La storia di Moses. Così l’Italia respinge arbitrariamente i migranti.

“Sono arrivato il 7 dicembre del 2015 dal porto di Taranto. Lì tutti parlavano soltanto italiano. Nessuno ha parlato con me in inglese o nella mia lingua. Non ho saputo come chiedere protezione. Ho soltanto messo la mia firma su diversi fogli ma non saprei dire cosa ci fosse scritto”. È il racconto reso il 18 dicembre da Moses, 25enne di nazionalità nigeriana, davanti al giudice della seconda sezione civile del tribunale di Bari, Maria Rosaria Porfillo, che era stata chiamata a pronunciarsi in relazione al provvedimento di respingimento disposto dal Questore di Taranto e al successivo decreto di trattenimento firmato dal Questore di Bari.

L’udienza di convalida del provvedimento si è svolta lo scorso 18 dicembre nei locali del Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Bari, dove l’uomo è recluso dal 7 dicembre. All’indomani è giunta la sentenza. Sussiste una gravissima violazione degli articoli 13 e 24 della Costituzione è scritto così nel decreto di pronunciamento. In pratica – secondo il giudice ordinario – le questure di Bari e Taranto avrebbero violato la libertà personale di Moses, dato che in Italia, come recita la carta costituzionale: “non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”. Non solo. Poiché la difesa è un diritto inviolabile “in ogni stato e grado del procedimento” e il nostro ordinamento riconosce e assicura anche ” ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione” sono stati considerati illegittimi, sia il provvedimento di trattenimento firmato dal questore di Bari, che il provvedimento di respingimento del questore di Taranto.

In particolare, si giudica quest’ultimo atto come “affetto da microscopici vizi di legittimità e di merito”. Perché non è stato tradotto nella lingua madre dello stesso né in lingua veicolare conosciuta (nella fattispecie la lingua inglese) e perché nella traduzione della notifica “non vi è corrispondenza tra i motivi ivi espressi per il respingimento – sottrazione ai controlli di frontiera – con le motivazioni del respingimento contenute nell’atto amministrativo notificato all’uomo, e cioè quello di essere “uno straniero non rientrante nelle categorie di soggetti protetti”. In quanto tale, dunque non meritevole di protezione internazionale.

Inoltre, visto che non è indicata specificatamente l’autorità giudiziaria competente a decidere sull’eventuale opposizione al decreto di respingimento, “non potendo l’uomo essere autonomamente a conoscenza del riparto di giurisdizione, dato il complesso ed elefantiaco sistema giudiziario italiano, essendo giunto in Italia lo stesso giorno in cui gli è stato notificato il provvedimento del Questore di Taranto, il 7 dicembre”; per tutti questi motivi il giudice ordinario del tribunale di Bari (Got) ha disposto “l’immediata cessazione degli effetti della misura”. Moses ora è libero, grazie anche alla memoria difensiva e di ricostruzione dei fatti presentata dall’avvocato che lo ha assistito,Dario Belluccio.

Restano sullo sfondo – a leggere i documenti prodotti dall’ufficio immigrazione della Questura di Taranto – diverse domande. Le stesse questioni già poste lo scorso 21 ottobre dall’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) in una lettera al Ministero dell’Interno. Ovvero: “dopo che il Consiglio europeo ha approvato nel settembre 2015 le decisioni sulla ricollocazione dei richiedenti asilo dall’Italia verso altri Stati dell’Unione europea, in Italia le forze di polizia e le autorità di pubblica sicurezza sembrano avere modificato le prassi circa il soccorso, l’identificazione e l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei migranti stranieri soccorsi e sbarcati”.

L’associazione di giuristi ha puntato il dito contro l’istituzione arbitraria degli hot spot(metodi o luoghi, la cui istituzione e attività è di per sé priva di alcuna efficacia giuridicamente vincolante in Italia perché nessuna norma italiana o dell’UE li precisa) e gli impegni presi dal Governo italiano nellaItaly’s road map inviata il 15 settembre alla Commissione europea, impegni considerati privi di qualsiasi efficacia giuridica diretta nel diritto nazionale, essendo inseriti in un mero documento di lavoro, per di più riservato. “Tali nuove prassi adottate spesso comportano atti illegittimi e lesivi dei diritti di cui godono i migranti e i richiedenti asilo soccorsi in mare e sbarcati sul suolo italiano”, si legge ancora nella lettera e in cui si segnalano molti casi di provvedimenti di respingimento adottati dai Questori nei confronti di stranieri soccorsi in mare e sbarcati sul territorio italiano, attuati prima che potessero effettivamente manifestare la loro volontà di presentare domanda di asilo.

Provvedimenti adottati nell’ambito del cosiddetto approccio hotspot. In pratica, nell’ambito del piano redatto dal Governo italiano volto a canalizzare gli arrivi in una serie di porti di sbarco selezionati dove vengono effettuate tutte le procedure previste come lo screening sanitario, la pre-identificazione, la registrazione, il foto-segnalamento e i rilievi dattiloscopici degli stranieri.

A partire da settembre 2015, quattro porti italiani sono stati individuati come hotspot: Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani e l’isola di Lampedusa. In ognuno di questi sono disponibili strutture di prima accoglienza con una capacità complessiva di circa 1.500 posti.

