Milano città aperta. Nessuna persona è illegale

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La rete “Nessuna persona è illegale“, composta da numerosi soggetti di diverso tipo, quali associazioni, spazi sociali, comitati, collettivi, partiti politici, dopo la proposta della manifestazione “20 maggio senza muri” da parte del Comune di Milano, ha maturato la volontà di utilizzare l’evento come un’opportunità per far emergere una proposta alternativa, attraverso la creazione di una piattaforma antirazzista. Pertanto, gli aderenti a tale rete considerano la loro iniziativa del 20 maggio come distinta e autonoma ma non ostile rispetto all’appello ufficiale. A tal fine, è stata convocata un’assemblea pubblica per martedì 9 Maggio alle 18.00, in piazza Scala a Milano (qui il link all’evento Facebook).

Inoltre, lungo il percorso di costruzione della rete, a una settimana dai vergognosi avvenimenti di martedi 2 maggio, la Milano che ripudia il razzismo invita a partecipare numerosi ad una grande giornata di musica, sport e festa contro i rastrellamenti eseguiti in stazione centrale. Appuntamento per il 12 maggio, dalle ore 16 in poi (qui il link all’evento Facebook con tutti gli aggiornamenti), presso la Stazione Centrale di Milano.


Per ulteriori adesioni alla piattaforma comune, scrivere a: nessunapersonaeillegale@gmail.com.

Incursioni xenofobe non casuali. Dalle parole ai fatti

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In queste ultime settimane, stiamo assistendo ad una campagna denigratoria e a continui attacchi nei confronti della solidarietà e cooperazione internazionale non governativa e non profit. Attacchi che hanno come bersaglio prioritario le ONG impegnate nei soccorsi in mare dei migranti. Gli attacchi verbali razzisti indiscriminati alle ONG, (che hanno fatto seguito alle dichiarazioni del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro e poi alla definizione di “Taxi del Mediterraneo” del deputato del M5S Luigi di Maio, e infine agli attacchi del segretario della Lega Nord, Matteo Salvini), da mera campagna mediatica virulenta, si sono trasformati in azioni violente: dapprima contro la sede romana dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), il 4 maggio, da parte di alcuni esponenti di Forza Nuova, e poi, a due giorni di distanza, da parte di un gruppo di rappresentanti del Movimento Nazionale e Gioventù Identitaria nel corso dell’incontro “Confini e orizzonti: la nuova geopolitica del Mediterraneo” organizzato a Prato, nell’ambito di Mediterraneo Downtown.

I manifestanti di Forza Nuova – erano tra i venti e i trenta – sono riusciti a entrare nello spazio esterno della sede romana dell’OIM, occupandola. Sono rimasti circa due o tre ore, hanno appeso uno striscione contro le ONG che effettuano operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, hanno acceso fumogeni, hanno urlato slogan contro l’immigrazione, autoproclamandosi “fascisti”. Ricordiamo per inciso che l’OIM non è una ONG, ma un’agenzia parte del sistema della Nazioni Unite che si occupa, in Italia, di varie attività relative al fenomeno migratorio, dall’assistenza ai punti di sbarco alla realizzazione di programmi di migrazione e sviluppo in Africa e al sostegno al ritorno volontario e assistito per quei migranti che intendono tornare nel loro paese di origine.

Inquietante la successiva rivendicazione di Forza Nuova: “Questo è stato solo un primo avvertimento. Non lasceremo che quanto denunciato dal Procuratore di Catania Zuccaro venga insabbiato”.

Un fatto analogo è successo a Prato, il 6 maggio, dove una quindicina di membri di Movimento Nazionale e Gioventù Identitaria, al grido di “Ong scafiste” e “Lo fate per profitto” ed esibendo uno striscione con scritto “Ong mercanti di uomini”, sono entrate con violenza nella sala dove si svolgeva l’incontro.

Dura la condanna di COSPE, Amnesty International Italia, Legambiente, Libera, Comune di Prato, Regione Toscana, promotori del Festival di Prato, che in una nota hanno definito il blitz “un’azione violenta messa a punto da una quindicina di persone, arrivate da Roma, con il preciso intento di cercare visibilità e provocare i partecipanti.”

Non possiamo non unirci nell’unanime condanna di questi atti di violenza razzista, che purtroppo si stanno susseguendo ad una velocità inaudita ed hanno una valenza simbolica molto forte. Segno inequivocabile e preoccupante che si sta superando ogni limite.

E ci chiediamo se dovremo continuare ad assistere ad azioni prevaricatorie e strumentali, portate avanti sulla scia di dichiarazioni gravi da parte di rappresentanti delle istituzioni e fatte senza l’ausilio di alcuna prova, senza che non vi sia una ferma condanna da parte del Governo.

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A Roma il primo morto della guerra contro i poveri del PD

