[ * ] La matrice omofobica della crociata #nogender

di Massimo Prearo

L’inquietante proliferazione di un attivismo integralista di stampo cattolico che, da più di due anni, in Europa ma soprattutto in Italia, porta avanti una vera e propria crociata contro l’estensione dei diritti fondamentali di uguaglianza e di pari opportunità, è stato ed è ancora oggetto di numerose riflessioni e analisi. Il fenomeno #nogender – dalle tanto silenziose quanto pericolose veglie delle Sentinelle in piedi alle conferenze propagandistiche e predicatorie dei vari Amato e Gandolfini – appare chiaramente ormai come una forma di contro-movimento di reazione conservatrice che fa leva sulla resistenza atavica del tradizionalismo culturale italiano, da sempre radicato nel cattolicesimo vaticano, al cambiamento sociale in materia di sesso e di sessualità, e quindi anche di relazioni affettive e familiari.

Un modello di eterosessualità obbligatoria

Prima di arrivare in Italia e di attaccarsi alla proposta di legge per punire i crimini d’odio a carattere omofobico e transfobico (oggi definitivamente affossata), nel 2013, e alla legge per il riconoscimento delle unioni civili omosessuali e delle famiglie omogenitoriali, la mobilitazione “anti-gender” nasce ufficialmente come movimento organizzato in Francia nel 2012, quando François Hollande, attuale Presidente della Repubblica, durante la campagna elettorale promette, una volta eletto, di aprire il matrimonio e l’adozione alle coppie omosessuali (la legge sarà poi promulgata il 17 maggio del 2013). Ma prima di essere adottata, la legge è stata discussa ed è stata l’oggetto di un ampio dibattito, in occasione del quale è nato il collettivo della Manif pour tous, poi importato in Italia (Manif pour tous Italia, diventata ora Generazione Famiglia) per condurre la battaglia contro la cosiddetta “teoria del gender” o “ideologia gender” di cui queste proposte di legge sarebbero delle espressioni.

Per cogliere le ragioni che hanno attivato questa contro-mobilitazione è necessario focalizzare l’attenzione sul nodo problematico centrale intorno al quale ruota il fenomeno #nogender. In effetti, questi contro-movimenti si fondano su una matrice omofobica secondo la quale l’eterosessualità costituisce il dato “antropologico naturale” da cui discendono alcuni dogmi indissolubili, indiscutibili e incontestabili – in quanto dogmi appunto: l’unione eterosessuale è l’unica forma di unione che lo stato deve legittimare e riconoscere, proprio perché è l’unica che garantirebbe il modello della differenza e della complementarietà dei sessi, l’unica che garantirebbe dunque la presenza di una mamma e un papà, e l’unica che permetterebbe uno sviluppo “normale” del bambino.

Il discorso e la mobilitazione #nogender sono quindi strumenti di una battaglia per la difesa dell’eterosessualità obbligatoria dell’umano e contro l’affermazione dell’omosessualità come “variante naturale del comportamento umano”, secondo la presa di posizione dell’Organizzazione mondiale della sanità il 17 maggio 1990. L’omosessualità è quindi un nemico da combattere perché la sua stessa esistenza e ovviamente la sua legittimazione costituirebbero un pericolo per il sedicente fondamento eterosessuale della natura umana e, mutatis mutandis, della società.

Prendiamo in considerazione una tra le tante mozioni “anti-gender” adottate da alcune giunte comunali o da alcuni consigli regionali italiani, quella della Regione Veneto, che esplicita in maniera particolarmente (e tristemente) efficace l’omofobia essenziale del contro-pensiero #nogender. La mozione n. 13 del 24 agosto 2015 stabilisce la necessità di “non introdurre ideologie pericolose per lo sviluppo degli studenti quali l’ideologia gender” e “impegna la Giunta regionale ad intervenire nelle scuole di ogni ordine e grado della Regione del Veneto affiché […] si educhi a riconoscere il valore e la bellezza della differenza sessuale e della complementarieta` biologica, funzionale, psicologica e sociale che ne consegue” (il testo completo della mozione è consultabile qui). Proviamo a decostruire quest’ultima ingiunzione.

