LA LOTTA PER LA CASA NON SI ARRESTA! MANIFESTAZIONE CONTRO LA REPRESSIONE A PADOVA

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CRIMINALE È CHI SFRATTA E LASCIA LE CASE VUOTE!
PADOVA: CORTEO A SOSTEGNO DEI COMPAGNI INDAGATI

28 Febbraio: Porta un fiore a Roberto

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Roberto Scialabba è un giovane militante di sinistra, con un passato vicino a Lotta Continua, è un abitante del quartiere Cinecittà in VII municipio e in quel periodo degli anni Settanta come molti suoi amici frequenta, l’unico centro sociale della zona, lo “Stabile“ occupato in via Calpurnio Fiamma.
La sera del 28 febbraio 1978, un commando di estremisti di destra cerca un obiettivo politico da colpire, qualche “Rosso” da eliminare per vendicare i fascisti uccisi davanti alla sezione del M.S.I. ( Movimento Sociale Italiano) di Acca Larentia il precedente 7 gennaio. Dopo essere stati allo “Stabile” occupato, quest’ultimo sgomberato il giorno precedente dalle forze dell’ordine, i fascisti compiono dei giri nel quartiere di Cinecittà in cerca di una preda da colpire. In piazza San Giovanni Bosco, ritrovo per molti militanti di sinistra della zona, c’è un gruppo di ragazzi che con i fatti di Acca Larentia non c’entra proprio nulla, tra questi c’è anche Roberto Scialabba, un giovane di 24 anni. Il loro abbigliamento però li identifica come compagni, sono quindi le prede giuste. Il commando della destra estrema, guidato da Valerio Fioravanti, irrompe nella piazza sparando su tutto ciò che si muove. Roberto cade a terra e viene finito dallo stesso Fioravanti, come lui stesso anni dopo dichiarerà, nello stesso agguato rimase ferito anche Nicola, il fratello di Roberto. Questo assassinio, rivendicato con la sigla “Gioventù Nazional Popolare” rappresenterà di fatto la nascita dei N.A.R. (gruppo terroristico fascista).
Per non inasprire ancor di più un clima di tensione politica già elevato, i quotidiani e partiti politici del tempo, ad eccezione del quotidiano Lotta Continua, cercheranno di far passare l’omicidio come un regolamento di conti tra spacciatori, creando un immaginario collettivo falso intorno alla figura di Roberto, che da giovane militante di sinistra, assassinato dai fascisti, diventa un tossico ucciso per storie di droga.

Fascisti in fuga ad Almese. Da eroi a braccio teso a eroi al volante

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Sabato 27 febbraio, poco dopo le 11.30, ad Almese, in valsusa una decina di fascisti di forza nuova capeggiati da Roberto Usseglio Viretta, coordinatore provinciale, salgono frettolosamente nelle auto e scappano. A scortare le auto in una colonna improvvisata alcune auto civetta del reparto digos della polizia di Torino. A garantire una via di fuga decine e decine di poliziotti e carabinieri che, schierati nei prati e lungo la strada provinciale con l’aiuto dei furgoni sbarrano la strada alla mobilitazione antifascista. Erano accorsi in difesa dell’italianità, per difendere gli almesini dagli stranieri, alla fine sono fuggiti loro rincorsi dagli almesini. Ponti d’oro verso la fuga, in questo caso.

Ma proviamo a ripercorrere una giornata che inizia presto, alle 8, in piazza Martiri della libertà, ad Almese. Giungono dai paesi della valle di Susa molte persone, antifasciste e notav, come è ovvio e doveroso che sia. Le anpi della valle di susa hanno lanciato l’appuntamento. Ci sono almeno dieci sindaci, quello di casa orgogliosamente con la fascia tricolore, il parroco e i medici del paese, donne, uomini, bambini, giovani e anziani. Ci sono un po’ tutti, al freddo e in una giornata di pioggia, delegazioni dai vari paesi, un numero adeguato ma misurato allo stesso tempo. Per dirla con un termine molto locale “ci siamo scaldati ma neanche troppo”. Quello che più preoccupa non è la situazione attuale di questi gruppuscoli residuali dell’estrema destra fascista bensì il precedente che si sarebbe creato e la possibile prospettiva. Primo una questione di identità locale, intollerabile in una valle simbolo della resistenza l’agibilità per i fascisti. Secondo in una valle che nonostante la grave crisi occupazionale ed economica si fa promotore di accoglienza lasciare agibilità a chi per una mera speculazione politica crea il dubbio e l’odio verso il diverso, il non conosciuto.

Tutto ha inizio però con la richiesta fatta il 22 febbraio da Viretta al comune di Almese per piazza Martiri della libertà. Il sindaco nega, il prefetto commissaria la decisione e delega la questura a garantire l’agibilità politica per il gruppo fascista. Una brutta pagina che si chiude con la scelta del questore, i fascisti potranno manifestare nel piazzale del cimitero, lontano dal paese protetti dalla polizia. Ma il sindaco e le anpi si mobilitano e si arriva appunto alla giornata di oggi. Ed è proprio da piazza martiri che si parte in corteo. Si ripercorrono le strade del paese verso il cimitero tutti insieme arrivando a circondare attravero i campi il pesante dispositivo di sicurezza. Basta quello, la fifa fa novanta e gli eroi del ventennio diventano eroi della fuga in auto, degni di un poliziesco anni settanta.

