“Il Giorno della Memoria”

L’Olocausto come risorsa politica

di Amira Hass

“Trasformare l’Olocausto in una risorsa politica serve ad Israele in primo luogo nella lotta contro i palestinesi. Quando su un piatto della bilancia c’è l’Olocausto, insieme alla coscienza (giustamente) colpevole dell’Occidente, l’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, nel ’48, è minimizzata ed offuscata …

… Separare il genocidio del popolo ebraico dal contesto storico del nazismo e dal suo scopo di uccidere e soggiogare, e dalla serie di genocidi perpetrati dall’uomo bianco fuori d’Europa, ha creato una gerarchia fra le vittime, in cima alle quali stiamo noi. I ricercatori sull’Olocausto e l’antisemitismo cercano balbettando le parole, quando a Hebron lo stato porta avanti la pulizia etnica tramite i propri emissari, i coloni, e ignorano le enclave ed il regime di separazione che sta instaurando. Si denuncia come antisemita, se non come negatore dell’Olocausto, chiunque critica le politiche israeliane verso i palestinesi “.

http://www.forumpalestina.org/news/2007/Aprile07/22-04-07Olocausto_come_risorsa_politica.htm

Documento scaricato dalla rete, trasformato in presentazione Power Point, modificato con l’aggiunta di testo ed immagini e rimesso in rete per una maggiore diffusione.

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http://www.bocchescucite.org/video-il-giorno-della-memoria/

Anche la chiesa dichiara guerra ai poveri. Fermiamo lo sgombero di via Prenestina 1391

PROGETTO DEGAGE

prenLa missione dei padri Monfortani sarà sicuramente quella di alleviare caritatevolmente le anime disperate confortandole con la fede e la preghiera, però non è certo quella di sostenere nel disagio le famiglie che non hanno una casa e hanno trovato un tetto nelle palazzine vuote da dieci anni in via Prenestina 1391.

Anzi, la necessità di non vedere sfumare l’affare che stanno tentando di fare con Cassa depositi e prestiti per farsi finanziare un progetto di housing sociale utile ad avviare un percorso speculativo sugli immobili in questione, ha avuto probabilmente la sua buona parte nello spingere padre Angelo Epis a recarsi in questura per sporgere denuncia contro gli occupanti, chiedendone di fatto lo sgombero immediato. Il zelante missionario ha messo nelle mani di Prefettura e forze dell’ordine il futuro di 120 famiglie, quasi 400 persone tra cui molte bambine e molti bambini. Da domani quindi la misericordiosa attenzione della…

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27 GENNAIO 1945: L’ARMATA ROSSA ABBATTE I CANCELLI DI AUSCHWITZ

Il 27 gennaio, l’Armata Rossa, e precisamente la 60ª Armata del Primo Fronte Ucraino, arriva nella cittadina polacca di Oswieçim (in tedesco Auschwitz). Le avanguardie più veloci, al comando del maresciallo Konev,raggiungono il complesso di Auschwitz-Birkenau-Monowitz. Verso le ore 15:00 i soldati sovietici abbattono i cancelli del campo di sterminio e liberano circa 7.650 prigionieri.

Tra le vittime dei campi di concentramento nazifascisti

5,6 – 6,1 milioni di ebrei
3,5 – 6 milioni di civili Slavi
2,5 – 4 milioni di prigionieri di guerra
1 – 1,5 milioni di dissidenti politici
200.000 – 800.000 tra Rom e Sinti
200.000 – 300.000 portatori di handicap
10.000 – 250.000 omosessuali
2.000 Testimoni di Geova

Per non dimenticare nessuno, neanche le vittime dei genocidi di oggi.

http://www.rifondazione.padova.it/2016/01/27-gennaio-1945-larmata-rossa-abbatte-i-cancelli-di-auschwitz/

Il vero volto di forza nuova: tra sessismo, negazione dell’Olocausto e bombe

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Lettera Aperta alla città del Laboratorio Morion e del Centro Sociale Rivolta

In questi giorni Forza Nuova conduce un’operazione tre volte disgustosa.

