Guerra psicologica e preparativi di guerra vera e propria

I guerrafondai scaldano i muscoli. Tutto serve a preparare gli ingenui ai prossimi sviluppi. Ogni fattaccio di cronaca nera torna utile a far sentire imminente una vera e propria “guerra al terrorismo”. È successo a Parigi, dove una rapina finita male è stata data in gestione alla comunità ebraica, che ha approfittato del caso dell’assassinio di Mireille Knoll per cacciare dalla piazza non solo Marine Le Pen, ma anche il moderatissimo Jean-Luc Melenchon presentandolo come estremista antisemita per alcune sue blande critiche all’oltranzismo israeliano. Succederà in Italia dove già viene portata avanti una campagna isterica contro una presunta invasione di imam estremisti che prepara il terreno a una più massiccia ondata di espulsioni, e a una serie di sgomberi di immigrati da rifugi di fortuna come l’Hotel House di Porto Recanati, mentre la cosiddetta “opinione pubblica” viene preparata alla fine di ogni convenzione internazionale, con la soppressione dell’immunità per un gran numero di rappresentanti diplomatici, pur evidentemente estranei al presunto tentato omicidio avvenuto in Gran Bretagna.

Pochissimi hanno espresso dubbi sull’episodio che ha innescato l’escalation. Solo Fulvio Scaglione, ex vicedirettore di “Famiglia cristiana” ha rilevato le incongruenze della versione fornita: «curioso che di colpo Vladimir Putin (perché gli inglesi hanno detto che l’ordine veniva dal Cremlino) si ricordi di Skripal. Ancor più curioso che gli venga di colpo voglia di ucciderlo. Straordinariamente curioso, poi, è che si pensi di ammazzarlo con gas nervino. Il buon vecchio colpo alla testa non è più di moda? Oppure si vuole lasciare un’impronta così grossa da far gridare a tutti “aiuto, arrivano i russi!”? […]. E poi si scopre che Skripal padre e figlia avevano spento per quattro ore i rilevatori satellitari dei cellulari, e chissà che avevano fatto in quelle ore. E chissà come stanno i due Skripal, che non sono morti ma nemmeno riapparsi: non una foto, una notizia, un bollettino medico.»

Ma l’articolo da cui avevo stralciato la citazione, appena apparso sul sito di “linkiesta.it” è subito stato cancellato con questa enigmatica doppia motivazione: «si è verificata una violazione dei protocolli di rete impossibile da risolvere. La pagina richiesta non può essere visualizzata a causa di un errore rilevato durante la trasmissione dei dati».

Prepariamoci dunque anche alla censura, e a sentir bollare come estremista perfino un Melenchon che ha avuto una lunga carriera, anche come ministro, nel partito socialista, e che ha posizioni non molto diverse da quelle di LeU in Italia, anche se ha espresso qualche simpatia per la coalizione di “Potere al popolo” (che comunque per varie ragioni è stata molto vaga sui temi internazionali e dei preparativi di guerra). E non è una novità, d’altra parte, che si liquidi come antisemita la più blanda critica allo Stato di Israele, alleato indispensabile di qualsiasi progetto di guerra, e non nel solo Medio Oriente. (a.m.)

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Truppe in Libia, Niger e Tunisia – Ribelliamoci alla guerra!

articolo pubblicato sul settimanale anarchico Umanità Nova n. 3 del 2018

Il 17 gennaio la Camera ha approvato il rinnovo delle missioni militari all’estero. Oltre al rinnovo di quelle già in atto, è stato deciso un nuovo impegno strategico in Africa per la difesa della sicurezza degli interessi nazionali. Libia, Niger (con intervento anche in Nigeria, Mauritania, Mali e Benin), Tunisia, Sahara Occidentale, Repubblica Centrafricana, sono questi i paesi dove saranno inviate le truppe. Prima di votare le nuove missioni di guerra i deputati hanno osservato un minuto di silenzio per gli operai morti a Milano nella fabbrica Lamina. Questo rende chiaro a coloro che ancora non lo avessero capito, chi pagherà in termini di servizi, sicurezza sul lavoro, salute e condizioni di vita il maggiore tributo per sostenere l’espansione della politica di guerra italiana.

Siamo di fronte all’avvio ufficiale di una strategia militare complessiva in Africa da parte dell’Italia.

Fino ad ora le forze armate della Repubblica che “ripudia la guerra” avevano già una presenza relativamente consistente in Africa. In particolare negli ultimi anni si è rafforzata la presenza nel Corno d’Africa; dall’intervento in Somalia nel 1993, venticinque anni fa, infatti i militari italiani non hanno più lasciato l’ex colonia. Attualmente sono presenti in modo significativo militari italiani per le missioni UE in Somalia e per la missione navale antipirateria tra il Golfo di Aden, il Bacino Somalo e l’Oceano Indiano. In Gibuti inoltre, dove tutte le potenze che hanno interessi imperialistici in Africa, compresa la Cina, hanno basi militari, anche l’Italia ha una base militare nazionale, dove è dislocato un contingente militare. L’Italia già partecipava con un contributo rilevante anche alla missione MFO in Egitto, che avrebbe l’obiettivo di vigilare sul rispetto degli accordi di Camp David e dei trattati di pace tra Egitto e Israele. Anche nell’area saheliana l’Italia aveva stabilito negli ultimi anni una presenza con la partecipazione di poche decine di militari alle missioni UE e UN in Mali e alla missione UE in Niger. Per quanto riguarda la Libia, oltre alla Missione UE di supporto al governo libico detto di Accordo Nazionale, guidato da Sarraj, e alla missione “Ippocrate” che con l’espediente dell’assistenza medica aveva portato i primi soldati sul campo, dal marzo 2015 è stata avviata l’operazione Mare Sicuro (che dalla scorsa estate comprende una missione di supporto alla guardia costiera libica), con l’impiego di 700 militari, 5 mezzi navali e mezzi aerei. Erede dell’operazione Mare Nostrum, il cui nome tristemente evocativo non poteva non preannunciare il rigurgito colonialista, Mare Sicuro è nato come una sorta di blocco navale antimigranti e si è di fatto configurato come un’operazione militare a difesa degli interessi ENI, specie a protezione del complesso di Mellitah, che ha segnato l’avvio della strategia su terra della guerra italiana in Libia iniziata con i bombardamenti del 2011.

