28 marzo 1997, la Kater I Rades speronata dalla marina militare italiana

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Venti anni fa, il 28 marzo del 1997, naufragava fra Albania e Italia la Kater i Rades, speronata da una corvetta della marina militare italiana, la Sibilla. Del centinaio di persone a bordo, si salvano in 34. A scriverne un libro è stato il giornalista Alessandro Leogrande, Il naufragio, Morte nel Mediterraneo, edito da Feltrinelli, di cui vi proponiamo degli estratti.

Bardhosh e sua moglie Kasjani, insieme ai loro due bambini di nove e circa due anni, Dritero e Kostandin, sono salpati insieme a tutti gli altri dal porto di Valona poco più di un’ora prima. Ma non si sono imbarcati su un gommone, su uno scafo. Hanno trovato posto a bordo della Kater i Rades (letteralmente: Battello in rada), una piccola motovedetta, con tre piccole cabine ricavate sottocoperta, una accanto all’altra, e un ponte lungo appena 20 metri. Ha anche un nome militare, una sigla, lasciatole dal vecchio regime: A 451. La Kater non avrebbe potuto contenere, ad andar proprio larghi, un equipaggio di oltre dieci unità. Ma in poche ore quasi centoventi persone, molte delle quali donne e bambini, erano salite a bordo, stipandosi in ogni angolo, riempiendo anche il minimo spazio vuoto.

[…]

Quando un’ora e mezza dopo la partenza, la Kater i Rades ha appena superato l’isola di Saseno, che stringe quasi in un abbraccio la baia di Valona, i suoi passeggeri hanno subito notato la presenza di un’enorme nave militare. Bardhosh e gli altri non possono sapere il suo nome, ma vedono chiaramente che batte bandiera italiana e che è lunga oltre cento metri. Quel castello galleggiante che punta verso di loro e presto sovrasta il loro carico di ansie e desideri è la Zeffiro. Per un’ora, o poco più, segue i movimenti della loro piccola imbarcazione, come il gatto che gioca con il topo. La Zeffiro si tiene a distanza. Si avvicina solo ogni tanto, e ogni volta che lo fa qualcuno dal ponte grida con un megafono di ritornare nella baia di Valona. Poi, a un tratto, poco prima delle 18, quando il mare si fa più agitato, una nuova nave spunta all’orizzonte. È la corvetta Sibilla. Poco più piccola della Zeffiro, con tutti i suoi novanta metri di lunghezza, si mette subito sulle loro tracce. E prende a inseguirli, tagliando le onde.

[…]

Al comando della Sibilla c’è Fabrizio Laudadio (un nome che Bardhosh avrebbe conosciuto, e memorizzato, giorni dopo, ma che il pomeriggio del 28 marzo 1997 non può sapere). Una volta raggiunto il proprio campo delle operazioni nel Canale d’Otranto, in quello spicchio di mare che separa le due Europe, e in cui la Kater sta arrancando faticosamente contro il proprio stesso peso, la Sibilla mette in atto le proprie azioni cinematiche di disturbo. Bardhosh e gli altri hanno subito la sensazione che la nave italiana si stia avvicinando troppo, in modo del tutto anomalo. Vedono arrivare quell’enorme ammasso di acciaio grigio a ridosso della loro piccola imbarcazione. A cinquanta, quaranta, trenta, perfino venti metri di distanza. Ogni volta che la Sibilla si avvicina, riescono appena ad afferrare, tra il rumore del vento e delle onde, il significato di alcune parole gridate attraverso un altro megafono. Ancora un megafono… “Tornate indietro,” dicono quelle parole rauche, pronunciate in italiano. “Tornate indietro, perché altrimenti, una volta sbarcati in Italia, sarete tutti arrestati. Tornate indietro… Indietro… Fermatevi…”

[…]

Ma il timoniere della Kater decide di fregarsene di quegli ordini, e di non smarrire la meta del suo viaggio. Attorniato da un nugolo di uomini che si è infilato perfino negli interstizi lasciati liberi all’interno della piccola cabina di comando, decide di proseguire. Guarda fisso davanti a sé, in un punto imprecisato che deve essere l’Italia. “Avanti tutta,” dice al nugolo di gente che lo attornia. Indietro non si torna.

