Genova, “fuori i fascisti dalla nostra città”

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Annunciata per sabato 11 febbraio, in un luogo ancora da definire, la kermesse che potrebbe far convogliare nel capoluogo ligure svariati gruppi europei di stampo fascista e neonazista. Il convegno “Per l’Europa delle Patrie”, organizzato da Forza Nuova, si prospetta come la solita messinscena vergognosa e dovrebbe ospitare tra i suoi relatori personaggi notoriamente xenofobi e razzisti quali Roberto Fiore, leader della formazione neofascista italiana, Udo Voigt del Partito Nazionaldemocratico di Germania, Yvan Benedetti del Parti Nationaliste Français e l’ex presidente del British National Party, Nick Griffin. Movimenti sociali e partiti legalmente riconosciuti a discapito della legge, sempre più spesso al centro di indagini e atti giudiziari, organizzazioni politiche appartenenti alla sedicente “Alleanza per la Pace e la Libertà” (Apf). Certo, pace e libertà. Parole e concetti paradossali per chi in tutta Europa semina odio e ripropone retoriche disgustose – alla base di una propaganda confusa e violenta – nel tentativo, maldestro ma in minima parte tristemente efficace, di alimentare il malessere degli strati sociali più affranti dall’aumento delle disuguaglianze e della povertà. Razzismo e discriminazioni, sono queste le prerogative di chi vorrebbe affrontare il disastro socio-economico dei paesi europei con ricette reazionarie.

La risposta dell’Anpi

Questi soggetti di estrema destra, al pari di Casapound e della Lega Nord, rappresentano esclusivamente un crogiuolo  pregno di revisionismo storico e di quel becero populismo che i fascisti amano predicare per strumentalizzare la profonda crisi provocata dalle sciagurate politiche neoliberiste ad essi tanto care. “Apprendiamo con stupore e tanto sdegno che la nostra città dovrebbe essere sede di un convegno dell’ultradestra europea su invito dei fascisti nostrani. È inaccettabile che ancora una volta si metta in atto un’ulteriore provocazione contro i valori democratici e antifascisti della nostra città”. Inizia così il comunicato con il quale l’Anpi genovese esorta alla mobilitazione la popolazione civile e tutte le forze antifasciste, chiedendo alle istituzioni locali e regionali di “impedire questo affronto alla città di Genova Medaglia d’Oro della Resistenza”. “Lanciamo un appello a tutti i genovesi per una ampia e unitaria mobilitazione. Chiediamo alle autorità competenti di far rispettare le leggi che sono ben chiare e non lasciano dubbi di interpretazione, in particolare la legge Scelba e la legge Mancino che vanno semplicemente applicate. Questa offesa a Genova va impedita, nel rispetto della Costituzione che è intrinsecamente e profondamente antifascista”.

Gli antifascisti genovesi

Alle proteste dell’Anpi fanno eco i comunicati e le dichiarazioni delle varie organizzazzioni e associazioni antifasciste e della sinistra radicale presenti in città. Per Bruno De Martinis, tra i rappresentanti locali di Sinistra Anticapitalista, “la lotta e la mobilitazione antifascista sono più che mai di attualità e devono essere praticate in ogni momento dell’attività politica e sociale da tutte e tutti coloro che si battono per la democrazia, la giustizia sociale, contro la guerra, per la cooperazione tra i popoli”, e aggiunge che “la scelta di Genova come teatro di un incontro tanto nauseante è a dir poco stomachevole. Nel clima politico generale, a partire dall’elezione di Donald Trump, opporsi con veemenza alle brutalità causate tanto dai fascismi quanto dalle politiche d’austerità è prioritario per chi si batte per un alternativa (eco)socialista”. La federazione genovese del Prc ha dichiarato che “i movimenti anti-umani che si stanno sviluppando in Europa ripropongono modelli che si richiamano esplicitamente ai governi nazisti di prima della Seconda guerra mondiale. Sarà interessante capire se le istituzioni e le dirigenze delle forze dell’ordine decideranno di concentrare i propri sforzi contro gli antifascisti o difenderanno la Costituzione”. Il collettivo comunista Genova City Strike fa sapere senza mezzi termini che “il convegno dell’ultradestra a Genova è probabilmente una bufala tipica dei neonazisti alla quale i giornali dedicano spazi esagerati. Detto ciò bene ha fatto l’Anpi a dichiarare che vi sarà una mobilitazione. Se il sindaco e qualche altro amministratore sono così preoccupati facciano subito un esposto al prefetto dichiarando la propria opposizione istituzionale. E magari si ricordino che il pericolo fascista diventa reale proprio grazie alle loro politiche impopolari contro lavoratori e sfruttati”. L’Altra Liguria, nelle parole di Simonetta Astigiano, “respinge con forza la possibilità che si tenga a Genova un raduno dell’estrema destra, con personaggi che non hanno mai nascosto le loro simpatie per il neonazismo, arrivando a negare l’olocausto e ad inneggiare alle SS. Auspichiamo pertanto che a Genova si possa ripetere la grande mobilitazione del 30 giugno 1960 – che vide l’unità di tutti gli antifascisti liguri – per lanciare un forte segnale di rifiuto delle logiche fasciste e razziste”.

