SETTANT’ANNI FA: ELETTRICI ED ELEGGIBILI

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Il 10 Marzo 1946, con l’emanazione del decreto legislativo luogotenenziale n.74, fu completato l’iter che portava l’Italia nel novero dei paesi a suffragio universale: le donne non soltanto erano ammesse al voto come elettrici, ma rimediando ad una lacuna (dimenticanza o volontà del legislatore, l’origine di quel “buco” non è mai stata chiarita) del decreto del 1 Febbraio 1945 potevano anche essere elette se, nel giorno delle elezioni, avessero compiuto il venticinquesimo anno d’età.
Ripercorriamo allora la storia dell’inter legislativo compiuto in quel periodo.
Il 30 Gennaio 1945, con l’Italia ancora divisa in due, il Consiglio dei Ministri, presieduto da Ivanoe Bonomi, dopo aver esaminato la questione dei collocamenti a riposo di funzionari civili e nella riserva di militari per motivi di epurazione ed altre proposte del ministro della Guerra, affrontò (riportiamo dal verbale della seduta): “ la questione del voto alle donne. Il Ministro Brosio si dichiara favorevole a tale concessione, ma fa presente che trattandosi di una riforma importante sarebbe opportuno che il relativo progetto di legge avesse il conforto della discussione in assemblea consultiva. Dopo alcune osservazioni di altri Ministri, il Consiglio, a conclusione, decide l’estensione del diritto elettorale alle donne ed approva, in conseguenza, uno schema di decreto legislativo luogotenenziale con il quale il diritto di voto viene riconosciuto alle donne che abbiano compiuto il 21° anno di età al 31 Dicembre 1944”.
Il Presidente Bonomi aggiunge: “ poiché in quello stesso giorno entrava in vigore la disposizione per la formazione delle liste elettorali in tutti i Comuni dell’Italia liberata, la deliberazione giungeva in tempo perché, fin dall’inizio del lavoro, si procedesse ad iscrivere nelle nuove liste gli uomini e le donne”.
Era così sancito il raggiungimento dell’obiettivo di una lotta secolare delle donne europee e americane (nel 1869 in Gran Bretagna era stato concesso il voto alle donne nubili o vedove, esteso poi 25 anni dopo anche alle coniugate che, fino a quel punto, evidentemente si pensava dovessero essere politicamente rappresentate dal marito).
In Italia la lotta per il suffragismo aveva vissuto fasi di minore intensità, anche se va ricordato come al primo congresso nazionale delle donne italiane, tenutosi a Roma dal 24 al 30 Aprile 1908, fu approvato un ordine del giorno che chiedeva come alle donne fosse concesso il voto amministrativo e politico, nella stessa misura in cui questo era concesso agli uomini, auspicando che fra le donne italiane si intensificasse la propaganda fino al raggiungimento di questo fine.
Torniamo, comunque, al decreto del 31 Gennaio 1945, meglio noto come decreto “De Gasperi – Togliatti”, dal nome dei due ministri che con maggiore nettezza si erano espressi in favore del voto alle donne nel periodo precedente: in quel momento il decreto apparve quasi come una sorta di ovvio completamento del nuovo processo democratico.
Al punto che l’eco sulla stampa fu scarso, come ricorda Anna Rossi – Doria nel suo saggio “Le donne sulla scena politica”, apparso nella “Storia dell’Italia Repubblicana” edita da Einaudi e a cui si devono molte delle informazioni contenute in questo testo.
Indubbiamente il fatto che il decreto fosse emanato in un momento in cui il potere legislativo spettava solo al governo lo reso meno solenne dal punto di vista giuridico: un dibattito parlamentare avrebbe sicuramente definito meglio questo passaggio, pure fondamentale per la nuova democrazia italiana.
A determinare la decisione del governo valsero certamente elementi diversi: la richiesta formulata dal governo dal CLN; l’analoga decisione presa dal CLN francese; la scadenza per la preparazione delle liste per le future elezioni amministrative; soprattutto la campagna per il voto, condotta unitariamente da tutte le associazioni femminili.
A conferma della scarsa attenzione dedicata dal Consiglio dei Ministri alla misura adottata, in essa fu dimenticato un particolare certamente non secondario: quello relativo all’eleggibilità delle donne.