Luoghi nei quali operano le forze di polizia italiana, insieme ai rappresentanti delle agenzie europee Frontex, Europol, Eurojust. È qui che sarebbero poi distinti e qualificati come richiedenti asilo o migranti economici e a seconda di questo tipo di “catalogazione” sommaria sarebbero poi inviati alle strutture di accoglienza per richiedenti asilo, oppure sarebbero destinatari di un provvedimento di respingimento per ingresso illegale e poi lasciati sul territorio italiano. Altre due aree hotspot chiuse, atte a ricevere i cittadini di Paesi terzi, saranno pronte nei porti di Augusta e Taranto entro la fine del 2015, si legge nel rapporto governativo.

Ad ascoltare la storia di Moses sembra che nella città pugliese sia già attiva una logica di questo tipo. È il contenuto del decreto firmato dalla dirigente dell’ufficio immigrazione della questura tarantina, dottoressa Rossella Fiorea confermare questa ipotesi.

In esso si legge soltanto che: “il cittadino extracomunitario di nazionalità nigeriana è stato rintracciato al largo delle coste siciliane da personale della Marina Militare Italiana Aviere, nell’ambito dell’operazione Triton, al di fuori dei posti di frontiera autorizzati, dopo aver tentato di eludere il dispositivo di prevenzione degli sbarchi clandestini e subito dopo è sbarcato nel porto di Taranto”. Si rileva anche che l’uomo “ è stato ammesso nel territorio nazionale per mere necessità di pubblico soccorso e successivamente accompagnato in questa provincia”. Sulla base di queste scarne considerazioni e del foglio notizie consegnato all’uomo in cui è indicato soltanto il nome, il cognome, la nazionalità e null’altro, si è decretato: “il respingimento verso il paese di provenienza dello straniero”.

Dunque, ecco come in Italia si può respingere arbitrariamente un migrante, sotto l’ombrello semantico dell’approccio hotspot, nonostante il protocollo 4 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei diritti dell’Uomo consideri espressamente tali decreti come atto di espulsione collettiva. Poiché – come denunciato ancora dall’Asgi – nei porti in questione nessuno può verificare con certezza se prima dell’adozione di provvedimenti di respingimento o di espulsione lo straniero sia stato effettivamente informato in modo completo e in lingua a lui comprensibile del diritto di presentare domanda di asilo.

La storia di Moses e quelle di altre centinaia di migranti espulsi o respinti illegittimamente dal nostro Paese a partire da settembre impongono la necessità che il Ministero dell’Interno, come chiesto da Asgi già ad ottobre, modifichi “subito le prassi amministrative per garantire sempre i diritti di ogni straniero soccorso in mare e sbarcato”. Non solo. Che gli stessi possano ricevere informazioni complete e comprensibili sulla loro condizione giuridica; e non essere respinti o espulsi soltanto per la loro nazionalità. E nessun”altra motivazione.

Gaetano de Monte da dinamopress.it

La storia di Marcelo, una vita stretta tra le maglie della legge

La storia di Marcelo è esemplificativa per comprendere le storie di tanti migranti che non accettano la condizione umiliante a cui sono costretti e decidono di lottare

Marcelo arriva in Italia dall’Ecuador nel 2003 tramite ricongiungimento familiare, raggiungendo la madre che vive a Milano da anni con regolare permesso di soggiorno. Trovato un lavoro a contratto, ottiene un permesso di soggiorno per motivi lavorativi rinnovabile ogni due anni. Nel frattempo consegue il diploma in un liceo e si iscrive all’università.

Inizia ad accumulare qualche denuncia per la partecipazione ai cortei studenteschi dell’Onda nell’autunno del 2008 e alle lotte in università, venendo arrestato dopo una contestazione e azione di disturbo ai danni della CUSL, una libreria di Comunione e Liberazione.

Dopo anni di fidanzamento, si sposa con una cittadina italiana. Nel 2008 il permesso di soggiorno scade e al momento del rinnovo non riceve alcuna risposta né negativa né positiva dall’ufficio immigrazione, restando per quattro anni in una sorta di limbo: non può transitare nei Paesi dell’Area Schengen, non può allontanarsi dall’Italia poiché sarebbe impossibilitato a rientrarvi, non gli vengono rinnovati i documenti in scadenza (carta d’identità, patente ecc.).

Nel 2012 viene contattato dalla Questura che sostiene di aver smarrito la sua pratica negli ultimi anni e di averla ritrovata ora. Si deve quindi recare all’ufficio immigrazione per riattivare la procedura (schedatura, impronte digitali…) al fine di ottenere un permesso di soggiorno per motivi familiari, essendo sposato con una cittadina italiana.

La mattina in cui avrebbe dovuto andare in Questura viene però arrestato per resistenza a seguito del corteo No Tav del 3 luglio 2011 e portato in carcere, dove rimarrà per 5 mesi. Le procedure in corso si interrompono e perde il lavoro. Mentre è in carcere riceve un documento dalla Questura in cui gli si comunica che, visti i “precedenti di polizia” e le denunce a suo carico, viene considerato una persona socialmente pericolosa e senza alcuna volontà di integrarsi nella società italiana, ragion per cui non ha diritto al permesso di soggiorno nonostante il matrimonio contratto.

Va sottolineato che i “precedenti di polizia” e le denunce sono di natura squisitamente politica in quanto riguardano situazioni di lotta politico-sociale: occupazioni, reati relativi a cortei, una denuncia per rapina, consistente nella sottrazione di 200 fotocopie, relativa alla vicenda CUSL.

