NO allo SGOMBRO di AltragricolturaNordEst. Perchè il cibo non è merce

AltragricolturaNordEst, attiva da anni sul territorio padovano, è una delle più importanti e vitali esperienze di un modo altro e diverso di produzione e consumo; perché opera al di fuori delle logiche delle multinazionali e della grande distribuzione,perché il cibo -esattamente come l’acqua- non è una merce!

Così, da più di tre anni è anche uno degli “Sportelli”  dell’Acqua Bene Comune, oltre ad essere la sede storica del nostro Comitato.

Oggi, un’ottusa volontà politica, volta alla chiusura di tutti gli spazi nei quali agiscono e si praticano forme di democrazia di base, è all’opera per sottrarre la sede di C.so Australia 61 (Padova) alla cittadinanza e a quanti l’hanno voluta e vissuta (anche) come luogo di dibattito, di aperto e libero confronto per consegnarla definitivamente alle forze onnivore della speculazione, della rendita e del profitto.

Opporsi a questo sciagurato e regressivo disegno è un fatto di civiltà. Per questo, invitiamo tutte/i a mobilitarsi e sostenere Altragricoltura in vista dell’incontro del 14 gennaio con l’amministrazione comunale.

Di seguito la petizione al sindaco di Padova, che è possibile firmare al seguente link:

GAS Il Ciclo Corto: “Petizione Al Sindaco di Padova”
Egregio Sindaco, Spettabile Amministrazione
in data 24/11/2015 l’Associazione AltrAgricoltura Nord Est si è vista recapitare dal Settore Patrimonio e Partecipazioni del Comune una raccomandata che comunicava l’avvio di un procedimento di recupero dei locali presso i quali opera l’associazione e la conseguente richiesta di sgombero immediato degli stessi.
AltrAgricoltura Nord Est dal 2004 è promotrice di un importante Gruppo d’Acquisto Solidale (GAS) ossia si è organizzata per accorciare la lunga catena del consumo, garantire un reddito adeguato ai produttori e di favorire concretamente comportamenti e scelte sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale. Il GAS coinvolge più di 400 soci per lo più nuclei familiari o piccoli gruppi – e circa 80 produttori (agricoltori e trasformatori) che garantiscono un approvvigionamento adeguato e continuativo ad un paniere molto ampio di prodotti. All’interno dei locali di proprietà del comune, ubicati presso l’ex Foro Boario di Corso Australia, l’apporto volontario e gratuito dei soci fa sì che con cadenza quindicinale, ogni due venerdì del mese, numerosi padovani e cittadini residenti nei comuni limitrofi riescono ad effettuare degli acquisti collettivi che implicano notevoli aspetti logistici e distributivi.
Il GAS “Il Ciclo Corto” dell’Associazione AltrAgricoltura Nord Est ha per noi sottoscrittori della presente petizione un grande valore sociale: permette l’accesso ad un cibo sano (biologico o senza residui chimici) con le caratteristiche della freschezza e della qualità ad ampie fasce delle popolazione; sostiene le produzioni dei piccoli e medi agricoltori e trasformatori locali secondo il principio del “ciclo corto” garantendo loro una adeguata remunerazione dei prodotti migliore di quella determinata dalla GDO; rafforza quell’agricoltura conservativa del territorio e dell’ambiente a bassa emissione di CO2 verso la quale si dovrà orientare tutta la Comunità Internazionale; diffonde una cultura del cibo quale rigeneratore della vita e portatore di simboli, tradizioni e identità collettive.
Comprendiamo le esigenze dell’Amministrazione Comunale di riqualificazione dell’area ex Foro Boario di Corso Australia, ciononostante per noi è fondamentale che l’importante esperienza del GAS di AltrAgricoltura Nord Est continui, mantenendo l’attuale funzionamento e organizzazione.
Per questo, noi sottoscrittori, ribadiamo il nostro appoggio all’associazione e ci appelliamo all’Amministrazione del Comune di Padova, affinché trovi una soluzione positiva della vicenda. In particolare chiediamo che:
1. nell’ipotesi di cessione dell’area a privati, venga messo a disposizione dell’associazione uno spazio con analoghe caratteristiche logistiche, adeguato e sostenibile;
2. all’associazione sia garantito l’uso temporaneo dei locali oggi in oggetto finché non si arrivi alla definitiva cessione dell’area (avvio reale del cantiere) e finché non sia stato effettuato il trasloco delle attrezzature e del materiale presente all’interno in un tempo concordato e congruo alla reinstallazione in una sede adeguata per spazi, accessibilità ed internità al tessuto cittadino.
 A.p.
Comitato Prov. 2 SI Acqua Bene Comune di Padova

