No, non avete spento il sole!

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Di Antonio Pio Lancellotti

Tra continue provocazioni ed immaginari indelebili, Genova 2001 continua ad esercitare la sua potenza, nei movimenti, nella società, nelle alte sfere del potere. Cerchiamo di comprendere quale sia, a sedici anni di distanza, il senso politico di questa storia comune.

Dal 19 al 22 luglio 2001 centinaia di migliaia di persone si riversano a Genova per contestare il summit del G8, che si prefiggeva di prendere importanti decisioni sul piano delle politiche economiche mondiali, in una fase chiave dell’espansione globale del capitalismo.

Le giornate di Genova rappresentano l’apice di uno dei principali movimenti che la storia contemporanea abbia mai conosciuto, in grado di costruire, dall’Europa agli Stati Uniti, dall’America Latina ad altri Paesi in via di sviluppo, forme radicali e moltitudinarie di opposizione al pensiero unico neoliberista.

In una città militarizzata come mai accaduto in precedenza, il 20 luglio 2001 diversi cortei si prefiggono di raggiungere e violare (in varie forme) la “zona rossa”, area interdetta a qualsiasi tipo di manifestazione al fine di “proteggere l’ordine e la sicurezza del vertice”. Il corteo delle Tute Bianche, partito dal Carlini, viene brutalmente attaccato dai carabinieri all’altezza di via Tolemaide, con violente cariche, lacrimogeni e mezzi blindati che si lanciano ad alta velocità sulla massa di attivisti che tenta strenuamente di resistere. Nel corso degli scontri che si susseguono viene ucciso da un colpo di pistola Carlo Giuliani, segnando il punto più altro dell’escalation di violenza compiuta dalle forze dell’ordine in quei giorni. Il giorno seguente in tantissimi scendono nuovamente in piazza, per manifestare la rabbia e lo sdegno nei confronti di chi, per proteggere l’ordine costituito, ha generato morte e violenza nei confronti di chi lottava per la giustizia sociale. Il massacro della scuola Diaz, le torture sistematiche contro gli arrestati avvenute nel carcere di Bolzaneto completano molto sommariamente il quadro di cronaca di quelle giornate. Questa cronaca è diventata quasi immediatamente storia di parte, patrimonio realmente comune al di sopra delle piccole beghe di struttura e soprattutto in grado di non essere mai scalfito da anni di vulgata mainstream e di narrazioni dominanti che, anzi, hanno contribuito a sedimentare.

Gli anni seguenti, segnati da grandi stravolgimenti geopolitici – in particolare dopo l’11 settembre dello stesso anno – e da una crisi sistemica che ha accelerato i processi di impoverimento per miliardi di persone, hanno chiaramente mostrato la profonda validità delle ragioni portate in piazza da quel movimento. È bene rimarcare questo concetto perché, proprio all’interno di quelle parole d’ordine, si intravedevano meccanismi di rottura del capitalismo post-fordista, non tanto nei suoi dispositivi di valorizzazione, quanto nell’incapacità di riprodurre quel trickle down che il “patto sociale” novecentesco era riuscito in parte a garantire. La redistribuzione verso l’alto della ricchezza, l’indebitamento diffuso, la messa a valore del Welfare e della produzioni “dell’uomo per l’uomo”, la svalutazione del lavoro, sia in termini salariali che di diritti, la crisi ecologica: erano queste le condizioni materiali che già diventavano terreno di scontro e di riconquista. Questo non perché fossimo veggenti, ma perché già vivevamo soggettivamente le contraddizioni della “prima precarietà” e, complessivamente, quelle legate al ciclo di sviluppo neoliberale.

La potenza di quel movimento era ben nota, nelle sue manifestazioni articolate e radicali di lotta e di discorso, nella sua capacità di contaminare e contagiare, di tenere in bilico quell’ordine sociale e politico nato dalle ceneri del Muro di Berlino e della Guerra Fredda. Per questa ragione Genova segna un cambio di paradigma. Lo segna innanzitutto nella gestione poliziesca della piazza, se intendiamo il termine nella sua accezione complessa, che deriva dal concetto stesso di sovranità nello Stato moderno, di affermazione del monopolio della forza nell’esercizio del potere costituito. Quello che cambia, nel luglio del 2001, è il soggetto che esprime sovranità, che non è più solamente lo Stato, ma è la governance globale che proprio nel “potere di polizia” esprime la forma coercitiva del suo imperium[1]. Ma il passaggio non è stato lineare, è fatto di solchi e vuoti determinati dal mutamento di rapporti di forza che i movimenti stavano provocando all’interno della società, che a Genova si è espresso in forme conflittuali inedite. Una detonazione che mette la controparte alle strette, producendo quello ius-stitium che è fondativo dello Stato d’eccezione, manifestatosi in quei giorni nelle sue modalità più cieche e militarmente violente.