IL LUNGO ITER DEI RICORSI LEGALI

TAR per la Lombardia
Il rigetto del rinnovo del permesso di soggiorno è stato impugnato dinanzi al TAR per la Lombardia – sede Milano, che si è pronunciato nella camera di consiglio del 4 aprile 2013, con un’ordinanza di rigetto dell’istanza di sospensiva. Con l’ordinanza cautelare, il Collegio ha avallato il giudizio di pericolosità sociale formulato dalla Questura di Milano col decreto di rigetto impugnato e ha posto un dubbio sulla giurisdizione del TAR.

Consiglio di Stato
L’ordinanza del TAR è stata impugnata dinanzi il Consiglio di Stato. Con ordinanza del 25 luglio 2013, il giudice del gravame ha accolto le istanze della difesa nella sola parte in cui è stata chiesta una pronuncia sulla giurisdizione del giudice amministrativo e ha invitato il TAR Milano a pronunciarsi in merito alla sussistenza o non della propria giurisdizione.
Con sentenza pubblicata il 23 gennaio 2014, il TAR Milano ha declinato la propria giurisdizione in favore del Tribunale Ordinario.

Tribunale civile di Milano
Il giudizio è stato, conseguentemente, riassunto dinanzi il Tribunale civile di Milano. Il fascicolo è stato assegnato al Giudice Guido Vannicelli che, a seguito della discussione del 25 febbraio 2015, ha pronunciato l’ordinanza di accoglimento delle pretese del ricorrente, annullando il decreto di rigetto della Questura di Milano originariamente impugnato. Il giudice si esprime infatti a favore, dichiarandolo idoneo a ottenere il permesso di soggiorno per motivi familiari, in quanto nonostante i “precedenti di polizia”, molti non ancora andati in giudicato, vive ormai da più di dieci anni in Italia, è sposato con una cittadina italiana e si è diplomato e laureato in Italia, non può quindi essere considerato una persona non integrata nella società o senza alcuna volontà di farlo.

Questura di Milano
La pronuncia del Tribunale di Milano è stata sottoposta a una procedura di riesame da parte della Questura di Milano. Quest’ultima, con il decreto del 31 luglio 2015, ha reiterato la propria determinazione negativa, rigettando nuovamente la domanda di conversione del permesso di soggiorno per motivi familiari.
I motivi salienti del nuovo rigetto sono due: la sua presunta pericolosità sociale e la mancata dimostrazione della convivenza coniugale. Questo poiché la moglie di Marcelo si è trasferita in Germania per contingenti motivi di studio e lavoro e Marcelo non potendo transitare in altri Paesi dell’Area Schengen a causa della mancanza del permesso di soggiorno si è visto impossibilitato a raggiungerla, dovendo continuare la relazione a distanza fino al suo rientro in Italia.

Nuovo e definitivo ricorso al Tribunale civile di Milano.
Ricorso assegnato al Giudice dott. Fuda, che ha fissato l’udienza di comparizione delle parti per il giorno 14 gennaio 2016.
Questo è l’ultimo passaggio legale praticabile per ottenere il permesso di soggiorno.

Se il ricorso verrà perso, Marcelo diverrà un clandestino a tutti gli effetti. Ovverosia una “non-persona” che vive come un fantasma, senza diritto all’assistenza sanitaria base, che non può lavorare né studiare, costantemente esposto al rischio d’espulsione a causa d’un banale controllo di polizia.
Messe in campo tutte le possibili armi legali rimane un solo modo per continuare a vivere felicemente in Italia: la lotta e la solidarietà. Il primo appuntamento per dimostrare vicinanza a Marcelo e per dare il via a questa lotta è il 14 Gennaio sotto il tribunale di Milano, dove viene chiamato un presidio pubblico di solidarietà a Marcelo e a tutti i migranti sotto ricatto del permesso di soggiorno. Perché se lottare per un mondo nuovo è reato, allora siamo tutti socialmente pericolosi!

#RompereIlRicatto
#CeloLibre

http://www.osservatoriorepressione.info/la-storia-di-marcelo-una-vita-stretta-tra-le-maglie-della-legge/

31 Dicembre 1988: Nonna Mao

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Cesarina Carletti era figlia di operai, di famiglia antifascista. Il padre, anarchico, era stato ucciso di botte il 29 maggio 1940 dai fascisti della casa Littoria. Intraprese gli studi classici ma, superato il primo anno di liceo, le fecero capire che per il diploma era necessaria la tessera di “giovane fascista”; a quel punto mollò gli studi.

Cesarina fu una partigiana nelle valli di Lanzo, militò nelle formazioni di Giustizia e Libertà. Il 10 dicembre 1943, fu ferita in combattimento contro fascisti e nazisti  a Mezzenile: “… siccome io avevo un odio terribile perché avevano ammazzato mio padre, ho fatto una sventagliata con il mitra e mi sono tirata su di scatto e… m’han colpita“.

Cesarina venne arrestata e torturata per cinque giorni nella “casa littoria”. Poi venne trasferita nella caserma di via Asti, dove continuarono le torture e i durissimi interrogatori. I fascisti la consegnarono poi ai tedeschi. Per tre giorni venne torturata nel quartiere generale tedesco, poi trascorse sette mesi alle “Nuove”. Cesarina non parlò e venne condannato a morte. La condanna fu poi tramutata nella deportazione in un lager tedesco: Ravensbruck.

