La nausea dei 22 giocatori greci, in memoria dei morti in mare

Polvere da sparo

12572992_10208969232655999_3767613303471964572_n A quanto pare a Roma non vanno tutti al Family Day.

Oggi in Italia è il triste giorno del Family Day, dell’arrogante violenta ed escludente manifestazione al Circo Massimo a difesa della “famiglia naturale”, una manifestazione che chiede esplicitamente che tutti quelli diversi da loro siano privati dei diritti fondamentali. Una putrescenza medievale, un’ostentazione di falsa moralità che ha del grottesco (la Meloni non sposata che urla la sua gioia di essere incinta dal palco, la Santanchè divorziata che ulula per la difesa della sacro vincolo matrimoniale, e soprattutto tanti cittadini comuni che son molto, molto peggio di loro), di cui sinceramente non si ha voglia nemmeno di parlare.
Se non di fare ironia: lasciateci, ecco, almeno quella.
In Grecia ieri è successo un fatto insolito, insolito perchè accaduto all’interno di uno stadio, all’inizio di una partita del campionato di Serie B, a Larissa, in Tessaglia tra la squadra del…

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31 gennaio 1979 – Trento

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Si conclude il processo di appello  con la assoluzione degli operai della Ignis per la “gogna fascista” del 30 luglio 1970.

Quel giorno un gruppo di fascisti del Msi, che aveva indetto un’assemblea della Cisnal presso lo stabilimento della Ignis Gardolo (TN), aveva aggredito con catene, roncole e mazze di ferro i lavoratori che protestavano contro l’assemblea, ferendo al ventre e in altre parti del corpo con numerose coltellate due operai,Adriano Mattevi, 25 anni e Paolo Tenuta, 19 anni, ed un terzo portato in ospedale con il volto tumefatto.

Poco dopo gli operai riconobbero fuori dalla fabbrica due esponenti del MSI, il consigliere regionale Andrea Mitolo, ex milite repubblichino, e il sindacalista della Cisnal Del Piccolo, che vennero trovati in possesso di un’ascia.

A Mitolo e Del Piccolo fu imposto di mettere le mani sopra la testa e di sfilare alla testa di un corteo per le vie della città davanti alla rabbia di operai, studenti e molte altre persone accorse in piazza dopo la diffusione della notizia, con appeso al collo un cartello con scritto «Siamo fascisti. Oggi abbiamo accoltellato tre operai. Questa è la nostra politica pro operaia».

http://www.osservatoriorepressione.info/31-gennaio-1979-trento/

Il documento shock del ministero dell’Interno, «CasaPound? Solo bravi ragazzi»

Rivelazioni – La sconcertante nota informativa della Polizia di prevenzione che sdogana i “fascisti del III Millennio” di CasaPound

Una organizzazione di bravi ragazzi molto disciplinatii, con «uno stile di militanza fattivo e dinamico ma rigoroso nelle rispetto delle gerarchie interne» sospinti dal dichiarato obiettivo «di sostenere una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio». Chi scrive non è uno storico ma un funzionario della polizia di Stato. Si tratta di un documento (protocollo N.224/SIG. DIV 2/Sez.2/4333) della Direzione centrale della Polizia di prevenzione che porta la data dell’11 aprile 2015, con sigla in calce del direttore centrale, prefetto Mario Papa, allegato dal legale di CasaPound Italia in una causa civile che vede coinvolta l’organizzione dei “fascisti del terzo millennio”, sulla base di una ordinanza emessa dal giudice.

Il testo della informativa che potete leggere in integrale qui sotto fa ricorso ad un’abile strategia linguistica che tende ad eufemizzare i passaggi più scomodi. Non viene opportunamente mai citato il termine fascismo, né tantomeno si precisa che fu una dittatura, al suo posto si usa un sinonimo neutralizzante come «ventennio», di cui si da acriticamente atto della possibilità di rivalutarne «gli aspetti innovativi di promozione sociale».

La prosa, del tutto inusuale per una nota informativa degli organismi di Polizia, lascia trasparire una chiara empatia, quasi una sorta di compiacimento che rasenta l’agiografia quando si valorizzano le capacità politiche del gruppo «facilitato dalla concomitante crisi delle compagini della destra radicale e dalla creazione di ampi spazi politici che Casa Pound si è dimostrata pronta ad occupare». Il passaggio successivo è piaggeria pura: «Il risultato è stato conseguito anche attraverso l’organizzazione di innumerevoli convegni e dibattiti cui sono frequentemente intervenuti esponenti politici, della cultura e del giornalismo anche di diverso orientamento politico».

