Idomeni e la parabola di Tsipras

Dall’OXI alle ruspe di Idomeni  in meno di 11 mesi. Si tratta di un’immagine forse semplificata, ma che descrive al meglio due fasi ben distinte, e per certi versi contrapposte, del governo Tsipras, sintetizzandone la parabola definitasi a cavallo tra il 2015 ed il 2016. A Idomeni, dalla sua nascita fino al suo sgombero, le ceneri del processo di integrazione europeo si mischiano con quelle di un leader politico e di un partito che, al momento della propria affermazione elettorale nel gennaio del 2015, avevano suscitato in molti europei un tourbillon di speranze. Speranze rispetto al fatto che le lotte contro l’austerity potessero passare anche attraverso il governo di un Paese dell’UE. Speranze che sembravano concretizzarsi in quella grande espressione di massa avvenuta in Grecia il 3 luglio dello scorso anno, quando oltre 3 milioni e mezzo di persone (il 61,3%) votò NO al referendum consultivo, indetto proprio dal governo Tsipras, sull’approvazione del piano proposto al Paese ellenico dai creditori internazionali, in cambio di un nuovo programma di supporto finanziario.

Quello che Tsipras non è stato in grado di cogliere, o quantomeno di tradurre in azione politica concreta, è stata l’assoluta centralità del diritto alla mobilità, all’accoglienza ed alla permanenza nella costruzione di un nuovo rapporto di forza tra civitas europea ed élite neoliberali. La questione migratoria ha invece rappresentato per il governo Tsipras un fastidioso tarlo, amplificato da un numero elevatissimo di arrivi che non ha di certo agevolato la lettura del fenomeno e la ricerca di soluzioni altre[1].

L’incapacità del governo Tsipras di gestire il transito di migranti dalla Grecia si è palesata già l’estate scorsa. In particolare nelle isole, dove tra luglio ed agosto sono sbarcati migliaia di profughi provenienti soprattutto da Siria ed Afghanistan, la totale mancanza di servizi di accoglienza ha creato non poche tensioni ed è culminata con il ripetuto utilizzo della forza pubblica. Prima a Kos e successivamente a Lesbo, la polizia non ha esitato ad usare manganelli e gas lacrimogeni nei confronti dei migranti in attesa di essere identificati, registrati e di imbarcarsi verso il continente. La crisi umanitaria di Kos e Lesbo, che la stessa Onu ha definito “vergognosa”, non ha trovato risposte da parte del governo greco, riformatosi a settembre 2015 sempre sotto la guida di Tsipras, che nei mesi successivi ha costruito ben 5 hotspot, senza prefigurare politiche di accoglienza di medio-lungo periodo.

Ma quello che maggiormente pesa è il ruolo avuto dal governo greco nell’accordo tra Turchia ed Unione Europea siglato lo scorso marzo, che prevede il rimpatrio di centinaia di migliaia di migranti considerati “irregolari” e consegna al regime di Erdogan la gestione dei flussi migratori tra Asia ed Europa. E’ stato infatti proprio l’asse costituitosi tra Atene e Berlino che ha creato le condizioni politiche favorevoli alla riuscita dell’accordo e la possibilità che alla Turchia venissero consegnati sei miliardi di euro, tre in più di quanti ne fossero stati previsti ad ottobre. In una serie di incontri bilaterali fatti tra febbraio e marzo (con la leader tedesca, il premier turco Ahmet Davutoglu e l’olandese Mark Rutte, il cui Paese detiene la presidenza di turno dell’Ue in questo semestre) Tspiras dichiarava il totale sostegno della Grecia al Piano d’azione con la Turchia, richiedendone l’immediata attuazione. Il primo ministro greco si impegnava inoltre a garantire la costruzione di campi governativi per rifugiati, al fine di poter garantire l’ordine pubblico durante la fase di rimpatrio, chiedendo per questo ulteriori finanziamenti da parte dell’UE (dall’inizio del 2015 la Grecia ha ricevuto 237 milioni di euro come aiuti urgenti per l’emergenza migranti e per l’assistenza ai profughi). L’unico tentennamento da parte del governo greco c’è stato in occasione dell’entrata in vigore dell’accordo, lo scorso 20 marzo.In quell’occasione il portavoce del coordinatore del governo greco per le politiche migratorie, Giorgos Kyritsis, ha dichiarato che le strutture greche non erano ancora pronte per avviare il Piano d’azione. Si trattava di motivazioni tecniche, che non avevano nessuna volontà di riconsiderare la dimensione politica dell’accordo.

L’unico elemento in grado di rimettere in discussione sul piano formale  l’accordo tra Turchia ed Unione Europea può derivare dalla decisione presa la settimana scorsa dall’Autorità greca per i rifugiati. Questa,  in sede di commissione d’appello per l’esame dei ricorsi di migranti e profughi, ha accolto la richiesta di un profugo siriano che si era opposto al suo ritorno obbligatorio in Turchia. La decisione, come riporta un articolo del The Guardian ed alcune testate italiane, tra cui Il Manifesto, è stata motivata dal fatto che la Turchia è un «Paese non sicuro». Si apre una contraddizione importante e sarà interessante vedere quanto Tsipras, nel corso dell’incontro con Erdogan previsto ad Istanbul per lunedì prossimo, si spingerà nel continuare ad avallare l’accordo del 18 marzo.