Per l’elettorato passivo al femminile bisognerà attendere, infatti, il decreto del 10 Marzo 1946, n.74, emanato davvero all’ultimo momento (la settimana successiva si sarebbero svolte, come vedremo meglio in seguito, la prime elezioni amministrative in tutta una serie di Comuni).
In cambio il Governo si affrettò a far aggiungere all’elenco dei punti da trattare nelle relazioni mensili e settimanali dei prefetti il “movimento politico femminile”, che, evidentemente, con la concessione del voto aveva acquistato interesse.
Nella generale sottovalutazione del provvedimento, fa eccezione “L’Unità” che, attraverso l’editoriale “Vittoria della democrazia” del 31 Gennaio 1945 scrive:
“ Questo avvenimento (il voto alle donne. n.d.r.) è una grande vittoria della democrazia, giacché una forza politica nuova viene immessa nella vita nazionale… si tratta di una scelta validissima di nuovi dirigenti, i quali, particolarmente per quanto concerne i problemi della vita cittadina, della vita locale, hanno l’enorme vantaggio di conoscere e sentire più direttamente i bisogni più immediati dei singoli e delle famiglie. Una ventata di sano buon senso entrerà sicuramente nella vita politica, e nella vita amministrativa entrerà con le donne un maggior spirito di concretezza…Noi comunisti siamo stati e siamo ardenti fautori della partecipazione delle donne alla vita politica… Ma…sarebbe un grande errore il supporre che il senso di responsabilità acquistato nella lotta quotidiana contro le difficoltà della vita possa pienamente tener luogo alla coscienza politica… Le militanti democratiche sapranno dare alle donne italiane una coscienza democratica, esse sapranno valorizzare politicamente le grandi qualità naturali che le donne porteranno nella vita pubblica”.
E’ soprattutto l’UDI a rivendicare il merito della conquista, per la quale si era, in effetti, effettivamente battuta.
E’ necessario però rilevare come i primi interventi dell’UDI a favore del voto alle donne, fossero piuttosto orientati a presentarlo come uno strumento di difesa della famiglia piuttosto che come un diritto individuale, tranne che per il tema del diritto all’eguaglianza nel lavoro (secondo le priorità che erano già state indicate nei documenti politici della Resistenza).
Leggiamo, allora, da un volantino diffuso dall’UDI il 5 Febbraio1945:
“ Donne d’Italia! In seguito alla campagna iniziata e condotta energicamente dall’Unione Donne Italiane, il 30 Gennaio il governo democratico ha emanato la legge che accorda alle donne il diritto di voto…Per noi il voto significa partecipare al governo della cosa pubblica e quindi: poter allevare degnamente i nostri figli; ricostruire le nostre famiglie; concorrere a tutti i posti a cui le nostre capacità ci danno diritto; impedire che i nostri figli, i nostri mariti, i nostri fratelli siano trascinati ancora in guerre ingiuste”.
Le donne cattoliche si erano impegnate, in questa battaglia , in modo molto simile a quelle dell’UDI e , inizialmente, presentarono il diritto di voto come una mera estensione alla sfera pubblica del ruolo familiare delle donne.
Leggiamo, dal “Popolo” (organo della DC) del 3 Gennaio 1945, un brano dell’articolo scritto da Anna Maria Guidi Cingolani e titolato “ La partecipazione delle donne alla vita politica”:
“ Il cliché della donna comiziante, galoppina, deputatessa, è un cliché che va spezzato prima di essere adoperato…Si tratta in sostanza di completare la funzione delle donna, per rendere più efficace la sua stessa missione di sposa e di madre…Certamente la donna orienterà la sua attività politica verso quei partiti che le garantiranno l’integrità, la sanità, lo sviluppo delle famiglie”.
Ancora in un circolare interna per le donne democristiane (Torino, luglio 1945):
“ Non resta per la donna italiana che far pesare sul piatto della bilancia riservato al bene comune, quelle doti di moralità e senso pratico, che talvolta…pesavano solo sull’altro piatto destinato al bene ristretto di una società famigliare che, pur essendo il centro e la forza di tutta quanta l’organizzazione umana, può diventare invece un circolo chiuso di egoismo”.
