogni giorno animano questa città e questo territorio.
Anche oggi ci siamo incamminati, dedicando la marcia a Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson, Festus e Omar.
Giunti in piazza dei signori, siamo riusciti ad arginare la miserevole contestazione di alcuni neofascisti, molti dei quali presenti al meeting di Fratelli d’Italia che si teneva di lì a pochi metri.
Mentre ci ritrovavamo ancora una volta a urlare e a ribadire che Padova è e sempre sarà antifascista, siamo stati caricati da alcuni celerini in tenuta anti sommossa.
Alcuni compagni sono rimasti feriti, ma nonostante la rabbia e lo sgomento siamo infine riusciti ad allontanare i celerini.

Per ribadire che, nonostante tossiche narrazioni e ridicole campagne elettorali,

PADOVA È E SEMPRE SARÀ ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTA.

Il vostro Odio non ci avrà mai.
Il vostro Odio troverà sempre le nostre barricate. I nostri corpi. Tanti. E La nostra rabbia, organizzata.
Ovunque.

Con i nostri corpi, contro il vostro odio.

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Sabato 10 febbraio tutt* a Macerata: contro il razzismo, contro i divieti del ministero dell’Interno. Per l’antifascismo, per la democrazia.

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«Ringrazio Anpi, Cgil, Libera, Arci e le altre associazioni per avere rinviato la manifestazione del 10 febbraio raccogliendo l’appello del sindaco di Macerata. Hanno fatto un atto di amore verso la comunità. Mi auguro che anche le altre organizzazioni che hanno fatto richiesta di svolgimento manifestazioni accolgano la richiesta del sindaco. Se risponderanno positivamente sarà dimostrazione di responsabilità da parte loro, se così non fosse ci penserà il ministero dell’Interno a impedire che si faccia la manifestazione». (Marco Minniti).

Queste sono le incredibili e gravissime parole del Ministro dell’Interno. È opportuno brevemente riepilogare gli accadimenti delle ultimi folli ore.

Le realtà di movimento delle Marche nel volgere di poche ore, dopo il gravissimo attentato di sabato hanno indetto la manifestazione nazionale che si terrà a Macerata sabato 10 febbraio. Già nel presidio spontaneo tenutosi nel pomeriggio del 4 febbraio la manifestazione è stata annunciata e messa a disposizione di chiunque condividesse la necessità urgente di scendere in piazza dietro lo slogan semplice e chiaro “contro ogni fascismo contro ogni razzismo”.

Il lancio della manifestazione si è immediatamente diffuso determinando larghissime adesioni in tutta Italia e persino dall’estero. Nonostante questa larghissima e immediata risposta la CGIL, per ragioni di posizionamento e opportunismi puramente interni all’organizzazione non solo ha deciso di non partecipare aderendo all’invito del Sindaco ad annullare ogni manifestazione, ma ha anche avviato una gravissima operazione di boicottaggio facendo circolare la notizia falsa che la manifestazione era stata annullata! Le scelte della CGIL sono state, purtroppo, condivise anche dai vertici di ANPI, LIBERA e ARCI.

Nonostante ciò, tanti attivisti di base, sezioni e circoli territoriali di queste organizzazioni hanno espresso la volontà  di non abbandonare la piazza di Macerata e di essere, comunque, presenti.

In questo contesto, cogliendo l’occasione creata ad hoc dal sindaco di Macerata e dalle organizzazioni non a caso ringraziate da Minniti per la loro collaborazione, si è inserita l’intimidazione del Ministro dell’Interno e la scelta tutta politica di vietare la manifestazione.

Si tratta di una evidente sospensione della democrazia nel nostro Paese, della brusca materializzazione di un fascismo che nelle strade si esprime con le pistole e nelle istituzioni con l’imposizione autoritaria del silenzio. Il divieto dopo una tentata strage fascista di esprimere liberamente e pacificamente la propria indignazione, è un atto che non ha precedenti nella storia della Repubblica.

