24 MAGGIO 1915: L’ITALIA ENTRA IN GUERRA

COME OGNI ANNO DEVE ESSERE RICORDATA SEMPRE LA SCELLERATEZZA DELLA MONARCHIA ,DEI GOVERNANTI, DELLA BORGHESIA, CAPACI DI GETTARE MILIONI DI VITE UMANE DENTRO AD UNA TRAGEDIA DI INCALCOLABILE PORTATA PER LA LORO INSENSATA VOLONTA’ DI POTENZA, DOMINIO, SFRUTTAMENTO.
NON DIMENTICARE MAI E RICORDARE SEMPRE DA CHE PARTE SI COLLOCANO GRAVISSIME RESPONSABILITA’ STORICHE.
RICORDARE SEMPRE ANCHE SE SONO PASSATI PIU’ DI CENT’ANNI PERCHE’ L’ORRORE DELLA GUERRA, COME DIMOSTRANO LE CRONACHE DELL’ATTUALITA’, E’ SEMPRE IN AGGUATO AD OGNI TORNANTE DELLA STORIA.

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Gabriele D’Annunzio

24 Maggio 1915: “mormorò il Piave” e gli italiani furono gettati, grazie ad un vero colpo di stato militar-monarchico, nella fornace divoratrice della prima guerra mondiale.
L’Italia non era obbligata a entrare in guerra.
Sebbene la Triplice Alleanza (sottoscritta per la prima volta nel 1882) la legasse formalmente all’Austria e alla Germania, il fatto che l’Austria non l’avesse consultata prima di dichiarare guerra alla Serbia alla fine del luglio 1914 aveva significato che a rigore l’Italia era sciolta dai suoi obblighi.
Così mentre l’Europa mobilitava i suoi eserciti e nel corso dell’Agosto 1914 prese a scivolare verso la catastrofe, l’Italia annunciò la sua neutralità.
E molti, compresi Giolitti e una maggioranza di deputati, pensavano dovesse rimanere neutrale. Erano convinti che il Paese fosse economicamente troppo fragile per sopportare un conflitto di grandi dimensioni, tanto più a così breve distanza dall’invasione della Libia (1911).
Giolitti suggerì che l’Italia aveva da guadagnare “parecchio” contrattando con entrambe le parti la sua rinuncia a combattere.
Ma il Presidente del Consiglio del momento, Salandra, e il suo ministro degli Esteri, Sonnino, condussero negoziati segretissimi con i governi di Londra e Parigi da un lato e di Vienna e Berlino dall’altro (nello spirito di quello che Salandra chiamò “sacro egoismo”) con l’intenzione di accertare quale prezzo l’Italia poteva spuntare per il suo intervento nel conflitto.
Gli interventisti costituivano un fascio di forze eterogenee che agivano per motivazioni diverse.
C’era una minoranza di idealisti liberali. C’era il Re, che aveva ricevuto un’educazione militare e che voleva ridurre l’influenza di Giolitti, così come suo nonno aveva tentato di liberarsi di quella di Cavour.
La maggior parte dei massoni e degli studenti universitari dotati di più viva coscienza politica erano interventisti, e gli irredentisti naturalmente lo erano “in toto”.
Il partito nazionalista, non appena cominciò a svanire la sua originaria speranza di una guerra contro la Francia, fece fronte comune contro la Germania, dato che per esso una guerra qualsiasi era meglio che nessuna guerra.
I futuristi pure erano decisamente per la guerra, vista come un rapido ed eroico mezzo per raggiungere potenza e ricchezza nazionale: nel settembre del 1914 interruppero a Roma un’opera di Puccini per bruciare sul palcoscenico una bandiera austriaca.
Marinetti dichiarò che i futuristi avevano sempre considerato la guerra come l’unica fonte di ispirazione artistica e di purificazione morale e che essa avrebbe ringiovanito l’Italia, l’avrebbe arricchita di uomini d’azione e l’avrebbe infine costretta a non vivere più del suo passato, delle sue rovine e del suo clima.
Strani compagni di viaggio di questi elementi d’avanguardia erano i conservatori che continuavano la tradizione francofila di Visconti Venosta e di Bonghi, ma anche Salvemini e i socialisti riformisti, i quali volevano una guerra condotta con generoso idealismo, nel nome della libertà e della democrazia, contro la Germania che aveva invaso il Belgio violandone la neutralità.
I socialisti rivoluzionari con a capo Mussolini furono sorpresi di essersi venuti a trovare nello stesso campo neutralista in compagnia dei loro tre principali nemici, Giolitti, Turati e il Papa.
Ma nell’ottobre 1914 Mussolini modificò il suo atteggiamento in “neutralità condizionata” per abbracciare infine nel novembre la tesi opposta dell’interventismo dichiarato.
Può darsi che questo sconcertante cambiamento fosse dovuto al denaro francese, ma senza dubbio influì su Mussolini la convinzione che la guerra avrebbe potuto preparare il terreno alla rivoluzione e abituare le masse alla violenza e alle armi.
De Ambris, Corridoni e gli altri superstiti del sindacalismo rivoluzionario aderirono a questa visione.
Arrivarono poi, nella primavera del 1915, quelle poi definite “le radiose giornate di maggio”: il contributo offerto in quei giorni da D’Annunzio con i suoi infiammati discorsi di Genova e di Roma e da De Ambris e Corridoni con le agitazioni suscitate in quel centro nevralgico che era Milano risultavano decisive per il colpo pensato dalla minoranza interventista.
Per la propaganda il governo fece ricorso ai fondi segreti, e la polizia aveva da lungo tempo imparato sotto Giolitti l’arte di organizzare “manifestazioni popolari spontanee”.
Come poi osservò Salandra, queste manifestazioni erano guidati in massima parte da studenti universitari che, poi, nell’immediato dopoguerra tornati dal fronte come ufficiali avrebbero formato il nucleo più importante degli Arditi e delle squadre d’azione fasciste.
D’Annunzio, tornato dalla Francia dove si era nascosto per sfuggire ai creditori, fu informato preventivamente del Trattato di Londra e adeguatamente retribuito per la sua opera di propaganda e concluse i suoi discorsi di Genova (4 Maggio, allo scoglio di Quarto) e di Roma (12 e 13 Maggio) con questa proclamazione:
“O compagni, questa guerra che sembra opera di distruzione e di abominazione, è la più feconda matrice di bellezza e di virtù apparsa sulla terra”.
Tale fu la carica emotiva di quel maggio 1915 che alcuni guardarono poi a esso come a un momento di rigenerazione, il momento nel quale l’Italia aveva deciso di combattere per la giustizia e di vincere per la democrazia.
Un abbaglio colossale.
Il 20 maggio la Camera concesse al Governo i pieni poteri con una maggioranza di 407 voti contro 74 (Giolitti era già rientrato in Piemonte).
Il Partito Socialista votò contro, diventando l’unico partito europeo di estrema sinistra fuori dalla Russia a non dare il suo appoggio al conflitto.
Il 24 Maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria.
Una nazione lacerata nel suo tessuto morale si apprestava a sostenere uno scontro che sarebbe durato più di 3 anni lasciando sul terreno 650.000 morti e un milione di feriti.
I fanti, che presto si sarebbero trovati a morire nelle trincee, non avrebbero certo potuto non sentire tutta la brutalità e tutto il cinismo di chi li aveva trascinati alla guerra attraverso una simile mistificante retorica.
Una lezione della storia, da non dimenticare mai.
Le porte ad una delle più grandi tragedie della storia erano ormai aperte e, alla fine, in fondo al tunnel non sarebbe rimasto altro da fare che imboccare il tunnel della dittatura fascista.

