30 gennaio 1972 – la strage di Derry: il Bloody Sunday

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Morirono in 14. Quasi tutti stavano fuggendo o aiutando i feriti, alcuni furono uccisi mentre erano a braccia alzate

Era il 30 gennaio del 1972, una domenica pomeriggio. Nella città di Derry, in Irlanda del Nord, durante una manifestazione per i diritti civili il Primo Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico sparò contro la folla di manifestanti colpendone 26. Ne morirono 14, quasi tutti molto giovani e disarmati. La carneficina passò agli annali col nome di “Bloody Sunday” (la domenica insanguinata), una delle pagine più inquietanti della storia europea recente.

La situazione politica
L’Irlanda del Nord fu costituita nel 1920, quando il governo britannico, di fronte alle richieste divergenti dei Nazionalisti irlandesi (che volevano un parlamento indipendente dal Regno Unito che governasse l’isola) e degli Unionisti (che volevano che il controllo rimanesse sotto la corona britannica), divise l’Irlanda in due parti: quella del sud (l’Eire), indipendente, e quella del nord (l’Ulster), sotto la Gran Bretagna. Ciò non comportò comunque anche la divisione delle popolazioni, e nella regione settentrionale rimasero quindi a dover convivere coloro che (i due terzi circa) erano favorevoli all’appartenenza della provincia al Regno Unito con il residuo terzo che invece era fautore della riunificazione all’Irlanda. La situazione nell’area
aveva quindi una conflittualità congenita già in partenza, e verso la fine degli anni ’60 il clima diventò molto violento. Nel 1970 l’organizzazione indipendentista irlandese IRA (Irish Republican Army) aveva cominciato un’intensa azione di guerriglia contro l’esercito britannico e la polizia nordirlandese, ma gli scontri si susseguivano, spessissimo a colpi di arma da fuoco, anche fra le formazioni paramilitari unioniste (l’Ulster Volunteer Force e l’Ulster Defence Association) e i giovani indipendentisti.
bloody2La manifestazione
La manifestazione del 30 gennaio 1972 era stata indetta dalla Northern Ireland Civil Rights Association per protestare contro le norme speciali repressive del governo unionista, fra cui una delle più pesanti era quella che prevedeva l’internment, ossia la possibilità per le forze di polizia di imprigionare una persona a tempo indeterminato e senza processo, tanto che in quel periodo centinaia di nordirlandesi si trovavano in carcere senza alcuna prospettiva di essere rinviati a giudizio o rilasciati. La manifestazione però non era autorizzata e i paracadutisti, con l’ordine di disperdere i manifestanti, aprirono inspiegabilmente il fuoco. Chi sparò per primo? La commissione Widgery, subito varata da Londra, disse che i colpi erano venuti dalla folla. Non era vero e quel verdetto fu ritrattato. Allora si disse che erano state lanciate bombe coi chiodi verso i paracadutisti, ma anche questa tesi fu subito smentita. Fu una carneficina. Morirono in 14. Otto avevano meno di 23 anni, quasi tutti stavano fuggendo o aiutando altri feriti, e alcuni addirittura furono uccisi mentre sventolavano un fazzoletto bianco o gridavano “non sparate!” con le braccia alzate.

Le conseguenze
Il Bloody Sunday provocò lo scioglimento del parlamento di Belfast, l’incendio dell’ambasciata britannica a Dublino e in Irlanda del Nord un’ondata di adesioni all’Ira. Nacque così la lunga guerra civile, che tra le sue conseguenze ebbe anche la morte per sciopero della fame di Bobby Sands. Di recente il primo ministro inglese Cameron ha reso pubblico (presentando le scuse ufficiali del governo di Londra) l’esito dell’inchiesta sui fatti del 30 gennaio 1972: i civili che morirono quel giorno erano tutti innocenti, non armati e non rappresentavano alcuna minaccia per i soldati, che intervennero seguendo un ordine sbagliato e che furono indubbiamente i primi a sparare.

La religione
In quasi tutte le cronache che si sono susseguite negli anni sul Bloody Sunday emerge l’elemento religioso come fattore scatenante del conflitto, con i cattolici indipendentisti da una parte e i protestanti fedeli al Regno Unito dall’altra. Si tratta però in realtà di una raffigurazione molto limitativa. E’ vero infatti che storicamente i discendenti degli antichi irlandesi sono di nascita cattolica, ma il conflitto nordirlandese non può essere certo per questo rappresentato come una guerra di religione. Una dimostrazione sta oggi ad esempio nel fatto che il fortissimo partito di riferimento degli indipendentisti nordirlandesi è il Sinn Féin, organo politico dell’Ira: un partito assolutamente laico i cui membri al Parlamento Europeo appartengono al gruppo della sinistra radicale del Gue/ngl. (da senza soste)

http://www.osservatoriorepressione.info/30-gennaio-1972-la-strage-derry-bloody-sunday/

Nessun CIE né a Gradisca né altrove

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Appello promosso dalla Rete Accoglienza Friuli Venezia Giulia

Il Ministro dell’Interno ha annunciato l’apertura di un Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) in ogni Regione italiana.

Il nostro territorio ha vissuto direttamente, fino al novembre 2013, l’aberrante realtà del sistema CIE a Gradisca d’Isonzo, per anni indicato come “uno dei CIE peggiori d’Italia”. Chiunque lo abbia visitato, visto in foto o filmati, con la sua struttura di mura altissime, sbarre, grate e reti, non può ignorare che si trattava di una struttura pensata e realizzata per annichilire l’essere umano, un vergogna per un Paese che vuole definirsi democratico; durante gli anni della sua apertura nel CIE di Gradisca si sono consumate innumerevoli violazioni dei diritti umani, ampiamente documentate, in una escalation di violenza che ha anche condotto alla morte di un giovane migrante. Sebbene in questi anni le gabbie di questo CIE siano rimaste aperte per diventare luogo di “accoglienza” per i richiedenti asilo, questo territorio non deve dimenticare i soprusi e le violazioni dei diritti umani che si sono consumate all’intero di quelle mura.

Lo stesso Consiglio Regionale FVG, dopo numerose manifestazioni, relazioni giuridiche e sanitarie nonché ampie prese di posizione, il 27 gennaio 2015 approvava una mozione che “impegna la Giunta regionale a ribadire con fermezza la contrarietà ad una eventuale riapertura del CIE “ e a “sollecitare il Governo nazionale affinché abroghi tutte le norme non rispettose dei diritti umani ai sensi della Costituzione e della Carta dei Diritti Umani , riformi la normativa relativa al sistema delle espulsioni e dei trattenimenti e rispetti la volontà della popolazione della Regione FVG che rifiuta l’apertura del CIE sul territorio regionale ritenendo tale forma di contenzione non rispettosa dei diritti umani”.

La ricordata esperienza fallimentare (anche in relazione agli elevati costi e alle condizioni degradanti dei centri), ci induce oggi a respingere con fermezza la semplice riedizione di nuovi CIE in regione o in qualsiasi altro luogo d’Italia. Le politiche securitarie non hanno mai prodotto miglioramenti in termini di sicurezza, generando, invece, solo mostri in termini giuridici e umanitari. Per regolare in modo efficace e legittimo il fenomeno migratorio occorre che innanzitutto si modifichino le norme legislative in vigore che sono incostituzionali e che producono irregolarità, ampliando i canali regolari di ingresso, stabilizzando i soggiorni, e riducendo drasticamente le tipologie espulsive alle violazioni più gravi.

