Not My Europe

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Il 25 marzo i leader europei celebreranno a Roma il 60° anniversario dei Trattati di Roma con cui nel 1957 fu istituita la Comunità Economica Europea.

L’Europa che sarà festeggiata il 25 marzo è cosparsa di muri e fili spinati, condanna le organizzazioni umanitarie che osano salvare le vite dei migranti in mare, si appresta a rafforzare i controlli alle frontiere esterne anche grazie ad accordi disumani con i paesi terzi, condanna donne. uomini e bambini in fuga da guerre, persecuzioni e povertà a fare viaggi sempre più spesso mortali o le respingono verso la sofferenza che si sono lasciati alle spalle, lascia che sul suo territorio il vento della xenofobia e del razzismo spiri sempre più forte. Non è la nostra Europa.

Per questo il 25 marzo numerose associazioni lanceranno un messaggio forte ai capi di Stato e di Governo riuniti a Roma: il destino di migranti e rifugiati ci riguarda. La strage continua nel Mediterraneo deve finire, attraverso l’apertura immediata di canali di ingresso regolare e protetto. L’Europa che vogliamo è accogliente e solidale. Un’azione di protesta porterà il Mediterraneo nel cuore di Roma, sulle acque del Tevere.

“Not My Europe” dà appuntamento, quindi, a Roma, sabato 25 marzo, alle ore 15.30 sulle rive del Tevere, sotto il Ponte di Castel Sant’Angelo.

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ORGANIZZAZIONI PROMOTRICI:

A Buon Diritto, Amnesty International – Italia, AMM – Archivio delle memorie migranti, Associazione Antigone, Arci nazionale, Baobab Experience, Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza – CNCA, Comitato 3 Ottobre, Giustizia per i nuovi “desaparecidos” del Mediterraneo, CRS – Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato, ENGIM internazionale, Figli delle chiancarelle, Gioventù federalista europea Gfe/Jef Italy, Intersos, Jugend Rettet e.V., K_Alma, Legambiente Onlus, Lunaria, MEDU – Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, R@inbow for Africa – R4A, Sea-Watch

“Pulizia di massa per i migranti. Anche con le maniere forti”. Non possiamo tacere

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A Recco per la campagna di tesseramento del Carroccio, Matteo Salvini torna a usare toni forti sui migranti. Secondo il leader della Lega Nord, occorre effettuare una pulizia “via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve, perché ci sono interi pezzi d’Italia fuori controllo”. “Non vedo l’ora – aggiunge – una volta al Governo, di controllare i confini come si faceva una volta e usare le navi della Marina Militare per soccorrere e riportare indietro i finti profughi”, sottolineando la propria ammirazione per la politica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il sito dell’Associazione Carta di Roma mette in evidenza un bell’articolo curato da Articolo 21 Veneto sulla presa di distanza da parte di movimenti e partiti politici rispetto alle affermazioni fatte da Matteo Salvini. Anche l’informazione non resta in silenzio. Qui di seguito l’articolo.

 

“Pulizia di massa per i migranti, via per via, quartiere per quartiere, anche con le maniere forti”: a parlare è Matteo Salvini, leader della Lega Nord, sul Tgr Liguria. In un quadro sociale molto teso dove l’incitamento all’odio (hate speech) contro i soggetti deboli è denunciato costantemente dalla Carta di Roma in tutte le sedi, questa frase suona come un colpo di pistola.

L’accento esplicitamente razzista non è sfuggito ai giornalisti liguri, che peraltro hanno stigmatizzato l’assenza di un contraddittorio di fronte a tale enormità, da parte del giornalista delle rete nazionale del servizio pubblico, appunto, la Rai della Liguria. “Salvini ormai ci ha abituato ad un’escalation di violenza verbale che in Italia non ha pari – afferma Alessandra Costante, giornalista del Secolo XIX, componente, della Segreteria generale della Fnsi e Segretario dell’Associazione ligure dei Giornalisti – Ritengo che a questo punto ogni commento sia del tutto inutile, le parole di Salvini rasentano e superano l’apologia del razzismo, incitano alla violenza. La risposta migliore dovrebbe arrivare da una magistratura attenta e democratica”.

A questo proposto Annamaria Alborghetti, penalista di Padova, interpellata da Articolo 21, sezione veneta, dice: “Le frasi, anche per il ruolo politico di chi le ha pronunciate e il contesto pubblico di diffusione, potrebbero configurare la violazione della legge Mancino che sanziona penalmente chi incita a commettere violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali”.

Sul profilo Facebook “Liguri tutti” di Marco Preve, giornalista di Repubblica, ci si chiede perché il cronista della Rai ligure non abbia azzardato un minimo di contradditorio con il leader della Lega ponendogli almeno la più banale delle domande: “Ma scusi onorevole, non le sembra di usare toni che richiamano la pulizia etnica?”.

Proteste e prese di distanze anche dai partiti politici, riprese dai quotidiani locali: Raffaella Paita, capogruppo Pd in Regione Liguria: “Le parole di Salvini sugli immigrati sono allucinanti. Il segretario della Lega, parlando di pulizia di massa quartiere per quartiere, evoca periodi molto bui della nostra storia. Frasi irresponsabili, che non possiamo tollerare”. Nichi Vendola: “Salvini è un fascista, è la vergogna d’Italia”. Irritato anche il Centrodestra sia a livello locale, sia a livello nazionale con Schifani: “I metodi evocati da Salvini non fanno parte della cultura del buon governo di Forza Italia”.

Al di là dell’epilogo di questa ennesima brutta vicenda che coinvolge l’informazione, va comunque rilevata l’urgenza di una puntuale applicazione, in ambito giornalistico, della Carta di Roma. A lei è intitolata l’associazione, fondata dalla Fnsi e dall’Ordine dei Giornalisti, nel dicembre del 2008 per dare attuazione al protocollo deontologico per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione.

