Ventimiglia. La disarmante banalità del bene

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Continua la lotta dei migranti per bucare la frontiera di Ventimiglia, per continuare un viaggio che le frontiere chiuse dell’Europa hanno interrotto.

Ad un anno di distanza da un’altra estate di lotta tante cose sono cambiate. Il governo Renzi ha raggiunto l’obiettivo di escludere le spese per il trattenimento e la deportazione dei migranti dal conteggio sul bilancio dello Stato italiano ed ha accantonato ogni ambiguità, tentando di serrare le frontiere.
Ma il desiderio di libertà è più forte di ogni confine e tanti cercano e trovano un varco da cui passare.

Il campo gestito dalla Croce Rossa è stato spostato lontano dal mare, in una zona dismessa dalle ferrovie nei pressi del parco Roja. Gli operatori della Croce Rossa agiscono di concerto con le forze dell’ordine. Nel campo si mangia male, non si riceve alcuna informazione sulla propria situazione, ma si rischia la deportazione alla minima protesta.
Nei pressi del campo ufficiale era sorto un campo spontaneo, gestito dagli stessi migranti, sgomberato pochi giorni prima dell’avvio del campeggio No Border.
Nella notte tra giovedì 4 e venerdì 5 agosto circa trecento migranti sono usciti dal campo della Croce Rossa diretti alla frontiera. Bloccati nell’area dove lo scorso anno c’era il campo No Border, sono stati violentemente caricati dalla polizia. Con loro c’erano anche alcuni compagni che li avevano raggiunti per dare appoggio e solidarietà. Durante la carica circa 120 migranti sono riusciti a bucare la frontiera e ad entrare in Francia, dove è scattata la caccia all’uomo. Un gruppo è stato bloccato manganellato e caricato sui furgoni della gendarmeria in una spiaggia di Mentone.
Dei migranti rastrellati alcuni sono stati riportati al campo della CRI, altri sono stati deportati a Taranto. I No Border fermati hanno ricevuto tutti il decreto di espulsione dall’Italia o il foglio di via dalla provincia di Imperia.

Il giorno successivo, dopo un volantinaggio in spiaggia che annunciava il corteo della domenica, i No Border si sono avviati in direzione del campo della Croce Rossa per fare un saluto ai migranti.
La polizia ha prima gasato, poi ha cercato di bloccare gli attivisti chiudendo loro la strada. Undici compagn* sono rimasti intrappolati su un ponte dove sono stati picchiati insultati e ammanettati.
Trattenuti in questura per quasi tutta la notte hanno subito altre angherie, prima di essere rilasciati con foglio di via e con la denuncia di resistenza e adunata sediziosa aggravate.
Altri due No Border, Beppe ed Alessia, presi poco lontano dal ponte, sono stati arrestati e richiusi nei carceri di Imperia e Genova Pontedecimo: rilasciati con divieto di dimora tra giorni dopo, saranno processati in autunno per resistenza, adunata sediziosa e lesioni.
Qui potete leggere la testimonianza di Stefano, un compagno di Torino.
Qui il video del Fatto Quotidiano

Durante la mattanza sul ponte un poliziotto dell’antisommossa, che stava per unirsi ai colleghi che stavano lavorando di manganello, è morto d’infarto appena sceso dal furgone.
L’episodio è stato usato dai media come pretesto per scatenare una campagna di ulteriore criminalizzazione nei confronti degli attivisti che si battono contro le frontiere. Il Freespot è stato perquisito e due giorni dopo sgomberato con un pretesto, nonostante i locali fossero in affitto.
Il giorno successivo il corteo non è riuscito a partire, perché la polizia ha intercettato e dato il foglio di via a buona parte dei compagni che stavano raggiungendo Ventimiglia.

La strategia di Alfano è chiara: alleggerire la pressione sulle frontiere, deportando al sud i migranti e chiudendo in una morsa di ferro chi si oppone alle frontiere.

Il clima di emergenza serve a fare terra bruciata intorno a migranti e attivisti No Border, per nascondere una verità banale, che senza frontiere non ci sarebbero clandestini, campi, controlli. Senza frontiere Ventimiglia sarebbe solo uno dei tanti luoghi dove passa la gente in viaggio.
Senza frontiere, stati, sfruttamento e guerre, tanti neppure partirebbero.
É la disarmante banalità del bene.

Qui potete ascoltare le dirette di Anarres con Giulia, No Border di Ventimiglia, e con Stefano, anarchico torinese

Ventimiglia. La disarmante banalità del bene

Stazzema, storia dei fascisti che aiutarono le SS: “Travestiti, ma li tradì l’accento”

C’erano anche gli italiani nella 16esima divisione corazzata che compì la strage del 1944: alcuni portavano la divisa tedesca, altri arrivarono con abiti civili per non farsi riconoscere. Ma i superstiti santannini il loro modo di parlare lo ricordano ancora

C’erano anche gli italiani con le SS a Sant’Anna di Stazzema. Non solo i civili costretti a portare di notte, lungo i tornanti, il peso delle munizioni fino al paese della Versilia e, una volta assolto il compito, fucilati. Ma anche i volontari. Alcuni, arruolati regolarmente nella divisione, non si distinguevano dai tedeschi, perché portavano la divisa; altri, i fascisti locali, giunsero a Sant’Anna con gli abiti civili e il volto coperto per non farsi riconoscere. Dimenticarono però di camuffare la voce. E il loro accento, i santannini lo ricordano ancora.

C’erano anche gli italiani nella 16esima divisione corazzata. Un pensiero che, a distanza di 71 anni, non dà pace a uno dei superstiti, Enio Mancini. Nelle retrovie della divisione, composta in gran parte da ragazzi tra i 17 e i 20 anni e che contava in totale tra i 10mila e i 12mila uomini, gli italiani erano quasi la metà. Lo confermarono, dopo la guerra, il generale Max Simon, ufficiale dell SS, e Frederich Knorr, comandante dei servizi della divisione. Tra i nostri connazionali, alcuni erano stati reclutati dai campi di concentramento, altri arruolati come volontari, altri ancora venivano dall’esercito italiano, disciolto dopo l’8 settembre. Lo storico Carlo Gentile, tra gli esperti chiamati a deporre nel processo del tribunale militare di La Spezia, ha individuato 25 repubblichini arruolati nella 16esima divisione Reichsführer, per gradi che andavano dai soldati scelti ai sergenti.

I “più viscidi”, nei ricordi dei superstiti, erano però i collaborazionisti locali. Furono loro, con ogni probabilità, a condurre le quattro colonne a Sant’Anna. Circondarono il paesino da ogni lato, bloccando ogni via di fuga. Arrivarono all’alba, passando per vie impervie e sconosciute se non ai versiliesi. Del resto Mauro Pieri, Genoveffa Moriconi, Lilia Pardini, Enio Mancini, Renato Bonuccelli, Ada Battistini e molti altri superstiti hanno detto e ripetuto con assoluta certezza di aver sentito parlare in versiliese quella mattina. Nel 1945, a meno di un anno dall’eccidio, lo scrittore Manlio Cancogni, classe 1916, scriveva sulla Nazione del Popolo: “Dei nomi, uno sopra tutti, girano da tempo sulle bocche degli abitanti dell’intera regione e ci si aspetta, forse invano, che prove definitive confermino la verità del sospetto”.