Come firmatarie/i di questo Appello chiediamo a tutte/i cittadine/i e alle istituzioni regionali di confermare la contrarietà all’apertura di un CIE e di adoperarsi in ogni sede per giungere rapidamente a una riforma della normativa sulle espulsioni e sui trattenimenti anche alla luce delle condanne comminate all’Italia della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo.

Inviare adesioni collettive oppure individuali, specificando nome collettivo o singolo, sede o comune di residenza, mail.

Per adesioni, clicca qui.

Per info: no.cie.fvg@gmail.com

http://www.meltingpot.org/Nessun-CIE-ne-a-Gradisca-ne-altrove.html#.WIhwqdThA_4

A chi serve la scuola dell’ignoranza?

Che in Italia i continui appelli alla meritocrazia non fossero altro che un ideologico feticcio usato per smantellare i diritti dei lavoratori e degli studenti avrebbe dovuto essere chiaro quasi a tutti sin da subito, ma si sa che non vi è peggior sordo di chi non vuole sentire e peggior cieco di chi non vuol vedere. Inoltre, indicare il dito per non guardare la luna è una tecnica di distrazione di massa sempre attuale e sempre efficace. Pertanto, per anni, il mantra del merito come panacea di tutti i mali italici è stato ripetuto, con vigore misto ad arroganza, dagli esponenti del governo, dai giornalisti e dagli intellettuali che contano perché lavorano e scrivono per testate che contano, o così almeno si dice.

Insegnanti vecchi, migliaia di docenti precari, salari bassi, edifici pericolanti, dispersione scolastica in aumento, classi pollaio, laboratori obsoleti, palestre inagibili: niente… secondo i presidenti del Consiglio, i ministri dell’Istruzione, le maggioranze di governo e gli opinionisti di grido, tali aspetti erano e sono secondari, se non addirittura irrilevanti (almeno sino a quando non crolla un soffitto o una parete che uccide “accidentalmente” qualche studente e a cui seguono le rituali lacrime di coccodrillo). Il vero, grande e irrisolto problema della scuola italiana sembrava essere, in modo inequivocabile, la scarsa meritocrazia che regnava tra gli insegnanti e gli studenti (nonostante studi internazionali collocassero le nostre elementari e i licei ai primi posti al mondo come percorso formativo).

Il male oscuro del sistema dell’istruzione italiana non erano gli scarsi investimenti infrastrutturali e i continui tagli alle risorse umane, bensì la zavorra era data dall’impianto egualitario e troppo democratico figlio del dannoso Sessantotto. Ed è così che le riforme Gelmini e Giannini sono state presentate come le svolte politiche innovative e necessarie, in grado di proiettare la scuola verso il futuro proprio perché centrate sul merito e sulla qualità, due concetti cardine per una scuola che potesse stare finalmente al passo con le sfide quotidiane della globalizzazione liberista, unico paradigma politico ed economico accettato dalle classi dirigenti italiane ed europee negli ultimi trent’anni.

Ebbene, a otto anni dalla riforma berlusconiana e a due dalla buona scuola renziana, e alla luce delle recenti novità sui criteri di promozione e sul nuovo esame di stato, non è forse giunta l’ora di fare, con onestà intellettuale, un bilancio di questi cambiamenti educativi epocali, imposti come sempre rigorosamente dall’alto e contro il parere della quasi totalità di chi lavora e vive nel mondo della scuola, perché si sa che gli insegnanti sono pigri, corporativi e conservatori e dunque sempre pronti a difendere i loro privilegi?

Proviamo a ripercorrere alcune tappe di questo mutamento. Come prima cosa, la nuova scuola italiana è stata progressivamente privata di molte ore disciplinari, a partire dall’idea che gli studenti trascorrevano troppe ore a scuola e non avevano più un adeguato tempo libero personale per stare a casa il pomeriggio con la famiglia e per coltivare i propri hobby privati, tra cui ricordiamo spiccano, a parte quella minoranza di giovani sportivi, giocare aivideogames, chattare, guardare “Uomini e Donne”, navigare su youtube per guardare video sulle morti bizzarre otutorial su come farsi le unghie o depilarsi. E così via alla soft school: meno ore di matematica (tanto è difficile), di latino (tanto è inutile), di storia (tanto è noiosa), di arte (tanto è morta), di filosofia (tanto è masturbazione mentale), di geografia (tanto c’è google maps), di italiano (tanto serve l’inglese), di inglese (tanto lo impari andando all’estero).

Meno scuola per tutti per rilanciare la vita privata, minacciata dall’invadenza dello stato, e per stimolare i consumi nei grandi centri commerciali: un’idea che ben si concilia con una scuola democratica, meritocratica e di qualità. La nuova scuola snellita ha, infatti, il merito di dire come stanno le cose: a cosa servono Shakespeare e Calvino se i giovani leggono Moccia e Volo? A cosa serve conoscere la pittura di Picasso o il pensiero di Kant se tanto i giovani in tv guardano il Grande Fratello e al cinema i film di Checco Zalone? Meno scuola significa costruire un orizzonte culturale al passo con i tempi della mercificazione totale e del disimpegno civile.

Poi è stata la volta dell’alternanza scuola lavoro. Perché, infatti, in piena crisi economica e occupazionale, non rendere obbligatorio, per la scuola secondaria di II grado, svolgere 400 ore (nei tecnici e professionali) e 200 ore (nei licei) di lavoro gratuito in aziende ed enti convenzionati con il MIUR? Meglio conoscere il mondo del lavoro, anziché perdere ore sui banchi di scuola a fare problemi di geometria o a leggere l’Apologia di Socrate o il De rerum natura di Lucrezio. Meglio cuocere patatine fritte al Mc Donald o rilevare i numeri dei contatori per l’Enel che studiare fisica o le operette morali di Leopardi. Basta con la scuola teorica e astratta, gli studenti devono imparare a fare, conoscere il mondo reale in cui si produce (sempre meno, ma è un dettaglio) e si lavora (anche qui sempre meno, ma è sempre un dettaglio) e poi chissà che magari, forse, un domani, chissà, qualche studente non sia addirittura assunto in quei luoghi.

Ed è così che l’alternanza è diventata nel triennio delle superiori la seconda materia per numero di ore a disposizione (dietro ad italiano, ma probabilmente ancora per poco). Per svolgere questo elevato monte orario di lavoro, la maggior parte delle scuole ha attivato progetti che si svolgono non in orario extrascolastico o festivo, anche per non turbare i progetti privati delle singole famiglie, ma in orario scolastico mattutino. Dunque dopo aver ridotto con la Gelmini il numero di ore curriculari, ecco che con la buona scuola si è addirittura giunti a sostituire ore disciplinari con ore di lavoro gratuito, ma formative per una speranza di lavoro precario futuro.