Questo divieto è inaccettabile. L’equiparazione fascismo e antifascismo, razzismo e antirazzismo è inaccettabile. Per questo ribadiamo con fermezza che andremo comunque in piazza per ripristinare l’agibilità democratica e riaffermare quanto sarà scritto nello striscione di apertura del corteo “movimenti contro ogni fascismo ogni razzismo“. Invitiamo quindi a non farsi intimidire dal clima creato ad arte dal Ministero dell’Interno e a raggiungere Macerata per una grande manifestazione popolare. Non è il tempo di stare a casa. Non basta esprimersi sui social. Sono in gioco le nostre libertà fondamentali.

LE REALTÀ DI MOVIMENTO DELLE MARCHE

Numeri identificativi? Chi sono i veri violenti

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A seguito dei fatti di ieri – cariche della polizia nei confronti di tre iniziative antifasciste in tre diverse città (Padova, Pavia, Firenze) – condividiamo una riflessione del collettivo FuoriNorma di Padova:

Eccoli i veri violenti, schierati in tenuta antisommossa il mercoledì sera nelle piazze della vita universitaria, a difesa di qualche fascistello presente per l’iniziativa organizzata da Fratelli d’Italia.

Ci chiediamo come sia possibile che dopo un gravissimo fatto quale l’attentato di matrice fascio-leghista di Macerata vengano concesse sale ai mandanti morali di tale attentato in cui svolgere le loro iniziative, ovviamente ben protetti dalla polizia, o gli venga anche solo permesso di continuare a proferire parola.

Solo nella serata di ieri la polizia ha caricato tre iniziative promosse dagli antifascisti in tre diverse città: Padova, Pavia e Firenze.

In questo clima di barbarie urge una seria riflessione sui numeri identificativi per le forze dell’ (dis)ordine: i casi di abusi in divisa, è utile ribadirlo, non sono “casi isolati”, non si tratta di qualche violento impazzito come vorrebbero farci credere per Luca Traini, si tratta invece un problema strutturale della polizia italiana, profondamente attraversata da rigurgiti fascisti.

L’impunità totale di cui godono gli appartenenti alle forze di polizia, resa possibile dall’assenza dei numeri identificativi e dalla vicendevole copertura tra colleghi in perfetto spirito corporativista-fascista, insieme all’assenza di garanzie a tutela di chi denuncia violenze da parte della polizia, non fa altro che implementare e dilatare a dismisura l’area degli abusi in divisa. L’isteria securitaria ormai diffusa in tutto il Paese e alimentata da praticamente tutti i partiti, dal PD alla Lega Nord, che vorrebbe più sicurezza per i “cittadini onesti” e più poteri alle forze di polizia appare quasi come un paradosso: l’uomo che ha sparato a Macerata contro i migranti al grido di “Viva l’Italia”, ricordiamo, era cittadino italiano, uomo bianco, vicino alla Lega Nord di Matteo Salvini.

Ieri anche noi eravamo in Piazza dei Signori a Padova e abbiamo assistito per l’ennesima volta alla storia che si ripete: fascisti barricati dentro una sala, polizia schierata in loro difesa, ripetute manganellate nei confronti degli antifascisti di ritorno da una “passeggiata” per le vie del centro che intendeva anche portare solidarietà alle vittime del terrorismo fascio-leghista: Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson, Festus e Omar.

FUORI I FASCISTI E I LORO PROTETTORI DALLE CITTA’!
CI VEDIAMO IL 10 TUTTE E TUTTI A MACERATA! Macerata – Manifestazione nazionale contro fascismo e razzismo
sempre ai nostri posti ci troverete!

Delle “bombe sociali” e altre amenità

Casa originale dell’articolo cronachw di ordinario razzismo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/delle-bombe-sociali-amenita/

Che nemmeno gli spari su vittime inermi riescano a fermare anche solo per un attimo la propaganda, in questa povera e squallida campagna elettorale, è davvero inconcepibile e disumano. C’è ancora qualcuno che parla di una “bomba sociale” che sarebbe rappresentata dai 600mila migranti giunti negli ultimi anni.