Raccontiamo questa storia perchè ci è piaciuta, per la partecipazione ottima, per il protagonismo di tutte le persone accorse, per la fuga in auto, per la presenza delle istituzioni locali, del nostro senatore no tav del parroco dell’anpi. Una storia di antifascismo valsusino, magari diverso da quello di città ma molto simile alle pagine più belle della storia no tav. Per la misura con cui si è affrontato il problema, nei numeri, nella determinazione e nella semplicità delle sue forme. Tutto adeguato alla minaccia, senza tante figure retoriche slogan o giri di parole. Ci è piaciuto anche vedere l’ardire del fascista che su facebook ci copre di insulti e riesci a pubblicare almeno una trentina di post al giorno tra commenti e stronzate. Ma ci è piaciuto ancora di più quando ci ha visto e nonostante la polizia a sua difesa è scivolato in auto veloce come un merda. Ci piace così, arrabbiarci il lunedì per la provocazione di vedersi indire di fianco a casa un’iniziativa fascista e ridere tutti insieme al bar del paese dopo averli fatti scappare dalla terra in cui siamo nati e che adoriamo, libera e antifascista.

Da notav.info

28 febbraio 1978 Roberto Scialabba

Roberto Scialabba. Lotta continua, Autonomia operaia, l’occupazione di un palazzo di via Calpurnio Fiamma. Un militante politico. Ma la sera del 28 febbraio 1978 è solo un ragazzo di ventiquattro anni. Nel posto sbagliato al momento sbagliato.

I fascisti scalpitano. È il terzo anniversario della morte di Mikis Mantakas, militante del Fuan. Meno di due mesi prima ci sono stati i fatti di Acca Larentia. Tre giovani di destra uccisi davanti alla sezione del Msi. Due da oppositori politici, uno da un carabiniere. I Nar cercano sangue per il loro battesimo. L’obiettivo è un rosso, un comunista. Uno qualsiasi. Così il destino trasforma la grande piazza in un vicolo cieco. E Roberto in un bersaglio. Nello stesso momento lì. Lui, loro. Un caso. Un maledetto caso. Loro sono i soliti. I fratelli Fioravanti, Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi, pochi altri. Protetti, impuniti. Lo dirà qualche anno dopo Cristiano Fioravanti. Sapevano che nella peggiore delle ipotesi «i processi erano sempre assegnati a magistrati ben conosciuti dal padre» di Alessandro Alibrandi, e «sarebbero andati bene».

Si dirigono verso il palazzo occupato di Cinecittà. Lo trovano chiuso. Sgombrato dalla polizia il giorno prima. Non si danno per vinti. Dirottano verso una piazza lì vicino. Su una panchina, nei giardinetti, c’è anche Roberto. Con il fratello e un amico. In un luogo di rossi. Con il look del rosso. Sparano i Fioravanti, spara Anselmi. Roberto cade a terra, ferito al torace. Giusva si mette a cavalcioni su di lui. Due colpi a bruciapelo alla nuca.

Nella piazza c’è anche spaccio di eroina. Roberto lo combatte, ma uno spinello è tutt’altra cosa. In tasca ha un po’ di hashish. La polizia prende la palla al balzo. I fascisti telefonano e ritelefonano ai quotidiani, vogliono rivendicare l’uccisione. Niente. I giornali ignorano. Articoli fotocopia. Regolamento di conti fra spacciatori.

Nel marzo 1982 Cristiano Fioravanti racconta tutto. Fuori tempo massimo. La velina della questura è stampata nella memoria dei più.

MA GLI ANTIFASCISTI NON DIMENTICANO!      Né oblio, né perdono!

(scheda a cura di Paola Staccioli)

Online il rapporto di monitoraggio della campagna LasciateCIEntrare

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Dopo la presentazione ufficiale tenutasi a Roma il 25 Febbraio 2016, è ora disponibile online il rapporto di monitoraggio della campagna LasciateCIEntrare  su accoglienza, detenzione amministrativa e rimpatri forzati: “ACCOGLIERE: LA VERA EMERGENZA”.

Clicca qui per scaricare i due rapporti:

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Online il rapporto di monitoraggio della campagna LasciateCIEntrare

27 febbraio 1969 Domenico Congedo

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Sabato 27 febbraio 1969 la città di Roma venne blindata in occasione della visita ufficiale del Presidente degli Stati Uniti Nixon. Le strade, vuote, furono presidiate dalle forze dell’ordine, mobilitate, per l’occasione, in gran numero.