[ * ] La matrice omofobica della crociata #nogender

di Massimo Prearo

L’inquietante proliferazione di un attivismo integralista di stampo cattolico che, da più di due anni, in Europa ma soprattutto in Italia, porta avanti una vera e propria crociata contro l’estensione dei diritti fondamentali di uguaglianza e di pari opportunità, è stato ed è ancora oggetto di numerose riflessioni e analisi. Il fenomeno #nogender – dalle tanto silenziose quanto pericolose veglie delle Sentinelle in piedi alle conferenze propagandistiche e predicatorie dei vari Amato e Gandolfini – appare chiaramente ormai come una forma di contro-movimento di reazione conservatrice che fa leva sulla resistenza atavica del tradizionalismo culturale italiano, da sempre radicato nel cattolicesimo vaticano, al cambiamento sociale in materia di sesso e di sessualità, e quindi anche di relazioni affettive e familiari.

Un modello di eterosessualità obbligatoria

Prima di arrivare in Italia e di attaccarsi alla proposta di legge per punire i crimini d’odio a carattere omofobico e transfobico (oggi definitivamente affossata), nel 2013, e alla legge per il riconoscimento delle unioni civili omosessuali e delle famiglie omogenitoriali, la mobilitazione “anti-gender” nasce ufficialmente come movimento organizzato in Francia nel 2012, quando François Hollande, attuale Presidente della Repubblica, durante la campagna elettorale promette, una volta eletto, di aprire il matrimonio e l’adozione alle coppie omosessuali (la legge sarà poi promulgata il 17 maggio del 2013). Ma prima di essere adottata, la legge è stata discussa ed è stata l’oggetto di un ampio dibattito, in occasione del quale è nato il collettivo della Manif pour tous, poi importato in Italia (Manif pour tous Italia, diventata ora Generazione Famiglia) per condurre la battaglia contro la cosiddetta “teoria del gender” o “ideologia gender” di cui queste proposte di legge sarebbero delle espressioni.

Per cogliere le ragioni che hanno attivato questa contro-mobilitazione è necessario focalizzare l’attenzione sul nodo problematico centrale intorno al quale ruota il fenomeno #nogender. In effetti, questi contro-movimenti si fondano su una matrice omofobica secondo la quale l’eterosessualità costituisce il dato “antropologico naturale” da cui discendono alcuni dogmi indissolubili, indiscutibili e incontestabili – in quanto dogmi appunto: l’unione eterosessuale è l’unica forma di unione che lo stato deve legittimare e riconoscere, proprio perché è l’unica che garantirebbe il modello della differenza e della complementarietà dei sessi, l’unica che garantirebbe dunque la presenza di una mamma e un papà, e l’unica che permetterebbe uno sviluppo “normale” del bambino.

Il discorso e la mobilitazione #nogender sono quindi strumenti di una battaglia per la difesa dell’eterosessualità obbligatoria dell’umano e contro l’affermazione dell’omosessualità come “variante naturale del comportamento umano”, secondo la presa di posizione dell’Organizzazione mondiale della sanità il 17 maggio 1990. L’omosessualità è quindi un nemico da combattere perché la sua stessa esistenza e ovviamente la sua legittimazione costituirebbero un pericolo per il sedicente fondamento eterosessuale della natura umana e, mutatis mutandis, della società.

