Storie di braccianti, di schiavitù, di sfruttamento

Urge ribellione e lotta! Il lavoro di inchiesta del MFPR verso il nuovo sciopero delle donne.

Continuando nel lavoro di coinvolgimento delle operaie legate alle aziende agricole, stiamo portando avanti incontri-confronti con alcune operaie che raccontano le condizioni di lavoro a cui sono costrette.

Una denuncia che si aggiunge a quelle già raccolte nei giorni scorsi è quella dell’uso di casse denominate in gergo tecnico G.P.R. Questi sono dei contenitori in cui vengono poste cassette di frutta del peso di 2 kg l’una per un totale di 20 kg che vengono sollevate per svariate volte al giorno fino allo sfinimento del personale, soprattutto quello femminile.
Da questa inchiesta in corso viene fuori però la paura delle braccianti. I racconti su come sono costrette a lavorare si risolvono troppe volte purtroppo esclusivamente in uno sfogo alla ricerca di un conforto morale, poiché nel momento in cui si cerca di forzare, seppur delicatamente per un atteggiamento e una presa di posizione un po’ decisa nei riguardi del o dei datori di lavoro, vi è un irrigidimento per il timore di perdere il proprio posto di lavoro.

Bisognerà lavorare, avere molta pazienza per non perdere la fiducia ottenuta e studiare dove e quando si potrà agire, ma soprattutto far prendere consapevolezza alle lavoratrici che le consenta di partire decise.

Riportiamo alcune notizie raccolte anche dalla stampa

DA MFPR – Taranto

IL DIARIO DI PAOLA

Paola Clemente di San Giorgio (TA), morta quest’estate di fatica, di sfruttamento, annotava ogni giornata di lavoro sul suo calendario.
Un diario lungo due anni, un resoconto preciso e giornaliero che inguaia, definitivamente, le società per le quali aveva lavorato, i mediatori.
Paola lavorava anche 30 giorni in un mese. A giugno dello scorso anno sono segnate 25 giornate, di cui 21 consecutive. E accanto si trova l’indicazione dell’orario e in alcuni casi anche della ditta e del caporale per i quali prestava servizio. Chiaramente la busta paga di quel mese – ma lo stesso accade anche con altri periodi, tutti oggetto dell’indagine – non corrispondono a quanto appuntato. Nonostante siano bollate da un’agenzia interinale.
Paola veniva pagata due euro per ogni ora di lavoro, nonostante però avesse un regolare contratto.
Venivano contabilizzate meno giornate di quelle effettivamente lavorate in modo da dribblare i controlli, come dimostrano i diari. E anche perché in busta spesso erano appuntati degli anticipi che in realtà la lavoratrice non aveva mai ricevuto.FINCHÉ VIENE GIORNO (STORIA CORALE DI DONNE BRACCIANTI)
In un vicolo bianco di un piccolo paese del Sud, la casa di Carmela. Una tenda all’ingresso del seminterrato, tre scalini e il suo sguardo ad accoglierci nella casa
dove aspetta insieme ad altre compagne di lavoro: sono sette braccianti che vogliono testimoniare la loro condizione di precarietà estrema.
Sono sedute in cerchio: chi su una sedia, chi sul divano e chi sul bordo esterno del piccolo caminetto, focolare di quella stanza che fa da ingresso, cucina e salotto.
Inizia a parlare Maria, cinquantadue anni, un matrimonio naufragato alle spalle, senza figli. Lavora in campagna da quando era poco più che una bambina, aveva tredici anni. “Per poter andare avanti e sopportare i soprusi subiti ogni giorno in campagna prendo gli antidepressivi. Due gocce quando iniziano a insultarmi e ho di nuovo la forza di sopportare e guadagnarmi da vivere”.
Comincia con lei il racconto corale delle donne. Visi cotti dal sole, rughe come carte geografiche: segnano le coordinate di esistenze provate dalla fatica; il loro sguardo è stanco, sono le nove di sera e tra poche ore la sveglia suonerà alle tre come ogni santa notte. Ma sorridono e hanno voglia di raccontarsi.
“Prima si lavorava meglio, i sindacati erano dalla parte dei braccianti. Bastava una parola ed era sciopero. Altri tempi, c’erano grandi sindacalisti; ci tutelavano e potevamo incrociare le braccia, dire no al padrone e ai caporali. Oggi il sindacato dovrebbe tornare alle origini e non aver timore di farci fare le vertenze. Dei caporali non bisogna aver paura né si può pensare di dialogare con loro. Dovreste vederli quando gridano: più in fretta, più in fretta; mentre ci rompiamo la schiena” continuano nel loro racconto corale le braccianti: “Lavoriamo tutti i giorni, anche la domenica che non è considerata straordinario. Possiamo prendere un giorno di pausa, avvisando il caporale con due settimane di anticipo. Lavoriamo dalle sette ore in poi, senza una pausa per mangiare il panino.”
In molti casi sono loro a mantenere la famiglia: i figli, i loro mariti disoccupati. Sono loro a mostrare una forza capace di sfidare tutto, soprattutto la solitudine.
Possono fare i propri bisogni solo sotto l’albero più vicino. Intimità zero: “Non possiamo allontanarci, altrimenti viene il caporale e si arrabbia perché abbiamo impiegato troppo tempo”. Il tempo in campagna e nelle aziende dove si confezionano i prodotti della terra si è trasformato in un demone. La bilancia su cui le donne pesano il raccolto è sincronizzata: se non viene utilizzata per più di cinque minuti, si spegne. “E se passano cinque minuti arriva la capo squadra a sbattere sul banco di lavoro il cestino con la frutta. Un gesto che brucia”. In campagna come sotto i tendoni “non possiamo portare più di una bottiglietta d’acqua. E’ vietato e non sono ammesse eccezioni, non si può discutere”, il sole è alto e anche nei magazzini di confezionamento la temperatura è elevata, insopportabile.
A comandare le braccianti (il lavoro al femminile è più richiesto perché, ricordano le donne: “Costiamo meno”) non ci sono solo i caporali, ma anche le “vice-caporali”. Sono donne, a detta delle braccianti, capaci in poco tempo di “far carriera con successo”. Le lavoratrici sono sotto il loro controllo e non c’è ombra di solidarietà femminile. La solidarietà è quasi impossibile anche fra braccianti: “Non possiamo aiutare le ultime arrivate. Il caporale non vuole. Chi è veloce e sveglia e impara subito il lavoro va avanti, altrimenti viene sostituita dal giorno dopo”.
Il salario è di 5.60 euro netti all’ora, “ma quasi la metà la trattiene il caporale. Così loro possono comprarsi il fuori strada, mentre noi non riusciamo ad arrivare a fine mese. Non sempre riusciamo a pagare tutte le bollette.”
“Ora si raccoglie l’uva, quindi c’è lavoro per tutti – conclude Carmela – ma tornate d’inverno quando da raccogliere ci sono solo le arance, fa freddo, c’è il ghiaccio, e rischiamo di scivolare e romperci una gamba per 27 euro lordi al giorno”.

http://femminismorivoluzionario.blogspot.it/2015/10/storie-di-braccianti-di-schiavitu-di.html

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