dalla padella alla brace SCUOLAVORO prigioni da cui evadere!

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A “cambiare la scuola” ci pensano i padroni secondo le esigenze dettate dal mercato del lavoro.
Il passaggio dalla scuola-mercato delle loro idee al lavoro-mercato delle nostre braccia e menti può essere “migliorato” solo da chi ne trae profitto e sfruttamento.
A noi spetta combatterli entrambi,
nella prospettiva di un loro superamento.

DALLA PADELLA ALLA BRACE
SCUOLAVORO
PRIGIONI DA CUI EVADERE!

I processi di adeguamento e funzionalizzazione al movimento reale sono una costante di ogni fase storico-politica, e di tutte le sovrastrutture politiche, sociali, religiose ed ideologiche cosi’ come lo sono squilibri, ritardi e contraddizioni in questi adeguamenti.

Oggi, di fronte alla aumentata competitività globale, alla crisi ed alla ripresa, si accelera questo processo costante, riscrivendo l’intera architettura statuale, sociale e dell’”istruzione”.
Con una novità: la fusione tra la funzione ideologica classica della scuola (educazione al comando ed al consenso) con le filiere della formazione e “avviamento” allo sfruttamento senza diritti, precario, gratuito o poco pagato.

Con l’alternanza scuola-lavoro (idea importata dal “sistema duale” tedesco) si anticipa l’educazione a lavorare tanto, faticosamente, al comando totale e dispotico senza difese e gratuitamente (400 ore per gli istituti professionali, 200 per i licei in tre anni!), in competizione con ritmi e condizioni della forza lavoro migrante, piegando le finalità educative del sistema dell’istruzione e di formazione professionale alle esigenze delle imprese.

In sostanza, dal 2015, la “buona scuola” Renziana ha reso questa alternanza obbligatoria per tutti.
Come noto, si tratta di un’innovazione introdotta nel 2015 dalla legge conosciuta come “La Buona Scuola” che dall’anno scolastico appena iniziato coinvolge tutti gli studenti dell’ultimo triennio delle superiori.

Si tratta di sistema adottato in Germania nelle scuole tecniche con il modello duale, ma introdotto anche a Bolzano e a Trento ormai da molti anni e già sperimentato in altre regioni.

Quel che spicca di questo sistema è il fatto di essere decisamente mirato a far assaporare allo studente il “mondo del lavoro” di per sé (etica del lavoro, struttura delle aziende, rapporti con colleghi e superiori, ecc.) più che insegnare un singolo mestiere del quale si possa campare, modellando il percorso di apprendimento sulla base delle esigenze aziendali.

Il nuovo ciclo duale dell’alternanza scuola-lavoro all’italiana risponde ad una serie di obiettivi e ristrutturazioni sistemiche:
a) “riposizionamento strategico” della politica industriale, per competere sul mercato globale orientandosi verso un segmento tecnologico medio-alto ad alta produttività, che esalti un “made in Italy” dalla qualità totale;
b)maggiore rapporto tra scuola università ed impresa, mediante la valorizzazione del principio dell’”autonomia responsabile”, finalizzata all’elaborazione di un’offerta formativa più mirata e proattiva;
c) l’uso-coinvolgimento della famiglia nel controllo-orientamento permanente allo studio e al lavoro ;
d) obbligo di praticare stage e tirocini non pagati nell’ambito di tutti i percorsi scolastici e universitari e ruolo più attivo delle università nell’attività di “matching” (accoppiamento-rapporto-interdipendenza) tra domanda e offerta di lavoro;
f) sviluppo delle potenzialità e generalizzazione del nuovo apprendistato, rendendolo più “dialogante” con la domanda delle imprese;

Questo nuovo scenario “total prison” (dalla famiglia che ti avvia alla scuola che ti avvia al lavoro che ti “permette” una nuova famiglia…..) rappresenta la nuova frontiera della futura “società 4.0”, dove i robot divengono umanoidi e gli umani robot.
In questo senso è inadeguato ogni movimento separato, parziale, di categoria (studenti-lavoratori-donne etc) che tende a difendersi settorialmente da attacchi e riforme interconnesse e parte di un progetto sistemico.

Non si tratta di stralciare l’alternanza scuola-lavoro dalla “buona scuola”, ma di riconoscere nella scuola (e nella famiglia) il corridoio che ci porta e ci educa, sempre più anticipatamente, al lavoro salariato, allo sfruttamento.

Non si tratta di “cambiare la scuola”, che come lo stato, si “abbatte e non si cambia”, ma di lottare per una società funzionale dove istruzione, cultura e libera attività siano fuse ed al servizio della comunità.

Pino ferroviere

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Il capitalismo è barbarie e morte

Per anni i sindacati FIOM (CGIL)-FIM (CISL)-UILM (UIL) UGL- hanno garantito pace sociale e profitti ai vari padroni pubblici e privati, barattando il lavoro e il salario con la salute degli operai della fabbrica e dei cittadini di Taranto e dintorni. Non si lottava contro la nocività in fabbrica e col padrone di turno, si accettava invece tranquillamente la politica padronale della monetizzazione della salute. La concertazione e la complicità hanno portato i sindacati a essere complici dei vari “piani industriali”, che avevano l’unico scopo di realizzare il massimo profitto sulla pelle degli operai. Invece lottare per eliminare la nocività e rivendicare nelle piattaforme contrattuali condizioni e ambienti di lavoro salubri, hanno accettato condizioni che hanno avvelenato prima i lavoratori e poi il territorio.
Oggi la nuova proprietà della fabbrica dichiara che a livello nazionale è previsto un organico totale di 9.885 dipendenti tra quadri, impiegati e operai rispetto ai circa 14mila attuali. Circa 3.300 dei 4mila esuberi, su un totale di 14.200 lavoratori del gruppo Ilva, riguarderebbero la sede di Taranto, 599 quella di Genova.

