28 febbraio 1978: i Nar uccidono Roberto Scialabba

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Il 28 febbraio 1978 è per i neofascisti romani una data significativa: tre anni prima era morto durante gli scontri alla sezione missina del rione Prati Mikis Mantakas, giovane militante del Fuan. L’episodio aveva segnato un vero e proprio punto di svolta per alcuni giovani neofascisti, tra i quali i fratelli Fioravanti, Francesca Mambro a Alessandro Alibrandi, che avevano quindi deciso di impugnare le armi: così erano nati i Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), che si renderanno negli anni responsabili di almeno 33 omicidi e che a tutt’oggi sono ritenuti responsabili della strage di Bologna.

Nei giorni precedenti all’anniversario della morte di Mantakas, Fioravanti e i suoi accoliti discutono molto su quale azione mettere in atto per ricordare il camerata ucciso, fino a quando un neofascista appena uscito dal carcere riporta la notizia che a sparare ad Acca Larentia, il 7 gennaio, sono stati quelli del centro sociale di Via Calpurnio Fiamma.

Detto, fatto: quella sera in otto salgono su tre macchine e si dirigono verso il quartiere Tuscolano. Arrivano davanti all’edificio occupato, ma lo trovano chiuso, perché la mattina stessa è stato sgomberato da un’operazione di polizia.

Il gruppetto comincia a perlustrare la zona, entra in un parchetto e vede un gruppo di ragazzi, che dal vestiario sembrano appartenere alla sinistra ezìxtraparlamentare. I neofascisti scendono da una delle macchine, e cominciano subito a sparare.

Le pistole però si inceppano, ma per terra rimane, ferito, Roberto Scialabba, colpito al torace, mentre gli altri ragazzi, alcuni feriti, riescono ad allontanarsi.
L’agguato potrebbe concludersi senza vittime, ma Valerio Fioravanti salta addosso a Roberto e gli spara: uno, due colpi alla testa. È il primo omicidio di Valerio Fioravanti, ma lui stesso si rende conto che i ragazzi di Piazza San Giovanni Bosco non avevano nulla a che fare con Acca Larentia.

Alcune ore dopo, una telefonata all’Ansa rivendica l’omicidio: “La gioventù nazional rivoluzionaria colpisce dove la giustizia borghese non vuole. Abbiamo scoperto noi chi ha ucciso Ciavatta e Bigonzetti. Onore ai camerati caduti.”

Ci vorranno però quattro anni, dopo le dichiarazioni del pentito Cristiano Fioravanti, perché la magistratura riconosca la matrice politica del delitto, che fino allora era stato considerato un “regolamento di conti tra piccoli spacciatori”.

In una scritta, quando il 30 settembre di un anno prima era stato ucciso Walter Rossi, Roberto, pur non conoscendolo direttamente, lo aveva così ricordato: «Una lacrima scivola sul viso, una lacrima che non doveva uscire, il cuore si stringe, si ribella, i suoi tonfi accompagnano slogan che si alzano verso il cielo “non basta il lutto pagherete caro pagherete tutto”».

Così, all’indomani della morte, i compagni di Cinecittà lo ricordavano: «Roberto era un compagno che lottava, come tutti noi, contro un’emarginazione che Stato e polizia gli imponevano. E’ caduto da partigiano sotto il fuoco fascista».
MA GLI ANTIFASCISTI NON DIMENTICANO!      Né oblio, né perdono!
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Standing Rock – Sgomberato il campo di Oceti Sakowin

Mercoledì 22 febbraio, alle 2pm (ora locale) è stato sgomberato a Standing Rock il campo di Oceti Sakowin. L’ultimatum era stato dato 48 ore prima dallo United States Army Corps of Engineers e dal governatore del North Dakota Doug Burgum. Oceti Sakowin era il principale campo di resistenza delle comunità Sioux nei confronti del Dakota Access Pipeline, un grande oleodotto che dovrebbe servire a portare sotterraneamente il greggio dalla Bakken Formation – una zona al confine tra Montana e North Dakota, due stati degli Stati Uniti che confinano con il Canada – fino all’Illinois, attraversando South Dakota e Iowa.

L’opera, fermata da Obama al termine del suo mandato e sbloccata da Trump nei primi giorni del suo operato presidenziale, rischia di devastare completamente la riserva indiana di Standing Rock, un’area tra le più ricche di acqua e biodiversità dell’intero continente americano. Per questa ragione i Sioux che si oppongono all’oleodotto sono chiamati anche Water Protectors.