In Italia almeno dal 1998 le frontierenon sono aperte: chi dice che può entrare chiunque voglia imbroglia l’opinione pubblica.

La legislazione in materia di immigrazione è costituita dal Testo unico 286/98 (approvato con il primo governo Prodi) così come modificata dalla Legge Bossi-Fini nel 2002(secondo Governo Berlusconi). In materia di immigrazione e sicurezza, le modifiche più importanti sono state introdotte dal pacchetto sicurezza Maroni (quarto governo Berlusconi) e dai decreti Minniti-Orlando approvati l’anno scorso. Se di fallimento delle politiche migratorie si deve parlare, si tratta di un fallimento politicamente trasversale frutto di un trentennio di politiche sbagliate il cui unico e preminente obiettivo è stato quello di impedire gli arrivi. Di solito quando si sbaglia si cambia rotta, in Italia si è semplicemente detto avanti tutta.

L’evoluzione dei flussi di ingresso nel nostro paese dei migranti provenienti dal continente africano è stata influenzata essenzialmente da tre elementi.

A partire dal 2009 è stata praticamente chiusa la programmazione degli ingressi per motivi di lavoro. La gran parte dei cittadini stranieri giunti negli anni precedenti sono arrivati per cercare lavoro nel nostro paese e, soprattutto in una seconda fase, per ricongiungimento familiare. Oggi sono stabilmente residenti in Italia 5 milioni di persone arrivate qui prevalentemente dalla seconda metà degli anni ’70 in poi. E contribuiscono, tra l’altro, a rallentare il processo di invecchiamento della popolazione, che ha conseguenze negative sulla sostenibilità del nostro sistema di welfare per la crescita della domanda di servizi sociali e sanitari e della spesa pensionistica. Sono mediamente più giovani, hanno menobisogno di cure e di assistenza, si concentrano nella fascia di popolazione attiva e dunque contribuiscono all’equilibrio del nostro sistema pensionistico nonchè alle entrate fiscali.

Italia. Popolazione totale e popolazione straniera per fasce di età. Anno 2017

I cambiamenti politici e i conflitti interni a molti paesi africani, insieme agli effetti prodotti dai cambiamenti climatici, hanno fatto crescere le migrazioni forzate e il numero di persone che cercano protezione in altri continenti. Da qui l’aumento del numero di persone che arrivano via mare: non potendo giungere per vie “legali” sono costrette a viaggiare “illegalmente”, rischiando la vita su quelli che sono tutto fuorché “taxi del mare”.

Di fronte all’aumento delle persone che giungono nel nostro paese, costrette a chiedere protezione internazionale, le alternative sono due: o il Governo decide di respingerle (come ha cercato di fare in passato l’Italia ricevendo condanne dalla Corte Europea per i Diritti dell’uomo) o si organizza per accoglierle. Da qui la necessità di ampliare il sistema di accoglienza italiano, purtroppo ancora prioritariamente sbilanciato a favore dell’accoglienza emergenziale.

Blocchi temporanei degli arrivi dei migranti via mare sono stati ottenuti stringendo accordi con i governi di alcuni paesi africani, in primo luogo la Libia. Si tratta di accordi economici che pretendono di fermare il viaggio di migliaia di donne e uomini con la forza. Se ci riescono, il prezzo in termini di sofferenze e vite umane è altissimo, ma la verità è che a causa dei conflitti interni e della corruzione che caratterizzano molti dei paesi “partner”, sono accordi che quasi mai funzionano a lungo. L’accordo stretto dal governo Berlusconi con la Libia ha provocato la diminuzione degli arrivi tra il 2008 e il 2010, ma l’abbattimento del regime di Gheddafi e il conseguente conflitto interno al paese hanno in seguito determinato un nuovo aumento delle partenze e degli sbarchi.

Nel 2017, il Governo in carica ha stretto nuovi accordi e oggi rivendica la diminuzione del numero di persone che sbarcano nel nostro paese. Le partenze non si sono comunque fermate e, come i fatti degli ultimi giorni purtroppo ci raccontano, le persone continuano a morire in mare.