Nel ’48, dopo l’attentato a Togliatti, stette tre giorni e tre notti col mitra, vestita da partigiana, ad aspettare il famoso campanello. “Il terzo giorno – dice – il capo ha perdonato, non si fa più nulla”. Entrò poi in rotta di collisione con i dirigenti del partito, da cui era considerata troppo estremista.

Si allontanò così dal Pci e venne in contatto con Lotta Continua e Potere Operaio, e con loro andò alle manifestazioni, come quella di Corso Traiano: “...qui finalmente è arrivata la rivoluzione, perché una cosa come Corso Traiano… io non la vedrò mai più, una cosa così bella, mai più…”, ricordò.

A 63 anni venne arrestata nell’ambito di un’inchiesta sulle Br, per essere stata trovata in possesso di alcuni volantini e per aver ospitato un brigatista. Due giorni dopo l’arresto, venne liberata. In quel periodo si guadagnava da vivere dietro ad un banco a Porta Palazzo ed era conosciuta da tutti come Nonna Mao. Al collo teneva sempre una collanina dorata alla quale aveva appeso una piccola falce e martello.

Nonna Mao morì a Torino il 31 dicembre 1988.

31 ottobre 2005: sul ponte del Seghino non passa il celerino

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La situazione ora è eccellente, la tenuta è massima, tra tutti c’è stanchezza, ma la forza nasce dall’essere comunità in lotta, non c’è mediazione il futuro ce lo giochiamo a spinta.” 

