16 marzo 1968 La strage di My Lai

Il 16 marzo del 1968 i soldati della compagnia Charlie, al comando del capitano Ernst Medina, entrarono dalla parte settentrionale del villaggio di My Lai, dove ora sorge un grandissimo, giovane albero, e dove, allora, giocavano i bambini.

Svuotarono i caricatori. Buttarono le bombe a mano nelle capanne. Violentarono le ragazzine in branco, da veri boy-scout, poi le trucidarono con le baionette. Un massacro sistematico che portò alla morte di un numero ancora oggi imprecisato di civili, con cifre oscillanti tra le 350 e le 500 vittime.

I più pericolosi esponenti del villaggio: vecchi e donne, vennero raccolti in gruppi e falciati con le mitragliatrici. Lo stomaco di una donna gravida venne aperto con un machete, il feto lanciato lontano nelle sterpaglie.

Poco distante, a Binh Tay, un villaggio vicino, il tenente Caley guardava un neonato che a gattoni stava cercando di uscire dal mucchio di corpi massacrati. Il tenente, che amava le cose ben fatte, con un calcio spinse il lattante di nuovo nella fossa comune e gli sparò. Siamo sinceri, non è mica facile distinguere un guerrigliero viet-cong da un bambino di otto mesi.

I soldati finirono i superstiti, appiccarono il fuoco alle case, uccisero il bestiame ancora vivo, raccolsero infine donne e bambini e li uccisero. In tutto trecentoquarantasette civili. Anche se il numero rimane imprecisato perché quando misero fine alla mattanza, gli uccisori buttarono bombe a mano sui corpi per nascondere l’eccidio. Nel rapporto militare fu scritto che erano stati uccisi novanta viet cong e nessun civile.

La notizia del massacro arrivò negli USA. Qualcuno chiedeva giustizia, i più chiedevano di chiudere in fretta la faccenda per poter continuare in tutta tranquillità i bombardamenti sui centri abitati del Nord Vietnam. Il processo fu solamente contro Calley. Più semplice e sbrigativo. La giuria si ritirò in camera di consiglio il 16 marzo 1971, riconobbe Calley colpevole dell’omicidio di almeno ventidue civili e lo condannò ai lavori forzati a vita. La pena fu poi ridotta a vent’anni e poi a dieci, fu infine liberato sulla parola nel 1974 dopo tre anni e mezzo trascorsi agli arresti domiciliari.

Il massacro comunemente noto come l’eccidio di My Lai, l’inutile orrore scatenato da un branco di vaccari assassini, è ricordato a Xom Lang, dove, in mezzo alla vegetazione e al silenzio, è stato eretto il monumento commemorativo alle vittime. My Lai è solo uno dei quattro villaggi dove i marines sfogarono la loro cieca violenza sui civili. Il monumento commemorativo è stato edificato a Xom Lang perché lì i massacri furono più efferati.

Nella casa museo, è impressionante constatare che nel libro delle firme dei visitatori non compaiano nomi americani. Sembra strano che nessuno si senta in dovere di venire a vedere. Forse non sanno? Nessuno di loro ha passeggiato nei luoghi dove il capitano Ernest Medina e i suoi sgherri, il tenente Wiliam Calley, il tenente Jeffrey la Cross e il tenente Stephen Brooks, sguinzagliarono i loro uomini?

Fuori dall’area recintata del museo  Appesi agli alberi sono scritti su lavagnette di legno i nomi delle persone che sono state massacrate. La famiglia Khoi, il più grande aveva sedici anni, la più piccola tre anni; il signor Chinh, novantuno anni, sicuramente un sovversivo; la famiglia Loy, padre, madre, figli, nipoti: ottantaquattro anni, settantotto anni, trentadue anni, dodici anni, sei anni, quattro anni, due mesi… due mesi.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/15/anniversario-massacro/197359/

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