Tra gli accusati di collaborazionismo, c’era Aleramo Garibaldi, che, come ammise alla commissione statunitense che fece le indagini subito dopo i fatti, aveva portato le armi a Sant’Anna, ma negò qualsiasi coinvolgimento attivo. Dopo la guerra, però, una superstite, Maria Luisa Ghilarducci, riconobbe in lui l’uomo che aveva azionato la mitragliatrice contro il suo gruppo. Garibaldi fu scagionato dal fatto che a Sant’Anna furono uccise anche sua moglie e le sue due figlie, che infatti figurano nell’elenco delle vittime. Ma i sospetti su di lui non sono mai stati cancellati. Al contrario di altri portatori, una volta a Sant’Anna Garibaldi non fu fucilato. Anzi, gli fu dato un lasciapassare tedesco per entrare e uscire dalla città. Tra gli altri presunti collaborazionisti citati nel corso degli anni figurano anche Francesco Gatti ed Egisto Cipriani. Nessuno però fu mai condannato, per insufficienza di prove. A dare il colpo di spugna nel 1946, fu l’amnistia firmata dall’allora ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, con cui il guardasigilli, in un primo tentativo di pacificazione, condonò i reati di collaborazionismo e di concorso in omicidio compiuti dopo l’8 settembre.

Sant’Anna non è stata l’unica strage nazista che porta il marchio dei collaborazionisti. In altri casi, intervennero, a fianco dei nazisti, vere e proprie formazioni fasciste, come la Decima Mas a Guadine e a Forno, la Brigata Nera Apuana a Vinca e a Bergiola, la Brigata Nera di Lucca in Garfagnana e a Camaiore.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/25/25-aprile-i-fascisti-aiutarono-ss-santanna-si-travestirono-li-tradi-laccento/1614013/

15 agosto 1987: la morte di Maite e Rafa, militanti dell’Eta

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15 agosto 1987, nelle strade di Donostia – Paesi Baschi – si sentì un boato: erano circa le 14 di un un sabato pomeriggio. In una delle vie centrali della città, un’esplosione accidentale aveva provocato la morte di Maria Teresa Pérez e Rafael Etxebeste, militanti dell’organizzazione armata ETA. Maite,25 anni, originaria di Bilbao, e Rafa, 24 anni, originario di Orereta (Errenteria) morirono mentre manipolavano un artefatto esplosivo collocato all’interno di una macchina, di cui non rimase che un ammasso di lamiere. I due giovani, la cui identità venne stata confermata solo nelle ultime ore del pomeriggio, erano fuggiti nei Paesi Baschi francesi nel 1986 per entrare in clandestinità e militare nell’organizzazione armata basca. Appresa la notizia della loro morte nelle rispettive città di origine dove erano molto conosciuti, si svolsero numerose iniziative e le serrande di molti bar e locali chiusero in segno di dolore.

Il giorno seguente, a Bilbao, nel pieno della tradizionale “Semana Grande”, venne deciso da parte dei collettivi partecipanti alla festa bilbaina, di interrompere momentaneamente i festeggiamenti per dare spazio alle varie iniziative in ricordo e riverenza che si sarebbero svolte durante tutta la giornata. Le bare dei due militanti vennero avvolte da una bandiera basca e da uno stendardo con il simbolo dell’ETA. Nelle rispettive città, migliaia di persone accolsero con commozione i due feretri, nonostante i tentativi della guardia civil di “scortare” il carro funebre di Maite così come di posizionare blocchi sulle strade d’accesso di Orereta, città natale di Rafa.

Completamente militarizzate dalle forze di polizia, le due città d’origine di Maite e Rafa, furono teatro di tensioni durante il giorno dei funerali e quelli successivi. Il tentativo da parte delle forze di polizia era chiaro: impedire qualsiasi iniziativa atta ad omaggiare i militanti dell’organizzazione armata basca. Ad Ororeta, l’atto politico in ricordo di Rafa fu impedito da parte della polizia che però non riuscì a fermare la protesta popolare. Furono circa duemila infatti, le persone che scesero in strada per il divieto imposto dalle autorità. La manifestazione venne duramente caricata poco dopo la partenza, dando il via così a violenti scontri che si protrassero per un’ora, fino a quando le forze di polizia abbandonarono il paese. Cariche indiscriminate vennero effettuate anche in altri momenti della giornata in più punti della città provocando numerosi feriti.
A Bilbao invece, con la stessa intenzione di impedire l’iniziativa in omaggio e ricordo a Maite Perez, il cui feretro venne costantemente vigilato da alcuni agenti, la polizia presidiò anche l’entrata del cimitero, bloccando così l’accesso al suo interno a numerose persone che volevano rendere l’ultimo saluto alla giovane. Nonostante ciò alcune persone, tra cui rappresentanti politici e alcuni amici, riuscirono ad arrivare prima degli agenti, mentre molte altre riuscirono a scavalcare e raggirare i poliziotti, permettendo così un omaggio dignitoso alla giovane.

Molte parole di riverenza e stima vennero spese in quei giorni da parte della società civile basca, rappresentanti politici, amici e parenti dei due militanti morti. Particolarmente ricche di significato e commozione furono quelle dedicate a Maite, pronunciate da un rappresentante politico della Koordinadora Abertzale Sozialista, coordinamento che raggruppava differenti partiti politici, movimenti sociali, sindacati e organizzazioni armate:
Tutta la tua vita è stata un esempio di dedizione alla lotta, ed è questa che ti obbligò ad andare via, a rifugiarti. Per questo oggi sei più unita che mai a noi. Tutti avremmo voluto abbracciarti nell’allegria della vittoria, e la cruda realtà di una lotta rivoluzionaria ci obbliga ad abbracciarti senza che tu possa sentire l’affetto e l’adesione senza limiti alla tua causa, che è la nostra.

Agur eta ohore gudariak.
Gogoan zaituztegu.

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2357-15-agosto-1987-la-morte-di-maite-e-rafa-militanti-delleta

Ventimiglia: se questo è un uomo

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Testimonianza da Ventimiglia di G. un’attivista che ci chiede di rimanere anonima.
G. è stata identificata dalla polizia italiana mentre distribuiva cibo e beni di prima necessità ai migranti in attesa sul confine italo-francese, successivamente le è stato notificato il foglio di via.

Primi di Agosto – qualche giorno dopo lo sgombero del campo informale nato accanto a quello della Croce Rossa verso metà luglio, a Ventimiglia non esiste più un luogo fisico dove incontrare le persone in viaggio che attraversavano la città.
La stazione è presidiata da Alpini, militari e polizia che controllano chi aspetta di prendere un treno per la Francia o cerca di comprare un biglietto o salgono sui treni ad effettuare i rastrellamenti per identificare chi cerca di oltrepassare il confine.

Un tuffo nel passato di 70 anni circa: se tu, bianco, vuoi fermarti a parlare con qualche ragazzo in viaggio devi nasconderti dalle forze dell’ordine che altrimenti provvederanno immediatamente a fornirti un foglio di via dalla città. Ci si deve muovere così, come 007 in missione speciale, un clima surreale, in cui bisogna stare attenti anche usciti dalla stazione perché ad ogni angolo c’è qualche camionetta dell’esercito o volante della polizia che pattuglia la strada.
La città è attraversata da moltissimi “shebab”, ragazzi sudanesi, per la maggior parte che, se ti fermi a parlare, ti raccontano che stanno cercando di andare in Francia, che hanno fame, sete, che stanno cercando di richiedere Asilo in Italia ma vengono continuamente mandati prima al commissariato e poi al centro della croce rossa senza capirne il motivo. Uno di questi ragazzi ci chiede di essere accompagnato al commissariato dove ci viene detto che l’appuntamento che gli era stato dato non può essere rispettato perché manca un interprete. Il ragazzo parla benissimo inglese e noi ci offriamo per tradurre inglese-italiano ma ci viene detto che non è possibile farlo, che mancano delle fototessere noncuranti ovviamente del fatto che difficilmente la persona in questione avrà i soldi per poterle fare o anche solo banalmente sappia dove si possano fare.
I viaggiatori afghani a quanto pare sono organizzati con altri connazionali, li si vede dormire sotto i ponti ma nessuno si interfaccia con noi.
Mentre la cosa più evidente è che ad ogni angolo c’è un “passeur”, colui che dà passaggi, che sta contrattando con gruppuscoli di persone il prezzo e la tratta per portar loro in Francia. A quanto pare esistono dei legami tali tra passeur e la ’ndrangheta per cui queste fantomatiche macchine passano senza controlli a determinati orari la frontiera. Questi non vengono minimamente osservati dalle camionette militari che girano né dalla polizia che gli passa accanto. Allucinazioni negative selettive riescono a risparmiare i passeur dalla loro vista.