Contemporaneamente, si è iniziato a sostenere che il nuovo apprendimento doveva avvenire per competenze e non più attraverso le vetuste e obsolete conoscenze, in quanto quest’ultime nel nuovo mondo digitale sono nelle mani di ogni ragazzo e alla portata di un click. Con un’enciclopedia virtuale in un accessorio attraente e sexy di 15 cm, perché perdere tempo a insegnare i contenuti disciplinari? Gli studenti del nuovo millennio devono sviluppare competenze linguistiche, logiche e informatiche. Pazienza se non sanno la differenza tra la Roma repubblicana e quella imperiale, se pensano che Crizia sia la marca di un profumo e Malcom X un giocatore dei Lakers, se non conoscono Canova o Juvarra, se non distinguono la poetica di Foscolo da quella di D’Annunzio, se ignorano le leggi di Keplero o i principi di termodinamica, o non conoscono la Costituzione e i suoi valori.

L’importante è saper fare, magari sul nulla e probabilmente nel vuoto, ma fare. Chiedere ad uno studente di memorizzare dei contenuti equivale a torturarlo, ad umiliarlo. La scuola che insegna a studiare a memoria e a ragionare sui contenuti è più noiosa di un romanzo di Verga. Suvvia a cosa serve la memoria e la storicizzazione. Al di là di alcune giornate ed iniziative ormai retoriche, la nuova scuola italiana all’epoca della globalizzazione deve essere un luogo di eterno presente, cioè una sorta di negozio h24 proiettato verso il futuro, cioè verso il consumo e l’utilizzo di nuova tecnologia, nuove applicazioni che oggi soppiantano quelle di ieri e domani quelle di oggi, in una dialettica nuovo-vecchio che rende impossibile la crescita coscienziale e critica di soggettività singole e collettive.

Infine, arriviamo alle ultimissime novità, alle nuove modalità di scrutinio per le scuole medie e per l’accesso all’esame di stato per le superiori. Per quanto riguarda le medie per essere promosso basta avere la media del 6. Pertanto uno studente con 9 in condotta, 8 in Educazione Fisica, 8 in Arte e Immagine e 7 in Musica e al contempo 4 in Matematica, 4 in Italiano, 5 in Storia e 4 in Inglese sarebbe promosso. Alla faccia della democrazia e del merito. Il consiglio di classe perde ogni ruolo educativo, il giudizio del professore su cosa potrebbe essere meglio per il ragazzo è annullato dalla nuda media dei voti. La media matematica diventa l’unica legge che regola l’andamento scolastico e il percorso formativo, trasformando ancor di più la professione docente da educativa a burocratica.

La situazione alle superiori, che non sono più scuola dell’obbligo, diventa ancora più paradossale. Per essere ammessi all’esame di stato basta avere, anche in questo caso, la semplice media del 6. Dunque un 4 di matematica è pareggiato da un 8 di Ginnastica, un quattro di scienze da un 9 di condotta e un 4 di fisica da un 8 di storia, un 5 di scienze da un 7 di inglese. E così un ipotetico studente del liceo scientifico sarebbe ammesso all’esame di stato. Lo stesso dicasi per un liceo linguistico, in cui con tre lingue straniere insufficienti bilanciate da due 7 in storia e italiano e un 9 di comportamento, lo studente sarebbe ammesso comunque all’esame. Ecco il volto della buona scuola, ecco la nuova scuola dell’ignoranza 2.0.

Ma la riforma non si ferma qui: via anche la terza prova, volutamente chiamata quizzone per denigrarla, in modo che i ragazzi non debbano più faticare a studiare 4 materie al fine di saper rispondere a fastidiose domande aperte di tipo contenutistico (orrore). E già che ci siamo via anche l’approfondimento multidisciplinare personale; il colloquio con la maturità inizierà raccontando l’esperienza di alternanza scuola lavoro presso le aziende o gli enti in cui si è lavorato. Come sarebbe bello se uno studente, seduto davanti alla commissione, si alzasse e fantozzianamente dicesse“l’alternanza scuola-lavoro è…. una cagata pazzesca”. 82 minuti di applausi. Ma gli studenti riusciranno a contrastare nel breve periodo una scuola così ammiccante e volgarmente sexy, una scuola che chiede loro di leggere e studiare sempre meno e che promuove anche con numerose insufficienze?

Ecco lo stato dell’arte della nuova scuola italiana. E poiché io credo poco all’incapacità e alla stupidità assoluta di chi governa, mi sorge spontanea la seguente domanda: a chi giova questa scuola dell’ignoranza? Chi trae vantaggio dalla trasformazione della scuola italiana in un supermercato in cui parcheggiare i ragazzi? In un Luna park in cui bisogna fare tutto male e velocemente, per imparare nulla nel lungo periodo? Proviamo a rispondere con ordine.

La scuola dell’ignoranza, innanzitutto, serve al potere politico, in quanto è più facile governare un popolo ignorante, con poche conoscenze e con competenze acritiche. I cittadini e i lavoratori ignoranti si trasformano più facilmente in sudditi obbedienti, educati ad un vuoto che favorisce l’asservimento volontario e la ricerca di leader autoritari a cui affidare le proprie vite. L’assenza di una cassetta degli attrezzi culturale adeguata alla complessità del presente trasforma gli uomini e le donne in analfabeti sociali e politici, sempre bisognosi di tutor. E’ il ritorno dell’umanità ad una condizione di minorità, da cui traggono forza e potere le élite nazionali e globali.

La scuola dell’ignoranza serve al potere economico, in quanto cittadini poco istruiti non hanno mezzi critici per rivendicare diritti e per contrastare i processi di precarizzazione del lavoro e di speculazione finanziaria che sottraggono risorse e beni pubblici a favore dell’arricchimento privato. La scuola dell’ignoranza è funzionale al mantenimento del dominio di quella decina di uomini che detengono una quantità di ricchezza pari a quella del 40% del popolo italiano. Lo svuotamento dell’istruzione trasforma i cittadini in consumatori bulimici di applicazioni, di tecnologia, di vacui eventi mondani e crea lavoratori disillusi e rassegnati alle condizioni di precarietà e sfruttamento, privi di quegli strumenti intellettuali indispensabili per rovesciare l’ordine costituito delle cose.

La scuola dell’ignoranza serve al potere culturale mainstream, in quanto giovani poco istruiti e poco colti diventano immediatamente le perfette cavie dell’industria culturale mondiale, la quale costruisce intrattenimento passionale di basso livello ad uso e consumo delle masse. La scuola dell’ignoranza svuota i musei, i cinema, le librerie, i locali di musica live e riempie i non luoghi in cui consumare arte-evento-spettacolo innocua e banale, compatibile con la società del mercato e della mercificazione totale. Anche la cultura alternativa proposta deve rispondere alle logiche del consumo e della standardizzazione acritica. La scuola dell’ignoranza ti porta a leggere i libri di chi è già famoso, di chi ha vinto un talent, di chi conduce trasmissioni di successo o ha un canale youtube con milioni di iscritti.

La scuola dell’ignoranza diventa, dunque, un formidabile strumento a favore del potere e di chi ha in mente un paese sempre più diviso tra ricchi e poveri, tra i pochi benestanti e i molti precari costretti a sbarcare il lunario e ad abbassare le loro speranze di vita dignitosa. La scuola dell’ignoranza pubblica e di massa sarà la scuola del popolino, del ceto medio impoverito, dei tanti nuovi proletariati.