Il 31 ottobre Ltf deve per la prima volta espropriare tre terreni in alcune località sopra Mompantero..
31 ottobre“Alle 6,30 il ritrovo lanciato dalla comunità montana è al cimitero di Mompantero, alla salita per Urbiano; i comitati, invece, che la domenica pomeriggio organizzano una “merenda sinoira” in centro al paese, invitano a presidiare lo svincolo sopra il ponte del Seghino, da cui si diramano le due uniche strade che premettono di raggiungere in auto i siti indicati, già a partire dalla notte, mentre alle 4 del mattino del 31 è convocato l’appuntamento per chi andrà a presidiare i terreni in oggetto. […] Dall’ora di cena il camper no tav e una cinquantina di resistenti si preparano a presidiare la zona. Il camper è parcheggiato al bivio, la strada non è molto praticata dai residenti, quindi, pur lasciando libero il passaggio, può essere spostato in mezzo alla strada a chiudere l’accesso con una manovra sola ed immediata. Si organizzano i turni e le strategie. Si valuta l’idea di barricare d a subito la strada. […] A rafforzare la convinzione, che già non manca, si vede il tetto di una casa che porta una scritta NO TAV enorme. Strategicamente la posizione che i resistenti occupano è ideale, le forze dell’ordine avrebbero dovuto agire in salita […] Nella notte si registrano un paio di macchine della Digos che prontamente vengono respinte dai presidianti posti al primo blocco no tav. Alle 4 giungono sul posto il resto dei no tav. […]
I giornali titolavano l’uso di 1000 poliziotti per la giornata, per una volta i titoli non sono solo sensazionalista. […] Alle 8 scatta l’ora dello scontro, le forze dell’ordine iniziano a salire in massa verso il presidio, è un fiume di caschi blu quello che i resistenti hanno davanti capeggiato da agenti della Digos e dal vicequestore Sanna in divisa. Sono accolti dai no tav dietro alla prima barricata fatta di massi e posizionata bel oltre il ponte del Seghino e a due tornanti dal bivio.
Le forze dell’ordine dichiarano di dover passare , nella lunga colonna di mezzi è presente anche una draga che ha il compito di rimuovere le barricate, gli amministratori dal canto loro dichiarano la volontà di resistenza, i presidianti si schierano incordonati e in blocco dichiarano altrettanto. I dirigenti della questura elencano i reati che si stanno per commettere ma ciò non ha l’effetto desiderato, inizia la battaglia: in maniera ridicola con un “permesso” Sanna capeggia l’avanzata dei centurioni: il contatto è immediato, pensano di farcela in poco tempo e con la scelta di spingere senza caricare, inizia il confronto che non avrà fine. Centimetro per centimetro si gioca una battaglia che sarà storica, il numero delle forze dell’ordine surclassa di gran lunga i no tav, ma la determinazione no, si indietreggia un passo per volta facendo sudare ogni piccola avanzata ai poliziotti che dopo poco fanno il primo cambio facendo passare in avanti gli scudi di plexiglass, ma il risultato non cambia la battaglia è sui centimetri. In 50 contro 100 a cambio sistematico non passano. […]
Ad un certo punto qualcosa cambia nel confronto sulla strada del Seghino, la strenua resistenza dei no tav fa sì che il ponte sia ancora lontano, ma ad un tratto un boato e una forza incredibile di aggiunge ai 50 impavidi, centinaia di persone sono giunte in aiuto, a cooperare per la resistenza, sono arrivati dai sentieri, ci sono anche gli amministratori, che vengono accolti da spinte poliziesche e per qualcuno c’è anche qualche calcione. “La situazione ora è eccellente, la tenuta è massima, tra tutti c’è stanchezza, ma la forza nasce dall’essere comunità in lotta, non c’è mediazione il futuro ce lo giochiamo a spinta.” […]
Nel confronto due ragazzi sono stati presi dalle forze dell’ordine, malmenati e portati alla caserma di Susa per essere denunciati. La notizia è giunta al presidio di Mompantero, che si organizza per non far passare la macchina che li dovrebbe trasportare in caserma, l’opposizione al passaggio genera una carica a cui i presidianti resistono con determinazione.
Nel corso della giornata due vigilesse saranno malmenate e denunciate per resistenza a pubblico ufficiale, a fianco dei sindaci dei rispettivi comuni, mostravano con orgoglio il vessillo dei loro paesi resistendo alle pressioni delle forze dell’ordine.
Il confronto si sposta sul ponte del Seghino, sotto scorre il rio Graduglia, senza barriere laterali, i manifestanti si preparano all’avanzata delle forze dell’ordine. I sindaci chiedono un forma di simil fair play, chiedendo alle prime fila di fare qualche passo indietro per evitare il fosso. E’ lì che si giocherà la sfida finale, ed è da lì che le forze dell’ordine dopo 3-4 tentativi desisteranno. Nessuno cede, non c’è paura del ponte e in tutti i no tav cresce la consapevolezza che sia quello il luogo deputato all’ultima strenua resistenza. La polizia, per accedere al ponte, tenta per molto tempo di sradicare completamente il guard rail, e quando ci riesce lo getta da parapetto dentro il fiume. […]
Il confronto rimane serrato, mancano due curve a raggiungere il luogo deputato al blocco della notte, ma non avanzano di un metro, anche se fosse, prima di arrivare al bivio sono state costruite almeno 6 piccole barricate, e alcune macchine dei residenti sono di traverso. Si pensava che se anche fossero passati a piedi, i mezzi e le pietre avrebbero impedito il passaggio dei mezzi della ditta incaricata di picchettare. […] Al sito del Seghino Superiore intanto la situazione migliora di ora in ora, c’è sempre più gente che dopo aver costruito un’enorme barricata di tutto rispetto, fronteggia la polizia salita con enormi difficoltà a piedi da Urbiano. I manifestanti in cima alla salita , la polizia in equilibrio sotto, non provvederanno mai a passare dopo un primo e unico tentativo andato decisamente male. […] Al ponte la situazione di stallo, continua ad arrivare gente che porta notizie e rifornimenti la Valle è in mobilitazione totale, alcune fabbriche sono in sciopero, alcuni negozi chiudono per accorrere ad Urbiano, le stazioni di Bussoleno e Borgone sono bloccate il traffico internazionale è interrotto.
Nell’ultimo fronteggiamento scatta l’orgoglio dei valligiani, invece che tenere la spinta delle forze dell’ordine le si spinge via e ritornano all’imbocco del ponte, li resteranno.
Una squadra di carabinieri era salita tempo prima da dietro il blocco delle forze dell’ordine in salita era la squadra che andava a dar manforte al Seghino Superiore agli sfortunati colleghi.
Quando giunge al ponte la notizia del completo ritiro dei militari dalla postazione, i presidianti avvertono della discesa delle truppe. Stupidamente, giunte al sentiero da dove erano salite decidono di mettere in atto una vera e propria provocazione pretendendo di passare dal presidio, dall’ingresso alle spalle dei manifestanti. Sono subito bloccati dalla barricata rinforzata immediatamente, e dai resistenti che si preparano a fronteggiarli. Sono minuti di tensione, i militari sono determinati, i loro superiori sordi alle richieste degli amministratori. I caschi blu imbracciano manganelli e fucili lacrimogeni per vincere l’empasse. Una frenetica mediazione porterà ad accettare il passaggio sotto un’umiliante raffica di insulti e tra due cordoni di valligiani che li fanno sfilare sotto le bandiere. Particolarmente contrariati, i militi visiere e passamontagna calati passano lanciando minacce di ogni genere, ma nessuna paura delle loro missive, oggi la Valle è determinata.
Le ore passano nel dubbio sul da farsi, le ore 19 sono il limite all’invasione dei terreni alcuni avvocati del movimento confermano ed agiscono tramite un giudice con una richiesta di illegittimità, a cui la legge risponderà quattro giorni dopo con esito negativo. Gli amministratori parlando con le forze dell’ordine ricevono garanzie del ritiro alle 19, è ormai buio e dopo una breve consultazione il presidio decide di fidarsi delle norme. Ricevendo rassicurazioni, con poca fiducia nei dirigente della questura, si scioglie il presidio dopo aver contrattato la discesa in massa, a piedi e in macchina, verso gli altri. […] La scelta di andarsene è un po’ sofferta, ma i manifestanti si accorgono di non poter andare oltre e per molti le norme giuridiche hanno ancora un valore, le forze dell’ordine accettano di lasciar scendere tutti, la strada era stata parzialmente liberata dalle centinaia di mezzi parcheggiati, il corteo di macchine e persone sfila in discesa gioioso ma attento a movimenti dei militari. […] Arrivati a Mompantero è festa, gli eroi del Seghino vengono accolti da applausi e urla di gioia, la pioggia condisce il momento. Il movimento ha vinto non sono passati.”

da “NO TAV: La Valle che resiste”

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/3053-31-ottobre-2005-sul-ponte-del-seghino-non-passa-il-celerino

28 Dicembre 1943 Eccidio sette fratelli Cervi

I Cervi erano arrivati al podere di Praticello di Gattatico alla ricerca di un terreno pieno di gobbe e di buche da livellare per renderlo coltivabile, attraverso le conoscenze acquisite grazie alla “Riforma sociale” di Luigi Einaudi ed alle tante ore trascorse sui libri, nelle pause del lavoro, per imparare le moderne tecniche dell’agricoltura. Avevano le mucche, allevavano piccioni  e le api che producevano un finissimo miele. Avevano comperato il primo trattore della zona ed inoltre avevano piantato per la prima volta in Emilia, l’uva americana. Tutto questo suscitò molte gelosie nel paese, ma soprattutto l’attenzione delle autorità fasciste.