Prendiamo in considerazione una tra le tante mozioni “anti-gender” adottate da alcune giunte comunali o da alcuni consigli regionali italiani, quella della Regione Veneto, che esplicita in maniera particolarmente (e tristemente) efficace l’omofobia essenziale del contro-pensiero #nogender. La mozione n. 13 del 24 agosto 2015 stabilisce la necessità di “non introdurre ideologie pericolose per lo sviluppo degli studenti quali l’ideologia gender” e “impegna la Giunta regionale ad intervenire nelle scuole di ogni ordine e grado della Regione del Veneto affiché […] si educhi a riconoscere il valore e la bellezza della differenza sessuale e della complementarieta` biologica, funzionale, psicologica e sociale che ne consegue” (il testo completo della mozione è consultabile qui). Proviamo a decostruire quest’ultima ingiunzione.

Il contro-pensiero #nogender

Per differenza sessuale e complementarietà biologica si intende l’esistenza di due sessi biologici ben distinti, maschile e femminile (una finzione teorica riduttiva della complessa varietà del sesso biologico, come ci insegna la studiosa Anna Fausto-Sterling), come fondamento assoluto che spiega l’origine e la “verità” ancestrale della “natura” umana.

Questo significa che i due sessi non esistono indipendentemente l’uno dall’altro, ma esistono uno in funzione dell’altro, in un rapporto dialettico indissolubile; il sesso maschile e il sesso femminile sono degli strumenti riproduttivi che servono la riproduzione della specie e la cui funzione è iscritta nelle tavole delle leggi “naturali” date all’uomo e alla donna. Il sesso e la sua funzione riproduttiva sono quindi subiti e non agiti dall’animale umano.

Date queste premesse, la differenza sessuale implicherebbe inoltre una complementarietà psicologica: i sentimenti, i desideri, i comportamenti degli uomini e delle donne sarebbero determinati dalla biologia, e non frutto di una complessa costruzione, unica e singolare per ogni soggetto. Secondo il modello antropologico “naturale”, la psicologia individuale prevede che sentimenti e desideri affettivi, erotici e sessuali siano obbligatoriamente configurati in modalità eterosessuale, come già recitavano le “leggi” della giovane psichiatria ottocentesca: è la biologia che determina la psicologia, e la biologia vuole che i sessi opposti si attraggano e che i sessi simili si respingano, sic et sempliciter. Secondo questo modello riduzionistico della complessità antropologica, appare quindi evidente che omosessualità, transessualità e intersessualità rappresentano delle “anomalie”, delle “patologie” dello stato di salute “naturale”. In realtà, la comunità scientifica contemporanea ha dimostrato che non esiste un modello per così dire “puro” di natura umana, che potrebbe essere inteso come parametro della “verità” biologica rispetto al quale misurare gli scarti delle varianti minoritarie. Al contrario, se c’è un modello che l’antropologia ha permesso di pensare è proprio quello della variazione e non quello della immutabilità della “natura umana”.

Infine, la differenza e la complementarietà sessuale, dal punto di vista sociale, implicano che l’unico modello di unione affettiva e sessuale a cui è riconosciuto un valore e una legittimità è quello fondato sull’eterosessualità, e sull’istituto del matrimonio. In questo senso, il matrimonio (eterosessuale) è considerato come (unico) garante del modello antropologico “naturale”. Sia il matrimonio egualitario che l’unione civile tra persone dello stesso sesso vengono a scardinare questa rappresentazione assolutistica dell’eterosessualità obbligatoria. Non stupisce quindi che il sito LaNuovaBussolaQuotidiana, uno degli strumenti mediatici della campagna #nogender, possa scrivere:

