La “seconda vita” di Eddi?

Un commento all’articolo de La Stampa di Massimo Numa sulla decisione di Eddi di arruolarsi nelle YPG, le le Unità di Difesa delle Donne nella Federazione della Siria del Nord.

La “seconda vita” di Eddi?

Oggi, in un articolo pieno di inesattezze, di omissioni e di allusioni, La Stampa parla della scelta di una nostra compagna di unirsi alle YPJ (qui trovate la sua lettera -> http://bit.ly/2iYE9JNhttp://bit.ly/2iYE9JN). L’articolo comincia dicendo che le YPJ sono considerata come “un’organizzazione terrorista” da parte delle autorità turche, omettendo però di segnalare che non sono considerate tali dall’UE, dall’ONU e da svariati paesi, tra cui il nostro. Dopo aver riempito le proprie pagine con analisi superficiali sulla svolta autoritaria in Turchia a seguito del fallito golpe, ora La stampa prende il califfo Erdogan in parola. Ma poco importa, ogni torsione della realtà è buona purché si possa far aleggiare nell’articolo lo spettro che ha sempre eccitato l’autore, Massimo Numa, purché si possa evocare la parolina magica che getti confusione e ombre su una scelta coraggiosa che istintivamente sosterrebbero tutti i suoi lettori. Il sotto-testo è evidente: da pericolosa notav a pericolosa combattente delle YPJ.

D’altronde l’unica storia di Eddi che si trova nell’articolo della Stampa è quella delle sue vicende giudiziarie, quei provvedimenti attraverso cui le autorità italiane decidono di farla pagare a chi, fuori dalle logiche sindacali e partitiche, fuori dai dai tornaconto personali, decide di mettersi in gioco per cambiare le cose. Una storia che Eddi ha sempre rivendicato con orgoglio, senza retorica né grandiloquenze, nella consapevolezza che quando si vanno a toccare gli interessi di chi comanda nel nostro paese lo Stato non ha mai dubbi sul dove schierarsi. Il tentativo, un po goffo, è di farla passare per una ragazza un turbolenta e un po annoiata invece che di una militante politica che ha fatto una scelta profonda e consapevole. Non ha forse lasciato “una famiglia borghese e benestante”? È lo stigmate della figlia di papà, il dardo preferito che giornalisti strapagati scoccano dai loro comodi appartamenti per provare a squalificare in partenza ogni sussulto di una generazione impoverita e martoriata dalle politiche sostenute da quotidiani come La stampa che oggi ci hanno portato nel baratro in cui siamo, in Italia come in Medioriente. Dalle loro colonne, quelle stesse da cui si chiamavano fino a pochi mesi prima “ribelli siriani” i gruppi salafiti come l’ISIS, dopo ogni attentato sono partiti accorati quanto ipocriti appelli sull’urgenza di combattere la barbarie dello Stato islamico. Quando una giovane italiana decide di farlo in prima persona, imbracciando il fucile accanto a sue coetanee di ogni religione per difendere un processo di emancipazione sociale e politica che sta investendo tutto il Nord della Siria proprio a partire da quei soggetti che di più Daesh ha cercato di annientare, le donne, invece di sostegno e ammirazione tra le righe trasuda solo la frustrazione e la voglia inconfessata di gettare discredito sul nemico di sempre.

Quello che più ci ha colpito, però, è leggere il titolo dell’articolo: una seconda vita. Come se la scelta di Eddi marcasse una discontinuità con la sua militanza a Torino, come se ci fosse una doppiezza equivoca nella sua decisione. In un Occidente dissociato da sé stesso, al tempo della meschinità e della paranoia assunti a valore universale, dare seguito alle proprie idee è considerata gesto sospetto. È in fondo indicativo di ciò che non hanno mai capito di noi tanti pennivendoli e politici di professione, di ciò che risulta loro più insopportabile e che quindi deve essere nascosto con la calunnia: non facciamo ciò che facciamo per sederci su una poltrona, per farci una carriera o per sete di avventura. Lo facciamo perché crediamo che siano le lotte contro l’oppressione e le ingiustizie a rivoluzionare il mondo, a rendere liberi e renderci liberi.

Nessuno strappo, nessuna rottura. La nostra vita è sempre la stessa ed la stessa fiamma ci guida dalla Val di Susa a Torino fino in Siria del nord.

Vento in poppa Eddi, berxwedan jiyane!

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La verità va gridata dai tetti: lettera aperta ai Parlamentari italiani ed europei

Pubblichiamo qui di seguito una lettera aperta rivolta ai parlamentari italiani ed europei, sottoscritta da numerose associazioni e singoli attivisti italiani ed europei, che chiede a gran voce una presa di coscienza immediata ed un’assunzione di responsabilità dinnanzi a quanto sta accadendo, ancora una volta, tanto nel Mediterraneo quanto in Libia. Il tutto, nella convinzione che uno stesso “filo rosso” leghi i morti in mare nella terribile strage dell’11 ottobre 2013 e quelli del 6 novembre 2017. “Uno stesso accordo di respingimento continua a uccidere, oltre ai profughi nel Mar Mediterraneo, la democrazia nei nostri Parlamenti. Questo accordo – interrotto solo dall’operazione Mare nostrum e, alla sua dismissione, dall’entrata in azione delle Ong nelle operazioni di ricerca e soccorso – mostra ora in piena luce il suo volto criminale“. Si chiede, quindi, di audire i testimoni di queste stragi e di porre fine a questa scelta disumana di respingimenti in Libia. La scorsa settimana anche Lunaria chiedeva di al Governo di rompere subito l’accordo con la Libia e di cambiare le finalità del Fondo Africa, che utilizza impropriamente l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo per finanziare le operazioni delle autorità libiche per bloccare i flussi migratori (vedi qui il ricorso al TAR fatto da ASGI, a tale proposito). Non possiamo, quindi, non diffondere e sottoscrivere anche questo appello, affinché la verità venga «gridata dai tetti». E chiediamo di farlo anche ai nostri lettori. Qui trovate anche il link per promuovere le adesioni sulla piattaforma Change.orgQui il testo della lettera in inglese.

Gentili Membri del Parlamento europeo e della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni,siamo associazioni, Ong, attivisti della società civile italiana ed europea che si rivolgono a voi in quanto rappresentanti della sola istituzione democratica dell’UE – il Parlamento – deputato a rappresentare i cittadini.

Gentili Onorevoli del Parlamento italiano,

siamo associazioni, Ong, singoli attivisti della società civile italiana ed europea che si rivolgono a voi perché assumiate la responsabilità che vi compete su decisioni gravide di conseguenze per il diritto internazionale e la democrazia, assunte a livello governativo in assenza di confronto e votazione nella sola sede istituzionale che rappresenta i cittadini.

CHIEDIAMO che l’attivista italiano testimone del comportamento criminale tenuto lo scorso 6 novembre dalla guardia costiera libica – finanziata con fondi UE gestiti dall’Italia e addestrata da personale dell’UE – sia audito con urgenza dal Parlamento italiano e dal Parlamento europeo riunito in sessione plenaria, o dalla sua competente Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni.

Cinque profughi sono annegati, tra questi un bambino di quattro anni, e almeno altri trentacinque risultano dispersi. Il materiale video pubblicato dalla Ong tedesca Sea-Watch[i] mostra con chiarezza che la Guardia costiera libica, lungi dall’aver condotto un’operazione di search and rescue, ha agito in modo aggressivo e scoordinato per riportare i profughi in Libia, impedendo alla Ong e alle unità italiane e francesi presenti sulla scena del naufragio di procedere nelle operazioni di soccorso, già coordinate dal MRCC di Roma.

L’attivista Gennaro Giudetti ha affermato che la motovedetta libica «ha agganciato il gommone dei migranti, in quel momento bucato e quindi con decine di persone in mare, alcuni con il salvagente, molti altri senza nulla. […] Abbiamo dovuto farci largo tra persone che erano già annegate, per riuscire a raggiungere quelli che invece erano ancora in vita, per recuperarli. La situazione era abominevole: abbiamo tirato a bordo i superstiti con le braccia».[ii]

quarantasette migranti recuperati in mare dall’equipaggio libico sono stati ammassati sul ponte e frustati per impedir loro di tuffarsi in mare e raggiungere i familiari a bordo dei gommoni della Sea-Watch3, che aveva intanto salvato cinquantanove persone. La motovedetta si è poi allontanata a tutta velocità, incurante del fatto che un naufrago fosse aggrappato a una cima sporgente da una paratia. La guardia costiera libica non si è fermata al disperato e ripetuto avvertimento dell’elicottero della Marina militare italiana, distintamente udibile sulle frequenze radio registrate dalla Sea-Watch 3.[iii]

«È stato terribile, abbiamo visto l’uomo gridare verso la moglie e poi buttarsi in acqua», ha detto Giudetti, «si è aggrappato alla cima che i libici usavano per far salire a bordo i naufraghi, ma a quel punto la motovedetta ha fatto un balzo in avanti trascinandolo via e non siamo riusciti a salvarlo. I libici sono stati violenti e incauti, picchiavano i migranti con funi e mazze e – per incredibile che possa sembrare – ci tiravano patate contro, per renderci più difficili i soccorsi».[iv]

Un comportamento criminale, che viola le leggi internazionali e la legge del mare, rispondente alla volontà dei governi italiani e dell’Unione europea di bloccare l’arrivo dei profughi delegando alla Libia quella che altrimenti sarebbe una palese prassi di refoulement, proibita dalla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo.

CHIEDIAMO che il governo italiano sia chiamato a rendere conto davanti al Parlamento europeo circa l’accordo stretto tra Italia e Tripoli lo scorso 2 febbraio,[v] alla luce del decreto con cui il ministero degli Esteri italiano ha conferito 2,5 milioni di euro al ministero dell’Interno per la rimessa in efficienza di quattro motovedette da consegnare alle autorità libiche. Tali fondi provengono dallo stanziamento di 200 milioni effettuato dal Parlamento italiano per il Fondo Africa destinato alla cooperazione,[vi] motivo per cui l’Associazione Studi Giuridici per l’Immigrazione (ASGI) ha notificato un ricorso al Tribunale Amministrativo del Lazio contro il Ministero degli affari Esteri e del Ministero dell’interno.[vii]

Siamo preoccupati dal fatto che non vi sia alcun controllo sul reale utilizzo dei fondi UE in Libia. Questa preoccupazione sembra confermata dalla risposta data dalla Commissione europea all’interrogazione scrittapresentata lo scorso 5 settembre da ventuno parlamentari europei con riferimento alla denuncia dell’Associated Press, secondo cui i fondi versati dall’Italia al governo di Tripoli finirebbero alle milizie coinvolte nel traffico di esseri umani. I deputati chiedevano quali garanzie vi fossero che «il considerevole sostegno al governo libico, anche attraverso il Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa e con un progetto con una dotazione finanziaria pari a 46 milioni di euro», non finisse nelle mani dei trafficanti di uomini.[viii]

La risposta della Commissione è un groviglio di frasi ipotetiche che trovano sintesi in un paradosso: non ci sono controlli, ma se dai controlli dovesse risultare qualcosa, allora i programmi dell’UE verrebbero sospesi.[ix]

CHIEDIAMO al governo italiano, come cittadini dell’Unione, una risposta all’altezza della gravità dei fatti – quella che non ha avuto nemmeno il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, quando lo scorso 28 settembre ha chiesto chiarimenti in merito alla natura dell’accordo con la Libia e ai respingimenti di cui esso è causa.[x] La risposta del ministro dell’Interno Marco Minniti, infatti, è stata che non è l’Italia a respingere le persone, ma la Libia.[xi] Una risposta «sostanzialmente vuota e certamente irrispettosa a fronte della conoscenza delle reali politiche di delega, aiuto e supporto dell’Italia alla Libia ed al contemporaneo ostacolo posto alle attività di ricerca e salvataggio in mare da parte delle Ong operanti nel Mediterraneo centrale».[xii]

Il governo italiano e quello dell’Unione non possono non conoscere il rapporto del gruppo di esperti sulla Libia del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSMIL), che già un anno fa elencava «esecuzioni, torture, deprivazione di cibo, acqua e servizi igienici», e dichiarava che «i trafficanti di esseri umani, il Dipartimento di contrasto all’immigrazione illegale libico e le guardia costiera libica sono direttamente coinvolti nelle violazioni dei diritti umani».