Bardhosh pensa: Ora gli italiani iniziano a fare sul serio… E così è. La Sibilla si avvicina nuovamente, e dal megafono partono ordini identici a quelli impartiti precedentemente. Continua ad avvicinarsi più volte. Ora da destra, ora da sinistra. Ora rimanendo indietro, ora provando a tagliare il senso di marcia della Kater. A ogni tentativo, l’uomo al timone della motovedetta su cui sono imbarcati prende a sua volta a girare ora a destra, ora a sinistra, come per parare un attacco. Ora rallenta, ora riprende la marcia. Ora prova ad andare più veloce, ora cerca semplicemente di mantenere la piccola imbarcazione in asse.

Tra il popolo della Kater si diffonde il panico, la tensione sale alle stelle. Le continue manovre, insieme al moto delle onde prodotte dai continui avvicinamenti della Sibilla, fanno oscillare pericolosamente la nave. Così il suo carico umano, stipato in ogni angolo fino all’inverosimile, prende ad assecondare a sua volta le manovre, spostandosi ora – tutti insieme – a destra, ora – tutti insieme – a sinistra.

Bardhosh non ha un posto fisso. Per tutte quelle ore non è rimasto sempre sul ponte, insieme alla maggior parte degli altri uomini. Spesso è sceso nella stiva, dove invece sono rimasti la moglie e i due figli, insieme alla maggior parte delle altre donne e degli altri bambini. Sotto, nelle cabine, i passeggeri sono al riparo dal vento, ma gli scossoni, le battute di arresto, i repentini cambi di marcia sono pienamente percettibili come all’esterno. I bambini iniziano a piangere, le donne a tremare. L’aria è consumata, e allora Bardhosh, dopo aver detto alcune parole a Kasjani, a Dritero e al piccolo Kostandin per rincuorarli, torna sopra.

La nave italiana continua ad avvicinarsi. Quaranta, trenta, venti metri. In alcuni momenti anche di meno. A un certo punto sembra che la Kater non ce la faccia più, che il motore non possa reggere quei ritmi. Il mare inizia ad alzarsi, e di fronte a un’onda più alta delle altre la A 451 sembra quasi arrestarsi, mentre la Sibilla le gironzola intorno e torna ad avvicinarsi. Il motore sembra sul punto di spegnersi, ma poi la nave riesce ad andare avanti, a riprendere la sua marcia, quasi sospinta dal dorso di quella stessa onda che sembrava poterla arrestare. Tuttavia la nave italiana è molto più veloce. Bardhosh prova a studiarne l’andatura, a calcolarne mentalmente i tempi: si rende conto che è almeno tre volte più veloce della piccola Kater i Rades. Non l’avrebbero mai seminata.
Quando la Sibilla si avvicina per l’ennesima volta, qualcuno dalla Kater si sporge in avanti e alza una bandiera bianca. Forse è un lembo di stoffa bianca che ha trovato da qualche parte, giù nella stiva. O forse – pensa Bardhosh – è una maglietta che qualcuno si è levato di dosso. L’uomo, che Bardhosh non conosce, inizia ad agitare il pezzo di stoffa freneticamente, a strattoni, e a urlare – nella stessa lingua di chi li insegue – che a bordo ci sono donne e bambini. Che, anzi, ci sono soprattutto donne e bambini. E allora alcune donne che sono sul ponte alzano in alto, al di sopra delle teste, i propri bambini. Alle prime se ne aggiungono altre, e poi altre ancora che sono salite con i propri figli dalle stive.

