Bergamo: corteo Antifascista contro casapound

La giunta Tentorio concede ancora una sala comunale per ospitare i neofascisti di Casapound. Una manifestazione spontanea si è mossa dalla stazione di Bergamo per dirigersi verso via dei Carpinoni, dove era iniziata la conferenza nella sede della Circoscrizione 2. Il corteo di fronte al primo sbarramento del reparto mobile della polizia, è indietreggiato, tentando di avvicinarsi da via Spino, ache lì però la polizia era presente in forze. I  neo fascisti asserragliati nella sala della circoscrizione e protetti dalle forze dell’ordine sono riusciti a portare a termine la propria iniziativa nell’isolamento più totale.

La conferenza indetta da Casapound ha avuto come tema la vicenda dei due marò che nel febbraio 2012 uccisero due pescatori indiani al largo delle coste del Kerala. Sulla vicenda si parla ormai da molto, dato che la diplomazia italiana ha attuato una stategia a dir poco confusa. Ospite di Casapound era Luigi Di Stefano che, oltre a essere il padre di un personaggio di spicco della formazione fascista, è anche stato uno degli “esperti” che hanno espresso il loro parere pseudo tecnico sulla questione dei fucilieri. A dispetto del suo usuale modo di firmarsi, Di Stefano non è né ingegnere né dottore e molti giornalisti e ricercatori hanno smontato tutte le sue teorie, come si legge nelle accurate ricerchepubblicate nel sito di Wu Ming Foundation.

Rimane il fatto che le iniziative di questo sparuto gruppo di estrema destra si stiano moltiplicando su un territorio dove non hanno alcun tipo di radicamento. Un territorio che non si esime ogni volta che ci sono iniziative del genere di esprimere, nelle forme più diverse, la propria ostilità.

Nella notte precedente alla manifestazione infatti sono apparse sulla sala comunale alcune scritte contro Tentorio e il fascismo, e sul terrazzo di un appartamento di via dei Carpinoni gli abitanti hanno espresso il loro benvenuto a Casapound scrivendo “fuori i fasci”.

Da Bg Report

4 Aprile 2014 – Attesa sentenza contro gli stupratori di Carmela di soli 13 anni

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…ci sarà dopo 7 anni un barlume di vera GIUSTIZIA?
IL 4 APRILE IL MOVIMENTO FEMMINISTA PROLETARIO RIVOLUZIONARIO – unica realtà delle donne che ha seguito fin dall’inizio questa scandalosa vicenda giudiziaria, al fianco dei familiari di Carmela – ORGANIZZA UN PRESIDIO AL TRIBUNALE. Che almeno questa volta siano presenti donne, compagne, femministe, che finora hanno risposto solo con un grave silenzio.
15 Aprile 2007 – 4 Aprile 2014 ULTIMA UDIENZA PER UN OMICIDIO DI STATO! CI SARA’ UN BARLUME DI GIUSTIZIA PER LA PICCOLA CARMELA?Il prossimo 4 aprile presso il Tribunale di Taranto, lo stesso che per mesi è stato teatro della scatenata morbosità collettiva e mediatica sollevata dal caso Sarah Scazzi, si celebrerà l’ultima udienza del processo che vede imputati tre viscidi esseri che non hanno avuto nessuno scrupolo nel violentare una bambina di soli 13 anni e che non hanno mai mostrato alcun tipo di pentimento. Stavolta il silenzio regna sovrano, nessuna calca di persone a prenotare il biglietto di ingresso nell’aula, nessuna mastodontica macchina mediatica a riprendere le scene da utilizzare poi per infiniti quanto inutili talk show, ci saranno solo gli avvocati, uno degli imputati che come al solito approfitterà dell’occasione per sgranchirsi le gambe vista la sua condizione di arresti domiciliari (per aver rubacchiato qualcosa da qualche parte ovviamente, non certo per aver stuprato una bambina, quello in Italia non è poi così grave), e tutto il dolore e la rabbia della nostra famiglia da me rappresentato fisicamente in aula.

Si ascolterà l’ultimo teste da ascoltare, ci sarà la discussione finale e finalmente un verdetto, una sentenza che attendiamo da sette interminabili anni. Non mi faccio alcuna illusione, a “vincere” in aula comunque vada sarà la “verità processuale”, quella fatta di cavilli, di vizi procedurali, di stupide mancate notifiche nell’era dell’alta elettronica dove si rintraccia un cellulare nel deserto ma non si riesce a trovare un aereo sperduto con centinaia di vittime.

A perdere sarà come sempre la VERITA’ ASSOLUTA, il diritto di tutela e giustizia delle vittime,  l’assurdo modo di affrontare una vicenda così grave che ha visto una bambina di soli 13 anni prima abusata e violentata da SEI esseri dalle sembianze umane, poi UCCISA DA UNO STATO CHE ANZICHE’ RINCHIUDERE I SUOI AGUZZINI HA RINCHIUSO LEI IN UN ISTITUTO ALLONTANANDOLA DAI SUOI AFFETTI E IMBOTTENDOLA ARBITRARIAMENTE DI PSICOFARMACI e infine oltraggiata dalla “giustizia” che a distanza di sette lunghissimi anni ancora non ha punito i responsabili, e colmo dei colmi dopo la morte del PM titolare non ha ritenuto opportuno incaricare un nuovo PM definitivo bensì a rotazione si alternano sempre di nuovi e a questo proposito mi chiedo come fanno a studiarsi un fascicolo che occorre trasportare con un carrello in così poco tempo.

Gli unici risultati finora ottenuti, grazie anche alla malafede e incompetenza di chi ci ha accompagnato col compito di tutelarci in questa estenuante battaglia, sono una archiviazione nonostante flagranza, confessione e testimonianze, una grottesca messa alla prova nei confronti di due minorenni che ha di fatto addirittura estinto l’orripilante reato di cui si sono macchiati, sette anni di sofferenze, umiliazioni, senso di impotenza nelle aule di un Tribunale, e quant’altro, con la ciliegina sulla torta di una MIA IMPUTAZIONE  per aver “osato” indignarmi di un avvocato che in aula ha definito “prostituta” mia figlia e che il sistema giustizia italiano ha tradotto in DIFFAMAZIONE .

Aspetto con ansia, quel giorno, quando comunque proverò un terremoto di emozioni ascoltando la sentenza qualsiasi essa sia, ricordo a chi è chiamato ad emetterla che non ho né sete di vendetta né soddisfazioni da togliermi, né tantomeno qualsiasi risarcimento che possa colmare una milionesima parte di quanto perso per colpa di un sistema, di uno stato, di una giustizia e di una umanità sempre più allo sbando.

Per me  non sarà un punto di arrivo, al contrario, messa da parte per un attimo la mia reazione del momento, in attesa di un prevedibile appello, sarà il punto di partenza per ricominciare ad urlare ancora piu’ forte di prima affinche’ vengano messe sotto processo le responsabilità delle istituzioni che tutte insieme scriteriatamente e senza alcuna coscienza hanno di fatto spinto la mia bambina da quel maledettissimo settimo piano.

PER INFO E CHIARIMENTI 3884340738

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Alfonso Frassanito

28 marzo 1997, la Kater I Rades speronata dalla marina militare italiana

Diciassette anni fa, il 28 marzo del 1997, naufragava fra Albania e Italia la Kater i Rades, speronata da una corvetta della marina militare italiana, la Sibilla. Del centinaio di persone a bordo, si salvano in 34. A scriverne un libro è stato il giornalista Alessandro Leogrande, Il naufragio, Morte nel Mediterraneo, edito da Feltrinelli, di cui vi proponiamo degli estratti.

