Manifestazione e repressione a Calais. In migliaia solidali con gli abitanti della

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Il corteo in solidarietà ai migranti della “Jungle” di Calais ha visto la partecipazione di circa 4mila manifestanti. In quattrocento hanno raggiunto la frontiera interna franco-inglese da Parigi. Tra questi: collettivi anti-fascisti e anti-razzisti francesi, l’NPA e diverse coalizioni di migranti che hanno segnato questa stagione di lotte osteggiata dallo stato di emergenza. Numerosa la presenza di reti e collettivi di sostegno inglesi che da anni intervengono con aiuti umanitari a Calais e tanti i migranti dell’ accampamento che si sono uniti alla marcia.

La manifestazione, la cui organizzazione è stata mediata dalla piattaforma Calais23Janvier, è partita esattamente dalla “jungle” alle quattordici, per dirigersi verso il centro cittadino attraversando la zona industriale e portuale della cittadina.
Il corteo, giunto nel centro abitato, ha ignorato alcune provocazioni di gruppi fascisti che da mesi svolgono agguati violenti contro i migranti del campo, complice il silenzio delle forze dell’ordine. La manifestazione, partecipatissima e svoltasi sulle note di canti di solidarietà ai migranti e di denuncia del governo francese, ha raggiunto il centro cittadino concentrandosi in Place de l’Armes.
Una parte del corteo (circa cinquecento manifestanti) si è poi diretta verso l’area portuale forzando un blocco delle forze di polizia. Qui un gruppo di migranti, facendo breccia in un punto delle reti che dividono la banchina dal porto di Calais (https://www.youtube.com/watch?v=QyPzCA7qunk) sono riusciti ad occupare un traghetto, inseguendo, come da mesi, il sogno di lasciare l’inferno a cui sono costretti per attraversare la Manica. Immediato l’intervento delle forze di polizia che hanno trattenuto centinaia di manifestanti e migranti e circondato il battello, sgomberato dopo alcune ore. Dura la repressione. Ad oggi sono35 le garde à vue confermate (probabilmente prolungate oltre le 24h), di cui 24 migranti e 11 europei. All’ intervento poliziesco si sono susseguiti scontri e tensioni. Un malore cardiaco, così come definito dalla prefettura di Calais, ha colpito un migrante della Jungle dopo un violento colpo di manganello alla nuca. Fortunatamente la notizia del suo decesso diffusasi nei momenti a seguire è stata smentita, dovrebbe rimettersi presto.

Una forte espressione di solidarietà in una giornata di mobilitazione internazionale dove il NO a frontiere e muri, e la denuncia alle diffuse politiche anti-immigrazione sono risuonati da Lampedusa a Evros, dove si è manifestato su entrambi i lati del lunghissimo muro eretto sulla frontiera greco-turca. Solidarietà che si affianca ai numerosi aiuti umanitari che reti e collettivi offrono con supporti “edili”, cibo e vestiti.

Ma la situazione a Calais peggiora di giorno in giorno. Le ultime stime indicano la presenza di 7000 migranti in un campo auto costruito con ripari abitativi precari, fonti di nutrimento scarse e una vita sempre più dolorosa tra il freddo invernale e il fango che ricopre l’area brulla della costa francese. Un’evidente tragedia umana che cresce in dimensione e complessità e alla quale lo stato francese non ha risposto che attraverso una strategia di contenimento. Semplice e becera repressione. Lancio di lacrimogeni e spari di proiettili di gomma sono le risposte che a notti alterne la polizia rivolge ai tentativi di evasione dei migranti. Provano a nascondersi sui tir che giungono nella zona portuale per attraversare la Manica ma le statistiche ci mostrano quanto inefficaci siano questi tentativi rispetto al dispositivo di controllo dispiegato.

Gli attacchi di gruppi fascisti si perpetuano nel silenzio delle istituzioni e le ultime misure annunciate dalla prefettura (2000 containers a fronte di più di settemila migranti) esprimono la volontà di continuare a fronteggiare il problema in quanto semplice emergenza, per contenerlo a oltranza procedendo parallelamente attraverso una strategia della dispersione.
L’emergenza in questo caso imporrebbe l’adozione di misure eccezionali (dispositivi di controllo e repressione) dunque temporanee, senza richiedere una revisione strutturale del sistema di accoglienza. Lacrimogeni, proiettili di gomma e manganelli per un presidio permanente della Jungle e della frontiera.
A tali dispositivi si aggiunge poi la costruzione di “centri di tregua” che ospiterebbero richiedenti asilo e rifugiati in attesa che si liberino i posti del CADA (Centres d’accueil demandeurs d’asile). Si tratterebbe oltretutto, come stabilito dal trattato di Dublino, del ritorno di buona parte dei migranti al primo paese europeo ad averli schedati. L’eterno ritorno dell’Europa. Amarissimo per i migranti di Calais, che nella maggior parte dei casi sono reduci da una diagonale lunga mesi che attraversa cinque paesi.

Dunque, ricapitolando, la politica di “accoglienza” francese, così come declinata a Calais, si costituirebbe come gestione securitaria della prigione Jungle implementata da un progressivo progetto di dispersione, che affiderebbe il migrante di turno agli insufficienti centri d’accoglienza o al primo paese della sua odissea.

Una strategia che oltre a porre chiaramente in vista il proprio ordine di priorità, adotta misure rispetto alle quali il fenomeno di Calais è con evidenza eccedente. Salvo ovviamente considerare la violenza reiterata e la distribuzione-migranti come una strategia permanente vincente. Ma anche su questo la strenua e altrettanto permanente resistenza dei migranti la dice lunga.

Calais è una trincea a cielo aperto, una frontiere interna alla Comunità europea che raccoglie una crisi prodotta da un’esodo imputabile ai suoi stessi paesi guerrafondai, che con muri e dispositivi repressivi stanno ora facendo la guerra ai migranti.

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