Nei giorni scorsi, per vie di condizioni climatiche molto problematiche, diverse persone avevano già lasciato il campo, per andare a presidiare altri luoghi vicini alla zona dove dovrebbe passare l’oleodotto. Fonti indipendenti parlano di circa un centinaio di persone che ieri erano ancora stanziate ad Oceti Sakowin .

Nell’abbandonare l’accampamento alcuni attivisti hanno dato fuoco ai teepee e alle baracche in segno di protesta, mentre una decina di persone sono state fermate dalla polizia. Tra queste è stato arrestato brutalmente il mediattivista Eric Poemz, semplicemente per aver fatto alcune riprese video.

Lo sgombero di Oceti Sakowin, dopo sei mesi di occupazione e resistenza, non ferma la lotta dei Sioux. Decine di campi di resistenza si stanno formando in tutta Standing Rock ed altre iniziative di lotta sono previste nelle prossime settimane. Attorno ai Water Protectors si è stretta una rete solidale che diventa sempre più numerosa, pronta a dar battaglia contro l’arroganza di Trump e di Burgum.

UPDATE. Giovedì 24 febbraio prosegue lo sgombero di Oceti Sakowin Camp. In azione mezzi blindati, swat, esercito e polizia in tenuta antisommossa. Segui la diretta su Unicorn Riot

http://www.globalproject.info/it/mondi/standing-rock-sgomberato-il-campo-di-oceti-sakowin/20658

Lo stupro inventato che ha eccitato Matteo Salvini e Giorgia Meloni

Matteo Salvini e Giorgia Meloni erano insorti contro l’ennesimo episodio di violenza di cui si erano resi protagonisti due immigrati. Ora si scopre che quel tentativo di stupro probabilmente non è mai avvenuto e che la vittima si è inventata tutto

Una decina di giorni fa diversi giornali hanno dato la notizia di un presunto tentativo di stupro avvenuto il 9 febbraio a bordo di un treno della della linea Milano-Mortara ai danni di una ragazza di 15 anni residente a Vigevano. A commettere le molestie sarebbero stati due cittadini identificati come “nordafricani” e “magrebini”. La ragazza sarebbe stata insultata, presa a calci e pugni e palpeggiata più volte nelle parti intime dai due sconosciuti che in seguito si sarebbero dati alla fuga una volta che il treno è arrivato a Vigevano. Paola Fucilieri sul il Giornale  dà la notizia che la presunta vittima si sarebbe inventata tutto.

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Cosa è successo davvero sul treno dello strupro

A giungere a queste conclusioni, dopo che politici come Giorgia Meloni Matteo Salvini avevano chiesto di usare il pugno duro contro gli stranieri che delinquono e che assaltano le nostre donne, sono stati gli agenti di Polizia che non solo non hanno ritrovato alcun riscontro nei fotogrammi delle telecamere di sorveglianza ma che hanno scoperto che uno dei due presunti stupratori aveva un alibi di ferro. La ragazzina infatti aveva raccontato che qualche tempo addietro era stata contattata via Facebook da un giovane nordafricano il quale aveva insistito per avere un incontro con lei per conoscerla. Il ragazzo si è presentato in commissariato con il suo avvocato precisando che sì, aveva avuto dei contatti via social con la ragazza ma raccontando che in seguito i due si erano conosciuti (cosa che la vittima aveva negato) e soprattutto fornendo le prove che lui su quel treno dove sarebbe avvenuta l’aggressione non c’era né da solo né in compagnia di un amico. Inoltre incredibilmente gli inquirenti non hanno trovato testimoni oculari che confermassero il racconto della ragazza.

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Matteo Salvini, che aveva invocato la castrazione chimica per gli stupratori ha sorvolato sulla notizia data dal Giornale, così come lo ha fatto Giorgia Meloni. Nonostante infatti gli articoli di quei giorni avessero più volte precisato che la Polizia era ancora alla ricerca di un riscontro oggettivo rispetto a quanto raccontato dalla ragazza diverse pagine di fascionazionalisti avevano iniziato a cavalcare l’onda della protesta scatenata dalle reazioni dei leader della Lega e di Fratelli d’Italia.