Bardhosh e sua moglie Kasjani, insieme ai loro due bambini di nove e circa due anni, Dritero e Kostandin, sono salpati insieme a tutti gli altri dal porto di Valona poco più di un’ora prima. Ma non si sono imbarcati su un gommone, su uno scafo. Hanno trovato posto a bordo della Kater i Rades (letteralmente: Battello in rada), una piccola motovedetta, con tre piccole cabine ricavate sottocoperta, una accanto all’altra, e un ponte lungo appena 20 metri. Ha anche un nome militare, una sigla, lasciatole dal vecchio regime: A 451. La Kater non avrebbe potuto contenere, ad andar proprio larghi, un equipaggio di oltre dieci unità. Ma in poche ore quasi centoventi persone, molte delle quali donne e bambini, erano salite a bordo, stipandosi in ogni angolo, riempiendo anche il minimo spazio vuoto.

[…]

Quando un’ora e mezza dopo la partenza, la Kater i Rades ha appena superato l’isola di Saseno, che stringe quasi in un abbraccio la baia di Valona, i suoi passeggeri hanno subito notato la presenza di un’enorme nave militare. Bardhosh e gli altri non possono sapere il suo nome, ma vedono chiaramente che batte bandiera italiana e che è lunga oltre cento metri. Quel castello galleggiante che punta verso di loro e presto sovrasta il loro carico di ansie e desideri è la Zeffiro. Per un’ora, o poco più, segue i movimenti della loro piccola imbarcazione, come il gatto che gioca con il topo. La Zeffiro si tiene a distanza. Si avvicina solo ogni tanto, e ogni volta che lo fa qualcuno dal ponte grida con un megafono di ritornare nella baia di Valona. Poi, a un tratto, poco prima delle 18, quando il mare si fa più agitato, una nuova nave spunta all’orizzonte. È la corvetta Sibilla. Poco più piccola della Zeffiro, con tutti i suoi novanta metri di lunghezza, si mette subito sulle loro tracce. E prende a inseguirli, tagliando le onde.

[…]

Al comando della Sibilla c’è Fabrizio Laudadio (un nome che Bardhosh avrebbe conosciuto, e memorizzato, giorni dopo, ma che il pomeriggio del 28 marzo 1997 non può sapere). Una volta raggiunto il proprio campo delle operazioni nel Canale d’Otranto, in quello spicchio di mare che separa le due Europe, e in cui la Kater sta arrancando faticosamente contro il proprio stesso peso, la Sibilla mette in atto le proprie azioni cinematiche di disturbo. Bardhosh e gli altri hanno subito la sensazione che la nave italiana si stia avvicinando troppo, in modo del tutto anomalo. Vedono arrivare quell’enorme ammasso di acciaio grigio a ridosso della loro piccola imbarcazione. A cinquanta, quaranta, trenta, perfino venti metri di distanza. Ogni volta che la Sibilla si avvicina, riescono appena ad afferrare, tra il rumore del vento e delle onde, il significato di alcune parole gridate attraverso un altro megafono. Ancora un megafono… “Tornate indietro,” dicono quelle parole rauche, pronunciate in italiano. “Tornate indietro, perché altrimenti, una volta sbarcati in Italia, sarete tutti arrestati. Tornate indietro… Indietro… Fermatevi…”

[…]

Ma il timoniere della Kater decide di fregarsene di quegli ordini, e di non smarrire la meta del suo viaggio. Attorniato da un nugolo di uomini che si è infilato perfino negli interstizi lasciati liberi all’interno della piccola cabina di comando, decide di proseguire. Guarda fisso davanti a sé, in un punto imprecisato che deve essere l’Italia. “Avanti tutta,” dice al nugolo di gente che lo attornia. Indietro non si torna.

Bardhosh pensa: Ora gli italiani iniziano a fare sul serio… E così è. La Sibilla si avvicina nuovamente, e dal megafono partono ordini identici a quelli impartiti precedentemente. Continua ad avvicinarsi più volte. Ora da destra, ora da sinistra. Ora rimanendo indietro, ora provando a tagliare il senso di marcia della Kater. A ogni tentativo, l’uomo al timone della motovedetta su cui sono imbarcati prende a sua volta a girare ora a destra, ora a sinistra, come per parare un attacco. Ora rallenta, ora riprende la marcia. Ora prova ad andare più veloce, ora cerca semplicemente di mantenere la piccola imbarcazione in asse.

Tra il popolo della Kater si diffonde il panico, la tensione sale alle stelle. Le continue manovre, insieme al moto delle onde prodotte dai continui avvicinamenti della Sibilla, fanno oscillare pericolosamente la nave. Così il suo carico umano, stipato in ogni angolo fino all’inverosimile, prende ad assecondare a sua volta le manovre, spostandosi ora – tutti insieme – a destra, ora – tutti insieme – a sinistra.

Bardhosh non ha un posto fisso. Per tutte quelle ore non è rimasto sempre sul ponte, insieme alla maggior parte degli altri uomini. Spesso è sceso nella stiva, dove invece sono rimasti la moglie e i due figli, insieme alla maggior parte delle altre donne e degli altri bambini. Sotto, nelle cabine, i passeggeri sono al riparo dal vento, ma gli scossoni, le battute di arresto, i repentini cambi di marcia sono pienamente percettibili come all’esterno. I bambini iniziano a piangere, le donne a tremare. L’aria è consumata, e allora Bardhosh, dopo aver detto alcune parole a Kasjani, a Dritero e al piccolo Kostandin per rincuorarli, torna sopra.

La nave italiana continua ad avvicinarsi. Quaranta, trenta, venti metri. In alcuni momenti anche di meno. A un certo punto sembra che la Kater non ce la faccia più, che il motore non possa reggere quei ritmi. Il mare inizia ad alzarsi, e di fronte a un’onda più alta delle altre la A 451 sembra quasi arrestarsi, mentre la Sibilla le gironzola intorno e torna ad avvicinarsi. Il motore sembra sul punto di spegnersi, ma poi la nave riesce ad andare avanti, a riprendere la sua marcia, quasi sospinta dal dorso di quella stessa onda che sembrava poterla arrestare. Tuttavia la nave italiana è molto più veloce. Bardhosh prova a studiarne l’andatura, a calcolarne mentalmente i tempi: si rende conto che è almeno tre volte più veloce della piccola Kater i Rades. Non l’avrebbero mai seminata.
Quando la Sibilla si avvicina per l’ennesima volta, qualcuno dalla Kater si sporge in avanti e alza una bandiera bianca. Forse è un lembo di stoffa bianca che ha trovato da qualche parte, giù nella stiva. O forse – pensa Bardhosh – è una maglietta che qualcuno si è levato di dosso. L’uomo, che Bardhosh non conosce, inizia ad agitare il pezzo di stoffa freneticamente, a strattoni, e a urlare – nella stessa lingua di chi li insegue – che a bordo ci sono donne e bambini. Che, anzi, ci sono soprattutto donne e bambini. E allora alcune donne che sono sul ponte alzano in alto, al di sopra delle teste, i propri bambini. Alle prime se ne aggiungono altre, e poi altre ancora che sono salite con i propri figli dalle stive.