In questo contesto il campo di Idomeni rappresentava una finestra sul mondo troppo grande per rimanere aperta. Idomeni è diventato in questi mesi il simbolo del dramma, della speranza e della lotta per la vita per migliaia di persone, contrapposta ad un’Europa che nella fortificazione dei suoi confini, interni ed esterni, ha visto crollare uno suoi pilastri fondanti, Shengen. Per questa ragione Idomeni andava cancellata dalla vista collettiva. Andava rasa al suolo, come è stato fatto, a colpi di ruspa, cancellandone tracce e capacità performativa. Come ha scritto Annalisa Camilli su Internazionale: «il campo profughi più grande della Grecia è stato sgomberato per rimuovere dai nostri discorsi e dal nostro sguardo l’esperienza di chi negli ultimi mesi ha intrapreso il viaggio verso l’Europa, con ostinazione». La ricollocazione dei profughi all’interno dei campi governativi, rivendicata dal governo come una vittoria, in realtà ha come funzione proprio quella di nascondere il fenomeno e delegarlo ad una gestione militare. Come dimostrato da un report fatto da ASGI e pubblicato su Melting Pot riguardante i campi di Neokavala, di Katerini – Camping Nireas e di Diavata, in queste strutture è negato l’accesso a volontari, se non delle principali organizzazioni internazionali, e molto spesso le condizioni igienico-sanitarie sono pessime.

La rimozione di Idomeni andava fatta proprio nei giorni della discussione dell’Eurogruppo, avvenuta a Bruxelles il 24 maggio, sul nuovo pacchetto di misure votato da Atene per ottemperare alle richieste dei creditori internazionali. La politica non ammette coincidenze casuali e 11 miliardi di euro sono un’occasione troppo ghiotta per potersi ancora permettere di avere in casa il più grande campo profughi del continente, da tutti definito vergogna europea e vergogna greca. Le ruspe di Idomeni valgono come la testa di Giovanni Battista che Erode Antipa serve a Salomè su un vassoio e consentono a Tsipras di ottenere una nuova tranche di finanziamenti e l’accordo con il Fondo Monetario Internazionale per alleggerire progressivamente gli interessi sul debito. Poco importa se, oltre alla testa di Giovanni Battista, sul vassoio ci sono l’aumento delle tasse per un valore di 3,6 miliardi di euro, il passaggio dell’Iva dal 23 al 24, la diminuzione della soglia di reddito esentasse a poco più di 9 mila euro annui, la diminuzione degli assegni supplementari all’interno del sistema pensionistico. Un insieme di misure votato lo scorso 8 maggio, che ha causato un vero e proprio tumulto ad Atene, con violenti scontri in piazza Syntagma, la stessa piazza che meno di un anno fa festeggiava la vittoria dell’OXI.

Al centro del dibattito tra Atene e Bruxelles c’è inoltre un’altra questione, che riguarda direttamente il Piano d’azione sulla gestione dei profughi. Qualora infatti l’accordo con la Turchia dovesse saltare sarebbe proprio la Grecia a fare da terminale del Piano, con il trasferimento nelle casse greche dei soldi previsti per il governo Erdogan. Diversi analisti considerano l’ammorbidimento delle posizioni tedesche rispetto alla Grecia in seno all’Eurogruppo siano propedeutiche a questa soluzione. Una pluralità di interessi stanno dando un contorno politico ben definito alla vicenda di Idomeni.

Tra Idomeni e Bruxelles si disegna il punto più basso della parabola di Tsipras, che in 11 mesi ha trasformato il suo governo da possibile eresia costituente di una nuova Europa ad uno dei soggetti “allineati” a quella governance che, dentro la crisi di Shenghen e Maastricht, prefigura nuovi assetti di poteri e nuove gerarchie sociali. E’ vero che i processi non sono mai lineari e nascondono sempre molte contraddizioni, soprattutto quando entra in gioco l’elemento del governo. Ma una cosa è certa: l’affermazione di Tsipras e di Syriza si collocava in un contesto di grande fermento politico e sociale generalizzato in Grecia, con decine di scioperi generali, un protagonismo di piazza senza precedenti negli ultimi decenni e con una relazione virtuosa instauratasi tra realtà di base fortemente radicate nel territorio e strutture partitiche. Questo rapporto fiduciario, frutto di una dialettica tra movimenti e rappresentanza e non della costruzione di assi verticali dai movimenti verso la rappresentanza, si è infranto su un duplice scoglio. Da un lato l’impossibilità oggettiva di costruire un’azione di governo nazionale che vada in netta controtendenza con le politiche economiche e sociale della governance finanziaria continentale, soprattutto sul tema della ricontrattazione del debito sovrano, che rimane l’elemento su cui ancora si regge l’impianto europeo neo-liberale. Dall’altro la scelta soggettiva, da parte di Tsipras e del suo partito, di optare per una mediazione al ribasso con i creditori internazionali e con la troika, sacrificando la giustizia sociale per la stabilità governativa.

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