Il governo, dopo essere intervenuto con soldi pubblici (di tutti i cittadini) per sanare le perdite della vecchia proprietà di Ilva (di padron Riva), socializzando i debiti e privatizzando il profitto, ora regala la fabbrica – che sorge su 15 milioni di metri quadri di area, 200 chilometri interni di ferrovie, altri 50 di treni-nastri – ai nuovi padroni della ArcelorMittal-Marcegaglia, azienda che da subito ha preso il controllo di Ilva annunciando che il piano di “risanamento” dell’azienda consiste semplicemente in licenziamenti e tagli dei salari.
Immediate le reazioni dei lavoratori, con proteste e scioperi compatti che hanno costretto a scendere in campo anche il governo.”Quello che oggi manca rispetto all’offerta non sono i numeri degli esuberi, su cui si può discutere, fanno parte della trattativa sindacale – ha spiegato il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda – ma il pezzo sugli impegni che l’acquirente ha preso nei confronti del Governo che riguarda i livelli salariali e di scatti di anzianità”. Gli esuberi per Ilva “erano noti a partire dall’offerta”, e “il tavolo con i sindacati ha l’obiettivo di ridurli” ma “non possiamo accettare alcun passo indietro, come Governo, per quanto riguarda le retribuzioni e gli scatti acquisiti”, ha detto. In sostanza per il Ministro si può ridurre il personale e licenziare a patto che il conflitto sia contenuto .
Una decisione accolta con favore da Maurizio Landini: “Il governo ha fatto bene a sospendere il tavolo sull’Ilva, ma ora l’esecutivo deve occuparsi di tutti gli altri temi”. Secondo l’ex leader Fiom potrebbe esserci un “ruolo di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), e di altre forme che il Governo può garantire, dentro l’assetto societario che viene definito”.

Nella società capitalista il sindacato ha lo scopo di contrattare al meglio la condizione della forza lavoro e anche un sindacato di classe, oggi inesistente nel regime del lavoro salariato, non può andare oltre questo obiettivo.
La lotta sindacale contro gli attacchi del capitale è necessaria e indispensabile per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro. Tuttavia gli operai non devono mai delegare al sindacato la difesa dei loro interessi. Mai dimenticare che l’unico obiettivo dei vertici sindacali, o unico scopo, è di farsi riconoscere e sedere al tavolo delle trattative con i padroni.
Infatti, le trattative, i mercanteggiamenti e i loro risultati sono alla fine destinati a colpire comunque i lavoratori, a gettare fumo negli occhi alle masse proletarie salvaguardando sempre e in definitiva gli interessi del capitale. Anche se temporaneamente in alcune circostanze favorevoli è possibile “vincere”, difendersi, arginare gli attacchi dei padroni, il modo di produzione capitalista non può in alcun modo essere riformato e migliorato.
Il futuro, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro duraturo può avvenire solo nel socialismo, dopo aver definitivamente distrutto dalle fondamenta il sistema capitalista. Lottare e battersi per ridurre il margine dello sfruttamento, contrapponendosi al capitale e allo stato dei padroni, è necessario per non morire di fame, ma non bisogna dimenticare che finché esiste lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il potere, la forza è ancora tutta dalla parte del capitale.
Non basta lottare contro gli effetti del capitale – licenziamenti, fame, miseria e guerre -bisogna lottare anche e soprattutto contro le cause dello sfruttamento.
Fino a quando le lotte del proletariato non riacquisteranno la necessaria centralizzazione e solidarietà di classe attorno a obiettivi socialisti, ponendosi l’obiettivo del potere operaio e proletario – interessi contrapposti e antagonistica a quelli del capitalismo e della classe borghese che detiene il potere economico e politico – la barbarie continuerà a incombere e colpire la classe operaia e le masse popolari.

Morti sul lavoro: al lavoro come in guerra.
Aumentano gli infortuni sul lavoro. 682 incidenti mortali nel 2017

Secondo i dati INAIL pubblicati a fine agosto, nei primi 8 mesi gli infortuni sul lavoro sono stati 422 mila, con un aumento dell’1,2% rispetto allo stesso periodo del 2016. Quelli mortali denunciati sono stati 682, con un incremento addirittura del 4,7%. Un fatto che non accadeva nel nostro Paese da anni.
In Italia gli operai e i lavoratori continuano a morire più che in guerra, fra l’indifferenza e l’ipocrisia del governo e delle istituzioni.
Davanti a questa guerra di classe dei padroni contro i proletari, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si limita a sottolineare come sia “inconcepibile” registrare tutte queste morti sul lavoro, specialmente tra i giovanissimi, senza fare nulla in proposito per fermare questa mattanza operaia.

Dai dati INAIL si evidenzia che l’aumento degli infortuni riguarda soprattutto l’industria e servizi (+2%) e i dipendenti pubblici (+3,3%), dimostrando così che la sicurezza sui posti di lavoro è inesistente e l’obiettivo del massimo profitto realizzato sulla pelle dei lavoratori non ha nessun rispetto della salute e della vita dei lavoratori.

Di lavoro si continua ogni giorno a morire.
Al 10 ottobre, secondo il report dell’Osservatorio Indipendente di Bologna sui morti sul lavoro, nei primi 9 mesi del 2017 i morti sul lavoro, compresi quelli in itinere. superano invece i 1.100
L’anno scorso in Europa sono stati 10.000 i lavoratori morti mentre andavano o tornavano dal lavoro (indagine europea). Oltre ai lavoratori regolarmente assicurati dall’INAIL esistono anche milioni di lavoratori in nero che non entrano dei conteggi, come quelli che subiscono diverse forme di sfruttamento nelle cooperative, nella logistica e in “stage”.

Ogni giorno decine di migliaia di persone – uomini e donne, un esercito silenzioso e spesso disperato – legge gli annunci sui quotidiani e su internet, manda il proprio curriculum sperando, se non in un contratto, quantomeno in un colloquio, ma alla fine la stragrande maggioranza resta senza lavoro e senza salario.
Una parte della forza lavoro che forma questo esercito è fatta dai 3 milioni e 127 mila disoccupati che compongono la giungla degli stagisti.
Da anni le aziende usano giovani nell’industria e nei servizi per coprire mancanze di manodopera nel proprio organico, spendendo poco o addirittura a costo zero (si tratta del cosiddetto “stage rolling”, cioè la rotazione continua e senza speranza di assunzione), oppure per individuare un futuro dipendente (e questo è il caso dello stage volto ad assunzione).
Secondo il rapporto Excelsior redatto da UnionCamere e Ministero del Lavoro, nel 2011 sono stati attivati 307 mila tirocini in 215 mila aziende private. Di questi soltanto il 10,6 % ha dato poi luogo a un rapporto di lavoro. Le aziende li usano per sostituire ogni sei-dieci mesi un dipendente con uno o più stagisti a ciclo continuo. E questo non riguarda soltanto il settore privato ma anche quello pubblico: ad esempio avviene ampiamente negli uffici giudiziari. In questo settore gli infortuni sono completamente ignorati e solo in casi estremi vengono denunciati.
Lampante l’ultimo esempio. Vittima dell’infortunio, accaduto alla Spezia il 6 ottobre, è uno studente di un istituto superiore di 17 anni, impegnato in un progetto di alternanza scuola-lavoro all’interno di una ditta specializzata nella revisione e riparazione di motori nautici e industriali. Senza alcuna formazione, il giovane è stato costretto a salire su un muletto. Il ragazzo è rimasto schiacciato sotto il carrello elevatore quando questo, all’improvviso, si è capovolto nel piazzale dell’azienda. Il ragazzo è stato soccorso dai lavoratori della ditta che l’hanno estratto dal mezzo e hanno chiamato il 118. Trasportato in ospedale, lo studente (lavoratore) ne avrà per almeno 40 giorni secondo la prognosi.
Se non cambiamo – e presto – la realtà di oggi, questo non è solo il presente ma il futuro che spetterà alle prossime generazioni.