Clandestino, extracomunitario, vucumprà, nomade, e altri, purtroppo molti altri luoghi comuni utilizzati per descrivere il fenomeno migratorio dovrebbero essere banditi dal linguaggio giornalistico e sostituiti dalle indicazioni del glossario che Carta di Roma, attraverso i propri rappresentanti, sta divulgando nel corso di numerosi pubblici dibattiti, seminari e corsi di formazione. Da segnalare, a questo proposito, l’iniziativa di un gruppo di intellettuali, tra cui il presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti e il presidente di Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu, che si sono rivolti alle istituzioni, nella persona del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, affinché dal protocollo d’intesa tra Italia e Libia in tema – tra le altre cose – di contrasto all’immigrazione illegale e al traffico di esseri umani, venga rimossa la parola “clandestino”, termine in primo luogo giuridicamente infondato quando viene utilizzato per indicare – anche prima che abbiano potuto presentare domanda d’asilo e che la domanda sia stata valutata dalle apposite commissioni territoriali – i migranti che tentano di raggiungere o raggiungono, il territorio dell’Unione europea.

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CONTRO LA BUONA SCUOLA: FLC CGIL PROCLAMA LO SCIOPERO PER L’8 MARZO

La Flc- Cgil (scuola università e ricerca) ha proclamato sciopero di 8 ore l’8 marzo: sciopero che intreccia le ragioni della giornata di mobilitazione della Rete in occasione della giornata internazionale della donna con quelle piu’ strettamente sindacali di opposizione alla cosiddetta ” buona scuola ” . Una scelta importante quella della sigla sindacale dei lavoratori della scuola, in quanto la CGIL, a livello nazionale, aveva scelto di defilarsi lasciando alle Camere territoriali la possibilità di dare copertura allo sciopero.

Il servizio con Francesco Locantore, del direttivo nazionale FLC  Ascolta

“La Flc Cgil ha proclamato sciopero di 8 ore l’8 marzo! Bene! Brave e bravi! Dovrebbero farlo anche le altre categorie. Altro che la Fiom, che invece dello sciopero ha avuto la pessima idea di convocare una assemblea nazionale unitaria con Fim e Uilm..” commenta ai nostri microfoni Eliana Como del Direttivo Centrale della Fiom e dell’area Il Sindacato è un’altra cosa  Ascolta

IL COMUNICATO DI ADESIONE DI FLC-CGIL

“Ni una menos” è la sfida lanciata dalle donne argentine in tutto il mondo, per chiamare alla lotta e allo sciopero globale contro la violenza maschile sulle donne.

Riteniamo importante che nel nostro Paese alla generale mobilitazione contro la violenza si affianchi la rivendicazione di un’effettiva parità di genere, in un momento in cui l’attacco ai diritti del lavoro e di cittadinanza vede soccombere soprattutto le donne sul piano del salario e del ruolo sociale.

Mentre vengono tagliati i servizi, continuano a mancare gli asili nido e il pagamento delle mense, non più sostenibile per un numero sempre crescente di famiglie, mette in discussione la frequenza della scuola dell’infanzia e del tempo pieno nella scuola primaria, il lavoro di cura rimane prepotentemente sulle spalle delle donne, ostacolandone la piena realizzazione professionale e sociale.

Nei nostri comparti della conoscenza la mancanza del rinnovo del Contratto nazionale di Lavoro ha poi contribuito ad indebolire la potestà di tutela, mettendo in difficoltà soprattutto le donne che non sempre possono contare sulla contrattazione per il riconoscimento dei diritti che discendono dalla Costituzione.

In questo contesto, per educare alla parità di genere e sradicare la cultura della violenza sulle donne, la formazione riveste un ruolo centrale e strategico: dall’asilo nido all’università, l’educazione alle differenze deve essere una pratica diffusa che superi la cultura formale delle pari opportunità.

Affrontare in modo critico il tema delle violenze di genere e far emergere le relazioni di potere che si instaurano attraverso gli stereotipi maschili e femminili deve essere obiettivo della scuola pubblica.

Nell’ambito di queste considerazioni si rafforzano le motivazioni che continuano a vederci determinati contro la legge 107, una riforma che impedisce alla scuola di essere un laboratorio di civiltà, all’interno del quale sperimentare punti di vista condivisi nel rispetto di tutte le differenze.

Aderire allo sciopero mondiale dell’8 marzo per i lavoratori della Conoscenza significa parlare di tutti i temi che abbiamo messo in campo in questi anni, restituire all’Istruzione e alla Ricerca obiettivi di qualità e a tutto il personale dei nostri comparti la dignità sociale e professionale che deve connotare le lavoratrici e i lavoratori dei settori pubblici, avamposto dello stato sociale.

http://www.radiondadurto.org/2017/02/21/cattive-maestre-contro-la-buona-scuola-flc-cgil-proclama-lo-sciopero-per-l8-marzo/

Al fianco degli immigrati in lotta!

