Città ribelli alla normalità del male

di Eleonora De Majo

L’attentato dell’altro ieri a Rouen, il meno grave certo in termini di perdita di vite umane, ma uno dei più efferati e simbolicamente spiazzanti degli ultimi mesi, ci spinge evidentemente a fare qualche  riflessione.

Nessun anatema sul tramonto dell’occidente si intende, ne’ tanto meno alcun lamento per l’irrompere della guerra e della barbarie dentro le vite dei cittadini bianchi nord-europei convinti di essere nati e cresciuti nel posto giusto del pianeta e d’improvviso piombati nel mezzo di una sanguinosa resa dei conti. Anzi, sono convinta che tutte le analisi che vanno in queste direzioni rischiano  la parzialità e in molti casi la banalità, come accade sempre quando si tende a mettere in fila episodi assai differenti tra loro e a darne univoca interpretazione politica o addirittura antropologica.  Eppure però qualcosa sta accadendo. Quegli atti, quei gesti, che la stagione dell’undici settembre ci aveva abituati a leggere come grandi e rare precipitazioni emergenziali oggi sembrano stare diventando una prassi normalizzata e semi-quotidiana con cui fanno i conti le città europee. Il terrore  si iscrive lentamente tra le vite di chi attraversa il nord  e, come tutti i fenomeni di cui la storia presenta il conto senza preavviso, si amalgama nella società modificandola lentamente. Così Parigi, Nizza, Monaco, Rouen segnano oggi alcuni dei punti tracciati su una mappa  che racconta la routinarietà del male; punti che sono destinati nostro malgrado ad aumentare vertiginosamente e ad affollarsi sempre di più nei mesi a venire.

Dinanzi all’irrompere di tale brutalità nelle strade di quel mondo che credeva di aver chiuso i conti con la guerra “in casa” nel 1945, nessuno può formulare analisi esaustive, figuriamoci ricette risolutorie. E’ così evidente che finanche la filastrocca della revisione di Shengen che immediatamente dopo Charlie Hebdo e Bataclan Hollande ha pronunciato  senza remore e in modo perentorio, oggi diventa sempre più timida, sempre meno convincente. Non si può non fare i conti con il fatto che i profili e le biografie di quasi tutti gli attentatori di ultima generazione hanno tutte le caratteristiche dei derelitti prodotti nell’intestino dell’Europa delle magnifiche sorti progressive e  non somigliano neanche un po’ agli uomini incappucciati  che sgozzavano  giornalisti nel mezzo della Siria. Allora forse innanzitutto bisognerebbe partire dall’assunto che non si può descrivere un fenomeno così discontinuo e poroso come quello che sta  attraversando Europa, medioriente e una parte del continente africano, utilizzando il nome dell’effetto che produce sulle popolazioni coinvolte dal suo incontrollabile raggio di azione. Terrore e i suoi “ismi” oggi non significano nulla di più e nulla di meno del nome  di un effetto e l’effetto non spiega e non si fa spiegare. Piuttosto quello che potremmo fare è procedere a tentoni nel mezzo del disastro e provare a capire qualcosa, a partire da dove siamo, da quello che stiamo facendo e da come, tra queste macerie, abbiamo scelto di muoverci.

Ecco. Innanzitutto noi siamo in Europa, a sud ma in Europa. In quella parte di Europa semi-bianca, no-white dicevano gli americani quando approdavamo sulle loro coste cento anni  fa. Siamo in quella parte di Europa  che in questi due secoli, per ragioni funzionali al volto coloniale del capitale, non è stata del tutto ordinata e normata,  e che addirittura in alcuni casi non ha affatto chiuso i conti con la guerra guerreggiata   a causa della presenza e dell’oppressione da parte  delle grandi organizzazioni criminali mafiose. Da qui Rouen dista 1738 chilometri, ma Tripoli 1890 e Istanbul addirittura 1558.