A proposito poi del presunto pericolo per la nostra “sicurezza” che comporterebbe l’aumento della presenza di cittadini stranieri nel nostro paese, è forse utile ricordare che, nel contesto di una progressiva diminuzione del numero reati compiuti nel nostro paese negli ultimi anni (da circa 2,9 milioni del 2007 a circa 2,4 milioni nel 2016, dati Istat), l’incidenza dei detenuti stranieri sul numero complessivo delle persone che si trovano in carcere è anch’essa diminuita: dal 37,1% del dicembre 2009 è scesa al 34,1% nell’aprile 2017 (ultimi dati disponibili Osservatorio Antigone).

Italia. Popolazione dei detenuti e detenuti stranieri. Anni 2009 e 2017

La propaganda continuerà a fare il suo lavoro sporco sulla pelle di migliaia di persone. Noi continuiamo a fare il nostro.

Macerata, specchio dell’Italia. E’ il tempo di dire basta

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Casa originale dell’ articolo cronache di ordinario razzismo  http://www.cronachediordinariorazzismo.org/macerata-traini-manifestazione/

E’ difficile dare un’idea dell’aria che si respira a Macerata dopo quanto successo sabato scorso, 3 febbraio. Il fatto, di cui abbiamo parlato qui, è che Luca Traini, ventottenne maceratese vicino agli ambienti di estrema destra ed ex candidato con la Lega Nord, ha sparato contro un gruppo di persone, tutte di origine africana, ferendone sei. Si è poi avvolto nella bandiera tricolore urlando “Italia agli italiani” mentre faceva il saluto fascista, a braccio teso. Molto specifico per essere il gesto di un folle, come alcuni hanno provato a derubricare il gravissimo episodio.

Altri invece l’hanno sostenuto, da subito e con chiarezza: Forza Nuova in primis, che ha espresso pieno sostegno all’aggressore. Ieri il movimento di estrema destra si trovava sotto la sede del Pd, identificato come “colpevole di aver permesso l’invasione degli immigrati”, e per domani, martedì 6, è prevista una manifestazione, proprio nella piazza principale della città: una dimostrazione “contro l’immigrazione”, come recita il comunicato di FN. Una manifestazione che, dalle ultime informazioni, sembra sia stata autorizzata: cosa molto grave, visto che di fatto si consente di stare in piazza, legittimandone la presenza e dunque anche i discorsi, a chi ha da subito sostenuto una persona che ha sparato contro altri esseri umani.

Anche altri hanno espresso da subito il proprio sostegno: ma non all’aggressore, bensì alle vittime e a quella parte di società che rifiuta il razzismo, il fascismo e la violenza: “Fermiamoci tutti contro ogni violenza e ogni fascismo” è la frase scritta sullo striscione che campeggiava ieri – domenica – ai giardini Diaz, dove si sono ritrovate più di trecento persone. Un presidio spontaneo, nato dal bisogno di non normalizzare gli attacchi di odio, i discorsi fascisti, il razzismo sempre più palese. Un presidio nato tramite whattsapp, dall’iniziativa di singoli, che hanno preferito non utilizzare facebook proprio perchè sempre più spesso questo social diventa la vetrina dei discorsi di odio: meglio agire, si è pensato. E sono stati in tanti a pensarlo (qui il video).

Diametralmente opposta la posizione di chi appoggia Traini e ne legittima l’operato: è frequente il richiamo alla morte di Pamela Mastropietro e in generale ai reati di cui si macchierebbero gli immigrati, andando a esasperare gli italiani. Parole che ritornano spesso nel gruppo facebook ‘Sei di Macerata se..’, e che si ritrovano anche nelle dichiarazioni di molti politici: oltre agli esponenti di Forza Nuova, anche Salvini e Berlusconi puntano il dito contro “la presenza degli immigrati”, in una strana costruzione retorica per la quale se vieni quasi ucciso, il problema non è chi ti ha sparato e perchè, ma la tua stessa presenza.