Franco Asteng

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Messina / “Attraverseremo l’intera Sicilia contro il G7”

Dall’isola: “Il vertice avrà lo scopo di rafforzare le alleanze politico-militari e il contrasto con l’uso della forza delle migrazioni. Di fronte a questi terribili scenari odierni e futuri crediamo sia necessario di mobilitarci da subito”.

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Il 26 e 27 maggio Taormina ospiterà il vertice delle sette maggiori potenzi economiche globali.

In Sicilia orientale le realtà autogestite iniziano a preparare la mobilitazione: una prima assemblea generale si è svolta lo scorso 10 dicembre: “Non pensiamo ad un semplice controvertice – si legge sul sito dell’associazione Officina Rebelde – non pensiamo a un percorso di mobilitazione che confini il proprio agire politico a un calendario di assemblee e ad un corteo, pensiamo a movimenti che attraversino l’intera isola”.

“Il G7 formalizza annualmente le misure di austerità neoliberiste da applicare internazionalmente o gli interventi di guerra planetaria sempre più spesso subappaltate all’organizzazione della Nato”, si legge nell’appello alla contestazione che circola da alcune settimane, riportato sullo steso sito a firma #StopG7.

“Secondo le prime indiscrezioni -prosegue il testo – il summit di Taormina affronterà alcuni dei conflitti più sanguinosi scatenati nell’area mediterranea e mediorientale e l’immancabile ‘lotta al terrorismo (islamico)’ e, per la prima volta in ambito G7, il tema delle ‘emergenze’ prodotte dalle migrazioni mondiali. Il vertice di Taormina avrà cioè lo scopo di rafforzare le alleanze politico-militari nel quadro dell’escalation bellica globale e il contrasto con l’uso della forza delle migrazioni e della fuga di milioni di persone dalle guerre e dai crimini socio-ambientali. Scelte scellerate che avranno innanzitutto ricadute dirette sulla vita e le libertà dei cittadini dei paesi membri del G7. Angela Merkel ha fatto sapere che proporrà di creare nei paesi occidentali ‘sempre più esposti’ agli attacchi terroristici, una speciale guardia nazionale che contribuisca a ‘potenziare i livelli di sicurezza nelle città’, da affiancare alle forze dell’ordine e composta da ‘volontari con adeguato addestramento militare’. Si tratta cioè di implementare in larga scala quanto pianificato in ambito Usa-Ue-Nato con le cosiddette ‘Operazioni militari in ambito urbano’”.