Lo scenario che si delineò quel pomeriggio di febbraio fu ben diverso da quello descritto dai cronisti e dagli inviati che avevano seguito il viaggio di Nixon in Europa, con le manifestazioni di giubilo mostrate a Bruxelles, Londra e Berlino ovest.
L’annuncio della visita, infatti, aveva diviso profondamente gli schieramenti politici. Le polemiche erano infuriate e non erano mancate le provocazioni. Nei mesi precedenti, inoltre, era montata la protesta degli studenti contro l’attuazione della riforma Sullo, con l’occupazione di numerose facoltà a Roma e nel resto d’Italia. Alla mobilitazione studentesca seguì ben presto quella dei gruppi neofascisti che, ad eccezione di qualche formazione “eretica”, cercavano di contrastare l’attivismo dei movimenti di protesta. Tra il gennaio ed il febbraio 1969, in particolar modo nella città di Roma, tali istanze si mescolarono con le mobilitazioni a favore o contro la visita di Nixon, contribuendo ad esasperare il clima politico.
Il 22 gennaio estremisti di destra provocarono incidenti davanti ai licei Dante, Lucrezio Caro, Mamiani e all’Istituto tecnico Leonardo Da Vinci, mentre, nella stessa giornata, nella facoltà di Scienze Politiche, un gruppo di attivisti neofascisti si scontrava con gli studenti che presidiavano l’ingresso.
Tra il 25 e il 26 gennaio la destra si mobilitò per la commemorazione di Jan Palach, lo studente cecoslovacco immolatosi per protestare contro l’invasione sovietica del 1968. Violenti scontri tra neofascisti e polizia scoppiarono a Roma davanti all’ambasciata dell’Urss, mentre a Napoli, militanti della “Gioventù europea”, nel tentativo di interrompere un’assemblea del movimento studentesco, lanciarono numerose molotov all’interno dell’ateneo, provocando un grosso incendio.
Per tutto febbraio si susseguirono le azioni dei gruppi neofascisti. A Roma, in pochi giorni, vennero assalite la libreria Feltrinelli di via del Babuino, la sede Rai di via Teulada, mentre le sezioni dell’Anpi, le lapidi commemorative dei martiri antifascisti e le sedi dei partiti di sinistra furono oggetto di attentati incendiari o di atti vandalici. Non di rado, accanto alle scritte di rivendicazione «viva il Msi!», comparvero quelle di «viva l’arrivo di Nixon in Italia!».
Tra il 13 ed il 19 febbraio, le azioni violente dei neofascisti subirono un’escalation. Due studenti rimasero feriti in un tafferuglio davanti al liceo Mamiani, mentre una squadra di picchiatori fascisti tentò l’assalto del Magistero, occupato da giorni dal movimento studentesco. Nuovi attacchi alle facoltà vennero compiuti, infine, il 19 febbraio, mentre nella notte un ordigno scoppiava dinanzi all’ingresso dell’istituto di Genetica.
Il pomeriggio del 27 febbraio 1969, numerosi assembramenti e cortei di protesta si formarono in diversi punti della città. Gli studenti del movimento studentesco tentarono di uscire dall’ateneo, da giorni occupato, ma vennero bloccati da un’ingente schieramento di polizia e carabinieri che volevano impedire l’eccessivo ingrossamento del corteo che di li a poco sarebbe partito da piazza Esedra. La tensione sfociò subito in scontri nelle zone adiacenti la città universitaria.
Il corteo partito da piazza Esedra, con alla testa un cordone di parlamentari del Pci e del Psiup, imboccò via Nazionale, ma all’altezza di via Napoli fu bloccato dalla polizia. I manifestanti, tornati in piazza Esedra, discesero via Vittorio Emanuele Orlando, dove, all’incrocio di via Bissolati, nelle vicinanze dell’ambasciata statunitense, di nuovo vennero fermati. Deviato verso piazza Barberini, il flusso di manifestanti si incanalò, allora, verso largo Chigi, dove improvvisamente partirono le cariche della polizia e dei carabinieri. Da quel momento in poi, fino a sera inoltrata, le strade della centro della città furono teatro di scontri violenti e di cariche indiscriminate da parte della celere nei confronti di qualsiasi assembramento.
In questo contesto, comparvero gruppi di neofascisti che si scagliarono contro sedi e sezioni politiche. Il primo assalto venne compiuto contro una sede del partito radicale che esponeva uno striscione di protesta contro la visita di Nixon. Un indignato editoriale di «Paese Sera» del 28 febbraio 1969, denunciando la presunta connivenza tra forze di polizia e gruppi neofascisti, descrive lo scenario di quelle ore: […] alla città universitaria è stato tutto un assalto durissimo, intimidatorio, puramente gratuito…. […] Per una logica concatenazione degli eventi, a fianco della polizia, sono apparsi gruppetti di fascisti. Sono stati loro a cercare l’incidente in via 24 maggio contro la sede del partito radicale per via dello striscione anti-Nixon… Una pattuglia di poliziotti sulle loro «jeeps» sibilanti è venuta provocatoriamente, stupidamente, senza un motivo qualsiasi a sfilare davanti alla sede del nostro giornale…li abbiamo visti coi nostri occhi questi agenti salutare con il braccio levato alla fascista, rivolgerci gesti di minaccia con i loro bastoni.
Verso sera, un cospicuo gruppo di estremisti di destra percorse via Nazionale fino a piazza Esedra, li dove era partita la manifestazione indetta dalla sinistra, senza incontrare la resistenza delle forze dell’ordine ancora presenti nella piazza, e si diresse verso il Magistero occupato dagli studenti, con l’intenzione di scacciarne gli occupanti. Contro la facciata dell’edificio, vennero dapprima lanciati sassi e poi sparati dei razzi, simili a quelli utilizzati per i fuochi d’artificio. Non riuscendo a forzare l’ingresso dell’edificio occupato, gli assalitori appiccarono fuoco alla porta, nel tentativo di entrare.
Neanche di fronte a questo episodio la polizia intervenne.
All’interno del Magistero gli occupanti erano rimasti in pochi. La maggior parte degli studenti, infatti, avevano partecipato al corteo nel pomeriggio. Di fronte alla violenza dell’attacco, le persone rimaste a presidiare l’edificio si rifugiarono ai piani superiori, nella speranza di un soccorso. Uno di questi, Domenico Congedo, studente di Lingue, si arrampicò su un cornicione di una finestra del quarto piano, cercando una via d’uscita per i suoi compagni. Tuttavia la traversina di marmo che sorreggeva il ragazzo non resse, si sbriciolò e Domenico Congedo cadde nel pianterreno. Trasportato, con notevole ritardo, al Policlinico, trovò lì la morte.
Domenico Congedo aveva 24 anni ed era nato a Monteroni, in provincia di Lecce. Da poco si era trasferito a Roma, in una stanza in affitto nei pressi di piazza Zama, in via Bitinia. Studiava Lingue e Letterature straniere. Da poco accostatosi alla politica, di simpatie anarchiche, si era avvicinato al movimento studentesco.
Data l’entità degli incidenti e di fronte alla notizia della morte di Domenico Congedo, il presidente degli Stati Uniti annullò la conferenza stampa indetta per la sera.
Nixon partì, comunque, in una Roma spettrale, scioccata dagli scontri del giorno precedente. Mentre sui giornali ed in parlamento infuriava la polemica, sui cancelli della città universitaria ancora occupata, vennero affisse le bandiere rosse e nere degli anarchici, mentre uno striscione recitava : «E’ morto un compagno di lotta, Domenico Congedo». Gli studenti, ancora una volta, formarono un grosso corteo che attraversò la città, protestando contro la violenza della polizia e le aggressioni fasciste.
Nonostante il clamore suscitato dai fatti del 27 febbraio e le interrogazioni parlamentari, nonostante il Partito comunista e il quotidiano «l’Unità» avessero fornito alla magistratura un lungo elenco di testimoni, la morte di Domenico Congedo fu attribuita esclusivamente al cedimento del cornicione.