Secondo l’UNSMIL, «le intercettazioni di imbarcazioni di migranti da parte della guardia costiera libica hanno implicato azioni che possono costituire omicidi arbitrari».[xiii]

CHIEDIAMO ai nostri rappresentanti nelle istituzioni italiane ed europee di valutare, alla luce dell’autorevole serie di denunce della gravità della situazione in Libia,[xiv] le affermazioni fatte da rappresentanti del governo italiano e della Commissione europea sulla bontà dell’accordo con la Libia e il suo finanziamento.[xv]

CHIEDIAMO ai nostri rappresentanti nelle istituzioni italiane ed europee di agire per ottenere verità e giustizia sul filo rosso che lega le morti in mare dell’11 ottobre 2013 a quelle del 6 novembre 2017. Uno stesso accordo di respingimento continua a uccidere, oltre ai profughi nel Mar Mediterraneo, la democrazia nei nostri Parlamenti. Questo accordo – interrotto solo dall’operazione Mare nostrum e, alla sua dismissione, dall’entrata in azione delle Ong nelle operazioni di ricerca e soccorso – mostra ora in piena luce il suo volto criminale.

Per questo riteniamo un atto politico e umano non rinviabile l’ascolto della testimonianza del “naufragio dei bambini” dell’11 ottobre 2013 – portatada chi ha ricostruito l’infamante vicenda, il giornalista Fabrizio Gatti, e, se opportuno, i legali dei medici siriani che hanno perso i figli nel naufragio[xvi]  – e l’ascolto della testimonianza dell’eccidio del 6 novembre 2017, portata dall’attivista per i diritti umani Gennaro Giudetti. Come lui, siamo convinti che la verità vada «gridata dai tetti», perché non ci sommerga.

28 novembre 2017

I firmatari:

Osservatorio Carta di Milano – La solidarietà non è reato

ADIF – Associazione Diritti e Frontiere

Associazione per i Diritti Umani

ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione

ARCI

Associazione Costituzione Beni Comuni

Associazione K-Alma

Baobab Experience

Campagna LasciateCIEntrare

COSPE Onlus

Ex Opg – Je so’ pazzo

Fondazione Casa della carità di Milano “Mario Abriani”

Hayat Onlus

Lunaria

Terre des Hommes Italia

ActionAid

Scuola di pace di Napoli

Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC

Vittorio Agnoletto, medico

Mario Agostinelli, Energia Felice

Alessandra Ballerini, avvocato

Diego Bianchi, conduttore televisivo, attore e regista

Daniele Biella, giornalista e scrittore

Stefano Bleggi, Progetto Melting Pot Europa

Tony Bunyan, Statewatch

Paolo Cacciari, giornalista e scrittore

Enrico Calamai, ex console italiano a Buenos Aires

Annalisa Camilli, giornalista

Eleonora Camilli, giornalista

Cosimo Caridi, giornalista

Valerio Cataldi, giornalista

Francesca Chiavacci, presidente nazionale ARCI

Laura Cima, scrittrice ecofemminista, Prima le persone

Don Luigi Ciotti, fondatore Associazione Gruppo Abele, presidente Associazione Libera

Marta Cosentino, giornalista

Andrea Costa, Baobab Experience Roma

Stefano Corradino, giornalista, direttore Articolo21

Raffaele Crocco, direttore Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo

Chiara Cuttitta, facoltà di giurisprudenza Università degli Studi di Milano

Paolo Cuttitta, docente di diritto della migrazione Vrije Universiteit Amsterdam

Stefania Dall’Oglio, esperta in diritti umani e diritto dell’immigrazione, docente master in Peace Studies Università di Roma Tre

Adele Del Guercio, Università degli Studi di Napoli L’Orientale

Cristiana Dell’Anna, attrice

Don Vitaliano Della Sala, parroco Mercogliano, Avellino

Erri De Luca, scrittore

Pino De Lucia Lumeno, responsabile immigrazione Legacoop Calabria

Giuseppe De Marzo, responsabile nazionale Libera per le Politiche sociali

Laura Di Lucia Coletti, presidente Associazione L’Altra Europa Laboratorio Venezia

Emilio Drudi, giornalista

Anna Falcone, avvocato

Luca Fazio, giornalista

Ciro Ferrara, calciatore

Vincenzo Ferrara, presidente Fondazione Cannavaro-Ferrara

Francesca Fornario, giornalista e scrittrice

Stefano Galieni, responsabile migrazione PRC

Riccardo Gatti, capomissione Proactiva Open Arms

Beppe Giulietti, giornalista

Patrizio Gonnella, presidente Antigone e Cild

Maurizio Gressi, portavoce del Comitato per la promozione e protezione dei diritti umani

Gabriella Guido, portavoce Campagna LasciateCIEntrare

Ben Hayes, Transnational institute

Charles Heller, Research Fellow al Centre for Research Architecture, Goldsmiths, University of London. Co-fondatore Forensic Oceanography e WatchTheMed

Francesca Lacaita, insegnante, DiEM25 Milano

Gad Lerner, giornalista

Antonella Leto, Forum siciliano dei movimenti per l’Acqua ed i Beni Comuni

Corallina Lopez Curti, ricercatrice

Yasha Maccanico, ricercatore e giornalista, Statewatch, University of Bristol

Anna Maffei, Pastora Chiesa Battista di Milano

Corrado Maffia, presidente Scuola di Pace di Napoli

Antonello Mangano, Terre libere

Francesca Mannocchi, giornalista

Lorenzo Marsili, direttore European Alternatives, coordinatore DiEM25

Maruego, rapper

Antonio Mazzeo, giornalista

Susi Meret, Associate Professor, Institute of Culture and Global Studies, Aalborg      University, Denmark

Filippo Miraglia, presidente ARCS e vice presidente ARCI

Emilio Molinari, Comitato italiano per un Contratto mondiale sull’acqua

Tomaso Montanari, presidente Libertà e Giustizia

Flore Murard-Yovanovitch, giornalista

Grazia Naletto, presidente Lunaria

Moni Ovadia, attore, regista e scrittore

Ernesto Pagano, scrittore

Salvatore Palidda, professore Università di Genova

Simon Parker, docente di Scienze Politiche, Università di York

Chiara Parolin, avvocato

Stefano Pasta, giornalista, Sant’Egidio

Steve Peers, professore School of Law University of Essex

Riccardo Petrella, economista politico

Lorenzo Pezzani, ricercatore al Centre for Research Architecture, Goldsmiths, University of London. Cofondatore Forensic Oceanoghraphy e WatchTheMed

Francesco Piccinini, direttore Fanpage.it

Paola Pietrandrea, coordinatrice DiEM25

Gaetano Placido, giornalista

Nancy Porsia, giornalista

Sara Prestianni, responsabile migrazione Sinistra Italiana

Roberta Radich, Coordinamento No Triv

Paola Regina, avvocato

Annamaria Rivera, antropologa, attivista e studiosa antirazzista

Antonia Romano, consigliera comunale Trento

Silvia Rossetti, editor

Fabio Sanfilippo, giornalista

Roberto Saviano, scrittore

Nello Scavo, giornalista

Ilaria Sesana, giornalista

Mario Sommella, ex operaio, presidente Associazione Prima Le Persone

Barbara Spinelli, avvocato, Giuristi Democratici

Silvia Stilli, portavoce AOI (Associazione delle Organizzazioni Italiane di   cooperazione e solidarietà internazionale)

Massimo Torelli, L’Altra Europa con Tsipras

Fulvio Vassallo Paleologo, presidente ADIF

Valeria Verdolini, ricercatrice

Guido Viale, sociologo

Giacomo Zandonini, giornalista

Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano

Padre Mussie Zerai, presidente Agenzia Habeshia

 

Qui di seguito le note al testo dell’appello:

[i]https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=_phI-f_yFXQ.

[ii]http://www.vita.it/it/article/2017/11/07/ministro-minniti-mi-incontri-le-racconto-lorrore/145020/.

[iii] Trascrizione della registrazione:

00:01:13 Libyan coastguard, this is Italian Navy helicopter, people are jumping in the water. Stop your engine and please cooperate with Sea-Watch. Please, cooperate with Sea-Watch!

00:01:33 […] This is Italian Navy helicopter, channel 16, we want you to stop now, NOW, NOW! Lybian coastguard, lybian coastguard, you have one person on the right side, please stop your engine! Stop your engine!

00:02:03 Stop your engine now! Stop your engine! You have […] on right side, please, stop!

00:02:17 Stop! Stop! Stop! Stop your engine, stop your engine now. Stop your engine now, please!

https://www.youtube.com/watch?v=p4LU5-NoHVw.

[iv]http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/11/07/news/migranti_almeno_30_dispersi_nell_ultimo_naufragio-180480763/.

[v]http://www.repubblica.it/esteri/2017/02/02/news/migranti_accordo_italialibia_ecco_cosa_contiene_in_memorandum-157464439/.

[vi]https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/libia-soccorsi-migranti/.

[vii] L’avvocato Giulia Crescini spiega: «Abbiamo chiesto un accesso agli atti e abbiamo visto che uno dei decreti del ministero parla di 2,5 milioni di euro per il trasporto e la sistemazione delle motovedette, soldi che rientrano quindi nel  finanziamento dell’apparato militare libico». https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/libia-italia-ricorso-fondi-cooperazione/.

[viii] Interrogazione di Elly Schlein alla Commissione europea, 5 settembre 2017, http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+WQ+E-2017-005531+0+DOC+XML+V0//IT.

[ix]http://barbara-spinelli.it/2017/11/09/insufficiente-risposta-della-commissione-due-interrogazioni-sulla-libia/.

[x]https://rm.coe.int/letter-to-the-minister-of-interior-of-italy-regarding-government-s-res/168075baea.

[xi]https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2017/11/2017_10_11_lettera_Minniti_COE.pdf.

[xii]https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/libia-soccorsi-migranti/.

[xiii] United Nations Support Mission in Libya (UNMSIL) and Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights (OHCHR), Detained and dehumanized, 13 dicembre 2016, http://www.ohchr.org/Documents/Countries/LY/DetainedAndDehumanised_en.pdf. Si veda anche S/2017/466 (final report of the Panel of Experts on Libya established pursuant to resolution 1973).

