Il milione di migranti che non avete mai visto

Nando Sigona, Postcards From – 24 aprile 2017

Traduzione a cura di: Adriana Tidona, Antoniego Pietropolli

La storia secondo cui 1 milione di migranti africani sono pronti o in procinto di raggiungere l’Europa dalla Libia non è nulla di nuovo e le affermazioni di Joseph Walker-Cousins, riportate dal Daily Mail, sono già state sostenute in precedenza da altri osservatori “ben informati”.

La notizia riaffiora periodicamente nei media (2015, 2016, 2017), ma la ripetizione non è prova di validità; piuttosto, è un esempio di come i grafici e i numeri abbiano un ruolo importante nel plasmare la nostra concezione e le nostre opinioni della cosiddetta crisi dei rifugiati, nonché nel definire le risposte politiche europee alle migrazioni via mare.

Tutto ciò nonostante sia stato ampiamente dimostrato (ad esempio con i casi riguardanti i doppi conteggi di Frontex, la presunta generosità del Regno Unito verso i minori stranieri non accompagnati, e ancora Frontex) come i dati in circolazione siano spesso inesatti e parziali, o addirittura sistematicamente gonfiati per soddisfare un’ampia gamma di interessi, non da ultimo per legittimare le crescenti spese nelle strutture di controllo dei confini e nel loro pattugliamento, per favorire le elargizioni di importanti donatori privati e pubblici e per alimentare la retorica anti-immigrazione per un tornaconto politico.

La storia del “milione di migranti pronti a sbarcare in Europa dalla Libia” è esemplificativa del fenomeno. Da un lato, evidenzia il potere dei numeri di infiammare il dibattito pubblico e politico e di alimentare lo “stato di crisi” che pervade le risposte politiche alle migrazioni via mare; dall’altro, indica la mancanza di rigore scientifico e al tempo stesso la resilienza che si accompagna spesso ai numeri della “crisi” così diffusi dai media globali e tra i circoli politici; tali numeri sono impermeabili ad ogni tentativo di dimostrarne l’infondatezza (si veda l’articolo di Cristina Del Biaggio).

Se è lecito chiedersi per quali motivi il direttore di Frontex vi abbia fatto riferimento più volte in passato, c’è una domanda più ampia da porsi: cosa rende questi numeri così resilienti? In “Destination Europe?” sosteniamo che le risposte europee alle migrazioni via mare sulla rotta del Mediterraneo siano basate sul falso presupposto che tutti i migranti africani attualmente in Nord Africa vogliano raggiungere l’Europa, nonostante vi siano prove del fatto che la migrazione intra-africana sia significativa (si veda anche questo report su uno studio del 2014 del Danish Refugee Council). La resilienza della storia del “milione di migranti” è esattamente questa: essa è funzionale a confermare questa ipotesi pur essendone, paradossalmente, il diretto prodotto.

In altri termini, dal momento che si dà per scontata la volontà di ogni straniero in Libia di raggiungere l’Europa – dimenticandosi le prove della lunga storia della Libia come polo di immigrazione di lavoratori migranti (in un modo simile al Marocco di oggi) – consideriamo tutti gli stranieri in Libia e nella regione come potenziali migranti pronti a salire su una barca. Come Simon McMahon e io dimostreremo in un articolo di prossima pubblicazione, questo presupposto influisce sul modo in cui i leader europei si rapportano agli stati africani e sull’articolazione della politica europea di esternalizzazione dei confini.

http://www.meltingpot.org/Il-milione-di-migranti-che-non-avete-mai-visto.html#.WQRHLjclG6k

1° MAGGIO contro lo sfruttamento!

dedicato a Salvatore e ad Achille, di 41 e 52 anni
operai morti bruciati sul lavoro nel tratto ferroviario Bolzano-Bressanone
e a tutte e tutti gli sfruttati che lavorano anche il 1° maggio

Dedicato a Salvatore e Achille , di 41 e 52 anni
operai morti bruciati sul lavoro nel tratto ferroviario Bolzano-Bressanone
e a tutte e tutti gli sfruttati che lavorano anche il 1° maggio

In molti, servi di dio o del sistema,
fanno finta di opporsi al lavoro nei giorni festivi.
Chi per curare la tradizione delle proprie pecorelle,
chi per ritrovare uno spazio ai tavoli concertativi
o alla ricerca di tessere, voti e poltrone perdute.
Ma la realtà ha la testa dura,
e relega nell’inutilità preti, politici e sindacati.

Il tempo lo batte il capitale,
ed è un tempo che non consente interruzioni,
scandito dalla legge del profitto dall’alba al tramonto,
e dal tramonto all’alba, 365 giorni all’anno.
Solo gli sfruttati potrebbero, e dovrebbero, dire, e fare, qualcosa.

