Fca: una storia di ordinario accanimento

La storia che di seguito raccontiamo è quella di un lavoratore, padre di due figli, della FCA di Melfi, licenziato dall’azienda e ad oggi senza lavoro.

Sammario Michele (così si chiama il lavoratore licenziato) scopre nel 2005 di avere una malattia alle vie respiratorie che gli impedisce di lavorare in alcuni reparti dello stabilimento, laddove alcune polveri sono più intense, per questo motivo dopo aver svolto regolare visita medica aziendale viene assegnato al collaudo vetture, luogo grazie a un microclima interno all’abitacolo della vettura sicuramente meno nocivo al suo stato di salute.

Questo è il lavoro svolto prevalentemente da Michele nel corso degli anni senza eccessivi problemi di salute, fino a quando lo assegnano ad un altro reparto, la lastratura, luogo sicuramente inadeguato per la sua patologia, come si evince anche da certificazione media specialistica pneumologica, essendo quest’ultimo un capannone saturo di fumi di saldature.

Dopo molte lamentele e diversi problemi di salute il lavoratore ritorna alla precedente mansione, più consona alla sua patologia.

Siamo agli anni della cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione a Melfi (2013/15) , periodo in cui si è lavorato veramente poco , lo stabilimento era un cantiere e per circa due anni la produzione è stata fortemente ridimensionata, i lavoratori venivano chiamati in fabbrica per una decina di giorni al mese , quasi tutti , alcuni un po’ di più, altri molto di più e poi un piccolo gruppetto, tra questi Michele, praticamente non venivano chiamati mai , facendosi i due anni di cigs quasi interamente (Michele ha lavorato soltanto 44 giorni)

Ancora oggi non sappiamo per quale ragione ci sia stata questa disparità di trattamenti tra lavoratori.

Michele rientra in fabbrica più o meno alla fine della cigs e dopo alcuni mesi al collaudo vetture viene di nuovo spostato in lastratura, a questo punto il lavoratore inizia a denunciare agli organi competenti in materia di sicurezza e salute la sua condizione di incompatibilità rispetto al luogo in cui è stato assegnato, dopo alcuni mesi ritorna al reparto montaggio ma non alla sua vecchia mansione di collaudatore, mansione che gli permetteva di lavorare in sicurezza e non gli procurava problemi di salute, bensì in un luogo che nel tempo si è rivelato nocivo per lui.

Ed è proprio da quest’ultima assegnazione di lavoro (fine 2015) che inizia un vero calvario per il lavoratore, calvario che culminerà con la perdita del posto di lavoro.

A Michele viene assegnata dal medico aziendale una postazione di lavoro in una ute del montaggio (così come risulta dalla documentazione rilasciata dalla sala medica aziendale al lavoratore), la postazione numero 9 , ma il suo capo ute non lo colloca in quel luogo bensì decide arbitrariamente che avrebbe dovuto lavorare in un’altra postazione , esattamente la numero 1, e per tutto il periodo che passa da quella decisione fino al giorno del licenziamento il suo preposto continuerà a collocarlo alla postazione numero 1, non rispettando quindi la precisa indicazione del medico, che tanto per essere chiari assegna la mansione in virtù della patologia riscontrata.

Michele prova a lavorare laddove il capo ute gli ordina di lavorare ma inizia da subito a sentirsi male, a fare fatica a respirare e provocando una diminuzione di ossigenazione al cervello (come si evince da emogasanalisi effettuata al pronto soccorso di Melfi ) che crea nel lavoratore uno stato di confusione e stordimento generale, ogni qualvolta si mette in postazione , non riuscendo a restare sulla stessa, Michele chiede di andare in infermeria aziendale ,dove viene sottoposto ad ossigenoterapia per ripristinare lo stato morboso, questo avviene tutti i giorni che si reca a lavorare, fino all’ultimo giorno di lavoro prima di essere licenziato.

Michele si sente sempre male, la sua condizione fisica peggiora, finisce più volte in ospedale (addirittura in un’occasione è talmente spaesato che non avvisa nemmeno i familiari, solo un fortuito caso fa sì che in ospedale lo veda una sua conoscente che tempestivamente telefona alla moglie), è costretto dalla sua condizione di salute a saltare tantissimi giorni di lavoro per malattia.

Dalla fine del 2015 fino a inizio 2017 Michele prova in tutti i modi a farsi sentire in azienda, contatta tutti i responsabili, bussa alle porte di tutti finanche del direttore di stabilimento ma nessuno sembra interessato ad ascoltarlo, non possiamo nemmeno dire che non gli credano perché ci ripetiamo il vero dramma è che nessuno vuole ascoltarlo, come se non esistesse, insomma l’azienda, nelle persone intercettate da Michele hanno dato la più esemplare dimostrazione di che cosa significhi essere un operaio FCA , un numero senza volto ne voce ne corpo, solo ed esclusivamente un numero, uno dei 6500, uno che poteva soffocare sulla propria postazione di lavoro nell’indifferenza generale..

Michele è solo, il suo capo con l’avvallo dei suoi superiori continua a ordinargli di mettersi a lavorare sempre in quella postazione, la numero 1, il lavoratore è cosciente che non può continuare a mettersi in malattia in eterno, deve decidere cosa fare, scegliere se continuare ad obbedire nonostante il suo grave problema di salute oppure tutelare la propria vita, chiunque nella sua condizione non avrebbe più alcun dubbio e infatti il lavoratore decide di non sentirsi più male , di non mettersi più nella postazione che il capo, e non il medico aziendale, ha deciso per lui.

Una storia di ordinaria indifferenza che si è accanita contro questo padre di famiglia, persona per bene, che ha sempre dato il massimo per la Fiat, azienda in cui ha lavorato per 23 anni.

Michele non è un estremista che odia il padrone, non è una persona con poca voglia di lavorare, lo dimostra la sua insistenza nel farsi ascoltare da tutti, è soltanto una persona che si è ritrovato con un grave problema di salute e che quindi non era più funzionale allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, andava abbandonato a sé stesso, e così è avvenuto.

La notizia di pochi giorni fa è che a Michele è stata riconosciuta e certificata da uno Prof. specialista accreditato a livello internazionale e dall’istituto della sanità dalla regione Basilicata la sua patologia come malattia rara.

Quest’ultimo riconoscimento è l’ennesima prova che il lavoratore aveva ragione, che la sua malattia in quanto rara andava approfondita e presa seriamente in considerazione dall’azienda, ma così non è stato.

Tra poco inizierà il processo per il reintegro in FCA, noi siamo certi che finalmente si arriverà ad appurare la verità, ad affermare la giustizia, a sconfiggere l’indifferenza del sistema.

Quel giorno a Michele sarà ridata dignità.

Usb Lavoro Privato

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