Quella fila di bambini infagottati, che spuntano sospinti da braccia robuste, al di sopra di un mare di teste che senza soluzione di continuità copre l’intero ponte della Kater, è un’immagine che Bardhosh non avrebbe mai dimenticato. Dopo un attimo di silenzio, si alzano delle urla, e l’uomo che agita il lembo di stoffa bianca – o forse si tratta di una semplice maglietta – continua a farlo con ancor più forza. Le proteste durano pochi minuti, quasi sospesi in un tempo irreale. Poi vedono arrivare un elicottero. Dapprima ne sentono il rumore in lontananza, poi un punto nero si allarga all’orizzonte fino ad assumere le sembianze di uno strano uccello. Si mette a girare in tondo sopra di loro, disegnando cerchi sempre più stretti, per tre, quattro, cinque minuti. A un tratto si ferma sopra le loro teste, come se potesse atterrare lì in mezzo al Canale d’Otranto da un momento all’altro. Poiché inizia a imbrunire, li illumina con un potente faro. Poi, con la stessa rapidità con cui è arrivato, si alza in virata e scompare all’orizzonte.

Ormai si è fatto buio. Il sole è calato, ed è sempre più difficile scorgere i movimenti della nave che li insegue. Bardhosh avverte che il mare si sta ulteriormente alzando, che le onde sono sempre più grosse e frequenti, e che il vento – lo scirocco – non dà pace. Lo scirocco è un vento traditore, capace di scatenare una tempesta in pochi minuti, e di concentrare in pochi soffi tutta la sua potenza che nasce a levante. Scende ancora una volta nella stiva. Sorride a sua moglie, le dice che ce la faranno, come sempre, e mentre glielo dice, accarezza la testa del più piccolo dei suoi figli che nonostante il trambusto si è assopito. La fronte del bambino è calda.

Torna sul ponte. Il vento è più forte, ma la nave italiana che li ha inseguiti per un tempo che a tutti è parso lunghissimo, quasi dilatato, non c’è più. Non si vede né a destra, né a sinistra. Bardhosh pensa che se n’è andata, come se n’era già andata quell’altra nave ancora più grande nel pomeriggio. Forse – si dice – hanno deciso di desistere, di lasciarli da soli a combattere con le onde e di farli arrivare a terra con le loro forze. L’Italia l’avrebbero vista, l’avrebbero toccata, ormai ne è convinto. Poi sarebbe anche potuto succedere di tutto, ma intanto il più era fatto…

Mentre pensa questo, stringendosi nel giubbotto per ripararsi dal freddo, vede accendersi improvvisamente una luce davanti ai suoi occhi. Impiega un attimo a capire che la sagoma grigiastra illuminata dal faro altro non è che la murata della corvetta che li ha a lungo inseguiti. È ormai a pochissimi metri, e non indietreggia. “Ci stanno venendo addosso!” urla raccogliendo tutte le sue forze. “Ci stanno venendo addosso!” prova a ripetere urlando ancora più forte. E in quel preciso momento sente una botta tremenda proprio davanti ai suoi piedi, sulla fiancata destra della Kater i Rades.

Bardhosh non casca in mare. Ha la prontezza di stringere la prima sbarra che gli capita sotto mano, e di rimanerci aggrappato. Pensa subito alla sua famiglia, alla moglie e ai figli che sono nella stiva, deve raggiungerli a ogni costo. E allora si alza in piedi, provando a fare qualche passo, ma proprio in quel momento sente una seconda botta, ancora più fragorosa e violenta della prima. Si accorge di quello che è successo dal freddo improvviso. È sott’acqua. Intorno è tutto nero, non riesce a distinguere nulla. Qualcosa sembra tenerlo incollato, immobile. Qualcosa sembra spingerlo giù. Istintivamente si leva di dosso il giubbotto troppo pesante, e riesce a risalire a galla.

La Kater è completamente capovolta, tutti quelli che erano sul ponte sono stati sbalzati in mare, alcuni corpi galleggiano intorno inermi. Bardhosh pensa nuovamente alla moglie e ai figli nella stiva, a testa in giù, nella motovedetta sottosopra che imbarca acqua. Lotta rabbiosamente con le onde per raggiungerla, deve trovarli, deve salvarli. Deve salvare Kasjani, Dritero e il piccolo Kostandin. Ma per quanto si sforzi, per quanto provi a raccogliere nelle braccia tutte le proprie forze, non ce la fa ad avvicinarsi. Lo scafo alzato in alto, in quel mondo in cui tutto è stato rovesciato da quei due colpi tremendi, è irraggiungibile. In pochi minuti scompare, la nave affonda rapidamente e le onde si richiudono sopra di essa. La minuscola cabina in cui la moglie e i suoi due bambini sono rimasti intrappolati ora scende rapidamente verso gli abissi, attirata da una forza oscura nel cuore del mare.

http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/il-naufragio/

B’Tselem smentisce versione israeliana: Yussef ucciso a sangue freddo

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La Ong israeliana accusa i militari di avere sparato senza avvertimenti e senza ragione. Il 15enne di Deir al-Asal al-Tahta stava raccogliendo ortaggi con gli amici quando è stato ucciso

La morte del quindicenne palestinese Yussef Sami Shawamreh, la settimana scorsa, non è stato un incidente, ma un omicidio a sangue freddo. A denunciarlo, oggi, è la Ong israelianae delle Forze B’Tselem che in un rapporto ha smentito la version armate israeliane. Non si è trattato, dunque, di un atto difensivo, contro un ragazzo che stava “sabotando” il muro di separazione, come sostengono i militari, ma dell’assassinio di un giovane che il 19 marzo scorso era uscito di casa con gli amici per andare a raccogliere qualche ortaggio.

I due ragazzi che erano con lui e altri testimoni avevano fin dall’inizio contraddetto la versione dei soldati, avevano detto di non aver sentito nessun colpo d’avvertimento e neanche un altolà prima che Yussef fosse colpito a morte da proiettili veri, che lo stesso regolamento dell’esercito vieta di utilizzare contro i palestinesi che tentano di attraversare la barriera, a meno che non rappresentino un rischio per i militari. Ieri, il portavoce delle Forze armate, Arye Shalicar , aveva ribadito che “nelle ultime due settimane c’erano stati numerosi incidenti lungo la frontiera con la Striscia di Gaza e la Siria” e che quindi questo ha fatto salire il livello di allarme. Ma il ragazzo non era armato né tentava di sabotare il muro, ha accertato l’inchiesta della Ong, poiché in quella porzione di barriera nel villaggio di Deir al-Asal al-Tahta, a sud-ovest di Hebron, c’è una breccia nel muro di cui sono a conoscenza i soldati di guardia ed è usuale che la gente del posto la usi per andare a fare qualche giro in campagna, a raccogliere ortaggi, verdure o altre piante da cucina.