Quella fila di bambini infagottati, che spuntano sospinti da braccia robuste, al di sopra di un mare di teste che senza soluzione di continuità copre l’intero ponte della Kater, è un’immagine che Bardhosh non avrebbe mai dimenticato. Dopo un attimo di silenzio, si alzano delle urla, e l’uomo che agita il lembo di stoffa bianca – o forse si tratta di una semplice maglietta – continua a farlo con ancor più forza. Le proteste durano pochi minuti, quasi sospesi in un tempo irreale. Poi vedono arrivare un elicottero. Dapprima ne sentono il rumore in lontananza, poi un punto nero si allarga all’orizzonte fino ad assumere le sembianze di uno strano uccello. Si mette a girare in tondo sopra di loro, disegnando cerchi sempre più stretti, per tre, quattro, cinque minuti. A un tratto si ferma sopra le loro teste, come se potesse atterrare lì in mezzo al Canale d’Otranto da un momento all’altro. Poiché inizia a imbrunire, li illumina con un potente faro. Poi, con la stessa rapidità con cui è arrivato, si alza in virata e scompare all’orizzonte.

Ormai si è fatto buio. Il sole è calato, ed è sempre più difficile scorgere i movimenti della nave che li insegue. Bardhosh avverte che il mare si sta ulteriormente alzando, che le onde sono sempre più grosse e frequenti, e che il vento – lo scirocco – non dà pace. Lo scirocco è un vento traditore, capace di scatenare una tempesta in pochi minuti, e di concentrare in pochi soffi tutta la sua potenza che nasce a levante. Scende ancora una volta nella stiva. Sorride a sua moglie, le dice che ce la faranno, come sempre, e mentre glielo dice, accarezza la testa del più piccolo dei suoi figli che nonostante il trambusto si è assopito. La fronte del bambino è calda.

Torna sul ponte. Il vento è più forte, ma la nave italiana che li ha inseguiti per un tempo che a tutti è parso lunghissimo, quasi dilatato, non c’è più. Non si vede né a destra, né a sinistra. Bardhosh pensa che se n’è andata, come se n’era già andata quell’altra nave ancora più grande nel pomeriggio. Forse – si dice – hanno deciso di desistere, di lasciarli da soli a combattere con le onde e di farli arrivare a terra con le loro forze. L’Italia l’avrebbero vista, l’avrebbero toccata, ormai ne è convinto. Poi sarebbe anche potuto succedere di tutto, ma intanto il più era fatto…

Mentre pensa questo, stringendosi nel giubbotto per ripararsi dal freddo, vede accendersi improvvisamente una luce davanti ai suoi occhi. Impiega un attimo a capire che la sagoma grigiastra illuminata dal faro altro non è che la murata della corvetta che li ha a lungo inseguiti. È ormai a pochissimi metri, e non indietreggia. “Ci stanno venendo addosso!” urla raccogliendo tutte le sue forze. “Ci stanno venendo addosso!” prova a ripetere urlando ancora più forte. E in quel preciso momento sente una botta tremenda proprio davanti ai suoi piedi, sulla fiancata destra della Kater i Rades.

Bardhosh non casca in mare. Ha la prontezza di stringere la prima sbarra che gli capita sotto mano, e di rimanerci aggrappato. Pensa subito alla sua famiglia, alla moglie e ai figli che sono nella stiva, deve raggiungerli a ogni costo. E allora si alza in piedi, provando a fare qualche passo, ma proprio in quel momento sente una seconda botta, ancora più fragorosa e violenta della prima. Si accorge di quello che è successo dal freddo improvviso. È sott’acqua. Intorno è tutto nero, non riesce a distinguere nulla. Qualcosa sembra tenerlo incollato, immobile. Qualcosa sembra spingerlo giù. Istintivamente si leva di dosso il giubbotto troppo pesante, e riesce a risalire a galla.

La Kater è completamente capovolta, tutti quelli che erano sul ponte sono stati sbalzati in mare, alcuni corpi galleggiano intorno inermi. Bardhosh pensa nuovamente alla moglie e ai figli nella stiva, a testa in giù, nella motovedetta sottosopra che imbarca acqua. Lotta rabbiosamente con le onde per raggiungerla, deve trovarli, deve salvarli. Deve salvare Kasjani, Dritero e il piccolo Kostandin. Ma per quanto si sforzi, per quanto provi a raccogliere nelle braccia tutte le proprie forze, non ce la fa ad avvicinarsi. Lo scafo alzato in alto, in quel mondo in cui tutto è stato rovesciato da quei due colpi tremendi, è irraggiungibile. In pochi minuti scompare, la nave affonda rapidamente e le onde si richiudono sopra di essa. La minuscola cabina in cui la moglie e i suoi due bambini sono rimasti intrappolati ora scende rapidamente verso gli abissi, attirata da una forza oscura nel cuore del mare.