[xiv] ● 8 maggio 2017, il procuratore della Corte penale internazionale Fatou Bensouda riferisce al Consiglio di sicurezza dell’ONU sulle violazioni dei diritti umani in Libia, dicendosi «profondamente allarmata dai rapporti secondo cui migliaia di migranti vulnerabili, compresi donne e bambini, vengono detenuti in centri spesso in condizioni inumane». http://webtv.un.org/search/-fatou-bensouda-icc-prosecutor-on-the-situation-in-libya-security-council-7934th-meeting/5426325092001?term=bensouda.

  • 18 maggio 2017, l’Ong tedesca Sea-Watch denuncia alla Corte penale internazionale dell’Aja il tentato speronamento in acque internazionali da parte della guardia costiera libica mentre la sua nave si apprestava a eseguire un salvataggio, aveva aperto il fuoco ad altezza d’uomo contro un peschereccio carico di migranti e aveva riportato i migranti in Libia, violando il principio di non-refoulement. https://sea-watch.org/en/17246/.
  • 1° giugno 2017, il gruppo di esperti sulla Libia del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite pubblica un rapporto che parla di «esecuzioni, torture, deprivazione di cibo, acqua e servizi igienici», e dichiara che «i trafficanti di esseri umani, il Dipartimento di contrasto all’immigrazione illegale libico e le guardia costiera libica sono direttamente coinvolti nelle violazioni dei diritti umani». Letter dated 1 June 2017 from the Panel of Experts on Libya established pursuant to resolution 1973 (2011) addressed to the President of the Security Council,§104.

http://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/N1711623.pdf.

  • 19 giugno 2017, Human Rights Watch afferma che «le forze libiche hanno esibito un atteggiamento irresponsabile, tale da mettere in pericolo le persone a cui venivano in aiuto, e per questo motivo l’Italia e altri Paesi dell’Unione europea non dovrebbero cedere il controllo delle operazioni di soccorso in acque internazionali alle forze libiche». Judith Sunderland, Ue: delegare i soccorsi alla Libia significa mettere vite a repentaglio,https://www.hrw.org/it/news/2017/06/19/305148.
  • 20 giugno 2017, il rappresentante speciale dell’ONU in Libia, Martin Kobler, afferma davanti alla Commissione affari esteri (AFET) del Parlamento europeo: «Sconsiglio di continuare la formazione della guardia costiera libica in assenza di un vigile controllo internazionale. […] Su Youtube potete vede tutto, comprese le guardie costiere libiche che respingono le persone e le gettano in acqua perché anneghino, oppure le riportano sulle spiagge. L’Unione europea dovrebbe cominciare a riflettere su come evitare le violazioni commesse da coloro che essa stessa sta formando». Martin Kobler, L’UE doit arrêter de former les garde-côtes libyens!,

https://club.bruxelles2.eu/login/?_s2member_vars=catg..level..2..post..92279..LzIwMTcvMDYvbHVlLWRvaXQtYXJyZXRlci1kZS1mb3JtZXItbGVzLWdhcmRlLWNvdGVzLWxpYnllbnMtbWFydGluLWtvYmxlci8%3D&_s2member_sig=1498912483-63cecc2e7e71c092e5dc074110ca679c.

  • 21 giugno 2017, Amnesty International lancia un monito alle istituzioni europee:«L’UE sta consentendo alla guardia costiera libica di riportare migranti e rifugiati sulla terraferma in un Paese dove le detenzioni illegali, la tortura e lo stupro sono la regola. Mentre rafforza l’operatività della guardia costiera libica, l’Unione chiude gli occhi di fronte ai gravi rischi insiti in questa cooperazione», https://www.amnesty.it/amnesty-international-sulla-richiesta-collaborazione-la-guardia-costiera-libica/
  • 28 giugno 2017, l’Upper Tribunal di Londra sentenzia che non è possibile effettuare rimpatri in Libia in considerazione del livello di violenza nel Paese, tale da mettere a rischio la vita o l’incolumità delle persone.

Upper Tribunal (Immigration and Asylum Chamber), The Immigration Acts«The violence in Libya has reached such a high level that substantial grounds are shown for believing that a returning civilian would, solely on account of his presence on the territory of that country or region, face a real risk of being subject to a threat to his life or person»http://www.statewatch.org/news/2017/jun/uk-immigration-asylum-tribunal-zmm-v-home-sec-returns-to-libya-28-6-17.pdf.

  • 15 agosto 2017, Agnès Callamard, relatrice speciale dell’OHCHR sulle esecuzioni extra-giudiziarie, sommarie o arbitrarie, pubblica un rapporto in cui si legge che «alcuni Stati fanno affidamento su una politica di extraterritorialità per fermare i migranti prima che giungano sul loro territorio ed entrino nel loro controllo o giurisdizione [con riferimento al vertice informale sul Mediterraneo centrale tenutosi a Tallin il 6 luglio 2017]. Tali politiche possono includere assistenza, finanziamento e addestramento di agenzie di altri Paesi per l’arresto, la detenzione, il processo, il soccorso o lo sbarco e il rimpatrio di rifugiati e migranti. Queste politiche sollevano serie preoccupazioni quando le agenzie o gli Stati riceventi siano ritenuti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, compresa la violazione del diritto alla vita».

Unlawful death of refugees and migrants. Note by the Secretary General, 15 agosto 2017, http://undocs.org/A/72/335, § 36, p. 17.

[xv] ● Il 28 giugno 2017, l’Alto rappresentante Federica Mogherini, in risposta a un’interrogazione parlamentare,[xv] ha reiterato a nome della Commissione europea il sostegno, anche finanziario, alla guardia costiera libica, con un ossimoro che la strage del 6 novembre rende inaccettabile: «L’UE finanzia la formazione della guardia costiera libica e sostiene una gestione della migrazione basata sui diritti in Libia», http://www.europarl.europa.eu/sides/getAllAnswers.do?reference=E-2017-001542&language=IT.

  • L’8 novembre 2017, a due giorni dalla strage al largo della Libia, il prefetto italiano Mario Morcone, capo di Gabinetto del ministero dell’Interno e consigliere del ministro Minniti, ha affermato: «Io non seguo le stupidaggini che dice Amnesty International, né il responsabile dei diritti umani europeo [il commissario dei Diritti umani del Consiglio d’Europa, ndr]. L’Italia non ha mai rispedito nessuno in Libia. Noi abbiamo solo consentito che la Guardia costiera libica salvasse le persone e le riportasse in Libia, ma lo ha fatto la Guardia costiera libica, non lo hanno fatto le navi italiane». http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/554175/Polemica-Morcone-Caritas-Falsita-sulla-Libia-l-Italia-non-respinge.

Alla richiesta di accesso agli atti sul numero di respingimenti in ciascun Paese, da maggio 2016 a maggio 2017, presentata dall’Associazione ADIF, è stato risposto che i respingimenti dall’Italia alla Libia sono stati 60, rispondenti a cittadini libici (di cui 5 donne e 55 uomini).

[xvi] Nel documentario Un unico destino, pubblicato il 14 ottobre 2017, il giornalista italiano Fabrizio Gatti ha ricostruito il naufragio del 13 ottobre 2013, nel quale morirono 268 profughi siriani in fuga dalla guerra, tra cui 60 bambini, a bordo di un barcone crivellato di colpi da un’unità libica: un massacro causato dalla volontaria omissione di soccorso della Marina italiana, il cui pattugliatore Libra, che si trovava a 45’ dalla scena del naufragio, è intervenuto più di cinque ore dopo la richiesta di aiuto, incalzato e costretto dalla Marina maltese.  http://espresso.repubblica.it/inchieste/2013/11/07/news/la-verita-sul-naufragio-di-lampedusa-quella-strage-si-poteva-evitare-1.140363.

Il 13 novembre 2017, dopo numerose richieste di archiviazione, il Giudice per le indagini preliminari di Roma ha stabilito che il comandante della sala operativa della Marina militare italiana e il collega della Guardia costiera debbano essere processati per omissione di atti di ufficio e omicidio colposo, accogliendo gran parte delle richieste dei familiari delle vittime, rappresentati dagli avvocati Alessandra Ballerini, Emiliano Benzi e Arturo Salerni. http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/11/13/news/strage-dei-bambini-le-motivazioni-del-giudice-quegli-ufficiali-hanno-ritardato-i-soccorsi-1.314253;

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/05/12/news/migranti_il_medico_del_naufragio_cosi_l_italia_ha_lasciato_annegare_i_miei_bambini-165222594

Cangemi (PCI): il Giro d’Italia non deve coprire l’oppressione

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Il Giro d’Italia è un elemento molto importante della cultura popolare e dell’immaginario stesso del nostro paese. Per questo è particolarmente grave l’operazione politica, economica e mediatica che ha imposto la partenza dell’edizione 2018 del Giro da Israele.

Questa gravissima decisione, che dimostra la sempre più preoccupante influenza di Israele sulle classi dirigenti italiane, rappresenta un’insopportabile copertura della politica di occupazione e di oppressione di cui Israele è responsabile da decenni.

Il fiume di denaro che potentati economici israeliani e lo stesso governo dell’assassino Netanyahu stanno investendo sull’evento, conferma l’importanza che esso assume per una grancassa propagandistica che tenta di fare dimenticare la costante violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU, i massacri, le torture, la prigionia. Ogni aspetto della vita del popolo palestinese è sottoposto a vessazioni e attacchi, la stessa attività sportiva è ostacolata in ogni modo e numerosi sono gli atleti palestinesi imprigionati o uccisi.

Noi non ci rassegniamo! Partecipiamo con convinzione alle iniziative contro la partenza del Giro d’Italia da Israele che stanno crescendo nel nostro paese, facciamo un appello particolare al mondo sportivo perché si opponga a questa clamorosa strumentalizzazione.

Luca Cangemi, Segreteria nazionale PCI, responsabile Scuola

La marea inonda ancora Roma

La marea inonda ancora Roma

È passato un anno dalla marea del movimento transfemminista del 26 novembre scorso. Nel frattempo la rete di Non una di Meno è cresciuta passando per altre assemblee nazionali, intensi tavoli di lavoro, lo sciopero globale dell’8 marzo e la stesura di un piano di lotta contro la violenza patriarcale sui generi. Oggi è di nuovo mobilitazione di piazza globale: Argentina, Cile, Ecuador, Messico, Bolivia, Spagna, Perù, Grecia, Italia…

Il corteo partito da piazza della Repubblica attraversa il centro di Roma. Al corteo seguirà domani l’assemblea nazionale della rete. Questa mattina invece un’iniziativa di solidarietà ha espresso vicinanza dall’esterno delle mura del cpr con tutte le donne recluse nel centro. Dal Cpr è partita una battitura in risposta all’iniziativa.

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Sono almeno centomila le persone presenti al corteo che dopo due ore di marcia iniziava a far partire la sua coda da piazza della Repubblica. Pullman e delegazioni da decine e decine di città hanno raggiunto Roma per questa manifestazione. Al concentramento, mentre migliaia di donne si apprestavano a partire, diverse decine di agenti polizia in borghese hanno accerchiato un gruppo di lavoratrici delle cooperative di cura e assistenza ai disabili del sud che esponevano cartelli contro le politiche di Minniti e le violenze della polizia sulle donne. Durante il corteo è stata letta una lettera di una compagna italiana unitasi alle YPJ in Rojava, le Unità di Protezione delle Donne che guidano la rivoluzione confederale in Siria del Nord. Mentre il corteo sfila nei pressi del ministero degli Interni una serie di sanzionamenti hanno raggiunto le zone nei pressi per contestare le politiche securitarie di Marco Minniti: “Casa e reddito per tutt* è la sicurezza che serve”.

