L’Europa degli stati d’eccezione e il diritto penale del nemico

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Come leggere tra le righe della repressione la linea di trasformazione degli spazi pubblici in Europa

di Marco Sirotti

La proclamazione dello stato d’emergenza in Francia e le indicazioni di Hollande sulla ripresa della riforma della carta costituzionale francese hanno riportato all’ordine del giorno della discussione la questione dell’agibilità politica dei movimenti sociali e delle pratiche di dissenso attivo. I venti reazionari d’oltralpe trovano in Italia una situazione già compiuta dal punto di vista degli strumenti giuridici repressivi: infatti, il vigente codice penale è il risultato del rimaneggiamento del Codice Rocco attraverso leggi speciali antiterrorismo (Reale), e del successivo allargamento della sfera degli atti interpretabili come terroristici, in particolare con le integrazioni all’articolo 270. Quest’attività legislativa si accorpa con l’uso da parte delle Procure di quei reati cosiddetti dormienti, in altre parole già contemplati nell’ordinamento penale ma mai contestati ad alcuno, “risvegliati” o magari applicati per la prima volta proprio a carico di qualche manifestante. Spicca la storia del reato di “devastazione e saccheggio”, introdotto proprio da Rocco sotto il fascismo e pensato per essere applicato contro i protagonisti di eventuali tumulti tipici degli albori del ‘900 ma applicato per la prima volta nei procedimenti in seguito al G8 di Genova 2001, poi ripetuto laddove si sono trovate assieme intensità del conflitto e estensione della partecipazione alle giornate di lotta. Lotta che assume sempre più i tratti di un fenomeno continentale, come ci ricorda la vicenda dei cinque greci inquisiti per i fatti del primo maggio No Expo e per i quali è stata richiesta l’estradizione dalla Grecia.

Se terrorismo e devastazione e saccheggio rappresentano la punta dell’iceberg, l’elemento di sperimentazione giuridica più avanzato dei PM si da nelle accuse di resistenza a pubblico ufficiale, che può essere più o meno aggravata. Le immagini tragicomiche del presidio per i migranti a Brescia lo scorso inverno raccontano quanto questa fattispecie di reato sia anacronistico in iniziative di piazza, e quanto l’uso che la magistratura né fa abbia un sapore squisitamente repressivo con un retrogusto di vessazione. Il tentativo è quello di intimidire e zittire gli animatori delle piazze: se l’avvertimento non funziona, ci sono obblighi di dimora, fogli di via e tutto il repertorio delle misure cautelari discrezionali, dall’obbligo di firma alla detenzione preventiva in carcere.

Un capitolo a sè, tutto da approfondire, sono le “zone rosse”, eredità anch’esse del G8 di Genova, di fatto aree rese inaccessibili manu militari per consentire ieri lo show delle svolte neoliberiste, oggi cantieri di ogni sorta. Le aree cantierabili secondo il decreto Sblocca Italia potranno essere dichiarate “d’interesse nazionale” e, di fatto, il modello di spossessamento del territorio messo a punto in Val Susa potrà essere replicato in tutta Italia.

Il diritto penale e forse ancora più l’uso che se ne fa nei tribunali si sta evolvendo distaccandosi dalla concezione classica che vede l’imputato innocente fino al più alto grado di giudizio e il condannato come un cittadino sanzionato: con una paurosa regressione, oggi l’indagato diviene immediatamente il nemico (dello Stato?). Vi è un nuovo modo di intendere le relazioni tra autorità statuale ed individui o gruppi e viene appunto etichettato come “diritto penae del nemico”. Di fronte ad innovazioni così radicali anche l’esperienza e la cassetta degli attrezzi dei legali che difendono attivisti e militanti si trovano sprovviste di strumenti adeguati, e ben vengano le iniziative come il convegno europeo [http://goo.gl/tA5YOR] promossa dall’Osservatorio sulla Repressione oggi a Roma, che mette al centro la sostituzione dello Stato di diritto con lo stato d’Eccezione a livello europeo, e il convegno [http://goo.gl/W9F0pd] che l’Unione delle Camere Penali organizza a Bologna la settimana prossima proprio sul Diritto penale del Nemico.

