Standing Rock – Sgomberato il campo di Oceti Sakowin

Mercoledì 22 febbraio, alle 2pm (ora locale) è stato sgomberato a Standing Rock il campo di Oceti Sakowin. L’ultimatum era stato dato 48 ore prima dallo United States Army Corps of Engineers e dal governatore del North Dakota Doug Burgum. Oceti Sakowin era il principale campo di resistenza delle comunità Sioux nei confronti del Dakota Access Pipeline, un grande oleodotto che dovrebbe servire a portare sotterraneamente il greggio dalla Bakken Formation – una zona al confine tra Montana e North Dakota, due stati degli Stati Uniti che confinano con il Canada – fino all’Illinois, attraversando South Dakota e Iowa.

L’opera, fermata da Obama al termine del suo mandato e sbloccata da Trump nei primi giorni del suo operato presidenziale, rischia di devastare completamente la riserva indiana di Standing Rock, un’area tra le più ricche di acqua e biodiversità dell’intero continente americano. Per questa ragione i Sioux che si oppongono all’oleodotto sono chiamati anche Water Protectors.

Nei giorni scorsi, per vie di condizioni climatiche molto problematiche, diverse persone avevano già lasciato il campo, per andare a presidiare altri luoghi vicini alla zona dove dovrebbe passare l’oleodotto. Fonti indipendenti parlano di circa un centinaio di persone che ieri erano ancora stanziate ad Oceti Sakowin .

Nell’abbandonare l’accampamento alcuni attivisti hanno dato fuoco ai teepee e alle baracche in segno di protesta, mentre una decina di persone sono state fermate dalla polizia. Tra queste è stato arrestato brutalmente il mediattivista Eric Poemz, semplicemente per aver fatto alcune riprese video.

Lo sgombero di Oceti Sakowin, dopo sei mesi di occupazione e resistenza, non ferma la lotta dei Sioux. Decine di campi di resistenza si stanno formando in tutta Standing Rock ed altre iniziative di lotta sono previste nelle prossime settimane. Attorno ai Water Protectors si è stretta una rete solidale che diventa sempre più numerosa, pronta a dar battaglia contro l’arroganza di Trump e di Burgum.

UPDATE. Giovedì 24 febbraio prosegue lo sgombero di Oceti Sakowin Camp. In azione mezzi blindati, swat, esercito e polizia in tenuta antisommossa. Segui la diretta su Unicorn Riot

http://www.globalproject.info/it/mondi/standing-rock-sgomberato-il-campo-di-oceti-sakowin/20658

Lo stupro inventato che ha eccitato Matteo Salvini e Giorgia Meloni

Matteo Salvini e Giorgia Meloni erano insorti contro l’ennesimo episodio di violenza di cui si erano resi protagonisti due immigrati. Ora si scopre che quel tentativo di stupro probabilmente non è mai avvenuto e che la vittima si è inventata tutto

Una decina di giorni fa diversi giornali hanno dato la notizia di un presunto tentativo di stupro avvenuto il 9 febbraio a bordo di un treno della della linea Milano-Mortara ai danni di una ragazza di 15 anni residente a Vigevano. A commettere le molestie sarebbero stati due cittadini identificati come “nordafricani” e “magrebini”. La ragazza sarebbe stata insultata, presa a calci e pugni e palpeggiata più volte nelle parti intime dai due sconosciuti che in seguito si sarebbero dati alla fuga una volta che il treno è arrivato a Vigevano. Paola Fucilieri sul il Giornale  dà la notizia che la presunta vittima si sarebbe inventata tutto.

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Cosa è successo davvero sul treno dello strupro

A giungere a queste conclusioni, dopo che politici come Giorgia Meloni Matteo Salvini avevano chiesto di usare il pugno duro contro gli stranieri che delinquono e che assaltano le nostre donne, sono stati gli agenti di Polizia che non solo non hanno ritrovato alcun riscontro nei fotogrammi delle telecamere di sorveglianza ma che hanno scoperto che uno dei due presunti stupratori aveva un alibi di ferro. La ragazzina infatti aveva raccontato che qualche tempo addietro era stata contattata via Facebook da un giovane nordafricano il quale aveva insistito per avere un incontro con lei per conoscerla. Il ragazzo si è presentato in commissariato con il suo avvocato precisando che sì, aveva avuto dei contatti via social con la ragazza ma raccontando che in seguito i due si erano conosciuti (cosa che la vittima aveva negato) e soprattutto fornendo le prove che lui su quel treno dove sarebbe avvenuta l’aggressione non c’era né da solo né in compagnia di un amico. Inoltre incredibilmente gli inquirenti non hanno trovato testimoni oculari che confermassero il racconto della ragazza.