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La marea non si ferma. Non una di Meno si conferma spazio di incontro, riconoscimento e organizzazione per decine di migliaia di donne e uomini in lotta contro il nodo della violenza patriarcale a tutti i livelli, dall’uomo alle istituzioni, nelle nostre società.

 

Diritto di sciopero:in arrivo norme repressive

Viene ormai detto da mesi,  per i padroni e il Governo è prioritario arginare gli scioperi e soprattutto nel settore del trasporto pubblico locale. Il consenso al Governo scricciola, perfino i sindacati che firmano ogni genere di accordo sono costretti a scendere in sciopero, la manovra sulle pensioni conferma in toto l’impianto della Fornero, allora non resta che alimentare i provvedimenti repressivi e la criminalizzazione del dissenso.

Da mesi, sono in Parlamento, alcune proposte di legge presentate da Parlamentari dei due schieramenti politici per limitare il diritto di sciopero, hanno preso solo tempo perchè c’era prima da approvare la Legge Madia e redigere la Bozza della Legge di Bilancio, ma i tempi stringono perchè in ogni settore, senza dimenticare il nodo pensioni, gli elementi di conflittualità aumentano ogni giorno.

In attesa allora di trovare una sintesi tra le proposte di Legge antisciopero già depositate, si inizia a parlare di accrescere il tempo minimo necessario tra uno sciopero e l’altro che oggi è di 10 giorni e a questo emendamento peggiorativo sta lavorando la commissione di Garanzia (che dovrebbe paradossalmente svolgere ben altra funzione, di Garante del corretto svolgimento degli scioperi mentre nei fatti è lo strumento per distruggere l’esercizio stesso del diritto) per portare a 15-20 giorni l’intervallo minimo tra uno sciopero l’altro.  E a Legge di Bilancio approvata, già nel periodo Natalizio lavoreranno al testo per definirlo ento Febbraio. Si va dunque, a tappe forzate, verso la distruzione di quanto resta del diritto di sciopero creando mille ostacoli alla sua indizione, restringendo gli orari e accrescendo i servizi minimi da garantire secondo gli obblighi di legge (stiamo parlando dei servizi minimi essenziali).

Vogliono perfine rendere piu’ difficile perfino la revoca dello sciopero, insomma  preparano innumerevoli regole solo per limitare gli effetti degli scioperi scoraggiandone prima la proclamazione e poi la partecipazione e diffusione.  Ci sono obblighi nuovi,  le aziende dovranno aumentare le informazioni e allo stesso tempo diffondere i dati di adesione e partecipanti, l’obiettivo non è tanto quello di informare la cittadinanza ma piuttosto di limitare il potere di indizione delle sigle piu’ piccole, rafforzare gli ostacoli per la indizione dando maggiore spazio e potere alle procedure di raffreddamento e conciliazione.
Lo scopo coercitivo di queste misure è sotto gli occhi di tutti, l’obiettivo è quello di contenere la protesta dei lavoratori  senza cercare soluzione ai problemi che hanno determinato le azioni di lotta.

Molti scioperi sono convcati per difendere i posti di lavoro ma queste motivazioni oggettive non partoriscono alcun ravvedimento nel legislatore che invece si prepara all’ennesima normativa anticostituzionale. Urge quindi, da subito, ragionare sull’incostituzionalità di leggi e regolamenti che ostacolano il pieno esercizio dell’art. 1 della Costituzione.

Infine, per concludere ,aumenteranno anche i giorni nei quali sarà proibito scioperare, gli scioperanti saranno obbligati a rientrare in servizio prima della fine stessa dello sciopero, giusto per riprendere servizio “senza recare disagi alla utenza”, quella utenza che paga ogni giorno i tagli ai servizi pubblici e le privatizzazioni del settore sotto forma di servizi piu’ cari e meno efficienti.

La difesa dell’utenza e dei diritti del cittadino sono solo scuse , l’obiettivo è ben altro ossia procedere  a passi spediti verso la distruzione dei diritti , quello di sciopero in primis;  lo hanno già fatto nel passato quando le prime normative contro gli scioperi sono arrivati insieme alle privatizzazioni e alla perdita di consensi dei sindacati cgil cisl uil. Anche allora, quasi 30 anni fa, si scrisse che bisognava tutelare i cittadini e la utenza da minoranze organizzate che recavano danni all’economia e alla cittadinanza. La storia degli anni successivi ha dimostrato che gli intenti dei Governi, concomitanti con quelli padronali, non erano certo la tutela dei cittadini e dei loro diritti . Dopo anni di privatizzazione e di pace sociale  i trasporti pubblici sono in una situazione di grave crisi, sempre piu’ cari e l’offerta al cittadino ridotta ai minimi termini.

Un motivo in piu’ , allora, per unificare le istanze dei cittadini utenti con quelle dei cittadini lavoratori. Il diritto di sciopero è inalienabile e non ingabbiabile.

Federico Giusti – sindacato generale di base

L’orrore del 41 bis

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Il documento che Nadia Lioce, prigioniera politica detenuta da anni a regime 41 bis ha presentato al Tribunale Penale de L’Aquila in occasione del processo che la vede imputata proprio per avere protestato in carcere contro il 41 bis.

La sottoscritta Nadia Lioce ha presentato opposizione al decreto penale di condanna n.29/2016 ritenendo di poter qualificare le azioni, addebitatele come di disturbo delle altre detenute, come tradizionali azioni di protesta verso l’amministrazione penitenziaria (battitura delle sbarre), e di poter argomentare come non potesse ritenere di aver arrecato un disturbo alle altre detenute, non avendo udito lamentele; né che tali azioni arrecassero un tale disturbo, essendo  state storicamente accettate e/o condivise dalle detenute della sezione femminile 41 bis dell’istituto de L’Aquila, come in generale lo sono  per tutti i detenuti.

Gli eventi in oggetto –di battitura delle sbarre- sono quelli del 25/08/2015, 27/08/2015, 29/08/2015, 31/08/2015, 04/09/2015 e 07/09/2015, quali segmento di una protesta durata dal 27 marzo 2015 al 30 settembre 2015, con una frequenza analoga a quella citata (documentata dalle sanzioni irrogate le cui notifiche sono state depositate agli atti), e forme identiche (battitura con bottiglietta di plastica del cancello) e durata (mezz’ora), per un totale di episodi superiore alla cinquantina, in un regime di prigionia “speciale” quale, essendo segregativo nella natura e nello scopo è ordinariamente ben poco conosciuto. Eppure per poter contestualizzare i fatti è necessario poterne distinguere le caratteristiche, per cui la sottoscritta cercherà di tratteggiarle per come si sono andate determinando storicamente, pur nella consapevolezza che il salto esistente tra la vita civile e le condizioni della prigionia speciale in particolare, complessificando la rappresentazione in parole della sua concretezza, possa non essere colmato dal proprio tentativo e lasciarne incompleta la comprensione.

Ma è tanto più necessario quanto più è rilevabile una certa ambiguità aleggiante sulle regole che attengono alla prigionia speciale, sulla quale si tornerà in seguito con degli esempi.

Il 41 bis nasce negli anni ’90, ma come antesignano ha quello che si chiamava “articolo 90”, che veniva applicato ai prigionieri politici, e non solo, ed era parte anche di una più vasta trasformazione dell’istituzione carceraria in direzione della differenziazione in più circuiti detentivi (bassa, media, alta sicurezza – politici e non) e della normalizzazione di sistemi premiali; oltre che inquadrato in ragioni politiche la cui trattazione esula da queste precisazioni.

Entrambi finalizzati a segregazione dall’esterno e controllo interno della popolazione detenuta, all’origine concepiti come regimi di prigionia speciale rispondenti ad un’emergenza, ovvero ad una situazione a termine, non strutturale – l’art. 90 fu addirittura abrogato una volta ritenuta esaurita l’emergenza rivoluzionaria – che in quelle condizioni politiche lo rendeva compatibile con i principi costituzionali.

Il 41 bis conserva –all’origine– questa giustificazione nelle forme applicative ma, non sussistendo più le condizioni politiche generali dei decenni precedenti, in se stesso può nascere per restare come forma di prigionia speciale “normalizzata”.

Almeno in una prima fase viene concretamente gestito con applicazioni di durata limitata della misura che la legge prevedeva potessero essere anche di 3 – 6 mesi e con proroghe non automatiche, e sia l’amministrazione che la giurisprudenza le concepiva revocabili; successivamente la legge aumentò la durata della singola applicazione a 1 o 2 anni e poi ancora, così che attualmente la durata della prima applicazione è imposta a 4 anni, quasi 10 volte più che all’origine, mentre le proroghe sono di un biennio e sono automatiche nella sostanza. Se fino al 2009 esisteva una teorica possibilità di revoca della misura, in sede ministeriale o giurisdizionale, in quanto l’onere di provare la sussistenza di motivi di applicazione era in capo al proponente o al decisore, con le modifiche apportate questa teorica possibilità non esiste più (che non significa che non ci sia stata più alcuna revoca da allora, ma un conto è la regola, un altro il caso particolare).[1]

Precedentemente la detenzione speciale consisteva nella separazione delle sezioni o dei reparti di 41 bis da quelli ordinari (comuni, A.S., EIVC); nella limitazione dei rapporti con l’esterno ai colloqui con il vetro con familiari entro il 3° grado per una o due volte al mese decise dal ministero oppure dal tribunale di sorveglianza territoriale in sede di reclamo, quando la competenza a decidere dei reclami al 41 bis era dei tribunali di sorveglianza locali; limitazioni dei “pacchi” di vestiario e cibi mensili a 2 per 10 kg totali; limitazione delle telefonate a 1 o 2 a familiari (che per riceverla devono recarsi al carcere). Per quanto riguarda la limitazione dei rapporti all’interno essa consisteva: nella frequentazione di 2 ore di passeggi e 2 ore di saletta in gruppi formati al massimo da cinque persone.

Per dare un termine di comparazione rispetto all’antesignano: l’art. 90 non prevedeva suddivisioni in gruppi, cioè i “gruppi” non esistevano, “l’aria” (o passeggi) era frequentata dalla sezione nel suo complesso; (“la socialità” forse al tempo non esisteva).

Rispetto agli altri circuiti detentivi: tutti i circuiti prevedono che l’aria sia a frequentazione comune, di tutta la sezione o di tutto il reparto. Non tutti i reparti utilizzano sale per la socialità che perciò può essere fatta nelle celle in un numero limitato di persone scelte dal detenuto volta per volta.

I detenuti comuni usufruiscono di sei ore mensili di colloquio con un arco più esteso di familiari, quelli in alta sicurezza o del fu EIVC, di quattro ore.

Tutti i detenuti di bassa, media e alta sicurezza possono fare una telefonata settimanale di dieci minuti ai familiari.

Il 41 bis prevede inoltre in tutti i casi la censura della corrispondenza che il censore operativo esamina, ed eventualmente sottopone al giudice competente, per la decisione dell’inoltro o meno. Una misura applicabile anche a detenuti non in 41 bis, in genere a quelli in A.S.

Tutto il resto del trattamento in teoria non avrebbe ragione di differire.

Cioè: si potrebbe erroneamente pensare che le altre condizioni di prigionia di detenuti ordinari e in 41 bis, possano essere le stesse.