Ieri, la guerra contro i poveri inaugurata dal governo PD col decreto Minniti, ha fatto la sua prima vittima. Nian Maguette, un lavoratore ambulante senegalese di 54 anni, è morto mentre veniva inseguito dagli agenti in borghese dell’”Unità Operativa Sicurezza Pubblica ed Emergenziale”, una squadraccia messa in piedi dall’attuale vicecomandante dei Vigili Urbani, Antonio Di Maggio, e che da alcuni mesi viene impiegata per fare il “lavoro sporco” in città. Sfratti, sgomberi, caccia all’ambulante… a Roma chiunque vive nel “mondo di sotto” sa bene come lavora questo “corpo d’elite” della municipale composto da mancati poliziotti frustrati. Non fatichiamo quindi a credere ai racconti degli altri lavoratori sugli inseguimenti per le vie di Trastevere. Sono scene abituali, così come i pestaggi o le minacce o le “scoattate” davanti ai picchetti antisfratto. Dunque, mentre i media già provano a ridimensionare tutto, a parlare di “tragica fatalità”, una cosa deve essere chiara: che Nian sia morto perché investito da una moto guidata dagli agenti in borghese, come raccontano alcuni ambulanti, o perché colpito da un infarto, come invece sostiene la Questura, cambierà forse l’aspetto penale della vicenda, ma non certo quello politico e sociale. Senza la retata per il decoro urbano, senza la caccia all’uomo delle squadracce di Di Maggio, Nian sarebbe ancora vivo e potrebbe tornare a casa dalle sue due figlie. Crediamo sia arrivato il momento per una campagna cittadina unitaria che chieda alla Sindaca Raggia la rimozione di Di Maggio e lo scioglimento del GSSU e dello SPE. I vigili devono tornare ad occuparsi di multe, traffico e viabilità e smettere di giocare a fare i pistoleri.
Il filo insanguinato delle responsabilità va però srotolato fino in fondo e seguendolo si arriva dritti nelle stanze dell’attuale governo a guida PD. L’operazione messa in campo ieri mattina per le vie del centro fa il paio con il rastrellamento su base razziale messo in piedi a Milano il giorno prima, ed è figlia dei due decreti Minniti-Orlando (recentemente convertiti in legge) e della filosofia classista e razzista che li ispira. Una vera e propria “legge contro i poveri”, degna dell’Inghilterra vittoriana, che individua nella marginalità e nell’esclusione sociale, e non nelle sue cause strutturali, un elemento deturpatore del decoro e della quiete pubblica, assegnando ai sindaci poteri d’intervento straordinari per contrastarla. Nel tentativo di aggirare per via amministrativa i vincoli imposti dal diritto penale, considerato evidentemente troppo “garantista”.
Vale la pena ricordare a chi vorrà ripulirsi la coscienza con qualche frase di cordoglio che ad entrambe i provvedimenti il Governo Gentiloni ha assegnato la massima priorità invocando per essi il “carattere d’urgenza”, assolutamente ingiustificato stando alle statistiche sui reati, e ponendo la fiducia. Di fatto blindando l’iter legislativo ed esautorando il Parlamento da ogni possibilità di discuterli ed emendarli. Così come vale la pena di sottolineare che in tema di sicurezza urbana la legge Minniti si è posta in assoluta continuità con il decreto Maroni (il leghista Maroni!) del 2008 estendendone i dispositivi di controllo e repressione sociale. Nello specifico sempre grazie al PD è stata introdotta una sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 300 euro per chi “pone in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione delle infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, in violazione dei divieti di stazionamento o di occupazione di spazi ivi previsti” ovvero per gli ambulanti, per chi è colpevole di essere senza fissa dimora, di dormire per strada o di essere costretto a mendicare per sopravvivere. E “al trasgressore è fatto ordine di allontanamento dal luogo in cui è stato commesso il fatto” per 48 ore (mini Daspo). Il sindaco, a tutela della città vetrina, potrà d’ora in poi individuare “aree urbane su cui insistono musei, aree e parchi archeologici, complessi monumentali o altri istituti e luoghi della cultura interessati da consistenti flussi turistici, ovvero adibite a verde pubblico, alle quali si applicano le disposizioni precedenti”. La trasgressione dell’ordine di allontanamento comporterà il raddoppio della pena pecuniaria e la segnalazione ai servizi socio-sanitari. In caso di reiterazione, il questore, potrà disporre, con provvedimento motivato e per un periodo che va dai 6 mesi ai 2 anni, il divieto di accesso ad una o più delle aree di cui sopra (Daspo Urbano). Sul piano della repressione delle lotte sociali sono poi state estese alla “piazza” misure securitarie che in queste anni avevano visto la loro sperimentazione nelle curve e negli stadi. Tra gli emendamenti al testo approvati c’è infatti quello che prevede la possibilità dell’arresto in flagranza differita (48 ore) “se il reato con violenze alla persone o alle cose avvenga durante o in occasione di manifestazioni pubbliche e sia ripreso da telecamere e in immagini fotografiche”. Contestualmente vengono messe fuori dai vincoli dal patto di stabilità le spese sostenute per la videosorveglianza. Ai comuni viene dunque permesso di spendere 7 milioni in telecamere nel 2017, 15 nel 2018 e altrettanti nel 2019, mentre per assumere lavoratori e internalizzare i servizi ovviamente i soldi non ci sono mai. Si va così sempre più imponendo un’idea di città duale, classista e razzista. Da una parte la “citta-vetrina”, quella interessata dalla rendita, dai flussi finanziari e abitata dai ceti abbienti, a cui dev’essere assicurata la sicurezza e il decoro anche a costo di ammazzare qualche miserabile, dall’altra una “città-discarica” in cui riversare le contraddizioni sociali, una città sempre più abbandonata a se stessa e in cui lo Stato entra esclusivamente per reprimere e mantenere l’ordine pubblico. Non stiamo dicendo che sia già così, ma ci pare evidente che sia questo l’orizzonte a cui guardano le classi dominanti con la crisi irreversibile del welfare-state.

http://www.militant-blog.org/?p=14367

 

Morire da solo sul marciapiede. Per “decoro”?

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Ieri a Roma un uomo è morto. Si chiamava Niang Maguette e aveva 54 anni. Era originario del Senegal. In Italia da trent’anni, lavorava come venditore ambulante. E’ morto sul marciapiede di via Beatrice Cenci, all’ingresso del Ghetto ebraico. Dove è morto, ora c’è una macchia di sangue.