In Libia la nuova missione con comando a Tunisi sostituirà due precedenti missioni, quella di supporto alla guardia costiera libica e la missione “Ippocrate” che con 300 militari sul campo, nel 2016 era stata presentata come una missione di mera assistenza medica con la costruzione di un ospedale da campo a Misurata. Ora saranno schierati 400 militari e 130 mezzi terrestri, obiettivo della missione, secondo il Governo è «rendere l’azione di assistenza e supporto in Libia maggiormente incisiva ed efficace, sostenendo le autorità libiche nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza.» Saranno mantenute la missione UE a sostegno del governo Sarraj e la missione Mare Sicuro, dunque con la nuova missione a terra dagli obiettivi pienamente militari si consolida la presenza di occupazione militare italiana in Libia partecipando alla razzia del paese. In Libia sono presenti tra gli altri anche statunitensi, francesi, russi, qatarini, mentre altri stati come la Germania pur senza inviare forze sul terreno partecipano, non meno direttamente, al confronto tra potenze per garantirsi interessi economici e influenza politica nella regione.

In Niger saranno invece inviati 470 militari per una missione i cui compiti principali saranno secondo il Governo «supportare, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel (Niger, Mali, Mauritania, Chad e Burkina Faso), lo sviluppo delle Forze di sicurezza nigerine (Forze armate, Gendarmeria Nazionale, Guardia Nazionale e Forze speciali della Repubblica del Niger) per l’incremento di capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza; concorrere alle attività di sorveglianza delle frontiere e del territorio e di sviluppo della componente aerea della Repubblica del Niger.» Come già con Mare Sicuro e con la Libia, ora con il Niger la sorveglianza delle frontiere, il contrasto ai “trafficanti di esseri umani” diviene pretesto per giustificare l’invio di truppe e mezzi militari.

In Tunisia saranno inviati 60 militari per una operazione finalizzata all’addestramento delle forze militari e di sicurezza tunisine per la costituzione del Quartier Generale di un Nuovo Comando di Brigata della NATO. Questa che appare come la missione meno consistente sul piano delle unità militari coinvolte è quella più grave e preoccupante.

Gli interessi economici sono enormi. Il più noti sono certo l’uranio in Niger, gli interessi ENI in Libia e Nigeria, ma anche il mercato ampio e appetibile delle ex-colonie francesi (e non solo), un mercato che ha pure una moneta unica, il franco CFA, erede e continuatore della politica coloniale francese. Dalla Tunisia inoltre passa il gasdotto che porta in Italia il gas algerino. Tuttavia per indagare la trama di interessi internazionali che si giocano in Africa e che vedono confrontarsi tra gli altri Francia, UE, Cina e USA, e considerare come l’intervento dell’Italia si inserisca in questo quadro, sarebbe necessaria una specifica trattazione.

Gli interessi politici sono altrettanto forti. Basti pensare al ruolo politico della presenza di un numero consistente di militari italiani in Tunisia finalizzato alla costituzione di un Quartier generale per un Comando di Brigata NATO. Da una parte si può fare una considerazione di carattere globale, dal momento che la costituzione di un Comando di Brigata NATO in Tunisia risulta molto preoccupante perché rappresenterebbe una base di proiezione in Africa dell’alleanza atlantica. Dall’altra va considerato il grave atto di ingerenza politica interna in un paese come la Tunisia, dove è ancora vivo l’insegnamento dell’insurrezione vittoriosa contro Ben Ali, dove le generazioni che hanno animato la “rivoluzione interrotta” non sono state schiacciate dalla repressione come in Egitto, dove ancora esistono le organizzazioni di base di donne e giovani disoccupati, dove attualmente sono in corso grandi proteste contro il carovita e le misure di austerità, represse nel sangue, dove ancora c’è la possibilità di un rovesciamento del governo sotto la pressione delle proteste popolari, inviare delle truppe costituisce un atto politico. Il Governo Italiano con le sue truppe addestrerà chi spara sulla folla e farà da garante al Fondo Monetario Internazionale sulla stabilità politica interna della Tunisia, la quale dovrebbe varare nuove riforme strutturali su richiesta del FMI che porteranno ad un peggioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione.

È importante notare come una delle principali giustificazioni ideologiche di queste nuove missioni cerchi di costruire un piano di consenso pubblico tentando di comprendere in modo trasversale uno dei principali temi del dibattito politico, quello sull’immigrazione. La lotta contro i trafficanti di uomini è un pretesto valido sia in salsa umanitaria sia in salsa xenofoba, dopotutto è stata la strage di Lampedusa, voluta e preparata dalla classe politica italiana, ad aprire la strada a Mare Nostrum e poi a Mare Sicuro. Allo stesso modo i lager libici, voluti e difesi militarmente dal governo italiano, divengono pretesto, per quello stesso governo, per inviare truppe in Niger e fermare “prima” i “trafficanti di uomini”.

Chiaramente le mire neocoloniali e gli interessi italiani in Africa non sono mai finiti. Ma il consolidamento della presenza in Libia, l’invio di un contingente in Niger e la presenza in Tunisia per conto della NATO, assieme al riconoscimento di una “strategia africana”, segnano l’ingresso in una nuova fase. Infatti con l’invio delle truppe e l’avvio di una strategia militare ci troviamo di fronte ad una nuova pericolosa e criminale impresa, un punto di non ritorno per una politica militare aggressiva. Il Parlamento repubblicano ha deciso di intraprendere ufficialmente una strada già percorsa dalla monarchia e dal fascismo, e che ha gettato l’Italia in due guerre mondiali, nella dittatura, nella distruzione. Anche questa volta, come nel passato monarchico e fascista, non ci sarà nessun “posto al sole”. La “salvaguardia degli interessi nazionali” non può far sperare in alcun effetto positivo diretto o indiretto per la grande maggioranza della popolazione, non ci saranno aumenti di salari, riduzioni dei canoni d’affitto o delle bollette, non ci sarà un aumento dei posti di lavoro, o dei servizi sociali, si continuerà ad andare in pensione sempre più tardi e si continuerà ad emigrare o a morire prima per colpa dei tagli alla sanità. Chi ci guadagnerà veramente, se ha fatto bene i propri calcoli, sarà la classe dirigente, gli industriali, i finanzieri, i generali. Se i calcoli risulteranno sbagliati saremo comunque noi a dover pagare, con ulteriori sacrifici e privazioni. Intanto le prime stime di spesa, solo per le nuove missioni africane, parlano di 118.798.581 euro. Che vanno ad aggiungersi al resto della spesa militare, per il 2017 64 milioni al giorno, per un totale di oltre 23 miliardi. A noi dunque resteranno solo tasche vuote, peggiori condizioni di vita e di lavoro e un aumento dei rischi e delle restrizioni connesse alla guerra: maggiore controllo sociale, restrizione delle libertà, militarizzazione del territorio, gerarchizzazione della società, repressione del dissenso, aumento della propaganda paranoide sul rischio terrorismo, coinvolgimento più o meno diretto nella guerra e nei suoi più tragici effetti.