http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/il-naufragio/

La prima di una serie

Alla Sexta nel mondo:
Compas:
  Vi avevamo detto che avremmo trovato il modo di sostenervi per fare in modo che, anche voi, sosteniate la resistenza e la ribellione di tutti coloro che sono perseguitati e separati da muri, ecco, abbiamo già un piccolo anticipo.
  È pronta la prima tonnellata di caffè zapatista per la campagna “Di fronte ai muri del Capitale: la resistenza, la ribellione, la solidarietà e l’appoggio dal basso e a sinistra”.
  È caffè zapatista al 100%. Coltivato in terre zapatiste da mani zapatiste; raccolto da zapatisti; essiccato sotto il sole zapatista; macinato in una macchina zapatista; il mulino zapatista si è rotto per colpa di zapatisti; è stato aggiustato da zapatisti (era un balero non-zapatista); poi impacchettato da zapatisti, etichettato da zapatisti e trasportato da zapatisti.
  Questa prima tonnellata è stata ottenuta con la partecipazione dei 5 caracol, con le loro Giunte di Buon Governo, i loro MAREZ e i collettivi delle comunità, ed è già al CIDECI-UniTierra di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico ribelle.
  Questo caffè zapatista è più buono se lo si beve lottando. Ecco qui un piccolo video che hanno fatto i Tercios Compas dove si vede il processo: dalla piantagione di caffè, fino al magazzino.
  Stiamo anche smistando e imballando le opere con cui le/gli zapatist@ hanno partecipato all’ultimo CompArte, vi manderemo anche quelle per sostenere le vostre attività.
  Speriamo di poterlo consegnare durante l’evento di aprile affinché il tutto possa muoversi verso i vari angoli del mondo dove si trova la Sexta, vale a dire, dove ci sono resistenza e ribellione.
  Speriamo che con questo primo sostegno possiate iniziare o continuare il vostro lavoro di appoggio a tutt@ le/i perseguitat@ e discriminat@ del mondo.
  Forse vi chiederete come il tutto arriverà dalle vostre parti. Beh, nello stesso modo in cui è stato prodotto, e cioè, organizzandosi.
  In altre parole, vi chiediamo di organizzarvi non solo per questo, ma anche e soprattutto per fare attività di sostegno a tutte quelle persone che oggi si ritrovano perseguitate per il semplice fatto di avere un colore della pelle, una cultura, un credo, un’origine, una storia, una vita.
  E per ora non è tutto: ricordatevi sempre che bisogna resistere, bisogna ribellarsi, bisogna lottare, bisogna organizzasi.
  Ah, e chiediamo come si dice cuesta cosa che vogliamo dire, ma in modo che lo capisca quello là:
¡Fuck Trump!
(e finalmente anche gli altri -vale a dire i Peña Nieto, Macri, Temer, Rajoy, Putin, Merkel, May, Le Pen, Berlusconi, Jinping, Netanyahu, al-Asad, e metteteci come si chiama o come si chiamerà il muro da abbattere, in modo che tutti i muri ricevano il messaggio-).
(Vale a dire che è la prima di varie tonnellate e la prima di una serie di mentadas (sferzate) -che non sono alla menta-).
Dalle montagne del Sudest Messicano.
Subcomandante Insurgente Moisés.             Subcomandante Insurgente Galeano.
Messico, marzo 2017.
Traduzione a cura di 20zln
Ecco il video dei tercios compas che accompagna il comunicato. Con la canzone “Somos sur”, testo e musica di Ana Tijoux, accompagnata da Shadia Mansour

Not My Europe

casa originale dell’articolo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/not-my-europe-mobilitazione-roma-25-marzo/

Il 25 marzo i leader europei celebreranno a Roma il 60° anniversario dei Trattati di Roma con cui nel 1957 fu istituita la Comunità Economica Europea.