Un altro 30 giugno 1960?

Sono passati poco meno di sessant’anni dai giorni in cui la “Superba” si ribellava al governo Tambroni e al V congresso del MSI. Organizzata proprio all’interno di uno dei tanti alberghi cittadini, l’iniziativa politica dei fascisti aveva contribuito ad alimentare un moto di protesta compatto e determinato. “Noi siamo decisi a difendere la Resistenza. Lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei morti e per l’avvenire dei vivi, lo compiremo fino in fondo. Costi quel che costi”; queste parole, pronunciate da Sandro Pertini nel suo celebre discorso del 28 giugno, avevano letteralmente infuocato gli animi dei tantissimi giovani, camalli, ex partigiani, studenti universitari e operai, donne e uomini che ancora una volta scesero in piazza per difendere Genova dalla vergogna fascista. Non è semplice racchiudere questa storia in poche righe, ma è certo che la “città della Lanterna” non ha mai dimenticato quella rovente giornata d’estate né ha mai smarrito la sua vera anima. Oggi come allora, proprio l’omonimo Circolo 30 Giugno – spazio politico e culturale di libertà e socialità, da quarant’anni anima antifascista e popolare del capoluogo ligure – non ci sta: “Come ogni anno ci troviamo davanti alle solite provocazioni fasciste. Purtroppo non ci stupiamo più di come lo Stato e le istituzioni utilizzino diversi trattamenti: a noi (antifascisti) cariche e denunce, a loro (fascisti) libertà di parola, “luoghi segreti” e finanziamenti economici. Proprio “loro” che fanno dell’odio verso il “diverso” una pratica quotidiana. La storia di Genova passa attraverso il 25 Aprile del 1945 e il 30 Giugno del 1960: questa è una città di scambi culturali, etnici e di integrazione, oltre ad essere una delle città simbolo della Resistenza italiana. Il nostro circolo si costituisce sui principi dell’antifascismo e della solidarietà e perciò ci opporremo a questa infamia con ogni mezzo necessario”.

Toti e la libertà di manifestare

La crescita dell’estrema destra in Europa, dinamica complessa e in alcuni casi relativamente marginale, non rappresenta unicamente il frutto acerbo del moderno processo di lobotomia culturale e di impoverimento imposto ai popoli dalle classi dominanti internazionali. Intimidazioni, vere e proprie aggressioni o espisodi di intolleranza, che spesso restano singolarmente impuniti, sono il risultato dell’agibilità di manovra concessa a vario livello a un certo tipo di organizzazioni dallo spirito profondamente razzista, misogino, omofobo e antioperaio. “Credo che chi ha combattuto per fare di Genova una Medaglia d’Oro per la Resistenza, e quindi renderla una città libera e democratica, l’ha fatto anche perché si possano ospitare convegni di chi non la pensa come lui”, ha dichiarato Giovanni Toti. Il fascismo non è un’opinione ma un crimine, e forse sarebbe bene ricordarlo anche a un presidente della Regione Liguria evidentemente un po’ confuso. Infatti, prima di rilasciare certi commenti, e di scaricare la questione delle autorizzazioni su questura e prefettura, proprio lo stesso Toti – solo qualche mese fa – aveva definito l’ex partigiano e presidente della Repubblica Pertini un “esempio”. La maggior parte dei diritti e delle libertà che ancora oggi sopravvivono (a fatica) davanti alla furia devastatrice del capitalismo, rappresentano alcune delle più meravigliose vittorie della pluridecennale lotta contro quei regimi nazifascisti che tra gli anni ’20 e ’40 del secolo scorso devastarono il continente – e non solo – e misero letteralmente in ginocchio l’Italia e la sua gente.