A fianco di questa distesa di scuole impoverite, svuotate e omologate, sorgeranno sempre più enclave scolastici pubblici e privati di alto livello, destinati ai figli dell’alta borghesia, in cui si ridurrà al minimo l’impatto dell’alternanza scuola lavoro, facendola svolgere in orario extrascolastico, in cui le materie di indirizzo saranno potenziate con laboratori, in cui le didattiche tecnologiche saranno comunque limitate (come già oggi accade nelle scuole dove vanno i figli dei manager della Silicon Valley) e in cui si studieranno bene sia le lingue vive sia quelle morte, l’arte, la filosofia, le scienze e la matematica. Saranno le scuole in cui si formeranno le classi dirigenti del futuro, le quali una volta al potere continueranno ad impoverire la scuola pubblica di massa per perpetuare la loro posizione di forza.

Perché la scuola dell’ignoranza è innanzitutto una scuola contro le classi sociali più povere, in quanto colpisce al cuore la mobilità sociale e la possibilità di emanciparsi e di costruirsi un futuro di libertà e dignità. Per questo chi vuole una società che si muova nella direzione della democrazia e della giustizia, non può che non rigettare al mittente la scuola dell’ignoranza che ogni giorno rende i ricchi più ricchi e i poveri più poveri, attraverso l’inganno del rendere l’istruzione meno impegnativa, meno faticosa e più divertente.

La libertà ha un prezzo, e in politica chi fa i saldi, chi propone sconti e divertimenti, ci sta vendendo, con il sorriso sulle labbra, le catene con cui incatenarci.

Matteo Saudino

http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2744:a-chi-serve-la-scuola-dellignoranza&catid=20:ipocrisie-e-dimenticanze&Itemid=31

21 Gennaio 1924: morte di Lenin

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Il 21 Gennaio ricorre l’anniversario della scomparsa, avvenuta nel 1924, di una delle figure rivoluzionarie più importanti e diffuse nell’immaginario storico e collettivo: quella di Vladimir Ilyich Ulyanov, noto con lo pseudonimo di Lenin.

Nato il 22 Aprile del 1870, Lenin trascorre i primi anni della sua vita nel clima di oppressione e arretratezza dello zarismo e arriva a conoscere molto presto la repressione che si abbatte sui primi focolai di rivolta che divampano nella Russia di quegli anni: i fratelli Anna e Aleksandr vengono arrestati nel Marzo del 1887 con l’accusa di cospirazione contro lo zar Alessandro III, mentre Lenin viene fermato e allontanato dalla città assieme ad altri studenti nel Dicembre dello stesso anno per aver occupato l’Università di Kazan.Negli anni successivi comincia ad accostarsi alle letture marxiste e prosegue gli studi in legge, laureandosi nel 1891; un paio di anni dopo si trasferisce a San Pietroburgo, dove inizia l’attività politica nel POSDR, il Partito Operaio Socialdemocratico Russo.

In questi anni si collocano le prime produzioni scritte, tra cui il noto “Che fare?” del 1902, in cui Lenin introduce la figura del “rivoluzionario di professione” come avanguardia capace di guidare il movimento verso la rivoluzione.

Le sommosse del 1905 infliggono un primo duro colpo al secolare potere zarista e preparano il terreno per lo scontro finale del 1917; nel frattempo la prima guerra mondiale acuisce le condizioni di miseria in cui versa la Russia e offre a Lenin nuovi spunti di riflessione, esposti in “Il socialismo e la guerra” (1915).

Venuto a conoscenza delle rivolte di Febbraio del 1917, Lenin, che si trovava in Svizzera da qualche anno, si affretta a tornare a Pietrogrado, dove il 3 Aprile viene accolto da una folla esultante; il giorno successivo rende note le famose “Tesi di Aprile”, che diventano il programma d’azione per i bolscevichi.

In 10 punti Lenin si esprime infatti in merito alle questioni più impellenti che il partito dovrà affrontare, tra cui uscire dalla guerra contro la Germania in quanto “rimane incontestabilmente una guerra imperialistica di brigantaggio, in forza del carattere capitalistico di questo governo. Il proletariato cosciente può dare il suo consenso ad una guerra rivoluzionaria che giustifichi realmente il difensismo rivoluzionario solo alle seguenti condizioni: a) passaggio del potere al proletariato e agli strati più poveri dei contadini che si schierano dalla sua parte; b) rinuncia effettiva, e non verbale, a qualsiasi annessione; c) rottura completa ed effettiva con tutti gli interessi del capitale”.

Fra gli altri punti salienti si legge la necessità di smascherare il volto capitalistico del governo provvisorio, di estendere la popolarità e l’influenza del Partito tra i Soviet, che dovranno diventare l’organo di direzione politica (“Niente repubblica parlamentare – ritornare ad essa dopo i Soviet dei deputati operai sarebbe un passo indietro”), soppressione di polizia ed esercito, confisca delle grandi proprietà terriere e istituzione di un’unica Banca Nazionale.

Inizialmente le tesi di Lenin disorientarono molti dei suoi compagni di Partito, ancora ancorati all’idea che per il momento bastasse accontentarsi della rivoluzione borghese e convinti che il passaggio alla rivoluzione socialista fosse ancora prematuro.

Ma nei mesi successivi la maggioranza si rovescia a suo favore e la presa del Palazzo d’Inverno il 25 Ottobre segna la vittoria definitiva dei bolscevichi e l’inizio del lungo impegno di Lenin nel Partito.

Nonostante la malattia che comincia a colpirlo dal 1921, Lenin prosegue l’attività politica e la produzione scritta fino alla fine; ad oggi, la sua figura è sopravvissuta ai decenni e ha rappresentato un modello e un esempio per molti altri leader rivoluzionari e per le lotte degli anni successivi.

“Non giocare mai con l’insurrezione. Ma quando la si inizia, mettersi bene in testa che bisogna andare sino in fondo”