Chi alla Camera ha votato a favore dell’avvio delle nuove missioni, è certo responsabile dell’avvio ufficiale della nuova fase di ingerenza militare italiana in Africa, ma questa decisione non è un’improvvisata. Questa decisione è stata preparata negli anni, in modo definito quantomeno dalla partecipazione dell’Italia alla guerra d’aggressione alla Libia nel 2011, quando il governo tenne segreto il ruolo italiano nei bombardamenti aerei sul territorio libico. Quindi non è responsabilità del solo governo Gentiloni, ma di quei partiti che con fasi alterne hanno governato il paese negli ultimi 25 anni. Le politiche di guerra che hanno dato un nuovo “protagonismo internazionale” all’Italia tra anni ‘90 e 2000, hanno avuto come fautori e sostenitori personaggi che ora si presentano alle prossime elezioni arruolati in liste “alternative”, anche se fino a ieri erano arruolati nelle file del governo. Tra questi D’Alema, oggi esponente del Movimento Democratico Progressista, è il più noto, ma vi sono anche alcuni dei relitti di Rifondazione Comunista. Chi prima ha voluto e votato la guerra contro la Federazione Jugoslava nel 1999 e chi ha sostenuto poi col voto parlamentare l’occupazione dell’Afghanistan, ha contribuito a preparare la nuova avventura coloniale dell’Italia e ne è dunque corresponsabile. Il fatto che il voto parlamentare su questioni di tale rilevanza sia avvenuto con una convocazione straordinaria della Camera dopo lo scioglimento del Parlamento in vista delle elezioni di marzo, in piena campagna elettorale, mostra quanto siano illusorie le pretese di rappresentanza diretta o di potere popolare, specie all’interno di queste istituzioni. Il Movimento 5 Stelle e Liberi Uguali, che avrebbero avuto per alcuni il “merito” di ottenere che la questione venisse sottoposta al voto parlamentare, hanno utilizzato il Parlamento come semplice tribuna di campagna elettorale.

Nel 2015 a Tunisi si tenne un incontro anarchico del Mediterraneo, convocato dai gruppi libertari e anarchici tunisini che sono sorti nel periodo rivoluzionario del 2011. Durante tale incontro, anche su spinta delle delegazioni della Federazione Anarchica Italiana e della Federazione Anarchica Siciliana, venne considerato il rischio di ingerenza militare e politica europea nel paese, che avrebbe potuto aggravare il rischio segnalato dai compagni tunisini di una chiusura autoritaria e repressiva degli spazi di agibilità e libertà apertisi con l’insurrezione del 2011. Al termine dell’incontro venne per questo pubblicato un breve comunicato in cui si affermava il comune impegno di solidarietà internazionalista contro ogni involuzione autoritaria e contro ogni guerra. Dobbiamo sostenere i nostri compagni e tutti gli sfruttati che subiscono l’ingerenza coloniale e la prepotenza politica e militare dello Stato italiano in altri paesi.

L’urgenza di oggi, ora più che mai di fronte alle nuove missioni in Africa, è quella di partire dalle situazioni di lotta, dagli organismi di base, dalle realtà autogestite e solidali in cui siamo presenti per rilanciare un intervento antimilitarista nuovo, ancorato alle più calde questioni sociali, in una prospettiva rivoluzionaria e internazionalista di liberazione sociale. L’urgenza è opporsi alla guerra, alle varie forme in cui essa si riproduce a livello interno, specie in termini di militarizzazione e controllo sociale, così come alle missioni di guerra all’estero di cui le nuove missioni colonialiste in Africa sono l’ultimo e più grave sviluppo.

Dario Antonelli

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In piazza contro il nuovo colonialismo!

No al nuovo colonialismo!

Contro le nuove missioni militari in Africa
Presidio in Piazza Cavour a Livorno
domenica 4 febbraio dalle 16:30

La Camera dei Deputati il 17 gennaio scorso, nel silenzio dei media, ha deciso l’inizio di nuove missioni militari in Africa, oltre a confermare quelle già in corso. Nei prossimi mesi quasi 1000 soldati e oltre 200 mezzi militari saranno inviati in Libia, Niger e Tunisia. Viene così raddoppiata la presenza militare italiana in Africa, cresciuta moltissimo dopo il 2011, quando l’Italia ha aggredito la Libia con bombardamenti aerei.

Contro i “trafficanti di esseri umani”?
Si va in Libia e Niger, ci dice il governo, per tutelare i migranti e a fermare i “trafficanti di esseri umani”. Ma è stata proprio la classe dirigente italiana a preparare la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, quando morirono 368 persone che cercavano di raggiungere l’Italia. Questa strage fu strumentalizzata per dare il via alla missione “Mare Nostrum”, che ha creato le condizioni per inviare le truppe in Libia a difendere gli interessi dell’ENI sul petrolio. Proprio il governo italiano ha concorso, in accordo con un governo locale, alla creazione dei lager per migranti in Libia. L’orrore di quei lager è ora la giustificazione per inviare ancora più truppe in Libia e per inviare soldati in Niger.

In Tunisia per far cosa?
I militari italiani vi costituiranno un Comando di Brigata della NATO. Nel 2011 l’insurrezione popolare ha fatto cadere il regime di Ben Ali, e oggi vi è un forte malcontento per i gravi problemi sociali non risolti dalla “rivoluzione interrotta”. Le prime settimane del 2018 sono state segnate da grandi proteste contro l’aumento dei prezzi e contro le riforme antipopolari imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Il governo tunisino ha represso nel sangue le proteste, utilizzando i militari per sparare sui manifestanti. I soldati italiani e la NATO saranno in Tunisia dunque anche come garanzia della “stabilità” del paese. Per imporre la politica di sfruttamento ci vuole la forza delle armi. Inoltre, un Comando NATO in Tunisia, paese strategico per il controllo del nord Africa, prepara il terreno per nuovi interventi militari nella regione.
Nessuno scopo umanitario. Lo stesso governo non parla di missioni “umanitarie” ma di missioni per la “sicurezza nazionale”. I soldati italiani vanno in Africa per interessi economici enormi: l’uranio in Niger, gli interessi ENI in Libia e in Nigeria, il gasdotto che attraverso la Tunisia porta in Italia il gas algerino, il mercato delle ex-colonie francesi. L’Italia entra ufficialmente nelle guerre in Africa per partecipare alla grande spartizione del continente tra le potenze mondiali.

Nessun appoggio all’imperialismo, a cominciare da quello “nostrale”!
Ritorna, in altre forme, la politica coloniale. In passato, prima e durante il fascismo, questa ha prodotto razzie e atrocità ai danni delle popolazioni locali, morte e malattie per i soldati e nessun beneficio per la grande maggioranza della popolazione italiana. E oggi? Non ci sono motivi per pensare che andrà diversamente. Ci guadagnerà la classe dirigente, gli industriali, specie quelli collegati alla produzione militare, i finanzieri, i generali se hanno fatto bene i loro calcoli, ma se risulteranno sbagliati saremo comunque noi a dover pagare, con ulteriori sacrifici e privazioni. Le nuove missioni costeranno 118.798.581 euro. Che si aggiungono vanno a una spesa militare stimata a 25 miliardi per il 2018. 68 milioni al giorno. A noi resteranno solo tasche vuote, peggiori condizioni di vita e di lavoro e un aumento dei rischi e delle restrizioni connesse alla guerra: maggiore controllo sociale, restrizione delle libertà, militarizzazione del territorio, gerarchizzazione della società, repressione del dissenso, aumento della propaganda paranoide sul rischio terrorismo, coinvolgimento più o meno diretto nelle guerre e nei loro più tragici effetti.

