Il politico borghese? Un uomo d’affari come gli altri.

Molto spesso sentiamo politicanti che declamano la massima, erroneamente attribuita a Voltaire: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere.”
Qualche raro socialista dei secoli scorsi poteva anche prendere sul serio questa regola, oggi le nuove leve in parlamento o in altre cariche sono più scettiche che mai.
Basti notare la differenza tra la disponibilità a parole in tempo di elezioni e l’indifferenza, a volte sorniona, a volte apertamente arrogante, del politico arrivato nei confronti dell’elettore e del militante di base, Se quest’ultimo presenta un documento, una relazione, un articolo non in linea con ciò che chiede il politicante, scattano subiti i tagli, le censure, la mancata pubblicazione, alla faccia di Voltaire e di chi ha realmente ha inventato la massima.
Possiamo immaginare una vignetta: Politicante: “Io per la libertà di espressione farei qualunque cosa.” Militante : “Anche pubblicare le mie critiche?” Politicante: “Non esageriamo!”
Perché tutto ciò? Possiamo capirlo da una lettera di Marx all’amico inglese Thomas Allsop, del 4 febbraio 1878. Parlando del conte di Derby, di antichissima nobiltà, eppure anche “l’incarnazione intellettuale della grande borghesia”, aggiungeva: “ Gli affari sono affari, questa è l’unica parte seria della vostra borghesia: tutto il resto è apparenza, della quale, di conseguenza, occorre liberarsi con discorsi superficiali, espressioni convenzionali, inutile vaniloquio,”
Le caratteristiche della borghesia inglese hanno fatto scuola in tutto il mondo. Il parlamentare di ieri poteva essere un rappresentante indiretto del capitale o un suo blando oppositore (salvo eccezioni abbastanza rare), però cercava di sviluppare una propria cultura e aderiva a un’ideologia. Nel passato troviamo un Turati e un don Sturzo, un Riccardo Lombardi, solo per fare qualche esempio; Sonnino fece un’importante inchiesta sulle condizioni della Sicilia, Concetto Marchesi e Natta erano latinisti competenti. A chiudere il novecento con la comica finale, nel 1999 Fabio Mussi recitò in parlamento un’intera ode di Orazio, quella del “Carpe diem”.
Il politicante del duemila è direttamente un uomo d’affari che, invece di investire in un impresa, investe nella sua elezione. Considera gli elettori come propri clienti e i militanti come propri subordinati. La stessa ideologia è un intralcio, di cui liberarsi con espressioni convenzionali. E l’una vale l’altra, come dimostra la periodica transumanza da un partito all’altro. La cultura non ha più importanza, può bastare un diploma o una laurea comprata.
Il partito, nel vecchio senso, non esiste più, e non sbagliano quelli che lo chiamano “la ditta”. Non servono più il partito di massa, il contatto diretto con la base, i lunghi documenti di analisi politica. Oggi si può esternalizzare, affidare la propaganda ad un’agenzia, prendendo atto che ormai è fatta di slogan, e non differisce dalla pubblicità.
La concorrenza tra i politici è spietata, e non tutti fanno carriera, però, persino in chi ha rimediato un posticino di consigliere in un comune di pochi abitanti, troviamo spesso la stessa arroganza propria del politicante arrivato. Sembra il trionfo dell’egoismo, in realtà è il contrario, che in questo caso non è l’altruismo, ma la piena subordinazione al capitale, di cui diventa servo. Il politicante, mirando alla carriera, deve intrecciare rapporti, fare gli interessi di imprese alle quali concedere appalti, e sempre più spesso con la criminalità organizzata, mafie e camorre, cioè con le organizzazioni illegali della borghesia. D’altra parte, la differenza tra affari legali e illegali è sempre più tenue : anche le grandi aziende hanno apparati illegali, sia per i rapporti con i paradisi fiscali, sia per contenere gli scioperi, anche se gorilla e picchiatori spesso hanno la tessera di un sindacato giallo.
Il capitale non si limita a modellare a sua immagine e somiglianza la vita politica ed economica, ma ogni aspetto della vita sociale. Tutta la terminologia si adatta al capitalismo: una volta le ferrovie, le compagnie del gas e della luce parlavano di utenti, ora li chiamano clienti. La scuola sta seguendo la stessa via, soprattutto quella privata, ma quella pubblica, col preside manager, si adegua. Si sente dire persino che i genitori investono nei propri figli.
Al cittadino si sostituisce sempre più il cliente, e naturalmente conta solo quello solvibile. Sotto la maschera della democrazia rispunta il censo. Chi ha il borsellino vuoto è sempre più emarginato.
Non è possibile combattere questa società disumana senza organizzazione, per questo occorre che rinascano il sindacato di classe e il partito politico rivoluzionario, in un primo tempo per difendere i lavoratori, i disoccupati, i pensionati, i nullatenenti e tutti gli sfruttati dallo strapotere del capitale. In futuro, quando saranno sorte le condizioni, per prendere il potere e farla finita col capitalismo.

Michele Basso

 

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o48912:e1

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