17 Gennaio 1961: Patrice Lumumba

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17 gennaio 1961 Patrice Émery Lumumba, insieme a due suoi fedeli (Mpolo e Okito), fu trasferito in aereo a Elisabethville (l’attuale Lubumbashi), in Katanga, e consegnato nelle mani di Moïse Kapenda Tshombé. Era stato catturato il 2 dicembre 1960 dai soldati di Joseph-Desiré Mobutu mentre, dopo essere evaso dalla sua prigione domiciliare vigilata dai caschi blu dell?Onu, stava per riparare a Stanleyville, al di là del fiume Sankuru. Verso le 10 di sera di quello stesso giorno, lungo di viaggi e torture, un plotone al comando di un ufficiale belga fa fuoco su di lui e sui due suoi compagni. La mattina successiva i resti di Lumumba, Mpolo e Okito vengono fatti sparire nell’acido e molti dei sostenitori dell’indipendenza congolese giustiziati nei giorni seguenti con la partecipazione di mercenari belgi.
Tshombé è presente all’esecuzione. Lui, che appena sei mesi prima aveva promosso le sommosse nel Katanga, una regione meridionale del Congo belga scandalosamente ricca di minerali preziosi, decretandone la secessione al soldo del governo belga, della CIA e nel silenzio frastornante delle Nazioni Unite. Perché Patrice Lumumba, divenuto primo Primo Ministro del Congo indipendente il 23 giugno 1960 a capo del MCN (poi diventato MNCL, Movimento Nazionale Congolese di Liberazione), aveva creato più di un fastidio alle politiche imperialiste dell’Occidente cosiddetto “democratico”. Se le autorità belghe (e soprattutto le compagnie minerarie) non pensavano ad un’indipendenza piena ed intera (una buona parte dell’amministrazione e i quadri dell’esercito restavano belgi), Lumumba sfidò l’ex potenza coloniale decretando l’africanizzazione dell’esercito e rendendo il popolo congolese il vero motore di questa storica indipendenza (a dispetto del re del Belgio, Baldovino, che con stile paternalistico aveva annunciato «Noi vi abbiamo aiutato a raggiungere l’indipendenza… »). Le parole di questo leader carismatico suonavano come un monito alle orecchie degli sfruttatori, dei coloni parassiti e dei politicanti ambigui del Congo indipendente (come ad esempio il Presidente Kasa-Vubu, che nel settembre non esiterà a revocare gli incarichi di Lumumba e degli altri ministri nazionalisti, salvo poi essere destituito dal parlamento poco dopo): «Noi abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, le sferzate, e dovevamo soffrire da mattina a sera perché eravamo negri. Chi dimenticherà le celle dove furono gettati quanti non volevano sottomettersi a un regime di ingiustizia, di sfruttamento e di oppressione?».
Lumumba fu per questo molto rimpianto da tutta la comunità dei paesi non allineati e da numerosi esponenti politici (quali ad esempio Che Guevara che protestò vibrantemente contro il suo assassinio). In Lumumba, però, non individuiamo il profilo del classico rivoluzionario, non possiamo nemmeno arruolarlo tra le fila dei tanti intellettuali filosovietici di quegli anni, poiché egli non si definiva comunista: Lumumba era un’idealista profondamente convinto dei suoi principi, capace di radicalizzarsi nei discorsi e nei metodi quando le contingenze lo richiedevano.

La lettera scritta per la moglie poco prima di morire ci lascia il profilo più autentico di Patrice Lumumba, con tutti gli accenti che solitamente infiammavano i suoi discorsi: “Mia cara compagna, ti scrivo queste righe senza sapere se e quando ti arriveranno e se sarò ancora in vita quando le leggerai. Durante tutta la lotta per l’indipendenza del mio paese, non ho mai dubitato un solo istante del trionfo finale della causa sacra alla quale i miei compagni ed io abbiamo dedicato la vita. Ma quel che volevamo per il nostro paese, il suo diritto a una vita onorevole, a una dignità senza macchia, a un’indipendenza senza restrizioni, il colonialismo belga e i suoi alleati occidentali – che hanno trovato sostegni diretti e indiretti, deliberati e non, fra certi alti funzionari delle Nazioni Unite, quest’organismo nel quale avevamo riposto tutta la nostra fiducia quando abbiamo fatto appello al suo aiuto – non lo hanno mai voluto. Hanno corrotto dei nostri compatrioti, hanno contribuito a deformare la verità e a macchiare la nostra indipendenza… Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta. E’ il Congo, il nostro povero popolo… Ma la mia fede resterà incrollabile. So e sento in fondo a me stesso che presto o tardi il mio popolo si solleverà come un sol uomo per dire no al capitalismo degradante e vergognoso e per riprendere la sua dignità sotto un sole puro… Ai miei figli, che lascio e forse non rivedrò più, voglio che si dica che il futuro del Congo è bello e che aspetta da loro, come da ogni congolese, che completino il compito sacro della ricostruzione della nostra indipendenza e della nostra sovranità, poiché senza dignità non c’è libertà, senza giustizia non c’è dignità e senza indipendenza non ci sono uomini liberi. Né le brutalità, né le sevizie né le torture mi hanno mai spinto a domandare la grazia, perché preferisco morire a testa alta, con la mia fede incrollabile e la fiducia profonda nel destino del mio paese, piuttosto che vivere nella sottomissione e nel disprezzo dei sacri principi. La storia si pronuncerà un giorno, ma non sarà la storia che si insegnerà a Bruxelles, a Washington, a Parigi o alle Nazioni Unite, ma quella che si insegnerà nei paesi liberati dal colonialismo e dai suoi fantocci. L’Africa scriverà la sua storia, una storia di gloria e di dignità a nord e a sud del Sahara. Non piangermi, compagna mia. Io so che il mio paese, che tanto soffre, saprà difendere la sua indipendenza e la sua libertà”.

17 gennaio 1951 – Adrano (Catania)

La polizia apre il fuoco sui militanti di sinistra che protestano contro la visita di Eisenhower, uccidendo Girolamo Rosano, bracciante 19enne iscritto alla Cisl e ferendo altre 11 persone fra i quali, gravissimo, il 16enne Francesco Greco.

Una donna muore per attacco cardiaco, poco dopo la sparatoria. La prima carica, con uso di armi da fuoco, avviene davanti alla Camera del lavoro dove i manifestanti si stavano concentrando, la seconda contro il corteo, effettuata con mitra e lacrimogeni.

Secondo il quotidiano “L’Unità” si sarebbe sparato anche dal balcone di tale Filadelfio Cancio, iscritto al Msi e dell’avvocato Danielo, già segretario del Fascio.

L’imponente manifestazione che si svolse ad Adrano nella giornata del 17 gennaio 1951 si inseriva nel filone nazionale che proprio in quei mesi manifestava, con la partecipazione di moltissimi cittadini,  per salvaguardare il bene supremo della Pace. Dagli immani orrori provocati dalla  guerra scatenata dal nazifascismo erano trascorsi pochi anni.

Il 1° Luglio del 1950 le forze armate degli Stati Uniti erano sbarcati in Corea. Quella guerra progrediva in maniera violentissima, coinvolgendo anche tante altre nazioni che facevano parte dello schieramento della Nato. In quell’enorme furore di distruzione appariva quasi certo l’invio di truppe italiane. Molte migliaia di “cartoline rosa” furono inviate a giovani in congedo militare. Si preparava la mobilitazione. Le preoccupazioni e le paure erano grandi. Sul piano internazionale si preparavano le mosse per la terza guerra mondiale.

All’inizio dell’anno, in occasione della venuta in Europa del generale americano Eisenhover, grandi manifestazioni popolari che reclamavano la Pace si svolsero in molte città europee ed italiane.

Anche nella provincia di Catania si tennero manifestazioni in parecchie località, con cariche delle forze di polizia: Catania, Mineo, Linguaglossa, S. Michele di Ganzaria, Caltagirone, Vizzini….

Il 12 gennaio a Biancavilla ( a pochi chilometri da Adrano) fu attraversata da una grande manifestazione popolare; migliaia gli uomini e le donne che parteciparono. Incidenti si verificarono con le forze dell’ordine.