Nessun appoggio al nuovo colonialismo! Rientro in Italia di tutti i militari! Guerra alle guerre!

Antimilitaristi livornesi

24 MAGGIO 1915: L’ITALIA ENTRA IN GUERRA

COME OGNI ANNO DEVE ESSERE RICORDATA SEMPRE LA SCELLERATEZZA DELLA MONARCHIA ,DEI GOVERNANTI, DELLA BORGHESIA, CAPACI DI GETTARE MILIONI DI VITE UMANE DENTRO AD UNA TRAGEDIA DI INCALCOLABILE PORTATA PER LA LORO INSENSATA VOLONTA’ DI POTENZA, DOMINIO, SFRUTTAMENTO.
NON DIMENTICARE MAI E RICORDARE SEMPRE DA CHE PARTE SI COLLOCANO GRAVISSIME RESPONSABILITA’ STORICHE.
RICORDARE SEMPRE ANCHE SE SONO PASSATI PIU’ DI CENT’ANNI PERCHE’ L’ORRORE DELLA GUERRA, COME DIMOSTRANO LE CRONACHE DELL’ATTUALITA’, E’ SEMPRE IN AGGUATO AD OGNI TORNANTE DELLA STORIA.

gabriele d'annunzio aeronautica

Gabriele D’Annunzio

24 Maggio 1915: “mormorò il Piave” e gli italiani furono gettati, grazie ad un vero colpo di stato militar-monarchico, nella fornace divoratrice della prima guerra mondiale.
L’Italia non era obbligata a entrare in guerra.
Sebbene la Triplice Alleanza (sottoscritta per la prima volta nel 1882) la legasse formalmente all’Austria e alla Germania, il fatto che l’Austria non l’avesse consultata prima di dichiarare guerra alla Serbia alla fine del luglio 1914 aveva significato che a rigore l’Italia era sciolta dai suoi obblighi.
Così mentre l’Europa mobilitava i suoi eserciti e nel corso dell’Agosto 1914 prese a scivolare verso la catastrofe, l’Italia annunciò la sua neutralità.
E molti, compresi Giolitti e una maggioranza di deputati, pensavano dovesse rimanere neutrale. Erano convinti che il Paese fosse economicamente troppo fragile per sopportare un conflitto di grandi dimensioni, tanto più a così breve distanza dall’invasione della Libia (1911).
Giolitti suggerì che l’Italia aveva da guadagnare “parecchio” contrattando con entrambe le parti la sua rinuncia a combattere.
Ma il Presidente del Consiglio del momento, Salandra, e il suo ministro degli Esteri, Sonnino, condussero negoziati segretissimi con i governi di Londra e Parigi da un lato e di Vienna e Berlino dall’altro (nello spirito di quello che Salandra chiamò “sacro egoismo”) con l’intenzione di accertare quale prezzo l’Italia poteva spuntare per il suo intervento nel conflitto.
Gli interventisti costituivano un fascio di forze eterogenee che agivano per motivazioni diverse.
C’era una minoranza di idealisti liberali. C’era il Re, che aveva ricevuto un’educazione militare e che voleva ridurre l’influenza di Giolitti, così come suo nonno aveva tentato di liberarsi di quella di Cavour.
La maggior parte dei massoni e degli studenti universitari dotati di più viva coscienza politica erano interventisti, e gli irredentisti naturalmente lo erano “in toto”.
Il partito nazionalista, non appena cominciò a svanire la sua originaria speranza di una guerra contro la Francia, fece fronte comune contro la Germania, dato che per esso una guerra qualsiasi era meglio che nessuna guerra.
I futuristi pure erano decisamente per la guerra, vista come un rapido ed eroico mezzo per raggiungere potenza e ricchezza nazionale: nel settembre del 1914 interruppero a Roma un’opera di Puccini per bruciare sul palcoscenico una bandiera austriaca.
Marinetti dichiarò che i futuristi avevano sempre considerato la guerra come l’unica fonte di ispirazione artistica e di purificazione morale e che essa avrebbe ringiovanito l’Italia, l’avrebbe arricchita di uomini d’azione e l’avrebbe infine costretta a non vivere più del suo passato, delle sue rovine e del suo clima.
Strani compagni di viaggio di questi elementi d’avanguardia erano i conservatori che continuavano la tradizione francofila di Visconti Venosta e di Bonghi, ma anche Salvemini e i socialisti riformisti, i quali volevano una guerra condotta con generoso idealismo, nel nome della libertà e della democrazia, contro la Germania che aveva invaso il Belgio violandone la neutralità.
I socialisti rivoluzionari con a capo Mussolini furono sorpresi di essersi venuti a trovare nello stesso campo neutralista in compagnia dei loro tre principali nemici, Giolitti, Turati e il Papa.
Ma nell’ottobre 1914 Mussolini modificò il suo atteggiamento in “neutralità condizionata” per abbracciare infine nel novembre la tesi opposta dell’interventismo dichiarato.
Può darsi che questo sconcertante cambiamento fosse dovuto al denaro francese, ma senza dubbio influì su Mussolini la convinzione che la guerra avrebbe potuto preparare il terreno alla rivoluzione e abituare le masse alla violenza e alle armi.
De Ambris, Corridoni e gli altri superstiti del sindacalismo rivoluzionario aderirono a questa visione.
Arrivarono poi, nella primavera del 1915, quelle poi definite “le radiose giornate di maggio”: il contributo offerto in quei giorni da D’Annunzio con i suoi infiammati discorsi di Genova e di Roma e da De Ambris e Corridoni con le agitazioni suscitate in quel centro nevralgico che era Milano risultavano decisive per il colpo pensato dalla minoranza interventista.
Per la propaganda il governo fece ricorso ai fondi segreti, e la polizia aveva da lungo tempo imparato sotto Giolitti l’arte di organizzare “manifestazioni popolari spontanee”.
Come poi osservò Salandra, queste manifestazioni erano guidati in massima parte da studenti universitari che, poi, nell’immediato dopoguerra tornati dal fronte come ufficiali avrebbero formato il nucleo più importante degli Arditi e delle squadre d’azione fasciste.
D’Annunzio, tornato dalla Francia dove si era nascosto per sfuggire ai creditori, fu informato preventivamente del Trattato di Londra e adeguatamente retribuito per la sua opera di propaganda e concluse i suoi discorsi di Genova (4 Maggio, allo scoglio di Quarto) e di Roma (12 e 13 Maggio) con questa proclamazione:
“O compagni, questa guerra che sembra opera di distruzione e di abominazione, è la più feconda matrice di bellezza e di virtù apparsa sulla terra”.
Tale fu la carica emotiva di quel maggio 1915 che alcuni guardarono poi a esso come a un momento di rigenerazione, il momento nel quale l’Italia aveva deciso di combattere per la giustizia e di vincere per la democrazia.
Un abbaglio colossale.
Il 20 maggio la Camera concesse al Governo i pieni poteri con una maggioranza di 407 voti contro 74 (Giolitti era già rientrato in Piemonte).
Il Partito Socialista votò contro, diventando l’unico partito europeo di estrema sinistra fuori dalla Russia a non dare il suo appoggio al conflitto.
Il 24 Maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria.
Una nazione lacerata nel suo tessuto morale si apprestava a sostenere uno scontro che sarebbe durato più di 3 anni lasciando sul terreno 650.000 morti e un milione di feriti.
I fanti, che presto si sarebbero trovati a morire nelle trincee, non avrebbero certo potuto non sentire tutta la brutalità e tutto il cinismo di chi li aveva trascinati alla guerra attraverso una simile mistificante retorica.
Una lezione della storia, da non dimenticare mai.
Le porte ad una delle più grandi tragedie della storia erano ormai aperte e, alla fine, in fondo al tunnel non sarebbe rimasto altro da fare che imboccare il tunnel della dittatura fascista.