Guido Panvini

Bibliografia:

M. Galleni, Rapporto sul terrorismo, Le stragi, gli attentati, le sigle, 1969 – 1980, Rizzoli, Milano 1981.
Venti anni di violenza politica in Italia, 1969 – 1988, Ricerca Isodarco, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Roma 1992.

Quotidiani utilizzati:

«Corriere della Sera», del 27 – 28/02/1969 e del 1 -2- 3 – 4/03/1969.
«l’Unità», del 27 – 28/02/1969 e del 1 -2- 3 – 4/03/1969.
«Paese Sera», del 27 – 28/02/1969 e del 1 -2- 3 – 4/03/1969.
«Il Messaggero», del 27 – 28/02/1969 e del 1 -2- 3 – 4/03/1969.

Padova – Per 1 marzo di diritti e dignità!

A quasi un anno dalla grande manifestazione di Padova Accoglie che ha permesso di liberare moltissime forze che hanno contribuito a creare consistenti e qualificati percorsi di accoglienza in città e provincia, è giunto il momento di ripartire tenendo conto dei molti momenti che hanno segnato l’evoluzione del nostro lavoro in questi ultimi mesi.

Dopo Padova Accoglie, alcuni momenti salienti sono stati la marcia delle donne e degli uomini scalzi dell’11 settembre al Lido di Venezia ed il convegno organizzato in collaborazione con l’Università di Padova a novembre che ha aperto la strada ad uno studio approfondito di prefigurazione dei percorsi di integrazione attraverso un nuovo modello di sviluppo; e sicuramente va ricordato l’impegno straordinario a livello internazionale delle centinaia di volontari in soccorso alle popolazioni migranti con la staffetta #OverTheFortress.

Sono solo alcune delle tappe che ci hanno portato ad oggi, ma ancora vediamo milioni di persone premere ai bordi di un’Europa sempre più Fortezza, che non sa accogliere anzi oppone solamente porte chiuse e nuove barriere. Oltre il filo spinato ed i reticolati che segnano nuovamente ogni confine di Stato, ai migranti che giungono nelle nostre città resta ancora un limite da oltrepassare: quello del responso davanti alle commissioni territoriali che devono decidere sulla concessione del permesso di soggiorno dopo il complicato e lungo iter di richiesta di d’asilo.

Sembra incredibile che l’ultima prova da superare per chi sfugge da guerra e fame, dopo aver attraversato il deserto ed il mediterraneo, e rischiato la propria vita in un viaggio estenuante e pericoloso, dopo mesi e spesso anni in schiavitù e torture in Libia, sia un colloquio con qualche funzionario che ha la facoltà di decidere arbitrariamente sul loro destino.

A Padova è attiva una delle Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, con competenze su tutto il Nord Est. La commissione è stata istituita, con decreto del Ministero dell’Interno il 10 novembre 2014 ed è attiva dai primi mesi del 2015; è composta formalmente da 4 membri il cui operato è completamente oscuro: gli unici dati noti risalgono allo scorso 15 settembre: delle 634 domande esaminate, ben 454 ( il 71 %) sono state rigettate.

Da settembre nulla più è dato sapere! Ogni richiesta di informazioni cade nel vuoto: la composizione della commissione è variabile, lo si deduce dalle firme in calce ai verbali delle audizioni; solo il presidente è rimasto lo stesso. Non è noto il numero delle domande presentate, di quelle esaminate né gli esiti complessivi degli ultimi sei mesi.

Per la totale mancanza di trasparenza e per i numeri considerevoli dei dinieghi la Commissione di Padova viene additata come un’anomalia nazionale, ma tutto il sistema di valutazione delle richieste di protezione internazionale altro non è che un meccanismo burocratico strutturato perlopiù per scoraggiare l’arrivo di nuovi profughi e limitare l’ottenimento del permesso di rimanere in Italia: quali sono i criteri con cui i commissari territoriali vengono selezionati e poi formati dalla Commissione Nazionale? Hanno competenze rispetto alle condizioni geopolitiche dei Paesi di provenienza? Sono in grado di valutare dal punto di vista medico-psicologico lo stato di salute di una persona già segnata dalle atrocità della guerra e dei viaggi e infine ospitata per mesi in strutture spesso inadeguate? Perché tutte le domande presentate da alcuni gruppi etnici vengono respinte, come accade a maliani e ghanesi? Il diritto d’asilo dovrebbe essere un diritto soggettivo da valutare in base alla storia personale, e non al gruppo etnico di appartenenza!

Vi sono centri di accoglienza in cui, se si esclude gli affetti da patologie particolari, c’è stato quasi il 100% di dinieghi per i provenienti dal sub-Sahara. Dunque l’asilo politico o la protezione umanitaria riguardano solo gli ammalati?

