Migranti e lavoro bracciantile tra sfruttamento e disinteresse istituzionale: il caso di Nardò

di Antonio Ciniero***

L’agro centro-meridionale della provincia di Lecce, e in particolare la cittadina di Nardò, rappresenta ormai da oltre vent’anni un tassello importante ed emblematico delle dinamiche politiche, sociali ed economiche che attraversano e danno forma al lavoro agricolo stagionale nella gran parte dei paesi dell’aria euro-mediterranea. Le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti in questa zona, sebbene da più parti deprecate, sembrano essere immutabili. Pochi sono gli elementi che si sono modificati nel corso degli anni, tra questi, la composizione sociale dei braccianti avvicendatesi sul territorio e che discende, a sua volta, essenzialmente, da tre fattori: quelli produttivi (il cambio della tipologia dei prodotti agricoli coltivati e la modificazione degli ettari coltura destinati alla coltivazione, che ha richiamato un numero maggiore di manodopera); quelli economici più generali (la crisi degli ultimi anni e i licenziamenti a essa connessi, che hanno spinto verso il settore agricolo soggetti prima impiegati nel settore industriale e in quello dei servizi, di sovente nelle città del centro-nord Italia); e, ancora, quelli legati ai cambiamenti intervenuti sul versante delle dinamiche migratorie, soprattutto dal 2011, quando – a seguito delle cosiddette primavere arabe e dell’intervento armato in Libia – è mutato il panorama degli arrivi e delle presenze dei cittadini stranieri sul territorio dove è aumentato il numero dei cittadini richiedenti asilo e/o protezione umanitaria che, anche in conseguenza delle politiche e delle modalità di accoglienza loro riservate, sono divenuti un importante bacino di reclutamento di manodopera per la raccolta stagionale.

Se la modificazione della composizione sociale della forza lavoro cambia nel tempo, a rimanere quasi del tutto invariati sono invece altri due elementi fondamentali alla strutturazione del contesto socio-economico e socio-politico nel quale il lavoro bracciantile prende forma: il ruolo e le modalità di intervento delle istituzioni politiche (locali e non) rispetto al fenomeno e le modalità di intermediazione lavorativa tra domanda e offerta di lavoro garantita dal meccanismo del caporalato.

Le istituzioni locali, fino al 2009, non hanno predisposto nemmeno misure relative alla sistemazione alloggiativa dei braccianti, né tali misure sono state poste in essere dai datori di lavoro. Nel vuoto di interventi istituzionali, i braccianti erano di fatto (come, in parte, continuano a essere) delle presenze sconosciute, dimenticate e quasi invisibili sul territorio, costretti a vivere e ad arrangiarsi autonomamente in stabili lasciati all’abbandono o accampati direttamente sui terreni agricoli. È solo nel 2010 che la Provincia di Lecce e il Comune di Nardò, in collaborazione con due realtà associative (Finis Terrae onlus e Brigate di Solidarietà), hanno approntato un sistema di prima accoglienza e alloggio per i lavoratori. Questo primo campo, sorto in una masseria denominata Boncuri, sarà funzionante solo per due anni e già dal 2012 non verrà più utilizzato per l’accoglienza dei braccianti individuando altre soluzioni alloggiative che però non metteranno in discussione la forma del campo. Ad oggi, la maggioranza dei lavoratori continua a vivere accampandosi direttamente su terreni agricoli o in ruderi abbandonati nelle campagne: vecchi casolari o capanni per gli attrezzi. Il tutto, in assenza di ogni più elementare servizio: da quelli igienici e sanitari ai trasporti. Insomma, un vero e proprio ghetto, che costringe i suoi abitanti in una dimensione sospesa e chiusa dentro le dinamiche tipiche di questi luoghi, supportati solo dal sostegno alcuni cittadini e dall’intervento di alcune realtà associative: la Caritas locale e l’associazione Diritti a Sud.

L’assenza di servizi che dovrebbero per legge essere garantiti dalle aziende agricole e dal sistema istituzionale, ha creato le condizioni principali nelle quali si è consolidato il sistema di intermediazione informale tra domanda e offerta di lavoro garantita dal meccanismo del caporalato, tanto da renderlo, ancor oggi, la modalità principalmente, se non esclusivamente, utilizzata dalle aziende per il reclutamento di manodopera stagionale. Il caporalato, proprio come nel passato, continua a essere, sotto diverse forme, un elemento strutturale all’organizzazione del lavoro agricolo, un servizio che l’economia informale fornisce alle imprese per mantenere basso il costo del lavoro e al contempo controllare e disciplinare la forza lavoro, in particolare i segmenti dotati di minore capacità e forza contrattuale.

Il lavoro nero, il sistema del caporalato, le sistemazioni alloggiative, che con un eufemismo si possono definire precarie, erano e sono considerate dai lavoratori la norma. Difficilmente sono state messe in discussione, e anche quando ciò è avvenuto, si è trattato di conflitti individuali che non si sono mai trasformati in pratiche di lotta organizzata. È solo nel luglio del 2011 che qualcosa è sembrato cambiare, quando un gruppo di braccianti hanno dato vita ad un vero e proprio sciopero che, per lo meno nella fase iniziale, è stato completamente autorganizzato e autogestito dai lavoratori.

Lo sciopero scoppia il 29 luglio, quando un gruppo di braccanti ha deciso di non assecondare la richiesta del proprio caporale che chiedeva loro di prestare lavoro aggiuntivo senza però ricevere alcun incremento retributivo. Già dal giorno dopo inizieranno a partecipare ai momenti assembleari indetti dai lavoratori le diverse associazioni antirazziste e di volontariato del territorio e la CGIL. Le associazioni, così come pure il sindacato, durante tutta la fase dello sciopero, si limitano ad attività di supporto (come la raccolta di viveri e denaro da destinare alla cassa di resistenza che viene istituita per i braccianti in sciopero) o, nel caso della CGIL, all’organizzazione di un presidio e di alcuni incontri in Prefettura per permettere il confronto tra i lavoratori, le parti sociali e le istituzioni locali.