Per esempio riconoscere nella “fortuna”
di lavorare 10-12-14 ore al giorno lo sfruttamento,
e nella disoccupazione o nel precariato la sua faccia più crudele.

E, dopo averlo riconosciuto, lo sfruttamento, combatterlo,
per espiantarlo dalla faccia della terra
e relegarlo alle anticaglie dell’umanità.

1° M A G G I O
contro lo sfruttamento!

Il lavoro sta diventando superfluo
nella rivoluzione dell’industria 4.0.
I robot stanno sostituendo lavoro vivo ed intellettuale.
Potremmo vivere senza lavorare,
o lavorando molto meno di oggi.

Ci si potrebbe riprendere il tempo, lo spazio, la vita.
Potremmo dare sfogo alle nostre libere attività.
Dalle quali ricevere ciò di cui abbiamo bisogno.

Sarebbe il paradiso in terra.
E quello dei cieli andrebbe a farsi fottere,
perché superato dal movimento reale.

Eppure, se siamo fortunati, lavoriamo sempre di più, e sempre peggio.
Con ritmi aumentati, e salari e sicurezza diminuiti.
Se poi siamo jellati, sopravviviamo di precariato,
o facciamo la fame nella disoccupazione.

Il problema è il profitto dei padroni.
E’ lui che si intromette tra la tendenza storica
e la realtà contingente.
Una realtà storica che spinge verso la liberazione dal lavoro ed una contingenza che impone la nuova schiavitù della digitalizzazione robottizzata.

Una contraddizione
che solo la rottura rivoluzionaria può risolvere,
coniugando tendenza dell’epoca ed attualità
nel moto sociale che supera lo stato di cose presenti.

Verso un mondo di liberi, eguali, e cooperativi!
Verso la futura umanità!

Pino ferroviere

La parola con la f…

Militantduquotidien

Un 25 aprile è alle porte ed è un 25 aprile particolare quello di quest’anno.

Lo è per una doppia serie di motivi che scorrono in parallelo. I primi sono motivi di ordine istituzionale mentre i secondi sono più sotterranei per così dire, come una coltre che tinteggia la Penisola che sgorga dalla cronaca annunciando un sintomo che si è già fatto malattia.

Ma andiamo con ordine. Ad un livello istituzionale, prima di tutto, vi è la definitiva approvazione da parte di Camera e Senato del decreto Minniti-Orlando un disgustoso mix di repressione, odio di classe (ricorda da vicino le poor laws inglesi di epoca vittoriana), disciplinamento sociale e razzismo istituzionale, un provvedimento in tutto e per tutto fascista e che non tarderà a far sentire i suoi nefasti effetti.

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Come scrive Luigi Manconi (che è un membro del Pd) su Il Manifesto: Si tratta di una normativa che ha sollevato molte…

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28 marzo 1997, la Kater I Rades speronata dalla marina militare italiana

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Venti anni fa, il 28 marzo del 1997, naufragava fra Albania e Italia la Kater i Rades, speronata da una corvetta della marina militare italiana, la Sibilla. Del centinaio di persone a bordo, si salvano in 34. A scriverne un libro è stato il giornalista Alessandro Leogrande, Il naufragio, Morte nel Mediterraneo, edito da Feltrinelli, di cui vi proponiamo degli estratti.

Bardhosh e sua moglie Kasjani, insieme ai loro due bambini di nove e circa due anni, Dritero e Kostandin, sono salpati insieme a tutti gli altri dal porto di Valona poco più di un’ora prima. Ma non si sono imbarcati su un gommone, su uno scafo. Hanno trovato posto a bordo della Kater i Rades (letteralmente: Battello in rada), una piccola motovedetta, con tre piccole cabine ricavate sottocoperta, una accanto all’altra, e un ponte lungo appena 20 metri. Ha anche un nome militare, una sigla, lasciatole dal vecchio regime: A 451. La Kater non avrebbe potuto contenere, ad andar proprio larghi, un equipaggio di oltre dieci unità. Ma in poche ore quasi centoventi persone, molte delle quali donne e bambini, erano salite a bordo, stipandosi in ogni angolo, riempiendo anche il minimo spazio vuoto.

[…]

Quando un’ora e mezza dopo la partenza, la Kater i Rades ha appena superato l’isola di Saseno, che stringe quasi in un abbraccio la baia di Valona, i suoi passeggeri hanno subito notato la presenza di un’enorme nave militare. Bardhosh e gli altri non possono sapere il suo nome, ma vedono chiaramente che batte bandiera italiana e che è lunga oltre cento metri. Quel castello galleggiante che punta verso di loro e presto sovrasta il loro carico di ansie e desideri è la Zeffiro. Per un’ora, o poco più, segue i movimenti della loro piccola imbarcazione, come il gatto che gioca con il topo. La Zeffiro si tiene a distanza. Si avvicina solo ogni tanto, e ogni volta che lo fa qualcuno dal ponte grida con un megafono di ritornare nella baia di Valona. Poi, a un tratto, poco prima delle 18, quando il mare si fa più agitato, una nuova nave spunta all’orizzonte. È la corvetta Sibilla. Poco più piccola della Zeffiro, con tutti i suoi novanta metri di lunghezza, si mette subito sulle loro tracce. E prende a inseguirli, tagliando le onde.