Una decisione, quella di svolgere il G7 in Sicilia, che non pare casuale: “L’Isola ha assunto ormai un ruolo chiave nelle strategie di guerra mondiali: l’installazione a Niscemi del terminale terrestre del Muos, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate Usa; la trasformazione della grande base di Sigonella in uno dei maggiori centri per la operazioni dei droni Usa, Nato e Ue; l’uso costante degli scali aerei di Trapani-Birgi e Pantelleria per i bombardamenti e le attività di spionaggio top secret in Nord Africa; i devastanti processi di militarizzazione che hanno investito Augusta (hub navale Usa e Nato), Lampedusa, ecc., testimoniano la portata altamente distruttiva delle infrastrutture belliche realizzate e ampliate in Sicilia negli ultimi anni. A ciò si aggiunge il ruolo di vera e propria fortezza assunto dalla Sicilia per conto dell’Unione europea e della famigerata agenzia di controllo delle frontiere Frontex nelle politiche di contrasto delle migrazioni, con l’uso dei porti e degli aeroporti da parte dei mezzi militari Ue-Nato impegnati a far la guerra ai migranti e ai richiedenti asilo nel Mediterraneo o la trasformazione di sempre maggiori aree urbane ed extraurbane in hotspot e centri-lager dove detenere in condizioni disumane chi è scampato ai naufragi e ai bombardamenti. Pseudo modalità di “accoglienza” che rispondono esclusivamente a logiche di controllo securitario (anche grazie al coinvolgimento strumentale del ‘volontariato’) e che contribuiscono a dilapidare sempre più ingenti risorse pubbliche alimentando gli affari di grandi e piccoli operatori economici (che sempre più spesso si intrecciano con i circuiti dell’economia criminale) e la precarietà per i lavoratori. Di fronte a questi terribili scenari odierni e futuri – è la conclusione dell’appello – crediamo sia necessario di mobilitarci da subito”.

http://www.zic.it/messina-attraverseremo-intera-sicilia-contro-il-g7/

Nome in codice: Caesar

Il 4 ottobre, alle 11, a Roma, nella sede della Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana), in corso Vittorio Emanuele II, 349 (primo piano), si terrà la presentazione della mostra fotografica “Nome in codice: Caesar, detenuti siriani vittime di tortura”, organizzata da Amnesty International Italia, Focsiv, Unimed, Un ponte per, Fnsi e Articolo 21.

La mostra, già esposta alle Nazioni Unite di New York, alla commissione Affari Esteri del Congresso degli Stati Uniti, al museo dell’Olocausto di Washington e nelle principali città europee, dal 5 all’8 ottobre porterà al museo Maxxi di Roma una selezione delle 55mila immagini prodotte da Caesar.

Caesar è il nome in codice attribuito ad un ex-ufficiale della polizia militare siriana incaricato di fotografare la morte e le torture subite dai detenuti nelle carceri di Bashar al Assad tra il 2011 e il 2013, e che ha, poi, trafugato l’intero archivio fotografico che documenta tali atrocità praticate sul proprio popolo.
Una macabra documentazione voluta da un regime che non ha la benché minima compassione neanche di fronte la morte.

Durante la conferenza stampa sarà illustrato il significato della mostra: una documentazione dei crimini contro l’umanità commessi nelle carceri siriane dal 2011, immagini certificate e dichiarate ammissibili in caso di processo al regime siriano per i crimini di guerra da un’autorevole commissione internazionale di esperti forensi e giudici.

Inoltre, verrà letto un messaggio di Caesar e saranno messe in evidenza le principali novità politico-giudiziarie internazionali emerse dall’ultimo rapporto di Amnesty International. Infine, saranno illustrate le iniziative politico-culturali che avranno luogo in occasione dell’inaugurazione, il 5 ottobre, alle 18, e della chiusura dell’esposizione, sabato 8 ottobre, sempre alle 18.

Alla presentazione della mostra interverranno: Riccardo Noury, Amnesty International Italia; Barbara Scaramucci, Articolo 21; Attilio Ascani, Focsiv; Raffaele Lorusso, Fnsi; prof. Franco Rizzi, Unimed; Domenico Chirico, Un Ponte Per; Moaz, Caesar Team. Apertura di Lorenzo Trombetta, corrispondente Ansa da Beirut: “Cosa significa questa mostra”. Coordina Amedeo Ricucci, giornalista Rai.

Nome in codice: Caesar

Chi vuol essere bombardato?