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Il noto sito riscattonazionale.it raccontava così l’occultamento della verità in atto sui quotidiani “di sinistra” che evitavano di menzionare la nazionalità dei due stupratori (nazionalità che nemmeno la vittima ha indicato):

Una sorta di timore di fondo di chiamare le cose con il proprio nome. Né «Repubblica» né «Corriere della Sera» indicano nella titolazione la provenienza dei due aggressori della ragazzina. «La Stampa», invece, si limita a indicare, attraverso le parole della vittima, che i due «erano nordafricani». Usare cautela in un caso di cronaca che dipende solo dalle parole della vittima è sempre buona norma, cercare di nascondere le evidenze però lo è meno. In uno degli articoli neanche si fa accenno alla provenienza dei due aggressori (da stigmatizzare pure se fossero italiani, senza dubbio), ma si parla genericamente di «accento nordafricano».

Curiosamente oggi il sito che ci racconta quotidianamente tutti i crimini degli immigrati nasconde la notizia data da Paola Fucilieri sul Giornale. Perché del resto il fatto che due nordafricani abbiano stuprato una ragazzina italiana fa notizia. Quello che la vittima si è inventato tutto probabilmente no. Complotto?

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Il punto non è la fake news perché quando i giornali hanno riportato la notizia era “vera”, cioè era vero che una ragazza avesse denunciato due ignoti nordafricani per un tentativo di violenza sessuale. La ragazza aveva una costola fratturata e diversi lividi sul corpo. Quello che è grave è quello che è successo dopo, ovvero il modo in cui la notizia è stata manipolata dai politici esperti nel criminalizzare gli immigrati. La polizia non aveva ancora arrestato nessuno né incriminato qualcuno di preciso che già Salvini e Meloni avevano celebrato tre gradi di giudizio e  proposto la loro ricetta anti-violenza. Ricetta che però nel caso in questione non serve a nulla. Ma intanto altro odio è stato seminato contro una categoria di persone già “sgradita” a molti italiani.

Giovanni Drogo da neXTquotidiano

Video-Intervista a Silvia Baraldini

casa originale dell’articolo https://www.carmillaonline.com/2017/02/22/video-intervista-a-silvia-baraldini/

di Raùl Zecca Castel

black-panther-children[video intervista alla fine del post] Il nome di Silvia Baraldini, in Italia, è legato in modo particolare alla vicenda giudiziaria di cui è stata – suo malgrado – protagonista e, soprattutto, richiama alla memoria lo scontro politico-parlamentare relativo alla sua estradizione dalle carceri statunitensi, avvenuta nel 1999. Ma il percorso di vita e l’esperienza rivoluzionaria che hanno segnato la sua gioventù rappresentano ancora oggi una preziosa testimonianza storica estremamente utile per la comprensione di un’intera epoca e restano, da ogni punto di vista, un esempio incorruttibile di abnegazione. Nata a Roma nel 1947, Silvia Baraldini si forma negli USA, dove il padre lavora come diplomatico presso l’ambasciata italiana. Qui si avvicina ben presto al grande moto giovanile di protesta sorto per manifestare il proprio dissenso alla guerra in Vietnam, ma che trova nelle rivendicazioni femministe e anticolonialiste altrettante direttrici di opposizione ad un unico sistema capitalistico ed imperialista, riconosciuto come fonte di tutte le disuguaglianze sociali e dunque come nemico da combattere ma, soprattutto, da sconfiggere.

E’ così che a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento, Silvia Baraldini diviene una strenua sostenitrice del movimento afro-americano, in tutte le sue manifestazioni più radicali ed armate, convinta non solo del fatto che le condizioni in cui versa la comunità nera statunitense rappresentino l’espressione più violenta e brutale del dominio politico e sociale capitalistico ma, soprattutto, consapevole del fatto che solo l’unione tra i movimenti privilegiati dei bianchi con quelli più emarginati e abusati dei neri avrebbe potuto sfociare in una palingenesi rivoluzionaria. Di qui il suo supporto militante ai gruppi più radicali del momento, dal Black Panthers Party for Self-Defens al Black Liberation Army, passando dalla May 19 Coalition, organizzazione di ideologia comunista in cui militarono alcuni membri dei Weather Underground.

Poi, nel 1983, l’arresto e la condanna: 44 anni di carcere.

silvia-baraldiniSilvia Baraldini viene accusata di aver organizzato e partecipato all’evasione e alla fuga di Assata Shakur, militante nera detenuta nel carcere di Clinton nel New Jersey, oggi esiliata a Cuba e ancora nella lista dei più pericolosi terroristi degli USA. L’operazione avviene senza spargimento di sangue, ma Baraldini subisce l’applicazione nei suoi confronti della legge RICO, ideata per combattere la criminalità organizzata e il terrorismo interno, dunque su di lei ricadono indiscriminatamente tutti i capi d’accusa che riguardano il movimento di cui è parte, compresa una rapina mai avvenuta.