C’è poi chi non si espone in modo così definito e non giustifica quanto successo: però, in parte, lo capisce. C’è, insomma, chi alla condanna dell’aggressione associa il pensiero che “però gli immigrati sono troppi”. Chi ha normalizzato, o sta normalizzando, qualcosa che normale proprio non è.Uscire di casa con una pistola, mirare contro sei persone identificate come nemici in quanto nere, e sparare, non è normale. Queste sei persone hanno dei vissuti individuali, come tutti e tutte noi, non sono parte di un gruppo omogeneo contro cui scagliarsi per ogni problema – dalla criminalità alla disoccupazione, alla mancanza di risorse economiche. Ma questo sembra ormai passato in secondo piano, anche in una città come Macerata dove storicamente l’estrema destra non ha una rappresentanza particolarmente forte. “Macerata è una tipica città della provincia italiana: tranquilla, non vuole fastidi. La cosa grave è che da tanta gente quanto accaduto viene vissuto come un fastidio”, afferma Paolo Bernabucci, presidente del Gruppo Umano Solidarietà, realtà che in città gestisce due centri di accoglienza. Due delle vittime di Traini vivono proprio in uno di questi centri.

Del resto, se la comunicazione, nazionale e ancor più locale, si appiattisce su una narrazione al limite del deumanizzante, giorno dopo giorno gli strumenti per affrontare la realtà in modo critico vengono meno. Di fronte a un vero e proprio atto di attacco fascista la narrazione mediatica si è concentrata molto sul profilo psicologico dell’aggressore, oscurando le vittime. Se nei casi di attacchi terroristici siamo abituati a scoprire la vita passata delle persone aggredite, in una comunicazione voyeristica che mira alla pietas del lettore, qua accade l’inverso:le vittime scompaiono. Solo dopo qualche giorno, e solo su alcuni quotidiani nazionali, si ascolta la loro voce e si da spazio a quello che hanno da dire. “Chi lotta tra la vita e la morte sembra caduto nel dimenticatoio mediatico. Ancora una volta le vere vittime sono escluse, private della parola e del racconto. Anche questo è sintomo del razzismo dilagante”, affermano i membri del centro sociale Sisma, presenti ieri al presidio nei giardini Diaz. “La stampa locale, e in particolare i siti online, sono i mandanti e i fautori di questo clima che stiamo ora vivendo. Non fanno giornalismo, bensì fomentano odio. Non forniscono strumenti per capire, piuttosto diffondono slogan e stereotipi”, fa eco Bernabucci.

E allora occorre mettersi in gioco. Lo affermano tutte le realtà che promuovono la manifestazione indetta per sabato 10. Un’iniziativa nazionale: perchè quanto avvenuto a Macerata non riguarda solo Macerata. L’aggressione fascista di sabato scorso è l’ennesimo grave episodio che indica una deriva molto pericolosa presente in tutta Italia, che va contrastata anche e soprattutto a fronte delle legittimazioni e banalizzazioni di parte del mondo politico e mediatico.

“È ora di dire basta – afferma l’Anpi – il gesto di terrorismo fascista che ha colpito Macerata è la conseguenza del quotidiano stillicidio di parole razziste e violente che stanno lentamente avvelenando la convivenza civile delle nostre città”. E’ contro questo clima che si vuole scendere in piazza sabato, in un corteo eterogeneo, al quale sono chiamate a partecipare tutte le persone che non vogliono lasciare più spazio al razzismo e al fascismo. Qui info.