Niente è troppo lontano, distante, incomprensibile, da questi  territori e queste città  che mentre soffia forte in tutto l’occidente il vento del fondamentalismo e della barbarie  costruiscono tra meridione di Italia, Grecia, Spagna, Portogallo più o meno efficaci anticorpi politici al contagio dell’odio.

E per questo, oggi, l’esigenza di federare e confederare questi territori di modo che proprio questa  inedita mappa geo-politica  spinga  in avanti l’analisi sul ruolo che assumono le città nello scenario della grande lacerazione europea.

Le città e  non e nazioni che anche quando hanno la fortuna di avere un governo in discontinuità con i poteri economici europei, non riescono in nessun modo a divincolarsi dalle scelte mosse dagli attori delle governance politiche ed economiche.

La domanda che dobbiamo porci dunque è semplice. Possiamo non legare il ragionamento che stiamo facendo a partire dai governi ribelli di alcune città sud europee, ai fatti che stanno cambiando segno all’Europa forse in maniera irreversibile? Possiamo immaginare che anche la stessa contrapposizione netta tra città e dunque enti di prossimità, stati nazionali e governi europei abbia le stesse connotazioni di qualche anno fa, di quando, per intenderci si è aperta la grande stagione della crisi economico-finanziaria occidentale ? Crediamo davvero che la questione dei flussi di migranti che bussano alle porte dell’Europa, insieme con la ripetitività degli attentati e  ancora insieme con il dilagare sullo spazio del vecchio continente di pericolosissime pulsioni  xenofobe e nazionaliste, non ridefinisca in nessun modo i rapporti di forza europei ,  rimodulando ancora una volta quella perversa complicità tra stati e mercati, tra capitale e nazione? Sono evidentemente domande poste con sufficiente retorica da far parere la risposta scontata.

No dunque. Nulla di ciò che sta accadendo e accade in queste settimane può essere sottovalutato quando costruiamo la nostra ipotesi di assalto al potere centrale europeo a partire anche dal cambio di segno e di tendenza nei governi delle città. Soprattutto non possiamo esimerci dall’analizzare l’inedito posizionamento che stanno assumendo alcuni soggetti e organizzazioni di potere finanziario e politico al cospetto delle turbolenze che stanno attraversando l’Europa. Non possiamo esimerci perché questi soggetti sono quelli che abbiamo scelto come primi avversari politici e in quanto tali vanno studiati e conosciuti con la meticolosità di uno strega in procinto di una grande battaglia. Per capire di cosa parliamo basti ascoltare le dichiarazioni di Angela Merkel, che dopo i recenti attentati in Germania e al cospetto delle pressioni dell’estrema destra, si propone oggi  come paladina dell’accoglienza dei rifugiati. O ancora gli argomenti degli stessi  Schulz e Junker durante i giorni concitati in cui la Gran Bretagna ha votato il Brexit. In men che non si dica l’Europa ha  malamente re-imbastito quella retorica pacificata e buonista che dovrebbe vederla come spazio e istituzione contrapposta a chi oggi ripropone un’opzione sovranista e protezionista e anche se utilizza  gli stessi attori  di quella fase in cui  vestiva i panni della tecnocrazia autoritaria e  spietata, finge di aver cambiato la trama e i personaggi, proprio come fanno le serie tv di quarto ordine. E’ sorprendente ma forse al contempo è il prevedibile epilogo di una storia che  costretta a stare tutta stipata su un unico binario, in realtà a lungo andare si è dimenata in mille storie diverse e gli stessi effetti di questa ingestibile diversità sono diventati a loro volta imprevedibili. Il divorzio tra capitalismo e democrazia elettiva, formale, di cui abbiamo tanto scritto e parlato negli anni scorsi ha avuto una serie di effetti catastrofici che rendono oggi la vita difficile anche agli stessi poteri economici e finanziari che n lo hanno costruito meticolosamente e per questo  costringe  gli stessi a modificare radicalmente il linguaggio anche se  assai meno radicalmente le scelte effettive. C’era sicuramente  da aspettarselo d’altra parte che a tanta barbarie nascosta dietro introvabili centri di potere sarebbero seguite pericolose ri-territorializzazioni del potere stesso, oltre che importantissimi esperimenti di resistenza. Avremmo dovuto immaginare tutti che aprire la strada al protezionismo economico in riposta alle ricette dell’austerity confezionata a Francoforte  avrebbe prodotto ottimi argomenti contro la società meticcia  e dell’accoglienza e avrebbe insinuato nella società bianca un irrefrenabile pulsione reazionaria condita dalla paura della guerra, permanente, inevitabile, che ha finito per lambire finanche le staccionate delle villette del nord.

