Appello della campagna #Overthefortress contro il piano Gentiloni-Minniti

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A seguito delle ultime vicende politiche in materia di immigrazione, il cosiddetto piano Minniti e l’accordo stipulato tra l’Italia e la Libia, la campagna #Overthefortress invita alla mobilitazione: l’appuntamento è per il 4 marzo.

Riportiamo di seguito il testo dell’appello, a cui ci associamo.

Apriamo una stagione dei diritti contro il piano Gentiloni-Minniti

L’impossibilità di entrare regolarmente e muoversi liberamente in Europa costringe migliaia di uomini e donne che scappano da guerre, ingiustizie e povertà a rischiare la vita in mare o lungo i confini europei. Il 2016 è stato un anno contraddistinto da un peggioramento delle politiche europee in materia di diritti fondamentali, un anno nel quale si è sostanziata una vera e propria guerra ai migranti con oltre 5mila persone che hanno perso la vita cercando di raggiungere i paesi del vecchio continente e con una serie di dispositivi, come l’accordo Ue-Turchia, messi in atto per arginare o bloccare le migrazioni.
Anche se non sono cambiate le ragioni e le motivazioni che spingono i migranti a lasciare le loro case, ciò che risulta oggi concretamente trasformato è l’apparato legislativo di riferimento, inquinato da accordi bilaterali come quello con la Libia e composto di norme vessatorie e di chiara connotazione securitaria.

Per “salvare” Schengen, ovvero la libera circolazione delle merci e dei cittadini europei, e per raccogliere il consenso dei populismi, tutti i Paesi membri dell’Unione hanno deciso di costruire muri materiali o immateriali per limitare l’accesso dei migranti nei propri territori e di orientare in modo repressivo le proprie politiche nazionali. L’Italia e la Grecia sono diventati due paesi a stanzialità forzata, in attesa che si compia il processo di esternalizzazione delle frontiere verso sud.
L’unica “apertura” dei confini attraverso il meccanismo della relocation, legata a due sole nazionalità, quella siriana ed eritrea, è miseramente fallito. Perfino il cosiddetto approccio hotspot – il quale prevede l’identificazione forzata nel primo paese europeo di approdo – e la strumentale selezione tra “migrante economico” e “profugo di guerra” non sono stati sufficienti a limitare le migrazioni e il movimento autodeterminato verso nord dei migranti, e ora tutta l’attenzione dell’agenda europea è rappresentata dal binomio blocco/espulsione.

Il risultato di ciò sia a livello europeo che italiano è un sistema di gestione delle migrazioni complesso e difficile da approcciare nella sua totalità, che si caratterizza come un laboratorio in costante mutamento, dove l’attuale fase è essenzialmente di criminalizzazione dei e delle migranti e di una generale contrazione del diritto d’asilo.
L’Italia assunto questo paradigma sta svolgendo a pieno regime il ruolo riservatole dalla governance europea: da una parte la volontà di bloccare le partenze dai paesi nordafricani fa sottoscrivere infami accordi come quello con la Libia, mentre dall’altra il piano Minniti vuole dare l’avvio alla costruzione di nuovi CIE – i Cpr (Centri permanenti per il rimpatrio) – funzionali ad intraprendere una stagione di deportazioni. Allo stesso tempo, in tutto il Paese, si assiste ad un aumento spietato dei dinieghi delle Commissioni territoriali alle richieste di protezione internazionale ed a crescenti difficoltà nella tutela giudiziaria; l’inadeguatezza degli standard minimi delle strutture di accoglienza – dove sono del tutto assenti progetti di inclusione sociale ma ben presenti lauti profitti e scandali giudiziari – è talmente evidente da non suscitare più scalpore e la revoca dell’accoglienza viene usata come una ritorsione nei confronti dei richiedenti asilo che osano protestare per l’assenza di servizi o contro la privazione delle loro libertà.

Tutti questi sono, a intensità differenti, ingranaggi di un meccanismo terribilmente efficiente nella produzione di uomini e donne senza diritti costretti a vivere sotto ricatto in una condizione di irregolarità ed emarginazione sociale.
Ora più che mai, dopo il nuovo decreto di Gentiloni & Minniti, sentiamo l’urgenza di sincronizzare azioni che possano boicottare sia il nuovo atto di guerra ai migranti, sia la fabbrica europea che produce “clandestinità” e povertà.