Il sole è sorto da diverse ore per cui chi dorme lungo il Roja si è già spostato, accanto al fiume corre il famoso ponte delle Gianchette dove qualche shebab si ripara dal sole nell’attesa di trovare qualche passeur a basso costo o di rimediare del cibo alla Caritas sul lato opposto della strada che ospita alcune famiglie, donne e bambini.
I migranti che si incontrano per strada sono infatti quasi tutti uomini giovani, S., l’unico uomo di 37 anni passa per l’anziano del gruppo e per primo si definisce tale: “I miei compagni possono provare a passare in Francia a piedi, due giorni di cammino. Io no, sono vecchio, non posso fare questi sforzi”. È’ una delle prime persone con cui mi fermo a parlare; racconta di essere partito dal Sudan due mesi prima, fuggito dalla guerra lasciando la moglie e due figli piccoli lì per cercare di fare il ricongiungimento una volta arrivato in Francia. 12 giorni in barca, seduto, senza potersi muovere, senza potersi mai sdraiare, senza cibo, con un sorso d’acqua al giorno, il minimo indispensabile per non morire. Arrivato in Sicilia è stato portato in unHotspot. “Si, era una prigione, ma comunque meglio della croce rossa, almeno si mangiava bene e avevo un letto”. Dopo qualche ora S. si riavvicina a me per chiedermi come possa tornare in Sudan. Gli chiedo se non pagherebbe delle conseguenze pesantissime, mi risponde di si, ma dopo due mesi ha perso le speranze, l’unica è cercare di tornare in Sudan. Le storie che si raccolgono in qualche ora sono tantissime, oltrepassano il limite della lingua, due shebab mostrano le loro unghie ancora tinte dall’hennè, si sono sposati giusto qualche mese fa, poco prima di partire, altri raccontano di essere dovuti scappare perchè si sono rifiutati di eseguire ordini militari che prevedevano lo sterminio di intere città che si erano ribellate al governo e di essere quindi perseguitati non solo loro ma le loro famiglie, i loro amici.
S. una volta rilasciato dall’Hotspot in Sicilia ha risalito l’Italia “in treno e a piedi, un po’ in treno, un po’ a piedi” ed è stato poi identificato e trattenuto nel centro della croce rossa “lì non si sta bene, è peggio che essere in un carcere. Tante persone vengono picchiate, chi non vuole rilasciare le impronte viene picchiato e non ci danno da mangiare” due ragazzi accanto a lui intervengono “un pugno di riso, mezzo panino e una mela”, “perché veniamo picchiati se non vogliamo dare le impronte? Non vogliamo rimanere in Italia, alcuni hanno parenti che li aspettano in Francia, perché non possiamo decidere dove fermarci?”.

Solo qualche giorno dopo sento dei funzionari raccontare che i no borders cercano di convincere i migranti a ribellarsi e a reclamare i loro diritti. Fa parte anche questo di un semplice pensiero razzista: i migranti sono persone non pensanti, incapaci di reclamare i loro diritti. Qualche bianco intelligente deve spiegare loro che non ricevono un trattamento degno.

Siamo ancora al binomio bianco-nero, anzi bianconoborders-nero. Il manovratore bianco intelligente ed il nero stupido pecorone. A Ventimiglia il colore della pelle è ancora ciò che più determina il tuo destino, proprio come 70 anni fa il cognome ebraico.
Uso il parallelismo con gli ebrei perché è la storia più recente che commemoriamo tutti gli anni. Intorno al 25 Aprile vengono commemorate le famiglie che hanno fatto nascondere gli ebrei in casa e chi rappresenta lo stato onora il coraggio di queste persone. Lo stesso stato che utilizza misure anticrimine come i fogli di via nei confronti di chi si limita a trattare come esseri umani queste persone in viaggio che scappano dalla guerra, che cercano di raggiungere un paese, che cercano un futuro dignitoso. A Ventimiglia viene trattato come un terrorista o un appartenente alla criminalità organizzata chi dà cibo e acqua a chi ha fame e sete.

Sono le persone che abbiamo incontrato in questi giorni che abbiamo poi visto scappare da sotto il ponte della ferrovia lungo i binari con la speranza di arrivare in Francia. Hanno percorso chilometri lungo binari bui, lungo le gallerie, cercando di evitare fili dell’elettricità, paletti di ferro arrugginiti (se ti ferisci non riesci più a camminare velocemente e rimani indietro) nel buio più totale senza luce per paura che qualcuno ti veda e ti denunci alla polizia, camminando sulle pietre tra un binario e l’altro magari senza scarpe o con solo un paio di infradito. Se non conosci i rumori di un posto, la forma delle gallerie, la lunghezza del percorso, penso sia una delle cose più terrorizzanti che si possano vivere. E alla fine di questo ennesimo incubo sono stati rinchiusi in un parcheggio, senza poter bere e mangiare tutto il giorno per poi essere picchiati violentemente, brutalmente, insultati, trattati come animali cui ci si rivolge con i versi delle scimmie.. com’era? Se questo è un uomo?
Non lo so: questo è un uomo per lo stato italiano?

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Ventimiglia – Un’intervista a due attivisti sulProgetto 20K, sull’accerchiamento poliziesco dei migranti avvenuto il 5 Agosto al confine con la Francia, sul razzismo esplicito delle Forze dell’Ordine italiane e sulle violente cariche con relativi fermi e fogli di via alla fine di quella lunga giornata (tratto da Milano in Movimento).

Ventimiglia: se questo è un uomo

Il mostro “No Border” è stato creato

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Ci siamo.

Il mostro “No Border” è stato creato; questa volta, perché no, aggiungendovi un paio di artigli degni di un film americano di serie B.

Anche lo scenario costruitovi attorno non se ne discosta di molto. Nulla di veramente nuovo: criminalizzare con tutti i mezzi possibili coloro che alzano voci scomode e coloro che sono presenze scomode; è da sempre una delle prime tattiche pergiustificare mozioni di censura per gli uni eatti di violenza per gli altri.

In questo modo, privata di voce propria, sarà la vittima con le dita spezzate a doversi giustificare davanti ai suoi torturatori.

Questa volta non si può non reagire di fronte a livelli di strumentalizzazione e palese menzogna raggiunti dagli attori di questo teatrino di carta. Da giorni, con l’aiuto di titoli roboanti, media e giornalisti si dilettano nell’esercizio dell’amalgama, gettando nello stesso calderone mediatico fatti e avvenimenti non connessi  tra loro, illazioni e invenzioni tanto false quanto di sicuro effetto sull’immaginario comune; nel frattempo, tutt’altri fatti continuano ad avere luogo.

Parole come “antagonisti”, “terroristi” e “migranti”, “rivoltosi”, “No Borders” e “attivisti siriani esperti nella guerriglia” (e qui un plauso particolare per chi ha saputo pensare un tale inedito accostamento) diventano spauracchio e pretesto per minimizzare le uniche parole che non hanno bisogno di nessuna virgoletta: violenza e deportazione come vissuto quotidiano di persone stigmatizzate ovunque, per la loro sola presenza. Screditare tale vissuto e le opinioni di chi vuole solidarietà, equivale a partecipare eliberatamente a forme di disinformazione e demonizzazione inaccetabili.