[…]

Al comando della Sibilla c’è Fabrizio Laudadio (un nome che Bardhosh avrebbe conosciuto, e memorizzato, giorni dopo, ma che il pomeriggio del 28 marzo 1997 non può sapere). Una volta raggiunto il proprio campo delle operazioni nel Canale d’Otranto, in quello spicchio di mare che separa le due Europe, e in cui la Kater sta arrancando faticosamente contro il proprio stesso peso, la Sibilla mette in atto le proprie azioni cinematiche di disturbo. Bardhosh e gli altri hanno subito la sensazione che la nave italiana si stia avvicinando troppo, in modo del tutto anomalo. Vedono arrivare quell’enorme ammasso di acciaio grigio a ridosso della loro piccola imbarcazione. A cinquanta, quaranta, trenta, perfino venti metri di distanza. Ogni volta che la Sibilla si avvicina, riescono appena ad afferrare, tra il rumore del vento e delle onde, il significato di alcune parole gridate attraverso un altro megafono. Ancora un megafono… “Tornate indietro,” dicono quelle parole rauche, pronunciate in italiano. “Tornate indietro, perché altrimenti, una volta sbarcati in Italia, sarete tutti arrestati. Tornate indietro… Indietro… Fermatevi…”

[…]

Ma il timoniere della Kater decide di fregarsene di quegli ordini, e di non smarrire la meta del suo viaggio. Attorniato da un nugolo di uomini che si è infilato perfino negli interstizi lasciati liberi all’interno della piccola cabina di comando, decide di proseguire. Guarda fisso davanti a sé, in un punto imprecisato che deve essere l’Italia. “Avanti tutta,” dice al nugolo di gente che lo attornia. Indietro non si torna.

Bardhosh pensa: Ora gli italiani iniziano a fare sul serio… E così è. La Sibilla si avvicina nuovamente, e dal megafono partono ordini identici a quelli impartiti precedentemente. Continua ad avvicinarsi più volte. Ora da destra, ora da sinistra. Ora rimanendo indietro, ora provando a tagliare il senso di marcia della Kater. A ogni tentativo, l’uomo al timone della motovedetta su cui sono imbarcati prende a sua volta a girare ora a destra, ora a sinistra, come per parare un attacco. Ora rallenta, ora riprende la marcia. Ora prova ad andare più veloce, ora cerca semplicemente di mantenere la piccola imbarcazione in asse.

Tra il popolo della Kater si diffonde il panico, la tensione sale alle stelle. Le continue manovre, insieme al moto delle onde prodotte dai continui avvicinamenti della Sibilla, fanno oscillare pericolosamente la nave. Così il suo carico umano, stipato in ogni angolo fino all’inverosimile, prende ad assecondare a sua volta le manovre, spostandosi ora – tutti insieme – a destra, ora – tutti insieme – a sinistra.

Bardhosh non ha un posto fisso. Per tutte quelle ore non è rimasto sempre sul ponte, insieme alla maggior parte degli altri uomini. Spesso è sceso nella stiva, dove invece sono rimasti la moglie e i due figli, insieme alla maggior parte delle altre donne e degli altri bambini. Sotto, nelle cabine, i passeggeri sono al riparo dal vento, ma gli scossoni, le battute di arresto, i repentini cambi di marcia sono pienamente percettibili come all’esterno. I bambini iniziano a piangere, le donne a tremare. L’aria è consumata, e allora Bardhosh, dopo aver detto alcune parole a Kasjani, a Dritero e al piccolo Kostandin per rincuorarli, torna sopra.