Primo perché cerca di buttare benzina sul fuoco denunciando uno stupro non verificato. Ma se anche violenza ci fosse stata, rifiutiamo di pensare che il razzismo possa rappresentare una soluzione. Questa strumentalizzazione smaschera il vero fine di Forza Nuova: l’espansione cittadina della sua politica di odio, altro che sicurezza.

Secondo perché Forza Nuova attua la sua odiosa strumentalizzazione sul corpo femminile. Su quello della donna che avrebbe subìto la violenza e su quello di tutte le donne, ancora una volta relegate nella posizione di “vittime” bisognose della protezione dell’uomo. Evitiamo di ricordare come la maggior parte delle violenze avvenga tra le mura domestiche, “coniugali”, non “etniche”, maturate in seno alla “famiglia naturale”. Questi Fascisti, come tutti i Fascisti sono maschilisti, sono loro, con la loro retorica guerriera, gli eredi nostrani della cultura dello stupro bellico, arma programmaticamente impiegata dalla RSI contro le partigiane e le nemiche politiche. Per non parlare delle “faccette nere” dell’avventura coloniale in Etiopia (dove lo stupro veniva perpetrato con leggerezza dai legionari italiani), oggetti inferiori dal punto di vista razziale, quindi disponibili alla “schiavitù d’amore”. Dalla guerra d’Africa agli della anni della Resistenza fino massacro del Circeo, la matrice violenta e maschilista si è riprodotta negli attuali attivisti veneti di Forza Nuova, soliti inneggiare allo stupro di massa nei confronti di donne antirazziste e antifasciste. Accusa circostanziata, non parliamo di intercettazioni, si tratta di personaggi talmente intrisi di questo specifico tipo di violenza da considerarla normale, da sbandierarla sui social network come altri pubblicano i gattini.

Terzo perché Forza Nuova fa leva sui peggiori stereotipi razzisti, nei discorsi, ma anche nelle immagini di uomini di colore che circolano in questi giorni sui loro profili ufficiali. L’uomo di colore è qui rappresentato non tanto e non solo come individuo antisociale, piuttosto come un vero e proprio animale. A spaventare l’indifesa donna bianca non è tanto la sua razionalità criminale, una specifica qualità morale negativa, quanto piuttosto la sua irrefrenabile istintualità, un “cuore di tenebra” in un corpo nero che emerge dalla notte come uno squalo dagli abissi. Va specificato che le immagini agitate dai goffi Forzanovisti non c’entrano nulla con Mestre o Venezia, sono state trovate da qualche parte e scelte per rappresentare questi animali, minacciosi in branco o singolarmente.

Infine qualche nota sul convegno “Siria. Lotta al terrore”, organizzato da Forza Nuova a Venezia il 23 gennaio scorso. Qui la formazione neofascista ha mostrato il suo vero volto. Evidentemente dalle gite natalizie nelle chiese veneziane alla negazione dell’Olocausto il passo è breve. Basta dare un’occhiata agli invitati.

Nick Griffin: Ex presidente del British National Party, noto per le sue tesi negazioniste, per avere definito l’Olocausto “una totale insensatezza” e per avere dichiarato che l’esistenza delle camere a gas “è stata svelata come una bugia totale”. Che classe: invitare un tale soggetto a pochi giorni dalla Giornata della Memoria.

Nabil Al Malazi: sostenitore del presidente Bashar Al Assad, a capo di un regime che secondo l’IRIN (un’agenzia di stampa umanitaria legata all’ONU) è responsabile dei tre quarti delle vittime civili morte nel conflitto siriano nel 2015. Guerra che ha provocato dal 2011 oltre 250.000 morti, in maggioranza ascrivibili ad Assad, senza naturalmente considerare le infinite e circostanziate accuse di violazione dei diritti umani, repressione degli avversari politici e tortura. Questo, secondo Forza a Nuova, sarebbe l’argine contro l’avanzata dell’Isis in Medio Oriente, combattere il terrore con altro terrore. Mentre l’unica alternativa allo Stato Islamico è oggi rappresentata dai Curdi di Siria, impegnati in una guerra per difendere una società democratica, dove possano convivere in pace e autonomia comunità etniche e religiose differenti, uomini e donne di ogni orientamento sessuale.