 

Cantautore lampedusano e tra i fondatori del Collettivo Askavusa, particolarmente impegnato sul tema dell’accoglienza, Giacomo Sferlazzo ha scelto un modo peculiare per irridere i luoghi comuni del militarismo e della preparazione alla guerra dell’occidente contro i “nemici della libertà. S’è inventato una campagna pubblicitaria fake volta a promuovere il video “Chi vuol essere bombardato?”. I dettagli di questa articolata operazione, dalla vena particolarmente dissacrante, sono stati spiegati nel suo blog1.
Al momento ci limitiamo a segnalare che, con singolare trovata, si faceva riferimento ad un ipotetico programma televisivo intitolato, appunto, “Chi vuol esser bombardato”, versione guerresca del celebre “Chi vuol essere milionario”…il diffondersi sul web e sui social network della notizia della messa in onda di questa trasmissione, ha provocato le reazioni più disparate, tra cui una petizione online per impedirne la messa in onda…
in sostanza, come meglio si spiega nell’articolo sul blog del cantautore, la provocazione ha sortito effetti, mettendo a nudo l’incapacità di distinguere tra vero e propria di tanti utenti dei social.

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o49012:e1

Terrorismo e democrazie in saldo: quando l’emergenza si fa norma

di Ndack Mbaye

La storia e la società non si prestano ad essere comprese nelle sale dei palazzi del Potere, né tantomeno da questi palazzi possiamo aspettarci esaustive risposte ai problemi del nostro Tempo.

Nonostante questa consapevolezza, il potere giudiziario si arroga sempre più il diritto di far fronte alle sfide nel nostro tempo in via esclusiva, piegato da un potere esecutivo che nella normazione animata da puro spirito securitario ha trovato la sua unica ragion d’essere.

L’uso degli strumenti messi a disposizione dal diritto nasce da scelte politiche, che possono essere le più diverse. Il pericolo che si annida dietro a scelte politiche dettate da contingenze emergenziali è di trasformare le deroghe ai Principi fondamentali del diritto in vere e proprie regole, giacchè le emergenze stesse, secondo un italico vizio, non sono mai fenomeni eccezionali e limitati nel tempo.

Questa schizofrenia giuridica ha caratterizzato e continua a caratterizzare l’approccio normativo in contrasto al fenomeno del Terrorismo.

L’evoluzione normativa ci ha visto passare dalla fattispecie di Eversione, non corredata da finalità terroristiche e insufficiente a fornire una risposta adeguata sul piano del terrorismo internazionale, a un approccio più serrato sulla spinta degli attacchi terroristici del 2001.

La l. 438/2001, infatti, mantiene invariati gli elementi oggettivi del reato di Eversione (quali la creazione di un apparato organizzativo e il compimento di atti di violenza) ma rimodella l’elemento soggettivo dell’art 270 bis del Codice penale indicando, come alternativa alla finalità eversiva, la finalità terroristica. E, mentre l’eversione si limita ad essere esplicata entro i confini nazionali, il terrorismo è passibile di lettura in chiave internazionalistica.

La descrizione del terrorismo come una finalità invece che come una condotta, e quindi il dare centralità allo scopo a discapito degli atti, costituisce il culmine del processo di soggettivizzazione del giudizio penale e rappresenta l’elemento fondante del “Diritto penale del nemico” teorizzato dal giurista e filosofo Gunther Jakobs.

Nel leggere in questo modo il Diritto Penale, la materia smette di essere a tutela dell’individuo e si pone in aperta lotta contro questo, giustificandosi con l’esigenza di annientare il soggetto che mettendosi contro lo Stato ne diventa nemico e contravviene al Contratto sociale: l’individuo smette di essere cittadino e mettendo in discussione lo Stato non merita più le garanzie e le tutele di cui godeva in seno a questo.

Anche se il modello binario cittadino/nemico è stato presto scartato dalla dottrina internazionale, per arrivare alla teorizzazione di forme differenziate di risposte penale, nel senso di un più forte contrasto ai fenomeni di terrorismo e criminalità organizzata senza con ciò trasformare il diritto penale e il processo in uno strumento di lotta, gli strascichi di una simile mentalità sono comunque rimasti.

Negli anni si sono susseguite varie definizioni giurisprudenziali della finalità di terrorismo, fino ad arrivare alla definizione generale del 2005 che, all’art 270 sexies cp, recita così:

“Sono considerate con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale, nonché le altre condotte definite terroristiche o commesse con finalità di terrorismo da convenzioni o altre norme di diritto internazionale vincolanti per l’Italia.”

La definizione è praticamente una trasposizione di quella europea, ma le sue maglie vengono rese più lasche per agevolare la riconduzione della fattispecie in esame a più fenomeni possibili, soprattutto a reati rivolti contro le cose e non solo contro l’incolumità delle persone.

