Palestina – L’inferno di El Khalil

Israele uccide. Lo fa da più di mezzo secolo e continuerà a farlo fino a quando questa drammatica occupazione cesserà di esistere.

Ma la brillante democrazia israeliana non uccide solo con le bombe che lancia o i proiettili che spara: lo fa anche arrestando qualsiasi palestinese senza che vi siano reali accuse e senza condurlo a processo. Si chiama “detenzione amministrativa” e secondo Khalida Jarrar, femminista e attivista del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (il FPLP ha festeggiato da poco i suoi 48 anni di attività) e membro del consiglio legislativo palestinese, sarebbe la strada più facile per arrestare chiunque e bloccare sul nascere qualsiasi forma di resistenza. La stessa Jarrar, dopo sei mesi sotto regime di detenzione amministrativa, è stata da poco condannata a 15 mesi di carcere.

Dall’inizio di ottobre a oggi si registrano più di cento vittime palestinesi e migliaia di feriti: una delle più giovane aveva tre anni ed è stata uccisa durante un attacco aereo israeliano a Gaza, Tharwat Ibrahim al Sha’rawi di anni ne aveva 72 ed è stato ammazzato a El Khalil (conosciuta da tutti, purtroppo, con il nome ebraico di Hebron).  Sadeq aveva 16 anni, il 10 novembre è stato ammazzato nei pressi di uncheckpoint vicino Betlemme.  Anche Abdallah è stato ucciso a El Khalil: i soldati israeliani sono entrati sotto copertura nell’ospedale in cui si trovava e l’hanno ammazzato.

Quando si parla di El Khalil si parla di tragedia nella tragedia.  Si parla di una delle realtà da cui più emerge la drammaticità dell’occupazione. Una città fantasma, divisa in due (una zona controllata dall’autorità palestinese, l’altra sotto giurisdizione militare e amministrativa israeliana), con soldati in ogni angolo che puntano fucili, arrestano bambini, sparano. Quando si nomina El Khalil si pensa alle reti che i palestinesi devono mettere per proteggersi dai rifiuti che i coloni lanciano dalle loro case, ma si fa riferimento anche a migliaia di attività commerciali palestinesi chiuse dall’esercito israeliano per ordini amminisitrativi.

Si parla di Shuhada street, la strada che si immette direttamente nel souq della città e che dal 2000 è interdetta ai palestinesi. Si parla di paura, di rabbia giustificata, di ingiustizia e umiliazione quotidiana, ma anche di forte resistenza portata avanti da donne e uomini, come i ragazzi e le ragazze di Youth Against Settlements.

Va inoltre ricordato che i nuovi provvedimenti israeliani  dichiarano alcune zone di El Khalil “aree militari chiuse” e hanno obbligato i cittadini palestinesi a registrare la loro residenza. Tutte ordinanze apparentemente volte a placare le ondate di violenza, ma che in realtà nascondono l’ormai evidente strategia di colonizzare completamente l’area ed espellere man mano i palestinesi residenti.

Con queste premesse risulterà forse più facile inquadrare anche i fatti degli ultimi giorni e capire come mai una città come El Khalil  sia spesso l’epicentro delle tensioni.

E mentre venerdi Angelino Alfano incontrava Silvan Shalom, Ministro degli Interni israeliano, per discutere di terrorismo  “nell’ambito della consolidata collaborazione nel campo della sicurezza tra Israele e il nostro Paese”, Oday Irsheid, 22 anni, veniva ammazzato dall’esercito israeliano durante scontri nei pressi di El Khalil.

Oday, come sua sorella Dania uccisa ad ottobre, come  Ali e sua madre Riham. E’ la lista infinita di chi aveva scelto di resistere.

http://www.globalproject.info/it/mondi/palestina-linferno-di-el-khalil/19733

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