Francia – Lo stato continua a uccidere nelle banlieues

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Sabato 30 luglio Gare du Nord di Parigi era prevista una marcia – diventata presidio a causa dell’assedio poliziesco ai manifestanti – per ricordare Adama Traoré, 24 anni. Si voleva ricordare un ragazzo che viveva a Beaumont-sur-Oise ed è morto il 19 luglio scorso “per asfissia”, secondo il rapporto istruito in Tribunale, durante il trasporto in in commissariato dopo essere stato fermato dalla polizia per un controllo di documenti.
Una morte banale in Francia, anche nella Francia di prima di “Charlie”, del Bataclan e dello stadio di Saint Denis, degli attentati alle scuole ebraiche e ai supermercati kosher. Prima dello stato d’emergenza e della guerra sociale contro migranti e contro i lavoratori.
La Francia ha ancora una colonia, ossia le sue periferie, e di conseguenza adotta una politica – amministrativa, sociale ed educativa, giuridica e militare – per gestire, o meglio non-gestire, le popolazioni che ci abitano. Dalle leggi speciali a quelle strumentali, per “combattere il comunitarismo” oltre l’arsenale offensivo di cui si è dotato lo Stato che ci porta a contare feroci discriminazioni, minacce, violenze, aggressioni, feriti e morti più numerosi di qualsiasi attentato rivendicato o meno dall’Isis in Francia. Una realtà che spacca e divide la società francese e che non ha nulla a che vedere con la questione etica o culturale o con il fanatismo religioso, ma con la storia e lo stato di diritto di questo paese-modello nell’uso “preventivo” e sistematico della violenza rivolta contro una parte della popolazione.

Adama, come Zyed e Bouna a Clichy-sous-Bois(Seine-Saint-Denis) nel 2005, come tanti (almeno una vittima al mese, solitamente di origine magrebina o sub-sahariana, denunciano le associazioni di difesa dalle violenze poliziesche) sono morti a causa di questa politica inaugurata nel secolo scorso, dagli anni ’70 con la seconda generazione di immigrati. Nei quartieri la vita è difficile, ma soprattutto non è sicura a causa dell’operato arbitrario, illegittimo, abusivo e indisturbato, eufemisticamente parlando, delle forze dell’ordine e in particolare della BAC, la pericolosa Brigade anti-criminalité che agisce come una vera e propria gang. I metodi delle forze dell’ordine francesi, con o senza stato d’emergenza, sono sempre gli stessi e i loro crimini sono definiti “bavures” (errori) come se si trattasse di un’eccezione che conferma la regola, invece che la regola stessa, un codice di comportamento che resta impunito per non dire legittimato dalle autorità di Stato,quindi protetto e difeso dai diretti superiori.

Il 19 luglio, Adama Traoré è salito vivo sul furgone della gendarmerie e ne è uscito morto: questa è la realtà che tre autopsie successive tentano in qualsiasi modo di legittimare e giustificare, come se fosse normale morire di “crisi cardiaca” durante un controllo di documenti o un interrogatorio.
“Verità e giustizia” perché su questi morti c’è il silenzio stampa, oppure se ne parla solo in caso di tensioni nei quartieri, auto incendiate e corollario di incidenti che caratterizzano le sommosse nelle cités, E se se ne parla si sottolinea sistematicamente il legame, indotto o presunto, con il mondo della delinquenza e della micro-criminalità. Non dimentichiamo che la polizia nei quartieri si accanisce contro i più giovani e questo fatto induce quasi sempre a sfuggire ai controlli anche se non si sta facendo niente di illegale. La prima reazione alla presenza della polizia resta quella di allontanarsi perché abitare in un quartiere popolare significa comunque acquisire un’identità sospetta in termini giudiziari. Un automatismo non dichiarato che invalida anche le testimonianze di parenti, amici, colleghi o vicini al punto di non poter dare seguito ad oltre la metà delle procedure per violenze subite dalle forze dell’ordine. Se un abitante “nero” o “arabo” cresce in un ambiente in cui il riflesso primario da tre generazioni è scappare rischiando l’inseguimento della Bac e anche la morte, vuol dire che la presenza dello Stato in quei posti è esclusivamente repressiva. Le rare punizioni o sanzioni di agenti sono sospensive di pena o addirittura si trasformano in premio alla carriera grazie alle quali i condannati vengono finalmente trasferiti dove aspirano a progredire professionalmente.