Il parterre di invitati si chiude naturalmente con il leader di Forza Nuova, il nostrano Roberto Fiore, capo di Terza Posizione, formazione sciolta con l’accusa di eversione e coinvolta nella stagione dello stragismo di Stato.

Ricordiamoci di tutto questo quando Forza Nuova si erge a paladina della legalità, si appella alla democrazia e si presenta come associazione culturale. Quale fulgido modello di legalità può incarnare un leader dell’eversione nera che ha creato un impero economico nella sua latitanza inglese, riciclando i soldi sporchi della cassa di Terza Posizione? Quale baluardo di democrazia può rappresentare un’organizzazione che annovera tra i propri modelli i dittatori più sanguinari della storia e del presente?Quale cultura viene qui promossa? Quella dell’odio verso il diverso, il povero, il migrante.

Ciliegina sulla torta: qualche giorno fa i giornali hanno riportato una notizia. Per l’attentato esplosivo, perpetrato nottetempo ai danni di un centro di preghiera islamico a Padova, sono indagati due attivisti di Forza Nuova. Gli inquirenti sarebbero risaliti a questa conclusione intercettando le conversazioni di alcuni responsabili del partito.

Per tutte queste ragioni pensiamo che sia importante limitare e isolare le pericolose espressioni neofasciste che si manifestano nella nostra città. E’ necessario non abbassare la guardia, i populismi trovano terreno fertile nella crisi, ed è per questo che vanno rinsaldati vincoli di solidarietà che sappiano ritessere la tela della società veneziana rifacendosi a valori democratici, sottraendo l’antifascismo alla liturgia e rendendolo memoria viva, comune denominatore della Venezia del presente, strumento culturale quotidiano contro odio, violenza e ignoranza.

Padova bomba alla moschea, gli indagati smentiscono il segretario di forza nuova

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Bomba alla moschea, gli indagati smentiscono il segretario Fn

Le indagini sulla bomba alla moschea dell’Arcella fanno esplodere tensioni dilanianti in Forza Nuova: il segretario provinciale Luca Vardanega, l’altro ieri, ha smentito che i due indagati dalla…
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Le indagini sulla bomba alla moschea dell’Arcella fanno esplodere tensioni dilanianti in Forza Nuova: il segretario provinciale Luca Vardanega, l’altro ieri, ha smentito che i due indagati dalla Digos siano attivisti del movimento; e loro, ieri, hanno smentito lui precisando di essere stati militanti Fn fino al momento in cui, proprio in seguito all’attentato del 10 dicembre in via Jacopo da Montagnana, non sono entrati in rotta di collisione con Vardanega e il movimento. I due padovani, di 39 e 40 anni, sono finiti nel mirino della Digos perché i loro telefonini erano agganciati alla cella più vicina al Centro Islamico Bengalese proprio al momento dell’esplosione: intercettando le loro conversazioni telefoniche, i poliziotti avevano scoperto che uno dei due era stato invitato da un responsabile del partito ad assumersi la paternità dell’attentato. «Abbiamo preso le distanze dal movimento», spiegano ora i due indagati, «in quanto Vardanega, nei giorni successivi, pur sapendo che quella sera eravamo in zona solo per distribuire volantini, ci ha più volte telefonato e scritto chiedendoci di addossarci la responsabilità, sostenendo che tutto si sarebbe risolto senza conseguenze e di avere avuto precise rassicurazioni al riguardo. Ciò pur sapendo della nostra estraneità ai fatti. Vardanega, il 14 dicembre, ha di sua spontanea volontà dichiarato falsamente alla Digos che noi eravamo responsabili
dell’accaduto. E su queste false dichiarazioni è partita l’indagine che, ne siamo certi, porterà ad accertare la nostra estraneità. Siamo noi, ora, a non volere essere avvicinati a un partito il cui segretario provinciale danneggia i propri attivisti per ragioni ad oggi ancora oscure».