Ha perso la vita per cause ancora da chiarire, durante un’operazione della polizia municipale contro il commercio abusivo, condotta nella zona intorno all’antico Ponte Fabricio.
La dinamica della morte ancora non si conosce, e circolano versioni contrastanti. Un ragazzo appartenente alla comunità senegalese, intervistato ieri sera dal collettivo Degage (qui il video della testimonianza), ha dato la sua testimonianza, secondo cui le operazioni della polizia sarebbero iniziate già alle 11.00 di mattina: due macchine della polizia municipale, in borghese, si sarebbero avvicinate al gruppo di venditori, che sarebbero fuggiti, tornando sul posto dopo una mezz’ora e trovando il corpo del connazionale a terra.
“Quando è arrivata l’ambulanza, era già morto. Fino a quando è arrivata l’ambulanza nessuno ha coperto il corpo, nessuno è arrivato: come una banalità”. Come una banalità, afferma il giovane, denunciando che all’arrivo di amici e connazionali le forze dell’ordine hanno impedito loro di stare insieme. “Ci hanno dato 15 minuti per disperderci, sennò ci portavano via. Questo mi ha colpito molto; quando c’è un dolore, ci deve essere il tempo di abbracciarsi, di parlare, così il dolore un po’ va via. Non ci hanno lasciato nemmeno questo tempo”. Parla di disumanità, il giovane intervistato: perché “quando vedi un corpo e nessuno fa niente, c’è un corpo per terra e la polizia dice che non succede niente, e ride.. è una bruttissima cosa. La banalità della morte degli immigrati è diventata veramente una vergogna”.
Secondo la testimonianza del giovane, il barman dell’esercizio di fronte al luogo dove è avvenuta la tragedia avrebbe detto che l’uomo, corso fino a là, sarebbe stato raggiunto dal calcio di alcuni vigili, che l’avrebbe fatto cadere a terra. La polizia sarebbe poi andata via prendendo la merce dell’uomo, senza prestare alcun soccorso.
Altre persone che avrebbero assistito alla scena sostengono che l’uomo è stato inseguito da una moto della municipale – i cosiddetti Falchi, da qualche tempo impegnati a Roma nelle operazioni antiabusivismo – che forse l’avrebbe investito facendogli sbattere la testa. Altri ancora dicono che l’uomo si sarebbe accasciato a terra, da solo, per un malore (qui il video della testimonanza).

La dinamica dei fatti andrà accertata. Il sostituto procuratore Francesco Paolo Marinaro ha aperto un fascicolo d’inchiesta, senza ipotesi di reato né indagati in attesa delle informative della municipale e dei risultati dell’autopsia disposta sul corpo.

Sta di fatto che dove Nian Maguette è morto ora c’è una macchia di sangue. Sta di fatto che l’uomo è morto durante o a seguito di una retata dei vigili urbani. Sta di fatto che un cadavere è stato lasciato a terra, senza alcun soccorso, per ore. Sta di fatto che ai suoi amici, scioccati e addolorati, accorsi sul posto, non è stato detto nulla se non di allontanarsi, e alla loro reazione di rabbia e sconcerto le forze dell’ordine hanno risposto con le manganellate. Tanti dati di fatto che non possono e non devono essere ignorati, di fronte alla morte di un uomo.

La polizia municipale smentisce, per bocca del vice comandante Antonio Di Maggio, “alcun coinvolgimento diretto tra l’operazione antiabusivismo e il decesso del cittadino senegalese”, e intanto plaude al proprio blitz, con un post su Facebook che parla di “sei sequestri amministrativi”, conseguenza della “vendita di borse e portafogli effettuata su lenzuola distese in terra che, oltre a rappresentare un illecito per assenza di titoli autorizzativi, risultava dannosa anche dal punto di vista del decoro urbano”. Nel post, decoro urbano diventa persino un hashtag, che precede la foto della merce sequestrata.

Quanto avvenuto ieri a Roma segue l’operazione del giorno prima alla stazione centrale di Milano, che è stata circondata da mezzi della polizia, elicotteri e guardie a cavallo: un blitz concordato tra il prefetto Lamorgese e il questore Cardona, un “servizio straordinario di prevenzione e controllo della polizia di Stato”, come è stato ufficialmente definito, teso all’identificazione dei migranti presenti. Un’operazione – che di fatto che si è configurata come un vero e proprio racial profiling, in cui le forze dell’ordine hanno controllato solo persone evidentemente non europee- su cui il sindaco di Milano Beppe Sala ha espresso perplessità, specificando che “siamo stati avvisati all’ultimo momento, parlerò con il questore”.
Entrambe le operazioni si inseriscono nel solco del decreto Minniti-Orlando, che in una pericolosa stretta securitaria punta al “decoro” e all’ ”ordine”, dimenticandosi volontariamente dei diritti e delle necessarie politiche sociali.
Se il decoro è più importante del rispetto della vita e dei diritti, c’è da averne paura.

La comunità senegalese ha indetto per oggi, giovedì 4, un’assemblea pubblica alle ore 18.00, in via Campobasso (Pigneto), dove viveva la vittima, che lascia tre figli. Per domani è prevista una manifestazione in piazza Venezia alle ore 16.00.

Serena Chiodo

Not My Europe

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Il 25 marzo i leader europei celebreranno a Roma il 60° anniversario dei Trattati di Roma con cui nel 1957 fu istituita la Comunità Economica Europea.

L’Europa che sarà festeggiata il 25 marzo è cosparsa di muri e fili spinati, condanna le organizzazioni umanitarie che osano salvare le vite dei migranti in mare, si appresta a rafforzare i controlli alle frontiere esterne anche grazie ad accordi disumani con i paesi terzi, condanna donne. uomini e bambini in fuga da guerre, persecuzioni e povertà a fare viaggi sempre più spesso mortali o le respingono verso la sofferenza che si sono lasciati alle spalle, lascia che sul suo territorio il vento della xenofobia e del razzismo spiri sempre più forte. Non è la nostra Europa.

Per questo il 25 marzo numerose associazioni lanceranno un messaggio forte ai capi di Stato e di Governo riuniti a Roma: il destino di migranti e rifugiati ci riguarda. La strage continua nel Mediterraneo deve finire, attraverso l’apertura immediata di canali di ingresso regolare e protetto. L’Europa che vogliamo è accogliente e solidale. Un’azione di protesta porterà il Mediterraneo nel cuore di Roma, sulle acque del Tevere.

“Not My Europe” dà appuntamento, quindi, a Roma, sabato 25 marzo, alle ore 15.30 sulle rive del Tevere, sotto il Ponte di Castel Sant’Angelo.