La nave italiana continua ad avvicinarsi. Quaranta, trenta, venti metri. In alcuni momenti anche di meno. A un certo punto sembra che la Kater non ce la faccia più, che il motore non possa reggere quei ritmi. Il mare inizia ad alzarsi, e di fronte a un’onda più alta delle altre la A 451 sembra quasi arrestarsi, mentre la Sibilla le gironzola intorno e torna ad avvicinarsi. Il motore sembra sul punto di spegnersi, ma poi la nave riesce ad andare avanti, a riprendere la sua marcia, quasi sospinta dal dorso di quella stessa onda che sembrava poterla arrestare. Tuttavia la nave italiana è molto più veloce. Bardhosh prova a studiarne l’andatura, a calcolarne mentalmente i tempi: si rende conto che è almeno tre volte più veloce della piccola Kater i Rades. Non l’avrebbero mai seminata.
Quando la Sibilla si avvicina per l’ennesima volta, qualcuno dalla Kater si sporge in avanti e alza una bandiera bianca. Forse è un lembo di stoffa bianca che ha trovato da qualche parte, giù nella stiva. O forse – pensa Bardhosh – è una maglietta che qualcuno si è levato di dosso. L’uomo, che Bardhosh non conosce, inizia ad agitare il pezzo di stoffa freneticamente, a strattoni, e a urlare – nella stessa lingua di chi li insegue – che a bordo ci sono donne e bambini. Che, anzi, ci sono soprattutto donne e bambini. E allora alcune donne che sono sul ponte alzano in alto, al di sopra delle teste, i propri bambini. Alle prime se ne aggiungono altre, e poi altre ancora che sono salite con i propri figli dalle stive.

Quella fila di bambini infagottati, che spuntano sospinti da braccia robuste, al di sopra di un mare di teste che senza soluzione di continuità copre l’intero ponte della Kater, è un’immagine che Bardhosh non avrebbe mai dimenticato. Dopo un attimo di silenzio, si alzano delle urla, e l’uomo che agita il lembo di stoffa bianca – o forse si tratta di una semplice maglietta – continua a farlo con ancor più forza. Le proteste durano pochi minuti, quasi sospesi in un tempo irreale. Poi vedono arrivare un elicottero. Dapprima ne sentono il rumore in lontananza, poi un punto nero si allarga all’orizzonte fino ad assumere le sembianze di uno strano uccello. Si mette a girare in tondo sopra di loro, disegnando cerchi sempre più stretti, per tre, quattro, cinque minuti. A un tratto si ferma sopra le loro teste, come se potesse atterrare lì in mezzo al Canale d’Otranto da un momento all’altro. Poiché inizia a imbrunire, li illumina con un potente faro. Poi, con la stessa rapidità con cui è arrivato, si alza in virata e scompare all’orizzonte.

Ormai si è fatto buio. Il sole è calato, ed è sempre più difficile scorgere i movimenti della nave che li insegue. Bardhosh avverte che il mare si sta ulteriormente alzando, che le onde sono sempre più grosse e frequenti, e che il vento – lo scirocco – non dà pace. Lo scirocco è un vento traditore, capace di scatenare una tempesta in pochi minuti, e di concentrare in pochi soffi tutta la sua potenza che nasce a levante. Scende ancora una volta nella stiva. Sorride a sua moglie, le dice che ce la faranno, come sempre, e mentre glielo dice, accarezza la testa del più piccolo dei suoi figli che nonostante il trambusto si è assopito. La fronte del bambino è calda.

Torna sul ponte. Il vento è più forte, ma la nave italiana che li ha inseguiti per un tempo che a tutti è parso lunghissimo, quasi dilatato, non c’è più. Non si vede né a destra, né a sinistra. Bardhosh pensa che se n’è andata, come se n’era già andata quell’altra nave ancora più grande nel pomeriggio. Forse – si dice – hanno deciso di desistere, di lasciarli da soli a combattere con le onde e di farli arrivare a terra con le loro forze. L’Italia l’avrebbero vista, l’avrebbero toccata, ormai ne è convinto. Poi sarebbe anche potuto succedere di tutto, ma intanto il più era fatto…

Mentre pensa questo, stringendosi nel giubbotto per ripararsi dal freddo, vede accendersi improvvisamente una luce davanti ai suoi occhi. Impiega un attimo a capire che la sagoma grigiastra illuminata dal faro altro non è che la murata della corvetta che li ha a lungo inseguiti. È ormai a pochissimi metri, e non indietreggia. “Ci stanno venendo addosso!” urla raccogliendo tutte le sue forze. “Ci stanno venendo addosso!” prova a ripetere urlando ancora più forte. E in quel preciso momento sente una botta tremenda proprio davanti ai suoi piedi, sulla fiancata destra della Kater i Rades.

Bardhosh non casca in mare. Ha la prontezza di stringere la prima sbarra che gli capita sotto mano, e di rimanerci aggrappato. Pensa subito alla sua famiglia, alla moglie e ai figli che sono nella stiva, deve raggiungerli a ogni costo. E allora si alza in piedi, provando a fare qualche passo, ma proprio in quel momento sente una seconda botta, ancora più fragorosa e violenta della prima. Si accorge di quello che è successo dal freddo improvviso. È sott’acqua. Intorno è tutto nero, non riesce a distinguere nulla. Qualcosa sembra tenerlo incollato, immobile. Qualcosa sembra spingerlo giù. Istintivamente si leva di dosso il giubbotto troppo pesante, e riesce a risalire a galla.