http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2016/01/25/news/bomba-alla-moschea-gli-indagati-smentiscono-il-segretario-fn-1.12839593

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http://www.ecn.org/antifa/article/4925/padova-bomba-alla-moschea-gli-indagati-smentiscono-il-segretario-di-forza-nuova

La buona accoglienza

E’ stato presentato, il 20 gennaio 2016, presso il Ministero dell’Interno lo studio della Fondazione Leone Moressacon il sostegno di Open Society Foundationsui sistemi europei di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati: “La buona accoglienza. Analisi comparativa dei sistemi di accoglienza per richiedenti asilo in Europa“. Nel dibattito italiano sui temi legati all’immigrazione, il fenomeno degli sbarchi è sicuramente uno dei più  dibattuti dall’opinione pubblica e dai media. Nel corso del 2015 si è aggiunto il tema dei cosiddetti “profughi”. L’Italia continua a fare i conti con una situazione di emergenza e con la mancanza di soluzioni durature in materia  di asilo e protezione internazionale. Al fine di fotografare la situazione attuale e proporre alcune buone prassi  rilevate  a  livello  europeo,  la Fondazione Leone Moressa ha condotto un’analisi comparata dei sistemi di accoglienza dei richiedenti asilo.  La ricerca mette insieme dati  quantitativi e analisi di merito sui sistemi di sei paesi chiave, ovvero i paesi con il maggior numero di richieste  d’asilo: Germania, Svezia, Italia, Francia, Ungheria e Regno Unito. Lo studio, inoltre, intende fornire una panoramica della situazione attuale dell’accoglienza, offrendo spunti di riflessione utili a livello nazionale e locale. Se uno dei problemi dell’accoglienza italiana riguarda la distribuzione sul territorio, il sistema tedesco e quello svedese prevedono la distribuzione degli immigrati su tutto il territorio nazionale. In particolare in Svezia si sta attualmente discutendo sull’obbligatorietà dell’accoglienza da parte di tutti i comuni. In Germania, invece, è stabilita la presenza di almeno un centro di accoglienza per ogni stato federato. Altre soluzioni sperimentate in Europa riguardano l’accesso al lavoro e alle informazioni di base o la riduzione dei tempi per l’esame delle richieste d’asilo.

Qui il link per scaricare il documento integrale

Qui il link per scaricare le schede tematiche.

http://www.cronachediordinariorazzismo.org/la-buona-accoglienza/

Lo ius soli sportivo è legge: sia avanguardia di un cambiamento della legge di cittadinanza.

Una svolta storica: così veniva accolta da molte associazioni l’approvazione alla Camera, lo scorso aprile, del DDL 1871, il provvedimento presentato da alcuni parlamentari nel gennaio 2014 a proposito di quello che è stato definito lo “ius soli sportivo” (qui la proposta di legge). E finalmente questa svolta è arrivata: il 14 gennaio scorso il Senato ha infatti approvato il DDL, che introduce “disposizioni per favorire l’integrazione sociale dei minori stranieri residenti in Italia mediante l’ammissione nelle società sportive appartenenti alle federazioni nazionali, alle discipline associate o agli enti di promozione sportiva”. I minori stranieri residenti in Italia almeno dal compimento del decimo anno di età potranno così tesserarsi nelle società sportive appartenenti alle federazioni nazionali, alle discipline associate o agli enti di promozione sportiva. Un passaggio ad oggi precluso a tanti giovani: una divisione tra minori stranieri e italiani che ha pesato sulla vita di tanti ragazzi e ragazze (qui una storia esemplificativa che avevamo raccolto già nel 2013 ). Una separazione creata dall’ “ottusità discriminatoria dei regolamenti di molte federazioni, e dalla mancanza di volontà politica da parte di esse di adeguare la pratica sportiva a una società che negli ultimi anni è cambiata”, sottolineava Sport Alla Rovescia mesi fa, commentando i passi in avanti che si stavano compiendo “nella lotta contro il razzismo nello sport”.