Clicca qui per l’evento Facebook

 

ORGANIZZAZIONI PROMOTRICI:

A Buon Diritto, Amnesty International – Italia, AMM – Archivio delle memorie migranti, Associazione Antigone, Arci nazionale, Baobab Experience, Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza – CNCA, Comitato 3 Ottobre, Giustizia per i nuovi “desaparecidos” del Mediterraneo, CRS – Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato, ENGIM internazionale, Figli delle chiancarelle, Gioventù federalista europea Gfe/Jef Italy, Intersos, Jugend Rettet e.V., K_Alma, Legambiente Onlus, Lunaria, MEDU – Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, R@inbow for Africa – R4A, Sea-Watch

“Pulizia di massa per i migranti. Anche con le maniere forti”. Non possiamo tacere

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A Recco per la campagna di tesseramento del Carroccio, Matteo Salvini torna a usare toni forti sui migranti. Secondo il leader della Lega Nord, occorre effettuare una pulizia “via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve, perché ci sono interi pezzi d’Italia fuori controllo”. “Non vedo l’ora – aggiunge – una volta al Governo, di controllare i confini come si faceva una volta e usare le navi della Marina Militare per soccorrere e riportare indietro i finti profughi”, sottolineando la propria ammirazione per la politica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il sito dell’Associazione Carta di Roma mette in evidenza un bell’articolo curato da Articolo 21 Veneto sulla presa di distanza da parte di movimenti e partiti politici rispetto alle affermazioni fatte da Matteo Salvini. Anche l’informazione non resta in silenzio. Qui di seguito l’articolo.

 

“Pulizia di massa per i migranti, via per via, quartiere per quartiere, anche con le maniere forti”: a parlare è Matteo Salvini, leader della Lega Nord, sul Tgr Liguria. In un quadro sociale molto teso dove l’incitamento all’odio (hate speech) contro i soggetti deboli è denunciato costantemente dalla Carta di Roma in tutte le sedi, questa frase suona come un colpo di pistola.

L’accento esplicitamente razzista non è sfuggito ai giornalisti liguri, che peraltro hanno stigmatizzato l’assenza di un contraddittorio di fronte a tale enormità, da parte del giornalista delle rete nazionale del servizio pubblico, appunto, la Rai della Liguria. “Salvini ormai ci ha abituato ad un’escalation di violenza verbale che in Italia non ha pari – afferma Alessandra Costante, giornalista del Secolo XIX, componente, della Segreteria generale della Fnsi e Segretario dell’Associazione ligure dei Giornalisti – Ritengo che a questo punto ogni commento sia del tutto inutile, le parole di Salvini rasentano e superano l’apologia del razzismo, incitano alla violenza. La risposta migliore dovrebbe arrivare da una magistratura attenta e democratica”.

A questo proposto Annamaria Alborghetti, penalista di Padova, interpellata da Articolo 21, sezione veneta, dice: “Le frasi, anche per il ruolo politico di chi le ha pronunciate e il contesto pubblico di diffusione, potrebbero configurare la violazione della legge Mancino che sanziona penalmente chi incita a commettere violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali”.

Sul profilo Facebook “Liguri tutti” di Marco Preve, giornalista di Repubblica, ci si chiede perché il cronista della Rai ligure non abbia azzardato un minimo di contradditorio con il leader della Lega ponendogli almeno la più banale delle domande: “Ma scusi onorevole, non le sembra di usare toni che richiamano la pulizia etnica?”.

Proteste e prese di distanze anche dai partiti politici, riprese dai quotidiani locali: Raffaella Paita, capogruppo Pd in Regione Liguria: “Le parole di Salvini sugli immigrati sono allucinanti. Il segretario della Lega, parlando di pulizia di massa quartiere per quartiere, evoca periodi molto bui della nostra storia. Frasi irresponsabili, che non possiamo tollerare”. Nichi Vendola: “Salvini è un fascista, è la vergogna d’Italia”. Irritato anche il Centrodestra sia a livello locale, sia a livello nazionale con Schifani: “I metodi evocati da Salvini non fanno parte della cultura del buon governo di Forza Italia”.

Al di là dell’epilogo di questa ennesima brutta vicenda che coinvolge l’informazione, va comunque rilevata l’urgenza di una puntuale applicazione, in ambito giornalistico, della Carta di Roma. A lei è intitolata l’associazione, fondata dalla Fnsi e dall’Ordine dei Giornalisti, nel dicembre del 2008 per dare attuazione al protocollo deontologico per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione.

Clandestino, extracomunitario, vucumprà, nomade, e altri, purtroppo molti altri luoghi comuni utilizzati per descrivere il fenomeno migratorio dovrebbero essere banditi dal linguaggio giornalistico e sostituiti dalle indicazioni del glossario che Carta di Roma, attraverso i propri rappresentanti, sta divulgando nel corso di numerosi pubblici dibattiti, seminari e corsi di formazione. Da segnalare, a questo proposito, l’iniziativa di un gruppo di intellettuali, tra cui il presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti e il presidente di Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu, che si sono rivolti alle istituzioni, nella persona del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, affinché dal protocollo d’intesa tra Italia e Libia in tema – tra le altre cose – di contrasto all’immigrazione illegale e al traffico di esseri umani, venga rimossa la parola “clandestino”, termine in primo luogo giuridicamente infondato quando viene utilizzato per indicare – anche prima che abbiano potuto presentare domanda d’asilo e che la domanda sia stata valutata dalle apposite commissioni territoriali – i migranti che tentano di raggiungere o raggiungono, il territorio dell’Unione europea.

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CONTRO LA BUONA SCUOLA: FLC CGIL PROCLAMA LO SCIOPERO PER L’8 MARZO

La Flc- Cgil (scuola università e ricerca) ha proclamato sciopero di 8 ore l’8 marzo: sciopero che intreccia le ragioni della giornata di mobilitazione della Rete in occasione della giornata internazionale della donna con quelle piu’ strettamente sindacali di opposizione alla cosiddetta ” buona scuola ” . Una scelta importante quella della sigla sindacale dei lavoratori della scuola, in quanto la CGIL, a livello nazionale, aveva scelto di defilarsi lasciando alle Camere territoriali la possibilità di dare copertura allo sciopero.