Il contro-pensiero #nogender

Per differenza sessuale e complementarietà biologica si intende l’esistenza di due sessi biologici ben distinti, maschile e femminile (una finzione teorica riduttiva della complessa varietà del sesso biologico, come ci insegna la studiosa Anna Fausto-Sterling), come fondamento assoluto che spiega l’origine e la “verità” ancestrale della “natura” umana.

Questo significa che i due sessi non esistono indipendentemente l’uno dall’altro, ma esistono uno in funzione dell’altro, in un rapporto dialettico indissolubile; il sesso maschile e il sesso femminile sono degli strumenti riproduttivi che servono la riproduzione della specie e la cui funzione è iscritta nelle tavole delle leggi “naturali” date all’uomo e alla donna. Il sesso e la sua funzione riproduttiva sono quindi subiti e non agiti dall’animale umano.

Date queste premesse, la differenza sessuale implicherebbe inoltre una complementarietà psicologica: i sentimenti, i desideri, i comportamenti degli uomini e delle donne sarebbero determinati dalla biologia, e non frutto di una complessa costruzione, unica e singolare per ogni soggetto. Secondo il modello antropologico “naturale”, la psicologia individuale prevede che sentimenti e desideri affettivi, erotici e sessuali siano obbligatoriamente configurati in modalità eterosessuale, come già recitavano le “leggi” della giovane psichiatria ottocentesca: è la biologia che determina la psicologia, e la biologia vuole che i sessi opposti si attraggano e che i sessi simili si respingano, sic et sempliciter. Secondo questo modello riduzionistico della complessità antropologica, appare quindi evidente che omosessualità, transessualità e intersessualità rappresentano delle “anomalie”, delle “patologie” dello stato di salute “naturale”. In realtà, la comunità scientifica contemporanea ha dimostrato che non esiste un modello per così dire “puro” di natura umana, che potrebbe essere inteso come parametro della “verità” biologica rispetto al quale misurare gli scarti delle varianti minoritarie. Al contrario, se c’è un modello che l’antropologia ha permesso di pensare è proprio quello della variazione e non quello della immutabilità della “natura umana”.

Infine, la differenza e la complementarietà sessuale, dal punto di vista sociale, implicano che l’unico modello di unione affettiva e sessuale a cui è riconosciuto un valore e una legittimità è quello fondato sull’eterosessualità, e sull’istituto del matrimonio. In questo senso, il matrimonio (eterosessuale) è considerato come (unico) garante del modello antropologico “naturale”. Sia il matrimonio egualitario che l’unione civile tra persone dello stesso sesso vengono a scardinare questa rappresentazione assolutistica dell’eterosessualità obbligatoria. Non stupisce quindi che il sito LaNuovaBussolaQuotidiana, uno degli strumenti mediatici della campagna #nogender, possa scrivere:

«Deve essere chiaro che il male sta alla radice, ovvero nell’introduzione di un istituto giuridico chiamato unione civile, che necessariamente entrerebbe in conflitto con la famiglia. […] Ormai è invalso il costume […] di riferirsi alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna come alla “famiglia costituzionale” o “tradizionale” […] Entrambe le definizioni sono gravemente sbagliate. Si deve parlare solo di “famiglia naturale” . […] Noi non difendiamo la tradizione o una singola Costituzione, ma la natura, ciò che è dato, ciò che è valido per tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutte le culture, e che nessun intervento umano può cambiare». (LaNuovaBussolaQuotidiana, 22 ottobre 2015)

Se l’offensiva #nogender è nata in Francia in occasione del dibattito sul matrimonio tra coppie dello stesso sesso (ma una protesta simile era apparsa nello spazio pubblico già nel 1999, in occasione del dibattito sui Pacs) e se, in Italia, in occasione del dibattito sul riconoscimento delle unioni civili tra coppie omosessuali, questa contro-mobilitazione ha raggiunto toni particolarmente violenti nei confronti delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e transgender (LGBT), è proprio perché queste proposte di legge vanno a toccare il nucleo del modello di natura umana e di società proposto e difeso dalla dottrina cattolica. Secondo quanto sostiene, per esempio, il Cardinale Lopez Trujillo, nella prefazione a quella sorta di enciclopedia #nogender che è il Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche(2003), riprendendo direttamente il catechismo della Chiesa cattolica: «La vocazione al matrimonio è iscritta nella natura stessa dell’uomo e della donna, quali sono usciti dalla mano del Creatore. Il matrimonio non è un’istituzione puramente umana». Questo significa che il matrimonio non è semplicemente una scelta fatta da due individui adulti e responsabili, e nemmeno una forma contrattuale inserita in un ordinamento giuridico specifico. Il matrimonio, secondo questa visione “naturalistica” della società, è un tassello di un più ampio progetto di cui uomini e donne non possono che prendere atto ed esperire per portare a compimento una volontà “iscritta” nella loro “natura”.