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Sui recenti fatti di Cona

Lunedì 2 gennaio, presso il centro di accoglienza di Cona (in provincia di Venezia), è morta Sandrine Bakayoko, venticinquenne richiedente asilo della Costa d’Avorio.
In seguito ad alcune ore di ritardo dei soccorsi, è esplosa una protesta per denunciare l’accaduto e le condizioni terribili di vita cui sono costretti più di 1400 immigranti, ai quali va tutta la nostra solidarietà per la loro coraggiosa lotta.
Riscaldamento assente, servizi igienici e pasti scadenti, acqua fredda, mancanza di cure mediche e sovraffollamento sono le reali problematiche con cui migliaia di immigrati devono confrontarsi ogni giorno in tutti i centri di accoglienza.
In questi casi, la maschera della propaganda reazionaria e populista cade di fronte alla situazione reale: da un lato i vermi razzisti che sputano odio parlando di profughi negli hotel a 5 stelle, dei 35 euro al giorno rubati dalle tasche degli onesti lavoratori italici; dall’altro chi millanta un’accoglienza degna e rispettosa degli individui, ma sui quali poi s’arricchisce. Quello che vediamo quotidianamente sono solo ghetti, nuove frontiere e muri che s’innalzano e sopraffazione verso chi ha il colore della pelle diverso. Vediamo cooperative come la nostrana Ecofficina-Edeco che, alla faccia dell’accoglienza e della solidarietà, fanno migliaia di euro sulla vita degli immigrati e dai quali trattengono più del 90% dei famosi 35 euro! A questa situazione si somma la recente richiesta del capo della polizia di intensificare i rastrellamenti degli immigrati senza documenti, l’ipotesi di aprire un Cie per regione, fino alla loro criminalizzazione, arrivando a considerare una persona irregolare come un terrorista.
La classe politica, insieme ai suoi servi fascisti, cerca di indirizzare il malessere sociale, dovuto al peggioramento delle condizioni di vita a causa dell’aggravarsi della crisi economica, contro i profughi, aizzando il proletariato bianco contro l’altrettanto sottomesso proletariato migrante. Viene deviata così l’attenzione dai veri responsabili dell’immiserimento delle nostre vite: i padroni e le istituzioni di ogni orientamento politico che ci vogliono divisi per mantenere intatti i loro profitti e i loro privilegi.
Ma la realtà supera di gran lunga la fantasia: chi ha varato il jobs act non è ghanese, chi permette il massacro quotidiano nei posti di lavoro non è senegalese, chi taglia fondi alla sanità e alla ricerca, all’istruzione pubblica e al welfare non è rumeno. Chi arresta, sfratta i proletari dalle loro case, affama e sfrutta i popoli, sgancia tonnellate di bombe non è tunisino. Chi ci ammazza ogni giorno, a prescindere dal colore della nostra pelle, ha la giacca e la cravatta.
Lo scopo della classe politica è anche quello di distrarci dalle vere ragioni dei flussi migratori, cioè la guerra e la povertà che i paesi imperialisti europei, Italia compresa, continuano a portare da decenni in Africa, in Asia e Medioriente. Proprio in Costa d’Avorio la Francia ha investimenti miliardari e nel 2011 sostenne un colpo di stato per destituire il governo intenzionato a rivedere gli accordi economici con le multinazionali francesi e che causò più di 1000 morti e inaudite atrocità contro i civili. Facile immaginare quante persone furono costrette ad emigrare!
Quello che unisce i proletari bianchi e stranieri è l’appartenenza alla stessa classe sociale, quella degli oppressi. Uniti dobbiamo lottare contro la guerra e i nostri governi che le promuovono. Alle loro guerre neocoloniali e a quelle tra poveri nelle nostre città, preferiamo la guerra tra le classi.

UNIAMOCI TRA SFRUTTATI DI OGNI NAZIONE CONTRO IL NEMICO COMUNE!
FERMIAMO LE GUERRE NON LE PERSONE!

Padova gennaio 2017

Marzolo Occupata

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o49700:e1

Regno Unito / Lo sciopero migrante passa la Manica: “One day without us”

La piattaforma Transnational Social Strike invita a un meeting a londra dal 10-12 febbraio “per mettere in connessione diversi movimenti contro lo sfruttamento e il razzismo istituzionale”.

Sciopero sociale transnazionale – assemblea a Londra 10-11 febbraio 2017 – Appello

Con più di due milioni di migranti europei che stanno subendo l’incertezza della Brexit, con moltissimi migranti non europei che hanno fatto richiesta asilo o lavorano in Gran Bretagna che vivono sulla loro pelle l’inasprimento delle leggi sull’immigrazione, il 20 febbraio 2017 è stato lanciato uno sciopero migrante in tutto il territorio inglese con lo slogan «una giornata senza di noi». Lo slogan ― lanciato nel 2006 negli Stati Uniti e ripreso in Francia e Italia nel 2010 ― indica l’intenzione dei migranti di essere in testa alle lotte contro lo sfruttamento e per la libertà di movimento, non solo facendo valere il loro contributo alla produzione di ricchezza della società, ma anche mostrando il loro potere di bloccare il suo funzionamento. Sono queste le esperienze che vogliamo riprendere in Gran Bretagna il 20 febbraio.

Nonostante la Brexit, questo sciopero migrante sarà una questione realmente europea. I media sono pieni delle tipiche storie di razzismo e paura dei migranti, del cambiamento dei nostri paesi e delle nostre città, dell’abbassamento dei salari e dell’aumento di disoccupazione e competitività. Dal canto suo l’Unione Europea sta adottando una politica molto dura sull’asilo e un generale razzismo istituzionale, mentre i singoli paesi rendono sempre più difficile restare anche ai migranti interni all’UE. L’Unione e i suoi Stati promuovono per migranti interni ed esterni una subordinazione assoluta alla precarietà e allo sfruttamento. Mentre il ritorno alla sovranità nazionale e alla «purezza nazionale» è venduto da più parti come la via d’uscita dalla crisi, il reale accordo tra i governi nazionali e le istituzioni europee riguarda la generalizzazione della precarietà, tagli al welfare e il peggioramento delle condizioni per tutti. La Brexit non è la causa di tutto questo, ma può rendere questi terreni di lotta ancora più difficili da attraversare.

In questo contesto, la solidarietà con i migranti non è abbastanza: scegliendo lo sciopero come arma politica, i migranti stanno scegliendo di non essere né vittime né meri numeri, ma i protagonisti delle lotte, chiamando tutti e tutte a unirsi a loro in una battaglia comune. Dobbiamo costruire le condizioni affinché rifugiati, migranti, cittadini, precari e operai prendano posizione sullo stesso fronte contro il razzismo istituzionale, per sanità e istruzione, per salari migliori e migliori condizioni di lavoro. In questa direzione il 20 febbraio ci costringe a ripensare lo sciopero, oltre i suoi limiti strettamente legali, come una pratica di insubordinazione capace di attraversare tutta la società e connettere la lotta contro lo sfruttamento a quella contro le sue condizioni politiche.

Per pensare a come farlo possiamo basarci sulle esperienze passate di sciopero migrante, sui recenti movimenti dello sciopero come la lotta francese contro la loi travail e lo sciopero delle donne in Polonia contro la legge sull’aborto, e possiamo conquistare forza connettendoci al futuro sciopero globale delle donne dell’8 marzo. Per discutere di questa possibilità e mettere in connessione diversi movimenti contro lo sfruttamento e il razzismo istituzionale, la Piattaforma per uno Sciopero Sociale Transnazionale invita a un meeting a Londra verso lo sciopero del 20 febbraio. Il meeting si terrà il 10-12 febbraio 2017, con workshop e assemblee plenarie, e sarà un’occasione per discutere a livello nazionale e transnazionale l’occasione politica di «una giornata senza di noi» e dello sciopero come arma politica.