Infine, non possiamo dimenticare che anche a coloro ai quali viene accordata una forma di protezione, questa è solamente formale: non esistono programmi specifici di inclusione sociale, di sostegno e crescita della persona una volta accolta dal punto di vista burocratico. Solo in alcuni centri l’assistenza data dai programmi SPRAR viene estesa al periodo successivo al colloquio: ma questa dovrebbe essere la prassi!Da anni ormai la giornata del 1 marzo è dedicata alla battaglia per i diritti dei migranti, crediamo che in particolare Padova debba ritornare in piazza perchè la commissione territoriale rappresenta il peggio a livello nazionale, è urgente chiedere chiarezza e trasparenza rispetto al lavoro di questa Commissione;

– bisogna ribadire con forza la necessità immediata dell’apertura di canali umanitari;

– vogliamo chiedere, come nel 2011, un indirizzo ministeriale che impedisca la divisione dei migranti a partire dalle ragioni del loro viaggio, siano esse per guerra, mutazioni climatiche che rendono invivibili larghi territori o per fame;

– vogliamo preparare il terreno per il superamento delle Commissioni territoriali e della Bossi-Fini in presenza di forme di impiego a cui potere avviare i richiedenti protezione;

– vogliamo chiedere una sanatoria che tolga immediatamente dalla clandestinità le migliaia di migranti a cui è già stato negato il permesso di soggiorno.

Per questo invitiamo tutte e tutti al presidio che si terrà nella giornata dedicata ai diritti dei migranti, MARTEDÌ 1 MARZO, di fronte alla Prefettura di Padova in piazza Antenore alle 18.30.

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/padova-per-1-marzo-di-diritti-e-dignita/19907

Migranti e lavoro bracciantile tra sfruttamento e disinteresse istituzionale: il caso di Nardò

di Antonio Ciniero***

L’agro centro-meridionale della provincia di Lecce, e in particolare la cittadina di Nardò, rappresenta ormai da oltre vent’anni un tassello importante ed emblematico delle dinamiche politiche, sociali ed economiche che attraversano e danno forma al lavoro agricolo stagionale nella gran parte dei paesi dell’aria euro-mediterranea. Le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti in questa zona, sebbene da più parti deprecate, sembrano essere immutabili. Pochi sono gli elementi che si sono modificati nel corso degli anni, tra questi, la composizione sociale dei braccianti avvicendatesi sul territorio e che discende, a sua volta, essenzialmente, da tre fattori: quelli produttivi (il cambio della tipologia dei prodotti agricoli coltivati e la modificazione degli ettari coltura destinati alla coltivazione, che ha richiamato un numero maggiore di manodopera); quelli economici più generali (la crisi degli ultimi anni e i licenziamenti a essa connessi, che hanno spinto verso il settore agricolo soggetti prima impiegati nel settore industriale e in quello dei servizi, di sovente nelle città del centro-nord Italia); e, ancora, quelli legati ai cambiamenti intervenuti sul versante delle dinamiche migratorie, soprattutto dal 2011, quando – a seguito delle cosiddette primavere arabe e dell’intervento armato in Libia – è mutato il panorama degli arrivi e delle presenze dei cittadini stranieri sul territorio dove è aumentato il numero dei cittadini richiedenti asilo e/o protezione umanitaria che, anche in conseguenza delle politiche e delle modalità di accoglienza loro riservate, sono divenuti un importante bacino di reclutamento di manodopera per la raccolta stagionale.

Se la modificazione della composizione sociale della forza lavoro cambia nel tempo, a rimanere quasi del tutto invariati sono invece altri due elementi fondamentali alla strutturazione del contesto socio-economico e socio-politico nel quale il lavoro bracciantile prende forma: il ruolo e le modalità di intervento delle istituzioni politiche (locali e non) rispetto al fenomeno e le modalità di intermediazione lavorativa tra domanda e offerta di lavoro garantita dal meccanismo del caporalato.

Le istituzioni locali, fino al 2009, non hanno predisposto nemmeno misure relative alla sistemazione alloggiativa dei braccianti, né tali misure sono state poste in essere dai datori di lavoro. Nel vuoto di interventi istituzionali, i braccianti erano di fatto (come, in parte, continuano a essere) delle presenze sconosciute, dimenticate e quasi invisibili sul territorio, costretti a vivere e ad arrangiarsi autonomamente in stabili lasciati all’abbandono o accampati direttamente sui terreni agricoli. È solo nel 2010 che la Provincia di Lecce e il Comune di Nardò, in collaborazione con due realtà associative (Finis Terrae onlus e Brigate di Solidarietà), hanno approntato un sistema di prima accoglienza e alloggio per i lavoratori. Questo primo campo, sorto in una masseria denominata Boncuri, sarà funzionante solo per due anni e già dal 2012 non verrà più utilizzato per l’accoglienza dei braccianti individuando altre soluzioni alloggiative che però non metteranno in discussione la forma del campo. Ad oggi, la maggioranza dei lavoratori continua a vivere accampandosi direttamente su terreni agricoli o in ruderi abbandonati nelle campagne: vecchi casolari o capanni per gli attrezzi. Il tutto, in assenza di ogni più elementare servizio: da quelli igienici e sanitari ai trasporti. Insomma, un vero e proprio ghetto, che costringe i suoi abitanti in una dimensione sospesa e chiusa dentro le dinamiche tipiche di questi luoghi, supportati solo dal sostegno alcuni cittadini e dall’intervento di alcune realtà associative: la Caritas locale e l’associazione Diritti a Sud.