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Matteo Salvini, che aveva invocato la castrazione chimica per gli stupratori ha sorvolato sulla notizia data dal Giornale, così come lo ha fatto Giorgia Meloni. Nonostante infatti gli articoli di quei giorni avessero più volte precisato che la Polizia era ancora alla ricerca di un riscontro oggettivo rispetto a quanto raccontato dalla ragazza diverse pagine di fascionazionalisti avevano iniziato a cavalcare l’onda della protesta scatenata dalle reazioni dei leader della Lega e di Fratelli d’Italia.

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Il noto sito riscattonazionale.it raccontava così l’occultamento della verità in atto sui quotidiani “di sinistra” che evitavano di menzionare la nazionalità dei due stupratori (nazionalità che nemmeno la vittima ha indicato):

Una sorta di timore di fondo di chiamare le cose con il proprio nome. Né «Repubblica» né «Corriere della Sera» indicano nella titolazione la provenienza dei due aggressori della ragazzina. «La Stampa», invece, si limita a indicare, attraverso le parole della vittima, che i due «erano nordafricani». Usare cautela in un caso di cronaca che dipende solo dalle parole della vittima è sempre buona norma, cercare di nascondere le evidenze però lo è meno. In uno degli articoli neanche si fa accenno alla provenienza dei due aggressori (da stigmatizzare pure se fossero italiani, senza dubbio), ma si parla genericamente di «accento nordafricano».

Curiosamente oggi il sito che ci racconta quotidianamente tutti i crimini degli immigrati nasconde la notizia data da Paola Fucilieri sul Giornale. Perché del resto il fatto che due nordafricani abbiano stuprato una ragazzina italiana fa notizia. Quello che la vittima si è inventato tutto probabilmente no. Complotto?

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Il punto non è la fake news perché quando i giornali hanno riportato la notizia era “vera”, cioè era vero che una ragazza avesse denunciato due ignoti nordafricani per un tentativo di violenza sessuale. La ragazza aveva una costola fratturata e diversi lividi sul corpo. Quello che è grave è quello che è successo dopo, ovvero il modo in cui la notizia è stata manipolata dai politici esperti nel criminalizzare gli immigrati. La polizia non aveva ancora arrestato nessuno né incriminato qualcuno di preciso che già Salvini e Meloni avevano celebrato tre gradi di giudizio e  proposto la loro ricetta anti-violenza. Ricetta che però nel caso in questione non serve a nulla. Ma intanto altro odio è stato seminato contro una categoria di persone già “sgradita” a molti italiani.

Giovanni Drogo da neXTquotidiano

Video-Intervista a Silvia Baraldini

casa originale dell’articolo https://www.carmillaonline.com/2017/02/22/video-intervista-a-silvia-baraldini/

di Raùl Zecca Castel

black-panther-children[video intervista alla fine del post] Il nome di Silvia Baraldini, in Italia, è legato in modo particolare alla vicenda giudiziaria di cui è stata – suo malgrado – protagonista e, soprattutto, richiama alla memoria lo scontro politico-parlamentare relativo alla sua estradizione dalle carceri statunitensi, avvenuta nel 1999. Ma il percorso di vita e l’esperienza rivoluzionaria che hanno segnato la sua gioventù rappresentano ancora oggi una preziosa testimonianza storica estremamente utile per la comprensione di un’intera epoca e restano, da ogni punto di vista, un esempio incorruttibile di abnegazione. Nata a Roma nel 1947, Silvia Baraldini si forma negli USA, dove il padre lavora come diplomatico presso l’ambasciata italiana. Qui si avvicina ben presto al grande moto giovanile di protesta sorto per manifestare il proprio dissenso alla guerra in Vietnam, ma che trova nelle rivendicazioni femministe e anticolonialiste altrettante direttrici di opposizione ad un unico sistema capitalistico ed imperialista, riconosciuto come fonte di tutte le disuguaglianze sociali e dunque come nemico da combattere ma, soprattutto, da sconfiggere.

E’ così che a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento, Silvia Baraldini diviene una strenua sostenitrice del movimento afro-americano, in tutte le sue manifestazioni più radicali ed armate, convinta non solo del fatto che le condizioni in cui versa la comunità nera statunitense rappresentino l’espressione più violenta e brutale del dominio politico e sociale capitalistico ma, soprattutto, consapevole del fatto che solo l’unione tra i movimenti privilegiati dei bianchi con quelli più emarginati e abusati dei neri avrebbe potuto sfociare in una palingenesi rivoluzionaria. Di qui il suo supporto militante ai gruppi più radicali del momento, dal Black Panthers Party for Self-Defens al Black Liberation Army, passando dalla May 19 Coalition, organizzazione di ideologia comunista in cui militarono alcuni membri dei Weather Underground.