Transnational Social Strike Platform

traduzione di ∫connessioni precarie

http://www.zic.it/regno-unito-lo-sciopero-migrante-passa-la-manica-one-day-without-us/

Il sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati in Italia

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Casa originale dell’articolo Cronache di ordinario razzismo

Il sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati ha conosciuto nel nostro Paese, in particolare a partire dal 2011, anno in cui fu proclamata dal Governo la cosiddetta “Emergenza Nord Africa” (Ena), significative trasformazioni. Prima di illustrare la sua attuale configurazione, è opportuno ricordare che in quell’anno, per far fronte agli arrivi di circa 62.692 persone dalla Tunisia, dalla Libia e dall’Africa orientale, fu predisposto un sistema di accoglienza straordinario coordinato dalla Protezione Civile che affiancò il circuito dei Centri di Accoglienza governativi per Richiedenti Asilo (Cara) e quello ordinario rappresentato dalla rete del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (Sprar) [1]. L’approccio emergenziale che fu adottato nella gestione dell’Ena,   caratterizzato da una sostanziale mancanza di programmazione e coordinamento delle diverse forme di accoglienza, ha condizionato in misura significativa l’evoluzione dell’intero sistema di accoglienza italiano negli anni successivi: la proliferazione di centri di grandi dimensioni e l’ingresso nella rete degli enti gestori di soggetti privi della necessaria esperienza risalgono infatti per lo più a questo periodo.

Un’ulteriore trasformazione è avvenuta a partire dall’inizio del 2014, quando il nuovo aumento degli arrivi di richiedenti asilo, in un contesto di saturazione dei Cara e dello Sprar, ha indotto il ministero dell’Interno a incaricare le Prefetture dell’attivazione di Centri di Accoglienza Straordinari (Cas). A partire dall’8 gennaio 2014, con un susseguirsi di numerose circolari ministeriali, il ministero dell’Interno ha continuato a richiedere alle Prefetture l’ampliamento del sistema di accoglienza straordinario, prassi che come vedremo è proseguita sino ad oggi.[2]

Ciò è avvenuto benché l’obiettivo di superare la logica emergenziale nelle politiche di accoglienza sia stato assunto in modo strutturale nel “Piano nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari”, adottato in sede di Conferenza Unificata dal Governo, dalle Regioni e dagli enti locali il 10 luglio 2014.[3] Di fronte ai significativi arrivi di migranti registrati nel 2014, l’intesa si propose infatti, almeno a livello programmatico, di sviluppare una “leale” collaborazione interistituzionale tra Governo, Regioni, Province e Comuni e di strutturare il sistema di accoglienza in tre livelli (primo soccorso e accoglienza, prima accoglienza e seconda accoglienza). Si considerava infatti che “La gestione dell’accoglienza diffusa, tramite le prefetture e senza il coinvolgimento dei territori, rischia di creare disagi e tensioni”. Oltre all’aumento delle risorse destinate al mantenimento del sistema, l’accordo prevedeva, in corrispondenza dei nuovi flussi, una distribuzione dei migranti su tutto il territorio nazionale seguendo criteri di ripartizione regionale commisurati alla quota di accesso al Fondo nazionale per le politiche sociali.

Parallelamente, a partire dal luglio 2013, era intanto iniziato il processo di ampliamento della rete Sprar, gestito sia tramite la richiesta di “posti aggiuntivi” di accoglienza rivolta agli enti locali già aderenti alla rete, sia attraverso la pubblicazione di bandi pubblici finalizzati a consentire la presentazione di nuovi progetti. Una modifica molto più rilevante del sistema di funzionamento dello Sprar, potenzialmente suscettibile di porre finalmente le basi per il consolidamento di un sistema di accoglienza ordinario e omogeneo sul territorio nazionale è, come vedremo, recentissima.

A seguito dell’approvazione, il 13 maggio 2015, dell’Agenda europea sull’immigrazione da parte della Commissione Europea, della conseguente adozione da parte del Governo italiano di una “Road map” e dell’approvazione del Dlgs. 142/2015, entrato in vigore il 30 settembre 2015,[4] il sistema di accoglienza è stato così delineato.

I Cpsa e gli Hot-spot

Il primo livello è quello del primo soccorso e assistenza prestato nelle zone maggiormente interessate dagli sbarchi. Qui dovrebbero essere offerti i servizi di primissima accoglienza, realizzato un primo screening sanitario e svolte le attività di identificazione dei migranti. Questa funzione rimane, in base all’art.8, in capo ai Cpsa (Centri di Primo Soccorso e Assistenza) istituiti dalla legge 563/1995 meglio nota come legge Puglia.

In realtà con l’adozione della Road map, a tali centri si sono sovrapposti gli Hot-spot, strutture volute dalla Commissione Europea. Oggi sono operativi quelli di Lampedusa (ex Cpsa), Taranto, Pozzallo e Trapani (ex Cie). Gli Hot-spot, come hanno denunciato alcune organizzazioni umanitarie,[5] non hanno un quadro giuridico di riferimento: la loro funzione precipua è quella di identificare i migranti e di selezionare le persone che intendono richiedere protezione internazionale rispetto ai cosiddetti migranti economici. Si tratta di strutture chiuse, difficilmente accessibili alle organizzazioni di tutela dei richiedenti asilo e agli organi di stampa. Al loro interno opera personale Unhcr, Easo e Oim, ma anche di Frontex.