I doli specifici cui mira il terrorista, sono quindi:

– L’intimidazione della popolazione

– La destabilizzazione delle strutture dell’organizzazione statale

– Il costringere i poteri pubblici a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto.

 

E c’è di che allarmarsi: se viene considerato come terroristico lo scopo di costringere dal basso chi detiene il potere a cambiare linea politica, può essere criminalizzata qualsiasi ipotesi di movimento sociale; anche perché nel testo italiano manca la trasposizione, seppur simbolica, della premessa comunitaria che tutela la libertà di associazione di espressione e di azione sindacale.

Basti ricordarsi dei processi a carico degli attivisti No tav per rendersi conto di come questa criminalizzazione non sia puro allarmismo.

Con il decreto antiterrorismo, diventato legge nell’Aprile del 2015, si sono ampliate le condotte con finalità terroristiche e le misure di prevenzione con l’evidente e unico intento di colmare le lacune che in passato hanno portato a diverse sentenze assolutorie.

Una tale reazione si comprende facilmente in un’epoca segnata profondamente dal terrorismo di matrice cosiddetta -e spesso a sproposito- islamica, ma necessita di essere passata a un vaglio razionale per comprenderne la conformità a effettive esigenze di tutela e di garanzia dei diritti e delle libertà fondamentali dell’individuo da gravi abusi nell’esercizio del potere punitivo.

La radicalizzazione dell’intervento repressivo espande la punibilità sempre più verso condotte preparatorie, o considerate tali, anticipando anche la risposta dello Stato: ne sono un esempio le espulsioni preventive poste in essere in questi giorni.

La questione dell’espulsione, merita di essere trattata in modo più esaustivo.

Ex lege e come possiamo apprendere dalla cronaca, qualsiasi condotta sintomatica del mero atteggiamento interiore (come l’impegno verbale di farsi jihadisti o il visitare siti inseriti in qualche black list) è sufficiente per essere espulsi, senza processo né nulla. Senza soffermarci sulle possibili violazioni della Cedu e della nostra Costituzione, che sanciscono il diritto di tutti a un giusto processo e a non essere estradati verso Paesi ove non sia garantito il rispetto dei Diritti fondamentali dell’individuo, è interessante vedere come in un’unica risposta dello Stato siano presenti tutte le sue debolezze.

Con l’espulsione immediata, lo Stato dimostra di non avere alcun interesse ad evitare la radicalizzazione che decanta di voler annientare.

Se un soggetto è pericoloso e si ritiene voglia commettere un attentato non è forse più saggio porlo in stato di fermo? La società e l’individuo non meritano un processo?

Si fa un gran parlare del dovere di preservare la nostra democrazia di fronte agli affondi di chi la vorrebbe distruggere, eppure siamo i primi a mettere al primo posto una risposta veloce invece che una giusta, dimentichi degli elevati costi umani che questa porta con sé: delle persone in carne ed ossa possono essere espulse dal territorio nazionale, o sottoposte a custodia cautelare in carcere, o condannate per direttissima, e dunque subire lesioni irreversibili della propria libertà e dignità personale, in base a norme in aperto contrasto con i principi di determinatezza e necessaria offensività sanciti dalla nostra Costituzione, oltre che in contrasto con gli altri principi fondamentali già evidenziati.

La questione certamente non è di facile risoluzione ed è evidente la difficoltà di trattare in modo esaustivo un tema vasto e così complesso, ma qui manca proprio il tentativo di procedere in questo senso. Assistiamo esclusivamente alla bulimia di chi ingurgita paura e odio e vomita altrettanta ossessione securitaria, lasciando a terra i resti di cui si nutriranno i veri spettri del nostro tempo: le diseguaglianze, la povertà, l’emarginazione, il disagio esistenziale e la disintegrazione di una società e una cultura che tentano invano di sopravvivere a loro stesse.

Viviamo in balia degli stessi demoni che, dall’alto della nostra superiorità, riscontriamo nell’altro. Quell’Altro che temiamo venga qui a tirarci le bombe, ma che a conti fatti è già tra noi e parte di noi.

Del resto, come un dogma è tradizione che non viene passata al vaglio della storia, così la nostra società è dogmatica quanto la religione di cui oggi ha così tanta paura, non riconoscendo la necessità di disvelare e accettare la nuova grammatica con cui esprime se stessa.

E oltre a tutto ciò, sul piano prettamente del diritto, restano in piedi le costruzioni mostruose dei nostri giorni: norme scritte senza rispondere ai principi che le dovrebbero ispirare, appesantite da aggravanti che hanno il solo fine di coprire qualsiasi sfumatura casistica emotivamente allarmante.

Quando l’emergenza del “terrorismo islamico” smetterà di essere considerata tale e, soprattutto smetterà di essere il terreno su cui giocare le campagne elettorali, questo cimitero di aborti del diritto continuerà a proiettare le sue ombre. L’intero impianto della normativa antiterrorismo, con i suoi limiti e le sue contraddizioni, costruito avendo in mente un nemico ben preciso, verrà usato per chi resta, i soliti noti che si mettono in contrasto con l’Ordine costituito: i movimenti, gli attori del conflitto sociale tutto, chiunque venga visto come una minaccia per il nostro mondo così come lo conosciamo.