L’unica via legittima e ragionevole per dare una risposta ai tanti migranti costretti all’irregolarità da questo sistema, è l’immediata attivazione di una forma di protezione che disinneschi questo meccanismo di emergenza permanente, che restituisca una reale possibilità di essere liberi e libere di scegliere il proprio futuro e di muoversi ovunque in base alle proprie necessità.

Sentiamo improrogabile la costruzione di un appuntamento assembleare di confronto per costruire una campagna politica che cammini al fianco dei migranti e provi ad aprire una stagione dei diritti da contrapporre al plotone d’esecuzione della coppia Gentiloni-Minniti.

E’ nostra intenzione allargare l’invito a tutte le realtà sociali e a tutte le esperienze solidali incontrate in tutti questi mesi, fin da quando overthefortress ha mosso i suoi primi passi sulla Balkan route, ancora oggi ora uno spazio nel quale si contrappone una forte solidarietà alle politiche violente di controllo, fino all’ultima carovana che ha attraversato il sud Italia, lungo la rotta del Mediterraneo centrale.
Di fronte, inoltre, abbiamo degli appuntamenti come il 25 marzo, con le celebrazioni per il 60° anniversario dei Trattati di Roma costitutivi della Comunità Europea, e il G7 di Taormina dove il tema delle migrazioni sarà al centro del dibattito e dove, crediamo, si possano aprire delle possibilità di mobilitazione.

Proponiamo di affrontare insieme la costruzione e l’organizzazione di una campagna contro il piano Minniti e la partecipazione a queste giornate incontrandoci sabato 4 marzo alle 11.30 allo Spazio Comune Autogestito TNT di Jesi (AN).

Campagna overthefortress
Info: overthefortress@meltingpot.org

Per info e ospitalità: 3347997546 (Stefania) – 3398102187 (Valentina)

“Pulizia di massa per i migranti. Anche con le maniere forti”. Non possiamo tacere

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A Recco per la campagna di tesseramento del Carroccio, Matteo Salvini torna a usare toni forti sui migranti. Secondo il leader della Lega Nord, occorre effettuare una pulizia “via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve, perché ci sono interi pezzi d’Italia fuori controllo”. “Non vedo l’ora – aggiunge – una volta al Governo, di controllare i confini come si faceva una volta e usare le navi della Marina Militare per soccorrere e riportare indietro i finti profughi”, sottolineando la propria ammirazione per la politica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il sito dell’Associazione Carta di Roma mette in evidenza un bell’articolo curato da Articolo 21 Veneto sulla presa di distanza da parte di movimenti e partiti politici rispetto alle affermazioni fatte da Matteo Salvini. Anche l’informazione non resta in silenzio. Qui di seguito l’articolo.

 

“Pulizia di massa per i migranti, via per via, quartiere per quartiere, anche con le maniere forti”: a parlare è Matteo Salvini, leader della Lega Nord, sul Tgr Liguria. In un quadro sociale molto teso dove l’incitamento all’odio (hate speech) contro i soggetti deboli è denunciato costantemente dalla Carta di Roma in tutte le sedi, questa frase suona come un colpo di pistola.

L’accento esplicitamente razzista non è sfuggito ai giornalisti liguri, che peraltro hanno stigmatizzato l’assenza di un contraddittorio di fronte a tale enormità, da parte del giornalista delle rete nazionale del servizio pubblico, appunto, la Rai della Liguria. “Salvini ormai ci ha abituato ad un’escalation di violenza verbale che in Italia non ha pari – afferma Alessandra Costante, giornalista del Secolo XIX, componente, della Segreteria generale della Fnsi e Segretario dell’Associazione ligure dei Giornalisti – Ritengo che a questo punto ogni commento sia del tutto inutile, le parole di Salvini rasentano e superano l’apologia del razzismo, incitano alla violenza. La risposta migliore dovrebbe arrivare da una magistratura attenta e democratica”.

A questo proposto Annamaria Alborghetti, penalista di Padova, interpellata da Articolo 21, sezione veneta, dice: “Le frasi, anche per il ruolo politico di chi le ha pronunciate e il contesto pubblico di diffusione, potrebbero configurare la violazione della legge Mancino che sanziona penalmente chi incita a commettere violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali”.

Sul profilo Facebook “Liguri tutti” di Marco Preve, giornalista di Repubblica, ci si chiede perché il cronista della Rai ligure non abbia azzardato un minimo di contradditorio con il leader della Lega ponendogli almeno la più banale delle domande: “Ma scusi onorevole, non le sembra di usare toni che richiamano la pulizia etnica?”.