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/leuropa-degli-stati-deccezione-e-il-diritto-penale-del-nemico/19790

La Rosa e la Rojava

Paralleli arditi tra il 1919 e i giorni nostri: come si può collegare la rivoluzione Spartachista e l’ esperienza della Rojava

di Fabiano Malesardi

Partiamo da una data: il 15 gennaio 1919 venivano ammazzati a Berlino Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht.

La loro colpa, per l’ elite politico-militar-industriale tedesca, era stata quella di aver provato a fare come in Russia. Tra i loro carnefici c’era in primo luogo il governo tedesco, guidato dal primo ministro socialdemocratico Fredrich Ebert. Socialdemocratici che non perdonarono Rosa e Karl non solo il fatto di aver provato a fare la rivoluzione,  ma anche la loro opposizione alla Prima guerra mondiale. Karl Liebknech era stato infatti l’ unico in parlamento ad aver votato contro la concessione dei crediti di guerra nel lontano 1914.

Perché partire da una data per raccontare anche quello che succede oggi nel nord della Siria, nella Rojava , regione di fatto resasi autonoma dal 2012. Forse per il fatto che  la guerra muta le condizioni, sancisce un prima ed un dopo; in quelle condizione estreme e terribili possono maturare anche esperienze importanti. Al di là di questo l’ autogoverno della Rojava si ispira al confederalismo democratico, teoria di prassi libertaria e di metodo popolare che sancisce la  governance del basso verso l’ alto,  la messa in discussione della burocrazia a favore di un metodo reticolare ed allargato dei poteri.

In questo l’esperienza curda mettn in moto un’altra possibilità di salto temporale, che muove dritta verso Rosa Luxemburg e la sua critica a Lenin. Rosa Luxemburg critica, in particolare, l’abolizione delle libertà democratiche: senza libertà di stampa, senza diritto d’associazione e di riunione, la rivoluzione non può andare avanti, perché questi diritti sono uno strumento indispensabile per l’auto-educazione politica delle masse popolari. I bolscevichi hanno istituito i Soviet come organismo rappresentativo delle masse lavoratrici: “ma col soffocamento della vita politica in tutto il paese – scrive la Luxemburg – anche la vita dei soviet non potrà sfuggire a una paralisi sempre più estesa. Senza elezioni generali, libertà di stampa e di riunione illimitata, libera lotta d’opinione in ogni pubblica istituzione, la vita si spegne, diventa apparente e in essa l’unico elemento attivo rimane la burocrazia“. Rosa Luxemburg condivide il principio delladittatura del proletariato, ma per lei “questa dittatura deve essere opera della classe e non di una piccola minoranza di dirigenti in nome della classe”[1].

Gli esempi che ci saranno con la rivoluzione spagnola del 1936 e la guerra antifascista e successivamente, dopo il crollo del muro,  l’esperienza Zapatista e della Rojava tengono conto di questa critica.

Un’altro elemento importante di questo confronto è la questione delle nazionalità e delle religioni. La Luxemburg aveva ben presente la questione ebraica, visto che lei nasce e si forma in una famiglia ebrea in Polonia al tempo dell’occupazione del Impero Zarista. Contribuì inoltre a far sviluppare l’ Unione Generale dei Lavoratori Ebrei (Bund ebraico), una confederazione che polemizzò a lungo con le istanze dei sionisti, i quali credevano in un legame di sangue e suolo con la Palestina. E lei stessa disse che le condizioni  per gli ebrei di crearsi uno Stato sarebbero state peggiori che affermarsi in società dove le masse fossero emancipate anche dal condizionamento religioso.

Su questo tema il collegamento continua citando la carta sociale dei popoli della Rojava.