Michele Michelino (dalla rivista nuova unità)

Cagliari, il 21 Ottobre corteo antifascista per chiudere Casapound

Casapound vuole aprire una sede a Cagliari il 21 Ottobre. Il Coordinamento Antifascista Cagliaritano ha lanciato per quella giornata un corteo in città per impedire l’apertura della sede dei neofascisti.
Diffondiamo e riproponiamo l’appello alla mobilitazione antifascista “Chiudere Casapound”.

Cagliari, il 21 Ottobre corteo antifascista per chiudere Casapound

RIPRENDIAMOCI LE STRADE, CHIUDIAMO CASA POUND!

Il 21 ottobre aprirà ufficialmente a Cagliari la sede di Casapound Italia, un partito travestito da associazione di promozione sociale, già presente in varie parti della penisola e in Sardegna.
Ogni avamposto di Casapound è diventato una zona franca per i militanti di estrema destra, che hanno potuto – nella quasi totale impunità – aggredire, minacciare, umiliare migranti, omosessuali o chiunque abbia mostrato la propria avversità alle idee dei neofascisti. Casapound fomenta l’odio razziale, la discriminazione di genere e la guerra tra poveri. Sono i mandanti ideologici degli assassini dei migranti compiuti a Fermo e Firenze.

I fascisti di Casapound si travestono da volontari, vanno a caccia di consensi organizzando campagne sociali. Hanno svecchiato l’immagine decrepita del nostalgico in giacca e cravatta con tatuaggi, ceralacca, musica punk e hip hop. Appaiono nelle piazze, fuori dai mercati e nei centri cittadini per continuare il loro proselitismo fatto di odio e di ricette antiche come il mondo.

ODIA IL DIVERSO per risolvere i tuoi problemi. Il ritornello suona sempre uguale: lo strapotere delle banche, la povertà dilagante, la prepotenza dei politici sono causate da chi sta in fondo alla scala sociale.
ODIA IL TUO PROSSIMO PER VIVERE MEGLIO. Casapound cerca di indirizzare la rabbia di chi non ha mai ricevuto niente dalle istituzioni verso i falsi nemici del più povero e dell’immigrato. CASAPOUND FOMENTA LA GUERRA TRA POVERI ma loro non sono mai stati poveri. Hanno spazi assegnati dal valore di milioni di euro, hanno contatti e traffici con mafia e dirigenti politici, gestiscono imprese, locali, bar, marche di abbigliamento e riviste. Hanno il piede in più staffe: nelle istituzioni e contro le istituzioni. Chiamano la forza pubblica per farsi difendere dalle contestazioni. Invocano legalità e sicurezza mentre compiono aggressioni solo se in superiorità numerica.
COME ANTIFASCISTI, ANTIRAZZISTI, COME DONNE E UOMINI CHE RIFIUTANO LA DISCRIMINAZIONE DI GENERE E L’OMO-LESBO-TRANSFOBIA, VOGLIAMO LOTTARE PERCHE’ LA SEDE DI CASAPOUND CAGLIARI NON APRA.
NON E’ UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA E DI LIBERO PENSIERO. L’inutilità delle prese di posizione a parole di istituzioni e partiti sedicenti antifascisti è stata il via libera ai tirapugni e ai coltelli dei neofascisti. Creiamo invece un’ aria irrespirabile per questi personaggi, ognuno con le proprie modalità e sensibilità.

Durante gli incontri organizzati nell’isola, Casapound si è resa responsabile di raid punitivi prima contro il Centro sociale Pangea di Porto Torres, poi il collettivo s’Idea Libera di Sassari. Non sono mancate le aggressioni neanche a Cagliari: durante la primavera nel quartiere di Villanova, l’ultima venerdì scorso in piazza Ingrao. La causa è stata il rifiuto di un loro volantino o una parola mal digerita dai militanti neofascisti.
Questi episodi sono vergognosi e da condannare, non ci aspettiamo che lo facciano le forze dell’ordine né i politici seduti in regione o in comune.

L’ANTIFASCISMO NON SI DELEGA. Chiediamo con urgenza la mobilitazione di tutte e tutti i sardi, compagni e compagne della penisola per evitare l’apertura di CASAPOUND CAGLIARI.
Il 21 ottobre in pompa magna i fascisti apriranno la sede con la presenza dei loro leader, ROVINAMOGLI LA FESTA.
VOGLIAMO ESSERE LIBERI E LIBERE DI VIVERE LE STRADE SENZA PAURA, VOGLIAMO CAGLIARI LIBERA DAL FASCISMO E DALLE AGGRESSIONI FASCISTE.

IL 21 OTTOBRE CORTEO ANTIFASCISTA!

 

17 ottobre 1977: i “suicidi” di Stammheim

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La notte tra il 17 e il 18 ottobre 1977 i militanti della Rote Armee Fraktion (Raf) Andreas BaaderGudrun Ensslin e Jan Carl Raspe furono ritrovati senza vita all’interno del carcere tedesco di Stammheim.

Inolte Irmagard Moller, altra militante della RAF venne salvata in ospedale nonostante le gravissime ferite (quattro coltellate al petto).

Il 5 settembre 1977 la RAF rapì a Colonia il presidente della confidustria tedesca, nazista, era stato gestore dell industrie di Boemia e Moravia ai tempi dell’occupazione nazista, Hans-Martin Schleyer.
La RAF comunicò che l’ industriale sarebbe stato tenuto prigioniero fino alla liberazione dei sei detenuti a Stammheim.

La reazione dello Stato tedesco fu dura, per legge, venne decretato il totale isolamento di tutti i militanti della RAF detenuti nelle carceri della Germania Federale.
Il 9 maggio 1976 dopo anni di duro isolamento e di sciopero della fame collettivo dei mebri della RAF contro le condizioni inumane della loro detenzione Ulrike Meinhof fu trovata impiccata alle sbarre della cella.

Anche in questo caso la polizia e la direzione del carcere parlarono di suicidio collettivo, fu da subito evidente che non poteva trattarsi di un suicidio.
Sia perchè non era credibile che dei detenuti in regime di isolamento, che giornalmente venivano cambiati di cella e che erano sorvegliati a vista dai secondini, fossero riusciti a far entrare armi nel carcere e sia per le modalità con cui si sarebbero ammazzati.

