Migration Compact: quando i diritti sono merce di scambio

Migration compact: si chiama così, ricalcando un linguaggio tutto economico, la proposta che il premier italiano Matteo Renzi ha inviato pochi giorni fa al presidente della Commissione europea JeanClaude Juncker e al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Obiettivo, “la gestione della crescita senza precedenti dei flussi migratori verso l’Europa”, si afferma nel documento, che riprende anche nelle espressioni linguistiche i testi diffusi in concomitanza dei molti meeting europei tenuti sull’argomento. Anche, perché di fatto le misure proposte dall’Italia non sono particolarmente innovative rispetto a quanto già avanzato dall’Unione Europa e dalle sue istituzioni.

“Lezioni apprese”: ne siamo sicuri?
La costruzione di una guardia di frontiera europea; la costituzione di un Sistema comune di asilo; l’implementazione di misure di ricollocamento (relocation) dei migranti sul territorio europeo. Ecco su cosa si deve insistere, secondo quanto si legge nel documento italiano, sulla base di “quanto appreso finora”. Non solo: per essere efficaci, queste misure devono andare di pari passo con una forte azione rivolta verso l’esterno. E’ in quest’ottica che nel Migration Compact si individua il recente accordo Ue-Turchia come “il primo tentativo di avviare una cooperazione su vasta scala con un Paese terzo”. Un accordo definito “un colpo di proporzioni storiche ai diritti umani” dalla ong Amnesty International, che si è associata alle critiche avanzate da molte associazioni a tutela dei diritti umani.

Prospettive future: ‘il corretto, grande affare’.
Senza troppi giri di parole, il Migration compact individua una strategia che potrebbe rappresentare un “corretto affare” – usando le parole del documento – tanto per l’Europa quanto per i “paesi partner con cui cooperare”. Viene elencato ciò che l’Europa potrebbe offrire, e ciò che potrebbe chiedere, in un’ottica di “scambio” che risulta quasi commerciale.

Guardando a ciò che l’Unione potrebbe mettere in campo, si parla di finanziamenti ai paesi terzi – viene ipotizzata la creazione di un nuovo Fondo europeo – per sostenere “progetti di investimento ad alto impatto sociale e infrastrutturale”. Si propongono gli “EU-Africa bonds”, volti a “facilitare l’accesso dei Paesi africani ai mercati (…) in sinergia con organizzazioni finanziarie europee e internazionali”. Si insiste sulla cooperazione in materia di sicurezza, intesa prioritariamente come controllo e gestione delle frontiere. Si sollecita la necessità di pensare ad allargare le opportunità di ingresso legale sul territorio europeo, ma solo in chiave puramente economica, considerando le persone solo come forza lavoro: gli strumenti per facilitare gli ingressi sono così individuati, ad esempio, in quote di ingresso per i lavoratori e attivazione di misure precedenti la partenza – come lo studio della lingua e la formazione professionale – in collaborazione con le imprese europee pronte a impiegare manodopera dai Paesi terzi.
Di contro, secondo il documento, l’Unione potrebbe chiedere ai paesi terzi un maggior impegno tanto per il controllo delle frontiere e per la riduzione dei flussi verso l’Europa, quanto per rimpatri e riammissioni. Si insiste poi sulla creazione di un sistema di ricezione e gestione dei flussi migratori negli stessi paesi terzi, dove si sollecita la creazione di sistemi di protezione umanitaria in linea con gli standard internazionali, così da poter garantire protezione in loco alle persone in stato di bisogno. In altre parole, tutte le richieste europee sembrano convergere in un’unico obiettivo: mantenere fuori dal territorio europeo i migranti, salvo quelli utili al mercato del lavoro e all’economia degli stati membri.