“Noi popoli che viviamo nelle Regioni Autonome Democratiche di Afrin, Cizre e Kobane, una confederazione di curdi, arabi, assiri, caldei, turcomanni, armeni e ceceni, liberamente e solennemente proclamiamo e adottiamo questa Carta. Con l’intento di perseguire libertà, giustizia, dignità e democrazia, nel rispetto del principio di uguaglianza e nella ricerca di un equilibrio ecologico, la Carta proclama un nuovo contratto sociale, basato sulla reciproca comprensione e la pacifica convivenza fra tutti gli strati della società, nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, riaffermando il principio di autodeterminazione dei popoli.
Noi, popoli delle Regioni Autonome, ci uniamo attraverso la Carta in uno spirito di riconciliazione, pluralismo e partecipazione democratica, per garantire a tutti di esercitare la propria libertà di espressione. Costruendo una società libera dall’autoritarismo, dal militarismo, dal centralismo e dall’intervento delle autorità religiose nella vita pubblica, la Carta riconosce l’integrità territoriale della Siria con l’auspicio di mantenere la pace al suo interno e a livello internazionale.
Con questa Carta, si proclama un sistema politico e un’amministrazione civile fondata su un contratto sociale che possa riconciliare il ricco mosaico di popoli della Siria attraverso una fase di transizione che consenta di uscire da dittatura, guerra civile e distruzione, verso una nuova società democratica in cui siano protette la convivenza e la giustizia sociale[2].

Ricordiamo infine che, negli stessi giorni in cui a Berlino si consumava l’epopea e il dramma della rivoluzione Spartachista, a Monaco di Baviera veniva fondato il Partito tedesco dei Lavoratori che poi divenne Il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi, con a guida Adolf Hitler ovvero Abu Bakr al-Baghdadi del secolo scorso. Continuando l’ardito parallelismo e citando ancora una volta Rosa Luxemburg l’ alternativa è ancora: socialismo o barbarie[3]. In altri termini: o si dà vita al divenire reale di un alternativa radicale a questo sistema capitalistico oppure assisteremo all’ implosione nella barbarie quotidiana della guerra e della crisi permanente .

[1] Per approfondire si veda: R. Luxemburg, La Rivoluzione russa. Un esame critico – La tragedia russa, Bolsena, Massari, 2004, traduzione di L. Amodio

[2]da Uiki onlus. ufficio di informazione del Kurdistan in Italia ) http://www.uikionlus.com/carta-del-contratto-sociale-del-rojava-siria/

 

[3] R. Luxemburg , Junius-Broschüre: Die Krise der Sozialdemokratie, 1916

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/la-rosa-e-la-rojava/19791

Italia in stile gruviera. Il Governo apre la porta alle trivellazioni e rinnega Cop21

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di Riccardo Bottazzo

Dimenticate Parigi. Dimenticate la Cop 21 e il documento conclusivo dell’assemblea delle nazioni che decreta la fine dell’epoca dei combustibili fossili. Dimenticate tutte le promesse di ministri e capi di governo di tutto il mondo. Dimenticate soprattutto, le sparate di Matteo Renzi che giurava di come l’Italia fosse pronta ad investire sulle rinnovabili. Dimenticate tutto questo.

Facciamo finta che i cambiamenti climatici siano il parto di un fecondo scrittore di fantascienza, che i combustibili fossili non siano in via di esaurimento e che l’inquinamento atmosferico sia l’ultimo dei problemi dall’umanità. Immaginate anche, se ci riuscite, che le emissioni di scarico siano un toccasana per la salute. Immergetevi in questo scenario idilliaco e converrete che la sola idea di trivellare mezza Italia per cavarne qualche goccia di petrolio è ugualmente – per dirla come ebbe a dirla Fantozzi della Corazzata Potëmkin – una cagata pazzesca.

I 114 permessi di ricerca ( 90 di terra e 24 di mare) e le 212 concessioni di estrazione di idrocarburi (143 di terra e le rimanenti 69 di mare) rilasciati dal ministero per lo Sviluppo economico con un provvedimento che – guarda caso! – portano date da ferie natalizie come il 24 e il 31 dicembre, sono una follia sotto tutti i punti di vista. Quello economico compreso. Lo ha messo bene in evidenza il verde Angelo Bonelli che ha fatto due conti alla concessione che il Governo ha assegnato alla Proceltic Italia, aggiudicatasi il lotto adiacente alle Tremiti per la modica cifra di 5 euro e 16 centesimi al metro quadrato. Come dire che la devastazione di un’area unica al mondo per la biodiversità, come quella che arricchisce queste isole, porterà nelle casse dello Stato la miseria di mille 928 euro e 3 centesimi (arrotondati per eccesso!) all’anno. Se questa non è follia…

In totale, le concessioni rilasciate dal nostro poco attento all’ambiente Governo, riguardano un’area che equivale pressapoco alla Campania e alla Lombardia messe insieme. In un Paese ricco di storie,di arte e, per quel che ne resta, di bellezze ambientali come l’Italia, pare superfluo sottolineare che le trivellazioni saranno per forza di cose adiacenti – quando non proprio sopra – aree di pregio.