Il crimine vero è già in atto ed è quello di ridurre persone e situazioni complesse a figurine ritagliate e stereotipate, alimentando astio e aprendo la porta ad ogni tipo di repressione, stroncando di fatto ogni chance di incontri possibili e necessari. Scelta di alcuni che diventa deriva aberrante e sconsolante di un mestiere, quello di fare informazione.

L’intenzionalità attribuita al movimento e svenduta come minaccia, è in realtà diretta conseguenza della scelta di alcune persone di muoversi attraverso il proprio Paese – e oltre – per scoprire, con i propri occhi, lo stato attuale di una situazione che coinvolge migliaia di esseri umani in Europa, lungo i suoi confini – oramai disseminati in tutto il territorio e non più solo nei margini amministrativi – e ben aldilà di questi.

Difronte alla quotidianità dei migranti, le cui parole sono troppo spesso lasciate nel silenzio, continuerà la tragicommedia fatta di repressione poliziesca e distorsione mediatica.

Osservando tutto ciò, non possiamo che invitare chiunque legga, sempre e ancora una volta, a venire a vedere la realtà con i propri occhi.

In particolare vi invitiamo alla massima diffusione e partecipazione all’evento in programma per il 14 e 15 Agosto:https://www.facebook.com/events/1270427149664786/

Il mostro “No Border” è stato creato

Auguri Fidel

 

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Cuba libre e in festa per Fidel

Cuba. Dopo 11 presidenti Usa, diverse crisi mondiali e vari tentativi di liquidare con ogni mezzo l’esempio cubano, la Revolución e il suo «lider maximo» sono ancora lì: 57 anni la prima, 90 – compiuti oggi – il secondo

Nell’ultimo decennio, Fidel Castro – che compie 90 anni oggi – ha vissuto lontano dal potere che occupava dal 1959. Nell’agosto del 2006, dopo un viaggio in Messico, venne operato d’urgenza e si temette per la sua vita. «Diverticolite acuta», fu la sentenza dei medici. Si vociferò anche di un cancro.

Il passaggio di consegne al fratello Raúl fu immediato, anche se divenne ufficiale nel 2011. Da allora in poi il comandante en jefe vive ritirato nella sua residenza a L’Avana con la moglie Dalia Soto del Valle e appare di rado in pubblico, come in occasione dell’ultimo congresso del partito comunista pochi mesi fa dove è persino intervenuto brevemente. Ogni tanto scrive le sue riflessioni per i giornali cubani e qualche nota storico/biografica.

Castro ha visto sfilare numerosi presidenti statunitensi nel corso della sua leadership: Dwight D. Eisenhower, John F. Kennedy, Lyndon B. Johnson, Richard Nixon, Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan, George Bush, Bill Clinton, George Bush junior, Barack Obama. Presto sarà alle prese con il presidente numero 12 (va tenuto anche conto delle doppie presidenze di Reagan, Clinton, Bush junior e Obama). Obama, nel suo recente viaggio a Cuba, ha dovuto riconoscere che la politica americana contro l’isola «è stata fallimentare».

È quindi presto detto perché Castro appartiene ai miti viventi che hanno i nomi stampati sulle enciclopedie. Su di lui si può pensare tutto il male o tutto il bene possibile, resta il fatto che ha attraversato incolume oltre sessant’anni di storia contemporanea. Ha vissuto l’intero tunnel della “guerra fredda”, sfruttando a dovere la contrapposizione Stati Uniti-Unione Sovietica per ritagliarsi uno spazio nella politica mondiale all’ombra di Mosca, e poi – dopo il 1989 – ha saputo posizionarsi nella realtà internazionale diventata unipolare senza portare a un punto di rottura la contrapposizione con Washington e superando pure la crisi del “socialismo reale”.

Nel 1959, anno della rivoluzione cubana, alla guida dell’Unione Sovietica c’era Nikita Krusciov, mentre in Vaticano il Papa era Giovanni XXIII. Castro ha ricevuto nel frattempo a L’Avana Vladimir Putin, ultimo presidente russo, Giovanni Paolo II (il Pontefice della caduta del Muro di Berlino), Benedetto XVI, papa Francesco, molti leader latinoamericani e Jimmy Carter (unico ex presidente statunitense a tentare con Obama una riconciliazione con l’isola).

Fidel è stato pure tra i principali leader del Movimento dei paesi non allineati e ha incontrato innumerevoli personaggi che appartengono alla storia del XX secolo: Nikita Krusciov, Leonid Breznev, il maresciallo jugoslavo Tito, Salvador Allende, Malcolm X, Indira Gandhi, Nelson Mandela, Yasser Arafat, Hugo Chávez, i dirigenti del Fronte sandinista del Nicaragua, gli esponenti dei movimenti progressisti dell’Africa e dell’America Latina, tanti intellettuali a iniziare da Ernest Hemingway che visse a Cuba fino ai primi mesi del 1960.

Detentore di tre record
Oltre all’indubbio record della longevità politica, il presidente cubano detiene il guinness dei primati per il discorso più lungo della storia: il 24 febbraio 1998, un intervento di sette ore e quindici minuti di fronte al Parlamento cubano. Il terzo record detenuto da Castro è quello degli attentati contro la sua persona. Dopo il 1989, sono stati resi pubblici alcuni documenti della Cia su cui pesava fino a quel momento il segreto di Stato.

Dalla loro lettura si apprende che i piani per eliminare fisicamente il leader cubano sono stati 637 dal 1959 in poi, con una media di più di uno al mese. Usando sigari e pasti avvelenati, corrompendo alcuni suoi collaboratori, finanziando attentatori nel corso dei viaggi all’estero di Castro si è tentato in tutti i modi di assassinarlo. Gli attentati sono falliti uno dopo l’altro, grazie agli efficienti servizi di sicurezza cubani e alla buona stella di Fidel.

Il 13 agosto 1926 Lina Ruz González e Ángel Castro y Argiz, proprietario terriero del podere Manacas a Birán nella zona orientale di Cuba, hanno il loro terzo figlio: Fidel Alejandro Castro Ruz. Ángel Castro, nato in Spagna, era giunto a Cuba dalla Galizia con l’esercito spagnolo ai tempi della guerra ispanoamericana. Dopo la fine del conflitto, decide di rimanere nell’isola e nel 1904 va a lavorare presso la ferrovia della United Fruit Company.

Con i risparmi compra un podere a Birán, nei pressi della cittadina di Mayarí. Angel Castro sposa Lina Ruz González, nativa di Pinar del Rio (morirà nel 1963). Da questo matrimonio nascono sette figli: Angela, Ramón, Fidel, Juana, Raúl, Emma e Augustina. Ángel Castro muore nel 1957 e non assiste, a differenza di sua moglie, ai trionfi rivoluzionari del terzogenito.

In ossequio alle origini sociali di buona famiglia, Fidel è educato nei collegi La Salle e Dolores di Santiago e poi nella rinomata scuola privata gestita dai gesuiti di Belén a L’Avana, dove si diploma nel 1945. In quell’anno si immatricola presso la Facoltà di Giurisprudenza.

Nello stesso anno scopre la vita politica. Entra a far parte del gruppo studentesco Manicatos, che ha tra i suoi obiettivi quello di denunciare il degrado istituzionale e politico di Cuba. Nel 1947 aderisce al Partito ortodosso, formazione politica d’ispirazione democratica e nazionalista diretta da Eduardo Chibás.

Pur avendo molti amici tra le fila dei giovani comunisti, Castro appare negli anni universitari più attratto da posizioni nazionaliste e dal pensiero indipendentista di José Martí che da riferimenti marxisti. Nel 1950, dopo essersi laureato a pieni voti, inizia l’attività di avvocato e apre con altri giovani colleghi uno studio in via Tejadillo, nel cuore dell’Avana Vieja. I clienti che bussano a quella porta sono soprattutto operai e lavoratori poco abbienti.