I centri di prima accoglienza (o hub)

L’art. 9 del Dlgs. 142/2015 disciplina i “Centri di prima accoglienza” la cui funzione è quella di accogliere i cittadini stranieri già sottoposti alle procedure di fotosegnalamento per il tempo necessario all’espletamento delle procedure di identificazione, la definizione del loro status giuridico, la verbalizzazione della domanda di asilo e l’avvio della procedura di esame della domanda. Si tratta di strutture regionali o interregionali che nel Piano approvato il 10 luglio 2014 in Conferenza Unificata erano denominate hub: le persone possono uscire dai centri nell’orario diurno. Per il loro approntamento è previsto l’utilizzo anche di ex caserme; la loro gestione può essere affidata a “enti locali, anche associati, alle unioni o consorzi  di  Comuni,  ad enti pubblici o privati che operano nel  settore  dell’assistenza  ai richiedenti asilo o agli  immigrati  o  nel  settore  dell’assistenza sociale”. I 16 Cara governativi esistenti dovrebbero essere destinati a svolgere questa funzione.[6] Attualmente i Cara di Bari, Crotone, Roma e Siculiana sono specificamente destinati ad accogliere i richiedenti asilo che hanno aderito al programma di ricollocazione varato dalla Commissione Europea e sono dunque disponibili ad essere trasferiti in un altro Paese europeo.

I centri Sprar

L’art. 14 Dlgs. 142/2015 identifica il sistema di seconda accoglienza territoriale con lo Sprar stabilendo che possano accedervi i richiedenti asilo che ne facciano richiesta, purché abbiano già formalizzato la domanda di protezione e non dispongano di un reddito sufficiente (identificato con l’importo dell’assegno sociale). Lo Sprar, è costituito da una rete di enti locali che in collaborazione con le organizzazioni di terzo settore, promuovono progetti di accoglienza integrata finalizzata all’inserimento sociale ed economico dei richiedenti e dei titolari di protezione internazionale. L’accoglienza è garantita per l’intera durata del procedimento di esame della domanda da parte della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale e, in caso di rigetto, fino  alla  scadenza del termine per l’impugnazione della decisione. Nel 2015 lo Sprar si è articolato in 430 progetti territoriali promossi da 339 Comuni, 29 Province e 8 Unioni di Comuni in 10 Regioni. Le persone accolte nel corso dell’anno sono state 29.761.[7] I progetti attualmente in corso scadono il prossimo 31 dicembre. L’8 agosto il ministro dell’Interno ha pubblicato un decreto che riforma il sistema di accesso e di funzionamento della rete.

Le strutture temporanee (o Cas)

Nel caso in cui si verifichino “arrivi ravvicinati e consistenti di richiedenti” e non sia possibile accoglierli nei centri di prima accoglienza o nella rete Sprar, l’art.11 del Dlgs. 142/2015 prevede l’approntamento di misure straordinarie di accoglienza in “strutture temporanee” su disposizione delle Prefetture, “sentito l’ente locale nel cui territorio è situata la struttura” e con regolare procedura di gara pubblica. Ma nei casi di estrema urgenza, è consentito il ricorso a procedure di affidamento diretto. Sono, queste strutture temporanee, i Centri di Accoglienza Straordinaria (Cas) in cui l’accoglienza dovrebbe essere limitata al tempo strettamente necessario al trasferimento dei richiedenti  asilo nei centri di prima accoglienza ex art. 9 o nei centri Sprar.

Il trattenimento nei Centri di Identificazione ed Espulsione

Oltre a delineare il sistema di accoglienza, il dlgs. 142/2015, Art. 6, inasprisce le ipotesi di trattenimento dei richiedenti asilo nei Centri di Identificazione ed Espulsione portando il periodo di permanenza massima a 12 mesi. Il trattenimento può essere disposto dal Questore quando il richiedente protezione internazionale ha commesso reati gravi; costituisce un pericolo per l’ordine pubblico o per la sicurezza dello Stato o è considerato pericoloso socialmente; ha presentato la domanda dopo essere stato colpito da provvedimento di espulsione trovandosi già in stato di detenzione oppure è considerato a “rischio di fuga”.

La distinzione tra le caratteristiche e le funzioni delle diverse tipologie di centri delineata a livello legislativo, nella realtà tende a dissolversi. Al di là del vero e proprio vuoto normativo che caratterizza gli Hot-spot, la permanenza di una domanda di accoglienza superiore alla capacità di ricezione del sistema e i tempi lunghi della procedura riconoscimento della protezione fanno sì che la distribuzione dei richiedenti asilo nelle diverse tipologie di centri dipenda più dalla disponibilità effettiva di accoglienza che dalla fase della procedura di asilo in cui si trovano i richiedenti. Ma l’aspetto più rilevante è che, nonostante gli indubbi sforzi compiuti a livello programmatico, a tutt’oggi l’accoglienza dei richiedenti asilo è nel nostro paese gestita in grandissima parte con l’allestimento di strutture temporanee da parte delle Prefetture.

Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Interno l’31 dicembre 2016, le persone accolte sono complessivamente in Italia 176.554: 137.218, il 77%, si trovano nelle strutture di accoglienza temporanee (Cas).[8]

* Testo tratto, con un piccolo aggiornamento sui dati, dal rapporto Il mondo di dentro. Il sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati a Roma curato da Lunaria.

[1] Per un approfondimento relativo alla gestione di questa fase si vedano M.S. Olivieri, L’accoglienza frantumata sotto il peso dell’”emergenza” in Lunaria, Cronache di ordinario razzismo. Secondo libro bianco sul razzismo in Italia, 2011, pp. 35-44, disponibile qui e Lunaria, I diritti non sono un costo, Le risorse stanziate per la cosiddetta “emergenza Nord-Africa“, 2013, pp. 91-101, disponibile qui.

[2] Gli avvisi relativi ai bandi o alle manifestazioni di interesse pubblicati dalla Prefettura di Roma da noi esaminati citano le circolari  del 20 e 27 giugno 2014, del 13 aprile 2015, del 4 maggio 2015, del 27 maggio 2015, del 13 agosto 2015, del 23 giugno 2016, del 28 luglio 2016 e del 30 agosto 2016. La circolare dell’8 gennaio 2014 e quella del 20 marzo 2014 sono reperibili cliccando qui.

[3] Il testo dell’accordo è disponibile qui.

[4] Il Dlgs 142/2015, disponibile qui, ha recepito la Direttiva 2013/33/UE sulle norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e sulle procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale.