L’assenza di servizi che dovrebbero per legge essere garantiti dalle aziende agricole e dal sistema istituzionale, ha creato le condizioni principali nelle quali si è consolidato il sistema di intermediazione informale tra domanda e offerta di lavoro garantita dal meccanismo del caporalato, tanto da renderlo, ancor oggi, la modalità principalmente, se non esclusivamente, utilizzata dalle aziende per il reclutamento di manodopera stagionale. Il caporalato, proprio come nel passato, continua a essere, sotto diverse forme, un elemento strutturale all’organizzazione del lavoro agricolo, un servizio che l’economia informale fornisce alle imprese per mantenere basso il costo del lavoro e al contempo controllare e disciplinare la forza lavoro, in particolare i segmenti dotati di minore capacità e forza contrattuale.

Il lavoro nero, il sistema del caporalato, le sistemazioni alloggiative, che con un eufemismo si possono definire precarie, erano e sono considerate dai lavoratori la norma. Difficilmente sono state messe in discussione, e anche quando ciò è avvenuto, si è trattato di conflitti individuali che non si sono mai trasformati in pratiche di lotta organizzata. È solo nel luglio del 2011 che qualcosa è sembrato cambiare, quando un gruppo di braccianti hanno dato vita ad un vero e proprio sciopero che, per lo meno nella fase iniziale, è stato completamente autorganizzato e autogestito dai lavoratori.

Lo sciopero scoppia il 29 luglio, quando un gruppo di braccanti ha deciso di non assecondare la richiesta del proprio caporale che chiedeva loro di prestare lavoro aggiuntivo senza però ricevere alcun incremento retributivo. Già dal giorno dopo inizieranno a partecipare ai momenti assembleari indetti dai lavoratori le diverse associazioni antirazziste e di volontariato del territorio e la CGIL. Le associazioni, così come pure il sindacato, durante tutta la fase dello sciopero, si limitano ad attività di supporto (come la raccolta di viveri e denaro da destinare alla cassa di resistenza che viene istituita per i braccianti in sciopero) o, nel caso della CGIL, all’organizzazione di un presidio e di alcuni incontri in Prefettura per permettere il confronto tra i lavoratori, le parti sociali e le istituzioni locali.

Sin da subito lo sciopero ha goduto di una significativa visibilità mediatica nazionale e internazionale che, se da un lato, ne ha amplificato la portata, dall’altro, ne ha però occultato alcune dinamiche e rivendicazioni. Il racconto mediatico, infatti, si è concentrato più sulle condizioni di vita dei braccianti e sul ruolo di uno dei leader dello sciopero Yvan Sagnet (1), che sulle rivendicazioni dei lavoratori che sono quasi sparite dallo spazio di visibilità offerto dai media.

Si è trattato di mobilitazioni nelle quali il lavoro, in quanto tale, ha avuto un’assoluta centralità, non casualmente tra l’altro, visto che il lavoro dei migranti, proprio perché maggiormente precarizzato, diviene un elemento di tensione costante all’interno del lavoro contemporaneo. Tra le principali rivendicazioni sindacali di quello sciopero: il superamento del sistema del caporalato e la richiesta di trattare direttamente con i datori di lavoro, l’innalzamento dei livelli salariali, il rifiuto del lavoro a cottimo, la regolarizzazione del rapporto lavorativo, l’emersione dal lavoro nero e il riconoscimento di tutele e garanzie previdenziali. Tutte richieste però che sono state, di fatto, lasciate cadere nel vuoto restando fino ad oggi prive di ascolto e riscontro da parte delle Istituzioni.

Al netto di ogni considerazione possibile sull’efficacia dello sciopero, l’esperienza del 2011 ha sicuramente sortito alcuni importanti risultati, anche se forse più simbolici che sostanziali: ha, da un lato, favorito la presa di coscienza e la capacità di organizzarsi dei lavoratori e, dall’altro, aperto un dibattito pubblico più ampio sul tema di quanto avvenuto fino allora.

Spente le luci dei riflettori mediatici però, nonostante dopo il 2011 vengano recepite dall’ordinamento giuridico italiano una serie di provvedimenti legislativi internazionali (2) e nazionali (3) potenzialmente in grado di contrastare il lavoro nero e il meccanismo del caporalato, Nardò, già dall’anno seguente, è ripiombata nella “normale” sospensione dei diritti: il ghetto continua ad esistere, il lavoro nero continua a rappresentare la modalità prevalente di impiego e il caporalato continua ad essere il meccanismo abituale per l’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro. In più, anche a causa del quasi totale disinteresse istituzionale, è percezione diffusa tra i braccianti, soprattutto tra chi vi aveva preso parte, che lo sciopero non sia servito a nulla, visto che le loro condizioni di vita e di lavoro a distanza di quattro anni, non possono certo dirsi migliorate. Anche il rapporto con le organizzazioni sindacali appare peggiorato, non sono pochi i lavoratori che le percepiscono come lontane e incapaci di rappresentare i loro interessi. D’altronde, la crisi di rappresentanza del sindacato non è certo cosa nuova, è almeno un ventennio che se ne discute, né è prerogativa del solo lavoro agricolo.