In realtà non è mai stato così.

Innanzitutto perché la legge nel definire “le misure eccezionali” rispetto all’ordinamento non ha mai citato limiti minimi, con cui di norma si asseriscono le condizioni garantite per ogni condizione della prigionia, ma solo massimi.

Ad esempio: le ore di colloquio, di aria, di saletta, i chilogrammi e il numero dei pacchi, i capi di vestiario e i generi alimentari e di conforto detenibili in cella… sono tutti limiti non superabili. Le ore all’aperto – una all’aria, l’altra in saletta – sono “non superiori a due”. Cioè, mai condizioni garantite, proprio perché è stato un regime concepito come una eccezione (e lo è) rispetto ad una normalità.

Poi perché il decreto riserva al vertice dell’amministrazione ulteriori specifiche disposizioni, individualizzate e non, sicché tutto il resto può anche differire totalmente e ulteriori compressioni delle libertà residue ed estensioni delle restrizioni possono colpire ogni aspetto della vita quotidiana, che sia per iniziativa del Dipartimento o per iniziativa locale, di interpretazione delle direttive, o di propositività di iniziativa.

Infine perché addetti alla custodia dei detenuti al 41 bis sono i G.O.M., cioè un corpo speciale di polizia penitenziaria, forse introdotto nel 1998 e dal 2009 obbligatoriamente nei reparti di 41 bis, che consiste in una sorta di polizia penitenziaria militarizzata -finora informalmente- centrata su compiti di contrasto e in grado di praticare questo genere di direttive.

Questa serie di peculiarità incidono su tutti gli aspetti della vita quotidiana: da quello delle disponibilità materiali – detenibilità di materiali in cella, dal vestiario, al cartaceo, a generi alimentari e di conforto o per l’igiene ambientale, o degli oggetti personali; a quello dell’accessibilità all’acquisto di prodotti non inclusi nella lista dei generi acquistabili di “sopravvitto”; a quello delle modalità e frequenza di svolgimento delle perquisizioni personali o della cella.

Ognuno di questi aspetti delle necessità, condizioni e disponibilità personali può essere investito, e concretamente lo è stato e lo è, da un regime ulteriormente restrittivo, quando in modo “regolamentato” quando nella pratica provocatoria e nella finalità vessatoria che voglia essere messa in atto ad arbitrio, incidendo in modo significativo sulla vivibilità quotidiana della prigionia, con una tendenza dominante alla generalizzazione delle condizioni più restrittive e privative, per un principio di cosiddetta uguaglianza.

A tutto ciò va aggiunto che, con le modifiche legislative introdotte nel 2009, la logica giuridica generale che sopravviveva alla base del 41 bis originario viene rovesciata e viene sancita una sostanziale e permanente esternità “spaziale” del regime speciale all’ordinamento giuridico generale, che subentra alla eccezionalità e al suo carattere per così dire temporale.

Innanzitutto, appunto, esso, da misura almeno in teoria circoscritta nel tempo, diventa strutturale per un tipo di persone, cioè per coloro ai quali fosse stata applicata dal ministero.

L’inversione giuridica attraverso la quale può concretamente succedere è il trasferimento dell’onere della motivazione. Da questo momento quella che andrà motivata, di fatto, non è più la proroga della misura, ma la sua revoca. Dunque l’onere viene trasferito dal proponente o decisore al detenuto in 41 bis, che deve dimostrare: o che c’è stato uno scambio di persona, che cioè non è lui la persona che il Ministero vuole assoggettare alla misura, oppure di essere un collaboratore, cioè non il tipo di persona cui la misura è destinata.

Per un prigioniero che si è assunto le sue responsabilità verso un referente politico – l’organizzazione rivoluzionaria d’appartenenza – e sociale – la classe a cui ha rivolto la proposta rivoluzionaria – è cioè una esplicita richiesta di abiura politica che, di fatto, in se stessa abolisce il diaframma giuridico ordinariamente interposto dallo stato nel rapporto col prigioniero politico e politicizza il rapporto stesso, facendo diventare il regime di prigionia speciale uno specifico piano di confronto. Confronto nel quale, in sostanza e in generale, l’interesse del prigioniero ad una prigionia “normale”, non segregata, viene usato contro lui stesso, ossia come leva per ottenere la collaborazione, praticamente in modo esplicito.

E, a corroborare la coercitività del regime speciale ai fini della torsione della volontà degli assoggettati ad esso, viene allargato lo spettro delle misure restrittive fino a quel momento adottate e vengono intensificate quelle già esistenti, in parte con la legge stessa, in altra parte tramite ordinanze e circolari dell’amministrazione centrale o locale.

La sottoscritta approfondirà ora le condizioni particolari del regime di 41 bis in cui si sono collocati i fatti in oggetto, specificando cosa siano i gruppi, partendo da quello che sono diventati.

La legge del 2009 restringe i “gruppi”: da 5 componenti – al massimo – li riduce a 4.

Inoltre, essa dispone che le carceri per 41 bis siano distinte dalle altre, allocate nelle isole e, mentre il Ministero stabilisce la costruzione di apposite strutture carcerarie con sezioni “monogruppo”, la legge dispone anche che le strutture carcerarie adibite al regime di 41 bis, in generale siano attrezzate logisticamente per assicurare che i movimenti degli appartenenti a un gruppo avvengano precludendo la comunicazione con appartenenti a gruppi diversi dal proprio (la qual cosa in una sezione “plurigruppo” – come quella dei fatti in oggetto – avviene con l’accostamento dei “blindati” delle celle, da parte del personale penitenziario, durante il passaggio nel corridoio di un detenuto), in quanto stabilisce anche il divieto di comunicare tra appartenenti a gruppi diversi (comunicazione che sarebbe fisicamente possibile nelle sezioni “plurigruppo”)[2].

Con questa ulteriore stretta segregativa è avvenuto che i “gruppi” non siano più stati delimitazioni circoscritte alla frequentazione di passeggi e saletta per una funzione di controllo interno, ma siano diventati “esclusivi”.

E’ avvenuto cioè uno slittamento sostanziale dei paradigmi alla base della legge originaria che già – rispetto all’art. 90- introduceva delimitazioni alla frequentazione comune di aria e socialità, rispetto alle condizioni degli altri circuiti detentivi.

Un’evoluzione della normalizzazione dell’eccezione per il tramite della torsione giuridica, che sembra giungere a un momento di inversione del senso giuridico particolare della prigionia speciale, sancendone una ambigua ma strutturata e strutturale esternità ad un contesto regolamentare sistematico.

In pratica, con questo slittamento, i “gruppi” diventano “gruppi di segregazione” che escludono tutti gli altri.

Prima erano limitati ad un’aggregazione di 5 persone, per un’asserita garanzia di controllo, ora la vita in ogni sua espressione, anche verbale, non deve fuoriuscire dal gruppo di assegnazione (ridotto ad un massimo di 4 persone).

Non un “buongiorno” può essere scambiato.

Così come effettivamente disposto dalla direzione dell’istituto de L’Aquila in data 6 novembre 2016. Un divieto di scambio di saluto tra detenuti presenti all’interno di una medesima sezione, che in concreto interruppe questa sopravvissuta tradizione e che è una delle espressioni, materializzate, di quella ambiguità aleggiante sulle regole del 41 bis, che si genera tra disposizioni di legge già citate, disposizioni del decreto di 41 bis, apparentemente a raggio di azione circoscritto[3]; e contenuti di giurisprudenza costituzionale (esempio: sent. C.Cost. 122/2017) che, dagli asseriti legittimi limiti alla comunicazione dei detenuti appare escludere, e con un argomento pesante quale quello dell’inviolabilità della persona, la possibilità di precludere comunicazioni tra detenuti compresenti in una sezione, in quanto argomenta di limitazioni alla facoltà dei detenuti di intrattenere colloqui diretti con persone esterne all’ambiente carcerario[4].

Uno slittamento che pare essere potuto avvenire in una condizione generale formata da una reiterazione di rappresentazioni pubbliche del carcere come un “santuario”, ovvero luogo in cui chi vi si trovi è invulnerabile, incontrollabile e incoercibile, opposte alla realtà della prigione, in cui le libertà sono a priori residue, e chi vi è rinchiuso è “coatto”, che hanno sollecitato un’aspettativa pubblica giustificante le scelte politiche alla base della legiferazione.

In ogni caso, ricostruendo gli avvenimenti, “la parola” segregata fu in realtà introdotta già da una circolare ministeriale nell’agosto 2008, cioè circa 10 anni fa, plausibilmente come sperimentazione della successiva introduzione legislativa.

La “parola”, ovvero quella facoltà innata del genere umano che storicamente presso un po’ tutte le civiltà ne tipicizza la dignità rispetto alle altre specie animali, viene criminalizzata in se stessa. Verso il detenuto in 41 bis che non si auto inibisse, lo è dal 2008 in poi con la sanzione disciplinare, sebbene non prevista come indisciplina specifica dall’ordinamento penitenziario né dal regolamento di esecuzione almeno fino al settembre 2017, ma, si presume, suscettibile di sanzione in quanto inosservanza di un ordine. Ma verso chiunque altro “consentisse” al detenuto in 41 bis di “comunicare” con “l’esterno” (presumibilmente anche del gruppo) -dal personale penitenziario, all’avvocato, al familiare, a chiunque solidarizzi- la previsione legislativa del 2009 è l’incriminazione penale. E tenuto conto che “verba volant”, che significa che le parole non hanno consistenza materiale, né in se stesse potenzialità di effetti materiali, intorno a questa criminalizzazione è venuto a formarsi un grumo antigiuridico potenzialmente ad alto tasso di criminogenità, potendo chiunque essere accusato di qualunque cosa[5].

Questa innovazione legislativa, insieme a quella che andava a creare un regime speciale per il diritto di difesa del detenuto in 41 bis limitandone le ore di colloquio e la durata delle telefonate (negli anni arrivate alla consulta e dichiarate incostituzionali) e insieme centralizzazione presso un unico Tribunale di Sorveglianza – quello territoriale del Ministero decretante la misura- dei reclami contro i decreti di 41 bis, andarono ad integrare il nuovo paradigma del “carcere duro”. Un paradigma la cui specificità rispetto al precedente è la capacità di proiezione di conseguenze a largo raggio, molto oltre l’ambito dei suoi “ristretti” o dell’intera popolazione detenuta, venendo ad incidere sul ruolo e sull’operatività di tutta la Magistratura di Sorveglianza.

Conseguenze al confronto delle quali le tendenze all’inibizione della parola non solo conversazionale, ma pure funzionale[6] sono solo una deriva parossistica localizzata dentro le mura del 41 bis.

A questo punto è necessario accennare alla specificità della componente femminile della popolazione detenuta a 41 bis.

La specificità della sezione 41 bis femminile dell’Aquila è quella di essere stata istituita da zero. Cioè scegliendo: ubicazione geografica e strutturale, personale assegnato e sua formazione, e il trattamento a cui sottoporre le “politiche” per cui è nata. E ciò potendo contare sul fatto che le prigioniere sottoposte alla misura non avessero un’esperienza pregressa, nemmeno storica, del 41 bis (misura che viene previsto possa essere applicata anche ai politici nel 2002). Inoltre, la mancanza di una loro coesione per ragioni di forza maggiore, ha reso più praticabile un trattamento di “massimo rigore”.