Franco Asteng

Messina / “Attraverseremo l’intera Sicilia contro il G7”

Dall’isola: “Il vertice avrà lo scopo di rafforzare le alleanze politico-militari e il contrasto con l’uso della forza delle migrazioni. Di fronte a questi terribili scenari odierni e futuri crediamo sia necessario di mobilitarci da subito”.

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Il 26 e 27 maggio Taormina ospiterà il vertice delle sette maggiori potenzi economiche globali.

In Sicilia orientale le realtà autogestite iniziano a preparare la mobilitazione: una prima assemblea generale si è svolta lo scorso 10 dicembre: “Non pensiamo ad un semplice controvertice – si legge sul sito dell’associazione Officina Rebelde – non pensiamo a un percorso di mobilitazione che confini il proprio agire politico a un calendario di assemblee e ad un corteo, pensiamo a movimenti che attraversino l’intera isola”.

“Il G7 formalizza annualmente le misure di austerità neoliberiste da applicare internazionalmente o gli interventi di guerra planetaria sempre più spesso subappaltate all’organizzazione della Nato”, si legge nell’appello alla contestazione che circola da alcune settimane, riportato sullo steso sito a firma #StopG7.

“Secondo le prime indiscrezioni -prosegue il testo – il summit di Taormina affronterà alcuni dei conflitti più sanguinosi scatenati nell’area mediterranea e mediorientale e l’immancabile ‘lotta al terrorismo (islamico)’ e, per la prima volta in ambito G7, il tema delle ‘emergenze’ prodotte dalle migrazioni mondiali. Il vertice di Taormina avrà cioè lo scopo di rafforzare le alleanze politico-militari nel quadro dell’escalation bellica globale e il contrasto con l’uso della forza delle migrazioni e della fuga di milioni di persone dalle guerre e dai crimini socio-ambientali. Scelte scellerate che avranno innanzitutto ricadute dirette sulla vita e le libertà dei cittadini dei paesi membri del G7. Angela Merkel ha fatto sapere che proporrà di creare nei paesi occidentali ‘sempre più esposti’ agli attacchi terroristici, una speciale guardia nazionale che contribuisca a ‘potenziare i livelli di sicurezza nelle città’, da affiancare alle forze dell’ordine e composta da ‘volontari con adeguato addestramento militare’. Si tratta cioè di implementare in larga scala quanto pianificato in ambito Usa-Ue-Nato con le cosiddette ‘Operazioni militari in ambito urbano’”.

Una decisione, quella di svolgere il G7 in Sicilia, che non pare casuale: “L’Isola ha assunto ormai un ruolo chiave nelle strategie di guerra mondiali: l’installazione a Niscemi del terminale terrestre del Muos, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate Usa; la trasformazione della grande base di Sigonella in uno dei maggiori centri per la operazioni dei droni Usa, Nato e Ue; l’uso costante degli scali aerei di Trapani-Birgi e Pantelleria per i bombardamenti e le attività di spionaggio top secret in Nord Africa; i devastanti processi di militarizzazione che hanno investito Augusta (hub navale Usa e Nato), Lampedusa, ecc., testimoniano la portata altamente distruttiva delle infrastrutture belliche realizzate e ampliate in Sicilia negli ultimi anni. A ciò si aggiunge il ruolo di vera e propria fortezza assunto dalla Sicilia per conto dell’Unione europea e della famigerata agenzia di controllo delle frontiere Frontex nelle politiche di contrasto delle migrazioni, con l’uso dei porti e degli aeroporti da parte dei mezzi militari Ue-Nato impegnati a far la guerra ai migranti e ai richiedenti asilo nel Mediterraneo o la trasformazione di sempre maggiori aree urbane ed extraurbane in hotspot e centri-lager dove detenere in condizioni disumane chi è scampato ai naufragi e ai bombardamenti. Pseudo modalità di “accoglienza” che rispondono esclusivamente a logiche di controllo securitario (anche grazie al coinvolgimento strumentale del ‘volontariato’) e che contribuiscono a dilapidare sempre più ingenti risorse pubbliche alimentando gli affari di grandi e piccoli operatori economici (che sempre più spesso si intrecciano con i circuiti dell’economia criminale) e la precarietà per i lavoratori. Di fronte a questi terribili scenari odierni e futuri – è la conclusione dell’appello – crediamo sia necessario di mobilitarci da subito”.

http://www.zic.it/messina-attraverseremo-intera-sicilia-contro-il-g7/

Nome in codice: Caesar

Il 4 ottobre, alle 11, a Roma, nella sede della Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana), in corso Vittorio Emanuele II, 349 (primo piano), si terrà la presentazione della mostra fotografica “Nome in codice: Caesar, detenuti siriani vittime di tortura”, organizzata da Amnesty International Italia, Focsiv, Unimed, Un ponte per, Fnsi e Articolo 21.

La mostra, già esposta alle Nazioni Unite di New York, alla commissione Affari Esteri del Congresso degli Stati Uniti, al museo dell’Olocausto di Washington e nelle principali città europee, dal 5 all’8 ottobre porterà al museo Maxxi di Roma una selezione delle 55mila immagini prodotte da Caesar.