Sia le comuniste, sia le cattoliche, dunque, in un primo momento collocano il voto nella tradizione conservatrice in base alla quale le donne hanno servizi da rendere, non diritti da rivendicare.
Non emerge, insomma, dalle fonti politiche il senso di una nuova libertà personale legata al diritto di voto che, invece, sembrava diffuso tra le donne: ancor oggi molte testimonianze orali ricordano la grande emozione, provata il giorno delle prime elezioni).
Le donne politicizzate daranno subito al voto il significato essenziale di uno strumento da utilizzare per colmare il divario tra diritti politici e diritti civili.
Nel dibattito successivo, nella commissione dei 75 che redasse il testo della Costituzione Repubblicana, nell’ambito dei lavori dell’Assemblea Costituente, Nilde Iotti dichiarò:
“ Dal momento che alla donna è stata riconosciuta, nel campo politico, piena eguaglianza col diritto di voto attivo e passivo, ne consegue che la donna stessa dovrà essere emancipata dalle condizioni di arretratezza e di inferiorità in tutti i campi della vita sociale” (Commissione per la Costituzione, I sottocommissione. “Relazione dell’On. Signora Jotti Leonilde sulla famiglia. In “Assemblea Costituente, Atti della Commissione per la Costituzione, vol.II Relazioni e Proposte).
Le rarissime voci che, in occasione del vero dibattito sul voto alle donne, che si svolse alla vigilia delle elezioni amministrative del 1946, stabiliscono un nesso tra il voto e una trasformazione delle vita individuale delle donne sono quelle di personaggi politicamente eccentrici.
Sulle colonne dell’Unità del 26 Febbraio 1946 ( “ La sorte della donna”), Sibilla Aleramo, pur senza nominare il femminismo prefascista, ne riprende la traccia parlando del valore della partecipazione alle elezioni per il riscatto personale della donna: “che ne “ha coscienza” e compiendo il primo gesto “civile”, assume una dignità che le sarà di sostegno e di difesa per tutta la lunga, lunghissima strada”.
In realtà esisteva un nesso molto stretto tra il diritto di voto e la acquisizione, nuova per le donne, di un riconoscimento di esistenza individuale.
Tale acquisizione non riguardava affatto, come molte donne sia cattoliche, sia comuniste, pensavano, sole le borghesi.
Recenti studi sulla realtà contadina hanno posto in luce come, in quel ceto sociale, il voto per le donne avesse rappresentato la prima esperienza generalizzata e storicamente significativa di integrazione nel processo di individuazione, nel più importante, dunque, dei processi che caratterizzano la modernizzazione in senso socioculturale.
IL diritto/dovere di voto esplicitava l’esistenza di individualità femminili, perché le rendeva, in quanto individualità, titolari di un comportamento formalmente definito e garantito; e altrettanto esplicitamente valorizzava l’indipendenza e l’autonomia messe in atto nel comportamento stesso, in opposizione aperta alla definizione tradizionale della donna subordinata al marito..
Dei significati del voto alle donne la storiografia sul dopoguerra, che a stento lo nomina, non ha fin qui tenuto conto, a causa, oltre che del generale silenzio sulla storia politica delle donne, le quali compaiono in genere solo negli studi sulle lotte sociali, del fatto che è stata accettata una tesi preconcetta di voto “concesso” e non “conquistato” dalle donne.
Alcuni elementi indicano la possibilità di smentire la tesi della “concessione” : la partecipazione politica vissuta, in quel momento storico, dalle donne in forma di democrazia dal basso che pure si erano esercitate in alcune fasi della lotta di Resistenza (pensiamo alla Repubblica dell’Ossola e alla presenza, in quel frangente, di un Ministro donna, Gisella Floreanini); il ritorno della memoria della antiche lotte femminili per il diritto di voto; infine la piccola ma significativa battaglia per il voto che fu combattuta.
Il dato però più importante, sotto questo aspetto, rimane quello della smentita, sul campo, della tesi relativa all’abbassamento della partecipazione al voto che la presenza delle donne in forma attiva nella competizione elettorale avrebbe comportato, secondo alcuni critici.
La partecipazione al voto delle donne contribuì invece, in dimensione determinante, a costruire quel “caso italiano” che, per decenni, ha contraddistinto il nostro Paese, con percentuali di votanti, molto superiori a quelle degli altri paesi europei.
