28 marzo 1997, la Kater I Rades speronata dalla marina militare italiana

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Venti anni fa, il 28 marzo del 1997, naufragava fra Albania e Italia la Kater i Rades, speronata da una corvetta della marina militare italiana, la Sibilla. Del centinaio di persone a bordo, si salvano in 34. A scriverne un libro è stato il giornalista Alessandro Leogrande, Il naufragio, Morte nel Mediterraneo, edito da Feltrinelli, di cui vi proponiamo degli estratti.

Bardhosh e sua moglie Kasjani, insieme ai loro due bambini di nove e circa due anni, Dritero e Kostandin, sono salpati insieme a tutti gli altri dal porto di Valona poco più di un’ora prima. Ma non si sono imbarcati su un gommone, su uno scafo. Hanno trovato posto a bordo della Kater i Rades (letteralmente: Battello in rada), una piccola motovedetta, con tre piccole cabine ricavate sottocoperta, una accanto all’altra, e un ponte lungo appena 20 metri. Ha anche un nome militare, una sigla, lasciatole dal vecchio regime: A 451. La Kater non avrebbe potuto contenere, ad andar proprio larghi, un equipaggio di oltre dieci unità. Ma in poche ore quasi centoventi persone, molte delle quali donne e bambini, erano salite a bordo, stipandosi in ogni angolo, riempiendo anche il minimo spazio vuoto.

[…]

Quando un’ora e mezza dopo la partenza, la Kater i Rades ha appena superato l’isola di Saseno, che stringe quasi in un abbraccio la baia di Valona, i suoi passeggeri hanno subito notato la presenza di un’enorme nave militare. Bardhosh e gli altri non possono sapere il suo nome, ma vedono chiaramente che batte bandiera italiana e che è lunga oltre cento metri. Quel castello galleggiante che punta verso di loro e presto sovrasta il loro carico di ansie e desideri è la Zeffiro. Per un’ora, o poco più, segue i movimenti della loro piccola imbarcazione, come il gatto che gioca con il topo. La Zeffiro si tiene a distanza. Si avvicina solo ogni tanto, e ogni volta che lo fa qualcuno dal ponte grida con un megafono di ritornare nella baia di Valona. Poi, a un tratto, poco prima delle 18, quando il mare si fa più agitato, una nuova nave spunta all’orizzonte. È la corvetta Sibilla. Poco più piccola della Zeffiro, con tutti i suoi novanta metri di lunghezza, si mette subito sulle loro tracce. E prende a inseguirli, tagliando le onde.

[…]

Al comando della Sibilla c’è Fabrizio Laudadio (un nome che Bardhosh avrebbe conosciuto, e memorizzato, giorni dopo, ma che il pomeriggio del 28 marzo 1997 non può sapere). Una volta raggiunto il proprio campo delle operazioni nel Canale d’Otranto, in quello spicchio di mare che separa le due Europe, e in cui la Kater sta arrancando faticosamente contro il proprio stesso peso, la Sibilla mette in atto le proprie azioni cinematiche di disturbo. Bardhosh e gli altri hanno subito la sensazione che la nave italiana si stia avvicinando troppo, in modo del tutto anomalo. Vedono arrivare quell’enorme ammasso di acciaio grigio a ridosso della loro piccola imbarcazione. A cinquanta, quaranta, trenta, perfino venti metri di distanza. Ogni volta che la Sibilla si avvicina, riescono appena ad afferrare, tra il rumore del vento e delle onde, il significato di alcune parole gridate attraverso un altro megafono. Ancora un megafono… “Tornate indietro,” dicono quelle parole rauche, pronunciate in italiano. “Tornate indietro, perché altrimenti, una volta sbarcati in Italia, sarete tutti arrestati. Tornate indietro… Indietro… Fermatevi…”

[…]

Ma il timoniere della Kater decide di fregarsene di quegli ordini, e di non smarrire la meta del suo viaggio. Attorniato da un nugolo di uomini che si è infilato perfino negli interstizi lasciati liberi all’interno della piccola cabina di comando, decide di proseguire. Guarda fisso davanti a sé, in un punto imprecisato che deve essere l’Italia. “Avanti tutta,” dice al nugolo di gente che lo attornia. Indietro non si torna.