Caesar è il nome in codice attribuito ad un ex-ufficiale della polizia militare siriana incaricato di fotografare la morte e le torture subite dai detenuti nelle carceri di Bashar al Assad tra il 2011 e il 2013, e che ha, poi, trafugato l’intero archivio fotografico che documenta tali atrocità praticate sul proprio popolo.
Una macabra documentazione voluta da un regime che non ha la benché minima compassione neanche di fronte la morte.

Durante la conferenza stampa sarà illustrato il significato della mostra: una documentazione dei crimini contro l’umanità commessi nelle carceri siriane dal 2011, immagini certificate e dichiarate ammissibili in caso di processo al regime siriano per i crimini di guerra da un’autorevole commissione internazionale di esperti forensi e giudici.

Inoltre, verrà letto un messaggio di Caesar e saranno messe in evidenza le principali novità politico-giudiziarie internazionali emerse dall’ultimo rapporto di Amnesty International. Infine, saranno illustrate le iniziative politico-culturali che avranno luogo in occasione dell’inaugurazione, il 5 ottobre, alle 18, e della chiusura dell’esposizione, sabato 8 ottobre, sempre alle 18.

Alla presentazione della mostra interverranno: Riccardo Noury, Amnesty International Italia; Barbara Scaramucci, Articolo 21; Attilio Ascani, Focsiv; Raffaele Lorusso, Fnsi; prof. Franco Rizzi, Unimed; Domenico Chirico, Un Ponte Per; Moaz, Caesar Team. Apertura di Lorenzo Trombetta, corrispondente Ansa da Beirut: “Cosa significa questa mostra”. Coordina Amedeo Ricucci, giornalista Rai.

Nome in codice: Caesar

Chi vuol essere bombardato?

 

Cantautore lampedusano e tra i fondatori del Collettivo Askavusa, particolarmente impegnato sul tema dell’accoglienza, Giacomo Sferlazzo ha scelto un modo peculiare per irridere i luoghi comuni del militarismo e della preparazione alla guerra dell’occidente contro i “nemici della libertà. S’è inventato una campagna pubblicitaria fake volta a promuovere il video “Chi vuol essere bombardato?”. I dettagli di questa articolata operazione, dalla vena particolarmente dissacrante, sono stati spiegati nel suo blog1.
Al momento ci limitiamo a segnalare che, con singolare trovata, si faceva riferimento ad un ipotetico programma televisivo intitolato, appunto, “Chi vuol esser bombardato”, versione guerresca del celebre “Chi vuol essere milionario”…il diffondersi sul web e sui social network della notizia della messa in onda di questa trasmissione, ha provocato le reazioni più disparate, tra cui una petizione online per impedirne la messa in onda…
in sostanza, come meglio si spiega nell’articolo sul blog del cantautore, la provocazione ha sortito effetti, mettendo a nudo l’incapacità di distinguere tra vero e propria di tanti utenti dei social.

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o49012:e1

Terrorismo e democrazie in saldo: quando l’emergenza si fa norma

di Ndack Mbaye

La storia e la società non si prestano ad essere comprese nelle sale dei palazzi del Potere, né tantomeno da questi palazzi possiamo aspettarci esaustive risposte ai problemi del nostro Tempo.

Nonostante questa consapevolezza, il potere giudiziario si arroga sempre più il diritto di far fronte alle sfide nel nostro tempo in via esclusiva, piegato da un potere esecutivo che nella normazione animata da puro spirito securitario ha trovato la sua unica ragion d’essere.

L’uso degli strumenti messi a disposizione dal diritto nasce da scelte politiche, che possono essere le più diverse. Il pericolo che si annida dietro a scelte politiche dettate da contingenze emergenziali è di trasformare le deroghe ai Principi fondamentali del diritto in vere e proprie regole, giacchè le emergenze stesse, secondo un italico vizio, non sono mai fenomeni eccezionali e limitati nel tempo.

Questa schizofrenia giuridica ha caratterizzato e continua a caratterizzare l’approccio normativo in contrasto al fenomeno del Terrorismo.

L’evoluzione normativa ci ha visto passare dalla fattispecie di Eversione, non corredata da finalità terroristiche e insufficiente a fornire una risposta adeguata sul piano del terrorismo internazionale, a un approccio più serrato sulla spinta degli attacchi terroristici del 2001.

La l. 438/2001, infatti, mantiene invariati gli elementi oggettivi del reato di Eversione (quali la creazione di un apparato organizzativo e il compimento di atti di violenza) ma rimodella l’elemento soggettivo dell’art 270 bis del Codice penale indicando, come alternativa alla finalità eversiva, la finalità terroristica. E, mentre l’eversione si limita ad essere esplicata entro i confini nazionali, il terrorismo è passibile di lettura in chiave internazionalistica.

La descrizione del terrorismo come una finalità invece che come una condotta, e quindi il dare centralità allo scopo a discapito degli atti, costituisce il culmine del processo di soggettivizzazione del giudizio penale e rappresenta l’elemento fondante del “Diritto penale del nemico” teorizzato dal giurista e filosofo Gunther Jakobs.

Nel leggere in questo modo il Diritto Penale, la materia smette di essere a tutela dell’individuo e si pone in aperta lotta contro questo, giustificandosi con l’esigenza di annientare il soggetto che mettendosi contro lo Stato ne diventa nemico e contravviene al Contratto sociale: l’individuo smette di essere cittadino e mettendo in discussione lo Stato non merita più le garanzie e le tutele di cui godeva in seno a questo.

Anche se il modello binario cittadino/nemico è stato presto scartato dalla dottrina internazionale, per arrivare alla teorizzazione di forme differenziate di risposte penale, nel senso di un più forte contrasto ai fenomeni di terrorismo e criminalità organizzata senza con ciò trasformare il diritto penale e il processo in uno strumento di lotta, gli strascichi di una simile mentalità sono comunque rimasti.

Negli anni si sono susseguite varie definizioni giurisprudenziali della finalità di terrorismo, fino ad arrivare alla definizione generale del 2005 che, all’art 270 sexies cp, recita così:

“Sono considerate con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale, nonché le altre condotte definite terroristiche o commesse con finalità di terrorismo da convenzioni o altre norme di diritto internazionale vincolanti per l’Italia.”

La definizione è praticamente una trasposizione di quella europea, ma le sue maglie vengono rese più lasche per agevolare la riconduzione della fattispecie in esame a più fenomeni possibili, soprattutto a reati rivolti contro le cose e non solo contro l’incolumità delle persone.

I doli specifici cui mira il terrorista, sono quindi:

– L’intimidazione della popolazione

– La destabilizzazione delle strutture dell’organizzazione statale

– Il costringere i poteri pubblici a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto.

