RAZZISMO, SOPRAFFAZIONE, DOMINIO: CRISI DELLE DEMOCRAZIE E DELLE ELITES GOVERNANTI

Siamo di fronte ad una crisi verticale delle élite a livello globale e, contemporaneamente,emergono di scontro civile, politico, sociale che stanno conducendo a momenti di conflitto molto aspro come ci dimostra la cronaca di tutti i giorni.
La stessa vicenda della crisi turca è parte integrante di questo processo che sta assumendo dimensioni difficilmente razionalizzabili all’interno di un disegno politico.
La ragione del presentarsi di questa “logica del disordine” risiede proprio in quella crisi verticale delle élite governanti sulla quale andrebbe prestato il massimo possibile dell’attenzione.
Se vogliamo cercare una delle ragioni, forse la più importante, di questo drammatico stato di cose dobbiamo, prima di tutto, analizzare il degrado culturale che investe l’insieme di quelle che furono considerati i settori più avanzati della politica.
Non regge più quella che abbiamo definito “democrazia borghese” le cui forme vigenti appaiono ridotte allo scheletro nudo di una governabilità che garantisce soltanto l’ingiustizia perenne insita nel predominio della tecnica finanziaria sulla politica.
“Democrazie” escludenti perché prive al loro interno di vere soggettività politiche e che, nella necessità dell’incontro sovranazionale (non globale, beninteso) producono mostri di inanità politica come nel caso dell’ONU o soggetti dimostranti nel concreto dell’egemonia della tecnica finanziaria fine a se stessa (obiettivo: ingrassare i già ricchi) come nel caso dell’UE.
Ci si nasconde dietro l’ottimismo di maniera del presidente degli USA che non guarda alla drammaticità dei contenuti sui quali si aprirà il confronto elettorale per la sua successione e addirittura parla di “paese non diviso” rispetto alla profondità concreta della frattura razziale.
Obama fa finta di ignorare – come invece ha fatto rilevare lo stesso reverendo Jackson – che la “faglia” che attraversa la società USA è ancora quella, intrisa di violenza, che separò schiavismo e antischiavismo.
Una divisione mai assorbita nel suo esplicitarsi nella continuità del dominio e che segna gran parte della stessa divisione che, proprio sotto l’aspetto della ferocia razziale, contraddistingue questa fase storica con gli USA da svolgere il ruolo di negativo esempio globale.
Addirittura c’è ancora chi si è fermato a descrivere un illusorio confronto tra “libertà”e dittatura, ponendo dalla parte della “libertà” le asfittiche democrazie occidentali: proprio quelle i cui sistemi hanno garantito nel corso degli ultimi 25 anni la crescita di enormi privilegi per pochi, sono risultate l’incubatrice della crescita di enormi disuguaglianze, hanno offerto il modello della sopraffazione.
Per ovviare a questa vera e propria, profonda, crisi del pensiero si sente nell’aria persino il rilancio del vecchio slogan sullo “scontro di civiltà”.
Si cerca di fare in modo che sia ignorato nodo vero rappresentato dal dominio.
Un nodo da sempre ignorato dagli eterni corifei di una comunicazione di massa gestita esclusivamente dal ceto dei dominatori.
Classi politiche ed economiche ripiegate su loro stesse quelle delle cosiddette “democrazie occidentali”, feroci propugnatrici di vere e proprie macchine da guerra neo – coloniali, capaci soltanto di schiacciare i più deboli e di costruire, al loro interno, falsi antagonismi.
Sono così cresciute indefinite istanze ribellistiche, magari capaci di mascherarsi dietro antichissimi stilemi come quello religioso, in un crescendo drammatico di guerre, attentati terroristici, esercizio della violenza.
Istanze che abili manipolatori delle nuove tecniche di comunicazione riescono ad includere all’interno di progetti di eversione virtualmente promotori delle azioni distruttive che riempono le cronache di questi giorni.
Non c’è nessuno scontro tra “libertà” e dittatura: anzi la dittatura dell’inganno appare essere ormai estesa alla globalità delle istanze sociali e politiche.
Così come non c’è nessuno scontro tra centro e periferie, nelle metropoli e nei punti più marginali del Pianeta.
Lo scontro, invece, riguarda la condizione materiale, la stessa prospettiva sociale e politica.