Alla proposta da parte del FBI di scambiare la sua libertà con i nomi dei ‘complici’, Silvia Baraldini rifiuta e viene dunque trasferita a Lexington, nel carcere sotterraneo di massima sicurezza, dove trascorre quasi due anni in condizioni di totale isolamento sensoriale ammalandosi gravemente.

Nel 1999, infine, l’estradizione in Italia, con la garanzia però di continuare a scontare la pena in prigione. Fino al 2001, quando, proprio a causa della malattia, le vengono concessi gli arresti domiciliari.

L’ultimo atto di questo lungo accanimento giudiziario porta la data del 26 settembre 2006, quando, per effetto di un indulto, dopo 23 anni di detenzione, le viene finalmente restituita la libertà.

Silvia Baraldini non ha mai cercato attenzione mediatica e raramente ha scritto di sè, rilasciato interviste o testimoniato la sua sofferenza. Solo negli ultimi anni ha cominciato ad affrontare pubblicamente il suo percorso di vita, portando la sua esperienza nei centri sociali e in tutti quegli spazi disposti ad ospitarla ed ascoltarla.

Anche per questo ci tengo a ringraziarla ancora una volta per aver accettato di essere filmata per questa breve intervista rilasciata il 28 gennaio 2017 presso il Gratosoglio Autogestito di Milano (GTA) e per aver ricordato alcuni passaggi fondamentali della sua esistenza, dai primi contatti con il movimento afro-americano al ruolo della donna, dall’esperienza della prigionia alle valutazioni sull’eredità politica di anni che, comunque la si pensi, hanno segnato il corso degli eventi.

¡Movilízate por tus derechos! Las marchas de la Dignidad volvemos a las calles el 25 de febrero (llamamiento, convocatorias y vídeos)

casa originale dell articolo http://kaosenlared.net/las-marchas-de-la-dignidad-en-defensa-del-sistema-publico-de-pensiones/

Nunca nos regalaron nada la clase trabajadora, todo hubo que conquistarlo luchando, desde las Marchas de las Dignidad somos conscientes y por ello llamamos a la mayoría social a denunciar públicamente en la calle a expresar nuestra indignación y denuncia de la injusticia con el grito colectivo de “Pan, trabajo, Techo y Dignidad”. Llamamos a los colectivos sociales, sindicales y políticos a sumarse a esta acción y salir a la calle todas juntas por el presente y el futuro.

El próximo 25 de febrero, y el 28 en Andalucía, las Marchas de la Dignidad volvemos a las calles de todo el estado para exigir nuestros derechos y para mostrar la solidaridad con todas las personas y colectivos que luchan por una vida con dignidad y por la recuperación de los derechos robados por este sistema corrupto, volvemos a las calles para luchar por los derechos de las generaciones presentes y futuras.

Volvemos a las calles para defender el sistema público de pensiones atacado por los poderes económicos y políticos neoliberales para hacer de nuestro derecho a las pensiones su negocio. Para defender una pensión digna de 1080 euros al mes con 14 pagas y que este derecho esté garantizado por los Presupuestos Generales del Estado, también que su revalorización sea automática anualmente para que no se pierda poder adquisitivo. Porque sí hay dinero para salvar a bancos y autopistas de la quiebra, también lo hay para rescatar la vida de las personas y que podamos vivir con dignidad. Volvemos a las calles para exigir la derogación de las reformas de las pensiones impuestas por los partidos del régimen monárquico, por el PSOE en el 2011 y por el PP en el 2013, y para defender el Sistema Público de Pensiones.

Denunciamos el robo de la llamada hucha de las pensiones, bolsa de garantía con los excedentes que genera el sistema, que ha caído un 52 % desde su puesta en marcha en 2002 por el saqueo del gobierno para invertirla en su propia deuda pública la cual se ha demostrado no es rentable, denunciamos la congelación de la cuantía de la pensión a través de la última reforma del PP.  Hay que tener en cuenta que el último recurso de las familias sin ingresos son las pensiones de sus mayores, lo que agrava aún más la ya difícil situación de la personas sin recursos. Del mismo modo, denunciamos la campaña para la ampliación de la edad de jubilación y por los recortes en las pensiones desde los poderes económicos y políticos del régimen, los mismos que se ponen pensiones millonarias y cómplices del robo de los bancos a la población.