Ma il meglio deve ancora venire. L’autore del testo nel periodo che segue valorizza la «progettualità» chiaramente xenofoba del gruppo «tesa al conseguimento di un’affermazione del sodalizio al di là dei rigidi schemi propri delle compagini d’area», come se in passato tra le “compagini d’area“ non ci fossero state allenze politico-elettorali con il centrodestra. Prova ne sarebbero – prosegue la nota – «le recenti intese con la Lega Nord, di cui si condividono le istanze di sicurezza e l’opposizione alle politiche immigratorie, con la creazione della sigla “Sovranità – Prima gli Italiani” a sostegno della campagna elettorale del leader leghista».

Dal punto di vista politico è questo il fulcro della informativa, redatta in prossimità di quello che i giornali hanno definito il «patto del Brancaccio», al momento della venuta di Salvini a Roma.
Precauzioni semantiche di un funzionario che guarda avanti e non vuole avere guai in futuro? Operazione di restyling preparata a tavolino?

Forse qualcuno tra i banchi del parlamento e sui giornali dovrebbe chiedere al ministro dell’Interno Alfano una spiegazione in proposito.

Non è finita qui!

La nota informativa ci riserva altre sorprese quando l’estensore, quasi immerso in un brodo di giuggiole, descrive «l’impegno primario» di CasaPound volto alla «tutela delle fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazione di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado di strutture pubbliche per sollecitare la riqualificazione e la promozione del progetto “Mutuo Sociale”».

E se non li conoscete: «L’attenzione del sodalizio è stata rivolta anche alla lotta al precariato ed alla difesa dell’occupazione attraverso l’appoggio ai lavoratori impegnati in vertenze occupazionali e le proteste contro le privatizzazioni delle aziende pubbliche».

La strategia dissimulativa e imitativa di CasaPound viene descritta nella nota come un ampliamento delle tematiche di intervento «in passato predominio esclusivo della contrapposta area politica, quali il sovraffollamento delle carceri, o la promozione di campagne animaliste contro la vivisezione e l’utilizzo di animali in spettacoli circensi» e per finire ci sono pure gli aspetti ludici. Davvero non manca nulla!

A questo punto vorremmo sapere se esiste una analoga nota informativa che descrive con le stesse modalità linguistiche la pluiridecennale attività dei movimenti di estrema sinistra e dei Centri sociali in favore della lotta per la casa, delle occupazioni di immobili abbandonati, contro la speculazione edilizia, contro tutte le forme di precariato, le carceri, ecc. Attività duramente perseguite con accuse addirittura di racket e richiamo di reati associativi. E sì,  perché comunque la si voglia mettere dal punto di vista del codice penale si tratta di azioni illegali, che tuttavia se commesse da CasaPound perdono questa connotazione per divenire unicamente esempi di azioni verso il prossimo.

E la violenza? Le azioni squadristiche, le spedizioni punitive che hanno visto coinvolti non solo i militanti ma soprattutto i quadri dirigenti, centrali e locali, del gruppo?

Anche qui la tecnica narrativa è quella di ridimensionare e scindere le responsabilità individuali da quelle organizzative. In sostanza CasaPound, associazione «rigorosa nel rispetto delle gerarchie interne», non c’entra. La colpa è di alcuni suoi militanti indisciplinati (e le gerarchie?), in particolare quelli infiltrati «nel mondo delle tifoserie ultras calcistiche, ambito in cui l’elemento identitario si coniuga a quello sportivo divenendo spesso il pretesto per azoni violente nei confronti di esponenti di opposta ideologia anche fuori dagli stadi».

Dunque «anche fuori dagli stadi», il lapsus è sfuggito alla penna dell’estensore che subito corre ai ripari: «il sodalizio organizza con regolarità, sull’intero territorio nazionale, iniziative propagandistiche e manifestazioni nel rispetto della normativa vigente e senza dar luogo ad illegalità e turbative dell’ordine pubblico».

Purtroppo ci sono delle mele marce che rovinano il cesto e l’estensore del testo deve rilevare «che all’interno del movimento militano elementi inclini all’uso della violenza, intesa come strumento ordinario di confronto e di affermazione politica oltre che quale metodo per risolvere controversie di qualsiasi natura».

Come possano degli individui, che le cronache spesso ci raccontano posti ai vertici delle strutture centrali e locali, agire così indisciplinatamente all’interno di una organizzazione descritta per la sua apicalità, e «rispetto delle gerarchie interne», vorremmo capirlo?

La contraddizione nel testo è palese ed esplode perché tutti i tentativi di eufemizzazione alla fine devono confrontarsi con i fatti. E i fatti urlano!