Il servizio con Francesco Locantore, del direttivo nazionale FLC  Ascolta

“La Flc Cgil ha proclamato sciopero di 8 ore l’8 marzo! Bene! Brave e bravi! Dovrebbero farlo anche le altre categorie. Altro che la Fiom, che invece dello sciopero ha avuto la pessima idea di convocare una assemblea nazionale unitaria con Fim e Uilm..” commenta ai nostri microfoni Eliana Como del Direttivo Centrale della Fiom e dell’area Il Sindacato è un’altra cosa  Ascolta

IL COMUNICATO DI ADESIONE DI FLC-CGIL

“Ni una menos” è la sfida lanciata dalle donne argentine in tutto il mondo, per chiamare alla lotta e allo sciopero globale contro la violenza maschile sulle donne.

Riteniamo importante che nel nostro Paese alla generale mobilitazione contro la violenza si affianchi la rivendicazione di un’effettiva parità di genere, in un momento in cui l’attacco ai diritti del lavoro e di cittadinanza vede soccombere soprattutto le donne sul piano del salario e del ruolo sociale.

Mentre vengono tagliati i servizi, continuano a mancare gli asili nido e il pagamento delle mense, non più sostenibile per un numero sempre crescente di famiglie, mette in discussione la frequenza della scuola dell’infanzia e del tempo pieno nella scuola primaria, il lavoro di cura rimane prepotentemente sulle spalle delle donne, ostacolandone la piena realizzazione professionale e sociale.

Nei nostri comparti della conoscenza la mancanza del rinnovo del Contratto nazionale di Lavoro ha poi contribuito ad indebolire la potestà di tutela, mettendo in difficoltà soprattutto le donne che non sempre possono contare sulla contrattazione per il riconoscimento dei diritti che discendono dalla Costituzione.

In questo contesto, per educare alla parità di genere e sradicare la cultura della violenza sulle donne, la formazione riveste un ruolo centrale e strategico: dall’asilo nido all’università, l’educazione alle differenze deve essere una pratica diffusa che superi la cultura formale delle pari opportunità.

Affrontare in modo critico il tema delle violenze di genere e far emergere le relazioni di potere che si instaurano attraverso gli stereotipi maschili e femminili deve essere obiettivo della scuola pubblica.

Nell’ambito di queste considerazioni si rafforzano le motivazioni che continuano a vederci determinati contro la legge 107, una riforma che impedisce alla scuola di essere un laboratorio di civiltà, all’interno del quale sperimentare punti di vista condivisi nel rispetto di tutte le differenze.

Aderire allo sciopero mondiale dell’8 marzo per i lavoratori della Conoscenza significa parlare di tutti i temi che abbiamo messo in campo in questi anni, restituire all’Istruzione e alla Ricerca obiettivi di qualità e a tutto il personale dei nostri comparti la dignità sociale e professionale che deve connotare le lavoratrici e i lavoratori dei settori pubblici, avamposto dello stato sociale.

http://www.radiondadurto.org/2017/02/21/cattive-maestre-contro-la-buona-scuola-flc-cgil-proclama-lo-sciopero-per-l8-marzo/

Al fianco degli immigrati in lotta!

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Sui recenti fatti di Cona

Lunedì 2 gennaio, presso il centro di accoglienza di Cona (in provincia di Venezia), è morta Sandrine Bakayoko, venticinquenne richiedente asilo della Costa d’Avorio.
In seguito ad alcune ore di ritardo dei soccorsi, è esplosa una protesta per denunciare l’accaduto e le condizioni terribili di vita cui sono costretti più di 1400 immigranti, ai quali va tutta la nostra solidarietà per la loro coraggiosa lotta.
Riscaldamento assente, servizi igienici e pasti scadenti, acqua fredda, mancanza di cure mediche e sovraffollamento sono le reali problematiche con cui migliaia di immigrati devono confrontarsi ogni giorno in tutti i centri di accoglienza.
In questi casi, la maschera della propaganda reazionaria e populista cade di fronte alla situazione reale: da un lato i vermi razzisti che sputano odio parlando di profughi negli hotel a 5 stelle, dei 35 euro al giorno rubati dalle tasche degli onesti lavoratori italici; dall’altro chi millanta un’accoglienza degna e rispettosa degli individui, ma sui quali poi s’arricchisce. Quello che vediamo quotidianamente sono solo ghetti, nuove frontiere e muri che s’innalzano e sopraffazione verso chi ha il colore della pelle diverso. Vediamo cooperative come la nostrana Ecofficina-Edeco che, alla faccia dell’accoglienza e della solidarietà, fanno migliaia di euro sulla vita degli immigrati e dai quali trattengono più del 90% dei famosi 35 euro! A questa situazione si somma la recente richiesta del capo della polizia di intensificare i rastrellamenti degli immigrati senza documenti, l’ipotesi di aprire un Cie per regione, fino alla loro criminalizzazione, arrivando a considerare una persona irregolare come un terrorista.
La classe politica, insieme ai suoi servi fascisti, cerca di indirizzare il malessere sociale, dovuto al peggioramento delle condizioni di vita a causa dell’aggravarsi della crisi economica, contro i profughi, aizzando il proletariato bianco contro l’altrettanto sottomesso proletariato migrante. Viene deviata così l’attenzione dai veri responsabili dell’immiserimento delle nostre vite: i padroni e le istituzioni di ogni orientamento politico che ci vogliono divisi per mantenere intatti i loro profitti e i loro privilegi.
Ma la realtà supera di gran lunga la fantasia: chi ha varato il jobs act non è ghanese, chi permette il massacro quotidiano nei posti di lavoro non è senegalese, chi taglia fondi alla sanità e alla ricerca, all’istruzione pubblica e al welfare non è rumeno. Chi arresta, sfratta i proletari dalle loro case, affama e sfrutta i popoli, sgancia tonnellate di bombe non è tunisino. Chi ci ammazza ogni giorno, a prescindere dal colore della nostra pelle, ha la giacca e la cravatta.
Lo scopo della classe politica è anche quello di distrarci dalle vere ragioni dei flussi migratori, cioè la guerra e la povertà che i paesi imperialisti europei, Italia compresa, continuano a portare da decenni in Africa, in Asia e Medioriente. Proprio in Costa d’Avorio la Francia ha investimenti miliardari e nel 2011 sostenne un colpo di stato per destituire il governo intenzionato a rivedere gli accordi economici con le multinazionali francesi e che causò più di 1000 morti e inaudite atrocità contro i civili. Facile immaginare quante persone furono costrette ad emigrare!
Quello che unisce i proletari bianchi e stranieri è l’appartenenza alla stessa classe sociale, quella degli oppressi. Uniti dobbiamo lottare contro la guerra e i nostri governi che le promuovono. Alle loro guerre neocoloniali e a quelle tra poveri nelle nostre città, preferiamo la guerra tra le classi.

