Omicidio Uva, la procura di Milano impugna la sentenza d’assoluzione

La procura di Milano ha impugnato la sentenza della Corte d’Assise di Varese che aveva assolto i due carabinieri e sei poliziotti dall’accusa di omicidio preterintenzionale ai danni di Giuseppe Uva, l’ operaio deceduto la mattina del 15 giugno del 2008 dopo essere stato nella caserma dei carabinieri di Varese.

I giudici, assolvendo i componenti delle forze dell’ordine avevano escluso il reato per «l’insussistenza di atti diretti a percuotere o a ledere». Al momento dell’assoluzione, dure furono le critiche da parte della sorella Lucia Uva. Ma non solo. Molto dura e articolata la fu la critica espressa dal presidente della commissione bicamerale per i Diritti umani e senatore Pd Luigi Manconi. «Un processo – aveva detto – condizionato da un’indagine condotta in maniera pedestre dal pubblico ministero Agostino Abate, si è concluso com’era fatale che si concludesse». Secondo il parlamentare «Abate ha dominato l’intera vicenda giudiziaria con un comportamento del tutto simile a quello che lo ha portato a trattenere, per oltre 27 anni, il fascicolo relativo all’assassinio di Lidia Macchi, prima che gli venisse tolto di autorità.Per quest’ultimo comportamento Abate è stato infine trasferito. Per quello tenuto nei confronti della vicenda giudiziaria relativa alla morte di Giuseppe Uva è stato sottoposto a una incolpazione da parte della Procura generale presso la Cassazione, che tra l’altro gli attribuiva la violazione di diritti fondamentali della persona. Con queste premesse, – aveva continuato Manconi – con una conduzione dell’indagine oscillante tra improntitudine e negligenza gravissima, tra abusi e illegalità, la sorte del processo era in qualche misura segnata. Resta il fatto, incancellabile, che della morte di Giuseppe Uva, di cui è certa l’illegalità del fermo e del trattenimento per ore in una caserma dei carabinieri, non conosciamo una plausibile ricostruzione».

La vicenda

Tutto iniziò il 14 giugno del 2008, quando Giuseppe, 43 anni, di professione falegname, venne fermato ubriaco alle 3 di notte in centro a Varese. Insieme al suo amico Alberto Biggiogero stava spostando una transenna. Arrivarono i carabinieri e li portarono entrambi nella caserma di via Saffi.

Qui comincia un buco di due ore, che porta direttamente alle 5 del mattino, quando Giuseppe Uva sarebbe entrato al pronto soccorso con un Tso. Alle 10 la morte per arresto cardiaco, su un lettino del reparto di psichiatria. Sette anni di indagini – compreso il processo con l’assoluzione – non hanno chiarito cosa sia effettivamente successo durante le due ore in caserma. In realtà, già nel 2012 un processo per la morte di Giuseppe Uva fu celebrato, sempre a Varese.

L’accusa decise di seguire la pista della malasanità e sul banco degli imputati ci finì un medico, che venne assolto con formula piena nell’aprile del 2012. Nel leggere la sentenza, il giudice ordinò anche di effettuare nuove indagini su quello che sarebbe accaduto in caserma, prima dell’ingresso di Giuseppe in ospedale. Il pm allora incaricato delle indagini, Agostino Abate, non la prese affatto bene e parlò apertamente di pregiudizi nei confronti del suo operato. Proprio Abate, insieme alla sua collega Sara Arduini, un anno e mezzo fa, divenne protagonista dell’incredibile interrogatorio all’unico testimone di quella nottata, Biggiogero.

Il video di quanto accaduto è su Youtube: quattro ore di sostanziale massacro, con il teste finito nel pallone, bombardato da domande e da atteggiamenti che in molti hanno definito quasi intimidatori, o quantomeno molto aggressivi, più del lecito per una persona che, in fondo, è soltanto “informata dei fatti” e non accusata di niente. Biggiogero voleva un caffè, Abate gli risponde: «Ha bisogno di drogarsi? Il caffè è una droga». Un’aria pensante, tanto che se ne occupò anche il Csm. Alberto Biggiogero era e rimane il testimone chiave di tutta la vicenda. Si trovava in un’altra stanza rispetto a quella in cui c’erano Uva e gli agenti. Alberto sentiva il suo amico lamentarsi e gridare «Basta! ». Non sapendo cosa fare, chiamò il 118, la conversazione che ne seguì – tutta agli atti – ha del surreale: «Sì, buonasera, sono Biggiogero, posso avere un’autolettiga qui alla caserma di via Saffi, all’Arma dei Carabinieri? ». «Sì, cosa succede? ». «Eh, praticamente, stanno massacrando un ragazzo». «Ma in caserma? ». «Eh, sì?». «Ah, ho capito, va bè, adesso la mando, eh?». «Grazie».

Pochi minuti dopo è il 118 a chiamare la caserma per chiedere spiegazioni, e i carabinieri spiegano di essere soltanto in presenza di due ubriachi, ai quali verrà tolto il cellulare. Passano altri minuti e i ruoli si ribaltano: i carabinieri chiamano il 118 per chiedere un Tso.

Secondo la denuncia dei militari, durante le due ore di fermo, Giuseppe Uva era agitato, quasi incontenibile nella sua furia: «Hanno scritto che quella notte lì Giuseppe si picchiava. Ma io dico, cosa facevano loro? Godevano a vedere una persona che si picchiava? », si domanda da la sorella Lucia. Comunque sia, in ospedale a Uva vengono somministrati vari farmaci per sedarlo. In mattinata, il cuore dell’uomo smetterà di battere per sempre. Da sempre la tesi dei familiari è che il decesso sia stato provocato dalle percosse e dalle manganellate inflitte all’uomo dagli agenti che lo tenevano in custodia. La notizia dell’impugnazione ha comunque riaperto il caso.

Damiano Aliprandi da il dubbio

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