[5] Tra queste Asgi, Oxfam e la campagna Lasciatecientrare.

[6] I Cara sono stati istituiti nel 2002 con la denominazione di Centri di Identificazione e Asilo, l’attuale denominazione si deve al Dlgs. n. 25/2008. Sono strutture preposte all’accoglienza di persone che hanno già manifestato la volontà di chiedere asilo per il tempo necessario a effettuare le procedure di identificazione e formalizzare la domanda di protezione internazionale.

[7] Si veda: Anci, ministero dell’Interno, Rapporto annuale Sprar, Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, Atlante Sprar 2015,

[8] Gli aggiornamenti statistici pubblicati dal ministero dell’Interno sono disponibili qui.

http://www.cronachediordinariorazzismo.org/il-sistema-accoglienza-richiedenti-asilo-rifugiati-italia/

Migranti. Non è aprendo nuovi Cie che ridurremo le tensioni e le paure

Le migrazioni del XXI secolo stanno caratterizzando la nostra epoca ed esse, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, non si assesteranno prima del 2050. Crescita della diseguaglianza a livello planetario, cambiamenti climatici che stanno rendendo inabitabili vaste aree del pianeta e le guerre hanno accelerato in quest’ultimo ventennio un fenomeno già in atto da tempo.
Di fronte alle dimensioni strutturali ed epocali delle migrazioni le soluzioni emergenziali risultano limitate e alla lunga non capaci di tutelare i diritti umani dei migranti. Il tema sarà oggetto di confronto nella prossima videoconferenza che il Centro Studi Pio La Torre promuove con le cento scuole medie superiori italiane che aderiscono al suo Progetto educativo antimafia. Giovedì 12 gennaio 2017 dalle ore 9.00 alle ore 13.00 presso il cinema Rouge et Noir di piazza Verdi a Palermo gli studenti potranno ascoltare e interrogare relatori ed esperti come il prof. Maurizio Ambrosini, titolare della prima cattedra sulle migrazioni dell’Università di Milano, il questore di Palermo, Guido Longo, forte della sua esperienza nel campo dell’accoglienza e della tutela dell’ordine pubblico, del dott. Adam Darawsha, medico palestinese, integrato nella società siciliana e componente della Consulta Multiculturale, il direttore del Centro Astalli di Palermo, Alfonso Cinquemani, esperto di accoglienza, formazione e integrazione dei giovani migranti. La videoconferenza sarà moderata da Franco Garufi, del Centro Pio La Torre, che nella sua lunga esperienza di dirigente sindacale ha imparato a conoscere ed analizzare fenomeni sociali complessi.

L’Italia e l’Europa, nel corso dell’Ottocento e del Novecento, sono stati gli alimentatori del processo migratorio verso le Americhe, l’Australia e poi, dopo la seconda guerra mondiale, dal sud dell’Europa verso i paesi del Nord Europa in rapida ricrescita dopo le distruzioni belliche. Oggi l’Italia e l’Europa sono diventati l’approdo più desiderato dai migranti dell’Africa, del Medio Oriente, dell’Oriente che scappano da miseria, fame e guerre. L’Italia e la Sicilia, al centro del Mediterraneo, sono le sponde più vicine per l’approdo dei migranti, che nel 2016, secondo l’Unhcr, sono stati “soltanto” 181.405 dei 361.678 sbarcati in Europa. Cifra inferiore del 64% rispetto al 2015 quando sono arrivate un milione di persone. Intanto, nel 2016, 5.022 persone nel tentativo di raggiungere l’Europa sono morte in mare.

Pur con tutti gli sforzi prodotti per salvare i migranti in mare, l’accoglienza in Europa è ancora inadeguata. Le vicende dei dieci Cara (Centro d’accoglienza per i richiedenti asilo) e quelli dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) sono illuminanti. Dalla presenza di Mafia Capitale nel Cara di Mineo alla rivolta di Cuna emerge un’inadeguatezza dei controlli e un’impossibilità di gestione di sovraffollati (vere e proprie città) centri d’accoglienza, dati in gestione a strutture non sempre all’altezza di compiti e dedite spesso più a un facile arricchimento sulla pelle di lavoratori alle loro dipendenze e dei richiedenti asilo che ad una gestione rispettosa della solidarietà e dignità umana. Non bisogna dimenticare le difficoltà di gestione da parte dei Comuni, senza soldi, personale e mezzi di formazione culturale, dei minori non accompagnati e della prima accoglienza.

Se l’Ue ha prodotto un grande sforzo organizzativo per salvare le vite dei migranti, lo stesso non è stato fatto per affrontare alla radice i problemi che generano l’emigrazione e il processo di integrazione multiculturale nella società europea dei migranti. Alla radice ci stanno le guerre, dalla Libia alla Siria, la nascita del terrorismo islamista che da Al Qaeda a Daesh ha radicalizzato lo scontro militare e culturale approfittando degli errori dell’Occidente con la guerra in Afghanistan, in Iraq, in Libia, per il controllo delle risorse dell’area petrolifera. Ci stanno, inoltre, le gravi diseguaglianze che la globalizzazione non governata democraticamente ha generato inasprendo le condizioni di sfruttamento e di nuova schiavitù usate dai radicalismi religiosi così come dei populismi occidentali per imporre il dominio di classi dirigenti autoritarie.

Radicalismi e populismi si sconfiggono sul piano della democrazia e delle politiche antidiseguaglianza in tutti i paesi e in tutto il mondo, sia che appartengano all’area opulenta del consumismo occidentale sia che a quella degli oppressi dalla fame. Spetta all’Europa e all’Italia unire il Mediterraneo contro i tentativi di divisione utilizzati dal terrorismo e dalle organizzazioni criminali che controllano i flussi migratori. Spetta all’Ue e all’Italia scegliere la contraddizione tra processi sociali sempre più globali (vedi i diritti umani dei migranti) e un mondo e un’Europa che restano divisi in Stati-nazione. Oggi è urgente, più di ieri, di consolidare una cittadinanza multiculturale europea per il riconoscimento di diritti sociali e umani anche per i migranti, una cittadinanza multiculturale che sappia salvaguardare il riconoscimento identitario con la salvaguardia della coesione sociale.