Ma la “natura” del contro-pensiero #nogender non è un dato scientifico, fisico, fisiologico e biologico, è un dato divino, e quindi una credenza religiosa. Sempre dal Catechismo della Chiesa cattolica, sul “sacramento del matrimonio”:

Che l’uomo e la donna siano creati l’uno per l’altro, lo afferma la Sacra Scrittura: «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gn 2,18). La donna, «carne della sua carne», sua eguale, del tutto prossima a lui, gli è donata da Dio come «aiuto», rappresentando così Dio dal quale viene il nostro aiuto. «Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gn 2,24). Che ciò significhi un’unità indefettibile delle loro due esistenze, il Signore stesso lo mostra ricordando quale sia stato, «da principio», il disegno del Creatore: «Così che non sono più due, ma una carne sola».

Secondo questo modello di natura in quanto creazione divina, l’omosessualità e le unioni omosessuali (e quindi le persone omosessuali) si collocano al di fuori dei confini dell’umano, sono forme illegittime, persone non grate.

Dall’eterosessualità all’eterosessismo

Come scrive Lea Melandri in un articolo pubblicato su Internazionale, il 24 giugno 2015:

«Dietro le proteste per l’apertura della scuola alle tematiche riguardanti la sessualità e le differenze di genere, non c’è solo il timore di veder crollare quelli che sono stati finora i fondamenti della genitorialità e dei ruoli familiari. Ben più profonda, radicata nell’atto fondativo delle civiltà a cui ha dato vita una comunità storica di soli uomini, è l’incertezza di una posizione “virile” perennemente minacciata dallo stesso impianto sociale che dovrebbe sostenerla: un legame di interessi, amicizie, amori, ideali condivisi tra simili».

E poiché «donne single, donne che non vogliono figli e che cercano “qualcosa per sé”, omosessuali e lesbiche, transgender e queer, a dispetto di un’educazione familiare e scolastica che ancora stentano a riconoscere il cambiamento, hanno preso cittadinanza visibile e largo consenso nella grande piazza pubblica», la paura dell’omosessualità, possiamo concludere, è radicata in una visione virile e maschilista della società, perché omofobia e sessismo hanno la stessa matrice culturale fondata sul dominio dell’uomo virile.

Costanza Miriano, membro del Comitato promotore del Family Day del 20 giugno 2015, presentata come un’eminenza della mobilitazione anti-gender, nel suo libro Sposati e sii sottomessa scrive: «L’uomo deve incarnare la guida, la regola, l’autorevolezza. La donna deve uscire dalla logica dell’emancipazione e riabbracciare con gioia il ruolo dell’accoglienza e del servizio». E ancora: «Troppe donne sono in lotta con i mariti, i compagni, e diventano insopportabili. Solo perché non hanno capito il segreto dell’accoglienza, e poi della sottomissione, dell’obbedienza come atto di generosità».

In questo senso i movimenti anti-gender sono movimenti anti-democratici perché si oppongono all’estensione dei principi di uguaglianza e di pluralismo democratico al campo del sesso e della sessualità, che si tratti di diritti delle minoranze sessuali o di diritti delle donne. Il modello #nogender è fondato su una matrice omofobica che rigetta l’omosessualità e tutte le sue forme esperienziali in quanto straniere, clandestine, senza diritto di cittadinanza nello stato di natura che il fanatismo religioso vorrebbe mantenere e difendere all’interno dello stato di diritto. E se la crociata #nogender converge spesso nell’alleanza tra gruppi integralisti cattolici e gruppi dell’estrema destra neofascista è proprio perché la matrice omofobica, transfobica, sessista e razzista è fondata sullo stesso odio per l’altro, per il diverso e per lo straniero

http://www.globalproject.info/it/produzioni/-la-matrice-omofobica-della-crociata-nogender/19770

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