I Cervi erano sempre stati antifascisti, così come il padre Alcide e la madre Genoeffa Cocconi, donna di profonda fede cattolica; ma fu soprattutto Aldo ad infondere a tutta la famiglia le prime nozioni politiche e quindi un naturalissimo e convinto antifascismo. Con il trascorrere del tempo, divennero sempre più stretti i contatti con il movimento antifascista, così che, già dall’inizio della guerra, la loro casa divenne un rifugio per i prigionieri alleati fuggiti dai campi di prigionia. Era tra loro il russo Anatolij Tarasov, successivamente fidato compagno dei sette fratelli ed attivissimo partigiano nella Resistenza. Sfiduciato il Duce dai suoi stessi gerarchi, cadde il fascismo il 25 luglio 1943 e la famiglia Cervi organizzò una grande festa, offrendo la famosa pastasciuttata a tutta la popolazione sull’aia della casa. Nelle pentole vennero cotti dieci quintali di pasta e ai Campi rossi giunsero a mangiare i vicini, i parenti, gli amici, i paesani. La popolarità dei Cervi aveva ormai superato i confini di Gattatico e con l’arrivo dei nazisti in Emilia, la loro cantina ed il loro fienile divennero depositi per le armi dei partigiani che andavano in montagna. Anche loro, seppur per un brevissimo periodo, provarono la via dei monti, dove ebbero contatti con il parroco di Tapignola Don Pasquino Borghi, ma capirono ben presto che la Resistenza in montagna non era ancora sufficientemente organizzata. Così tornarono ai Campi rossi, poiché ritennero fosse più importante rimanere in pianura e mantenere i collegamenti con i primi nuclei partigiani che via via andavano formandosi, nascondendo le armi e diffondendo la stampa clandestina. I fascisti non tardarono però a stroncare l’intensa attività cospirativa dei Cervi, infatti all’alba del 25 novembre 1943, un plotone di militi circondò l’edificio, in parte incendiandolo ed al termine della sparatoria i sette fratelli, dopo essersi arresi, vennero catturati e condotti al carcere politico dei Servi a Reggio Emilia. Stessa sorte toccò al padre Alcide che non volle abbandonarli, al compagno partigiano Quarto Cimurri  e ad alcuni ex prigionieri alleati, tra i quali Dante Castellucci che si fece passare per francese.

Alla fine la casa della famiglia venne completamente bruciata dai fascisti, con le donne ed i bambini abbandonati in strada.

Papà Cervi era ancora in cella e non fu nemmeno informato quando i suoi figli vennero condannati a morte e fucilati al poligono di tiro di Reggio, alle ore 6,30 del 28 dicembre 1943.

“Dopo un raccolto ne viene un altro, bisogna andare avanti”. Queste le parole del vecchio “Cide” quando, tornato a casa dal carcere, seppe dalla moglie Genoeffa la tragica fine dei suoi ragazzi.

Da quel giorno infatti, furono le donne dei Cervi a lavorare la terra con Alcide e con gli 11 nipoti.

Nell’immediato dopoguerra, il Presidente della Repubblica appuntò sul petto del vecchio padre sette Medaglie d’Argento, simbolo del sacrificio dei suoi figli.

Papà Cervi viaggiò in mezzo mondo, rappresentando la Resistenza italiana, partecipando alle grandi manifestazioni politiche, partigiane ed antifasciste.

Morì a 94 anni il 27 marzo 1970, salutato ai suoi funerali da oltre 200.000 persone.

La casa del Cervi è oggi uno straordinario museo della storia dell’agricoltura, dell’antifascismo e della Resistenza.

http://www.anpireggioemilia.it/agenda-della-resistenza/1944-29-dicembre-eccidio-7-fratelli-cervi/

27 dicembre 2008 Gaza operazione piombo fuso

E’ la mezzanote del 27 dicembre 2008 quando i primi F-16 israeliani cominciano a bombardare la striscia di Gaza. Scatta l’operazione “Piombo Fuso”.

Non appena scaduta la tregua di sei mesi intrapresa dal 19 giugno, grazie alla mediazione egiziana, l’obiettivo dichiarato dell’iniziativa di guerra è la neutralizzazione militare di Hamas, che negli ultimi otto anni ha ucciso 15 israeliani con il lancio dei famosi razzi artigianali Qassam.

Come se non fossero bastate le migliaia di vittime lasciate giornalmente al suolo negli ultimi anni, Israele ha deciso che la sua risposta ad Hamas deve essere più intensa. Nel giro di soli 22 giorni viene scatenata sulla striscia un’azione senza precedenti. Ad essere colpiti non sono soltanto obiettivi militari, ma l’operazione in sè è intesa a produrre vittime civili e a creare maggior terrore nella popolazione in vista di future espulsioni.

Nella sola giornata del 27 dicembre vengono uccisi più di 300 palestinesi. Nei giorni a seguire niente viene risparmiato: strutture del governo della striscia, università, scuole, abitazioni e depositi alimentari dell’Onu vengono fatti saltare in aria.