Non è aprendo nuovi Cie che ridurremo le tensioni e le paure, ma dialogando con tutti i comuni e i loro sindaci per organizzare l’accoglienza e l’integrazione dando loro mezzi finanziari e personale qualificato. I migranti sono una risorsa economica demografica e culturale da valorizzare per impedire l’invecchiamento e l’involuzione dell’Europa e rafforzare i suoi sistemi democratici come esempio positivo per la globalità dei paesi.

http://www.articolo21.org/2017/01/migranti-non-e-aprendo-nuovi-cie-che-ridurremo-le-tensioni-e-le-paure/

No all’equazione immigrazione = terrorismo

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Di fronte al fallimento della solidarietà europea e del sistema di accoglienza italiano, mentre cresce in modo esponenziale il numero di migranti irregolari per effetti di normative criminogene e di prassi amministrative illogiche quanto discrezionali, il governo riesce soltanto a rilanciare gli allarmi sulla sicurezza ed a criminalizzare tanto i richiedenti asilo quanto i cd. migranti economici. Una categoria arbitraria creata solo per abbattere i diritti di difesa e costringere alla clandestinità persone che vogliono esercitare il diritto alla vita e alle quali si è preclusa ogni possibilità di ingresso legale. Intanto non manca chi alimenta in modo irresponsabile il sospetto che tra i richiedenti asilo ci possano essere estremisti islamici se non veri e propri terroristi. In questo quadro si propongono soluzioni già fallite da tempo, la riapertura dei CIE, addirittura uno per regione ed il raddoppio delle espulsioni effettivamente eseguite con il ricorso a queste strutture aberranti, come se l’allontanamento forzato di diecimila persone fosse la soluzione a tutti i problemi che i governi nel tempo hanno solo aggravato con le norme e le prassi sempre più restrittive che hanno imposto.

Il costo di tale indecente operazione sarebbe peraltro palesemente insostenibile sia in termini di violazione dei diritti umani che in termini economici.  Si persegue anche la via degli accordi bilaterali con i paesi di origine dimenticando che la maggior parte dei migranti arriva dalla Libia dopo avere subito ogni genere di abusi e che molti paesi terzi non hanno alcuna intenzione di collaborare nella politiche di rimpatrio. Pur di proseguire nell’ esternalizzazione dei controlli di frontiera si punta ad accordi con i peggiori dittatori, come Bashir in Sudan o Al SISI in Egitto, sul percorso del Processo di Khartoum e dei Migration Compact nella vana illusione di un riconoscimento economico da parte dell’Unione Europea. Tutto questo ricade direttamente sulla pelle e sulle vite dei migranti ostaggio del sistema di accoglienza, quindi come uno stigma su tutti gli immigrati, infine sui cittadini solidali colpiti da segnalazioni, fogli di via o rinvii a giudizio. Di fronte a questa gelata invernale sui diritti umani e sulla solidarietà occorre reagire con un progetto di attività  basato sul monitoraggio e l’ascolto, sulla denuncia, sulla comunicazione e sull’intervento diretto a fianco delle comunità migranti alle quali va riconosciuto e garantito il protagonismo che possono esprimere. Si dovranno moltiplicare le denunce tanto della riforme legislative che sono in cantiere soprattutto in materia di asilo, quanto delle prassi arbitrarie e incostituzionali sia nella detenzione informale e negli Hotspot che negli allontanamenti coatti che non consentono un esercizio effettivo dei diritti di difesa.

Sul piano della comunicazione si devono sconfiggere gli allarmi che sovrappongono immigrazione a terrorismo dimostrando che solo l’inclusione dei migranti e la loro corresponsabilizzazione potranno garantire sicurezza. Infine si dovranno praticare tutte le azioni di affiancamento e di tutela, anche legale, per restare accanto alle persone che dopo anni di attesa nei centri di accoglienza italiani si vedranno negato il diritto ad un soggiorno legale ed al fianco di chi sta perdendo  il permesso di soggiorno che già aveva per il mancato rinnovo da parte della questure. Un’attenzione particolare dovrà essere data alle vittime più deboli e vulnerabili del sistema, ai minori non accompagnati, alle vittime di tratta a chi porta sul corpo e nell’anima i segni delle torture subite in Libia o in Egitto. Su questo dovremo vigilare tutti, senza protagonismi e in completa sinergia, con una capacità di intervento ancora più ramificata e tempestiva.

* Prof. Fulvio Vassallo Paleologo e Avv. Alessandra Ballerini (Campagna LasciateCIEntrare)

http://www.articolo21.org/2017/01/no-allequazione-immigrazione-terrorismo/

Raduno di forza nuova a Milano: il comitato Madri per Roma Città Aperta scrive al Prefetto e Sindaco

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Lettera aperta al Sindaco e al Prefetto di Milano

Noi Madri per Roma Città Aperta, comitato nato a seguito di dell’assassinio di Renato Biagetti, 26 anni, per mano di ragazzi che, sulle loro braccia e nelle loro menti, portavano i segni di una ideologia violenta, intollerante e fascista, abbiamo preso l’impegno di denunciare ogni atto, ogni dichiarazione, ogni intento che prefiguri l’apologia di un regime che l’Italia ha pagato per più di venti anni con violenze, torture, e morti.

Forza Nuova sta organizzando una manifestazione per sabato 14 gennaio a Milano per rivendicare la supremazia del popolo italiano sugli immigrati e la richiesta di espulsione per un milione di stranieri che hanno raggiunto il nostro paese. Forza Nuova insieme ad altre organizzazione che si rifanno all’ideologia fascista e nazista stanno diffondendo in tutto il paese la paura del diverso, dello straniero attribuendo alla diversità etnica, presunte emergenze di criminalità, sanitarie e di minaccia terrorista.