L’Europa che sarà festeggiata il 25 marzo è cosparsa di muri e fili spinati, condanna le organizzazioni umanitarie che osano salvare le vite dei migranti in mare, si appresta a rafforzare i controlli alle frontiere esterne anche grazie ad accordi disumani con i paesi terzi, condanna donne. uomini e bambini in fuga da guerre, persecuzioni e povertà a fare viaggi sempre più spesso mortali o le respingono verso la sofferenza che si sono lasciati alle spalle, lascia che sul suo territorio il vento della xenofobia e del razzismo spiri sempre più forte. Non è la nostra Europa.

Per questo il 25 marzo numerose associazioni lanceranno un messaggio forte ai capi di Stato e di Governo riuniti a Roma: il destino di migranti e rifugiati ci riguarda. La strage continua nel Mediterraneo deve finire, attraverso l’apertura immediata di canali di ingresso regolare e protetto. L’Europa che vogliamo è accogliente e solidale. Un’azione di protesta porterà il Mediterraneo nel cuore di Roma, sulle acque del Tevere.

“Not My Europe” dà appuntamento, quindi, a Roma, sabato 25 marzo, alle ore 15.30 sulle rive del Tevere, sotto il Ponte di Castel Sant’Angelo.

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ORGANIZZAZIONI PROMOTRICI:

A Buon Diritto, Amnesty International – Italia, AMM – Archivio delle memorie migranti, Associazione Antigone, Arci nazionale, Baobab Experience, Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza – CNCA, Comitato 3 Ottobre, Giustizia per i nuovi “desaparecidos” del Mediterraneo, CRS – Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato, ENGIM internazionale, Figli delle chiancarelle, Gioventù federalista europea Gfe/Jef Italy, Intersos, Jugend Rettet e.V., K_Alma, Legambiente Onlus, Lunaria, MEDU – Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, R@inbow for Africa – R4A, Sea-Watch

Manifestazione contro Discriminazioni e Razzismo #21marzo

casa originale dell’articolo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/manifestazione-discriminazioni-razzismo-21marzo/

Il comitato Torino Mano nella Mano contro il Razzismo promuove una manifestazione che si terrà martedì 21 marzo, a partire dalle ore 17:00, in Piazza Castello, angolo via Garibaldi , a Torino.

Nella giornata di sabato 18 marzo, sono previste delle mobilitazioni cittadine a carattere culturale (con l’utilizzo del teatro, musica, flash mob), nei quartieri, nei mercati, nei luoghi di grande affluenza, per sensibilizzare la cittadinanza e invitarla a partecipare alla mobilitazione del 21 marzo 2017. Qui di seguito l’appello per una mobilitazione sociale, politica e culturale contro tutte le forme di violenza, di discriminazione, razzismo, xenofobia, omofobia, islamofobia, afrofobia e antisemitismo.

 

Negli ultimi anni donne e uomini appartenenti e non a minoranze etniche, religiose, culturali hanno saputo combattere per l’uguaglianza e per i diritti di tutte e tutti. Hanno costruito forza e mobilitazione nei luoghi di lavoro e nelle città, superando la paura e prendendo la parola insieme a tutti coloro che si battono contro razzismo, xenofobia, omofobia, islamofobia, antisemitismo e ogni forma d’intolleranza. Oggi questa consapevolezza è di nuovo attaccata. Di nuovo forze politiche, sociali e culturali provano a ricacciare le persone che sono bersaglio di razzismo e discriminazione nel silenzio e nella paura, ancora una volta strumentalizzando le tragedie del mondo e le difficoltà delle persone per trasformare in colpevoli le vittime delle guerre, della fame, dello sfruttamento e minaccia chiunque sia o appaia diverso, non omologato al pensiero e alla cultura della maggioranza.

Politici e intellettuali senza scrupoli cercano di identificare nel terrorismo fanatico che insanguina Africa e Medio Oriente e che ha colpito anche l’Europa la religione di un miliardo e mezzo di donne e uomini che nel mondo professano la fede musulmana, fingendo di ignorare che proprio i musulmani sono le prime e più numerose vittime.