Castro si candida alle elezioni parlamentari del 1952 tra le fila del Partito ortodosso in una delle circoscrizioni dell’Avana. Il 10 marzo il golpe di Fulgencio Batista annulla la competizione elettorale. Dopo il golpe, Castro si convince della necessità di intraprendere la lotta armata. Alcuni esposti giuridici presentati da lui stesso contro il colpo di mano di Batista non hanno avuto esito. I golpisti sospendono tutte le garanzie costituzionali promettendo elezioni entro il 1954.

26 luglio 1953, data fatidica
Il 26 luglio 1953 è la data che avvia la rivoluzione cubana sotto la direzione di Castro. Fidel e 165 militanti del Movimento 26 luglio – fondato da lui stesso – decidono di dare l’assalto alla caserma Moncada e ad altri luoghi strategici di Santiago di Cuba. L’iniziativa fallisce, 29 giovani sono assassinati. Castro è arrestato assieme al fratello Raúl e ad altri militanti.

Nel processo, il leader del Movimento 26 luglio pronuncia da solo l’arringa difensiva diventata famosa con il titolo «La storia mi assolverà». Quel discorso diventa il manifesto politico della rivoluzione cubana. Fidel e i militanti del suo movimento sono scarcerati il 15 maggio 1955, dopo ventidue mesi di prigione, grazie all’amnistia promulgata dal governo di Batista

Fidel si trasferisce in Messico, dopo un viaggio negli Stati uniti che serve a raccogliere fondi per il Movimento 26 luglio presso la comunità cubana. È in Messico che incontra per la prima volta Ernesto Che Guevara. Il 25 novembre 1956, a bordo della piccola imbarcazione Granma, 82 uomini (tra cui l’italiano Gino Donè) partono alla volta di Cuba.

Solo in 15 sopravvivono ai primi scontri con l’esercito batistiano, ma saranno appena 12 coloro che si uniranno a Castro per proseguire la lotta. Il braccio di ferro con l’esercito dura fino al 2 gennaio 1959, quando Guevara e Camilo Cienfuegos fanno il loro ingresso trionfale a L’Avana. Batista riesce a fuggire a Santo Domingo nella notte del 31 dicembre 1958. Castro giunge trionfalmente a L’Avana giovedì 8 gennaio 1959.

La rivoluzione radicalizza il suo programma già nei primi mesi del 1959. Il 15 febbraio Castro diventa primo ministro e da quel ruolo sconfigge le componenti moderate dello schieramento che aveva battuto la dittatura di Batista. Si profilano le prime decisioni politiche: la campagna di alfabetizzazione di massa, la riforma agraria, l’avvio delle nazionalizzazioni.

La scelta di una via «socialista» per la rivoluzione cubana è però annunciata da Fidel solo nell’aprile del 1961, alla vigilia del fallito tentativo di invasione mercenaria di Cuba finanziata dagli Stati Uniti (quella che va sotto il nome di «Baia dei porci»).

Nell’ottobre 1962 scoppia la «crisi dei missili». Il 14 ottobre un aereo spia di Washington fotografa una serie di basi missilistiche dotate di ordigni nucleari che i sovietici stanno costruendo a Cuba. Il presidente Kennedy dà l’ultimatum a cubani e sovietici: quelle basi vanno smantellate. Per rendere efficace il diktat, ordina alla sua flotta navale in assetto di guerra di circondare l’isola. Senza consultare Castro e il governo dell’Avana, Nikita Krusciov, da Mosca, ordina l’alt alle operazioni militari su territorio cubano.

Il ruolo di Ernesto Guevara
In queste prime fasi della rivoluzione al potere è Ernesto Guevara ad assumere il ruolo di colui che acuisce il dibattito e chiede una scelta netta tra opzioni politiche differenti. Castro si limita a seguirne la scia, a rafforzare il suo ruolo di leader indiscusso alternando prudenza e radicalità.

Guevara lascia ufficialmente Cuba nel 1965. È probabile che fino alla decisione di organizzare la guerriglia in Bolivia guidata da Guevara ci sia una divisione di compiti tra Castro e il Che: il primo farà lo statista in patria con l’obiettivo di istituzionalizzare la rivoluzione, pronto a nuove avventure rivoluzionarie se in altri paesi le guerriglie dovessero acquisire consenso; il secondo si assume la responsabilità di far uscire Cuba dall’isolamento in America Latina, condizione per liberarsi dall’abbraccio soffocante con l’Unione Sovietica di cui proprio il Che ha intuito il destino. La morte di Guevara nel 1967 in Bolivia chiude un’epoca della rivoluzione cubana e dell’America Latina. Cuba ripiega e si allinea all’Urss.

Nel 1988 Castro prende posizione nei confronti della politica di riforme avviata da Gorbaciov a Mosca: «Nella storia delle rivoluzioni non ce ne sono due uguali. Se si fosse dato retta ai classici del marxismo, quella cubana non ci sarebbe stata. Cuba non ha mai copiato gli altri paesi socialisti. Gorbaciov sta risolvendo i problemi dell’Urss. Noi abbiamo problemi diversi». Gorbaciov, accompagnato dalla moglie Raissa, arriva in visita ufficiale a L’Avana il 2 aprile 1989. Cuba è dipinta in quei giorni dai media come «l’Albania dei Caraibi».

Abbondano le previsioni su un «Fidel solitario e sconfitto», destinato a perdere i benefici degli anni della guerra fredda tra Mosca e Washington. Tra il 1989 e il 1990 un nutrito gruppo di giornalisti fa scalo a L’Avana. Vengono redatti articoli-fotocopia con gli stessi titoli: «L’agonia cubana», «Gli ultimi giorni di Fidel Castro». Quanto accade nelle altre capitali dei paesi del “socialismo reale” e la dipendenza di Cuba da quelle economie sembrano dare ragione ai profeti di sventure. Ma lo sconfitto sarà Gorbaciov, non Castro. L’Avana tenta un ritorno alle origini della rivoluzione ma deve aprire al turismo e ad alcune riforme economiche.

Tad Szlulc e K. S. Karol, due degli studiosi più documentati su Cuba, hanno individuato fin dagli anni Settanta nel centralismo onnivoro di Fidel il limite maggiore dell’avventura politica rivoluzionaria dell’Avana. Per alcuni decenni il suo dominio sulla politica cubana è stato assoluto: presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei ministri, primo segretario del Partito comunista, comandante in capo delle Forze armate di terra, della Marina e dell’Aviazione.

L’eccesso di centralizzazione di poteri nella figura di Castro resta in effetti uno dei limiti dell’esperienza politica di Cuba sotto la sua gestione. Nei discorsi degli ultimi anni, Fidel ha insistito pedagogicamente sulla certezza che Cuba non piegherà la testa perché il suo popolo ha acquisito una «profonda coscienza di sé e l’orgoglio dell’indipendenza».

A molti sembra di scorgere in quella fiducia il riaffiorare della giovanile formazione culturale in un istituto di gesuiti della capitale cubana: la missione della politica – quasi fosse una religione – è redimere l’umanità, rendendo uguali gli uomini e le donne nei loro diritti e nei loro stili di vita. Da qui la diffidenza di Fidel verso le diseguaglianze sociali indotte dall’economia mista introdotta nell’isola e dallo sviluppo del turismo. Comunque, la rivoluzione cubana e Fidel sono ancora lì: 57 anni la prima, 90 anni il secondo.

http://ilmanifesto.info/cuba-libre-e-in-festa-per-fidel/

Ingiusta detenzione, risarcito Manolo Morlacchi

La storia di Manolo Morlacchi, arrestato con l’accusa di aver rifondato le Brigate Rosse. 150 giorni di carcere e assolto nei tre gradi di giudizio “perché il fatto non sussiste”, cioè con la formula più ampia.