Le vittime invisibili del terrorismo razzista

Si sta scrivendo molto in queste ore sulla strage razzista di Macerata, sappiamo tutto dell’attentatore fascista e leghista Luca Traini, ma non sappiamo quasi nulla delle vittime. La narrazione dell’episodio accaduto nella cittadina maceratese è essa stessa avvelenata dal clima razzista che si respira nel nostro paese.
Come già qualcuno ha osservato basterebbe invertire il colore della pelle dei protagonisti per ottenere una narrazione completamente capovolta, tutti parlerebbero di un terrorista che semina panico in una città dove i bambini sono costretti a restare chiusi nelle scuole e delle vittime sapremo tutto: nomi, cognomi, abitudini e sogni. Tutto questo creerebbe una naturale relazione empatica tra le vittime ed il lettore.
Non è così in questa vicenda, l’attentatore è l’unico protagonista e non troppo tra le righe viene detto che «tutto sommato qualche ragione l’aveva pure soprattutto dopo il crudele assassinio della ragazza da parte di un nigeriano spacciatore».

Semplificare gli eventi di Macerata in questo modo è pericolosissimo.

A gennaio quando, il candidato leghista del centro destra, Attilio Fontana dichiarò «che la razza bianca va difesa dagli immigrati» in realtà non fece una gaffe come di li a poco si sbrigò a giustificare, ma fu il frutto di una semplificazione razzista, verbale e concettuale in atto da tempo nel nostro paese.
La semplificazione storica del razzismo funziona benissimo nei social ed in generale nell’epoca digitale dove per esporre la propria opinione non serve argomentarla ma è sufficiente usare dei buoni slogan per sostenerla; purtroppo questo meccanismo ha un altissima capacità di propaganda tanto è vero che oramai le fake news hanno la stessa veridicità di notizie reali poiché la finalità è quella di sostenere una teoria di parte.

La semplificazione razzista è tremendamente efficace, il nemico è negro, spaccia, ruba il lavoro, violenta le donne, la soluzione proposta è altrettanto facile, vanno difesi i confini, tutelata la razza bianca a qualsiasi costo. Se in molti casi queste illazioni restano verbali in altri casi danno origine come nel caso della cittadina marchigiana a comportamenti orribili.
La matrice ideologica di questo pensiero razzista è ampiamente conosciuta e riconducibile a formazioni di estrema destra (Casa Pound, Forza Nuova) e ad alcuni partiti politici italiani (Lega, Fratelli d’Italia ) che hanno legami stretti tra loro. Karim Franceschi il noto attivista marchigiano che ha combattuto l’ISIS in Siria fin da subito ha sottolineato come la strage di Macerata abbia una chiara connotazione terroristica.

E’ chiaro come il circolo vizioso odio, razzismo e terrorismo si autoalimenti, in un contesto che ha perso gli anticorpi naturali alla rinascita dell’ideologia fascista. L’ampio sdoganamento ottenuto dalle fazioni di estrema destra non solo dal ridicolo supposto che tutti in democrazia possono dire la loro ma anche dagli organi di informazione, va fin da subito arginato prima che si arrivi ad un punto di non ritorno. A pochi chilometri di distanza da Macerata ben ha fatto il sindaco di Ancona a vietare una sala pubblica a Casa Pound e lo stesso diniego è stato ribadito da un hotel a cui la fazione di estrema destra si era rivolta in seconda battuta.

Tornando alle vittime di Macerata in quelle ore concitate si sono intrecciate anche storie di eroismo ed amore, come quella che ha visto protagonista Jennifer una ragazza di 25 anni che ha rischiato di morire solo per il suo colore delle pelle, un proiettile l’ha centrata tra spalla e seno e solo per pochi centimetri non l’ha uccisa grazie anche al soccorso del suo fidanzato.
Wilson ha solo venti anni anche lui tra i sei feriti, come Omar 23 anni tutti pensavano di aver ritrovato rifugio in Italia finalmente al sicuro dalle violenze dei loro paesi , dalle torture della Libia e dall’incubo della morte in mare ma ora fanno i conti con un nemico più viscido ma altrettanto letale la xenofobia.
Il 32enne Festus Omagbon ospite in una struttura di accoglienza del Gus ferito dall’attentatore al braccio aveva appena iniziato a frequentare un corso da operaio carrellista, un piccolo sogno che si stava realizzando ha rischiato di essere spezzato da un proiettile.
Omar colpito di striscio inizialmente non era andato all’ospedale perché non capiva bene quello che stava succedendo e chi ce l’aveva con lui e per quale motivo, fortunatamente gli amici lo hanno convinto a curarsi ed evitare conseguenze cliniche peggiori.