Si cerca di nuovo di sfruttare paura e ignoranza additando come minaccia terroristica le migliaia di profughi che cercano di raggiungere l’Europa, rischiando e troppo spesso perdendo le loro vite proprio per sfuggire agli uccisori e alle persecuzioni perpetrate.

Gli Stati dell’Unione europea preferiscono proteggere le frontiere piuttosto che le persone, accettando di assistere senza intervenire alla trasformazione del Mediterraneo, luogo di vita e civiltà e crocevia di culture e religioni, in un cimitero senza croci e senza nomi.

In Italia donne e uomini migranti sono costretti da leggi restrittive e discriminatorie ad accettare condizioni di vita e di lavoro incivili e insopportabili, fino alla schiavitù e al peggiore sfruttamento; bambine e bambini, ragazze e ragazzi nascono e crescono in questo Paese senza poter accedere alla pienezza dei loro diritti di cittadinanza; la falsa sicurezza dei cittadini viene costruita distruggendo la sicurezza dei migranti e delle loro famiglie, negando i loro diritti sociali e civili. Persone che per colore della pelle, aspetto, religione, cittadinanza e lingua sono diverse dalla maggioranza subiscono quotidianamente lo stesso razzismo, le stesse discriminazioni sul lavoro, nell’accesso alla casa e ai servizi, nei rapporti con certe pubbliche amministrazioni e con le forze dell’ordine, nella vita quotidiana in ogni suo aspetto.

Per queste ragioni è urgente dare vita a una seria e continua mobilitazione antirazzista e non violenta, capace di contrastare manipolazioni produttrici di identità discriminanti e strategie di “sicurezza” sostanzialmente espulsive, che da troppi anni stanno ostacolando, a livello locale, nazionale ed europeo, l’attuazione di vere politiche dei diritti, di accoglienza e di integrazione: le uniche che possono costruire una società in cui i semi di tutti i terrorismi e di tutti i razzismi siano preventivamente sconfitti.

Hanno aderito:
Convergenza delle Culture, LVIA, Centro Studi Sereno Regis, Anolf, Coordinamento immigrati CGIL, AFD Interntional – Italia, Asai, Associazione Islamica delle Alpi, Rete Senza Asilo, Associazione Radicale Adelaide Aglietta, Acmos, Associazione donne Africa subsahariana e II generazione, Associazione Mamre, Associazione Zona Franca, Associazione Panafricando, Comunità Somala in Piemonte, Associazione Almateatro

Per aderire alla Rete 21 marzo è necessario iscriversi al seguente indirizzo e-mail: torinomanonellamano@gmail.com

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Assemblea pubblica: No ai decreti Minniti-Orlando su immigrazione e sicurezza

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GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO IL RAZZISMO

No ai decreti Minniti-Orlando su immigrazione e sicurezza

Roma, Assemblea pubblica martedì 21 marzo, ore 15

Università La Sapienza, P.le Aldo Moro, Edificio Fermi, aula 4 di Fisica

Il prossimo 21 marzo, Giornata internazionale contro il razzismo, organizzazioni sociali e sindacali, impegnate sui diritti dei migranti e contro ogni forma di razzismo, promuoveranno un’assemblea pubblica per discutere del decreto legge Minniti-Orlando sull’immigrazione e del decreto “sicurezza”, emanati nei giorni scorsi. Per i promotori i due provvedimenti rappresentano un passo indietro sul piano dei diritti e della civiltà giuridica del nostro Paese, come spiegheranno nel corso dell’assemblea. Per questo chiederanno a tutti un impegno concreto per impedirne la conversione in legge nell’attuale formulazione da parte del Parlamento.

L’incontro pubblico è stato infatti convocato sulla base di un appello molto critico verso i due provvedimenti, appello che ha ricevuto molte e importanti adesioni.

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Di seguito il testo dell’appello che vi invitiamo a sottoscrivere, scrivendo a nodecretominniti@gmail.com, e a diffondere.