La continuità dell’eccezione e la sua normazione sono state, da Genova in avanti, strumenti che il potere ha utilizzato non solamente nella gestione dei conflitti, ma nella regolazione stessa della vita. Quel vulnus giuridico, in termini di sospensione dei diritti, ha sperimentato la trasformazione stessa del diritto, che negli anni successivi è divenuta leitmotiv di una prassi istituzionale. Il resto è storia recente, nella quale si assiste ad una radicale modifica dello stesso Stato di diritto, che si va compiendo dall’alto.

Alla “normazione” di Genova contribuiscono, su varie scale spaziali e temporali, diversi elementi. Primo tra tutti il già citato 11 settembre, quel tentato golpe all’interno dell’Impero che ridetermina uno spostamento nell’asse dei rapporti di forza tra potere e movimenti. La crisi, la fine di un ciclo di sviluppo e la nascita di nuovi blocchi di potere, di stampo nazional-protezionistico, sono motori di un comando capitalistico che tende sempre di più a sottomettere la vita, più che a governarla.

È in questo contesto che vanno lette le dichiarazioni del capo della polizia Gabrielli, che sedici anni dopo parla di Genova come una «catastrofe» e come «un’esperienza da non ripetere». Dietro al fumo del calumet della pace si nasconde una duplice intenzione: da un lato quella di valorizzare il ruolo dell’azione penale preventiva e dei suoi effetti in termini di sottrazione organica di diritti e libertà, dall’altro quella di pacificare una storia che ha ferite ancora aperte. Ferite che non bruciano solamente in termini di risentimento, ma che lasciano ancora aperto quello spazio di immaginazione e di possibilità ai movimenti sociali. Per questa ragione la critica alle esternazioni di Gabrielli, per quanto queste possano sicuramente aprire delle contraddizioni all’interno dei corpi di polizia, non ha una pura valenza ideologica, ma ha connotati politici. In altri termini: quello che dice Gabrielli non è pericoloso perché lo dice un poliziotto, anzi il capo dei poliziotti, ma perché sono la normazione di Genova che si fa parola. Il reintegro di alcuni dei poliziotti e funzionari condannati per i pestaggi, i falsi verbali e le prove fasulle relativi all’irruzione nella scuola Diaz è l’altra faccia di questa normazione, quella che assume i tratti della beffa anche per chi non ha mai fatto della giustizia formale il proprio campo di battaglia. Ed è in questo lato più oscuro che riemerge in maniera lampante la dinamica del potere che protegge sé stesso, rendendolo immune da qualsiasi responsabilità politica e giudiziaria legata ai fatti del G8 ed in generale rispetto agli “abusi di polizia”. Una dinamica che si è esplicitata recentemente in una legge sulla tortura che, nonostante i 4 anni di iter parlamentare, risulta insufficiente e di difficile applicazione.

Senza tralasciare, peraltro, la partita che Gabrielli si sta giocando all’interno del corpo di polizia.Non solo vuole destare consenso nella cittadinanza per gli agenti nell’epoca dello stato di emergenza permanente, ma anche silurare tutti coloro che non rappresentano il suo gruppo di potere, tra cui troviamo il vecchio capo della polizia De Gennaro. L’operazione di Gabrielli è però molto accurata. Nel prendere pubblicamente le distanze dal suo predecessore per sconfessare chi ancora ne è affiliato sostiene allo stesso tempo che la responsabilità penale dei singoli agenti per i fatti della Diaz abbia funzionato come “fusibile sacrificabiei”. Come dice Lorenzo Guadagnucci – vittima e testimone della Diaz – in un’intervista ad Altraeconomia, sembra che il vertice della polizia strizzi l’occhio ai condannati per dare un messaggio di comprensione e fidelizzarli al suo nuovo governo.

Per tutte queste ragioni è importante prestare sempre molta attenzione quando si parla di questa storia, come di tutte le storie contese. Perché è proprio nell’elemento della contesa che si sedimentano nuove battaglie e nuovi orizzonti. La rievocazione fine a sè stessa rischia di diventare stucchevole, sia quando tende a riabilitare le vittorie, sia quando mira a riscattare le sconfitte. Ciò che va continuamente ristabilita è l’attitudine a sottrarsi di fronte a qualsiasi tentativo di imporre la visione della contemporaneità come “fine della storia”. A questo non potremmo mai piegarci, soprattutto in una fase in cui l’ordine costituito presenta notevoli tratti di liquidità. Non lo hanno spento quel sole; proviamo a farlo diventare nuovamente cocente.

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