La paura è stata talmente devastante che alcune vittime non sono neanche andate in ospedale, infatti le persone che hanno chiamato i soccorsi sono più di quelle che si contano negli ospedali . Oltre al trauma fisico l’aspetto più rilevante è il trauma psicologico n uno dei ragazzi feriti non riesce a darsi una spiegazione, «non ho fatto nulla di male, ho lavorato in un supermercato sto cercando di farmi una nuova vita qui, perché qualcuno ce l’ha con me?».
La risposta caro Gideon è paurosamente semplice qualcuno ce l’ha con te perché hai la pelle nera, o peggio perché sei negro. Ma una fiammella di speranza è rimasta accesa alimentata da tantissime persone che nella quotidianità combattono il razzismo, si oppongono ai confini, danno la loro solidarietà agli ultimi del pianeta, guidati dalla saggezza e dalla consapevolezza di stare dalla parte giusta. Consapevoli che la razza è una sola quella umana e che ogni individuo è tuo fratello o sorella a prescindere dal colore della pelle e dalla provenienza.

Ambasciata dei Diritti di Ancona

da Meltingpot.org

QUANDO I FASCISTI SPARAVANO DAL PALCO DEI LORO COMIZI

anti-fasci

L’episodio accaduto ieri a Macerata con la sparatoria attuata da un dichiarato razzista che ha messo a ferro e fuoco il centro della cittadina marchigiana colpendo alcuni immigrati di colore, ha portato alla ribalta il clima d’odio che sta esacerbando questa bruttissima campagna elettorale, tutta incentrata sul personalismo e della concezione assoluta del potere.

Si è ceduto troppo, nel corso degli anni, allo smarrimento di una cultura politica fondata sui valori dell’antifascismo, della convivenza civile, della costituzione repubblicana.

Si è ceduto oltre misura all’idea del “né di destra, né di sinistra”, alla presunta obsolescenza dei valori della Resistenza, all’indifferenza, alla concessione dell’equidistanza tra i partigiani e i “ragazzi di Salò”.
Si è sdoganato tutto in fretta e soprattutto, con la proposta di deforma costituzionale per fortuna respinta il 4 dicembre 2016, si è aperta la strada all’idea della possibilità di modificare la Carta Costituzionale, quasi come se si trattasse di un fatto politico tra i tanti, una delle tante “modernizzazioni”.

Si è dimenticato il periodo delle stragi fasciste, da piazza della Fontana a quella della Loggia, e si è dimenticato quando i fascisti sparavano dal palco dei loro comizi.

Colgo l’occasione allora, allo scopo di rinfrescare la memoria di tutti, per ricordare ancora una volta un episodio del 1976, a testimonianza di un clima di violenza fisica e morale che non può essere dimenticata per allora e che deve indurci, ancor oggi, al massimo di vigilanza democratica.
Non possiamo e non dobbiamo allentare la guardia, mollare la presa. Ieri la grande manifestazione di Genova lo ha dimostrato: mai come in questo momento l’antifascismo militante è fattore decisivo e dirimente per una possibile ripresa democratica.

Ecco il ricordo di quell’episodio, in apparenza lontano nel tempo, ma nella realtà molto vicino al dramma della nostra epoca (ogni accenno all’attualità sul piano della presenza di agenti del servizi intenti alla provocazione fascista è puramente casuale…):

“Il 28 maggio del 1976, a Sezze Romano, cittadina in provincia di Latina, è previsto il comizio di Sandro Saccucci, importante esponente del Movimento Sociale Italiano. Ex paracadutista e sospettato di aver partecipato al tentato golpe orchestrato nel dicembre del 1970 dal principe Junio Valerio Borghese con l’aiuto di settori «deviati» di istituzioni e servizi segreti, il Saccucci giunge nel centro pontino con un manipolo di fedelissimi. La scelta della città è quanto mai provocatoria: Sezze è un centro tradizionalmente antifascista.