Le isole Tremiti, Pantelleria, la costa della Sardegna, sono solo alcuni esempi che gridano vendetta al cielo. Per tacere del mare antistante Venezia, anch’esso finito nell’elenco delle aree “legalmente devastabili”. Ma la nostra laguna, oramai lo abbiamo imparato, è già diventata da tempo “carne di porco”. Proprio sui nostri lidi, quotidianamente massacrati dalle Grandi Navi, è stata avviata col Mose la prova generale di quella politica delle Grandi Opere – imposta a furia di leggi liberticide, prima ancora che devastanti, come la berlusconiana Legge Obiettivo e la renziana Sblocca Italia – che hanno cambiato volto al nostro Paese.

Nel prosieguo di questa politica che non dà futuro e nel mantenimento di una economia predatoria di ambiente e di democrazia, va interpretata la voglia del Governo di trasformare l’Italia in un gruviera.

Eppure… eppure esiste una differenza sostanziale tra le tante Grandi Opere che hanno massacrato la Penisola e queste disgraziatissime concessioni di idrocarburi. Le trivelle non hanno nessuna giustificazione.

Intendiamoci: neppure il Mose ne aveva una, neppure la Tav ce l’ha. Eppure, in questi casi, i sostenitori della shock economy, qualche motivazione che non fosse quella vera “dobbiamo pur finanziare le mafie, o no?”, riuscivano comunque a tirarla fuori. Salvare Venezia dalle acque alte, velocizzare il trasporto… Bugie, certo. Lo scrivevamo all’epoca, e tutti gli accadimenti successivi – non di rado giudiziari – ce lo hanno confermato. Ma erano comunque motivazioni sulle quali risultava difficile far ragionare una opinione pubblica mainstream stregata dai miti in stile Canale 5 dello “sviluppo” illimitato.

Con le trivelle invece, non ci sono argomentazioni a favore. Ci sono solo argomentazioni contrarie. Pure se, come abbiamo scritto in apertura non avessimo la testa sotto la mannaia dei cambiamenti climatici.

L’Italia non è una terra ricca di idrocarburi. Estrarli non è un affare per nessuno. Non lo è mai stato e non lo sarebbe neppure oggi se, per le aziende concessionarie, non fossero spuntati i soliti “aiutini miliardari” da parte dello Stato. E non ci raccontino che lo si fa per favorire l’occupazione o la “ripresa” (altro mito dei nostri giorni). La devastazione di intere aree che oggi campano di turismo, pesca o agricoltura porterà solo miseria culturale, povertà e ulteriore disoccupazione.

L’area critica del dissenso, stavolta, non è limitata ai “soliti” ambientalisti, a quelli che urlano No a tutto. Lo dimostra la radicale contrarietà con la quale non solo tutti i sindaci e le organizzazioni di categoria dei territori interessati, ma anche Regioni per le quali “ecologia” è un termine desueto, come il Veneto o la Lombardia, hanno accolto le aperture del Governo.

Ecco perché questa delle trivelle è una battaglia che possiamo vincere. Nessuna faccia di palta, nessun opinionista venduto, stavolta, potrà andare in televisione per giustificare una scelta che non ha giustificazioni e che, per di più, si lancia in direzione opposta agli accordi della Cop21 sul cambiamento climatico. Accordi sui quali il Governo si è formalmente impegnato.

E se non lo faranno i nostri ministri, dovranno essere i cittadini a farli rispettare.

Parigi non va dimenticata.

Esclusiva con Karim Franceschi

Pochi minuti, per raccontare per la prima volta non solo un libro, ma la seconda esperienza del nostro compagno Karim sul fronte curdo, ancora nelle file dell’YPG, ancora con il fucile in mano, per difendere la Rojava e il progetto politico del “Confederalismo Democratico” dal nazi-islamismo del Califfato Nero. In questo video, si racconta la battaglia, avvenuta nelle giornate di natale del 2015, in cui le ‪Forze Democratiche Siriane, a guida ‪YPG e ‪YPJ, hanno preso il totalecontrollo sulla strategica diga ‪di ‎Tishrin e raggiunto per la prima volta la sponda occidentale dell’Eufrate, togliendo così all’ISIS la strategica via di rifornimento ‪tra Raqqa, Manbij e Jarabulus. Karim ci racconta anche il suo punto di vista dal fronte, rispetto al ruolo complice che la Turchia di Erdogan ha sia con ISIS sia con al-Nusra (al-Qaeda) e del massacro in corso nel Kurdistan turco.