La Kater è completamente capovolta, tutti quelli che erano sul ponte sono stati sbalzati in mare, alcuni corpi galleggiano intorno inermi. Bardhosh pensa nuovamente alla moglie e ai figli nella stiva, a testa in giù, nella motovedetta sottosopra che imbarca acqua. Lotta rabbiosamente con le onde per raggiungerla, deve trovarli, deve salvarli. Deve salvare Kasjani, Dritero e il piccolo Kostandin. Ma per quanto si sforzi, per quanto provi a raccogliere nelle braccia tutte le proprie forze, non ce la fa ad avvicinarsi. Lo scafo alzato in alto, in quel mondo in cui tutto è stato rovesciato da quei due colpi tremendi, è irraggiungibile. In pochi minuti scompare, la nave affonda rapidamente e le onde si richiudono sopra di essa. La minuscola cabina in cui la moglie e i suoi due bambini sono rimasti intrappolati ora scende rapidamente verso gli abissi, attirata da una forza oscura nel cuore del mare.

http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/il-naufragio/

La prima di una serie

Alla Sexta nel mondo:
Compas:
  Vi avevamo detto che avremmo trovato il modo di sostenervi per fare in modo che, anche voi, sosteniate la resistenza e la ribellione di tutti coloro che sono perseguitati e separati da muri, ecco, abbiamo già un piccolo anticipo.
  È pronta la prima tonnellata di caffè zapatista per la campagna “Di fronte ai muri del Capitale: la resistenza, la ribellione, la solidarietà e l’appoggio dal basso e a sinistra”.
  È caffè zapatista al 100%. Coltivato in terre zapatiste da mani zapatiste; raccolto da zapatisti; essiccato sotto il sole zapatista; macinato in una macchina zapatista; il mulino zapatista si è rotto per colpa di zapatisti; è stato aggiustato da zapatisti (era un balero non-zapatista); poi impacchettato da zapatisti, etichettato da zapatisti e trasportato da zapatisti.
  Questa prima tonnellata è stata ottenuta con la partecipazione dei 5 caracol, con le loro Giunte di Buon Governo, i loro MAREZ e i collettivi delle comunità, ed è già al CIDECI-UniTierra di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico ribelle.
  Questo caffè zapatista è più buono se lo si beve lottando. Ecco qui un piccolo video che hanno fatto i Tercios Compas dove si vede il processo: dalla piantagione di caffè, fino al magazzino.
  Stiamo anche smistando e imballando le opere con cui le/gli zapatist@ hanno partecipato all’ultimo CompArte, vi manderemo anche quelle per sostenere le vostre attività.
  Speriamo di poterlo consegnare durante l’evento di aprile affinché il tutto possa muoversi verso i vari angoli del mondo dove si trova la Sexta, vale a dire, dove ci sono resistenza e ribellione.
  Speriamo che con questo primo sostegno possiate iniziare o continuare il vostro lavoro di appoggio a tutt@ le/i perseguitat@ e discriminat@ del mondo.
  Forse vi chiederete come il tutto arriverà dalle vostre parti. Beh, nello stesso modo in cui è stato prodotto, e cioè, organizzandosi.
  In altre parole, vi chiediamo di organizzarvi non solo per questo, ma anche e soprattutto per fare attività di sostegno a tutte quelle persone che oggi si ritrovano perseguitate per il semplice fatto di avere un colore della pelle, una cultura, un credo, un’origine, una storia, una vita.
  E per ora non è tutto: ricordatevi sempre che bisogna resistere, bisogna ribellarsi, bisogna lottare, bisogna organizzasi.
  Ah, e chiediamo come si dice cuesta cosa che vogliamo dire, ma in modo che lo capisca quello là:
¡Fuck Trump!
(e finalmente anche gli altri -vale a dire i Peña Nieto, Macri, Temer, Rajoy, Putin, Merkel, May, Le Pen, Berlusconi, Jinping, Netanyahu, al-Asad, e metteteci come si chiama o come si chiamerà il muro da abbattere, in modo che tutti i muri ricevano il messaggio-).
(Vale a dire che è la prima di varie tonnellate e la prima di una serie di mentadas (sferzate) -che non sono alla menta-).
Dalle montagne del Sudest Messicano.
Subcomandante Insurgente Moisés.             Subcomandante Insurgente Galeano.
Messico, marzo 2017.
Traduzione a cura di 20zln
Ecco il video dei tercios compas che accompagna il comunicato. Con la canzone “Somos sur”, testo e musica di Ana Tijoux, accompagnata da Shadia Mansour

Not My Europe

casa originale dell’articolo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/not-my-europe-mobilitazione-roma-25-marzo/

Il 25 marzo i leader europei celebreranno a Roma il 60° anniversario dei Trattati di Roma con cui nel 1957 fu istituita la Comunità Economica Europea.