Mentre i rabbini militari incitano alla guerra santa per l’espulsione dei “gentili” dalla Terra Promessa, sulla popolazione di Gaza vengono testate nuove armi di produzione israeliana e statunitense. Bombe al fosforo bianco e proiettili al tungsteno producono ferite e piaghe spaventose.

Il numero di vittime civili decolla mentre Israele, sostenuto incondizionatamente da USA, Canada ed Europa, se ne frega della risoluzione Onu che impone un immediato cessate il fuoco.

Solo la sera del 17 di gennaio il governo israeliano fa sapere di aver raggiunto gli obiettivi prefissatisi con l’apertura delle ostilità, e dunque dichiara conclusa l’operazione militare. Cessano dunque i bombardamenti e le incursioni, ma l’esercito non viene ritirato finchè “non cesserà il lancio di ordigni dalla striscia di Gaza”.

Il bilancio complessivo delle vittime parla di 1.203 palestinesi uccisi, di cui 410 bambini, di 5.300 feriti e 80.000 sfollati. Da parte israeliana si contano 13 morti e meno di 200 feriti.

Cremona: Continua la repressione, la procura alla “ricerca” di Anonymous

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Continua la repressione post 24 gennaio cremonese. Un compagno del  C.S.A. Dordoniè ora accusato di essere un hacker di Anonymous, a sua insaputa.

La Procura di Brescia ha chiamato in causa Michele, ritenendo che “in concorso con altre altre persone rimaste sconosciute e appartenenti al sodalizio Anonymous si introduceva abusivamente […] nel sistema informatico e telematico protetto del tribunale di Cremona determinandone l’oscuramento e la temporanea interruzione“.

L’azione, che ha paralizzato il portale internet per circa 6 ore, era stata rivendicata da Anonymous in solidarietà ai primi due arrestati per gli scontri della giornata di lotta antifascista. A breve il compagno avrà un interrogatorio con il Pubblico Ministero titolare delle indagini.

Ai nostri microfoni ci spiega meglio l’accaduto Michele, del CSA Dordoni

da Radio Onda d’Urto

26 Dicembre 1977: agguato a Roberto La Spada

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Il 26 Dicembre 1977 Roberto La Spada viene gravemente ferito con diversi colpi di arma da fuoco da alcuni militanti dell’estrema destra.

Roberto, redattore di Radio Roma Città Futura, si sta recando intorno all’una e trenta di notte verso la fermata dell’autobus, appena uscito dalla redazione. E’ la notte tra Natale e Santo Stefano, le strade sono deserte, Roberto resta stupito quando una A112 e un Vespone gli vengono improvvisamente incontro. Sul vespone si trovano due persone, il passeggero estrae una pistola e apre il fuoco, Roberto non ha il tempo di fuggire e viene ferito al fianco e al braccio sinistro.

Questo agguato non è un caso isolato, ma si collega direttamente con due episodi precedenti.

Nella capitale, dopo l’omicidio di Walter Rossi e i conseguenti scontri e assalti alle sedi dell’ MSI, il clima è tesissimo, negli ambienti dell’estrema destra c’è chi inizia a pensare di organizzarsi e creare gruppi armati.

Il 23 dicembre viene colpito Massimo di Pilla, noto militante comunista della zona Nord di Roma. Le modalità sono le stesse dell’agguato a La Spada: stessa macchina, stessa moto, stessa arma (una pistola calibro 32). A questa azione seguirà la risposta da parte di alcuni militanti di sinistra: il giorno seguente viene ferito con due colpi d’arma da fuoco Mario Pucci, caporedattore de Il Secolo D’Italia e padre di Alessandro Pucci, militante missino.

L’agguato a La Spada viene quindi rivendicato come vendetta per l’attentato a Pucci; da notare che questa rivendicazione verrà fatta con una telefonata alla redazione di Paese Sera e porterà la firma di Giustizia Nazionale Rivoluzionaria. Come lo stesso Alessandro Pucci spiegherà, la volontà era quella di colpire non un compagno qualsiasi, ma di individuare un colpevole ben preciso. La Spada viene considerato responsabile in quanto Radio Roma Città Futura, dopo l’agguato a Di Pilla aveva fatto i nomi di alcuni importanti esponenti dell’estrema destra romana tra cui, appunto, quello di Pucci.

Pucci stesso, che partecipò all’azione e che rientrerà poi negli indagati della strage di Bologna, descrive l’attentato a La Spada come momento di svolta nell’estrema destra romana e come punto di nascita dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR).

La Strage di Natale

Nella notte tra il 25 e il 26 Dicembre del 1996 un battello con a bordo centinaia di uomini e donne provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka affonda a poche miglia dalle coste italiane, nei pressi di Portopalo di Capo Passero, la punta più a Sud della Sicilia.

Le vittime di quella che viene ricordata come ‘La strage di Natale’ sono 283; è la più grande tragedia navale nel Mediterraneo dalla fine della seconda guerra mondiale.

L’imbarcazione ‘Yohan’, capitanata dal libanese Youssef El Hallal, era partita dal porto del Cairo con a bordo quasi 500 persone, costrette a sborsare un migliaio di euro a testa per il viaggio della speranza e a giorni interi di attesa nel porto prima della partenza, per poi essere stipate nella stiva con scarse quantità di cibo ed acqua.