Manolo Morlacchi non è uno qualunque e probabilmente non aveva neanche voglia di esserlo, quando ha scritto e pubblicato un libro “la fuga in avanti” in cui racconta e rivendica con orgoglio la storia di una famiglia di partigiani e comunisti. Uno di loro, (dieci fratelli) è suo padre, ed è stato un leader delle Brigate rosse.

Così, un po’ per il libro (come lui stesso racconta in una lettera pubblicata dalmanifesto) un po’ perché il cognome Morlacchi “fa titolo” sulle prime pagine, il 13 gennaio 2010 Manolo viene arrestato perché sospettato di far parte di un gruppo che voleva resuscitare le Brigate Rosse. I reati contestati? Associazione sovversiva e partecipazione a banda armata. Nessun reato specifico, nessun fatto, secondo una prassi inaugurata da certa magistratura nelle indagini per terrorismo e travasata ormai dagli anni settanta fino a oggi ogni giorno in ogni processo di mafia, corruzione o abigeato che sia.

Se pensiamo al fatto che una settimana fa negli Stati Uniti una retata dell’Fbi ha sgominato il gotha delle famiglie mafiose di origine italiana (Genovese Gambino Lucchese Bonanno) arrestando 46 persone e contestando “solo” fatti specifici, si capisce bene la differenza tra un sistema giudiziario che funziona e uno traballante come quello italiano. Nel sistema anglosassone (come nella gran parte degli ordinamenti giudiziari occidentali) non esistono i reati associativi autonomi. Del resto che bisogno c’è? Se un reato è commesso da più persone, dovrebbe bastare un’aggravante. Ai 46 arrestati negli Stati Uniti sono stati contestati i reati di estorsione, incendio doloso, usura, gioco d’azzardo illegale, frode, traffico di armi, aggressione, eccetera. Il che significa che il rappresentante della pubblica accusa ha ritenuto di avere sufficienti prove per portare questi signori a processo su fatti specifici.

Manolo Morlacchi però viveva in Italia, in quel 2010, con un lavoro e una famiglia con due bambini piccoli. Ha perso lavoro e reputazione in un battibaleno. Rimane in carcere senza prove né fatti specifici da gennaio a giugno e gli è anche andata bene (si fa per dire) perché il suo processo arriva a sentenza definitiva in soli quattro anni. E’ assolto nei tre gradi di giudizio “perché il fatto non sussiste”, cioè con la formula più ampia.

La prima cosa che vorremmo sapere, a questo punto, è che brillante carriera (come i magistrati di Tortora) stanno facendo a Roma un certo Pm e un certo Gip, e anche i giudici del tribunale del riesame che hanno confermato (come spessissimo accade) la custodia cautelare in carcere per cinque mesi di un innocente. Poiché il governo Renzi giustamente vanta il fatto di aver indotto il Parlamento a votare la legge (modestissima) sulla responsabilità civile dei magistrati, ci pare che in questo caso qualcuno dovrebbe pagare per quei 156 giorni di ingiusta detenzione subita dal signor Manolo Morlacchi.
Invece che cosa succede? Che avendo il legale dell’ex imputato presentato la richiesta di risarcimento del danno, chi si mette di traverso? Proprio il governo, nelle vesti del Ministro dell’economia, il quale presenta in Cassazione un ricorso opposto, sostenendo che Morlacchi non ha diritto a niente, che gli è andata anche troppo bene. Gli argomenti sono all’apparenza solo tecnico-giuridici, e riguardano l’interpretazione dell’art. 314 del codice di procedura penale. Il quale disciplina i casi in cui l’ex imputato poi assolto ha diritto “.. a un’equa riparazione per la custodia cautelare subita, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave”.

Che cosa significa? Che l’innocente deve stare ben attento a non indurre, con il suo comportamento, lo sprovveduto e ingenuo Pm a crederlo colpevole. L’interpretazione si gioca tutta sul dolo e la colpa grave.

Fu cattivello Giulio Petrilli , cui fu negato il risarcimento: non apparteneva a Prima Linea (ma intanto girava le carceri speciali), era innocente, ma forse frequentava “cattive compagnie” e pertanto ha indotto il magistrato a ritenerlo colpevole. Sulla stessa scia l’ultima sentenza della quarta sezione di cassazione del 4 luglio scorso e pubblicata dal Sole 24 ore l’8 agosto.

Nel caso di Morlacchi pare sia prevalso il senso di colpa, tanto era stato clamorosamente assurdo quell’arresto. Così la cassazione ha deciso di dargli una paghetta: 15.600 euro, cento al giorno.

da il dubbio

“Dieci minuti, ragazzi”. Racconto di ordinaria repressione a Ventimiglia

A Ventimiglia, alla frontiera tra la Francia e l’Italia, centinaia di persone di passaggio venute dalla Somalia, l’Eritrea e altri paesi tentano ogni giorno il passaggio della frontiera per chiedere il diritto di asilo in Francia o continuare il loro cammino verso altri paesi più al nord .

Per inizio agosto é stato proposto un momento di incontro per tutti coloro volessero aiutare queste persone .

Ma lo Stato italiano contina a inviare carabinieri e controlli per initimidire un po tutti, utilizzando mezzi « legali » per intervenire  con violenza e perquisire veicoli e abitazioni . Ecco il racconto di un episodio certo minore ma che parla della messa in scena della questura di Imperia sul territorio .

Carabinieri, polizia e gendarmi, con la municipale che pattuglia queste localitá turistiche. Bikini colorati, crema solare e cappello di paglia. Ma non per tutti, può capitare infatti, in una limpida mattinata d’ agosto, di venir controllato e arrestato a Fanghetto, valico transfrontaliero distante 15 km da Ventimiglia perché « le vostre apparenze potrebbero rilevare un collegamento con una presenza antagonista ». Osservazione non del tutto falsa.

E’ così che « due francesi e una donna toscana residente a Parigi » si ritrovano in una caserma di Ventimiglia e ci passeranno 10 ore. L’ accusa è pesante.

Alla terza perquisizione del loro veicolo, BINGO !!, le prove schiaccianti sono rinvenute: un quadretto nero riportante l’ invito a raggiungere le persone di passaggio a Ventimiglia. E allora via, anche una pinzetta  e le forbicine da bagno, ogni oggetto della vita quotidiana di chi cerca di vivere in maniera relativamente autonoma diventano un’arma potenziale.

Quasi immediatamente l’Ansa e qualche altro media, probabilmente dopo una telefonatina del piccolo duce della Questura di Imperia[1], parlano di «  due donne e un uomo, trovati in possesso di bastoni, spranghe, catene e coltelli ».

La barzelletta ! Si tratta di un vecchio rastrello, 3 pesi di misura per la cucina e un coltello un po’ piú grande della norma trovato in una cassetta in mezzo a qualche pentolino.

Per il questore di Imperia, Leopoldo Laricchia, anche la carta igienica una potenziale arma ?

Ma per gli sbirri é pesante, i No Borders, che « attraverso i siti social, riconducibili agli ambienti della sinistra radicale, dell`anarchia e dell`antagonismo in genere, ne hanno pubblicizzato l`iniziativa a livello nazionale e non si esclude che la circostanza possa offrire il pretesto per dare vita a contestazioni di natura violenta o illegale ». A colpi di  vecchio rastrello, è certo !

 Un NoBorder a l’offensiva

La giornata trascorre in una stanzetta che evoca la sala d’attesa di un ambulatorio medico, con tanto di riviste sull’arma da poter consultare. Nessun interprete per gli stranieri, unica strategia applicata, il tentativo di divisione.

rivista arma

L’italiana del gruppo inizia a subire una serie di pressioni e minacce prima in maniera soft, lo sbirro che fa il gentile “ io lo capisco che volete aiutare queste persone ma poi ci tirate addosso di tutto” e sempre peggio, “ pensavi di prenderci per dei fessi, adesso vedrai come te ne vai in vacanza”. L’altro sbirro,Big Gim,  pettorale ben gonfiato e sopracciglia fatte al millimetro, sbatacchia e sbraita nel suo ufficio “ Non ci sto calmo, perché ieri un collega é morto ed é a causa vostra”.  Minaccia di perquisizione al domicilio e infine “ per te è una procedura ma per i francesi un’altra, quindi se tu vuoi puoi uscire….”