L’Europa che sarà festeggiata il 25 marzo è cosparsa di muri e fili spinati, condanna le organizzazioni umanitarie che osano salvare le vite dei migranti in mare, si appresta a rafforzare i controlli alle frontiere esterne anche grazie ad accordi disumani con i paesi terzi, condanna donne. uomini e bambini in fuga da guerre, persecuzioni e povertà a fare viaggi sempre più spesso mortali o le respingono verso la sofferenza che si sono lasciati alle spalle, lascia che sul suo territorio il vento della xenofobia e del razzismo spiri sempre più forte. Non è la nostra Europa.

Per questo il 25 marzo numerose associazioni lanceranno un messaggio forte ai capi di Stato e di Governo riuniti a Roma: il destino di migranti e rifugiati ci riguarda. La strage continua nel Mediterraneo deve finire, attraverso l’apertura immediata di canali di ingresso regolare e protetto. L’Europa che vogliamo è accogliente e solidale. Un’azione di protesta porterà il Mediterraneo nel cuore di Roma, sulle acque del Tevere.

“Not My Europe” dà appuntamento, quindi, a Roma, sabato 25 marzo, alle ore 15.30 sulle rive del Tevere, sotto il Ponte di Castel Sant’Angelo.

Clicca qui per l’evento Facebook

 

ORGANIZZAZIONI PROMOTRICI:

A Buon Diritto, Amnesty International – Italia, AMM – Archivio delle memorie migranti, Associazione Antigone, Arci nazionale, Baobab Experience, Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza – CNCA, Comitato 3 Ottobre, Giustizia per i nuovi “desaparecidos” del Mediterraneo, CRS – Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato, ENGIM internazionale, Figli delle chiancarelle, Gioventù federalista europea Gfe/Jef Italy, Intersos, Jugend Rettet e.V., K_Alma, Legambiente Onlus, Lunaria, MEDU – Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, R@inbow for Africa – R4A, Sea-Watch

Assemblea pubblica: No ai decreti Minniti-Orlando su immigrazione e sicurezza

casa originale dell’articolo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/assemblea-pubblica-no-ai-decreti-minniti-orlando-immigrazione-sicurezza/

GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO IL RAZZISMO

No ai decreti Minniti-Orlando su immigrazione e sicurezza

Roma, Assemblea pubblica martedì 21 marzo, ore 15

Università La Sapienza, P.le Aldo Moro, Edificio Fermi, aula 4 di Fisica

Il prossimo 21 marzo, Giornata internazionale contro il razzismo, organizzazioni sociali e sindacali, impegnate sui diritti dei migranti e contro ogni forma di razzismo, promuoveranno un’assemblea pubblica per discutere del decreto legge Minniti-Orlando sull’immigrazione e del decreto “sicurezza”, emanati nei giorni scorsi. Per i promotori i due provvedimenti rappresentano un passo indietro sul piano dei diritti e della civiltà giuridica del nostro Paese, come spiegheranno nel corso dell’assemblea. Per questo chiederanno a tutti un impegno concreto per impedirne la conversione in legge nell’attuale formulazione da parte del Parlamento.

L’incontro pubblico è stato infatti convocato sulla base di un appello molto critico verso i due provvedimenti, appello che ha ricevuto molte e importanti adesioni.

Clicca qui per l’evento Facebook

Di seguito il testo dell’appello che vi invitiamo a sottoscrivere, scrivendo a nodecretominniti@gmail.com, e a diffondere.

 

NO AI DECRETI MINNITI-ORLANDO SU IMMIGRAZIONE E SICUREZZA

Appello per un’assemblea pubblica il 21 marzo 2017

Giornata Internazionale contro il razzismo

Il Decreto Legge Minniti-Orlando e il Decreto ‘Sicurezza’, entrati recentemente in vigore ed in fase di conversione in Parlamento, rappresentano un passo indietro sul piano dei diritti e della civiltà giuridica del nostro Paese. Attraverso un uso improprio della legislazione di urgenza, i due decreti, anziché intervenire sulle tante contraddizioni e i limiti dell’attuale legislazione, introducono nuove norme di discutibile efficacia, senza peraltro migliorare l’efficienza del sistema. Ad esempio si rilancia il ruolo dei Centri Permanenti per il Rimpatrio, nuova denominazione per gli attuali CIE, senza che ne venga modificata la funzione e assicurato il pieno rispetto dei diritti delle persone trattenute.

Il Legislatore prevede un’unica procedura per le espulsioni, valida tanto per chi proviene da percorsi di criminalità e lunghi periodi di carcerazione, quanto per il lavoratore straniero privo di permesso di soggiorno, quando sarebbe al contrario opportuno prevedere percorsi di regolarizzazione individuale per chi si è di fatto inserito positivamente nel nostro Paese.