Ora, l’approvazione al Senato mette fine alle numerose problematiche affrontate finora da molte federazioni sportive, ma soprattutto da molti giovani sportivi e sportive.
Certo, permangono alcuni nei: primo fra tutti, il provvedimento interviene solo sui minori residenti in Italia almeno dal compimento dei dieci anni. E gli altri? “Lo sport ha il potere di unire le persone come poche altre cose al mondo. Parla ai giovani in un linguaggio che capiscono.  E’ più potente di qualunque governo nel rompere le barriere razziali. Lo sport ride in faccia ad ogni tipo di discriminazione”, affermava Nelson Mandela, ricordato nel manifesto dello Sport e dell’Integrazione redatto nel 2014 dal comitato istituito dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali insieme al Comitato Olimpico Nazionale Italiano, in occasione del rinnovo dell’Accordo di Programma per la promozione delle politiche di integrazione nello sport. Per una vera unione, dunque, si dovrebbero abbattere tutte le barriere, senza prevederne invece a seconda dell’età, degli anni di residenza, o di altre caratteristiche. Ed è proprio in quest’ottica che questo provvedimento dovrebbe essere letto: un primo passo verso un reale superamento delle discriminazioni. Non solo nello sport, ma nell’intera società. “Speriamo che questo sia solo l’antipasto di una legge sullo ius soli che si estenda a tutta la società”, scriveva a marzo. Una speranza che, a fronte del provvedimento approvato, si deve fare appello: una società di giustizia e rispetto si crea abbattendo muri e differenze. La legge approvata nell’ambito sportivo va in questa direzione, andando a normare la situazione attuale. Ora, è necessario che anche la discussione relativa alla legge sulla cittadinanza abbandoni inutili paradigmi rigidamente ideologici, adeguandosi invece, finalmente, alla realtà attuale.

http://www.cronachediordinariorazzismo.org/lo-ius-soli-sportivo-e-legge-sia-avanguardia-di-un-cambiamento-della-legge-di-cittadinanza/

Kobane, un anno dopo

Oggi è l’anniversario della liberazione di Kobane, luci e ombre di quanto successo nel corso dell’anno

Sono passati 365 giorni dalla liberazione di Kobane.

Sono cambiate tante cose, tanto è successo, e non possiamo nascondere luci e ombre nell’evolversi della situazione in tutte le aree del Grande Kurdistan.

La vittoria di Kobane è stata seguita, nei mesi successivi, da altre importanti conquiste: da Hassakah a Shengal, passando per la continua e costante ripresa di villaggi e città nelle pianure desertiche del nord della Siria, alla più recente vittoria a Tishrin e il passaggio dell’Eufrate, mettendo così nel mirino Jarabulus e le ultime roccaforti del Califfato a ridosso del confine turco.

In quest’ultimo anno abbiamo imparato a conoscere i curdi e la loro rivoluzione. Siamo stati al loro fianco quando si trattava di raccontare al mondo intero le loro storie e da cosa scappavano. Abbiamo ammirato il coraggio e l’amore dei combattenti e delle combattenti dello YPG e YPJ.

Li abbiamo aiutati materialmente e abbiamo portato la loro voce nei nostri spazi, rendendo la loro lotta e la loro rivoluzione un tema che riguardasse  tutti, contribuendo così a rendere i curdi, e il confederalismo democratico, l’unica alternativa valida alla guerra civile siriana.