Salimos a las calles a cuerpo, para mostrar una realidad que se quiere ocultar y para demostrar  la solidaridad con quienes sufrimos los efectos de las políticas capitalistas que, utilizando la crisis como excusas, confiscan derechos y riqueza a las clases populares y trabajadoras en beneficio de una minoría privilegiada. Ocupamos las calles para defender los servicios públicos como la sanidad, la enseñanza, etc. para denunciar la situación de pobreza de más del 30% de la población, el aumento de la pobreza infantil.  Esta situación tiende a convertirse en crónica y afectara al ser humano durante toda su vida, salimos a las calles a exigir un trabajo y un salario digno y una prestación suficiente a través de una renta básica.

Ocupamos las calles para decir NO al pago de la deuda, NO al cumplimiento de los objetivos de déficit impuestos por la Unión Europea y el FMI a través del pacto del PSOE y el PP,con el que reformaron el artículo 135 de la C. E. por el que se da prioridad al pago de la deuda, a los especuladores internacionales, antes que a las necesidades de la población; también contra el tratado de la Zona Euro: un verdadero corsé para los intereses de las clases trabajadoras y la mayoría social. Mostramos nuestro rechazo a los tratados internacionales que nos quitan derechos como el recién aprobado CETA y lucharemos para que no se firmen el TISA y el TTIP.

Salimos a la calle para defender los derechos de las generaciones presentes y futuras y esto nos lleva también a exigir la derogación de las reformas laborares del PSOE y del PP, que han empeorado la situación social y en el trabajo de la mayoría social con precariedad, inseguridad, salarios de miseria, bajas o ninguna cotización, etc. que hace que en el futuro o no se pueda acceder al derecho a una pensión pública o que esta tenga una cuantía de miseria.

El próximo 25 de febrero y el 28 en Andalucía nos movilizamos contra la represión, contra el recorte de las libertades y para exigir Amnistía y la libertad de todas las personas encarceladas, procesadas o multadas por luchar, exigimos la ¡¡ Derogación YA !! de las Leyes Mordaza.

Nunca nos regalaron nada la clase trabajadora, todo hubo que conquistarlo luchando, desde las Marchas de las Dignidad somos conscientes y por ello llamamos a la mayoría social a denunciar públicamente en la calle a expresar nuestra indignación y denuncia de la injusticia con el grito colectivo de “Pan, trabajo, Techo y Dignidad”. Llamamos a los colectivos sociales, sindicales y políticos a sumarse a esta acción y salir a la calle todas juntas por el presente y el futuro.

 ¡¡No tenemos nada que perder salvo las cadenas!!

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Funerali di Valerio Verbano – Verano 25 febbraio 1980

Questo non è un corteo
perchè va un po’ più lento
si sentono i singhiozzi
da lontano un lamento

Questo non è un corteo
c’è troppo silenzio
Valerio dove sei
t’avemo ognuno drentro

Questo non è un corteo
ma neppure un funerale
stamo tutti a pesà
quanto sta vita vale

In questo strano giardino
di fiori e di morte
rimbombano gli slogan
speranze non risorte

Il fumo dei lacrimogeni
si fa sempre più acre e amaro
pagherete tutto si
pagherete caro

na na na na na nai
na na na na na na na…..

Camminando sulle tombe
di morti senza storia
ritorna il ricordo si
ritorna la memoria
di vecchi partigiani
e di grandi imprese
questo ci ha regalato
questo sporco paese

Questo non è un corteo
ma neppure un funerale
stamo tutti a pesà
quanto sta vita vale

Il fumo dei lacrimogeni
si fa sempre più acre e amaro
pagherete tutto si
pagherete caro

na na na na na nai
na na na na na na na…..

Michele Cavallaro, ennesima vittima delle “stragi dell’indifferenza”

casa originale dell’articolo http://www.articolo21.org/2017/02/michele-cavallaro-ennesima-vittima-delle-stragi-nellindifferenza/

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Quando muore un lavoratore è sempre una tragedia, ma quando questo accade ad un ragazzo di soli 19 anni, il dramma è ancora più enorme.
Si chiamava Michele Cavallaro di Stanghella (Padova). Come spesso accade, queste notizie non arrivano sui mezzi d’informazione nazionali, infatti, nessun media nazionale (ripeto nessuno) ne ha parlato (almeno fino ad ora). La notizia è uscita solo su qualche giornale online locale.
Le chiamano “stragi nell’indifferenza”, ed il motivo è evidente, non se ne parla, infatti non fanno più notizia e sono in pochi ad indignarsi ancora di fronte al dramma delle troppe morti sul lavoro, che accadono ogni giorno in Italia.
Queste stragi non fanno solo morti, rovinano le famiglie.
Il lavoro non può essere un fabbrica di vedove e morti, deve essere un luogo di vita.
La sicurezza sul lavoro è importante, e dovrebbe essere al PRIMO posta nell’agenda politica di qualsiasi partito politico e di qualsiasi governo.
Purtroppo in Italia non è così!