Questa annotazione ci introduce, così, direttamente nella seconda parte del nostro lavoro, laddove daremo conto dei primi risultati elettorali verificatisi con la partecipazione al voto delle donne.
Dunque il turno elettorale amministrativo del 1946, in base al quale si sarebbero elette le amministrazioni comunali di tutta Italia per la prima volta dalla Liberazione del Paese ( le “deputazioni provinciali” sarebbero state elette con suffragio universale per la prima volta nel 1951) si svolse in due tornate: nella primavera, in precedenza all’elezione dell’Assemblea Costituente e al referendum istituzionale e nell’autunno.
La prima occasione di voto per le donne fu dunque nel corso del turno primaverile amministrativo, svoltosi in 5 tornate, tra il 10 Marzo ed il 7 Aprile, coinvolgendo le elettrici e gli elettori di 66 province: 30 situate al Nord, 18 al Centro, 10 al Sud, 5 in Sicilia e 3 in Sardegna.
Il significato politico di quel voto risultò molto rilevante: si trattò della primissima indicazione fornita dall’esercizio fondativo della democrazia, quello del voto popolare, alle nuove forze politiche uscite dal fascismo.
Ecco l’elenco completo delle province in cui si votò nell’occasione:
10 Marzo. Arezzo, Enna, Frosinone, Grosseto, Nuoro, Rieti, Teramo.
17 Marzo: Belluno, Macerata, Vicenza, Cagliari.
24 Marzo: Ancona, Asti, Bergamo, Bologna, Campobasso, Cremona,Novara, Padova, Savona, Siena, Venezia e Vercelli.
31 Marzo: Agrigento, Brescia, Brindisi, Caltanissetta, Como, Cosenza, Cuneo, Ferrara, Forlì, Imperia, Modena, Pesaro, Pescara, Piacenza, Pisa, Potenza, Reggio Emilia, Sassari, Siracusa, Terni, Treviso, Verona.
7 Aprile: Alessandria, Ascoli, Caserta, Catanzaro, Chieti, Latina, Lucca, Massa, Matera, Milano, Parma, Pavia, Perugia, Ravenna, Reggio Calabria, Rovigo, Sondrio, Trapani, Udine, Varese, Viterbo.
Si può notare come fosse stato rinviato all’autunno il voto amministrativo in grandi città come Roma, Napoli, Firenze, Genova, Torino: una scelte che diede luogo ad un serrato dibattito politico e a diverse interpretazioni dal punto di vista del significato del voto, in gran parte concentrato nella “provincia” e non nelle metropoli, in relazione al voto sul referendum istituzionale, in quel momento al centro del confronto, ma deve anche essere tenuto in conto il dato della necessità di ricostruire per intero lo schedario elettorale dei Comuni, un lavoro svolto febbrilmente ma che, in certi casi, aveva avuto necessità di tempi più lunghi proprio perché le operazioni del 2 Giugno (Costituente e Referendum) alla fine risultassero, come fu, assolutamente regolari.
I dati che seguiranno si riferiscono esclusivamente ai Comuni capoluogo delle province dove si è votato nella tornata primaverile.
Si tratta del dato che può essere considerato maggiormente omogeneo sul piano politico(il sistema proporzionale era previsto soltanto per i comuni superiori ai 30.000 abitanti), perché nei comuni minori si diede luogo ad una variegata gamma di presentazioni in alleanza, con liste civiche, di indipendenti ( gli indipendenti in molti casi “mascherarono” le forze moderate del centrodestra) e quindi ci troviamo nell’impossibilità di stabilire una mappa provvista di una qualche attendibilità, a quel livello.
Il voto dei capoluoghi, invece, può essere analizzato nel merito circa il profilo politico complessivo ed essere anche paragonato, senza eccessiva tema di arbitrarietà, al risultato politico generale del 2 Giugno.