Lo scontro ancora una volta è tra diversità insopprimibili che hanno necessità di essere rappresentate a pieno titolo, e non serve il pietismo di fittizie unità per uscire da quello che sembra proprio il vicolo cieco della disperazione umana.
L’unità che viene richiesta (anche dai pulpiti delle Chiese e dall’insieme dei ceti dominanti) è sempre quella da realizzarsi attorno ai privilegiati.
Un’unità da stringere attorno a chi detiene denaro e potere, a chi per interesse affama, inquina il mondo, tiene la donna nell’atavica soggezione, sopraffà per indiscriminato diritto di razza.
Se non si comprende appieno come ci si trovi dentro questa gigantesca trasversalità delle contraddizioni, non si rintracciano neppure i luoghi della costruzione di questo enorme divario sociale.
Se non si comprende tutto ciò allora non resterà altro che rifugiarsi nell’illusione del sempre uguale, del vantaggio per chi già domina gli altri e creare illusioni per conservare il proprio odioso potere.
Prima di tutto è venuta a mancare completamente la funzione dello Stato.
Questo punto non è stato compreso nel momento in cui è stato accettato un globalismo senza limiti che sarebbe dovuto essere affrontato attraverso un indistinto “movimento dei movimenti” organizzato attraverso il fluttuarsi delle moltitudini.
A quindici anni da “Genova 2001” questa lezione deve essere assunta da chi intende ancora muoversi sul terreno dell’idea della trasformazione sociale perseguendo obiettivi radicalmente avanzati sul piano dell’uguaglianza.
Lo Stato rinchiuso nella costrizione della governabilità fine e a se stessa non svolge più alcuna funzione sociale e pressato dalle esigenze di cessione di sovranità derivanti dalle nuove condizioni imposte dal ciclo capitalistico finisce con l’abdicare il proprio compito storico.
Le classi dirigenti, nella loro incapacità di produrre davvero un’impronta sovranazionale alle loro azioni hanno ceduto all’egemonia tecnocratica prodotta dalla velocità oggettivamente insita nei processi di finanziarizzazione dell’economia.
Pseudo classi dirigenti che si limitano ormai alle dichiarazioni senza seguito.
Il personale che si muove in questo scenario svolge, in sostanza, la funzione degli antichi imbonitori da fiera degli ingannatori delle masse.
Paradossalmente, ma non troppo, il rinchiudere la politica nel recinto della governabilità fine a se stessa e l’abbandono di un’idea dell’agire politico come fattore di inclusione , porta, come ben dimostra anche lo stesso “caso italiano”, a una sostanziale assenza di decisionalità e all’affastellarsi di scelte incongrue rispetto a un quadro coerente di trasformazione sociale e politica.
Non si può colmare la divisione prodotta dalle grandi contraddizioni sociali con l’autoritarismo della paura.
Si tratta di scelte incoerenti proprio con la realtà perché dettate semplicemente dall’affannosa ricerca di un consenso del tutto virtuale.
Le agende di élite ormai superate nel tempo appare ormai dettata semplicemente dallo scandirsi delle percentuali (inventate) dei sondaggi alla ricerca proprio attraverso questi strumenti di pure illusioni da smerciare al facile mercato di un potere apparentemente dominante ma inesistente nella sua incapacità di disegnare uno scenario per il futuro.
Lo scontro non è tra presunte democrazie della disuguaglianza e altrettanto presunte dittature della sopraffazione.
Il conflitto da individuare, ricercare, aprire risiede in ben altri luoghi da quelli delle classiche “arene politiche”.
I luoghi del conflitto sono quelli della sofferenza imposta dalla ferocia dei pochi che pretendono di gestire il destino di grandi maggioranze.
Le moltitudini composte di emarginati ed esclusi, migranti e abitatori delle periferie prive di organizzazione si abbandonano alla rivolta, al gesto eclatante, al colpire insensatamente nel mucchio, nella follia di incontrollati processi imitatori della dannazione dell’ “altro”.
Intanto qualcuno discute di cicli della storia e di ritorni all’indietro.
Non bastano però gli slogan del 99% versus l’1%.
La realtà del conflitto è molto più complessa e articolata nella determinazione del confronto sociale.
Dovrebbe stare al centro delle nostre riflessioni un’idea di recupero della “politica”: non si intravedono, però, sotto questo aspetto segnali appena sufficienti per poter immaginare un diverso futuro.

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