La morte di Yussef ha destato sdegno, è sembrato sin da subito un omicidio a sangue freddo, senza motivazione. Per Jessica Montell direttore di B’Tselem, “la prima responsabilità ricade sui comandanti che hanno mandato i loro uomini a fare un’imboscata”.  Nena News

 

polizia contro gli studenti a Madrid, 50 arresti

È un tornado repressivo quello scatenato dal ministro degli interni spagnolo contro ogni movimento di protesta scatenato in questi giorni dalle politiche autoritarie dell’esecutivo di destra spagnolo. Quattro giorni dopo le violente cariche contro una parte del milione di manifestanti scesi in piazza a Madrid contro troika, debito e austerità – cariche e violenze ripetute anche nei tre giorni seguenti – i responsabili politici dell’ordine pubblico hanno scatenato la Polizia Nazionale contro alcune centinaia di studenti universitari che occupavano il Vicerettorato dell’UniversitàComplutense della capitale. Botte indiscriminate, pestaggi, caccia all’uomo e ben 50 giovani arrestati: è questo il bilancio del duro intervento delle forze dell’ordine contro gli studenti che da sei giorni protestavano. Un intervento senza precedenti richiesto – e rapidamente ottenuto – dalla direzione dell’ateneo e ottenuto proprio in contemporanea con lo sciopero generale convocato per oggi da alcuni sindacati studenteschi per protestare contro la controriforma dell’istruzione pubblica, conosciuta come ‘Ley Wert’ dal nome del ministro che non fa mistero delle proprie simpatie per il sistema – elitario dal punto di vista della selezione di classe e ‘spagnolista’ (nazionalista spagnolo) dal punto di vista culturale – in voga durante il regime franchista.

Siccome la occupazione del Vicerettorato impediva il regolare accesso al posto di lavoro degli impiegati dell’ateneo e ostacolava la normale attività universitarie, le autorità accademiche hanno chiesto l’intervento dei reparti antisommossa contro quelli che ha definito “gruppi minoritari di estremisti che strumentalizzano la legittima e pacifica protesta degli studenti”.

Fatto sta che l’irruzione degli agenti in tenuta antisommossa nell’edificio occupato e poi nel campus si è saldata con una cinquantina di studenti arrestati e portati via. In mattinata, intorno alle 7, alcune decine di persone aveva realizzato una sorta di barricata per bloccare il transito all’interno del campus della città universitaria della Complutense e si sono verificati alcuni scontri con la Polizia Nazionale intervenuta contro i manifestanti. Tutte le organizzazioni studentesche hanno preteso immediatamente le dimissioni della delegata del governo spagnolo a Madrid, Cristina Cifuentes, individuata come l’ispiratrice della dura campagna repressiva contro i giovani, i lavoratori e i disoccupati mobilitati in queste settimane contro le politiche del governo e di varie istituzioni pubbliche.

Anche un nutrito gruppo di docenti della stessa Università Complutense ha diffuso una dura presa di posizione contro il comportamento delle autorità accademiche e in particolare del rettore per la sua decisione di chiedere l’intervento della forza pubblica contro gli studenti che protestavano fino a quel momento in modo pacifico.

Tre sadici e una cella. A Poggioreale va in scena l’orrore

Federico Perna è stato dichiarato morto alle 16.58 dell'8 novembre 2013. Ictus, sentenzia l'autopsia. Pestato a morte, sostengono i genitori. Aveva trentaquattro anni. Anche lui era passato per la "cella zero".

Federico Perna è stato dichiarato morto alle 16.58 dell’8 novembre 2013. Ictus, sentenzia l’autopsia. Pestato a morte, sostengono i genitori. Aveva trentaquattro anni. Anche lui era passato per la “cella zero”.

 

di Valentina Soria

Tre aguzzini sadici che di notte si divertono a inveire a suon di percosse sui detenuti nelle viscere di un carcere, lì dove l’occhio delle telecamere non arriva. Una storia agghiacciante che promette ulteriori sviluppi poco rassicuranti. Non si tratta di una pellicola dalla sceneggiatura drammatica, dove i “secondini” assumono tratti arroganti e spietati. Nessuna finzione. Il luogo degli orrori è reale e si trova a Napoli: il carcere di Poggioreale.
Circa novanta denunce in tutto per maltrattamenti subiti nel carcere sono state rilasciate alla Procura partenopea. Cifre destinate, probabilmente, a crescere, ma sufficienti per smuovere gli ambienti della magistratura napoletana. Nel mese di gennaio è partita l’inchiesta condotta dal pm Pietro D’Avino. Ogni giorno aumenta il numero dei detenuti o ex-reclusi del carcere che decidono di denunciare i maltrattamenti subiti all’interno della struttura ad opera di quella che essi stessi definiscono “la squadretta della uno bianca”, in memoria degli avvenimenti che dal 1987 al 1994 terrorizzarono Bologna. Ventiquattro omicidi, centotre tra rapine e assalti furono allora compiuti dalla banda criminale guidata dai fratelli Savi, tutti poliziotti.

La “squadretta”, secondo i detenuti, sarebbe composta da tre o quattro agenti di polizia penitenziaria, ai quali i carcerati hanno assegnato diversi soprannomi. C’è “ciondolino”, che «quando arriva da lontano lo riconosci per via di quel tintinnio del mazzo di chiavi attaccato ai pantaloni». Ci sono “melella” e “piccolo boss”. Quest’ultimo «non è molto alto di statura, però picchia forte e zittisce chiunque».Tutti riconoscibilissimi, visto che agirebbero a volto scoperto.

Nelle testimonianze dei detenuti è ricorrente il riferimento a una camera, sprovvista di videosorveglianza, chiamata “cella zero”, situata al piano terra dell’edificio, che nell’aspetto e nel grigiore incarna perfettamente l’idea del carcere come luogo di punizione. Il buio, l’umidità, il cattivo odore dominano le lunghe camerate distribuite in otto padiglioni, intersecati da corridoi di raccordo. Poi l’abisso, nelle viscere della struttura della “cella zero”, dove il buio si confonde con l’odore di sangue.


Ingresso del carcere di Poggioreale.

Violenze gratuite, trattamenti disumani, abusi continui e pareti macchiate dal sangue dei carcerati picchiati, sangue che fa paura agli stessi malfattori, che indosserebbero, a detta dei detenuti, guanti in lattice per proteggersi dal pericolo di contrarre infezioni. Un inferno nell’inferno, dove la pena da scontare è doppia, dove si è costretti al silenzio per non incorrere in nuove vessazioni, dove di notte prende il sopravvento la violenza in chi dovrebbe sedarla. Un luogo dell’orrore che somiglia ad Abu Ghraib, la prigione centrale di Baghdad, in cui, fra l’ottobre e il dicembre del 2003, si consumarono abusi e violenze di ogni tipo da parte di militari statunitensi nei confronti di prigionieri iracheni.

È raccapricciante quanto si apprende dalle pagine della denuncia che Adriana Tocco, garante della Regione Campania per i diritti dei detenuti, ha presentato alla Procura partenopea nel mese di gennaio, dopo che le denunce crescevano. Le ombre sulla presunta cella zero, luogo di pestaggi e soprusi, prendono consistenza e, tra smentite e allusioni, si infittisce la rete di sospetti intorno al carcere di Poggioreale.

Hanno fatto il giro del web le immagini del cadavere di Federico Perna, che la madre ha voluto rendere pubbliche. Un corpo martoriato quello di Federico, morto l’otto novembre scorso nel carcere di Poggioreale per arresto cardiaco, secondo la perizia della Procura. Un responso che non soddisfa e non dà pace alla madre del trentaquattrenne. Un esteso ematoma e un’ustione, oltre che la gran quantità di sangue e lividi presenti sul corpo, i segni che lasciano aperti molti, troppi interrogativi, a partire dal perché un giovane gravemente ammalato, quale era Federico, sia stato fatto marcire in carcere. Federico non ce l’ha fatta, è morto “di carcere” ed il sospetto che il giovane abbia conosciuto l’orrore della cella zero e dei suoi aguzzini è forte, troppo per continuare ad ignorare quanto i detenuti di Poggioreale stanno denunciando dai primi mesi del 2013.