Pochi minuti, importanti per riflettere su come attivare qui, in Italia, in Europa, una campagna diffusa di boicottaggio dei prodotti turchi, per colpire il portafoglio del neo-sultano Erdogan e dei suoi alleati.

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Lo Porto, ucciso da un drone USA mentre l’Italia in Afghanistan fa festa

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Ad un anno dalla morte del cooperante italiano
15 gennaio 2016 – Luciano Manna

E’ passato un anno dalla morte di Giovanni Lo Porto, cooperante palermitano del quartiere di Brancaccio, che fu rapito da Al Qaeda a gennaio del 2012 in Pakistan, ed ucciso il 15 gennaio 2015 durante un raid statunitense al confine con l’Afghanistan.

“Non avevamo modo di sospettare che i due ostaggi fossero nella base. Non ci sono parole per esprimere in modo adeguato il nostro dolore per questa terribile tragedia. A nome degli Stati Uniti chiedo scusa a tutte le famiglie coinvolte”. Così si espresse Barack Obama che ammise immediatamente le sue responsabilità e quelle della missione antiterrorismo condotta dai suoi militari.

Qualche mese dopo, un ramo indiano di al Quaeda dichiarò per mezzo di Site Intelligence Group che il cooperante italiano, insieme al secondo ostaggio ucciso durante il raid, lo statunitense Warren Weinstein, si erano convertiti all’islam. La famiglia Lo Porto ha subito screditato queste affermazioni dichiarando che il loro caro scomparso credeva solo in Dio e non avrebbe mai potuto convertirsi ad un’altra religione.

Lo stesso giorno, il 15 gennaio 2015, l’esercito italiano partecipava ad Herat alla festa dell’Afghan National Army, dove il comandante italiano NATO della regione Ovest era impegnato a complimentarsi con i militari afgani per aver“dimostrato coraggio, fermezza e sacrificio per proteggere la popolazione e il territorio dai nemici dell’Afghanistan in maniera sempre più indipendente”. Lo stesso giorno Lo Porto veniva ucciso al confine tra Pakistan e Afghanistan.

Lo Porto lavorava per la ong tedesca Wel Hunger Hilfe in un progetto finanziato dall’Unione Europea e che aiutava il popolo del Pakistan dopo che il paese fu colpito da un violento terremoto e conseguente alluvione. Aveva partecipato ad altre missioni umanitarie in Africa ed Haiti.

Lo Porto, quindi, impegnato in missione umanitaria, una vera missione umanitaria, quelle senza armi, viene ucciso da un esercito armato mentre i suoi connazionali in Afghanistan, armati, non lo cercano ma festeggiano un altro esercito armato che si addestra a combattere terroristi armati.

In tutto questo il drone è solo un oggetto freddo senza anima, ma chi ha ucciso davvero Lo Porto?

http://www.peacelink.it/conflitti/a/42563.html

Stato di eccezione a Roma, vietato anche un corteo di maestre

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A Roma tira una brutta aria, la tira da tempo ma tutti gli indicatori di “clima politico” – più che di quello meteorologico – evidenziano una coincidenza con il commissariamento e l’instaurazione del Prefetto Tronca al Campidoglio.

L’ultima a farne le spese infatti è una manifestazione di quartiere, per protestare contro l’annunciata privatizzazione degli asili nido comunali, che era stata indetta dalle maestre e dalle educatrici dell’USB nella mattinata di sabato 16 gennaio in zona Prenestino, con partenza dai cancelli dell’asilo nido di via Covelli.

Ma la Questura di Roma ha respinto la richiesta, sostenendo che nella stessa giornata è già prevista un’altra manifestazione, quella contro la guerra organizzata nel pomeriggio ed in tutt’altra zona (ossia la manifestazione No War a piazza Esquilino prevista per il pomeriggio). “Da alcuni mesi grava sulla città un diktat contro la libertà di manifestare che, a detta della Questura e della Prefettura, riguarda il centro storico della città ed i giorni dal lunedì al venerdì.