Poi, nel 1983, l’arresto e la condanna: 44 anni di carcere.

silvia-baraldiniSilvia Baraldini viene accusata di aver organizzato e partecipato all’evasione e alla fuga di Assata Shakur, militante nera detenuta nel carcere di Clinton nel New Jersey, oggi esiliata a Cuba e ancora nella lista dei più pericolosi terroristi degli USA. L’operazione avviene senza spargimento di sangue, ma Baraldini subisce l’applicazione nei suoi confronti della legge RICO, ideata per combattere la criminalità organizzata e il terrorismo interno, dunque su di lei ricadono indiscriminatamente tutti i capi d’accusa che riguardano il movimento di cui è parte, compresa una rapina mai avvenuta.

Alla proposta da parte del FBI di scambiare la sua libertà con i nomi dei ‘complici’, Silvia Baraldini rifiuta e viene dunque trasferita a Lexington, nel carcere sotterraneo di massima sicurezza, dove trascorre quasi due anni in condizioni di totale isolamento sensoriale ammalandosi gravemente.

Nel 1999, infine, l’estradizione in Italia, con la garanzia però di continuare a scontare la pena in prigione. Fino al 2001, quando, proprio a causa della malattia, le vengono concessi gli arresti domiciliari.

L’ultimo atto di questo lungo accanimento giudiziario porta la data del 26 settembre 2006, quando, per effetto di un indulto, dopo 23 anni di detenzione, le viene finalmente restituita la libertà.

Silvia Baraldini non ha mai cercato attenzione mediatica e raramente ha scritto di sè, rilasciato interviste o testimoniato la sua sofferenza. Solo negli ultimi anni ha cominciato ad affrontare pubblicamente il suo percorso di vita, portando la sua esperienza nei centri sociali e in tutti quegli spazi disposti ad ospitarla ed ascoltarla.

Anche per questo ci tengo a ringraziarla ancora una volta per aver accettato di essere filmata per questa breve intervista rilasciata il 28 gennaio 2017 presso il Gratosoglio Autogestito di Milano (GTA) e per aver ricordato alcuni passaggi fondamentali della sua esistenza, dai primi contatti con il movimento afro-americano al ruolo della donna, dall’esperienza della prigionia alle valutazioni sull’eredità politica di anni che, comunque la si pensi, hanno segnato il corso degli eventi.

¡Movilízate por tus derechos! Las marchas de la Dignidad volvemos a las calles el 25 de febrero (llamamiento, convocatorias y vídeos)

casa originale dell articolo http://kaosenlared.net/las-marchas-de-la-dignidad-en-defensa-del-sistema-publico-de-pensiones/

Nunca nos regalaron nada la clase trabajadora, todo hubo que conquistarlo luchando, desde las Marchas de las Dignidad somos conscientes y por ello llamamos a la mayoría social a denunciar públicamente en la calle a expresar nuestra indignación y denuncia de la injusticia con el grito colectivo de “Pan, trabajo, Techo y Dignidad”. Llamamos a los colectivos sociales, sindicales y políticos a sumarse a esta acción y salir a la calle todas juntas por el presente y el futuro.

El próximo 25 de febrero, y el 28 en Andalucía, las Marchas de la Dignidad volvemos a las calles de todo el estado para exigir nuestros derechos y para mostrar la solidaridad con todas las personas y colectivos que luchan por una vida con dignidad y por la recuperación de los derechos robados por este sistema corrupto, volvemos a las calles para luchar por los derechos de las generaciones presentes y futuras.

Volvemos a las calles para defender el sistema público de pensiones atacado por los poderes económicos y políticos neoliberales para hacer de nuestro derecho a las pensiones su negocio. Para defender una pensión digna de 1080 euros al mes con 14 pagas y que este derecho esté garantizado por los Presupuestos Generales del Estado, también que su revalorización sea automática anualmente para que no se pierda poder adquisitivo. Porque sí hay dinero para salvar a bancos y autopistas de la quiebra, también lo hay para rescatar la vida de las personas y que podamos vivir con dignidad. Volvemos a las calles para exigir la derogación de las reformas de las pensiones impuestas por los partidos del régimen monárquico, por el PSOE en el 2011 y por el PP en el 2013, y para defender el Sistema Público de Pensiones.