UNIAMOCI TRA SFRUTTATI DI OGNI NAZIONE CONTRO IL NEMICO COMUNE!
FERMIAMO LE GUERRE NON LE PERSONE!

Padova gennaio 2017

Marzolo Occupata

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o49700:e1

Regno Unito / Lo sciopero migrante passa la Manica: “One day without us”

La piattaforma Transnational Social Strike invita a un meeting a londra dal 10-12 febbraio “per mettere in connessione diversi movimenti contro lo sfruttamento e il razzismo istituzionale”.

Sciopero sociale transnazionale – assemblea a Londra 10-11 febbraio 2017 – Appello

Con più di due milioni di migranti europei che stanno subendo l’incertezza della Brexit, con moltissimi migranti non europei che hanno fatto richiesta asilo o lavorano in Gran Bretagna che vivono sulla loro pelle l’inasprimento delle leggi sull’immigrazione, il 20 febbraio 2017 è stato lanciato uno sciopero migrante in tutto il territorio inglese con lo slogan «una giornata senza di noi». Lo slogan ― lanciato nel 2006 negli Stati Uniti e ripreso in Francia e Italia nel 2010 ― indica l’intenzione dei migranti di essere in testa alle lotte contro lo sfruttamento e per la libertà di movimento, non solo facendo valere il loro contributo alla produzione di ricchezza della società, ma anche mostrando il loro potere di bloccare il suo funzionamento. Sono queste le esperienze che vogliamo riprendere in Gran Bretagna il 20 febbraio.

Nonostante la Brexit, questo sciopero migrante sarà una questione realmente europea. I media sono pieni delle tipiche storie di razzismo e paura dei migranti, del cambiamento dei nostri paesi e delle nostre città, dell’abbassamento dei salari e dell’aumento di disoccupazione e competitività. Dal canto suo l’Unione Europea sta adottando una politica molto dura sull’asilo e un generale razzismo istituzionale, mentre i singoli paesi rendono sempre più difficile restare anche ai migranti interni all’UE. L’Unione e i suoi Stati promuovono per migranti interni ed esterni una subordinazione assoluta alla precarietà e allo sfruttamento. Mentre il ritorno alla sovranità nazionale e alla «purezza nazionale» è venduto da più parti come la via d’uscita dalla crisi, il reale accordo tra i governi nazionali e le istituzioni europee riguarda la generalizzazione della precarietà, tagli al welfare e il peggioramento delle condizioni per tutti. La Brexit non è la causa di tutto questo, ma può rendere questi terreni di lotta ancora più difficili da attraversare.

In questo contesto, la solidarietà con i migranti non è abbastanza: scegliendo lo sciopero come arma politica, i migranti stanno scegliendo di non essere né vittime né meri numeri, ma i protagonisti delle lotte, chiamando tutti e tutte a unirsi a loro in una battaglia comune. Dobbiamo costruire le condizioni affinché rifugiati, migranti, cittadini, precari e operai prendano posizione sullo stesso fronte contro il razzismo istituzionale, per sanità e istruzione, per salari migliori e migliori condizioni di lavoro. In questa direzione il 20 febbraio ci costringe a ripensare lo sciopero, oltre i suoi limiti strettamente legali, come una pratica di insubordinazione capace di attraversare tutta la società e connettere la lotta contro lo sfruttamento a quella contro le sue condizioni politiche.

Per pensare a come farlo possiamo basarci sulle esperienze passate di sciopero migrante, sui recenti movimenti dello sciopero come la lotta francese contro la loi travail e lo sciopero delle donne in Polonia contro la legge sull’aborto, e possiamo conquistare forza connettendoci al futuro sciopero globale delle donne dell’8 marzo. Per discutere di questa possibilità e mettere in connessione diversi movimenti contro lo sfruttamento e il razzismo istituzionale, la Piattaforma per uno Sciopero Sociale Transnazionale invita a un meeting a Londra verso lo sciopero del 20 febbraio. Il meeting si terrà il 10-12 febbraio 2017, con workshop e assemblee plenarie, e sarà un’occasione per discutere a livello nazionale e transnazionale l’occasione politica di «una giornata senza di noi» e dello sciopero come arma politica.

Transnational Social Strike Platform

traduzione di ∫connessioni precarie

http://www.zic.it/regno-unito-lo-sciopero-migrante-passa-la-manica-one-day-without-us/

Il sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati in Italia

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Casa originale dell’articolo Cronache di ordinario razzismo

Il sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati ha conosciuto nel nostro Paese, in particolare a partire dal 2011, anno in cui fu proclamata dal Governo la cosiddetta “Emergenza Nord Africa” (Ena), significative trasformazioni. Prima di illustrare la sua attuale configurazione, è opportuno ricordare che in quell’anno, per far fronte agli arrivi di circa 62.692 persone dalla Tunisia, dalla Libia e dall’Africa orientale, fu predisposto un sistema di accoglienza straordinario coordinato dalla Protezione Civile che affiancò il circuito dei Centri di Accoglienza governativi per Richiedenti Asilo (Cara) e quello ordinario rappresentato dalla rete del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (Sprar) [1]. L’approccio emergenziale che fu adottato nella gestione dell’Ena,   caratterizzato da una sostanziale mancanza di programmazione e coordinamento delle diverse forme di accoglienza, ha condizionato in misura significativa l’evoluzione dell’intero sistema di accoglienza italiano negli anni successivi: la proliferazione di centri di grandi dimensioni e l’ingresso nella rete degli enti gestori di soggetti privi della necessaria esperienza risalgono infatti per lo più a questo periodo.