Da 8 ore dovremo poter uscire “ tra dieci minuti”, “ tra dieci minuti”, “tra dieci minuti”, “ tra dieci minuti”. Alla fine eccoli, arrivano i fogli di via per tutti e tre e piccolo souvenir della questura di Imperia per i francesi, l’allontanamento e il divieto di entrare in Italia per 5 anni.

Qui come altrove la repressione assume forme sempre piu grottesche. In parellelo a queste ridicole scene di criminalizzazione, grazie allo stato italiano le persone di passaggio errano senza acque ne cibo per Ventimiglia.

[1]                      [1] Piccola nota storica relativa a Imperia, si tratta di una città fondata da Mussolini negli anni ’20. Il contesto attuale mostra che si respira la stessa aria e che l’orientemento autoritario e fascista continua a riprodursi con strumenti di sorveglianza e di controllo.

Cella zero, 22 agenti indagati per i pestaggi nel carcere di Poggioreale

A Gennaio 2014 Fanpage.it, in un servizio esclusivo, raccoglie la testimonianza di un ex detenuto che apre lo squarcio decisivo sull’orrore della “cella zero” del carcere di Poggioreale. Ma le denunce – scopriamo –  erano già 40, ed erano tra le mani della Garante dei Detenuti della Campania, Adriana Tocco. Pareti sporche di sangue, maltrattamenti, percosse, timpani perforati a suon schiaffi e pugni. “Erano le dieci e mezza di sera. All’improvviso, senza motivo sono stato portato giù nella cella zero: le guardie mi hanno fatto spogliare nudo, mi hanno picchiato, mi hanno umiliato”: così iniziava l’intervista realizzata dal nostro giornale, che raccontava l’esistenza di una “cella zero” e di indicibili violenze. Una Abu Ghraib napoletana.

Una lunga battaglia contro le violenze in carcere

Ma erano anni che si parlava di una cella degli orrori. Il primo a denunciarne l’esistenza, nel 2012, è stato Pietro Ioia, attivista per i diritti dei detenuti, presidente dell’associazione degli ex detenuti napoletani, che contro i maltrattamenti nel carcere napoletano ha ingaggiato una lunga battaglia. Sempre nel 2012, dopo la denuncia di Ioia, l’associazione “Il carcere Possibile”, guidata a quei tempi dall’avvocato Riccardo Polidoro, presentò un esposto in Procura a Napoli. Nel 2014, a seguito del servizio e della conseguente bufera mediatica, fu aperta un’altra inchiesta condotta dai procuratori aggiunti Valentina Rametta e Giuseppina Loreto e coordinata dal pm Alfonso D’Avino, che accorpò anche la precedente. Poi seguì una visita della Commissione Libertà Civili del Parlamento europeo e la direttrice, Teresa Abate, fu sollevata dall’incarico e trasferita in un’altra sede. Anche l’associazioneAntigone Campania e i Radicali ebbero parole dure per quella modalità di gestione del carcere, improntata sulla violenza. L’esistenza della cella espressamente “adibita” ai pestaggi non sembra aver trovato ancora riscontri specifici nell’attività investigativa, ma ci sono22 agenti indagati e un medico per lesioni e abuso di mezzi di correzione nei confronti dei detenuti.

L’inchiesta della Procura di Napoli

L’inchiesta della Procura di Napoli, condotta dai procuratori aggiunti Valentina Rametta e Giuseppina Loreto e coordinata dal pm Alfonso D’Avino, è molto complessa ma stamattina sono arrivati i 23 avvisi di conclusione delle indagini: ora bisognerà capire se per gli indagati si deciderà il rinvio a giudizio o l’archiviazione. Al di là della verità giudiziaria, che emergerà, c’è quella raccontata, vissuta, incisa sulla pelle degli ex detenuti. “Dopo le denunce, con il nuovo direttore non arrivano più notizie di pestaggi e violenze sui detenuti – racconta Pietro Ioia – E’ un risultato straordinario. Io per primo ho subito tante volte violenze all’interno di quel carcere. Anche per futili motivi, come nel 1995: mi pestarono a sangue perché avevo un mazzetto di carte in cella, con il quale passavo il tempo. Una volta, negli anni Ottanta, sono stato anche incappucciato e minacciato con un cappio”. Ma Ioia non era certo un’eccezione: “Negli anni ho visto centinaia di detenuti con i timpani spaccati e gli ematomi sul corpo”.  Tanto è stato fatto, dopo la bufera, ma tanto resta ancora da fare: “Per trent’anni c’era una squadretta, un gruppo fisso di persone – racconta – Da quello che so, le guardie indagate non hanno più contatti con i detenuti”. Se ci sarà un processo, annuncia Ioia, l’associazione degli ex detenuti napoletani si costituirà parte civile: “Oggi è un’ulteriore conferma che ho sempre detto la verità, nonostante i tanti attacchi ricevuti per questo”.

Il carcere di Poggioreale sta lentamente cambiando

Dopo lo scandalo, il direttore del carcere di Poggioreale, da due anni, è Antonio Fullone:dagli ambienti penitenziari trapela una relativa serenità rispetto a quanto sta accadendo, si era preparati all’eventualità di uno sviluppo delle indagini in questo senso e negli anni si è cercato di rasserenare il clima tra guardie penitenziarie e detenuti, seppur in un contesto complicatissimo – sovraffollamento, inclinazione alla violenza, condizioni a volte fatiscenti del carcere – e ora un primo risultato raggiunto sembra essere una complessiva diversità relazionale. Contestualmente, ci sono stati alcuni cambiamenti all’interno della casa circondariale che – ricordiamo –  tra il 2013 e il 2014 è stata nell’occhio del ciclone e sotto i riflettori dell’Europa, pietra dello scandalo per la condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Si è avviata la ristrutturazione di alcuni padiglioni, avviate alcune azioni di manutenzione straordinaria, sono state raddoppiate le ore di passeggio, si stanno introducendo varie attività e si stanno sperimentando le celle aperte, almeno in una parte dell’istituto di pena. Ma tanto resta ancora da fare: basti pensare che Poggioreale è di nuovo sovraffollato, e quest’anno ha toccato e superato più volte la soglia dei 2mila detenuti. Sul versante della violenza, dagli ambienti penitenziari c’è chi pone l’accento sul lavoro psicologico e di accompagnamento che si sta facendo, un cambiamento culturale assolutamente necessario. ( Gaia Bozza daFanpage )

Poggioreale/Antigone. “Bene si faccia chiarezza. Se le denunce fossero provate, ancora una volta mancherebbe il reato di tortura”

Si è chiusa oggi l’inchiesta sulle violenze che sarebbero avvenute nel carcere di Poggioreale – e in particolare nella cosiddetta “cella zero” – tra il 2012 e il 2014. A denunciarle furono alcuni detenuti che, direttamente, avrebbero subito tali violenze per le quali oggi 23 persone (22 agenti di polizia penitenziaria e un medico) risultano indagate.

La cella zero sarebbe una stanza vuota, senza videosorveglianza, sporca di sangue sulle pareti.

I reati ipotizzati a vario titolo dalla Procura di Napoli – che segue l’inchiesta – vanno dal sequestro di persona, all’abuso di autorità, maltrattamenti, lesioni, violenza privata.

“Ogni tentativo di fare chiarezza è sempre importante, soprattutto nei casi di violenze che avvengono quando un cittadino è sottoposto all’affidamento dello Stato” dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. “Quello che ci auguriamo è che si arrivi presto ad appurare eventuali responsabilità senza che, nel caso di colpevolezza degli indagati, intervenga la prescrizione come già avvenuto in altri casi simili”.

