Catering e migranti: accoglienza straordinaria “in salsa” silana

In principio era l’Emergenza Nord-Africa. Il C.A.R.A. di località “Manche”, a Rogliano, aperto all’interno dell’ex albergo “La Calavrisella”, e gestito per oltre due anni dalla Cooperativa reggina “Le Rasole” (più volte al centro delle proteste da parte dei migranti e degli attivisti per la difesa dei diritti umani) aveva chiuso i battenti nel 2013. Un’emergenza pianificata, grazie alla quale uno dei più discussi centri di potere degli ultimi anni, la Protezione Civile, in crisi di credibilità dopo le numerose inchieste per corruzione e sperpero di denaro pubblico, era tornata in auge per sancire in tal modo, sul piano simbolico, la percezione del fenomeno migratorio come catastrofe emergenziale e per inaugurare un modello di “accoglienza respingente” gestito nel caos più assoluto, che aveva dato vita ad una serie di truffe e raggiri in quasi tutte le regioni italiane. Si era conclusa, dunque, una fase di accoglienza emergenziale, durata 22 mesi.

Nel mese di dicembre dello scorso anno, la struttura è stata riaperta per l’”accoglienza” dei migranti all’interno dei cosiddetti C.A.S (Centri di Accoglienza Straordinaria), fulgidi esempi di quell’accoglienza che si vuole emergenziale, dove succede che lo straordinario diventa ordinario, e dove succede il contrario: parcheggi in cui le persone vivono in una dimensione di indeterminatezza e di servizi scarsi e inesistenti, e in cui l’ottenimento dei più elementari diritti umani appare la più sorprendente delle concessioni. In aggiunta, tali posti vengono aperti dalle Prefetture per lo più in aree demaniali dismesse o all’interno di edifici privati (ex alberghi, ex ristoranti, ex discoteche, etc.) lontani dai centri abitati. Un isolamento spaziale, che non è di certo casuale, rende difficile l’incontro tra i migranti e la popolazione locale la quale, spesso, guarda con sospetto il “concentramento” di grandi numeri all’interno di tali strutture ma, allo stesso tempo, si sente rassicurata dalla loro segregazione fuori dai centri abitati, fuori dal “decoro urbano”. Non c’è, dunque, nulla da umanizzare in un istituto giuridico che fonda la propria ragione di essere sulla straordinarietà, sull’emergenzialità. L’accoglienza fornita nei CAS è riconducibile alle convenzioni tra privati/cooperative e prefettura. L’unico requisito è quello relativo alla disponibilità dei posti. Poco importa che chi si occuperà di accogliere le persone richiedenti asilo non abbia nessuna esperienza o inclinazione particolare in questo ambito.

E così è successo che nel caso del CAS di Rogliano, la gestione sia stata affidata a una ditta che si occupa di fornitura di pasti. Potrebbe risultare facile l’equazione: migranti=business! Ma tant’è.

La gestione del Centro di Accoglienza Straordinaria di Rogliano è stata, dunque, assegnata dal Prefetto di Cosenza a un’azienda lametina di catering e ristorazione collettiva, la GEMES S.r.l.. La struttura, tuttavia, soprattutto se paragonata a tutti gli altri CAS presenti nella provincia di Cosenza, appare in buono stato, anche se nessuna convenzione di affido è stata, ad oggi, firmata. Attualmente la struttura ospita 15 uomini e 17 donne, provenienti dalla Nigeria e dalla Somalia. Molti i richiedenti asilo ospitati precedentemente all’interno del CAS di Spineto, chiuso lo scorso settembre dalla Magistratura (in seguito anche a una denuncia mediatica da parte dell’associazione “La Kasbah”), trasferiti successivamente all’interno del CAS di Amantea (attualmente in fase di “svuotamento” e di chiusura), per essere infine “scaricati” nella struttura situata tra le montagne roglianesi.