Ed è proprio in ciò che risiede la principale e vera minaccia del terrorismo: lo spingerci a preservare la nostra quotidianità e il nostro status, prima di verificare cosa stiamo effettivamente difendendo; lo spingerci a costruire barriere prima ancora di sapere chi è che vogliamo lasciare al di là di queste; lo spingerci a punire quante più persone possibile per darci l’illusione di essere tutelati e di meritare questo trattamento da vittime tanto incomprese quanto ipocrite.

A conti fatti le vere minacce arrivano da dove meno ce le aspettiamo. E le combattiamo ugualmente male.

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/terrorismo-e-democrazie-in-saldo-quando-lemergenza-si-fa-norma/20268

Il dissequestro del MUOS tra guerra globale e resistenze dal basso

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di Matteo De Checchi

È caduto “a fagiulo”, come si suol dire, il dissequestro del Mous, in un caldo venerdì d’agosto tra vacanzieri indaffarati a trovarsi un angolino di spiaggia paradisiaca e la notizia dei nuovi (gli ennesimi) bombardamenti americani in Libia.

Il 5 agosto il Tribunale del Riesame di Catania, in secondo grado di giudizio, ha accolto il ricorso del Ministero della Difesa, rappresentato dall’Avvocatura dello Stato, teso ad ottenere il dissequestro del MOUS.

E dire che ad inizio giugno, in primo grado, il Tribunale di Caltagirone aveva respinto la richiesta di dissequestro avanzata dal Ministero sostenendo la fondatezza delle ipotesi di reato per infrazioni delle norme inerenti l’edificabilità in una zona protetta come la Sughereta di Niscemi. Ma, come si sa, un tribunale di una dispersa provincia siciliana poco può fare contro i grandi interessi politico-militari che muovono l’intero contesto mondiale, tra guerre per esportare la democrazia e operazioni militari contro fantomatiche postazioni dei jihadisti. Il dissequestro del Mous si inquadra proprio in quest’ultimo caso: i primi di agosto gli americani, per bocca dello stesso Obama, hanno comunicato l’inizio dei bombardamenti in Libia (in particolare a Sirte) per contrastare l’avanzata del gruppo Stato Islamico (IS) appellandosi alla richiesta d’aiuto avanzata dal governo di unità nazionale libico (Gna) guidato da Fayez al Sarraj, senza chiedere una minima autorizzazione internazionale, rifacendosi invece all’Aumf, l’Autorizzazione all’uso della forza militare voluta, dopo l’11 settembre 2001, dal guerrafondaio Bush per “stanare” i terroristi di Al Qaeda.

Al di là dei drammatici risvolti di una nuova guerra in un contesto territoriale difficile e frammentato da lotte intestine per accaparrarsi i pozzi di petrolio, il Mous diventa un’importante pedina per il controllo dei droni americani, stanziati a Sigonella, usati per bombardare la Libia. Le parabole sono di fatto fondamentali come supporto operativo e logistico in guerre tecnologiche sempre più “controllate” a distanza, dove i morti civili vengono derubricati ad “incidenti”.

E l’Italia come ha risposto a questo ennesimo atto illegittimo da parte degli americani? Il Governo, dopo una fase di temporeggiamento, si è chinato al volere americano dando di fatto un appoggio logistico alla missione, in particolare dalle basi di Sigonella ed Aviano; i politici siciliani, una volta chiusa la campagna elettorale, si sono trasformati da paladini del No Mous a silenziosi lecchini della bandiera a stella e strisce, donatori di un territorio che prima, quando servivano i voti, millantavano di voler difendere. Il caso Crocetta su tutti.

La resistenza, quella vera, è affidata, oggi più che mai, alle comunità che vivono quei territori, che quotidianamente lottano contro la loro deturpazione e contro la guerra; la trasformazione dal basso che ha dato vita ad un vasto e forte movimento popolare di opposizione al Mous è oggi la chiave di volta per scardinare un sistema di connivenze e servile ossequio che, negli ultimi decenni, ha fatto milioni di morti.

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/il-dissequestro-del-muos-tra-guerra-globale-e-resistenze-dal-basso/20270

Fermiamo la guerra

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Da Sigonella riparte l’avventura coloniale a comando Usa

Fermiamo la guerra in Libia, rompiamo con le servitù militari!

Da tre giorni sono in corso i raid Usa a Sirte, che continueranno per almeno un mese.