“In episodi come quelli denunciati nel carcere di Poggioreale, infatti, il rischio di prescrizione, proprio nei casi di colpevolezza, è sempre molto alto poiché spesso le denunce avvengono molto tempo dopo i fatti, anche per paura di eventuali ritorsioni finché si è sottoposti a custodia” prosegue Gonnella che sottolinea come, dai primi casi che emergerebbero da queste denunce, sarebbero già passati 4 anni.

“Purtroppo, se i fatti denunciati corrispondessero a realtà, dovremo constatare ancora una volta come in Italia manchi il reato di tortura poiché, soprattutto le violenze che sarebbero avvenute nella cella zero, questo sono”. “Reato di tortura – sottolinea ancora il presidente di Antigone – che eviterebbe anche il rischio della prescrizione e quindi dell’impunità”.

“Per tale ragione – conclude Gonnella – chiediamo che non si perda ulteriormente tempo e a settembre il Parlamento ricalendarizzi la discussione e approvi la migliore legge possibile”.

Un ulteriore elemento riguarda la questione dell’isolamento.

“Benché la cella zero, se fosse riconosciute le accuse, rappresenterebbe un luogo che va al di là di ogni regolamento – sottolinea ancora Gonnella – l’isolamento è un particolare regime dove, più facilmente, possono avvenire violenze. Rappresenta inoltre una soluzione particolarmente afflittiva che spesso porta i detenuti ad atti di autolesionismo e a suicidi”. “Per questa ragione – conclude Gonnella – abbiamo da poco presentato una proposta di legge, invitando i parlamentari della Commissione Giustizia di Camera e Senato di farla loro, per una riforma profonda di questo regime”.

La proposta di legge di riforma dell’isolamento e alcuni degli episodi avventui in questi reparti nel corso degli anni.

 

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13 agosto 1968: Alekos Panagulis e l’attentato a Papadopoulos

Il 13 agosto 1968 il poeta e rivoluzionario Alexandros Panagulis, insieme ad altri compagni della «Resistenza greca», mette in scena nei pressi di Varkiza l’attentato al dittatore Georgios Papadopoulos, salito al potere con un colpo di Stato militare, detto “dei colonelli”, nell’aprile del ’67. Alexandros (Alekos per gli amici – e per la polizia), nato nel 1939 ad Atene, era il secondogenito di tre fratelli, tutti democratici e antifascisti (il maggiore, Giorgios, fu anch’egli vittima del regime). Dopo essersi laureato in Ingegneria Elettronica al Politecnico nazionale di Atene, Alekos diserta il servizio militare, fonda il gruppo «Resistenza Greca» (movimento politico che i colonnelli non riuscirono mai a smantellare) e si auto-esilia a Cipro, dove per mesi progetta un piano d’azione per sbarazzarsi di Papadopoulos. L’attentato, tuttavia, fallisce: delle due mine che dovevano far saltare in aria la Lincoln blindata del dittatore ellenico ne esplode solo una. Per una banale disattenzione, imputabile ad un compagno di Alekos,  i cavi di collegamento al detonatore si intrecciano e si strappano nel momento del posizionamento degli esplosivi. La distanza tra il detonatore e le mine si accorcia e, cambiando così i tempi di esplosione, ne esplode solo una dopo che l’auto blindata passa sul ponte che collega la zona di residenza di Papadopulos alla capitale greca. Panagulis, autore materiale dell’attentato, viene catturato e arrestato. Condotto nel famigerato palazzo dell’Esa (i servizi segreti greci), è torturato e seviziato per mesi, quindi sottoposto ad un processo farsa che lo condanna a morte. Sarà lo stesso Panagulis, durante un processo che resta nella memoria soprattutto per l’apologia di due ore che Alekos, difensore di se stesso, esporrà ai giudici, ad accusarsi, rammaricandosi per non essere riuscito nella sua impresa, e a proporre la sua condanna a morte per fucilazione: «Voi siete i rappresentanti della tirannia e so che mi manderete dinanzi al plotone di esecuzione. Ma so anche che il canto del cigno di ogni vero combattente è l’ultimo singulto dinanzi al plotone di esecuzione». In realtà la condanna a morte, per quanto più volte rimandata, non fu mai eseguita, plausibilmente per non fare dell’uomo un eroe. Gli anni del carcere furono per lui un calvario disumano, ma Panagulis trovò sempre la forza per sopportare e per ribadire le sue convinzioni, anche attraverso la poesia:

Le lacrime che dai nostri occhi/ Vedrete sgorgare/ Non crediatele mai/ Segni di disperazione/ Promessa sono solamente/ Promessa di lotta  (Promessa  di Alekos, febbraio 1972)

 In una lettera dal carcere nell’ottobre del 1970 descrive così alcune delle torture, fisiche e psichiche (di quelle sessuali non volle mai parlare) a cui fu sottoposto: «frustato con fili di ferro e filo spinato su tutto il corpo; colpi sulle piante dei piedi con tubi; colpi con spranghe di ferro sul petto; bruciature di sigarette sulle mani e sugli organi genitali; introduzione nell’uretra di un ago sottile arroventato con un accendino; occlusione delle vie respiratorie fino all’asfissia; pugni; depilazioni; colpi della testa sul miro e sul pavimento; privazione del sonno; manette in permanenza; privazione di ogni possibilità di difesa con il rifiuto di consegnarmi le pratiche giudiziarie prima del processo».

È proprio nella “tomba”, una cella di due metri per tre, che scrive i suoi poemi migliori, spesso sulle pareti o su pezzi microscopici di coperta, a volte con il suo stesso sangue:

Un fiammifero per penna / sangue gocciolato in terra per inchiostro / l’involto di una garza dimenticata per foglio / Ma cosa scrivo? / Forse ho solo il tempo per il mio indirizzo / Strano, l’inchiostro s’è coagulato / Vi scrivo da un carcere / in Grecia (Il mio indirizzo, giugno 1971).

Milleottocentotrentadue giorni e milleottocentotrentadue notti. Alekos, tra tentativi di evasione, ripetuti scioperi della fame (che gli permettevano di ottenere carta e penna) e il rifiuto della grazia, resterà in carcere fino all’agosto del 1973; uscirà per l’amnistia e verrà in esilio in Italia con la compagna Oriana Fallaci. Ritornerà in Grecia solo l’anno successivo, dopo la caduta del regime dittatoriale. Alekos si candiderà alle elezioni e verrà eletto deputato. Ma non smetterà mai di combattere il potere e denunciare le collusioni tra il vecchio regime e il nuovo governo, in particolare quelle del ministro della Difesa Evangelos Averoff, capo dell’esercito ancora corrotto e con un potere maggiore del Presidente della Repubblica.

Alekos era in possesso dei documenti che avrebbero provato i legami di Averoff con la dittatura ma, due giorni prima della presentazione in Parlamento di quelle carte, fu ucciso, il 1 maggio del 1976, in un incidente automobilistico. E mentre le perizie parleranno di un incidente costruito “ad arte”, l’inchiesta ufficiale affermerà che si era trattato soltanto di un errore dello stesso Panagulis, la cui vettura era finita nello scivolo di un’autorimessa.

«Zi! Zi! Zi!» (vive! vive! vive!). Questo il grido con cui un milione e mezzo di persone salutò al suo funerale, il 5 maggio del 1976, l’eroe-poeta della resistenza  greca.

Se per vivere, o Libertà/ chiedi come cibo la nostra carne/ e per bere/ vuoi il nostro sangue e le nostre lacrime/ te li daremo /Devi vivere (Devi vivere, dicembre 1971)

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2347-13-agosto-1968-alekos-panagulis-e-l’attentato-a-papadopoulos