Processo Cucchi: domani 15 dicembre verrà pronunciata la sentenza di Cassazione

++ CUCCHI: PERIZIA, MEDICI NE DETERMINARONO DECESSO ++

Martedì 15 dicembre presso la Suprema Corte di Cassazione in Piazza Cavour a Roma è prevista la sentenza di Cassazione del processo per la morte di Stefano Cucchi. Sul banco degli imputati sei medici e tre infermieri accusati di abbandono di persona incapace, favoreggiamento e omissione di referto, falso e abuso di ufficio e tre agenti di polizia penitenziaria accusati di lesioni aggravate. In primo grado furono condannati i medici del Pertini, dove Stefano morì nel 2009. In appello assolti tutti gli imputati per insufficienza di prove.

I FATTI:

La fine di Stefano Cucchi comincia dal momento in cui i carabinieri lo arrestano al Parco degli acquedotti nel quartiere Casilino di Roma per detenzione di sostanze stupefacenti: 25 grammi di hashish, una modica quantità di cocaina e farmaci antiepilettici scambiati per pasticche d’ecstasy. All’arresto segue una perquisizione nell’appartamento dei genitori dove Stefano dichiara di risiedere e dove i militari non troveranno niente. In quella circostanza i genitori ricordano di averlo visto in buone condizioni e senza segni sul viso. Dopo la perquisizione Stefano verrà accompagnato in caserma dove trascorrerà la notte. In serata viene richiesto l’intervento del 118 da parte dei carabinieri per verificare lo stato di salute del fermato, ma pare che Cucchi abbia rifiutato la visita,
nonostante apparisse sofferente. La mattina seguente viene accompagnato in tribunale dove i carabinieri lo consegnano alla polizia penitenziaria. Questi ultimi richiedono un’altra visita medica che riscontra lesioni ecchimotiche in regione palpebrale di lieve entità e colorito purpureo. Il referto parla anche di dolore e lesioni alla regione sacrale e alle gambe ma che il paziente rifiuta di farsi ispezionare. Dopo la convalida dell’arresto Stefano viene portato al carcere di Regina Coeli dove viene sottoposto alla visita d’ingresso come prevede il regolamento. Il medico ne ordina subito l’invio al pronto soccorso del Fatebenefratelli dove Cucchi rifiuta il ricovero. Verrà dimesso con diagnosi di frattura del corpo vertebrale L3 sull’emisoma sinistro e frattura I° vertebra coccigea. In sintesi, Stefano, sano al momento dell’arresto, il giorno dopo ha diversi lividi sul volto e due vertebre fratturate, cammina male e necessita il ricovero. Il tutto causato, secondo i referti, da una caduta dalle scale. Cucchi viene quindi riaccompagnato a Regina Coeli ma il giorno dopo, per assoluta incompatibilità col regime carcerario, viene riportato al pronto soccorso dell’ospedale. Questa volta viene imposto il ricovero e Stefano si ritrova nel reparto di medicina protetta dell’ospedale Sandro Pertini. Durante i giorni del ricovero la famiglia del giovane non ha mai potuto vederlo, perché l’amministrazione penitenziaria impediva qualsiasi contatto. Stefano morirà alle 6,45 del 22 ottobre 2009 dopo una via crucis giudiziaria e sanitaria durata quasi una settimana. Tutti i medici che lo hanno visitato suggerivano riposo per le vertebre fratturate e hanno sempre detto che le funzioni vitali erano normali. Stefano muore pesando 37 chili, disidratato, il volto livido e la bocca digrignata. Dopo la sua morte si è detto che Stefano rifiutava le cure e che chiedeva insistentemente di parlare con il suo avvocato. I Pm incaricano come consulente medico legale il dottor Albarello che nella sua perizia afferma che Stefano non è morto per i numerosi traumi sul corpo né per disidratazione. Cucchi sarebbe morto per le negligenze dei medici che lo avrebbero abbandonato a se stesso. Di botte e tante si parlerà invece nella consulenza di parte civile. Si rimarcherà la responsabilità di medici e sanitari che non hanno attentamente vigilato sul suo stato di salute ma si individuerà un nesso tra le fratture ossee e il peggioramento delle funzioni vitali. Questo implica un collegamento tra le percosse e la morte. Nella sentenza di primo grado del 5/6/2013 vengono condannati i medici Aldo Fierro (responsabile del reparto di medicina protetta dell’ospedale Pertini), Stefano Cordi, Flaminia Bruno, Luigi Preite de Marchis e Silvia Di Carlo con pene che vanno dai 2 anni a 1 anno e 4 mesi per abbandono di persona incapace e favoreggiamento e omissione di referto. Il medico Rosita Caponetti viene invece condannata a 8 mesi per falso e abuso d’ufficio. Per tutti pena sospesa.