Sin da subito lo sciopero ha goduto di una significativa visibilità mediatica nazionale e internazionale che, se da un lato, ne ha amplificato la portata, dall’altro, ne ha però occultato alcune dinamiche e rivendicazioni. Il racconto mediatico, infatti, si è concentrato più sulle condizioni di vita dei braccianti e sul ruolo di uno dei leader dello sciopero Yvan Sagnet (1), che sulle rivendicazioni dei lavoratori che sono quasi sparite dallo spazio di visibilità offerto dai media.

Si è trattato di mobilitazioni nelle quali il lavoro, in quanto tale, ha avuto un’assoluta centralità, non casualmente tra l’altro, visto che il lavoro dei migranti, proprio perché maggiormente precarizzato, diviene un elemento di tensione costante all’interno del lavoro contemporaneo. Tra le principali rivendicazioni sindacali di quello sciopero: il superamento del sistema del caporalato e la richiesta di trattare direttamente con i datori di lavoro, l’innalzamento dei livelli salariali, il rifiuto del lavoro a cottimo, la regolarizzazione del rapporto lavorativo, l’emersione dal lavoro nero e il riconoscimento di tutele e garanzie previdenziali. Tutte richieste però che sono state, di fatto, lasciate cadere nel vuoto restando fino ad oggi prive di ascolto e riscontro da parte delle Istituzioni.

Al netto di ogni considerazione possibile sull’efficacia dello sciopero, l’esperienza del 2011 ha sicuramente sortito alcuni importanti risultati, anche se forse più simbolici che sostanziali: ha, da un lato, favorito la presa di coscienza e la capacità di organizzarsi dei lavoratori e, dall’altro, aperto un dibattito pubblico più ampio sul tema di quanto avvenuto fino allora.

Spente le luci dei riflettori mediatici però, nonostante dopo il 2011 vengano recepite dall’ordinamento giuridico italiano una serie di provvedimenti legislativi internazionali (2) e nazionali (3) potenzialmente in grado di contrastare il lavoro nero e il meccanismo del caporalato, Nardò, già dall’anno seguente, è ripiombata nella “normale” sospensione dei diritti: il ghetto continua ad esistere, il lavoro nero continua a rappresentare la modalità prevalente di impiego e il caporalato continua ad essere il meccanismo abituale per l’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro. In più, anche a causa del quasi totale disinteresse istituzionale, è percezione diffusa tra i braccianti, soprattutto tra chi vi aveva preso parte, che lo sciopero non sia servito a nulla, visto che le loro condizioni di vita e di lavoro a distanza di quattro anni, non possono certo dirsi migliorate. Anche il rapporto con le organizzazioni sindacali appare peggiorato, non sono pochi i lavoratori che le percepiscono come lontane e incapaci di rappresentare i loro interessi. D’altronde, la crisi di rappresentanza del sindacato non è certo cosa nuova, è almeno un ventennio che se ne discute, né è prerogativa del solo lavoro agricolo.

Il lavoro agricolo, specie quello stagionale, si situa al centro delle molteplici contraddizioni che caratterizzano la contemporaneità in quanto somma ed estremizza molte delle dinamiche che investono i mercati del lavoro e, più in generale, i sistemi produttivi dei paesi capitalisticamente avanzati. Tra le principali contraddizioni che il caso di Nardò esemplifica bene ci sono quelle relative ai processi di precarizzazione della condizione lavorativa e il conseguente depauperamento del potere contrattuale dei lavoratori in generale e della forza lavoro migrante in particolare; quelle relative alle ricadute sul piano economico delle politiche migratorie con le quali, sia a livello internazionale che nazionale, si disciplinano i movimenti migratori; quelle relative ai processi di esclusione sociale che determinano l’invisibilità agli occhi dell’opinione pubblica dei ghetti nei quali i lavoratori svolgono buona parte della loro vita; quelle innescate dalle filiere produttive e dai processi distributivi dei prodotti agricoli. Tutte queste contraddizioni contribuiscono a fare del lavoro agricolo un settore di ripiego nel quale trova occupazione, quasi esclusivamente, forza lavoro senza alcuna reale alternativa occupazionale. Il lavoro agricolo stagionale diviene quindi una sorta di microcosmo sociale in cui si intersecano e si condizionano vicendevolmente dinamiche strettamente lavorative e più generali dinamiche sociali la cui messa in discussione non può che partire dal rispetto dei diritti, potenziando gli strumenti di tutela dei diritti dei lavoratori e invertendo quindi la tendenza in atto, tanto a livello nazionale che internazionale, che invece seguita a mortificare il corpus di diritti sociali e lavorativi.

***Una versione più ampia di questo scritto è stata pubblicata sul n. 140 di Sociologia del Lavoro (2015) con il titolo: Crisi economica e lotte autorganizzate. Lavoro, sciopero ed esclusione dei braccianti a Nardò (2011-2015).

1) Proprio in questi giorni, Yvan Sagnet e Leonardo Palmisano sono vittime di vili minacce per il loro lavoro e la realtà denunciata nel loro testo Getto Italia edito dalla Fandango (http://www.amnesty.it/minacce-sagnet-palmisano-solidarieta-di-amnesty-international-italia).
2) Come la Direttiva 2009/52/CE del 2009 recepita il 16 luglio del 2012. Normativa che introduce norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare.
3) Il Decreto-legge 138/2011 che all’articolo 12 introduce la pena della reclusione per chi effettua illegalmente intermediazione lavorativa.

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