Nonostante si tratti di un’offensiva ufficialmente diretta al contrasto dei miliziani Isis, fonti giornalistiche libiche – scrive il Manifesto – riferiscono che le prime bombe a stelle e strisce hanno colpito anche il centro storico della città, densamente abitato da civili. A conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che le “missioni di pace” e i bombardamenti “mirati” o “intelligenti” sono solo un’ignobile invenzione della propaganda mediatica, e che a pagare il tragico prezzo delle guerre sono sempre e soprattutto le popolazioni inermi. Lo Stato italiano, come di consueto, è in prima fila nel giocare il fondamentale ruolo di supporto logistico alla nuova avventura coloniale in Libia, mettendo a disposizione degli Usa le proprie basi militari. Il governo Renzi ieri ha dato il via libera all’utilizzo dell’aeroporto di Sigonella – capitale mondiale dei droni – anche se alcune fonti rivelano che già da lunedì i primi attacchi aerei sono partiti proprio dalla base siciliana. Ancora una volta la Sicilia – con il Muos di Niscemi, gli aeroporti di Sigonella e Birgi-Trapani e le basi (italiana e Nato) di Augusta in prima fila – sarà la principale piattaforma di lancio dell’ennesima aggressione imperialista. Il ministro degli Esteri Gentiloni, intanto, nell’esprimere apprezzamento per i bombardamenti statunitensi, ha fatto sapere che non si esclude un diretto intervento militare italiano. E’ ormai chiaro, però, che già da mesi l’Italia è militarmente coinvolta non solo in Libia ma anche in Iraq e Siria, attraverso l’impiego dei suoi reparti speciali, senza che vi sia stata alcuna previa decisione del Parlamento.

Dopo avere destabilizzato l’area mediorientale e nordafricana, adesso le potenze occidentali non possono fare altro che avvinghiarsi nella spirale della guerra, senza quel progetto di ricostruzione di sistemi di equità e giustizia sociale con cui ammantano ogni aggressione imperialista. Questa guerra produrrà altra violenza ed esporrà ancora di più la nostra terra ad ogni tipo di rappresaglia. Quale sia l’interesse del governo Renzi a un rapido scioglimento del nodo libico, oltre alla salvaguardia degli interessi petroliferi dell’ENI, lo ha chiarito lo stesso Gentiloni: “il 90% dei migranti in Italia arrivano dalla Libia – ha dichiarato il ministro – e questo è il motivo per cui ci interessa così tanto la sua stabilizzazione”. Cioè, la partecipazione italiana alla missione di Sirte, in quest’ottica neocolonialista, ha l’obbiettivo strategico di ottenere dal governo di Fayez Al Sarraj – beneficiario della “stabilizzazione” forzata – un accordo (proprio come fece Berlusconi con Gheddafi) che impedisca a migranti e profughi di partire, condannandoli perciò alla tortura e alla morte nelle galere libiche.

E mentre i droni statunitensi attraversano il Mediterraneo alla volta della Libia, in queste stesse ore sul Mar Egeo sono dispiegate le navi della Nato con il compito di respingere i migranti in fuga sulla rotta balcanica, per riconsegnarli nelle mani del macellaio Erdogan e del suo regime fascista che con l’Isis traffica in armi e petrolio. E’ uno scenario di guerra permanente – orchestrato da Usa, potenze europee e petro-monarchie – che, dietro la propaganda del contrasto allo Stato Islamico, persegue il duplice scopo di bloccare le migrazioni e soffocare e deviare i processi di autodeterminazione dei popoli che si sollevano contro le dittature.

Siamo consapevoli che – da sempre – dire “no” ai conflitti armati, mobilitarsi per fermare le guerre, significa soprattutto opporsi e lottare contro la continua corsa agli armamenti e il business dell’industria bellica, la militarizzazione e l’asservimento dei territori.

Domenica 7 agosto, come annunciato, terremo un presidio ad Augusta per rivendicare la smilitarizzazione del comprensorio costiero di Punta Izzo. E questa sarà anche l’occasione per alzare la nostra voce di dissenso, da una delle principali piazzeforti del Mediterraneo, al nuovo intervento militare in Libia.

Contro guerre e militarizzazioni, in qualunque regione del globo. Affinché le basi di morte siano convertite per usi civili in luoghi di vita e socialità, per un Mediterraneo di pace e solidarietà.

La Sicilia non è zona di guerra – Via le basi Usa-Nato dalla nostra terra!

http://www.nomuos.info/fermiamo-la-guerra/

 

Strane coincidenze: partono i bombardamenti in Libia e il tribunale di Catania ordina il dissequestro del Muos

Un tempismo perfetto: “Ieri autorizzavano i droni americani a partire da Sigonella per bombardare la Libia. Oggi dissequestrano il Muos, grazie al ricorso del ministero della difesa italiano.”

Come avvocati del Coordinamento Regionale dei Comitati No MUOS apprendiamo con viva preoccupazione della decisione del Tribunale del Riesame di Catania di dissequestrare il MUOS. Si tratta, di una decisione grave e giuridicamente errata. Al riguardo avevamo già sottolineato che il Giudizio Amministrativo si è occupato esclusivamente dell’intensità del Campo elettromagnetico non essendosi addentrato il CGA nella questione riguardante l’edificazione del MUOS in area protetta e di assoluta inedificabilità che invece è oggetto del procedimento penale.