Nel giro di un mese ci siamo recati due volte all’interno dell’ex albergo “La Calavrisella” a distanza di qualche settimana dalla sua apertura. Durante la nostra prima visita, l’operatrice responsabile del centro ci aveva palesato le difficoltà derivanti dall’assenza di operatori preposti all’accoglienza di categorie particolarmente vulnerabili e in condizioni di stress fisico e psicologico. In quell’occasione ci eravamo accorti della presenza di una donna nigeriana in stato di gravidanza, sbarcata pochi giorni prima in Italia e subito indirizzata nel CAS di Rogliano. Secondo quanto riferito dall’operatrice, nessun controllo medico era stato fino a quel momento effettuato.

Siamo ritornati nel centro pochi giorni fa. Siamo stati invitati a entrare all’interno della struttura dalla responsabile la quale ci ha resi edotti dei cambiamenti verificatisi nelle ultime settimane in merito alla gestione del CAS. Nuovi operatori si sono affiancati alla stessa: mediatore culturale, infermiere, insegnante di lingua italiana, operatore legale. Tuttavia, ad oggi, alcune delle persone presenti nel centro non usufruiscono di alcuna forma di assistenza medica, né S.T.P. né iscrizione al S.S.N. Per quanto concerne l’erogazione del pocket-money, le persone intervistate riferiscono che è stato loro erogato pochi giorni prima della nostra visita. Effetti letterecci e vestiti sono stati, secondo quanto riferito dall’operatrice, acquistati all’arrivo delle persone nella struttura. E’ stata loro erogata una sola scheda telefonica per telefonate internazionali, al momento del loro arrivo, ammontante a 15 euro.

La struttura, al momento della visita, a causa di un guasto agli impianti di riscaldamento, era particolarmente fredda, a differenza della nostra prima visita, nonostante all’esterno ci fossero pochissimi gradi. I migranti presenti all’interno lamentano l’inadeguatezza dei pasti, forniti, ovviamente, dall’azienda di catering alla quale la Prefettura ha affidato la gestione del centro. Raccontano di soffrire molto l’isolamento e il freddo pungente, soprattutto durante la notte. Un ragazzo nigeriano, appare particolarmente prostrato. Riferisce un disagio di tipo psicologico derivante da un vissuto traumatico. L’assistenza psicologica è mancante e ciò costituisce, a nostro avviso, una grave manchevolezza per quanto concerne l’accoglienza di migranti le cui vite sono state segnate dai traumi migratori. Di concerto con lo stesso viene predisposto un incontro presso l’equipe sociosanitaria per l’emersione dei traumi di tortura, a Cosenza.

In conclusione, grazie anche allo sforzo degli operatori al suo interno, possiamo affermare che lo standard di accoglienza sia più elevato dei CAS presenti nella provincia di Cosenza e, finora, monitorati all’interno delle visite effettuate dalla Campagna LasciateCIEntrare. Tuttavia, il giudizio in merito all’accoglienza delle persone all’interno di tali strutture è negativo.

Nei non luoghi dell’accoglienza, a Rogliano così come a Pedivigliano, a Castiglione Cosentino così come ad Amantea, il tempo è scandito dall’inattività. L’isolamento e la segregazione etnica , la concentrazione in un unico centro, la mancanza di contatti con il territorio, l’assenza di percorsi di reale inserimento sociale possono rappresentare fattori generatori o aggravanti di situazioni di stress e di vulnerabilità con conseguenze traumatiche per la psiche. La struttura di Rogliano è isolata e mal collegata con i mezzi di trasporto. In tal modo le persone ospiti del centro finiscono con il rimanere chiuse all’interno di un non luogo avulso dal territorio, in una sorta di limbo in cui le giornate scorrono nell’apatia e nell’attesa dell’esito dell’audizione in commissione che, per quanto riguarda i migranti presenti a Rogliano, si è tradotta nella maggior parte dei casi in un diniego da parte della stessa. La qualità della vita è scadente all’interno di tali centri. Ciò genera malessere, stress, sofferenza psichica.

Non è questo il modello di accoglienza che vogliamo, non vogliamo un’altra “Emergenza Nord-Africa”, non vogliamo un’accoglienza emergenziale che non garantisce il rispetto dei diritti delle persone e continua ad alimentare un sistema di asilo lacunoso, fragile ed inadeguato!

Emilia Corea (Associazione Culturale “La Kasbah”)

Luca Mannarino (attivista)

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