Proteste e prese di distanze anche dai partiti politici, riprese dai quotidiani locali: Raffaella Paita, capogruppo Pd in Regione Liguria: “Le parole di Salvini sugli immigrati sono allucinanti. Il segretario della Lega, parlando di pulizia di massa quartiere per quartiere, evoca periodi molto bui della nostra storia. Frasi irresponsabili, che non possiamo tollerare”. Nichi Vendola: “Salvini è un fascista, è la vergogna d’Italia”. Irritato anche il Centrodestra sia a livello locale, sia a livello nazionale con Schifani: “I metodi evocati da Salvini non fanno parte della cultura del buon governo di Forza Italia”.

Al di là dell’epilogo di questa ennesima brutta vicenda che coinvolge l’informazione, va comunque rilevata l’urgenza di una puntuale applicazione, in ambito giornalistico, della Carta di Roma. A lei è intitolata l’associazione, fondata dalla Fnsi e dall’Ordine dei Giornalisti, nel dicembre del 2008 per dare attuazione al protocollo deontologico per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione.

Clandestino, extracomunitario, vucumprà, nomade, e altri, purtroppo molti altri luoghi comuni utilizzati per descrivere il fenomeno migratorio dovrebbero essere banditi dal linguaggio giornalistico e sostituiti dalle indicazioni del glossario che Carta di Roma, attraverso i propri rappresentanti, sta divulgando nel corso di numerosi pubblici dibattiti, seminari e corsi di formazione. Da segnalare, a questo proposito, l’iniziativa di un gruppo di intellettuali, tra cui il presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti e il presidente di Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu, che si sono rivolti alle istituzioni, nella persona del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, affinché dal protocollo d’intesa tra Italia e Libia in tema – tra le altre cose – di contrasto all’immigrazione illegale e al traffico di esseri umani, venga rimossa la parola “clandestino”, termine in primo luogo giuridicamente infondato quando viene utilizzato per indicare – anche prima che abbiano potuto presentare domanda d’asilo e che la domanda sia stata valutata dalle apposite commissioni territoriali – i migranti che tentano di raggiungere o raggiungono, il territorio dell’Unione europea.

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Unar: un dibattito strumentale e distorto

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Bene ha fatto l’ex Direttore dell’Unar Francesco Spano a presentare le proprie dimissioni a seguito del servizio diffuso dalla trasmissione Le Iene su Italia1. E’ probabilmente il modo migliore per porre fine a un dibattito pubblico strumentale e distorto.

Il servizio di circa 12 minuti accusava l’Unar e il suo direttore di aver indebitamente finanziato attraverso un bando pubblico (con 55mila euro) e per interessi personali un’associazione nelle cui sedi si svolgono attività sessuali a pagamento, associazione di cui il direttore sarebbe socio.
Le eventuali responsabilità del Direttore saranno accertate dalle autorità di competenza. Qui è opportuno soffermarsi su ciò che è accaduto dopo la diffusione del servizio giornalistico.

1. Diversi esponenti politici, hanno chiesto l’immediata chiusura dell’ufficio. Evitiamo di citarli qui, basta leggere le agenzie e alcuni dei siti dei principali quotidiani.
L’assurdità e la portata propagandistica della richiesta sono palesi.
L’Unar è stato istituito con il decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215. Il decreto ha recepito la direttiva comunitaria n. 2000/43 che all’art.13 prevede che “negli stati membri siano istituiti uno o più organismi per la promozione della parità di trattamento di tutte le persone senza discriminazioni fondate sulla razza o l’origine etnica.”
Tutti gli stati comunitari sono tenuti ad avere un ufficio con queste funzioni. E, almeno finché a qualcuno non verrà in mente di modificarlo, l’art.3 della nostra Costituzione sancisce il principio di uguaglianza e di non discriminazione, principio che per l’appunto l’Unar è chiamato a garantire svolgendo le sue funzioni.

2. E’ indubbio che se quanto denunciato nel servizio televisivo venisse accertato, la procedura di selezione dei progetti risulterebbe deficitaria delle caratteristiche utili a verificare il possesso dei requisiti necessari da parte degli enti partecipanti.
Se una procedura è inadeguata va cambiata o integrata, non soppressa. Lo stesso vale per il conflitto di interessi: se fosse accertato riguarderebbe la persona coinvolta, non certo la legittimità delle funzioni dell’ufficio di appartenenza.