 

E c’è di che allarmarsi: se viene considerato come terroristico lo scopo di costringere dal basso chi detiene il potere a cambiare linea politica, può essere criminalizzata qualsiasi ipotesi di movimento sociale; anche perché nel testo italiano manca la trasposizione, seppur simbolica, della premessa comunitaria che tutela la libertà di associazione di espressione e di azione sindacale.

Basti ricordarsi dei processi a carico degli attivisti No tav per rendersi conto di come questa criminalizzazione non sia puro allarmismo.

Con il decreto antiterrorismo, diventato legge nell’Aprile del 2015, si sono ampliate le condotte con finalità terroristiche e le misure di prevenzione con l’evidente e unico intento di colmare le lacune che in passato hanno portato a diverse sentenze assolutorie.

Una tale reazione si comprende facilmente in un’epoca segnata profondamente dal terrorismo di matrice cosiddetta -e spesso a sproposito- islamica, ma necessita di essere passata a un vaglio razionale per comprenderne la conformità a effettive esigenze di tutela e di garanzia dei diritti e delle libertà fondamentali dell’individuo da gravi abusi nell’esercizio del potere punitivo.

La radicalizzazione dell’intervento repressivo espande la punibilità sempre più verso condotte preparatorie, o considerate tali, anticipando anche la risposta dello Stato: ne sono un esempio le espulsioni preventive poste in essere in questi giorni.

La questione dell’espulsione, merita di essere trattata in modo più esaustivo.

Ex lege e come possiamo apprendere dalla cronaca, qualsiasi condotta sintomatica del mero atteggiamento interiore (come l’impegno verbale di farsi jihadisti o il visitare siti inseriti in qualche black list) è sufficiente per essere espulsi, senza processo né nulla. Senza soffermarci sulle possibili violazioni della Cedu e della nostra Costituzione, che sanciscono il diritto di tutti a un giusto processo e a non essere estradati verso Paesi ove non sia garantito il rispetto dei Diritti fondamentali dell’individuo, è interessante vedere come in un’unica risposta dello Stato siano presenti tutte le sue debolezze.

Con l’espulsione immediata, lo Stato dimostra di non avere alcun interesse ad evitare la radicalizzazione che decanta di voler annientare.

Se un soggetto è pericoloso e si ritiene voglia commettere un attentato non è forse più saggio porlo in stato di fermo? La società e l’individuo non meritano un processo?

Si fa un gran parlare del dovere di preservare la nostra democrazia di fronte agli affondi di chi la vorrebbe distruggere, eppure siamo i primi a mettere al primo posto una risposta veloce invece che una giusta, dimentichi degli elevati costi umani che questa porta con sé: delle persone in carne ed ossa possono essere espulse dal territorio nazionale, o sottoposte a custodia cautelare in carcere, o condannate per direttissima, e dunque subire lesioni irreversibili della propria libertà e dignità personale, in base a norme in aperto contrasto con i principi di determinatezza e necessaria offensività sanciti dalla nostra Costituzione, oltre che in contrasto con gli altri principi fondamentali già evidenziati.

La questione certamente non è di facile risoluzione ed è evidente la difficoltà di trattare in modo esaustivo un tema vasto e così complesso, ma qui manca proprio il tentativo di procedere in questo senso. Assistiamo esclusivamente alla bulimia di chi ingurgita paura e odio e vomita altrettanta ossessione securitaria, lasciando a terra i resti di cui si nutriranno i veri spettri del nostro tempo: le diseguaglianze, la povertà, l’emarginazione, il disagio esistenziale e la disintegrazione di una società e una cultura che tentano invano di sopravvivere a loro stesse.

Viviamo in balia degli stessi demoni che, dall’alto della nostra superiorità, riscontriamo nell’altro. Quell’Altro che temiamo venga qui a tirarci le bombe, ma che a conti fatti è già tra noi e parte di noi.

Del resto, come un dogma è tradizione che non viene passata al vaglio della storia, così la nostra società è dogmatica quanto la religione di cui oggi ha così tanta paura, non riconoscendo la necessità di disvelare e accettare la nuova grammatica con cui esprime se stessa.

E oltre a tutto ciò, sul piano prettamente del diritto, restano in piedi le costruzioni mostruose dei nostri giorni: norme scritte senza rispondere ai principi che le dovrebbero ispirare, appesantite da aggravanti che hanno il solo fine di coprire qualsiasi sfumatura casistica emotivamente allarmante.

Quando l’emergenza del “terrorismo islamico” smetterà di essere considerata tale e, soprattutto smetterà di essere il terreno su cui giocare le campagne elettorali, questo cimitero di aborti del diritto continuerà a proiettare le sue ombre. L’intero impianto della normativa antiterrorismo, con i suoi limiti e le sue contraddizioni, costruito avendo in mente un nemico ben preciso, verrà usato per chi resta, i soliti noti che si mettono in contrasto con l’Ordine costituito: i movimenti, gli attori del conflitto sociale tutto, chiunque venga visto come una minaccia per il nostro mondo così come lo conosciamo.

Ed è proprio in ciò che risiede la principale e vera minaccia del terrorismo: lo spingerci a preservare la nostra quotidianità e il nostro status, prima di verificare cosa stiamo effettivamente difendendo; lo spingerci a costruire barriere prima ancora di sapere chi è che vogliamo lasciare al di là di queste; lo spingerci a punire quante più persone possibile per darci l’illusione di essere tutelati e di meritare questo trattamento da vittime tanto incomprese quanto ipocrite.

A conti fatti le vere minacce arrivano da dove meno ce le aspettiamo. E le combattiamo ugualmente male.

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/terrorismo-e-democrazie-in-saldo-quando-lemergenza-si-fa-norma/20268

Il dissequestro del MUOS tra guerra globale e resistenze dal basso

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di Matteo De Checchi

È caduto “a fagiulo”, come si suol dire, il dissequestro del Mous, in un caldo venerdì d’agosto tra vacanzieri indaffarati a trovarsi un angolino di spiaggia paradisiaca e la notizia dei nuovi (gli ennesimi) bombardamenti americani in Libia.

Il 5 agosto il Tribunale del Riesame di Catania, in secondo grado di giudizio, ha accolto il ricorso del Ministero della Difesa, rappresentato dall’Avvocatura dello Stato, teso ad ottenere il dissequestro del MOUS.

E dire che ad inizio giugno, in primo grado, il Tribunale di Caltagirone aveva respinto la richiesta di dissequestro avanzata dal Ministero sostenendo la fondatezza delle ipotesi di reato per infrazioni delle norme inerenti l’edificabilità in una zona protetta come la Sughereta di Niscemi. Ma, come si sa, un tribunale di una dispersa provincia siciliana poco può fare contro i grandi interessi politico-militari che muovono l’intero contesto mondiale, tra guerre per esportare la democrazia e operazioni militari contro fantomatiche postazioni dei jihadisti. Il dissequestro del Mous si inquadra proprio in quest’ultimo caso: i primi di agosto gli americani, per bocca dello stesso Obama, hanno comunicato l’inizio dei bombardamenti in Libia (in particolare a Sirte) per contrastare l’avanzata del gruppo Stato Islamico (IS) appellandosi alla richiesta d’aiuto avanzata dal governo di unità nazionale libico (Gna) guidato da Fayez al Sarraj, senza chiedere una minima autorizzazione internazionale, rifacendosi invece all’Aumf, l’Autorizzazione all’uso della forza militare voluta, dopo l’11 settembre 2001, dal guerrafondaio Bush per “stanare” i terroristi di Al Qaeda.