Interno del carcere di Poggioreale con due camerate intersecate da corridoi di raccordo.

«Uno ad uno venimmo accompagnati nella cella zero e picchiati selvaggiamente» si legge nella denuncia presentata in Procura da Adriana Tocco. Una denuncia che pesa come una spada di Damocle sulla casa circondariale, già fortemente tenuta d’occhio dal ministero della Giustizia e dall’amministrazione penitenziaria per il degrado, il sovraffollamento e le condizioni sovrumane di vivibilità.

«Erano le ventidue e trenta, io stavo appoggiato alla mia cella quando si è fermato un agente e rivolgendosi a me ha esclamato: “Ma tu vuò fa o’wapp?”. Mi aveva accusato senza motivo di averlo insultato». Così comincia la drammatica testimonianza di un ex recluso, che ha scelto di mantenere l’anonimato.

«Vestiti un attimo che ti devo scendere giù». Sono queste le parole di rito più temute al terzo piano del padiglione Avellino. Il racconto dell’orrore dell’ex recluso continua e si arricchisce di particolari agghiaccianti: «Mentre uno di loro mi trascinava giù per le scale, c’erano altre due guardie ad attendermi al piano terra, nella “cella zero”, che appena mi hanno visto arrivare hanno cominciato a insultarmi, a intimarmi di spogliarmi per poi picchiarmi selvaggiamente dietro la schiena, minacciandomi di non riferire quanto accaduto o chiedere di medicarmi in infermeria perché la punizione sarebbe stata esemplare». Ha la voce sofferta e gli occhi pieni di lacrime l’autore del raccapricciante racconto. «Ho scelto di denunciare perché abusi del genere non avvengano più e i detenuti possano scontare la loro pena con dignità».


Interno angusto di una cella del carcere di Poggioreale di Napoli.

Nella denuncia fatta da Adriana Tocco a Giovanni Melillo, procuratore aggiunto di Napoli, si legge che l’ex detenuto piangeva disperatamente mentre raccontava delle sevizie subite e quello che lo tormentava era il motivo per cui avevano voluto umiliarlo in quel modo bestiale.

La garante dei detenuti riferisce di aver avuto comunicazione dei nomi degli agenti coinvolti, che sarebbero sempre gli stessi. «La maggior parte dei reclusi ha paura di denunciare le violenze subite per timore di ritorsioni», si legge nell’esposto.

«I racconti sono tutti coerenti ed evidenziano alcuni elementi comuni: i detenuti raccontano di essere stati prelevati dalle loro celle senza criterio. Il fine univoco degli agenti, chiaramente tra loro programmato, è dare sfogo alla loro violenza gratuita e costringerli a subire trattamenti disumani. I dettagli sono drammatici: dopo le percosse inflitte a mani nude o con stracci bagnati, per non lasciare segni, i detenuti vengono abbandonati per ore e poi riaccompagnati al reparto di appartenenza. Molti compagni di cella confermano lo stato di agitazione, mortificazione e soggezione degli sfortunati deportati, che rientrano gonfiati di botte».

Nella missiva Adriana Tocco si dice convinta che «subire abusi così atroci costituisce una possibile causa concorrente ad altri fattori determinanti l’aumento del rischio di suicidi, come il precario stato psicologico dei reclusi nel carcere di Poggioreale». Accorato il suo appello perché la magistratura verifichi in tempi celeri la veridicità dei racconti e garantisca la punizione dei responsabili.

«Venivo trascinato di notte in una cella isolata dell’istituto di pena dove aveva inizio il calvario e in quei momenti ho desiderato di morire». Un’altra testimonianza di violenze e soprusi, che ha sempre lo stesso canovaccio. Un altro episodio scioccante consumatosi tra le mura di Poggioreale. La vittima, condannata a due anni e dieci mesi per ricettazione di buoni pasto, sceglie di mantenere l’anonimato. L’ex detenuto è uscito dall’istituto di pena lo scorso 10 gennaio, ma già dietro le sbarre aveva deciso di denunciare le violenze subite.

Poi c’è Luigi, quarantadue anni, comproprietario di una salumeria a Napoli, sposato e con figli adolescenti. Dopo un primo periodo detentivo, Luigi ottiene gli arresti domiciliari e dopo poco l’autorizzazione a riprendere il lavoro. Un giorno, andando al negozio, fa tardi e sfora l’orario assegnato dai giudici. Per lui ricominciano i guai. La Corte di appello aggrava la misura restrittiva e così Luigi finisce di nuovo a Poggioreale. Nei due mesi e mezzo di detenzione gli capita un incidente: una caduta di quattro metri dal letto a castello gli provoca una frattura a una caviglia. Poi, in una notte di luglio, arriva il pestaggio da parte di tre agenti penitenziari. Una volta libero Luigi ha messo nero su bianco il racconto dei maltrattamenti subiti dietro le sbarre. Lo ha fatto per se stesso e, sottolinea, «soprattutto nell’interesse dei suoi compagni di reclusione ancora in cella». Luigi attende di essere convocato dal magistrato per fare nomi e cognomi.

I racconti si assomigliano tutti nei tempi e nelle modalità. A far divampare la rabbia delle “guardie” basterebbe un pretesto. Una risposta sbagliata, un atto di disobbedienza, un banale battibecco. Ed eccoli scaraventati nell’inferno “cella zero”. C’è poi qualche terribile eccezione. Uno dei detenuti, un ragazzo italiano di trentacinque anni finito in carcere per reati di droga, racconta di essere stato rinchiuso nella cella zero tre giorni consecutivi. Tre lunghi giorni nella stanza delle torture, giorni che lui ricorda come «infiniti».

Mario Barone, presidente dell’associazione Antigone, definisce l’esistenza di una possibile “cella zero” come «quello spazio, che si apre all’interno delle Istituzioni, in cui vige l’assenza di diritto. E’ una terra di confine, che si sottrae ad ogni territorio di legittimità, in cui si assiste ad una vera e propria sospensione dello stato di diritto».

Antigone è un vero e proprio osservatorio, che nasce per rendere trasparente il carcere. «I nostri osservatori, presenti su tutto il territorio nazionale, visitano gli istituti di pena», racconta il presidente dell’associazione. «Questo straordinario e capillare lavoro si trasfonde nel rapporto annuale sulle condizioni di detenzione, che mira a portare ad una riforma del sistema penale in Italia».

Mario Barone la cella zero non l’ha mai vista, ma gli è capitato, racconta, di visitare, in qualità di osservatore, un reparto a Poggioreale, il cosiddetto “Avellino destro”, in cui erano stipati dai quindici ai venti detenuti in isolamento. Alla sua richiesta di motivazioni, rivolta all’amministrazione penitenziaria, non è seguita alcuna risposta. Era il mese di maggio del 2013 quando Antigone decise di denunciare l’accaduto. L’appello venne raccolto dal parlamentare Luisa Bossa che subito presentò un’interrogazione parlamentare per chiedere al ministro di Grazia e Giustizia Anna Maria Cancellieri quali fossero i criteri che reggevano questi reparti. Ad oggi una risposta ancora non c’è stata.