«Deve essere chiaro che il male sta alla radice, ovvero nell’introduzione di un istituto giuridico chiamato unione civile, che necessariamente entrerebbe in conflitto con la famiglia. […] Ormai è invalso il costume […] di riferirsi alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna come alla “famiglia costituzionale” o “tradizionale” […] Entrambe le definizioni sono gravemente sbagliate. Si deve parlare solo di “famiglia naturale” . […] Noi non difendiamo la tradizione o una singola Costituzione, ma la natura, ciò che è dato, ciò che è valido per tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutte le culture, e che nessun intervento umano può cambiare». (LaNuovaBussolaQuotidiana, 22 ottobre 2015)

Se l’offensiva #nogender è nata in Francia in occasione del dibattito sul matrimonio tra coppie dello stesso sesso (ma una protesta simile era apparsa nello spazio pubblico già nel 1999, in occasione del dibattito sui Pacs) e se, in Italia, in occasione del dibattito sul riconoscimento delle unioni civili tra coppie omosessuali, questa contro-mobilitazione ha raggiunto toni particolarmente violenti nei confronti delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e transgender (LGBT), è proprio perché queste proposte di legge vanno a toccare il nucleo del modello di natura umana e di società proposto e difeso dalla dottrina cattolica. Secondo quanto sostiene, per esempio, il Cardinale Lopez Trujillo, nella prefazione a quella sorta di enciclopedia #nogender che è il Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche(2003), riprendendo direttamente il catechismo della Chiesa cattolica: «La vocazione al matrimonio è iscritta nella natura stessa dell’uomo e della donna, quali sono usciti dalla mano del Creatore. Il matrimonio non è un’istituzione puramente umana». Questo significa che il matrimonio non è semplicemente una scelta fatta da due individui adulti e responsabili, e nemmeno una forma contrattuale inserita in un ordinamento giuridico specifico. Il matrimonio, secondo questa visione “naturalistica” della società, è un tassello di un più ampio progetto di cui uomini e donne non possono che prendere atto ed esperire per portare a compimento una volontà “iscritta” nella loro “natura”.

Ma la “natura” del contro-pensiero #nogender non è un dato scientifico, fisico, fisiologico e biologico, è un dato divino, e quindi una credenza religiosa. Sempre dal Catechismo della Chiesa cattolica, sul “sacramento del matrimonio”:

Che l’uomo e la donna siano creati l’uno per l’altro, lo afferma la Sacra Scrittura: «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gn 2,18). La donna, «carne della sua carne», sua eguale, del tutto prossima a lui, gli è donata da Dio come «aiuto», rappresentando così Dio dal quale viene il nostro aiuto. «Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gn 2,24). Che ciò significhi un’unità indefettibile delle loro due esistenze, il Signore stesso lo mostra ricordando quale sia stato, «da principio», il disegno del Creatore: «Così che non sono più due, ma una carne sola».

Secondo questo modello di natura in quanto creazione divina, l’omosessualità e le unioni omosessuali (e quindi le persone omosessuali) si collocano al di fuori dei confini dell’umano, sono forme illegittime, persone non grate.

Dall’eterosessualità all’eterosessismo

Come scrive Lea Melandri in un articolo pubblicato su Internazionale, il 24 giugno 2015:

«Dietro le proteste per l’apertura della scuola alle tematiche riguardanti la sessualità e le differenze di genere, non c’è solo il timore di veder crollare quelli che sono stati finora i fondamenti della genitorialità e dei ruoli familiari. Ben più profonda, radicata nell’atto fondativo delle civiltà a cui ha dato vita una comunità storica di soli uomini, è l’incertezza di una posizione “virile” perennemente minacciata dallo stesso impianto sociale che dovrebbe sostenerla: un legame di interessi, amicizie, amori, ideali condivisi tra simili».