Genova non può essere prestata all’ennesima tetra passerella delle ultradestre più miserabili e pericolose. Sicuramente, l’impegno plurale delle forze antifasciste cittadine andrà al di là dei possibili nulla osta rilasciati da autorità confuse, svogliate o compiacenti. Resta il fatto che accordare il benché minimo spazio politico a questa accozzaglia nazifascista costituisce un reale attentato alla democrazia contro il quale vale la pena di lottare oltre la semplice indignazione. Quando al tavolino si conclude l’intensa chiacchierata con De Martinis, un paio di ragazzi, dopo aver ascoltato la nostra conversazione per alcuni minuti, si perdono tra i carruggi intonando un ritornello che fa “fuori i fascisti dalla nostra città”.

http://popoffquotidiano.it/2017/02/03/genova-fuori-i-fascisti-dalla-nostra-citta/

CasaPound è davvero xenofoba. I Servizi smentiscono il Viminale

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Allarme dei servizi segreti per la «propaganda sempre più marcata da accenti nazionalisti e xenofobi». Cade la narrazione della polizia di prevenzione che aveva dipinto Casa Pound come una società di beneficenza

Colpo di scena: i servizi segreti smentiscono il Viminale. Stando alle anticipazioni di un noto quotidiano, la relazione delle nostre barbe finte al Parlamento lancia l’allarme sulla pericolosità dell’ultra destra razzistoide. In particolare CasaPound che, solo nel 2015 prima, era stata definita più o meno un’accolita di filantropi da un’informativa della polizia di prevenzione.

“L’allarme legato ai flussi migratori – si legge nel documento di cui Repubblica è in possesso – ha favorito l’accelerazione di maggiori forme di coordinamento, peraltro già esistenti, tra formazioni dell’ultradestra che hanno ottenuto un notevole aumento di consensi, grazie all’uso strumentale di una efficace propaganda sempre più marcata da accenti nazionalisti e xenofobi  (…) Il ventaglio di scelte nella frammentata galassia dell’estremismo di destra è ampio. Sempre secondo gli inquirenti “in seno all’area identitaria, spicca l’associazione CasaPound Italia” con le proprie articolazioni nel contesto studentesco “Blocco Studentesco”, sindacale Blu – Blocco Lavoratori Unitario e ambientalista L.F.C.A. – La Foresta che Avanza.. CasaPound resta tra le formazioni più attive a Roma dove, dietro la copertura dei comitati di quartieri “organizza, gestisce e dirige, di fatto, ogni fase della protesta”.

Un film completamente diverso da quello “girato” dalla Direzione centrale della Polizia di prevenzione, (protocollo N.224/SIG. DIV 2/Sez.2/4333 dell’11 aprile 2015) con sigla in calce del direttore centrale, prefetto Mario Papa, che aveva definito Cpi una organizzazione di bravi ragazzi molto disciplinatii, con «uno stile di militanza fattivo e dinamico ma rigoroso nelle rispetto delle gerarchie interne» sospinti dal dichiarato obiettivo «di sostenere una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio». Il testo della informativa che potete leggere in integrale su Insorgenze fa ricorso ad un’abile strategia linguistica evitando come la peste l’utilizzo della parola fascismo, né tantomeno si precisa che fu una dittatura, “al suo posto si usa un sinonimo neutralizzante come «ventennio». Quel rapporto valorizzava la «progettualità» chiaramente xenofoba del gruppo «tesa al conseguimento di un’affermazione del sodalizio al di là dei rigidi schemi propri delle compagini d’area», proprio nei giorni in cui Cpi saldava le proprie energie con quelle dell’allora emergente Salvini. Prova ne sarebbero – prosegue la nota – «le recenti intese con la Lega Nord, di cui si condividono le istanze di sicurezza e l’opposizione alle politiche immigratorie, con la creazione della sigla “Sovranità – Prima gli Italiani” a sostegno della campagna elettorale del leader leghista».

Da allora la lista di fatti di cronaca ascritti alle attività benefiche di appartenenti alla compagine registra, proprio nelle scorse ore, l’aggressione a Ostia di Diego Gianella, attivista di Alternativa Onlus, associazione territoriale che si occupa di clochard e vittime di racket e prostituzione. Secondo i resoconti sulla stampa, «è stato picchiato in un parcheggio alla luce del giorno, da cinque militanti di Casapound. Era stato minacciato più volte. Gli abitanti di Ostia denunciano l’escalation di aggressioni di matrice fascista”.