24 febbraio 1974: rivolta al carcere di Firenze

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É il 1974 e nel carcere delle Murate di Firenze si vivono giorni di tensione: la riforma carceraria è stata molte volte promessa nel tentativo di mantenere il controllo del complesso, ma i detenuti sono stanchi dell’attesa ed è ormai chiaro a tutti che ciò che chiedono non può trovare alcun appoggio nelle autorità carcerarie.

Così il 24 Febbraio la rabbia esplode e in breve travolge tutte le zone del penitenziario; un gruppo di detenuti sale sul tetto in segno di protesta ma la repressione non tarda ad arrivare, brutale e folle: un agente di custodia spara una raffica di mitra, uccidendo il ventenne Giancarlo Del Padrone e ferendo altri quattro carcerati.

Ma l’episodio non intimidisce i detenuti, anzi è come benzina gettata sul fuoco della loro rabbia, che li spinge a rimanere sul tetto in numero sempre crescente.

Nel frattempo l’eco della rivolta è giunta all’esterno del complesso e molte persone si radunano sotto il carcere per assediarlo; si intonano cori di solidarietà e gli stracci insanguinati di Giancarlo e i feriti vengono gettati dal tetto per farne degli striscioni.

Lotta Continua dà indicazione di rompere l’assedio delle Murate ma nemmeno i suoi militanti vi si attengono, confermando la rottura dei rapporti di collaborazione tra l’avanguardia carceraria e la Commissione carceri di LC, una rottura che era nell’aria già dal Luglio dell’anno precedente.

Particolare è la composizione sociale fra i detenuti fiorentini: un proletariato che quotidianamente vive di espedienti e per cui il carcere rappresenta, prima o poi, una tappa quasi obbligata.

Non sono “batterie” organizzate, bensì piccoli artigiani della rapina che hanno fatto propria la convinzione di doversi riprendere autonomamente i propri bisogni.

La nottata di assedio si conclude con duri scontri tra polizia e manifestanti e con l’intero quartiere di Santa Croce invaso dal fumo dei lacrimogeni e dai rastrellamenti degli agenti.

Ma il problema delle condizioni di vita nel carcere non può più essere circoscritto alle celle delle Murate: la questione è stata posta e la notizia è destinata ad avere un forte impatto ideologico anche sull’esterno.

La rivolta e l’assassinio di Giancarlo hanno ispirato la canzone “Le Murate” del Collettivo Victor Jara:

E non si respira più

E non ci si vede più

Ma nella fuga, compagno

Nella paura, compagno

Come nella lotta, compagno

Resterò sempre a fianco a te.

E, ventiquattro febbraio

 

E, settantaquattro febbraio

Sparano i poliziotti

Sparano alle Murate

Muore Giancarlo del Padrone 

E non si respira più

E non ci si vede più

Si fan le barricate

Tutti lanciamo sassi

Contro gli scudi del potere 

E il tetto delle Murate

E’ pieno di carcerati

Cantiam “Bandiera Rossa”

Scoppiano i candelotti

Comincia ormai la caccia al rosso 

E non se ne può più

E il fiato ti va via

Carican i celerini

Ma rimaniamo ai nostri posti 

Moschetti e manganelli

Scoppiano i candelotti

Ora siam senza armi

Ma canterà presto il fucile 

Giustizia sarà fatta

Fuori, e nelle prigioni

Contro padroni e questori

Suonerà la giusta carica

Della giustizia proletaria 

E non si respira più

E non ci si vede più

Non scoraggiarti compagno

Lotta e resisti compagno

E costruisci la tua vittoria 

E, ventiquattro febbraio

E, settantaquattro febbraio

Ma nella fuga, compagno

Nella paura, compagno

Come nella lotta, compagno

Resterò sempre a fianco a te.

 http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/525-24-febbraio-1974-rivolta-al-carcere-di-firenze

Cittadinanza: non aspettiamo più! #28F manifestazione a Roma

casa originale dell’articolo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/cittadinanza-28f-manifestazione-roma/

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“Siamo 1 milione e 200mila italiani. Italiani senza cittadinanza. Di cui 800mila hanno meno di 18 anni. Persone italiane di fatto, ma non abbastanza per il governo”. Ecco la voce delle italiane e degli italiani che lo stato non riconosce come tali. Persone che per legge non possono avere gli stessi diritti dei cittadini italiani: votare, ad esempio, ma anche, banalmente, ottenere la patente di guida, fare un viaggio fuori dall’Italia senza chiedere il visto, partecipare ai concorsi pubblici. Eppure sono nate in Italia, o sono qui fin da bambini. Hanno frequentato le scuole italiane, imparato a parlare in italiano e spesso anche in dialetto, hanno appreso le norme. Hanno pagato le tasse in Italia, contrariamente a quanto si pensa: “C’è chi le paga già da undici anni, le tasse”, spiega una ragazza, intonando poi, insieme ad altri e altre, Bella Ciao.