E poiché «donne single, donne che non vogliono figli e che cercano “qualcosa per sé”, omosessuali e lesbiche, transgender e queer, a dispetto di un’educazione familiare e scolastica che ancora stentano a riconoscere il cambiamento, hanno preso cittadinanza visibile e largo consenso nella grande piazza pubblica», la paura dell’omosessualità, possiamo concludere, è radicata in una visione virile e maschilista della società, perché omofobia e sessismo hanno la stessa matrice culturale fondata sul dominio dell’uomo virile.

Costanza Miriano, membro del Comitato promotore del Family Day del 20 giugno 2015, presentata come un’eminenza della mobilitazione anti-gender, nel suo libro Sposati e sii sottomessa scrive: «L’uomo deve incarnare la guida, la regola, l’autorevolezza. La donna deve uscire dalla logica dell’emancipazione e riabbracciare con gioia il ruolo dell’accoglienza e del servizio». E ancora: «Troppe donne sono in lotta con i mariti, i compagni, e diventano insopportabili. Solo perché non hanno capito il segreto dell’accoglienza, e poi della sottomissione, dell’obbedienza come atto di generosità».

In questo senso i movimenti anti-gender sono movimenti anti-democratici perché si oppongono all’estensione dei principi di uguaglianza e di pluralismo democratico al campo del sesso e della sessualità, che si tratti di diritti delle minoranze sessuali o di diritti delle donne. Il modello #nogender è fondato su una matrice omofobica che rigetta l’omosessualità e tutte le sue forme esperienziali in quanto straniere, clandestine, senza diritto di cittadinanza nello stato di natura che il fanatismo religioso vorrebbe mantenere e difendere all’interno dello stato di diritto. E se la crociata #nogender converge spesso nell’alleanza tra gruppi integralisti cattolici e gruppi dell’estrema destra neofascista è proprio perché la matrice omofobica, transfobica, sessista e razzista è fondata sullo stesso odio per l’altro, per il diverso e per lo straniero

http://www.globalproject.info/it/produzioni/-la-matrice-omofobica-della-crociata-nogender/19770

Ciro Lo Muscio, travolto e ucciso da un auto civetta della polizia. Aiutiamo la famiglia a trovare testimoni

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Ciro Lo Muscio viene investito e ucciso da un auto civetta della Polizia senza sirena e senza simboli che sembra viaggiasse a forte velocità lungo corso Grosseto a Torino, all’altezza del civico 58.

Ciro è un uomo di 39 anni ed è appena sceso dall autobus 2 che viaggiava in direzione Don Bosco.

Quello che ad oggi sappiamo è questo:

– 29 dicembre 2015 alle ore 21 circa, Ciro è sull’autobus 2 in direzione Don Bosco. Cinquanta metri prima dell’incrocio con via Ala di Stura scende alla fermata ed attraversa la strada.

– Corso Grosseto è una strada andata/ritorno composta da viale centrale di tre corsie (la prima preferenziale per i mezzi di trasporto pubblico) e controviale con una corsia ed auto parcheggiate. Il fatto è accaduto tutto nelle tre corsie del viale.

– Si sa che l’auto è un’utilitaria fiat punto “civetta” delle FF.OO., che non era una pattuglia di zone e che non ci sono segni di frenata lungo il tragitto prima dell’impatto. La pattuglia non stava rispondendo a chiamate di emergenza e non era impegnata in quel momento in nessuna operazione.

– Sappiamo che alcuni condomini dei palazzi intorno hanno da subito circondato la vettura che stava a circa 80 metri dal punto d’impatto e che fino all’arrivo della polizia stradale nessuno degli occupanti del mezzo è sceso.

– infine si sa che la vittima è rimasta sola parecchi minuti prima dei soccorsi, all’arrivo della polizia stradale i due occupanti della punto sono stati portati via dalle pantere; a nessun parente è stato concesso di vedere la salma fino al giorno 4 sera presso la camera ardente e lo stesso giorno hanno concesso il nulla osta all’ossequie ed il 5 è stata fatta sepoltura.