Ercole Olmi da popoff

Per la Corte dei Conti i poliziotti che uccisero Aldrovandi “vittime del dovere”

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La Corte dei Conti d’appello riconosce agli agenti pregiudicati l’indulto amministrativo

Chi ha ucciso Federico Aldrovandi è “vittima del dovere” e come tale ha diritto ai benefici di una legge pensata per quegli appartenenti alle forze dell’ordine caduti o rimasti invalidi nella loro lotta alla criminalità organizzata o al terrorismo.

Lo si evince leggendo le sei scarne pagine con le quali la seconda sezione giurisdizionale d’appello della Corte dei Conti di Roma decreta la conclusione del procedimento per il risarcimento al ministero di quanto pagato alla famiglia per l’uccisione – colposa – del diciottenne Federico.

Il presidente della Corte, Luciano Calamaro, con i consiglieri Silveri, Floreani, Acanfora e Padula, prende atto nelle motivazioni della sentenza con la quale la rivalsa del Viminale verso i quattro agenti viene ridotta a cifre che variano dai 16mila ai 67mila euro.

Il riferimento è al ricorso contro la sentenza della prima Corte dei Conti, quella regionale, che già aveva ridotto in larga misura il risarcimento chiesto dalla procura.

Facciamo un passo indietro. Nel luglio del 2013 la procura contabile chiedeva per “danno erariale e danno di immagine” al ministero una rivalsa pari all’intera somma pagata alle parti civili dopo il processo di primo grado. Vale a dire quasi due milioni e quindi 467.000 euro a testa per i quattro responsabili.

In primo grado i quattro agenti vengono condannati sì a risarcire lo Stato, ma solo di un terzo (il 30% per l’esattezza) di quei 1.870.000 euro chiesti dall’accusa. E così, anziché 467.000 euro a testa, Enzo Pontani e Luca Pollastri, l’equipaggio di Alfa 3, il primo a intervenire in via Ippodromo e quindi il primo a ingaggiare la violenta colluttazione con il diciottenne, erano chiamati a risarcire 224.512,18 euro ciascuno. Monica Segatto e Paolo Forlani, l’equipaggio della seconda volante Alfa 2, erano chiamati invece a pagare 56.128,05 euro ciascuno.

Quella sentenza venne appellata e l’esito del ricorso fu favorevole, al punto che i poliziotti si sono visti ridurre ulteriormente la pena pecuniaria: 150mila euro complessivi, spartiti in 67mila a testa per Pontani e Pollastri e 16mila per Segatto e Forlani.

La riduzione è dovuta a un’eccezione presentata dall’avvocato della Segatto, Eugenio Pini, che ha messo sul tavolo della decisione l’articolo 1 commi 231 e seguenti della legge 266 del 2005, la cosiddetta “vittime del dovere”. La normativa prevede “con riferimento alle sentenze di primo grado pronunciate nei giudizi di responsabilità dinanzi alla Corte dei conti per fatti commessi antecedentemente alla data di entrata in vigore della presente legge, i soggetti nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di condanna possono chiedere alla competente sezione di appello, in sede di impugnazione, che il procedimento venga definito mediante il pagamento di una somma non inferiore al 10 per cento e non superiore al 20 per cento del danno quantificato nella sentenza. La sezione di appello, con decreto in Camera di consiglio, sentito il procuratore competente, delibera in merito alla richiesta e, in caso di accoglimento, determina la somma dovuta in misura non superiore al 30 per cento del danno quantificato nella sentenza di primo grado, stabilendo il termine per il versamento. Il giudizio di appello si intende definito a decorrere dalla data di deposito della ricevuta di versamento presso la segreteria della sezione di appello”.

E quel versamento è stato fatto tempestivamente (era una condizione della sentenza di appello) e così la Corte può decretare che il giudizio è estinto a decorrere dal 25 marzo 2016. La sentenza revoca anche il sequestro conservativo dei beni dei poliziotti e dichiara inammissibile l’appello del procuratore generale della Corte dei Conti dell’Emilia-Romagna contro la sentenza.

Unica incombenza per i poliziotti: pagare i 128 euro di giudizio.

da estense.com

http://www.osservatoriorepressione.info/la-corte-dei-conti-poliziotti-uccisero-aldrovandi-vittime-del-dovere/