Il 19 ottobre con una lettera inviata al giornale francese Liberation, la RAF annunciò di aver posto fine, dopo 43 giorni, alla “miserabile e corrotta esistenza” di Hanns-Martin Schleyer.
Il giorno successivo la legge che imponeva l’isolamento per i militanti della RAF in galera fu revocata dal presidente tedesco.

Padova: Due studenti del Coordinamento studenti medi aggrediti dai fascisti

Sabato 14 ottobre,  una decina di fascisti hanno aggredito due studenti, attivisti del coordinamento Studenti Medi di Padova, all’ingresso dell’istituto G. Valle.

Gli studenti sono riusciti a respingere l’aggressione uscendone illesi. L’aggressione è avvenuta ai danni di un ragazzo che lo scorso venerdì 13, durante la manifestazione studentesca, si è fatto portavoce delle richieste degli studenti e si è esposto in piazza per difendere la scuola pubblica. Un bersaglio conosciuto quindi, che i fascisti hanno individuato, si evince, con premeditazione e volontà di colpire un rappresentante degli studenti antifascisti di Padova. Gli studenti ribadiscono che non sono intimoriti da questi atti squadristi, e che ritorneranno nelle scuole con più forza di prima, rilanciano quindi un assemblea pubblica al Valle per venerdì prossimo.
Di seguito il comunicato del Coordinamento Studenti Medi Padova, e il video della conferenza stampa svoltasi ieri pomeriggio di fronte al Valle.

«Oggi, prima dell’inizio delle lezioni, alcuni militanti di estrema destra hanno aggredito in gruppo due giovani studenti dell’istituto G. Valle, legati al coordinamento studentesco che ieri ha attraversato la città in un corteo che portava le istanze degli studenti contro le politiche del Governo.
L’intento di questa azione squadrista è palese: cercare di imporsi con l’intimidazione, nel tentativo di mascherare la propria nullità politica, su chi ha il coraggio di esporsi pubblicamente nelle questioni più importanti del proprio tempo.

Ieri il coordinamento ha dimostrato di essere una realtà viva e vitale, capace di raccogliere attorno a sé tante persone in un corteo e anche di dialogare con le istituzioni, entrando di petto nella stagione politica cittadina.
Tutto questo fa paura ad alcuni che, incapaci di arginare la libertà, cercano di bloccarla con la violenza.

L’aggressione è stata respinta, e non ha ottenuto alcun risultato: né le ferite né la paura.
L’una, perché pur essendo 10 contro 2 gli aggressori sono stati scacciati.
L’altra, perché i metodi fascisti non spaventano ma rendono più forte la volontà di contrastarli, uniti e compatti, senza timore.

L’aggressione in un istituto scolastico è un episodio gravissimo su tutti i fronti, odioso, inaccettabile e che non verrà scordato.

Abbiamo la memoria lunga, e nessun problema nel ribadire che i ratti devono essere cacciati nelle fogne cui appartengono».

CASA POUND Milano S.p.a. – reportage 1 PIVERT

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Negli ultimi tre anni i maggiori dirigenti nazionali di Casa Pound Italia (CPI) sembrano aver scelto come centrale delle loro imprese economico-imprenditoriali Milano e la sua area metropolitana. Quello che i Fascisti del Terzo Millennio hanno costruito infatti nel capoluogo lombardo è un intricato intreccio di attività economiche di cui le più note sono la linea di abbigliamento Pivert, alcune case editrici e il ristorante Osteria Angelino.

Sabato 14 ottobre anche Milano avrà il suo nuovo Pivert store in Via Lomazzo 11 a Chinatown. L’inaugurazione coincide con l’uscita della nuova collezione Astrum annunciata con uno spot su Facebook dai toni molto anni Novanta che vede protagonista Nina Moric. Un filmato surreale di “vita vissuta” dove un non giovanissimo e barbuto uomo, dopo la partita a torello davanti a San Siro risponde al richiamo della presunta fidanzata e accorre all’Arco della Pace per incontrarla, non prima di una sosta per il cambio d’abito volante in un parcheggio. Lì indossa i capi del marchio con il picchio stilizzato, garanzia di perdono e abbraccio finale. Perché anche il fascista del terzo millennio ha un cuore.

A capo della Pivert (che per qualche tempo ha cercato di non essere associata direttamente a Casa Pound Italia) è Francesco Polacchi, ex-responsabile nazionale di Blocco Studentesco, riciclatosi oggi come imprenditore del tessile.

La sede legale è a Roma in via Diomede Pantaleoni 31 e Polacchi ne è amministratore unico con il 70% della proprietà. Il restante 30% è intestato alla società Minerva Holding, a sua volta controllata per un quarto da Polacchi stesso, per l’altro quarto da Giulia Polacchi e per il 50% da Maria Laura Venturelli. Una tipica azienda a conduzione familiare che al momento ha un utile di poco più di 11mila euro, i debiti da pagare e la volontà di investire come dimostrano le nuove e continue aperture di punti vendita.
La sede reale dell’impresa è a Cernusco sul Naviglio (Piazza Matteotti 5) dove si trovano anche i magazzini di stoccaggio della merce, mentre gli altri punti vendita sono a Brescia (Via Felice Cavallotti 2/a), Torino (Via Bruno Buozzi 4/c) e Roma (via Diomede 33).

I vestiti Pivert si possono inoltre acquistare in molti negozi streetwear e casual vicini al mondo dell’estremismo di destra come l’Intercity Firm di Padova (di proprietà del noto ex-forzanovista e rapinatore di banche Gianluca Locicero) o i punti vendita della catena romana Maracana Football Store (quattro nella Capitale e uno nella nera Albano Laziale).

Polacchi e la Pivert non mancano poi di rifornire le strutture sorelle di Casa Pound in Europa come Hogar Social (Madrid), Bastion Social (Lione)o un negozio in uno strano paesino danese nell’hinterland di Copenhagen (Rodrove).

Ovviamente Pivert è dotato di una piattaforma e-commerce e ultimamente sta beneficiando dell’endorsement mediatico dell’ex-modella Nina Moric che presenterà la nuova collezione (“Astrum”) sabato 14 ottobre sempre a Milano.

Tra i volti che fanno da testimonial alla catena di abbigliamento quello del pugile professionista Roberto Ruffini, arrestato nel 2014 a San Benedetto de Tronto per alcuni pestaggi. Ruffini, oltre a frequentare i ring nella categoria superleggeri stato responsabile della sede sambenedettese di Casa Pound.

