10 Gennaio 1943, Stalingrado : verso la vittoria finale

“Il fronte è un corridoio tra due stanze una di fronte all’altra, è un pavimento che crolla tra i piani di una casa, dove noi combattiamo dal mattino alla sera. Le strade non si misurano più in metri, ma in cadaveri” ( tratto da “Ultime lettere da Stalngrado”)

Sono ormai quasi sei mesi che Stalingrado resiste agli assalti della Luftwaffe, la temibile aeronautica dell’esercito nazista, e almeno tre che la battaglia si svolge nel pieno centro della città, casa per casa, strada per strada. La linea del fronte è dietro ogni pietra angolare, ogni azione di guerra dipende quasi esclusivamente dal valore e dal coraggio di ogni singolo soldato, dalla sua capacità di osservazione, dalla sua abilità nel combattere e nell’uccidere. Non la si può risolvere come una qualsiasi altra semplice battaglia, questa.
Stalingrado non è una città come le altre, una volta superato questo baluardo Hitler potrà avere accesso alle risorse petrolifere del Caucaso, compromettendo per sempre le sorti dell’Unione Sovietica e della Seconda Guerra Mondiale. Il 28 luglio 1942, ad assedio appena iniziato, gli ordini di Stalin erano stati “Non un solo passo indietro”, e così Stalingrado si era preparata resistere: i lavoratori delle fabbriche avevano imbracciato i fucili e smesso di lavorare, la fabbrica di trattori era stata trasformata in fabbrica per macchine da guerra e dalla Siberia, dove erano state spostate e ricostruite le fabbriche delle città sotto assedio, si aspettavano nuovi aerei, carri armati T-34, cannoni, mitragliatrici.
I primi bombardamenti a tappeto, contrastati dalle aviatrici dell’Armata Rossa conosciute ai nazisti col nome di “streghe di Stalingrado”, cominciano a fine agosto (alla fine saranno in tutto più di 2000, e verranno sganciate tutte le bombe disponibili per l’operazione) e a metà settembre l’esercito di Hitler è già riuscito ad entrare in città, dando vita ad una logorante guerriglia urbana che durerà 200 giorni e 200 notti. Alla fine di ottobre, la città era divisa in due, le posizioni difese dai sovietici si erano ormai ridotte a lembi di territorio non più larghi di 200 metri e la 6ª Armata tedesca del generale Friedrich Von Paulus, dopo aver tenacemente circondato Stalingrado, si riteneva ormai ad un passo dalla vittoria, nonostante le gravi perdite che contrassegnavano ogni giornata di battaglia. A novembre però il malessere è dilagante tra le file naziste, le vittorie non sono mancate ma ogni soldato vede morire più commilitoni che nemici da quando la battaglia si è spostata nel centro cittadino; i rifornimenti poi tardano ad arrivare, le azioni di sabotaggio lungo il Volga non sono inusuali e il lungo inverno russo non lascia tregua durante le pause tra un’offensiva e l’altra.
Nel frattempo, tra le file sovietiche era maturato il piano definitivo per il contrattacco, guidato dai comandanti Zhukov e Vasilevskij e dal maresciallo d’artiglieria Voronov, ai quali riuscì di organizzare la controffensiva di nascosto ai tedeschi; l’operazione Urano consisteva semplicemente nello scardinare il fronte più a nord dell’esercito di Von Paulus in modo da costringerlo a indietreggiare verso il Volga e una volta lì circondarlo con un’impressionante spiegamento di forze: dieci armate sovietiche, più di un milione di soldati, 1500 carri armati, 15000 pezzi d’artiglieria prodotti nelle fabbriche sovietiche della Siberia, degli Urali e del Kazachistan. Il piano, coadiuvato dall’operazione Saturno, ha inizio il 19 Novembre e appena quattro giorni dopo gli eserciti sovietici si riuniscono accerchiando 22 divisioni di fanteria corazzata nazista (3000 uomini). Il 21 dicembre il fronte era distrutto e l’accerchiamento comprendeva 250000 soldati oltre a mezzi corazzati e divisioni di artiglieria, senza che Von Paulus tentasse in alcun modo di sfondare. A Natale i tedeschi mangiarono la loro miseria: ad ognuno di loro era riservato un pezzo di pane al giorno e, per quanto riguardava le munizioni, ne avevano a disposizione dalle venti alle trenta al giorno. La situazione della sesta armata era senza speranze. Il giorno 8 Gennaio i sovietici proposero ai tedeschi la resa garantendo la vita ai prigionieri e la possibilità di indossare le loro onorificenze e i gradi conseguiti. Von Paulus declinò l’offerta. Il 10 gennaio, l’Armata Rossa attaccò da occidente per spalleggiare la 62° armata che continuava a combattere sul Volga.
La lotta finale, che durò fino al 2 febbraio, venne condotta dalle due parti con particolare accanimento fino all’ultimo: i sovietici fecero uso in massa dell’artiglieria per polverizzare i nuclei di resistenza delle truppe tedesche straordinariamente indebolite dal lungo assedio; le successive linee di arroccamento predisposte dai tedeschi per prolungare al massimo la resistenza vennero travolte. Con la conseguente perdita degli aerodromi si verificarono i primi episodi di panico collettivo e di dissoluzione dei reparti (per via aerea durante l’assedio erano infatti stati evacuati almeno 30.000 soldati tra feriti, specialisti e ufficiali superiori). La maggior parte dei soldati furono annientati sul posto. Chi scampò alla morte si riversò assieme a feriti e sbandati verso le rovine di Stalingrado dove si sviluppò l’ultima tragica resistenza (c’erano tedeschi, romeni, italiani, ungheresi, decine di migliaia di soldati che sciamavano prigionieri tra gli ammassi del luogo). Secondo dati di fonte sovietica, i soldati tedeschi uccisi dall’inizio dell’accerchiamento furono 22.000, i prigionieri 91.000, tra loro non meno di 24 generali e un feldmaresciallo: Von Paulus, che si arrese il 31 Gennaio e rifiutò il tacito invito di Hitler al suicidio, nonostante questi lo avesse promosso feldmaresciallo pochi giorni prima della resa finale.
Il resoconto finale della battaglia è impietoso: quasi tutta Stalingrado è stata rasa al suolo dai bombardamenti, dei 46.000 edifici della città, 41.000 sono completamente distrutti. Tra le macerie il pericolo era in agguato, rappresentato da mine, trappole, proiettili e bombe inesplose. Non si poteva neppure iniziare a spazzare via le macerie. Nonostante ciò la popolazione cominciò ad uscire dai rifugi col la voglia mai sopita di continuare a vivere, cominciando dalla ricostruzione di quanto era stato distrutto: da tutta l’Unione Sovietica arrivarono aiuti con il necessario per Stalingrado, come se nel paese ognuno si sentisse abitante di quella città coraggiosa. Perché se proprio si vuole trovare il motivo di questa grande vittoria, tralasciando il tatticismo militare e l’abilità dei singoli graduati, allora esso deve essere ricercato nella grande forza d’animo del popolo sovietico, incalzato da un nemico che era tale non solo perché portatore di armi, guerra e distruzione, ma anche perché rappresentante di un’ideologia completamente estranea ai principi rivoluzionari che ancora pervadevano l’animo di molti, giovani e meno giovani, trovatisi fianco a fianco nella strenua difesa della patria e dell’ideale socialista.
L’eco della prima grande sconfitta nazista aprì così una grande speranza negli eserciti ma soprattutto nei popoli europei: vincere è possibile!

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