Un’ulteriore trasformazione è avvenuta a partire dall’inizio del 2014, quando il nuovo aumento degli arrivi di richiedenti asilo, in un contesto di saturazione dei Cara e dello Sprar, ha indotto il ministero dell’Interno a incaricare le Prefetture dell’attivazione di Centri di Accoglienza Straordinari (Cas). A partire dall’8 gennaio 2014, con un susseguirsi di numerose circolari ministeriali, il ministero dell’Interno ha continuato a richiedere alle Prefetture l’ampliamento del sistema di accoglienza straordinario, prassi che come vedremo è proseguita sino ad oggi.[2]

Ciò è avvenuto benché l’obiettivo di superare la logica emergenziale nelle politiche di accoglienza sia stato assunto in modo strutturale nel “Piano nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari”, adottato in sede di Conferenza Unificata dal Governo, dalle Regioni e dagli enti locali il 10 luglio 2014.[3] Di fronte ai significativi arrivi di migranti registrati nel 2014, l’intesa si propose infatti, almeno a livello programmatico, di sviluppare una “leale” collaborazione interistituzionale tra Governo, Regioni, Province e Comuni e di strutturare il sistema di accoglienza in tre livelli (primo soccorso e accoglienza, prima accoglienza e seconda accoglienza). Si considerava infatti che “La gestione dell’accoglienza diffusa, tramite le prefetture e senza il coinvolgimento dei territori, rischia di creare disagi e tensioni”. Oltre all’aumento delle risorse destinate al mantenimento del sistema, l’accordo prevedeva, in corrispondenza dei nuovi flussi, una distribuzione dei migranti su tutto il territorio nazionale seguendo criteri di ripartizione regionale commisurati alla quota di accesso al Fondo nazionale per le politiche sociali.

Parallelamente, a partire dal luglio 2013, era intanto iniziato il processo di ampliamento della rete Sprar, gestito sia tramite la richiesta di “posti aggiuntivi” di accoglienza rivolta agli enti locali già aderenti alla rete, sia attraverso la pubblicazione di bandi pubblici finalizzati a consentire la presentazione di nuovi progetti. Una modifica molto più rilevante del sistema di funzionamento dello Sprar, potenzialmente suscettibile di porre finalmente le basi per il consolidamento di un sistema di accoglienza ordinario e omogeneo sul territorio nazionale è, come vedremo, recentissima.

A seguito dell’approvazione, il 13 maggio 2015, dell’Agenda europea sull’immigrazione da parte della Commissione Europea, della conseguente adozione da parte del Governo italiano di una “Road map” e dell’approvazione del Dlgs. 142/2015, entrato in vigore il 30 settembre 2015,[4] il sistema di accoglienza è stato così delineato.

I Cpsa e gli Hot-spot

Il primo livello è quello del primo soccorso e assistenza prestato nelle zone maggiormente interessate dagli sbarchi. Qui dovrebbero essere offerti i servizi di primissima accoglienza, realizzato un primo screening sanitario e svolte le attività di identificazione dei migranti. Questa funzione rimane, in base all’art.8, in capo ai Cpsa (Centri di Primo Soccorso e Assistenza) istituiti dalla legge 563/1995 meglio nota come legge Puglia.

In realtà con l’adozione della Road map, a tali centri si sono sovrapposti gli Hot-spot, strutture volute dalla Commissione Europea. Oggi sono operativi quelli di Lampedusa (ex Cpsa), Taranto, Pozzallo e Trapani (ex Cie). Gli Hot-spot, come hanno denunciato alcune organizzazioni umanitarie,[5] non hanno un quadro giuridico di riferimento: la loro funzione precipua è quella di identificare i migranti e di selezionare le persone che intendono richiedere protezione internazionale rispetto ai cosiddetti migranti economici. Si tratta di strutture chiuse, difficilmente accessibili alle organizzazioni di tutela dei richiedenti asilo e agli organi di stampa. Al loro interno opera personale Unhcr, Easo e Oim, ma anche di Frontex.

I centri di prima accoglienza (o hub)

L’art. 9 del Dlgs. 142/2015 disciplina i “Centri di prima accoglienza” la cui funzione è quella di accogliere i cittadini stranieri già sottoposti alle procedure di fotosegnalamento per il tempo necessario all’espletamento delle procedure di identificazione, la definizione del loro status giuridico, la verbalizzazione della domanda di asilo e l’avvio della procedura di esame della domanda. Si tratta di strutture regionali o interregionali che nel Piano approvato il 10 luglio 2014 in Conferenza Unificata erano denominate hub: le persone possono uscire dai centri nell’orario diurno. Per il loro approntamento è previsto l’utilizzo anche di ex caserme; la loro gestione può essere affidata a “enti locali, anche associati, alle unioni o consorzi  di  Comuni,  ad enti pubblici o privati che operano nel  settore  dell’assistenza  ai richiedenti asilo o agli  immigrati  o  nel  settore  dell’assistenza sociale”. I 16 Cara governativi esistenti dovrebbero essere destinati a svolgere questa funzione.[6] Attualmente i Cara di Bari, Crotone, Roma e Siculiana sono specificamente destinati ad accogliere i richiedenti asilo che hanno aderito al programma di ricollocazione varato dalla Commissione Europea e sono dunque disponibili ad essere trasferiti in un altro Paese europeo.