Adesso scopriamo invece che hanno deciso di estendere i loro criteri arbitrari all’intero territorio cittadino e a tutti i giorni della settimana”, denuncia Guido Lutrario, della Federazione romana USB. Prosegue Lutrario: “Qualche settimana fa il Commissario Tronca ha pubblicato un documento, il DUP per il 2016/2018, nel quale detta il programma di governo della città per i prossimi anni, a prescindere da chi vincerà le elezioni comunali. Come dire, non importa cosa sceglieranno romani, perché quello che si dovrà fare a Roma è già scritto e rigidamente vincolato”.

“In questo DUP c’è scritto per esempio che tutti gli asili nido andranno progressivamente privatizzati – sottolinea il rappresentante USB –  e che le scuole materne passeranno allo Stato. In questo modo migliaia di precarie perderanno il posto. Ed ora si vieta alle maestre di manifestare per avvertire la popolazione della sciagura che si sta preparando sui servizi pubblici. E’ evidente che c’è una emergenza democratica nella nostra città e che la gestione commissariale di Roma sta cercando di soffocare le voci di protesta”.

“La lotta delle maestre naturalmente non si ferma. Cresce invece l’esigenza di costruire il collegamento tra tutte le realtà che stanno soffrendo questa involuzione della vita democratica e questo attacco senza precedenti alle nostre condizioni di vita. La difesa del servizio scolastico-educativo infatti si basa su ragioni analoghe a quelle dei lavoratori dei trasporti o delle persone sotto sfratto, o delle associazioni che vengono sgomberate. Costruire un grande movimento che fermi questa deriva autoritaria è la nostra priorità per i prossimi mesi”, sottoliea Lutrario .

da contropiano

12 anni di carcere per il movimento che ha contestato la Riforma Gelmini

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Sono state pronunciate  le sentenze di primo grado per i fatti del 24 Novembre 2010. Sedici le condanne contro gli studenti dell’Onda.

Quel giorno, in decine di città italiane, migliaia di studenti manifestavano per fermare la riforma Gelmini e per far cadere il governo Berlusconi. Il corteo di Roma, che arrivò fin sotto il palazzo del Senato, fu la scintilla da cui scoppiò un movimento enorme, che per giorni bloccò le strade del paese, trovando il sostegno di milioni di cittadini, di docenti universitari, del mondo sindacale e della politica.

Quel movimento culminò il 14 dicembre, quando migliaia di studenti sfiduciarono dal basso il Governo: dopo la notizia che la maggioranza di centro-destra, con a capo Berlusconi, aveva comprato i voti di diversi parlamentari per garantirsi la sopravvivenza, esplosero i tumulti in piazza del Popolo.

Oggi, a più di cinque anni di distanza, il Tribunale di Roma ha condannato 16 studenti a pene che vanno da due mesi a un anno e nove mesi, per un totale di quasi 12 anni di carcere. Tanti e diversi i reati contestati, tra cui pesano maggiormente quelli di resistenza aggravata e lesioni, che portano alle richieste di pena più alte. Diverso invece l’esito legato all’assurda accusa, fortemente voluta dal PM Tescaroli, di attentato contro gli organi costituzionali. Un reato comparso nei registri delle indagini una sola volta, più di cinquant’anni fa. Per quest’accusa fuori dal tempo sono stati assolti tutti gli imputati.

La sentenza di oggi ci indigna ma non ci stupisce, visto l’attacco complessivo riservato, ieri come oggi, ai movimenti studenteschi che hanno combattuto i provvedimenti che hanno distrutto l’università pubblica. Provvedimenti di cui adesso si vedono bene le conseguenze, con il crollo degli iscritti e della qualità dei corsi in tutte le università del “Bel Paese” e la disoccupazione giovanile che non cessa di crescere.

Di fronte a queste condanne, nessun passo indietro. Oggi come ieri abbiamo ragione noi. Non permetteremo di riscrivere nelle aule dei tribunali la storia di movimenti di massa che hanno lottato fino all’ultimo e con tutte le loro possibilità per un’università pubblica, gratuita e libera dai diktat dei mercati.