Col passare degli anni, e radicato l’insediamento e le sue caratteristiche di fondo, la particolarità è stata essenzialmente quella di essere poche.

Ma è necessario fare un passo indietro.

Fino al 2005, la sezione 41 bis femminile era quella di Rebibbia, a Roma, dove le restrizioni applicate erano quelle di legge e generali, e il personale penitenziario era ordinario.

Quella sezione nel 2009 chiuse.

In quella aquilana, aperta nell’ottobre 2005, per applicare il “massimo rigore” fu adottato l’espediente di elaborare ed affiggere nella saletta della sezione un regolamento apposito per la sezione, che voleva dare l’impressione che, data la peculiarità di genere della sezione, essendo femminile in un carcere esclusivamente maschile, ne servisse uno apposta, altrimenti esisteva un regolamento di istituto che era vigente a tutti gli effetti.

In realtà, quando nel 2006 fu chiesto di poter acquisire il regolamento d’istituto –tutti gli istituti devono averne uno – non fu opposto un diniego, non sarebbe stato giustificabile, ma fu affissa una copia del regolamento mancante di alcune pagine iniziali e anche al suo interno. Se ne dovette perciò reclamare l’affissione nella sua interezza al Magistrato di sorveglianza. E infatti così fu fatto quando il magistrato lo ordinò.

Allora si poté scoprire che, quelle mancanti, erano pagine concernenti modalità di perquisizione personale, quantità e generi alimentari, di vestiario e altro, detenibili in cella. Ambiti in cui la prassi nella sezione femminile non osservava il regolamento a scapito delle detenute, fino a quel momento ancora poco esperte.

La sottoscritta farà alcuni esempio pratici: le “perquisizioni personali con denudamento” venivano fatte con denudamento integrale nonostante il regolamento d’istituto prescrivesse che il detenuto restasse con gli indumenti intimi.

Un altro esempio: il regolamento d’istituto prevedeva che in cella si potessero detenere 10 pacchetti di sigarette. Quello di sezione non contemplava l’argomento, sicché la quantità detenibile veniva comunicata oralmente. Diventarono 8, poi 6, poi 4. E il momento della decisione di ridurre da 8 a 6 ecc. era quello in cui nel corso della perquisizione della cella, a quel tempo settimanale, se ne trovavano 7, poi 5 e così via.

Alla detenuta veniva contestata la detenzione di un “eccesso”, alla previsa e scontata rimostranza, la prima volta c’era l’avvertimento, la seconda il rapporto disciplinare. E così per ogni variazione in senso restrittivo che potesse/volesse essere inventata.

A quel tempo, fino a tutto il 2009, era un metodo, poi è diventato periodico, mentre, più in generale, anche sui generi detenibili in cella il dipartimento ha sussunto molte delle potestà prima in capo, almeno formalmente, ai direttori.

Come detto, la particolarità della sezione femminile 41 bis è ora in buona parte dovuta alla scarsità di detenute, un dato di fatto che di per sé si traduce in una pressione più elevata, e che consente di gestire la frequentazione alternata dei comuni passeggi e della saletta, anche formando “gruppi” di due persone.

E poiché come prima opzione l’amministrazione privilegia la composizione di gruppi di numero minimo di persone, i “gruppi”, salvo cause di forza maggiore, sono sempre di due donne.

I gruppi di due persone nella vita civile si chiamano coppie. Anche in carcere, tempo fa, la definizione di “gruppo”, almeno nelle controversie insorte tra amministrazione, detenuti e magistratura, rispettava il senso comune. Il gruppo, cioè, era costituito da un minimo di 3 persone.

I gruppi di 2-3 persone, inoltre, erano limitati alle “aree riservate”, cosi dette perché braccetti separati “monogruppo”, isolati dagli altri e con un trattamento più duro,  fino al 2009 presenti in poche unità per carcere ove fossero ubicate.

Trovate forme di legittimazione, di fatto con la legge del 2009, “l’area riservata” è diventata il modulo segregativo della popolazione detenuta al 41 bis. E anche in questo senso, la sezione femminile, che dall’apertura della sezione de L’Aquila è sempre stata un’area riservata per un massimo di 4 detenute – fino al 2013 – si è ritrovata ad essere il “benchmark” ed infine “la nuova normalità”.

Come si può intuire, i mini gruppi di 2 persone sono la composizione a massimo condizionamento reciproco.

Ad esempio offrono la possibilità con una sanzione di erogarne informalmente 2.

È quello che sarebbe successo alla sventurata detenuta che fosse capitata nel gruppo con la sottoscritta, anche dall’aprile 2015 all’ottobre 2017, quando avrebbe dovuto restare sola al passo delle sanzioni scontate dalla sottoscritta per la protesta effettuata dei fatti di un segmento della quale qui si discute.

E invece non è successo perché la sottoscritta, anche per senso di responsabilità verso le altre detenute, all’atto del trasferimento in una sezione più grande in grado di custodire ulteriori detenute sopravvenute, ha scelto di non condividere gruppi con nessuna, ovvero dal gennaio 2013 a tutt’oggi.

In parole povere, composizioni di gruppi minimali sono una condizione che genera isolamenti in se stessa perché l’unico altro componente resta solo in casi di: sanzione, malattia, colloquio, udienza, o semplice, legittima, mancanza di volontà di uscire dalla cella, o di svolgere le medesime attività durante l’ora d’aria o di saletta, dell’altro.

Tutte condizioni concretamente verificatesi centinaia di volte dal 2005, da quando cioè L’Aquila aprì la sezione femminile per “le politiche”.

Dopodiché l’essere umano è per sua natura sociale, cioè lo è sia interiormente che nelle sue interazioni, non lo è solo circostanzialmente, perciò le circostanze sono ciò con cui potenzialità e istanze si misurano e con cui le persone possono maturare, anzi tanto più possono aspirare a migliorarsi, quanto più difficili fossero le circostanze che si presentassero.

La sottoscritta, non potendo sapere quale sia l’idea dei presenti sulle comunicazioni nelle sezioni 41 bis, immaginando che non fossero note né le circostanze derivanti dalla propria condizione di “solitudine” e dunque di preclusione assoluta delle comunicazioni con altre detenute, né che – tra le altre cose – all’epoca dei fatti la sottoscritta avesse conosciuto soltanto due delle altre sei detenute presenti nella sezione femminile in quanto già a L’Aquila dal 2010 – 2011, e infine immaginando che possa essere ritenuto – erroneamente – che una situazione del genere, contrastando con un principio di inviolabilità della persona, non possa verificarsi in questo paese, ha preferito dilungarsi a illustrare le condizioni d’esistenza proprie e delle altre detenute, nel regime di prigionia di 41 bis, prima di entrare nel merito di quanto in oggetto.

Perché in questo contesto di inibizione delle comunicazioni sociali nello spazio comune della sezione in cui i suoni fisicamente si tramettono, che la sottoscritta non ha proprio avuto modo di sapere/capire di aver arrecato un concreto disturbo ad altre detenute.

  1. Perché battiture delle sbarre sono sempre state fatte collettivamente, e non, per periodi di mesi e anche di anni e per più volte al giorno ognuna di 10-15 minuti, la qual cosa autorizzava a ritenere che ce ne fosse una pacifica accettazione.
  2. Poiché la sottoscritta mentre faceva la battitura leggeva, come del resto facevano altre detenute in occasione di altre battiture, cioè la battitura era compatibile con altre attività, o, quando non lo fosse stata, ad es. durante la somministrazione di terapie farmacologiche, la sottoscritta, su richiesta, la interrompeva.
  3. Perché la sottoscritta non ha mai sentito nessuna lamentarsi né avrebbe potuto sapere di una lagnanza per comunicazione da qualche detenuta la cui quiete fosse stata disturbata, a causa del divieto di parlarsi di cui sopra, come asserito invece da terzi, interessati perché destinatari della protesta.
  4. Perché quando la sottoscritta ha letto le contestazioni dei rapporti del 25 e del 27 agosto 2015, recitanti: “dopo la perquisizione ordinaria effettuata nella propria camera detentiva, nonostante non le fosse contestato nulla, lei iniziava a battere con una bottiglia di plastica contro il cancello della sua cella, provocando le lamentele esasperate della restante popolazione detenuta. Per quanto sopra, le si contesta l’infrazione prevista dall’art. 77 punti 4 (atteggiamenti e comportamenti molesti nei confronti della comunità), 19 (promozione di disordini o di sommosse), 21 (fatti previsti dalla legge come reato commessi in danno di compagni, di operatori penitenziari, di visitatori)”, la sottoscritta, non avendo udito lamentele esasperate dalla restante popolazione detenuta, non gli ha attribuito rilievo, se non ai fini di ipotizzare una volontà dell’amministrazione di applicarle anche il regime di 14 bis (ipotesi confermata dagli atti depositati in quanto richiesta fatta da un responsabile GOM), per l’inverosimiglianza degli addebiti (punto 19) nella situazione concreta, oltre che per un’illinearità di interpretazione del “fatto battitura” che si ripeteva dal 24 marzo 2015 almeno due volte alla settimana – in occasione cioè delle perquisizioni della sua camera detentiva (a seguito della originaria perquisizione nella quale ne venne asportato materiale cartaceo, corrispondenza e atti giudiziari) e che sono terminate il 30 settembre 2015 a seguito della restituzione di gran parte del materiale, con le stesse identiche forme e durate, e per l’incoerenza tra gli addebiti al punto 19 e 21.

Oltretutto le sanzioni anche del 26 e del 30 settembre, sono per le infrazioni al punto 4 e 21, ma delle quali, dopo due anni, non si ha notizia di denuncia. Né se ne ha di denunce o di decreti emessi da codesto Tribunale penale per un reato di oltraggio a pubblico ufficiale come asserito a pag. 11 del decreto di proroga del regime speciale, notificato alla sottoscritta il 6 settembre 2017, e che si allega agli atti.

Nadia Lioce

Note:

[1] La legge sulla sicurezza del luglio 2009 sostituisce l’articolo 41 bis con un nuovo testo, e nel nuovo viene escluso che il “mero decorso del tempo” costituisca “di per sé” elemento sufficiente per escludere la capacità di mantenere  i collegamenti con l’associazione o dimostrare il venir meno  della operatività della stessa.

[2] La legge sulla sicurezza del luglio 2009, già citata, apporta modifiche all’art. 41 bis co. 2 quater lett. F, aggiungendovi: “saranno inoltre adottate tutte le necessarie misure di sicurezza anche attraverso accorgimenti di natura logistica sui locali di detenzione volte a garantire che sia assicurata la assoluta impossibilità di comunicare tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità, scambiare oggetti e cuocere cibi”.

[3] A pag. 17 del decreto di proroga del regime di 41 bis alla sottoscritta del 06/09/2017, all’art. 2: “Il direttore dell’istituto di pena, ove l’anzidetta detenuta è ristretta, adotterà le misure di elevata sicurezza interna ed esterna, anche attraverso accorgimenti di natura logistica sui locali di detenzione necessarie a prevenire contatti con l’organizzazione criminale di appartenenza o di attuale riferimento, contrasti con elementi di sodalizi contrapposti, interazione con altre detenute appartenenti alla medesima associazione ovvero ad altre ad essa alleate, secondo le disposizione dell’amministrazione penitenziaria”.