Ancor di più oggi siamo di fronte ad una situazione in cui il mondo intero s’interroga su come porre fine all’endemico problema del terrorismo che ciclicamente colpisce le nostre capitali, ignorando completamente chi già da tempo esplicitamente si erge tutti i giorni come unico baluardo di fronte a questo tipo di fenomeno: non solo pensando ad una vittoria militare ma proponendo altresì una soluzione politica alle dispute che attraversano le linee di frattura di tutto il Medio Oriente. Dalla Libia all’Iraq, l’unico argine al dilagare del fondamentalismo islamico è ormai palese che non siano efficaci le politiche securitarie messe in atto da governi fantoccio, da generali vestiti da presidenti o da tavole rotonde dove le uniche parole spese riguardano il numero di bombardieri da schierare nelle basi medio-orientali e non una vera e propria soluzione politica al conflitto. A tale proposito sembra sempre più assordante il silenzio dei leader europei sull’ambigua posizione della Turchia.

E’ da oltre un anno che la presenza di attivisti prima sul confine turco-siriano, poi nelle città del Kurdistan turco documenta e denuncia la totale complicità del governo turco con le milizie del Califfato. Ed è qui, in queste aree che il conflitto siriano ha preso una nuova direzione: quella della guerra all’autonomia dei curdi. Kobane ha dimostrato, a tutto il mondo, la forza di questo popolo senza Stato, che ha saputo superare l’idea stessa di Stato, proponendo un nuovo paradigma politico, rivoluzionario, capace di scombinare tutti i disegni egemonici non solo dell’area ma anche del mondo occidentale. Kobane ritorna quindi come un monito, come un precedente importante, che ha dato coscienza ed ha aperto gli occhi al popolo curdo stesso. La resistenza della città al confine turco-siriano ha creato un immaginario politico e culturale che sarà difficile soffocare, infatti, la presa di coscienza dei propri mezzi e capacità ha fatto sì che il popolo curdo si rialzasse in piedi e ricominciasse a chiedere, con gran forza, diritti e democrazia. Non solo nella Rojava assediata dallo Stato Islamico, ma anche in Turchia.

Quello che sta succedendo nel sud-est dell’Anatolia dallo scorso luglio è un sintomo. Sintomo di questa rinascita: come se una fiamma che per anni è rimasta al minimo avesse ripreso vigore e forza. La lunga serie di soprusi delle forze di polizia, che in questi anni non hanno fatto che aumentare, legate al costante aumento della conflittualità politica soprattutto grazie alla crescita esponenziale del potere politico ed economico dell’entourage del Presidente Erdogan e dell’apparato militare di cui dispone e di cui ha guadagno il rispetto e il controllo, hanno fatto sì che la situazione esplodesse. Le bombe di Stato, gli omicidi politici, le manifestazioni represse e l’arresto del dissenso hanno inasprito la situazione, già molto instabile.

Erdogan, utilizzando una famosa citazione del generale prussiano Von Clausewitz “la guerra non è che la continuazione della politica se non con altri mezzi”, ha deciso di utilizzare proprio la guerra come proseguimento della sua personale politica contro i curdi, solo con altri mezzi. Niente di più vero, alla luce dei fatti degli ultimi mesi. Il numero inverosimile di arresti legati alle operazioni di polizia; l’imposizione di regime di coprifuoco in quartieri e intere città, come Diyarbakir e Cizre solo per citarne due esempi clamorosi, per settimane o addirittura mesi ci parla di un cambiamento netto di strategia che, in ultima analisi, si ricollega a contrastare apertamente la vittoria di Kobane e tutte le altre vittorie che il popolo curdo ha saputo conquistare negli ultimi mesi. Per stessa ammissione del Primo Ministro turco Davutoglu, fautore e ideologo delle linee guida del Governo turco, si evince come la vittoria di Kobane sia stata un punto di svolta anche per l’establishment turco stesso verso i curdi e le loro rivendicazioni di autonomia. Per questo non possiamo che essere ancora di più dalla parte di chi combatte le ingiustizie e di chi combatte lo Stato Islamico, in altre parole la massima espressione del terrorismo internazionale di matrice islamica odierna.

http://www.globalproject.info/it/mondi/kobane-un-anno-dopo/19820

Trieste #MaiConSalvini – cariche contro gli Antirazzisti

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La polizia effettua tre cariche a freddo contro gli attivisti che contestavano la presenza del Leader della Lega. Nel pomeriggio oltre 300 persone partecipano al presidio della Trieste antifascista e antirazzista