Bardhosh pensa: Ora gli italiani iniziano a fare sul serio… E così è. La Sibilla si avvicina nuovamente, e dal megafono partono ordini identici a quelli impartiti precedentemente. Continua ad avvicinarsi più volte. Ora da destra, ora da sinistra. Ora rimanendo indietro, ora provando a tagliare il senso di marcia della Kater. A ogni tentativo, l’uomo al timone della motovedetta su cui sono imbarcati prende a sua volta a girare ora a destra, ora a sinistra, come per parare un attacco. Ora rallenta, ora riprende la marcia. Ora prova ad andare più veloce, ora cerca semplicemente di mantenere la piccola imbarcazione in asse.

Tra il popolo della Kater si diffonde il panico, la tensione sale alle stelle. Le continue manovre, insieme al moto delle onde prodotte dai continui avvicinamenti della Sibilla, fanno oscillare pericolosamente la nave. Così il suo carico umano, stipato in ogni angolo fino all’inverosimile, prende ad assecondare a sua volta le manovre, spostandosi ora – tutti insieme – a destra, ora – tutti insieme – a sinistra.

Bardhosh non ha un posto fisso. Per tutte quelle ore non è rimasto sempre sul ponte, insieme alla maggior parte degli altri uomini. Spesso è sceso nella stiva, dove invece sono rimasti la moglie e i due figli, insieme alla maggior parte delle altre donne e degli altri bambini. Sotto, nelle cabine, i passeggeri sono al riparo dal vento, ma gli scossoni, le battute di arresto, i repentini cambi di marcia sono pienamente percettibili come all’esterno. I bambini iniziano a piangere, le donne a tremare. L’aria è consumata, e allora Bardhosh, dopo aver detto alcune parole a Kasjani, a Dritero e al piccolo Kostandin per rincuorarli, torna sopra.

La nave italiana continua ad avvicinarsi. Quaranta, trenta, venti metri. In alcuni momenti anche di meno. A un certo punto sembra che la Kater non ce la faccia più, che il motore non possa reggere quei ritmi. Il mare inizia ad alzarsi, e di fronte a un’onda più alta delle altre la A 451 sembra quasi arrestarsi, mentre la Sibilla le gironzola intorno e torna ad avvicinarsi. Il motore sembra sul punto di spegnersi, ma poi la nave riesce ad andare avanti, a riprendere la sua marcia, quasi sospinta dal dorso di quella stessa onda che sembrava poterla arrestare. Tuttavia la nave italiana è molto più veloce. Bardhosh prova a studiarne l’andatura, a calcolarne mentalmente i tempi: si rende conto che è almeno tre volte più veloce della piccola Kater i Rades. Non l’avrebbero mai seminata.
Quando la Sibilla si avvicina per l’ennesima volta, qualcuno dalla Kater si sporge in avanti e alza una bandiera bianca. Forse è un lembo di stoffa bianca che ha trovato da qualche parte, giù nella stiva. O forse – pensa Bardhosh – è una maglietta che qualcuno si è levato di dosso. L’uomo, che Bardhosh non conosce, inizia ad agitare il pezzo di stoffa freneticamente, a strattoni, e a urlare – nella stessa lingua di chi li insegue – che a bordo ci sono donne e bambini. Che, anzi, ci sono soprattutto donne e bambini. E allora alcune donne che sono sul ponte alzano in alto, al di sopra delle teste, i propri bambini. Alle prime se ne aggiungono altre, e poi altre ancora che sono salite con i propri figli dalle stive.

Quella fila di bambini infagottati, che spuntano sospinti da braccia robuste, al di sopra di un mare di teste che senza soluzione di continuità copre l’intero ponte della Kater, è un’immagine che Bardhosh non avrebbe mai dimenticato. Dopo un attimo di silenzio, si alzano delle urla, e l’uomo che agita il lembo di stoffa bianca – o forse si tratta di una semplice maglietta – continua a farlo con ancor più forza. Le proteste durano pochi minuti, quasi sospesi in un tempo irreale. Poi vedono arrivare un elicottero. Dapprima ne sentono il rumore in lontananza, poi un punto nero si allarga all’orizzonte fino ad assumere le sembianze di uno strano uccello. Si mette a girare in tondo sopra di loro, disegnando cerchi sempre più stretti, per tre, quattro, cinque minuti. A un tratto si ferma sopra le loro teste, come se potesse atterrare lì in mezzo al Canale d’Otranto da un momento all’altro. Poiché inizia a imbrunire, li illumina con un potente faro. Poi, con la stessa rapidità con cui è arrivato, si alza in virata e scompare all’orizzonte.