Anche ad Adrano stavano arrivando parecchie “cartoline rosa”. Già il 12 gennaio Adrano era stata interessata da un’immensa e pacifica manifestazione, con oltre 7000 partecipanti.

I tragici avvenimenti di Adrano sono ampiamente descritti nei libri:“La battagliai di Adrano” di Pietro Maccarrone ( ex sindaco di Adrano) e “ Il Pci a Catania e Provincia” di Bernardo Urzì.

Scrive Pietro Maccarrone: “  Il 17 a mezzogiorno il prefetto di Catania Biancorosso, lo stesso che nel 1943 aveva consegnato ai tedeschi il prof. Carmelo Salnitro, tenne nel suo gabinetto una riunione degli alti funzionari della questura e dei comandanti delle forze di polizia ………Verso le 14 di quel giorno iniziò la prima provocazione. Pochi bambini, pensionati, ragazzi, sfaccendati si godevano il tiepido sole invernale sul marciapiedi di via Roma, cui sovrasta il monastero di S. Lucia che a pianterreno ospitava le sedi del Partito Socialista all’angolo di piazza Gesù e Maria, del Pci verso il centro, e della Camera del Lavoro………La maggior parte, non potevano essere più di una ventina, era accovacciata a consumare la propria miseria e non dava fastidio a nessuno……Nella piazza Umberto erano arrivati un gruppo di carabinieri della stazione di Adrano………Ad un tratto senza giustificazione alcuna, incominciarono a lanciare bombe lacrimogene contro quei pacifici inermi cittadini…e li costrinsero a sgomberare anche con i manganelli………in via Duca degli Abruzzi furono buttate altre bombe lacrimogene. Erano più di un centinaio quelli che per via Vittorio Emanuele. Inseguiti dalla polizia, si diressero verso la piazza Ammalati, dove c’era un’altra sezione comunista……..in piazza Ammalati la notizia della provocazione poliziesca non intimoriscono i presenti che si avviano in un lungo corteo……….si incomincia a girare per i quartieri popolari per via Vittorio Emanuele fin sopra la linea ferrata e da lì ridiscendendo con altre centinaia di persone….ad un certo punto della sfilata Giuseppe Ragusa, Giuesppe Zammaterra e Agatino Squillaci, temendo l’intervento della polizia in piazza dell’Erba, corsero in testa al corteo per farlo deviare. Ma non fecero in tempo perché la testa del corteo era già in piazza dell’Erba all’altezza dei carabinieri e polizia………….Intanto a piazza dell’Erba polizia e carabinieri, dopo avere fatto passare le donne, incminciarono a sparare sui dimostranti e fra gli altri caddero feriti Emanuele Branchina e Francesco Greco….la folla per sfuggire al massacro, colpita dai lacrimogeni e dagli spari, sbandò, e si riverso nelle vie adiacenti…..quelli che passarono dopo dall’arco di piazza Avellino sentirono gli spari e appresero che il gruppo delle donne in piazza Genova era tagliato fuori dal corteo fermo in piazza dell’Erba, su cui sparavano circa duecento poliziotti e carabinieri……..temendo di essere circondati, gli uomini del tenente Lo Munno si ritirarono dalla via Garibaldi per riunirsi al XII raggruppamento mobile, venuto da Catania, formato da oltre 300 poliziotti………nel ritirarsi continuavano a lanciare bombe lacrimogene e a sparare sulla massa che avanzava……..le pietre contro i fucili e le bombe lacrimogene……..ragazzini di dieci  -undici anni furono visti sbucare dalla stradina stretta, che dalla pescheria immette in piazza S. Chiara, e da lì con la fionda tirare pietre contro le forze dell’ordine che sparava da tutte le parti………i feriti erano già tanti ma la folla continuava ad avanzare sempre verso la piazza. Caddero feriti: Agatino Parrinello, Francesco Caruso, bracciante di 53 anni, colpito al femore e rimasto storpiato per tutta la vita; Gaetano Coco di 18 anni, i giovani Biagio Schillaci, Salvatore Ricca, Angelo Monteleone, Pietro Azzarello, Alfio Cacciola, Giuseppe Crimi, Antonio Diolosà, Santo Grimaldi, Fortunato Italiano, Rocco Riciputo e Giuseppe Saccone. Grazia Buscami di 76 anni morì per lo spavento durante la sparatoria……….Nel corso della sparatoria un gruppo di donne da Giobbe si era avvicinato alla fontanella di piazza S. Nicolò per inumidirsi gli occhi infiammati dai gas. Con esse alcuni giovani fra cui Girolamo Rosano, bracciante agricolo di 19 anni. Poiché le donne erano decise ad andare in piazza, come tutti gli altri, “ aspettami qui”disse Rosano vado a vedere se c’è polizia in piazza e torno”. Rosano imboccò la via De Giovanni che sbocca nella via Garibaldi e in piazza Umberto. …..Si sentivano fischiare le pallottole dei fucili della polizia asserragliata a ridosso della Chiesa Madre e del Castello Normanno. Rosano e gli altri giovani erano dalla parte opposta. Ma mentre il giovane si avviava per vedere cosa succedesse, fu colpito alla tempia sinistra e si accasciò sul lato destro della strada. Rivolto in avanti, immobile……….

Alla manifestazione avevano partecipato oltre 10.000 adraniti, quasi la metà del totale dei residenti. (da Anpi Catania)

http://www.osservatoriorepressione.info/17-gennaio-1951-adrano-catania-2/

Saluggia. Scorie, acqua e soldi

Il deposito nazionale per le scorie nucleari, destinato ad accogliere la pesante eredità dell’avventura nucleare italiana, non è stato costruito. Non è stato neppure scelto il posto dove farlo. Di tanto in tanto circolano rumores infondati su questa o quella località.

L’ultimo tentativo reale venne fatto a Scanzano Ionico, dove una cava salina era stata indicata come bara ideale per l’immondizia nucleare.

Il posto sembrava perfetto. Un sindaco fascista con un trascorso di tangenti per gestione di traffici di rifiuti speciali, un piccolo paese della Basilicata, la promessa di cascata di soldi per compensare il rischio. Come è finita oggi lo ricordano in pochi. Una rivolta popolare scuote il paese: statali e ferrovia sono bloccate dalla gente di Scanzano per due settimane, il sindaco deve barricarsi in casa, la polizia deve fare dietrofront.
La mobilità dell’intera Basilicata va in tilt. Il governo cede e ritira il progetto.

Le scorie restano dove sono. In Piemonte. Tra Trino Vercellese, Bosco Marengo e, soprattutto, Saluggia, è concentrato il 73% delle scorie italiane.

Il deposito nazionale delle scorie italiane è, nei fatti, a Saluggia. Il posto peggiore per i rischi idrogeologici, perché Saluggia è al centro di un triangolo, tracciato dalla Dora Baltea e due canali. Sotto passano le falde acquifere che alimentano l’acquedotto del Monferrato.
Qualche anno fa l’alluvione mise a rischio di inquinamento l’intera area e, in almeno un’occasione, è stata dimostrata la radioattività della falda superficiale.
Tra pochi anni sarà completato il Cemex, una bara di cemento, che dovrebbe rendere più sicuro il sito “temporaneo”. Quello “definitivo” venne deciso con una legge del 2003, dopo l’annuncio del 1999. Sono passati 17 anni e nulla è successo. Persino la Carta dei siti papabili, in teoria pronta da due anni,non è mai stata resa nota. Evidentemente si temono ripercussioni nelle urne.

