17 Gennaio 1961: Patrice Lumumba

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17 gennaio 1961 Patrice Émery Lumumba, insieme a due suoi fedeli (Mpolo e Okito), fu trasferito in aereo a Elisabethville (l’attuale Lubumbashi), in Katanga, e consegnato nelle mani di Moïse Kapenda Tshombé. Era stato catturato il 2 dicembre 1960 dai soldati di Joseph-Desiré Mobutu mentre, dopo essere evaso dalla sua prigione domiciliare vigilata dai caschi blu dell?Onu, stava per riparare a Stanleyville, al di là del fiume Sankuru. Verso le 10 di sera di quello stesso giorno, lungo di viaggi e torture, un plotone al comando di un ufficiale belga fa fuoco su di lui e sui due suoi compagni. La mattina successiva i resti di Lumumba, Mpolo e Okito vengono fatti sparire nell’acido e molti dei sostenitori dell’indipendenza congolese giustiziati nei giorni seguenti con la partecipazione di mercenari belgi.
Tshombé è presente all’esecuzione. Lui, che appena sei mesi prima aveva promosso le sommosse nel Katanga, una regione meridionale del Congo belga scandalosamente ricca di minerali preziosi, decretandone la secessione al soldo del governo belga, della CIA e nel silenzio frastornante delle Nazioni Unite. Perché Patrice Lumumba, divenuto primo Primo Ministro del Congo indipendente il 23 giugno 1960 a capo del MCN (poi diventato MNCL, Movimento Nazionale Congolese di Liberazione), aveva creato più di un fastidio alle politiche imperialiste dell’Occidente cosiddetto “democratico”. Se le autorità belghe (e soprattutto le compagnie minerarie) non pensavano ad un’indipendenza piena ed intera (una buona parte dell’amministrazione e i quadri dell’esercito restavano belgi), Lumumba sfidò l’ex potenza coloniale decretando l’africanizzazione dell’esercito e rendendo il popolo congolese il vero motore di questa storica indipendenza (a dispetto del re del Belgio, Baldovino, che con stile paternalistico aveva annunciato «Noi vi abbiamo aiutato a raggiungere l’indipendenza… »). Le parole di questo leader carismatico suonavano come un monito alle orecchie degli sfruttatori, dei coloni parassiti e dei politicanti ambigui del Congo indipendente (come ad esempio il Presidente Kasa-Vubu, che nel settembre non esiterà a revocare gli incarichi di Lumumba e degli altri ministri nazionalisti, salvo poi essere destituito dal parlamento poco dopo): «Noi abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, le sferzate, e dovevamo soffrire da mattina a sera perché eravamo negri. Chi dimenticherà le celle dove furono gettati quanti non volevano sottomettersi a un regime di ingiustizia, di sfruttamento e di oppressione?».
Lumumba fu per questo molto rimpianto da tutta la comunità dei paesi non allineati e da numerosi esponenti politici (quali ad esempio Che Guevara che protestò vibrantemente contro il suo assassinio). In Lumumba, però, non individuiamo il profilo del classico rivoluzionario, non possiamo nemmeno arruolarlo tra le fila dei tanti intellettuali filosovietici di quegli anni, poiché egli non si definiva comunista: Lumumba era un’idealista profondamente convinto dei suoi principi, capace di radicalizzarsi nei discorsi e nei metodi quando le contingenze lo richiedevano.

La lettera scritta per la moglie poco prima di morire ci lascia il profilo più autentico di Patrice Lumumba, con tutti gli accenti che solitamente infiammavano i suoi discorsi: “Mia cara compagna, ti scrivo queste righe senza sapere se e quando ti arriveranno e se sarò ancora in vita quando le leggerai. Durante tutta la lotta per l’indipendenza del mio paese, non ho mai dubitato un solo istante del trionfo finale della causa sacra alla quale i miei compagni ed io abbiamo dedicato la vita. Ma quel che volevamo per il nostro paese, il suo diritto a una vita onorevole, a una dignità senza macchia, a un’indipendenza senza restrizioni, il colonialismo belga e i suoi alleati occidentali – che hanno trovato sostegni diretti e indiretti, deliberati e non, fra certi alti funzionari delle Nazioni Unite, quest’organismo nel quale avevamo riposto tutta la nostra fiducia quando abbiamo fatto appello al suo aiuto – non lo hanno mai voluto. Hanno corrotto dei nostri compatrioti, hanno contribuito a deformare la verità e a macchiare la nostra indipendenza… Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta. E’ il Congo, il nostro povero popolo… Ma la mia fede resterà incrollabile. So e sento in fondo a me stesso che presto o tardi il mio popolo si solleverà come un sol uomo per dire no al capitalismo degradante e vergognoso e per riprendere la sua dignità sotto un sole puro… Ai miei figli, che lascio e forse non rivedrò più, voglio che si dica che il futuro del Congo è bello e che aspetta da loro, come da ogni congolese, che completino il compito sacro della ricostruzione della nostra indipendenza e della nostra sovranità, poiché senza dignità non c’è libertà, senza giustizia non c’è dignità e senza indipendenza non ci sono uomini liberi. Né le brutalità, né le sevizie né le torture mi hanno mai spinto a domandare la grazia, perché preferisco morire a testa alta, con la mia fede incrollabile e la fiducia profonda nel destino del mio paese, piuttosto che vivere nella sottomissione e nel disprezzo dei sacri principi. La storia si pronuncerà un giorno, ma non sarà la storia che si insegnerà a Bruxelles, a Washington, a Parigi o alle Nazioni Unite, ma quella che si insegnerà nei paesi liberati dal colonialismo e dai suoi fantocci. L’Africa scriverà la sua storia, una storia di gloria e di dignità a nord e a sud del Sahara. Non piangermi, compagna mia. Io so che il mio paese, che tanto soffre, saprà difendere la sua indipendenza e la sua libertà”.

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