Il lavoro agricolo, specie quello stagionale, si situa al centro delle molteplici contraddizioni che caratterizzano la contemporaneità in quanto somma ed estremizza molte delle dinamiche che investono i mercati del lavoro e, più in generale, i sistemi produttivi dei paesi capitalisticamente avanzati. Tra le principali contraddizioni che il caso di Nardò esemplifica bene ci sono quelle relative ai processi di precarizzazione della condizione lavorativa e il conseguente depauperamento del potere contrattuale dei lavoratori in generale e della forza lavoro migrante in particolare; quelle relative alle ricadute sul piano economico delle politiche migratorie con le quali, sia a livello internazionale che nazionale, si disciplinano i movimenti migratori; quelle relative ai processi di esclusione sociale che determinano l’invisibilità agli occhi dell’opinione pubblica dei ghetti nei quali i lavoratori svolgono buona parte della loro vita; quelle innescate dalle filiere produttive e dai processi distributivi dei prodotti agricoli. Tutte queste contraddizioni contribuiscono a fare del lavoro agricolo un settore di ripiego nel quale trova occupazione, quasi esclusivamente, forza lavoro senza alcuna reale alternativa occupazionale. Il lavoro agricolo stagionale diviene quindi una sorta di microcosmo sociale in cui si intersecano e si condizionano vicendevolmente dinamiche strettamente lavorative e più generali dinamiche sociali la cui messa in discussione non può che partire dal rispetto dei diritti, potenziando gli strumenti di tutela dei diritti dei lavoratori e invertendo quindi la tendenza in atto, tanto a livello nazionale che internazionale, che invece seguita a mortificare il corpus di diritti sociali e lavorativi.

***Una versione più ampia di questo scritto è stata pubblicata sul n. 140 di Sociologia del Lavoro (2015) con il titolo: Crisi economica e lotte autorganizzate. Lavoro, sciopero ed esclusione dei braccianti a Nardò (2011-2015).

1) Proprio in questi giorni, Yvan Sagnet e Leonardo Palmisano sono vittime di vili minacce per il loro lavoro e la realtà denunciata nel loro testo Getto Italia edito dalla Fandango (http://www.amnesty.it/minacce-sagnet-palmisano-solidarieta-di-amnesty-international-italia).
2) Come la Direttiva 2009/52/CE del 2009 recepita il 16 luglio del 2012. Normativa che introduce norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare.
3) Il Decreto-legge 138/2011 che all’articolo 12 introduce la pena della reclusione per chi effettua illegalmente intermediazione lavorativa.

Nessuna frontiera per i diritti di tutt@

Poznan

Anche a Roma, come in molte altre città italiane ed europee, il primo marzo sarà una giornata di lotta per migranti e cittadini europei, per avviare nuovi percorsi di connessione e coalizione tra le diverse figure del lavoro e per rivendicare un’Europa senza confini. Alla luce di quanto sta accadendo oggi in Europa, lo slogan “24 h senza di noi” lanciato per la prima volta nel 2010, è quanto mai attuale. Il configurarsi di un’Europa “fortezza”, sempre più divisa al suo interno da paure, contraddizioni e derive xenofobe, fiorite all’ombra di muri, hotspot e controlli, è l’altra faccia delle politiche di austerity, una leva fondamentale attraverso cui precarizzare tutto il lavoro. Per questo dal Transnational Strike Platform di Poznan è partita la chiamata per una grande mobilitazione che attraversi l’Europa, per connettere idealmente le diverse figure del lavoro che subiscono lo sfruttamento. Una mobilitazione che rifiuti le frontiere e la chiusura entro i confini di redivivi stati nazionali e che rivendichi diritti per tutte e tutti, incondizionatamente.

 

Il primo marzo a Roma si scenderà in piazza con due appuntamenti aperti a tutta la cittadinanza, ai migranti e alle associazioni. Dalle 10 in poi, si terrà un presidio presso la Prefettura, in Piazza Santi Apostoli (clicca qui per il volantino), a sostegno degli operatori sociali, contro lo sfruttamento e la precarizzazione nel settore dell’accoglienza, per denunciare che dopo l’inchiesta “Mafia Capitale” niente è realmente cambiato. La giornata proseguirà nel pomeriggio, in piazza Vittorio, luogo simbolo della città multietnica e interculturale. Dalle 18 ci sarà una grande manifestazione contro ogni razzismo e frontiera, per chiedere con forza:

– l’attuazione nella città di Roma di politiche di accoglienza adeguate e trasparenti, in grado di garantire la dignità degli ospiti e i diritti dei lavoratori;

– l’abolizione della legge Bossi Fini e del reato di immigrazione clandestina;

– la cancellazione delle prassi amministrative discriminatorie messe in atto da questure e pubbliche amministrazioni, come la richiesta di una residenza per il rinnovo del permesso di soggiorno;

– la chiusura e lo smantellamento dei C.I.E. e il rifiuto del sistema degli hot spot, teatro di gravi violazioni dei diritti umani e civili;

– l’istituzione di corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, catastrofi e dittature, che sottraggano i migranti al traffico di esseri umani e ai pericoli del viaggio;

– l’abrogazione del trattato di Dublino e il ripristino del principio di libera circolazione delle persone tra gli Stati membri, contro i muri e i fili spinati che dividono di nuovo l’Europa.

Incrociamo le lotte e apriamo i confini.

http://www.cronachediordinariorazzismo.org/16048-2/

Primo anniversario del naufragio del 18 aprile 2015

Locandina-base-tagliata

Pubblichiamo qui di seguito l’appello diffuso dal Comitato di base NoMuos per una mobilitazione euro-mediterranea, in occasione del primo anniversario del naufragio del 18 aprile 2015.

 

Contro la Fortezza Europa per la smilitarizzazione della Sicilia! No a Frontex, No alla Guerra, No al razzismo !

Le attività dell’agenzia Frontex sono sempre più visibili non solo in mare ma nel territorio siciliano. La scelta di aprire 5 hot  spot (Lampedusa, Pozzallo, Porto Empedocle, Augusta e Trapani) nella nostra isola ed ancor di più le decisioni assunte a Malta a novembre 2015 perseguono l’orrore di dividere i migranti “economici” dai richiedenti asilo politico. Contrattando con i peggiori regimi liberticidi e corrotti in Africa e Medioriente i governi europei vorrebbero rimpatriare intanto 400.000 “irregolari”. Mentre l’UE impone al governo italiano l’ uso della forza per prendere le impronte digitali ai/lle migranti, applicando ottusamente l’odioso regolamento di Dublino.