E’ questa la realtà in cui vivono più di 1 milione di nostri concittadini: e tutto questo a causa dell’immobilismo politico delle classi dirigenti che si sono succedute sino ad oggi. Le tappe compiute sono diverse: sono passati sei anni da quando, tra il settembre 2011 e il marzo 2012, le organizzazioni della campagna L’Italia sono anch’io hanno raccolto più di 200mila firme su due proposte di legge di iniziativa popolare sulla riforma della cittadinanza e il riconoscimento del diritto di voto amministrativo dei cittadini stranieri. A firmare sono stati i cittadini italiani, che hanno così espresso la propria volontà di cambiamento. Sono passati diversi anni, e finalmente il 13 ottobre 2015 la Camera ha approvato la proposta di riforma della legge sulla cittadinanza n.91/92. Da allora la proposta giace al Senato in attesa dell’avvio del dibattito nella Commissione Affari Costituzionali.
Sono passati ormai cinque anni da quando Lamia, dodici anni, spiegava alla Camera dei Deputati il suo sentirsi italiana, seguita da un lungo applauso. Agli italiani senza cittadinanza però non servono gli applausi, le strette di mano, le pacche sulle spalle: serve, ed è urgente, che lo stato li riconosca come cittadini. Serve che sulle loro vite non si decida più per mero calcolo politico.

Per questo il 28 febbraio dobbiamo scendere tutti e tutte in piazza, per una grande manifestazione nazionale a fianco dei nostri concittadini e concittadine. E’ un loro diritto essere riconosciuti come italiani e italiane, ed è un diritto di chi è già cittadino quello di vivere in un paese al passo coi tempi.

L’obiettivo è dietro l’angolo: chiediamo alla politica di fare il proprio dovere. Il 28 febbraio, alle ore 15.30, tutti e tutte in piazza del Pantheon a Roma: non possiamo più aspettare!

http://www.cronachediordinariorazzismo.org/cittadinanza-28f-manifestazione-roma/

23 febbraio 1986 Luca Rossi, studente, ucciso per sbaglio da un poliziotto in nome della legge

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Luca… uno dei tanti morti per “errore”, uno che correva a prendere la filovia ed ha incrociato un proiettile.

Siamo sul finire di febbraio, il 23 febbraio dell’anno 1986, in una piazza della Bovisa, Milano. E’ sera, Luca e Dario, giovani militanti e studenti universitari, non ancora vent’anni, stanno correndo per prendere la filovia in Piazzale Lugano. Hanno l’ennesimo appuntamento, stavolta con un amico, ed insieme tante cose da intraprendere, da dire, da realizzare nella città. La passione e la vita, la dolcezza e la lotta glielo consentono.

In comune hanno anche lo stesso desiderio, capire come va il mondo quindi osservarlo, studiarlo, frequentarlo e non da ultimo cambiarlo alla radice affinchè smetta di essere minaccioso e ingiusto e diventi un luogo ospitale e acogliente per tutti gli esseri viventi, umani inclusi.

L’ideale dei vent’anni è generoso, testardo, senza paura; è il sogno più bello che vorrebbe occupare le strade, l’affermazione diversa del possible, la corrente calda che attraversa la città di ghiaccio e non dimentica gli impegni presi. E il reale? Il reale non sogna mai, se ci prova genera incubi.

Poco distante, in un altro punto della stessa piazza, alcune persone discutono animatamente e scoppia una rissa. Un agente in forza alla Digos, fuori servizio, interviene per sedare la rissa ma, incapace di affrontare la situazione con le ragione, l’autorità ed i mezzi consentiti dalla legge, estrae la sua pistola d’ordinanza e, piegate leggermente le ginocchia in posizione di tiro, punta e spara.

Due colpi lacerano l’aria: una traiettoria dall’esito micidiale collega il reale all’ideale.

Improvvisamente Luca, che passava per caso in quel luogo, è a terra ferito a morte. Uno dei proiettililo ha raggiunto al fianco di rimbalzo.