Denunciamos el robo de la llamada hucha de las pensiones, bolsa de garantía con los excedentes que genera el sistema, que ha caído un 52 % desde su puesta en marcha en 2002 por el saqueo del gobierno para invertirla en su propia deuda pública la cual se ha demostrado no es rentable, denunciamos la congelación de la cuantía de la pensión a través de la última reforma del PP.  Hay que tener en cuenta que el último recurso de las familias sin ingresos son las pensiones de sus mayores, lo que agrava aún más la ya difícil situación de la personas sin recursos. Del mismo modo, denunciamos la campaña para la ampliación de la edad de jubilación y por los recortes en las pensiones desde los poderes económicos y políticos del régimen, los mismos que se ponen pensiones millonarias y cómplices del robo de los bancos a la población.

Salimos a las calles a cuerpo, para mostrar una realidad que se quiere ocultar y para demostrar  la solidaridad con quienes sufrimos los efectos de las políticas capitalistas que, utilizando la crisis como excusas, confiscan derechos y riqueza a las clases populares y trabajadoras en beneficio de una minoría privilegiada. Ocupamos las calles para defender los servicios públicos como la sanidad, la enseñanza, etc. para denunciar la situación de pobreza de más del 30% de la población, el aumento de la pobreza infantil.  Esta situación tiende a convertirse en crónica y afectara al ser humano durante toda su vida, salimos a las calles a exigir un trabajo y un salario digno y una prestación suficiente a través de una renta básica.

Ocupamos las calles para decir NO al pago de la deuda, NO al cumplimiento de los objetivos de déficit impuestos por la Unión Europea y el FMI a través del pacto del PSOE y el PP,con el que reformaron el artículo 135 de la C. E. por el que se da prioridad al pago de la deuda, a los especuladores internacionales, antes que a las necesidades de la población; también contra el tratado de la Zona Euro: un verdadero corsé para los intereses de las clases trabajadoras y la mayoría social. Mostramos nuestro rechazo a los tratados internacionales que nos quitan derechos como el recién aprobado CETA y lucharemos para que no se firmen el TISA y el TTIP.

Salimos a la calle para defender los derechos de las generaciones presentes y futuras y esto nos lleva también a exigir la derogación de las reformas laborares del PSOE y del PP, que han empeorado la situación social y en el trabajo de la mayoría social con precariedad, inseguridad, salarios de miseria, bajas o ninguna cotización, etc. que hace que en el futuro o no se pueda acceder al derecho a una pensión pública o que esta tenga una cuantía de miseria.

El próximo 25 de febrero y el 28 en Andalucía nos movilizamos contra la represión, contra el recorte de las libertades y para exigir Amnistía y la libertad de todas las personas encarceladas, procesadas o multadas por luchar, exigimos la ¡¡ Derogación YA !! de las Leyes Mordaza.

Nunca nos regalaron nada la clase trabajadora, todo hubo que conquistarlo luchando, desde las Marchas de las Dignidad somos conscientes y por ello llamamos a la mayoría social a denunciar públicamente en la calle a expresar nuestra indignación y denuncia de la injusticia con el grito colectivo de “Pan, trabajo, Techo y Dignidad”. Llamamos a los colectivos sociales, sindicales y políticos a sumarse a esta acción y salir a la calle todas juntas por el presente y el futuro.

 ¡¡No tenemos nada que perder salvo las cadenas!!

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Funerali di Valerio Verbano – Verano 25 febbraio 1980

Questo non è un corteo
perchè va un po’ più lento
si sentono i singhiozzi
da lontano un lamento

Questo non è un corteo
c’è troppo silenzio
Valerio dove sei
t’avemo ognuno drentro

Questo non è un corteo
ma neppure un funerale
stamo tutti a pesà
quanto sta vita vale

In questo strano giardino
di fiori e di morte
rimbombano gli slogan
speranze non risorte

Il fumo dei lacrimogeni
si fa sempre più acre e amaro
pagherete tutto si
pagherete caro

na na na na na nai
na na na na na na na…..

Camminando sulle tombe
di morti senza storia
ritorna il ricordo si
ritorna la memoria
di vecchi partigiani
e di grandi imprese
questo ci ha regalato
questo sporco paese

Questo non è un corteo
ma neppure un funerale
stamo tutti a pesà
quanto sta vita vale

Il fumo dei lacrimogeni
si fa sempre più acre e amaro
pagherete tutto si
pagherete caro

na na na na na nai
na na na na na na na…..