Si fanno volentieri fotografare indossando i capi del brand anche Paolo Bargiggia, commentatore sportivo di Mediaset e firma del Primato Nazionale (dal 13 ottobre anche nelle edicole come settimanale cartaceo) e Matteo Minonzio, croce celtica tauata sulla schiena, esperto di arti orientali, legato ai gruppi di estrema destra di Bologna e finito in due inchieste nel 2007 e nel 2009, la prima nell’ambito di un’operazione che smantellava una cellula naziskin nel capoluogo emiliano, la seconda per traffico di sostanze anabolizzanti.
Pivert rappresenta a tutti gli effetti però una attività imprenditoriale dell’intera Casa Pound Italia visto il suo legame con altre propaggini economiche riconducili all’organizzazione di Gianluca Iannone e Simone Di Stefano.

In questo quadro si può spiegare la strana “scomparsa” dalla vita politica pubblica di Francesco Polacchi; il giovane camerata ha infatti alle spalle un pesante carico penale dovuto alla sua attività di squadrista; probabilmente questo ha spinto la sua organizzazione a toglierlo dalle prime file (e dai riflettori) per consentirgli di costruire liberamente Pivert.

pivert_2In effetti di Polacchi non si era saputo più nulla dal 2014 fin quando il 29 giugno 2017 non è ricomparso proprio a Milano guidando l’irruzione di Casa Pound a Palazzo Marino, l’aggressione contro gli attivisti della rete antirazzista “Nessuna persona è illegale” e i tafferugli con gli antifascisti intorno al Comune.

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Francesco Polacchi, classe 1986, romano (è vissuto nel quartiere di Boccea), è nato e cresciuto politicamente in Casa Pound, divenendone da subito un dirigente giovanile di primo piano (la sua prima intervista sui media nazionali risale al 2006 all’interno del Pub di Casa Pound il Cutty Sark)

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Nonostante fosse il capo carismatico di Blocco Studentesco di scuole ne girò, in effetti, fin troppe: dopo essere stato sbattuto fuori dal Convitto Nazionale e da una scuola privata, prese la maturità al Farnesina, l’unica scuola che vide spesso delle autogestioni capitanate dai fascisti; si iscrisse poi per un periodo a Roma Tre per studiare Storia, ma oltre a qualche rissa nell’ateneo romano non brillò.

La sua carriera squadrista invece conta un notevole curriculum:

– nell’Agosto del 2007 (a soli 21 anni) mentre era in vacanza in Sardegna (Porto Rotondo) accoltellò gravemente un giovane sassarese e ne ferì altri due davanti ad una discoteca (in compagnia di altri quattordici camerati che si trovavano lì con lui per partecipare ad un festival neofascista estivo): venne arrestato immediatamente dai carabinieri di Olbia e imputato per tentato omicidio.

pivert-4– 29 Ottobre 2008, Polacchi guidò il gruppo di Blocco Studentesco che aggredì in Piazza Navona il corteo/presidio degli studenti dell’Onda contro la discussione in senato della Riforma Gelmini. I fascisti dopo essersi fatti largo a colpi di fibbia tra gli studenti medi e i Cobas, occuparono un angolino della piazza e armati di caschi e manici di piccone tricolori, ingaggiando un lungo scontro con un corteo antifascista composto da universitari della Sapienza.

I militanti di Blocco Studentesco vennero lasciati fare dalle forze dell’ordine presenti e nel momento in cui stavano avendo la peggio vennero difesi dalla polizia e portati via da Piazza Navona.

Durante la trasmissione televisiva di Michele Santoro sugli scontri venne diffuso un filmato in cui un funzionario di Polizia (Digos) presente in piazza, dimostrava un rapporto molto colloquiale con Polacchi.

Da notare che la protesta dei giovani di Casa Pound contro la Riforma Gelmini si configurò unicamente come una breve provocazione volta a infiltrarsi nei movimenti studenteschi, visto che la stessa Gelmini partecipò a una iniziativa della sezione veronese del Blocco Studentesco.

– Il 3 novembre 2008 all’una e trenta della notte militanti Casa Pound irruppero dentro gli studi della RAI, in via Teulada, per minacciare la conduttrice Federica Sciarelli e la redazione della trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”. La colpa era di aver messo in onda un video che mostrava chiaramente l’aggressione di Blocco studentesco e il ruolo negli scontri di Francesco Polacchi in Piazza Navona.

– Nella notte del 13 Aprile 2010, Polacchi e i suoi aggredirono invece con caschi, cinghie e bastoni alcuni militanti del Centro Sociale Acrobax che stavano mettendo dei manifesti per il diritto alla casa nella zona dell’ateneo di Roma Tre. I fascisti ebbero la peggio (Polacchi stesso ebbe un braccio ingessato, mentre altri nove di Blocco finirono all’ospedale), ma la polizia denunciò comunque tutti (sia antifa che fascisti) per rissa.

– Il 23 Marzo 2012, Polacchi partecipò in prima fila ai durissimi scontri avvenuti nella borgata romana di Casal Bertone tra antifascisti e militanti del Circolo Futurista (locale sede territoriale di CPI).

– Il 14 Dicembre 2013, Polacchi e Di Stefano guidarono una ventina di militanti di Casa Pound in una azione contro la sede della Rappresentanza dell’Unione Europea a Roma.
Dopo l’arrivo della polizia lo stesso Polacchi venne ferito alla testa durante una carica, come dimostra una sua intervista sul luogo.

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Da allora se ne persero le tracce… fino alla nascita di Pivert e agli incidenti di Palazzo Marino di questo Giugno.

To be continued…

I Palestinesi di Gaza e Cisgiordania riprendono il cammino in comune

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Il travagliato percorso dal 2014  alla riunificazione politica

Perché è stato possibile riavviare il governo comune nel 2017

I punti chiave dell’accordo globale

– Il travagliato percorso dal 2014  verso la riunificazione politica

Il primo effettivo passo verso la riunificazione è avvenuto con scarso rilancio mediatico nel 2014. I colloqui fra Hamas e Fatah – sulla base dell’intento di Gaza di non arrivare a un distacco radicale: non ci sarà uno stato di Gaza, non ci sarà uno Stato Palestinese senza Gaza –  portarono il 23 Aprile all’annuncio della preparazione di una riconciliazione politica fra il partito di Hamas e AP, Autorità palestinese.

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19 settembre 1943: l’eccidio di Boves

Negli anni Quaranta Boves è una cittadina pre montana, in provincia di Cuneo, di circa diecimila abitanti, dediti per lo più ad un allevamento e all’agricoltura di sostentamento, che spesso sono costretti ad emigrare, anche solo stagionalmente. Le guerre, lunghe e faticose, che si sono susseguite, hanno mietuto numerose vittime: trecento sono i morti tra coloro che hanno combattuto la prima guerra mondiale, ma altre centinaia di persone sono morte di fame e di stenti.