Una domanda sorge spontanea. Perché Saluggia e gli altri paesi soggetti a servitù nucleari non insorgono? Perché non si muove quasi nulla?
La risposta è semplice ed ha parecchi zeri. 15 milioni di euro all’anno per le compensazioni.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Lorenzo Bianco, attivista antinuclearista.

https://anarresinfo.noblogs.org/2017/01/11/saluggia-scorie-acqua-e-soldi/

Grillo chiama, Minniti risponde

“Sono annegate circa 100 persone, per lo più donne e bambini, in quattro diversi naufragi nel Canale di Sicilia. Non in un altro tempo e in un altro mondo, ma una settimana fa, il giorno di Natale, davanti alle nostre coste. La notizia è apparsa nelle pagine interne dei quotidiani ed è subito svanita, cancellata da articoli sui cenoni festivi, sulle star recentemente defunte e sulle nuove tensioni tra Usa e Russia. D’altronde, si stima che nel solo 2016 siano morti in mare 5000 migranti. E quindi, cento più o cento meno…
E così in questi anni, giorno dopo giorno, ci siamo abituati a questa strage invisibile, di cui non sono responsabili terroristi o nemici dell’umanità, e che quindi appare una fatalità da attribuire a vaghe astrazioni (è la crisi globale, signora mia). In cambio, però, i cittadini di Goro insorgono se una decina di donne e bambini, scampati ai naufragi, vengono assegnati al loro villaggio, sommerso dalla nebbia. E se un Amri, freddato a Sesto San Giovanni, era stato nelle nostre galere, ecco che Grillo – sì, quello che scavalca a destra Salvini ed è così amato a sinistra – esige un giro di vite contro i clandestini, espulsioni immediate e il potenziamento delle forze dell’ordine.
Se Grillo chiama, Minniti risponde. Questa specie di commissario Montalbano dall’aria feroce, che è stato al governo con chiunque (D’Alema, Amato, Prodi e oggi Gentiloni), a suo tempo grande amico di Cossiga e auto-promosso esperto di sicurezza e intelligence, ha deciso di intervenire a gamba tesa sulla questione migranti. E quindi, apprendiamo oggi dalla stampa, retate a più non posso di feroci lavavetri, venditori di fiori e lavapiatti abusivi, espulsioni in massa e Centri di Identificazione ed Espulsione in ogni regione. Non solo: il tarantolato Minniti si appresta a volare in Africa per stipulare nuovi patti con i paesi di provenienza dei migranti, un po’ recalcitranti a riprendersi i loro figli emigrati.
Così, mentre gli italiani residenti in Inghilterra si apprestano a far causa al governo May che li vuole espellere, noi tentiamo di ricacciare in Africa quelli che hanno traversato deserti e mari per sopravvivere in Europa. Ma riuscirà Minniti nella sua coraggiosa impresa? Non credo proprio. Quanto costeranno i voli per rimandare in Egitto, Libia, Tunisia e Nigeria. non solo i cittadini di questi stati, ma tutti gli altri, afghani, etiopi, siriani, centro-africani? E basteranno quattro soldi, elargiti da Gentiloni-Minniti, per convincere detti stati a prendersi, cioè a internare, tutti quelli che vogliamo cacciare noi e che non sono cittadini loro?
La riposta è sempre no. Dove hanno fallito Amato, Prodi, Berlusconi e Renzi, non riuscirà Minniti. Tuttavia avremo migliaia di internati in più nei Cie, nuovi sbarchi, nuovi giri di vite, tensioni con la Ue e la solita solfa di Grillo e Salvini che incitano i cittadini a protestare. Così il buon senso svanisce tra ipocrisia, urla forcaiole e giri di vite, mentre in mezzo al Mediterraneo la gente continua ad annegare.”

In questo suo scritto, Alessandro Dal Lago butta sul piatto la tounee di Minniti in Africa trattare la restituzione di un po’ di esseri umani in eccesso, la violenta invettiva xenofoba di Grillo, i morti che non contano nel grande sudario azzurro del Mare di Mezzo.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Alessandro Dal Lago

https://anarresinfo.noblogs.org/2017/01/11/grillo-chiama-minniti-risponde/

Modena / Si prepara la mobilitazione contro il circolo nero

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Diverse realtà antifasciste promuovono un corteo nel pomeriggio di sabato, giorno in cui è prevista l’inaugurazione di una sede di riferimento per le sigle dell’ultradestra.

Sta per aprire a Modena un “circolo neofascista, Terra dei Padri”, dove “si ritroveranno gruppi come Forza Nuova, Fronte Veneto Skinhead, Casapound, Lealtà e Azione, solo per citarne alcuni”. Così scrivono in un comunicato lo Spazio Guernica e lo Spazio Stella Nera di Modena, invitando le antifasciste e antifascisti a manifestare contro l’apertura della sede neofascista sabato 14 nella città emiliana.

Si legge nella nota: “Non farti ingannare dalla facciata di ‘circolo culturale’, usano sempre la stessa tecnica. Cerca chi sono realmente su internet, tanto per farti un’idea: sono autori di pestaggi, agguati, omicidi, traffici di armi e droga. Ci saranno concerti nazi-rock ogni settimana, che richiameranno nel quartiere della Madonnina decine se non centinaia di teste rasate, picchiatori e razzisti da tutta la regione. Non è un tuo problema? Ne sei sicuro? Presto organizzeranno ‘ronde per la sicurezza’ sotto casa tua, diranno che lo fanno per proteggere gli italiani dalla criminalità, ma sono solo parole. Anzi, magari sarai tu a non andargli a genio: forse per la maglietta che porti, o per il colore della tua pelle, forse solo per uno sguardo storto. E no, le istituzioni non muoveranno un dito: la polizia, il Comune, i politici li lasceranno fare e li proteggeranno. Non aspettarti niente da loro. Cosa puoi fare tu: onformati su chi sono questi personaggi e parlane con i tuoi amici, familiari e vicini. Resta aggiornato sulle iniziative antifasciste che si svolgono a Modena: dai concerti, alle manifestazioni, all’autodifesa, guardati intorno e cerca quello che ti piace o ti senti di fare. Partecipa e lotta! Nessuno lo farà al posto tuo, ricordalo! Stay tuned! Stay antifa!”.

All’appello aderisce anche la sezione modenese del sindacato USI-AIT, invitando “aderenti, simpatizzanti e tutti i lavoratori e lavoratrici a mobilitarsi nei quartieri con volantinaggi e presidi nelle zone limitrofe alla sede dei neofascisti per il pomeriggio del 14 gennaio, con ritrovo organizzativo alle ore 12:00 presso la sede nazionale dell’USI-AIT in via del Tirassegno 7, quartiere Sacca (MO). L’Unione Sindacale Italiana fu l’unico sindacato sciolto con la forza dal fascismo, mentre gli altri si arrendevano al nascente regime. La sede modenese dell’USI venne distrutta dai fascisti nel 1923 e non ci venne mai restituita dalle successive amministrazioni come patrimonio storico. Saremo presenti quel giorno a tutte le mobilitazioni antifasciste in città, e continueremo ad opporci alle attività di questo e di qualsiasi altro covo neofascista. Nessuno spazio ai neofascisti!”.