Così come forse, senza davvero voler correre il rischio di banalizzare, più di ogni altra cosa avremmo dovuto immaginare che la cittadinanza economica, la messa al mercato dei diritti e l’inclusione differenziale in occidente aspettavano solo un brand come quello fornitogli dal califfato, così potente da poter accogliere ogni forma di irrefrenabile rancore, per costruire la più grande narrazione tossica  della contemporaneità, ma anche la più efficace pratica di auto-distruzione.

Di tutto ciò che nessuno è stato in grado di prevedere comunque la storia ha presentato un conto salatissimo. L’avanzata di Trump negli Stati Uniti, il Brexit, le destre che guadagnano consensi e terreno in tutto il nord-europa, i campi di fortuna costruiti sulla rotta balcanica per centinaia di migliaia di profughi in fuga dalla guerra peggiore della storia recente, la Turchia trasformata dopo il golpe in un lager a cielo aperto, l’isis (quello vero) che miete migliaia di vittime senza riuscire ad essere arginato da nessuna delle forze della Nato, aggrovigliate nell’eterna  e instancabile costruzione di trame, inciuci, pasticci ed equilibrismi che non servono ad altro che   a rinforzare i patti d’acciaio tra sauditi e  jihiadisti  in nome del dio petrolio.

Non ci resterebbe che piangere, come avrebbe detto un saggio caro alla città ribelle, se non fosse per tutti quelli che nel mezzo del dilagare di queste tenebre hanno scelto di non soccombere. Se non fosse per il sud dell’Europa che non si piega alla paura e che stravolge gli accordi sull’accoglienza aprendo le porte delle città rifugio ai migranti, ai rifugiati, a chi semplicemente e giustamente scappa; se non fosse per i combattenti e le combattenti curdi che insieme ai tanti combattenti partigiani del mondo intero non danno tregua al califfato in Siria nell’assoluta solitudine internazionale; se non fosse per i lavoratori e i precari francesi che per mesi hanno sfidato lo stato di emergenza e hanno smascherato Hollande e le sue intenzioni autoritarie e fasciste, celate dalla compostezza dei lutti collettivi.

Allora, in questo senso,  dirsi città ribelle nel mezzo di questa immensa maceria che è l’occidente odierno vuol dire certo utilizzare il perimetro amministrativo e politico del proprio territorio e la conseguente autonomia di governo  per dimostrare che senza dogmi neoliberali si vive meglio, ma vuol dire sopratutto gridare forte la propria libertà, il proprio coraggio contro la dittatura del terrore, la propria determinazione all’accoglienza e alla solidarietà mentre  il resto del mondo si sta  abituando anche a chi festeggia le immagini dei corpi senza vita che galleggiano a migliaia  nel mezzo delle acqua del  mediterraneo. Vuol dire stare dalla parte di chi ha scelto di essere partigiano nel mezzo della guerra permanente. Vuol dire essere noi stessi partigiani della resistenza a questa guerra che non è nostra.

Vuol dire più di ogni altra cosa non cadere nella trappola.

Stare dalla parte dei popoli e contro la fortezza e i suoi confini. Niente nazioni. Niente retorica comunitaria. Se c’è un’Europa da costruire adesso è solo  quella che federa le resistenze dei territori e delle città alle tenebre, alla barbarie alla normalità del male.

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