Raccontare chi era Luca è difficile, perché la sua carica vitale non aveva confini e lo portava a vivere con forza, entusiasmo, capacità critica e voglia di capire, moltissime esperienze: la militanza in Democrazia Proletaria (confluita poi in Rifondazione Comunista), l’obiezione di coscienza e il volontariato, la lotta per ottenere spazi culturali per i giovani, la musica punk, l’amore per il Nicaragua e per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord, l’impegno nel Collettivo Studentesco della sua scuola, i giorni dell’ autogestione, i viaggi, lo studio…

Lo animava una profonda umanità, un’attenzione continua a ciò che gli accadeva intorno, con incredibile altruismo, forse innaturale per una generazione come la sua cresciuta negli anni di piombo e nell’egoismo sfrenato degli inizi degli anni Ottanta.

Era sicuramente un tipo fuori dagli schemi rigidi della politica intesa sia come partito che come azione nel sociale.

Con assoluta continuità tra le due cose si “sparava” diecimila iniziative politiche, trovando poi del tutto naturale prestare parte del suo tempo ai ragazzi portatori di handicap.

Che cosa è stato Luca? Un colore vivo e acceso.

Oggi avrebbe più di quarant’anni ed è difficile immaginarlo a questa età, ma è facile rivederlo nei volti delle migliaia di giovani che hanno riempito le piazze in questi anni gridando contro le guerra con la speranza di un mondo più giusto e solidale.

Nella nostra mente Luca non è stato solo un ricordo, perché da subito lo sgomento e 1’angoscia per la sua morte si sono trasformati nel bisogno di non cadere nella rassegnazione e nella rabbia senza speranza.

Lo sforzo è stato quello di non limitarsi a piangere, commemorare, ricordare nel silenzio, ma è stato quello di cercare un senso alla sua morte per quanto questo possa apparire impossible. Innanzitutto abbiamo chiesto giustizia e non per sete di vendetta ma per ricerca della verità che non può accontentarsi di liquidare la fine di una vita come semplice fatalità.

Siamo quindi giunti ad un processo che, forse caso unico in Italia allora, ha detto parole chiare sulla colpevolezza di un poliziotto definitivamente condannato a due anni per omicidio colposo aggravato.

Una sentenza che non ha restituito il figlio, il fratello, l’amico, ma che in un certo senso ha rivendicato le troppe morti” per caso” della storia del nostro paese.

Ma questo non è stato certo un punto di arrivo definitivo. La sete di cambiare di Luca, di essere dentro alle cose, agli avvenimenti, la gioia di stare con gli altri, non potevano svanire con lui quella sera ed esaurirsi in una sentenza di tribunale, per quanto unica ed importante.

Il nostro impegno da subito è stato quello di non limitare questa ricerca di senso puntando esclusivamente sull’abolizione della Legge Reale (legge varata nel 1975 durante gli anni dell’ emergenza che di fatto legittimava l’uso delle armi ed ampliava i poteri della polizia). Infatti se il poliziotto quella sera del 23 febbraio aveva sparato, lo aveva fatto non solo perché una legge dello Stato lo legittimava a portare un’ arma, ma anche perché la logica di sopraffazione e violenza in cui spesso siamo immersi, 1’aveva convinto che, senza ombra di dubbio, in quella situazione l’uso di una pistola era la miglior soluzione.

È stata quella logica che abbiamo pensato di intaccare.

E così il 30 Luglio 1992 nasce, per volontà dei familiari, l’Associazione Luca Rossi per l’Educazione alla Pace ed all’ Amicizia tra i Popoli.

Fra le sue finalità essa ha posto un’ attenzione particolare al mondo della scuola e dei giovani, nella convinzione che proprio con tali interlocutori sia necessario lavorare per stimolare una cultura di pace fatta di nuovi rapporti interpersonali, di ricerca di soluzioni creative e non violente dei conflitti, di accettazione e valorizzazione delle diversità. È innegabile, infatti che le tensioni, le ingiustizie, l’emarginazione e le conflittualità che attraverso i continenti, le nazioni, le classi sociali, richiedono un impegno anche culturale unito, naturalmente, ad un’equa distribuzione e consumo delle risorse disponibili.

L’Associazione, attraverso le iniziative che propone, è ancora oggi l’occasione per ricordare Luca senza retorica e lo strumento per trasmettere ciò in cui credeva: la speranza di un mondo nuovo

http://www.pugliantagonista.it/archivio/luca_rossi.htm