Sarà in piazza altresì Libera Officina, che annuncia che “parteciperà alla manifestazione contro l’apertura di Terra dei Padri il 14 gennaio, ore 16 con ritrovo presso l’ex edicola del Parco Ferrari in via Emilia Ovest, e invita tutti gli antifascisti e le antifasciste a mobilitarsi e partecipare alle iniziative che si terranno quel giorno. Appuntamento alle 12 alla Libera Officina. La giornata di sabato 14 è solo l’inizio della lotta contro l’apertura di Terra dei Padri e di qualunque altra sede fascista, finchè questa sede sarà aperta continueranno le mobilitazioni”.

Della vicenda a Modena si parla da diverse settimane. A dicembre, così scriveva ‘Modena antifascista’: “Nell’ultimo anno in provincia di Modena, parallelamente con l’uscita allo scoperto sul nostro territorio di gruppi e partiti neofascisti, abbiamo assistito ad un attentato incendiario a sfondo xenofobo contro un negozio arabo a Mirandola, scritte che esprimono gioia per le migliaia di uomini, donne e bambini affogati nella traversata del Mediterraneo, a Carpi, entrambi ad oggi compiuti da ‘ignoti’. A questo vanno ad aggiungersi: ronde con saluti romani, striscioni che chiedono l’apartheid nelle scuole, naziskin che girano per la città e bloccano eventi pubblici in università, raduni di fascisti per celebrare i camerati morti, a Modena. Tutto questo è successo nella sostanziale indifferenza delle istituzioni, dei partiti e delle autorità cittadine che si dichiarano democratiche ed antifasciste.Anzi il più delle volte proprio le istituzioni che dovrebbe vigilare hanno sdoganato, concesso spazi, assecondato e addirittura difeso i neofascisti. Le stesse che, oggi, si trovano minacciate con svastiche e insulti razzisti incisi sulle proprie macchine.Pensiamo che questo fare lassivo del PD e delle istituzioni antifasciste tutte stia portando ad una legittimazione e ad una già esistente radicalizzazione nelle sue forme quotidiane del neofascismo in città e provincia.Tutto questo rischia di avere una forte accelerata il 14 gennaio con l’apertura di Terra dei padri, apparentemente un’associazione culturale che di fatto diventerà il luogo di ritrovo e fulcro del neofascismo modenese.Riteniamo necessario che tutti coloro che hanno a cuore i valori di libertà dell’antifascismo e della Resistenza prendano coscienza che nella nostra città esiste un problema e che si adoperino per contrastarlo, ostacolarlo e sabotarlo ognuno con le proprie forme e modalità”.

A novembre, invece, un comunicato a firma “Rete Antifascista Modenese” metteva in guardia sul pericolo di un radicamento sul territorio del Terra dei padri: “Oggi mentre le istituzioni sfruttano la crisi economica, cercando di distruggere le conquiste di libertà e dignità avvenute grazie alle lotte nei decenni passati, questi gruppi si ripropongono con vesti e modalità nuove alimentando squallidamente la guerra tra poveri. Questi ‘centri sociali’ di estrema destra tentano di recuperare forme e contenuti dell’antagonismo, deviandole verso pratiche oppressive e ideologie reazionarie nel tentativo di distruggere i percorsi di lotta e cancellare ogni solidarietà tra sfruttati. Promossa da dirigenti e militanti dell’estrema destra istituzionale (fratelli d’italia) in collaborazione con casa pound, forza nuova, lealtà azione, terra dei padri si prefigge di essere covo comune del variegato neofascismo modenese. Terra dei padri fungerà da base cittadina e luogo di riunione per nostalgici del ventennio, giovani squadristi identitari, neonazisti dalle teste rasate e razzisti provenienti da tutta la provincia (e non solo). Questo luogo, grazie agli appoggi dei partiti come fratelli d’italia e lega nord e al silenzio del PD permetterà l’aggregazione e l’organizzazione di soggetti notoriamente pericolosi, in quanto pericolose sono le idee che li muovono. Idee che predicano e praticano odio, violenza e razzismo contro gli ultimi nella società, contro chi è costretto ad inventarsi per portare a casa due soldi, contro chi alza la testa; mai contro i veri responsabili dell’impoverimento generale, dello sfruttamento sui luoghi di lavoro e dello strapotere degli interessi economici di cui questi soggetti sono da sempre gendarmi e braccio armato nelle strade.” Il rischio concreto che la nascita di questa sede sia la base per mettere in atto azioni xenofobe, omofobe e razziste è testimoniato dall’esistenza di altri esempi in Italia, come quello di Firenze: “L’apertura nella nostra città di sedi come questa – che si richiama esplicitamente al centro sociale di destra Casaggì di Firenze, noto per le numerose aggressioni è una minaccia reale e quotidiana per tutte e tutti. Ricordiamo che proprio a Firenze, dove ha sede Casaggì, il neofascista Gianluca Casseri il 13 dicembre 2011 assassinò due ragazzi senegalesi. Anche a Modena ormai da tempo si muovono quasi indisturbati e sempre più arroganti gruppi come forza nuova, lealtà azione e casa pound. Costoro sono protagonisti a livello nazionale di fatti di sangue, omicidi razziali e politici, aggressioni omofobe, intimidazioni e attentati incendiari proprio come quello avvenuto il 18 marzo 2016 a Mirandola, dove a prendere fuoco fu una macelleria islamica, azione firmata con una svastica.”

http://www.zic.it/modena-si-prepara-la-mobilitazione-contro-il-circolo-nero/

 

13 gennaio 1956 la polizia uccide Rocco Girasole

Venosa, durante uno sciopero a rovescio, un giovane bracciante, Rocco Girasole, viene ucciso dalla Polizia ed altri manifestanti vengono feriti.

Siamo nella Lucania degli anni Cinquanta, dopo le lotte contadine e la Riforma Fondiaria. Una Lucania segnata dalla povertà e dall’emigrazione.

L’inverno 1955-56 è rigido, i braccianti senza terra (ancora molti, nonostante la Riforma) soffrono il problema della disoccupazione.

Tra le tante iniziative di lotta per il lavoro, quella del 13 gennaio a Venosa: circa 300 braccianti si muovono per ripulire dal fango via Roma: vi sono finanziamenti per asfaltare la strada ma sono fermi da mesi. L’intervento brutale della Polizia provoca scontri con i manifestanti, la morte di Girasole e cinque feriti.

All’episodio fa seguito la repressione giudiziaria: il 5 novembre 300 carabinieri circondano il centro storico di Venosa, 35 persone sono arrestate; il processo, cominciato il 17 giugno 1957 a Potenza, che coinvolge 27 imputati, si conclude con 12 condanne; in appello i condannati saranno assolti da parte delle accuse. In totale, i braccianti di Venosa sconteranno 19 anni di reclusione.

http://www.osservatoriorepressione.info/4-febbraio-1956-venosa-potenza/