I centri Sprar

L’art. 14 Dlgs. 142/2015 identifica il sistema di seconda accoglienza territoriale con lo Sprar stabilendo che possano accedervi i richiedenti asilo che ne facciano richiesta, purché abbiano già formalizzato la domanda di protezione e non dispongano di un reddito sufficiente (identificato con l’importo dell’assegno sociale). Lo Sprar, è costituito da una rete di enti locali che in collaborazione con le organizzazioni di terzo settore, promuovono progetti di accoglienza integrata finalizzata all’inserimento sociale ed economico dei richiedenti e dei titolari di protezione internazionale. L’accoglienza è garantita per l’intera durata del procedimento di esame della domanda da parte della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale e, in caso di rigetto, fino  alla  scadenza del termine per l’impugnazione della decisione. Nel 2015 lo Sprar si è articolato in 430 progetti territoriali promossi da 339 Comuni, 29 Province e 8 Unioni di Comuni in 10 Regioni. Le persone accolte nel corso dell’anno sono state 29.761.[7] I progetti attualmente in corso scadono il prossimo 31 dicembre. L’8 agosto il ministro dell’Interno ha pubblicato un decreto che riforma il sistema di accesso e di funzionamento della rete.

Le strutture temporanee (o Cas)

Nel caso in cui si verifichino “arrivi ravvicinati e consistenti di richiedenti” e non sia possibile accoglierli nei centri di prima accoglienza o nella rete Sprar, l’art.11 del Dlgs. 142/2015 prevede l’approntamento di misure straordinarie di accoglienza in “strutture temporanee” su disposizione delle Prefetture, “sentito l’ente locale nel cui territorio è situata la struttura” e con regolare procedura di gara pubblica. Ma nei casi di estrema urgenza, è consentito il ricorso a procedure di affidamento diretto. Sono, queste strutture temporanee, i Centri di Accoglienza Straordinaria (Cas) in cui l’accoglienza dovrebbe essere limitata al tempo strettamente necessario al trasferimento dei richiedenti  asilo nei centri di prima accoglienza ex art. 9 o nei centri Sprar.

Il trattenimento nei Centri di Identificazione ed Espulsione

Oltre a delineare il sistema di accoglienza, il dlgs. 142/2015, Art. 6, inasprisce le ipotesi di trattenimento dei richiedenti asilo nei Centri di Identificazione ed Espulsione portando il periodo di permanenza massima a 12 mesi. Il trattenimento può essere disposto dal Questore quando il richiedente protezione internazionale ha commesso reati gravi; costituisce un pericolo per l’ordine pubblico o per la sicurezza dello Stato o è considerato pericoloso socialmente; ha presentato la domanda dopo essere stato colpito da provvedimento di espulsione trovandosi già in stato di detenzione oppure è considerato a “rischio di fuga”.

La distinzione tra le caratteristiche e le funzioni delle diverse tipologie di centri delineata a livello legislativo, nella realtà tende a dissolversi. Al di là del vero e proprio vuoto normativo che caratterizza gli Hot-spot, la permanenza di una domanda di accoglienza superiore alla capacità di ricezione del sistema e i tempi lunghi della procedura riconoscimento della protezione fanno sì che la distribuzione dei richiedenti asilo nelle diverse tipologie di centri dipenda più dalla disponibilità effettiva di accoglienza che dalla fase della procedura di asilo in cui si trovano i richiedenti. Ma l’aspetto più rilevante è che, nonostante gli indubbi sforzi compiuti a livello programmatico, a tutt’oggi l’accoglienza dei richiedenti asilo è nel nostro paese gestita in grandissima parte con l’allestimento di strutture temporanee da parte delle Prefetture.

Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Interno l’31 dicembre 2016, le persone accolte sono complessivamente in Italia 176.554: 137.218, il 77%, si trovano nelle strutture di accoglienza temporanee (Cas).[8]

* Testo tratto, con un piccolo aggiornamento sui dati, dal rapporto Il mondo di dentro. Il sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati a Roma curato da Lunaria.

[1] Per un approfondimento relativo alla gestione di questa fase si vedano M.S. Olivieri, L’accoglienza frantumata sotto il peso dell’”emergenza” in Lunaria, Cronache di ordinario razzismo. Secondo libro bianco sul razzismo in Italia, 2011, pp. 35-44, disponibile qui e Lunaria, I diritti non sono un costo, Le risorse stanziate per la cosiddetta “emergenza Nord-Africa“, 2013, pp. 91-101, disponibile qui.

[2] Gli avvisi relativi ai bandi o alle manifestazioni di interesse pubblicati dalla Prefettura di Roma da noi esaminati citano le circolari  del 20 e 27 giugno 2014, del 13 aprile 2015, del 4 maggio 2015, del 27 maggio 2015, del 13 agosto 2015, del 23 giugno 2016, del 28 luglio 2016 e del 30 agosto 2016. La circolare dell’8 gennaio 2014 e quella del 20 marzo 2014 sono reperibili cliccando qui.

[3] Il testo dell’accordo è disponibile qui.

[4] Il Dlgs 142/2015, disponibile qui, ha recepito la Direttiva 2013/33/UE sulle norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e sulle procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale.

[5] Tra queste Asgi, Oxfam e la campagna Lasciatecientrare.

[6] I Cara sono stati istituiti nel 2002 con la denominazione di Centri di Identificazione e Asilo, l’attuale denominazione si deve al Dlgs. n. 25/2008. Sono strutture preposte all’accoglienza di persone che hanno già manifestato la volontà di chiedere asilo per il tempo necessario a effettuare le procedure di identificazione e formalizzare la domanda di protezione internazionale.

[7] Si veda: Anci, ministero dell’Interno, Rapporto annuale Sprar, Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, Atlante Sprar 2015,

[8] Gli aggiornamenti statistici pubblicati dal ministero dell’Interno sono disponibili qui.

http://www.cronachediordinariorazzismo.org/il-sistema-accoglienza-richiedenti-asilo-rifugiati-italia/