Il presidente di Antigone va oltre e parla di un vero e proprio “sistema Poggioreale” che alimenterebbe le violenze: «Duemila e ottocento detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di milletrecentoottanta, stipati in meno di tre metri quadrati. L’attività di formazione è assente. Gli educatori carcerari sono diciannove a fronte di circa settecento agenti di polizia penitenziaria. Il lavoro interno è destinato solo a duecento detenuti, che sono coinvolti in progetti di rieducazione. E’un sistema retto da una sola parola: sicurezza. Sono pochissime le risorse per i progetti di riabilitazione. I detenuti non fanno niente dalla mattina alla sera, sono soggetti che non dispiegano la propria energia attraverso attività positive e possono essere gestiti solo con la sicurezza». Un margine, quindi, molto labile, tra sovraffollamento e acuirsi di episodi di violenza. È costante il pericolo di escalation, che potrebbero non risparmiare chi è tenuto a salvaguardare la pax carceraria.

In prima linea per una riforma imminente del sistema carcerario campano nel suo complesso è la stessa Adriana Tocco: «Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sta valutando la possibilità di costruire un nuovo carcere in Campania, che consentirebbe di alleviare le condizioni di disagio estreme presenti attualmente. Stiamo lavorando con l’amministrazione locale per accelerare la procedura di sblocco degli undici milioni di euro destinati ai corsi di formazione e ai progetti di lavoro per i detenuti, fermi ormai dal 2010. Ciò consentirebbe di offrire ai detenuti opportunità di lavoro esterno e di bloccare l’effetto “porta girevole” per cui, chi pur avendo scontato la pena, nel 70 per cento dei casi rientra nel circuito penale».

In attesa che la magistratura faccia il suo corso e non si spengano i riflettori sul caso Poggioreale un primo risultato è stato ottenuto, dopo l’avvio dell’inchiesta sui maltrattamenti denunciati. E stata ottenuta, infatti, come fa sapere la stessa garante dei detenuti, un’ispezione dell’intero edificio da parte di osservatori autorizzati dal ministero di Grazia e Giustizia. Il sopralluogo potrebbe portare probabilmente a far luce sul presunto luogo delle torture o quantomeno ad aggiungere informazioni ulteriori da sottoporre al vaglio degli inquirenti.

http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=100089&typeb=0&Tre-sadici-e-una-cella-A-Poggioreale-va-in-scena-l-orrore

Sasso o Carta? Freedom Flotilla Italia

I prossimi 29 e 30 marzo sottoscrivete per realizzare l’asilo “Vittorio Arrigoni”. Siamo ad un passo dall’obiettivo. – See more at: http://www.freedomflotilla.it/#sthash.kQlp9MPt.dpuf

San Severo 23 marzo 1950, la rivolta popolare repressa sanguinosamente dalla celere scelbiana

Italia, 1950. L’eco degli eccidi di lavoratori a Melissa, Montescaglioso, Modena e, per la Puglia, San Ferdinando, Torremaggiore, rimbalza nelle città e nelle campagne scatenando la rabbia di chi vive già afflitto da problemi esistenziali e dalla dura realtà quotidiana. Il 23 marzo 1950 anche San Severo, in Puglia, vive un capitolo di questo dramma nazionale: tra “insurrezione” e “risposta alla provocazione”, i braccianti di San Severo si lanciano contro le forze di polizia, urlando “Pane e lavoro!”. Al termine di un giorno convulso e drammatico, con numerosi feriti e una vittima sul selciato – Michele Di Nunzio, 33 anni – a sedare la rivolta arriva l’esercito. Carri armati occupano le vie principali della città. Nei giorni successivi vengono arrestate 180 persone, col pesantissimo capo d’accusa: insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Gli arrestati verranno sottoposti a un lungo e combattuto processo, che vedrà protagonista Lelio Basso, difensore degli imputati.

Dopo due lunghi anni, il 5 aprile 1952, gli imputati vengono assolti e rilasciati. I loro figli, circa 70 bambini, nel frattempo sono stati ospitati, “adottati” da famiglie di lavoratori del centro-nord in segno di solidarietà sociale e politica. Questo eccezionale movimento collettivo di accoglienza dei figli degli incarcerati di San Severo, è solo un tassello del più vasto movimento nazionale che già dal ’46 operava in Italia, organizzato dai partiti della sinistra e da organizzazioni femminili come l’UDI. Le famiglie emiliano romagnole, marchigiane e toscane, della rete dei comitati di Solidarietà Democratica accolsero come figli adottivi i più poveri bambini del Sud, ma anche quelli delle zone martoriate dai bombardamenti, come per Cassino, o dalle alluvioni, come per il Polesine. Una grande esperienza di massa che portò, nei “treni della felicità”, circa 70.000 bambini a vivere l’adozione familiare dal 1946 al 1952. L’Emilia e la Romagna, al centro di questa grande campagna di solidarietà, accolsero i figli dei braccianti pugliesi; contadini e operai incontrarono ed aiutarono i “fratelli” del sud più misero e sfruttato. L’incontro tra queste due Italie e il confronto tra le due culture, unite da ideali e solidarietà, pur nelle differenti condizioni economiche, tese ad una seconda riunificazione nazionale, dopo la tragica esperienza fascista.

 

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22 marzo 1944 Eccidio di Montalto

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26 giovanissimi partigiani, tra i quali alcuni ragazzi di 15/16 anni, si arrendono alle “brigate nere” durante un rastrellamento in cambio della promessa di aver salva la vita. Vengono tutti immediatamente fucilati. 

Molti giovani confluiti nella zona di Montalto pensarono di organizzarsi tra loro in quella che ritenevano una postazione sicura. Il reparto nazifascista che attaccò Montalto non trovò difficoltà e trasformarono la battuta di rastrellamento in un massacro. Il 22 marzo 1944, ventisei giovani vennero fucilati a Montalto, nello stesso giorno altri tre furono uccisi a Vestignano e poco distante da loro venne ammazzato anche Aldo Buscalferri. Fra i giovani di Montalto solo Nello Salvatori ebbe la fortuna di sopravvivere alla strage.

LA LETTERA DI NELLO SALVATORI, UNICO SOPRAVVISSUTO ALLA STRAGE

” Verso il tramonto, iniziamo da Vestignano l ’ ascesa della Maddalena, trasportando a spalle le “ tregghie ” necessarie per riportare in basso i fusti del materiale lanciato. In alto c ’ è la neve, gelata e dura in alcuni punti, molle in altri dove si affonda fino al ginocchio. Tira un forte vento che solleva in mille aghi pulviscoli di neve.
La colonna sale lentamente. Ogni tanto si sosta per riposarsi un po ’ addossandosi gli uni agli altri per difendersi un po ’ dal freddo e dalla bufera.
Qualcuno comincia a cantare imitato dagli altri.
La chiesetta viene ritrovata per caso, sepolta come è dalla neve, ed è necessario scavare per trovare la porta.
Vengono preparati falò a triangolo con rami di pino raccolti giorni prima. Un po ’ di legna viene portata nella chiesetta dove viene acceso il fuoco.