Al di là dei drammatici risvolti di una nuova guerra in un contesto territoriale difficile e frammentato da lotte intestine per accaparrarsi i pozzi di petrolio, il Mous diventa un’importante pedina per il controllo dei droni americani, stanziati a Sigonella, usati per bombardare la Libia. Le parabole sono di fatto fondamentali come supporto operativo e logistico in guerre tecnologiche sempre più “controllate” a distanza, dove i morti civili vengono derubricati ad “incidenti”.

E l’Italia come ha risposto a questo ennesimo atto illegittimo da parte degli americani? Il Governo, dopo una fase di temporeggiamento, si è chinato al volere americano dando di fatto un appoggio logistico alla missione, in particolare dalle basi di Sigonella ed Aviano; i politici siciliani, una volta chiusa la campagna elettorale, si sono trasformati da paladini del No Mous a silenziosi lecchini della bandiera a stella e strisce, donatori di un territorio che prima, quando servivano i voti, millantavano di voler difendere. Il caso Crocetta su tutti.

La resistenza, quella vera, è affidata, oggi più che mai, alle comunità che vivono quei territori, che quotidianamente lottano contro la loro deturpazione e contro la guerra; la trasformazione dal basso che ha dato vita ad un vasto e forte movimento popolare di opposizione al Mous è oggi la chiave di volta per scardinare un sistema di connivenze e servile ossequio che, negli ultimi decenni, ha fatto milioni di morti.

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/il-dissequestro-del-muos-tra-guerra-globale-e-resistenze-dal-basso/20270

Fermiamo la guerra

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Da Sigonella riparte l’avventura coloniale a comando Usa

Fermiamo la guerra in Libia, rompiamo con le servitù militari!

Da tre giorni sono in corso i raid Usa a Sirte, che continueranno per almeno un mese.

Nonostante si tratti di un’offensiva ufficialmente diretta al contrasto dei miliziani Isis, fonti giornalistiche libiche – scrive il Manifesto – riferiscono che le prime bombe a stelle e strisce hanno colpito anche il centro storico della città, densamente abitato da civili. A conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che le “missioni di pace” e i bombardamenti “mirati” o “intelligenti” sono solo un’ignobile invenzione della propaganda mediatica, e che a pagare il tragico prezzo delle guerre sono sempre e soprattutto le popolazioni inermi. Lo Stato italiano, come di consueto, è in prima fila nel giocare il fondamentale ruolo di supporto logistico alla nuova avventura coloniale in Libia, mettendo a disposizione degli Usa le proprie basi militari. Il governo Renzi ieri ha dato il via libera all’utilizzo dell’aeroporto di Sigonella – capitale mondiale dei droni – anche se alcune fonti rivelano che già da lunedì i primi attacchi aerei sono partiti proprio dalla base siciliana. Ancora una volta la Sicilia – con il Muos di Niscemi, gli aeroporti di Sigonella e Birgi-Trapani e le basi (italiana e Nato) di Augusta in prima fila – sarà la principale piattaforma di lancio dell’ennesima aggressione imperialista. Il ministro degli Esteri Gentiloni, intanto, nell’esprimere apprezzamento per i bombardamenti statunitensi, ha fatto sapere che non si esclude un diretto intervento militare italiano. E’ ormai chiaro, però, che già da mesi l’Italia è militarmente coinvolta non solo in Libia ma anche in Iraq e Siria, attraverso l’impiego dei suoi reparti speciali, senza che vi sia stata alcuna previa decisione del Parlamento.

Dopo avere destabilizzato l’area mediorientale e nordafricana, adesso le potenze occidentali non possono fare altro che avvinghiarsi nella spirale della guerra, senza quel progetto di ricostruzione di sistemi di equità e giustizia sociale con cui ammantano ogni aggressione imperialista. Questa guerra produrrà altra violenza ed esporrà ancora di più la nostra terra ad ogni tipo di rappresaglia. Quale sia l’interesse del governo Renzi a un rapido scioglimento del nodo libico, oltre alla salvaguardia degli interessi petroliferi dell’ENI, lo ha chiarito lo stesso Gentiloni: “il 90% dei migranti in Italia arrivano dalla Libia – ha dichiarato il ministro – e questo è il motivo per cui ci interessa così tanto la sua stabilizzazione”. Cioè, la partecipazione italiana alla missione di Sirte, in quest’ottica neocolonialista, ha l’obbiettivo strategico di ottenere dal governo di Fayez Al Sarraj – beneficiario della “stabilizzazione” forzata – un accordo (proprio come fece Berlusconi con Gheddafi) che impedisca a migranti e profughi di partire, condannandoli perciò alla tortura e alla morte nelle galere libiche.

E mentre i droni statunitensi attraversano il Mediterraneo alla volta della Libia, in queste stesse ore sul Mar Egeo sono dispiegate le navi della Nato con il compito di respingere i migranti in fuga sulla rotta balcanica, per riconsegnarli nelle mani del macellaio Erdogan e del suo regime fascista che con l’Isis traffica in armi e petrolio. E’ uno scenario di guerra permanente – orchestrato da Usa, potenze europee e petro-monarchie – che, dietro la propaganda del contrasto allo Stato Islamico, persegue il duplice scopo di bloccare le migrazioni e soffocare e deviare i processi di autodeterminazione dei popoli che si sollevano contro le dittature.

Siamo consapevoli che – da sempre – dire “no” ai conflitti armati, mobilitarsi per fermare le guerre, significa soprattutto opporsi e lottare contro la continua corsa agli armamenti e il business dell’industria bellica, la militarizzazione e l’asservimento dei territori.

Domenica 7 agosto, come annunciato, terremo un presidio ad Augusta per rivendicare la smilitarizzazione del comprensorio costiero di Punta Izzo. E questa sarà anche l’occasione per alzare la nostra voce di dissenso, da una delle principali piazzeforti del Mediterraneo, al nuovo intervento militare in Libia.

Contro guerre e militarizzazioni, in qualunque regione del globo. Affinché le basi di morte siano convertite per usi civili in luoghi di vita e socialità, per un Mediterraneo di pace e solidarietà.

La Sicilia non è zona di guerra – Via le basi Usa-Nato dalla nostra terra!

http://www.nomuos.info/fermiamo-la-guerra/