Chiediamo a tutte le studentesse e gli studenti che erano in piazza in quei mesi, agli esponenti del mondo della cultura e della politica che credono in un’università diversa da quella imposta dal neoliberalismo, a tutti quelli che pensando che l’Onda non si condanna, di prendere posizione e condannare la sentenza.

Ci rivediamo nelle strade.

da DinamoPress

http://www.osservatoriorepressione.info/12-anni-di-carcere-per-il-movimento-che-ha-contestato-la-riforma-gelmini/

Raid punitivi contro cittadini bengalesi. Indagata banda di fascisti e razzisti

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Ultimamente non va molto bene ai fascisti italiani che sono soliti mascherarsi di solito da garanti della legge, uomini tutti d’un pezzo.

Quello che è uscito oggi dall’indagine dei Carabinieri del Ros, denominata Banglatour, cominciata nel 2013, è qualcosa di schifoso; la base dell’indagine è Roma con ramificazioni a Ferrara e Chieti. Gli indagati sono 13; si tratta di una banda criminale e fascista, avvezza soprattutto ai raid punitivi contro cittadini bengalesi. I reati riscontrati, tra gli altri, sono associazione finalizzata all’incitamento alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali, istigazione alla discriminazione e alla commissione di atti di violenza per motivi razziali, minaccia, lesioni, detenzione di armi da sparo. Stando agli inquirenti la banda criminale “per la risoluzione delle controversie, faceva sistematico ricorso alla violenza e alle aggressioni nei confronti dei militanti di opposta o concorrente fazione politica” e “attuava un rigoroso e talvolta violento indottrinamento dei suoi appartenenti, anche minorenni, al fine di assicurare il rispetto delle regole interne al gruppo e consolidarne le gerarchie”. Siamo cioè in presenza di una piccola Hitlerjugend. Non solo, la banda è pure accusata di diffondere via internet “messaggi, proclami e iniziative volte ad incitare alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali” e di aver messo a segno “raid punitivi nei confronti di cittadini bengalesi”. Nel maggio 2012, sempre a Roma, due soggetti riconducibili alla stessa area politica erano stati arrestati per rapina in danno di un bengalese.

Next Quotidiano così ha scritto poco fa” In un articolo del novembre 2013 Repubblica aveva raccontato del Bangla Tour di cui si erano rese protagoniste squadre di ragazzini vicini alla destra, adescati sul web da persone più grandi e indottrinati all’odio nelle varie sedi di Forza Nuova (una su tutte quella all’Appio) colpendo decine e decine di volte:Il pestaggio più recente è avvenuto tre mesi fa, in via di Torpignattara. Paulo ha 22 anni e viene da Munshigonj. È in Italia dal 2009, vende ombrelli e foulard e all’alba, va scaricare frutta e verdura. Guadagna qualche decina di euro al giorno. Ha una fidanzata che è la sua promessa sposa, scelta dalla mamma. Quando avrà regolarizzato la sua posizione in Italia, andrà a prenderla e la porterà a Roma. “Aspettavo alla fermata l’autobus 409. Erano le 9 di sera. Ed ero da solo. Un gruppo di giovani italiani ha iniziato a guardarmi, poi a girarmi intorno. Avevano le birre in mano. Uno di loro mi dice: “Cosa guardi? Mi stai guardando male?!” Io gli dico che non lo stavo guardando. E lui mi prende a schiaffi, poi mi aggrediscono gli altri con pugni, calci e infine mi dicono: “stronzo, negro, tornatene a casa tua”. Io davvero non so perché fanno questo. Ma so che noi del Bangladesh siamo spesso vittime di queste aggressioni. Per esempio un mio amico – prosegue il ventiduenne – nelle stesso periodo in cui io sono stato picchiato è stato aggredito. Di notte. Prima gli hanno chiesto una sigaretta poi lo hanno aggredito. Erano sempre giovani italiani e sempre senza alcun motivo. Era in via delle Cave: un gruppo composto da 4 italiani, tra di loro c’era anche uno ciccione, gli hanno spaccato il mento al mio amico. Lui è andato malconcio al pronto soccorso mi sembra del San Giovanni. Però poi non ha denunciato nessuno”.