Primo allarme.
Giù lontano una colonna di uomini sale lentamente dal vallone di Montalto. C ’ è un discreta visibilit à , la luna illumina la zona. Quegli uomini che salgono in fila indiana sembrano un lungo serpe nero che striscia lentamente sul bianco della neve.
Parte uno sciatore del Gruppo Comando, scivola sulla neve ghiacciata e si ferma a distanza di sicurezza dalla colonna.
“ Chi va là ? ”
“ Montalto ” è la risposta che risuona nel vallone. Sono i ragazzi di Montalto. Male in arnese, intirizziti dal freddo e spossati dalla fatica, si allungano sul pavimento della chiesetta accanto al fuoco. Sono per lo pi ù giovanissimi. C ’ è uno che sull ’ aria di una nota canzone intona:

“ C ’ è una chiesetta alpina dove siamo noi partigiani
per combattere con ardore per l ’ Italia di domani! ”

Tutti si uniscono al coro. Poi i canti si affievoliscono fino a spegnersi. Ad uno ad uno i giovani si addormentano. I loro visi, resi pallidi dal freddo e non pi ù illuminati dal bagliore del fuoco che si sta spegnendo, assumono un aspetto spettrale.
Si sentono alcuni colpi di pistola. Sono gli invitati del Comitato Regionale e Provinciale che non riescono a trovare il campo. Vengono raggiunti e anche loro guidati nella chiesetta. Ad un tratto, tra i fischi delle raffiche di vento, il rombo di un aereo. In un attimo il campo si sveglia frenetico e ognuno raggiunge il posto stabilito. Vengono accesi i fal ò e segnalata la direzione del vento. L ’ aereo passa e ripassa pi ù volte. Si possono scorgere le luci di bordo.
Intanto sulla neve i giovani sembrano impazziti dalla gioia. Gettano cappelli e sciarpe in aria, si abbracciano, urlano come ossessi agitando le braccia in segno di saluto. Ma i paracadute non scendono: il vento è troppo forte per il lancio. L ’ aereo si allontana verso Monastero. Per un po ’ se ne sente il rombo dei motori, poi pi ù nulla.
Rimane solo l ’ ululare del vento a rompere il silenzio della notte. Il gruppo di Montalto riparte verso la valle. I partigiani scendono come automi, svuotati di ogni energia e nei loro visi si pu ò leggere delusione e sgomento.
Anche noi del “ Gruppo Comando ” prendiamo la via del ritorno.
Nessuno ha pi ù voglia di cantare. Giunti all ’ altezza dei “ Pinetti di Croce ” si sente sparare laggi ù verso Caldarola ” .

A Caldarola, mentre alcuni partigiani del gruppo di Montalto stanno accompagnando all ’ ospedale Peppino Guerrieri e Franco Belfiori, si imbattono in un gruppo di fascisti. Incomincia una sparatoria spaventosa. Il tenente Toto e Marino Lucentini, che erano seduti nella cabina dell ’ autocarro, riescono a mettersi in salvo. Gli altri si arrendono. Sopraggiunge “ Acciaio ” con Spartaco Perugini e Alberto Pratesi, ma sono costretti a fuggire. Franco Belfiori, che è ferito alle gambe e non pu ò camminare, viene freddato sulla piazza.
Gli altri sono condotti a Muccia, nella sede del Comando fascista. Durante la notte vengono interrogati, perquisiti e malmenati.

“ E ’ la volta mia nell ’ interrogatorio. Vogliono sapere dove andavamo, da dove venivamo, chi ci conduceva. Io non svelo nulla. Purtroppo mi accorgo che qualcuno prima di me deve aver parlato anche troppo. Gi à sanno tutto.

Alle 11 siamo tutti chiamati nella sala dell ’ interrogatorio. Entrati, un tenente tedesco ne chiama 5 da una parte, e condanna alla fucilazione, nello stesso giorno, alle ore 18,30, gli altri sette: Radam è s Casadidio, Giammario Fazzini, Giuseppe Guerrieri, Giacomo Saputo, Mariano Scipioni, Nello Salvatori, Mariano Cuttini.
Alle 18,30 stiamo per essere fucilati, quando sopraggiunge un tedesco, che ordina di sospendere l ’ esecuzione.

22 marzo 1944

Documento originale


Alle 4, a noi sette risparmiati ieri dalla fucilazione, ci fanno salire su di un autocarro. Dove ci porteranno … ? Un triste presentimento mi tormenta. Ci porteranno a Montalto?
Alle 5,30 giungiamo a Caldarola. Qui, fatta una breve sosta, l ’ autocarro imbocca la nota strada di Montalto.
Ma perch é portarci lass ù ? Che cosa vorranno fare … ? Dopo pochi chilometri, incontriamo il Parroco Don Antonio Salvatori. I fascisti dicono bruscamente: “ Tu sei il prete dei ribelli, salisci sull ’ autocarro! ”
Procediamo velocemente in mezzo a fitta nebbia. Speriamo che i nostri compagni si accorgano in tempo per mettersi in salvo … A 500 metri, la sentinella, sentendo insolito rumore di autocarro, spara quattro colpi di fucile per avvertire tutti i patrioti.
Per circa due ore attendiamo, incerti sulla sorte nostra e dei nostri compagni. Poi avanzano lentamente una decina di fascisti armati di fucili automatici con alcuni compagni feriti e sanguinanti … uno dietro l ’ altro, con le mani alzate, le coperte in spalla, lo spavento in volto. I compagni vengono inquadrati lungo la strada.
Un fascista con un bastone ci costringe a tenere le mani in alto; altri fascisti perquisiscono i nuovi arrivati, togliendo portafogli, orologi e catenine.
Arriva, poi, il Tenente Barilatti e viene anche lui allineato con gli altri lungo la strada. Accortosi di me, mi stringe fortemente la mano, mi bacia contento e commosso di rivedermi dopo tre giorni.
In ultimo arrivano il Tenente Manlio Ferrari e il Maresciallo Proietti con una decina di compagni rastrellati lungo la strada di Vestignano. Anch ’ essi vengono allineati lungo la strada con le mani in alto e perquisiti.
Ma che cosa vorranno fare? Forse intimarci l ’ arruolamento del G.R.F. o condannarci in blocco alla fucilazione. Dopo ansiosa attesa, tempestata da mille supposizioni, giunge il Tenente della milizia e alle ore 10 d à ordine di iniziare la fucilazione.

Piangere, gemere, pregare, scongiurare, tutto è vano. Nulla commuove i militi decisi a sacrificarci inumanamente. Mamma, babbo, fratelli, sorella, amici, tutti mi passano davanti a rendermi pi ù doloroso il momento.
Tre fascisti e due tedeschi formano il terribile plotone d ’ esecuzione.
Dopo un breve interrogatorio, per primo viene fucilato il Tenente Manlio Ferrario, poi
i suoi gregari.