L Ass ACAD e i Familiari di Ciro chiedono a CHIUNQUE SIA STATO TESTIMONE dell INCIDENTE (anche non per fini giudiziari ma anche solo informativi) di mettersi in contatto con Noi scrivendo alla mailveritaperciro@gmail.com specificando nel titolo “per Ciro Lo Muscio“.

I Familiari di Ciro – ACAD Ass. Contro Gli Abusi in Divisa

Omicidio Aldrovandi: Maxi…sconto per i poliziotti riconosciuti colpevoli

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La Corte dei Conti ha ulteriormente ridotto l’entità del risarcimento che dovranno pagare allo stato i quattro poliziotti condannati per l’omicidio, a Ferrara, di Federico Aldrovandi.

A fronte di una richiesta, in prima istanza di467mila euro a testa, dovranno corrispondere da 16mila a 67mila euro.

Con la sentenza di primo grado la Corte dei Conti aveva ridotto, a marzo, l’entità del risarcimento al 30%, imponendo di pagare 224mila a Enzo Pontani e Luca Pollastri e circa 56mila a Monica Segatto e Paolo Forlani. Adesso la sezione di appello ha accolto la richiesta dei legali per un’ulteriore e consistente riduzione.

I condannati sono tornati al lavoro e nemmeno pagano il risarcimento. Cosa penso non ve lo dico”, ha scritto in prima battuta, su Twitter Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, aggiungendo però dopo alcune ore: “..la Corte li ha condannati con il massimo che poteva dare. È un grande precedente storico”:

da Radio Onda d’Urto

La storia di Marzia, colpita da Daspo per aver partecipato alla manifestazione contro la Lega

Intervistiamo Marzia Ricoveri, 51 anni, una delle cinque persone per cui la questura di Pisa ha chiesto il Daspo a causa della partecipazione alla manifestazione contro la Lega Nord lo scorso 14 novembre 2015.

Marzia, prima di tutto raccontaci qual’è il tuo rapporto con la squadra del Pisa e con la Curva Nord.

Ho iniziato ad andare allo stadio perché fin da quando ero piccola i miei tre fratelli maschi mi hanno coinvolta tutte le domeniche a seguire le partite sia in casa che in trasferta. Erano i tempi di Romeo Anconetani e c’erano tanti ragazzi della mia età che preparavano gli striscioni, c’erano tanti ritrovi di persone di tutte le età che organizzavano il tifo. Anche le mie sorelle e i miei cognati andavano allo stadio. Siamo sempre stati una grande famiglia appassionata del Pisa.

Questa passione è stata trasmessa anche alle mie figlie che tutt’ora continuano a seguire le partite. In tutti quegli anni la mia frequentazione allo stadio è stata legata alla mia famiglia e anche quando non potevo andare l’ho sempre seguita alla radio.

Recentemente mi è tornata tanta voglia di andare in curva nord con le persone che abitano nel mio quartiere di Sant’Ermete. Tutte le volte che il Pisa gioca in casa andiamo a comprare il biglietto in Via Piave insieme ad una mia amica, una vicina di casa di 73 anni, prendiamo il motorino e raggiungiamo l’Arena. Siamo andate anche all’unica trasferta possibile senza Tessera del Tifoso a Pontedera.

Lo stadio mi dà la possibilità di rincontrare amici che non vedevo da molto tempo. Adesso ci sono tanti giovani ma anche tante persone anziane. È bello vedere tanta gente che tifa la squadra della propria città. Ora ci sono tanti cori nuovi ma spesso mi sbaglio e canto quelli vecchi di quando ero una ragazzina. Ogni volta che vado sto bene e mi dà tanta carica. Non ti senti sola, conosci gente nuova.”

Prima che ti notificassero questo Daspo, ne avevi mai sentito parlare delle restrizioni ai tifosi?

Sì, le diffide. Tanti ragazzi che conosco sono stati diffidati per tanti e tanti anni perché magari hanno fatto invasione di campo o solo perché hanno tirato la carta igienica durante una coreografia. Queste “punizioni” ingiuste sono veramente ridicole.”