Indubbiamente vi era grande attesa per i risultati delle prime 7 province chiamate al voto il 10 Marzo 1946, e quel risultato (ripetiamo: nel nostro caso riferito esclusivamente ai capoluoghi) diede già indicazioni politiche piuttosto precise. Il primo posto toccò, però e contrariamente a quello che sarebbe accaduto in seguito, al PCI con 24.227 voti pari al 27,16%, la DC si piazzò al secondo posto con 23.470 voti, 26,31%; al terzo posto il PSIUP con 22.249 suffragi, 24,94%. Insomma l’indicazione che pareva prevalere era quella di un testa a testa fra quelli che erano definiti, al momento, i tre “partiti di massa”.
Furono proprio i dati della affluenza alle urne in quel primo turno amministrativo del 10 marzo 1946 ad indicare che l’estensione del suffragio femminile non avrebbe comportato pericoli per la percentuale dei votanti: in quelle 7 province infatti risultavano iscritti nelle liste 622.091 maschi, e si realizzò una percentuale dei votanti del 77,48%, e 680.891 femmine, con una percentuale di partecipazione del 76,09%. Il totale dei votanti di entrambi i sessi risultò così del 76,75%.
Il risultato complessivo, invece, nei 66 comuni capoluogo che abbiamo indicato definì le posizioni in una dimensione omologa a quelle che poi si sarebbero avute nell’elezione per l’Assemblea Costituente.
Al 7 Aprile 1946 il dato elettorale dimostrò come la DC rappresentasse il partito di maggioranza relativa con 934.833 voti, pari al 32,92% (negli stessi Comuni alla Costituente lo scudo crociato avrebbe raccolto 950.759 voti pari al 30,10%, a fronte di un risultato nazionale superiore del 5,11% dovuto probabilmente all’influenza del voto dei piccoli centri, in particolare rurali). Il PSIUP rappresentava ancora la forza più grande della sinistra, con 749.541 voti, pari al 26,40% ( alla Costituente nei 66 comuni presi in esame i socialisti avrebbero avuto 836.107 voti pari al 26,47%, sostanzialmente tenendo le posizioni. Il risultato “nazionale” invece si sarebbe collocato il 5,79% più sotto). Stesso “trend” per il PCI che aveva raccolto, in questa prima tornata elettorale, 683.806 voti pari al 24,43% (il 2 Giugno nelle stesse situazioni geografiche il voto sarebbe risultato, per i comunisti, sostanzialmente analogo con 770.152 voti pari al 24,38%, quindi del 5,45% superiore al dato nazionale del 2 Giugno).
Nella sostanza in questa elezione dominata dalla “provincia” italiana, le distanze tra i tre grandi partiti risultarono maggiormente ravvicinate rispetto a quelle poi effettivamente fatte registrare nell’intero Paese, di cui ricordiamo il dato: la DC 35, 21%, il PSIUP 20,68%, il PCI 18,93%. Stabili, invece, in questo rapporto i repubblicani (5,38% alle amministrative, 4,36 alla costituente) ed in crescita la destra (abbiamo assimilato , per comodità d’esposizione e per effettiva affinità, il voti del Blocco Nazionale , dell’Uomo Qualunque e dell’Unione Democratica Nazionale, passati dal 6,51% delle amministrative al 12,27% delle elezioni per l’Assemblea Costituente).
Risultavano quindi confermati da subito alcuni tratti caratteristici del nostro sistema: la prevalenza dei partiti di massa, il ruolo centrale della DC ,mentre restava ancora in discussione il discorso sull’egemonia a sinistra tra PSIUP (che aveva ancora, è bene, ricordarlo, i socialdemocratici che si sarebbero scissi soltanto nel Gennaio del 1947 formando il PSLI).
L’egemonia dei grandi partiti di massa risultò ancor di più esaltata dall’assegnazione dei seggi nei consigli comunali eletti con il sistema proporzionale che, al termine di quella tornata primaverile del 1946 e alla vigilia dell’elezione della Costituente e del Referendum istituzionale, risultò così suddivisa: 1627 consiglieri comunali alla DC, 1057 al PCI, 885 allo PSIUP, 350 eletti in liste unitarie di sinistra, 222 al PRI, 27 al Partito d’Azione, 29 al Partito Sardo d’Azione, 113 al PLI, 45 alla Democrazia del Lavoro, 52 all’Uomo Qualunque e 232 eletti in liste varie di centrodestra.

Il dato era stato tratto, elettrici ed elette rappresentavano una realtà politica dopo tanti anni d’attesa.

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