Esprimiamo forte contrarietà rispetto all’abolizione del secondo grado di giudizio per il riconoscimento del diritto di asilo e alla sostanziale abolizione del contraddittorio nell’unico grado di giudizio, limitato da una procedura semplificata (rito camerale) priva del dibattimento. In tal modo non solo viene violato il diritto di difesa di cui all’art.24 della Costituzione, ma si preclude al giudice la valutazione in concreto della persona del ricorrente e del suo eventuale percorso di inclusione sociale ai fini della valutazione sul rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Gestire e governare in modo efficace e lungimirante il fenomeno migratorio non significa – noi crediamo – limitarsi ad irrealistiche azioni di deterrenza. Occorrono, invece, norme che favoriscano i flussi d’ingresso e la permanenza regolare dei cittadini stranieri, contrastando così il lavoro nero e lo sfruttamento. Ribadiamo inoltre l’urgenza di aprire corridoi umanitari e aumentare considerevolmente i reinsediamenti, per consentire alle persone che fuggono da guerre, persecuzioni, fame e povertà di entrare in Italia e in Europa senza mettere in pericolo la loro vita.

Riteniamo inaccoglibile la pretesa di ricondurre la materia del “decoro urbano” al tema della sicurezza, avallando una concezione dell’ordine pubblico che non produce vera sicurezza ma, al contrario, rischia di creare maggiore insicurezza criminalizzando la marginalità sociale senza preoccuparsi di intervenire per combattere la povertà e la marginalità di un numero crescente di cittadini.

Riteniamo inopportuno il ricorso alla decretazione d’urgenza per riformare materie, come il diritto di asilo e le discipline sulla sicurezza urbana, che richiederebbero un più articolato confronto democratico. Nel merito, riteniamo, comunque, che i due Decreti Legge non debbano essere convertiti nella forma attuale: i firmatari chiedono dunque che si apra un confronto ampio e approfondito al fine di dare al Paese una nuova disciplina più bilanciata e condivisa

Per questo facciamo appello a chi intende impegnarsi per impedire la conversione in legge di questi provvedimenti del Governo così formulati a partecipare a un’assemblea pubblica il prossimo 21 marzo, Giornata internazionale contro il razzismo.

Appuntamento a Roma il 21 marzo 2017, ore 15, presso l’Università La Sapienza, in P.le Aldo Moro, edificio Fermi, aula 4 di Fisica.

A Buon Diritto, ACLI, ANOLF, Antigone, ARCI, ASGI, CGIL, Centro Astalli, CILD, CISL, Comunità Nuova, Comunità Progetto Sud, Comunità di S.Egidio, CNCA, Focus – Casa dei Diritti Sociali, Fondazione Migrantes, Legambiente, Lunaria, Oxfam Italia, SEI UGL, UIL

Per adesioni: nodecretominniti@gmail.com

Francesco Lorusso, come ogni anno

Polvere da sparo

I famigliari, gli amici e i compagni di Francesco Lorusso la mattina dell’11 marzo, come ogni anno, si ritrovano in via Mascarella, davanti alla lapide che ricorda l’assassinio di Francesco, nell’anniversario della sua uccisione avvenuta l’11 marzo 1977.
L’appuntamento è alle 10,15 in via Mascarella dove saranno deposti fiori e dove ci sarà un momento di ricordo. Alle 11,15 ci si sposterà al monumento di Francesco, al Giardino Francesco Lorusso (entrata da via Berti 2/2).
Si tratta di cerimonie molto informali che, però, nel corso di questi anni sono state fondamentali per trasmettere elementi di memoria storica che in tanti hanno provato a cancellare, senza riuscirci.
Per quelli più giovani che nel ’77 non erano ancora nati o erano piccolisimi mettiamo a disposizione la testimonianza di Gabriele, compagno e amico fraterno di Francesco (era stata pubblicata nel 1997 sul giornale bolognese Zero in condotta), insieme a due piccoli resoconti tratti…

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Roma 1 marzo 1968 – La battaglia di Valle Giulia