 

Gli infermieri e guardie carcerarie vengono assolti. I primi da i capi d’accusa sopra citati, i secondi dall’accusa di lesioni aggravate. Nel processo d’appello la Corte d’Assise d’Appello di Roma rovescia la sentenza di primo grado assolvendo tutti gli imputati per insufficienza di prove il 31/10/2014. Importanti novità sul caso emergono dall’inchiesta bis aperta dalla Procura di Roma all’indomani dell’assoluzione in appello di tutti gli imputati. Secondo i risultati del controverso processo, Cucchi fu malmenato più volte dal momento dell’arresto fino alla detenzione in carcere. Nella motivazione di 67 pagine il presidente Mario Lucio D’Andria, il giudice a latere Agatella Giuffrida insieme con i componenti della giuria popolare avevano sottolineato che «le lesioni subite da Cucchi sono necessariamente collegate ad un’azione di percosse e comunque da un’azione volontaria che può essere consistita anche in una semplice spinta che abbia provocato la caduta a terra con l’impatto sia del coccige, sia della testa contro una parete o contro il pavimento». Sempre per quanto riguarda le lesioni provocate a Cucchi la Corte sottolineava che «non può essere definita un’astratta congiuntura l’ipotesi emersa in primo grado secondo la quale l’azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri che hanno avuto in custodia Cucchi nella fase successiva alla perquisizione domiciliare» e ciò perchè l’ipotesi si fonda su concrete circostanze testimoniali dalle quali emerge che «già prima di arrivare in Tribunale Cucchi presentava segni e disturbi che facevano pensare ad un fatto traumatico avvenuto nel corso della notte».
Ci sono poi i “pasticci” delle carte che accompagnano il detenuto all’udienza di convalida, da cui risultava essere un albanese più anziano e senza fissa dimora così da precludergli i domiciliari. Oppure il “giallo” dell’avvocato: Cucchi ne aveva nominato uno ma l’Arma non l’ha cercato. E le dichiarazioni dei militari cozzano spesso tra loro. Due testimoni in divisa avrebbero coinvolto il maresciallo Mandolini (iscritto nel registro degli indagati per falsa testimonianza) due carabinieri, probabilmente, forse testimoni delle fasi successive all’arresto oppure di quello che poteva accadere in una delle caserme dei carabinieri in cui si svolse la via crucis del ragazzo. Il maresciallo fu vicecomandante della stazione di Tor Sapienza dove Cucchi passò la notte dell’arresto. I due si sarebbero presentati prima dell’estate dal pm Pignatone. E’ emerso inoltre che qualcuno avrebbe manomesso la Tac per far scomparire le tracce della frattura fatale, dovuta alle percosse subite, quella che avrebbe innescato lo strazio che portò alla morte di Stefano. Ilaria Cucchi ha infatti consegnato in Procura una consulenza medica che smentisce le perizie utilizzate finora nei due gradi di processo. Sono chiari, secondo la nuova perizia, i segni radiologici di lesione traumatica nelle vertebre L3 e S4 ma non sono presenti segni di consolidamento osseo, segno di attività riparative. In altre parole le fratture riscontrate possono essere definite come recenti, 7-15 giorni prima della morte. Ma le informazioni radiologiche non riescono a essere più precise. Certo è che solo dopo la seconda-terza settimana cominciano a manifestarsi i primi processi riparativi. La storia della frattura vecchia è dunque roba vecchia. Le due fratture sono traumatiche determinate da un trauma compressivo. La consulenza, tuttavia, rileva che la perizia presentata al processo consiste in immagini di qualità decisamente inferiori a quelle della Tac della nuova perizia. Non solo: il perito è convinto che le altre perizie si siano concentrate su una porzione diversa, sulla parte inferiore di L3. Insomma: la vertebra sarebbe stata tagliata ad arte, oppure per una clamorosa svista, così da mettere da parte quella con la frattura traumatica e vedere solo un antico trauma di Cucchi che, al momento dell’arresto era in forma al punto da essere appena uscito dagli allenamenti di boxe. A dirlo è il badge della sua palestra. Il 13 ottobre 2015 la Procura iscrive nel registro degli indagati altri quattro carabinieri. Le nuove iscrizioni riguardano Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco e Vincenzo Nicolardi. Per la prima volta si ipotizza il reato di lesioni aggravate avanzato contro i primi tre militari, che parteciparono alla perquisizione in casa Cucchi e al trasferimento di questi nella caserma Appia. Nicolardi  è accusato di falsa testimonianza. Al momento sono dunque cinque gli indagati nella nuova inchiesta, per la prima volta tutti appartenenti all’Arma

http://www.acaditalia.it/2015/12/processo-cucchi-domani-15-dicembre-verra-pronunciata-la-sentenza-di-cassazione/

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