Per questo motivo, già il 16 settembre, un proclama delle nazista firmato dal maggiore delle Waffen SS Joachim Peiper, comunica alla popolazione che i fuoriusciti dall’esercito italiano che sono saliti in montagna verranno liquidati come banditi, e che chiunque dia loro aiuto o asilo sarà ugualmente perseguito. Lo stesso giorno Peiper si reca a Boves, fa riunire in piazza tutti gli uomini e minaccia di bruciare il paese se tutti i soldati datisi alla macchia non si presenteranno.

La mattina di domenica 19 settembre una Fiat 1100 arriva in Piazza Italia: i due occupanti sono militari tedeschi. Un gruppo di fuoriusciti dall’esercito italiano, rifugiatisi per combattere in località San Giacomo, in Val Colla, è appena arrivato in paese per fare rifornimento di cibo: scorta la vettura dei tedeschi, li raggiungono, li disarmano e li catturano senza che questi oppongano resistenza, e li trasportano in Val Colla, dove i due vengono interrogati in merito alla propria presenza nel paese.
Alle 11.45, nemmeno un’ora dopo la cattura, due grandi automezzi tedeschi, carichi di militari, arrivano in Piazza Italia: due SS con bombe a mano distruggono il centralino del telefono sito nei pressi del municipio, quindi i due automezzi ripartono a tutta velocità verso il torrente Colla. Giunti nei pressi del borgo di Tetti Sergent i tedeschi abbandonano i mezzi e proseguono a piedi: sono circa le 12 quando inizia la battaglia con le formazioni partigiane lì stanziate. Il contrattacco della formazione di Ignazio Vian ha successo, e in meno di un quarto d’ora le truppe tedesche sono costrette a indietreggiare. Durante lo scontro restano a terra due persone, il partigiano genovese Domenico Burlando, e un militare tedesco, il cui corpo viene abbandonato nel bosco dai suoi.
Alle 13 le SS coinvolte nello scontro a fuoco tornano a Boves, e circa alla stessa ora giunge in Piazza il grosso del plotone tedesco di Cuneo, comandato dal generale Peiper, che incarica il parroco di Boves, Don Bernandi, e l’industriale Antonio Vassallo di andare a trattare con i partigiani per la riconsegna dei due prigionieri, della Fiat 1100 e della salma del caduto; Peiper assicura che in caso di successo della trattativa Boves sarà risparmiata, ma si rifiuta di mettere per iscritto il proprio impegno, asserendo che “la parola d’onore di un ufficiale tedesco vale gli scritti di tutti gli italiani”.
Gli ambasciatori giungono tra i partigiani tra le 14 e le 15 e parlano con il comandante Vian e un’altra decina di persone, che dopo alcune discussione decidono di riconsegnare i prigionieri, con tutto il loro equipaggiamento, l’auto, e la salma del caduto tedesco. I prigionieri, bendati, vengono fatti salire in auto con gli ambasciatori e riportati in centro a Boves.

Nonostante la riconsegna il maggiore Peiper dà ordine di iniziare la rappresaglia: piccoli gruppi di SS sfondano le porte delle case, sparano e uccidono i cittadini che sono rimasti a Bovese, per la maggior parte anziani, malati e infermi, e appiccano il fuoco a tutto ciò che trovano sulla loro strada.

Il bilancio dell’eccidio di Boves, il primo in Italia, è pesantissimo: 350 le abitazioni incendiate, 24 le persone uccise, tra i quali anche i due ambasciatori don Bernardi e Antonio Vassallo.

I famigliari delle vittime e l’intera cittadina di Boves non avranno mai giustizia: nonostante i numerosi tentativi di denuncia, la magistratura tedesca non prenderà mai in considerazione le richieste della città cuneese. Il generale Peiper, arrestato alla fine della guerra, verrà inizialmente condannato all’impiccagione per il massacro di Malmedy, in Francia, in cui morirono 129 persone, ma la pena verrà commutata in carcere a vita e sarà scarcerato sulla parola nel 1956; trasferitosi con uno psuedonimo a Traves, in Francia, verrà infine raggiunto dalla giustizia partigiana il 13 luglio 1971, durante l’incendio della sua casa, colpita da bombe moltov.

8 settembre 1974: la polizia uccide Fabrizio Ceruso

È il 5 settembre del 1974 quando per Roma e dintorni inizia a girare una notizia tanto allarmante quanto inaspettata: stanno sgomberando a San Basilio!
Chi, rispondendo all’appello, si precipita nel quartiere trova uno scenario da guerra civile. Come vere truppe d’occupazione, le forze dell’ordine hanno invaso la storica borgata romana ma, dopo aver allontanato una prima volta gli occupanti dalle proprie case, non possono impedire una nuova occupazione degli appartamenti la sera stessa.
Il Comitato di Lotta per la Casa, insieme a un fronte sempre più ampio di sodali, rinforza la difesa, ma il 6 la storia si ripete:

La polizia arriva la mattina in forze per effettuare lo sgombero in via Montecarotto, ma trova una resistenza organizzata all’innesto della via Tiburtina con via del Casale di San Basilio, dove nella notte era stata alzata una barricata. Iniziano gli scontri con lanci di lacrimogeni e ripetute cariche a cui i manifestanti rispondono con un fitto lancio di molotov e sassi. La polizia comunque riesce a transitare da via Nomentana, circonda le case e inizia un fitto lancio di lacrimogeni sparati anche sui balconi e si fa largo a colpi di manganello: una bambina di 12 anni rimane ferita. In alcuni appartamenti si verificano focolai di incendio (Massimo Sestili, “Sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974”, in “Historia Magistra” n.1, 2009).

Le case sgomberate, in ogni caso, vengono nuovamente occupate nella stessa giornata. E proprio grazie alla determinazione di chi resiste, il 7, sabato, si respira aria di tregua, con gli avvocati di Movimento che riescono anche a recarsi in Prefettura per cercare di far ritirare l’ordinanza di sgombero. Potrebbe sembrare tutto finito, eppure è proprio la domenica il giorno atteso dalla polizia per sferrare l’attacco più feroce. Alle otto riprendono le operazioni di sgombero, ma non trova persone disponibili ad abbandonare ciò che hanno conquistato senza lottare. Intorno alle 17, addirittura, una donna di 24 anni imbraccia un fucile da caccia e, dalla finestra di casa, spara contro i poliziotti, ferendo un vicequestore. Alle 18, l’assemblea popolare riunita per cercare di capire il da farsi viene attaccata con i lacrimogeni: la reazione della folla è compatta e la celere, lanciata alla carica, perde la testa insieme alle sue posizioni.
È la guerra: il popolo da una parte, le forze dell’ordine dall’altra. Il quartiere è isolato, i pali della luce divelti, qualunque cosa utile a essere lanciata viene utilizzata allo scopo e i mezzi di trasporto, parcheggiati per provvedere alla deportazione degli sgombrati, vengono dati alle fiamme.
Le armi da fuoco, è vero, non sono soltanto appannaggio della polizia. Ma su questo versante, ovviamente, gli occupanti non possono competere con chi indossa la divisa. Si supplisce con il cuore e con la solidarietà. Le barricate chiamano e Roma risponde. La polizia, però, continua a sparare. Proiettili come se piovesse in via Fiuminata dove, a essere colpito al petto da una pallottola calibro 7,65, è un ragazzo con il casco rosso.