[4] Sent. 122/2017 C.Cost del 08/02/2017 pag.11 “… non può che essere ribadito il costante orientamento della giurisprudenza di questa Corte, secondo il quale la legittima restrizione della libertà personale, cui è sottoposta la persona detenuta, non annulla affatto la tutela costituzionale dei diritti fondamentali. Chi si trova in stato di detenzione, pur privato della maggior parte della sua libertà, ne conserva sempre un residuo, che è tanto più prezioso in quanto costituisce l’ultimo ambito nel quale può espandersi la sua libertà individuale (sentenze n. 20 del 2017 e n. 349 del 1993), e il cui esercizio, proprio per questo, non può essere rimesso alla discrezionalità dell’autorità amministrativa preposta all’esecuzione della pena detentiva (sentenze n. 26 del 1999 e n. 212 del 1997).

La tutela dei diritti costituzionali del detenuto opera, pur tuttavia, «con le limitazioni che, come è ovvio, lo stato di detenzione necessariamente comporta» (sentenza n. 349 del 1993). La legittima restrizione della libertà personale cui il detenuto è soggetto, e che trova alla sua base un provvedimento giurisdizionale, si riverbera inevitabilmente, in modo più o meno significativo, sulle modalità di esercizio delle altre libertà costituzionalmente alla prima collegate. Ciò avviene anche per la libertà di comunicazione, la quale, nel corrente apprezzamento, rappresenta – al pari della libertà di domicilio (art. 14 Cost.) – una integrazione e una precisazione del fondamentale principio di inviolabilità della persona, sancito dall’art. 13 Cost., in quanto espressione della “socialità” dell’essere umano, ossia della sua naturale aspirazione a collegarsi spiritualmente con i propri simili.

È evidente, così, che lo stato di detenzione incide in senso limitativo sulla facoltà del detenuto di intrattenere colloqui diretti con persone esterne all’ambiente carcerario: colloqui che, quali comunicazioni tra presenti, ricadono certamente nella sfera di protezione dell’art. 15 Cost. Di necessità, i colloqui personali dei detenuti «sono soggetti a contingentamenti e regolazioni da parte dell’ordinamento penitenziario» (artt. 18 ord. pen. e 37 reg. esec.) (sentenza n. 20 del 2017) ed è l’autorità penitenziaria che, in concreto, stabilisce (in particolare, tramite il regolamento interno dell’istituto: art. 36, comma 2, lettera f, reg. esec.) i luoghi, i giorni e gli orari del loro svolgimento, senza che in ciò possa scorgersi alcuna violazione della norma costituzionale evocata”.

[5] La legge sulla sicurezza, già citata in nota 2:

“Nel libro II titolo III capo II del codice penale dopo l’art. 391 è inserito il seguente:

Articolo 391 bis (agevolazione ai detenuti e internati sottoposti a particolari restrizioni delle regole di trattamento e degli istituti previsti dall’ordinamento penitenziario) Chiunque consenta a un detenuto, sottoposto alle restrizioni di cui all’articolo 41 bis della Legge 26 luglio 1975 n. 354, di comunicare con altri in elusione delle prescrizioni all’uopo imposte è punito con la reclusione da uno a quattro anni.

Se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale, da un incaricato di pubblico servizio ovvero da un soggetto che esercita la professione forense si applica la pena della reclusione da due a cinque anni”.

[6] Il riferimento è al tentativo – in pochi giorni rinunciato – risalente al giorno successivo alla visita del garante nazionale dei detenuti, che avvenne il 05/05/2017, di vietare lo scambio verbale funzionale tra detenute e “portavitto”, ossia la lavorante nell’esercizio della sua funzione.

NoG20 Hamburg: Ancora un rinvio dell’alta corte per la scarcerazione di Fabio. I familiari verso un ricorso alla Cedu

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Da oltre 4 mesi  Fabio Vettorel si trova in carcere in Germania. Il 18enne di Feltre è l’unico compagno italiano ancora detenuto ad Amburgo per la partecipazione alle giornate di protesta del luglio scorso contro il vertice del  G20

Imputato di reati di modesta entità, quali «disturbo alla quiete pubblica», lancio di oggetti e«resistenza a pubblico ufficiale», la sua detenzione preventiva assume il carattere di una vera e propria vendetta nei confronti del conflitto praticato durante quelle giornate di mobilitazione.

Non ci  sono infatti accuse specifiche, ma si dice solo che “non si è allontanato dal gruppo in cui si verificavano azioni violente” e che “non ha agito per fermare i manifestanti violenti”. Di fatto non ci sono testimonianze contro di lui.

Intanto è slittata ancora – forse oggi, forse domani – la decisione dell’alta Corte sulla scarcerazione o meno. Fabio rischia così di restare in carcere non solo per le prossime udienze – 27 novembre e 4 dicembre – ma pure per il suo 19esimo compleanno sabato 2 dicembre.

Contro la natura vendicativa della sua carcerazione preventiva, i legali e la famiglia di Fabio stanno pensando di fare ricorso alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, qualunque sia la decisione sulla scarcerazione e l’eventuale sentenza del processo, denunciando un’aperta violazione dei diritti di difesa.

La ricostruzione di quanto accaduto a Fabio e le considerazioni di Luigi Manconi, presidente della commissione diritti umani del Senato e presidente dell’associazione “A buon diritto”. Ascolta o scarica

da Radio Onda d’Urto

Ascoli Piceno: Studente aggredito e picchiato dal Blocco Studentesco

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Aggressione fascista fuori da un istituto tecnico, il Mazzocchi. Un 20enne, esponente locale del Blocco Studentesco, costola giovanile dei “fascisti del Terzo millennio” di CasaPound, ha preso a calci e pugni un 17enne, studente dell’istituto e neoeletto rappresentante studentesco nel Consiglio d’Istituto.

La sua “colpa”? Essere stato eletto in una lista di sinistra ed esplicitamente antifascista, all’interno di un istituto, il Mazzocchi, dove da tempo i fascisti hanno messo piede ottenendo alle ultime elezioni studentesche ben il 26%.

Proprio il Blocco Studentesco ascolano, tramite la propria pagina Facebook, ha di fatto rivendicato l’aggressione definendola un… “colorito diverbio tra studenti”.

La violenza fascista non è purtroppo una novità ad Ascoli e in provincia, dove episodi simili si sono verificati altre volte negli anni scorsi. Il caso più eclatante fu quello di R.R., pugile professionista ed ex responsabile provinciale di Casa Pound, che nel 2014 si rese protagonista, nelle vie del centro storico di San Benedetto del Tronto, di due aggressioni nei confronti di varie persone, sei delle quali finirono al pronto soccorso con ferite rilevanti. Il picchiatore è finito a processo con l’accusa di lesioni con­ti­nuate gravi aggra­vate da futili motivi e mino­rata difesa delle vit­time e la sentenza è attesa per le prossime settimane

La corrispondenza di Davide Falcioni,giornalista di Fanpage.it che sta seguendo la vicenda ascolana. Ascolta o scarica.

da Radio Onda d’Urto

Le ong di nuovo sotto accusa

SOS MEDITERRANEE che noleggia la nave di ricerca e salvataggio Aquarius denuncia un nuovo attacco mediatico in Italia contro le ONG e gli attori coinvolti nel salvataggio in mare nel Mediterraneo centrale che rispondono così all’obbligo del diritto marittimo internazionale di fornire assistenza a persone in pericolo di morte.

L’organizzazione europea SOS MEDITERRANEE agisce nel quadro rigoroso delle normative nazionali e internazionali in totale trasparenza e non può dunque che dissociarsi categoricamente dall’interpretazione degli avvenimenti del 18 maggio 2017 avanzata dai giornalisti della trasmissione “Report” in un reportage andato in onda lunedì 20 novembre 2017 sulla emittente pubblica italiana RAI 3.
E’ deplorevole che in tale reportage i fatti non siano riportati con il rigore necessario prima di formulare accuse così gravi.

Fact checking

Il 18 maggio 2017 le squadre di SOS Mediterranee e Medici Senza frontiere, partner a bordo della nave Aquarius, hanno ricevuto dal MRCC di Roma l’istruzione di procedere verso una posizione e ricercare 4 imbarcazioni in difficoltà alle 4:40 ora universale. Tutte le operazioni si sono svolte sotto il coordinamento del MRCC di Roma con il quale il coordinatore dei soccorsi di SOS MEDITERRANEE e il capitano della Aquarius erano in costante contatto.

La Guardia Costiera italiana ha dichiarato in un comunicato pubblicato alla fine del pomeriggio del 18 maggio 2017 che quel giorno sono state salvate 2.300 persone in 22 operazioni di soccorso effettuate da unità della Guardia Costiera italiana, del dispositivo EUNAVFOR MED e dalle ONG.
SOS MEDITERRANEE si rammarica che nel reportage di “Report” non sia stata diffusa nessuna intervista esplicativa del coordinatore dei soccorsi di SOS MEDITERRANEE al fine di chiarire lo svolgimento di queste operazioni di salvataggio. Il reportage omette di precisare le preoccupazioni relative alla sicurezza che hanno condotto alla scelta di non esporre le squadre dei soccorritori a un rischio potenziale di fronte alla presenza di imbarcazioni non identificate.

Tutti i giornalisti e i fotografi imbarcati sulla nave Aquarius ricevono la stessa istruzione quando si trovano a bordo delle lance di salvataggio, di evitare qualsiasi azione, come quella di scattare foto, che potrebbe essere interpretata come una aggressione da parte dei membri dell’equipaggio di imbarcazioni non identificate che si presentano come “Guardia Costiera Libica” e che potrebbe provocare una reazione imprevedibile da parte loro. Questa istruzione era ancora più importante nel corso di una giornata di salvataggi di massa, per evitare di mettere in pericolo la vita dei soccorritori e delle persone in difficoltà.

SOS MEDITERRANEE ricorda che cinque giorni più tardi, il 23 maggio, uomini armati presentatisi come “Guardia Costiera Libica” sono intervenuti nel corso di un’operazione di salvataggio coordinata dalla nave Aquarius sparando colpi d’arma da fuoco in aria e minacciando i passeggeri di un gommone, costringendoli a saltare in acqua e mettendo a rischio le loro vite e quelle dei soccorritori.

SOS MEDITERRANEE sottolinea inoltre che nelle condizioni di intervento attuali, estremamente complesse nelle acque internazionali al largo della costa libica, la priorità assoluta rimane quella di garantire la sicurezza delle sue squadre. I rischi insiti nella presenza di persone che si presentano come “guardia costiera libica” sono stati costantemente denunciati dalla nostra organizzazione.

Dopo ogni salvataggio, quando le condizioni di sicurezza lo permettono, le squadre dei soccorritori della nave Aquarius distruggono sistematicamente i gommoni e affondano i motori. Dei video diffusi dall’agenzia di stampa internazionale Reuters mostrano che nel corso delle operazioni del 18 maggio questo è accaduto.
I marinai soccorritori della Aquarius sono quotidianamente testimoni della situazione di estremo pericolo nella quale si trovano i passeggeri dei gommoni, la stragrande maggioranza dei quali è sprovvista di giubbotti salvagente. Quando tuttavia alcuni ne sono equipaggiati, questi giubbotti salvagente non rispondono ad alcuna norma in vigore e non permetterebbero a una persona caduta in acqua di restare a galla più di qualche minuto. Alcuni giubbotti salvagente di cattiva qualità sono quindi talvolta abbandonati tra i relitti alla fine delle operazioni di salvataggio.