Cambiare tutto per non cambiare niente
L’approccio proposto dal Migration Compact italiano di fatto si inserisce appieno nel binario già tracciato dall’Europa. Insistendo sulle operazioni di rimpatrio – per le quali si sollecita la nuova Guardia di frontiera europea in merito alla creazione di un piano programmatico – e sulla difesa delle frontiere – per cui si chiede la presenza costante di polizia europea nella fascia del Sahara, con l’obiettivo di “cooperare con i paesi della regione” – si prosegue l’approccio escludente che l’Europa sta portando avanti da anni rispetto ai migranti e ai loro bisogni, e diritti. Che non vengono mai nominati in tutto il documento.

Bond europei e nuovi finanziamenti: l’esclusione costa
Per far fronte ai costi delle misure proposte nel Migration Compact, l’Italia propone da una parte il “riorientamento di alcuni mezzi finanziari già esistenti”, e dall’altra la messa a punto di nuovi strumenti. Tra questi, viene proposta la creazione di “Common EU Migration Bond”: eurobond “da emettere per finanziare la gestione dei flussi migratori negli stati membri, e per finanziare più in generale le operazioni da compiere per raggiungere gli obiettivi del Migration Compact”. Proprio su questo punto è arrivato il secco rifiuto della Germania: stando alle parole del portavoce governativo Steffen Seibert non ci sarebbe alcun motivo di approvare un finanziamento comunitario europeo, attraverso gli eurobond, dei debiti contratti dagli stati membri per far fronte alle spese legate ai flussi migratori; sarebbe preferibile, invece, basarsi sugli strumenti già disponibili nel bilancio europeo.

Libia: controllare le frontiere di un paese distrutto
Nell’ottica di una stretta collaborazione con i paesi terzi, il documento insiste sulla necessità di stabilizzare l’assetto politico dei paesi di transito, guardando in particolare alla Libia. Proprio per questo secondo il governo italiano è urgente attivare “programmi di capacity building mirati a rafforzare il controllo del governo sul territorio e sulle forze dell’ordine” libiche per aumentare la capacità paese di controllare le frontiere. Un obiettivo che appare decisamente lontano vista la debolezza dell’esecutivo insediatosi recentemente, ancora confinato in una base militare navale alle porte di Tripoli.“Gli sforzi delle Nazioni Unite e dell’Unione europea dovrebbero mirare a sostenere la gestione in territorio libico dei flussi migratori, anche attraverso l’accurata selezione dei rifugiati e dei migranti economici”, si sottolinea nel documento. Un obiettivo per cui si sollecita “il miglior uso possibile di EUNAVFOR MED Sophia” (missione militare navale considerata non solo inutile, ma addirittura dannosa, da associazioni e ong, ad esempio si veda qui https://www.hrw.org/it/news/2015/05/28/270078), e la creazione di una missione PSDC (politica di sicurezza e di difesa comune) civile, con un “sostegno al settore della sicurezza in Libia”.

Diritti negati
In nessuna parte del documento ricorre la parola “diritti”. Il termine “protezione” è usato solo per sottolineare che occorre identificare chi non ne ha diritto, per procedere a rapidi rimpatri. La collaborazione con i paesi terzi sembra tutta incentrata sul controllo delle frontiere. La sollecitata creazione di “sistemi di asilo in linea con i parametri internazionali” all’interno di paesi in cui i diritti umani non vengono tutelati appare quasi una battuta, di fronte al fatto che tali norme non sono rispettate nemmeno nei paesi europei, come è evidente in molte città, nelle zone di confine, nei campi profughi ormai presenti sul territorio europeo. Ma che non si tratta di un gioco ce lo ricorda – se ce ne fosse bisogno – la drammatica, ennesima strage: oltre quattrocento persone (400 persone), in prevalenza di origine somala, avrebbero perso la vita nel Mar Mediterraneo (ne abbiamo parlato qui, qui il comunicato dell’Unhcr). Una strage quasi completamente taciuta dal mondo politico, decisamente più attento alle frontiere e a un controllo dei flussi migratori strumentale all’economia europea, piuttosto che alla difesa degli esseri umani.

Qui è possibile leggere il testo del Migration Compact

Serena Chiodo

Migration Compact: quando i diritti sono merce di scambio

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