Raccontaci come ti hanno notificato il Daspo.

La mattina del 31 dicembre, mentre stavo preparando la cena di capodanno, un’agente di polizia mi ha chiamato al cellulare dicendomi di andare a ritirare una notifica in questura a Pisa. Mi hanno chiesto quando ero disponibile e io gli ho risposto che sarei andata lunedì 4 gennaio alle 11. Ho chiamato subito il mio avvocato e l’ho messo al corrente di questa situazione. Lunedì mattina sono andata in questura, ho firmato e ho ritirato la notifica del Daspo e prima di firmare sono rimasta incredula e poi mi sono messa a ridere perché la cosa mi sembrava strana. Mentre la poliziotta mi leggeva il foglio mi sottolineava le accuse che mi sono state mosse contro. In sintesi mi vogliono far passare come un soggetto pericoloso che deve essere allontanato da tutte le manifestazioni sportive perchè dicono di avermi ripreso nei video della questura durante la manifestazione del 14 novembre contro la Lega Nord ad incitare il corteo dove poi sono successi degli scontri sul Ponte della Fortezza. Questa cosa non sta in piedi, perché cosa c’entra la libertà di partecipare ad una manifestazione con andare a vedere le partite?

L’associazione che fa la questura è che hai avuto comportamenti violenti durante la manifestazione e che quindi sei una persona che potrebbe creare disordini allo stadio. Ma cosa è successo il 14 novembre e perché hai partecipato a quella protesta in piazza?

Prima di tutto voglio dire che non mi ritrovo assolutamente nelle parole con cui loro mi hanno descritto. Sono molto arrabbiata e schifata! Da quello che dicono loro, sembro una che si alza la mattina e va alla prima manifestazione per fare casino. Invece ci tengo a far capire che non penso di essere una violenta, perché sono una mamma e una nonna, e che quando scendo in piazza lo faccio per dei motivi più che validi. Tre anni fa ho fatto parte di una grande protesta sul posto di lavoro, all’ospedale Cisanello dove faccio le pulizie da 15 anni. La ditta ci voleva licenziare in 78 lavoratrici. In quei lunghi mesi che abbiamo passato al freddo e sotto la pioggia in presidio permanente, ho iniziato a lottare insieme a tante altre colleghe e da quel momento posso dire con fierezza che non mi sono più fermata. Dopo quella vittoria (non hanno licenziato nessuno) mi sono resa conto dell’importanza di unirmi con le persone che mi stanno accanto ed ho iniziato ad organizzarmi con chi condivide i miei stessi problemi e che vuole migliorare la propria condizione di vita. Ad esempio, quando posso vado a difendere gli sfratti delle famiglie che non ce la fanno più a pagare l’affitto; cerchiamo di ottenere servizi e reddito per tutti quelli che a causa della crisi non riescono più a pagare le bollette o a fare la spesa.

Infatti la manifestazione del 14 novembre non nasce dal niente: già il giorno prima ho partecipato alla protesta al Comune, dove io e tante altre persone volevamo parlare col sindaco Filippeschi e l’assessore alla casa Zambito per il problema degli sfratti, delle case di Sant’Ermete e sullo scandalo Bulgarella. In quell’occasione la polizia ha manganellato donne e uomini di tutte le età e alcuni di noi sono finiti all’ospedale a causa delle botte che ci hanno dato.

Ho partecipato anche alla manifestazione contro la Lega Nord perché mi sono resa conto che questo partito politico non fa altro che fomentare odio, razzismo e guerra tra poveri. Io tutti i giorni lotto con le persone in difficoltà economica, che stanno male e non mi sembra giusto che questi individui si facciano vedere per mettere malumori e raccattare voti mentre di problemi ce n’abbiamo già tanti. Quel giorno hanno fatto bloccare tutti i lungarni da 200 poliziotti creando così una tensione inutile.