Il Tenente Barilatti, da poche ore comandante del gruppo, sentendo piena la sua responsabilità di capo, abbraccia uno per tutti.
Nel vedere che i fratelli uccidono i fratelli, si interpone coraggiosamente gridando:
“ Uccidete me, ma non questi giovani innocenti, venuti da poco tempo in montagna, senza armi, presi a tradimento! ”
Quattro a quattro vengono barbaramente stroncate fiorenti giovinezze. Qualcuno non morto si lamenta pietosamente. I militi, impietriti, lo finiscono a colpi di pistola. E ’ la volta del quarto turno, il mio. Percorro pochi metri, che mi separano dal luogo della fucilazione con l ’ anima nella pi ù grande agitazione. Non faccio neppure in tempo ad arrivare che una scarica di “ automatico ” parte. Non so neppure io come cado a terra, colpito da alcune pallottole non mortali al fianco, al braccio, alla gamba destra. Inizia, cos ì , per me una protezione divina. Non mi preoccupo delle ferite quantunque non poco sanguinanti. Tutta l ’ attenzione è di non lamentarmi e di non muovermi per evitare il colpo di grazia. Il freddo è intenso.
Il sangue che esce dalle ferite mi comincia a spaventare. Altri quattro compagni cadono e mi coprono. Anche il sangue di essi scorre copioso, mi macchia il volto, la testa, la schiena, tutto. Brevi istanti passano, poi sento togliermi i cadaveri di sopra. Si saranno forse accorti di me che sono ancora vivo? Mi daranno il colpo di grazia? Riconcentro tutto me stesso a comparire morto. Mi prendono fortunatamente quei compagni che attendono per essere fucilati. Mi trascinano per qualche spazio, poi sento mancarmi il terreno e scivolo velocemente per una scarpata.
Altri fucilati mi cadono bruscamente sopra e sento di qualcuno l ’ ultimo respiro. Il pericolo di ricevere il colpo di grazia è passato.
Mi resta da vedere se gli assassini se ne sono andati. Attendo immobile sulla neve circa tre ore. Sento venir gente. Mi accorgo che non sono fascisti. Raccogliendo, allora, tutte le mie forze lentamente mi alzo, emozionato nel vedere un mucchio di compagni inerti. La gente spaventata indietreggia, piange, si lamenta. Penso subito che nel mucchio ci deve essere qualcuno salvo come me. Mi do a chiamarli ad uno ad uno: Audio Carassai, Luigino Cerquetti, Balilla Pascolini, Peppino Guerrieri, Umberto Lucentini, Peppino Cegna, Nicola Ciarapica, Ennio Proietti, Arduino Germondani, Ugo Sposetti, Adino Barcarelli, Umberto Angelelli, Spartaco Perugini, Radam è s Casadidio, Giammario Fazzini, Mariano Scipioni, Giacomo Saputo, Manlio Ferrari, Bruno Principi, Nazzareno Bartoli, Armando Mogetta, Armando Pettinari, Alberto Patrizi, Lorenzo Bernardoni, Primo Stacchietti, Mariano Cutini. Tutti morti! ”

 

In aprile i gruppi si riorganizzarono, gli Alleati ripresero l’avanzata ed effettuarono lanci di armi e mezzi. La pressione nazifascista perse terreno sul piano militare, ma praticò feroci rappresaglie sui civili. Per tutto il mese di maggio le S.S. compirono molti rastrellamenti nell’Alto Maceratese predendo decine di giovani. Tra le rappresaglie è da ricordare quella del 24 giugno a Campolapiaggia, Letegge e Pozzuolo in cui vennero massacrate circa sessanta persone, comprese donne e bambini.

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A.N.P.I. Tolentino http://www.anpitolentino.it/storia/storia.html

Ricorre oggi la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale

In memoria del massacro di Sharpeville

Erano le 13.15 del 21 marzo 1960 quando a Sharpeville, nei pressi di Johannesburg, la polizia sudafricana aprì il fuoco su una folla di dimostranti inermi. Le stime ufficiali parlarono di 69 morti e 180 feriti, molti dei quali colpiti alla schiena, prova tangibile che stavano cercando di fuggire. Una manifestazione di neri e “colorati” come molte altre di quell’anno, indette per protestare contro la stretta della segregazione razziale imposta dal National Party nel secondo dopoguerra e che dal 1952 aveva aggiunto ai provvedimenti di segregazione razziale nell’educazione, nel lavoro, nella sfera familiare, nelle libertà civili e politiche fondamentali, anche la cosiddetta “legge del lasciapassare”, che prevedeva che i cittadini sudafricani neri dovessero esibire uno speciale permesso se fermati dalla polizia in un’area riservata ai bianchi. I lasciapassare venivano concessi però solo ai neri che avevano un impiego regolare nell’area in questione, un elemento non di poco conto: la norma si poneva così da anni come un ulteriore limite alla libertà di movimento (oltre che di residenza) per non bianchi all’interno del territorio nazionale.

La spinta emozionale suscitata dal massacro di Sharpeville fu tale che nel 1966 l’Organizzazione delle Nazioni Unite, su impulso dei Paesi afro-asiatici di nuova indipendenza che in quegli anni erano entrati a far parte della struttura multilaterale,individuò nella data del 21 marzo la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale. L’obiettivo, come di consueto, era di esortare la comunità internazionale a raddoppiare gli sforzi per eliminare tutte le forme di discriminazione razziale, anche rescindendo i legami con quegli Stati che strutturavano o non intervenivano in situazioni di segregazione razziale, attraverso l’osservanza di embarghi economici e politici.

Se infatti il regime sudafricano, per l’ampiezza e la profondità dell’aberrante sistema di segregazione creato, si sostanziava perfettamente quale modello negativo, vi erano però anche altre popolazioni “non bianche” che subivano un’analoga sorte. Gli attuali territori della Namibia, dello Zimbabwe, dell’Angola e del Mozambico ad esempio. Ma non solo in Africa meridionale. La battaglia per i diritti civili condotta dagli afro-americani negli Stati Uniti si mise anch’essa in moto nella metà degli anni Cinquanta, raggiungendo secondo alcuni un compimento solo oggi, a seguito dell’elezione di un presidente non bianco. Al pari, anche lo smantellamento del regime di apartheid è piuttosto recente, sancito simbolicamente dall’elezione di Nelson Mandela a presidente della Repubblica nel maggio 1994.

Dunque non si deve guardare alla vittoria sull’apartheid e alla sua commemorazione soltanto come un motivo di compiacimento, ma come una nuova chiamata all’azione. Tanto è vero che proprio quando le luci sull’odio razziale si stavano abbassando in Sudafrica, iniziarono a divampare focolai di guerra mossi da contrasti e discriminazioni etniche e razziali nel cuore dell’Europa, e precisamente nella ex Jugoslavia.

Ma questa commemorazione serve anche a segnalare la rinascita di altre ideologie e pratiche razziste, in particolare nei settori economico e sociale, e la persistenza delle forme sottili di razzismo e di discriminazione razziale che assumono le forme di nazionalismo o di preferenza nazionale o continentale. Ci ricorda che il nostro mondo, nonostante i progressi tecnologici e i mass media abbiano fatto molto per aumentare la comunicazione internazionale, la conoscenza e la comprensione, non è esente da xenofobia, odio e focolai di conflitti etnici. Sui cinque continenti, ilavoratori migranti, i richiedenti asilo, le minoranze etniche, nazionali e religiosi e lepopolazioni indigene sono ogni giorno di fronte a pratiche discriminatorie ed esposti alla violenza razzista. La libertà di circolazione tra i diversi paesi è sempre più sottoposta a misure restrittive, alcune delle quali sembrano essere ispirate da considerazioni razziste e xenofobe.

Nonostante, dunque, i sistemi di segregazione razziale più aberranti siano venuti meno negli ultimi decenni, molte rimangono le forme di discriminazione razziale ancora diffuse nel mondo, anche nell’Europa campione nella tutela dei diritti umani.

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http://www.unimondo.org/Notizie/La-tolleranza-razziale-resta-un-imperativo-globale-139892