3. Il servizio giornalistico in oggetto ha sicuramente le caratteristiche dello scoop: e l’obiettivo è stato indubbiamente raggiunto. Ci permettiamo però di osservare che l’informazione fornita (con modalità assai discutibili dal punto di vista deontologico) è stata come minimo incompleta. Ha prevalso il sensazionalismo.
Non è stata fornita alcuna informazione sull’insieme delle attività e delle funzioni svolte dall’ufficio dal 2003 ad oggi. Non è stata detta una parola sui progetti e le attività svolte dalle altre associazioni registrate presso l’ufficio (circa 400). Non è stato spiegato che l’iscrizione al registro non comporta affatto automaticamente l’attribuzione di fondi pubblici.

In diversi passaggi del servizio si fa riferimento a “centinaia di migliaia di euro”, a “soldi dei contribuenti” assegnati dall’ufficio ad associazioni che lottano contro le discriminazioni.
Se fosse vero, forse il razzismo sarebbe un po’ meno diffuso e normalizzato nel nostro paese. Peccato che le risorse gestite dall’Ufficio provengano in realtà in gran parte da risorse comunitarie. In ogni caso il bando in questione ha portato in totale all’assegnazione di 1 milione di euro suddiviso tra 35 progetti diversi che in vari casi coinvolgono più associazioni.

4. Stabilire un nesso tra questa vicenda e la necessità di portare avanti i programmi di spending review (è successo almeno nel corso di una trasmissione televisiva) è un paradosso. Tutto si può dire, ma non che il nostro paese si distingua per investimenti pubblici destinati alla lotta contro le discriminazioni e il razzismo. Tant’è che le diverse “strategie nazionali” elaborate sino ad oggi sono rimaste in gran parte sulla carta proprio perché non sono state accompagnate da un piano di copertura finanziaria.
Del resto non potrebbe essere diversamente visto che i tagli alla spesa pubblica hanno sempre privilegiato le politiche sociali.

5. In conclusione: se ci sono dubbi sulla procedura seguita per selezionare i progetti di cui sopra l’assegnazione va sospesa (l’Unar ha peraltro specificato che ha già provveduto alla sospensione in autotutela del bando di assegnazione oggetto del servizio giornalistico e che le risorse assegnate non sono ancora state erogate).
Se ci sono state responsabilità amministrative o penali del Direttore o dello staff dell’Unar lo deciderà chi di competenza.
Ma che si utilizzi strumentalmente da parte dei soliti noti questa vicenda per alimentare l’ondata di xenofobia e di razzismo che spira già da troppo tempo nel nostro paese, è inaccettabile.

Il tema di attualità è semmai un altro: quello di garantire il corretto e pieno svolgimento delle funzioni dell’ufficio contro le discriminazioni accrescendone l’autonomia e l’indipendenza dal potere esecutivo. Lo chiedono da sempre gli organismi internazionali e le associazioni antirazziste. Solo in questo modo sarà libero di contrastare alcune delle forme di discriminazione e di razzismo più intollerabili: quelle istituzionali.

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CONTRO LA BUONA SCUOLA: FLC CGIL PROCLAMA LO SCIOPERO PER L’8 MARZO

La Flc- Cgil (scuola università e ricerca) ha proclamato sciopero di 8 ore l’8 marzo: sciopero che intreccia le ragioni della giornata di mobilitazione della Rete in occasione della giornata internazionale della donna con quelle piu’ strettamente sindacali di opposizione alla cosiddetta ” buona scuola ” . Una scelta importante quella della sigla sindacale dei lavoratori della scuola, in quanto la CGIL, a livello nazionale, aveva scelto di defilarsi lasciando alle Camere territoriali la possibilità di dare copertura allo sciopero.

Il servizio con Francesco Locantore, del direttivo nazionale FLC  Ascolta

“La Flc Cgil ha proclamato sciopero di 8 ore l’8 marzo! Bene! Brave e bravi! Dovrebbero farlo anche le altre categorie. Altro che la Fiom, che invece dello sciopero ha avuto la pessima idea di convocare una assemblea nazionale unitaria con Fim e Uilm..” commenta ai nostri microfoni Eliana Como del Direttivo Centrale della Fiom e dell’area Il Sindacato è un’altra cosa  Ascolta

IL COMUNICATO DI ADESIONE DI FLC-CGIL

“Ni una menos” è la sfida lanciata dalle donne argentine in tutto il mondo, per chiamare alla lotta e allo sciopero globale contro la violenza maschile sulle donne.

Riteniamo importante che nel nostro Paese alla generale mobilitazione contro la violenza si affianchi la rivendicazione di un’effettiva parità di genere, in un momento in cui l’attacco ai diritti del lavoro e di cittadinanza vede soccombere soprattutto le donne sul piano del salario e del ruolo sociale.