“La banlieue” si invita regolarmente nel dibattito dell’ Assemblée nationale ma resta un luogo politico della rimozione. I progetti di legge successivi, sia in ambito urbanistico che sulla“citoyenneté” – l’ultimo presentato il mese scorso dal governo si chiama “uguaglianza e cittadinanza” – hanno il proposito di riequilibrare l’enorme e storico scarto economico e sociale che contraddistingue vaste e diffuse zone metropolitane da sud a nord della Francia, particolarmente nella regione île-de-France, e che interessa qualche decina di milioni di persone.
Un mese dopo l’assalto terrorista contro la redazione di Charlie Hebdo, nel gennaio 2015, Hollande assumeva la responsabilità di una “promessa della République” nei confronti degli abitanti delle banlieues per dire che non sarebbero più stati dimenticati. Nei 41 articoli del progetto di legge non c’è traccia dei quartieri nè nell’assegnazione degli alloggi popolari, nè in un piano di sviluppo rispetto all’assetto territoriale dei servizi che si prospetta con la grande opera immobiliare “Grand Paris”.
E nessun intervento per rimediare alla segregazione, alla povertà e alla disoccupazione che colpisce il 30% della popolazione tra i 15 e 65 anni, e quasi la metà dei giovani al di sotto dei trent’anni. Le donne di ogni età e i giovani diplomati che abitano nei quartieri popolari sono in assoluto la categoria sociale più toccata dalla crisi . Ai giovani sotto i 26 anni viene proposto il servizio civile, la meritocrazia scolastica e l’assicurazione sanitaria, che è un diritto per chiunque si trovi in Francia, ma nella pratica viene negato per via di un calvario amministrativo tale da scoraggiare un francese su dieci, secondo i dati forniti dallo Stato. La formula scaduta della “mixité sociale”  è stata rinnovata grazie ad un meccanismo di sanzioni per chi non la rispetta pur sapendo che molto spesso basta il nome o il cognome di origine non-francese per una prima selezione a scuola e poi sul lavoro e sul diritto alla casa.

Nessuno si aspetta più niente dalle iniziative legislative, da tempo vengono considerate delle “buffonate” dagli stessi rappresentanti associativi, individuati come mediatori dall’amministrazione territoriale. Con Hollande c’era chi sperava nel voto agli stranieri e in una legge contro i controlli polizieschi abusivi.  Ma Hollande che ha cominciato la campagna elettorale nel 2015 con gli attentati di gennaio e poi di novembre 2015, ha dimostrato che non ha nessuna intenzione di investire nelle banlieues, se non nella retorica di facciata come i precedenti governi, andando di fatto incontro al FN, Front National, sul suo stesso terreno. La rappresentazione simbolica di una unità nazionale che si oppone al terrorismo è una manipolazione che non funziona più e che ha reso ancora più grottesco l’invito religioso a frequentare luoghi di culto condivisi (tra cattolici e islamici) in un paese principalmente laico.

La sorveglianza dei quartieri e la tecnocrazia dello stato d’eccezione permanente, con la caccia all’uomo preventiva e i programmi di “sradicalizzazione” volti al “recupero” dei musulmani praticanti, corrispondono ad una perimetrazione attribuita e decisa dai servizi di sicurezza e dai ministeri, ma è anche la via che conduce ad una frattura ancora più profonda del corpo sociale con tutte le conseguenze a geometria variabile che già conosciamo, siano esse suicidarie o omicide, o che si tratti del corto-circuito di entrambe.  Il disagio economico e sociale non si cura con l’etno-psichiatria ma con la sicurezza del reddito, con l’accesso all’istruzione e alla formazione, con la prevenzione e le cure sanitarie garantite in qualsiasi quartiere o villaggio sperduto di Francia, con un modello di welfare su cui investire risorse economiche ed umane.

Il fallimento parlamentare sulla questione dell’ “identità nazionale” pare sia passato inosservato tra le fila del governo e nei media a suo servizio. Più che con inefficaci dispositivi di sicurezza “contro il terrorismo” il governo francese sa che l’adesione alle politiche liberticide e ultraliberali non può che realizzarsi attraverso la repressione nei quartieri come in tutta la Francia minacciata più dalla crisi che dal “nemico interno” terrorista. Non si può non notare che questo governo ha utilizzato una terza volta l’articolo 49-3 in parlamento per far passare una legge contro quel 70% della popolazione che si oppone alla Loi Travail e simultaneamente ha prolungato lo stato d’emergenza di altri 6 mesi. Non è una coincidenza.

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