Quel ragazzo ha appena diciannove anni. Vive a Tivoli, dove milita nel Comitato proletario, un organismo di Autonomia Operaia. Suo padre fa il netturbino, la mamma è casalinga. Lui, dopo gli studi alla scuola alberghiera, aveva lavorato in diversi bar e ristoranti prima di provare a trasferirsi in Francia. Tornato in Italia, ci sarebbe stata una buona notizia ad aspettare la sua famiglia. Dopo una lunga attesa, finalmente era arrivata l’assegnazione di una casa popolare a Villa Adriana. Quell’8 settembre, prima di correre a San Basilio per difendere le case occupate, aveva aiutato con il trasloco… alle 19 e 15 circa si ritrova su un taxi, impegnato in una corsa disperato verso il Policlinico. Quando il mezzo arriva a destinazione è troppo tardi. Il ragazzo con il casco rosso è morto: si chiamava Fabrizio Ceruso; «per loro non eri nessuno», dice A Fabrizio Ceruso, una delle canzoni anonimamente dedicate al ragazzo di Tivoli:

Soltanto 19 anni per loro non eri nessuno / soltanto 19 anni e per loro non eri che uno / uno come tanti, un cameriere, un garzone d’officina / un operaio, un disoccupato un emigrante…

Nemmeno la data dell’omicidio di Fabrizio sembra frutto del «caso». L’8 settembre del 1943, con l’esercito italiano allo sbando, era stata la milizia popolare a tentare la resistenza contro i nazisti. A Tiburtino III, non lontano da San Basilio, la memoria del cadavere della popolana Caterina Martinelli, ammazzata dalle SS mentre con altre donne del quartiere assaltava un forno nel vano tentativo di conquistarsi il pane con cui sfamare la famiglia, riallaccia il legame con gli ideali di una Resistenza che, trasformata in lotta per la casa, significa davvero giustizia e libertà. E se Caterina Martinelli era diventata la martire della lotta contro la fame, dopo l’8 settembre del 1974 Fabrizio vive in ogni casa che viene occupata.

*

Accettare, come effettivamente è avvenuto nelle aule dei tribunali, che la morte di Fabrizio Ceruso resti archiviata con un non luogo a procedere «essendo ignoti gli autori del reato» non significa solo trascurare le numerose testimonianze che individuano in un poliziotto che si inginocchia ed esplode quattro colpi l’autore del gesto. Significa, in una situazione di estrema gravità, provare a dimenticare la situazione repressiva vissuta dall’Italia nel corso del 1974: l’anno della strage di Brescia (28 maggio; 8 morti e 102 feriti) e del treno Italicus (4 agosto; 12 morti e 45 feriti); ma anche l’anno in cui la rivolta scoppiata nel carcere di Alessandria (9 maggio; 5 morti tra detenuti e ostaggi) viene soffocata nel sangue dall’assalto deciso e diretto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Il tentativo di sgombero di San Basilio, in un simile clima, è un altro capitolo della strategia della tensione e, inaugurando la futura «linea della fermezza» adottata nella repressione dei fenomeni d’insorgenza sociale, segna la scelta di attaccare deliberatamente un movimento in crescita come quello della lotta per la casa nel tentativo di stroncarlo, impedendo all’autorganizzazione di diffondersi, alle famiglie coinvolte di predisporre una resistenza efficace e alle occupazioni abitative di moltiplicarsi. Analizzato in questi termini, il tentativo fallisce. Al contrario, a San Basilio fu proprio nel momento in cui il quartiere apprese dell’assassinio di Ceruso che la lotta si trasformò in una battaglia autenticamente popolare, senza distinzione alcuna tra occupanti e assegnatari. E, come recita Rivolta di classe, un’altra canzone popolare dedicata alla battaglia di San Basilio, «la casa si prende, la casa si difende» continuerà a essere lo slogan di qualunque episodio di riappropriazione:

La casa compagni si prende / l’abbiam gridato tante volte / e dopo la si difende / da padroni e polizia…

Le case, dunque, saranno occupate ancora, i diritti rivendicati, le conquiste sociali difese: «Sarebbe sbagliato», si scrisse allora, «“mitizzare” lo scontro di S. Basilio in quanto ancora episodio (anche se tra i più belli e i più profondamente radicati nella coscienza di classe) e non già acquisizione permanente di quel comportamento da parte del movimento per la casa».
Un’affermazione, proveniente dall’area dell’Autonomia Operaia, con cui si sottolineava come, partendo dall’abitare, fosse inevitabile arrivare allo scontro con strutture di potere disposte a tutto pur di non cedere un centimetro del proprio interesse alla classe contrapposta. E in effetti, ad appena un giorno di distanza dalla morte di Ceruso e dopo che, inferocita per l’omicidio del ragazzo di Tivoli, tutta San Basilio si era scagliata contro la polizia ingaggiando una guerriglia lotto per lotto, la Regione Lazio si decideva a riconoscere il diritto alla casa popolare a chiunque, vantando i necessari requisiti, avesse occupato un alloggio prima dell’8 settembre del 1974.
Per molti palazzinari simili provvedimenti rappresentavano – e rappresentano – un danno concreto. Il rischio di una perdita economica nel nome della quale si potrebbe tranquillamente tornare ad ammazzare ancora.