Ormai si è fatto buio. Il sole è calato, ed è sempre più difficile scorgere i movimenti della nave che li insegue. Bardhosh avverte che il mare si sta ulteriormente alzando, che le onde sono sempre più grosse e frequenti, e che il vento – lo scirocco – non dà pace. Lo scirocco è un vento traditore, capace di scatenare una tempesta in pochi minuti, e di concentrare in pochi soffi tutta la sua potenza che nasce a levante. Scende ancora una volta nella stiva. Sorride a sua moglie, le dice che ce la faranno, come sempre, e mentre glielo dice, accarezza la testa del più piccolo dei suoi figli che nonostante il trambusto si è assopito. La fronte del bambino è calda.

Torna sul ponte. Il vento è più forte, ma la nave italiana che li ha inseguiti per un tempo che a tutti è parso lunghissimo, quasi dilatato, non c’è più. Non si vede né a destra, né a sinistra. Bardhosh pensa che se n’è andata, come se n’era già andata quell’altra nave ancora più grande nel pomeriggio. Forse – si dice – hanno deciso di desistere, di lasciarli da soli a combattere con le onde e di farli arrivare a terra con le loro forze. L’Italia l’avrebbero vista, l’avrebbero toccata, ormai ne è convinto. Poi sarebbe anche potuto succedere di tutto, ma intanto il più era fatto…

Mentre pensa questo, stringendosi nel giubbotto per ripararsi dal freddo, vede accendersi improvvisamente una luce davanti ai suoi occhi. Impiega un attimo a capire che la sagoma grigiastra illuminata dal faro altro non è che la murata della corvetta che li ha a lungo inseguiti. È ormai a pochissimi metri, e non indietreggia. “Ci stanno venendo addosso!” urla raccogliendo tutte le sue forze. “Ci stanno venendo addosso!” prova a ripetere urlando ancora più forte. E in quel preciso momento sente una botta tremenda proprio davanti ai suoi piedi, sulla fiancata destra della Kater i Rades.

Bardhosh non casca in mare. Ha la prontezza di stringere la prima sbarra che gli capita sotto mano, e di rimanerci aggrappato. Pensa subito alla sua famiglia, alla moglie e ai figli che sono nella stiva, deve raggiungerli a ogni costo. E allora si alza in piedi, provando a fare qualche passo, ma proprio in quel momento sente una seconda botta, ancora più fragorosa e violenta della prima. Si accorge di quello che è successo dal freddo improvviso. È sott’acqua. Intorno è tutto nero, non riesce a distinguere nulla. Qualcosa sembra tenerlo incollato, immobile. Qualcosa sembra spingerlo giù. Istintivamente si leva di dosso il giubbotto troppo pesante, e riesce a risalire a galla.

La Kater è completamente capovolta, tutti quelli che erano sul ponte sono stati sbalzati in mare, alcuni corpi galleggiano intorno inermi. Bardhosh pensa nuovamente alla moglie e ai figli nella stiva, a testa in giù, nella motovedetta sottosopra che imbarca acqua. Lotta rabbiosamente con le onde per raggiungerla, deve trovarli, deve salvarli. Deve salvare Kasjani, Dritero e il piccolo Kostandin. Ma per quanto si sforzi, per quanto provi a raccogliere nelle braccia tutte le proprie forze, non ce la fa ad avvicinarsi. Lo scafo alzato in alto, in quel mondo in cui tutto è stato rovesciato da quei due colpi tremendi, è irraggiungibile. In pochi minuti scompare, la nave affonda rapidamente e le onde si richiudono sopra di essa. La minuscola cabina in cui la moglie e i suoi due bambini sono rimasti intrappolati ora scende rapidamente verso gli abissi, attirata da una forza oscura nel cuore del mare.

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