Trasparenza

Dall’inizio della sua missione SOS MEDITERRANEE esercita la sua missione in totale trasparenza e si è impegnata a testimoniare sulla situazione nel Mediterraneo.
Ad ogni partenza in mare sono accolti a bordo contemporaneamente fino a quattro giornalisti , per permettere alla Stampa libera, indipendente e professionale di essere a sua volta testimone diretta della complessa e drammatica situazione alle porte dell’Europa. Più di 100 giornalisti da tutto il mondo hanno partecipato a una missione di salvataggio della Aquarius.

Gli autori delle immagini invitati a bordo della Aquarius da SOS MEDITERRANEE come giornalisti della trasmissione Porta a Porta di Rai 1 non erano i soli giornalisti presenti a bordo della nave Aquarius il 18 maggio 2017 e tutti hanno potuto osservare e filmare in totale trasparenza lo svolgimento delle operazioni di salvataggio.

SOS MEDITERRANEE esprime pertanto la sua preoccupazione di fronte alla distorsione della realtà dei fatti ed è a disposizione dei giornalisti per ogni richiesta di chiarimento e rivolge un nuovo appello per la fine di questa vergognosa campagna di diffamazione contro le ONG che non fa che distogliere l’attenzione da una persistente catastrofe umanitaria per le migliaia di persone che fuggono dall’inferno libico.

vedi sito Link all’articolo originale

Il C.A.S. pensato “per far riflettere i richiedenti asilo”: report della visita al centro Casotto di Pedemonte (VI)

Il giorno 2 novembre una delegazione di LasciateCIEntrare ha visitato il CAS di Pedemonte, un comune di 774 abitanti nell’Alto vicentino. La zona è isolata, poco prima degli altopiani trentini di Lavarone e di Luserna e ai piedi di una grande cava, pertanto l’ubicazione rende i collegamenti difficili e radi con i paesi limitrofi. Il centro d’accoglienza straordinaria è gestito dal Raggruppamento Temporaneo d’Impresa tra la srl Dimensione Impresa e la srl Casa Servizi, un unico ente gestore che nell’ultimo bando della prefettura [1] si è aggiudicato l’appalto di 170 posti per l’accoglienza suddivisi in diverse strutture. “Sulla carta è possibile ma servono delle competenze specifiche”, il pensiero di Enzo Miotti, socio fondatore di Dimensione Impresa in una intervista al giornale di Vicenza dell’agosto scorso [2].

L’accesso per verificare le condizioni della struttura non risulta agevole: l’ingresso è vietato anche se è presente un deputato, ordini dall’alto. Dopo un’attesa di due ore, intervallate dall’arrivo della responsabile del personale (dopo un’ora e mezza), e poi dalla direttrice, Antonella Ranzolin, e una funzionaria della Prefettura di Vicenza, la dott.ssa Daria Leonardi, viene spiegato alla delegazione che l’accesso è consentito solo al deputato e ad un suo collaboratore. La motivazione risiede nel fatto che “è vietato dalla legge” e che tempo fa, in un’altra struttura vicentina, Salvini “ci aveva fatto una piazzata”. Inoltre, temono l’incursione di gruppi fascio-leghisti che vivono in zona. Sicuramente la segretezza con cui sono gestite queste strutture e la difficoltà ad accedervi non facilita certo la trasparenza e l’inclusione.

La casa Casotto

La struttura appartiene ad un ordine di suore che ne aveva fatto una casa vacanze. Dall’agosto 2016, la srl Dimensione Impresa / Casa Servizi l’ha riconvertita in un CAS e si fa carico dei lavori di ristrutturazione che si rendono necessari. Gli ospiti sono 35 per 40 posti circa disponibili. Sono tutti uomini e provengono dall’Africa subsahariana ma anche dal Bangladesh e dal Pakistan.

Le camere sono piccole con un posto letto o, più grandi, con due. I muri sono abbastanza fatiscenti e umidi. I bagni/doccia sono 9, tre sono in ristrutturazione avanzata (piastrellatura), gli altri sono puliti, ma rabberciati. C’è comunque acqua calda e riscaldamento.

Diversi aspetti nell’accoglienza e nella gestione del CAS avevano scatenato le protesta di alcuni ospiti: la sala del refettorio era stata indicata come soggetta ad infiltrazioni di acqua in caso di pioggia, ma il soffitto di legno a trave e la bella giornata non hanno permesso di verificare la notizia.

E’ stato poi constatato l’assenza di personale qualificato. La direzione ha ribadito che ci sono sempre due operatori diurni (ne è stato visto solo uno, l’altro, che era anche il cuoco, è arrivato dopo, anche se non può essere considerato un operatore sociale qualificato) e uno notturno che dorme nella struttura. La mediazione linguistica risulta carente nonostante gli operatori siano tutti cittadini stranieri. Il problema principale ravvisato dagli ospiti è che non parlano l’italiano e comunque le provenienze sono tante ed, in particolare, i bengalesi non hanno referenti se non un operatore che conosce la lingua a livello molto basico.

Formazione ed assistenza legale

Gli ospiti lamentano l’assenza di corsi di italiano con personale sufficientemente preparato nella mediazione linguistica. La direzione ha sottolineato che vengono svolte 6 ore di lezione in tre giorni settimanali. Si svolge inoltre un corso di giardinaggio e paesaggistica (!), benché scarsamente seguito.

L’assistenza legale, sostengono i gestori, è fornita, seppure molti preferiscono affidarsi ad un loro avvocato (quando abbiamo rivolto questa domanda, evidentemente, ci riferivamo alla preparazione del colloquio in commissione territoriale); così come è offerta assistenza psicologica una volta alla settimana, anche se non arriva certamente alle 12 ore settimanali previste. Quest’ultima sarebbe importante, in quanto è piuttosto evidente il malessere dettato dalla sensazione di abbandono, di non accettazione del luogo ospitante, della difficoltà di intessere relazioni e di non poter parlare con nessuno.

Vestiti

La direttrice spiega che la settimana scorsa è stato consegnato a tutti un giaccone invernale ed ha mostrato anche alcuni maglioni ed un armadio pieno di scarpe usate, tuttavia molti ospiti indossano pantaloni corti ed infradito, forse per scelta personale. Le volontarie di Vicenza che accompagnano la delegazione nella visita sostengono di aver portato anche loro vestiti agli ospiti. Questi ultimi sostengono che è difficile reperire capi di abbigliamento e che sono stati costretti a cercare anche nella spazzatura. Molti hanno ricevuto dei capi invernali dopo oltre un anno di permanenza nel CAS.

Pocket money e autobus

Ai richiedenti asilo viene consegnato un pocket money mensile pari a 75 euro (2,50 per 30 giorni), mentre non viene fornito l’abbonamento ai mezzi pubblici, il cui utilizzo è necessario per raggiungere i paesi limitrofi. I gestori assicurano che viene dato un biglietto dell’autobus a chi va a portare il curriculum o a sbrigare pratiche. Invece, per quanto riguarda spostamenti più lunghi, come ad esempio fino a Vicenza, questi sono a carico degli ospiti utilizzando il pocket money mensile. Il costo del viaggio di andata e ritorno tra Pedemonte e Vicenza è di circa 11 euro.

Assistenza medica

Questo è un punto controverso: è presente un medico di base che ha lo studio a 20 metri dal CAS. Un infermiere, assicura la gestione, passa una volta alla settimana ed è sempre reperibile, ma non garantisce le 12 ore settimanali, ed in più c’è una convenzione con un medico privato. Non è chiaro chi sia la figura medica sempre disponibile. C’è anche un armadietto con medicinali da banco (antidolorifici, tachipirina…) ma vengono somministrati solo dopo il parere del personale medico. In caso di malessere, gli ospiti vengono accompagnati in ospedale ed in alcuni casi è stata chiamata l’ambulanza. I volontari però spiegano che hanno dovuto accompagnare personalmente un paio di persone all’ospedale, perché non avevano ottenuto altre risposte. Di sicuro, l’assistenza non è velocissima, dovendo informare prima l’operatore (che magari non c’è), questi la responsabile del personale, e questa l’infermiere, e questo prendere una decisione dopo essersi consultato con la direttrice.

La prassi da seguire appare molto macchinosa.

Cucina e cibo (e anche i vicini)

La cucina è abbastanza pulita ed ordinata, ma le lamentele riguardano invece il cibo. La sera si cena con piatti tipici delle varie culture a rotazione. Il pranzo invece è italiano “per una questione di integrazione“, dice la direttrice, tuttavia, non essendo un piatto gradito agli stranieri, viene purtroppo gettato in gran parte nella spazzatura, sollevando lo stupore del vicinato. I richiedenti asilo hanno più volte fatto presente questo disagio, ma c’è una certa ostinazione nel non capire esigenze culturali, accorgimenti semplici che tralaltro sono inseriti nel capitolato speciale d’appalto (“nella scelta degli alimenti il Gestore dovrà porre la massima cura nel proporre menù non in contrasto con i principi e le abitudini alimentari degli ospiti […] [3]

I vicini confermano che la struttura non ha mai dato problemi al paese, seppure la presenza di stranieri ha agitato le acque della paura e “molte ragazze non passano più per di qua la sera“. “All’inizio non facevano la raccolta differenziata, sembravano lasciati a loro stessi, ma poi abbiamo parlato e ora l’ambiente esterno è migliorato. Sono gentili e ci salutano, i più timorosi sono i cittadini che non ci abitano vicino, noi abbiamo imparato a vederli tutti i giorni, a conoscerli”, replicano gli abitanti delle case vicine. Ci è parsa totalmente assente una proposta di incontro interculturale con la comunità di Pedemonte dell’ente gestore. Probabilmente basterebbe davvero poco…

Residenza e carta d’identità

L’attesa purtroppo è molto lunga: i gestori accusano velatamente il sindaco di allungare i tempi per non avere persone da “caricare” sui servizi sociali, la realtà comunque vede richiedenti asilo che attendono da 8 mesi/1 anno per il diritto all’iscrizione anagrafica.

Lavoro

Questo è uno dei punti più critici: la Dimensione Impresa srl lavora da vent’anni nel settore dell’occupazione. I gestori hanno spiegato che queste loro “conoscenze” sono un vantaggio per gli ospiti nel trovare lavoro. La direttrice spiega che i ragazzi lavorano volentieri per mandare qualcosa a casa e per avere qualche possibilità in più in fase di colloquio dimostrando il loro inserimento sociale (per questo fanno anche delle attività di “volontariato” spazzando strade e curando i boschi). Secondo la prefettura non è possibile pagarli più di 300 euro al mese perché se superano, con il pocket money, i 500 euro perdono il diritto all’accoglienza in struttura. Anche sui tempi di lavoro ci sono discordanze. La gestione cerca di assicurarsi che nei contratti di tirocinio non si superino le otto ore. I ragazzi dicono di lavorare, specie in una lavanderia di Canè, “dalle 8 di mattina alle 20 di sera, ma con la pausa pranzo“.

Alcuni giorni dopo la nostra visita, durante un incontro in prefettura, la dott.sa Daria Leonardi, spiegando l’isolamento del CAS di Pedemonte, utilizza un termine emblematico. Ci dice senza mezzi termini che è una struttura pensata “per far riflettere i richiedenti asilo”. Quale sia la “colpa” che devono espiare per finire in un centro così isolato e carente di servizi non ci è dato a saperlo.