 

NO AI DECRETI MINNITI-ORLANDO SU IMMIGRAZIONE E SICUREZZA

Appello per un’assemblea pubblica il 21 marzo 2017

Giornata Internazionale contro il razzismo

Il Decreto Legge Minniti-Orlando e il Decreto ‘Sicurezza’, entrati recentemente in vigore ed in fase di conversione in Parlamento, rappresentano un passo indietro sul piano dei diritti e della civiltà giuridica del nostro Paese. Attraverso un uso improprio della legislazione di urgenza, i due decreti, anziché intervenire sulle tante contraddizioni e i limiti dell’attuale legislazione, introducono nuove norme di discutibile efficacia, senza peraltro migliorare l’efficienza del sistema. Ad esempio si rilancia il ruolo dei Centri Permanenti per il Rimpatrio, nuova denominazione per gli attuali CIE, senza che ne venga modificata la funzione e assicurato il pieno rispetto dei diritti delle persone trattenute.

Il Legislatore prevede un’unica procedura per le espulsioni, valida tanto per chi proviene da percorsi di criminalità e lunghi periodi di carcerazione, quanto per il lavoratore straniero privo di permesso di soggiorno, quando sarebbe al contrario opportuno prevedere percorsi di regolarizzazione individuale per chi si è di fatto inserito positivamente nel nostro Paese.

Esprimiamo forte contrarietà rispetto all’abolizione del secondo grado di giudizio per il riconoscimento del diritto di asilo e alla sostanziale abolizione del contraddittorio nell’unico grado di giudizio, limitato da una procedura semplificata (rito camerale) priva del dibattimento. In tal modo non solo viene violato il diritto di difesa di cui all’art.24 della Costituzione, ma si preclude al giudice la valutazione in concreto della persona del ricorrente e del suo eventuale percorso di inclusione sociale ai fini della valutazione sul rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Gestire e governare in modo efficace e lungimirante il fenomeno migratorio non significa – noi crediamo – limitarsi ad irrealistiche azioni di deterrenza. Occorrono, invece, norme che favoriscano i flussi d’ingresso e la permanenza regolare dei cittadini stranieri, contrastando così il lavoro nero e lo sfruttamento. Ribadiamo inoltre l’urgenza di aprire corridoi umanitari e aumentare considerevolmente i reinsediamenti, per consentire alle persone che fuggono da guerre, persecuzioni, fame e povertà di entrare in Italia e in Europa senza mettere in pericolo la loro vita.

Riteniamo inaccoglibile la pretesa di ricondurre la materia del “decoro urbano” al tema della sicurezza, avallando una concezione dell’ordine pubblico che non produce vera sicurezza ma, al contrario, rischia di creare maggiore insicurezza criminalizzando la marginalità sociale senza preoccuparsi di intervenire per combattere la povertà e la marginalità di un numero crescente di cittadini.

Riteniamo inopportuno il ricorso alla decretazione d’urgenza per riformare materie, come il diritto di asilo e le discipline sulla sicurezza urbana, che richiederebbero un più articolato confronto democratico. Nel merito, riteniamo, comunque, che i due Decreti Legge non debbano essere convertiti nella forma attuale: i firmatari chiedono dunque che si apra un confronto ampio e approfondito al fine di dare al Paese una nuova disciplina più bilanciata e condivisa

Per questo facciamo appello a chi intende impegnarsi per impedire la conversione in legge di questi provvedimenti del Governo così formulati a partecipare a un’assemblea pubblica il prossimo 21 marzo, Giornata internazionale contro il razzismo.

Appuntamento a Roma il 21 marzo 2017, ore 15, presso l’Università La Sapienza, in P.le Aldo Moro, edificio Fermi, aula 4 di Fisica.