Nel loro sito ci sono collegamenti a organizzazioni politiche con programmi deliranti di odio, razzismo e intolleranza. Ed è per diffondere questa ideologia e sui temi della difesa del territorio nazionale che Forza Nuova Milano vuole “occupare la piazza”. Forza Nuova e la destra neofascista sta attentando alla vita democratica del paese, radicandosi nel disagio sociale, insinuandosi, come un “virus”,nelle difficoltà del vivere, con argomentazioni razziste ed intolleranti. Sono anni ormai che in Italia, in ogni città le organizzazioni neofasciste sono protagoniste di gravissimi episodi di violenza, intolleranza e razzismo.

La stessa Forza Nuova anche a Roma ha organizzato manifestazioni e apertura di sedi nei quartieri periferici romani, proprio quelli dove il disagio sociale determinato da scelte istituzionali di ghettizzazione e secondo Forza Nuova ,”ormai in preda a degrado, immigrazione selvaggia, centri di accoglienza e campi rom”. I loro slogan” Magliana come Goro. Tutta l’Italia come Magliana. Non passa lo straniero”.

L’antifascismo durante il regime, la resistenza e, dopo la guerra, la nostra Costituzione hanno messo al bando definitivamente dalla nostra società non solo il fascismo, ma anche ogni manifestazione che allo stesso in qualche modo ci possa ricondurre o ispirarsi ed è compito delle istituzioni tutelare questo diritto alla democrazia. Forza Nuova chiede invece l’abrogazione delle leggi liberticide Mancino e Scelba che sono state scritte a difesa di ogni ricostruzione del partito fascista e di ogni sua apologia che per Forza Nuova sono “espressione normative di una cultura dominante che tirannicamente impediscono pensiero ed azione, volti alla difesa della Nostra storia nonché del patrimonio religioso e culturale del nostro paese”.

Le immagini che pubblicizzano la manifestazione di Forza Nuova riproducono il Polittico della rivoluzione fascista di Gerardo Dottori (1934) che rimanda alle adunate del regime mussoliniano degli anni Venti e Trenta, con schiere di militi fascisti disegnati, alcuni con il fez e la bandiera nera in mano. L’ennesima provocazione di una formazione, Forza Nuova, che già due sentenze della Cassazione (2010 e 2011) hanno ritenuto legittimo equiparare a una formazione “antisemita” e “nazifascista”.

Il corteo di Forza Nuova sarà preceduto, il giorno prima, da un altro appuntamento voluto dai capi della galassia nera lombarda. Si tratta della rete Skin4skin (nata per aiutare i camerati in difficoltà), che il 13 gennaio alla Skinhouse di Bollate ha organizzato un concerto di raccolta fondi per Adam Alexander Mossa, 26 anni, ex membro dei Bulldog di Lucca e componente della banda nazirock Nessuna Resa, condannato a 8 anni di carcere in Italia per lesioni e attualmente detenuto in Gran Bretagna. L’obbiettivo della serata-concerto di Bollate è raccogliere le 10mila sterline necessarie a pagare la cauzione, fare uscire Mossa di galera in Inghilterra ed evitare l’estradizione in Italia.

Chiediamo al Prefetto di Milano di non far sfilare Forza Nuova a Milano, di non autorizzare le manifestazioni di organizzazioni politiche nazionali e internazionali animate dall’odio nei confronti del diverso, migrante , omosessuale, sindacalista, antifascista che sia.

E’ con queste idee di odio portate avanti da compagini come queste che sono cresciuti gli assassini di Renato Biagetti, morto 10 anni fa, sono gli stessi simboli che sono sulle loro bandiere, ad essere tatuate su quelle mani che hanno affondato il coltello nel suo corpo uccidendolo. Solo dieci anni fa e ancora oggi di fascismo si muore.

Comitato Madri per Roma Città Aperta

casapound….brrr che paura!!

casapound

Un 2017 che comincia con l’indignazione fascista di CasaPound espressa dal suo leader Simone Di Stefano, in merito all’esplosione avvenuta a Firenze alle 5:30 della notte di capodanno, quando un artificiere del corpo di polizia ha perso un occhio e una mano nel tentativo di disinnescare un ordigno fuori da una libreria che fa riferimento a CasaPound.

Di Stefano si espone con una dichiarazione che potremmo definire un piagnisteo alla ricerca di consensi politici da parte dei partiti. Una lamentatio che tenta di recuperare agibilità politica da sempre negata da tutto il mondo antifascista che in Italia continua ad essereche continua ad essere presente e attivo.

Ovviamente non manca la solidarietà del sindaco di Firenze e del sindacato di polizia Silp Cigl. I sindacati dovrebbero tutelare i lavoratori e non ammiccare ai fascisti.Quanto è accaduto rientra nei rischi di un mestiere sicuramente pericoloso: l’artificiere.

Di Stefano arriva a definire quanto avvenuto un atto terroristico, esprimendo tutta la sua indignazione in merito. Forse però, preso dalla strumentalizzazione di tale accaduto, si è dimenticato gli omicidi e le aggressioni operate da CasaPound. Era successo sempre a Firenze per mano di Gianluca Casseri, un pistoiese di 50 anni, militante di Casa Pound, che nel dicembre del 2011 aveva ucciso due senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, con una 357 magnum.

Un altro omicidio firmato Casa Pound è stato quello per mano dell’ultras fascista Amedeo Mancini ai danni del nigeriano Emmanuel Chidi Namdi di fronte alla moglie e ad un amico. Non possiamo dimenticare la grande aggressione avvenuta a gennaio del 2015 a Cremona quando cinquanta fascisti erano entrati all’interno del Csa Dordoni e muniti di spranghe avevano colpito diversi compagni, riducendo Emilio Visigalli al coma e a diverse complicazioni fisiche particolarmente gravi. Solo dal 2012 ad oggi sono decine le aggressioni firmate CasaPound.

Il più grande disprezzo va ovviamente a CasaPound, ai suoi sostenitori, a quei politici che l’hanno sempre difesa e a tutti quelli che non si sono mai schierati a sostegno della chiusura delle diverse sedi fasciste italiane. In questo paese l’antifascismo è un valore fondante che ci portiamo dietro e alimentiamo dalla storica resistenza italiana. Pertanto oggi quello che viene sbandierato come un atto terroristico, non è che la constatazione che CasaPound continua aessere obbiettivo dell antifascismo militante

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