Peraltro, la distinzione fra l’oggetto dei due giudizi è stata ben chiara alla Cassazione che aveva mantenuto il sequestro anche dopo la decisione sul punto da parte del CGA. Pertanto, se la motivazione reale fosse quella che leggiamo su notizie di stampa riguardante la legittimità delle autorizzazioni, si tratterebbe di una palese cantonata presa dal Tribunale del Riesame che evidentemente avrebbe frainteso l’ambito del processo amministrativo non conoscendone correttamente il decisum. Diversamente, dovremmo pensare che il Tribunale del Riesame avalli un principio di diritto secondo il quale si possa impunemente costruire in area protetta in barba alle normative di protezione ambientale. E non osiamo immaginare che il Tribunale si sia spinto a tanto sancendo di fatto l’impunibilità dell’abuso edilizio in area di inedificabilità assoluta. Precedente grave ed inaccettabile a prescindere dalla questione MUOS.

Riguardo a quest’ultima, preoccupa che l’impianto di uso esclusivo delle forze armate USA venga messo in funzione proprio ora coinvolgendo il nostro territorio nell’attività bellica già intrapresa dagli Stati Uniti. Non può ignorarsi che, per il diritto internazionale, risponde delle azioni di guerra anche lo stato che presta il proprio territorio per l’attività bellica svolta da uno stato straniero. Tutto ciò avverrebbe, ancora una volta, senza alcun coinvolgimento del Parlamento ed in violazione dell’art. 11 della Costituzione.

Ci troviamo, quindi, in una paradossale condizione di coinvolgimento bellico deciso dal Governo e dal Potere Giudiziario senza alcun coinvolgimento del Parlamento. Speriamo ora che la questione sia rimessa alla Corte di Cassazione e che quest’ultima possa rettificare una decisione le cui ricadute sarebbero gravissime.

Avv. Paola Ottaviano

Avv. Nicola Giudice

Avv. Sebastiano Papandrea

Fonte: No Muos.info

Contro l’ennesima guerra di Libia

Il PCL denuncia i bombardamenti USA in Libia e si appella alla mobilitazione contro il coinvolgimento dell’Italia nella guerra.

La “guerra all’ Isis” è solo il paravento della contesa tra i diversi interessi imperialisti in Libia e in Medio Oriente. Il governo fantoccio di al Sarraj è la maschera di questa contesa.

Gli Usa bombardano Sirte per rafforzare il proprio peso negoziale in Siria (e lustrare le fortune elettorali di Hillary Clinton). La Russia denuncia l’”illegalità” dei bombardamenti USA a Sirte per allargare i propri bombardamenti su Aleppo. La Francia gioca in Libia un’altra partita, in alleanza col macellaio Al Sisi: si allea con Tobruk e col generale Haftar, punta al controllo della Cirenaica e dei suoi pozzi, giunge a ipotizzare una spartizione della Libia. L’Italia si muove a tutela degli interessi dell’Eni in Tripolitania, e non vuole comprometterli a vantaggio della Francia e della Total: per questo dà sponda al governo tripolitano di al Sarraj, sostiene i bombardamenti USA, offre le basi di Aviano e Sigonella. Altro che “guerra contro ISIS”. Ogni potenza imperialista fa la “guerra”… alla potenza concorrente, per la spartizione delle zone d’influenza.

Da 25 anni i paesi imperialisti hanno portato la guerra in Medio Oriente nel nome della “democrazia” e della “pace”, in realtà a tutela dei propri interessi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una montagna di morte e distruzioni per le popolazioni civili, il drammatico sviluppo del fascismo islamico dell’Isis, l’importazione del terrorismo stragista entro i propri confini. Oggi assunto a pretesto di nuovi interventi di guerra, naturalmente..nel nome della “democrazia”.Occorre porre fine a questo cinico gioco senza fine.

La guerra alla barbarie dell’Isis, quella vera, la facciamo al fianco dei popoli oppressi, dei Kurdi, dei Palestinesi, delle forze democratiche della resistenza araba . Non al fianco dei macellai imperialisti. La facciamo nel nome di una prospettiva socialista di liberazione. Non a rimorchio del “nostro” imperialismo. Tanto più di un imperialismo italiano già responsabile, proprio in Libia, dei peggiori crimini coloniali ( 100000 libici impiccati e fucilati).

NO AI BOMBARDAMENTI USA IN LIBIA.
NO AL COINVOLGIMENTO DELL’ITALIA NELLA GUERRA.
PER UNA MOBILITAZIONE CONTRO L’ENNESIMA GUERRA DI LIBIA

Partito Comunista dei Lavoratori

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o49004:e1