SULL’ANTIFASCISMO

Il partigiano Ambrogio Confalonieri, nome di battaglia “Il Biondo”:  era un operaio tornitore, nacque l’11 luglio 1915; nel 1943 andò a combattere in montagna unendosi, il 15 ottobre, alla 40esima  Brigata Matteotti. La notte del 2 giugno 1944, Confalonieri era con un gruppo di partigiani scesi da Biandino per attaccare il presidio fascista di Ballabio. Durante lo scontro, i fascisti lo colpirono al petto con una raffica di mitra e, per disprezzo, lasciarono il suo corpo esposto per lungo tempo al pubblico, quale monito per tutti. Poi lo seppellirono tra i rovi sotto pochi centimetri di terra.

Ho iniziato l’articolo con questo ricordo per tentare di far comprendere cosa è stato l’antifascismo e quanta distanza morale, di valore, di onestà, di generosità e di coraggio ci sia tra quello del passato e l’attuale.

Bisogna ripartire da lì, ripensando a leggi razziali, deportazioni, lager, fucilazioni, code per il pane, adunate oceaniche per Mussolini, colonialismo, idealizzazione della guerra e mito del super uomo.

Come sia stato possibile arrivare a tanto ce lo siamo chiesti infinite volte. Oggi più che mai, servono le parole di monito di Primo Levi.

Nel 1985, Giorgio Bocca conduce su Canale 5 una trasmissione dal titolo “Prima pagina” nella quale intervista Levi. Non a caso, la prima domanda che il partigiano Bocca pone al deportato Levi è: “Come si fa a essere antifascisti oggi?”. La risposta è perfetta: “Considerare sempre l’altro lato della medaglia”.

Bocca: “Che cos’è oggi l’antifascismo?”.

Levi: “È una cosa confusa. A quel tempo, uno dei pochi vantaggi del nostro tempo era di avere le scelte facili. Oggi la scelta è difficile, perché il fascismo lo ritroviamo intorno a noi annidato in dieci forme diverse…

Bocca: “Mascherato”.

Levi: “Mascherato, inserito in certi modi di vivere, inserito nei partiti, inserito in una forma immorale di vivere, quella di allora, insomma, inserito in un certo governo, in mille forme, per cui è a un tempo ovvio e inutile dire: io sono antifascista; va precisato”.

Anni fa, uscì per Einaudi il libro di Sergio Luzzatto “La crisi dell’antifascismo”.

La crisi dell’antifascismo per Luzzatto è iniziata con la mancata trasmissione di questo valore tra generazioni. Scriveva, infatti, che le cosiddette agenzie educative, la scuola, la famiglia, i mass media e persino le parrocchie, quasi mai inseriscono questo valore tra quelli fondamentali e imprescindibili.

Molte le ragioni di una simile degenerazione: la crisi economica certo, ma soprattutto una disfatta culturale verticale, la stessa che voleva la fine della classe operaia e della lotta di classe, e che vedeva nell’antifascismo un rimasuglio del secolo passato.

Oggi assistiamo a numerose manifestazioni fasciste: a partire dalla rivendicazione del proprio passato – come avvenuto a Milano il 25 e 29 aprile, con una prova di forza al Cimitero Maggiore da parte di un migliaio di fascisti in divisa e a braccio teso che sfidano l’intera città, istituzioni, partiti di sinistra e movimenti – per finire ai cortei e presidi contro i migranti, e alle aggressioni di giovani studenti di sinistra.

Affinché tutto ciò non si ripeta, è assolutamente necessario riabilitare l’antifascismo, rivendicarlo, riconoscendone la forza in opposizione a tutte le disgustose manifestazioni di rancore e di odio verso le classi oppresse.

Particolarmente preoccupante la situazione d’impunità in cui si muovono Casa Pound, Forza Nuova e Fronte Nazionale, squadracce neofasciste/naziste che non vengono né denunciate né sciolte, come vorrebbe la nostra Costituzione, ma proseguono indisturbate la loro attività.

L’ottimo lavoro d’informazione sulla galassia fascista condotto da un compagno milanese, peraltro continuamente sotto minaccia, non smuove le coscienze. A Milano, ma non solo, non esistono organizzazioni, centri sociali o gruppi che portino avanti una reale pratica antifascista, nemmeno l’ANPI, per essere chiari.

Cosa significa allora essere antifascisti oggi? Significa rivendicare con forza il ruolo  svolto dalle formazioni partigiane nella lotta al fascismo con ogni arma necessaria, proprio perché riconoscevano che il fascismo è la negazione dell’umanità a livello di quotidianità. Significa quindi rivendicare il valore di attualità della lotta partigiana. In questo, anche organizzazioni come l’ANPI hanno gravi responsabilità perché non mirano più a produrre un cambiamento. Inoltre, il ristretto gruppo dirigente mostra grande cecità nel non opporsi con forza al progetto del Partito Democratico di conquistarne la guida e svuotarne i contenuti ideali e persino il ricordo (nessuno può negare come alcuni storici dirigenti comunisti che oggi non ci sono più, come Giovanni Pesce, siano stati completamente dimenticati).

Noi crediamo che qualsiasi collettivo, qualsiasi realtà cittadina, qualsiasi centro sociale che si pongano come realtà di cambiamento, non possano dichiararsi antifascisti senza porsi il problema di come far vivere quotidianamente questo valore, senza porsi il problema di come opporsi al rigurgito fascista nei quartieri.

Da troppi anni, la questione della difesa delle proprie situazioni viene trascurata, con effetti nefasti come il 2001 a Genova o le aggressioni omicide fasciste (Dax). Questa mancanza è segno evidente dell’immaturita’ politica del “movimento” che lascia senza alcuna indicazione e difesa chi lotta per la casa, contro la repressione, per esempio. I famosi servizi d’ordine, infatti, erano semplicemente espressione di una maturità politica.

Oggi, invece, nessuna realtà di sinistra a Milano si preoccupa di questo problema, nessuno ne capisce e ne sente la necessità.  Ciò è grave e indicativo dei tempi che viviamo.

Con questa riflessione, quindi, intendiamo solo porre un problema che pensiamo e vorremmo fosse affrontato collettivamente.

da CONFLITTI SOCIALI – Milano, luglio-agosto 17

http://www.lotta-continua.it/index.php?option=com_easyblog&view=entry&id=109&Itemid=101

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