È roba da matti! Invece di risolvere i problemi delle tante famiglie che sono in grave disagio, il governo pensa solo a intimidire quelli che oggi scendono in piazza per far valere i propri diritti e quelli che sempre di più inizieranno a farlo! Questa cosa di non volerci far andare allo stadio è una minaccia assurda, una ripicca, una ritorsione… che dimostra l’incapacità di rispondere ai problemi delle persone.

Come intendete procedere?

Io allo stadio ci vado! E non voglio assolutamente rinunciare a questo mio diritto. Per quanto riguarda le accuse di violenza alla manifestazione, ad oggi a parte il Daspo non mi è arrivato ancora nulla, nemmeno una denuncia. Mi risulta che una giustizia ci sia ancora e quando mi chiameranno risponderò delle mie azioni. Intanto domenica, io e le altre persone a cui è arrivato il Daspo, saremo a vedere la partita del Pisa contro la Pistoiese. Nel frattempo abbiamo intenzione di opporci in ogni modo, sia nei tribunali, nelle piazze e negli stadi.

Che sia chiaro, se pensano di richiudermi in casa perché mi considerano scomoda, si sbagliano di grosso: ognuno si prenderà le proprie responsabilità!

http://www.osservatoriorepressione.info/la-storia-di-marzia-colpita-da-daspo-per-aver-partecipato-alla-manifestazione-contro-la-lega/

carabinieri: “9mila euro li teniamo noi, altrimenti ti mettiamo la droga in casa e arrestiamo te e tuo marito”.

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Simone Chicarella, Eugenio Maietta eCarmine Ferrante, sono tre Carabinieri che in seguito a una perquisizione illecita, hanno sottratto “13mila euro”, dei quali solo 4mila erano stati denunciati nel verbale mentre 9mila erano finiti in tasca loro.

Nell’abitazione della donna c’erano anche un grazioso portafogli Prada di colore rosa e una bella spilla Chanel con ramage e perle. Così uno dei tre ne ha approfittato per fare un regalo alla fidanzata. E non volendo, forse, passare per spendaccione l’ha avvisata della provenienza. Così ora anche lei è indagata. Ricettazione.

Hasnja Zahirovic, 37 anni, non è di certo una “Santa”… in passato ha avuto alcuni problemi con la giustizia per piccoli furti… ma non accetta di essere stata raggirata e truffata da chi, in realtà, la legge avrebbe dovuto rispettarla.

“Mi trovavo in ospedale –racconta la donna– con la flebo ancora in vena. Squilla il cellulare. Era mio marito che mi avvisava del fatto che tre Carabinieri erano entrati in casa con la scusa di una perquisizione e poi si erano portati via – 13 mila euro – ed alcuni oggetti di valore.  A questo punto – continua la donna – chiedo di firmare e lasciare immediatamente l’ospedale.
Una volta arrivata a casa ilMaresciallo mi dice: “devi venire con me in caserma” ma per strada si ferma e mi minaccia: “Ascoltami bene – afferma il maresciallo – 9mila euro li teniamo noi, altrimenti ti mettiamo la droga in casa e arrestiamo te e tuo marito”.

Secondo la Procura, i tre militari dell’Arma erano certi del fatto che una donna con una condanna per furto non avrebbe mai esposto alcuna denuncia per paura di non essere creduta. Adesso i militari sono formalmente accusati di falso e peculato. Per loro è stata fissata l’udienza del tribunale del Riesame che deciderà le loro sorti.

Vedete, amici, se fosse possibile fare un calcolo accurato dei mali che i regolamenti delle Forze Dell’Ordine  generano, e di quelli che prevengono, il numero dei primi sopravanzerebbe, in tutti i casi, quello degli ultimi.

dal blog di Andrea Mavilla

http://www.osservatoriorepressione.info/carabinieri-9mila-euro-li-teniamo-noi-altrimenti-ti-mettiamo-la-droga-in-casa-e-arrestiamo-te-e-tuo-marito/