La Sicilia è stata nel corso degli anni sempre più militarizzata. Sigonella, il Muos, i droni, i depositi di armi, i radar di Lampedusa l’hanno trasformata in un arsenale di guerra a cielo aperto. Allo stesso modo l’apertura dei CIE e del Cara di Mineo l’hanno resa il più grande lager d’Europa, dove donne e uomini migranti, attendono in media 18 mesi l’esame della commissione, subiscono violenze fisiche e psicologiche e in più aumentano le migranti indotte alla prostituzione.

Ci opporremo con tutti i mezzi ad un’ulteriore militarizzazione delle nostre coste e dei nostri mari, non possiamo restare a guardare mentre migliaia di donne, bambini e uomini muoiono nel Mediterraneo come se già non bastassero le uccisioni, le violenze subite dagli uomini e gli abusi sessuali perpetrati nei confronti delle donne in Libia  La Fortezza Europa, soprattutto nel 2015, ha gettato la maschera: le polizie dei paesi europei dell’est hanno sparso centinaia di km di filo spinato lungo le frontiere ( picchiando chi le violava), quelli dell’Ovest hanno sospeso Schengen ed imposto l’esproprio dei miseri beni dei profughi per “ripagarsi l’eventuale asilo politico.. Lo spettro di una nuova apartheid prende corpo ed addirittura le destre xenofobe fanno le loro fortune elettorali, alimentando l’allarme “invasione” di probabili terroristi dell’Isis. A questa tragica realtà i governi europei sono capaci di rispondere blindando  i  confini  per impedire le partenze: versare 3 miliardi di euro al macellaio turco Erdogan per “accogliere” in nuovi lager i profughi siriani e kurdi è un ennesimo crimine contro l’umanità. Ma l’UE e gli Usa sanno fare di peggio: preparano  un nuovo intervento armato in Libia ed  ancora considerano “terrorista” il PKK, alla guida della resistenza kurda , che finora ha sconfitto i terroristi dell’Isis. Per salvare le vite umane occorrono: corridoi umanitari con il nord Africa ed il Medioriente (nei paesi limitrofi alle zone di guerra), un cambiamento radicale delle politiche sull’immigrazione e l’istituzione di un diritto d’asilo europeo.

L’apertura di una sede della famigerata agenzia Frontex a Catania rappresenta un insulto e una grande vergogna per tutta la popolazione siciliana. Catania è una città aperta all’accoglienza, antirazzista, da sempre ponte tra i popoli. L’agenzia Frontex e l’operazione Triton sono programmi militari dell’Unione Europea volti alla chiusura delle frontiere e al respingimento dei migranti, non hanno nulla a che vedere con l’accoglienza e il salvataggio delle vite di chi per fame, guerra e disperazione è costretto, a causa delle legislazioni liberticide europee, ad attraversare il mediterraneo su barconi insicuri e schiavo di trafficanti di esseri umani. Appaiono terrificanti i festeggiamenti di gran parte del mondo politico di fronte a questa vergognosa presenza e si manifesta per l’ennesima volta l’enorme ipocrisia di chi finge di piangere per le morti in mare e per le stragi di migranti e poi si rende complice di politiche, quali quelle di Frontex, che non fanno altro che alimentare  naufragi ed incoraggiare traffici di esseri umani. Frontex e Triton sono azioni di guerra ai migranti inaccettabili e razziste. L’utilizzo di uno spazio pubblico, come il Monastero di Santa Chiara, per ospitare la sede dell’agenzia militare Frontex ( soprattutto nella nuova versione di “polizia di frontiera europea”) è un insulto all’intera città che vede sempre più ridursi gli spazi sociali destinati a scuole, a servizi sociali, all’aggregazione. E’ vergognoso che  il Sindaco Bianco si permetta di regalare uno degli immobili più importanti della città per il coordinamento di operazioni militari per il respingimento di migranti, inventandosi che si tratti di “accoglienza”.

Catania e la Sicilia non meritano questo affronto, prepariamoci a respingere Frontex!

Frontex non ha diritto ad occupare alcun edificio, né qui né altrove. Chiamiamo alla costruzione di un mobilitazione unitaria euro mediterranea per il primo anniversario del naufragio del 18 aprile (la più grande tragedia nel Mediterraneo dal secondo dopoguerra) e ad una manifestazione nazionale NoFrontex a Catania il 17 aprile 2016.

Per il diritto d’asilo europeo ai rifugiati ed alla libera circolazione per tutti i migranti

No al regolamento di Dublino!  No a Frontex ! Apriamo le frontiere! Chiudiamo tutte le galere etniche (Cie, Cara, Hot Spot)! Nel Mediterraneo mai più naufragi:l’Europa fortezza è causa delle stragi!

 

Promotori: Rete Antirazzista Catanese, Coordinamento dei Comitati NoMuos, La Città Felice, Cobas Scuola(Ct), Catania Bene Comune, CarovaneMigranti Italia-México-Mediterraneo, Campagna LasciateCIEntrare, Garibaldi 101 (Na), Confederazione Cobas, Associazione Diritti e Frontiere-ADIF

Hanno aderito: Borderline-Sicilia, Borderline Europe, Forum Antirazzista(Pa), Askvasa(Lampedusa, Arci Sicilia, Arci nazionale, La RagnaTela(Ct),…

Info-adesioni: catanianofrontex@gmail.com

Primo anniversario del naufragio del 18 aprile 2015