Mentre vengono tagliati i servizi, continuano a mancare gli asili nido e il pagamento delle mense, non più sostenibile per un numero sempre crescente di famiglie, mette in discussione la frequenza della scuola dell’infanzia e del tempo pieno nella scuola primaria, il lavoro di cura rimane prepotentemente sulle spalle delle donne, ostacolandone la piena realizzazione professionale e sociale.

Nei nostri comparti della conoscenza la mancanza del rinnovo del Contratto nazionale di Lavoro ha poi contribuito ad indebolire la potestà di tutela, mettendo in difficoltà soprattutto le donne che non sempre possono contare sulla contrattazione per il riconoscimento dei diritti che discendono dalla Costituzione.

In questo contesto, per educare alla parità di genere e sradicare la cultura della violenza sulle donne, la formazione riveste un ruolo centrale e strategico: dall’asilo nido all’università, l’educazione alle differenze deve essere una pratica diffusa che superi la cultura formale delle pari opportunità.

Affrontare in modo critico il tema delle violenze di genere e far emergere le relazioni di potere che si instaurano attraverso gli stereotipi maschili e femminili deve essere obiettivo della scuola pubblica.

Nell’ambito di queste considerazioni si rafforzano le motivazioni che continuano a vederci determinati contro la legge 107, una riforma che impedisce alla scuola di essere un laboratorio di civiltà, all’interno del quale sperimentare punti di vista condivisi nel rispetto di tutte le differenze.

Aderire allo sciopero mondiale dell’8 marzo per i lavoratori della Conoscenza significa parlare di tutti i temi che abbiamo messo in campo in questi anni, restituire all’Istruzione e alla Ricerca obiettivi di qualità e a tutto il personale dei nostri comparti la dignità sociale e professionale che deve connotare le lavoratrici e i lavoratori dei settori pubblici, avamposto dello stato sociale.

http://www.radiondadurto.org/2017/02/21/cattive-maestre-contro-la-buona-scuola-flc-cgil-proclama-lo-sciopero-per-l8-marzo/

1980 – 2017 Valerio Vive, un’idea non muore!

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Il 22 febbraio del 1980 un commando di neofascisti assassinava a colpi di pistola Valerio Verbano in casa sua. Giovane militante autonomo di soli 18 anni, studente del liceo Archimede, è stato assassinato davanti agli occhi dei genitori per la sua militanza antifascista e rivoluzionaria. In particolare, Valerio indagava sui rapporti tra apparati dello Stato e destra eversiva.

A distanza di 37 anni da quell’omicidio rimasto senza colpevoli, daremo corpo ancora una volta, attraversando le strade di quelli che furono anche i sui quartieri, Tufello e Montesacro, ad una memoria e un ricordo che non sono liturgia o reducismo, ma storia viva dei movimenti della città di Roma. Una storia che si è fatta arma da scagliare contro chi ci dice che il fascismo è archiviato, contro chi ci invita alla riconciliazione o ci parla di opposti estremismi.

Oggi, quegli stessi quartieri vogliono raccontare ancora la figura di Valerio Verbano, la sua vita e le sue lotte, una storia orgogliosamente partigiana, che vive ogni giorno negli spazi liberati, nelle battaglie degli studenti e delle studentesse, nelle vertenze per la casa e contro gli sfratti. Così come nelle piazze delle donne che in Italia e in tutto il mondo si ribellano contro il patriarcato e la violenza maschile, urlando da un capo all’altro del globo “non una di meno”. Una storia che pulsa in ogni battaglia contro lo sfruttamento per la dignità umana.

Mentre continuiamo a vivere nella più lunga crisi economica e sociale dal dopoguerra, mentre le guerre bussano alla porta di un’Europa sempre più blindata, alimentando a dismisura vecchie e nuove povertà, leader politici e imprenditori della paura e dell’orrore in giacca e cravatta (o felpa, poco importa) nei salotti mediatici soffiano sul fuoco della “guerra tra poveri” e dello “scontro di civiltà”, utilizzando politiche criminali e di austerità e come braccio armato nei nostri quartieri le organizzazioni neofasciste.
Contro tutto questo mettiamo in campo ogni giorno pratiche culturali, di mutualismo e di solidarietà, ed anche la legittimità di un’azione resistente che, a partire dai nostri quartieri, dai lotti delle case popolari e dalle periferie, non lasci un solo centimetro di terreno a chi ci vuole indifferenti, nemici, gli uni contro gli altri.