Durante il tragitto la Yohan rimane bloccata in mezzo al mare; viene chiesto l’intervento di un’altra imbarcazione in partenza da Malta (una F714, nave della marina inglese in pessime condizioni risalente al 1944).

All’arrivo della F714 centinaia di persone della Yohan, esasperate dall’attesa e da giorni di viaggio, vi si riversano sopra; durante l’operazione, però, nel vecchio battello inglese si apre una falla nello scafo di cui nessuno sembra accorgersi.

La F714 prosegue il suo viaggio verso le coste siciliane continuando ad imbarcare acqua, mentre dalla stiva centinaia di persone con l’acqua ormai alla gola battono disperate le mani sul ponte chiedendo di uscire.

La Yohan torna indietro per portare soccorso ma il mare è burrascoso e le due imbarcazioni si scontrano; la F714, vecchia, danneggiata e sovraccarica, si spezza e affonda. Si salvano solo una trentina di persone, tra cui il comandante Sheik Thourab.

Per i sopravvissuti, però, la tragedia non è finita: vengono tutti portati in Grecia, segregati e costretti al silenzio; una parte di essi riesce a fuggire e a denunciare l’accaduto alla polizia che però non crede alla loro versione e li arresta perché clandestini.

Nei giorni successivi molti cadaveri giungono sulle coste siciliane, ma nessun pescatore denuncia l’accaduto per timore di sequestri delle imbarcazioni e blocchi della pesca; il 4 Gennaio un’agenzia di stampa fa trapelare quanto dichiarato dai sopravvissuti reclusi in Grecia ma le autorità italiane accolgono la notizia con grande scetticismo e decidono che è meglio che tutta la storia continui a rimanere sotto silenzio.

La strage di Natale rimane a lungo sconosciuta, fino a quando, nel 2001, una indagine internazionale portata avanti con fatica e le pressioni dei familiari delle vittime riescono a mostrare le immagini del relitto della F714 e dei numerosi scheletri ancora imprigionati al suo interno.

L’indagine mette inoltre in luce l’esistenza di un ramificato sistema di mercificazione quotidiana della disperazione di migliaia di persone; un sistema spesso noto tanto alle autorità dei paesi di provenienza dei migranti quanto a quelle europee.

Sheik Thourab e Youssef El Hallal sono stati entrambi condannati solo tra il 2008 e il 2009 dopo più di un decennio di impunità ed assoluzioni.

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/3586-25-dicembre-1996-la-strage-di-natale

Renzi…e i Marò?

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Pare, secondo il Corriere della Sera, che Renzi abbia chiamato Obama per avere un aiuto nella soap opera intitolataE’ i Marò?
Mentre ci si appassiona a queste puntate, che vanno avanti da anni ormai, più esattamente dal 15 dicembre del 2012, assistiamo a improvvisi colpi di scena che poi si rivelano semplici boutade. Con l’avvicinarsi della fine dell’anno ci risiamo.
In questo caso il team di Renzi si sarebbe messo all’opera per fare pressione verso l’ India mediante l’appoggio del governo statunitense e lo apprendiamo da una dichiarazione ufficiale che dice tutto e niente (poi seguita da una parziale smentita). La solfa è sempre quella, cercare di costruire una scena che ben si presta al sistema mediatico e a quel pubblico che si dichiara affezionato e preoccupato per le sorti dei due Marò.
Per poter dire che il governo sta cercando in ogni modo di portare a casa i due Ufficiali di Marina, il premier aveva pensato nell’ottobre scorso che la sua opposizione a far entrare l’India all’interno del tavolo del Mtcr (Missile Technology Control Regime, comitato che ha l’obbiettivo di lottare “contro” la proliferazione di armi di distruzione di massa, in sostanza un controllo sul mercato delle armi), composto da 34 paesi membri , potesse determinare un intervento deciso degli USA nei confronti dell’India (con la quale questa ha interesse, in realtà, a intessere sempre più stretti rapporti). L’ingresso di nuovi paesi membri in questa commissione prevede l’unanimità di tutti gli aventi diritto al voto e l’opposizione dell’Italia è stato un elemento ostativo.
Quindi Renzi chiede aiuto agli Usa, pur sapendo che Obama ha interesse a chiudere al più presto alcuni accordi strategici col paese indiano, ma cosa non si fa pur di salvare la faccia a fronte dell’afflizione di chi vorrebbe i due ufficiali liberi e senza colpa? C’è addirittura chi, come la destra Meloni, li trasforma in nuovi personaggi del presepe natalizio….
L’India ha potere e carte da giocare, infatti per tutta risposta ha disdetto un contratto con la nostrana Finmeccanica del valore di 400 milioni di Euro, una gara più precisamente per dei nuovi cannoncini di cui vorrebbe dotarsi la flotta indiana…
I due Marò però sappiamo continuano ad essere in ottime mani, Latorre si trova ancora in permesso per motivi di salute in Italia, mentre Girone risiede all’ambasciata italiana in India.

Nonostante la pesante accusa di omicidio che pende sulle loro teste, non si può certo dire che il governo li lasci soli.

Renzi inoltre continua la sua azione “patriottica” di fine anno insieme alle altre forze militari, dai Marò ai soldati di stanza in Libano e domani chissà con quelli in Libia.
Sempre pronto ai saluti e alle pacche sulle spalle, attivo nel salvare banche e grandi imprenditori, poco concentrato invece sui problemi reali di questo paese, ma questo già lo sapevamo e con i disastri che combina, magari, è pure meglio così…