Intorno alle 19,30 un corteo di otto automobili entra in paese e si dirige verso piazza IV Novembre, dove è previsto il comizio. A bordo degli automezzi, tra gli altri, vi sono fascisti di dichiarata fede come Pietro Allatta, Angelo Pistolesi, Gabriele Pirone, Miro Renzaglia e Franco Anselmi. A rendere ancora più ambigua la comparsata neofascista è il curriculum politico di Saccucci: ex paracadutista e membro dell’ ufficio informazioni del corpo dei paracadutisti nell’ambito del tentato golpe organizzato nel dicembre 1970 ad opera del principe Junio Valerio Borghese.
Ad attendere Saccucci c’è una piazza gremita di antifascisti, dal movimento studentesco a Lotta Continua, fino ad arrivare alla Fgci. Il palco è presidiato da camerati armati di bastoni e pistole, mentre le forze dell’ordine, disinteressate da quanto sta accadendo, rimangono isolate ai lati della piazza. Non appena Saccucci accenna a parlare viene ricoperto da fischi e insulti, e quando tenta di ricondurre le stragi neofasciste di Stato alla sinistra extraparlamentare viene raggiunto dal lancio di bastoni, pietre e bottiglie.
«Non volete sentirmi con le buone, mi sentirete con questa»
Dopo aver pronunciato queste parole, l’ex parà estrae di tasca una pistola e comincia a sparare sulla folla. Seguono attimi di caos, mentre Saccucci ripara in auto e fugge via a tutta velocità per sottrarsi alla rabbia degli antifascisti; i manifestanti tentano di bloccare le vie d’uscita alle automobili, e per tutta risposta vengono esplosi tre colpi di pistola dall’auto di Saccucci. Antonio Spirito, studente-lavoratore militante di Lotta Continua viene colpito alla gamba sinistra, mentre Luigi Di Rosa, 21 anni, iscritto alla Fgci, viene colpito prima alla mano e poi al ventre, rimanendo ucciso.
Pochi giorni dopo vengono emanate le autorizzazioni a procedere per l’arresto di Pietro Allatta e Sandro Saccucci, “tempestivamente” espulsi dall’Msi del repubblichino Almirante soltanto due settimane dopo i fatti di Sezze Romano.
Il 13 giugno 1976 Saccucci viene arrestato a Londra e accompagnato alla frontiera francese per l’estradizione; la scarcerazione però, si legge in una rogatoria, avviene in tempi brevissimi e grazie agli interventi di don Sixto di Borbone, del prefetto di Parigi e di un tale Jacques Susini, amico di Stefano Delle Chiaie, altro personaggio controverso già coinvolto nella stage di Piazza Fontana e «collega» ai tempi del golpe Borghese. Saccucci troverà riparo in America latina, specialmente in Argentina, dove potrà contare su protezioni e aiuti anche a livello “pubblico”, e in Cile, dove alcune voci lo vogliono coinvolto nella gestione del regime fascista del generale Pinochet.

Pietro Allatta è stato riconosciuto colpevole di aver impugnato l’arma che ha colpito prima Spirito e poi Di Rosa, anche se le prove balistiche hanno dimostrato che Luigi ha ricevuto due colpi di calibro diverso, avvalorando la tesi secondo cui Saccucci sarebbe uno degli autori materiali dell’omicidio. Le indagini non hanno mai chiarito inoltre la presenza a Sezze di un ex maresciallo dei Carabinieri e agente del Sid, Francesco Troccia, indicato come colui che guidò i missini fuori dal paese, evitando che fossero bloccati dalla popolazione.
La memoria di Luigi Di Rosa negli anni non è mai venuta meno, nonostante le assoluzioni e i depistaggi di Stato nei confronti degli autori della strage e i ripetuti attentati al monumento posto, ad un anno dal suo omicidio, in ricordo di tutte le vittime dell’antifascismo e culminato con la spregevole profanazione della sua tomba avvenuta nel 1978”.

Franco Astengo