Anche quest’anno sfileremo nelle nostre strade per ricordare Valerio e sua mamma Carla, con cui abbiamo condiviso tanta strada insieme, e dare vita ancora una volta a una giornata di lotta.

Mercoledì 22 febbraio
ore 16.00 via Monte Bianco ‘Un fiore per Valerio’
ore 17.00 CORTEO

Contro ogni sessismo, razzismo e fascismo: solidarietà, resistenza e liberazione!

I compagni e le compagne di Valerio

https://www.facebook.com/events/1357605544309950/

Roma 22 febbraio 1980 – L’omicidio di Valerio Verbano

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Venerdì 22 Febbraio 1980, a Roma, intorno all’una di pomeriggio, tre uomini bussano alla porta di un appartamento al quarto piano di via Monte Bianco 114, abitazione di Valerio Verbano, studente di 19 anni, militante dell’Autonomia Operaia. In quel momento in casa si trovavano solamente i genitori di Valerio. La madre, dichiarandosi i tre uomini amici di Valerio apre la porta.
Subito i tre uomini, armati e resi irriconoscibili da dei passamontagna, la immobilizzano e la legano insieme al marito in camera da letto, e successivamente perquisiscono accuratamente tutto l’appartamento. Intorno alle 13:40 Valerio torna da scuola, apre la porta di casa e ad aspettarlo trova i suoi aguzzini. Subito si accorge della loro presenza, e dopo averne disarmato uno, cerca di fuggire dalla finestra, ma viene raggiunto da un colpo di pistola alla schiena. Morirà poco dopo in ambulanza, mentre viene trasportato in ospedale.
Alle 21 dello stesso giorno arriva la rivendicazione dell’omicidio da parte dei NAR, che verrà confermata in un ulteriore volantino ritrovato alle 12 del giorno successivo.
Nell’ambiente dell’Autonomia, questo omicidio viene visto come parte di un processo repressivo ampio, portato avanti dalle questure fortemente legate al terrorismo nero. Proprio su questo legame Valerio aveva svolto un ampio e preziosissimo lavoro di indagine, raccolto in un dossier che sparirà dopo essere stato sequestrato dalle forze dell’ordine.
Inutile dire come, in questo caso, tutta quella macchina mediatica che si avviava in quegli anni per rendere onore alle “vittime del terrorismo”, non si sia messa in moto e si sia invece impegnata a descrivere Valerio come un militante indeciso, sul punto di abbandonare i suoi ideali.
A mettersi in moto è comunque il movimento: alla diffusione della notizia dell’uccisione di Valerio seguirono cortei, che si concludono con scontri con le forze dell’ordine, che arrivano persino ad inseguire i manifestanti, il giorno del funerale, fin dentro il cimitero del Verano, sparando lacrimogeni e raffiche di mitra.

Riportiamo due passi tratti da “I Volsci” del Febbraio 1980:

Questo attacco si inserisce in quello più generale contro l’antagonismo organizzato, contro l’Autonomia. Dove non riescono galere, delatori, brigatisti pentiti, giudici cervellotici e piccisti, dove non riesce la campagna di linciaggio politico gestita dal potere, preparata ed avvallata dal Pci, si arriva all’eliminazione fisica dei compagni”

La potenza repressiva dello Stato è stata invece un elemento complementare dell’assassinio e della logica che lo ha prodotto. Come i compagni hanno fin da subito messo in evidenza, i fascisti hanno colpito dopo che la repressione aveva spianato loro la strada. Ma non basta. Ciò che è avvenuto dopo l’uccisione di Valerio, sia sulla stampa di regime che nelle piazze, ha infatti dimostrato che non solo ai fascisti era stato suggerito e permesso di prendere l’iniziativa, ma che l’assassinio stesso di Valerio veniva gestito dallo stato come un ammonimento per i compagni. Eppure Valerio era stato ucciso inerme, dentro casa sua, davanti ai genitori” (da InfoAut)

Anche quest’anno sfileremo nelle nostre strade per ricordare Valerio e sua mamma Carla, con cui abbiamo condiviso tanta strada insieme, e dare vita ancora una volta a una giornata di lotta.

Mercoledì 22 febbraio
ore 16.00 via Monte Bianco ‘Un fiore per Valerio’
ore 17.00 CORTEO

Contro ogni sessismo, razzismo e fascismo: solidarietà, resistenza e liberazione!

I compagni e le compagne di Valerio