 

 

Decreti penali di condanna a due militanti della Casa Rossa Occupata

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Il partito della nazione ha paura?

In questi giorni due militanti del csoa Casa Rossa hanno ricevuto a casa decreti penali che
prevedono la condanna a diversi giorni di carcere oltre a ingenti somme di denaro.

L’accusa portata avanti è quella di, durante una manifestazione di qualche anno fa assieme ai lavoratori in lotta contro il Job’s Act del mostro di Firenze Renzi, aver individuato correttamente il nemico.

Siamo infatti stati accusati, di aver acceso alcuni pericolosissimi fumogeni di fronte alla sede locale del PD, partito democratico che in questi anni, portando avanti misure di austerità, propagandando precarietà e azzeramento del welfare sociale ha mandato sul lastrico migliaia di famiglie e lavoratori pur di salvare banche, palazzinari e padroni.

Ci domandiamo a questo punto se sia più criminale una manifestazione non autorizzata colorata da alcuni fumogeni di lavoratori che pretendono di non finire per strada, sicurezze sul proprio futuro e condizioni lavorative migliori o un manipolo di  politicanti che dall’alto delle loro poltrone decidono le sorti della povera gente comandati a bacchetta dalla banca centrale o  dal padroncino di turno.

Se pensano di spaventarci con la repressione non hanno capito proprio con chi hanno a che fare.
Saremo sempre a fianco degli sfruttati e degli ultimi, dal basso contro gli sfruttatori di questo mondo!

Che sia Renzi che sia Salvini sempre ci troverete sulle barricate a difendere chi ogni giorno paga sulla propria pelle questa vostra crisi! ‪#‎renziINminiera‬ ‪#‎Nojobsact‬‪#‎controLaRepressione‬

Casa Rossa Occupata

31 gennaio 1968: assalto all’ambasciata U.S.A. a Saigon

30 e 31 gennaio 1968 sono le date conclusive del piano strategico comunista, che forse più contribuì a palesare in tutto il mondo la sconfitta occidentale in Vietnam. Nel luglio del ‘67, all’interno del partito comunista vietnamita, si ebbe un importante revisione della strategia, con cui fino ad allora era stata condotta la guerra al sud del paese. Sempre sotto la guida del generale Võ Nguyên Giáp, si decise di concentrare le forze in poche operazioni di alto profilo, chiudendo per il momento il fronte di guerriglia nelle aree rurali. La maggiore propensione a spostare il conflitto dalle campagne alle zone urbane era dettata dalla coscienza dell’impatto mediale che operazioni di questo tipo avrebbero avuto. La nuova offensiva venne ribattezzata “del Têt”, il capodanno lunare vietnamita che cadeva la notte tra il 30 e il 31 gennaio. La festività del Têt era stata tradizionalmente una tregua durante la guerra del Vietnam, ma i comandanti dell’NVA (Armata Nord Vietnamita) e i Vietcong annunciarono un cessate il fuoco insolitamente lungo: dal 31 gennaio al 6 febbraio. In questo modo, e facendo parallelamente dei primi passi verso un colloquio di pace con gli U.S.A., incrementarono le voci sulla loro debolezza ed imminente caduta. Ma la mossa più importante fu la creazione di un diversivo al confine con la repubblica socialista, lontano dai centri abitati del sud. La base statunitense di Khe Sanh venne attaccata il 21 di gennaio. Gli americani temettero il ripetersi della disfatta francese a Dien Bien Phu, che segnò la clamorosa vittoria di Giap nella guerra d’Indocina, e spostarono ingenti forze dal sud al confine. Nella notte del 30 cominciarono gli attacchi in più di cento città del paese. L’armata comunista riuscì ad occupare Huế, l’antica capitale imperiale, e a tenere in scacco importanti zone di Saigon, capitale coloniale del Vietnam meridionale. L’azione più significativa fu l’occupazione dell’ambasciata statunitense a Saigon, il quartier generale dell’esercito americano. Una piccola fortezza considerata inespugnabile, che una ventina di compagni riuscì a tenere per circa sei ore. Dopo poco, la grande offensiva del Têt risultava sconfitta sul piano militare. Ma le immagini dell’ambasciata sotto assedio fecero il giro del pianeta. Come pure la notizia che un’armata di contadini impegnati in 24 anni di guerre anticoloniali, e considerata ormai allo stremo, era stata in grado di tenere sotto scacco, in tutto il territorio occupato l’esercito più potente del mondo. L’immagine onnipotente dello Zio Sam si era incrinata per sempre. La credibilità del governo Johnson negli U.S.A. scese sotto terra. Le diserzioni spiccarono il volo. La vittoria, per i Vietcong c’era stata eccome.