(Tratto da “La Scintilla. Dalla Valle alla Metropoli, una storia della lotta per la casa”)

BIBLIOGRAFIA:

Cristiano Armati, Cuori rossi, Newton Compton, Roma, 2006.
Massimo Carlotto, San Basilio, in In ordine pubblico, a cura di Paola Staccioli, Fahrenheit 451, Roma 2005
Raimondo Catanzaro – Luigi Manconi, Storie di lotta armata, Il Mulino, Bologna 1985.
Gian-Giacomo Fusco, Ai margini di Roma capitale. Lo sviluppo storico delle periferie: San Basilio come caso di studio, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2013.
Ubaldo Gervasoni, San Basilio: nascita, lotte e declino di una borgata romana, Edizioni delle Autonomie, Roma, 1986.
Sandro Padula, San Basilio, 8 settembre 1974: Fabrizio Ceruso e la lotta per il diritto alla casa, in «Baruda.net», 8 settembre 2014.
Massimo Sestili, Sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974, in «Historia Magistra», n.1, 2009.
Pierluigi Zavaroni, Caduti e memoria nella lotta politica. Le morti violente della stagione dei movimenti, Carocci, Roma, 2010.
A cura di «Progetto San Basilio – Storie de Roma» è in corso di preparazione un film documentario sui fatti del settembre 1974 intitolato La battaglia – San Basilio 1974

da http://www.armati.info/8-settembre-1974-fabrizio-ceruso-e-la-battaglia-di-san-basilio

Venerdì 8/9:

h.9 Un fiore per Fabrizio alla lapide di via Fiuminata

h.11:30 Un fiore per Fabrizio alla lapide di piazza Santa Croce (Tivoli)

h. 17 Corteo cittadino sulla Tiburtina – Partenza da stazione metro Rebibbia

Sabato 9/9

Largo Arquata del Tronto (San Basilio)

dalle 17 Sport popolare

dalle 19 Assemblea pubblica sul diritto all’abitare a Roma

dalle 20 cena popolare

dalle 21:30 concerto con:

Skasso (Fusion Ska)

Ardecore (Folk – Alternative Rock)

www.progettosanbasilio.org

progettosanbasilio@inventati.org

Fb: San Basilio, storie de Roma

Durante le giornate saranno disponibili le copie fisiche del docu-film autoprodotto “San Basilio, storie de Roma”

Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=vikXxZQD94Y

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L’8 Settembre di quest’anno ricorrerà il 43° anniversario della morte di Fabrizio Ceruso, 19enne di Tivoli ucciso nel 1974 a San Basilio durante lo sgombero di alcune palazzine occupate nel quartiere.

Lo sfruttamento dei territori e dei quartieri segue un filo che da allora arriva ad oggi, dove in nome dei profitti di pochi si continuano a sfruttare coloro che combattono quotidianamente per la sopravvivenza. Il quadrante della Tiburtina, in particolare, negli ultimi tempi è stato notevolmente attenzionato sia dalle amministrazioni che dalle compagini di estrema destra. Attacco ai quartieri ed alle case popolari, migranti, chiusura degli spazi di socialità e cultura slegati dal consumo, decine di casinò e sale slot, magazzini della logistica, numerosi stabili industriali abbandonati costituiscono un’ amalgama esplosiva che ha determinato il costante incremento di attenzioni da parte di tutte le forze politiche e delle istituzioni. Problemi che continuano ad essere affrontati unicamente come questioni di ordine pubblico, perpetrando uno stato d’emergenza funzionale unicamente alla speculazione economica e politica. Soffiare sul fuoco della guerra tra poveri è ormai il meccanismo abituale per sviare l’attenzione dai veri responsabili del disagio quotidiano nelle periferie e offrire sponda alle organizzazioni neofasciste nei quartieri popolari. La nuova giunta pentastellata, lungi dal porsi in discontinuità con le amministrazioni precedenti, si sta dimostrando sorda verso le istanze che provengono dal basso, in linea con le politiche securitarie del governo nazionale, e propensa a strizzare l’occhio alle compagini neofasciste, come più volte dimostrato nel quadrante tiburtino come in tutta la città.

Un contesto in cui diventa fondamentale un intervento quotidiano nei quartieri che abbia l’umiltà di saper ascoltare e la capacità di poter agire. In questo senso, senza dubbio il lavoro di memoria storica che abbiamo sviluppato nel corso di questi anni, culminato con la produzione del documentario sulla storia di San Basilio e la battaglia del 1974, ci ha fornito delle utili chiavi di lettura del presente e delle sue contraddizioni. Riattualizzare dunque la memoria di Ceruso, ed in generale di tutti i compagni e le compagne scomparsi, non come liturgia, bensì come interpretazione del presente e megafono delle istanze sociali del territorio.

Come 43 anni fa, ancora oggi molte persone decidono di alzare la testa e di riprendersi ciò che viene sottratto in nome della rendita, della speculazione e dei profitti. Il territorio tiburtino, negli ultimi anni, di fronte a una costante crescita di attacchi da parte di amministrazioni e neofascisti, ha più volte dimostrato la volontà di non abbassare la testa. Quest’anno vorremmo continuare nella stessa direzione tracciata nella scorsa mobilitazione, continuando ad allargare la partecipazione e a fissare le date di settembre come un appuntamento in cui coinvolgere tutta la città. Le giornate in memoria di Fabrizio saranno la prima occasione in cui scendere in piazza dopo un’estate rovente, in cui il Governo, la giunta comunale e la questura hanno dimostrato, con gli sgomberi di Cinecittà e Piazza Indipendenza, quale sia l’unico piano politico per il futuro delle istanze sociali: l’uso della forza . La sfida della due giorni sarà costituire un primo momento in cui uscire dall’angolo dove i gruppi di potere della città stanno tentando di mettere coloro che lottano per un mondo diverso.

Un’importante opportunità per dare un segnale forte e unitario tenendo insieme le criticità della Tiburtina e di tutta la città, dalla sanatoria regionale per le case popolari alla delibera regionale per l’emergenza abitativa, dagli sgomberi forzati dei migranti ai tentativi di infiltrazione delle organizzazioni neofasciste, dalla riconversione degli edifici abbandonati alla lotta alla cementificazione, dall’attacco agli spazi sociali alle lotte nel mondo del lavoro.

San Basilio, storie de Roma
Nodo Territoriale Tiburtina

A Fabrizio Ceruso, 19 anni

Polvere da sparo

FABRIZIO CERUSO, 19 ANNI. UCCISO DALLO STATO IL 5 SETTEMBRE 1974

Soltanto 19 anni per loro non eri nessuno 
soltanto 19 anni e per loro non eri che uno 
uno come tanti, un cameriere, un garzone d’officina 
un operaio, un disoccupato un emigrante 
eppure quella mattina 8 settembre 
a San Basilio hanno mandato 
più di 1000 uomini per ammazzarti 
più di 1000 uomini che credevano bastasse spararti 
e sono stati invece loro ad avere paura di te 
Perchè quella domenica giù a San Basilio 
eravamo in tanti a non essere nessuno 
in tanti a difenderci le case 
a farci la storia con le nostre mani 
il proletariato sarà sempre per la rivoluzione 
lo è stato Fabrizio Ceruso a 19 anni 
se credevate di ammazzarlo avete sbagliato 

Fabrizio è l’uomo nuovo che non muore mai 
Fabrizio vive…

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