Ieri, 26 gennaio, il leader della lega Matteo Salvini si è recato in visita a Trieste, passando in rassegna alcuni luoghi simbolo della città fondamentali alla sua propaganda escludente, xenofoba e ricca di ignoranti luoghi comuni.
Di fronte ad un evento di questo tipo, un gruppo di attivisti ed attiviste ha accolto l’invito al “caffè con Matteo” e si è recato nella zona del centro per andare a contestare Salvini, i suoi simpatizzanti ed alcuni rappresentanti del SAP locale (Sindacato delle Forze dell’Ordine tristemente noto per i suoi attacchi a Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi).
Diversi sono stati i momenti di opposizione che si sono svolti nella via pedonale in cui si trovava l’incontro, via che già da diverse ore risultava blindata da camionette e forze dell’ordine.
I fascioleghisti nostrani sono stati soggetti ad una serie di contestazioni: uno striscione, recante la scritta “Salvini is not welcome”, è stato calato da una finestra di un esercizio commerciale innanzi al punto d’incontro con il leader del Carroccio. Contemporaneamente, lungo i confini della presunta “zona rossa” imposta alla città, da un lato un gruppo di attori hanno proposto una performance; dall’altro lato, un gruppo di manifestanti ha cercato di avvicinarsi all’appuntamento con Salvini, disturbandolo con cori e trombette, così da non lasciare alcuno spazio di agibilità a colui che basa la propria immagine e politica sulla paura del diverso.
Di fronte a questi eventi, la risposta “democratica” delle forze del (dis)ordine è stata quella di effettuaretre cariche a freddo, rincorrendo e manganellando indistintamente manifestanti, passanti e giornalisti.
Dopo le cariche della polizia, oltre trecento persone si sono ritrovate all’appuntamento pubblico delle 17 convocato dalla Trieste Antifascista e Antirazzista, per dimostrare che la città  rifiuta ogni forma di esclusione razzista, ignorante e xenofoba e che abbraccia, invece, politiche di accoglienza e condivisione.
In una città come Trieste – in cui mancano quasi completamente spazi pubblici e aperti, in cui la morsa della crisi ha fatto sì che gli unici luoghi di aggregazione siano stati costretti a chiudere – non vogliamo lasciare nemmeno un centimetro di spazio a chi aizza guerre tra poveri per cavalcare l’onda della crisi a fini elettorali.
Il vero degrado è originato da chi ha prodotto la crisi e con essa si è arricchito, sfruttandola a suo vantaggio ed alimentando strumentali divisioni e spaccature.
Contesteremo sempre gli opportunisti che, agendo la più becera politica, spalleggiano chi -per propaganda o mero razzismo- continua ad inventare finte aggressioni, stupri, o fatti come quello delle bombe alla moschea di Padova. Non resteremo mai indifferenti e silenziosi di fronte a questi personaggi, il cui unico scopo è quello di ricompattare una destra fascista e populista, incapace di percepire e comprendere i cambiamenti del nostro tempo, né di accettare nel proprio vocabolario concetti quali “migrazione” ed “accoglienza”.

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/trieste-maiconsalvini-cariche-contro-gli-antirazzisti/19823

Bari: Il “patto di sicurezza” entra, armato, nell’università.

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Pubblichiamo questa nota scritta per “Nonsolo Marange – Cassa di Resistenza e Supporto Legale” da una studentessa dell’Università di Bari, a riguardo un episodio verificatosi  nell’Ateneo. In un contesto in cui l’emergenza sicurezza giustifica qualsiasi stravolgimento delle libertà individuali nemmeno il sapere conserva la sua autonomia.