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Guardando al 1968, il 1 Marzo rappresenta una tappa fondamentale, una data destinata a lasciare una traccia forte nell’immaginario collettivo ma anche ad avere conseguenze sugli sviluppi successivi degli eventi.
Con la battaglia di Valle Giulia il movimento studentesco, che nei mesi precedenti era stato un mormorio relegato al piano locale, si trasforma in un boato ed irrompe con forza sulla scena nazionale.Le voci delle precedenti occupazioni di facoltà, iniziate già nel ’67 a Pisa, Torino e Milano, erano infatti circolate perlopiù in ambito universitario, senza riuscire a portare all’attenzione dell’opinione pubblica le prime avvisaglie di agitazione.A Valle Giulia, zona di Roma alle pendici dei Parioli, si trova la facoltà di Architettura, che nei giorni precedenti al 1 Marzo è stata sede di svariate iniziative politiche, culminate nell’occupazione della facoltà.Il 29 Febbraio il rettore D’Avack richiede l’intervento della polizia per mettere fine all’occupazione: l’edificio viene brutalmente sgomberato e rimane presidiato dalle forze dell’ordine.La mattina successiva più di 4000 studenti si radunano in Piazza di Spagna e si dirigono verso la facoltà di Architettura, determinati a liberare l’edificio dall’assedio poliziesco.Il corteo giunge sul posto e comincia a fronteggiare i cordoni delle forze dell’ordine in un clima incandescente; l’evento scatenante non tarda ad arrivare: quando un gruppo di agenti prende in disparte uno studente e comincia a picchiarlo la rabbia del corteo esplode in una fitta sassaiola in direzione della polizia.
In breve lo scontro si estende a tutta l’area circostante, un gruppo di studenti riesce anche a sfondare i cordoni della polizia e a rientrare nella facoltà ma è costretto ad uscirne poco dopo sotto i colpi dei manganelli.
Gli studenti reggono a lungo l’urto delle cariche degli agenti: a fine giornata si contano 500 feriti tra i manifestanti e 150 tra le forze dell’ordine, i fermati sono più di 200, l’area circostante la facoltà ha un aspetto tale da far parlare di una vera e propria battaglia: diverse camionette ed auto incendiate, il suolo disseminato di sassi e lacrimogeni.
L’evento farà scorrere fiumi d’inchiostro: il giorno successivo la notizia rimbalza da un quotidiano all’altro, l’opinione pubblica si divide, tante interpretazioni e visioni ne vengono date.
Quel che è certo è che la battaglia di Valle Giulia rappresenta una svolta per il movimento studentesco e per un’intera generazione che abbandona con decisione la fase dell'”innocenza” e mette in campo il primo episodio di uno scontro inevitabile.
Nelle ore successive la battaglia lo slogan che circola orgogliosamente fra gli studenti, non più disposti a subire a capo chino la violenza della polizia, è: “Non siam scappati più!”.

Standing Rock – Sgomberato il campo di Oceti Sakowin

Mercoledì 22 febbraio, alle 2pm (ora locale) è stato sgomberato a Standing Rock il campo di Oceti Sakowin. L’ultimatum era stato dato 48 ore prima dallo United States Army Corps of Engineers e dal governatore del North Dakota Doug Burgum. Oceti Sakowin era il principale campo di resistenza delle comunità Sioux nei confronti del Dakota Access Pipeline, un grande oleodotto che dovrebbe servire a portare sotterraneamente il greggio dalla Bakken Formation – una zona al confine tra Montana e North Dakota, due stati degli Stati Uniti che confinano con il Canada – fino all’Illinois, attraversando South Dakota e Iowa.

L’opera, fermata da Obama al termine del suo mandato e sbloccata da Trump nei primi giorni del suo operato presidenziale, rischia di devastare completamente la riserva indiana di Standing Rock, un’area tra le più ricche di acqua e biodiversità dell’intero continente americano. Per questa ragione i Sioux che si oppongono all’oleodotto sono chiamati anche Water Protectors.

Nei giorni scorsi, per vie di condizioni climatiche molto problematiche, diverse persone avevano già lasciato il campo, per andare a presidiare altri luoghi vicini alla zona dove dovrebbe passare l’oleodotto. Fonti indipendenti parlano di circa un centinaio di persone che ieri erano ancora stanziate ad Oceti Sakowin .

Nell’abbandonare l’accampamento alcuni attivisti hanno dato fuoco ai teepee e alle baracche in segno di protesta, mentre una decina di persone sono state fermate dalla polizia. Tra queste è stato arrestato brutalmente il mediattivista Eric Poemz, semplicemente per aver fatto alcune riprese video.

Lo sgombero di Oceti Sakowin, dopo sei mesi di occupazione e resistenza, non ferma la lotta dei Sioux. Decine di campi di resistenza si stanno formando in tutta Standing Rock ed altre iniziative di lotta sono previste nelle prossime settimane. Attorno ai Water Protectors si è stretta una rete solidale che diventa sempre più numerosa, pronta a dar battaglia contro l’arroganza di Trump e di Burgum.

UPDATE. Giovedì 24 febbraio prosegue lo sgombero di Oceti Sakowin Camp. In azione mezzi blindati, swat, esercito e polizia in tenuta antisommossa. Segui la diretta su Unicorn Riot

http://www.globalproject.info/it/mondi/standing-rock-sgomberato-il-campo-di-oceti-sakowin/20658