A Buon Diritto, ACLI, ANOLF, Antigone, ARCI, ASGI, CGIL, Centro Astalli, CILD, CISL, Comunità Nuova, Comunità Progetto Sud, Comunità di S.Egidio, CNCA, Focus – Casa dei Diritti Sociali, Fondazione Migrantes, Legambiente, Lunaria, Oxfam Italia, SEI UGL, UIL

Per adesioni: nodecretominniti@gmail.com

Francesco Lorusso, come ogni anno

Polvere da sparo

I famigliari, gli amici e i compagni di Francesco Lorusso la mattina dell’11 marzo, come ogni anno, si ritrovano in via Mascarella, davanti alla lapide che ricorda l’assassinio di Francesco, nell’anniversario della sua uccisione avvenuta l’11 marzo 1977.
L’appuntamento è alle 10,15 in via Mascarella dove saranno deposti fiori e dove ci sarà un momento di ricordo. Alle 11,15 ci si sposterà al monumento di Francesco, al Giardino Francesco Lorusso (entrata da via Berti 2/2).
Si tratta di cerimonie molto informali che, però, nel corso di questi anni sono state fondamentali per trasmettere elementi di memoria storica che in tanti hanno provato a cancellare, senza riuscirci.
Per quelli più giovani che nel ’77 non erano ancora nati o erano piccolisimi mettiamo a disposizione la testimonianza di Gabriele, compagno e amico fraterno di Francesco (era stata pubblicata nel 1997 sul giornale bolognese Zero in condotta), insieme a due piccoli resoconti tratti…

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Roma 1 marzo 1968 – La battaglia di Valle Giulia

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Guardando al 1968, il 1 Marzo rappresenta una tappa fondamentale, una data destinata a lasciare una traccia forte nell’immaginario collettivo ma anche ad avere conseguenze sugli sviluppi successivi degli eventi.
Con la battaglia di Valle Giulia il movimento studentesco, che nei mesi precedenti era stato un mormorio relegato al piano locale, si trasforma in un boato ed irrompe con forza sulla scena nazionale.Le voci delle precedenti occupazioni di facoltà, iniziate già nel ’67 a Pisa, Torino e Milano, erano infatti circolate perlopiù in ambito universitario, senza riuscire a portare all’attenzione dell’opinione pubblica le prime avvisaglie di agitazione.A Valle Giulia, zona di Roma alle pendici dei Parioli, si trova la facoltà di Architettura, che nei giorni precedenti al 1 Marzo è stata sede di svariate iniziative politiche, culminate nell’occupazione della facoltà.Il 29 Febbraio il rettore D’Avack richiede l’intervento della polizia per mettere fine all’occupazione: l’edificio viene brutalmente sgomberato e rimane presidiato dalle forze dell’ordine.La mattina successiva più di 4000 studenti si radunano in Piazza di Spagna e si dirigono verso la facoltà di Architettura, determinati a liberare l’edificio dall’assedio poliziesco.Il corteo giunge sul posto e comincia a fronteggiare i cordoni delle forze dell’ordine in un clima incandescente; l’evento scatenante non tarda ad arrivare: quando un gruppo di agenti prende in disparte uno studente e comincia a picchiarlo la rabbia del corteo esplode in una fitta sassaiola in direzione della polizia.
In breve lo scontro si estende a tutta l’area circostante, un gruppo di studenti riesce anche a sfondare i cordoni della polizia e a rientrare nella facoltà ma è costretto ad uscirne poco dopo sotto i colpi dei manganelli.
Gli studenti reggono a lungo l’urto delle cariche degli agenti: a fine giornata si contano 500 feriti tra i manifestanti e 150 tra le forze dell’ordine, i fermati sono più di 200, l’area circostante la facoltà ha un aspetto tale da far parlare di una vera e propria battaglia: diverse camionette ed auto incendiate, il suolo disseminato di sassi e lacrimogeni.
L’evento farà scorrere fiumi d’inchiostro: il giorno successivo la notizia rimbalza da un quotidiano all’altro, l’opinione pubblica si divide, tante interpretazioni e visioni ne vengono date.
Quel che è certo è che la battaglia di Valle Giulia rappresenta una svolta per il movimento studentesco e per un’intera generazione che abbandona con decisione la fase dell'”innocenza” e mette in campo il primo episodio di uno scontro inevitabile.
Nelle ore successive la battaglia lo slogan che circola orgogliosamente fra gli studenti, non più disposti a subire a capo chino la violenza della polizia, è: “Non siam scappati più!”.