Nella giornata di  Lunedì 25 gennaio, un evento organizzato in Ateneo dall’ Università degli Studi di Bari ha suscitato non poche polemiche fra la popolazione studentesca e fra chi studente non lo è più, ma si ricorda bene la vita fra quelle mura.
Si trattava di un convegno intitolato “le opportunità di crescita economica e le esigenze di sicurezza del Paese in ambito marittimo” in cui erano presenti fior fior dei rappresentanti dello Stato e della Difesa (http://www.uniba.it/eventi-alluniversita/2016/uniba-marina), organizzato in occasione della firma di un accordo di collaborazione fra marina militare e Uniba. In cosa consista l’accordo non è dato sapere, ma ciò che certamente tutti hanno notato è stata l’esposizione della marina militare. Decine di stand (intorno ai quali vagavano ancor più di militari) erano sistemati per tutto il piano terra dell’ateneo barese esponendo moltissime armi e strumenti atti ad offendere, scudi, caschi, divise.
Uniba non è nuova ad accordi con le forze della difesa. Accordi di reciproco scambio che seguono la logica delle ultime riforme, riforme che hanno spinto allo smantellamento dell’Università come luogo di cultura autonomo, costringendolo a diventare un ente-azienda che può e deve accogliere chiunque possa finanziarla e tenerla in vita. L’obiettivo è cancellare ogni forma di tutela del sapere e del diritto allo studio, quello che rimane è solo una macchina aziendale. Non esiste alcuna vergogna nello stuzzicare studenti universitari ad abbandonare gli studi per la carriera militare, né nell’organizzare visite nelle caserme ad eventi militari come è già accaduto in passato ad esempio con la Guardia di Finanza.
L’università non è più il luogo dove lo Stato offre e garantisce ai cittadini la possibilità di studiare, oggi l’università è di proprietà dello Stato. In quanto tale essa deve diventare una sua emanazione: si aprano le porte dunque alla difesa! Nessuno stupore se ciò si affianca ai tagli alla ricerca, anzi il tutto segue una logica banale ( come solo ciò che è malvagio può essere). Non bisogna fare ricerca, non bisogna farsi domande, basta perdere tempo: bisogna produrre e difendere chi produce. Così, aziende e militari hanno fatto il loro trionfale ingresso nell’università.
Chiaramente questo non significa che manchino le responsabilità dei singoli. Il rettore Uricchio ha dimostrato di avere la volontà politica di mettere l’Uniba a disposizione delle forze dell’ordine. Probabilmente, se la Marina avesse scelto di “limitare” la sua esposizione nessuno si sarebbe accorto di nulla.
L’università è già stata, di fatto, snaturata. Da questo punto di vista quello che è accaduto ieri è perfettamente coerente. Molti studenti si sono indignati, qualcuno ha scherzato sugli arsenali e su possibili incontri con pescatori baresi, ma c’è anche chi approvava questa dimostrazione di forza. Tutti in qualche modo erano rassegnati a questo cambiamento.
Fra Stato e popolazione vi è un “patto di sicurezza”, di cui Foucault ha scritto molto, un patto di protezione da tutto ciò che può essere incertezza, rischio, pericolo, che porta lo Stato a intervenire ogni volta in cui si verifica un singolo evento eccezionale. Questa eccezionalità viene monitorata in un’attenzione onnipresente e costante, e richiede un intervento altrettanto eccezionale, spesso extra-legale.
Ma la soglia dell’eccezionalità non la stabilisce la popolazione, di conseguenza una protesta popolare può divenire terrorismo, le armi all’interno di un ateneo possono divenire necessarie. Viviamo in una società securitaria la cui protezione spesso ha un prezzo troppo alto, in cui la sicurezza e la paura si sfidano e si rilanciano l’un l’altra. In questo tipo di società l’abuso di potere avviene regolarmente travestito da emergenza, ma molti non ne sono coscienti. Forse, se l’università facesse studiare Foucault alle matricole, se aiutasse davvero gli studenti a comprendere la società, aiuterebbe la popolazione tutta a non temere il mondo in cui viviamo. Perché temiamo solo quello che non comprendiamo, e a comprendere ci possono aiutare i libri, non le armi.