Queste attività di caccia al negro, al frocio, alla zecca comunista sono ben note nel quadrante Sud di Roma, da San Giovanni fino alla periferia più esterna, l’Osservatorio da anni denuncia invano questa situazione (http://www.osservatoriorepressione.info/aggressione-fascista-a-piazza-epiro-a-roma-le-spudorate-anomalie/ ) : oggi finalmente c’è una prima risposta con l’indagine del ROS. Ma non ci si può cullare sugli allori né restare ai soli riscontri di Polizia Giudiziaria, l’indagine ROS di Roma apre soltanto uno squarcio su una rete nazionale fascista (oggi verificata anche a Chieti e Ferrara) da smantellare. Una rete che indottrina e guida alla violenza sistematica, al disprezzo dei diversi e della legalità: cosa si aspetta a mettere fuorilegge le organizzazioni fasciste in Italia?

Mephisto

http://www.osservatoriorepressione.info/raid-punitivi-contro-cittadini-bengalesi-indagati-banda-di-fascisti-e-razzisti/

15 gennaio 1990 : occupazione della Sapienza da parte della Pantera

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15 gennaio: La Pantera siamo noi
Alla fine del 1989 una pantera nera venne ripetutamente avvistata intorno a Roma; seminò il panico e sfuggì ai safari organizzati per catturarla, e scomparve infine nel nulla. Non fu l’unica pantera ad aggirarsi per le città e a ruggire in quei giorni: proprio dal felino, che occupò le prime pagine dei giornali e i programmi televisivi, si diede il nome il movimento di studenti universitari e medi che agitò le scuole e occupò le facoltà del Paese: chi ha paura della Pantera?

Il 15 gennaio 1990 gli studenti occuparono la facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma; questa occupazione segnò la nascita del movimento della Pantera. Già da qualche mese erano occupati un laboratorio e un’aula della Sapienza e fino a dicembre era stata occupata la biblioteca per protestare contro i ridotti orari di apertura, dovuti ai tagli al personale dell’università.

La prima città a muoversi era stata Palermo (6 dicembre 1989), dove la precaria situazione dell’istruzione era aggravata da problemi economici e sociali. Poi, quando il 15 gennaio la Pantera occupò alla Sapienza le facoltà di Lettere, Psicologia e Scienze Politiche, la protesta esplose: mentre l’ateneo romano resterà occupato fino alla primavera, in tutta Italia vennero occupate scuole e facoltà e bloccata la didattica.

Primo Ministo era Giulio Andreotti, al suo ultimo mandato; il ministro dell’Istruzione era Antonio Ruberti, socialista, craxiano. E’ l’ultima legislatura della cosiddetta Prima Repubblica, siamo alle soglie di Tangentopoli.

Il motivo aggregante della protesta fu la proposta di legge Ruberti che prevedeva l’autonomia degli atenei e l’ingresso dei privati nelle Università. Il primo aspetto segnava la fine dell’idea stessa di Università di massa, con la creazione di una gerarchia tra gli atenei, divisi tra atenei di eccellenza e atenei di seconda fila. La legge prevedeva poi la possibilità per le aziende di contribuire al finanziamento dei corsi di studio, in base alle necessità dei loro piani industriali, alleviando, secondo le intenzioni del Governo, l’onere contributivo dello Stato nella ricerca. Se un’azienda investiva capitali per un programma di ricerca, era ovvio pensare, secondo il movimento, che non avrebbe fatto beneficienza. Gli studenti rivendicavano un sapere slegato dal processo produttivo e una formazione culturale non necessariamente collegata alla sua spendibilità nel mondo del lavoro.

I motivi della protesta non si fermavano però alla sola opposizione alla riforma. Si voleva uscire dalla marginalità in cui si trovavano gli studenti all’interno, ma anche all’esterno dell’Università, privi di potere decisionale sul proprio futuro. Si contestava inoltre l’aumento delle tasse che avrebbe seriamente compromesso il diritto allo studio. Preoccupava poi l’entrata in Europa, con la nascita dell’Unione Europea. L’unione economica e finanziaria avrebbe condotto la ricerca, secondo la Pantera, ancora di più nelle mani delle grandi multinazionali. Infine, il movimento rivendicava l’accesso a un’informazione libera e autonoma, e contestava la manovra di Berlusconi (legittimata dall’allora ministro delle Comunicazioni Mammì, dopo la deregulation degli anni Ottanta) di accentramento dei canali di comunicazione.

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